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74-PERMESSO DI COSTRUIRE (decadenza)
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dossier EDIFICIO UNIFAMILIARE
anno 2015

EDILIZIA PRIVATA: Non può reputarsi "edificio unifamiliare" una casa di abitazione avente una volumetria complessiva di mc. 1.338,78, distribuiti su tre livelli, in categoria A/7, 13 vani.
L’art. 17, comma 3, lett. b), del d.P.R. n. 380/2001) prevede l’esenzione dal contributo di costruzione “per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”.
L'esenzione in esame si giustifica come aiuto alla famiglia che, banalmente, necessiti di ulteriore spazio per la propria decorosa sistemazione abitativa.
Accedendo alla doverosa interpretazione della norma secundum rationem legis occorre inferire l’estraneità della fattispecie in esame all’alveo applicativo della norma invocata, proprio in considerazione delle rilevate caratteristiche costruttive e dimensionali dell’edificio ancorché unifamiliare.

... per l'annullamento:
a - del provvedimento di cui alla nota prot. n. 34045 del 04/03/2015, successivamente conosciuto, con il quale il Direttore del Settore Trasformazioni Edilizie - Sportello Unico dell'Edilizia - Ufficio Permessi di Costruire del comune di Salerno ha disposto che "per il rilascio del titolo edilizio di autorizzazione dell'intervento di ampliamento volumetrico, richiesto ai sensi del Piano Casa… è dovuto il contributo di costruzione di cui all'art. 16 D.P.R. 380/2001…" e, per l’effetto, ha negato la richiesta di esenzione invocata dal ricorrente ai sensi dell’art. 17 – comma 3, lett. b), del D.P.R. n. 380/2001;
b – di tutti gli atti presupposti, collegati, connessi e consequenziali ivi compresi, ove e per quanto occorra ed ove lesivi, il parere dirigenziale n. 246/2012 e le delibere con le quali il Comune di Salerno ha determinato i criteri per il pagamento del contributo di costruzione
nonché per la declaratoria della non debenza della somma richiesta dalla P.A. a titolo di contributo di costruzione ricorrendo l’ipotesi di esenzione di cui all’art. 17 – comma 3 – lett. b), del D.P.R. n. 380/2001.
...
Con ricorso notificato in data 11.05.2015 e ritualmente depositato il 20 maggio successivo, il sig. V.S. impugna il provvedimento, meglio distinto in epigrafe, con il quale il Comune di Salerno ha disposto che è dovuto il pagamento del contributo di costruzione di cui all’art. 16 del D.P.R. n. 380/2001 ai fini del rilascio del titolo edilizio di autorizzazione all’ampliamento volumetrico ai sensi del Piano Casa, così negando la richiesta di esenzione invocata dal ricorrente in applicazione dell’art. 17, comma 3, lett. b), del d.P.R. n. 380/2001.
Avverso tale atto, il ricorrente deduce, sotto distinti e concorrenti profili, i vizi della violazione di legge e dell’eccesso di potere, in quanto, come da orientamento di questa Tribunale, ricorrerebbero i presupposti per l’invocata esenzione quando, come nel caso di specie, si tratta di ampliamento non superiore al 20% di un edificio unifamiliare. Sarebbe stato altresì omesso il preavviso di diniego.
Si costituisce il Comune di Salerno al fine di resistere.
Alla camera di consiglio del 04.06.2015, rese edotte le parti, il ricorso è trattenuto in decisione semplificata, sussistendone i presupposti di legge.
Il ricorso è infondato.
La questione agitata in ricorso investe l’ambito applicativo della norma invocata dall’istante (dell’art. 17, comma 3, lett. b), del d.P.R. n. 380/2001), laddove prevede l’esenzione dal contributo di costruzione “per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”.
Il diniego opposto dall’Ente civico contiene la seguente testuale motivazione: “la partecipazione del privato al costo delle opere di urbanizzazione è dovuta allorquando l’intervento determini un incremento del peso insediativo con un’oggettiva rivalutazione dell’immobile, sicché l’onerosità del permesso di costruire è funzionale a sopportare il carico socio-economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico; la ratio che ispira la specifica esenzione, di cui all’art. 17 del D.P.R. 380/2001 ss.mm.ii., è di derivazione sociale e pertanto la nozione di edificio unifamiliare assunta dalla norma, non è nella sua accezione strutturale, ma socio-economica e coincide con la piccola proprietà immobiliare meritevole di un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologia edilizie”.
Si controverte pertanto della corretta interpretazione della norma su citata, dovendosi decidere se l’intervento progettato dal ricorrente rientri o meno nel suo alveo applicativo, avuto riguardo alla particolare consistenza del fabbricato di sua proprietà, avendo una volumetria complessiva attuale di mc. 1.338,78, distribuiti su tre livelli, in categoria A/7, 13 vani.
A tal riguardo soccorrono i principi sanciti da recente giurisprudenza (TAR Lombardia-Brescia Sez. I, Sent., 21/11/2014, n. 1280), secondo cui “il contributo di cui si ragiona è un tributo propriamente detto perché ha natura di prestazione patrimoniale imposta per ragioni di pubblica utilità - così fra le molte C.d.S. sez. V 13.03.2014 n. 2438 e, nella giurisprudenza della Sezione, sez. I 03.05.2014 n. 464; di conseguenza, le ipotesi in cui esso non è dovuto hanno natura di esenzioni tributarie, di carattere eccezionale, e quindi insuscettibile di interpretazioni estensive ed analogiche, in quanto eccezioni al principio costituzionale di capacità contributiva, come ritenuto da costante giurisprudenza della Corte costituzionale, da ultimo 20.04.2012 n. 103, e nella fattispecie in esame in modo specifico da TAR Campania-Napoli sez. VIII 09.05.2012 n. 2136.
4. Ciò posto, si deve osservare che, sempre secondo la giurisprudenza -la decisione del TAR Napoli citata, nonché TAR Campania-Salerno, sez. I, 08.01.2013 n. 25 e TAR Marche 10.05.2012 n. 310- l'esenzione in esame si giustifica come aiuto alla famiglia che, banalmente, necessiti di ulteriore spazio per la propria decorosa sistemazione abitativa…
”.
Accedendo alla doverosa interpretazione della norma secundum rationem legis occorre inferire l’estraneità della fattispecie in esame all’alveo applicativo della norma invocata, proprio in considerazione delle rilevate caratteristiche costruttive e dimensionali dell’edificio ancorché unifamiliare
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 22.06.2015 n. 1416 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2014

EDILIZIA PRIVATA: Si controverte della corretta interpretazione dell’art. 17, comma 3, lettera b), T.U. 380/2001, secondo il quale, alla lettera, “Il contributo di costruzione non é dovuto:… b) per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari…”.
Si deve decidere allora se la norma si applichi al solo caso in cui l’intervento riguardi un edificio già in origine unifamiliare, ovvero anche al caso, che ricorre nella specie, come pacifico, in cui si accorpino più unità abitative in un edificio originariamente plurifamiliare e si crei un edificio unifamiliare come risultato finale.
Secondo giurisprudenza, l’esenzione in esame si giustifica come aiuto alla famiglia che, banalmente, necessiti di ulteriore spazio per la propria decorosa sistemazione abitativa: è quindi del tutto conforme a questa logica applicarla al solo caso di ampliamento dell’unità unifamiliare esistente, e non a quello per cui è causa, di accorpamento in una di più unità preesistenti.

Si controverte della corretta interpretazione dell’art. 17, comma 3, lettera b), T.U. 380/2001, secondo il quale, alla lettera, “Il contributo di costruzione non é dovuto:… b) per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari…”. Si deve decidere allora se la norma si applichi al solo caso in cui l’intervento riguardi un edificio già in origine unifamiliare, ovvero anche al caso, che ricorre nella specie, come pacifico, in cui si accorpino più unità abitative in un edificio originariamente plurifamiliare e si crei un edificio unifamiliare come risultato finale.
In proposito, si devono richiamare i principi già condivisi da questo Tribunale nella sentenza sez. I 23.10.2014 n. 1111: il contributo di cui si ragiona è un tributo propriamente detto perché ha natura di prestazione patrimoniale imposta per ragioni di pubblica utilità – così fra le molte C.d.S. sez. V 13.03.2014 n. 2438 e, nella giurisprudenza della Sezione, sez. I 03.05.2014 n. 464; di conseguenza, le ipotesi in cui esso non è dovuto hanno natura di esenzioni tributarie, di carattere eccezionale, e quindi insuscettibile di interpretazioni estensive ed analogiche, in quanto eccezioni al principio costituzionale di capacità contributiva, come ritenuto da costante giurisprudenza della Corte costituzionale, da ultimo 20.04.2012 n. 103, e nella fattispecie in esame in modo specifico da TAR Campania Napoli sez. VIII 09.05.2012 n. 2136.
Ciò posto, si deve osservare che, sempre secondo la giurisprudenza –la decisione del TAR Napoli citata, nonché TAR Campania Salerno sez. I 08.01.2013 n. 25 e TAR Marche 10.05.2012 n. 310- l’esenzione in esame si giustifica come aiuto alla famiglia che, banalmente, necessiti di ulteriore spazio per la propria decorosa sistemazione abitativa: è quindi del tutto conforme a questa logica applicarla al solo caso di ampliamento dell’unità unifamiliare esistente, e non a quello per cui è causa, di accorpamento in una di più unità preesistenti (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 21.11.2014 n. 1280 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAVenendo al concetto di edificio unifamiliare che, ai sensi dell’art. 9 della L. 10/1977 è esente dal pagamento del contributo concessorio tra l’altro “per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento” occorre rilevare che, secondo la giurisprudenza, la disposizione è diretta a promuovere le opere di adeguamento dei manufatti alle necessità abitative del singolo nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino sostanzialmente l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne elevino (in modo apprezzabile) il valore economico.
---------------
Per quanto riguarda l’individuazione dei caratteri dell’edificio unifamiliare occorre rilevare che, secondo un primo un orientamento “per edifici "unifamiliari" in mancanza di ulteriori specificazioni, sono da intendere quelli strutturalmente destinati all'uso "abitativo" di un "solo" nucleo familiare, indipendentemente dalle dimensioni dell’edificio stesso”; altra giurisprudenza ha affermato che, ai fini dell’applicazione dell’art. 9, lett. d) cit., è legittimo individuare e circoscrivere il contenuto della nozione di “edifici unifamiliari”, ricorrendo a criteri estratti da altri complessi normativi, con l’unico limite di non stravolgere la portata della disciplina da applicare.
In merito la giurisprudenza ha evidenziato che le fattispecie di esonero dal pagamento del contributo concessorio, inclusa quella ex art. 9, lett. d), cit., sono di stretta interpretazione e che la ratio che ispira l’esenzione di cui alla lettera d), art. 9 l. 10/1977 è di derivazione sociale in quanto l’edificio unifamiliare nell’accezione socio economica assunta dalla norma coincide con la piccola proprietà immobiliare e soltanto se presenti tali caratteri tale è meritevole di un trattamento differenziato per le opere di adeguamento alle necessità abitative del nucleo familiare.
Insomma, la disposizione contenuta nell’art. 9 cit. è norma eccezionale, la cui portata in applicazione del principio costituzionale di ragionevolezza deve essere circoscritta entro parametri idonei a garantire le finalità della previsione di favore.
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Deve concludersi che non solo è legittimo individuare e circoscrivere il contenuto della nozione di “edifici unifamiliari”, ma deve anche ritenersi non manifestamente illogico o irrazionale il criterio fatto proprio dal Comune, il quale, al punto A.5 della deliberazione C.C. n. 225/1978 ha definito "edificio unifamiliare", non soggetto al pagamento del contributo concessorio, la "costruzione residenziale per uso proprio consistente in una unità abitativa abitata con continuità", e "unità abitativa" "un alloggio che abbia ... una superficie utile non superiore a 110 mq'', con l’ulteriore previsione che "le limitazioni di cui ai bagni ed alla superficie utile possono essere superate" nel "caso in cui venga dimostrato che nell'alloggio la superficie utile per abitante non è superiore a 20 mq. ...".

Passando all’esame del motivo del ricorso principale relativo alla debenza o meno dei contributi concessori, ripreso anche nel ricorso per motivi aggiunti occorre evidenziare, in via di fatto, che l’unità immobiliare in questione è composta da tre piani e che con il presente intervento il ricorrente intendeva rendere abitabile e dotare di diretto accesso al giardino il piano seminterrato.
Venendo ora al concetto di edificio unifamiliare che, ai sensi dell’art. 9 della L. 10/1977 è esente dal pagamento del contributo concessorio tra l’altro “per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento” occorre rilevare che, secondo la giurisprudenza (TAR Marche, sentenza 31/01/2007 n. 8), la disposizione è diretta a promuovere le opere di adeguamento dei manufatti alle necessità abitative del singolo nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino sostanzialmente l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne elevino (in modo apprezzabile) il valore economico.
Per quanto riguarda l’individuazione dei caratteri dell’edificio unifamiliare occorre rilevare che, secondo un primo un orientamentoper edifici "unifamiliari" in mancanza di ulteriori specificazioni, sono da intendere quelli strutturalmente destinati all'uso "abitativo" di un "solo" nucleo familiare, indipendentemente dalle dimensioni dell’edificio stesso” (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 10.08.2012 n. 1446); altra giurisprudenza ha affermato che, ai fini dell’applicazione dell’art. 9, lett. d) cit., è legittimo individuare e circoscrivere il contenuto della nozione di “edifici unifamiliari”, ricorrendo a criteri estratti da altri complessi normativi, con l’unico limite di non stravolgere la portata della disciplina da applicare (così C.d.S., Sez. II, parere n. 1402 del 24.10.1984; TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.04.2006 n. 1062).
In merito la giurisprudenza ha evidenziato che le fattispecie di esonero dal pagamento del contributo concessorio, inclusa quella ex art. 9, lett. d), cit., sono di stretta interpretazione e che la ratio che ispira l’esenzione di cui alla lettera d), art. 9 l. 10/1977 è di derivazione sociale in quanto l’edificio unifamiliare nell’accezione socio economica assunta dalla norma coincide con la piccola proprietà immobiliare e soltanto se presenti tali caratteri tale è meritevole di un trattamento differenziato per le opere di adeguamento alle necessità abitative del nucleo familiare (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 13.03.2008 n. 604).
Insomma, la disposizione contenuta nell’art. 9 cit. è norma eccezionale, la cui portata in applicazione del principio costituzionale di ragionevolezza deve essere circoscritta entro parametri idonei a garantire le finalità della previsione di favore.
Alla luce di tali considerazioni deve concludersi che non solo è legittimo individuare e circoscrivere il contenuto della nozione di “edifici unifamiliari”, ma deve anche ritenersi non manifestamente illogico o irrazionale il criterio fatto proprio dal Comune di Nerviano, il quale, al punto A.5 della deliberazione C.C. n. 225/1978 ha definito "edificio unifamiliare", non soggetto al pagamento del contributo concessorio, la "costruzione residenziale per uso proprio consistente in una unità abitativa abitata con continuità", e "unità abitativa" "un alloggio che abbia ... una superficie utile non superiore a 110 mq'', con l’ulteriore previsione che "le limitazioni di cui ai bagni ed alla superficie utile possono essere superate" nel "caso in cui venga dimostrato che nell'alloggio la superficie utile per abitante non è superiore a 20 mq. ...".
Venendo al caso in decisione, non avendo il ricorrente provato né che l’acquisizione dell’abitabilità del piano seminterrato della casa, che si aggiunge agli altri due, fosse strumentale alle esigenze del suo nucleo familiare, né l’irrazionalità del criterio adottato dal Comune, deve concludersi per l’onerosità della d.i.a. suddetta, in quanto relativa ad immobile avente superficie notevolmente superiore a quella massima consentita per l’esenzione dal contributo (TAR Lombardia-MIlano, Sez. IV, sentenza 02.07.2014 n. 1707 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2013

EDILIZIA PRIVATAE’ vero che l’art. 17 d.P.R. cit. prescrive, al comma 3, che “il contributo di costruzione non è dovuto: (…) b) per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”.
La giurisprudenza tuttavia, nell’interpretare la suddetta disposizione, ha condivisibilmente evidenziato che, nell’ipotesi di immobile destinato allo svolgimento di attività produttive, “non ricorre affatto la ratio della norma che dispone l'esonero dal relativo pagamento; beneficio che è rivolto solo a quelle situazioni in cui l'intervento edilizio non è destinato a fini di lucro, ma esclusivamente a migliorare la funzionalità e l'usabilità dell'immobile ad esclusivo vantaggio della famiglia che ci vive e delle relative esigenze abitative”.
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Per quanto concerne in particolare gli oneri di urbanizzazione, che vengono direttamente in rilievo nella presente controversia, la posizione interpretativa maggiormente seguita in giurisprudenza è quella secondo cui la relativa quota costituirebbe un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione ai benefici che la nuova costruzione ne ritrae, derivandone che il fatto da cui in concreto nasce l'obbligo di corrispondere gli "oneri" anzidetti è l'aumento del carico urbanistico.
Ebbene, è vero che l'incremento del peso insediativo può conseguire anche ad interventi di ristrutturazione senza incrementi di volumi e di superficie e senza cambiamenti della originaria destinazione d’uso: è compito dell’Amministrazione tuttavia, quale presupposto per l’esigibilità del contributo, verificare attentamente l’incidenza incrementativa delle suddette opere sul carico urbanistico preesistente e dare congrua giustificazione delle conclusioni raggiunte.
Deve invece rilevarsi che non è meritevole di accoglimento la deduzione attorea, incentrata sulla gratuità assoluta ed a priori del suddetto intervento edilizio.
L’art. 22 d.P.R. n. 380/2001 infatti, dopo aver previsto che, “in alternativa al permesso di costruire, possono essere realizzati mediante denuncia di inizio attività: a) gli interventi di ristrutturazione di cui all'articolo 10, comma 1, lettera c)” (cui è riconducibile quello oggetto di controversia), ha aggiunto (comma 5) che “gli interventi di cui al comma 3 sono soggetti al contributo di costruzione ai sensi dell'articolo 16” (il quale stabilisce, a sua volta, che “il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione, secondo le modalità indicate nel presente articolo”).
E’ vero che l’art. 17 d.P.R. cit. prescrive, al comma 3, che “il contributo di costruzione non è dovuto: (…) b) per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”: la giurisprudenza tuttavia, nell’interpretare la suddetta disposizione, ha condivisibilmente evidenziato (cfr. TAR Marche, Sez. I, 10.05.2012, n. 310) che, nell’ipotesi di immobile destinato allo svolgimento di attività produttive, “non ricorre affatto la ratio della norma che dispone l'esonero dal relativo pagamento; beneficio che è rivolto solo a quelle situazioni in cui l'intervento edilizio non è destinato a fini di lucro, ma esclusivamente a migliorare la funzionalità e l'usabilità dell'immobile ad esclusivo vantaggio della famiglia che ci vive e delle relative esigenze abitative”.
Pur con tali precisazioni, non vi è dubbio che la doverosità in astratto del contributo di costruzione non valeva, tuttavia, ad esimere l'Amministrazione dall'obbligo di verificare, nel caso concreto, la sussistenza dei presupposti per poterlo esigere, avuto riguardo alla natura e alla funzione tipica assolta da ciascuna delle sue due componenti.
Per quanto concerne in particolare gli oneri di urbanizzazione, che vengono direttamente in rilievo nella presente controversia, la posizione interpretativa maggiormente seguita in giurisprudenza è quella secondo cui la relativa quota costituirebbe un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione ai benefici che la nuova costruzione ne ritrae, derivandone che il fatto da cui in concreto nasce l'obbligo di corrispondere gli "oneri" anzidetti è l'aumento del carico urbanistico.
Ebbene, è vero che l'incremento del peso insediativo può conseguire anche ad interventi di ristrutturazione senza incrementi di volumi e di superficie e senza cambiamenti della originaria destinazione d’uso: è compito dell’Amministrazione tuttavia, quale presupposto per l’esigibilità del contributo, verificare attentamente l’incidenza incrementativa delle suddette opere sul carico urbanistico preesistente e dare congrua giustificazione delle conclusioni raggiunte (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 08.01.2013 n. 25 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATAL’art. 9 della L. 10/1977 rubricato “Cessione gratuita” statuisce al comma 1 che il contributo di cui al precedente articolo 3 non è dovuto tra l’altro “per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari” (lett. d).
Come appare evidente, l'esenzione dal pagamento dei contributi di cui si discute ha la funzione di agevolare i proprietari di alloggi unifamiliari, presumendo il legislatore che gli interventi sugli stessi non abbiano carattere di lucro, ma la sola funzione di migliorare le condizioni di abitabilità degli edifici medesimi, indipendentemente dalla loro dimensione.
La disposizione è diretta dunque a promuovere le opere di adeguamento dei manufatti alle necessità abitative del singolo nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino sostanzialmente l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne elevino (in modo apprezzabile) il valore economico.
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L’esenzione dal contributo di costruzione per il caso di interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari entro il limite di ampliamento del 20%, costituisce oggetto di una previsione di carattere eccezionale (applicabile in un ambito di stretta interpretazione ancorato ai parametri predefiniti dal legislatore): la ratio è di natura sociale ed è diretta sostanzialmente ad apprestare uno strumento di tutela e di salvaguardia alla piccola proprietà immobiliare per gli interventi funzionali all’adeguamento dell’immobile alle necessità abitative del nucleo familiare.
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Per edifici "unifamiliari" in mancanza di ulteriori specificazioni, sono da intendere quelli strutturalmente destinati all'uso "abitativo" di un "solo" nucleo familiare, indipendentemente dalle dimensioni dell’edificio stesso.

Con il motivo principale i ricorrenti si dolgono della violazione dell’art. 9, lett. f), della L. 10/1977, che esonera dal versamento del contributo gli interventi di ristrutturazione ed ampliamento degli edifici unifamiliari nella misura del 20%; a loro avviso infatti:
• la norma invocata, nell’indicare la percentuale di ampliamento, non fa riferimento né al volume né alle superfici;
• la relazione tecnica dell’Arch. Comencini dà conto dell’incremento volumetrico di 151,01 mc., inferiore al 20% dell’esistente;
• anche se si utilizza come parametro la superficie utile di calpestio ex art. 2 del DM 801/1977 l’intervento provoca un ampliamento del 19,1%;
• è stato inopinatamente creato un nuovo criterio ibrido che non trova alcun supporto normativo, facendosi riferimento alla superficie dei vani principali (con esclusione degli accessori) esistenti e di risultanza;
• non si registra alcuna variazione di destinazione d’uso all’interno di una stessa categoria.
La doglianza è priva di pregio.
L’art. 9 della L. 10/1977 rubricato “Cessione gratuita” statuisce al comma 1 che il contributo di cui al precedente articolo 3 non è dovuto tra l’altro “per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari” (lett. d). Come appare evidente, l'esenzione dal pagamento dei contributi di cui si discute ha la funzione di agevolare i proprietari di alloggi unifamiliari, presumendo il legislatore che gli interventi sugli stessi non abbiano carattere di lucro, ma la sola funzione di migliorare le condizioni di abitabilità degli edifici medesimi, indipendentemente dalla loro dimensione (Consiglio di Stato, sez. IV – 11/10/2006 n. 6065). La disposizione è diretta dunque a promuovere le opere di adeguamento dei manufatti alle necessità abitative del singolo nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino sostanzialmente l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne elevino (in modo apprezzabile) il valore economico.
In linea generale, come già accennato al par. 1.2, la partecipazione del privato al costo delle opere di urbanizzazione è dovuta allorquando l’intervento determini un incremento del peso insediativo con un’oggettiva rivalutazione dell’immobile, sicché l'onerosità del permesso di costruire è funzionale a sopportare il carico socio economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico. Alla luce di tale considerazione la giurisprudenza (cfr. TAR Campania Napoli, sez. VIII – 09/05/2012 n. 2136) ha statuito che l’esenzione dal contributo di costruzione per il caso di interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari entro il limite di ampliamento del 20%, costituisce oggetto di una previsione di carattere eccezionale (applicabile in un ambito di stretta interpretazione ancorato ai parametri predefiniti dal legislatore): la ratio è di natura sociale ed è diretta sostanzialmente ad apprestare uno strumento di tutela e di salvaguardia alla piccola proprietà immobiliare per gli interventi funzionali all’adeguamento dell’immobile alle necessità abitative del nucleo familiare.
I delineati presupposti non risultano sussistere nella fattispecie all’esame del Collegio. Dal raffronto tra stato di fatto e di progetto (cfr. doc. 6 Comune) emerge come la porzione di fabbricato effettivamente abitata sia interessata da un significativo incremento di volume (da 468,60 mc. a 747,90) e di superficie (da 111,69 mq. a 206,87), con l’intera soffitta che viene recuperata in piano abitabile con accesso autonomo dotato di 4 locali (2 camere da letto, 1 bagno e 1 guardaroba). Non è condivisibile l’impostazione dei ricorrenti laddove (per dimostrare la conformità al parametro normativo) prendono in esame il volume e la superficie dell’intero edificio, poiché lo spirito della norma (già descritto) è quello di incentivare i modesti interventi posti in essere dai nuclei unifamiliari: il carattere “unifamiliare” deve essere quindi mantenuto dopo l’ampliamento/ristrutturazione, mentre nella fattispecie è stata creata (come si evince anche dalla previsione di un accesso ad hoc) un’ulteriore autonoma unità abitativa, con conseguente mutamento della realtà strutturale e della fruibilità urbanistica dell’organismo edilizio oggetto di trasformazione.
In definitiva la disposizione invocata opera soltanto per gli edifici "unifamiliari" e, in mancanza di ulteriori specificazioni, tali sono quelli strutturalmente destinati all'uso "abitativo" di un "solo" nucleo familiare, indipendentemente dalle dimensioni dell’edificio stesso (TAR Marche – 31/01/2007 n. 8) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 10.08.2012 n. 1446 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 17, co. 3, lett. b), del d.P.R. 380/2001 stabilisce che il contributo di costruzione non è dovuto "per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”.
La norma in questione non stabilisce le caratteristiche dell’edificio unifamiliare, per cui la giurisprudenza è unanime nell'affermare che la ratio di tale disposizione è quella di favorire l'edificio unifamiliare in quanto tale ossia come immobile destinato ad un solo nucleo familiare, situazione ritenuta dal legislatore meritevole, per gli interventi di ristrutturazione, di un trattamento economico differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie.
Pertanto, per fruire dell'esenzione, stando alla lettera della norma l'immobile deve essere in toto destinato ad esclusiva residenza abitativa di un unico nucleo familiare.
La giurisprudenza ha anche precisato che, ai fini dell'esonero dall'obbligo contributivo, la destinazione ad esclusiva residenza abitativa di un solo nucleo familiare deve preesistere rispetto all'intervento di ristrutturazione, e deve permanere anche dopo tale intervento: il manufatto oggetto dell'intervento deve essere, inoltre, ante opera, unifamiliare.
La circostanza che l’immobile sia stato reso unifamiliare pressoché coevamente alla richiesta di ampliamento e ristrutturazione, e che il Comune ritiene operazione in frode alla legge, non è tale per il Collegio, in quanto ciò che rileva ai fini dell’applicazione della norma in questione non è, come ritiene il Comune intimato, che l’immobile sia nato come edificio unifamiliare quanto che lo sia al momento in cui viene richiesto il beneficio previsto dalla norma che esenta dal pagamento degli oneri concessori.

Il ricorso, come chiarito in fatto, verte sull’applicazione dell’art. 17, co. 3, lett. b), del d.P.R. 380/2001, norma che stabilisce che il contributo di costruzione non è dovuto "per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”.
La ricorrente, che si è assoggetta al pagamento degli oneri con riserva di ripetizione, assume, infatti, di trovarsi nella condizione di fatto e di diritto per beneficiare di detta norma, mentre l’amministrazione nega tale diritto ritenendo che nella specie difetterebbe il requisito /presupposto della unifamiliarità dell’edificio, posto che per tali devono intendersi gli edifici non solo funzionalmente ma anche strutturalmente unifamiliari, ossia tali ab origine e non per effetto dell’intervento programmato.
Intervento nella specie identificabile con l’operazione complessa costituita, secondo l’amministrazione, dall’artificiosa scissione di un unico titolo in due distinti e pressoché contestuali titoli edilizi.
L’edificio in questione, infatti, in origine composto da due unità abitative è stato reso dapprima unifamiliare e poi, senza soluzione di continuità, ampliato e ristrutturato, al fine di eludere la norma che regola l’onerosità del titolo edilizio.
Il Collegio non ritiene tuttavia che la tesi del Comune meriti di essere condivisa, per le ragioni che seguono.
La norma in questione, innanzitutto, non stabilisce le caratteristiche dell’edificio unifamiliare, per cui la giurisprudenza è unanime nell'affermare che la ratio di tale disposizione è quella di favorire l'edificio unifamiliare in quanto tale ossia come immobile destinato ad un solo nucleo familiare, situazione ritenuta dal legislatore meritevole, per gli interventi di ristrutturazione, di un trattamento economico differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie (Tar Lombardia, sez. II, 10.10.1996 n. 1480).
Pertanto, per fruire dell'esenzione, stando alla lettera della norma l'immobile deve essere in toto destinato ad esclusiva residenza abitativa di un unico nucleo familiare (Tar Lombardia, Brescia, 27.08.2004 n. 939).
La giurisprudenza ha anche precisato che, ai fini dell'esonero dall'obbligo contributivo, la destinazione ad esclusiva residenza abitativa di un solo nucleo familiare deve preesistere rispetto all'intervento di ristrutturazione, e deve permanere anche dopo tale intervento: il manufatto oggetto dell'intervento deve essere, inoltre, ante opera, unifamiliare (Tar Marche, 12.02.1998 n. 250).
Ebbene, nel caso di specie tali presupposti ricorrevano tutti in favore della richiedente, poiché prima dell’intervento di ampliamento e ristrutturazione l’immobile era stato reso unifamiliare in forza della d.i.a. del 22.01.2008, con cui era stata attuata l’aggregazione delle due preesistenti unità immobiliari e creato l’edificio unifamiliare destinato alla residenza della ricorrente, che all’uopo ha provveduto alle necessarie variazioni catastali e, come sopra rilevato, al contestuale trasferimento della propria residenza.
L’assunto del Comune, che tale intervento, in quanto realizzato attraverso l’artificio della scissione, pressoché contestuale, dell’unica autorizzazione edilizia in due distinti titoli edilizi, deve ritenersi elusivo della legge (nella specie dell’art. 17, comma 3, lett. b), del d.P.R. 380/2001) e quindi inidoneo ad avvalersi del relativo beneficio è destituito di giuridico fondamento.
La tesi del comune di Casciago sarebbe, infatti condivisibile se il legislatore avesse dato una definizione di edificio unifamiliare basata su elementi oggettivi (limite di superficie o di volume o di vani o di quant’altro possa definire oggettivamente il concetto di piccola proprietà, escludendo tipologie di lusso o comunque immobili di grandi dimensioni) e tale non fosse, perché eccedente detti limiti, l’immobile della ricorrente, posto che altrimenti per unifamiliare deve intendersi l’immobile catastalmente allibrato come unica unità immobiliare destinata alla residenza di un solo nucleo familiare.
Ogni altra distinzione, compresa quella della destinazione “strutturale” che il Comune intimato pretende di applicare alla fattispecie, senza spiegare quali concreti elementi l’immobile debba possedere per appartenere a tale categoria, è, infatti, non solo arbitraria ma, proprio perché indefinita nei suoi elementi costitutivi, inapplicabile a fattispecie concrete.
La circostanza che l’immobile sia stato reso unifamiliare pressoché coevamente alla richiesta di ampliamento e ristrutturazione, e che il Comune ritiene operazione in frode alla legge, non è tale per il Collegio, in quanto ciò che rileva ai fini dell’applicazione della norma in questione non è, come ritiene il Comune intimato, che l’immobile sia nato come edificio unifamiliare quanto che lo sia al momento in cui viene richiesto il beneficio previsto dalla norma che esenta dal pagamento degli oneri concessori.
E questa situazione di fatto e di diritto sussisteva, nella specie, proprio sulla base di un intervento non solo edilizio ma anche catastale e di modifica della residenza che la ricorrente aveva posto in essere prima di avviare l’intervento di cui alla d.i.a. del 22.01.2008 (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 24.07.2012 n. 2070 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa fattispecie di esonero dal contributo di costruzione contemplata dall’art. 17, terzo comma, lett. b), del d.P.R. n. 380/2001, già art. 9 della l. 28.01.1977, n. 10, trova applicazione per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari, anche ove ricadenti in zona agricola.
Il ricorso è fondato.
Il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi dall’orientamento giurisprudenziale di questo Tribunale Amministrativo, di cui alla sentenza, richiamata anche in sede cautelare, n. 854 del 05.08.2009.
Merita condivisione, in particolare, il profilo, sollevato anche con l’odierna impugnativa, della disparità di trattamento che verrebbe a determinarsi tra proprietari di edifici unifamiliari nelle zone urbane, esonerati dal pagamento degli oneri concessori, e proprietari di edifici unifamiliari in zone agricole, che, in mancanza della qualifica di imprenditore agricolo a titolo principale, sarebbero tenuti al pagamento degli oneri concessori, pur a fronte di un intervento edilizio con le medesime caratteristiche.
Deve ritenersi, pertanto, che la fattispecie di esonero dal contributo di costruzione contemplata dall’art. 17, terzo comma, lett. b), del d.P.R. n. 380/2001, già art. 9 della l. 28.01.1977, n. 10, trovi applicazione per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari, anche ove ricadenti in zona agricola (TAR Marche, sentenza 22.06.2012 n. 449 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATACirca il regime concessorio gratuito di cui all’art. 17, comma 3, lett. b), del DPR n. 380/2001, è la realtà effettiva che deve prevalere su quella cartacea attraverso cui si vorrebbe dimostrare l’esistenza dei presupposti per la gratuità dell’intervento: presupposti che non solo devono sussistere al momento di rilascio del titolo edilizio ma devono permanere anche dopo, contrariamente a quanto accaduto nel caso specifico, in cui l’avvio dell’attività produttiva di Bad & Breakfast avveniva addirittura prima della fine dei lavori.
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Anche se nell’edificio sono svolte attività produttive compatibili con la residenza, non ricorre affatto la ratio della norma che dispone l’esonero dal relativo pagamento; beneficio che è rivolto solo a quelle situazioni in cui l’intervento edilizio non è destinato a fini di lucro, ma esclusivamente a migliorare la funzionalità e l’usabilità dell’immobile ad esclusivo vantaggio della famiglia che ci vive e delle relative esigenze abitative.

1. La ricorrente propone ricorso per ottenere la restituzione del contributo concessorio a suo tempo versato per il rilascio del permesso di costruire n. 02/2003 del 09.08.2003, poiché considerato non dovuto in base all’art. 17, comma 3, lett. b), del DPR n. 380/2001, trattandosi di intervento di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edificio unifamiliare.
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3. Dai fatti sopra ricordati pare evidente, a giudizio del Collegio, che l’edificio in questione non costituisce (né mai ha costituito dopo l’acquisto da parte della ricorrente) una semplice abitazione unifamiliare, ma presenta funzionalità miste, in parte residenziali e in parte produttive (queste ultime fonti di lucro e di aumento di carico urbanistico rispetto all’edificio utilizzato per esclusive finalità residenziali di un solo nucleo familiare).
Risulta quindi irrilevante l’istanza del 03.07.2003 per la modifica del progetto assentito (al fine di ripristinare la destinazione economica originaria, cioè casa unifamiliare di civile abitazione), essendo palese che tale richiesta non corrispondeva all’effettiva realtà delle cose, ma aveva quale unico scopo quello di beneficiare del regime concessorio gratuito di cui all’art. 17, comma 3, lett. b), del DPR n. 380/2001.
La realtà effettiva deve quindi prevalere su quella cartacea attraverso cui si vorrebbe dimostrare l’esistenza dei presupposti per la gratuità dell’intervento: presupposti che non solo devono sussistere al momento di rilascio del titolo edilizio ma devono permanere anche dopo, contrariamente a quanto accaduto nel caso specifico, in cui l’avvio dell’attività produttiva di Bad & Breakfast avveniva addirittura prima della fine dei lavori.
Ciò dimostra che tali lavori di recupero non erano certamente rivolti a ripristinare la destinazione economica originaria.
Correttamente, pertanto, il Comune ha preteso il pagamento del contributo, poiché anche se nell’edificio sono svolte attività produttive compatibili con la residenza, non ricorre affatto la ratio della norma che dispone l’esonero dal relativo pagamento; beneficio che è rivolto solo a quelle situazioni in cui l’intervento edilizio non è destinato a fini di lucro, ma esclusivamente a migliorare la funzionalità e l’usabilità dell’immobile ad esclusivo vantaggio della famiglia che ci vive e delle relative esigenze abitative.
Al contrario, la destinazione mista (abitativa e produttiva) persegue anche scopi lucrativi e determina un maggiore carico urbanistico.
4. Il ricorso va quindi respinto (TAR Marche, sentenza 10.05.2012 n. 310 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALe controversie in tema di oneri di urbanizzazione e di costo di costruzione introducono un giudizio su un rapporto prescindendo dalla impugnazione di atti. Ed infatti tutte le controversie, concernenti l’an e il quantum delle somme dovute a titolo di contributo in dipendenza di norme di legge e regolamentari, attengono a diritti soggettivi azionabili nei termini di prescrizione; pertanto alcuna acquiescenza può opporsi in materia di diritti soggettivi patrimoniali, il cui versamento, ove non dovuto, è suscettibile in ogni caso di legittimare un’azione di ripetizione dell’indebito oggettivo ai sensi dell’art. 2041 cod. civ..
L’amministrazione, nella determinazione delle somme dovute a titolo di contributo non esercita poteri autoritativi discrezionali ma compie attività di mero accertamento della fattispecie in base ai parametri fissati da leggi e da regolamenti. Le relative controversie, dunque, rientrano nella categoria di quelle aventi ad oggetto atti paritetici, inerenti diritti soggettivi e non sono sottoposte ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori.
Inoltre, le controversie concernenti la determinazione, liquidazione e corresponsione degli oneri concessori già devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell'art. 16 l. 28.01.1977 n. 10, abrogato a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 104/2010, rientrano oggi nella previsione dell’art. 133, lett. f), del codice del processo amministrativo secondo cui sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, tra l'altro: "le controversie aventi ad oggetto gli atti e i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica e edilizia, concernente tutti gli aspetti dell'uso del territorio".
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La partecipazione del privato al costo delle opere di urbanizzazione è dovuta allorquando l’intervento determini un incremento del peso insediativo con un’oggettiva rivalutazione dell’immobile, sicché l’onerosità del permesso di costruire è funzionale a sopportare il carico socio economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico.
Tale principio opera ed è valevole anche per gli interventi di ristrutturazione che comportino un aumento del carico urbanistico di zona, sicché la giurisprudenza ha ravvisato l’onerosità del titolo in caso di interventi comportanti un incremento di unità abitative, oppure un incremento della superficie utile pur in assenza di aumento della cubatura, nonché per il caso di alterazione dei parametri edilizi e per quelle ristrutturazioni che mutino la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica dell’organismo edilizio oggetto di trasformazione.
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L’esenzione dal contributo di costruzione di cui all’art. 17, comma 3, lett. b, del d.p.r. n. 380/2001 per il caso di interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari entro il limite di ampliamento del 20%, costituisce oggetto di una previsione di carattere eccezionale, la cui ratio è di natura sociale ed è diretta sostanzialmente ad apprestare uno strumento di tutela e di salvaguardia della piccola proprietà immobiliare per gli interventi funzionali all’adeguamento dell’immobile alle necessità abitative del nucleo familiare. In tal caso rileva innanzitutto la destinazione unifamiliare del fabbricato nonché la natura dell’intervento edilizio quale di “ristrutturazione e di ampliamento non superiore al 20%” quale limite entro il quale è ammessa l’operatività dell’esonero in parola.
La disposizione intende evidentemente incentivare le opere atte ad adeguare le case unifamiliari alle necessità abitative del nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne trasformino il valore economico.
Trattandosi di una norma di natura eccezionale, l’applicazione della fattispecie va circoscritta in un ambito di stretta interpretazione ancorato ai parametri predefiniti dal legislatore per cui deve escludersi che la disposizione in esame possa trovare applicazione in ogni ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione a parità di volume, entro il limite di ampliamento fissato dal legislatore.
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La Corte Costituzionale ha osservato che, ai fini del riconoscimento dell’esonero dal versamento del contributo di costruzione, il concetto di ristrutturazione mal si presta a comprendere la fattispecie della demolizione accompagnata dalla ricostruzione dell'edificio sullo stesso suolo “essendo caratterizzata da elementi (territoriali e costruttivi) e da risultato che le conferiscono fisionomia autonoma e differenziata” ed ha ritenuto quindi pienamente giustificata la previsione dell'esonero limitatamente alle ipotesi di ristrutturazioni ed ampliamenti e non anche alle ipotesi di integrale ricostruzione.
Tale accezione interpretativa è stata altresì ribadita più di recente dalla giurisprudenza amministrativa che ha chiarito che la gratuità va limitata agli interventi edilizi su edifici aventi destinazione residenziale e non anche su quelli con destinazione agricola, sicché deve escludersi che la esenzione in argomento possa trovare spazio nella fattispecie in esame relativa ad un intervento di demolizione e di utilizzazione ad uso abitativo per un’unica unità immobiliare della rispettiva volumetria di due preesistenti fabbricati rurali.

Per consolidata giurisprudenza le controversie in tema di oneri di urbanizzazione e di costo di costruzione introducono un giudizio su un rapporto prescindendo dalla impugnazione di atti. Ed infatti tutte le controversie, concernenti l’an e il quantum delle somme dovute a titolo di contributo in dipendenza di norme di legge e regolamentari, attengono a diritti soggettivi azionabili nei termini di prescrizione; pertanto alcuna acquiescenza può opporsi in materia di diritti soggettivi patrimoniali, il cui versamento, ove non dovuto, è suscettibile in ogni caso di legittimare un’azione di ripetizione dell’indebito oggettivo ai sensi dell’art. 2041 cod. civ..
L’amministrazione, nella determinazione delle somme dovute a titolo di contributo non esercita poteri autoritativi discrezionali ma compie attività di mero accertamento della fattispecie in base ai parametri fissati da leggi e da regolamenti. Le relative controversie, dunque, rientrano nella categoria di quelle aventi ad oggetto atti paritetici, inerenti diritti soggettivi e non sono sottoposte ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori (Cons. St. Sez. , sez. V, 17.10.2002, n. 5678).
Inoltre, le controversie concernenti la determinazione, liquidazione e corresponsione degli oneri concessori già devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell'art. 16 l. 28.01.1977 n. 10, abrogato a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 104/2010, rientrano oggi nella previsione dell’art. 133, lett. f), del codice del processo amministrativo secondo cui sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, tra l'altro: "le controversie aventi ad oggetto gli atti e i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica e edilizia, concernente tutti gli aspetti dell'uso del territorio" (Cons. St., Sez. V, 10.07.2003 n. 4102; Cons. St., Sez. V, 19.07.2004 n. 5197).
Ciò premesso, nel presente giudizio si discute circa l’applicabilità nella fattispecie del beneficio di cui all’art. 17, comma 3, lett. b, del d.p.r. n. 380/2001 a tenore del quale il contributo di costruzione non è dovuto per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari.
Come noto, la partecipazione del privato al costo delle opere di urbanizzazione è dovuta allorquando l’intervento determini un incremento del peso insediativo con un’oggettiva rivalutazione dell’immobile, sicché l’onerosità del permesso di costruire è funzionale a sopportare il carico socio economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico (cfr. C.d. S. sez. V, 03.03.2002 n. 1180; C.d.S. sez. V. 29.04.2004 n. 2611).
Tale principio opera ed è valevole anche per gli interventi di ristrutturazione che comportino un aumento del carico urbanistico di zona, sicché la giurisprudenza ha ravvisato l’onerosità del titolo in caso di interventi comportanti un incremento di unità abitative (cfr. Tar Lombardia, Milano 21.07.2009 n. 4455), oppure un incremento della superficie utile pur in assenza di aumento della cubatura (cfr. C.d.S, sez. V, 27.08.1999 n. 999), nonché per il caso di alterazione dei parametri edilizi (cfr. Tar Piemonte, sez. I, 04.12.1997 n. 821) e per quelle ristrutturazioni che mutino la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica dell’organismo edilizio oggetto di trasformazione (cfr. Tar Emilia, Parma 19.02.2008 n. 100).
Tanto premesso occorre considerare che l’esenzione dal contributo di costruzione di cui all’art. 17, comma 3, lett. b, del d.p.r. n. 380/2001 per il caso di interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari entro il limite di ampliamento del 20%, costituisce oggetto di una previsione di carattere eccezionale, la cui ratio è di natura sociale ed è diretta sostanzialmente ad apprestare uno strumento di tutela e di salvaguardia della piccola proprietà immobiliare per gli interventi funzionali all’adeguamento dell’immobile alle necessità abitative del nucleo familiare. In tal caso rileva innanzitutto la destinazione unifamiliare del fabbricato nonché la natura dell’intervento edilizio quale di “ristrutturazione e di ampliamento non superiore al 20%” quale limite entro il quale è ammessa l’operatività dell’esonero in parola.
La disposizione intende evidentemente incentivare le opere atte ad adeguare le case unifamiliari alle necessità abitative del nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne trasformino il valore economico.
Trattandosi di una norma di natura eccezionale, l’applicazione della fattispecie va circoscritta in un ambito di stretta interpretazione ancorato ai parametri predefiniti dal legislatore per cui deve escludersi che la disposizione in esame possa trovare applicazione in ogni ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione a parità di volume, entro il limite di ampliamento fissato dal legislatore.
Nel caso in esame il permesso di costruire n. 328/2006 che si intende assoggettare a gratuità ai sensi dell’art. 17, comma 3, lett. b cit., è stato rilasciato al ricorrente M.G. dal Comune di Castelvolturno per un intervento di ristrutturazione edilizia consistente nella demolizione di due preesistenti fabbricati rurali e nella realizzazione di un unico immobile con destinazione abitativa.
Il Comune, nella memoria del 15.03.2012, ha escluso che un siffatto intervento possa rientrare nella ipotesi di gratuità invocata dal ricorrente e riferibile alle sole ristrutturazioni edilizie c.d. “leggere” ossia miranti a conservare il patrimonio edilizio esistente.
Il Comune ha infatti precisato che, come evincesi dai grafici e dalle riproduzioni fotografiche allegate in atti quali gli elaborati prodotti a sostegno della richiesta di rilascio del permesso di costruire, l’intervento è consistito in una ristrutturazione edilizia c.d. “pesante” per aver comportato la realizzazione di un organismo in tutto diverso dal precedente con conseguente incremento del carico urbanistico di zona rapportato alla sostituzione di fabbricati rurali diruti ed inutilizzati con un'unica unità immobiliare tipo “villetta” composta da piano terra e primo piano.
Ciò premesso rileva il Collegio che la disciplina invocata a sostegno del ricorso non è applicabile agli interventi di demolizione e ricostruzione di un fabbricato preesistente. In tal senso si è espressa chiaramente la Corte Costituzionale nella sentenza 26.06.1991 n. 296 pronunciata rispetto alla analoga previgente previsione di cui all'art. 9, lett. d), della legge 28.01.1977 n. 10 -di cui l’art. 17 d.p.r., comma 3, lett. b), costituisce analoga riproduzione- che esonerava dal contributo "gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al venti per cento, di edifici unifamiliari".
Ivi la Corte Costituzionale con una sentenza interpretativa di rigetto ha escluso l’illegittimità della norma, prospettata dal Tar Friuli Venezia Giulia rispetto all’art. 9 cit., nella parte in cui non comprendeva nella previsione di esenzione dal contributo per il rilascio della concessione, accanto all'ipotesi di ristrutturazione ed ampliamento nei limiti del venti per cento, anche quella della “integrale ricostruzione del fabbricato demolito”.
La Corte ha al riguardo osservato che, ai fini del riconoscimento dell’esonero in questione, il concetto di ristrutturazione mal si presta a comprendere la fattispecie della demolizione accompagnata dalla ricostruzione dell'edificio sullo stesso suolo “essendo caratterizzata da elementi (territoriali e costruttivi) e da risultato che le conferiscono fisionomia autonoma e differenziata” ed ha ritenuto quindi pienamente giustificata la previsione dell'esonero limitatamente alle ipotesi di ristrutturazioni ed ampliamenti e non anche alle ipotesi di integrale ricostruzione.
Tale accezione interpretativa è stata altresì ribadita più di recente dalla giurisprudenza amministrativa che ha chiarito che la gratuità va limitata agli interventi edilizi su edifici aventi destinazione residenziale e non anche su quelli con destinazione agricola (cfr C.d.S. 6290/2004), sicché deve escludersi che la esenzione in argomento possa trovare spazio nella fattispecie in esame relativa ad un intervento di demolizione e di utilizzazione ad uso abitativo per un’unica unità immobiliare della rispettiva volumetria di due preesistenti fabbricati rurali (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 08.05.2012 n. 2136 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Assoggettabilità di un intervento edilizio al pagamento del contributo di costruzione.
Il Comune -in riferimento ad una Comunicazione pervenuta al Suo Ufficio per l’esecuzione di opere interne, manutenzione straordinaria, impiantistica, parziale modifica alle forature esterne e finiture interne ed esterne, ecc. su di un edificio che in precedenza, con una variazione catastale e senza esecuzione di opere edilizie, è stato trasformato da bifamiliare ad unifamiliare- chiede, in considerazione di quanto stabilito dall’art. 17, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 che inserisce nei casi di permesso di costruire gratuito interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari, se “gli interventi edilizi che prevedono l’accorpamento con opere di più unità immobiliari in un unico organismo (da bifamiliare ad unifamiliare) mantenendo la stessa destinazione d’uso (residenziale) sono qualificabili come interventi di ristrutturazione edilizia e sono comunque assoggettabili agli oneri di costruzione” (Regione Marche, parere 12.09.2011 n. 210/2011).

EDILIZIA PRIVATA: Il carattere di unifamiliarità di un fabbricato a destinazione abitativa è ricavabile dalle caratteristiche architettoniche dell’edificio, in ragione del volume, della superficie, del numero e della funzione e caratteristica dei vani, in rapporto alle esigenze ed alla possibilità di utilizzo da parte di un unico nucleo familiare.
La circostanza che l’edificio non sia completamente isolato non vale ad escludere il carattere di unifamiliarità.
La nozione di edificio unifamiliare assunta dalla norma, non è nella sua accezione strutturale, ma socio economica e coincide con la piccola proprietà immobiliare meritevole, per gli interventi di ristrutturazione, di un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie.
Deve ritenersi irrilevante la comunione di talune strutture portanti o di qualche muro di confine e devono conseguentemente essere considerate unifamiliari, per tipologia obiettiva, anche le case realizzate a schiera o in blocco ma strutturalmente funzionalmente indipendenti.
Il D.P.R. 06.06.2001 n. 380, all’art. 17, disciplina la “Riduzione o esonero dal contributo di costruzione”, prevedendo, al comma 3, che “Il contributo di costruzione non è dovuto:… b) per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari;”.
La norma riprende sostanzialmente il contenuto dell’art. 9, comma 1, della legge 28.01.1977, n. 10, in relazione al quale la giurisprudenza (cfr. TAR 07.09.1999 n. 770; TAR Veneto 30.03.1996 n. 480) aveva avuto modo di chiarire che il carattere di unifamiliarità di un fabbricato a destinazione abitativa è ricavabile dalle caratteristiche architettoniche dell’edificio, in ragione del volume, della superficie, del numero e della funzione e caratteristica dei vani, in rapporto alle esigenze ed alla possibilità di utilizzo da parte di un unico nucleo familiare.
Va rilevato che la normativa regionale della Lombardia conferma l’esonero. Infatti, la L.R. 11.03.2005 n. 12 nel disciplinare, all’art. 43, le modalità di pagamento del “Contributo di costruzione”, espressamente dispone, al 2° comma, che “Il contributo di costruzione di cui al comma 1 non è dovuto, ovvero è ridotto, nei casi espressamente previsti dalla legge”, così rinviando alle previsioni della legge nazionale.
Nella fattispecie all’esame viene in rilievo la ristrutturazione, senza aumento di volumetria, di una porzione di un tipico fabbricato rurale a corte, già da tempo convertito a destinazione residenziale.
Confermando l’indirizzo già espresso al riguardo (cfr. TAR Brescia, 03.03.2006 n. 268) il Collegio ritiene che la circostanza che l’edificio non sia completamente isolato non valga ad escludere il carattere di unifamiliarità.
Invero, la norma di cui all'art. 17, comma 3, lett. b), del DPR 06.06.2001, n. 380, va riferita alle costruzioni unifamiliari che hanno destinazione residenziale, con esclusione delle unità immobiliari che siano ricomprese in più ampi edifici, quali i condomini, caratterizzati dall'esistenza di parti e servizi funzionalmente comuni, ma non richiede il completo isolamento dell'edificio.
La ratio che ispira la specifica esenzione è infatti di derivazione sociale e pertanto la nozione di edificio unifamiliare assunta dalla norma, non è nella sua accezione strutturale, ma socio economica e coincide con la piccola proprietà immobiliare meritevole, per gli interventi di ristrutturazione, di un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie (cfr. Tar Lombardia, Milano, Sez. II, 10.10.1996, n. 1480).
Deve pertanto ritenersi irrilevante la comunione di talune strutture portanti o di qualche muro di confine e devono conseguentemente essere considerate unifamiliari, per tipologia obiettiva, anche le case realizzate a schiera o in blocco ma strutturalmente funzionalmente indipendenti (cfr. Tar Lombardia, Brescia, 01.03.1995, n. 185; id. 07.09.1999, n. 770) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 13.05.2011 n. 713 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: Ristrutturazione edilizia attuata con demolizione e ricostruzione. Onerosità.
Si chiede parere in merito all’onerosità –ovvero all’eventuale gratuità– di un intervento di ristrutturazione edilizia da attuarsi mediante demolizione e ricostruzione di un fabbricato preesistente ... deve darsi conto, per completezza, dell’eccezione contenuta nell’art. 17, c. 3, lett. b), D.P.R. 380/2001, a mente del quale “il contributo non è dovuto […] per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari” (Regione Piemonte, parere n. 1/2010 - tratto da www.regione.piemonte.it).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 9, lettera d), della legge n. 10 del 1977, ha fatto generico riferimento al termine di “edifici familiari”, sicché deve ritenersi che sia consentita alla discrezionalità delle singole Amministrazioni comunali di adottare determinazioni volte a precisare e circoscrivere il termine in questione.
Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dal sig. A.T. per l ’annullamento del provvedimento del Comune di Mantova n. 8841/1999 del 25.10.1999, concernente la reiezione della richiesta di concessione edilizia gratuita.
...
Premesso e considerato in data 28.06.1999, il sig. A.T. presentava al Comune di Mantova richiesta di concessione edilizia gratuita ex art. 9, lett. d), n. 10/1977 per la ristrutturazione di fabbricato di civile abitazione.
Con provvedimento del 25.10.1999, il Dirigente dello SUIC (sportello unico per le imprese e i cittadini) respingeva l’istanza per la considerazione che “l’edificio non può essere considerato unifamiliare….perché supera ad intervento ultimato il limite fissato dalla D.C.C. n. 186/94 di 200 mq. di superficie lorda”.
Con ricorso notificato il 26.02.2000, il sig. T. ha proposto ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, chiedendo l’annullamento del summenzionato provvedimento, nonché della deliberazione consiliare del 18.11.1994 n. 186.
A suo avviso, con la l’art. 9, lett. d), della legge n. 10 del 1977, il legislatore ha esteso il beneficio della concessione gratuita ad ipotesi d’ampliamento di un edificio residenziale preesistente condizionando il beneficio al concorso di due condizioni: a) che il fabbricato sia tipologicamente destinato ad accogliere un unico nucleo familiare; b) che l’ampliamento non superi il 20%. Al di fuori di tali presupposti, non vi sarebbero limiti di sorta all’edificio unifamiliare.
L’Amministrazione ha controdedotto ai motivi di censura, concludendo per la reiezione del gravame.
Il ricorso è infondato.
Nella fattispecie in esame si è trattato di opere edilizie relative ad una corte rurale, che, all’epoca dei fatti, erano disciplinate dall’art. 38 delle N.T.U. del piano regolatore generale del Comune di Mantova.
In particolare, i commi 3 e 5 del predetto art. 38, richiamati dal provvedimento impugnato, stabilivano che i proprietari e i titolari di diritti reali, seppure non imprenditori agricoli, di corti agricole dismesse alla data del 31.12.1993 potessero eseguire opere di ristrutturazione edilizia e cambio di destinazione d’uso nonché recuperare i sottotetti per fini abitativi, ai sensi della L.R. Lombardia n. 15/1996 mediante concessione edilizia onerosa. A parte ciò v’è da considerare che l’art. 9, lettera d), della legge n. 10 del 1977, ha fatto generico riferimento al termine di “edifici familiari”, sicché deve ritenersi che sia consentita alla discrezionalità delle singole Amministrazioni comunali di adottare determinazioni volte a precisare e circoscrivere il termine in questione.
In conclusione, per le suesposte considerazioni, si esprime l’avviso che il ricorso debba essere respinto (Consiglio di Stato, Sez. III, parere 03.03.2009 n. 405 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Richiesta di parere circa l’onerosità o meno dei permessi di costruire per interventi edilizi di ristrutturazione di edifici ex rurali.
Il Comune chiede se alla luce delle disposizioni del Testo unico per l’edilizia di cui al D.P.R. n. 380/2001, un intervento di ristrutturazione edilizia di un edificio colonico unifamiliare, che ha perso tutti i requisiti di ruralità, da parte di un privato cittadino non imprenditore agricolo, sia oneroso o gratuito e se i pareri che il Servizio legislativo e affari istituzionali della Giunta regionale ha espresso sull’applicazione dell’art. 9, lett. d), della legge n. 10/1977 in data 20.06.1991, prot. n. 124, e in data 09.03.1989, prot. n. 60, dei quali allega copia, siano tuttora validi (Regione Marche, parere 27.02.2009 n. 110/2009).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATAIl contributo per il rilascio della concessione edilizia imposto dalla legge n. 10/1977 e commisurato agli oneri di urbanizzazione ha carattere generale, in quanto prescinde totalmente dall’esistenza o meno delle singole opere di urbanizzazione, ha natura di prestazione patrimoniale imposta e viene determinato senza tenere conto dell’utilità che riceve il beneficiario del provvedimento di concessione, né delle spese effettivamente necessarie per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione relative alla concessione assentita.
La ratio che ispira l’esenzione di cui alla lettera d), art. 9 l. 10/1977, è di derivazione sociale in quanto l’edificio unifamiliare nell’accezione socio economica assunta dalla norma coincide con la piccola proprietà immobiliare e come tale è meritevole di un trattamento differenziato per le opere di adeguamento alle necessità abitative del nucleo familiare.

L’art. 1 della legge n. 10/1977 ha introdotto nel nostro ordinamento il principio, di ordine generale, secondo cui “ogni attività comportante trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio partecipa agli oneri ad essa relativi”, nel senso che detto corrispettivo viene proporzionato al vantaggio patrimoniale di cui gode il concessionario, sia in relazione agli oneri che comporta la urbanizzazione sia in relazione all’utile derivante dalla misura e dalla tipologia dell’intervento di cui viene concessa la realizzazione, sicché ogni norma derogativa al suddetto principio di ordine generale va interpretata in senso restrittivo.
Or dunque è pacifico che l’art. 9 della legge n. 10/1977 (ora art. 17 del T.U. dell’edilizia) costituisce una deroga al principio generale dell’onerosità della concessione edilizia, avendo l’indicazione delle fattispecie di esonero del versamento del contributo, secondo molteplici e reiterate pronunce giurisprudenziali, carattere tassativo (cfr. CdS, sez. V, 14.10.19892, n. 987; Tar Lombardia, sez. II, 26.04.2006, n. 1062; Tar Lombardia, sez. Brescia, 28.01.2002, n. 100). Ne discende, pertanto, che le fattispecie citate nella richiamata disposizione sono di stretta interpretazione.
Tanto premesso il Collegio, ben conoscendo la sentenza del Consiglio di Stato, sez. V, n. 174 del 23.01.2004 relativa ad una fattispecie analoga a quella in esame, non ritiene che sussistano le ragioni per discostarsi dal richiamato orientamento giurisprudenziale.
Il Supremo Consesso della Giustizia amministrativa nella su citata pronuncia, partendo dall’assunto che alcuni dei casi elencati dall’art. 9 sono espressione del principio di gratuità della concessione per le opere che non comportino nessun nuovo carico urbanistico per il comune, ha ritenuto di poter applicare l’esenzione di cui all’alinea g) (“opere da realizzare in attuazione di norme o di provvedimenti emanati a seguito di pubbliche calamità”) al caso non espressamente previsto della costruzione in sostituzione di un edificio espropriato e demolito per realizzare un’opera pubblica, per un volume non maggiore del precedente e nel territorio dello stesso comune.
Tanto sul rilievo che “l’onerosità della concessione trova la propria ragion d’essere come corrispettivo delle spese che la collettività si addossa con vantaggio del concessionario, in conseguenza della concessione edilizia, e che tale presupposto manca nel caso di ricostruzione di ciò che la calamità abbia distrutto”.
L’art. 12 delle preleggi autorizza il ricorso all’analogia per colmare le lacune legislative esistenti attraverso il richiamo della disciplina giuridica dettata per un caso simile o per materie analoghe.
Il ricorso all’analogia è però ammissibile solo quando ricorra identità di ratio -quando cioè il principio che ha ispirato la norma regolatrice della fattispecie appare idoneo ad operare nello stesso modo, dati gli elementi di somiglianza tra le due fattispecie, anche per quella non regolata– ,allora il giudice applica pure a quest’ultima una norma non scritta, che desume da quella scritta (ubi eadem ratio, ibi eadem dispositio).
Tanto premesso osserva, allora, il Collegio che l’operazione di estensione analogica dell’alinea g) dell’art. 9 della legge n. 10/1977 anche alle ipotesi di ricostruzione di edificio a seguito di demolizione conseguente ad esproprio, operata dal Consiglio di Stato, non ha tenuto nel debito conto le differenze esistenti tra tale ultima ipotesi e quella della ricostruzione di un edificio a seguito della sua distruzione per calamità naturale.
L’esonero dal pagamento degli oneri di urbanizzazione nelle ipotesi di cui all’alinea g) è ispirato ai principi di solidarietà sociale ed è finalizzato ad agevolare l’esecuzione di opere da realizzare in attuazione di norme o provvedimenti emanati a seguito di pubbliche calamità dalle quali la collettività trae un’indubbia utilità e ad evitare che il soggetto che interviene per l’istituzionale attuazione del pubblico interesse corrisponda un contributo che verrebbe a gravare sulla stessa comunità che dovrebbe avvantaggiarsi dal loro pagamento.
Ben diversa appare, invece, l’ipotesi della ricostruzione di un edificio demolito a seguito di esproprio poiché in tale ultima evenienza il proprietario dell’edificio ha percepito a fronte dell’esproprio un’indennità, ovverosia una somma di denaro a titolo di ristoro patrimoniale per il sacrificio del proprio diritto. Indennità che, come affermato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, consegue a fatti che sacrificano i diritti dei singoli ma che non sono antigiuridici, in quanto autorizzati o imposti da una norma di legge per perseguire un superiore interesse pubblico.
A tale riguardo merita di essere evidenziato che la giurisprudenza costituzionale ha ripetutamente affermato che tale indennizzo non deve essere meramente simbolico, ma deve costituire un serio ristoro per il soggetto espropriato, pur senza dovere essere necessariamente commisurato al valore di mercato del bene. E la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha accettato il principio secondo cui l’indennizzo deve essere una somma ragionevolmente collegata al valore venale del bene.
L’indennità di espropriazione è determinata, dunque, sulla base delle caratteristiche del bene al momento dell’accordo di cessione o alla data dell’emanazione del decreto di esproprio.
Ne discende, quindi, che la collettività attraverso l’indennità di esproprio e, a maggior ragione attraverso il corrispettivo pattuito in sede di cessione bonaria (come nel caso di specie), ha già ristorato il proprietario del bene espropriato del sacrificio subito (in quanto il costo di costruzione e gli oneri di urbanizzazione sono voci che contribuiscono a determinare il valore venale del bene) e, conseguentemente, esonerarlo dal pagamento del contributo del costo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione, determinerebbe in capo al concessionario un ingiustificato arricchimento.
Tanto più se si considera che, secondo la consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato, il contributo per il rilascio della concessione edilizia imposto dalla legge n. 10/1977 e commisurato agli oneri di urbanizzazione ha carattere generale, in quanto prescinde totalmente dall’esistenza o meno delle singole opere di urbanizzazione, ha natura di prestazione patrimoniale imposta e viene determinato senza tenere conto dell’utilità che riceve il beneficiario del provvedimento di concessione, né delle spese effettivamente necessarie per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione relative alla concessione assentita (cfr. CdS, sez. V, 21.04.2006, n. 2258; CdS, sez. V, 06.05.1997, n. 462)
Sulla scorta delle suesposte considerazioni il Collegio non ritiene, quindi, di poter condividere l’avviso del Consiglio di Stato e di potere applicare in via analogica alla fattispecie in esame l’esenzione prevista dall’alinea g) dell’art. 9 della legge n. 10/1977, ravvisando l’unico elemento di somiglianza tra la ricostruzione a seguito di calamità naturale e quella a seguito di demolizione per esproprio nella assenza di qualsiasi volontà del proprietario dell’edificio di demolirlo e poi ricostruirlo.
La fattispecie in esame non appare, infine, sussumibile neanche sotto le ipotesi di esenzione previste dalle lettere d) (“interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”) ed e) (“modifiche interne necessarie per migliorare le condizioni igieniche o statiche delle abitazioni, nonché realizzazione dei volumi tecnici che si rendono indispensabili a seguito dell’installazione di impianti tecnologici necessari per le esigenze delle abitazioni”) del citato art. 9.
La ratio che ispira l’esenzione di cui alla lettera d) è di derivazione sociale in quanto l’edificio unifamiliare nell’accezione socio economica assunta dalla norma coincide con la piccola proprietà immobiliare e come tale è meritevole di un trattamento differenziato per le opere di adeguamento alle necessità abitative del nucleo familiare.
Per quanto concerne, invece, gli interventi elencati nella lettera e) occorre, in primis, evidenziare che si tratta di interventi per i quali non è neanche richiesta la concessione edilizia (ora permesso di costruire), essendo sufficiente la mera autorizzazione, in considerazione del fatto che consistono in modifiche interne e nell’installazione di impianti che non incidono sulla volumetria, sulle dimensioni e sulle destinazioni d’uso originarie dell’edificio già esistente (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 13.03.2008 n. 604 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 9, lett. d), della Legge 28.01.1977 n. 10, all'epoca vigente, stabiliva che il contributo per spese di urbanizzazione e costo di costruzione non era dovuto: “per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari".
Come ha già osservato la giurisprudenza amministrativa condivisa da questo Collegio, dalla disposizione in esame si possono trarre i seguenti principi:
- l'esenzione riguarda anche gli interventi di ristrutturazione, con la conseguente irrilevanza dell'eventuale modifica della destinazione d'uso di alcuni locali, se resta invariata quella complessiva dell'edificio;
- si deve trattare di un edificio "unifamiliare" e, in mancanza di ulteriori specificazioni limitative, tale è quello strutturalmente destinato all'uso "abitativo" di un "solo" nucleo familiare, indipendentemente dalle dimensioni o meno dell'edificio stesso;
- l'intervento non deve comportare ampliamento del volume complessivo dell'edificio esistente in misura superiore al 20%.

I ricorrenti, a seguito dell’approvazione di un piano di recupero, ottenevano la concessione edilizia n. 6453 prot. 957 del 26.02.1991 (e successiva concessione edilizia n. 6453 prot. 1315 del 27.07.1993 relativa a varianti al progetto originario) per il recupero di un edificio di civile abitazione.
L’art. 4 della convenzione attuativa del predetto piano di recupero, conteneva l’impegno dei proprietari a versare gli oneri di urbanizzazione e il contributo sul costo di costruzione determinato sulla base di un computo metrico estimativo.
Le predette concessioni venivano quindi rilasciate a titolo oneroso, con richiesta del pagamento di Lire 12.820.584 relativamente al contributo afferente al costo di costruzione; somma che risulta poi essere stata versata dai ricorrenti a favore dell’Amministrazione comunale.
Gli stessi ricorrenti propongono ora ricorso chiedendo l’annullamento, in parte qua, dei provvedimenti sopra indicati e la conseguente condanna del Comune alla restituzione della somma corrisposta a titolo di contributo concessorio.
Al riguardo deducono, con una prima censura, che detto contributo non avrebbe dovuto essere corrisposto in applicazione dell’art. 9, lett. d), della Legge n. 10/1977, trattandosi di intervento finalizzato al recupero di un edificio unifamiliare. Di conseguenza deve considerarsi illegittima la pretesa economica dell’Amministrazione, come altrettanto illegittimo deve considerarsi l’art. 4 della citata convenzione. In punto di fatto evidenziano che l’edificio ha mantenuto, anche dopo la ristrutturazione, la configurazione unifamiliare, senza aumenti di volume e di superfici rispetto alla struttura esistente.
...
2. Nel merito il primo profilo di doglianza è fondato.
In punto di diritto va osservato che l'art. 9, lett. d), della Legge 28.01.1977 n. 10, all'epoca vigente, stabiliva che il contributo per spese di urbanizzazione e costo di costruzione non era dovuto: “per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari".
Come ha già osservato la giurisprudenza amministrativa condivisa da questo Collegio (cfr. TAR Marche, 31.01.2007 n. 8), dalla disposizione in esame si possono trarre i seguenti principi:
- l'esenzione riguarda anche gli interventi di ristrutturazione, con la conseguente irrilevanza dell'eventuale modifica della destinazione d'uso di alcuni locali, se resta invariata quella complessiva dell'edificio;
- si deve trattare di un edificio "unifamiliare" e, in mancanza di ulteriori specificazioni limitative, tale è quello strutturalmente destinato all'uso "abitativo" di un "solo" nucleo familiare, indipendentemente dalle dimensioni o meno dell'edificio stesso;
- l'intervento non deve comportare ampliamento del volume complessivo dell'edificio esistente in misura superiore al 20%.
Esaminando le tavole progettuali e di accatastamento versate in atti, emerge chiaramente che si tratta di un edificio unifamiliare. Tale configurazione è compatibile con la presenza di alcuni piccoli vani accessori tipici del casolare rurale nel periodo in cui detto edificio venne realizzato (porticato, latrina, porcile, stalla e stallino, letamaio e cantina).
Emerge, inoltre, che l’edificio non è stato oggetto di ampliamento, ma solo di recupero edilizio mediante ristrutturazione con l’eliminazione delle superfetazioni e con modifica della destinazione d’uso dei vani accessori (di natura agricolo/residenziale) non più necessari in relazione alle moderne esigenze abitative, pur mantenendo la destinazione monofamiliare secondo i tradizionali schemi tipologici delle abitazioni rurali.
Sussistono, dunque, tutti i presupposti indicati dal citato art. 9, lett. d), della Legge n. 10/1977 per il rilascio gratuito dei titoli edilizi oggetto di ricorso (
TAR Lombardia-Brescia, sentenza 25.02.2008 n. 151 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Contributo per il rilascio dei permesso di costruire (artt. 16 e 19 del D.P.R. n. 380/2001).
Il Comune fa presente che “nell’anno 2002 è stata rilasciata la Concessione Edilizia per la realizzazione di un intervento soggetto al contributo di cui agli articoli 16 e 19 del D.P.R. n. 380/2001 e che “relativamente al costo di costruzione l’importo da pagare è stato determinato sulla base di apposita perizia giurata a firma del tecnico progettista e trasmessa dal richiedente”.
Il Comune aggiunge che “a seguito di successivi accertamenti è emersa la non corrispondenza tra le opere oggetto di Concessione Edilizia (e successive varianti) e quelle oggetto della richiamata perizia” e che “in conseguenza di ciò la parte interessata ha trasmesso nuova perizia giurata, congruente con le opere autorizzate, il cui importo è superiore a quello stimato con la perizia precedentemente trasmessa”.
Rileva che “quanto sopra comporta una maggiore quantificazione del costo di costruzione da corrispondere” al Comune e chiede pertanto se “alla maggiore somma da richiedere all’interessato a seguito dell’applicazione dell’aliquota del 10% all’importo delle opere, così come rideterminato con la nuova perizia giurata, vanno applicate le sanzioni previste dall’art. 42 del D.P.R. 380/2001” e se sul maggiore importo così determinato vanno altresì applicati “gli interessi”.
Comunica che l’orientamento del Capo Area Tecnica del Comune è il seguente: “non applicazione delle sanzioni previste all’art. 42 del D.P.R. 380/2001 in quanto gli originari importi, anche se sulla base di un’erronea perizia giurata inviata dall’interessato per il calcolo del costo di costruzione, sono stati comunque corrisposti nei termini e con le modalità indicate dall’Ente prima del rilascio della Concessione Edilizia” e “applicazione degli interessi al tasso legale sul maggiore importo calcolato per il periodo che va dal rilascio della originaria Concessione Edilizia all’attualità” (Regione Marche, parere 10.01.2008 n. 78/2008).

anno 2007

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Applicazione dell’art. 9, primo comma, lett. d), della legge 28.01.1977, n. 10 (ora art. 17, comma 3, lett. b) del D.P.R. 06.06.2001, n. 380).
Il Comune fa notare che la quinta sezione del Consiglio di Stato ha pronunciato la decisione n. 9672 del 1998 (rectius: n. 6289 dei 2004), che allega in copia, con la quale si è “dato ragione ad un comune che aveva imposto il pagamento del contributo di costruzione per un intervento di ristrutturazione su un edificio ex agricolo, unifamiliare, senza alcun incremento di unità immobiliari”.
Il Comune ritiene che l’intervento oggetto del contendere avrebbe dovuto essere esente dal contributo di costruzione, così come disposto dall’art. 17, comma 3, lett. b), del D.P.R. 06.06.2001, n. 380 (già art. 9, primo comma, lett. d), della legge 28.01.1977, n. 10).
Chiede quindi, alla luce della predetta decisione del Consiglio di Stato, “quali indirizzi intraprendere per interventi analoghi” e, “in particolare se il cambio di destinazione da ex utilizzo “agricolo” dell’immobile inteso quale vecchia abitazione del colono, ad edificio “residenziale”, determina o meno un provvedimento oneroso anche nel caso in cui l’intervento, pur prevedendo l’estensione dei locali uso abitativo anche al piano terra, mantiene un uso unifamiliare” (Regione Marche, parere 05.06.2007 n. 54/2007).

EDILIZIA PRIVATAFattispecie in materia di ristrutturazione - Esenzione dagli oneri di urbanizzazione.
La finalità dell'art. 9, l. 28.01.1977 n. 10, secondo cui il contributo per spese di urbanizzazione e costo di costruzione non è dovuto per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari, è quella di esentare dal contributo concessorio ogni intervento edilizio sugli edifici esistenti destinati all'abitazione di un solo nucleo familiare, sull'evidente presupposto che lo hanno già scontato o ne erano comunque esenti al momento della realizzazione, esonerando anche l'eventuale loro ampliamento, purché contenuto nella percentuale sopra indicata (massima tratta da www.studiospallino.it - TAR Marche, Sez. I, sentenza 31.01.2007 n. 8 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2006

EDILIZIA PRIVATA: L’esame della giurisprudenza in argomento fa ritenere che l’art. 9 della l. n. 10/1977, avendo introdotto in una certa serie di ipotesi la figura della concessione gratuita, rappresenti una deroga al principio generale dell’onerosità della concessione edilizia, tanto è vero che l’indicazione delle fattispecie di esonero dal versamento del contributo di concessione ha carattere tassativo. Pertanto, le predette fattispecie di esonero, inclusa quella ex art. 9, lett. d), cit., sono di stretta interpretazione.
Ne discende che è legittimo cercare di individuare e circoscrivere il contenuto della nozione di “edifici unifamiliari” ricorrendo, come ha fatto il Comune, a criteri estratti da altri complessi normativi, con l’unico limite di non stravolgere la portata della disciplina da applicare.
Nel caso di specie, al contrario di quanto sostenuto nel ricorso, nessun stravolgimento della portata dell’art. 9, lett. d), della l. n. 10/1977 si può ricavare dall’avere il predetto Comune fatto ricorso agli artt. 3 del D.M. n. 1444/1968 e 19 della l.r. n. 51/1975 (quest’ultimo, nella versione anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 6 della l.r. n. 1/2001), definendo quali “edifici unifamiliari” quelli la cui volumetria non superi i 100 mc. per ciascun componente del nucleo familiare, individuato attraverso l’Anagrafe comunale.
In particolare, dalle norme citate si ricava che il valore medio, sulla cui base va computata la capacità insediativa, è di 100 mc. per abitante. Sembra, quindi, ragionevole l’utilizzo di siffatto criterio anche ai fini della definizione della nozione di “edifici unifamiliari”, per il cui ampliamento entro il 20% è prevista la gratuità della concessione edilizia: ciò, in quanto, come si è già detto, il principio è quello opposto, dell’onerosità della concessione stessa, inteso come dovere di contribuire agli oneri connessi alla trasformazione del territorio, per la realizzazione di nuovi insediamenti o l’ampliamento di quelli esistenti, con il conseguente consumo metrico e volumetrico.
Sul punto, del resto, la giurisprudenza ha avuto modo di affermare l’incensurabilità, in sede di legittimità, della determinazione comunale delle caratteristiche dell’edificio unifamiliare, stabilite in relazione ad un criterio logico di abitabilità di un nucleo familiare medio, ai fini dell’applicazione dell’art. 9, lett. d), cit..

... contro il Comune di Appiano Gentile, non costituito in giudizio per l’annullamento della nota del Comune di Appiano Gentile prot. n. 1971/99 del 24.02.1999, con cui è stata respinta la richiesta di riesame ai fini dell’esonero dal contributo concessorio ex art. 9, lett. d), della l. n. 10/1977, nonché di ogni altro atto presupposto, connesso e consequenziale e per l’accertamento dell’indebita riscossione del contributo concessorio e conseguentemente per la condanna alla restituzione delle somme indebitamente versate, pari a £. 7.628.000 (€ 3.939,53), oltre gli interessi.
...
In ogni caso, anche ai fini di eventuali future ulteriori azioni giurisdizionali, occorre rilevare come la questione sollevata dalla ricorrente investa, a ben vedere, l’an debeatur, cioè la non debenza, nel caso di specie, di alcun contributo concessorio, atteso l’esonero ex art. 9, lett. d), della l. n. 10/1977, e non, invece, il quantum debeatur: poiché, dunque, viene contestata la stessa imposizione del contributo e non le modalità di calcolo, ci si trova a contestare la legittimità di un’attività non paritetica, ma autoritativa, a fronte della quale la posizione lesa è di interesse legittimo, con il corollario dell’impugnabilità dell’atto lesivo entro il termine decadenziale più sopra indicato (C.d.S., Sez. V, 27.09.2004, n. 6281).
Alle conclusioni fin qui raggiunte nemmeno può obiettarsi alcunché argomentando dal fatto che la nota comunale impugnata si pone come conferma in senso proprio e non gi à come atto meramente confermativo delle precedenti determinazioni del Comune. Ed infatti, in disparte la considerazione che la nota comunale prot. n. 1971/99 del 24.02.1999 ha la funzione di indicare alla sig.ra B. l’iter logico e normativo seguito dall’Amministrazione nel ritenere non applicabile al suo caso l’esonero dal contributo concessorio di cui all’art. 9, lett. d), della l. n. 10/1977, piuttosto che di rappresentare l’esito di un procedimento di vero e proprio riesame della fattispecie (com’è per la conferma in senso proprio: TAR Sicilia, Palermo, Sez. II, 22.06.2005, n. 1042), resta il fatto che la qualificazione della nota in discorso come conferma o atto meramente confermativo rileva ai soli fini della necessità o meno dell’impugnativa della nota medesima, ma non toglie nulla alla necessità che fossero impugnati, altresì, la “comunicazione” comunale del 13.01.1999, nonché, in parte qua, la concessione edilizia di pari data: la mancata impugnazione di tali atti rende, pertanto, il ricorso inammissibile.
In ogni caso il gravame, oltre che inammissibile, è pure infondato.
Invero, l’assunto di base della ricorrente è che la previsione dell’art. 9, comma 1, lett. d), della l. n. 10/1977 non costituisca una deroga ai principi generali in materia di concessione edilizia, ma anzi ne costituisca una diretta applicazione, giacché solo le attività comportanti trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale determinano la partecipazione del realizzatore ai relativi oneri: in base a tale regola, quindi, poiché in caso di ampliamento di edifici unifamiliari entro il 20% non si avrebbe alcuna trasformazione del territorio, del tutto logicamente la legge ha previsto l’esonero dal contributo di concessione.
Sempre secondo la ricorrente, se ne dovrebbe dedurre l’impossibilità di utilizzare ulteriori limitazioni, a pena, in caso contrario, di stravolgere significato e portata del testo normativo: nella vicenda in esame, in cui, invece, tali limitazioni ulteriori sono state utilizzate, avendo il Comune fatto ricorso al D.M. n. 1444/1968 ed all’art. 19 della l.r. n. 51/1975 per decifrare la nozione di edificio “unifamiliare”, l’operato dell’Amministrazione sarebbe stato, perciò, illegittimo.
Tuttavia, l’esame della giurisprudenza in argomento non conforta la tesi della ricorrente e anzi fa ritenere che l’art. 9 della l. n. 10/1977, avendo introdotto in una certa serie di ipotesi la figura della concessione gratuita, rappresenti, invece, una deroga al principio generale dell’onerosità della concessione edilizia, tanto è vero che l’indicazione delle fattispecie di esonero dal versamento del contributo di concessione ha carattere tassativo (C.d.S., Sez. V, 06.02.2003, n. 617). Pertanto, le predette fattispecie di esonero, inclusa quella ex art. 9, lett. d), cit., sono di stretta interpretazione.
Ne discende che è legittimo cercare di individuare e circoscrivere il contenuto della nozione di “edifici unifamiliari” ricorrendo, come ha fatto il Comune di Appiano Gentile, a criteri estratti da altri complessi normativi, con l’unico limite di non stravolgere la portata della disciplina da applicare.
Nel caso di specie, al contrario di quanto sostenuto nel ricorso, nessun stravolgimento della portata dell’art. 9, lett. d), della l. n. 10/1977 si può ricavare dall’avere il predetto Comune fatto ricorso agli artt. 3 del D.M. n. 1444/1968 e 19 della l.r. n. 51/1975 (quest’ultimo, nella versione anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 6 della l.r. n. 1/2001), definendo quali “edifici unifamiliari” quelli la cui volumetria non superi i 100 mc. per ciascun componente del nucleo familiare, individuato attraverso l’Anagrafe comunale.
In particolare, dalle norme citate si ricava che il valore medio, sulla cui base va computata la capacità insediativa, è di 100 mc. per abitante. Sembra, quindi, ragionevole l’utilizzo di siffatto criterio anche ai fini della definizione della nozione di “edifici unifamiliari”, per il cui ampliamento entro il 20% è prevista la gratuità della concessione edilizia: ciò, in quanto, come si è già detto, il principio è quello opposto, dell’onerosità della concessione stessa, inteso come dovere di contribuire agli oneri connessi alla trasformazione del territorio, per la realizzazione di nuovi insediamenti o l’ampliamento di quelli esistenti, con il conseguente consumo metrico e volumetrico.
Sul punto, del resto, la giurisprudenza ha avuto modo di affermare l’incensurabilità, in sede di legittimità, della determinazione comunale delle caratteristiche dell’edificio unifamiliare, stabilite in relazione ad un criterio logico di abitabilità di un nucleo familiare medio, ai fini dell’applicazione dell’art. 9, lett. d), cit. (così C.d.S., Sez. II, parere n. 1402 del 24.10.1984).
In definitiva, il ricorso è inammissibile e comunque infondato (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.04.2006 n. 1063 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza fa ritenere che l’art. 9 della l. n. 10/1977, avendo introdotto in una certa serie di ipotesi la figura della concessione gratuita, rappresenti, invece, una deroga al principio generale dell’onerosità della concessione edilizia, tanto è vero che l’indicazione delle fattispecie di esonero dal versamento del contributo di concessione ha carattere tassativo. Pertanto, le predette fattispecie di esonero, inclusa quella ex art. 9, lett. d), cit., sono di stretta interpretazione.
Ne discende che è legittimo cercare di individuare e circoscrivere il contenuto della nozione di “edifici unifamiliari” ricorrendo, come ha fatto il Comune di ..., a criteri estratti da altri complessi normativi, con l’unico limite di non stravolgere la portata della disciplina da applicare.
Nel caso di specie nessun stravolgimento della portata dell’art. 9, lett. d), della l. n. 10/1977 si può ricavare dall’avere il predetto Comune fatto ricorso agli artt. 3 del D.M. n. 1444/1968 e 19 della l.r. n. 51/1975 (quest’ultimo, nella versione anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 6 della l.r. n. 1/2001), definendo quali “edifici unifamiliari” quelli la cui volumetria non superi i 100 mc. per ciascun componente del nucleo familiare, individuato attraverso l’Anagrafe comunale. In particolare, dalle norme citate si ricava che il valore medio, sulla cui base va computata la capacità insediativa, è di 100 mc. per abitante.
Sembra, quindi, ragionevole l’utilizzo di siffatto criterio anche ai fini della definizione della nozione di “edifici unifamiliari”, per il cui ampliamento entro il 20% è prevista la gratuità della concessione edilizia: ciò in quanto il principio è quello opposto, dell’onerosità della concessione stessa, inteso come dovere di contribuire agli oneri connessi alla trasformazione del territorio, per la realizzazione di nuovi insediamenti o l’ampliamento di quelli esistenti, con il conseguente consumo metrico e volumetrico.
Sul punto, del resto, la giurisprudenza ha avuto modo di affermare l’incensurabilità, in sede di legittimità, della determinazione comunale delle caratteristiche dell’edificio unifamiliare, stabilite in relazione ad un criterio logico di abitabilità di un nucleo familiare medio, ai fini dell’applicazione dell’art. 9, lett. d), cit..

L’assunto di base della ricorrente è che la previsione dell’art. 9, comma 1, lett. d), della l. n. 10/1977 non costituisca una deroga ai principi generali in materia di concessione edilizia, ma anzi ne costituisca una diretta applicazione, giacché solo le attività comportanti trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale determinano la partecipazione del realizzatore ai relativi oneri: in base a tale regola, quindi, poiché in caso di ampliamento di edifici unifamiliari entro il 20% non si avrebbe alcuna trasformazione del territorio, del tutto logicamente la legge ha previsto l’esonero dal contributo di concessione.
Sempre secondo la ricorrente, se ne dovrebbe dedurre l’impossibilità di utilizzare ulteriori limitazioni, a pena, in caso contrario, di stravolgere significato e portata del testo normativo: nella vicenda in esame, in cui, invece, tali limitazioni ulteriori sono state utilizzate, avendo il Comune fatto ricorso al D.M. n. 1444/1968 ed all’art. 19 della l.r. n. 51/1975 per decifrare la nozione di edificio “unifamiliare”, l’operato dell’Amministrazione sarebbe stato, perciò, illegittimo.
Tuttavia, l’esame della giurisprudenza in argomento non conforta la tesi della ricorrente e anzi fa ritenere che l’art. 9 della l. n. 10/1977, avendo introdotto in una certa serie di ipotesi la figura della concessione gratuita, rappresenti, invece, una deroga al principio generale dell’onerosità della concessione edilizia, tanto è vero che l’indicazione delle fattispecie di esonero dal versamento del contributo di concessione ha carattere tassativo (C.d.S., Sez. V, 06.02.2003, n. 617). Pertanto, le predette fattispecie di esonero, inclusa quella ex art. 9, lett. d), cit., sono di stretta interpretazione.
Ne discende che è legittimo cercare di individuare e circoscrivere il contenuto della nozione di “edifici unifamiliari” ricorrendo, come ha fatto il Comune di Appiano Gentile, a criteri estratti da altri complessi normativi, con l’unico limite di non stravolgere la portata della disciplina da applicare.
Nel caso di specie, al contrario di quanto sostenuto nel ricorso, nessun stravolgimento della portata dell’art. 9, lett. d), della l. n. 10/1977 si può ricavare dall’avere il predetto Comune fatto ricorso agli artt. 3 del D.M. n. 1444/1968 e 19 della l.r. n. 51/1975 (quest’ultimo, nella versione anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 6 della l.r. n. 1/2001), definendo quali “edifici unifamiliari” quelli la cui volumetria non superi i 100 mc. per ciascun componente del nucleo familiare, individuato attraverso l’Anagrafe comunale.
In particolare, dalle norme citate si ricava che il valore medio, sulla cui base va computata la capacità insediativa, è di 100 mc. per abitante.
Sembra, quindi, ragionevole l’utilizzo di siffatto criterio anche ai fini della definizione della nozione di “edifici unifamiliari”, per il cui ampliamento entro il 20% è prevista la gratuità della concessione edilizia: ciò, in quanto, come si è già detto, il principio è quello opposto, dell’onerosità della concessione stessa, inteso come dovere di contribuire agli oneri connessi alla trasformazione del territorio, per la realizzazione di nuovi insediamenti o l’ampliamento di quelli esistenti, con il conseguente consumo metrico e volumetrico.
Sul punto, del resto, la giurisprudenza ha avuto modo di affermare l’incensurabilità, in sede di legittimità, della determinazione comunale delle caratteristiche dell’edificio unifamiliare, stabilite in relazione ad un criterio logico di abitabilità di un nucleo familiare medio, ai fini dell’applicazione dell’art. 9, lett. d), cit. (così C.d.S., Sez. II, parere n. 1402 del 24.10.1984) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.04.2006 n. 1062 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa norma di cui all'art. 17, comma 3, lett. b), del DPR 06.06.2001, n. 380, va riferita alle costruzioni unifamiliari che hanno destinazione residenziale, con esclusione delle unità immobiliari che siano ricomprese in più ampi edifici, quali i condomini, caratterizzati dall'esistenza di parti e servizi funzionalmente comuni. La norma, ai fini della sua applicabilità, non richiede il completo isolamento dell'edificio.
La ratio che ispira la specifica esenzione (ndr: per gli edifici unifamiliari) è infatti di derivazione sociale e pertanto la nozione di edificio unifamiliare assunta dalla norma non è nella sua accezione strutturale ma socio-economica e coincide con la piccola proprietà immobiliare meritevole, per gli interventi di ristrutturazione, di un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie.
Deve pertanto ritenersi irrilevante la comunione di talune strutture portanti o di qualche muro di confine e devono conseguentemente essere considerate unifamiliari, per tipologia obiettiva, anche le case realizzate a schiera o in blocco ma strutturalmente funzionalmente indipendenti.

Nel caso di specie l'edificio oggetto dell'intervento è una tipica casa economica che, per numero e funzione di vani, superficie e volume è costruita per il soddisfacimento delle esigenze di un solo nucleo familiare.
Il Collegio ritiene che la norma di cui all'art. 17, comma 3, lett. b), del DPR 06.06.2001, n. 380, vada riferita alle costruzioni unifamiliari che hanno destinazione residenziale, con esclusione delle unità immobiliari che siano ricomprese in più ampi edifici, quali i condomini, caratterizzati dall'esistenza di parti e servizi funzionalmente comuni.
La norma invece, ai fini della sua applicabilità, non richiede il completo isolamento dell'edificio.
La ratio che ispira la specifica esenzione (ndr: per gli edifici unifamiliari) è infatti di derivazione sociale e pertanto la nozione di edificio unifamiliare assunta dalla norma non è nella sua accezione strutturale ma socio-economica e coincide con la piccola proprietà immobiliare meritevole, per gli interventi di ristrutturazione, di un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie (cfr. Tar Lombardia, Milano, Sez. II, 10.10.1996, n. 1480).
Deve pertanto ritenersi irrilevante la comunione di talune strutture portanti o di qualche muro di confine e devono conseguentemente essere considerate unifamiliari, per tipologia obiettiva, anche le case realizzate a schiera o in blocco ma strutturalmente funzionalmente indipendenti (cfr. Tar Lombardia, Brescia, 01.03.1995, n. 185; id. 07.09.1999, n. 770).
Nel caso di specie, come risulta dalla documentazione versata in atti, in relazione alle caratteristiche dell'edificio oggetto di ristrutturazione che mantiene la destinazione residenziale ed ha in comune solo un muro di confine con un'altra unità immobiliare unifamiliare, mantenendo per il resto completa autonomia funzionale con ingressi autonomi e separati, ricorrono pertanto i presupposti per l'applicazione dell'esenzione di cui all'art. 17, comma 3, lett. b), del DPR 06.06.2001, n. 380 (TAR Lombardia-Brescia, sentenza 03.03.2006 n. 268 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2002

EDILIZIA PRIVATALa ratio che ispira la specifica esenzione del contributo di costruzione -per gli edifici unifamigliari- è di derivazione sociale: l’edificio unifamiliare, nell’accezione socio economica assunta dalla norma, coincide con la piccola proprietà immobiliare, tale da meritare per gli interventi di ristrutturazione un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie.
Si vogliono incentivare le opere atte ad adeguare le case unifamiliari alle necessità abitative del nucleo familiare, senza estendere l’esenzione ad altre tipologie di intervento che prescindano dall’entità strutturale e dalla dimensione spaziale dell’immobile comparata con il suo valore economico.

L’intervento edilizio descritto in dettaglio nella relazione tecnica allegata alla richiesta di concessione consiste: nell’accorpamento dei due appartamenti di cui è composta la villa da ristrutturare; nell’abbassamento della soletta tra il primo piano ed il rifacimento del sottotetto con il recupero abitativo dello stesso; e nell’allargamento del piano interrato; ed infine nella modifica del prospetto posteriore ivi inclusa il sistema distributivo al piano terra con la realizzazione di uno studio professionale.
E’ indiscusso pertanto che la villa originariamente a due piani, divisa in due distinti appartamenti, dopo l’intervento di ristrutturazione è stata ricondotta ad un’unica unità immobiliare.
Per tale tipologia di intervento di ristrutturazione non trova applicazione l’esenzione dai contributi di urbanizzazione prevista dall’ art. 9, lett. d), l. n. 10/1977.
Mette conto infatti rilevare che la norma espressamente subordina l’esenzione agli interventi di ristrutturazione e di ampliamento in misura non superiore al 20% di edifici unifamiliari.
Il manufatto oggetto dell’intervento deve essere, fin dall’origine, ante opera, unifamiliare.
E ciò in conformità ad una serie di concorrenti elementi univocamente convergenti con il dato letterale.
Sotto quest’ultimo profilo non va passato sotto silenzio l’orientamento giurisprudenziale consolidato che considera tassativa l’elencazione dei casi di concessione edilizia gratuita, escludendo l’applicazione di essi in via analogica (Cons. St., sez. V, 14.10.1992 n. 987; Tar Lazio, sez. Latina, 01.08.1994 n. 752; Tar Lombardia; sez. II, 05.06.1995 n. 800).
La ratio che ispira la specifica esenzione è di derivazione sociale: l’edificio unifamiliare, nell’accezione socio economica assunta dalla norma, coincide con la piccola proprietà immobiliare, tale da meritare per gli interventi di ristrutturazione un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie (cfr. Tar Lombardia Milano, sez. II, 10.10.1996 n. 1480).
Pertanto l’esenzione è strettamente connessa con gli immobili di piccole dimensioni, per l’appunto unifamiliari, che già in origine prima dell’intervento di ristrutturazione siano tali (cfr. Tar Marche 12.02.1998 n. 250).
In definitiva si vogliono incentivare le opere atte ad adeguare le case unifamiliari alle necessità abitative del nucleo familiare, senza estendere l’esenzione ad altre tipologie di intervento che prescindano dall’entità strutturale e dalla dimensione spaziale dell’immobile comparata con il suo valore economico.
Nel caso che ne occupa la villa (si vedano le planimetrie e la documentazione fotografica in atti), oltre ad essere di notevole pregio, era composta da due separate e distinte unità immobiliari, che per dimensione delle superfici occupate e caratteristiche strutturali non è assimilabile all’edificio unifamiliare preso in considerazione dalla norma (TAR Lombardia-Brescia, sentenza 28.01.2002 n. 100 - link a www.giustizia-amministrativa.it).