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dossier CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE
dicembre 2016

EDILIZIA PRIVATA: Il Sindaco, con particolare riguardo al costo di costruzione, premette che esso andrebbe adeguato in base alle determinazioni dell’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna e, nei periodi intercorrenti tra le determinazioni regionali, in base all’intervenuta variazione dei costi di costruzione accertati dall’ISTAT.
Soggiunge che il richiamato costo di costruzione per quanto riguarda il proprio comune “non è stato adeguato per gli anni 2009-2013”.
Evidenzia che copiosa giurisprudenza amministrativa ritiene illegittimo il conguaglio del costo di costruzione in quanto le relative deliberazioni (di adeguamento) vanno applicate solo a titoli rilasciati dopo la loro adozione. Sicché, rimette, conclusivamente, al parere della Sezione valutazioni circa la possibilità per il Comune di deliberare, a distanza di diversi anni, l’adeguamento del costo di costruzione ovvero circa la possibilità che tale determinazione risulti illegittima.
Ebbene, la Corte dei Conti non solo (giustamente) non risponde ma, nel contempo, dispone che
copia della presente deliberazione sia trasmessa, per le valutazioni di competenza, alla Procura regionale della Corte dei conti per la Regione Emilia Romagna in relazione a quanto rappresentato circa i mancati adeguamenti del costo di costruzione nel periodo 2009-2013.
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FATTO
Il Sindaco del Comune di Camugnano (Bo) ha inoltrato a questa Sezione una richiesta di parere riguardante il “contributo di costruzione”, una locuzione che, in punto di regolazione dei permessi per costruire, sintetizza l’obbligo di corresponsione di cifre sia per il cosiddetto “costo di costruzione” che per gli “oneri di urbanizzazione”, entrambi disciplinati dall’art. 16 del DPR del 06.06.2001, n. 380 e dall’art. 31 della Legge Regionale 30.07.2013, nr. 15.
Il richiedente, con particolare riguardo al costo di costruzione, parafrasando i contenuti della citata normativa, premette che esso andrebbe adeguato in base alle determinazioni dell’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna e, nei periodi intercorrenti tra le determinazioni regionali, in base all’intervenuta variazione dei costi di costruzione accertati dall’ISTAT; soggiunge che il richiamato costo di costruzione per quanto riguarda il Comune di Camugnano “non è stato adeguato per gli anni 2009-2013; evidenzia che copiosa giurisprudenza amministrativa ritiene illegittimo il conguaglio del costo di costruzione in quanto le relative deliberazioni (di adeguamento) vanno applicate solo a titoli rilasciati dopo la loro adozione (ex multis Consiglio di Stato n. 1504 del 19.03.2015); rimette, conclusivamente, al parere della Sezione valutazioni circa la possibilità per il Comune di deliberare, a distanza di diversi anni, l’adeguamento del costo di costruzione ovvero circa la possibilità che tale determinazione risulti illegittima, alla stregua della giurisprudenza richiamata.
DIRITTO
1. L’articolo 7, comma 8, della legge n. 131 del 2003 -disposizione che costituisce il fondamento normativo della funzione consultiva intestata alle Sezioni regionali di controllo della Corte dei conti- attribuisce alle Regioni e, tramite il Consiglio delle Autonomie locali, se istituito, anche ai Comuni, Province e Città metropolitane la facoltà di richiedere alla Corte dei Conti pareri in materia di contabilità pubblica.
Preliminarmente, la Sezione è chiamata a verificare i profili di ammissibilità soggettiva (legittimazione dell’organo richiedente) e oggettiva (attinenza del quesito alla materia della contabilità pubblica, generalità ed astrattezza del quesito proposto, mancanza di interferenza con altre funzioni svolte dalla magistratura contabile o con giudizi pendenti presso la magistratura civile o amministrativa).
2. In relazione al primo profilo,
si ritiene che la richiesta di parere sia ammissibile, in quanto proveniente dall’organo rappresentativo dell’Ente, il Sindaco.
3. Con riferimento alla verifica del profilo oggettivo, occorre anzitutto evidenziare che la disposizione contenuta nel comma 8 dell’art. 7 della legge 131 del 2003, deve essere raccordata con il precedente comma 7, norma che attribuisce alla Corte dei conti la funzione di verificare il rispetto degli equilibri di bilancio, il perseguimento degli obiettivi posti da leggi statali e regionali di principio e di programma, la sana gestione finanziaria degli enti locali.
Il raccordo tra le due disposizioni opera nel senso che il comma 8 prevede forme di collaborazione ulteriori rispetto a quelle del precedente comma rese esplicite, in particolare, Sull’esatta individuazione di tale locuzione e, dunque, sull’ambito di estensione della funzione consultiva intestata alle Sezioni di regionali di controllo della Corte dei conti, che non può essere intesa quale una funzione di carattere generale, sono intervenute sia le Sezioni riunite sia la Sezione delle autonomie con pronunce di orientamento generale, rispettivamente, ai sensi dell’articolo 17, comma 31, d.l. n. 78/2009 e dell’articolo 6, comma 4, d.l. n. 174/2012.
Con deliberazione 17.11.2010, n. 54, le Sezioni riunite hanno chiarito che la nozione di contabilità pubblica comprende, oltre alle questioni tradizionalmente ad essa riconducibili (sistema di principi e norme che regolano l’attività finanziaria e patrimoniale dello Stato e degli enti pubblici), anche i “quesiti che risultino connessi alle modalità di utilizzo delle risorse pubbliche nel quadro di specifici obiettivi di contenimento della spesa sanciti da principi di coordinamento della finanza pubblica (….), contenuti nelle leggi finanziarie, in grado di ripercuotersi direttamente sulla sana gestione finanziaria dell’Ente e sui pertinenti equilibri di bilancio”.
Di recente, la Sezione delle autonomie, con la deliberazione n. 3/2014/SEZAUT, ha operato ulteriori ed importanti precisazioni rilevando come, pur costituendo la materia della contabilità pubblica una categoria concettuale estremamente ampia, i criteri utilizzabili per valutare oggettivamente ammissibile una richiesta di parere possono essere, oltre “all’eventuale riflesso finanziario di un atto sul bilancio dell’ente” (criterio in sé riduttivo ed insufficiente), anche l’attinenza del quesito proposto ad “una competenza tipica della Corte dei conti in sede di controllo sulle autonomie territoriali”.
E’ stato, altresì, ribadito come “materie estranee, nel loro nucleo originario alla contabilità pubblica –in una visione dinamica dell’accezione che sposta l’angolo visuale dal tradizionale contesto della gestione del bilancio a quello inerente ai relativi equilibri– possono ritenersi ad essa riconducibili, per effetto della particolare considerazione riservata dal Legislatore, nell’ambito della funzione di coordinamento della finanza pubblica”: solo in tale particolare evenienza, una materia comunemente afferente alla gestione amministrativa può venire in rilievo sotto il profilo della contabilità pubblica.
Al contrario, la presenza di pronunce di organi giurisdizionali di diversi ordini, la possibile interferenza con funzioni requirenti e giurisdizionali delle sezioni giurisdizionali della Corte dei conti o di altra magistratura, nonché il rischio di un inserimento nei processi decisionali degli enti territoriali, che ricorre quando le istanze consultive non hanno carattere generale e astratto, precludono alle sezioni regionali di controllo la possibilità di pronunciarsi nel merito.
Sulla base di quanto appena sopra evidenziato,
la richiesta di parere dev’essere considerata oggettivamente inammissibile, per le ragioni di seguito esposte.
A questo punto, preliminarmente, è indispensabile un breve excursus delle norme in materia edificatoria riguardanti la specifica questione.
Superando in parte la legge 28.01.1977, n. 10 sull’edificabilità dei suoli, il d.P.R. 06.06.2001, n. 380 – “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia”, per quel che qui occupa, all’art. 16 ha raccolto le disposizioni sul “contributo per il rilascio del permesso di costruire” e segnatamente:
- “Salvo quanto disposto dall'articolo 17, comma 3, il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione, secondo le modalità indicate nel presente articolo” (comma 1);
- “La quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all'atto del rilascio, è corrisposta in corso d'opera, con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, non oltre sessanta giorni dalla ultimazione della costruzione” (comma 3);
- “Il costo di costruzione per i nuovi edifici è determinato periodicamente dalle regioni con riferimento ai costi massimi ammissibili per l'edilizia agevolata…………..Nei periodi intercorrenti tra le determinazioni regionali, ovvero in eventuale assenza di tali determinazioni, il costo di costruzione è adeguato annualmente, ed autonomamente, in ragione dell'intervenuta variazione dei costi di costruzione accertata dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT)" (comma 9).
Inoltre va osservato che, prima dell’entrata in vigore della legge regionale Emilia Romagna n. 15 del 30.07.2013 recante “Semplificazione della disciplina edilizia” rilevava -ed ai fini di specie continua a rilevare- la precedente legge regionale, la L. n. 31 del 25.11.2002, n. 31 recante “Disciplina generale dell’edilizia”.
Questa, all’art. 27 (“Contributo di costruzione”) disponeva che: “…………il proprietario dell'immobile o colui che ha titolo per chiedere il rilascio del permesso o per presentare la denuncia di inizio attività è tenuto a corrispondere un contributo commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione” (comma 1); “Il contributo di costruzione è quantificato dal Comune per gli interventi da realizzare attraverso il permesso di costruire ovvero dall'interessato per quelli da realizzare con denuncia di inizio attività” (comma 2); “La quota di contributo relativa al costo di costruzione è corrisposta in corso d'opera, secondo le modalità e le garanzie stabilite dal Comune” (comma 4).
Al successivo art. 29, la stessa legge regionale prevedeva che “Il costo di costruzione per i nuovi edifici è determinato almeno ogni cinque anni dal Consiglio regionale con riferimento ai costi parametrici per l'edilizia agevolata" (comma 1) ... e “Nei periodi intercorrenti tra le determinazioni regionali, il costo di costruzione è adeguato annualmente dai Comuni, in ragione dell'intervenuta variazione dei costi di costruzione accertata dall'Istituto nazionale di statistica” (comma 3).
Tutto ciò premesso e circostanziato, va rilevato che
nel caso concretamente sottoposto al parere della Sezione, la funzione consultiva viene esplicitamente rivolta ad un quesito in materia di contributo per i costi di costruzione che, in disparte dal particolare che ricade nella specifica materia para-tributaria e non direttamente in quella contabile, implica una anticipata valutazione di legittimità riguardo futuri comportamenti amministrativi (per il caso fossero oggetto di successive iniziative legali, anche in sede di giurisdizione amministrativa) e richiede altresì soluzioni che potrebbero interferire con successive pronunce giurisdizionali.
In conclusione
il quesito formulato ipotizza una ben definita attività gestionale (dunque non pone una questione né generale né astratta) come risulta quella di assoggettare ora per allora, cioè retroattivamente ed attraverso conguaglio, i titolari dei permessi di costruire ad un (tardivo) adeguamento del costo di costruzione; tale ipotesi, da un lato, poggia su premesse di diritto dichiaratamente controvertibili, tali da aver effettivamente suscitato, in casi analoghi, contenzioso per l’annullamento dei relativi provvedimenti nel solco di ripetute ed univoche pronunce di accoglimento dei relativi ricorsi dal Consiglio di Stato (ad es. sentenze Sez. IV, n. 3009 e 3010 del 12.05.2014) e, dall’altro, manifesta per tabulas, quale suo logico presupposto, una precisa fattispecie caratterizzata da inadempimento, quella del mancato adeguamento annuale dei costi di costruzione, anch’essa oggetto di diverse pronunce di responsabilità per danno erariale da parte della Corte dei Conti (ad es. Sezione giurisdizionale per la Regione Marche, sentenza 24.10.2014 n. 101; Sezione giurisdizionale per la Regione Emilia Romagna, sent. n. 265 del 31.05.2014; Sezione giurisdizionale per la regione Puglia, sentenza 29.06.2016 n. 224).
Ne consegue l’impossibilità, per la Sezione, di entrare nel merito del quesito.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile la richiesta di parere del Comune di Camugnano (BO).
DISPONE
- che, a cura della Segreteria di questa Sezione regionale di controllo, copia della presente deliberazione sia trasmessa -mediante posta elettronica certificata– al Sindaco di Camugnano e al Presidente del Consiglio delle autonomie locali della Regione Emilia-Romagna;
-
che copia della presente deliberazione sia trasmessa, per le valutazioni di competenza, alla Procura regionale della Corte dei conti per la Regione Emilia Romagna in relazione a quanto rappresentato circa i mancati adeguamenti del costo di costruzione nel periodo 2009-2013 (Corte dei Conti, Sez. controllo Emilia Romagna, parere 19.12.2016 n. 141).

aprile 2016

EDILIZIA PRIVATA: OSSERVATORIO VIMINALE/ Oneri, decide il consiglio. Contributi urbanistici, assemblea competente. Non conta la natura effettiva (patrimoniale o tributaria) della prestazione.
È il consiglio comunale o la giunta l'organo competente alla determinazione/adeguamento degli oneri di urbanizzazione?

L'art. 42 del decreto legislativo n. 267/2000 stabilisce che il consiglio è l'organo di indirizzo e controllo politico-amministrativo, a cui sono attribuite una serie di competenze elencate in dettaglio nella stessa disposizione normativa.
In particolare, la lettera b) prevede in linea generale la competenza del consiglio in materia di programmi, bilanci, piani territoriali e urbanistici ecc., mentre la lett. f) assegna a tale organo competenze in materia di istituzione e ordinamento dei tributi, con esclusione della determinazione delle relative aliquote e la disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei beni e dei servizi.
La giunta comunale, a cui sono assegnate funzioni di tipo esecutivo-attuativo, in base al successivo art. 48, comma 2, compie tutti gli atti rientranti ai sensi dell'articolo 107, commi 1 e 2, nelle funzioni degli organi di governo, che non siano riservati dalla legge al consiglio e che non ricadano nelle competenze, previste dalle leggi o dallo statuto, del sindaco o degli organi di decentramento; collabora con il sindaco nell'attuazione degli indirizzi generali del consiglio; riferisce annualmente al consiglio sulla propria attività e svolge attività propositive e di impulso nei confronti dello stesso.
In merito alla fattispecie in esame, il dpr 06.06.2001, n. 380, all'art. 16, comma 4, prevede espressamente che l'incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base alle tabelle parametriche che la regione definisce per classi di comuni in relazione a una serie di parametri ivi indicati.
Il comma 5 del citato art. 16 stabilisce, altresì, che nel caso di mancata definizione delle tabelle parametriche da parte della regione e fino alla definizione delle tabelle stesse, i comuni provvedono, in via provvisoria, sempre con deliberazione del consiglio comunale secondo i parametri di cui al comma 4, fermo restando quanto previsto dal comma 4-bis. Appare pacifico, dunque, che la competenza a determinare gli oneri di urbanizzazione ricada esclusivamente sul consiglio comunale.
Riguardo agli aggiornamenti degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, il comma 6 del medesimo art. 16 del dpr 06.06.2001, n. 380, si limita a stabilire che i «comuni» provvedono ogni cinque anni, in conformità alle relative disposizioni regionali, in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale. Il Consiglio di Stato con sentenza n. 7140/05 del 15.12.2005 ha affermato che «il contributo per il rilascio del permesso di costruire imposto dall'art. 16 del dpr 06.06.2001, n. 380 e commisurato agli oneri di urbanizzazione, ha carattere generale perché prescinde totalmente dall'esistenza o meno delle singole opere di urbanizzazione e ha natura di prestazione patrimoniale imposta». Lo stesso Consesso ha citato altresì, per la natura tributaria di tale prestazione, la decisione del Consiglio di giustizia amministrativa per la regione Siciliana 05.05.1999, n. 203.
Pertanto, benché la giurisprudenza non risulti sempre univoca nell'individuare l'organo a cui compete l'adozione della deliberazione di adeguamento degli oneri urbanistici, indipendentemente dalla effettiva natura della prestazione (patrimoniale o tributaria) la competenza non può non essere ricondotta al consiglio comunale. Infatti, l'articolo 42 del Tuel affida al consiglio la competenza in ordine a tributi e tariffe ed esercita l'ipotetica discrezionalità, laddove venga riconosciuta dalla legge, che non può essere demandata a un organo esecutivo quale la giunta.
Nel caso specifico, la competenza all'aggiornamento degli oneri di urbanizzazione dovrebbe, comunque, essere ricondotta al consiglio anche per coerenza sistematica alle varie disposizioni contenute nell'articolo 16 del dpr n. 380/2001 che al comma 4 e al comma 5 affidano al consiglio comunale il compito di determinarne l'incidenza (articolo ItaliaOggi del 22.04.2016).

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 16 del D.P.R. n. 380/2001 stabilisce, al primo comma, che il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione.
Presupposto per la debenza del costo di costruzione è che l’intervento rientri nell’ambito di quelli per i quali l’art. 10 del medesimo del D.P.R. n. 380/2001 prevede il titolo abilitativo del permesso di costruire.
In tal senso deve essere interpretato anche il comma 10, dell’art. 16 del D.P.R. n. 380/2001, secondo il quale “nel caso di interventi su edifici esistenti il costo di costruzione è determinato in relazione al costo degli interventi stessi, così come individuati dal comune in base ai progetti presentati per ottenere il permesso di costruire. Al fine di incentivare il recupero del patrimonio edilizio esistente, per gli interventi di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d), i Comuni hanno comunque la facoltà di deliberare che i costi di costruzione ad essi relativi siano inferiori ai valori determinati per le nuove costruzioni”.
Questo comma rileva l’esistenza di interventi di ristrutturazione edilizia soggetti al pagamento dell’onere, ma deve essere interpretato nel senso che, in caso di interventi di ristrutturazione, il costo di costruzione è dovuto solo qualora le opere medesime richiedano il titolo abilitativo del permesso di costruire in conformità a quanto previsto dall’art. 10, comma 1, lett. c) del D.P.R. n. 380/2001, ovverosia per quelle opere di ristrutturazione che “che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42”; mentre il costo di costruzione non deve essere corrisposto per gli interventi di ristrutturazione realizzabili con d.i.a..
Significativi dell’esattezza di tale interpretazione si rivelano il comma 5 dell’art. 22 del D.P.R. n. 380/2001, che assoggetta al pagamento del costo di costruzione gli interventi effettuati con d.i.a. solo nel caso in cui questa sia sostitutiva del permesso di costruire nelle ipotesi previste nel comma 3, tra le quali si trova l’ipotesi degli interventi di ristrutturazione assoggettati al regime del permesso di costruire ai sensi del già indicato art. 10, comma 1, lettera c), D.P.R. n. 380/2001.
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La giurisprudenza ha precisato che per le opere di ristrutturazione edilizia (soggette al regime del permesso di costruire), il pagamento degli concessori è dovuto solo nel caso in cui l'intervento abbia determinato un aumento del carico urbanistico.
E’ stato ancora precisato che, ai fini della corresponsione o meno degli oneri d'urbanizzazione in caso di intervento su un fabbricato già autorizzato, l'unico legittimo presupposto dell’imposizione è costituito dalla sussistenza o meno dell'eventuale maggiore carico urbanistico, dovendosi considerare illegittima la richiesta del pagamento di tali maggiori oneri se non si verifica la variazione del carico urbanistico.
Il fondamento del contributo di urbanizzazione, invero, non consiste nel titolo edilizio in sé, ma nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare su quanti beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime, secondo modalità eque per la comunità.
Anche nel caso di modificazione della destinazione d'uso, cui si correli un maggiore carico urbanistico, è integrato il presupposto che giustifica l'imposizione del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa; il mutamento, pertanto, è rilevante quando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici.
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Le modifiche della disposizione interna degli ambienti, il rifacimento di pavimenti e controsoffitti, così come l’adeguamento o la realizzazione di impianti igienico-sanitari privati, idraulici o elettrici, non comportano la necessità del permesso di costruire, mancando la configurazione di un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente con “modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti” o “mutamenti della destinazione d'uso” (peraltro rilevanti solo se relativi a immobili compresi nelle zone omogenee A) o “modificazioni della sagoma” (peraltro solo sugli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42).
Anzi le opere poste in essere appaiono addirittura rientrare nell’ambito della manutenzione straordinaria di cui art. 3, comma 1, lett. b), del D.P.R. n. 380/2001.
Gli interventi effettuati, inoltre, per la loro natura non hanno comportato alcuna variazione del carico urbanistico, né tale aspetto è stato sollevato dal Comune, trattandosi di mere opere di rifacimento interno, senza cambi di destinazione.
Gli oneri concessori richiesti non risultavano, pertanto dovuti, per due ragioni, ciascuna delle quali autonomamente sufficiente; ovverosia perché le opere poste in essere non rientrano nel regime abilitativo del permesso di costruire e in quanto le stesse non hanno comportato l’aumento del carico urbanistico.
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... per l'accertamento del diritto della ricorrente alla restituzione degli importi versati al Comune di Marcianise a titolo di costo di costruzione in relazione a taluni interventi edilizi eseguiti presso il Centro Commerciale Campania;
...
1) In primo luogo il Collegio intende puntualizzare di trovarsi in una ipotesi di giurisdizione esclusiva, vertendosi in materia di diritti soggettivi, in quanto l'art. 133, lett. f), del c.p.a. devolve al giudice amministrativo "le controversie aventi ad oggetto gli atti ed i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica ed edilizia".
La qualificazione in termini di diritto soggettivo delle situazioni giuridiche qui coinvolte, deriva dalla circostanza che, pur in presenza di contestazione circa la quantificazione o la debenza degli oneri connessi al permesso di costruire, ci si limita a censurare la misura del contributo imposto, non l'esercizio del potere al rilascio del titolo edilizio (Cons. Stato, Sez. IV, 29.10.2015, n. 4950).
2) In secondo luogo, il Collegio rileva l’infondatezza dell’eccezione di carenza di legittimazione attiva sollevata dal Comune, e fondata sull’assunto della mancata dimostrazione della parte ricorrente di essere titolare dell’immobile in questione; eccezione, peraltro, formulata in modo del tutto generico.
La società ricorrente, infatti, seppure non ha versato in atti formale documentazione attestante la sua proprietà dell’immobile, ha comprovato (né la circostanza è stata specificamente contestata) di aver essa presentato le C.I.L. per l’effettuazione dei lavori in questione; e in virtù di tale circostanza di essere stata tenuta al pagamento degli oneri di costruzione: ma è appunto tale situazione ad essere, allora, sufficiente a radicare la sua legittimazione attiva all’azione e il suo interesse a ricorrere.
3) Nel merito il ricorso si palesa fondato.
L’art. 16 del D.P.R. n. 380/2001 stabilisce, al primo comma, che il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione.
Presupposto per la debenza del costo di costruzione è che l’intervento rientri nell’ambito di quelli per i quali l’art. 10 del medesimo del D.P.R. n. 380/2001 prevede il titolo abilitativo del permesso di costruire.
In tal senso deve essere interpretato anche il comma 10, dell’art. 16 del D.P.R. n. 380/2001, secondo il quale “nel caso di interventi su edifici esistenti il costo di costruzione è determinato in relazione al costo degli interventi stessi, così come individuati dal comune in base ai progetti presentati per ottenere il permesso di costruire. Al fine di incentivare il recupero del patrimonio edilizio esistente, per gli interventi di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d), i Comuni hanno comunque la facoltà di deliberare che i costi di costruzione ad essi relativi siano inferiori ai valori determinati per le nuove costruzioni”.
Questo comma rileva l’esistenza di interventi di ristrutturazione edilizia soggetti al pagamento dell’onere, ma deve essere interpretato nel senso che, in caso di interventi di ristrutturazione, il costo di costruzione è dovuto solo qualora le opere medesime richiedano il titolo abilitativo del permesso di costruire in conformità a quanto previsto dall’art. 10, comma 1, lett. c) del D.P.R. n. 380/2001, ovverosia per quelle opere di ristrutturazione che “che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42”; mentre il costo di costruzione non deve essere corrisposto per gli interventi di ristrutturazione realizzabili con d.i.a..
Significativi dell’esattezza di tale interpretazione si rivelano il comma 5 dell’art. 22 del D.P.R. n. 380/2001, che assoggetta al pagamento del costo di costruzione gli interventi effettuati con d.i.a. solo nel caso in cui questa sia sostitutiva del permesso di costruire nelle ipotesi previste nel comma 3, tra le quali si trova l’ipotesi degli interventi di ristrutturazione assoggettati al regime del permesso di costruire ai sensi del già indicato art. 10, comma 1, lettera c), D.P.R. n. 380/2001.
3.1) Inoltre, la giurisprudenza ha precisato che per le opere di ristrutturazione edilizia (soggette al regime del permesso di costruire), il pagamento degli concessori è dovuto solo nel caso in cui l'intervento abbia determinato un aumento del carico urbanistico (Cons. Stato Sez. IV, 29.10.2015, n. 4950; Cons. di Stato, Sez. IV, 29.04.2004, n. 2611).
E’ stato ancora precisato che, ai fini della corresponsione o meno degli oneri d'urbanizzazione in caso di intervento su un fabbricato già autorizzato, l'unico legittimo presupposto dell’imposizione è costituito dalla sussistenza o meno dell'eventuale maggiore carico urbanistico, dovendosi considerare illegittima la richiesta del pagamento di tali maggiori oneri se non si verifica la variazione del carico urbanistico (Cons. Stato Sez. V, 16.06.2009, n. 3847; Cons. Stato, Sez. IV 29.04.2004 n. 2611; Cons. Stato, Sez. V, 15.09.1997, n. 959, Cons. Stato, Sez. V, 21.01.1992, n. 61 e 27.01.1990 n. 693).
Il fondamento del contributo di urbanizzazione, invero, non consiste nel titolo edilizio in sé, ma nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare su quanti beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime, secondo modalità eque per la comunità.
Anche nel caso di modificazione della destinazione d'uso, cui si correli un maggiore carico urbanistico, è integrato il presupposto che giustifica l'imposizione del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa; il mutamento, pertanto, è rilevante quando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici (Cons. Stato Sez. V, 30.08.2013, n. 4326; Consiglio Stato, sez. IV, 28.07.2005, n. 4014).
3.2) Nel caso specie, gli interventi di cui si discute, anche a voler ammettere, come sostiene il Comune, che potessero rientrare nelle opere di ristrutturazione, non sarebbero comunque da ricomprendere tra quegli interventi che, ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera c), D.P.R. n. 380/2001, richiedevano il permesso di costruire o, in alternativa, la d.i.a. cosiddetta sostitutiva.
Le modifiche della disposizione interna degli ambienti, il rifacimento di pavimenti e controsoffitti, così come l’adeguamento o la realizzazione di impianti igienico-sanitari privati, idraulici o elettrici, non comportano infatti, come previsto da quest’ultimo articolo, la necessità del permesso di costruire, mancando la configurazione di un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente con “modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti” o “mutamenti della destinazione d'uso” (peraltro rilevanti solo se relativi a immobili compresi nelle zone omogenee A) o “modificazioni della sagoma” (peraltro solo sugli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42).
Anzi le opere poste in essere appaiono addirittura rientrare nell’ambito della manutenzione straordinaria di cui art. 3, comma 1, lett. b), del D.P.R. n. 380/2001.
La riprova della circostanza che gli interventi in questione non necessitassero del permesso di costruire, per essere invece soggetti al regime delle comunicazioni effettuate dalla ricorrente, è, per vero, nello stesso comportamento del Comune, atteso che, in caso contrario, avrebbe dovuto contestare alla medesima parte ricorrente la necessità del titolo abilitativo concessorio per la realizzazione degli interventi e non limitarsi a richiedere gli oneri concessori.
Gli interventi effettuati, inoltre, per la loro natura non hanno comportato alcuna variazione del carico urbanistico, né tale aspetto è stato sollevato dal Comune, trattandosi di mere opere di rifacimento interno, senza cambi di destinazione.
Gli oneri concessori richiesti non risultavano, pertanto dovuti, per due ragioni, ciascuna delle quali autonomamente sufficiente; ovverosia perché le opere poste in essere non rientrano nel regime abilitativo del permesso di costruire e in quanto le stesse non hanno comportato l’aumento del carico urbanistico.
3.3) Per quanto indicato, quindi, il ricorso va accolto, e, conformemente alla domanda formulata in giudizio, va dichiarato che gli oneri in questione non risultano dovuti, e, pertanto, qualora siano stati effettivamente versati, gli stessi andranno restituiti dal Comune alla parte ricorrente.
A quest’ultimo riguardo, infatti, pur essendo state allegate agli atti le disposizioni date agli istituti bancari in merito al pagamento, non è allegata agli atti la prova dell’avvenuta successiva effettiva corresponsione, per cui, a fronte della pur generica contestazione della circostanza da parte del Comune, il Collegio allo stato, non può disporne la restituzione.
Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta al Collegio, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante, ex plurimis, per le affermazioni più risalenti, Cassazione civile, sez. II, 22.03.1995 n. 3260 e, per quelle più recenti, Cassazione civile, sez. V, 16.05.2012 n. 7663).
Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 07.04.2016 n. 1769 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2016

EDILIZIA PRIVATA: Non assimilabili tipologie eterogenee. Oneri di urbanizzazione ai raggi X.
Laddove il comune introduca nell'ambito della zonizzazione destinazioni particolari, come quella a impianti sportivi, deve tenere conto della relativa tipologia ai fini della determinazione dei parametri per la quantificazione degli oneri di urbanizzazione, non potendo procedere ad assimilare tipologie edilizie del tutto eterogenee.

Ad affermarlo sono stati i giudici della III Sez. del TAR Toscana con la sentenza 29.02.2016 n. 372.
I giudici amministrativi fiorentini erano chiamati ad esprimersi circa l'annullamento del provvedimento di un comune nella parte in cui con riferimento a una istanza di sanatoria edilizia presentata da una srl, richiedeva il «versamento dell'oblazione di cui [ai sensi di legge]» e il «versamento degli oneri di cui agli artt. 119-121 della Lrt 1/2005 (...)»; nonché di ogni altro atto amministrativo, presupposto, inerente, conseguente e/o comunque connesso, ove lesivo; nonché, per l'annullamento del permesso di costruire in sanatoria rilasciato dal comune nella parte in cui determinava l'oblazione e gli oneri di urbanizzazione dovuti dalla Srl; nonché, per l'annullamento, ove lesiva, della delibera del consiglio comunale recante approvazione nuovo regolamento per il pagamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, e dunque per l'accertamento della minore somma dovuta dalla ricorrente in ordine all'istanza di sanatoria de qua e, conseguentemente, per l'accertamento del diritto della ricorrente ad ottenere il rimborso della maggiore somma indebitamente corrisposta dalla medesima, oltre interessi.
Secondo i giudici toscani, quanto alla contestazione della somma richiesta a titolo di oblazione per le opere oggetto di sanatoria questa abbia rilevanza penale. Trattasi, infatti, di strutture che, in quanto destinate a soddisfare bisogni non meramente provvisori e transeunti, non possono ritenersi precarie (Consiglio di stato, sez. VI, 01/12/2014, n. 5934). E che, inoltre, nemmeno possono considerarsi come opere accessorie rispetto ad un bene principale in quanto si tratta di elementi che nel loro insieme concorrono a costituire (ciascuno per la propria funzione) il complesso sportivo.
Nella sentenza in commento si sottolineava inoltre, come, ai sensi dell'art. 16, comma 4, del dpr 380 del 2001, l'incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita dal consiglio comunale in relazione, fra l'altro, alle destinazioni di zona previste dagli strumenti urbanistici vigenti.
Pertanto, poiché circa la contestazione relativa alle somme richieste a titolo di contributo di urbanizzazione, che la destinazione ad impianti sportivi, ai giudici amministrativi non appariva in alcun modo assimilabile a quella turistico ricettiva ai fini della determinazione degli oneri, essendo diverso il carico urbanistico indotto dalle due tipologie di uso del territorio (articolo ItaliaOggi Sette del 04.04.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Contributo di costruzione: deve essere fissato al momento del rilascio del titolo edilizio.
Se i contributi concessori (per entrambe le componenti, e, quindi, sia con riferimento alla voce relativa agli oneri di urbanizzazione che in relazione alla voce inerente al costo di costruzione) devono essere determinati e liquidati, secondo la lettera della norma, al momento del rilascio del permesso di costruire, “a tale momento occorre dunque avere riguardo per l’entità dell’onere, facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio”: pertanto, “la determinazione del contributo di costruzione deve avvenire sulla base dei parametri vigenti al momento del rilascio del permesso di costruire”.
Ciò significa che i provvedimenti comunali di adeguamento dei contributi concessori (sia oneri di urbanizzazione che costo di costruzione) possono trovare applicazione esclusivamente “per i permessi rilasciati a far tempo dall’epoca di adozione dell’atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore”, dovendosi ritenere, sulla base del dato normativo e in conformità dell’orientamento giurisprudenziale consolidato (da cui non vi sono ragioni di discostarsi), che “non solo la determinazione degli oneri debba avvenire sulla base delle tariffe vigenti, ma che la stessa non possa essere richiesta che una tantum al momento del rilascio del permesso edilizio”, salvo l’ipotesi, da un lato, del (doveroso) esercizio (entro il termine prescrizionale) del potere di autotutela volto a correggere eventuali meri errori di determinazione o calcolo, compiuti all’epoca del rilascio del permesso di costruire, e, dall’altro, della “riliquidazione …. quando vi sia rilascio di nuovo titolo edilizio in relazione alla scadenza dell'efficacia temporale del precedente e per il completamento con mutamento di destinazione d'uso delle opere assentite in origine” (così Consiglio di Stato che ha affermato la legittimità del “ricalcolo degli oneri già corrisposti per la prima concessione” -decaduta ai sensi dell’art. 15, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001- “applicando anche ad essi la nuova disciplina (fermo restando, come è ovvio, lo scomputo delle somme già corrisposte), ….. nella sola ipotesi in cui le opere assentite col secondo permesso comportino un mutamento di destinazione d’uso ovvero una variazione essenziale del manufatto con passaggio da una categoria urbanistica ad altra funzionalmente autonoma, in tale caso giustificandosi col maggior carico urbanistico conseguente il ricalcolo degli oneri dovuto).
Di conseguenza, una volta che la determinazione degli oneri concessori sia correttamente avvenuta sulla base delle tabelle vigenti all’epoca del rilascio del permesso di costruire, né ricorra la seconda ipotesi (di legittimo “ricalcolo”) appena illustrata, non può che rivelarsi illegittima la pretesa dell’Amministrazione di addossare ex post al titolare del permesso edilizio rilasciato anni prima l’ulteriore carico finanziario derivante dal meccanismo di aggiornamento.
D’altro canto, la convenienza a realizzare o meno l’intervento edilizio non può prescindere da una valutazione degli oneri concessori quale significativa componente del costo complessivo dello stesso; per cui, un adeguamento del contributo ex post si tradurrebbe in un’alea insopportabile per chi, qualora a conoscenza di una diversa e maggiore entità del contributo, si sarebbe magari astenuto dall’iniziativa economica intrapresa.

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1. - Il ricorso è fondato.
Fondato ed assorbente è il primo motivo di gravame, con il quale i ricorrenti assumono (essenzialmente) che, con le impugnate note (prot. n. 7287 del 24.09.2014 e prot. n. 8219 del 29.10.2014), il Comune di Arnesano abbia (illegittimamente) rideterminato retroattivamente l’importo del contributo correlato al costo di costruzione, a distanza di ben sette anni dal rilascio dei permessi di costruire n. 19 del 23.04.2007 e n. 58 del 17.10.2007, ad avvenuto saldo del pagamento degli oneri richiesti, in violazione dell’art. 16 del D.P.R. n. 380/2001 e dell’art. 2 della L.R. n. 1/2007.
1.1 - Osserva il Collegio che l’art. 16 del D.P.R n. 380/2001 stabilisce che “la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione va corrisposta al comune all’atto del rilascio del permesso di costruire e, su richiesta dell’interessato, può essere rateizzata” (comma 2), mentre “la quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all’atto del rilascio, è corrisposta in corso d’opera, con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, non oltre sessanta giorni dalla ultimazione della costruzione” (comma 3).
Se i contributi concessori (per entrambe le componenti, e, quindi, sia con riferimento alla voce relativa agli oneri di urbanizzazione che in relazione alla voce inerente al costo di costruzione) devono essere determinati e liquidati, secondo la lettera della norma, al momento del rilascio del permesso di costruire, “a tale momento occorre dunque avere riguardo per l’entità dell’onere, facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio” (TAR Puglia, Lecce, III, 27.09.2013, n. 2058): pertanto, “la determinazione del contributo di costruzione deve avvenire sulla base dei parametri vigenti al momento del rilascio del permesso di costruire” (TAR Puglia, Lecce, III, 15.05.2013, n. 1103, in tal senso anche Consiglio di Stato, IV, 12.06.2014, n. 3010; idem, 19.03.2015, n. 1504).
Ciò significa che i provvedimenti comunali di adeguamento dei contributi concessori (sia oneri di urbanizzazione che costo di costruzione) possono trovare applicazione esclusivamente “per i permessi rilasciati a far tempo dall’epoca di adozione dell’atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore” (TAR Puglia, Lecce, III, cit., n. 48/2013), dovendosi ritenere, sulla base del dato normativo e in conformità dell’orientamento giurisprudenziale consolidato (da cui non vi sono ragioni di discostarsi), che “non solo la determinazione degli oneri debba avvenire sulla base delle tariffe vigenti, ma che la stessa non possa essere richiesta che una tantum al momento del rilascio del permesso edilizio” (TAR Lecce, III, cit., n. 1103/2013), salvo l’ipotesi, da un lato, del (doveroso) esercizio (entro il termine prescrizionale) del potere di autotutela volto a correggere eventuali meri errori di determinazione o calcolo, compiuti all’epoca del rilascio del permesso di costruire, e, dall’altro, della “riliquidazione …. quando vi sia rilascio di nuovo titolo edilizio in relazione alla scadenza dell'efficacia temporale del precedente e per il completamento con mutamento di destinazione d'uso delle opere assentite in origine” (così Consiglio di Stato, IV, 19.03.2015, n. 1504, con relativo richiamo a Consiglio di Stato, IV, 27.04.2012, n. 2471, che ha affermato la legittimità del “ricalcolo degli oneri già corrisposti per la prima concessione” -decaduta ai sensi dell’art. 15, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001- “applicando anche ad essi la nuova disciplina (fermo restando, come è ovvio, lo scomputo delle somme già corrisposte), ….. nella sola ipotesi in cui le opere assentite col secondo permesso comportino un mutamento di destinazione d’uso ovvero una variazione essenziale del manufatto con passaggio da una categoria urbanistica ad altra funzionalmente autonoma, in tale caso giustificandosi col maggior carico urbanistico conseguente il ricalcolo degli oneri dovuto (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 29.04.2004, nr. 2611; Cons. Stato, sez. V, 25.05.2004, nr. 6289; id., 23.01.2004, nr. 174; id., 29.01.2004, nr. 295; id., 24.09.2001, nr. 1427)”).
Di conseguenza, una volta che la determinazione degli oneri concessori sia correttamente avvenuta sulla base delle tabelle vigenti all’epoca del rilascio del permesso di costruire, né ricorra la seconda ipotesi (di legittimo “ricalcolo”) appena illustrata, non può che rivelarsi illegittima la pretesa dell’Amministrazione di addossare ex post al titolare del permesso edilizio rilasciato anni prima l’ulteriore carico finanziario derivante dal meccanismo di aggiornamento.
D’altro canto, la convenienza a realizzare o meno l’intervento edilizio non può prescindere da una valutazione degli oneri concessori quale significativa componente del costo complessivo dello stesso; per cui, un adeguamento del contributo ex post si tradurrebbe in un’alea insopportabile per chi, qualora a conoscenza di una diversa e maggiore entità del contributo, si sarebbe magari astenuto dall’iniziativa economica intrapresa (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 17.02.2016 n. 326 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2015

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Oneri di urbanizzazione secondaria – destinazione della quota spettante alle chiese ed altri edifici per servizi religiosi - Parere (Regione Emilia Romagna, parere 04.12.2015 n. 862614 di prot.).

novembre 2015

EDILIZIA PRIVATA: Gli oneri di urbanizzazione sono dovuti dall’intestatario della concessione o da colui al quale essa è volturata e relativi eredi, ovvero da chi esegue le opere di trasformazione urbana, ma non anche dall’acquirente dell’immobile.
Ai sensi dell'art. 16, d.P.R. 06.06.2001 n. 380, il contributo afferente al permesso di costruire, commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione, è determinato e liquidato all'atto del rilascio del titolo edilizio.
Il contributo per oneri di urbanizzazione è, in particolare, un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del concessionario a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione e in proporzione all'insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae, senza alcun vincolo di scopo in relazione alla zona interessata alla trasformazione urbanistica e indipendentemente dalla concreta utilità che il concessionario può conseguire dal titolo edificatorio e dall'ammontare delle spese effettivamente occorrenti per la realizzazione delle opere stesse; fatto costitutivo di detta obbligazione è il rilascio del permesso di costruire ed è a tale momento che occorre aver riguardo per la determinazione dell'entità del contributo.
Il contributo di urbanizzazione è invece commisurato al costo delle opere di urbanizzazione da realizzarsi concretamente nella zona, e differisce dal contributo da pagare all'atto del rilascio della concessione di costruzione, che ha natura contributiva, rappresentando un corrispettivo delle spese che la collettività si addossa per il conferimento al privato della facoltà di edificazione e dei vantaggi che il concessionario ottiene per effetto della trasformazione; trattandosi di due istituti diversi ne derivano oneri diversi, l'uno relativo al costo sostenuto per rendere urbanizzata ed edificabile la singola area, l'altro relativo ad un contributo, di carattere tributario, volto alla realizzazione del generale assetto urbanistico del territorio comunale.
Secondo una ricostruzione diffusa in sede giurisprudenziale trattasi, per entrambi gli oneri, di obbligazioni reali, dotate, in quanto tali, di ambulatorietà passiva. Si afferma, infatti, che il presupposto di esigibilità dell'onere relativo al costo di costruzione non risiede solo nella materiale esecuzione delle opere ma anche nella concreta fruizione del titolo e comunque le obbligazioni per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione vanno trattate alla stregua di oneri reali, ovvero di obbligazioni propter rem che circolano con il bene cui accedono, sicché nel caso di trasferimento del bene, esse gravano sull'acquirente.
Tale orientamento è stato propugnato anche in seconde cure, nel senso quindi che trattasi in sostanza di obbligazioni connotate dall'inerenza alla cosa, anziché alla persona cui è rilasciato il permesso di costruire, sicché tutti coloro che partecipano alla costruzione e la utilizzano sono solidalmente obbligati verso il Comune al pagamento degli oneri in questione.
Ritiene il Collegio, tuttavia, di aderire al diverso orientamento giurisprudenziale, secondo cui è più coerente con il complessivo assetto della normativa oltre che intrinsecamente più razionale affermarsi che gli oneri di urbanizzazione sono dovuti dall’intestatario della concessione o da colui al quale essa è volturata e relativi eredi, ovvero da chi esegue le opere di trasformazione urbana, ma non anche dall’acquirente dell’immobile.
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... per l'annullamento:
1) ordinanza ingiunzione prot. 42850 del 22.06.2015, dell’importo rispettivamente di € 88.196,08, per omesso e/o ritardato pagamento del costo di costruzione relativo al permesso di costruire nr. 07/2007 rilasciato in favore del sig. Ca.Gi. e poi volturato in favore dei signori Mo.An.Ma. e Za.Gi. ed il permesso di costruire in sanatoria nr. 139/2009;
...
Con ricorso notificato il 18.09.2015 e ritualmente depositato il 14 ottobre successivo, la sig.ra Im.Sc. ha impugnato l’ordinanza, meglio distinta in epigrafe, con la quale il Comune di Battipaglia le ingiungeva il pagamento di € 88.196,08, per omesso e/o ritardato versamento del costo di costruzione relativo al permesso di costruire nr. 07/2007 rilasciato in favore del sig. Ca.Gi. e poi volturato in favore dei signori Mo.An.Ma. e Za.Gi. ed il permesso di costruire in sanatoria nr. 139/2009. Avverso tale atto l’istante ha dedotto i seguenti vizi:
1) violazione e falsa applicazione artt. 7 e 8 L. n. 241/1990 e dell’art. 16 del T.U. edilizia. Violazione del principio del contraddittorio;
2) violazione art. 3 L. 07.08.1990 n. 241. Eccesso di potere per travisamento dei fatti e falso presupposto; per difetto di istruttoria per carenza assoluta di motivazione.
In particolare, la ricorrente ha rilevato che, essendo acquirente a titolo particolare mercé rogito notarile del 16/07/2010) di un appartamento posto all’interno del fabbricato già realizzato, la pretesa del Comune, peraltro mai precedentemente avanzata nei suoi riguardi, sarebbe infondata, in quanto non sarebbe soggetto obbligato al pagamento degli oneri di urbanizzazione dovuti al momento del rilascio della concessione edilizia.
Il Comune di Battipaglia, ancorché ritualmente intimato, non si è costituito in giudizio.
All’odierna camera di consiglio del 05.11.2015, il ricorso, è stato trattenuto in decisione semplificata, rese edotte le parti, sussistendone i presupposti di legge.
Il ricorso è fondato.
L’impugnato provvedimento postula la responsabilità solidale della ricorrente, quale attuale proprietaria di uno dei cespiti realizzati in virtù dei titoli edilizi su menzionati, al pagamento dei relativi oneri di urbanizzazione e costo di costruzione.
Occorre premettere che, ai sensi dell'art. 16, d.P.R. 06.06.2001 n. 380, il contributo afferente al permesso di costruire, commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione, è determinato e liquidato all'atto del rilascio del titolo edilizio (Consiglio di Stato, sez. IV, 19.03.2015, n. 1504).
Il contributo per oneri di urbanizzazione è, in particolare, un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del concessionario a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione e in proporzione all'insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae, senza alcun vincolo di scopo in relazione alla zona interessata alla trasformazione urbanistica e indipendentemente dalla concreta utilità che il concessionario può conseguire dal titolo edificatorio e dall'ammontare delle spese effettivamente occorrenti per la realizzazione delle opere stesse; fatto costitutivo di detta obbligazione è il rilascio del permesso di costruire ed è a tale momento che occorre aver riguardo per la determinazione dell'entità del contributo (Consiglio di Stato, sez. V, 30.04.2014, n. 2261).
Il contributo di urbanizzazione è invece commisurato al costo delle opere di urbanizzazione da realizzarsi concretamente nella zona, e differisce dal contributo da pagare all'atto del rilascio della concessione di costruzione, che ha natura contributiva, rappresentando un corrispettivo delle spese che la collettività si addossa per il conferimento al privato della facoltà di edificazione e dei vantaggi che il concessionario ottiene per effetto della trasformazione; trattandosi di due istituti diversi ne derivano oneri diversi, l'uno relativo al costo sostenuto per rendere urbanizzata ed edificabile la singola area, l'altro relativo ad un contributo, di carattere tributario, volto alla realizzazione del generale assetto urbanistico del territorio comunale (Consiglio di Stato, sez. IV, 15.09.2014, n. 4685).
Secondo una ricostruzione diffusa in sede giurisprudenziale trattasi, per entrambi gli oneri, di obbligazioni reali, dotate, in quanto tali, di ambulatorietà passiva. Si afferma, infatti, che il presupposto di esigibilità dell'onere relativo al costo di costruzione non risiede solo nella materiale esecuzione delle opere ma anche nella concreta fruizione del titolo e comunque le obbligazioni per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione vanno trattate alla stregua di oneri reali, ovvero di obbligazioni propter rem che circolano con il bene cui accedono, sicché nel caso di trasferimento del bene, esse gravano sull'acquirente (TAR Napoli, sez. VIII, 16.04.2014, n. 2170).
Tale orientamento è stato propugnato anche in seconde cure, nel senso quindi che trattasi in sostanza di obbligazioni connotate dall'inerenza alla cosa, anziché alla persona cui è rilasciato il permesso di costruire, sicché tutti coloro che partecipano alla costruzione e la utilizzano sono solidalmente obbligati verso il Comune al pagamento degli oneri in questione (Cons. Stato, sez. V, n. 6333, del 12.07.2011).
Ritiene il Collegio, tuttavia, di aderire al diverso orientamento giurisprudenziale, secondo cui è più coerente con il complessivo assetto della normativa oltre che intrinsecamente più razionale affermarsi che gli oneri di urbanizzazione sono dovuti dall’intestatario della concessione o da colui al quale essa è volturata e relativi eredi, ovvero da chi esegue le opere di trasformazione urbana, ma non anche dall’acquirente dell’immobile (TAR Napoli, Sez. III, 12.04.2007/18.07.2007, n. 6793).
Il ricorso va conclusivamente accolto, ritenuta assorbita ogni altra censura, di guisa che dell’atto impugnato, nei limiti di interesse, occorre disporre l’annullamento (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 19.11.2015 n. 2453 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2015

EDILIZIA PRIVATAOneri di urbanizzazione: quando sono dovuti gli oneri da impatto acustico?
Per il Consiglio di Stato gli oneri da impatto acustico sono dovuti solo qualora l’intervento assentito non sia compatibile con la regolamentazione predisposta in materia.

Mentre con riferimento agli oneri di urbanizzazione “è pacifica la relazione con l’aggravio del carico urbanistico e con la necessità di predisporre i servizi utili all’effettivo utilizzo di un determinato immobile da edificare”, gli oneri aggiuntivi da impatto acustico “sono dovuti soltanto nel caso in cui l’intervento assentito non sia compatibile con la regolamentazione predisposta in materia”.
Lo ha precisato il Consiglio di Stato, IV Sez., con la sentenza 29.10.2015 n. 4950.
IL CASO. Nel caso esaminato dal Collegio, all’esito del procedimento istruttorio inerente alla realizzazione del nuovo edificio, l’Amministrazione ha chiesto il pagamento dell’importo di 26.620 euro a compensazione delle spese da sostenere per gli interventi di mitigazione acustica resi necessari dalla nuova edificazione.
A ben vedere –osserva Palazzo Spada- non c’è correlazione con la destinazione finale del fabbricato e, cioè, con l’aggravio o meno del relativo carico urbanistico: ciò che interessa è che la titolare del titolo edilizio corrisponda il quantum necessario al Comune per intervenire sull’infrastruttura stradale in modo da consentire il rispetto dei vincoli acustici imposti dalle normative di settore”.
La corresponsione degli oneri da impatto acustico costituisce la modalità di reperimento delle risorse necessarie all’Amministrazione per poter procedere all’intervento sulla rete viaria (commento tratto da www.casaeclima.com).

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MASSIMA
... per la riforma della sentenza del TAR Piemonte-Torino: Sezione II n. 2033/2014, resa tra le parti, concernente accertamento della non debenza degli oneri di urbanizzazione
...
4. Con il terzo motivo di appello, il Comune di Torino ritiene erronea la sentenza del TAR nella parte in cui ha equiparato gli oneri di urbanizzazione agli oneri aggiuntivi da impatto acustico, affermandone la non debenza da parte della sig.ra Cu..
Nello specifico, parte appellante non considera sussistente, diversamente da quanto affermato dal giudice di primo grado, il nesso fra l’aggravio del carico urbanistico e gli oneri relativi all’impatto acustico dell’intervento: questi ultimi esulerebbero dalla preesistenza o meno di edifici in un determinato ambito interessato da un intervento edilizio e, quindi, un maggiore o minore carico urbanistico non dovrebbe determinare il versamento o meno degli oneri in questione.
Inoltre, in seguito al confronto avvenuto con la proprietaria dell’immobile in sede istruttoria, il Comune aveva evidenziato che l’unica modalità di riduzione dell’impatto acustico, al di sotto dei limiti consentiti dalla regolazione, avrebbe imposto all’Amministrazione di intervenire sulla rete viaria: dunque, gli oneri aggiuntivi di cui trattasi avrebbero una differente ratio rispetto agli oneri di urbanizzazione.
4.1 Il motivo è fondato e va accolto.
Il Collegio ritiene di condividere le prospettazioni di parte appellante relative al versamento degli oneri da impatto acustico, in quanto, la loro corresponsione costituisce la modalità di reperimento delle risorse necessarie all’Amministrazione per poter procedere all’intervento sulla rete viaria.
Il giudice di primo grado, in effetti, equiparando gli oneri di urbanizzazione agli oneri aggiuntivi da impatto acustico, ha ritenuto che la loro giustificazione si potesse riscontrare nell’incremento del carico urbanistico.
In realtà,
mentre, con riferimento ai primi, è pacifica la relazione con l’aggravio del carico urbanistico e con la necessità di predisporre i servizi utili all’effettivo utilizzo di un determinato immobile da edificare, i secondi sono dovuti soltanto nel caso in cui l’intervento assentito non sia compatibile con la regolamentazione predisposta in materia.
Nel caso di specie, infatti, all’esito del procedimento istruttorio inerente alla realizzazione del nuovo edificio, l’Amministrazione, in conformità alle disposizioni contenute nella l.reg. n. 52 del 2000 e nel regolamento comunale n. 318 del 2006, ha chiesto il pagamento dell’importo di euro 26.620,00 a compensazione delle spese da sostenere per gli interventi di mitigazione acustica resi necessari dalla nuova edificazione.
A ben vedere, dunque, non c’è correlazione con la destinazione finale del fabbricato e, cioè, con l’aggravio o meno del relativo carico urbanistico:
ciò che interessa è che la titolare del titolo edilizio corrisponda il quantum necessario al Comune per intervenire sull’infrastruttura stradale in modo da consentire il rispetto dei vincoli acustici imposti dalle normative di settore.
5. Alla luce delle suesposte argomentazioni, l’appello, parzialmente fondato, va accolto in parte e, conseguentemente, la sentenza impugnata va riformata nei sensi e nei limiti di cui in motivazione (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 29.10.2015 n. 4950 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le controversie sulla debenza o meno del contributo per il rilascio di una concessione edilizia e sul suo ammontare, devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo dall’art. 16 l. 28.01.1977 n. 10, riguardando diritti soggettivi, non sottostanno ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori e possono essere attivate nei normali termini di prescrizione”.
La giurisdizione esclusiva è stata confermata anche in seguito all’introduzione del c.p.a. che all’art. 133, lett. f), devolve al Giudice Amministrativo “le controversie aventi ad oggetto gli atti ed i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica ed edilizia”.
La qualificazione delle situazioni giuridiche coinvolte in termini di diritto soggettivo, derivano dalla circostanza secondo cui, in caso di contestazione circa la quantificazione o la debenza degli oneri connessi al permesso di costruire, ci si limita a censurare la misura del contributo imposto, non l’esercizio del potere al rilascio del titolo edilizio.
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Il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae
”.
In effetti,
gli oneri di urbanizzazione sono dovuti se ed in quanto l’intervento edilizio comporti un incremento della domanda di servizi nella zona coinvolta dalla costruzione: le opere di urbanizzazione, distinte in primarie e secondarie, si caratterizzano per essere necessarie, rispettivamente, all’utilizzo degli edifici e alla vita di relazione degli abitanti di un territorio.
Ciò posto,
se rispetto ad una zona circoscritta sono già state sostenute le spese necessarie a fornire i suddetti servizi ai cittadini ivi residenti, un intervento edilizio che non implichi un maggior carico urbanistico nella medesima zona, non può determinare la necessità di una nuova spesa per fornire i medesimi servizi già predisposti: diversamente ragionando, si giungerebbe ad affermare la duplicazione di costi a fronte dell’unicità dei servizi. All’opposto, se l’intervento edilizio assentito imponesse un incremento del carico urbanistico nella zona interessata, gli oneri di urbanizzazione dovrebbero essere versati in vista della predisposizione degli strumenti idonei a far fronte ad un incremento di dette esigenze urbanistiche.
In sostanza,
gli oneri di urbanizzazione si caratterizzano per avere natura compensativa rispetto alle spese di cui l’amministrazione si fa carico per rendere accessibile e pienamente utilizzabile un nuovo o rinnovato edificio, purché vi sia una nuova destinazione, dato che non può essere chiesto due volte il pagamento per gli stessi interventi di sistemazione e adeguamento del contesto urbanistico.
Sul punto, il Collegio condivide il costante orientamento giurisprudenziale secondo cui “
in caso di ristrutturazione edilizia, il pagamento degli oneri di urbanizzazione è dovuto solo nel caso in cui l’intervento abbia determinato un aumento del carico urbanistico”.
Da ultimo, il Collegio non ritiene rilevante l’affermazione di parte appellante circa il mancato versamento degli oneri di urbanizzazione al momento dell’originaria costruzione dell’edificio di proprietà della sig.ra Cu.. In effetti,
l’indagine relativa all’incremento del carico urbanistico di un determinato insediamento non può coinvolgere anche il regime contributivo riferibile all’edificio originario.

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... per la riforma della sentenza del TAR Piemonte-Torino: Sezione II n. 2033/2014, resa tra le parti, concernente accertamento della non debenza degli oneri di urbanizzazione
...
1. L’oggetto del presente giudizio afferisce alla verifica circa la sussistenza dell’obbligo di versamento degli oneri di urbanizzazione, da parte del privato, in presenza di un intervento di sostituzione edilizia che non determini un incremento del carico urbanistico preesistente.
2. Preliminarmente va esaminata l’eccezione, respinta in primo grado e riproposta in sede di impugnazione, con cui l’Amministrazione appellante afferma l’inammissibilità del ricorso di primo grado: secondo il Comune, infatti, l’intervento assentito rientrerebbe nell’ambito della disciplina prevista dall’art. 3 D.P.R. n. 380/2001 per le nuove costruzioni e, di conseguenza, sarebbe soggetto alla normativa sul contributo di urbanizzazione.
Tale premessa avrebbe dovuto condurre all’individuazione del nesso sussistente fra la normativa regionale in tema di oneri di urbanizzazione (D.C.R. n. 179 C.R. 4170 in data 26.05.1977) ed il permesso di costruire rilasciato in favore della sig.ra Cu., al fine di affermare la necessità di previa impugnazione, entro i termini, del permesso di costruire, in presenza di contestazioni relative all’ammontare degli oneri di urbanizzazione.
Per altro verso, con riferimento all’ammontare degli oneri aggiuntivi per l’impatto acustico, parte appellante afferma che è mancata, in primo grado, la pregiudiziale impugnazione del provvedimento di compatibilità acustica nel quale sono stati quantificati i relativi oneri.
2.1 Il motivo è infondato e va respinto.
Sul punto, il Collegio ritiene di condividere le argomentazioni proposte dal giudice di prime cure, che evidenzia l’illogicità dell’iter processuale ipotizzato dall’Amministrazione appellante: in effetti non pare ragionevole sostenere “che parte ricorrente avrebbe dovuto impugnare provvedimenti a sé favorevoli [...] solo perché essi hanno costituito la necessaria occasione per la determinazione degli oneri”. In effetti il contenzioso introdotto con il ricorso della sig.ra Cu. inerisce all’an ed al quantum debeatur a titolo di oneri di urbanizzazione ed oneri aggiuntivi, non, invece, all’ammissibilità del progetto proposto dall’odierna appellata.
Sul punto, inoltre, la giurisprudenza di questo Consiglio ha già avuto modo di precisare che “
le controversie sulla debenza o meno del contributo per il rilascio di una concessione edilizia e sul suo ammontare, devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo dall’art. 16 l. 28.01.1977 n. 10, riguardando diritti soggettivi, non sottostanno ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori e possono essere attivate nei normali termini di prescrizione” (cfr. Cons. di Stato, Sez. V, 06.12.1999 n. 2056; id. 15.02.2001, n. 790).
La giurisdizione esclusiva è stata confermata anche in seguito all’introduzione del c.p.a. che all’art. 133, lett. f), devolve al Giudice Amministrativo “le controversie aventi ad oggetto gli atti ed i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica ed edilizia”. La qualificazione delle situazioni giuridiche coinvolte in termini di diritto soggettivo, derivano dalla circostanza secondo cui, in caso di contestazione circa la quantificazione o la debenza degli oneri connessi al permesso di costruire, ci si limita a censurare la misura del contributo imposto, non l’esercizio del potere al rilascio del titolo edilizio.
Non può affermarsi, dunque, con riferimento al presente giudizio, il suo carattere impugnatorio e, correlativamente, non troveranno ingresso le disposizioni processuali inerenti ai termini di decadenza, poiché la domanda giudiziale è soggetta al solo termine di prescrizione.
3. Con il secondo motivo di appello l’Amministrazione comunale afferma l’erroneità della sentenza impugnata nella parte in cui sostiene l’inammissibilità di oneri di urbanizzazione in presenza di un intervento edilizio che diminuisca il carico urbanistico.
In particolare, nel caso di specie, nonostante l’intervento assentito non determini un incremento di S.L.P. complessiva e non modifichi la destinazione d’uso preesistente, si sarebbe in presenza di una creazione di un organismo edilizio del tutto nuovo per sagoma, numero di piani, distribuzione interna, posizionamento e realizzazione di piani interrati.
Inoltre, l’assoggettamento dell’intervento al rilascio del permesso di costruire e la sua ascrivibilità nel novero delle “nuove costruzioni”, condurrebbero ad assoggettare l’immobile agli oneri di urbanizzazione. Per altro verso, tali oneri non potrebbero dirsi nemmeno già scontati da quelli sopportati all’origine, stante la vetustà del fabbricato che esclude ex se l’avvenuto versamento degli oneri concessori, la cui disciplina risale alla l. n. 10 del 1977.
3.1 Il motivo è infondato e va respinto.
Sul punto il Collegio ritiene di condividere integralmente le argomentazioni fornite dal giudice di prime cure, secondo cui “
il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae”.
In effetti,
gli oneri di urbanizzazione sono dovuti se ed in quanto l’intervento edilizio comporti un incremento della domanda di servizi nella zona coinvolta dalla costruzione: le opere di urbanizzazione, distinte in primarie e secondarie, si caratterizzano per essere necessarie, rispettivamente, all’utilizzo degli edifici e alla vita di relazione degli abitanti di un territorio.
Ciò posto,
se rispetto ad una zona circoscritta sono già state sostenute le spese necessarie a fornire i suddetti servizi ai cittadini ivi residenti, un intervento edilizio che non implichi un maggior carico urbanistico nella medesima zona, non può determinare la necessità di una nuova spesa per fornire i medesimi servizi già predisposti: diversamente ragionando, si giungerebbe ad affermare la duplicazione di costi a fronte dell’unicità dei servizi. All’opposto, se l’intervento edilizio assentito imponesse un incremento del carico urbanistico nella zona interessata, gli oneri di urbanizzazione dovrebbero essere versati in vista della predisposizione degli strumenti idonei a far fronte ad un incremento di dette esigenze urbanistiche.
In sostanza,
gli oneri di urbanizzazione si caratterizzano per avere natura compensativa rispetto alle spese di cui l’amministrazione si fa carico per rendere accessibile e pienamente utilizzabile un nuovo o rinnovato edificio, purché vi sia una nuova destinazione, dato che non può essere chiesto due volte il pagamento per gli stessi interventi di sistemazione e adeguamento del contesto urbanistico.
Sul punto, il Collegio condivide il costante orientamento giurisprudenziale secondo cui “
in caso di ristrutturazione edilizia, il pagamento degli oneri di urbanizzazione è dovuto solo nel caso in cui l’intervento abbia determinato un aumento del carico urbanistico” (Cons. di Stato, Sez. IV, 29.04.2004, n. 2611).
Da ultimo, il Collegio non ritiene rilevante l’affermazione di parte appellante circa il mancato versamento degli oneri di urbanizzazione al momento dell’originaria costruzione dell’edificio di proprietà della sig.ra Cu.. In effetti,
l’indagine relativa all’incremento del carico urbanistico di un determinato insediamento non può coinvolgere anche il regime contributivo riferibile all’edificio originario.
Gli elementi suindicati consentono, in definitiva, di condividere gli argomenti del giudice di prime cure e rigettare le censure sollevate sul punto dall’Amministrazione appellante (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 29.10.2015 n. 4950 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2015

EDILIZIA PRIVATAAi sensi dell’art. 16, comma 1, del T.U. n. 380 del 2001, “il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione”.
Questo significa che il pagamento degli oneri contributivi rappresenta il contenuto di un’obbligazione accessoria, posta a carico di chi abbia (già) ottenuto un titolo edilizio. Una volta adempiuto al pagamento, al privato istante non resta quindi che procedere al ritiro materiale della medesima (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 13.05.2014 n. 2434, secondo cui l’obbligazione sorge con il rilascio del titolo ampliativo ed è a tale momento che occorre avere riguardo per la determinazione dell’entità del contributo).
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A ciò si aggiunga che, com’è noto, a seguito delle innovazioni apportate dall’art. 5, comma 2, lett. a), n. 3, del d.l. 13.05.2011 n. 70, convertito in legge 12.07.2011 n. 106, in omaggio alla regola generale di semplificazione amministrativa codificata nell’art. 20 della legge 07.08.1990 n. 241, è stato espressamente esteso al procedimento di rilascio del permesso di costruire il regime del silenzio-assenso, fatte salve le deroghe previste in ipotesi di vincoli ambientali, paesaggistici e culturali.
Sicché, una volta inutilmente decorso il termine per la definizione del procedimento di rilascio del titolo edilizio, pari a 90 o 100 giorni (ossia 60 giorni per la conclusione dell’istruttoria più 30 o, in caso di preavviso di rigetto, 40 giorni per la determinazione finale), senza che sia stato opposto motivato diniego, salvo eventuali sospensioni dovute a modifiche progettuali od interruzioni dovute ad integrazioni documentali, sulla domanda di permesso di costruire deve intendersi formato il titolo abilitativo tacito, ai sensi dell’art. 20, comma 8, T.U. 06.06.2001 n. 380.
Ed allora, anche a non volersi attribuire alla nota 18.03.2013 n. 12556 (con cui il ricorrente è stato invitato a pagare gli oneri concessori) valore e significato di provvedimento di rilascio del titolo in conformità alla domanda avanzata, è evidente che al 19.11.2014 –data di adozione del provvedimento di rigetto– era ampiamente decorso il termine di formazione del silenzio-assenso, decorrente dal 06.06.2014 –data di presentazione delle integrazioni progettuali–, non risultando in atti né l’esistenza di vincoli ambientali, paesaggistici e culturali sull’area, né l’adozione di una “motivata risoluzione del responsabile del procedimento” di particolare complessità dell’affare, ai fini del raddoppio dei termini ex comma 7.
Va pertanto dichiarato illegittimo l’atto con cui il comune ha negato il rilascio del titolo edilizio dopo la sua formazione tacita, potendo, in tale ipotesi, essere adottato soltanto un provvedimento di ritiro in autotutela, ove sussistano gli altri presupposti richiesti per l’adozione di atti di secondo grado, da accertarsi con le stesse forme e con le stesse modalità procedimentali previste per l’adozione dell’atto da annullare.

... per l'annullamento:
- della nota 16.05.2014 n. 23161, con cui il comune di Corigliano Calabro ha disposto la sospensione interlocutoria del procedimento amministrativo volto all’ottenimento di un permesso di costruire per la realizzazione di un edificio a destinazione mista, residenziale e commerciale, in contrada San Francesco
- del provvedimento 19.11.2014 n. 54974, recante il rigetto della domanda di permesso di costruire;
...    
Col ricorso introduttivo del giudizio, la ditta istante impugna, per violazione di legge ed eccesso di potere, la nota 16.05.2014 n. 23161, con cui il comune di Corigliano Calabro, in seguito ad una diffida inoltrata dal proprietario di una porzione di terreno limitrofa che lamentava una questione di confini, ha disposto la sospensione interlocutoria del procedimento amministrativo volto all’ottenimento di un permesso di costruire per la realizzazione di un edificio a destinazione mista, residenziale e commerciale, in contrada San Francesco.
Il comune intimato si è costituito per resistere.
...
Sulla base di tale premesse, parte ricorrente sostiene per un verso che, al momento del provvedimento di diniego, il procedimento edilizio si era oramai positivamente concluso con la comunicazione ed il pagamento degli importi dovuti per oneri concessori e, per altro verso, che non sussiste dubbio circa la natura di lotto intercluso del proprio fondo, avendo ciò costituito oggetto di un parere favorevole della regione Calabria, reso su precisa richiesta del comune.
Tanto esposto, occorre precisare che, ai sensi dell’art. 16, comma 1, del T.U. n. 380 del 2001, “il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione”.
Questo significa che il pagamento degli oneri contributivi rappresenta il contenuto di un’obbligazione accessoria, posta a carico di chi abbia (già) ottenuto un titolo edilizio. Una volta adempiuto al pagamento, al privato istante non resta quindi che procedere al ritiro materiale della medesima (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 13.05.2014 n. 2434, secondo cui l’obbligazione sorge con il rilascio del titolo ampliativo ed è a tale momento che occorre avere riguardo per la determinazione dell’entità del contributo).
A ciò si aggiunga che, com’è noto, a seguito delle innovazioni apportate dall’art. 5, comma 2, lett. a), n. 3, del d.l. 13.05.2011 n. 70, convertito in legge 12.07.2011 n. 106, in omaggio alla regola generale di semplificazione amministrativa codificata nell’art. 20 della legge 07.08.1990 n. 241, è stato espressamente esteso al procedimento di rilascio del permesso di costruire il regime del silenzio-assenso, fatte salve le deroghe previste in ipotesi di vincoli ambientali, paesaggistici e culturali.
Sicché, una volta inutilmente decorso il termine per la definizione del procedimento di rilascio del titolo edilizio, pari a 90 o 100 giorni (ossia 60 giorni per la conclusione dell’istruttoria più 30 o, in caso di preavviso di rigetto, 40 giorni per la determinazione finale), senza che sia stato opposto motivato diniego, salvo eventuali sospensioni dovute a modifiche progettuali od interruzioni dovute ad integrazioni documentali, sulla domanda di permesso di costruire deve intendersi formato il titolo abilitativo tacito, ai sensi dell’art. 20, comma 8, T.U. 06.06.2001 n. 380 (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, 29.05.2014 n. 2972).
Ed allora, anche a non volersi attribuire alla nota 18.03.2013 n. 12556 (con cui il ricorrente è stato invitato a pagare gli oneri concessori) valore e significato di provvedimento di rilascio del titolo in conformità alla domanda avanzata, è evidente che al 19.11.2014 –data di adozione del provvedimento di rigetto– era ampiamente decorso il termine di formazione del silenzio-assenso, decorrente dal 06.06.2014 –data di presentazione delle integrazioni progettuali–, non risultando in atti né l’esistenza di vincoli ambientali, paesaggistici e culturali sull’area, né l’adozione di una “motivata risoluzione del responsabile del procedimento” di particolare complessità dell’affare, ai fini del raddoppio dei termini ex comma 7.
Va pertanto dichiarato illegittimo l’atto con cui il comune ha negato il rilascio del titolo edilizio dopo la sua formazione tacita, potendo, in tale ipotesi, essere adottato soltanto un provvedimento di ritiro in autotutela, ove sussistano gli altri presupposti richiesti per l’adozione di atti di secondo grado (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, 29.05.2014 n. 2972; TAR Sicilia, Catania, 07.04.2005 n. 572), da accertarsi con le stesse forme e con le stesse modalità procedimentali previste per l’adozione dell’atto da annullare (cfr. TAR Calabria, Reggio Calabria, 06.04.2000 n. 304) (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 17.06.2015 n. 1095 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

maggio 2015

EDILIZIA PRIVATANon è il solo rilascio del titolo edilizio a determinare l’obbligo di versamento degli oneri concessori, dato che rileva anche l’esecuzione dell’attività edilizia assentita, con la conseguenza che “ove ci sia stata voltura a favore di terzi del titolo edilizio da parte dell'originario titolare, unita al mancato avvio da parte di costui di alcuna attività edificatoria, l'intestatario iniziale della concessione deve essere ritenuto libero da ogni obbligo pecuniario nei confronti dell'ente concedente per oneri concessione e per contributo di costruzione”, in considerazione del rilievo che l’avvenuta voltura del titolo edilizio accettata dal Comune, estingue il rapporto con l’originario dante causa, perché la voltura del titolo edilizio opera “come una novazione soggettiva liberatoria del debitore originario per accettazione del Comune”.
... per l'annullamento:
A) quanto al ricorso introduttivo:
- richiesta di accertamento della insussistenza in capo al Comune di Tezze sul Brenta del credito di € 4.885,41 di cui il medesimo Comune si è dichiarato titolare nei confronti della signora T.G. ed ha chiesto il pagamento alla ricorrente con lettera del 24.05.2012 prot. n. 6321 e successiva lettera del 30.05.2013 prot. 6774;
- richiesta di accertamento della insussistenza in capo al Comune di Tezze sul Brenta del credito di € 235,93 di cui il medesimo Comune si è dichiarato titolare nei confronti della signora T.G. per interessi maturati sulla somma di € 4.885,41 e di cui ha chiesto il pagamento mediante cartella di pagamento n. 12420140004298334 emessa da Equitalia Nord spa e notificata dalla medesima in data 09.06.2014;
- richiesta di annullamento della cartella di pagamento n. 12420140004298334 emessa da Equitalia Nord spa e notificata dalla medesima Equitalia Nord spa alla signora T.G. in data 09.06.2014;
...
La ricorrente ha ottenuto dal Comune di Tezze sul Brenta il permesso di costruire n. 7925 del 02.01.2004 per realizzare un fabbricato residenziale.
Il Comune ha determinato nella somma di € 4.885,41 l’importo del contributo per costi di costruzione che sono stati regolarmente versati.
In data 16.02.2004 i terreni sono stati venduti alla ditta “l’immobiliare Srl” prima che iniziassero i lavori, e l’11.03.2004, il Comune ha effettuato la voltura del permesso di costruire.
Con nota del 24.05.2012, il Comune ha chiesto alla ricorrente il pagamento di ulteriori somme a titolo di contributo per il costo di costruzione, a causa del mutamento di orientamento interpretativo consolidatosi in giurisprudenza circa la necessità di applicare la misura minima del 5% prevista dall’art. 16 del DPR 06.06.2001, n. 380, in luogo di quella del 2,5% prevista dalla normativa regionale da ritenersi implicitamente abrogata per effetto della sopravvenuta norma statale di principio.
La ricorrente ha prodotto memorie al Comune deducendo di non essere tenuta al pagamento perché il titolo edilizio era stato volturato a terzi, senza ottenere alcun riscontro.
Con cartella di pagamento n. 12420140004298334 notificata il 09.06.2014, Equitalia ha chiesto la somma di € 5.365,36, di cui 4.885,41 per mancato pagamento del contributo di costruzione, ed € 235,93 per interessi e il resto per spese di esazione.
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Il ricorso è fondato per la censura, che ha carattere assorbente, contenuta nel primo motivo del ricorso introduttivo e dei motivi aggiunti.
Infatti nel caso all’esame l’ulteriore richiesta di pagamento degli oneri non poteva essere rivolta nei confronti della ricorrente che ha ceduto i terreni e ha provveduto a volturare il titolo edilizio in favore di un soggetto terzo prima dell’inizio dei lavori.
Sul punto è sufficiente richiamare l’orientamento giurisprudenziale, che il Collegio condivide, secondo cui non è il solo rilascio del titolo edilizio a determinare l’obbligo di versamento degli oneri concessori, dato che rileva anche l’esecuzione dell’attività edilizia assentita, con la conseguenza che “ove ci sia stata voltura a favore di terzi del titolo edilizio da parte dell'originario titolare, unita al mancato avvio da parte di costui di alcuna attività edificatoria, l'intestatario iniziale della concessione deve essere ritenuto libero da ogni obbligo pecuniario nei confronti dell'ente concedente per oneri concessione e per contributo di costruzione” (cfr. Tar Sicilia, Catania, Sez. I 12.10.2010, n. 4104; id. 26.03.2009 n. 60; Tar Toscana, Sez. III, 12.06.2012 n. 1126), in considerazione del rilievo che l’avvenuta voltura del titolo edilizio accettata dal Comune, estingue il rapporto con l’originario dante causa, perché la voltura del titolo edilizio opera “come una novazione soggettiva liberatoria del debitore originario per accettazione del Comune” (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 30.11.2011, n. 6033; Consiglio Giust. Amm. Sic., 13.10.2011, n. 666; Tar Veneto, Sez. II, 16.06.2011, n. 1042, punto 5.2 in diritto; Tar Puglia, Lecce, Sez. II, 14.07.2003, n. 4731; Tar Campania, Napoli, Sez. V, 12.03.2008, n. 1220).
In definitiva il ricorso deve essere accolto per il primo dei motivi del ricorso introduttivo e dei motivi aggiunti che, comportando l’accertamento che la ricorrente non è il soggetto passivo della pretesa creditoria che il Comune ha avanzato con le note del 25.05.2012 e del 30.05.2013, e quindi l’annullamento degli atti impugnati perché rivolti nei confronti della ricorrente anziché nei confronti della Società in cui favore è stato volturato il titolo edilizio ed ha eseguito i lavori, ha carattere assorbente delle ulteriori censure, con le quali la ricorrente contesta nel merito la pretesa creditoria del Comune, ed anche della domanda di risarcimento, formulata espressamente in via subordinata all’eventuale reiezione di tutte le censure proposte (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 06.05.2015 n. 485 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2015

EDILIZIA PRIVATA: Il contributo di costruzione posto a carico del costruttore trova causa nell’utilità che questi ne ritrae.
Trattandosi di principio di portata generale la deroga alla onerosità del titolo edilizio non può che ricorrere nelle sole ipotesi tassativamente previste dalla legge da intendersi di stretta interpretazione.
Ciò premesso si rileva che il pagamento del contributo di cui al citato art. 27 della L.R. n. 31/2002, ai sensi del successivo art. 30, comma 1, lett. a), è escluso unicamente “per gli interventi, anche residenziali, da realizzare nel territorio rurale in funzione della conduzione del fondo e delle esigenze dell'imprenditore agricolo a titolo principale, ai sensi dell'art. 12 della L. 09.05.1975, n. 153, ancorché in quiescenza”.
Ne deriva che ai fini del rilascio della concessione gratuita occorre il concomitante concorso di due requisiti: sul piano soggettivo, la qualità di imprenditore agricolo a titolo principale secondo la definizione di cui all’art. 12 della L. n. 153/1975; sul piano oggettivo, il nesso di preordinazione funzionale delle opere alla conduzione del fondo.
La ricorrenza di una soltanto di dette condizioni non può, quindi, ritenersi requisito sufficiente a determinare la gratuità dell’intervento edilizio.
La pretesa esenzione non può, quindi, trovare applicazione nei confronti di soggetti differenti dall’imprenditore agricolo a titolo principale e deve essere debitamente documentata al momento in cui l’interessato richiede il titolo abilitativo per l’intervento edilizio.
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In base al prevalente orientamento giurisprudenziale “la controversia sulla quantificazione del contributo di costruzione involge l'apprezzamento del diritto soggettivo alla determinazione dell'obbligazione contributiva. Attività questa, non autoritativa, vincolata, da eseguirsi secondo criteri predeterminati o tabelle parametriche in ragione della natura paratributaria del contributo” con la conseguenza che “trova campo elettivo d'applicazione, specie con riguardo alle norme che prevedono l'esonero e la riduzione del pagamento del contributo, il criterio interpretativo delle norme c.d. "a fattispecie esclusiva", proprio delle disposizioni tributarie. Ossia l'interprete, oltre a doversi attenere alla littera legis, deve individuare il criterio in base al quale è stata disposto il beneficio che deroga all'ordinario regime paratributario, al fine di non estenderne l'applicazione oltre i casi espressamente preveduti”.

La censura è infondata.
Sul punto occorre precisare che il contributo di costruzione posto a carico del costruttore trova causa nell’utilità che questi ne ritrae.
Trattandosi di principio di portata generale la deroga alla onerosità del titolo edilizio non può che ricorrere nelle sole ipotesi tassativamente previste dalla legge da intendersi di stretta interpretazione (Cons. di St., Sez. V, 07.05.2013, n. 2467).
Ciò premesso si rileva che il pagamento del contributo di cui al citato art. 27 della L.R. n. 31/2002, ai sensi del successivo art. 30, comma 1, lett. a), è escluso unicamente “per gli interventi, anche residenziali, da realizzare nel territorio rurale in funzione della conduzione del fondo e delle esigenze dell'imprenditore agricolo a titolo principale, ai sensi dell'art. 12 della L. 09.05.1975, n. 153, ancorché in quiescenza”.
Ne deriva che ai fini del rilascio della concessione gratuita occorre il concomitante concorso di due requisiti: sul piano soggettivo, la qualità di imprenditore agricolo a titolo principale secondo la definizione di cui all’art. 12 della L. n. 153/1975; sul piano oggettivo, il nesso di preordinazione funzionale delle opere alla conduzione del fondo.
La ricorrenza di una soltanto di dette condizioni non può, quindi, ritenersi requisito sufficiente a determinare la gratuità dell’intervento edilizio (Cons. di St., sez. V, 14.05.2013, n. 2009).
La pretesa esenzione non può, quindi, trovare applicazione nei confronti di soggetti differenti dall’imprenditore agricolo a titolo principale e deve essere debitamente documentata al momento in cui l’interessato richiede il titolo abilitativo per l’intervento edilizio (TAR Puglia, Lecce, Sez. III, 18.09.2013, n. 1939).
Nel caso di specie in capo al ricorrente difetta la prescritta qualifica.
La Comunità Montana Valli del Nure e dell’Arda, infatti, a richiesta dell’Amministrazione, ha certificato la qualifica di IAP in capo a E.M. “in qualità di socio amministratore (persona giuridica) della predetta Società Agricola E.G. e C. Società Semplice e non in quanto ditta individuale (persona giuridica) coincidente con la persona fisica”.
La circostanza che l’intervento edilizio sia relativo ad opere assentite in forza di titolo richiesto dalla (e rilasciato alla) persona fisica determina l’insussistenza del presupposto legittimante l’invocata esclusione dal pagamento del contributo di costruzione.
L’esenzione in questione è ulteriormente inibita a causa della natura del fabbricato da realizzarsi atteso che non possiede il prescritto carattere rurale ma, come sostenuto dall’Amministrazione, deve classificarsi quale abitazione di lusso.
L’art. 9, comma 3, lett. e), del D.L. n. 557/1993, infatti, precisa che “i fabbricati ad uso abitativo, che hanno le caratteristiche delle unità immobiliari urbane appartenenti alle categorie A/1 ed A/8, ovvero le caratteristiche di lusso previste dal decreto del Ministro dei lavori pubblici 02.08.1969, adottato in attuazione dell'articolo 13 della legge 02.07.1949, n. 408, e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 218 del 27.08.1969, non possono comunque essere riconosciuti rurali”.
Ai sensi dell’art. 5 del D.M. Lavori Pubblici 02.08.1969, sono considerate abitazioni di lusso “le case composte di uno o più piani costituenti unico alloggio padronale aventi superficie utile complessiva superiore a mq. 200 (esclusi i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine) ed aventi come pertinenza un'area scoperta della superficie di oltre sei volte l'area coperta”.
L’abitazione in questione è riconducibile a tale tipologia poiché ha superficie utile pari a mq. 232,11 (oltre mq. 158,40 non residenziali, mq. 56,44 per autorimessa e mq. 198,91 di porticati) e non può, pertanto, beneficare di alcuna esenzione.
Con il medesimo capo di impugnazione il ricorrente afferma ulteriormente che la circostanza che l’immobile presenti caratteristiche tali da essere riconducibile agli immobili di lusso potrebbe determinare il mancato riconoscimento della ruralità del fabbricato ai soli fini fiscali senza ricaduta alcuna sul regime del contributo di costruzione.
La doglianza è infondata in ragione della peculiare natura del contributo di costruzione.
Deve a tal proposito rilevarsi che in base al prevalente orientamento giurisprudenziale “la controversia sulla quantificazione del contributo di costruzione involge l'apprezzamento del diritto soggettivo alla determinazione dell'obbligazione contributiva. Attività questa, non autoritativa, vincolata, da eseguirsi secondo criteri predeterminati o tabelle parametriche in ragione della natura paratributaria del contributo (cfr., Tar Lombardia, sez. Brescia, 24.08.2012 n. 1467; Cons. St., sez. V, 14.12.1994 n. 1471)” con la conseguenza che “trova campo elettivo d'applicazione, specie con riguardo alle norme che prevedono l'esonero e la riduzione del pagamento del contributo, il criterio interpretativo delle norme c.d. "a fattispecie esclusiva", proprio delle disposizioni tributarie. Ossia l'interprete, oltre a doversi attenere alla littera legis, deve individuare il criterio in base al quale è stata disposto il beneficio che deroga all'ordinario regime paratributario, al fine di non estenderne l'applicazione oltre i casi espressamente preveduti” (TAR Liguria, Sez. I, 30.09.2014, n. 1401).
La posizione illustrata, dalla quale la Sezione non ha motivo di discostarsi, è coerente con il principio di stretta interpretazione cui devono soggiacere i casi di esonero dal contributo di concessione (TAR Campania, Napoli, Sez. II, 29.01.2015, n. 516) (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 30.04.2015 n. 121 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASecondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza, fondato sul tenore letterale dell’art. 16 del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 (“la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è corrisposta al Comune all'atto del rilascio del permesso di costruire” e “la quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all'atto del rilascio...”), i contributi concessori devono essere stabiliti al momento del rilascio del permesso edilizio; a tale momento occorre dunque avere riguardo per la determinazione della entità dell’onere facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio.
Da tale affermazione di principio si trae il corollario della irretroattività delle determinazioni comunali a carattere regolamentare con cui vengono stabiliti i criteri generali e le nuove tariffe e modalità di calcolo per gli oneri concessori ribadendosi l'integrale applicazione del principio “tempus regit actum” e, quindi, la irrilevanza ed ininfluenza di disposizioni tariffarie sopravvenute rispetto al momento del rilascio della concessione edilizia.
Di conseguenza, deve ritenersi che le delibere comunali che dispongono l'adeguamento degli oneri concessori possano trovare applicazione esclusivamente per i permessi rilasciati a far tempo dall'epoca di adozione dell'atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore.
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Deve ritenersi, sulla base del dato normativo e in conformità dell’orientamento giurisprudenziale consolidato da cui non vi sono ragioni di discostarsi, che non solo la determinazione degli oneri debba avvenire sulla base delle tariffe vigenti ma che la stessa non possa essere richiesta che una tantum al momento del rilascio del permesso edilizio senza possibilità di esigersi pagamenti per annualità successive al rilascio del titolo.
E’ pertanto evidentemente illegittima la pretesa dell’Amministrazione intimata di addossare al titolare di un permesso edilizio rilasciato anni prima l’ulteriore carico finanziario derivante dal meccanismo di aggiornamento posto che la determinazione degli oneri concessori al momento del rilascio era stata -a quanto risulta dagli atti di causa- correttamente determinata sulla base delle tabelle vigenti all’epoca.
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Per ragione di completezza, si precisa che, anche qualificando come conseguenza del potere di autotutela la richiesta di integrazione degli oneri, la pretesa risulterebbe illegittima in quanto esercitata patentemente in violazione dell’art. 21-nonies Legge 07.08.1990 n. 241 e ss.mm. posto che:
- non risulta chiaramente il vizio originario da rimuovere, limitandosi il Comune genericamente a richiamare le norme e le tabelle succedutesi nel tempo;
- non viene comparato in motivazione l’interesse pubblico con l’interesse del destinatario, tenendo conto dell'affidamento ingeneratosi nel privato;
- in particolare non viene data alcuna motivazione in relazione al tempo trascorso, circa quattro anni, tra la determinazione originaria e la successiva rideterminazione, tenendo conto che lo stesso art. 21-nonies della Legge n. 241/1990 prescrive che il potere di ritiro venga esercitato “entro un ragionevole termine”.

Il ricorso è fondato nel merito e va accolto.
Con la presente impugnativa il ricorrente si duole che il Comune di Castro abbia rideterminato retroattivamente l’importo del contributo concessorio, a distanza di (circa) quattro anni dal rilascio del permesso di costruire n. 24 del 15.06.2009, ultimata l’opera edilizia e saldati il pagamento degli oneri richiesti.
La doglianza merita di essere condivisa.
Osserva il Collegio che il provvedimento dirigenziale impugnato (prot. n. 2374 del 16.04.2013) -recante in oggetto: “Rideterminazione e recupero contributo di costruzione. Comunicazione e messa in mora”- accolla ex post al ricorrente, in ragione del titolo edilizio rilasciato (circa) quattro anni prima, ulteriori oneri concessori rinviando a quanto stabilito nella deliberazione 30.11.2012 n. 64 del Consiglio Comunale di Castro (e nella determinazione dirigenziale n. 282 del 31.12.2012).
In tale deliberazione, preso atto che è operante un meccanismo legislativo (cfr. art. 16 D.P.R. n. 380/2001, art. 2 L.R. n. 1/2007) di adeguamento automatico del contributo concessorio, il Consiglio Comunale di Castro ha invitato l’Ufficio competente a porre in essere tutte le necessarie attività tecnico-amministrative finalizzate al recupero della differenza tra il contributo concessorio riscosso e quello dovuto in relazione alle pratiche edilizie pervenute a far data del 01.01.2007.
In base a tale direttiva, il Responsabile del Settore Tecnico del Comune di Castro ha dunque richiesto il “conguaglio” (a seguito della rideterminazione in base a nuovi parametri stabiliti ex post) degli oneri concessori versati dal ricorrente in relazione al permesso di costruire n. 24 del 15.06.2009, in misura pari ad € 4.293,03 per l’aggiornamento del contributo di costruzione.
Il Tribunale, in seguito alla lettura dei provvedimenti contestati, ritiene di escludere che si sia di fronte all’esercizio di un potere di autotutela volto a correggere eventuali errori di determinazione o calcolo, peraltro nemmeno chiaramente evidenziati in atti, compiuti all’epoca del rilascio del permesso di costruire.
L’attività comunale appare invece orientata ad addossare al privato successivamente al rilascio del titolo edilizio costi supplementari derivanti dal meccanismo legale di adeguamento degli oneri concessori.
Tale meccanismo consente di aggiornare gli importi ricorrendo, con riferimento alla voce relativa agli oneri di urbanizzazione, “ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale” (cfr. art. 16, sesto comma, D.P.R. 06.06.2001 n. 380) o, in relazione alla voce relativa al costo di costruzione, facendo “riferimento ai costi massimi ammissibili per l'edilizia agevolata” su determinazione regionale, e in assenza di quest’ultima “in ragione dell'intervenuta variazione dei costi di costruzione accertata dall'ISTAT” (Cfr.: art. 16, nono comma, D.P.R. 06.06.2001 n. 380).
Il procedimento di revisione mira dunque ad adeguare l’importo degli oneri concessori a fenomeni di natura sostanzialmente inflattiva -legati all’aumento generalizzato dei costi di urbanizzazione o di costruzione- in maniera da far corrispondere a permessi edilizi rilasciati in epoche diverse un impegno economico sostanzialmente uniforme sui singoli istanti.
Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza, fondato sullo stesso tenore letterale dell’art. 16 del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 (“la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è corrisposta al Comune all'atto del rilascio del permesso di costruire” e “la quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all'atto del rilascio...”), i contributi concessori devono essere stabiliti al momento del rilascio del permesso edilizio; a tale momento occorre dunque avere riguardo per la determinazione della entità dell’onere facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio.
Da tale affermazione di principio si trae il corollario della irretroattività delle determinazioni comunali a carattere regolamentare con cui vengono stabiliti i criteri generali e le nuove tariffe e modalità di calcolo per gli oneri concessori ribadendosi l'integrale applicazione del principio “tempus regit actum” e, quindi, la irrilevanza ed ininfluenza di disposizioni tariffarie sopravvenute rispetto al momento del rilascio della concessione edilizia (Cfr. ex multis: TAR Puglia Lecce, III Sezione, 15.01.2013 n. 49).
Di conseguenza, deve ritenersi che le delibere comunali che dispongono l'adeguamento degli oneri concessori possano trovare applicazione esclusivamente per i permessi rilasciati a far tempo dall'epoca di adozione dell'atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore.
Nel caso di specie, si deve poi osservare che la determinazione degli oneri non solo avviene sulla base di parametri posteriori al titolo edilizio -e quindi in via retroattiva- ma che altresì la stessa pretesa comunale appare fondata sulla convinzione errata che sia possibile esigere periodicamente la richiesta di integrazione del pagamento ogni volta che l’importo tariffario venga modificato, posto che tale rideterminazione appare nella specie ancorata alle tabelle approvate anche per gli anni successivi a quello di rilascio del titolo edilizio.
Deve invece ritenersi, sulla base del dato normativo e in conformità dell’orientamento giurisprudenziale consolidato da cui non vi sono ragioni di discostarsi, che non solo la determinazione degli oneri debba avvenire sulla base delle tariffe vigenti ma che la stessa non possa essere richiesta che una tantum al momento del rilascio del permesso edilizio senza possibilità di esigersi pagamenti per annualità successive al rilascio del titolo (Cfr. ex multis: TAR Puglia Lecce, III Sezione, 15.01.2013 n. 49).
E’ pertanto evidentemente illegittima la pretesa dell’Amministrazione intimata di addossare al titolare di un permesso edilizio rilasciato anni prima l’ulteriore carico finanziario derivante dal meccanismo di aggiornamento posto che la determinazione degli oneri concessori al momento del rilascio era stata -a quanto risulta dagli atti di causa- correttamente determinata sulla base delle tabelle vigenti all’epoca.
Per ragione di completezza, si precisa che, anche qualificando come conseguenza del potere di autotutela la richiesta di integrazione degli oneri, la pretesa risulterebbe illegittima in quanto esercitata patentemente in violazione dell’art. 21-nonies Legge 07.08.1990 n. 241 e ss.mm. posto che:
- non risulta chiaramente il vizio originario da rimuovere, limitandosi il Comune genericamente a richiamare le norme e le tabelle succedutesi nel tempo;
- non viene comparato in motivazione l’interesse pubblico con l’interesse del destinatario, tenendo conto dell'affidamento ingeneratosi nel privato;
- in particolare non viene data alcuna motivazione in relazione al tempo trascorso, circa quattro anni, tra la determinazione originaria e la successiva rideterminazione, tenendo conto che lo stesso art. 21-nonies della Legge n. 241/1990 prescrive che il potere di ritiro venga esercitato “entro un ragionevole termine”.
In conclusione, per le ragioni esposte, vista l’illegittimità dei provvedimenti impugnati, il ricorso deve essere accolto (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 21.04.2015 n. 1302 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

novembre 2014

EDILIZIA PRIVATA1. Sulla natura delle controversie in materia di oneri di urbanizzazione.
Le controversie in tema di oneri di urbanizzazione e di costo di costruzione introducono un giudizio su un rapporto involgente posizioni di diritto soggettivo, che, come tale, sfugge ai termini decadenziali del giudizio impugnatorio ed è attivabile nell’ordinario termine di prescrizione.
2. Sulle condizioni di operatività dell'esonero dal contributo per le opere da realizzare in zona agricola in funzione della conduzione del fondo e delle esigenze dell'imprenditore agricolo ex art. 9, co. 1, lett. a), legge n. 10/1977.
L’esonero dal contributo per il rilascio della concessione edilizia relativamente alle opere da realizzare nelle zone agricole in funzione della conduzione del fondo e delle esigenze dell'imprenditore agricolo a titolo principale previsto dall’art. 9, co. 1, lett. a), della legge n. 10/1977, subordinava la gratuità della concessione a due condizioni: la destinazione dell’opera alla conduzione del fondo la titolarità della qualifica di imprenditore agricolo a titolo principale, per tale dovendosi intendere “l'imprenditore che dedichi alla attività agricola almeno due terzi del proprio tempo di lavoro complessivo e che ricavi dall'attività medesima almeno due terzi del proprio reddito globale da lavoro risultante dalla propria posizione fiscale”, la cui sussistenza è onere del ricorrente dimostrare.
3. Rilevanza anche dei volumi interrati ai fini del computo degli oneri di urbanizzazione.
Ove non si tratti di opere di modeste dimensioni e con destinazione delle stesse ad usi episodici o meramente complementari, o comunque escluse dagli strumenti urbanistici, anche i locali interrati producono carico urbanistico e rilevano ai fini del computo degli oneri di urbanizzazione.

3.1. Le censure, che saranno esaminate congiuntamente, sono infondate.
3.1.1. L’art. 9, co. 1, lett. a), della legge n. 10/1977, applicabile ratione temporis, prevedeva l’esonero dal contributo per il rilascio della concessione edilizia relativamente alle opere da realizzare nelle zone agricole in funzione della conduzione del fondo e delle esigenze dell'imprenditore agricolo a titolo principale, ai sensi dell'art. 12 della legge n. 153/1975.
Come si vede, la norma subordinava la gratuità della concessione a due condizioni, una oggettiva, ovvero la destinazione dell’opera alla conduzione del fondo, e l’altra soggettiva, ovvero la titolarità della qualifica di imprenditore agricolo a titolo principale, per tale dovendosi intendere “l'imprenditore che dedichi alla attività agricola almeno due terzi del proprio tempo di lavoro complessivo e che ricavi dall'attività medesima almeno due terzi del proprio reddito globale da lavoro risultante dalla propria posizione fiscale”, secondo la definizione dettata dall’art. 12 l. n. 153/1975 cit.; ed anche a voler ammettere che lo scantinato abusivo per cui è causa debba presumersi destinato a contribuire alla conduzione del fondo di proprietà del ricorrente, nella specie è proprio il requisito soggettivo a fare difetto: non solo, infatti, il ricorrente medesimo non ne ha dimostrato la sussistenza, come sarebbe stato suo onere (cfr. da ultimo Cons. Stato, sez. V, 09.04.2013, n. 1935), ma la documentazione in atti attesta il contrario (basti esaminare la nota di trascrizione dell’atto d’obbligo del 12.04.1991, ove il ricorrente è qualificato come “infermiere professionale”, circostanza palesemente incompatibile con il contestuale possesso della qualità di imprenditore agricolo a titolo principale.
Del pari, gli altri soggetti menzionati nella nota vi sono qualificati, rispettivamente come “bidella” la signora D.V., moglie del ricorrente, e “pensionato” il signor F.G.).
3.1.2. Quanto alla debenza o meno del contributo di concessione per la realizzazione di locali interrati, ai sensi dell’art. 18 delle N.T.A. del P.R.G. di San Giuliano Terme, non può dubitarsi del fatto che la disposizione dianzi citata, nell’indicare al punto 5 i volumi rilevanti ai fini della individuazione delle caratteristiche quantitative delle opere realizzabili nel territorio comunale, vi comprenda anche i volumi interrati, di modo che il successivo rinvio alle “superfici utili” indicate al precedente punto 4 non può essere inteso ai soli piani fuori terra, come pretenderebbe il ricorrente in virtù di una interpretazione rigidamente letterale, ma a tutte le superfici utili di calpestio, ivi incluse quelle interrate e con la sola eccezione prevista dallo strumento urbanistico per le superfici –fuori terra o interrate– aventi specifiche destinazioni pertinenziali (autorimesse e locali tecnici, le cui caratteristiche non ha il manufatto realizzato dal ricorrente, oltretutto di dimensioni oggettivamente non esigue).
Diversamente, la menzione dei volumi interrati al punto 5 resterebbe priva di effetti, in aperto contrasto, peraltro, con il principio invalso secondo cui, ove non si tratti di opere di modeste dimensioni e con destinazione delle stesse ad usi episodici o meramente complementari, o comunque escluse dagli strumenti urbanistici, anche i locali interrati producono carico urbanistico e rilevano ai fini del computo degli oneri di urbanizzazione (fra le altre, cfr. Cons. Stato, sez. V, 15.02.2001, n. 790; id., sez. IV, 03.05.2000, n. 2614).
Conferma ne sia che lo stesso ricorrente, nell’istanza di condono, definisce “superficie utile” di 50,04 mq quella del manufatto in questione, salvo invocare le agevolazioni di legge previste per la destinazione all’attività agricola (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Toscana, Sez. III, sentenza 21.11.2014 n. 1826 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La società titolare di concessione per lo sfruttamento delle sorgenti di acqua minerale laddove chiede al comune il rilascio di concessioni edilizie per la realizzazione di un nuovo padiglione dello stabilimento termale deve versare il contributo di costruzione.
Con il ricorso introduttivo del giudizio la società <Terme di Montepulciano s.p.a.>, titolare di concessione per lo sfruttamento delle sorgenti di acqua minerale in località S. Albino, espone di aver ottenuto dal Comune di Montepulciano il rilascio di concessioni edilizie per la realizzazione di un nuovo padiglione dello stabilimento termale (n. 234 del 1994, n. 21 del 1995, n. 213 del 1995).
La società ricorrente riferisce altresì di aver chiesto e ottenuto dall’Amministrazione comunale la sospensione del pagamento degli oneri concessori, nell’attesa dell’esito del contenzioso relativo alla loro debenza, garantendo la sospensione stessa dal rilascio di polizze fideiussorie.
Con la presenta azione la società ricorrente chiede l’accertamento della non debenza degli oneri concessori relativi alle opere edili autorizzate, ciò ai sensi dell’art. 9, comma 1, lett. f), della legge n. 10 del 1977, nonché dell’obbligo dell’Amministrazione di restituire le somme versate in acconto e di svincolare le garanzie fideiussorie.
Il Comune di Montepulciano non si è costituito in giudizio.
...
Il ricorso non può essere accolto.
L’art. 9, comma 1, lett. f), della legge n. 10 del 1977 richiede, affinché un certo intervento edilizio risulti gratuito (cfr., da ultimo, la sentenza della Sezione n. 1596 del 2014), la ricorrenza di due requisiti, da un lato il <requisito oggettivo> (deve trattarsi della edificazione di opera pubblica o di interesse generale) e dall’altro il <requisito soggettivo> (essere opere realizzate da “enti istituzionalmente competenti”).
Nella specie i suddetti requisiti non paiono sussistere.
In particolare deve evidenziarsi che il soggetto richiedente è una società per azioni, che ha un oggetto sociale commerciale (mirando al “commercio sotto qualsiasi forma delle acque delle fonti e dei fanghi”: cfr. statuto societario sub doc. 1 di parte ricorrente) e che quindi non può rientrare nel concetto normativo di “enti istituzionalmente competenti”; è vero che la giurisprudenza estende l’applicazione dell’invocato art. 9, comma 1, lett. f), della legge n. 10 del 1977 anche oltre i confini soggettivi dell’ente pubblico, ma richiedendo che il soggetto privato non agisca per fini di lucro e abbia un “legame istituzionale con l’azione amministrativa volta alla cura di interessi pubblici” (Cons. Stato, sez. 4^, 28.10.2011, n. 5799; id. 08.11.2011, n. 5903), elementi assenti nella fattispecie.
Qui si è in presenza di una società lucrativa che vuole “realizzare un nuovo padiglione” nel proprio stabilimento termale, attività edificatoria che non può dirsi sottratta al pagamento degli oneri concessori
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 11.11.2014 n. 1758 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2014

EDILIZIA PRIVATA: Nel caso di mutamento di destinazione d'uso, anche senza opere, da artigianale a commerciale, trattandosi di un cambiamento implicante il passaggio ad una categoria funzionale autonoma, avente diverso carico urbanistico va rilevato che ai sensi dell'art. 19, d.P.R. n. 380 del 2001, il sopravvenuto mutamento della destinazione d'uso, anche in assenza di interventi, comporta comunque l'insorgenza del presupposto imponibile per la debenza del contributo dovuto, compreso quello relativo al costo di costruzione.
Ciò a maggior ragione se, come nel caso in esame, il cambio di destinazione è avvenuto con opere. E’ noto come il contributo relativo al costo di costruzione sia il corrispettivo dovuto in presenza di una trasformazione edilizia che, indipendentemente dall'esecuzione fisica di opere, si riveli produttiva di vantaggi economici per il suo autore; situazione, questa, che si verifica anche nel caso di mutamento d'uso, intendendo per tale ogni variazione anche di semplice uso che comporti un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico e che determini comunque un aumento del c.d. carico urbanistico.
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In caso di cambio di destinazione d'uso l'obbligo di corrispondere il contributo concessorio è un principio enucleabile dall'art. 10, ultimo comma, della legge n. 10/1977, ribadito dall'art. 25, ultimo comma, della legge n. 47/1985, la cui "ratio", come chiarito dalla giurisprudenza, è da ricercare nell'esigenza "di evitare che, quando la nuova tipologia assegnata all'immobile avrebbe comportato all'origine un più oneroso regime contributivo urbanistico, attraverso la modifica della destinazione il contributo possa essere evaso in tutto o in parte a vantaggio del richiedente".
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Nella specie, il mutamento di destinazione d'uso attuato dal ricorrente ha comportato il passaggio della tipologia di intervento da una classe contributiva originaria e meno "pesante" (artigianale) ad un'altra tipologia (commerciale), non solo diversa ma anche più gravosa in termini di carico urbanistico.
Si è trattato, cioè, di un cambio di destinazione d'uso intervenuto tra categorie autonome, quella artigianale e quella commerciale, che ha comportato un aumento del carico urbanistico con conseguente mutamento degli "standard".
Presupposto, questo, sufficiente a giustificare la richiesta di contributo per oneri di urbanizzazione.
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I provvedimenti relativi alla determinazione degli oneri concessori e dell'oblazione non necessitano di motivazione in ordine alla somma indicata, in quanto risultano da un mero calcolo materiale da effettuarsi sulla base di puntuali indicazioni normative, senza che in proposito residui un margine di discrezionalità.
Non è pertanto configurabile, a carico dell'Amministrazione, un onere di specificare le ragioni della decisione adottata, sicché l'interessato può solo contestare l'erroneità dei conteggi effettuati dall'ente.

1.2 Con riguardo alla qualificazione delle modifiche oggetto dell’istanza come mero cambio di destinazione d’uso con opere, la tesi di parte ricorrente non può essere condivisa. Difatti, nel caso di mutamento di destinazione d'uso, anche senza opere, da artigianale a commerciale, trattandosi di un cambiamento implicante il passaggio ad una categoria funzionale autonoma, avente diverso carico urbanistico va rilevato che ai sensi dell'art. 19, d.P.R. n. 380 del 2001, il sopravvenuto mutamento della destinazione d'uso, anche in assenza di interventi, comporta comunque l'insorgenza del presupposto imponibile per la debenza del contributo dovuto, compreso quello relativo al costo di costruzione (Tar Veneto 26.11.2012 1445).
Ciò a maggior ragione se, come nel caso in esame, il cambio di destinazione è avvenuto con opere. E’ noto come il contributo relativo al costo di costruzione sia il corrispettivo dovuto in presenza di una trasformazione edilizia che, indipendentemente dall'esecuzione fisica di opere, si riveli produttiva di vantaggi economici per il suo autore; situazione, questa, che si verifica anche nel caso di mutamento d'uso, intendendo per tale ogni variazione anche di semplice uso che comporti un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico e che determini comunque un aumento del c.d. carico urbanistico (CdS Sez. IV 14.10.2011 n. 5539).
1.3 Riguardo l’affermazione di parte ricorrente per cui gli oneri avrebbero dovuto essere rapportati al cambio di destinazione d’uso e non alla nuova costruzione, il Collegio osserva come, in caso di cambio di destinazione d'uso l'obbligo di corrispondere il contributo concessorio sia un principio enucleabile dall'art. 10, ultimo comma, della legge n. 10/1977, ribadito dall'art. 25, ultimo comma, della legge n. 47/1985, la cui "ratio", come chiarito dalla giurisprudenza, è da ricercare nell'esigenza "di evitare che, quando la nuova tipologia assegnata all'immobile avrebbe comportato all'origine un più oneroso regime contributivo urbanistico, attraverso la modifica della destinazione il contributo possa essere evaso in tutto o in parte a vantaggio del richiedente" (CdS sez. V, 07.12.2010, n. 8620, 30.08.2013 n. 426).
Né la delibera di Consiglio Comunale n. 177 del 28.05.1979, citata dal ricorrente e allegata al ricorso, può essere interpretata nel senso di superare tale fondamentale principio, nella parte in cui prescrive l’abbattimento del costo di costruzione del 50% in caso di ristrutturazione con cambio di destinazione d’uso e senza modifica di strutture portanti.
Ancora, non possono essere applicati gli oneri di urbanizzazione previsti nella delibera di Giunta Comunale n. 2449 del 29.11.1994 per il caso di ristrutturazione edilizia con cambio di destinazione. Difatti, la presenza di un cambio di destinazione d’uso da artigianale a commerciale, con il corredato aumento di carico urbanistico che caratterizza quest’ultima destinazione, indubbiamente lascia la possibilità all’Amministrazione di valutare se, ai fini della determinazione degli oneri, risulti prevalente il cambio di destinazione o il tipo di intervento (si veda in materia il condivisibile ragionamento in Tar Piemonte 27.03.2013 n. 381).
Come nota il Comune, in caso contrario si creerebbe un cortocircuito logico che renderebbe i cambi di destinazione senza opere, in presenza di aumento di carico urbanistico, più costosi di quelli con opere, qualora quest’ultimi fossero riconducibili allo sconto previsto per le ristrutturazioni dalla citata delibera 177/1979. Correttamente, il Comune ha quindi qualificato il cambio di destinazione da artigianale a commerciale come “nuova costruzione”, anche tenuto che la precedente costruzione, con destinazione artigianale non era tenuta al pagamento del costo di costruzione, con conseguente pagamento degli oneri “per differenza” ai sensi dell’art. 2 lett. f) del Regolamento Comunale.
1.4 Nella specie, il mutamento di destinazione d'uso attuato dal ricorrente ha comportato il passaggio della tipologia di intervento da una classe contributiva originaria e meno "pesante" (artigianale) ad un'altra tipologia (commerciale), non solo diversa ma anche più gravosa in termini di carico urbanistico. Si è trattato, cioè, di un cambio di destinazione d'uso intervenuto tra categorie autonome, quella artigianale e quella commerciale, che ha comportato un aumento del carico urbanistico con conseguente mutamento degli "standard". Presupposto, questo, sufficiente a giustificare la richiesta di contributo per oneri di urbanizzazione.
2 Ancora, con riguardo all’affermato calcolo errato dell’oblazione per avere computato metri cubi in eccesso, va specificato che i provvedimenti relativi alla determinazione degli oneri concessori e dell'oblazione non necessitano di motivazione in ordine alla somma indicata, in quanto risultano da un mero calcolo materiale da effettuarsi sulla base di puntuali indicazioni normative, senza che in proposito residui un margine di discrezionalità. Non è pertanto configurabile, a carico dell'Amministrazione, un onere di specificare le ragioni della decisione adottata, sicché l'interessato può solo contestare l'erroneità dei conteggi effettuati dall'ente (da ultimo Tar Lazio Roma 18.02.2014 n. 2015).
Nel caso in esame, i calcoli effettuati dal Comune sono contestati con calcoli di parte (depositati unitamente al ricorso) che risultano generici, dato che il Comune medesimo ha depositato la documentazione fornita dal ricorrente per la sanatoria, ove i vani dei quali il ricorrente chiede lo scorporo in quanto ingressi comuni ad altre parti di edificio non sono stati indicati e scorporati (tavole 7 e 9). Il calcolo è stato quindi correttamente effettuato sulla base della documentazione presentata dal ricorrente medesimo, in allegato all’istanza di sanatoria (TAR Marche, sentenza 06.10.2014 n. 816 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

luglio 2014

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICAMentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento.
E ciò vale ad evidenziare la diversità ontologica della monetizzazione rispetto al contributo di concessione di talché, sotto il versante processuale, non si può utilizzare lo strumento dell’azione di accertamento per determinare l’importo di tale obbligazione pecuniaria.
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La norma regionale impone al richiedente il titolo edilizio di reperire gli standard necessari per l’ampliamento aggiuntivo richiesto. In via alternativa, lo stesso richiedente può provvedere alla monetizzazione degli standard mediante pagamento “di una somma commisurata al costo di acquisizione di altre aree equivalenti per estensione e comparabili per ubicazione e destinazione a quelle per le quali sussiste l’obbligo di cessione”.
In estrema sintesi, in base alla norma in questione il richiedente il titolo edilizio o trasferisce al Comune le aree necessarie per il soddisfacimento degli standard o consegna una somma di danaro idonea per acquisire tali aree: tale monetizzazione va, cioè, necessariamente quantificata con riferimento “al costo di acquisizione” di aree equivalenti.
Nella determinazione delle somme da corrispondere per tale monetizzazione, cioè, il Comune deve fare specifico riferimento alle somme occorrenti per “acquisire” le aree necessarie per realizzare gli standard, cioè deve effettuare un calcolo puntuale ed articolato di quanto dovrebbe in concreto spendere per acquisire al suo patrimonio le aree necessarie, comprensive, ad esempio, di tutte le spese (cioè sia delle spese vive, che dell’attività lavorativa del personale del Comune) per acquisire sul libero mercato delle aree “equivalenti per estensione e comparabili per ubicazione e destinazione a quelle per le quali sussiste l’obbligo di cessione”.
In definiva, nella quantificazione di tale monetizzazione il Comune deve effettuare in concreto (e non in astratto come sembra abbia fatto nel caso in esame) un calcolo preciso di tutte le spese che dovrebbe sopportare per acquisire sul libero mercato delle aree “equivalenti”, in modo tale da rendere nella sostanza equivalente per il soggetto interessato la scelta tra il procedere alla diretta acquisizione delle aree ed la loro cessione al Comune o il procedere al pagamento della relativa “monetizzazione”, dato che eventuali costi aggiuntivi non debbono e non possono in alcun modo gravare sulla collettività, ma debbono essere posti necessariamente a carico del soggetto che altera il corretto rispetto degli standard.
Mentre non può di certo ritenersi ammissibile al riguardo la possibilità per il Comune di quantificare tali costi ipotizzando il ricorso per l’acquisizione di tale aree allo strumento espropriativo, dato che i soggetti proprietari di tali aree, eventualmente da espropriare, non possono in alcun modo subire una lesione dei loro intessi in relazione ad un’attività costruttiva realizzata da soggetti terzi per soddisfare interessi privati e non pubblici. Non può quindi ritenersi che, in via alternativa, il Comune possa considerare le spese necessarie per acquisire le aree necessarie non sul libero mercato, ma attraverso lo strumento pubblicistico dell’esproprio.
Ciò detto, sembra evidente l’erroneità del procedimento logico seguito nel caso di specie dal Comune e denunciato con il gravame, dato che l’Amministrazione ha determinato “in astratto” il valore delle aree (quantificandole in una somma di poco superiore alle € 100 al mq., senza previamente accertare i valori di mercato nella zona), maggiorandola di somme (costo dell’infrastruttura da realizzare e costo della progettazione dell’opera pubblica) non previste dalla normativa sopra richiamata.

Con il ricorso in esame -come sopra esposto- sono state nella sostanza contestate la modalità di determinazione da parte del Comune di Montesilvano della monetizzazione degli standard.
...
Con la deliberazione impugnata il Consiglio comunale di Montesilvano ha nella sostanza determinato in via generale i criteri per la monetizzazione degli standard, integrando e modificando la precedente propria deliberazione consiliare n. 3 del 29.01.2013, nei termini seguenti: ha ritenuto che tale monetizzazione avrebbe dovuto essere determinata aggiungendo al costo per l’acquisizione delle aree (determinato in € 109/mq) -da moltiplicarsi per un coefficiente correttivo rapportato all’indice di fabbricabilità territoriale- anche i seguenti costi:
a) il costo dell’infrastruttura da realizzare (pari a € 96,90/mq);
b) il costo della progettazione dell’opera pubblica (pari a € 7,90/mq).
Con i primi due motivi di ricorso -che possono esaminarsi congiuntamente- la società ricorrente ha dedotto che con la previsione di tali due voci aggiuntive per un verso si era violata L.R. Abruzzo 15.10.2012, n. 49, in quanto tale normativa concede ai soggetti l’alternativa tra la cessione delle aree e l’equivalente valore monetario, e per altro verso si era violato l’art. 23 della Costituzione, dato che era stato imposto un ulteriore contributo di urbanizzazione non previsto da alcuna norma di legge.
Tali doglianze, aventi carattere pregiudiziale ed assorbente, sono fondate.
Va al riguardo premesso che relativamente all’impugnativa di tale atto generale, avente natura discrezionale, sussiste di certo la giurisdizione di questo Tribunale, dal momento che la posizione giuridica soggettiva del privato ha l’indubbia consistenza dell’interesse legittimo.
Mentre -come è già stato autorevolmente precisato (Cons. St., sez. IV, 23.12.2013 n. 6211)- non si può utilizzare in questa sede lo strumento dell’azione di accertamento per la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard, ammessa al contrario solo per contestare la legittimità del contributo concessorio di cui all'art. 3 della L. 28.01.1977, n. 10. Si è, invero, al riguardo già chiarito che “mentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento; e ciò vale ad evidenziare la diversità ontologica della monetizzazione rispetto al contributo di concessione di talché, sotto il versante processuale, non si può utilizzare lo strumento dell’azione di accertamento per determinare l’importo di tale obbligazione pecuniaria".
Ciò chiarito, va evidenziato che la norma regionale sopra ricordata impone al richiedente il titolo edilizio di reperire gli standard necessari per l’ampliamento aggiuntivo richiesto. In via alternativa, lo stesso richiedente può provvedere alla monetizzazione degli standard mediante pagamento “di una somma commisurata al costo di acquisizione di altre aree equivalenti per estensione e comparabili per ubicazione e destinazione a quelle per le quali sussiste l’obbligo di cessione”.
In estrema sintesi, in base alla norma in questione il richiedente il titolo edilizio o trasferisce al Comune le aree necessarie per il soddisfacimento degli standard o consegna una somma di danaro idonea per acquisire tali aree: tale monetizzazione va, cioè, necessariamente quantificata con riferimento “al costo di acquisizione” di aree equivalenti.
Nella determinazione delle somme da corrispondere per tale monetizzazione, cioè, il Comune deve fare specifico riferimento alle somme occorrenti per “acquisire” le aree necessarie per realizzare gli standard, cioè deve effettuare un calcolo puntuale ed articolato di quanto dovrebbe in concreto spendere per acquisire al suo patrimonio le aree necessarie, comprensive, ad esempio, di tutte le spese (cioè sia delle spese vive, che dell’attività lavorativa del personale del Comune) per acquisire sul libero mercato delle aree “equivalenti per estensione e comparabili per ubicazione e destinazione a quelle per le quali sussiste l’obbligo di cessione”.
In definiva, nella quantificazione di tale monetizzazione il Comune deve effettuare in concreto (e non in astratto come sembra abbia fatto nel caso in esame) un calcolo preciso di tutte le spese che dovrebbe sopportare per acquisire sul libero mercato delle aree “equivalenti”, in modo tale da rendere nella sostanza equivalente per il soggetto interessato la scelta tra il procedere alla diretta acquisizione delle aree ed la loro cessione al Comune o il procedere al pagamento della relativa “monetizzazione”, dato che eventuali costi aggiuntivi non debbono e non possono in alcun modo gravare sulla collettività, ma debbono essere posti necessariamente a carico del soggetto che altera il corretto rispetto degli standard.
Mentre non può di certo ritenersi ammissibile al riguardo la possibilità per il Comune di quantificare tali costi ipotizzando il ricorso per l’acquisizione di tale aree allo strumento espropriativo, dato che i soggetti proprietari di tali aree, eventualmente da espropriare, non possono in alcun modo subire una lesione dei loro intessi in relazione ad un’attività costruttiva realizzata da soggetti terzi per soddisfare interessi privati e non pubblici. Non può quindi ritenersi che, in via alternativa, il Comune possa considerare le spese necessarie per acquisire le aree necessarie non sul libero mercato, ma attraverso lo strumento pubblicistico dell’esproprio.
Ciò detto, sembra evidente l’erroneità del procedimento logico seguito nel caso di specie dal Comune e denunciato con il gravame, dato che l’Amministrazione ha determinato “in astratto” il valore delle aree (quantificandole in una somma di poco superiore alle € 100 al mq., senza previamente accertare i valori di mercato nella zona), maggiorandola di somme (costo dell’infrastruttura da realizzare e costo della progettazione dell’opera pubblica) non previste dalla normativa sopra richiamata.
Alla luce delle suesposte considerazioni il ricorso in esame deve, conseguentemente, essere accolto e, per l’effetto, deve essere annullato nella sua totalità l’atto impugnato, data l’erroneità dell’intero procedimento logico seguito dal Comune per procedere alla monetizzazione in parola. Mentre restano al riguardo ovviamente salvi gli ulteriori provvedimenti che l’Amministrazione andrà ad adottare in merito, attenendosi ai criteri sopra indicati.
Con riferimento a quanto sopra esposto ed a quanto al riguardo chiarito dal Giudice di appello (Cons. St., sez. IV, 23.12.2013 n. 6211), vanno infine dichiarate inammissibili le richieste di rideterminazione da parte di questo Tribunale del corrispettivo dovuto per la mancata cessione delle aree di standard e l’accertamento del diritto della ricorrente alla restituzione delle somme non dovute indebitamente versate a titolo di monetizzazione; mentre resta assorbita l’ultima della doglianze dedotte, che presuppone la legittimità dell’atto deliberativo in questione (TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 15.07.2014 n. 346 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La Corte costituzionale ha affermato "che, invero, gli oneri di concessione potrebbero, in teoria, essere ancorati alle tariffe vigenti, alternativamente, al momento in cui l'abuso è iniziato, al momento in cui l'immobile abusivo è completato, al momento dell'entrata in vigore della normativa statale sul condono, al momento dell'entrata in vigore della normativa regionale sul condono, al momento in cui è stata effettuata la richiesta di condono o, infine, al momento del perfezionamento del procedimento di sanatoria” e “che, in tale contesto di pluralità di soluzioni, la scelta del legislatore regionale di privilegiare l'interesse pubblico all'adeguatezza della contribuzione ai costi reali da sostenere rispetto a quello, ad esso antitetico, del cittadino alla sua piena previsione dei costi al momento della formazione del consenso -ugualmente meritevole di protezione- sembra essere il frutto di una scelta discrezionale implicante un bilanciamento di interessi che può solo essere effettuato dal legislatore”.
Sulla scorta di tali parametri, è quindi del tutto coerente il richiamo a una giurisprudenza amministrativa che afferma che l’obbligazione di pagamento degli oneri concessori sorge con il rilascio della concessione edilizia e la giurisprudenza è concorde nel ritenere che la determinazione del contributo dovuto per gli oneri in questione debba essere riferita al momento in cui sorge l’obbligazione, dove si prosegue affermando che “in tale contesto, il considerevole lasso di tempo decorso tra la presentazione della domanda di sanatoria ed il rilascio della concessione non può essere utilmente valorizzato nell’ottica della individuazione di decorrenze del termine per la formazione del silenzio-assenso (e, così, del decorso della prescrizione) diverse da quelle normativamente indicate né per sollecitare una non meglio specificata ‘giusta mediazione’ che tenga conto delle tariffe eventualmente più favorevoli esistenti all’epoca della presentazione della domanda di sanatoria (quanto a quelle vigenti al momento di realizzazione dell’opera abusiva, lo stesso ricorrente riconosce che sarebbe ingiusto agevolare il responsabile)”.
Occorre peraltro evidenziare come appaia ardua l’omologazione tra l’obbligazione nascente dal rilascio del titolo abilitativo in via ordinaria e quella derivante dalla sua adozione in sanatoria, come espressamente notato dalla giurisprudenza.
Si è così affermato che “I contributi di cui all’articolo 11 della L. 10/1977, ed all’art. 1 della L.R. 71/1978, a differenza di altre fattispecie normative, non vengono determinati in via dichiaratamente provvisoria al momento della domanda dell’interessato e quindi non sono necessariamente richiesti salvo conguaglio, come ad esempio nella fattispecie della domanda di concessione in sanatoria (art. 35 L. 47/1995).
La determinazione dei contributi de quibus è stato infatti collocato temporalmente dal legislatore al termine di un lungo e complesso procedimento che ha alla base una espressa dettagliata e circostanziale domanda del privato, cui fa seguito una complessa istruttoria da parte dell’Amministrazione nel corso della quale l’Amministrazione stessa può chiedere all’interessato tutti i chiarimenti e gli ulteriori elementi di cui abbia bisogno.
Il momento del rilascio della concessione non è quindi equiparabile sotto nessun profilo al momento della domanda di concessione in sanatoria.
In quest’ultimo caso l’Amministrazione si trova di fronte ad una attività già posta in essere dal richiedente e ad una richiesta di legittimazione a posteriori di tale attività e non può quindi che riservarsi ad un momento futuro il controllo sulla corrispondenza tra il fatto compiuto e la domanda.
Del tutto diversa è la situazione della concessione in via ordinaria in cui si tratta di legittimare una attività allo stato ancora inesistente ed in cui l’Amministrazione, prima di rimuovere l’ostacolo a tale attività, ha il potere ed il dovere di verifica e di accertamento sotto ogni profilo della legittimità della richiesta del privato.”
Sulla scorta di tale ontologica differenza, la posizione più recente della Sezione è andata nel senso di escludere un automatismo nell’adeguamento temporale alle tariffe successive. Si è allora detto che la determinazione del contributo di concessione in sanatoria, in adesione al consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui “ai sensi dell'art. 37 l. 28.02.1985 n. 47 e dell'art. 3 l. 28.01.1977 n. 10, la determinazione del contributo di concessione in sanatoria deve effettuarsi con riferimento alle tariffe vigenti al momento della domanda, risultando irrilevante la verifica della regolare formazione del silenzio–assenso sulla relativa domanda.”
A tale impostazione si è attenuto il primo giudice, espressamente evidenziando come “nel caso di condono edilizio, gli oneri di concessione vanno rapportati al momento di ultimazione dell’opera e della presentazione della domanda di sanatoria, e non al momento del rilascio del titolo concessorio”.
Le ragioni così espresse vanno anche in questa sede valorizzate, in quanto coerenti con le differenti funzioni delle obbligazioni collegate al rilascio, in via ordinaria o di sanatoria, del titolo abilitativo e legate alla posizione rispettiva delle parti, anche per valorizzare la prevedibilità degli oneri connessi all’edificazione.

Con un unico motivo di diritto, il Comune appellante lamenta violazione o falsa applicazione dell’art. 37 della legge n. 47 del 1985 e del principio di corrispondenza tra oneri di urbanizzazione e carico urbanistico indotto dall’edificazione.
Premesso che la giurisprudenza amministrativa ha avuto modo di evidenziare che sulla questione della definizione del momento cui ancorare la determinazione degli oneri di concessione non è ravvisabile un orientamento interpretativo consolidato da cui possa ricavarsi un principio fondamentale della legislazione statale secondo cui gli oneri stessi debbano essere determinati con riferimento alle tariffe vigenti alla data di entrata in vigore della legge di sanatoria, il Comune evidenzia come rispetto alla pluralità di soluzioni possibili non può non tenersi in considerazione l'interesse pubblico all'adeguatezza della contribuzione ai costi reali da sostenere rispetto a quello, a esso antitetico, del cittadino alla sua piena previsione dei costi al momento della formazione del consenso alla realizzazione dell’opera, facendo quindi prevalere la disciplina esistente in tale momento.
La censura non può essere accolta.
La posizione teorica espressa dal Comune ha sicuramente un suo fondamento, anche in relazione alla valutazione operata dal giudice delle leggi sulla situazione in esame. Infatti, la Corte costituzionale ha affermato (sentenza 17.03.2010 n. 105) “che, invero, gli oneri di concessione potrebbero, in teoria, essere ancorati alle tariffe vigenti, alternativamente, al momento in cui l'abuso è iniziato, al momento in cui l'immobile abusivo è completato, al momento dell'entrata in vigore della normativa statale sul condono, al momento dell'entrata in vigore della normativa regionale sul condono, al momento in cui è stata effettuata la richiesta di condono o, infine, al momento del perfezionamento del procedimento di sanatoria” e “che, in tale contesto di pluralità di soluzioni, la scelta del legislatore regionale di privilegiare l'interesse pubblico all'adeguatezza della contribuzione ai costi reali da sostenere rispetto a quello, ad esso antitetico, del cittadino alla sua piena previsione dei costi al momento della formazione del consenso -ugualmente meritevole di protezione- sembra essere il frutto di una scelta discrezionale implicante un bilanciamento di interessi che può solo essere effettuato dal legislatore”.
Sulla scorta di tali parametri, è quindi del tutto coerente il richiamo a una giurisprudenza amministrativa che afferma (Consiglio di Stato, Sez. IV, 24.05.2011, n. 3116) che l’obbligazione di pagamento degli oneri concessori sorge con il rilascio della concessione edilizia e la giurisprudenza è concorde nel ritenere che la determinazione del contributo dovuto per gli oneri in questione debba essere riferita al momento in cui sorge l’obbligazione, dove si prosegue affermando che “in tale contesto, il considerevole lasso di tempo decorso tra la presentazione della domanda di sanatoria ed il rilascio della concessione non può essere utilmente valorizzato nell’ottica della individuazione di decorrenze del termine per la formazione del silenzio-assenso (e, così, del decorso della prescrizione) diverse da quelle normativamente indicate né per sollecitare una non meglio specificata ‘giusta mediazione’ che tenga conto delle tariffe eventualmente più favorevoli esistenti all’epoca della presentazione della domanda di sanatoria (quanto a quelle vigenti al momento di realizzazione dell’opera abusiva, lo stesso ricorrente riconosce che sarebbe ingiusto agevolare il responsabile)”.
Occorre peraltro evidenziare come appaia ardua l’omologazione tra l’obbligazione nascente dal rilascio del titolo abilitativo in via ordinaria e quella derivante dalla sua adozione in sanatoria, come espressamente notato dalla giurisprudenza. Si è così affermato (da ultimo, CGARS, 27.05.2008 n. 466) che “I contributi di cui all’articolo 11 della L. 10/1977, ed all’art. 1 della L.R. 71/1978, a differenza di altre fattispecie normative, non vengono determinati in via dichiaratamente provvisoria al momento della domanda dell’interessato e quindi non sono necessariamente richiesti salvo conguaglio, come ad esempio nella fattispecie della domanda di concessione in sanatoria (art. 35 L. 47/1995).
La determinazione dei contributi de quibus è stato infatti collocato temporalmente dal legislatore al termine di un lungo e complesso procedimento che ha alla base una espressa dettagliata e circostanziale domanda del privato, cui fa seguito una complessa istruttoria da parte dell’Amministrazione nel corso della quale l’Amministrazione stessa può chiedere all’interessato tutti i chiarimenti e gli ulteriori elementi di cui abbia bisogno.
Il momento del rilascio della concessione non è quindi equiparabile sotto nessun profilo al momento della domanda di concessione in sanatoria.
In quest’ultimo caso l’Amministrazione si trova di fronte ad una attività già posta in essere dal richiedente e ad una richiesta di legittimazione a posteriori di tale attività e non può quindi che riservarsi ad un momento futuro il controllo sulla corrispondenza tra il fatto compiuto e la domanda.
Del tutto diversa è la situazione della concessione in via ordinaria in cui si tratta di legittimare una attività allo stato ancora inesistente ed in cui l’Amministrazione, prima di rimuovere l’ostacolo a tale attività, ha il potere ed il dovere di verifica e di accertamento sotto ogni profilo della legittimità della richiesta del privato
.”
Sulla scorta di tale ontologica differenza, la posizione più recente della Sezione è andata nel senso di escludere un automatismo nell’adeguamento temporale alle tariffe successive. Si è allora detto (Consiglio di Stato, sez. IV, 03.10.2012 n. 5201) che la determinazione del contributo di concessione in sanatoria, in adesione al consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui “ai sensi dell'art. 37 l. 28.02.1985 n. 47 e dell'art. 3 l. 28.01.1977 n. 10, la determinazione del contributo di concessione in sanatoria deve effettuarsi con riferimento alle tariffe vigenti al momento della domanda, risultando irrilevante la verifica della regolare formazione del silenzio–assenso sulla relativa domanda.”
A tale impostazione si è attenuto il primo giudice, espressamente evidenziando come “nel caso di condono edilizio, gli oneri di concessione vanno rapportati al momento di ultimazione dell’opera e della presentazione della domanda di sanatoria, e non al momento del rilascio del titolo concessorio”.
Le ragioni così espresse vanno anche in questa sede valorizzate, in quanto coerenti con le differenti funzioni delle obbligazioni collegate al rilascio, in via ordinaria o di sanatoria, del titolo abilitativo e legate alla posizione rispettiva delle parti, anche per valorizzare la prevedibilità degli oneri connessi all’edificazione (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 07.07.2014 n. 3425 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

maggio 2014

EDILIZIA PRIVATA: Differenza tra costo di costruzione e oneri di urbanizzazione.
In merito al costo di costruzione, preme rammentare che, secondo l’attuale sistema normativo (art. 16 del DPR 380/2001 che ricalca l’art. 6 della legge 10/1977, il costo di costruzione costituisce una prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente paratributaria, essendo volta a colpire l’incremento di ricchezza derivante dall’attività edilizia svolta, a differenza degli oneri di urbanizzazione, che attengono invece all’incremento del carico urbanistico.
In merito al costo di costruzione, preme rammentare che, secondo l’attuale sistema normativo (art. 16 del DPR 380/2001 che ricalca l’art. 6 della legge 10/1977 e l’art. 48 della legge regionale della Lombardia n. 12/2005), il costo di costruzione costituisce una prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente paratributaria, essendo volta a colpire l’incremento di ricchezza derivante dall’attività edilizia svolta, a differenza degli oneri di urbanizzazione, che attengono invece all’incremento del carico urbanistico (così, fra le tante, le sentenze del Consiglio di Stato, sez. IV, n. 6160 e 6161 del 2013, docc. 16 e 17 della ricorrente, di cui si tratterà più diffusamente nel prosieguo, oltre a TAR Sicilia, Catania, sez. I, 19.09.2013, n. 2249).
In altri termini, come del resto indicato espressamente nelle citate decisioni del giudice amministrativo d’appello, il costo di costruzione è dovuto in relazione ai “vantaggi economici”, connessi alla trasformazione edilizia (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 13.05.2014 n. 1248 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La rideterminazione del contributo sul costo di costruzione effettuata dal Comune il 17.10.2013, a oltre quattro anni dal rilascio del permesso di costruire (13.07.2009), corrisponde al ristabilimento dell’esatto contenuto di un’obbligazione di diritto pubblico. L’esigenza di rimediare a un precedente errore di diritto (applicazione della normativa regolamentare non più in vigore) giustifica l’intervento in autotutela.
Le ragioni di interesse pubblico sono implicite nel recupero di un importo dovuto ex lege, a maggior ragione nel caso del contributo sul costo di costruzione, che può essere assimilato a un tributo locale e fuoriesce, come si è visto sopra, da logiche di compensazione.
Poiché ai contributi concessori si applica l’ordinario termine di prescrizione decennale, decorrente in mancanza di altri elementi dalla data di rilascio del titolo edilizio, la richiesta di conguaglio risulta legittima.
L’affidamento del privato può trovare tutela solo in via gradata, nella forma della rateizzazione del debito, qualora l’esborso immediato dell’intero non sia economicamente sostenibile.

(i) la rideterminazione del contributo sul costo di costruzione effettuata dal Comune il 17.10.2013, a oltre quattro anni dal rilascio del permesso di costruire (13.07.2009), corrisponde al ristabilimento dell’esatto contenuto di un’obbligazione di diritto pubblico. L’esigenza di rimediare a un precedente errore di diritto (applicazione della normativa regolamentare non più in vigore) giustifica l’intervento in autotutela.
Le ragioni di interesse pubblico sono implicite nel recupero di un importo dovuto ex lege, a maggior ragione nel caso del contributo sul costo di costruzione, che può essere assimilato a un tributo locale e fuoriesce, come si è visto sopra, da logiche di compensazione.
Poiché ai contributi concessori si applica l’ordinario termine di prescrizione decennale, decorrente in mancanza di altri elementi dalla data di rilascio del titolo edilizio (v. CS Sez. VI 31.05.2013 n. 2996), la richiesta di conguaglio risulta legittima. L’affidamento del privato può trovare tutela solo in via gradata, nella forma della rateizzazione del debito, qualora l’esborso immediato dell’intero non sia economicamente sostenibile (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 03.05.2014 n. 464 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2014

EDILIZIA PRIVATA: Le controversie in tema di determinazione e quantificazione degli oneri concessori sono relative ad atti paritetici adottati dalla Pubblica amministrazione ed ineriscono diritti soggettivi di natura patrimoniale, per cui alcuna decadenza può ritenersi maturata per effetto della mancata contestazione dell’atto con cui a suo tempo gli oneri sono stati indicati come dovuti.
Inoltre deve escludersi che l’intervenuto pagamento dei contributi connessi al rilascio di un permesso di costruire possa costituire in qualche modo acquiescenza sulla debenza delle relative somme, precludendone la tutela giurisdizionale contro gli atti relativi.
Va difatti osservato al riguardo che il pagamento delle predette somme non denota l’univoca intenzione di rinunciare a contestare la loro liquidazione, né a richiederne il rimborso, in tutto o in parte, dovendo esso piuttosto essere considerato quale espressione della connaturale esigenza dell’attività imprenditoriale edilizia di dare avvio, senza indugi, alla realizzazione dell’opera progettata. Oltretutto è da considerare che il pagamento senza riserva del contributo urbanistico non può comportare acquiescenza rispetto all’atto di liquidazione, dal momento che il permesso di costruire non può essere rilasciato ove non ne sia stato effettuato il versamento.

Con l’ordinanza ingiunzione n. 11 del 2.01.2006 oggetto di contestazione il Comune di Telese, ha ingiunto alla ricorrente, per il rilascio in suo favore della concessione edilizia n. 32 dell’11.04.1995, il pagamento della complessiva somma di euro 97.893,05 cosi determinata: euro 39.698,32 quale importo dovuto a titolo di “oneri di costruzione”, euro 39.698,32 quale maggiorazione per sanzioni, euro 18.486,91 per interessi di mora, ed euro 9,50 per spese postali.
E’ da precisare che la Concessione edilizia n. 32 citata quantificava il contributo dovuto per oneri di urbanizzazione nella misura di lire 50.897.870, dando atto dell’intervenuto versamento della prima rata di lire 5.897.870, e si riservava di applicare il contributo relativo agli oneri di costruzione di cui all’art 6 della legge n. 10/1977.
Preliminarmente non può accedersi all’eccezione sollevata dal Comune secondo cui la società ricorrente, avendo ottemperato al versamento della prima rata degli oneri di urbanizzazione, avrebbe riconosciuto di essere obbligata agli esborsi per cui è causa e per tale ragione sarebbe privata della legittimazione a contestarne la debenza.
Si è innanzi chiarito che le controversie in tema di determinazione e quantificazione degli oneri concessori sono relative ad atti paritetici adottati dalla Pubblica amministrazione ed ineriscono diritti soggettivi di natura patrimoniale, per cui alcuna decadenza può ritenersi maturata per effetto della mancata contestazione dell’atto con cui a suo tempo gli oneri sono stati indicati come dovuti.
Inoltre deve escludersi che l’intervenuto pagamento dei contributi connessi al rilascio di un permesso di costruire possa costituire in qualche modo acquiescenza sulla debenza delle relative somme, precludendone la tutela giurisdizionale contro gli atti relativi.
Va difatti osservato al riguardo che il pagamento delle predette somme non denota l’univoca intenzione di rinunciare a contestare la loro liquidazione, né a richiederne il rimborso, in tutto o in parte, dovendo esso piuttosto essere considerato quale espressione della connaturale esigenza dell’attività imprenditoriale edilizia di dare avvio, senza indugi, alla realizzazione dell’opera progettata. Oltretutto è da considerare che il pagamento senza riserva del contributo urbanistico non può comportare acquiescenza rispetto all’atto di liquidazione, dal momento che il permesso di costruire non può essere rilasciato ove non ne sia stato effettuato il versamento (Tar Lazio Roma sez. II 17.05.2005 n. 3488; Cons. St. sez. V 26.03.1996 n. 296; Cons. St. sez. V 26.03.1996 n. 296)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 16.04.2014 n. 2170 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per il credito circa la quota afferente il costo di costruzione vige il termine ordinario di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c., che, ai sensi dell’art. 2936 c.c. comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.
Quanto al dies a quo di decorrenza del termine prescrizionale in esame si osserva che una parte della giurisprudenza di merito sostiene che il diritto alla corresponsione della quota parte degli oneri relativi al contributo di costruzione può essere fatto valere dal Comune, in caso di inadempimento, una volta che siano decorsi sessanta giorni dalla data di ultimazione dei lavori. Ciò in quanto l’art. 16, comma 3, stabilisce che la quota di contributo relativa al costo si costruzione è corrisposta in corso d’opera e comunque non oltre sessanta giorni dall’ultimazione della costruzione.
Sicché si sostiene che è da questa data, o da quella successiva in cui l’opera è stata effettivamente ultimata, e non prima, che il diritto di credito diventa esigibile ed il Comune può farlo valere ed azionarlo legittimamente nei confronti del soggetto obbligato.
D’altra parte si è affermato che, poiché in base all'art. 11, l. 28.01.1977 n. 10 la quota del contributo relativo al costo di costruzione deve essere determinata all'atto del rilascio della concessione edilizia, il rilascio della concessione coincide con il momento in cui sorge l'obbligazione contributiva. Ed infatti, la disposizione dell'art. 11 della legge n. 10 del 1977, in tema di "Versamento del contributo afferente alla concessione", stabilisce che: "La quota di contributo di cui al precedente articolo 6 è determinata all'atto del rilascio della concessione ed è corrisposta in corso d'opera con le modalità e le garanzie stabilite dal comune e, comunque, non oltre sessanta giorni dalla ultimazione delle opere".
Da tale norma si desume, invero, che il fatto costitutivo dell'obbligo giuridico del titolare della concessione edilizia, di versare il contributo previsto, è rappresentato dal rilascio della concessione medesima, ed è a tale momento, quindi, che occorre aver riguardo per la determinazione dell'entità del contributo, divenendo il relativo credito certo, liquido o agevolmente liquidabile ed esigibile.
Sulla base di tale orientamento alcun rilievo può assumere la circostanza che il Comune sia sia espressamente riservato la facoltà di stabilire modalità e garanzie per il pagamento del contributo, atteso che l'atto di imposizione non ha carattere autoritativo ma si risolve in un mero atto ricognitivo e contabile, applicativo di precedenti provvedimenti di carattere generale, e la sua mancata tempestiva adozione non implica alcun potere dell'Amministrazione di differire il suo diritto di credito, configurandosi piuttosto come mancato esercizio del diritto stesso, idoneo a far decorrere il periodo di prescrizione.

A diverse conclusioni deve pervenirsi quanto all’eccezione di prescrizione ordinaria del credito azionato dall’amministrazione con l’ordinanza ingiunzione in questione avente ad oggetto la corresponsione del contributo di costruzione.
Si è innanzi anticipato che, nella determinazione delle somme dovute a titolo di oneri concessori, l’amministrazione non esercita poteri autoritativi discrezionali ma compie attività di mero accertamento della fattispecie in base ai parametri fissati da leggi e da regolamenti, per cui le relative controversie rientrano nella categoria di quelle aventi ad oggetto atti paritetici, inerenti diritti soggettivi (Cons. St. Sez., sez. V, 17.10.2002, n. 5678).
Per il credito in questione vige pertanto il termine ordinario di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c., che, ai sensi dell’art. 2936 c.c. comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.
Quanto al dies a quo di decorrenza del termine prescrizionale in esame si osserva che una parte della giurisprudenza di merito sostiene che il diritto alla corresponsione della quota parte degli oneri relativi al contributo di costruzione può essere fatto valere dal Comune, in caso di inadempimento, una volta che siano decorsi sessanta giorni dalla data di ultimazione dei lavori. Ciò in quanto l’art. 16, comma 3, stabilisce che la quota di contributo relativa al costo si costruzione è corrisposta in corso d’opera e comunque non oltre sessanta giorni dall’ultimazione della costruzione.
Sicché si sostiene che è da questa data, o da quella successiva in cui l’opera è stata effettivamente ultimata, e non prima, che il diritto di credito diventa esigibile ed il Comune può farlo valere ed azionarlo legittimamente nei confronti del soggetto obbligato (TAR Potenza Basilicata sez. I, 08.03.2013 n. 126; TAR Catanzaro Calabria sez. I 14.04.2011 n. 522; TAR Cagliari Sardegna sez. II 14.01.2008 n. 9; Tar Napoli Campania sez. II 11.07.2006 n. 7392; Tar Perugia Umbria 23.06.2003 n. 512).
D’altra parte si è affermato che, poiché in base all'art. 11, l. 28.01.1977 n. 10 la quota del contributo relativo al
costo di costruzione deve essere determinata all'atto del rilascio della concessione edilizia, il rilascio della concessione coincide con il momento in cui sorge l'obbligazione contributiva. Ed infatti, la disposizione dell'art. 11 della legge n. 10 del 1977, in tema di "Versamento del contributo afferente alla concessione", stabilisce che: "La quota di contributo di cui al precedente articolo 6 è determinata all'atto del rilascio della concessione ed è corrisposta in corso d'opera con le modalità e le garanzie stabilite dal comune e, comunque, non oltre sessanta giorni dalla ultimazione delle opere".
Da tale norma si desume, invero, che il fatto costitutivo dell'obbligo giuridico del titolare della concessione edilizia, di versare il contributo previsto, è rappresentato dal rilascio della concessione medesima, ed è a tale momento, quindi, che occorre aver riguardo per la determinazione dell'entità del contributo, divenendo il relativo credito certo, liquido o agevolmente liquidabile ed esigibile (cfr. Cons. St. Sez. IV 06.06.2008, n. 2686 Consiglio Stato sez. V 13.06.2003 n. 3332; Consiglio Stato sez. IV 16.01.2009; TAR Catania Sicilia sez. I 02.10.2003 n. 1502).
Sulla base di tale orientamento alcun rilievo può assumere la circostanza che il Comune sia sia espressamente riservato la facoltà di stabilire modalità e garanzie per il pagamento del contributo, atteso che l'atto di imposizione non ha carattere autoritativo ma si risolve in un mero atto ricognitivo e contabile, applicativo di precedenti provvedimenti di carattere generale, e la sua mancata tempestiva adozione non implica alcun potere dell'Amministrazione di differire il suo diritto di credito, configurandosi piuttosto come mancato esercizio del diritto stesso, idoneo a far decorrere il periodo di prescrizione
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 16.04.2014 n. 2170 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quanto alla natura degli oneri concessori, la prevalente giurisprudenza, condivisa da questo Collegio, in un primo momento solo con riguardo agli oneri di urbanizzazione, e più di recente anche con riferimento al costo di costruzione, ne ha affermato la natura di obbligazioni c.d. “reali” o propter rem caratterizzate pertanto dalla stretta inerenza alla res e destinate a circolare unitamente ad essa per il carattere dell’ambulatorietà che le contraddistingue.
Sulla base di tali argomentazioni la Cassazione ha difatti affermato che l'obbligazione del pagamento degli oneri di urbanizzazione è un’obbligazione propter rem, e che colui che realizza opere di trasformazione edilizia ed urbanistica, valendosi di concessione rilasciata al suo dante causa, ha verso il Comune gli stessi obblighi che gravano sull'originario concessionario ed è con lui solidalmente obbligato per il pagamento degli oneri di urbanizzazione.
Anche il giudice amministrativo, in relazione all’obbligazione assunta di provvedere alla realizzazione delle opere di urbanizzazione, ha chiarito che essa deve qualificarsi "propter rem" nel senso che essa va adempiuta non solo da colui che ha stipulato la convenzione edilizia, ma anche da colui, se soggetto diverso, che richiede la concessione edilizia e da colui che realizza opere di trasformazione edilizia ed urbanistica, valendosi della concessione edilizia rilasciata al suo dante causa. L’obbligazione in solido per il pagamento degli oneri di urbanizzazione e la natura reale dell'obbligazione in esame riguarda dunque i soggetti che stipulano la convenzione, quelli che richiedono la concessione, e quelli che realizzano l'edificazione, ed i loro aventi causa.
Le argomentazioni addotte a sostegno della qualificazione come obbligazioni propter rem degli oneri di urbanizzazione sono state poi estese anche agli oneri relativi al costo di costruzione nel senso che: “nulla vieta dal punto di vista logico prima che giuridico che alle identiche conclusioni debba pervenirsi in ordine alla parte del contributo commisurato al costo di costruzione; questo, infatti, in uno con gli oneri di urbanizzazione costituisce “il contributo” per il rilascio per permesso di costruire (già c.e.) con conseguente e doverosa disciplina unitaria ai fini che qui interessano delle due voci in cui si viene a scomporre".
Tale orientamento, che trova condivisione da parte di questo Collegio, ha trovato riscontro da ultimo in una più recente decisione del Consiglio di Stato secondo cui il presupposto di esigibilità dell’onere relativo al costo di costruzione non risiede solo nella materiale esecuzione delle opere ma anche nella concreta fruizione del titolo e comunque: “le obbligazioni per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione vanno trattate alla stregua di oneri reali, ovvero di obbligazioni propter rem che circolano con il bene cui accedono, sicché nel caso di trasferimento del bene, esse gravano sull’acquirente”.
Trattasi in sostanza di obbligazioni connotate dall’inerenza alla cosa, anziché alla persona cui è rilasciato il permesso di costruire, sicché tutti coloro che partecipano alla costruzione e la utilizzano sono solidalmente obbligati verso il Comune al pagamento degli oneri in questione.

Sotto altro profilo nemmeno fondata può dirsi l’eccezione di carenza di legittimazione passiva sollevata dalla società ricorrente, argomentata sul presupposto che gli oneri sarebbero stati già assolti dalla società titolare della concessione edilizia originaria che aveva realizzato il fabbricato senza tuttavia portarlo a ultimazione, e che, a suo dire, sarebbe per questo l’unico soggetto legittimato passivo nei confronti dell’amministrazione intimata.
Al riguardo è da rilevare che la circostanza secondo cui gli oneri di costruzione in oggetto sarebbero stati assolti dalla società titolare della originaria concessione edilizia, è stata decisamente contestata in atti dal Comune, ed è restata così a livello di mera asserzione del tutto sfornita di prova.
A ciò deve aggiungersi che, quanto alla natura degli oneri concessori, la prevalente giurisprudenza, condivisa da questo Collegio, in un primo momento solo con riguardo agli oneri di urbanizzazione (Cassazione civile, sez. III, 17.06.1996, n. 5541), e più di recente anche con riferimento al costo di costruzione (TAR Bari Puglia, 11/09/2008, n. 2078, sez. III), ne ha affermato la natura di obbligazioni c.d. “reali” o propter rem caratterizzate pertanto dalla stretta inerenza alla res e destinate a circolare unitamente ad essa per il carattere dell’ambulatorietà che le contraddistingue.
Sulla base di tali argomentazioni la Cassazione ha difatti affermato che l'obbligazione del pagamento degli oneri di urbanizzazione è un’obbligazione propter rem, e che colui che realizza opere di trasformazione edilizia ed urbanistica, valendosi di concessione rilasciata al suo dante causa, ha verso il Comune gli stessi obblighi che gravano sull'originario concessionario ed è con lui solidalmente obbligato per il pagamento degli oneri di urbanizzazione (Cass. Civile Sez. III, 17.06.1996, n. 5541; Sez. II 27.08.2002, n. 12571).
Anche il giudice amministrativo, in relazione all’obbligazione assunta di provvedere alla realizzazione delle opere di urbanizzazione, ha chiarito che essa deve qualificarsi "propter rem" nel senso che essa va adempiuta non solo da colui che ha stipulato la convenzione edilizia, ma anche da colui, se soggetto diverso, che richiede la concessione edilizia e da colui che realizza opere di trasformazione edilizia ed urbanistica, valendosi della concessione edilizia rilasciata al suo dante causa. L’obbligazione in solido per il pagamento degli oneri di urbanizzazione e la natura reale dell'obbligazione in esame riguarda dunque i soggetti che stipulano la convenzione, quelli che richiedono la concessione, e quelli che realizzano l'edificazione, ed i loro aventi causa (TAR Sicilia Catania, sez. I, 29.10.2004, n. 3011).
Le argomentazioni addotte a sostegno della qualificazione come obbligazioni propter rem degli oneri di urbanizzazione sono state poi estese anche agli oneri relativi al costo di costruzione nel senso che: “nulla vieta dal punto di vista logico prima che giuridico che alle identiche conclusioni debba pervenirsi in ordine alla parte del contributo commisurato al costo di costruzione; questo, infatti, in uno con gli oneri di urbanizzazione costituisce “il contributo” per il rilascio per permesso di costruire (già c.e.) con conseguente e doverosa disciplina unitaria ai fini che qui interessano delle due voci in cui si viene a scomporre" (CGA 18.05. 2007, n. 395; cfr. Tar Puglia Bari sez. III n. 2078 dell’11.09.2008; nello stesso senso Tar Abruzzo L’Aquila n. 879 del 23.10.2003).
Tale orientamento, che trova condivisione da parte di questo Collegio, ha trovato riscontro da ultimo in una più recente decisione del Consiglio di Stato secondo cui il presupposto di esigibilità dell’onere relativo al costo di costruzione non risiede solo nella materiale esecuzione delle opere ma anche nella concreta fruizione del titolo e comunque: “le obbligazioni per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione vanno trattate alla stregua di oneri reali, ovvero di obbligazioni propter rem che circolano con il bene cui accedono, sicché nel caso di trasferimento del bene, esse gravano sull’acquirente” (cfr. Cons. Stato sez.V, n. 6333 del 12.07.2011).
Trattasi in sostanza di obbligazioni connotate dall’inerenza alla cosa, anziché alla persona cui è rilasciato il permesso di costruire, sicché tutti coloro che partecipano alla costruzione e la utilizzano sono solidalmente obbligati verso il Comune al pagamento degli oneri in questione
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 16.04.2014 n. 2170 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

marzo 2014

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATASebbene in giurisprudenza sia stata, anche di recente, affermata la competenza della Giunta in materia di adeguamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, reputa il collegio di aderire all’opposto orientamento che ritiene sussistente la competenza del Consiglio comunale.
In tal senso depone il tenore letterale dell’art. 16, comma 4, del D.P.R. n. 380/2001 che riconosce espressamente la competenza del Consiglio comunale in materia, affermando che: “L’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base alle tabelle parametriche che la regione definisce per classi di comuni…”. La suddetta competenza è ribadita dal successivo comma 5 per il caso in cui la regione non provveda alla definizione della tabelle parametriche e dal successivo art. 19 recante la disciplina del contributo di costruzione per opere o impianti non destinati alla residenza, alle quali è ascrivibile l’intervento assentito in favore della esponente.
Deve ancora osservarsi che le menzionate disposizioni contenute nel D.P.R. n. 380/2001 non rivestono portata derogatoria bensì confermativa della disciplina sulle attribuzioni del Consiglio comunale come normate all’art. 42 del d.lgs. n. 267/2000 atteso che, ai sensi della lettera f), comma 2, del disposto normativo in esame, il Consiglio ha competenza anche in materia di “istituzione e ordinamento dei tributi, con esclusione della determinazione delle relative aliquote; disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei beni e dei servizi”, e non v’è dubbio che, anche a prescindere dalla controversa natura giuridica degli oneri in questione, si tratti di prestazioni patrimoniali imposte la cui disciplina, secondo un risalente principio giuridico, spetta all’organo elettivo della comunità di riferimento, nella specie rappresentato dal Consiglio comunale.
Né per sostenere la tesi della competenza della Giunta comunale vale opporre che nel caso di specie si tratterebbe di un mero adeguamento degli importi degli oneri dovuti poiché, in senso contrario, deve osservarsi che l’art. 16 del DPR n. 380/2001 non distingue tra determinazione degli oneri e loro aggiornamento, limitandosi ad indicare nel consiglio l’organo competente a provvedere in materia, in linea con la previsione generale di cui all’art. 42, comma 2, lett. f), del d.lgs. n. 267/2000.
Al contempo la tesi della competenza della Giunta non può fondatamente essere sostenuta facendo valere il carattere sostanzialmente vincolato del procedimento di adeguamento periodico degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, atteso che, in realtà, si tratta di decisioni comunque caratterizzate dall’esercizio di poteri discrezionali che, per l’ampia latitudine delle valutazioni di merito implicate e per le ricadute dirette sui diritti dominicali degli appartenenti alle comunità di riferimento, non possono non essere esercitati dal Consiglio in quanto unico organo competente in materia di istituzione ed ordinamento di tributi e di disciplina delle tariffe per la fruizione dei servizi.
Che si tratti di esercizio di poteri discrezionali è confermato sia dal tenore delle disposizioni normative pertinenti che dal contenuto delle delibere in concreto assunte dalla Giunta e contestate dalla ricorrente.
Ed infatti, ai sensi dell’art. 16, comma 6, del DPR. n. 380/2001 “Ogni cinque anni i comuni provvedono ad aggiornare gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, in conformità alle relative disposizioni regionali, in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”; nella specie non risulta che la regione Molise abbia assunto alcuna decisione in materia di adeguamento degli oneri di urbanizzazione sicché l’attività posta in essere dalla Giunta non si rivela come meramente attuativa degli indirizzi regionali in materia.
Inoltre la norma prevede che l’aggiornamento debba essere eseguito “in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”, secondo cioè parametri tutt’altro che oggettivi ed univoci, implicando stime di carattere presuntivo e probabilistico certamente opinabili, tant’è che, nel caso di specie, la Giunta nell’esercizio di un potere ampiamente discrezionale, ha ritenuto di ancorare l’aggiornamento al parametro della rivalutazione in ragione della variazione intervenuta nei costi delle summenzionate opere di urbanizzazione, peraltro pervenendo in tal modo ad un incremento di ben il 348 per cento degli oneri di urbanizzazione.
Ora è evidente che la scelta di un criterio, non imposto dalla legge e neppure dagli indirizzi regionali, nella specie non adottati, e quindi espressione di una valutazione discrezionale e che comporta, al contempo, un incremento degli oneri di urbanizzazione di oltre il 300%, non può ragionevolmente essere sottratto alla competenza del Consiglio in quanto organo responsabile della istituzione dei tributi e della disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei servizi, qual è l’attività di realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria.

Il ricorso è fondato.
Con ordinanza n. 7/2013 il collegio ha accolto la domanda cautelare ritenendo fondata la dedotta censura di difetto di competenza della Giunta nella determinazione del contributo relativo agli oneri di urbanizzazione, al costo di costruzione ed ai diritti di segreteria.
La successiva fase di merito del giudizio non ha introdotto elementi in fatto o in diritto nuovi sicché l’orientamento espresso dal collegio in sede cautelare deve, in questa sede, essere confermato.
Sebbene, infatti, in giurisprudenza sia stata, anche di recente, affermata la competenza della Giunta in materia di adeguamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione (cfr. TAR Campania, II, n. 4206/2013), reputa il collegio di aderire all’opposto orientamento che ritiene sussistente la competenza del Consiglio comunale (TAR Lecce, III, n. 2765/2010).
In tal senso depone il tenore letterale dell’art. 16, comma 4, del D.P.R. n. 380/2001 che riconosce espressamente la competenza del Consiglio comunale in materia, affermando che: “L’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base alle tabelle parametriche che la regione definisce per classi di comuni…”. La suddetta competenza è ribadita dal successivo comma 5 per il caso in cui la regione non provveda alla definizione della tabelle parametriche e dal successivo art. 19 recante la disciplina del contributo di costruzione per opere o impianti non destinati alla residenza, alle quali è ascrivibile l’intervento assentito in favore della esponente.
Deve ancora osservarsi che le menzionate disposizioni contenute nel D.P.R. n. 380/2001 non rivestono portata derogatoria bensì confermativa della disciplina sulle attribuzioni del Consiglio comunale come normate all’art. 42 del d.lgs. n. 267/2000 atteso che, ai sensi della lettera f), comma 2, del disposto normativo in esame, il Consiglio ha competenza anche in materia di “istituzione e ordinamento dei tributi, con esclusione della determinazione delle relative aliquote; disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei beni e dei servizi”, e non v’è dubbio che, anche a prescindere dalla controversa natura giuridica degli oneri in questione, si tratti di prestazioni patrimoniali imposte la cui disciplina, secondo un risalente principio giuridico, spetta all’organo elettivo della comunità di riferimento, nella specie rappresentato dal Consiglio comunale.
Né per sostenere la tesi della competenza della Giunta comunale vale opporre che nel caso di specie si tratterebbe di un mero adeguamento degli importi degli oneri dovuti poiché, in senso contrario, deve osservarsi che l’art. 16 del DPR n. 380/2001 non distingue tra determinazione degli oneri e loro aggiornamento, limitandosi ad indicare nel consiglio l’organo competente a provvedere in materia, in linea con la previsione generale di cui all’art. 42, comma 2, lett. f), del d.lgs. n. 267/2000.
Al contempo la tesi della competenza della Giunta non può fondatamente essere sostenuta facendo valere il carattere sostanzialmente vincolato del procedimento di adeguamento periodico degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, atteso che, in realtà, si tratta di decisioni comunque caratterizzate dall’esercizio di poteri discrezionali che, per l’ampia latitudine delle valutazioni di merito implicate e per le ricadute dirette sui diritti dominicali degli appartenenti alle comunità di riferimento, non possono non essere esercitati dal Consiglio in quanto unico organo competente in materia di istituzione ed ordinamento di tributi e di disciplina delle tariffe per la fruizione dei servizi.
Che si tratti di esercizio di poteri discrezionali è confermato sia dal tenore delle disposizioni normative pertinenti che dal contenuto delle delibere in concreto assunte dalla Giunta e contestate dalla ricorrente.
Ed infatti, ai sensi dell’art. 16, comma 6, del DPR. n. 380/2001 “Ogni cinque anni i comuni provvedono ad aggiornare gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, in conformità alle relative disposizioni regionali, in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”; nella specie non risulta che la regione Molise abbia assunto alcuna decisione in materia di adeguamento degli oneri di urbanizzazione sicché l’attività posta in essere dalla Giunta non si rivela come meramente attuativa degli indirizzi regionali in materia.
Inoltre la norma prevede che l’aggiornamento debba essere eseguito “in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”, secondo cioè parametri tutt’altro che oggettivi ed univoci, implicando stime di carattere presuntivo e probabilistico certamente opinabili, tant’è che, nel caso di specie, la Giunta nell’esercizio di un potere ampiamente discrezionale, ha ritenuto di ancorare l’aggiornamento al parametro della rivalutazione in ragione della variazione intervenuta nei costi delle summenzionate opere di urbanizzazione, peraltro pervenendo in tal modo ad un incremento di ben il 348 per cento degli oneri di urbanizzazione.
Ora è evidente che la scelta di un criterio, non imposto dalla legge e neppure dagli indirizzi regionali, nella specie non adottati, e quindi espressione di una valutazione discrezionale e che comporta, al contempo, un incremento degli oneri di urbanizzazione di oltre il 300%, non può ragionevolmente essere sottratto alla competenza del Consiglio in quanto organo responsabile della istituzione dei tributi e della disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei servizi, qual è l’attività di realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria (TAR Molise, sentenza 31.03.2014 n. 210 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La novazione soggettiva nei rapporti inerenti il titolo edilizio avviene con la voltura non essendo, invece, sufficiente, a realizzare tale effetto il mero acquisito dell’immobile. Tant’è che, secondo la giurisprudenza, del pagamento dei contributi di urbanizzazione risponde direttamente e per intero il titolare della concessione edilizia, essendo i successivi acquirenti estranei al rapporto che al riguardo si è instaurato col Comune.
Peraltro, la titolarità del permesso edilizio incide solo sul profilo passivo della obbligazione relativa al pagamento del contributo ma nulla, invece, ha a che vedere con l’azione di ripetizione dell’indebito.
Questa, infatti, trae fonte dal pagamento di un debito non dovuto ed inerisce esclusivamente al rapporto fra chi lo ha effettuato e chi lo ha ricevuto. Legittimato ad esigere la restituzione è, quindi, il soggetto che ha effettuato (a nome proprio) il pagamento rivelatosi privo di causa.
Nessuna rilevanza assume ai fini della legittimazione ad esercitare l’azione in discorso il fatto che l’onere economico del pagamento indebito sia poi stato trasferito da parte del solvens su un soggetto terzo. Infatti, il presupposto della azione di ripetizione, è esclusivamente quello del pagamento di un debito non dovuto e non quello dell’”arricchimento ai danni di altra persona” che è, invece, proprio della diversa azione di arricchimento senza causa.

... per l'annullamento del provvedimento prot. 61108 del 14.10.2010, notificato al difensore della ricorrente in data 18.10.2010, con il quale il Dirigente del Servizio Urbanistica del Comune di Pistoia ha respinto l’istanza presentata dalla ricorrente per il rimborso degli oneri di urbanizzazione pagati nell’intervento di ristrutturazione p.e. n. 2003/2008 in Pistoia, Viale ..., piano primo (v. DOC.1);
...
La Sig.ra Giuliana Vitale ha acquistato nel 2009 una porzione di fabbricato destinato a civile abitazione nel comune di Pistoia.
La sua dante causa, Sig.ra Vettori Antonella, prima della vendita aveva già presentato al predetto comune una d.i.a. per l’esecuzione di lavori di ristrutturazione e pagato i relativi oneri di urbanizzazione.
I predetti oneri, in forza di apposito patto contrattuale, sono stati poi posti a carico dell’acquirente che ha poi portato a termine i lavori.
La Sig.ra Vitale si è, tuttavia, avveduta che l’ammontare degli oneri di urbanizzazione richiesti dal Comune di Pistoia superava la somma effettivamente dovuta.
In particolare, il predetto ente, in applicazione della delibera consiliare n. 225 del 21/12/2007, aveva calcolato gli oneri sulla base della superficie lorda dell’intero fabbricato anziché prendere a riferimento la sola unità immobiliare interessata dal progetto di ristrutturazione.
Ritenendo, anche sulla scorta di precedenti pronunce di questo Tribunale Amministrativo, tale sistema di calcolo palesemente illegittimo, la Sig.ra Vitale ha intentato azione di ripetizione dell’indebito contro il Comune di Pistoia per ottenere la ripetizione delle somme pagate in eccesso a titolo di oneri di urbanizzazione.
Nel costituirsi in giudizio il Comune di Pistoia ha preliminarmente eccepito la carenza di legittimazione attiva della ricorrente osservando che l’azione di ripetizione potrebbe essere esercitata solo da chi ha eseguito il pagamento non dovuto e, quindi, nella specie, dalla Sig.ra Vettori che ha versato alla tesoreria comunale le somme richieste a titolo di oneri di urbanizzazione.
Al riguardo la ricorrente ha replicato di essere subentrata, per effetto dell’acquisto dell’immobile, in tutti i rapporti attivi e passivi facenti capo al titolo edilizio. Sicché, così come l’obbligo di pagare gli oneri concessori (qualora questi fossero ancora insoluti) si sarebbe trasferito su di lei, allo stesso modo, essa sarebbe divenuta titolare dell’azione di ripetizione di quanto indebitamente corrisposto a tale titolo dalla sua dante causa.
Gli argomenti dedotti dalla ricorrente per contrastare l’eccezione formulata dal Comune non appaiono, tuttavia, convincenti.
Occorre in primo luogo osservare che la novazione soggettiva nei rapporti inerenti il titolo edilizio avviene con la voltura non essendo, invece, sufficiente, a realizzare tale effetto il mero acquisito dell’immobile. Tant’è che, secondo la giurisprudenza, del pagamento dei contributi di urbanizzazione risponde direttamente e per intero il titolare della concessione edilizia, essendo i successivi acquirenti estranei al rapporto che al riguardo si è instaurato col Comune (Cons. Stato, V, 26/06/1996 n. 793).
Peraltro, la titolarità del permesso edilizio incide solo sul profilo passivo della obbligazione relativa al pagamento del contributo ma nulla, invece, ha a che vedere con l’azione di ripetizione dell’indebito.
Questa, infatti, trae fonte dal pagamento di un debito non dovuto ed inerisce esclusivamente al rapporto fra chi lo ha effettuato e chi lo ha ricevuto. Legittimato ad esigere la restituzione è, quindi, il soggetto che ha effettuato (a nome proprio) il pagamento rivelatosi privo di causa (Cassazione civile sez. III, 01.12.2009 n. 25276; TAR Napoli Campania sez. V, 05.04.2011 n. 1916).
Nessuna rilevanza assume ai fini della legittimazione ad esercitare l’azione in discorso il fatto che l’onere economico del pagamento indebito sia poi stato trasferito da parte del solvens su un soggetto terzo. Infatti, il presupposto della azione di ripetizione, è esclusivamente quello del pagamento di un debito non dovuto e non quello dell’”arricchimento ai danni di altra persona” che è, invece, proprio della diversa azione di arricchimento senza causa.
Il ricorso deve essere, quindi, dichiarato inammissibile per difetto di legittimazione attiva (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 12.03.2014 n. 493 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2014

EDILIZIA PRIVATAIl “contributo per il rilascio del permesso di costruire”, disciplinato dall’art. 16 del DPR n. 380 del 2001, è inteso dalla giurisprudenza, anche di questa Sezione, come “corrispettivo di diritto pubblico”, che rappresenta una “forma di partecipazione alle spese pubbliche con caratteri atipici, ma sempre collegata all’attività di trasformazione del territorio”; proprio questa sua funzione giustifica la ripetizione del contributo nel caso di mancato utilizzo del permesso di costruire, giacché in questa ipotesi non vi è stata alcuna attività di trasformazione del territorio e quindi non è dovuta alcuna partecipazione alla spesa pubblica correlata.
Può tuttavia accadere, come nella specie, che pur non essendo state realizzate le opere di cui al permesso di costruire, siano stati tuttavia posti in essere significativi interventi modificativi del territorio, come sbancamenti e ingenti movimenti terra, propedeutici alle edificazioni poi non realizzate. In ipotesi siffatte, venendo meno attraverso la rinuncia e/o la decadenza del titolo edilizio, la ragione giustificativa che da un punto di vista giuridico sorreggeva la trasformazione territoriale, l’Amministrazione comunale può ben vantare una pretesa alla rimessione in pristino, cioè alla eliminazione delle trasformazioni territoriali realizzate e non più sorrette dal permesso di costruire.
Si tratta di effetti giuridici che conseguono congiuntamente dalla perdita di efficacia del permesso di costruire: da un lato il diritto alla ripetizione degli oneri concessori correlati ad opere che non si edificheranno più, dall’altro l’obbligo di ripristino della situazione di fatto anteriore rispetto all’avvio delle opere attuative del titolo edilizio.
Proprio la congiunta scaturigine giustifica il collegamento tra le due fattispecie, a garanzia del congiunto adempimento, e cioè giustifica che il Comune trattenga gli oneri riscossi fino alla rimessione in pristino stato o comunque alla determinazione degli oneri conseguenti alla rimessione in pristino medesima. Così che solo una volta azzerata l’incidenza sul territorio delle trasformazioni conseguenti all’esecuzione del titolo edilizio sarà possibile procedere alla ripetizione degli oneri versati.

Con il sesto mezzo di cui ai motivi aggiunti parte ricorrente rileva che il condizionamento, effettuato dall’Amministrazione, della restituzione degli oneri concessori di cui al permesso di costruire n. 7567 alla rimessione in pristino, con eliminazione delle trasformazioni effettuate in attuazione dello stesso permesso n. 7567, sarebbe illegittimo perché privo di fondamento normativo e comunque sproporzionato.
La censura è infondata.
Il “contributo per il rilascio del permesso di costruire”, disciplinato dall’art. 16 del DPR n. 380 del 2001, è inteso dalla giurisprudenza, anche di questa Sezione, come “corrispettivo di diritto pubblico”, che rappresenta una “forma di partecipazione alle spese pubbliche con caratteri atipici, ma sempre collegata all’attività di trasformazione del territorio” (TAR Toscana, sez. 3^, 11.08.2004, n. 3181); proprio questa sua funzione giustifica la ripetizione del contributo nel caso di mancato utilizzo del permesso di costruire, giacché in questa ipotesi non vi è stata alcuna attività di trasformazione del territorio e quindi non è dovuta alcuna partecipazione alla spesa pubblica correlata.
Può tuttavia accadere, come nella specie, che pur non essendo state realizzate le opere di cui al permesso di costruire, siano stati tuttavia posti in essere significativi interventi modificativi del territorio, come sbancamenti e ingenti movimenti terra, propedeutici alle edificazioni poi non realizzate. In ipotesi siffatte, venendo meno attraverso la rinuncia e/o la decadenza del titolo edilizio, la ragione giustificativa che da un punto di vista giuridico sorreggeva la trasformazione territoriale, l’Amministrazione comunale può ben vantare una pretesa alla rimessione in pristino, cioè alla eliminazione delle trasformazioni territoriali realizzate e non più sorrette dal permesso di costruire.
Si tratta di effetti giuridici che conseguono congiuntamente dalla perdita di efficacia del permesso di costruire: da un lato il diritto alla ripetizione degli oneri concessori correlati ad opere che non si edificheranno più, dall’altro l’obbligo di ripristino della situazione di fatto anteriore rispetto all’avvio delle opere attuative del titolo edilizio. Proprio la congiunta scaturigine giustifica il collegamento tra le due fattispecie, a garanzia del congiunto adempimento, e cioè giustifica che il Comune trattenga gli oneri riscossi fino alla rimessione in pristino stato o comunque alla determinazione degli oneri conseguenti alla rimessione in pristino medesima. Così che solo una volta azzerata l’incidenza sul territorio delle trasformazioni conseguenti all’esecuzione del titolo edilizio sarà possibile procedere alla ripetizione degli oneri versati.
Nella specie non risulta che parte ricorrente abbia inteso farsi carico della rimessione in pristino e neppure che abbia avviato con l’Amministrazione un dialogo per stabilire l’ammontare dei costi dell’attività di ripristino, dialogo necessario proprio per determinare in misura corretta gli oneri ripristinatori e scongiurare le sproporzioni che parte ricorrente paventa (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 11.02.2014 n. 288 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In materia di contributi derivanti dal rilascio di concessione edilizia sussiste la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo e tale giurisdizione sussiste anche quando attiene alla richiesta, mediante cartella esattoriale, di pagamento del contributo per gli oneri di urbanizzazione e conseguenti sanzioni; sebbene, infatti, l'art. 16 della l. 28.01.1977 n. 10 sia stato abrogato dall'art. 136, comma 2, d.P.R. 06.06.2001, n. 380, a decorrere dal 30.06.2003, ai sensi dell'art. 3, d.l. 20.06.2002, n. 122, conv., con modificazioni, in l. 01.08.2002, n. 185, le controversie in materia di oneri di urbanizzazione devono ritenersi tuttora attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di urbanistica e di edilizia ai sensi dell'art. 34 d.lgs. n. 80 del 1998, non avendo tra l'altro detti oneri natura tributaria, bensì natura di corrispettivo di diritto pubblico avente la funzione di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione.
Invero, atteso che le controversie che hanno ad oggetto la legittimità o meno del contributo relativo a concessione edilizia vertono sull'esistenza o sulla misura di una obbligazione direttamente stabilita dalla legge, l'atto con cui l'Amministrazione comunale provvede in merito alla determinazione del contributo concessorio non ha natura autoritativa e la posizione del soggetto nei cui confronti è richiesto il pagamento, è di diritto soggettivo e non di interesse legittimo;ì.
Conseguentemente la giurisdizione del giudice amministrativo in materia ha per oggetto tutte le controversie inerenti all'an e al quantum della pretesa contributiva del comune, (mentre la competenza dell'a.g.o. è limitata alle sole questioni inerenti all'esperibilità del recupero in executivis del credito contributivo); con l'ulteriore precisazione che oggi, dopo l'entrata in vigore dell'art. 7 della L. 21.07.2000, n. 207, tale giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo comprende anche i giudizi avverso l'ordinanza-ingiunzione emessa dal Comune ai sensi dell'art. 2 del r.d. 14.04.1910, n. 639.
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L'Amministrazione non ha l'obbligo, a fronte del ritardato pagamento degli oneri concessori, di escutere la fideiussione, evitando in tal modo di applicare la sanzione.
Infatti la fideiussione che accompagna la rateizzazione del pagamento degli oneri di urbanizzazione non ha la finalità di agevolare l'adempimento del soggetto obbligato al pagamento, bensì costituisce una garanzia personale prestata unicamente nell'interesse dell'amministrazione, sulla quale non incombe alcun obbligo di preventiva escussione del fideiussore.
Invero, la garanzia sussidiaria serve a scongiurare che il Comune possa irrimediabilmente perdere una entrata di diritto pubblico, ma non alleggerisce affatto la posizione del soggetto tenuto al pagamento, né attenua i doveri di diligenza sullo stesso incombenti, né estingue di per sé l'obbligazione principale.

L’eccezione è infondata.
Va chiarito che in materia di contributi derivanti dal rilascio di concessione edilizia sussiste la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo e tale giurisdizione sussiste anche quando attiene alla richiesta, mediante cartella esattoriale, di pagamento del contributo per gli oneri di urbanizzazione e conseguenti sanzioni; sebbene, infatti, l'art. 16 della l. 28.01.1977 n. 10 sia stato abrogato dall'art. 136, comma 2, d.P.R. 06.06.2001, n. 380, a decorrere dal 30.06.2003, ai sensi dell'art. 3, d.l. 20.06.2002, n. 122, conv., con modificazioni, in l. 01.08.2002, n. 185, le controversie in materia di oneri di urbanizzazione devono ritenersi tuttora attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di urbanistica e di edilizia ai sensi dell'art. 34 d.lgs. n. 80 del 1998, non avendo tra l'altro detti oneri natura tributaria, bensì natura di corrispettivo di diritto pubblico avente la funzione di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione; invero, atteso che le controversie che hanno ad oggetto la legittimità o meno del contributo relativo a concessione edilizia vertono sull'esistenza o sulla misura di una obbligazione direttamente stabilita dalla legge, l'atto con cui l'Amministrazione comunale provvede in merito alla determinazione del contributo concessorio non ha natura autoritativa e la posizione del soggetto nei cui confronti è richiesto il pagamento, è di diritto soggettivo e non di interesse legittimo; conseguentemente la giurisdizione del giudice amministrativo in materia ha per oggetto tutte le controversie inerenti all'an e al quantum della pretesa contributiva del comune, (mentre la competenza dell'a.g.o. è limitata alle sole questioni inerenti all'esperibilità del recupero in executivis del credito contributivo); con l'ulteriore precisazione che oggi, dopo l'entrata in vigore dell'art. 7 della L. 21.07.2000, n. 207, tale giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo comprende anche i giudizi avverso l'ordinanza-ingiunzione emessa dal Comune ai sensi dell'art. 2 del r.d. 14.04.1910, n. 639 (cfr., TAR Napoli (Campania) sez. II, 18/11/2008, 19792).
Il presente giudizio ha, quindi, ad oggetto anche diritti soggettivi e si traduce nell’accertamento in concreto della doverosità della corresponsione dei contributi concessori e dell’esatta quantificazione degli stessi.
Ne deriva che non ha alcuna incidenza su tale aspetto l’omessa impugnazione del decreto di ingiunzione di pagamento.
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Il Collegio ritiene che il ricorso sia infondato.
La L. 108/1996 non ha, infatti, abrogato l’art. 3 L. 47/1985, ma si è limitata a definire gli interessi abnormi risultanti da liberi accordi o convenzioni tra privati, non anche quelli definiti dalla legge, come è avvenuto nel caso di specie. Nessuna violazione della norma in parola emerge, anche perché l’amministrazione si è limitata, nella determinazione degli interessi applicati in sede di determinazione delle rate di pagamento, ad applicare gli interessi al tasso legale in vigore al momento del rilascio della concessione edilizia.
Le somme dovute poi ai sensi dell’art. 3 L. 47/1985 non costituiscono, peraltro, interessi, ma sono qualificati espressamente come sanzioni, corrispondenti a percentuali di aumento del contributo concessorio, in relazione ai giorni di ritardo.
La società ricorrente ha, peraltro, dedotto che l’amministrazione, in omaggio ai principi di buona fede e correttezza, avrebbe dovuto prima escutere la polizza fideiussoria e poi emettere il provvedimento sanzionatorio.
L’assunto è infondato, in quanto questo Tar ha già chiarito che l'Amministrazione non ha l'obbligo, a fronte del ritardato pagamento degli oneri concessori, di escutere la fideiussione, evitando in tal modo di applicare la sanzione. Infatti la fideiussione che accompagna la rateizzazione del pagamento degli oneri di urbanizzazione non ha la finalità di agevolare l'adempimento del soggetto obbligato al pagamento, bensì costituisce una garanzia personale prestata unicamente nell'interesse dell'amministrazione, sulla quale non incombe alcun obbligo di preventiva escussione del fideiussore; invero, la garanzia sussidiaria serve a scongiurare che il Comune possa irrimediabilmente perdere una entrata di diritto pubblico, ma non alleggerisce affatto la posizione del soggetto tenuto al pagamento, né attenua i doveri di diligenza sullo stesso incombenti, né estingue di per sé l'obbligazione principale (cfr., TAR Milano (Lombardia) sez. II, 21/07/2009, n. 4405)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 06.02.2014 n. 389 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2014

EDILIZIA PRIVATA: Parere in merito al ricalcolo del contributo di costruzione nel caso di realizzazione di opere autorizzate con precedente permesso di costruire e non eseguite. Art. 15, comma 3, DPR 380/2001 - Comune di Oriolo Romano (Regione Lazio, parere 21.01.2014 n. 33492 di prot.).

EDILIZIA PRIVATALa concessione edilizia comporta la corresponsione di un contributo commisurato all'incidenza delle spese di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione, in quanto ogni attività di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio partecipa agli oneri ad essa relativi. Esso ha natura, quindi, di corrispettivo di diritto pubblico.
La quantificazione dei contributi dovuti dal soggetto in cui favore è rilasciata la concessione è ordinariamente effettuata all'atto del rilascio della concessione medesima, ma il Comune, anche in seguito, ben può effettuare la rideterminazione dell'ammontare del contributo dovuto dal concessionario, in quanto il potere è espressione del generale principio di autotutela che può essere legittimamente esercitato ogni qual volta l'amministrazione si renda conto di essere incorsa, per qualsiasi ragione, in errore nella liquidazione o nel calcolo del contributo.
Ed invero, è stato inoltre ritenuto che, poiché l'eventuale errore nella determinazione dei costi di costruzione e degli oneri di urbanizzazione configura un indebito oggettivo da parte dell'intestatario della concessione, la sola preclusione alla azionabilità del credito effettivamente dovuto è la prescrizione del diritto alla percezione degli oneri nel loro integrale ammontare.

La concessione edilizia comporta la corresponsione di un contributo commisurato all'incidenza delle spese di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione, in quanto ogni attività di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio partecipa agli oneri ad essa relativi (cfr., Cons. St., sez. V, 06.05.1997, n. 462). Esso ha natura, quindi, di corrispettivo di diritto pubblico.
La quantificazione dei contributi dovuti dal soggetto in cui favore è rilasciata la concessione è ordinariamente effettuata all'atto del rilascio della concessione medesima, ma il Comune, anche in seguito, ben può effettuare la rideterminazione dell'ammontare del contributo dovuto dal concessionario, in quanto il potere è espressione del generale principio di autotutela (cfr. TAR Veneto, II, 01.02.2011, nn. 181 e 189; Cons. St.,V, 30.09.1998, n. 1144) che può essere legittimamente esercitato ogni qual volta l'amministrazione si renda conto di essere incorsa, per qualsiasi ragione, in errore nella liquidazione o nel calcolo del contributo.
Ed invero, è stato inoltre ritenuto che, poiché l'eventuale errore nella determinazione dei costi di costruzione e degli oneri di urbanizzazione configura un indebito oggettivo da parte dell'intestatario della concessione, la sola preclusione alla azionabilità del credito effettivamente dovuto è la prescrizione del diritto alla percezione degli oneri nel loro integrale ammontare (TAR Lombardia, Milano, sez. II, 06.11.2002, n. 4267) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 17.01.2014 n. 50 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2013

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi del comma 6-ter dell'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241 "Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi" le denuncie di inizio attività "non costituiscono provvedimenti taciti".
Il legislatore ha fatto dunque proprio l’avviso dell'Adunanza plenaria 29.07.2011 n. 15 per cui "la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge".
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L'obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione deve essere agganciato non al tempo della presentazione della denuncia di inizio attività, ma al sorgere della giuridica possibilità di realizzare legittimamente l’intervento e quindi al momento dell’intervenuta efficacia della d.i.a. per decorso del termine o intervenuto accertamento della conformità alla disciplina urbanistica vigente.
La determinazione dell'importo dei contributi dovuti per le opere da realizzarsi è dunque connessa all'effettiva possibilità di effettuare l'intervento edilizio. Ciò, onde evitare l’insorgenza di un obbligo di pagamento anche nel caso in cui, nel termine di trenta giorni l'amministrazione intervenga con l'ordine motivato di blocco dei lavori, è dunque evidente che la determina dei contributi urbanistici deve essere effettuata tenendo conto dei parametri di calcolo in vigore al momento dell’operatività della detta denuncia.
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Quando il privato ha parcellizzato l’intervento attraverso uno stillicidio di molteplici DIA (nel caso ben cinque) tutte concernenti i medesimi spazi, è evidente che il contributo cui dovrà soggiacere non potrà che essere quello corrispondente all’assetto finale dell’immobile, onde evitare che una sapiente regia nella segmentazione dei lavori finisca per risolversi in un abuso del diritto in danno dell’Amministrazione.

Come la Sezione ha più volte avuto modo di ricordare, ai sensi del comma 6-ter dell'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241 "Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi" (introdotto con l'articolo 6, co. 1°, lettera c), del D.L. 13.08.2011, n. 138) le denuncie di inizio attività "non costituiscono provvedimenti taciti". Il legislatore ha fatto dunque proprio l’avviso dell'Adunanza plenaria 29.07.2011 n. 15 per cui "la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge".
In linea generale, l'efficacia abilitativa alla realizzazione dell'intervento edilizio non era conseguente all'iniziativa del privato ma alla giuridica possibilità di realizzare le opere.
Pertanto l'obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione deve essere agganciato non al tempo della presentazione della denuncia di inizio attività, ma al sorgere della giuridica possibilità di realizzare legittimamente l’intervento e quindi al momento dell’intervenuta efficacia della d.i.a. per decorso del termine o intervenuto accertamento della conformità alla disciplina urbanistica vigente.
La determinazione dell'importo dei contributi dovuti per le opere da realizzarsi è dunque connessa all'effettiva possibilità di effettuare l'intervento edilizio. Ciò, onde evitare l’insorgenza di un obbligo di pagamento anche nel caso in cui, nel termine di trenta giorni l'amministrazione intervenga con l'ordine motivato di blocco dei lavori, è dunque evidente che la determina dei contributi urbanistici deve essere effettuata tenendo conto dei parametri di calcolo in vigore al momento dell’operatività della detta denuncia (cfr. Cons. Stato Sez. IV 13.05.2010 n. 2922).
Fino al momento dell'attribuzione di efficacia, secondo momento di realizzazione della fattispecie precettiva, la vicenda procedimentale non è ancora conclusa, ed è quindi ancora possibile, ed anzi doveroso, dare risalto agli eventi esterni sopravvenuti, quale è il mutamento dei parametri di calcolo (come nel caso di specie), o anche il sopraggiungere di una nuova disciplina urbanistica).
In conseguenza del principio che precede, quando poi, come nel caso particolare, il privato abbia parcellizzato l’intervento attraverso uno stillicidio di molteplici DIA (nel caso ben cinque) tutte concernenti i medesimi spazi, è evidente che il contributo cui dovrà soggiacere non potrà che essere quello corrispondente all’assetto finale dell’immobile, onde evitare che una sapiente regia nella segmentazione dei lavori finisca per risolversi in un abuso del diritto in danno dell’Amministrazione
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 20.12.2013 n. 6161 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La quota di contributo commisurata al costo di costruzione costituisce una prestazione di natura tributaria e paratributaria, collegata alla produzione di ricchezza dei singoli che è generata dallo sfruttamento del territorio.
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Il contributo relativo al costo di costruzione è dovuto anche in presenza di una trasformazione edilizia che, indipendentemente dall'esecuzione fisica di opere, si rivela produttiva di vantaggi economici ad essa connessi, situazione che si verifica per il mutamento di destinazione o comunque per ogni variazione anche di semplice uso che comporti un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico.
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Il settimo comma, primo periodo, dell'art. 64 della L.R. Lombardia 11.03.2005 n. 12 prevede che: “La realizzazione degli interventi di recupero di cui al presente capo comporta la corresponsione …. del contributo commisurato al costo di costruzione, calcolati sulla volumetria o sulla superficie lorda di pavimento resa abitativa secondo le tariffe approvate e vigenti in ciascun comune per le opere di nuova costruzione”.
In sostanza, la quantificazione degli oneri di urbanizzazione e del contributo riferito al costo di costruzione per il recupero dei sottotetti è agganciata da un lato alla “superficie lorda di pavimento resa abitativa”, e dall’altro alle “tariffe approvate e vigenti” per le opere di nuova costruzione.
In tal senso il TAR ha ragione quanto ha escluso la legittimità di un conteggio che tenga conto della “superficie complessiva”, cioè la superficie utile più quella non residenziale di cui all’art. 2 del D.M. 10.05.1977 n. 10.
Infatti, in applicazione del principio ermeneutico generale della prevalenza della norma speciale sulla norma generale è esatto l’assunto per cui in materia di oneri di urbanizzazione relativi al recupero dei sottotetti, deve farsi esclusivo riferimento al più ristretto ambito spaziale individuato al settimo comma dell'art. 64 della L.R..
Pertanto, in base al vecchio brocardo “ubi lex voluit dixit”, se il legislatore regionale ha prescritto che gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione debbono essere computati con riferimento alla “volumetria o sulla superficie lorda di pavimento resa abitativa”, ha intenzionalmente inteso porre una fattispecie peculiare derogatoria del regime generale di cui agli artt. 44 e 48 della L.R. n. 12/2005.
Tuttavia, al fine del calcolo del costo di costruzione per gli interventi in questione deve dunque escludersi che possano essere conteggiate come fattori di moltiplicazione le superfici non destinate anche indirettamente ai fini residenziali quali i locali di pertinenza del fabbricato ad uso comune quali androni, deposito biciclette e carrozzine, deposito rifiuti, corridoi e disimpegni dei solai delle cantine ed ecc..
Tuttavia il richiamo alle “tariffe vigenti” di cui all’art. 64, co. 7, della detta L.R. implica che per la determinazione del costo di costruzione per le nuove costruzioni -sia pure con riferimento alle sole superfici lorde di pavimento rese abitative- debba farsi diretto rinvio all’art. 48 della L.R. n. 12/2005, ed al d.m. 10.05.1977.
In altre parole, l'interpretazione della preposizione "calcolati sulla volumetria o sulla superficie lorda di pavimento resa abitativa secondo le tariffe approvate vigenti per ciascun Comune per le opere di nuova costruzione" deve essere coerente con il precedente art. 48 ed implica che il calcolo del costo di costruzione dei recuperi edilizi dei sottotetti deve essere computato utilizzando da un lato la volumetria o la superficie s.l.p. resa abitativa e dall’altro le tabelle comunali per le nuove costruzioni di cui all'art. 48 della L.R. n. 12/2005.
Esattamente l’Amministrazione appellante ricorda, in linea di principio, che la quota di contributo commisurata al costo di costruzione costituisce una prestazione di natura tributaria e paratributaria, collegata alla produzione di ricchezza dei singoli che è generata dallo sfruttamento del territorio (cfr. Cons. Stato, sez. V, 21.04.2006 n. 2258; Cons. Stato Sez. V 06.05.1997 n. 462; Cons. Stato Sez. VI 18.01.2012 n. 177). Infatti il contributo relativo al costo di costruzione è dovuto anche in presenza di una trasformazione edilizia che, indipendentemente dall'esecuzione fisica di opere, si rivela produttiva di vantaggi economici ad essa connessi, situazione che si verifica per il mutamento di destinazione o comunque per ogni variazione anche di semplice uso che comporti un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico (cfr. Consiglio di Stato Sez. IV 14/10/2011 n. 5539).
Nello specifico però, il settimo comma, primo periodo, dell'art. 64 della L.R. Lombardia 11.03.2005 n. 12 prevede che: “La realizzazione degli interventi di recupero di cui al presente capo comporta la corresponsione …. del contributo commisurato al costo di costruzione, calcolati sulla volumetria o sulla superficie lorda di pavimento resa abitativa secondo le tariffe approvate e vigenti in ciascun comune per le opere di nuova costruzione”.
In sostanza, la quantificazione degli oneri di urbanizzazione e del contributo riferito al costo di costruzione per il recupero dei sottotetti è agganciata da un lato alla “superficie lorda di pavimento resa abitativa”, e dall’altro alle “tariffe approvate e vigenti” per le opere di nuova costruzione.
In tal senso il TAR ha ragione quanto ha escluso la legittimità di un conteggio che tenga conto della “superficie complessiva”, cioè la superficie utile più quella non residenziale di cui all’art. 2 del D.M. 10.05.1977 n. 10.
Infatti, in applicazione del principio ermeneutico generale della prevalenza della norma speciale sulla norma generale è esatto l’assunto per cui in materia di oneri di urbanizzazione relativi al recupero dei sottotetti, deve farsi esclusivo riferimento al più ristretto ambito spaziale individuato al settimo comma dell'art. 64 della L.R..
Pertanto, in base al vecchio brocardo “ubi lex voluit dixit”, se il legislatore regionale ha prescritto che gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione debbono essere computati con riferimento alla “volumetria o sulla superficie lorda di pavimento resa abitativa”, ha intenzionalmente inteso porre una fattispecie peculiare derogatoria del regime generale di cui agli artt. 44 e 48 della L.R. n. 12/2005.
La Società, nella memoria del 03.10.2013, esattamente ricorda come tale individuazione è del tutto coerente sia con le finalità generali di recupero di patrimonio edilizio ai fini abitativi, sia con riferimento al fatto che non possano computarsi tutte le superfici non residenziali che spesso non appartengono nemmeno all’esecutore dell’intervento.
Al riguardo, al fine del calcolo del costo di costruzione per gli interventi in questione deve dunque escludersi che possano essere conteggiate come fattori di moltiplicazione le superfici non destinate anche indirettamente ai fini residenziali quali i locali di pertinenza del fabbricato ad uso comune quali androni, deposito biciclette e carrozzine, deposito rifiuti, corridoi e disimpegni dei solai delle cantine ed ecc. (ma al riguardo vedi anche infra).
Tuttavia il richiamo alle “tariffe vigenti” di cui all’art. 64, co. 7, della detta L.R. implica che per la determinazione del costo di costruzione per le nuove costruzioni -sia pure con riferimento alle sole superfici lorde di pavimento rese abitative- debba farsi diretto rinvio all’art. 48 della L.R. n. 12/2005, ed al d.m. 10.05.1977.
In altre parole, l'interpretazione della preposizione "calcolati sulla volumetria o sulla superficie lorda di pavimento resa abitativa secondo le tariffe approvate vigenti per ciascun Comune per le opere di nuova costruzione" deve essere coerente con il precedente art. 48 ed implica che il calcolo del costo di costruzione dei recuperi edilizi dei sottotetti deve essere computato utilizzando da un lato la volumetria o la superficie s.l.p. resa abitativa e dall’altro le tabelle comunali per le nuove costruzioni di cui all'art. 48 della L.R. n. 12/2005.
Solo in relazione a quest’ultimo limitato profilo il primo motivo del Comune può, per tale parte, essere accolto
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 20.12.2013 n. 6160 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl contributo per oneri di urbanizzazione costituisce un corrispettivo di diritto pubblico previsto dal legislatore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione, ovvero un contributo speciale che ha la propria causa giuridica nelle maggiori spese che l’amministrazione pubblica deve accollarsi in dipendenza della costruzione dell’edificio e del connesso utilizzo, da parte dei detentori del bene, dei servizi e degli spazi circostanti.
Pertanto, è consolidato in giurisprudenza il principio secondo cui, in caso di ristrutturazione edilizia, il pagamento degli oneri di urbanizzazione è dovuto solo nel caso in cui l’intervento abbia determinato un aumento del carico urbanistico.
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L’intervento assentito dal Comune prevede la demolizione di un fabbricato di civile abitazione unifamiliare di quattro piani fuori terra e la successiva edificazione di un nuovo fabbricato sempre di civile abitazione unifamiliare di pari volumetria, composto da due piani fuori terra oltre seminterrato.
L’edificio risultante dalla ristrutturazione conserva la stessa volumetria e la stessa destinazione d’uso dell’edificio precedente, non determinando, quindi, alcuna modifica dei parametri e del carico urbanistico.
Inconferente, ai fini del carico urbanistico, è la modifica di sagoma e prospetti.
Ne consegue che non sono dovuti gli oneri di urbanizzazione.

... per l'annullamento del provvedimento di determinazione degli oneri di urbanizzazione primaria/secondaria e di costruzione, emanato dal Comune di Meina, nella persona del responsabile del servizio tecnico, in data 11.02.2000 e in pari data notificato al ricorrente (rif. pratica edilizia n. 11/1999);
...
Il ricorso è fondato.
Il contributo per oneri di urbanizzazione costituisce un corrispettivo di diritto pubblico previsto dal legislatore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione, ovvero un contributo speciale che ha la propria causa giuridica nelle maggiori spese che l’amministrazione pubblica deve accollarsi in dipendenza della costruzione dell’edificio e del connesso utilizzo, da parte dei detentori del bene, dei servizi e degli spazi circostanti.
Pertanto, è consolidato in giurisprudenza il principio secondo cui, in caso di ristrutturazione edilizia, il pagamento degli oneri di urbanizzazione è dovuto solo nel caso in cui l’intervento abbia determinato un aumento del carico urbanistico (TAR Piemonte, sez. I, 26.11.2003 n. 1675 e, da ultimo, TAR Piemonte, sez. II, 16.09.2013 n. 1009; Cons. Stato, sez. IV, 29.04.2004, n. 2611).
Nel caso di specie, la documentazione versata in atti dal ricorrente sembra obbiettivamente escludere che l’intervento edilizio abbia comportato un aumento del carico urbanistico.
L’intervento assentito dal Comune prevede la demolizione di un fabbricato di civile abitazione unifamiliare di quattro piani fuori terra e la successiva edificazione di un nuovo fabbricato sempre di civile abitazione unifamiliare di pari volumetria, composto da due piani fuori terra oltre seminterrato (cfr. relazione tecnica sub doc. 1 di parte ricorrente).
L’edificio risultante dalla ristrutturazione conserva la stessa volumetria e la stessa destinazione d’uso dell’edificio precedente, non determinando, quindi, alcuna modifica dei parametri e del carico urbanistico.
Inconferente, ai fini del carico urbanistico, è la modifica di sagoma e prospetti.
Ne consegue che non sono dovuti gli oneri di urbanizzazione.
Il ricorso è quindi fondato e va accolto. Per l’effetto, va disposto l’annullamento dell’atto impugnato nella parte relativa all’indicazione e alla quantificazione degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, e va inoltre condannata l’amministrazione comunale a restituire al ricorrente l’importo degli oneri da questi indebitamente versato, in misura pari all’equivalente in Euro dell’importo di Lire 23.118.503, con gli interessi legali dalla data della domanda (07.04.2000) fino al saldo (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 13.12.2013 n. 1346 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

novembre 2013

APPALTI FORNITURE E SERVIZI - EDILIZIA PRIVATA1)– Non può escludersi la generale ammissibilità di mezzi di adempimento diversi dal pagamento nel caso di transazioni commerciali tra ente locale e privati, originate da contratti di servizi e forniture, ai sensi dell’art. 2, comma 4, del “Codice degli appalti pubblici” (D.Lgs.vo n. 163/2006). (In questo senso, è stato ritenuto che la disposizione ex art. 35, comma 3-bis, del D.L. n. 1/2012, sia applicabile anche agli EE.LL.).
La compensazione dei crediti commerciali non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, con debiti tributari, trova le limitazioni contenute nelle specifiche norme in materia, non derogabili, che la ammettono su istanza del creditore o su sua specifica richiesta.
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2)- Nel caso della procedura di riequilibrio pluriennale non si rinvengono indicazioni specifiche, quali quelle prescritte per la procedura di dissesto, che impongano una particolare procedura di pagamento dei debiti, che possano essere ricondotte al principio della “par condicio creditorum”. (Nel parere si segnala, comunque, la disposizione contenuta all’art. 6 del D.L. n. 35/2013, che può fornire indicazioni di carattere generale e, dunque, non circoscritto alle sola ipotesi del riequilibrio pluriennale, sul corretto criterio di pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni).
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3)- Allo stato attuale della legislazione e fino a tutto il 2014, l’utilizzo delle risorse rivenienti dalle concessioni edilizie e dalle sanzioni previste dal DPR n. 380/2001, fermo il presupposto che le spese non siano consolidate e ripetitive e che l’entrata sia accertata sulla base degli introiti effettivi, nel rispetto dei principi di sana gestione, continua a essere disciplinato nel modo previsto dalla legge n. 244/2007, ancora non trovando applicazione il nuovo vincolo di destinazione impresso dall’art. 4 comma 3, della legge n. 228 del 24/12/2012.
Permane pertanto la possibilità di utilizzare, per la quota del 50%, le entrate rivenienti nei contributi per permesso di costruzione per la pulizia delle strade e per fronteggiare il debito fuori bilancio dell’Ente nei confronti di creditori che abbiano effettuato interventi per l’emergenza neve e per la manutenzione delle strade comunali.

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Con la nota in epigrafe il Commissario Straordinario del Comune di San Fele, dopo aver premesso che l’Ente ha adottato un piano di riequilibrio finanziario pluriennale, pone i seguenti quesiti:
I- con riferimento alle norme in materia di compensazione di crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati al 31.12.2012 nei confronti dei Comuni, si chiede se anche l’Ente possa legittimamente avvalersi di tale facoltà nei rapporti con i privati, anche allo scopo di prevenire danni da ritardo nei pagamenti ai propri creditori;
I.1- se, nel caso di risposta affermativa, sia corretto approvare preventivamente un atto di indirizzo/direttiva di Giunta per i responsabili dei settori e degli uffici;
II- se vi sono, e quali sono, le corrette azioni da intraprendere per non violare il principio della par condicio creditorum nell’attuazione della procedura di riequilibrio finanziario pluriennale;
III- se le entrate derivanti dai contributi per permesso di costruzione possano legittimamente essere destinate a fronteggiare il debito dell’Ente nei confronti di creditori che abbiano effettuato interventi per l’emergenza neve e per la manutenzione delle strade comunali (prestazioni di servizi).
...
(... segue) (Corte dei Conti, Sez. controllo Basilicata, deliberazione 27.11.2013 n. 123).

EDILIZIA PRIVATA: Le controversie sull'ammontare dei contributi di concessione edilizia involgono diritti soggettivi; per cui il relativo pagamento non comporta acquiescenza alla liquidazione dei contributi medesimi e non preclude la tutela giurisdizionale contro gli atti relativi, dovendo piuttosto essere considerato quale espressione della connaturale esigenza dell'attività imprenditoriale edilizia di dare avvio, senza indugi, alla realizzazione dell'opera progettata.
In via preliminare, va disattesa l’eccezione di irricevibilità e/o inammissibilità del ricorso, sollevata dal resistente Comune di Agrigento, in quanto è noto che le relative controversie sono soggette all’ordinario termine di prescrizione e non a quello decadenziale (cfr., da ultimo, TAR Sicilia–Catania sez. I - 26.09.2013, n. 2287).
Peraltro, le controversie sull'ammontare dei contributi di concessione edilizia involgono diritti soggettivi; per cui il relativo pagamento non comporta acquiescenza alla liquidazione dei contributi medesimi e non preclude la tutela giurisdizionale contro gli atti relativi, dovendo piuttosto essere considerato quale espressione della connaturale esigenza dell'attività imprenditoriale edilizia di dare avvio, senza indugi, alla realizzazione dell'opera progettata (in tal senso, Cons. Stato, sez. V, 12.10.1990, n. 716; TAR Sicilia–Palermo – sez. I, 30.09.2002, n. 2715) (TAR Sicilia-Palermo, Sez. III, sentenza 08.11.2013 n. 2066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2013

EDILIZIA PRIVATA: La qualificazione di un intervento edilizio assentito non dipende dal nomen juris impiegato dall’Autorità comunale, ma deve essere compiuta in base a criteri essenziali.
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A proposito della “ristrutturazione” e del “restauro e risanamento conservativo”, la giurisprudenza individua il tratto differenziale tra le due tipologie di interventi nella presenza o meno di modifiche strutturali incidenti sulla sagoma e sul volume dell’edificio, ovvero nella presenza o meno di un incremento del complessivo carico urbanistico derivante dall’edificio, sicché l’elemento decisivo, ai fini della qualificazione di un intervento come ristrutturazione edilizia, è costituito non tanto dal dato formale del coinvolgimento delle strutture portanti o delle pareti perimetrali dell’immobile, quanto da quello sostanziale del conseguimento di un maggiore “peso” urbanistico sul territorio, a causa di aumenti di volume, di modifiche di sagoma o di incrementi del complessivo carico urbanistico rispetto al preesistente.
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In relazione agli interventi che danno titolo al rilascio della concessione edilizia a titolo gratuito, l’elemento di discriminazione tra la concessione onerosa e la concessione gratuita, o tra interventi assoggettati al regime di concessione e opere soggette a mera autorizzazione, deve essere individuato nella modifica o meno del carico urbanistico, che costituisce il limite della differenza di regime giuridico.

Quanto, innanzi tutto, al carattere oneroso o gratuito dell’intervento edilizio in questione, il Collegio ritiene che non si possa prescindere dal preliminare accertamento della reale portata dell’intervento medesimo, alla luce dell’orientamento che vuole che la qualificazione di un intervento edilizio assentito non dipende dal nomen juris impiegato dall’Autorità comunale, ma deve essere compiuta in base a criteri essenziali (v. Cons. Stato, Sez. V, 05.06.1991 n. 883).
Orbene, a proposito della “ristrutturazione” e del “restauro e risanamento conservativo”, la giurisprudenza individua il tratto differenziale tra le due tipologie di interventi nella presenza o meno di modifiche strutturali incidenti sulla sagoma e sul volume dell’edificio, ovvero nella presenza o meno di un incremento del complessivo carico urbanistico derivante dall’edificio, sicché l’elemento decisivo, ai fini della qualificazione di un intervento come ristrutturazione edilizia, è costituito non tanto dal dato formale del coinvolgimento delle strutture portanti o delle pareti perimetrali dell’immobile, quanto da quello sostanziale del conseguimento di un maggiore “peso” urbanistico sul territorio, a causa di aumenti di volume, di modifiche di sagoma o di incrementi del complessivo carico urbanistico rispetto al preesistente (v. Cons. Stato, Sez. IV, 19.11.2012 n. 5818).
Nella fattispecie, in particolare, l’aggravio di carico urbanistico viene fatto discendere dall’Amministrazione comunale dall’incremento di alloggi che l’intervento determina, aggravio la cui sussistenza la ricorrente invero non contesta, senza tener conto però della circostanza che, in relazione agli interventi che danno titolo al rilascio della concessione edilizia a titolo gratuito, l’elemento di discriminazione tra la concessione onerosa e la concessione gratuita, o tra interventi assoggettati al regime di concessione e opere soggette a mera autorizzazione, deve essere individuato nella modifica o meno del carico urbanistico, che costituisce il limite della differenza di regime giuridico (v., tra le altre, TAR Marche 12.02.1998 n. 250).
Ne consegue che, dovendosi ascrivere l’intervento edilizio in questione alla categoria della “ristrutturazione” –nonostante il diverso nomen iuris utilizzato–, correttamente l’Amministrazione ha preteso la corresponsione del contributo ex art. 3 della legge n. 10 del 1977 (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 23.10.2013 n. 649 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per costante giurisprudenza, mentre hanno natura regolamentare i provvedimenti previsti dagli artt. 5 e 6 della legge n. 10 del 1977, con i quali le regioni e i consigli comunali stabiliscono i criteri generali per la determinazione del contributo, hanno invece natura di atti paritetici tutti i restanti atti con i quali, in applicazione dei criteri legislativi e regolamentari stabiliti, l’ente locale quantifica le somme dovute e le pone a carico del titolare della concessione, con la conseguenza che, ove si eccettuino le impugnative degli atti regolamentari recanti i criteri generali suindicati, tutte le altre controversie relative all’an e al quantum del contributo riguardano diritti soggettivi delle parti in relazione ai quali l’Amministrazione è sfornita di potestà autoritativa, dovendo compiere un’attività di mero accertamento in base ai parametri normativi prefissati, e allora, vertendosi in tema di diritti soggettivi e non di interessi legittimi, la censura della concreta quantificazione degli oneri soggiace solo e soltanto al vizio di violazione di legge, non certamente ad un vizio sintomatico dell’eccesso di potere quale quello del difetto di motivazione.
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La giurisprudenza ha chiarito che il contributo diviene certo, liquido (o agevolmente liquidabile) ed esigibile fin dal momento della formazione del titolo edilizio, con la conseguenza che è da allora che inizia a maturare il credito accessorio per interessi ai sensi dell’art. 1282 cod.civ.; non trattandosi, dunque, di interessi moratori, quanto piuttosto di interessi corrispettivi, legittimamente l’Amministrazione resistente ha a suo tempo preteso il pagamento di simili accessori secondo le modalità contestate dalla ricorrente.
Si tratta, del resto, di conclusione coerente con quell’indirizzo giurisprudenziale che dalla disciplina della legge n. 10 del 1977 fa scaturire che il fatto costitutivo dell’obbligo giuridico del titolare della concessione edilizia di versare il dovuto é rappresentato dal rilascio della concessione stessa, sicché è a quel momento che occorre avere riguardo non solo per la determinazione del contributo, ma anche per l’individuazione della decorrenza del termine di prescrizione, divenendo il relativo credito –a tale data– certo, liquido (o agevolmente liquidabile) ed esigibile, e ciò anche perché, pur in presenza del potere del Comune di stabilire modalità e garanzie per il pagamento del contributo, l’atto di imposizione non ha carattere autoritativo, ma si risolve in un mero atto ricognitivo e contabile, applicativo di precedenti provvedimenti di carattere generale, per cui la mancata tempestiva adozione dello stesso non implica alcuna facoltà dell’Amministrazione di differire la riscossione del suo diritto di credito, configurandosi piuttosto come mancato esercizio del diritto stesso, idoneo a far decorrere il termine di prescrizione.

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Il ricorrente lamenta che l’ingiunzione di pagamento ex art. 2 del r.d. n. 639 del 1910 non è stata vidimata e resa esecutiva dal pretore –ora giudice unico–, così come prescriverebbe detta disposizione.
La censura, però, non tiene conto della previsione dell’art. 229 del d.lgs. n. 51 del 1998 (“Il potere del pretore di rendere esecutivi atti emanati da autorità amministrative è soppresso e gli atti sono esecutivi di diritto”) e, quindi, del sopraggiunto venir meno di una simile formalità.

E’ infondata anche la questione incentrata, sotto più profili, sulla carente motivazione degli atti censurati.
Occorre ricordare infatti che, per costante giurisprudenza (v., tra le altre, Cons. Stato, Sez. V, 29.07.2000 n. 4217), mentre hanno natura regolamentare i provvedimenti previsti dagli artt. 5 e 6 della legge n. 10 del 1977, con i quali le regioni e i consigli comunali stabiliscono i criteri generali per la determinazione del contributo, hanno invece natura di atti paritetici tutti i restanti atti con i quali, in applicazione dei criteri legislativi e regolamentari stabiliti, l’ente locale quantifica le somme dovute e le pone a carico del titolare della concessione, con la conseguenza che, ove si eccettuino le impugnative degli atti regolamentari recanti i criteri generali suindicati, tutte le altre controversie relative all’an e al quantum del contributo riguardano diritti soggettivi delle parti in relazione ai quali l’Amministrazione è sfornita di potestà autoritativa, dovendo compiere un’attività di mero accertamento in base ai parametri normativi prefissati, e allora, vertendosi in tema di diritti soggettivi e non di interessi legittimi, la censura della concreta quantificazione degli oneri soggiace solo e soltanto al vizio di violazione di legge, non certamente ad un vizio sintomatico dell’eccesso di potere quale quello del difetto di motivazione.
Quanto, poi, agli interessi legali pretesi dall’Amministrazione comunale, la ricorrente lamenta che li si sia fatti decorrere dal 26.05.1997, benché la comunicazione della debenza del contributo fosse avvenuta solo nell’ottobre 1999 e la prima quantificazione del relativo importo fosse stata operata solo nel marzo 2000, sicché difetterebbero i presupposti legali per l’applicazione di interessi di mora ad una somma il cui ritardato versamento si assume imputabile esclusivamente al creditore.
In realtà –osserva il Collegio– la giurisprudenza ha chiarito (v. TAR Campania, Napoli, Sez. II, 18.07.2011 n. 3889) che il contributo diviene certo, liquido (o agevolmente liquidabile) ed esigibile fin dal momento della formazione del titolo edilizio, con la conseguenza che è da allora che inizia a maturare il credito accessorio per interessi ai sensi dell’art. 1282 cod.civ.; non trattandosi, dunque, di interessi moratori, quanto piuttosto di interessi corrispettivi, legittimamente l’Amministrazione resistente ha a suo tempo preteso il pagamento di simili accessori secondo le modalità contestate dalla ricorrente.
Si tratta, del resto, di conclusione coerente con quell’indirizzo giurisprudenziale che dalla disciplina della legge n. 10 del 1977 fa scaturire che il fatto costitutivo dell’obbligo giuridico del titolare della concessione edilizia di versare il dovuto é rappresentato dal rilascio della concessione stessa, sicché è a quel momento che occorre avere riguardo non solo per la determinazione del contributo, ma anche per l’individuazione della decorrenza del termine di prescrizione, divenendo il relativo credito –a tale data– certo, liquido (o agevolmente liquidabile) ed esigibile, e ciò anche perché, pur in presenza del potere del Comune di stabilire modalità e garanzie per il pagamento del contributo, l’atto di imposizione non ha carattere autoritativo, ma si risolve in un mero atto ricognitivo e contabile, applicativo di precedenti provvedimenti di carattere generale, per cui la mancata tempestiva adozione dello stesso non implica alcuna facoltà dell’Amministrazione di differire la riscossione del suo diritto di credito, configurandosi piuttosto come mancato esercizio del diritto stesso, idoneo a far decorrere il termine di prescrizione (v., in questi termini, Cons. Stato, Sez. IV, 29.09.2011 n. 5413).
Un’ultima ragione di doglianza è legata alla circostanza che l’ingiunzione di pagamento ex art. 2 del r.d. n. 639 del 1910 non è stata vidimata e resa esecutiva dal pretore –ora giudice unico–, così come prescriverebbe detta disposizione. La censura, però, non tiene conto della previsione dell’art. 229 del d.lgs. n. 51 del 1998 (“Il potere del pretore di rendere esecutivi atti emanati da autorità amministrative è soppresso e gli atti sono esecutivi di diritto”) e, quindi, del sopraggiunto venir meno di una simile formalità (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 23.10.2013 n. 649 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Indipendentemente dall’esecuzione di opere edilizie, la richiesta di pagamento degli oneri di urbanizzazione deve ritenersi legittima ogni qual volta si verifichi una variazione, in aumento, del carico urbanistico (cioè la richiesta di una maggiore dotazione di servizi, quali, ad es. rete viaria, parcheggi, verde, fognature, ecc.), giacché in tale evenienza sussiste il presupposto che giustifica la corresponsione, quanto meno, della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se maggiori, dovuti per la nuova destinazione impressa all'immobile.
Al riguardo la giurisprudenza amministrativa ha ripetutamente affermato che, indipendentemente dall’esecuzione di opere edilizie, la richiesta di pagamento degli oneri di urbanizzazione deve ritenersi legittima ogni qual volta si verifichi una variazione, in aumento, del carico urbanistico (cioè la richiesta di una maggiore dotazione di servizi, quali, ad es. rete viaria, parcheggi, verde, fognature, ecc.), giacché in tale evenienza sussiste il presupposto che giustifica la corresponsione, quanto meno, della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se maggiori, dovuti per la nuova destinazione impressa all'immobile (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 29.04.2004 n. 2611; id. Sez. V, 15.09.1997 n. 959; TAR Roma, Sez. II-ter, 17.03.2012 n. 2604; TAR Bari, Sez. III, 22.02.2006, n. 571; TAR Milano, Sez. II, 02.10.2003 n. 4502; TAR Bologna, Sez. II, 19.02.2001 n. 157 e 07.05.1999, n. 259) (TAR Marche, sentenza 15.10.2013 n. 699 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATACostruzioni. Pagamento richiesto in base al carico urbanistico.
Oneri e contributo, gratuiti soltanto i lavori edilizi minori. Sempre esonerata la manutenzione.
Gli interventi edilizi minori sono gratuiti. Per la manutenzione ordinaria e straordinaria degli immobili non viene richiesto il contributo di costruzione. Mentre la nuova costruzione produce, sempre, un incremento del carico urbanistico sull'area di intervento ed è quindi un intervento oneroso.

Ma non è il solo titolo edilizio a distinguere i lavori soggetti al contributo da quelli esenti. Di recente, infatti, sono stati considerati onerosi anche gli interventi che comportano un aumento delle superfici utili di calpestio (Corte di giustizia amministrativa sentenza 05.09.2013, n. 741) pur in assenza di aumento di cubatura (Consiglio di Stato, Sez. V, n. 999/1999).
L'articolo 16 del Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2001) precisa che per il rilascio del permesso di costruire l'interessato è tenuto a versare all'amministrazione comunale un contributo di costruzione che si compone di due voci, l'incidenza degli oneri di urbanizzazione e il costo di costruzione. Attraverso la quota degli oneri di urbanizzazione del contributo di costruzione, il titolare del permesso di costruire è chiamato a partecipare ai costi sociali delle opere di urbanizzazione, le quali, quindi, si ridistribuiscono e gravano su coloro che beneficeranno delle utilità del nuovo intervento. La quota per costo di costruzione si giustifica per l'aumentata capacità contributiva del titolare.
Gli interventi a pagamento
L'onerosità del titolo abilitativo va ravvisata ogniqualvolta un nuovo intervento edilizio produca un aggravio del carico urbanistico sul territorio. È quindi il caso delle ristrutturazioni mediante demolizione e ricostruzione: questi interventi, portando alla definizione di un bene nella sostanza nuovo, producono di regola un incremento del carico urbanistico pari a quello delle nuove costruzioni (Tar Lombardia, Sezione II, n. 4455/2009). Il tipo di permesso necessario per l'esecuzione degli interventi di ristrutturazione non incide sull'obbligatorietà del contributo: esso dovrà, quindi, essere corrisposto anche se la ristrutturazione è soggetta a semplice Scia.
I lavori gratuiti
Sono gratuiti gli interventi minori, quali le opere di manutenzione ordinaria, straordinaria e di risanamento conservativo. Le modifiche interne ad unità abitative, come apertura di porte interne o spostamento di pareti, sono in particolare gratuite sempre che non comportino la modifica dei parametri urbanistici quali la superficie utile.
Inoltre, secondo il Testo unico il contributo di costruzione non è dovuto per gli interventi da realizzare in zona agricola, funzionali alla conduzione del fondo e alle esigenze dell'imprenditore agricolo.
Tra le fattispecie gratuite, poi, l'articolo 17 annovera gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento di edifici unifamiliari, in misura non superiore al 20%. Sul punto l'interpretazione giurisprudenziale è fortemente restrittiva: sono stati considerati onerosi, infatti, gli interventi su immobili familiari destinati allo svolgimento di attività produttive o con destinazione mista abitativa e produttiva, come i bed & breakfast: in questi casi, la giurisprudenza vi ha scorto un fine di lucro incompatibile con lo scopo della norma che tende -tramite la gratuità- a favorire il miglioramento delle esigenze abitative dei nuclei familiari (Tar Marche, sezione I, sentenza 10.05.2012, n. 310; Tar Campania sezione I, sentenza 08.01.2013, n. 25).
Sono gratuite, poi, le opere pubbliche o di interesse generale realizzate dagli enti istituzionalmente competenti nonché per le opere di urbanizzazione, eseguite anche da privati, in attuazione di strumenti urbanistici. Nell'ambito delle opere di urbanizzazione, la Legge Tognoli (legge 122/1989) fa rientrare i parcheggi che, pertanto, non sono soggetti a contributo concessorio (Tar Campania, Sezione II, sentenza 24.05.2013, n. 2745).
Sono gratuiti anche gli interventi da realizzare in attuazione di norme speciali a seguito di pubbliche calamità nonché gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili o comunque volti alla conservazione, al risparmio e all'uso razionale dell'energia.
Sempre l'articolo 17 del Dpr 380 prevede, poi, due ipotesi di riduzione del contributo di costruzione:
- edilizia abitativa convenzionata;
- realizzazione della prima abitazione.
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La mappa
LE ECCEZIONI - I casi di esenzione o riduzione parziale dal contributo di costruzione
CONTRIBUTO RIDOTTO
01 | EDILIZIA CONVENZIONATA
Contributo limitato alla sola quota degli oneri di urbanizzazione per affitti calmierati
02 | PRIMA CASA
Contributo equivalente a quanto previsto per l'edilizia residenziale pubblica
ESENTI DA CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE
01 | INTERVENTI IN ZONA AGRICOLA
Il contributo non è dovuto solo se gli interventi sono funzionali:
- alla conduzione del fondo, e
- alle esigenze dell'imprenditore agricolo
02 | RISTRUTTURAZIONE E AMPLIAMENTO DI EDIFICI UNIFAMILIARI
Il contributo non è dovuto per gli ampliamenti in misura inferiore al 20% dell'edificio
03 | OPERE PUBBLICHE
Realizzate da enti istituzionalmente competenti
04 | OPERE DI URBANIZZAZIONE
Niente contributo per le opere eseguite, anche da privati, in attuazione di strumenti urbanistici
05 | FONTI RINNOVABILI
«Gratuita» anche l'installazione di strumenti volti alla produzione di energia o all'uso razionale dell'energia
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La determinazione. Per Dia e Scia autoliquidazione del privato. Dieci anni di tempo per opporsi ai conteggi.
LA RINUNCIA/ Si ha diritto alla restituzione delle somme versate quando si cambia idea e il progetto autorizzato resta sulla carta.

Il contributo di costruzione viene calcolato dal Comune prima di rilasciare il permesso di costruire. Sono i Comuni a determinare l'ammontare della quota di oneri di urbanizzazione (sulla base delle tabelle parametriche definite dalla Regione) mentre la quota di costo di costruzione è fissata dalle Regioni.
Per gli interventi edilizi autorizzabili tramite titoli autocertificati (Scia e Dia) il contributo è calcolato dal soggetto che richiede il titolo, il quale tramite modelli di calcolo predisposti dal Comune, si autoliquida gli oneri dovuti. Resta fermo, poi, il potere del Comune di valutare la congruità dell'autoliquidazione effettuata dal privato e, eventualmente, richiedere integrazioni.
La determinazione degli oneri dovuti per il singolo intervento può essere contestata da parte del privato. Il soggetto si può opporre ai calcoli aritmetici eseguiti dall'amministrazione: il ricorso, in tal caso, riguarda il diritto soggettivo alla corretta quantificazione degli oneri dovuti e può essere proposto nel termine di prescrizione decennale (Consiglio di Stato, Sezione IV, sentenza 24.09.2012, n. 5080).
Viceversa, se si contesta la ragione del credito il termine di decadenza torna ad essere quello ordinario di 60 giorni. Se ad esempio è in discussione la legittimità di una tabella parametrica di un Comune che assoggetta al pagamento degli oneri gli spostamenti interni di pareti, il rapporto tra le parti non può essere considerato paritetico (ci si oppone, infatti, l'esercizio di un potere) con la conseguenza che il ricorso contro la determinazione dell'onere dovrà essere proposto nell'ordinario termine decadenziale di 60 giorni.
Cosa succede se, dopo aver versato il contributo, il privato non realizzi più (o realizzi solo parzialmente) l'opera assentita? Ciò può accadere sia per mutamento di decisione da parte del titolare del permesso sia per intervenuto decorso dei termini di inizio o fine lavori, sia infine per il sopravvenire di previsioni urbanistiche contrastanti con le opere autorizzate e non ancora realizzate. In tal caso, sorge in capo all'interessato il diritto alla restituzione di quanto versato all'amministrazione. Il contributo, infatti, è connesso all'incremento del carico urbanistico nell'area: se l'intervento non viene realizzato non si realizza il presupposto del contributo, con la conseguenza che quanto versato è stato indebitamente percepito dall'amministrazione comunale e di tale somma il privato può richiederne la restituzione (Tar Lombardia - Brescia, Sezione I, 30.01.2011, n. 188).
L'obbligo giuridico di corrispondere il contributo sorge, infatti, con il rilascio della concessione edilizia, non venendo in rilievo né la già intervenuta realizzazione di opere di urbanizzazione (Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 22.02.2011, n. 1108), né la mancata realizzazione delle opere assentite(Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 30.07.2012 n. 4320).
Il termine di prescrizione del diritto alla restituzione inizia a decorrere dal momento in cui il privato comunica la propria intenzione di non procedere con l'edificazione (Tar Lombardia, Sezione II, 24.03.2010, n. 728) o a partire dalla data in cui sia intervenuta la decadenza della concessione per la mancata realizzazione delle opere (Tar Campania-Salerno, Sezione II, sentenza 05.05.2013, n. 513).
Parimenti, anche il diritto dell'amministrazione a sollecitare il pagamento non versato o a richiedere eventuali maggiorazioni degli importi dovuti, soggiace allo stesso termine decennale di impugnazione, decorso il quale scatta la prescrizione (Tar Campania, Sezione IV, sentenza 22.05.2013, n. 2634).
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Senza opere. A decidere sono i piani comunali. Il cambio d'uso può far scattare il pagamento.
Il mutamento di destinazione d'uso di un immobile può risultare oneroso. La quantificazione dipende da una serie di fattori di natura urbanistica.
La disciplina del mutamento d'uso, a livello nazionale, è principalmente contenuta nell'articolo 10 del Dpr 380/2001 (Testo unico edilizia), che tuttavia affida alle Regioni il compito di stabilire quali mutamenti d'uso, connessi o non connessi a trasformazioni fisiche dei fabbricati, sono subordinati a permesso di costruire o a denuncia di inizio attività. Le Regioni, a loro volta, normalmente demandano l'identificazione delle specifiche ricadute delle singole tipologie di mutamento d'uso agli strumenti urbanistici comunali.
In materia, interviene, anche, l'articolo 19 dello stesso Dpr che, con riguardo alle opere non destinate alla residenza, specifica che, qualora la loro destinazione d'uso venga modificata nei dieci anni successivi alla fine dei lavori, il contributo di costruzione è dovuto nella misura massima corrispondente alla nuova destinazione, calcolata al momento della variazione.
La materia non ha, dunque, una disciplina unitaria sull'intero territorio nazionale. Comunque,l'evoluzione giurisprudenziale consente di individuare alcuni principi consolidati.
Innanzitutto, il mutamento d'uso di un fabbricato in favore di una determinata destinazione è ammesso solo se questa rientra in quelle consentite per l'area dallo strumento urbanistico generale: prima di procedere ad un cambio d'uso occorre, quindi, verificare la compatibilità della funzione rispetto alla regolamentazione comunale.
Per quanto attiene al profilo economico, il mutamento sarà oneroso se c'è passaggio tra categorie urbanistiche funzionalmente autonome, sia che si tratti di mutamenti d'uso con opere, sia che si tratti di mutamenti senza opere.
Come recentemente ribadito dalla giurisprudenza, infatti, il fondamento del contributo di urbanizzazione non consiste nel titolo edilizio in sé, ma nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione su quanti ne beneficiano, con la conseguenza che, nel caso di modificazione della destinazione d'uso cui si correli un maggiore carico urbanistico, è integrato il presupposto per il pagamento della differenza tra gli oneri dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione (Consiglio di Stato, sentenza 30.08.2013, n. 4326).
Alla luce di questo principio, un cambio d'uso, ancorché senza opere, che determina un maggior carico urbanistico, può configurare il presupposto per il pagamento del contributo con conseguente necessità di pagare la differenza tra gli oneri di urbanizzazione già corrisposti e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione.
Il mutamento d'uso può, inoltre, implicare l'adeguamento della dotazione di aree a standard. La giurisprudenza ha ritenuto legittima la disposizione di uno strumento urbanistico che condiziona i cambi d'uso con opere alla cessione o alla monetizzazione delle aree a standard aggiuntive (Tar Lombardia, sentenza 22.07.2010, n. 3256) (articolo Il Sole 24 Ore del 14.10.2013).

EDILIZIA PRIVATA: L'obbligazione di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ha per oggetto una prestazione pecuniaria, da eseguire al domicilio del creditore, senza che su quest’ultimo gravi alcun onere di preventiva sollecitazione o avvertenza.
In assenza di inadempimenti imputabili all’Amministrazione idonei a configurare a suo carico una responsabilità "da contatto" oppure di natura precontrattuale, non può farsi riferimento all’art. 1227 c.c. essendo tale disposizione riferibile solo alle obbligazioni di carattere risarcitorio e non a quelle (anche di contenuto pecuniario) di natura sanzionatoria, come nel caso in esame.
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L'applicazione della sanzione pecuniaria non deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del relativo procedimento, trattandosi dell’applicazione ex lege di una sanzione pecuniaria connessa al ritardato pagamento del contributo dovuto per il rilascio della concessione edilizia.

L’appello è infondato e va rigettato.
Con l’appello in esame la società ricorrente ha chiesto la riforma della sentenza del Tar Abruzzo che ha respinto il ricorso proposto avverso il provvedimento con cui il comune di L’Aquila ha applicato nei suoi confronti la sanzione prevista dall'art. 3 della L. n. 47/1985, per il ritardato pagamento degli oneri relativi al rilascio di una concessione edilizia.
I dedotti motivi d’appello vanno respinti, alla stregua dell’ormai consolidato orientamento della sezione.
Con decisioni C.S. n. 1250/2005, n. 6345/2005, n. 4025/2007 e n. 5395/2011 è stato, infatti, precisato che:
- l’obbligazione di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ha per oggetto una prestazione pecuniaria, da eseguire al domicilio del creditore, senza che su quest’ultimo gravi alcun onere di preventiva sollecitazione o avvertenza;
- in assenza di inadempimenti imputabili all’Amministrazione idonei a configurare a suo carico una responsabilità "da contatto" oppure di natura precontrattuale, non può farsi riferimento all’art. 1227 c.c. essendo tale disposizione riferibile solo alle obbligazioni di carattere risarcitorio e non a quelle (anche di contenuto pecuniario) di natura sanzionatoria, come nel caso in esame.
L'applicazione della sanzione pecuniaria poi non doveva essere preceduta dalla comunicazione di avvio del relativo procedimento, trattandosi dell’applicazione ex lege di una sanzione pecuniaria connessa al ritardato pagamento del contributo dovuto per il rilascio della concessione edilizia.
Per il principio tempus regit actum, va disattesa la istanza dell’appellante in ordine all’applicazione dell’art. 27, comma 17, della legge 448/2001 che prevede una riduzione della sanzione irrogata dal Comune ai sensi dell’art. 3 della legge 47/1985.
Per quanto considerato, l'appello deve essere respinto, perché infondato (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 09.10.2013 n. 4966 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2013

EDILIZIA PRIVATA: Complesso multisala cinematografiche, diniego esclusione dal contributo di concessione spazi promiscui e parcheggi.
In funzione dell'inesistenza di un vincolo di pertinenzialità esclusiva con l'attività di pubblico spettacolo cinematografico non possono escludersi dal computo della volumetria i c.d. spazi "promiscui", ossia ingressi, uscite, atrii, servizi igienici, salvo che non ne sia possibile una delimitazione fisica e strutturale tale da renderli funzionali ai soli spettatori delle proiezioni cinematografiche.
Inoltre, poiché non sussiste, né è stato comprovato, un vincolo d'asservimento esclusivo degli spazi a parcheggio alla sola attività di spettacolo cinematografico, non può invocarsi una relazione di pertinenzialità tra i parcheggi e le sale cinematografiche, quindi, non possono essere esclusi dal calcolo della volumetria gli spazi adibiti a parcheggio
(massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.09.2013 n. 4859 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi fini del rilascio delle concessioni edilizie, la volumetria necessaria per la realizzazione di sale cinematografiche non concorre alla determinazione della volumetria complessiva in base alla quale sono calcolati gli oneri di concessione.
E "per sala cinematografica si intende qualunque spazio, al chiuso o all'aperto, adibito a pubblico spettacolo cinematografico".
Poi, l'art. 22 d.lgs. 28/2004 ha demandato alle Regioni l'onere di disciplinare "...le modalità di autorizzazione alla realizzazione, trasformazione ed adattamento di immobili da destinare a sale ed arene cinematografiche, nonché alla ristrutturazione o all'ampliamento di sale e arene già in attività, anche al fine di razionalizzare la distribuzione sul territorio delle diverse tipologie di strutture cinematografiche...", ed il comma 2 ha dettagliato la descrizione tipologica delle aree destinate a pubblici spettacoli cinematografici, tra le quali, per quanto qui interessa, alla lettera c) ha incluso anche le "... multisala, (ossia) l'insieme di due o più sale cinematografiche adibite a programmazioni multiple accorpate in uno stesso immobile sotto il profilo strutturale, e tra loro comunicanti".

L'art. 20 del d.l. 14.01.1994, n. 26, convertito con modificazioni nella legge 01.03.1994, n. 153 (recante "Interventi urgenti in favore del cinema") -nel quadro di disposizioni tese ad agevolare "...la trasformazione, la ristrutturazione e l'adeguamento strutturale e tecnologico delle sale esistenti anche ai fini del rispetto della normativa sulla sicurezza dei locali di pubblico spettacolo e di quella sull'abolizione delle barriere architettoniche, nonché per l'installazione e la ristrutturazione di impianti e di servizi accessori alle sale, per l'installazione di casse automatiche computerizzate, per la realizzazione di nuove sale, per il ripristino di sale non più in attività e per l'acquisto dei locali per l'esercizio cinematografico e per i servizi connessi..." (comma 1)-, ha previsto, al comma 7, che: "Ai fini del rilascio delle concessioni edilizie, la volumetria necessaria per la realizzazione di sale cinematografiche non concorre alla determinazione della volumetria complessiva in base alla quale sono calcolati gli oneri di concessione".
L'ambito della fattispecie agevolativa deve essere, pertanto, raccordato all'identificazione tipologica del suo oggetto, come enucleabile anzitutto dall'art. 2, comma 8, del d.lgs. 22.01.2004 n. 28 (recante "Riforma della disciplina in materia di attività cinematografiche, a norma dell'articolo 10 della legge 06.07.2002, n. 137"), a tenore del quale: "Per sala cinematografica si intende qualunque spazio, al chiuso o all'aperto, adibito a pubblico spettacolo cinematografico".
Peraltro, il successivo art. 22, nel demandare alle Regioni di disciplinare "...le modalità di autorizzazione alla realizzazione, trasformazione ed adattamento di immobili da destinare a sale ed arene cinematografiche, nonché alla ristrutturazione o all'ampliamento di sale e arene già in attività, anche al fine di razionalizzare la distribuzione sul territorio delle diverse tipologie di strutture cinematografiche...", al comma 2 ha dettagliato la descrizione tipologica delle aree destinate a pubblici spettacoli cinematografici, tra le quali, per quanto qui interessa, alla lettera c) ha incluso anche le "... multisala, (ossia) l'insieme di due o più sale cinematografiche adibite a programmazioni multiple accorpate in uno stesso immobile sotto il profilo strutturale, e tra loro comunicanti" (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.09.2013 n. 4859 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Grisanti, Il "malloppo" degli oneri di urbanizzazione deve essere restituito ai cittadini (19.09.2013 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: La deliberazione del Consiglio Comunale che fissa gli oneri concessori (ai sensi dell’art. 16 del DPR 380/2001) è un atto autoritativo, da impugnarsi nell’ordinario termine di decadenza di sessanta giorni, stante la previsione degli articoli 29 e 41 del D.Lgs. 104/2010 (“Codice del processo amministrativo”).
Tale termine decorre, nel caso di atti a contenuto generale quali le delibere consiliari di aggiornamento degli oneri di urbanizzazione, dalla scadenza del termine di pubblicazione della delibera, ai sensi del già citato art. 41, comma 2°, del D.Lgs. 104/2010.

Al riguardo, il Collegio, ad un più approfondito esame rispetto a quanto rilevato in sede di cognizione sommaria, non può che condividere la tesi fatta propria da parte resistente.
In effetti, è indubbio che i due motivi articolati con l’odierno ricorso si appuntino proprio sulla delibera n. 23/2002, per la quale (come già evidenziato nella sentenza n. 2080/2012, pronunciata dalla Sezione in un caso analogo a quello all’odierno esame), deve trovare applicazione l’indirizzo giurisprudenziale, ribadito anche di recente dal Supremo giudice amministrativo (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 28.05.2012, n. 3122 e 03.05.2006, n. 2463), secondo cui la deliberazione del Consiglio Comunale che fissa gli oneri concessori (ai sensi dell’art. 16 del DPR 380/2001) è un atto autoritativo, da impugnarsi nell’ordinario termine di decadenza di sessanta giorni, stante la previsione degli articoli 29 e 41 del D.Lgs. 104/2010 (“Codice del processo amministrativo”).
Tale termine decorre, nel caso di atti a contenuto generale quali le delibere consiliari di aggiornamento degli oneri di urbanizzazione, dalla scadenza del termine di pubblicazione della delibera, ai sensi del già citato art. 41, comma 2°, del D.Lgs. 104/2010 (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 18.09.2013 n. 2174 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quando è dovuto il contributo per lavori di riqualificazione?
Il contributo di urbanizzazione non è dovuto per la realizzazione di lavori di “riqualificazione immobile industriale” qualora questi non comportino un aumento del carico urbanistico. In presenza di un insediamento già in possesso di analoghe caratteristiche funzionali (l’immobile era già adibito a usi industriali) l’Amministrazione, per poter legittimamente esigere il contributo per gli oneri di urbanizzazione, deve dare contezza degli indici o, comunque, delle condizioni da cui si evince il maggior carico urbanistico derivante dagli interventi.

Nel giudizio in esame una società utilizzatrice di un complesso industriale, già sede di una fabbrica di ceramiche, ha contestato la pretesa del Comune di ottenere il pagamento, in sede di rilascio del permesso di costruire, di oneri di urbanizzazione per la realizzazione dei lavori di riqualificazione dell’immobile, consistenti in semplici opere di manutenzione straordinaria, senza alterazione delle superfici e della volumetria dell’unità immobiliare.
Il TAR Torinese accoglie il ricorso, ritenendo non dovuti il contributo, in quanto le opere in questione non comportano un incremento del carico urbanistico, già considerato al momento del rilascio dei titoli edilizi per la costruzione e l’ampliamento dell’impianto industriale.
Osserva in proposito che il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae.
Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’immobile.
L’entità degli oneri di urbanizzazione è in buona sostanza legata alla concreta esistenza di una variazione del carico urbanistico.
E’ quindi possibile che un intervento di ristrutturazione e mutamento di destinazione d’uso possa non comportare aggravi di carico urbanistico e pertanto non siano dovuti oneri di urbanizzazione, come al contrario è altrettanto possibile che al mutamento di destinazione di uso nell’ambito della stessa categoria urbanistica, faccia seguito un maggior carico urbanistico indotto dalla realizzazione di quanto assentito e correlativamente siano dovuti gli oneri concessori.
Nel caso di specie il Collegio ha ritenuto che il rifacimento dei servizi (bagni, spogliatoi) e la realizzazione di nuovi impianti tecnici (centrale termica, centrale frigorifera, impianto di scarico acque bianche, impianto di scarico acque nere, impianto antincendio) non abbia comportato un incremento del carico urbanistico, tenendo anche conto che le opere di “riqualificazione” interessano un immobile avente già in precedenza destinazione industriale.
Dal punto di vista della motivazione poi, essendo in presenza di un immobile già adibito ad usi industriali, l’Amministrazione, al fine di per poter legittimamente esigere il contributo per gli oneri di urbanizzazione, avrebbe dovuto dare contezza degli indici o, comunque, delle condizioni da cui si evince il maggior carico urbanistico derivante dagli interventi.
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Esito
Accoglie il ricorso
Precedenti conformi sulla natura degli oneri di urbanizzazione e sulla proporzionalità rispetto ai benefici della nuova costruzione
TAR Piemonte Torino Sez. II, 27.03.2013, n. 381; TAR Piemonte Torino Sez. II, 14.02.2013, n. 214 TAR Puglia Bari, sez. III, 10.02.2011 n. 243.
Precedenti conformi sulla natura degli oneri di urbanizzazione
Cons. Stato Sez. IV, 21.08.2013, n. 4208; TAR Campania Napoli Sez. VIII, 12.01.2012, n. 108; TAR Campania Salerno Sez. II, 21.11.2011, n. 1895.
Precedenti conformi sul possibile aumento di carico urbanistico per opere di ristrutturazione e cambio di destinazione d’uso
TAR Lazio Roma, sez. II, 14.11.2007, n. 11213
Precedenti conformi sull’onere motivazionale in capo all’amministrazione
TAR Piemonte, Sez. II, 02.03.2012, n. 355; TAR Piemonte, Sez. II, 24.08.2012, n. 1467; TAR Lombardia Milano, sez. IV, 04.05.2009 n. 3604 (commento tratto da www.ipsoa.it - TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 16.09.2013 n. 1009 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae.
Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’immobile: poiché l’entità degli oneri di urbanizzazione è in buona sostanza correlata alla variazione del carico urbanistico, è ben possibile che un intervento di ristrutturazione e mutamento di destinazione d’uso possa non comportare aggravi di carico urbanistico e, quindi, l’obbligo della relativa corresponsione degli oneri; al contrario è altrettanto possibile che in caso di mutamento di destinazione di uso nell’ambito della stessa categoria urbanistica, faccia seguito un maggior carico urbanistico indotto dalla realizzazione di quanto assentito e correlativamente siano dovuti gli oneri concessori.
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In presenza di un insediamento già in possesso di analoghe caratteristiche funzionali (l’immobile era, come detto, già sede di una fabbrica di ceramiche) l’Amministrazione –per poter legittimamente esigere il contributo per gli oneri di urbanizzazione– deve dare contezza degli indici o, comunque, delle condizioni da cui si evince il maggior carico urbanistico addebitabile alla predetta destinazione.
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L'Amministrazione comunale ha evidenziato, solo nelle memorie difensive, che la debenza ex novo degli oneri di urbanizzazione sarebbe stata cagionata dallo stato di abbandono che avrebbe caratterizzato lo stabilimento industriale (inattivo da circa 20 anni) “azzerando” il precedente “carico urbanistico derivante dal suo uso”.
Tali argomentazioni, soprattutto in mancanza di precisi elementi esposti al riguardo nel provvedimento impugnato, non possono essere condivise.

Con il ricorso in epigrafe la società ricorrente, utilizzatrice, in virtù di contratto di locazione finanziaria immobiliare, di un complesso industriale già sede di una fabbrica di ceramiche, ha lamentato l’illegittimità dell’imposizione da parte del Comune di Bene Vagienna, in sede di rilascio del permesso di costruire, del pagamento di oneri di urbanizzazione per la realizzazione dei lavori di riqualificazione dell’immobile che, consistendo in semplici opere di manutenzione straordinaria e mantenendo inalterate superfici e volumetria dell’unità immobiliare, non avrebbero comportato, a suo parere, a differenza di quanto ritenuto dall’Amministrazione, un incremento del carico urbanistico, già considerato al momento del rilascio dei titoli edilizi per la costruzione e l’ampliamento dell’impianto industriale nel 1973 e nel 1980.
Tale censura è fondata e meritevole di accoglimento.
Va ribadito sul tema che il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae (cfr. per tutti TAR Puglia Bari, sez. III, 10.02.2011 n. 243).
Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’immobile: poiché l’entità degli oneri di urbanizzazione è in buona sostanza correlata alla variazione del carico urbanistico, è ben possibile che un intervento di ristrutturazione e mutamento di destinazione d’uso possa non comportare aggravi di carico urbanistico e, quindi, l’obbligo della relativa corresponsione degli oneri; al contrario è altrettanto possibile che in caso di mutamento di destinazione di uso nell’ambito della stessa categoria urbanistica, faccia seguito un maggior carico urbanistico indotto dalla realizzazione di quanto assentito e correlativamente siano dovuti gli oneri concessori (TAR Lazio Roma, sez. II, 14.11.2007, n. 11213).
Nella fattispecie non affiorano elementi utili a comprovare che il rifacimento dei servizi (bagni, spogliatoi) e la realizzazione di nuovi impianti tecnici (centrale termica, centrale frigorifera, impianto di scarico acque bianche, impianto di scarico acque nere, impianto antincendio) sia stata accompagnata da un’alterazione del carico urbanistico, tenendo conto che la “riqualificazionede qua interessa un immobile avente già in precedenza destinazione industriale.
In ogni caso, come affermato di recente (cfr. sentenze di questa Sezione 02/03/2012 n. 355; 24/08/2012 n. 1467) in presenza di un insediamento già in possesso di analoghe caratteristiche funzionali (l’immobile era, come detto, già sede di una fabbrica di ceramiche) l’Amministrazione –per poter legittimamente esigere il contributo per gli oneri di urbanizzazione– avrebbe dovuto dare contezza degli indici o, comunque, delle condizioni da cui si evinceva il maggior carico urbanistico addebitabile alla predetta destinazione (cfr. TAR Lombardia Milano, sez. IV – 04/05/2009 n. 3604).
Nel caso concreto l’Amministrazione ha evidenziato, invece, solo nelle memorie difensive che la debenza ex novo degli oneri di urbanizzazione sarebbe stata cagionata dallo stato di abbandono che avrebbe caratterizzato lo stabilimento industriale (inattivo da circa 20 anni) “azzerando” il precedente “carico urbanistico derivante dal suo uso”.
Tali argomentazioni, soprattutto in mancanza di precisi elementi esposti al riguardo nel provvedimento impugnato, non possono essere condivise.
Alla luce delle argomentazioni che precedono il ricorso deve essere, dunque, accolto, con conseguente annullamento dell’atto impugnato nella parte relativa alla richiesta da parte del Comune degli oneri di urbanizzazione, accertamento della non spettanza dei detti oneri per l’intervento di “riqualificazione” di cui è causa ed assorbimento di ogni altra doglianza (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 16.09.2013 n. 1009 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATAAi sensi dell’art. 11, comma secondo, L. n. 10/1977 (il cui contenuto risulta trasfuso nell’articolo 16, comma secondo, D.P.R. n. 380/2001), infatti, <<la quota di contributo di cui al precedente articolo 6 è determinata all'atto del rilascio della concessione>>.
Alla luce di tale inequivoca disposizione, pertanto, la disciplina normativa applicabile per la determinazione degli oneri di urbanizzazione non può essere quella vigente all’epoca di realizzazione dell’abuso edilizio, ma quella vigente alla data di rilascio della concessione in sanatoria.
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Non sussiste la dedotta censura di incompetenza, né che si faccia riferimento alla disciplina generale di cui all’articolo 32 della legge n. 142/1990, né a quella particolare in materia di determinazione degli oneri concessori (di cui all’art. 7 della legge n. 537/1993).
In relazione alla prima norma, si deve infatti evidenziare che la stessa attribuisce alla competenza del consiglio comunale una serie di atti fondamentali, riservando alla competenza residuale della giunta municipale tutti quelli non espressamente attribuiti al primo.
Orbene, a prescindere da ogni questione sulla natura tributaria o meno degli oneri di urbanizzazione (che peraltro non è assolutamente pacifica né in dottrina, né giurisprudenza, laddove gli stessi vengono configurati come <<corrispettivi di diritto pubblico, di natura non tributaria>>, si deve osservare che comunque, ai sensi dell’articolo 32, comma secondo, lett. g), L. n. 142/1990, il semplice aggiornamento tariffario non rientra tra le competenze del consiglio comunale, per cui deve ritenersi attribuito alla competenza della giunta municipale.
In relazione alla seconda norma (riguardante specificamente la materia dell’aggiornamento ed adeguamento dei contributi concessori), si deve parimenti rilevare che la stessa non riproduce la previsione di cui all’art. 10, comma primo, L. n. 10/1977 (che attribuisce alla competenza del consiglio comunale la determinazione di tali oneri, in base a parametri stabiliti dalla Regione), ma si limita ad affermare che gli oneri di urbanizzazione <<sono aggiornati ogni quinquennio dai comuni ….>>, senza alcuna ulteriore specificazione circa l’organo comunale competente, per cui si deve ritenere che (coerentemente con la previsione di carattere generale di cui all’art. 32 L. n. 142/1990), tale funzione spetti alla competenza (residuale) della giunta municipale.

1. Il ricorso, come già ritenuto da questo Tribunale in sede cautelare, è fondato nei soli limiti in cui è diretto a contestare la legittimità della richiesta, contenuta nei provvedimenti impugnati, di pagamento del costo di costruzione, per la somma di lire 2.899.000.
È invece infondato, e deve essere respinto, nella residua parte (concernente gli oneri di urbanizzazione nell’importo richiesto di lire 4.412.000).
In relazione alla illegittimità della richiesta di pagamento del costo di costruzione, si deve infatti osservare che, nella specie, si tratta pacificamente di manufatto avente destinazione industriale, per il quale sono quindi dovuti i soli oneri di urbanizzazione.
Al riguardo, non può sussistere alcun dubbio, alla luce del chiaro tenore testuale dell’invocata disposizione normativa di cui all’articolo 10, comma primo, L. n. 10/1977 (il cui contenuto risulta ora trasfuso nell’articolo 19, comma primo, D.P.R. n. 380/2001), secondo cui <<La concessione relativa a costruzioni o impianti destinati ad attività industriali o artigianali dirette alla trasformazione di beni ed alla presentazione di servizi comporta la corresponsione di un contributo pari alla incidenza delle opere di urbanizzazione, di quelle necessarie al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti solidi, liquidi e gassosi e di quelle necessarie alla sistemazione dei luoghi ove ne siano alterate le caratteristiche. …>>.
In tal senso, del resto, depone il convergente orientamento della giurisprudenza di questa Sezione (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. II, 07/01/2010, n. 9), nonché del Supremo Consesso della giustizia amministrativa (cfr. C.d.S., Sez. V, 19/06/2012, n. 3561).
Per quanto riguarda invece il pagamento degli oneri di urbanizzazione, si deve osservare che l’intimata amministrazione comunale, contrariamente a quanto ritenuto dalla parte ricorrente, ha fatto correttamente riferimento alle applicate delibere di aggiornamento del Commissario Prefettizio e della Giunta Municipale (rispettivamente, n. 7/94 e n. 91/95) e non alla deliberazione del Consiglio Regionale n. 119/1 del 28.07.1977.
Ai sensi dell’art. 11, comma secondo, L. n. 10/1977 (il cui contenuto risulta trasfuso nell’articolo 16, comma secondo, D.P.R. n. 380/2001), infatti, <<la quota di contributo di cui al precedente articolo 6 è determinata all'atto del rilascio della concessione>>.
Alla luce di tale inequivoca disposizione, pertanto, la disciplina normativa applicabile per la determinazione degli oneri di urbanizzazione non può essere quella vigente all’epoca di realizzazione dell’abuso edilizio, ma quella vigente alla data di rilascio della concessione in sanatoria (cfr., in tali sensi, C.G.A.R.S., 21.03.2007, n. 244, secondo cui <<Il contributo di urbanizzazione ex art. 11, comma 2, l. 28.01.1977 n. 10, deve essere determinato al momento del rilascio della concessione ed è quindi a tale momento che occorre avere riguardo per la determinazione dell'entità del contributo facendo perciò applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del provvedimento concessorio>>).
Correttamente, pertanto, il Comune di Brusciano ha fatto riferimento alla normativa vigente alla data della richiesta di pagamento degli oneri di urbanizzazione di cui alla nota sindacale n. 9318 del 30.06.1998 (vale a dire, per l’appunto, alla delibera del commissario prefettizio n. 7/94 ed alla delibera della giunta municipale n. 91/95).
Tali delibere non sono state dunque applicate retroattivamente ad una fattispecie pregressa (come dedotto con la terza e la quarta censura), ma ad una situazione determinatasi successivamente alla loro adozione, per cui non vi è alcuna violazione del principio di irretroattività degli atti amministrativi.
Inoltre, contrariamente a quanto denunciato con la seconda censura, l’amministrazione ha esplicitato i parametri utilizzati per la quantificazione degli oneri concessori, individuandoli nelle tabelle parametriche regionali ed in quelli indicati dalla delibera di Giunta Comunale n. 91/95 (cfr. nota prot. n. 14343 del 07/10/1998, in atti), ed ha altresì chiarito che si è tenuto conto degli acconti eventualmente versati (laddove la richiesta di pagamento risulta effettuata <<a saldo>> degli oneri dovuti, come espressamente indicato nell’impugnata nota sindacale n. 9318 del 30.06.1998).
Non sussiste, infine, la dedotta censura di incompetenza (di cui al quinto ed ultimo motivo di ricorso), né che si faccia riferimento alla disciplina generale di cui all’articolo 32 della legge n. 142/1990, né a quella particolare in materia di determinazione degli oneri concessori (di cui all’art. 7 della legge n. 537/1993).
In relazione alla prima norma, si deve infatti evidenziare che la stessa attribuisce alla competenza del consiglio comunale una serie di atti fondamentali, riservando alla competenza residuale della giunta municipale tutti quelli non espressamente attribuiti al primo.
Orbene, a prescindere da ogni questione sulla natura tributaria o meno degli oneri di urbanizzazione (che peraltro non è assolutamente pacifica né in dottrina, né giurisprudenza, laddove gli stessi vengono configurati come <<corrispettivi di diritto pubblico, di natura non tributaria>>: cfr. TAR Lombardia, Brescia, Sez. II, 02.03.2012, n. 355; TAR Campania, Salerno, Sez. II, n. 700/2011; TAR Puglia, Bari, sez. III, 10.02.2011, n. 243), si deve osservare che comunque, ai sensi dell’articolo 32, comma secondo, lett. g), L. n. 142/1990, il semplice aggiornamento tariffario non rientra tra le competenze del consiglio comunale, per cui deve ritenersi attribuito alla competenza della giunta municipale (cfr. C.d.S., sez. V, 13.03.2002, n. 1491).
In relazione alla seconda norma (riguardante specificamente la materia dell’aggiornamento ed adeguamento dei contributi concessori), si deve parimenti rilevare che la stessa non riproduce la previsione di cui all’art. 10, comma primo, L. n. 10/1977 (che attribuisce alla competenza del consiglio comunale la determinazione di tali oneri, in base a parametri stabiliti dalla Regione), ma si limita ad affermare che gli oneri di urbanizzazione <<sono aggiornati ogni quinquennio dai comuni ….>>, senza alcuna ulteriore specificazione circa l’organo comunale competente, per cui si deve ritenere che (coerentemente con la previsione di carattere generale di cui all’art. 32 L. n. 142/1990), tale funzione spetti alla competenza (residuale) della giunta municipale.
In conclusione, il ricorso in esame è fondato nei soli suindicati limiti (concernenti la richiesta di pagamento del costo di costruzione per la somma di lire 2.899.000) ed entro tali limiti deve essere accolto, con conseguente annullamento, in parte qua, dell’impugnata nota sindacale prot. n. 9318 del 30.06.1998 (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 06.09.2013 n. 4206 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAConcessioni, storia a sé. Controversie, termini decadenziali a 10 anni. Sentenza del Tar Emilia sul pagamento dei contributi di rilascio.
Le controversie relative al pagamento di contributi per il rilascio delle concessioni edilizie non sottostanno ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori e possono essere attivate nei normali termini di prescrizione, poiché riguardano diritti soggettivi concernenti un rapporto obbligatorio pecuniario e non interessi legittimi.

Lo ha stabilito prima sezione del TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, con sentenza 06.09.2013 n. 601.
Pertanto, nel caso di contributi di concessione i termini decadenziali risultano essere decennali.
I giudici bolognesi hanno, poi, osservato, in ossequio anche alla più recente giurisprudenza amministrativa, che è perfettamente ammissibile l'utilizzo dello strumento processuale dell'azione di accertamento (cfr. Tar Potenza Basilicata, sez. I, 08.03.2013, n. 126) e della conseguente condanna alla restituzione degli importi eventualmente dovuti perché indebitamente pagati.
È stato inoltre osservato che, per costante giurisprudenza (si veda Tar Lombardia, Milano, Sez. IV, 10.06.2010 n. 1787; Tar Lombardia, Brescia, 07.11.2005 n. 1115), il fondamento del contributo di urbanizzazione non consiste nel titolo edilizio in sé, ma nella necessità di redistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare su quanti beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime –secondo modalità eque per la comunità– con la conseguenza che anche nel caso di modificazione della destinazione d'uso cui si correli un maggiore carico urbanistico è integrato il presupposto che giustifica l'imposizione del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa; il mutamento, pertanto, è rilevante allorquando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici.
Al contrario qualora il mutamento di destinazione d'uso non determina l'incremento del carico urbanistico il pagamento dei relativi oneri non è dovuto, essendo privo di causa (articolo ItaliaOggi Sette del 23.09.2013).

EDILIZIA PRIVATALe controversie relative al pagamento di contributi per il rilascio delle concessioni edilizie riguardano diritti soggettivi concernenti un rapporto obbligatorio pecuniario e non interessi legittimi: esse non sottostanno, pertanto, ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori e possono essere attivate nei normali termini di prescrizione che, nel caso di contributi di concessione, risultano essere decennali.
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Il fondamento del contributo di urbanizzazione non consiste nel titolo edilizio in sé ma nella necessità di redistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare su quanti beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime –secondo modalità eque per la comunità–, con la conseguenza che anche nel caso di modificazione della destinazione d’uso cui si correli un maggiore carico urbanistico è integrato il presupposto che giustifica l’imposizione del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa; il mutamento, pertanto, è rilevante allorquando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici.
Al contrario qualora il mutamento di destinazione d’uso non determina l’incremento del carico urbanistico il pagamento dei relativi oneri non è dovuto, essendo privo di causa.

... per l'accertamento del diritto delle Società ricorrenti alla restituzione degli importi dalle stesse corrisposti al Comune di Cattolica per oneri di urbanizzazione e monetizzazione di due posti auto per il rilascio del permesso di costruire per il cambio di destinazione d'uso da "commercio al dettaglio" - B 2.1- ad “artigianato dei servizi alla persona" B3.1 di n. 2 unità immobiliari ubicate in Cattolica;
...
Le società ricorrenti, rispettivamente proprietaria del fabbricato e conduttrice dell’immobile, presentavano una richiesta di rilascio di permesso di costruzione per ottenere il cambio di destinazione d’uso da “negozio” a “centro benessere-solarium”.
Su richiesta del Comune provvedevano al pagamento della somma quantificata dallo stesso per “monetizzazione” di numero due posti auto “P3”.
Ritenendo non dovuto il pagamento dei suddetti oneri con il presente ricorso hanno chiesto la restituzione delle somme pagate, oltre agli interessi legali.
Si è costituito in giudizio il Comune intimato che ha controdedotto alle avverse doglianze, ed ha eccepito l’inammissibilità del ricorso sotto vari profili e, comunque, concluso per il rigetto dello stesso.
La causa è stata trattenuta in decisione all’odierna udienza.
Va, preliminarmente, respinta l’eccezione di difetto di legittimazione passiva, sulla quale insiste il comune con la memoria di costituzione in quanto il pagamento non sarebbe stato effettuato dagli attuali ricorrenti.
Va, infatti, rilevato che la richiesta del permesso di costruzione è stata avanzata dall’attuale ricorrente così come il titolo edilizio è stato alla stessa rilasciato.
Anche il pagamento degli oneri quantificati dal Comune, quale condizione per il rilascio del titolo edilizio, è stato richiesto all’attuale ricorrente.
La circostanza che il pagamento sia avvenuto, su incarico dei ricorrenti e, quindi, quale pagamento riferibile alle società ricorrenti (quindi in nome e per conto), accettato dal Comune, da parte di una terza società (che le ricorrenti indicano quale conduttrice) non significa che il pagamento non sia riferibile, quale pagamento rappresentativo, ai titolare del permesso di costruzione ai quali, quindi, spetta l’azione per la restituzione di quanto eventualmente indebitamente corrisposto.
Va, altresì, respinta l’eccezione di tardività dell’azione proposta. Infatti, le controversie relative al pagamento di contributi per il rilascio delle concessioni edilizie riguardano diritti soggettivi concernenti un rapporto obbligatorio pecuniario (TAR Potenza Basilicata, sez. I, 08.03.2013, n. 126) e non interessi legittimi: esse non sottostanno, pertanto, ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori e possono essere attivate nei normali termini di prescrizione (Cons. di Stato, Sez. IV, 04.11.2011, n. 5852 e Sez. V, 06.12.1999, n. 2056) che, nel caso di contributi di concessione, risultano essere decennali (Consiglio di Stato, sez. VI, 31.05.2013, n. 2996).
A tal fine, pertanto, è perfettamente ammissibile l’utilizzo dello strumento processuale dell’azione di accertamento (TAR Potenza Basilicata, sez. I, 08.03.2013, n. 126) e della conseguente condanna la restituzione degli importi eventualmente dovuti perché indebitamente pagati.
Nel merito in linea di diritto va osservato che, per costante giurisprudenza (v. TAR Lombardia, Milano, Sez. IV, 10.06.2010 n. 1787; TAR Lombardia, Brescia, 07.11.2005 n. 1115), il fondamento del contributo di urbanizzazione non consiste nel titolo edilizio in sé ma nella necessità di redistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare su quanti beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime –secondo modalità eque per la comunità–, con la conseguenza che anche nel caso di modificazione della destinazione d’uso cui si correli un maggiore carico urbanistico è integrato il presupposto che giustifica l’imposizione del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa; il mutamento, pertanto, è rilevante allorquando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici.
Al contrario qualora il mutamento di destinazione d’uso non determina l’incremento del carico urbanistico il pagamento dei relativi oneri non è dovuto, essendo privo di causa.
Nel caso concreto, come previsto nel titolo edilizio, il cambio di destinazione è avvenuto dalla categoria B2.1. “Commercio al dettaglio”, alla categoria B3.1. “Artigianato dei servizi alla persona” per i quali è prevista la dotazione di parcheggi pertinenziali (P2 e P3).
L’articolo 3.3. delle Norme di Attuazione del PRG, prodotte in giudizio dal Comune, per quanto concerne la tabella di parcheggi pertinenziali, oggetto del presente giudizio, non prevede alcun incremento del carico urbanistico essendo previsto “1 p.a. ogni 40 mq. Di SC, tutti di tipo P3” per entrambi gli usi.
E’, infatti, lo stesso titolo edilizio che richiede la monetizzazione di due posti auto P3 per il cambio di destinazione d’uso in parola.
Come rilevato dalla giurisprudenza (TAR Bologna, sez. I, 239/2012), al cambio di destinazione d’uso segue la corresponsione di un contributo di urbanizzazione pari alla differenza tra gli oneri dovuti per la destinazione originaria e quelli eventualmente più elevati della nuova destinazione d’uso, risolvendosi altrimenti la riscossione di una somma maggiore in un pagamento privo di causa.
Poiché nel caso in esame tale presupposto non ricorre, non essendo previsti per i parcheggi P3, per il cambio di destinazione in parola, alcun incremento di carico urbanistico, sussiste l’obbligo di restituzione ai ricorrenti di quanto versato a tale titolo.
Detta somma andrà, poi, incrementata degli interessi legali dalla data di proposizione della domanda giudiziale fino al soddisfo (v. TAR Lombardia, Milano, Sez. II, 12.12.2006 n. 2901) (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 06.09.2013 n. 601 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’attività di autonoleggio va ascritta a quelle attività di produzione di servizi per la mobilità privata: la quale, come accade per la società appellante, operante sull’intero territorio nazionale, si realizza attraverso una complessa organizzazione imprenditoriale di mezzi e di personale con la quale si consente agli utenti di disporre di mezzi di trasporto, con o senza conducente, sulla base di un articolato tariffario giornaliero e/o chilometrico.
Circa la natura dell’attività esercitata, l’attività di autonoleggio, così come riconosciuto da condivisa giurisprudenza, va ascritta a quelle attività di produzione di servizi per la mobilità privata: la quale, come accade per la società appellante, operante sull’intero territorio nazionale, si realizza attraverso una complessa organizzazione imprenditoriale di mezzi e di personale con la quale si consente agli utenti di disporre di mezzi di trasporto, con o senza conducente, sulla base di un articolato tariffario giornaliero e/o chilometrico.
Diversamente dall’attività c.d. commerciale, dunque, la posizione dell’organizzazione imprenditoriale de qua rileva non per agevolare esclusivamente o prevalentemente la semplice circolazione e/o distribuzione di beni già individuati quanto a tipologia merceologica, ma determina la produzione di un nuovo bene, risultante dalla specificazione del complesso di attività materiali ed immateriali organizzate dall’impresa per la sua elaborazione, che l’utente acquista e può utilizzare al “servizio” del proprio bisogno di trasporto (personale, di rappresentanza, ecc.), unitamente con il complesso di utilità che solitamente fanno da corredo alla messa a disposizione dell’autoveicolo (conducente, tipologia di vettura, possibilità di sostituzione in caso di incidente, ecc.), senza che abbia rilievo, come sembra credere il primo Giudice, che la stessa impresa possa procedere periodicamente alla cessione (vendita, permuta, o altra formula di dismissione), dei veicoli ritenuti ormai non più adatti allo svolgimento ottimale dei servizi di trasporto per i quali sono stati acquisiti: sicché, senza prova alcuna che trattasi di attività prevalente, diversamente da quanto sembra opinare il primo Giudice, anche l’attività di dismissione così esercitata finisce per corroborare i tratti fisionomici dell’attività esercitata dalla Sicily by Car s.p.a. come attività industriale produttrice di servizi: in linea, così, con la definizione tipologica fornita dall’art. 2195 c.c., nonché correttamente rappresentato nello statuto della società e dal certificato rilasciato dall’Associa-zione industriali.
Dai superiori rilievi consegue, allora, che l’edificio autorizzato con la concessione edilizia n. 20/2007, per il fatto di essere destinato ad “uffici della Sicily by Car s.p.a.”, secondo la richiesta avanzata dalla stessa impresa, in considerazione della tipologia di attività esercitata doveva essere correttamente incluso, ai fini dell’applicazione dell’aliquota per il calcolo del contributo dovuto, nella categoria degli “insediamenti industriali” prevista dall’art. 45 della legge reg. n. 71/1978, e non già in quello delle attività commerciali, come erroneamente ritenuto dal primo Giudice: il quale, per il calcolo degli oneri di urbanizzazione sembra aver considerato -impregiudicata ogni altra considerazione sulla effettiva corrispondenza con quanto stabilito per le aree “C 4” dallo stesso PRG del Comune di Carini- piuttosto la destinazione dell’area, e non già, come avrebbe dovuto, la destinazione dell’edificio, così come determinata dalla tipologia industriale dell’attività esercitata dall’impresa (CGARS, sentenza 05.09.2013 n. 741 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

agosto 2013

EDILIZIA PRIVATAIl fondamento del contributo di urbanizzazione non consiste nel titolo edilizio in sé, ma nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare su quanti beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime secondo modalità eque per la comunità con la conseguenza che, anche nel caso di modificazione della destinazione d'uso, cui si correli un maggiore carico urbanistico, è integrato il presupposto che giustifica l'imposizione del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa; il mutamento, pertanto, è rilevante quando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici.
Ai fini dell'insorgenza dell'obbligo di corresponsione degli oneri concessori, è rilevante il verificarsi di un maggior carico urbanistico quale effetto dell'intervento edilizio, sicché non è neanche necessario che la ristrutturazione interessi globalmente l'edificio -con variazioni riguardanti nella loro interezza le parti esterne ed interne del fabbricato- ma è soltanto sufficiente che ne risulti comunque mutata la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica, con oneri conseguentemente riferiti all'oggettiva rivalutazione dell'immobile e funzionali a sopportare l'aggiuntivo carico "socio-economico" che l'attività edilizia comporta, anche quando l'incremento dell'impatto sul territorio consegua solo a marginali lavori.

Osserva la Sezione che il fondamento del contributo di urbanizzazione non consiste nel titolo edilizio in sé, ma nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare su quanti beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime secondo modalità eque per la comunità con la conseguenza che, anche nel caso di modificazione della destinazione d'uso, cui si correli un maggiore carico urbanistico, è integrato il presupposto che giustifica l'imposizione del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa; il mutamento, pertanto, è rilevante quando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici (Consiglio Stato, sez. IV, 28.07.2005, n. 4014).
Ai fini dell'insorgenza dell'obbligo di corresponsione degli oneri concessori, è rilevante il verificarsi di un maggior carico urbanistico quale effetto dell'intervento edilizio, sicché non è neanche necessario che la ristrutturazione interessi globalmente l'edificio -con variazioni riguardanti nella loro interezza le parti esterne ed interne del fabbricato- ma è soltanto sufficiente che ne risulti comunque mutata la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica, con oneri conseguentemente riferiti all'oggettiva rivalutazione dell'immobile e funzionali a sopportare l'aggiuntivo carico "socio-economico" che l'attività edilizia comporta, anche quando l'incremento dell'impatto sul territorio consegua solo a marginali lavori.
Rileva ancora il Collegio che l'art. 10 della l. n. 10/1977, sotto la rubrica "concessione relativa ad opere od impianti non destinati alla residenza" prescriveva, al comma 1, ai fini della determinazione del contributo per gli oneri di urbanizzazione, che “La concessione relativa a costruzioni o impianti destinati ad attività industriali o artigianali dirette alla trasformazione di beni ed alla presentazione di servizi comporta la corresponsione di un contributo pari alla incidenza delle opere di urbanizzazione, di quelle necessarie al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti solidi, liquidi e gassosi e di quelle necessarie alla sistemazione dei luoghi ove ne siano alterate le caratteristiche. La incidenza di tali opere è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base a parametri che la regione definisce con i criteri di cui alle lettere a) e b) del precedente art. 5, nonché in relazione ai tipi di attività produttiva” e, al comma 3, che “Qualora la destinazione d'uso delle opere indicate nei commi precedenti, nonché di quelle nelle zone agricole previste dal precedente articolo 9, venga comunque modificata nei dieci anni successivi all'ultimazione dei lavori, il contributo per la concessione è dovuto nella misura massima corrispondente alla nuova destinazione, determinata con riferimento al momento della intervenuta variazione
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 30.08.2013 n. 4326 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATAIn caso di cambio di destinazione d'uso l'obbligo di corrispondere il contributo concessorio è principio enucleabile dall'art. 10, ultimo comma, della legge n. 10/1977, ribadito dall'art. 25, ultimo comma, della legge n. 47/1985, la cui “ratio”, come chiarito dalla giurisprudenza, è da ricercare nell'esigenza "di evitare che, quando la nuova tipologia assegnata all'immobile avrebbe comportato all'origine un più oneroso regime contributivo urbanistico, attraverso la modifica della destinazione il contributo possa essere evaso in tutto o in parte a vantaggio del richiedente".
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Qualora la concessione edilizia sia stata rilasciata senza l'onere di contributi di urbanizzazione ex art. 18, u.c., l. 28.01.1977 n. 10 è poi legittima la richiesta del Comune di quei contributi per il rilascio di concessione edilizia in sanatoria relativa a interventi in variante rispetto al progetto originario essendo stato determinato un incremento del peso urbanistico.

Osserva la Sezione che, in caso di cambio di destinazione d'uso l'obbligo di corrispondere il contributo concessorio è principio enucleabile dall'art. 10, ultimo comma, della legge n. 10/1977, ribadito dall'art. 25, ultimo comma, della legge n. 47/1985, la cui “ratio”, come chiarito dalla giurisprudenza, è da ricercare nell'esigenza "di evitare che, quando la nuova tipologia assegnata all'immobile avrebbe comportato all'origine un più oneroso regime contributivo urbanistico, attraverso la modifica della destinazione il contributo possa essere evaso in tutto o in parte a vantaggio del richiedente" (Cons. di Stato, sez. V, 07.12.2010, n. 8620).
E, nella specie, il mutamento di destinazione d'uso attuato dalla ricorrente ha comportato il passaggio della tipologia di intervento da una classe contributiva originaria e meno "pesante" (industriale, appunto) ad un'altra tipologia (commerciale), non solo diversa ma anche più gravosa in termini di carico urbanistico. Si è trattato, cioè, di un cambio di destinazione d'uso intervenuto tra categorie autonome, quella industriale e quella commerciale, che ha comportato un aumento del carico urbanistico con conseguente mutamento degli “standard”. Presupposto, questo, sufficiente, per giurisprudenza unanime, a giustificare la richiesta di contributo per oneri di urbanizzazione.
Trattandosi in ogni caso di un supplemento di contributo urbanistico, l'importo dovuto dalla società ricorrente doveva in ogni caso essere pari alla differenza tra il contributo previsto per la nuova destinazione direzionale ricreativa e quello relativo alla precedente destinazione industriale, ove integralmente versato.
Ma nel caso che occupa, essendo la prima licenza per lavori edilizi anteriore alla entrata in vigore della l. n. 10/1977, non era dovuta la corresponsione di oneri, anche ai sensi dell’art. 18 della legge stessa, e non era scomputabile alcuna somma in precedenza pagata a tale titolo da quanto dovuto a seguito dell’effettuato mutamento di destinazione d’uso.
Prima della entrata in vigore di detta legge non era infatti previsto il pagamento di alcun onere di urbanizzazione o per costo di costruzione, introdotti con gli artt. 5 e 6 della legge suddetta, ed essi non potevano essere stati virtualmente scontati.
Del resto la giurisprudenza è da tempo orientata nel senso che qualora la concessione edilizia sia stata rilasciata senza l'onere di contributi di urbanizzazione ex art. 18, u.c., l. 28.01.1977 n. 10 è poi legittima la richiesta del Comune di quei contributi per il rilascio di concessione edilizia in sanatoria relativa a interventi in variante rispetto al progetto originario (Consiglio Stato, sez. V, 04.09.2000, n. 4662) essendo stato determinato un incremento del peso urbanistico
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 30.08.2013 n. 4326 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATA: L’obbligo di versamento degli importi dovuti a titolo di oneri di urbanizzazione è correlato all’aggravamento del carico urbanistico determinato dalla realizzazione di interventi edilizi sul territorio; quindi, la realizzazione di opere aventi superficie e volumetria minore rispetto a quelle già assentite, determinando esse un carico urbanistico minore, non costituisce titolo per richiedere un supplemento degli importi già versati dalla parte.
In questo senso depone anche quella giurisprudenza che ritiene parzialmente ripetibili le somme versate dall’operatore a titolo di contributo di costruzione qualora le opere realizzate abbiano consistenza volumetrica inferiore rispetto a quella assentita.

Ritiene il Collegio che il ricorso sia fondato.
Va invero osservato, in punto di fatto, che la domanda di accertamento di conformità che ha dato origine ai fatti di causa riguarda opere (un capannone industriale ed una abitazione) realizzate in difformità da concessione edilizia; e che tale difformità consiste nella realizzazione di superficie e volume inferiori rispetto a quelli originariamente assentiti.
Si tratta pertanto di interventi che, nella loro consistenza reale, hanno determinato la produzione di un carico urbanistico inferiore rispetto a quello che sarebbe conseguito dalle opere previste dal titolo rilasciato; per le quali peraltro erano stati regolarmente versati dall’interessata gli importi dovuti a titolo di oneri urbanizzazione primaria e secondaria e smaltimento rifiuti.
Ciò precisato, va rilevata, in punto di diritto, l’illegittimità della richiesta formulata dal Comune di versamento di ulteriori importi, sempre a titolo di oneri di urbanizzazione primaria e secondaria e smaltimento rifiuti, in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria ai sensi dell’art. 13 della legge n. 47/1985.
Va invero osservato che l’obbligo di versamento degli importi dovuti a titolo di oneri di urbanizzazione è correlato all’aggravamento del carico urbanistico determinato dalla realizzazione di interventi edilizi sul territorio (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 16.06.2009 n. 3847); e che quindi la realizzazione di opere aventi superficie e volumetria minore rispetto a quelle già assentite, determinando esse un carico urbanistico minore, non costituisce titolo per richiedere un supplemento degli importi già versati dalla parte .
In questo senso depone anche quella giurisprudenza che ritiene parzialmente ripetibili le somme versate dall’operatore a titolo di contributo di costruzione qualora le opere realizzate abbiano consistenza volumetrica inferiore rispetto a quella assentita (cfr. TAR Lombardia Brescia, sez. I, 13.01.2011 n. 188; TAR Lombardia Milano, sez. II, 24.04.2010 n. 728).
Per queste ragioni, la domanda della ricorrente deve essere accolta e per l’effetto il Comune di Castano Primo va condannato alla restituzione della somma indebitamente percepita, pari ad € 9.991,67 alla quale vanno aggiunti, ai sensi dell’art. 2033 c.c., gli interessi legali da calcolarsi a decorrere dal giorno di versamento (il Comune deve invero considerarsi in mala fede, avendo la ricorrente adeguatamente esposto, prima del pagamento, le ragioni per le quali la richiesta di supplemento doveva considerarsi infondata) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.08.2013 n. 2092 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANessuna norma preclude all’imprenditore del settore sanitario di perseguire il profitto, né può influire al riguardo la presenza di incisivi controlli pubblici sull’attività esercitata.
E’ corretto, pertanto, affermare che l’attività sanitaria, se svolta da soggetto non istituzionalmente dovuto, presenta i caratteri oggettivi dell’industrialità e, quindi, deve essere assoggettata al relativo trattamento più favorevole.
Invero, alla concessione edilizia relativa ad un immobile destinato a casa di cura privata spetta la parziale esenzione dal contributo urbanistico, prevista dall’articolo 10 della legge 28.01.1977 n. 10, per le concessioni relative a costruzioni o impianti destinati ad attività industriali o artigianali dirette alla trasformazione di beni ed alla prestazione di servizi.
Tanto dal momento che “l’attività imprenditoriale diretta alla prestazione di servizi sanitari è a pieno titolo un’attività industriale, giusta la definizione di attività industriale che si ricava dall’art. 2195 cod. civ.”.

L’appellante lamenta, quindi, violazione dell’art. 37 della legge n. 45/1985, in relazione agli artt. 3 e 10 della legge n. 10/1977, laddove la norma prevede che “il versamento dell’oblazione non esime i soggetti di cui all’art. 31, primo e terzo comma, dalla corresponsione al Comune, ai fini del rilascio della concessione, del contributo previsto dall’art. 3 della legge n. 10/1977…”.
L’appellante assume che, ai sensi della richiamata normativa, l’autore di un abuso edilizio sarebbe obbligato a versare il contributo di costruzione nella sua totalità e insiste nel sostenere che chiunque gestisca attività imprenditoriali in materia sanitaria o, comunque, in un settore in cui entri in campo, in modo diretto o indiretto, la salute del cittadino, solo per questo egli non debba essere ascritto alla categoria degli imprenditori, e assumerne i relativi diritti, oneri e doveri.
La tesi risulta non condivisibile e, come già evidenziato, alquanto originale nella ritenuta applicabilità per le case di cura private.
L’art. 10 della legge 28.01.1977 n. 10 presenta, invero, un dettato chiaro e la sua applicabilità alle case di cura private non richiede esegesi particolari né interpretazioni analogiche, essendo sufficiente soffermarsi sul dettato letterale, nella considerazione che nessuna norma preclude all’imprenditore del settore sanitario di perseguire il profitto, né può influire al riguardo la presenza di incisivi controlli pubblici sull’attività esercitata.
E’ corretto, pertanto, affermare che l’attività sanitaria, se svolta da soggetto non istituzionalmente dovuto, presenta i caratteri oggettivi dell’industrialità e, quindi, deve essere assoggettata al relativo trattamento più favorevole.
Al riguardo, è utile anche richiamare l’orientamento di questa Sezione, secondo cui alla concessione edilizia relativa ad un immobile destinato a casa di cura privata spetta la parziale esenzione dal contributo urbanistico, prevista dall’articolo 10 della legge 28.01.1977 n. 10, per le concessioni relative a costruzioni o impianti destinati ad attività industriali o artigianali dirette alla trasformazione di beni ed alla prestazione di servizi.
Tanto dal momento che “l’attività imprenditoriale diretta alla prestazione di servizi sanitari è a pieno titolo un’attività industriale, giusta la definizione di attività industriale che si ricava dall’art. 2195 cod. civ.” (Consiglio di Stato, Sez. V, 16.01.1992, n. 46 e 12.06.2007, n. 6328) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 26.08.2013 n. 4267 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le controversie inerenti la contestazione degli oneri di urbanizzazione, nel corso delle quali non vengano dedotte censure derivanti da atti generali autoritativi relativi alla determinazione degli oneri presupposti di quello impugnato, attengono a posizioni di diritto soggettivo, azionabili nel termine di prescrizione, innanzi al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva.
Detti oneri non hanno, infatti, natura tributaria, bensì costituiscono un corrispettivo di diritto pubblico avente la funzione di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione, atteso che le controversie che hanno ad oggetto la legittimità o meno del contributo relativo a concessione edilizia vertono sull'esistenza o sulla misura di un’obbligazione direttamente stabilita dalla legge.
La determinazione dell'"an" e del "quantum" dell'oblazione e del contributo per oneri di urbanizzazione e per costo di costruzione ha natura paritetica, giacché si tratta di un mero accertamento dell'obbligazione contributiva, effettuato dalla p.a. in base a rigidi parametri prefissati dalla legge e dai regolamenti in tema di criteri impositivi, nei cui riguardi essa è sfornita di potestà autoritativa.
Per questo le relative controversie, proprio in quanto concernono i diritti soggettivi delle parti di detta obbligazione, sono devolute alla giurisdizione esclusiva del g.a. di cui all’art. 133, primo co., lett. f). L'accertamento di un rapporto di credito prescinde dall'esistenza di atti della p.a. e non è soggetta alle regole delle impugnazioni e dei termini di decadenza propri degli atti amministrativi; in applicazione di tale principio, va quindi esclusa la configurabilità dell'istituto dell'acquiescenza rispetto alla liquidazione del contributo.
Del resto, in tal senso si è pronunciato il Giudice della giurisdizione, per il quale la giurisdizione del giudice amministrativo in materia ha per oggetto tutte le controversie inerenti la pretesa contributiva del Comune in tale ambito.

... per l'annullamento della sentenza breve del TAR FRIULI VENEZIA GIULIA-TRIESTE: SEZIONE I n. 00486/2012, resa tra le parti, concernente appello avverso sentenza con cui il giudice amministrativo ha dichiarato il difetto di giurisdizione - emissione da parte di Equitalia di una cartella di pagamento relativa ad oneri di urbanizzazione primaria.
...
L’appello è fondato.
Le controversie inerenti la contestazione degli oneri di urbanizzazione, nel corso delle quali non vengano dedotte censure derivanti da atti generali autoritativi relativi alla determinazione degli oneri presupposti di quello impugnato, attengono, infatti, a posizioni di diritto soggettivo, azionabili nel termine di prescrizione, innanzi al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva.
Detti oneri non hanno, infatti, natura tributaria, bensì costituiscono un corrispettivo di diritto pubblico avente la funzione di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione, atteso che le controversie che hanno ad oggetto la legittimità o meno del contributo relativo a concessione edilizia vertono sull'esistenza o sulla misura di un’obbligazione direttamente stabilita dalla legge.
La determinazione dell'"an" e del "quantum" dell'oblazione e del contributo per oneri di urbanizzazione e per costo di costruzione ha natura paritetica, giacché si tratta di un mero accertamento dell'obbligazione contributiva, effettuato dalla p.a. in base a rigidi parametri prefissati dalla legge e dai regolamenti in tema di criteri impositivi, nei cui riguardi essa è sfornita di potestà autoritativa.
Per questo le relative controversie, proprio in quanto concernono i diritti soggettivi delle parti di detta obbligazione, sono devolute alla giurisdizione esclusiva del g.a. di cui all’art. 133, primo co., lett. f). L'accertamento di un rapporto di credito prescinde dall'esistenza di atti della p.a. e non è soggetta alle regole delle impugnazioni e dei termini di decadenza propri degli atti amministrativi; in applicazione di tale principio, va quindi esclusa la configurabilità dell'istituto dell'acquiescenza rispetto alla liquidazione del contributo (cfr. Consiglio di Stato sez. V 28.05.2012 n. 3122; Consiglio di Stato sez. IV 10.03.2011 n. 1565; Consiglio Stato sez. V 13.10.2010 n. 7466).
Del resto, in tal senso si è pronunciato il Giudice della giurisdizione, per il quale la giurisdizione del giudice amministrativo in materia ha per oggetto tutte le controversie inerenti la pretesa contributiva del Comune in tale ambito (cfr. Cass., sez. un., 13.12.2002 n. 1791; Cassazione civile, sez. un., 20.10.2006 n. 22514) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4208 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La regola, posta dalla L. 10/1977 in linea con la Legge Urbanistica, della onerosità della concessione edilizia, comporta che il concessionario è tenuto al pagamento di un contributo commisurato all’incidenza delle spese di urbanizzazione nonché al costo di costruzione. Il proprietario, infatti, deve assumere gli oneri relativi alle opere di urbanizzazione primaria e di una quota parte delle opere di urbanizzazione secondaria relativa alla lottizzazione o di quelle opere che siano necessarie per allacciare la zona ai pubblici servizi, in proporzione all’entità e alle caratteristiche degli insediamenti delle lottizzazioni.
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Il contributo per il rilascio del permesso di costruire ha natura di prestazione patrimoniale imposta, di carattere non tributario, ed ha carattere generale, prescindendo totalmente o meno delle singole opere di urbanizzazione, venendo altresì determinato indipendentemente sia dall'utilità che il concessionario ritrae dal titolo edificatorio, sia dalle spese effettivamente occorrenti per realizzare dette opere.

Vanno quindi esaminate le censure riguardanti il contributo richiesto a titolo di “oneri di trasformazione territoriale”.
Al riguardo va premesso che la regola, posta dalla L. 10/1977 in linea con la Legge Urbanistica, della onerosità della concessione edilizia, comporta che il concessionario è tenuto al pagamento di un contributo commisurato all’incidenza delle spese di urbanizzazione nonché al costo di costruzione. Il proprietario, infatti, deve assumere gli oneri relativi alle opere di urbanizzazione primaria e di una quota parte delle opere di urbanizzazione secondaria relativa alla lottizzazione o di quelle opere che siano necessarie per allacciare la zona ai pubblici servizi, in proporzione all’entità e alle caratteristiche degli insediamenti delle lottizzazioni (Cons. Stato, Sez. IV, 06.07.2009, n. 4330; Sez. V, 30.09.1998, n. 1348; Sez. V, 10.06.1998, n. 807).
Analoga disciplina prevede l’art. 19 D.P.R. 380/2001 per le opere o impianti destinati ad attività industriali o artigianali dirette alla trasformazione di beni ed alla prestazione di servizi, per le quali la norma impone “la corresponsione di un contributo pari alla incidenza delle opere di urbanizzazione, di quelle necessarie al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti solidi, liquidi e gassosi e di quelle necessarie alla sistemazione dei luoghi ove ne siano alterate le caratteristiche. La incidenza di tali opere è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base a parametri che la regione definisce con i criteri di cui al comma 4, lettere a) e b) dell'articolo 16, nonché in relazione ai tipi di attività produttiva”.
Secondo l’art. 30 della L.R. 6/1979 “Per determinare l'incidenza delle opere di urbanizzazione inerenti gli insediamenti industriali ed artigianali, il Comune assume il costo-base di urbanizzazione stabilito nella tabella H) e riferito a metro quadro di superficie utile calcolato al piano (…). Il costo-base di urbanizzazione dedotto dalla suddetta tabella H) viene successivamente moltiplicato per i coefficienti stabiliti nella tabella D) e per quelli della tabella I) relativa al tipo di intervento ed al tipo di attività produttiva”.
Gli enti locali devono quantificare il costo di urbanizzazione secondo i principi posti dalla normativa statale e regionale, nell’ambito delle rispettive competenze, vigendo in materia la riserva di legge posta dall’art. 23 Cost. con riferimento alle prestazioni patrimoniali imposte, quale quelle in esame.
Per pacifica giurisprudenza, infatti, il contributo per il rilascio del permesso di costruire ha natura di prestazione patrimoniale imposta, di carattere non tributario, ed ha carattere generale, prescindendo totalmente o meno delle singole opere di urbanizzazione, venendo altresì determinato indipendentemente sia dall'utilità che il concessionario ritrae dal titolo edificatorio, sia dalle spese effettivamente occorrenti per realizzare dette opere (cfr. Cons. Stato, sez. V, 15.12.2005, nr. 7140; id., 06.05.1997, nr. 462)
(TAR Puglia-Bari, Sez. I, sentenza 08.08.2013 n. 1237 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’obbligazione di pagamento degli oneri di urbanizzazione ha, infatti, natura causale, essendo strettamente connessa all’attività di trasformazione del territorio ed alle spese che gravano sulla comunità per la realizzazione delle infrastrutture e dei servizi resi necessari da tale attività, al punto che l’Amministrazione comunale è tenuta alla restituzione delle somme percepite a tale titolo nel caso di rinuncia o di inutilizzazione della concessione edilizia e che gli impegni di pagamento si concretizzano proprio nel momento in cui il permesso di costruire viene rilasciato.
Come riconosciuto dalla giurisprudenza amministrativa maggioritaria, l’obbligazione di pagamento degli oneri di urbanizzazione ha, infatti, natura causale, essendo strettamente connessa all’attività di trasformazione del territorio ed alle spese che gravano sulla comunità per la realizzazione delle infrastrutture e dei servizi resi necessari da tale attività (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, 12.01.2012, n. 108; TAR Piemonte, Sez. I, 01.02.2006 n. 711), al punto che l’Amministrazione comunale è tenuta alla restituzione delle somme percepite a tale titolo nel caso di rinuncia o di inutilizzazione della concessione edilizia (cfr. Cons. St., Sez. V, 23.06.2003 n. 3714) e che gli impegni di pagamento si concretizzano proprio nel momento in cui il permesso di costruire viene rilasciato (cfr. TAR Puglia, Bari, Sez. III, 28.03.2012 n. 617) (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 06.08.2013 n. 980 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

luglio 2013

EDILIZIA PRIVATA: Il computo degli oneri di urbanizzazione non è attività autoritativa e la contestazione sulla relativa corresponsione è proponibile nel termine di prescrizione decennale a prescindere dall'impugnazione dei provvedimenti adottati o dal sollecito a provvedere in via di autotutela.
Trattasi infatti di determinazione che obbedisce a prescrizioni desumibili da tabelle, in ordine alla quale l'Amministrazione comunale si limita ad applicare i detti parametri, aventi anche per essa natura cogente, con conseguente esclusione di qualsivoglia discrezionalità.
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Per reperire una definizione di ristrutturazione edilizia è necessario richiamare l'art. 3, d.P.R. 06.06.2001 n. 380 che definisce ristrutturazione gli interventi di trasformazione di organismi edilizi preesistenti in misura tale anche da condurre alla realizzazione di un organismo edilizio in tutto diverso dal precedente, mentre considera come “nuova costruzione” tutti gli interventi di trasformazione del territorio non rientranti nelle categorie precedentemente descritte dalla medesima disposizione.
L'elemento discretivo tra le due categorie, ai sensi dell'art. 3 citato, risiede, dunque, nel fatto che nei casi di ristrutturazione vi è preesistenza di un manufatto, elemento invece non richiesto nei casi di nuova costrizione in cui la trasformazione concerne più propriamente il "solo" territorio.
Per quanto attiene al soppalco, lo stesso, se non di modeste dimensioni, per la sua struttura e funzione, comporta un aumento della superficie utile e rientra nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia.
Nel caso di specie, è emerso nitidamente che è stata mutata la destinazione d’uso di un sottotetto al primo piano da uffici ad abitazione del custode con ampliamento della volumetria dello stesso e sono stati realizzati due soppalchi di non modeste dimensioni.
Ne deriva che gli interventi edilizi realizzati rientrano nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia, richiamate dall’art. 5, co. 1, lett. a), della legge regionale.
Ne deriva che erroneamente l’amministrazione ha calcolato gli oneri concessori applicando il comma 2 della legge regionale, che, invece, si riferisce alle nuove costruzioni, mentre avrebbe dovuto tener conto della superficie virtuale ottenuta dividendo il costo complessivo delle opere oggetto di concessione per il costo unitario stabilito annualmente con il decreto ministeriale previsto dall'articolo 6 della legge 28.01.1977, n. 10.

In via preliminare, il Collegio ritiene di aderire all’orientamento di quella parte della giurisprudenza amministrativa, la quale ha precisato che il computo degli oneri di urbanizzazione non è attività autoritativa e la contestazione sulla relativa corresponsione è proponibile nel termine di prescrizione decennale a prescindere dall'impugnazione dei provvedimenti adottati o dal sollecito a provvedere in via di autotutela; trattasi infatti di determinazione che obbedisce a prescrizioni desumibili da tabelle, in ordine alla quale l'Amministrazione comunale si limita ad applicare i detti parametri, aventi anche per essa natura cogente, con conseguente esclusione di qualsivoglia discrezionalità (cfr., Consiglio di Stato sez. IV, 28.11.2012, n. 6033).
Ciò premesso, in relazione al calcolo dei contributi concessori la legge della Regione Lombardia 60/1977 e successive modifiche, prevede espressamente che per le costruzioni o gli impianti destinati alle attività industriali o artigianali nonché alle attività turistiche, commerciali e direzionali, gli oneri sono calcolati al metro quadrato di superficie lorda complessiva di pavimento, compresi i piani seminterrati e interrati la cui destinazione d'uso comporti una permanenza anche temporanea di persone.
Per gli interventi di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione, gli oneri di urbanizzazione, se dovuti, sono riferiti alla superficie virtuale ottenuta dividendo il costo complessivo delle opere oggetto di concessione per il costo unitario stabilito annualmente con il decreto ministeriale previsto dall'articolo 6 della legge 28.01.1977, n. 10, quando si tratta di edifici con destinazione diversa da quella residenziale.
Tanto premesso in punto di fatto, per vagliare la fondatezza del ricorso, occorre, quindi, verificare se gli interventi edilizi realizzati dalla società ricorrente, su edificio con destinazione diversa da quella residenziale, siano da qualificare come nuova superficie (secondo l’assunto dell’amministrazione) ovvero come ristrutturazione o risanamento conservativo (secondo la ricostruzione della società ricorrente).
E’ emerso in maniera incontestata che la società ricorrente ha realizzato un mutamento di destinazione d’uso di un sottotetto al primo piano da uffici ad abitazione del custode per ampliamento della stessa, ha installato due soppalchi metallici, uno di superficie pari a mq. 70 e l’altro di estensione pari ad una preesistente soletta in cemento armato.
A parer della società ricorrente, tali interventi edilizi rappresenterebbero una ristrutturazione o un’ipotesi di risanamento conservativo, in quanto le presunte maggiori superfici utili realizzate non sarebbero destinate ad attività commerciali, ma solo al deposito di merci.
Per reperire una definizione di ristrutturazione edilizia è necessario richiamare l'art. 3, d.P.R. 06.06.2001 n. 380 che definisce ristrutturazione gli interventi di trasformazione di organismi edilizi preesistenti in misura tale anche da condurre alla realizzazione di un organismo edilizio in tutto diverso dal precedente, mentre considera come “nuova costruzione” tutti gli interventi di trasformazione del territorio non rientranti nelle categorie precedentemente descritte dalla medesima disposizione. L'elemento discretivo tra le due categorie, ai sensi dell'art. 3 citato, risiede, dunque, nel fatto che nei casi di ristrutturazione vi è preesistenza di un manufatto, elemento invece non richiesto nei casi di nuova costrizione in cui la trasformazione concerne più propriamente il "solo" territorio (si veda sul punto anche, TAR Napoli Campania sez. VIII, 19.04.2012, n. 1827).
Per quanto attiene al soppalco, lo stesso, se non di modeste dimensioni, per la sua struttura e funzione, comporta un aumento della superficie utile e rientra nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia (cfr., Consiglio di Stato sez. VI, 08.02.2013, n. 720).
Nel caso di specie, è emerso nitidamente che è stata mutata la destinazione d’uso di un sottotetto al primo piano da uffici ad abitazione del custode con ampliamento della volumetria dello stesso e sono stati realizzati due soppalchi di non modeste dimensioni.
Ne deriva che gli interventi edilizi realizzati rientrano nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia, richiamate dall’art. 5, co. 1, lett. a), della legge regionale.
Ne deriva che erroneamente l’amministrazione ha calcolato gli oneri concessori applicando il comma 2 della legge regionale, che, invece, si riferisce alle nuove costruzioni, mentre avrebbe dovuto tener conto della superficie virtuale ottenuta dividendo il costo complessivo delle opere oggetto di concessione per il costo unitario stabilito annualmente con il decreto ministeriale previsto dall'articolo 6 della legge 28.01.1977, n. 10 (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 26.07.2013 n. 2008 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASussiste l'inconfigurabilità di vizi di difetto di motivazione con riferimento alla determinazione della somma degli oneri di urbanizzazione, in quanto essa risulta da un mero calcolo materiale da effettuarsi sulla base di puntuali indicazioni normative, senza che in proposito residui un margine di discrezionalità.
Non è pertanto configurabile a carico dell’amministrazione, nella redazione di tali atti aventi natura paritetica, un onere di specificare le ragioni della decisione adottata, sicché l'interessato può solo contestare l'erroneità dei conteggi effettuati dall'ente.

Orbene, sul punto deve richiamarsi la consolidata giurisprudenza amministrativa in ordine alla inconfigurabilità di vizi di difetto di motivazione con riferimento alla determinazione della somma degli oneri di urbanizzazione, in quanto essa risulta “da un mero calcolo materiale da effettuarsi sulla base di puntuali indicazioni normative, senza che in proposito residui un margine di discrezionalità. Non è pertanto configurabile a carico dell’amministrazione, nella redazione di tali atti aventi natura paritetica, un onere di specificare le ragioni della decisione adottata, sicché l'interessato può solo contestare l'erroneità dei conteggi effettuati dall'ente” (in tal senso, Tar Toscana, sez. III, 18.12.2001, n. 2037; Tar Campania, Salerno, 21.07.2005, n. 1319; TAR Lazio, Sez. II, 18.02.2005, n. 1410; TAR Lombardia, Milano, Sez. II, 05.05.2004, n. 1620; TAR Puglia, Lecce, Sez. I, 29.03.2000 n. 1911; TAR Puglia Bari, sez. III, 03.06.2009, n. 1376; TAR Campania Napoli, sez. VIII, 17.09.2009, n. 4983) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 18.07.2013 n. 7228 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

maggio 2013

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: Oggetto: applicazione art. 43, comma 2-bis e seguenti della l.r. 12/2005 (Regione Lombardia - Direzione Generale Agricoltura - Sviluppo di Sistemi Forestali, Agricoltura di Montagna, Uso e Tutela del Suolo Agricolo, nota 16.05.2013 n. 34319 di prot.).
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... con la presente si forniscono chiarimenti interpretativi in ordine all’applicazione della maggiorazione del contributo di costruzione nel caso di rilascio di titoli abilitativi relativi all’attuazione di piani di lottizzazioni, piani di intervento integrato o altre iniziative comunali, alla base dei quali vi sia una convenzione con l’operatore privato approvata dall’amministrazione comunale in data antecedente il 12.04.2009 (data di entrata in vigore della norma, ovvero tre mesi dal 12/01/2009 data di pubblicazione sul B.U.R.L. della d.g.r. n. 8757/2008). (... continua).

EDILIZIA PRIVATA: Oneri di edificazione in area agricola.
Per interventi di nuova edificazione, a destinazione turistico-residenziale, ancorché realizzati in via eccezionale e derogatoria in zona agricola o a prevalente vocazione rurale, l’incidenza degli oneri di urbanizzazione, proprio in funzione della più marcata ed evidente incidenza dei suddetti interventi sul territorio e in vista della necessaria maggiore infrastrutturazione, non possono comportare scostamenti dai coefficienti relativi ad altri usi di natura residenziale.
D’altro canto è di intuitiva evidenza che per interventi di nuova edificazione, a destinazione turistico-residenziale, ancorché realizzati in via eccezionale e derogatoria in zona agricola o a prevalente vocazione rurale, l’incidenza degli oneri di urbanizzazione, proprio in funzione della più marcata ed evidente incidenza dei suddetti interventi sul territorio e in vista della necessaria maggiore infrastrutturazione, non possono comportare scostamenti dai coefficienti relativi ad altri usi di natura residenziale (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 16.05.2013 n. 2673 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAI contributi concessori devono essere stabiliti al momento del rilascio del permesso edilizio; a tale momento occorre dunque avere riguardo per la determinazione della entità dell’onere facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio.
Da tale affermazione di principio si trae il corollario della irretroattività delle determinazioni comunali a carattere regolamentare con cui vengono stabiliti i criteri generali, le nuove tariffe e le modalità di calcolo per gli oneri di urbanizzazione ribadendosi l'integrale applicazione del principio tempus regit actum e quindi la irrilevanza ed ininfluenza di disposizioni tariffarie sopravvenute rispetto al momento del rilascio della concessione edilizia.
Di conseguenza deve ritenersi che le delibere comunali che dispongono l'adeguamento degli oneri di urbanizzazione possano trovare applicazione esclusivamente per i permessi rilasciati a far tempo dall'epoca di adozione dell'atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore.

Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza, fondato sullo stesso tenore letterale dell’art. 16 DPR 380/2001 (“la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è corrisposta al Comune all'atto del rilascio del permesso di costruire” e “la quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all'atto del rilascio...”) i contributi concessori devono essere stabiliti al momento del rilascio del permesso edilizio; a tale momento occorre dunque avere riguardo per la determinazione della entità dell’onere facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio.
Da tale affermazione di principio si trae il corollario della irretroattività delle determinazioni comunali a carattere regolamentare con cui vengono stabiliti i criteri generali, le nuove tariffe e le modalità di calcolo per gli oneri di urbanizzazione ribadendosi l'integrale applicazione del principio tempus regit actum e quindi la irrilevanza ed ininfluenza di disposizioni tariffarie sopravvenute rispetto al momento del rilascio della concessione edilizia.
Di conseguenza deve ritenersi che le delibere comunali che dispongono l'adeguamento degli oneri di urbanizzazione possano trovare applicazione esclusivamente per i permessi rilasciati a far tempo dall'epoca di adozione dell'atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 15.05.2013 n. 1103 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In ordine alla gratuità degli interventi in zona agricola, l’art. 9, comma 1, lett. a), della l. n. 10 del 1977 (oggi art. 17, co. 3, lett. a), t.u. edilizia) prevede una duplice condizione:
a) che la zona di intervento abbia nello strumento urbanistico destinazione agricola;
b) che l’intervento sia funzionale allo sfruttamento agricolo del fondo.
Non è sufficiente quindi la destinazione agricola dell’area interessata dalla costruzione, essendo, invece, necessaria la concorrenza della destinazione della costruzione allo sfruttamento del fondo che presuppone la qualità soggettiva del richiedente, di imprenditore agricolo a titolo principale.
In ordine al requisito soggettivo, poi, la giurisprudenza è univoca nell’interpretazione restrittiva della norma, sì da delimitarne l’ambito esclusivamente all’imprenditore agricolo a titolo principale ai sensi dell’art. 12, l. 09.05.1975, n. 153.
La gratuità della concessione edilizia è, dunque, prevista ove concorrano qualità soggettive del richiedente, che deve essere imprenditore agricolo a titolo principale, e qualità oggettive del fabbricato da erigersi.

In ordine alla gratuità degli interventi in zona agricola, l’art. 9, comma 1, lett. a), della l. n. 10 del 1977 (oggi art. 17, co. 3, lett. a), t.u. edilizia), rinviando all’art. 12 della l. 09.05.1975, n. 153 (successivamente abrogato dall’art. 1 del d.lgs. 29.03.2004 n. 99 a sua volta modificato dall’art. 1 d.lgs. 27.05.2005, n. 101), prevede una duplice condizione:
a) che la zona di intervento abbia nello strumento urbanistico destinazione agricola;
b) che l’intervento sia funzionale allo sfruttamento agricolo del fondo.
Non è sufficiente quindi la destinazione agricola dell’area interessata dalla costruzione, essendo, invece, necessaria la concorrenza della destinazione della costruzione allo sfruttamento del fondo che presuppone la qualità soggettiva del richiedente, di imprenditore agricolo a titolo principale.
In ordine al requisito soggettivo, poi, la giurisprudenza è univoca nell’interpretazione restrittiva della norma, sì da delimitarne l’ambito esclusivamente all’imprenditore agricolo a titolo principale ai sensi dell’art. 12, l. 09.05.1975, n. 153 (cfr. Cons. Stato, sez. V, 02.09.1990, n. 682; TAR Sicilia, Catania, sez. I, 03.10.2005, n. 1533; Palermo, sez. I, 15.07.2004, n. 1554).
La gratuità della concessione edilizia è, dunque, prevista ove concorrano qualità soggettive del richiedente, che deve essere imprenditore agricolo a titolo principale, e qualità oggettive del fabbricato da erigersi.
Nel caso non sussistevano tali requisiti soggettivi, in disparte ogni considerazione sul tipo di costruzione, consistente nell’ampliamento di una villa residenziale destinata ad abitazione permanente, che per struttura è ben lontana da potersi ritenere destinata a scopi agricoli.
Quanto all’asserita applicabilità della esenzione al fabbricato da destinare ad abitazione dell’imprenditore agricolo, in disparte la questione di principio sull’ammissibilità della interpretazione estensiva di una norma derogatoria, nel caso non poteva trovare ingresso l’esenzione non avendo mai la ricorrente provato la qualità di imprenditore agricolo ai sensi della richiamata l. n. 153 del 1975, che deve coesistere con la destinazione dell’intervento alla destinazione agricola.
In conclusione, il Sindaco legittimamente ha richiesto il pagamento degli oneri contemplati dall’art. 3 della l. 28.01.1977, n. 10 per il rilascio della concessione edilizia in questione, in mancanza di allegazione da parte dell’istante della documentazione attestante il possesso dei requisiti per beneficiare di siffatta esenzione (in termini, Cons. Stato, sez. V, 02.09.1990, n. 682) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 14.05.2013 n. 2609 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATARISTRUTTURAZIONI/ Dia salva dai rincari. L'urbanizzazione alla data dell'istanza.
Se il Comune aumenta gli oneri di urbanizzazione per gli interventi edilizi, non può farne le spese chi ha già presentato la Dia per ristrutturare l'immobile.

È quanto emerge dalla sentenza 13.05.2013 n. 2593, pubblicata dalla IV Sez. del Consiglio di Stato, che rovescia la sentenza del Tar Lombardia.
Tempus regit actum
L'amministrazione deve restituire la somma cautelativamente versata dall'azienda «a seguito di illegittima richiesta», ma evita il risarcimento del danno grazie alla buona fede: l'ente locale ha aderito all'orientamento interpretativo prevalente al momento in cui il consiglio comunale ha deliberato il rincaro.
Il punto è che la Dia costituisce in pratica un'autocertificazione con cui il privato attesta che al momento della dichiarazione sussistono le condizioni stabilite dalla legge per la realizzazione dell'intervento: sulla denuncia la pubblica amministrazione svolge poi un'eventuale attività di controllo; si può allora ben comprendere come l'attività di verifica dell'ente debba avere come esclusivo riferimento la normativa vigente al momento della presentazione dell'istanza e non la normativa sopravvenuta. Che dunque diventa irrilevante, compreso il caso del rincaro degli oneri.
Legittimo affidamento
Va detto poi che deve essere tutelato il legittimo affidamento del privato che deve poter programmare la sua attività economica con un minimo di certezza: passa dunque la tesi dell'azienda che fa i lavori all'immobile laddove sostiene che la determinazione dei contributi urbanistici da parte dell'amministrazione costituisce un'attività di tipo «paritetico e non autoritativo»; insomma: è evidente che in caso di rideterminazione o modifica unilaterale dell'onere dovuto la pubblica amministrazione non può limitarsi ad emettere un atto sostitutivo.
L'amministrazione può avere titolo a rideterminare l'importo soltanto se il precedente conteggio è stato frutto di un errore essenziale e riconoscibile ai sensi dell'articolo 1427 cc e seguenti. Pesa a favore dell'impresa il principio generale di tutela dell'affidamento dei privati, che è considerato un canone incluso nell'ordinamento giuridico comunitario. Spese compensate dei due gradi di giudizio a causa della giurisprudenza oscillante (articolo ItaliaOggi Sette del 26.08.2013).

EDILIZIA PRIVATA: Afferma il Collegio che la misura degli oneri di urbanizzazione deve essere definita sulla base dell’impatto urbanistico del progetto, secondo la tabella in vigore nel comune interessato.
Qualora il progetto riguardi la ristrutturazione di un edificio esistente il suo impatto è destinato ad incidere su una zona già urbanizzata per cui la sua incidenza sarà data dalla consistenza del nuovo intervento detratto l’impatto di quanto già esistente (sostanzialmente in termini C. di S., V, 21.04.2006, n. 2258: “la determinazione dell’onere dovuto per il rilascio della concessione costituisce, dunque, il risultato di un calcolo materiale, essendo la misura concreta direttamente collegata dalla legge al carico urbanistico accertato secondo parametri rigorosamente stabiliti”).
Da tale affermazione consegue che qualora il comune ometta, come l’odierno appellato, di determinare specificamente la misura del contributo da corrispondere per interventi di ristrutturazione edilizia, quest’ultimo dovrà essere determinato secondo il principio appena esposto.
Non giova, evidentemente, invocare una consuetudine alla quale non può essere attribuita efficacia normativa e nemmeno può essere data rilevanza a considerazioni attinenti la particolare fruttuosità economica dell’operazione che il Comune deve, se del caso, tenere presenti in sede di determinazione delle tabelle.

Rimane da decidere l’ultima censura.
L’appellante sottolinea, condivisibilmente, che la sua argomentazione non è stata rettamente intesa dal primo giudice il quale ha argomentato la pronuncia di rigetto sulla base di una divergenza, fra l’appellante e l’Amministrazione, in ordine alla determinazione della superficie sulla cui base calcolare il contributo, mentre la divergenza riguarda il sistema di calcolo seguito dall’Amministrazione.
L’appellante ribadisce quindi che illegittimamente le delibere comunali impugnate hanno determinato nella stessa misura il contributo per opere di urbanizzazione dovuto in caso di nuova edificazione ed in caso di ristrutturazione dell’esistente osservando inoltre che anche a prescindere da tale argomentazione il Comune appellato avrebbe male determinato, in concreto, il contributo, avendo omesso di detrarre dal computo definitivo la somma corrispondente agli oneri relativi al manufatto già edificato, interessato dal progetto di ristrutturazione.
Osserva il Collegio che la doglianza può essere affrontata sotto quest’ultimo profilo, che meglio descrive l’illegittimità nella quale sarebbe incorsa l’Amministrazione.
Infatti, assumere l’obbligo, per l’Amministrazione, di tenere conto del già costruito all’atto della determinazione del contributo dovuto per un intervento di ristrutturazione delinea la compiuta disciplina della materia, stabilendo il discrimine fra intervento di nuova costruzione ed intervento di ristrutturazione.
In sostanza, la stessa appellante afferma che in caso di ristrutturazione il contributo dovuto è pari a quello previsto per la nuova edificazione, detratto quanto corrispondente al maggior onere urbanistico provocato dall’edificio preesistente.
Tale argomentazione è condivisa dal Collegio.
Deve essere rilevato come in realtà l’esattezza della tesi non sia contestata dal Comune appellato il quale nella relazione depositata in esecuzione della sentenza parziale di cui in narrativa ha espressamente ammesso che “l’applicazione del contributo venne all’epoca effettuata senza conguaglio, ritenendo che questo dovesse essere in effetti calcolato in base alla quota percentuale fissata dal Comune per gli interventi di nuova costruzione e non di ristrutturazione in base alla considerazione che la struttura fu interessata da importanti interventi di ristrutturazione inoltre gli oneri allora vigenti non prevedevano un diverso importo per i casi di ristrutturazione bensì una sola tariffa.”
Prosegue la relazione affermando che “resta inteso che tale modalità operativa era una consuetudine ed una facoltà ammessa per legge pertanto gli importi degli oneri dovuti non furono calcolati a conguaglio proprio in ragione del fatto che la variazione della destinazione era anche finalizzata a stipulare contratti locativi che avrebbero garantito una forte redditività immobiliare al gruppo bancario”.
Lo stesso Comune quindi ammette che la decisione di non considerare, nella determinazione del contributo, il già costruito era stata basata su una consuetudine, legittimata dall’evidente convenienza economica dell’operazione immobiliare in progetto.
E’ evidente che tali considerazioni non possono avere rilievo.
Afferma il Collegio che la misura degli oneri di cui si tratta deve essere definita sulla base dell’impatto urbanistico del progetto, secondo la tabella in vigore nel comune interessato.
Qualora il progetto riguardi la ristrutturazione di un edificio esistente il suo impatto è destinato ad incidere su una zona già urbanizzata per cui la sua incidenza sarà data dalla consistenza del nuovo intervento detratto l’impatto di quanto già esistente (sostanzialmente in termini C. di S., V, 21.04.2006, n. 2258: “la determinazione dell’onere dovuto per il rilascio della concessione costituisce, dunque, il risultato di un calcolo materiale, essendo la misura concreta direttamente collegata dalla legge al carico urbanistico accertato secondo parametri rigorosamente stabiliti”).
Da tale affermazione consegue che qualora il comune ometta, come l’odierno appellato, di determinare specificamente la misura del contributo da corrispondere per interventi di ristrutturazione edilizia, quest’ultimo dovrà essere determinato secondo il principio appena esposto.
Non giova, evidentemente, invocare una consuetudine alla quale non può essere attribuita efficacia normativa e nemmeno può essere data rilevanza a considerazioni attinenti la particolare fruttuosità economica dell’operazione che il Comune deve, se del caso, tenere presenti in sede di determinazione delle tabelle (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 13.05.2014 n. 2437 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Premesso che il contributo di costruzione è posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione del concessionario ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all'insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae, la deroga alla onerosità della concessione ricorre nelle ipotesi tassativamente previste dalla legge e, per quanto attiene in particolare la lettera f) dell’art. 9, l. citata, se ricorrano due requisiti che devono entrambi concorrere per fondare lo speciale regime di gratuità della concessione, l'uno di tipo soggettivo, per effetto del quale le opere devono essere eseguite da un ente istituzionalmente competente e l'altro di carattere oggettivo per effetto del quale la costruzione deve riguardare opere pubbliche o di interesse generale.
Nella fattispecie difettano entrambi i requisiti. Invero, il titolare della concessione edilizia non riveste lo status di soggetto pubblico o equiparato, essendo invece una società privata che svolge un’attività commerciale, e l'intervento realizzato non costituisce espletamento di un'attività istituzionale o di interesse pubblico, essendo le opere edilizie in questione (un complesso ricettivo per anziani) palesemente finalizzate ad assecondare le finalità di lucro proprie del soggetto di diritto privato.
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Deve escludersi la configurazione dell’intervento edilizio quale attrezzatura socio–sanitaria e, quindi, quale opera di urbanizzazione secondaria.
Infatti, trattasi di un complesso immobiliare di circa 16.000 metri cubi da destinare a “residenze e servizi per anziani”, della superficie di metri quadrati 22.710, articolata in 36 mono-alloggi e 36 camere multiple dotate di bagni e servizio autonomo di cucina.
Dal punto di vista strutturale va, quindi, evidenziata una prevalente configurazione di tipo ricettivo o residenziale, piuttosto che quella di una struttura sanitaria, essendo quest’ultima caratterizzata dalla prevalenza di spazi destinati alla prestazione di servizi propriamente sanitari, mentre, nel caso i servizi ambulatoriali raggiungono complessivamente i 300 metri quadri, a fronte dei servizi residenziali che coprono in tutto una superficie pari a 6.700 metri quadrati.
Non sussistono, quindi, le caratteristiche che consentano di annoverare la struttura tra quelle sanitarie in senso proprio, mancando la prevalenza di spazi destinati alla prestazione di servizi propriamente sanitari.
Ne consegue che l’intervento edilizio non è assolutamente assimilabile ad una struttura sanitaria e non costituisce di conseguenza opera di urbanizzazione.
Peraltro, le opere di urbanizzazione secondaria sono caratterizzate dalla destinazione prioritaria all’uso della generalità degli utenti o, comunque, ad essere messe a disposizione dell'intera collettività, anche se dietro pagamento di un corrispettivo fissato dal Comune in misura tale che consenta il godimento da parte della collettività indifferenziata degli utenti.
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L'art. 10 della legge 28.01.1977 n. 10 distingue, ai fini della determinazione del contributo del costo di costruzione, gli edifici o gli impianti destinati ad attività industriale e artigianale dirette alla trasformazione dei beni e alla prestazione di servizi, dalle costruzioni od impianti destinati ad attività turistiche, commerciali o direzionali, prevedendo per i primi manufatti le agevolazioni contributive ed escludendole per i secondi.
La concessione edilizia qui in questione non rientra tra gli impianti destinati ad attività produttive.
Ad escludere la configurazione di un complesso alberghiero come un'attività produttiva è proprio il dettato normativo sopra indicato che menziona espressamente gli impianti turistici tra i manufatti per i quali il legislatore in base ad una scelta insindacabile ha ritenuto non possa farsi luogo alla concessione del beneficio de quo e non v'è dubbio che l'esistenza di un siffatto dato normativo è di per sé preclusivo di quale che sia interpretazione estensiva.
E questo a prescindere dall'utilizzo dei normali canoni ermeneutici per cui riesce veramente difficile equiparare un complesso di immobili destinati ad un'attività ricettizia ad un'attività industriale di produzione di beni e servizi.

Il Comune di Firenze rilasciava alla società “La Fontenuova s.r.l.” concessione edilizia per la realizzazione di un complesso immobiliare da destinare a “residenza e servizi per anziani” (concessione edilizia n. 163 del 2000), determinando gli oneri ed i contributi di cui alla l. 28.01.1977, n. 10 in lire 517.886.416 per urbanizzazioni primarie; lire 222.628.002 per urbanizzazioni secondarie; lire 1.156.335.850 per contributo sul costo di costruzione.
La società Fontenuova con ricorso al TAR Toscana gravava la suddetta concessione edilizia, assumendone la gratuità ai sensi dell’art. 9, lett. f), della l. n. 10 del 1977 e, in subordine, la parziale gratuità, con esenzione dal solo costo di costruzione ai sensi dell’art. 10, della medesima legge n. 10 del 1977.
Con sentenza n. 1819 del 06.12.2001, il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana respingeva il ricorso, non ravvisando nella concessione edilizia di cui trattasi le caratteristiche previste dalla legge per le ipotesi di gratuità totale o parziale.
La società La Fontenuova ha proposto appello avverso la suddetta sentenza di cui chiede l’annullamento o la riforma perché erronea alla stregua dei seguenti motivi:
- violazione dell’articolo 9, lettera f), della l. n. 10 del 1977, che prevede l’esenzione del contributo per le concessioni rilasciate per la realizzazione di opere pubbliche o di interesse generale da parte degli enti istituzionalmente competenti, ovvero nel caso di opere di urbanizzazioni eseguite anche da privati in attuazione di strumenti urbanistici generali;
- violazione dell’art. 10, comma 1, della l. n. 10 del 1977, che esenta dal pagamento del costo di costruzione le concessioni edilizie volte alla realizzazione di strutture destinate ad un’attività di tipo industriale.
...
L’art. 9, lettera f), della l. 28.01.1977, n. 10 -richiamata dalla società appellante a sostegno del gravame- stabilisce che “Il contributo di cui al precedente articolo 3 non è dovuto (…) f) per gli impianti, le attrezzature, le opere pubbliche o di interesse generale realizzate dagli enti istituzionalmente competenti nonché per le opere di urbanizzazione, eseguite anche da privati, in attuazione di strumenti urbanistici”.
Premesso che il contributo di costruzione è posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione del concessionario ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all'insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae (cfr., Cons. Stato Sez. V, 21.04.2006 n. 2258), la deroga alla onerosità della concessione ricorre nelle ipotesi tassativamente previste dalla legge e, per quanto attiene in particolare la lettera f) dell’art. 9, l. citata, se ricorrano due requisiti che devono entrambi concorrere per fondare lo speciale regime di gratuità della concessione, l'uno di tipo soggettivo, per effetto del quale le opere devono essere eseguite da un ente istituzionalmente competente e l'altro di carattere oggettivo per effetto del quale la costruzione deve riguardare opere pubbliche o di interesse generale (cfr. Sez. V, 20.10.2004 n. 6818; Sez. VI, 05.06.2007 n.2981; Cons. Stato Sez. IV, 02.03.2011, n. 1332).
Nella fattispecie difettano entrambi i requisiti.
Il titolare della concessione edilizia non riveste lo status di soggetto pubblico o equiparato, essendo invece una società privata che svolge un’attività commerciale, e l'intervento realizzato non costituisce espletamento di un'attività istituzionale o di interesse pubblico, essendo le opere edilizie in questione (un complesso ricettivo per anziani) palesemente finalizzate ad assecondare le finalità di lucro proprie del soggetto di diritto privato.
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Sotto altro profilo deve escludersi la configurazione dell’intervento quale attrezzatura socio–sanitaria e, quindi, quale opera di urbanizzazione secondaria.
L’intervento edilizio di cui trattasi consiste, infatti, in un complesso immobiliare di circa 16.000 metri cubi da destinare a “residenze e servizi per anziani” realizzato su un’area di particolare pregio paesaggistico sita in Firenze, della superficie di metri quadrati 22.710, articolata in 36 mono-alloggi e 36 camere multiple dotate di bagni e servizio autonomo di cucina.
Dal punto di vista strutturale va, quindi, evidenziata una prevalente configurazione di tipo ricettivo o residenziale, piuttosto che quella di una struttura sanitaria, essendo quest’ultima caratterizzata dalla prevalenza di spazi destinati alla prestazione di servizi propriamente sanitari, mentre, nel caso i servizi ambulatoriali raggiungono complessivamente i 300 metri quadri, a fronte dei servizi residenziali che coprono in tutto una superficie pari a 6.700 metri quadrati.
Non sussistono, quindi, le caratteristiche che consentano di annoverare la struttura tra quelle sanitarie in senso proprio, mancando la prevalenza di spazi destinati alla prestazione di servizi propriamente sanitari.
Ne consegue che l’intervento edilizio non è assolutamente assimilabile ad una struttura sanitaria e non costituisce di conseguenza opera di urbanizzazione.
Peraltro, le opere di urbanizzazione secondaria sono caratterizzate dalla destinazione prioritaria all’uso della generalità degli utenti o, comunque, ad essere messe a disposizione dell'intera collettività, anche se dietro pagamento di un corrispettivo fissato dal Comune in misura tale che consenta il godimento da parte della collettività indifferenziata degli utenti.
Caratteristiche che non ricorrono nel caso della struttura realizzata dalla società appellante.
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L'art. 10 della legge 28.01.1977 n. 10 distingue, ai fini della determinazione del contributo del costo di costruzione, gli edifici o gli impianti destinati ad attività industriale e artigianale dirette alla trasformazione dei beni e alla prestazione di servizi, dalle costruzioni od impianti destinati ad attività turistiche, commerciali o direzionali, prevedendo per i primi manufatti le agevolazioni contributive ed escludendole per i secondi.
La concessione edilizia qui in questione non rientra tra gli impianti destinati ad attività produttive.
Ad escludere la configurazione di un complesso alberghiero come un'attività produttiva è proprio il dettato normativo sopra indicato che menziona espressamente gli impianti turistici tra i manufatti per i quali il legislatore in base ad una scelta insindacabile ha ritenuto non possa farsi luogo alla concessione del beneficio de quo e non v'è dubbio che l'esistenza di un siffatto dato normativo è di per sé preclusivo di quale che sia interpretazione estensiva.
E questo a prescindere dall'utilizzo dei normali canoni ermeneutici per cui riesce veramente difficile equiparare un complesso di immobili destinati ad un'attività ricettizia ad un'attività industriale di produzione di beni e servizi (cfr., Cons. Stato, sez. IV, n. 4488 del 12.07.2010)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 07.05.2013 n. 2467 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'obbligazione di corrispondere il contributo per il rilascio della concessione edilizia ha origine legale e rinviene il suo fatto costitutivo nell'attribuzione al richiedente, mediante il titolo concessorio, dello ius aedificandi avente ad oggetto il progetto assentito dall'Amministrazione.
Sicché, la disciplina regolatrice della suddetta obbligazione, anche nei suoi aspetti quantitativi, non può che essere individuata sulla scorta del principio di diritto intertemporale in base al quale tempus regit actum, ovvero con riferimento alle norme ed ai criteri di computo vigenti alla data di rilascio della concessione.
A tale conclusione interpretativa è del resto pervenuta la stessa pregressa giurisprudenza, avendo essa affermato che "ai sensi dell'art. 1 della legge 28.01.1977 n. 10, il rilascio della concessione edilizia si configura come fatto costitutivo dell'obbligo giuridico del concessionario di corrispondere il contributo ed è a tale momento che occorre riferirsi per la determinazione dell'entità del contributo stesso in base ai parametri normativi allora vigenti".

Come è noto, l'obbligazione di corrispondere il contributo per il rilascio della concessione edilizia ha origine legale e rinviene il suo fatto costitutivo nell'attribuzione al richiedente, mediante il titolo concessorio, dello ius aedificandi avente ad oggetto il progetto assentito dall'Amministrazione.
Consegue immediatamente, da tale rilievo, che la disciplina regolatrice della suddetta obbligazione, anche nei suoi aspetti quantitativi, non può che essere individuata sulla scorta del principio di diritto intertemporale in base al quale tempus regit actum, ovvero con riferimento alle norme ed ai criteri di computo vigenti alla data di rilascio della concessione.
A tale conclusione interpretativa è del resto pervenuta la stessa pregressa giurisprudenza, avendo essa affermato che "ai sensi dell'art. 1 della legge 28.01.1977 n. 10, il rilascio della concessione edilizia si configura come fatto costitutivo dell'obbligo giuridico del concessionario di corrispondere il contributo ed è a tale momento che occorre riferirsi per la determinazione dell'entità del contributo stesso in base ai parametri normativi allora vigenti" (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 1071 del 25.10.1993) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 02.05.2013 n. 1026 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2013

EDILIZIA PRIVATA: Elettrosmog. Legittimità contributo per il costo di costruzione di una stazione radio base.
E' legittima la richiesta del contributo per il costo di costruzione di una stazione radio base, in applicazione del regolamento comunale.
L’installazione di stazioni radio base, seppur sottoposta al procedimento autorizzatorio semplificato previsto dal codice delle comunicazioni, costituisce comunque un’attività edilizia che, qualora il codice stesso non prevedesse alcunché, richiederebbe il rilascio del permesso di costruire, con obbligo di pagamento del connesso contributo.
In altri termini, la semplificazione introdotta dal d.lgs. n. 259/2003 opera esclusivamente sul piano procedimentale, ma non comporta che l’installazione delle stazioni radio base sia esclusa dal contributo previsto dal legislatore per tutte le attività edilizie assoggettate a permesso di costruire.
Non è corretto il riferimento all’art. 93 del d.lgs. n. 259/2003, il quale, laddove introduce il divieto per le Pubbliche Amministrazioni di imporre oneri o canoni che non siano stabiliti per legge, si limita a prevedere una riserva di legge per l’imposizione di nuovi oneri o canoni, ferme restando le leggi in materia edilizia (art. 16 del d.p.r. n. 380/2001), quest’ultime, dunque, subordinano le attività soggette a permesso di costruire al pagamento del contributo relativo al costo di costruzione.
Non depone in senso contrario l’art. 17, comma 3, del d.p.r. n. 380/2001, il quale esonera dal predetto contributo le opere di interesse generale e le opere di urbanizzazione, sempre che le stesse siano espressamente previste negli strumenti urbanistici. Invero tale norma non dispone un’esenzione generalizzata, ma subordinata alla specifica previsione dell’opera nello strumento urbanistico.
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Il contributo relativo al costo di costruzione trova fondamento in specifiche norme sull’attività edilizia, comprendente le modifiche dell’assetto del territorio prodotte, come nel caso di specie, dall’installazione di stazioni radio base.
Su tale aspetto, oggetto della disciplina di cui al d.p.r. n. 380/2001, non interferiscono le suddette direttive, riguardanti questioni procedimentali che non escludono la potestà del Comune di esigere i contributi economici connessi alla trasformazione del territorio.
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E' legittima la previsione regolamentare che quantifica nella misura di euro 380.000,00 il costo medio di realizzazione di un impianto di telefonia sul quale viene applicata la percentuale del costo di costruzione pari al 10%.
Invero, qualora il costo di realizzazione della stazione radio base della ricorrente fosse superiore a quello indicato dall’art. 14 del regolamento, la stessa non riceverebbe alcun pregiudizio dall’applicazione della norma, in quanto l’auspicato riferimento dell’Amministrazione al costo effettivo esporrebbe la società istante ad un più elevato onere economico.
Né appare sproporzionata la percentuale applicata dal Comune di Carrara (10%), a fronte dell’art. 16 del d.p.r. n. 380/2001 e dell’art. 121 della L.R. n. 1/2005, i quali demandano all’Ente la determinazione discrezionale di una quota variabile dal 5% al 20% del costo di costruzione.

Con la prima censura la ricorrente sostiene che il manufatto in questione, essendo assimilabile alle opere di urbanizzazione primaria e rivestendo interesse generale, è esonerato, per effetto dell’art. 17 del d.p.r. n. 380/2001 e dell’art. 124 della L.R. n. 1/2005, dal pagamento del costo di costruzione, come è confermato dall’art. 93 del d.lgs. n. 259/2003, che vieta l’imposizione di oneri o canoni per l’impianto di reti o per l’esercizio dei servizi di comunicazione elettronica.
Il rilievo è infondato.
L’installazione di stazioni radio base, seppur sottoposta al procedimento autorizzatorio semplificato previsto dal codice delle comunicazioni, costituisce comunque un’attività edilizia che, qualora il codice stesso non prevedesse alcunché, richiederebbe il rilascio del permesso di costruire, con obbligo di pagamento del connesso contributo. In altri termini, la semplificazione introdotta dal d.lgs. n. 259/2003 opera esclusivamente sul piano procedimentale, ma non comporta che l’installazione delle stazioni radio base sia esclusa dal contributo previsto dal legislatore per tutte le attività edilizie assoggettate a permesso di costruire.
Pertanto emerge l’infondatezza del riferimento, da parte della deducente, all’art. 93 del d.lgs. n. 259/2003, il quale, laddove introduce il divieto per le Pubbliche Amministrazioni di imporre oneri o canoni che non siano stabiliti per legge, si limita a prevedere una riserva di legge per l’imposizione di nuovi oneri o canoni, ferme restando le leggi in materia edilizia (art. 16 del d.p.r. n. 380/2001 e art. 119 della L.R. n. 1/2005); quest’ultime subordinano le attività soggette a permesso di costruire al pagamento del contributo relativo al costo di costruzione e legittimano quindi gli atti impugnati (TAR Toscana, I, 11.09.2008, n. 1950).
Non depone in senso contrario l’art. 17, comma 3, del d.p.r. n. 380/2001, il quale esonera dal predetto contributo le opere di interesse generale e le opere di urbanizzazione, sempre che le stesse siano espressamente previste negli strumenti urbanistici. Invero tale norma non dispone un’esenzione generalizzata, ma subordinata alla specifica previsione dell’opera nello strumento urbanistico; previsione che, nel caso in esame, non sussiste.
Ad analoghe conclusioni si presta l’art. 124 della L.R. n. 1/2005, il quale esonera dall’obbligo del pagamento del contributo gli impianti, le opere di interesse pubblico e le opere di urbanizzazione, ancorché eseguite da privati, alla condizione che vi sia una convenzione tra gli stessi ed il Comune.
Tuttavia, non è stata sottoscritta alcuna convenzione dalla ricorrente e dal Comune di Carrara, con la conseguenza che non sussistono i presupposti di applicazione nemmeno della norma regionale.
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La terza doglianza è incentrata sulla violazione delle direttive 2002/19/CE, 2002/20/CE e 2002/22/CE, le quali, ispirate ai principi di semplificazione, trasparenza e celerità dei procedimenti autorizzatori, non contemplano oneri a carico dei gestori.
Il rilievo non ha pregio.
Il contributo relativo al costo di costruzione trova fondamento in specifiche norme sull’attività edilizia, comprendente le modifiche dell’assetto del territorio prodotte, come nel caso di specie, dall’installazione di stazioni radio base. Su tale aspetto, oggetto della disciplina di cui al d.p.r. n. 380/2001, non interferiscono le suddette direttive, riguardanti questioni procedimentali che non escludono la potestà del Comune di esigere i contributi economici connessi alla trasformazione del territorio.
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Con il quarto motivo l’esponente deduce che l’art. 14 del contestato regolamento comunale quantifica arbitrariamente, senza approfondimenti istruttori e in modo indifferenziato, astratto e aprioristico, nella misura di euro 380.000, il costo medio di realizzazione di un impianto di telefonia sul quale viene applicata la percentuale del costo di costruzione pari al 10%.
La censura è inammissibile.
La ricorrente non ha specificato in alcun modo il costo di realizzazione del proprio impianto, omettendo così di fornire prova circa la natura concretamente lesiva, nei suoi confronti, della contestata quantificazione del contributo.
Invero, qualora il costo di realizzazione della stazione radio base della ricorrente fosse superiore a quello indicato dall’art. 14 del regolamento, la stessa non riceverebbe alcun pregiudizio dall’applicazione della norma, in quanto l’auspicato riferimento dell’Amministrazione al costo effettivo esporrebbe la società istante ad un più elevato onere economico.
Né appare sproporzionata la percentuale applicata dal Comune di Carrara (10%), a fronte dell’art. 16 del d.p.r. n. 380/2001 e dell’art. 121 della L.R. n. 1/2005, i quali demandano all’Ente la determinazione discrezionale di una quota variabile dal 5% al 20% del costo di costruzione
(TAR Toscana, Sez. I, sentenza 11.04.2013 n. 539 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’importo degli oneri di urbanizzazione per interventi su edifici preesistenti non deve essere necessariamente inferiore a quello previsto per le nuove costruzioni, poiché gli oneri sono correlati alla carico urbanistico derivante dalla trasformazione che interviene sulle preesistenze; tali conseguenze possono comportare anche variazione degli standard ed in determinati casi causano addirittura impatti superiori a quelli derivanti da nuove costruzioni, ciò soprattutto ove la nuova destinazione abbia un rilievo quantitativamente e qualitativamente del tutto differente.
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La gratuità della concessione, ora contenuta negli artt. 6 e 17 d.P.R. n. 380/2001, è connessa all’interesse generale perseguito ed è evidente che una scuola per disabili inserita in zona destinata ad attrezzature pubbliche e sociali doveva beneficiare di quella esenzione dal contributo costo di costruzione e dagli oneri di urbanizzazione, ove poi fosse la stessa mano pubblica chiamata a realizzare l’opera, ponendo così a carico della fiscalità generale le spese per l’effettuazione di quelle opere di urbanizzazione accessorie alla nuova costruzione.

Come rilevato dallo stesso appellante, l’importo degli oneri di urbanizzazione per interventi su edifici preesistenti non deve essere necessariamente inferiore a quello previsto per le nuove costruzioni, poiché gli oneri sono correlati alla carico urbanistico derivante dalla trasformazione che interviene sulle preesistenze; tali conseguenze possono comportare anche variazione degli standard ed in determinati casi causano addirittura impatti superiori a quelli derivanti da nuove costruzioni, ciò soprattutto ove la nuova destinazione abbia un rilievo quantitativamente e qualitativamente del tutto differente, come nel caso di specie.
Infatti si è passati da un edificio destinato a scopi di istruzione per persone diversamente abili con una frequenza pari a poche decine di alunni, ad un immobile sede di uno dei tour operators tra i maggiori in Italia, con un numero di addetti che non può essere paragonato al numero di insegnanti e di scolari del passato -senza smentite si è insinuato un dato di alcune centinaia di unità- con la conseguente necessità della creazione di un parcheggio, elemento questo sufficientemente descrittivo delle modificazioni di carico urbanistico della zona adiacente.
Ma deve essere ancora aggiunto che per la scuola si era fatta applicazione del disposto di cui all’art. 9, lett. f), L. 10/1977, ossia dell’esenzione dai contributi concessori previsti per impianti, attrezzature ed opere pubbliche e di interesse generale realizzate dagli enti istituzionalmente competenti; la gratuità della concessione, ora contenuta negli artt. 6 e 17 d.P.R. n. 380/2001, è connessa all’interesse generale perseguito ed è evidente che una scuola per disabili inserita in zona destinata ad attrezzature pubbliche e sociali doveva beneficiare di quella esenzione dal contributo costo di costruzione e dagli oneri di urbanizzazione, ove poi fosse la stessa mano pubblica chiamata a realizzare l’opera, ponendo così a carico della fiscalità generale le spese per l’effettuazione di quelle opere di urbanizzazione accessorie alla nuova costruzione (Cons. Stato, V, 29.09.1997 n. 1067; id., 20.11.1989 n. 752).
L’attuale destinazione dell’edificio è invece volta a fini tipicamente imprenditoriali ed appare allora del tutto corretto che Alpitour Italia non possa ora giovarsi della gratuità di una concessione edilizia al tempo rilasciata per fini essenzialmente pubblici; è evidente che un abbattimento, sia pure parziale, degli oneri di urbanizzazione verrebbe a costituire una sorta di socializzazione indiretta dei costi derivanti da investimenti privati, la quale non trova copertura alcuna nella normativa urbanistica, sia vigente, sia abrogata (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 09.04.2013 n. 1918 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

marzo 2013

EDILIZIA PRIVATA: Un Ente ecclesiastico (che ha tra gli scopi statutari l’attività d’istruzione scolastica, è un ente senza fini di lucro ed ha ottenuto il riconoscimento di scuola paritaria) nel costruire una nuova scuola deve versare il contributo di costruzione.
L’azione di ripetizione degli oneri rientra nell’ambito del diritto soggettivo all’esatta quantificazione del contributo concessorio, e la controversia appartiene per legge alla giurisdizione del GA ed è soggetta a termini di prescrizione decennale.
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Il contributo di costruzione rappresenta una compartecipazione comunale all'incremento di valore della proprietà immobiliare del costruttore a seguito della nuova edificazione.
Mentre il contributo per gli oneri di urbanizzazione ha funzione recuperatoria delle spese sostenute dalla collettività comunale riguardo alla trasformazione del territorio assentita al singolo, il contributo per costo di costruzione, che è rapportato alle caratteristiche e alla tipologia delle costruzioni e non è alternativo ad altro valore di genere diverso, afferisce alla mera attività costruttiva in sé valutata.
L'obbligazione contributiva per costo di costruzione, dunque, è fondata sulla produzione di ricchezza connessa all'utilizzazione edificatoria del territorio ed alle potenzialità economiche che ne derivano e, pertanto, ha natura essenzialmente paratributaria.
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L'art. 9, lettera f), della legge n. 10/1977 subordina la gratuità della concessione ad un requisito oggettivo ed uno soggettivo: deve trattarsi di opere pubbliche o di interesse pubblico da cui la collettività possa trarre un utile ovvero la cui fruizione in via diretta o indiretta soddisfi interessi generali.
I destinatari del beneficio sono dunque certamente in prima battuta gli enti pubblici, per loro natura "istituzionalmente competenti", alla cura dell’interesse generale loro affidato, ma accanto a questi si rinvengono nell’ordinamento anche altri soggetti che agiscono per la cura dello stesso interesse generale.
Sul piano oggettivo è pacifico che l’opera in costruzione abbia la destinazione a scuola paritaria (doc. 6 ricorso) e che la legge n. 62/2000 ai sensi dell’art. 1, comma 3, afferma che “le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico”.
Ulteriore elemento che corrobora l’elemento oggettivo è costituito dalla delibera comunale (doc. 2) che dichiara espressamente che l’opera in questione rientra nel nuovo Polo educativo per Albenga, accertando così definitivamente la destinazione a scuola dell’immobile.
Tuttavia, per riconoscere l’esonero dal contributo ai sensi della disciplina sul pagamento degli oneri di concessione occorre la contemporanea presenza anche del requisito soggettivo, cioè deve trattarsi di opera eseguita da un ente istituzionalmente competente.
La giurisprudenza è sempre stata molto attenta a distinguere le ipotesi in cui l’attività attuata portasse ad un'utilità pubblica alla collettività, da iniziative private che avessero invece un più o meno diretto scopo di lucro, talora mascherato da interesse generale.
Qualora, come nel caso di specie, la realizzazione dell’opera d’interesse pubblico non avvenga da parte degli enti istituzionalmente competenti, cioè da parte di soggetti cui sia demandata in via istituzionale la realizzazione di opere d’interesse generale, ma da parte di privati si è distinta in giurisprudenza l’ipotesi dei concessionari dell'ente pubblico, purché le opere fossero inerenti all'esercizio del rapporto concessorio.
Nel caso di realizzazione da parte di privati, deve dunque sussistere un ben preciso vincolo relazionale tra il soggetto abilitato a operare nell'interesse pubblico e il materiale esecutore della costruzione, e tale vincolo deve contrassegnare fin dall'inizio (cioè, fin dalla richiesta del titolo edilizio) la realizzazione dell'assentito intervento edificatorio, al fine di ottenere l'esenzione dal contributo di costruzione.
La correlazione indicata dalla norma tra gli elementi dell'"ente istituzionalmente competente" e della "realizzazione" dell’opera d’interesse generale non può essere infatti dilatata al punto da esporre l'amministrazione comunale a richieste di sgravio contributivo, in conformità a utilizzazioni intervenute e concordate in un secondo momento, frutto dell'attività imprenditoriale o commerciale dell'impresa costruttrice e comunque del tutto esulanti dagli specifici intenti realizzativi iniziali, e questo seppur l'intervento edilizio riguardi zone tendenzialmente destinate ad interventi edificatori di interesse generale. Non si può, in definitiva, recuperare ex post il legame tra soggetti realizzatori e finalità pubbliche che, seppur con moduli organizzatori non del tutto tipizzati, deve contraddistinguere l'intervento edilizio ab initio.
Nel caso di specie tuttavia siamo di fronte ad un Ente ecclesiastico che ha tra gli scopi statutari l’attività d’istruzione scolastica; è un ente senza fini di lucro ed ha ottenuto il riconoscimento di scuola paritaria.
Resta la vexata quaestio esistente tra scuola pubblica e privata nell’ambito del perimetro circoscritto dall’art. 33 della Costituzione.
Se infatti è pacifico il diritto di istituzione di scuole ed istituti d’istruzione privati, ciò deve avvenire senza oneri a carico dello Stato, laddove l’esenzione dei contributi di concessione costituirebbe un onere improprio per la collettività che non beneficerebbe delle somme così non incassate dal comune.
Inoltre la scuola privata, imponendo il pagamento di rette per la frequenza non sarebbe accessibile a tutti e, quindi, diversamente dalla scuola pubblica, avrebbe uno scopo di lucro che impedirebbe di beneficiare dell’esonero dai contributi, anche qualora, come nel caso di specie la ricorrente dimostri la mancanza di un fine speculativo o lucrativo nell’attività esercitata.
Secondo la giurisprudenza è indubbio che la disposizione invocata (art. 9 L. 10/1977) deve ritenersi di stretta interpretazione, in quanto introduce talune ipotesi di deroga alla previsione generale la quale assoggetta a contributo tutte le opere che comportino trasformazione del territorio.
Secondo il TAR Veneto, l'opera, per conseguire il beneficio, deve essere necessariamente realizzata da un Ente pubblico, non spettando lo stesso per le opere eseguite da soggetti privati, quale che sia la rilevanza sociale dell'attività esercitata nella o con l'opera edilizia alla quale la concessione si riferisce.
In ogni caso, ammettendo l'iniziativa di un privato, questo deve agire per conto di un Ente pubblico, come nell'istituto della concessione di opera pubblica o in altre analoghe figure organizzatorie ove l'intervento è realizzato da soggetti non animati dallo scopo di lucro o che accompagnano tale obiettivo con un legame istituzionale con l'azione dell'amministrazione per la cura degli interessi della collettività.
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Per enti istituzionalmente competenti alla realizzazione di opere pubbliche o di interesse pubblico debbano intendersi enti pubblici ovvero altri soggetti che realizzino l'opera per conto di un ente pubblico come nel caso di concessionario di opera pubblica o altre analoghe figure organizzatorie (cfr. ad es. Cons. Stato sez. IV, 10.05.2005, n. 2226; ed sez. V, 12.07.2005, n. 3774; e, casi questi, in cui è stato escluso il diritto all'esenzione, anche sulla base del rilievo che l'opera non era rivolta alla collettività in senso generale, ma tendeva al soddisfacimento di interessi privatistici o comunque alle esigenze di un numero limitato di persone - v. sent. CdS V n. 3774/2005 ovvero che l'opera era destinata a rimanere nella piena disponibilità del privato esecutore, senza alcun vincolo atto a preservare la funzione nel tempo).

... per l'annullamento del provvedimento di richiesta pagamento contributi concessori per il ritiro del permesso di costruire.
...
Il ricorso non è fondato.
Preliminarmente va confermato che l’azione di ripetizione degli oneri rientra nell’ambito del diritto soggettivo all’esatta quantificazione del contributo concessorio, e la controversia appartiene per legge alla giurisdizione del GA (Tar Campania Na II n. 4356/2011) ed è soggetta a termini di prescrizione decennale (Tar Sicilia Pa II n. 1554/2011).
Nel caso di specie, comunque, il ricorso è tempestivo anche relativamente ai termini di decadenza decorrenti dal rilascio del titolo edilizio avvenuto il 07.04.2009.
La richiesta avanzata dalla parte riguarda l’esonero dal pagamento richiesto e in parte già incassato dal comune del contributo di costruzione, che rappresenta una compartecipazione comunale all'incremento di valore della proprietà immobiliare del costruttore a seguito della nuova edificazione (cfr. TAR Abruzzo Pescara - 18/10/2010 n. 1142).
Mentre il contributo per gli oneri di urbanizzazione ha funzione recuperatoria delle spese sostenute dalla collettività comunale riguardo alla trasformazione del territorio assentita al singolo, il contributo per costo di costruzione, unica voce qui in discussione, che è rapportato alle caratteristiche e alla tipologia delle costruzioni e non è alternativo ad altro valore di genere diverso, afferisce alla mera attività costruttiva in sé valutata.
L'obbligazione contributiva per costo di costruzione, dunque, è fondata sulla produzione di ricchezza connessa all'utilizzazione edificatoria del territorio ed alle potenzialità economiche che ne derivano e, pertanto, ha natura essenzialmente paratributaria (TAR Campania Salerno, sez. II - 11/06/2002 n. 459).
Tornando al merito della controversia, il Collegio è a conoscenza della giurisprudenza che si è formata sull'applicabilità in concreto della previsione di cui all'art. 9 , lettera f) richiamato.
Ma proprio la necessità di verificare, di volta in volta, l’esistenza delle condizioni stabilite dalla legge per consentire l’esonero dal pagamento degli oneri convince il Collegio della non fondatezza del ricorso nel caso di specie.
L'art. 9, lettera f), della legge n. 10/1977 subordina infatti la gratuità della concessione ad un requisito oggettivo ed uno soggettivo: deve trattarsi di opere pubbliche o di interesse pubblico da cui la collettività possa trarre un utile ovvero la cui fruizione in via diretta o indiretta soddisfi interessi generali.
I destinatari del beneficio sono dunque certamente in prima battuta gli enti pubblici, per loro natura "istituzionalmente competenti", alla cura dell’interesse generale loro affidato, ma accanto a questi si rinvengono nell’ordinamento anche altri soggetti che agiscono per la cura dello stesso interesse generale.
Sul piano oggettivo è pacifico che l’opera in costruzione abbia la destinazione a scuola paritaria (doc. 6 ricorso) e che la legge n. 62/2000 ai sensi dell’art. 1, comma 3, afferma che “le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico”.
Ulteriore elemento che corrobora l’elemento oggettivo è costituito dalla delibera comunale (doc. 2) che dichiara espressamente che l’opera in questione rientra nel nuovo Polo educativo per Albenga, accertando così definitivamente la destinazione a scuola dell’immobile.
Tuttavia, per riconoscere l’esonero dal contributo ai sensi della disciplina sul pagamento degli oneri di concessione occorre la contemporanea presenza anche del requisito soggettivo, cioè deve trattarsi di opera eseguita da un ente istituzionalmente competente.
La giurisprudenza, anche di questo Tribunale (Tar Liguria, I sez. n. 3565 del 09.12.2009) è sempre stata molto attenta a distinguere le ipotesi in cui l’attività attuata portasse ad un'utilità pubblica alla collettività, da iniziative private che avessero invece un più o meno diretto scopo di lucro, talora mascherato da interesse generale.
Qualora, come nel caso di specie, la realizzazione dell’opera d’interesse pubblico non avvenga da parte degli enti istituzionalmente competenti, cioè da parte di soggetti cui sia demandata in via istituzionale la realizzazione di opere d’interesse generale, ma da parte di privati si è distinta in giurisprudenza l’ipotesi dei concessionari dell'ente pubblico, purché le opere fossero inerenti all'esercizio del rapporto concessorio.
Nel caso di realizzazione da parte di privati, deve dunque sussistere un ben preciso vincolo relazionale tra il soggetto abilitato a operare nell'interesse pubblico e il materiale esecutore della costruzione, e tale vincolo deve contrassegnare fin dall'inizio (cioè, fin dalla richiesta del titolo edilizio) la realizzazione dell'assentito intervento edificatorio, al fine di ottenere l'esenzione dal contributo di costruzione.
La correlazione indicata dalla norma tra gli elementi dell'"ente istituzionalmente competente" e della "realizzazione" dell’opera d’interesse generale non può essere infatti dilatata al punto da esporre l'amministrazione comunale a richieste di sgravio contributivo, in conformità a utilizzazioni intervenute e concordate in un secondo momento, frutto dell'attività imprenditoriale o commerciale dell'impresa costruttrice e comunque del tutto esulanti dagli specifici intenti realizzativi iniziali, e questo seppur l'intervento edilizio riguardi zone tendenzialmente destinate ad interventi edificatori di interesse generale. Non si può, in definitiva, recuperare ex post il legame tra soggetti realizzatori e finalità pubbliche che, seppur con moduli organizzatori non del tutto tipizzati, deve contraddistinguere l'intervento edilizio ab initio (così Cons. di St., V, 02.12.2002, n. 6618).
Nel caso di specie tuttavia siamo di fronte ad un Ente ecclesiastico che ha tra gli scopi statutari l’attività d’istruzione scolastica; è un ente senza fini di lucro ed ha ottenuto il riconoscimento di scuola paritaria.
Resta la vexata quaestio esistente tra scuola pubblica e privata nell’ambito del perimetro circoscritto dall’art. 33 della Costituzione.
Se infatti è pacifico il diritto di istituzione di scuole ed istituti d’istruzione privati, ciò deve avvenire senza oneri a carico dello Stato, laddove l’esenzione dei contributi di concessione costituirebbe un onere improprio per la collettività che non beneficerebbe delle somme così non incassate dal comune.
Inoltre la scuola privata, imponendo il pagamento di rette per la frequenza non sarebbe accessibile a tutti e, quindi, diversamente dalla scuola pubblica, avrebbe uno scopo di lucro che impedirebbe di beneficiare dell’esonero dai contributi (Tar Piemonte I 10.03.2007 n. 1164), anche qualora, come nel caso di specie la ricorrente dimostri la mancanza di un fine speculativo o lucrativo nell’attività esercitata.
Secondo la giurisprudenza è indubbio che la disposizione invocata (art. 9 L. 10/1977) deve ritenersi di stretta interpretazione, in quanto introduce talune ipotesi di deroga alla previsione generale la quale assoggetta a contributo tutte le opere che comportino trasformazione del territorio (cfr. TAR Puglia Bari, sez. III - 11/06/2010 n. 2420).
Secondo il TAR Veneto, (sez. II - 16/06/2011 n. 1047), l'opera, per conseguire il beneficio, deve essere necessariamente realizzata da un Ente pubblico, non spettando lo stesso per le opere eseguite da soggetti privati, quale che sia la rilevanza sociale dell'attività esercitata nella o con l'opera edilizia alla quale la concessione si riferisce (Consiglio di Stato, sez. V - 15/12/2005 n. 7140; TAR Lombardia Milano, sez. II - 17.09.2009 n. 4672).
In ogni caso, ammettendo l'iniziativa di un privato, questo deve agire per conto di un Ente pubblico, come nell'istituto della concessione di opera pubblica o in altre analoghe figure organizzatorie ove l'intervento è realizzato da soggetti non animati dallo scopo di lucro o che accompagnano tale obiettivo con un legame istituzionale con l'azione dell'amministrazione per la cura degli interessi della collettività (Consiglio di Stato, sez. IV - 10/05/2005 n. 2226).
Così circoscritta la vicenda, il Collegio è dell’avviso che il contributo debba essere pagato dall’ente ricorrente.
La giurisprudenza -espressasi con riferimento all'art. 9, l. n. 10/1977- ha affermato che per enti istituzionalmente competenti alla realizzazione di opere pubbliche o di interesse pubblico debbano intendersi enti pubblici ovvero altri soggetti che realizzino l'opera per conto di un ente pubblico come nel caso di concessionario di opera pubblica o altre analoghe figure organizzatorie (cfr. ad es. Cons. Stato sez. IV, 10.05.2005, n. 2226; ed sez. V, 12.07.2005, n. 3774; e, casi questi, in cui è stato escluso il diritto all'esenzione, anche sulla base del rilievo che l'opera non era rivolta alla collettività in senso generale, ma tendeva al soddisfacimento di interessi privatistici o comunque alle esigenze di un numero limitato di persone - v. sent. CdS V n. 3774/2005 ovvero che l'opera era destinata a rimanere nella piena disponibilità del privato esecutore, senza alcun vincolo atto a preservare la funzione nel tempo (CdS IV 11.01.2006, n. 51) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 28.03.2013 n. 552 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAGli oneri di urbanizzazione sono considerati un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione ai benefici che la nuova costruzione ne ritrae, cosicché il tipo di uso offre la giustificazione giuridica all’an debeatur, mentre le modalità concrete dell’uso danno la ragione del quantum.
Ne deriva che il fatto da cui in concreto nasce l’obbligo di corrispondere gli “oneri“ anzidetti è l’aumento del carico urbanistico, derivi esso dalla realizzazione di interventi edilizi o da mutamenti di destinazione d’uso (anche in assenza di opere). La quota per oneri di urbanizzazione compensa, in altri termini, l’aggravamento del carico urbanistico della zona, indotto dal nuovo insediamento.
L’incremento del peso insediativo non consegue, infatti, soltanto agli interventi di ristrutturazione generale e globale di un edificio, ma anche alle ristrutturazioni meno marcate, che comunque trasformino la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica dell’immobile. In tal caso la necessità di sottoporre la concessione al pagamento dei contributi è riferita all’oggettiva rivalutazione dell’immobile ed è funzionale a sopportare il carico socio-economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico.
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L’intervento in concreto realizzato, che ha consentito di trasformare un fienile in un unità abitativa composta da soggiorno con angolo cottura, due camere da letto, servizio igienico e relativo disimpegno, al quale è possibile accedere con una rampa scale esterna, comporta, invero, aggravi di carico urbanistico identici a quelli derivanti da nuove costruzioni.

... per l'annullamento della non debenza da parte del sig. Battaglia delle somme (pari ad euro 11.774,78) che il Comune di Avigliana ha richiesto con lettera prot. 7847/2005 del 01/04/2005 a titolo di integrazione del contributo di urbanizzazione per il condono edilizio per cambio di destinazione d'uso di parte di un immobile da fienile a civile abitazione;
...
In via generale, osserva, invero, il Collegio che, secondo la posizione interpretativa maggiormente affermata in giurisprudenza, da cui non v’è motivo di discostarsi, gli oneri di urbanizzazione sono considerati un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione ai benefici che la nuova costruzione ne ritrae, cosicché il tipo di uso offre la giustificazione giuridica all’an debeatur, mentre le modalità concrete dell’uso danno la ragione del quantum (cfr. C.d.S., V, 21.04.2006, n. 2258; idem 27.02.1998, n. 201; idem 23.05.1997, n. 529).
Ne deriva che il fatto da cui in concreto nasce l’obbligo di corrispondere gli “oneri“ anzidetti è l’aumento del carico urbanistico, derivi esso dalla realizzazione di interventi edilizi o da mutamenti di destinazione d’uso (anche in assenza di opere). La quota per oneri di urbanizzazione compensa, in altri termini, l’aggravamento del carico urbanistico della zona, indotto dal nuovo insediamento.
L’incremento del peso insediativo non consegue, infatti, soltanto agli interventi di ristrutturazione generale e globale di un edificio, ma anche alle ristrutturazioni meno marcate, che comunque trasformino la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica dell’immobile (cfr. TAR Emilia Romagna, Parma, 19.02.2008, n. 100). In tal caso la necessità di sottoporre la concessione al pagamento dei contributi è riferita all’oggettiva rivalutazione dell’immobile ed è funzionale a sopportare il carico socio-economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico (cfr. C.d.S., V, 03.03.2002, n. 1180).
Orbene, ciò precisato, non v’è dubbio che la ristrutturazione in questione, seppur realizzata mediante limitati interventi di carattere edilizio, abbia comportato un effettivo aumento del carico urbanistico.
A tal proposito il Collegio non può, peraltro, che condividere l’inquadramento operato dall’ente civico ai fini della corresponsione degli oneri di urbanizzazione, dato che l’intervento condonato, avendo portato alla creazione di un organismo radicalmente diverso, dal punto di vista del carico urbanistico, da quello preesistente e avendo, anzi, dato origine ad un’unità immobiliare autonoma, pare ragionevolmente riconducibile alla categoria n. 1 degli interventi a carattere “residenziale” di cui alla D.G.C. n. 231/2004.
L’intervento in concreto realizzato, che ha consentito di trasformare un fienile in un unità abitativa composta da soggiorno con angolo cottura, due camere da letto, servizio igienico e relativo disimpegno, al quale è possibile accedere con una rampa scale esterna, comporta, invero, aggravi di carico urbanistico identici a quelli derivanti da nuove costruzioni (per un’ipotesi similare dal punto di vista del “risultato” edilizio ottenuto vedasi TAR Lombardia Brescia, 21.07.2009, n. 4455).
A nulla rileva, peraltro, che, ai fini del condono, le opere realizzate siano state ascritte alla tipologia 3 (“Opere di ristrutturazione edilizia come definite dall'articolo 3, comma 1, lettera d, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 realizzate in assenza o in difformità dal titolo abilitativo edilizio”) dell’allegato 1 del d.l. 30.09.2003, n. 269, dato che da un’attenta lettura delle disposizioni di tale decreto si evince che il legislatore non ha assolutamente inteso prevedere una corrispondenza diretta tra tipologia d’illecito commesso e misura degli oneri di concessione, ma ha stabilito un criterio diverso, che non può che essere applicato tenendo conto della funzione tipica assolta dagli oneri di urbanizzazione.
La tabella D avente ad oggetto la “Misura dell’anticipazione degli oneri di concessione” individua, infatti, solo due categorie di interventi edilizi ovvero le “Nuove costruzioni e ampliamenti” e le “Ristrutturazioni e modifiche della destinazione d’uso”, diversamente da quanto stabilisce, invece, la tabella C per la “misura dell’oblazione”, che tiene conto della tipologia d’illecito concretamente commesso.
Ad avviso del Collegio, è da ritenersi, dunque, rimessa al prudente apprezzamento tecnico-discrezionale delle singole Amministrazioni la valutazione in ordine alla riconducibilità dell’intervento realizzato all’una o all’altra delle due macro-categorie dianzi indicate ai fini della corresponsione degli oneri di urbanizzazione, in ragione dell’effettiva incidenza sul carico antropico provocata dalle opere per cui è stato chiesto il condono.
La deliberazione giuntale n. 231/2004, con cui vengono determinati gli importi degli oneri di urbanizzazione per le opere del condono in questione, laddove fa riferimento al concetto di unità immobiliare autonoma o potenzialmente tale, pare, peraltro, pienamente rispondente alla definizione di “nuova costruzione” fornita dall’art. 2 legge regionale n. 33/2004 recante disposizioni regionali per l’attuazione della sanatoria edilizia ove si legge, per l’appunto, che “ai fini della presente legge si intende per nuova costruzione il manufatto che risulti realizzato in forma autonoma non connesso o pertinente ad altro manufatto esistente”.
Contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente, essa non introduce alcuna nuova fattispecie di opere edilizie rispetto a quelle ordinarie, con buona pace, dunque, del rispetto di quanto al riguardo stabilito dall’art. 32, comma 10, del d.l. n. 269 del 2003 e dell’art. 5 della l.r. dianzi citata e delle fattispecie residenziali ordinarie contemplate dalla D.G.C. n. 59 dell’08.06.1995, laddove la linea di discrimine viene, invero, individuata tra interventi di nuova costruzione e interventi di ristrutturazione ovvero attuati su volumi preesistenti.
Ne deriva che, tenuto conto del risultato complessivo dell’intervento condonato (diversa strutturazione e fruibilità dell’immobile) e del correlato aumento del peso insediativo, l’Amministrazione ha legittimamente provveduto a calcolare il quantum dovuto dal signor Battaglia applicando la misura degli oneri stabilita per gli interventi di nuova costruzione, nel cui ambito rientrano quelli che, come quello realizzato, generano unità immobiliari autonome (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 27.03.2013 n. 381 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALe somme pagate a titolo di contributi per oneri di urbanizzazione relativamente ad una concessione edilizia sono ripetibili se la concessione non sia stata utilizzata.
L’obbligo di restituzione sorge nella data in cui sia intervenuta la decadenza della concessione per la mancata realizzazione delle opere di cui al progetto approvato.
Spettano gli interessi legali. Al contrario, trattandosi di un debito di valuta, indebito oggettivo, e non di valore, la rivalutazione non spetta.

Come affermato dalla giurisprudenza, le somme pagate a titolo di contributi per oneri di urbanizzazione relativamente ad una concessione edilizia sono ripetibili se la concessione non sia stata utilizzata.
L’obbligo di restituzione sorge nella data in cui sia intervenuta la decadenza della concessione per la mancata realizzazione delle opere di cui al progetto approvato (cfr. Cons. Stato sezione V 22.02.1998 n. 1145, Cons. St., sez. V, 22.02.1988, n. 105, ma vedi anche Tar Lazio II-bis 2294/2008).
Il Comune non si è costituito e, pertanto, le allegazioni di parte ricorrente non trovano smentita in merito alla mancata realizzazione dell’opera.
Quanto alla somma versata, di cui si chiede la restituzione con interessi e rivalutazioni, la ricorrente allega copie dei bonifici eseguiti a mezzo istituto bancario dai quali si evince l’esatto importo di cui chiede la restituzione.
Ciò premesso il Collegio, in accoglimento del ricorso, dichiara il diritto della ricorrente alla restituzione dei contributi concessori versati a far data dal giorno della intervenuta archiviazione del titolo edilizio per mancata realizzazione dell’opera in progetto.
Condanna, pertanto, l’amministrazione comunale al pagamento della somma di euro 4.994,00, oltre interessi legali, da calcolarsi dalla data della domanda di restituzione proposta, ovvero dal 20.01.2012, come risulta dal timbro del protocollo sulla istanza presentata al Comune e fino all’effettivo soddisfo (cfr. Tar Lazio, II-bis, 2294/2008).
Trattandosi di un debito di valuta, indebito oggettivo, e non di valore, la richiesta rivalutazione non spetta (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV, 20.05.2011, n. 3027) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 05.03.2013 n. 513 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2013

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini della riliquidazione o meno degli oneri di urbanizzazione, l’unico legittimo presupposto imponibile è costituito dalla sussistenza o meno dell’eventuale maggiore carico urbanistico provocato dalla variante, introdotta in un fabbricato già autorizzato, sicché è illegittima la richiesta di pagamento solo se non si verifica la variazione del carico urbanistico, che invece nella specie è pienamente riscontrabile poiché muta la destinazione dell’intero fabbricato.
In diritto costituisce giurisprudenza pacifica (così Cons. Stato, V, 20.06.2001, n. 3251) che ai fini della riliquidazione o meno degli oneri di urbanizzazione, l’unico legittimo presupposto imponibile è costituito dalla sussistenza o meno dell’eventuale maggiore carico urbanistico provocato dalla variante, introdotta in un fabbricato già autorizzato, sicché è illegittima la richiesta di pagamento solo se non si verifica la variazione del carico urbanistico, che invece nella specie è pienamente riscontrabile poiché muta la destinazione dell’intero fabbricato (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 15.02.2013 n. 918 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2013

EDILIZIA PRIVATA: Il termine di 36 mesi ex art. 35, comma 18, della l. n. 47/1985, trascorso il quale si prescrive l'eventuale diritto al conguaglio delle somme dovute a titolo di oblazione, decorre dalla presentazione della domanda di concessione edilizia in sanatoria, ma, ovviamente, solo se questa sia corredata da tutti i documenti richiesti dalla legge per la sua definizione; altrimenti, il termine in parola deve intendersi decorrente dalla data di integrazione della documentazione da allegare alla domanda.
Posto, invero, che per gli oneri di urbanizzazione e costo di costruzione il dies a quo decorre dal rilascio della concessione edilizia, e, quindi, da un momento in cui sono esattamente noti tutti gli elementi utili alla determinazione dell'entità del contributo, relativamente al conguaglio dell'oblazione dovuta in caso di condono edilizio, il dies a quo non può, cioè, coincidere con la presentazione della domanda che risulti sfornita della documentazione all'uopo richiesta e necessaria ai fini della corretta e definitiva determinazione dell'entità dell'oblazione; cosicché la decorrenza del termine di prescrizione presuppone -tanto in favore dell'amministrazione per l'eventuale conguaglio, quanto in favore del privato per l'eventuale rimborso- che la pratica di sanatoria edilizia sia definita in tutti i suoi aspetti e siano, per l'effetto, precisamente determinabili, alla stregua dei parametri stabiliti dalla legge, l'an e il quantum dell'obbligazione gravante sul privato; ciò che riflette puntualmente la ratio sottesa all'art. 2935 cod. civ., secondo il quale, in generale, la prescrizione non può decorrere se non dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.
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Quanto alle somme dovute a titolo di contributo per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione, deve osservarsi che il termine per far valere il diritto al relativo conguaglio, disciplinato dall'art. 37 della l. n. 47/1985, soggiace, come esattamente argomentato anche da parte ricorrente, al termine ordinario di prescrizione decennale, atteso che il termine speciale di 36 mesi, fissato dal precedente art. 35, comma 18, concerne esclusivamente l'oblazione.
Tale prescrizione decennale decorre, poi, dal momento in cui il diritto può essere fatto valere (ex art. 2935 cod. civ.), ossia dall'emanazione della concessione edilizia in sanatoria o, in alternativa, dalla scadenza del termine perentorio di 24 mesi dalla presentazione della domanda, spirato il quale "quest'ultima si intende accolta ove l'interessato provveda al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio".

Vale anzitutto premettere, in punto di diritto, che il termine di 36 mesi ex art. 35, comma 18, della l. n. 47/1985, trascorso il quale si prescrive l'eventuale diritto al conguaglio delle somme dovute a titolo di oblazione, decorre, bensì, dalla presentazione della domanda di concessione edilizia in sanatoria, ma, ovviamente, solo se questa sia corredata da tutti i documenti richiesti dalla legge per la sua definizione; altrimenti, il termine in parola deve intendersi decorrente dalla data di integrazione della documentazione da allegare alla domanda (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 09.02.2012, n. 695; TAR Puglia, Lecce, sez. I, 05.03.2008, n. 735; TAR Campania, Salerno, sez. II, 18.03.2008, n. 306; 17.06.2008, n. 1962; 26.11.2008, n. 3912; 26.01.2009, n. 165; TAR Sicilia, Palermo, sez. I, 18.12.2008, n. 1752; TAR Lazio, Roma, sez. II, 15.04.2009, n. 6852; Latina, 03.03.2010, n. 204).
Posto, invero, che per gli oneri di urbanizzazione e costo di costruzione il dies a quo decorre dal rilascio della concessione edilizia, e, quindi, da un momento in cui sono esattamente noti tutti gli elementi utili alla determinazione dell'entità del contributo, relativamente al conguaglio dell'oblazione dovuta in caso di condono edilizio, il dies a quo non può, cioè, coincidere con la presentazione della domanda che risulti sfornita della documentazione all'uopo richiesta e necessaria ai fini della corretta e definitiva determinazione dell'entità dell'oblazione; cosicché la decorrenza del termine di prescrizione presuppone -tanto in favore dell'amministrazione per l'eventuale conguaglio, quanto in favore del privato per l'eventuale rimborso- che la pratica di sanatoria edilizia sia definita in tutti i suoi aspetti e siano, per l'effetto, precisamente determinabili, alla stregua dei parametri stabiliti dalla legge, l'an e il quantum dell'obbligazione gravante sul privato; ciò che riflette puntualmente la ratio sottesa all'art. 2935 cod. civ., secondo il quale, in generale, la prescrizione non può decorrere se non dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere (cfr. TAR Campania, Salerno, sez. II, 02.03.2010, n. 1552; 03.06.2010, n. 8224; TAR Sardegna, Cagliari, sez. II, 17.11.2010, n. 2600).
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Quanto, poi, alle somme dovute a titolo di contributo per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione, deve osservarsi che il termine per far valere il diritto al relativo conguaglio, disciplinato dall'art. 37 della l. n. 47/1985, soggiace, come esattamente argomentato anche da parte ricorrente, al termine ordinario di prescrizione decennale, atteso che il termine speciale di 36 mesi, fissato dal precedente art. 35, comma 18, concerne esclusivamente l'oblazione (cfr. TAR Campania, Salerno, sez. II, 08.10.2004, n. 1896; TAR Lombardia, Milano, sez. II, 20.03.2007, n. 458; TAR Trentino Alto Adige, Trento, 09.12.2010, n. 234).
Tale prescrizione decennale decorre, poi, dal momento in cui il diritto può essere fatto valere (ex art. 2935 cod. civ.), ossia dall'emanazione della concessione edilizia in sanatoria o, in alternativa, dalla scadenza del termine perentorio di 24 mesi dalla presentazione della domanda, spirato il quale "quest'ultima si intende accolta ove l'interessato provveda al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio"
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 31.01.2013 n. 302 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'adeguamento degli oneri di urbanizzazione non comporta che i Comuni possono ritenersi autorizzati ad applicare gli stessi retroattivamente alle concessioni edilizie già rilasciate ed assoggettate agli oneri a quel tempo vigenti, fatti salvi i casi di espresse riserve al riguardo.
Le delibere comunali che dispongono l'adeguamento degli oneri di urbanizzazione, cioè, possono trovare applicazione esclusivamente per le concessioni rilasciate a far tempo dalla loro adozione, e non anche per quelle rilasciate in epoca anteriore.
In applicazione di siffatto principio l'aggiornamento degli oneri di urbanizzazione disposto con atto successivo e con effetto retroattivo sarebbe legittimo solo nelle fattispecie nelle quali nella concessione edilizia fosse stata inserita una espressa clausola "salvo conguaglio".

La ricorrente si duole anche del fatto che la modifica delle tabelle parametriche sia stata applicata anche in relazione a concessioni edilizie rilasciate prima della sua approvazione, con violazione del principio della irretroattività degli effetti degli atti amministrativi.
In realtà, come giustamente rileva la difesa dell’amministrazione, la giurisprudenza amministrativa ha più volte affermato che l'adeguamento degli oneri di urbanizzazione non comporta che i Comuni possono ritenersi autorizzati ad applicare gli stessi retroattivamente alle concessioni edilizie già rilasciate ed assoggettate agli oneri a quel tempo vigenti, fatti salvi i casi di espresse riserve al riguardo (cfr: C.G.A., sez. giurisdizionale, n. 186 del 21.03.2007).
Le delibere comunali che dispongono l'adeguamento degli oneri di urbanizzazione, cioè, possono trovare applicazione esclusivamente per le concessioni rilasciate a far tempo dalla loro adozione, e non anche per quelle rilasciate in epoca anteriore (TAR Sicilia, Palermo, Sez. II, 17.11.2009 n. 1798).
In applicazione di siffatto principio –al quale il Collegio ritiene di dovere aderire- l'aggiornamento degli oneri di urbanizzazione disposto con atto successivo e con effetto retroattivo sarebbe legittimo solo nelle fattispecie nelle quali nella concessione edilizia fosse stata inserita una espressa clausola "salvo conguaglio"
(TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 30.01.2013 n. 75 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Gli oneri di urbanizzazione.
DOMANDA:
Dall’esercizio 2013 cessa (non risulta alcuna proroga) la deroga concessa dall’art. 2, comma 8, della legge 244/2007 (legge finanziaria) per l’utilizzo per spese correnti (massimo 50%) e manutenzioni del patrimonio comunale (massimo 25%).
Si chiede se il gettito degli oneri di urbanizzazione del 2013 dovrà essere destinato esclusivamente a opere di urbanizzazione primarie e secondarie oppure è consentito anche un utilizzo per spese in conto capitale diverse (ad. Esempio acquisto mobili, attrezzature, ecc.)
RISPOSTA:
Facendo riferimento alla questione posta, si fa presente quanto segue. Dal 2013 le entrate derivanti da oneri di urbanizzazione dovranno essere destinate, per intero, solo al finanziamento di investimenti, cioè di spese impegnabili al titolo II.
Non esiste un vincolo di destinare queste risorse all’esclusivo finanziamento di opere di urbanizzazione primarie o secondarie (21.01.2013 - tratto da www.ancirisponde.ancitel.it).

EDILIZIA PRIVATA: Art. 1, c. 3 d.P.R. n. 380/2001 – Esonero dal contributo di costruzione – Immobile destinato ad attività produttiva – Applicabilità – Esclusione.
L’art. 17 d.P.R. 380/2001 prescrive, al comma 3, che “il contributo di costruzione non è dovuto: (…) b) per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”: nell’ipotesi di immobile destinato allo svolgimento di attività produttive, non ricorre tuttavia la ratio per l'esonero dal relativo pagamento (cfr. TAR Marche, Sez. I, 10.05.2012, n. 310); tale beneficio è rivolto infatti solo a quelle situazioni in cui l'intervento edilizio non è destinato a fini di lucro, ma esclusivamente a migliorare la funzionalità e l'usabilità dell'immobile ad esclusivo vantaggio della famiglia che ci vive e delle relative esigenze abitative.
Contributo di costruzione – Doverosità in astratto – Amministrazione – Obbligo di verificare, in concreto, la sussistenza dei presupposti per l'esigibilità – Interventi di ristrutturazione senza incrementi di volumi e superfici e senza cambiamenti della originaria destinazione d'uso – Verifica dell'incidenza incrementativa sul carico urbanistico.
La doverosità in astratto del contributo di costruzione non vale ad esimere l'Amministrazione dall'obbligo di verificare, nel caso concreto, la sussistenza dei presupposti per poter esigere il contributo di costruzione, avuto riguardo alla natura e alla funzione tipica assolta da ciascuna delle sue due componenti.
Per quanto concerne in particolare gli oneri di urbanizzazione, la relativa quota costituisce un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione ai benefici che la nuova costruzione ne ritrae, sicché, il fatto da cui in concreto nasce l'obbligo di corrispondere gli "oneri" anzidetti è l'aumento del carico urbanistico.
Tale incremento può conseguire anche ad interventi di ristrutturazione senza incrementi di volumi e di superficie e senza cambiamenti della originaria destinazione d’uso; è compito dell’Amministrazione tuttavia, quale presupposto per l’esigibilità del contributo, verificare attentamente l’incidenza incrementativa delle suddette opere sul carico urbanistico preesistente e dare congrua giustificazione delle conclusioni raggiunte (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 08.01.2013 n. 25 - link a www.ambientediritto.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATA: Mentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento.
Invero, mentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento; e ciò vale ad evidenziare la diversità ontologica della monetizzazione rispetto al contributo di concessione, di talché, sotto il versante processuale, non si può utilizzare lo strumento dell’azione di accertamento ammesso per contestare la legittimità del contributo ex art. 3 o comunque la insussistenza di tale obbligazione pecuniaria ancorché già assolta (cfr. Sez. IV, 16/02/2011, n. 1013) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.12.2012 n. 6706 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa natura paritetica dell’atto di determinazione del contributo di costruzione consente che l’Amministrazione possa apportarvi rettifiche (sia in favore del privato che in senso contrario), purché ciò avvenga nei limiti della prescrizione del relativo diritto di credito.
Trattasi infatti, nel caso di specie, di una determinazione che “obbedisce” a prescrizioni desumibili da tabelle, in ordine alla quale l’amministrazione comunale si limita ad applicare i detti parametri, (conseguentemente per la stessa rivestenti natura cogente) laddove è esclusa qualsivoglia discrezionalità applicativa (è appena il caso di rilevare che ad analoghi approdi perviene la giurisprudenza amministrativa in ogni ipotesi di impugnazione di atti paritetici - ivi compresa la indebita corresponsione di una retribuzione non dovuta al pubblico dipendente- il che dimostra la coerenza della impostazione sistematica secondo la quale la pariteticità dell’atto e l’assenza di discrezionalità ne legittima o addirittura ne impone la revisione ove affetta da errore, con il solo limite della maturata prescrizione del credito).
La originaria determinazione, pertanto, può essere sempre rivisitata, ove la si assuma affetta da errore (e fermo restando la necessità che detta originaria erroneità della determinazione iniziale sussista effettivamente), e ciò sia laddove essa abbia indicato un importo inferiore al dovuto, che laddove abbia quantificato un importo superiore e, pertanto, non dovuto.
Si rammenta in particolare la giurisprudenza di questo Consiglio di Stato secondo cui “le controversie relative alla determinazione dei contributi urbanistici involgono l'accertamento di diritti soggettivi che traggono origine direttamente da fonti normative, per cui sono proponibili, a prescindere dall'impugnazione di provvedimenti dell'amministrazione, nel termine di prescrizione“.

A tale proposito va affermato che è certamente infondata la tesi –contenuta nel primo motivo di gravame- secondo cui (a pretesa tutela della buona fede e dell’affidamento riposto dal privato nella più risalente determinazione degli oneri adottata dall’amministrazione appellata) sarebbe preclusa la rideterminazione degli oneri concessori da parte dell’amministrazione comunale se non nella ipotesi di meri errori di calcolo ictu oculi percepibili, a tutela dell’affidamento in buona fede riposto dal privato nella quantificazione operata in sede di prima determinazione.
Al contrario di quanto affermato dall’appellante, infatti, rileva la più attenta giurisprudenza (ex multis: Consiglio di Stato sez. V 17.09.2010 n. 6950) che, la natura paritetica dell’atto di determinazione consente che l’Amministrazione possa apportarvi rettifiche (sia in favore del privato che in senso contrario), purché ciò avvenga nei limiti della prescrizione del relativo diritto di credito (tra le tante, TAR Torino Piemonte sez. I 01.03.2010 n. 1302: il computo degli oneri di urbanizzazione non è attività autoritativa e la contestazione sulla relativa corresponsione è proponibile nel termine di prescrizione decennale a prescindere dall'impugnazione dei provvedimenti adottati o dal sollecito a provvedere in via di autotutela).
Trattasi infatti, nel caso di specie, di una determinazione che “obbedisce” a prescrizioni desumibili da tabelle, in ordine alla quale l’amministrazione comunale si limita ad applicare i detti parametri, (conseguentemente per la stessa rivestenti natura cogente) laddove è esclusa qualsivoglia discrezionalità applicativa (è appena il caso di rilevare che ad analoghi approdi perviene la giurisprudenza amministrativa in ogni ipotesi di impugnazione di atti paritetici - ivi compresa la indebita corresponsione di una retribuzione non dovuta al pubblico dipendente- il che dimostra la coerenza della impostazione sistematica secondo la quale la pariteticità dell’atto e l’assenza di discrezionalità ne legittima o addirittura ne impone la revisione ove affetta da errore, con il solo limite della maturata prescrizione del credito).
La originaria determinazione, pertanto, può essere sempre rivisitata, ove la si assuma affetta da errore (e fermo restando la necessità che detta originaria erroneità della determinazione iniziale sussista effettivamente), e ciò sia laddove essa abbia indicato un importo inferiore al dovuto, che laddove abbia quantificato un importo superiore e, pertanto, non dovuto.
Si rammenta in particolare la giurisprudenza di questo Consiglio di Stato secondo cui “le controversie relative alla determinazione dei contributi urbanistici involgono l'accertamento di diritti soggettivi che traggono origine direttamente da fonti normative, per cui sono proponibili, a prescindere dall'impugnazione di provvedimenti dell'amministrazione, nel termine di prescrizione“ (Consiglio Stato, sez. V, 04.05.1992, n. 360).
Non si rinviene nel caso di specie una posizione del privato tutelabile nei termini prospettati nell’atto di appello (né sono applicabili alla fattispecie i principi predicabili in ipotesi di esercizio del potere di autotutela, che non può ricorrere laddove, come nel caso in esame, ci si trovi al cospetto di atti paritetici).
In via teorica peraltro, come chiarito dallo stesso primo giudice, le ragioni del privato restano tutelate in ipotesi di tardiva rideterminazione “in peius” in quanto questi potrebbe prospettare una lesione alla propria buona fede ed all’affidamento riposto nella “originaria determinazione” successivamente rettificata ascrivibile ad una responsabilità colposa dell’Amministrazione (il che, comunque, non è avvenuto nel presente giudizio).
Il primo motivo di censura deve pertanto essere respinto, e può affermarsi che ben legittimamente poteva il Comune procedere alla avversata rideterminazione e riquantificazione (il che, come meglio si chiarirà immediatamente di seguito, non esclude che la stessa sia immune da vizi)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.11.2012 n. 6033 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi sensi dell'art. 2 d.m. 10.05.1977, recante norme per la determinazione del costo di costruzione di nuovi edifici, concorrono a determinare il costo di costruzione il 60% del totale delle superfici non residenziali destinate a servizi e accessori.
Pertanto legittimamente nel calcolo del contributo vengono inclusi, in detta superficie, spazi seminterrati adibiti a manovra delle auto ed accesso ai box essendo riconducibili, stante la loro caratteristica di volumi seminterrati nella categoria dei locali indicati nell'art. 2, lett. c), del predetto decreto avuto riguardo alla funzione consimile degli androni, in tale disposizione previsti, e dei citati spazi di manovra e di accesso, consistenti nel rendere possibile la comunicazione tra la strada e altri locali.

Quanto infatti al profilo della impugnazione investente il “merito” della rideterminazione ritiene il Collegio di doverne affermare la parziale fondatezza.
Il secondo caposaldo della impugnazione, infatti, poggia su un duplice presupposto: la non condivisibilità della rideterminazione del costo di costruzione tenendo conto delle superfici dei corselli di manovra per l’accesso alle autorimesse (mq. 625,35) e la porzione dell’atto gravato relativo alla originaria –asseritamente errata- omessa considerazione di “altre superfici non residenziali pari a mq 579,19”.
Come è agevole riscontrare, la doglianza in realtà introduce due distinte tematiche, che dovranno essere affrontate separatamente.
Quanto alla prima di esse (id est: doverosa ricomprensione dei tornelli di accesso alle autorimesse), il Collegio concorda con la statuizione del primo giudice e ritiene che -per quanto di interesse avuto riguardo ai successivi capi della presente decisione- il gravame sia infondato (non potendo ovviamente incidere sulla questione la deliberazione del Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna del 04.02.2010 in quanto non afferente alla detta problematica -ma concernente più in generale la inquadrabilità dei parcheggi pertinenziali tra le opere di urbanizzazione sulla quale di seguito pure ci si soffermerà partitamente- ed in ogni caso non avente portata retroattiva).
La questione si fonda sulla interpretazione del disposto di cui all’art. 2 del Decreto ministeriale 10.05.1977, n. 312400 (“La superficie complessiva, alla quale, ai fini della determinazione del costo di costruzione dell'edificio, si applica il costo unitario a metro quadrato, è costituita dalla somma della superficie utile abitabile di cui al successivo art. 3 e dal 60% del totale delle superfici non residenziali destinate a servizi ed accessori (Snr), misurate al netto di murature, pilastri, tramezzi, sguinci e vani di porte e finestre (Sc = Su + 60% Snr).
Le superfici per servizi ed accessori riguardano:
a) cantinole, soffitte, locali motore ascensore, cabine idriche, lavatoi comuni, centrali termiche, ed altri locali a stretto servizio delle residenze;
b) autorimesse singole o collettive;
c) androni di ingresso e porticati liberi;
d) logge e balconi.
I porticati di cui al punto c) sono esclusi dal computo della superficie complessiva qualora gli strumenti urbanistici ne prescrivano l'uso pubblico
.”)
Il Collegio non ravvisa ragione di discostarsi dal consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui (Consiglio Stato sez. V 25.10.1989 n. 679) “ai sensi dell'art. 2 d.m. 10.05.1977, recante norme per la determinazione del costo di costruzione di nuovi edifici, concorrono a determinare il costo di costruzione il 60% del totale delle superfici non residenziali destinate a servizi e accessori. Pertanto legittimamente nel calcolo del contributo vengono inclusi, in detta superficie, spazi seminterrati adibiti a manovra delle auto ed accesso ai box essendo riconducibili, stante la loro caratteristica di volumi seminterrati nella categoria dei locali indicati nell'art. 2, lett. c), del predetto decreto avuto riguardo alla funzione consimile degli androni, in tale disposizione previsti, e dei citati spazi di manovra e di accesso, consistenti nel rendere possibile la comunicazione tra la strada e altri locali.”.
E ciò secondo una ineccepibile interpretazione logica della detta disposizione, che non collide con la tesi secondo cui (Consiglio Stato, sez. V, 18.10.1981 n. 445) “ai fini della individuazione delle superfici non residenziali per servizi e accessori, computabili per la determinazione del costo di costruzione, l'art. 2, comma 2, d.m. 10.05.1977 (richiamato integralmente dal d.m. 09.05.1978) ha una struttura chiaramente esaustiva, quanto meno delle tipologie, che debbono ritenersi incluse nel predetto computo, -nelle quali non è dato far rientrare anche le scale-.”.
La affermata esaustività della indicazione ivi contenuta, infatti, non contrasta con la logica ricomprensione “categoriale” di superfici indispensabili alla utilizzazione di quelle espressamente menzionate nel d.M..
Alla stregua di tale condivisibile ed armonica interpretazione ritiene il Collegio che sia infondata la doglianza incentrata sulla tassatività della prescrizione contenuta nella citata norma, che, per le già chiarite ragioni deve essere intesa secondo un criterio “categoriale” e fondata su “tipologie” (e le autorimesse sono ivi espressamente contemplate, ragion per cui la indicazione deve essere estesa anche ai corselli di manovra di accesso ai garage interrati)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.11.2012 n. 6033 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il diritto di scomputo dalla somma dovuta a titolo di oneri concessori non può configurarsi in assenza quantomeno di una anche informale accettazione dell'opera di urbanizzazione realizzata o promossa dal costruttore, con la ineluttabile conseguenza che, in assenza di qualsivoglia partecipazione consensuale dell'Ente, anche solo ex post, gli oneri contributivi, così come determinati, devono essere integralmente corrisposti.
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● l'art. 16 d.P.R. n. 380/2001 prevede la corresponsione di un contributo composto da due quote distinte: gli oneri di urbanizzazione, che non sono dovuti se il titolare del permesso si obbliga a realizzare direttamente tali opere, ed il costo di costruzione, che, invece, essendo una percentuale rapportata non ad opere da fare per la collettività, ma ai costi di costruzione per tipologia edilizia, adeguati annualmente, non sono suscettibili di entrare nel meccanismo dello scomputo, ma non per questo è possibile ricavare la regola fiscale di un pagamento pecuniario; l'indisponibilità dei costi di costruzione è nel senso che essi sono previsti e quantificati per legge, ma la forma del pagamento, con compensazione o meno, è rimessa all'accordo tra le parti;
● ai sensi dell'art. 11, comma 2, d.P.R. n. 380 del 2001, a scomputo totale o parziale della quota dovuta per oneri di urbanizzazione, il titolare del permesso di costruire può obbligarsi a realizzare direttamente le opere di urbanizzazione, con le modalità e le garanzie stabilite dal Comune. Dall'inequivoco tenore letterale della norma si desume che il titolare del permesso non può realizzare le opere di sua iniziativa, ovvero limitandosi ad inviare una richiesta di autorizzazione, mai riscontrata al Comune, essendo invece necessario che l'Amministrazione disciplini espressamente le modalità di esecuzione delle opere e le necessarie garanzie;
● l'autorizzazione all'esecuzione diretta di opere di urbanizzazione a scomputo dei relativi oneri normalmente viene rilasciata attraverso la concessione edilizia -attualmente art. 45 della l.reg. Lombardia 11.03.2005 n. 12- ma di per sé potrebbe intervenire anche successivamente, in base alle valutazioni degli uffici comunali che vigilano sull'attività edilizia.

Quanto all’ultima censura di merito formulata –in ordine alla quale non colgono nel segno le obiezioni di parte appellata con le quali se ne sostiene la inammissibilità per genericità e tardività, avendo l’appellante introdotto il petitum già nel mezzo di primo grado- essa pare al Collegio senz’altro accoglibile.
Invero l’appellante ha chiesto che venga affermato il diritto della stessa ad ottenere lo scomputo dagli oneri di urbanizzazione secondaria determinati ex lege e quantificati dal Comune (e concorrenti a determinare il contributo di costruzione), dell’onere direttamente sostenuto per eseguire le corrispondenti opere (id est: i parcheggi ed il verde attrezzato).
Escluso che la stessa si riferisse al costo di costruzione, e preso atto della incontestata affermazione che la omessa quantificazione di tali oneri direttamente sopportati discenda dalla circostanza che ad una compiuta determinazione degli stessi potrebbe procedersi soltanto a seguito del collaudo dell’opera da parte del Comune (ex multis: “Il diritto di scomputo dalla somma dovuta a titolo di oneri concessori non può configurarsi in assenza quantomeno di una anche informale accettazione dell'opera di urbanizzazione realizzata o promossa dal costruttore, con la ineluttabile conseguenza che, in assenza di qualsivoglia partecipazione consensuale dell'Ente, anche solo ex post, gli oneri contributivi, così come determinati, devono essere integralmente corrisposti” -TAR Campania Napoli, sez. VIII, 17.09.2009, n. 4983-) cadono le eccezioni di genericità ed indeterminatezza prospettate dall’appellata amministrazione comunale.
Nel merito, pare al Collegio che la richiesta di parte appellante, oltre a rientrare pacificamente nella giurisdizione di questo Collegio, sia strettamente aderente alla previsione normativa contenuta nell’art. 16, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001, (“la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è corrisposta al comune all'atto del rilascio del permesso di costruire e, su richiesta dell'interessato, può essere rateizzata. A scomputo totale o parziale della quota dovuta, il titolare del permesso può obbligarsi a realizzare direttamente le opere di urbanizzazione, nel rispetto dell'articolo 2, comma 5, della legge 11.02.1994, n. 109, e successive modificazioni, con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, con conseguente acquisizione delle opere realizzate al patrimonio indisponibile del comune”): ovviamente, nei limiti in cui siano state seguite le procedure che consentono la operatività di tale meccanismo compensativo (ex multis si vedano:
● ”l'art. 16 d.P.R. n. 380/2001 prevede la corresponsione di un contributo composto da due quote distinte: gli oneri di urbanizzazione, che non sono dovuti se il titolare del permesso si obbliga a realizzare direttamente tali opere, ed il costo di costruzione, che, invece, essendo una percentuale rapportata non ad opere da fare per la collettività, ma ai costi di costruzione per tipologia edilizia, adeguati annualmente, non sono suscettibili di entrare nel meccanismo dello scomputo, ma non per questo è possibile ricavare la regola fiscale di un pagamento pecuniario; l'indisponibilità dei costi di costruzione è nel senso che essi sono previsti e quantificati per legge, ma la forma del pagamento, con compensazione o meno, è rimessa all'accordo tra le parti” -TAR Abruzzo Pescara, sez. I, 18.10.2010, n. 1142-;
● ”ai sensi dell'art. 11, comma 2, d.P.R. n. 380 del 2001, a scomputo totale o parziale della quota dovuta per oneri di urbanizzazione, il titolare del permesso di costruire può obbligarsi a realizzare direttamente le opere di urbanizzazione, con le modalità e le garanzie stabilite dal Comune. Dall'inequivoco tenore letterale della norma si desume che il titolare del permesso non può realizzare le opere di sua iniziativa, ovvero limitandosi ad inviare una richiesta di autorizzazione, mai riscontrata al Comune, essendo invece necessario che l'Amministrazione disciplini espressamente le modalità di esecuzione delle opere e le necessarie garanzie (il che non è accaduto nel caso di specie)” -TAR Calabria Catanzaro, sez. II, 08.04.2011, n. 501-;
● “l'autorizzazione all'esecuzione diretta di opere di urbanizzazione a scomputo dei relativi oneri normalmente viene rilasciata attraverso la concessione edilizia -attualmente art. 45 della l. reg. Lombardia 11.03.2005 n. 12- ma di per sé potrebbe intervenire anche successivamente, in base alle valutazioni degli uffici comunali che vigilano sull'attività edilizia” -TAR Lombardia Brescia, sez. I, 12.07.2010, n. 2481-).
Entro tali limiti, il motivo di appello è fondato e va accolto, potendosi affermare il diritto dell’appellante allo scomputo richiesto dal contributo di urbanizzazione (con esclusione, ovviamente, del costo di costruzione) degli oneri relativi alla esecuzione delle opere di urbanizzazione secondaria
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.11.2012 n. 6033 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Pur dovendosi normalmente commisurare gli oneri concessori al momento in cui il titolo abilitativo viene rilasciato, giusta la giurisprudenza citata dalla difesa del Comune, nella specie detta regola deve trovare di necessità un contemperamento, attesa l’operatività del principio generale, immanente al sistema processuale, non solo amministrativo, secondo il quale il tempo necessario per pervenire ad una decisione nel merito non può andare a detrimento di chi ha ragione.
Pur dovendosi normalmente commisurare gli oneri concessori al momento in cui il titolo abilitativo viene rilasciato, giusta la giurisprudenza citata dalla difesa del Comune, nella specie detta regola deve trovare di necessità un contemperamento, attesa l’operatività del principio generale, immanente al sistema processuale, non solo amministrativo, secondo il quale il tempo necessario per pervenire ad una decisione nel merito non può andare a detrimento di chi ha ragione.
Nella specie, alcuni dati risaltano incontrovertibili: che il ricorrente ha chiesto il rilascio della concessione edilizia nel 2000; che ha integrato detta richiesta nel 2001; che il nulla osta sindacale è stato rilasciato nello stesso 2001; che non è seguito il rilascio della concessione edilizia, perché detto nulla osta è stato annullato dall’organo tutorio statale; che detto annullamento, ritualmente impugnato dinanzi agli organi della giustizia amministrativa, è stato infine dichiarato illegittimo e, a sua volta, annullato dal Consiglio di Stato nel 2009; che, dopo detta sentenza, il ricorrente, all’uopo interpellato dal Comune, ha chiesto di poter proseguire proprio il procedimento, scaturito dall’istanza del 2000, arrestatosi per effetto dell’intervento della Soprintendenza, reputato illegittimo dal Consiglio di Stato.
Orbene, la pretesa del Comune di Battipaglia, d’applicare alla determinazione degli oneri concessori la disciplina, fissata con deliberazione consiliare dell’ottobre 2010, significherebbe svuotare di significato il principio generale di cui sopra, il cui scopo consiste nell’impedire che il decorso del tempo necessario all’emissione della decisione possa vanificare la satisfattività, sotto ogni aspetto, della pronuncia.
Di tale principio, del resto, ha implicitamente ma sicuramente fatto applicazione la sentenza della Terza Sezione del TAR Puglia–Bari (n. 1139/2011), richiamata a supporto delle argomentazioni spiegate in ricorso, allorquando in parte motiva i Giudici hanno osservato: “Non è quindi revocabile in dubbio che l’amministrazione potesse provvedere in modo favorevole ai richiedenti già alla data del primo diniego poi annullato”, dovendo quindi l’Amministrazione quantificare gli oneri dovuti, secondo il regime vigente a tale data.
Analogamente, nella specie, gli oneri concessori andranno quantificati dal Comune, secondo il regime vigente al momento della proposizione del ricorso al TAR, avverso il provvedimento della Soprintendenza, di annullamento del nulla osta sindacale del 25.07.2001, dovendo appunto gli effetti favorevoli della sentenza del C. di S. retroagire alla data di esercizio dell’azione, a tutela degli effetti conformativi del giudicato di annullamento del provvedimento della Soprintendenza, che aveva determinato l’illegittimo arresto del procedimento volto al rilascio del titolo abilitativo in materia edilizia.
L’argomento è dirimente, e vale a superare anche la, pur pertinente, osservazione di parte ricorrente, secondo cui il Comune ben avrebbe potuto, in ogni caso, concludere il procedimento in questione, nel tempo intercorrente tra la domanda dello stesso ricorrente (dell’11–14.06.2010), di voler coltivare l’originaria istanza e la successiva emanazione della delibera consiliare, di rideterminazione degli oneri concessori (del 06.10.2010), in tal modo impedendo che lo stesso ricorrente dovesse corrispondere un importo maggiorato, a titolo di pagamento degli oneri in questione.
L’accoglimento della domanda principale, di annullamento, in parte qua, degli atti impugnati, assorbe quella subordinata, di risarcimento del danno, la quale va quindi dichiarata improcedibile, per sopravvenuta carenza d’interesse (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 21.11.2012 n. 2097 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae.
Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’alloggio: poiché l’entità degli oneri di urbanizzazione è in buona sostanza correlata alla variazione del carico urbanistico, è ben possibile che un intervento di ristrutturazione e mutamento di destinazione d’uso possa non comportare aggravi di carico urbanistico e quindi l’obbligo della relativa corresponsione degli oneri; al contrario è altrettanto possibile che in caso di mutamento di destinazione di uso nell’ambito della stessa categoria urbanistica, faccia seguito un maggior carico urbanistico indotto dalla realizzazione di quanto assentito e correlativamente siano dovuti gli oneri concessori.
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Nella fattispecie non affiorano elementi utili a comprovare che la nuova modalità di utilizzo dei locali sia stata accompagnata da un’alterazione del carico urbanistico, tenendo conto che l’aggregazione di cui si discute ha interessato due appartamenti aventi già in precedenza destinazione direzionale.
In ogni caso, in presenza di un insediamento già in possesso di analoghe caratteristiche funzionali (nella fattispecie, i locali incorporati erano adibiti ad ufficio) l’amministrazione –per poter legittimamente esigere il contributo per gli oneri di urbanizzazione– deve dare contezza degli indici o, comunque, delle condizioni da cui si evinca il maggior carico urbanistico addebitabile alla nuova destinazione.
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La giurisprudenza è dell’avviso che gli interventi edilizi che alterino, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l’originaria consistenza fisica di un immobile e comportino l’inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell’ambito della ristrutturazione edilizia.
In altre parole, affinché sia ravvisabile un intervento di ristrutturazione edilizia è sufficiente che risultino modificati la distribuzione della superficie interna e dei volumi, ovvero l’ordine in cui risultavano disposte le diverse porzioni dell'edificio, per il solo fine di rendere più agevole la destinazione d’uso esistente: anche in questi casi si configurano il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio ed un’alterazione dell’originaria fisionomia e consistenza fisica dell'immobile, incompatibili con i concetti di manutenzione straordinaria e di risanamento conservativo che presuppongono la realizzazione di opere che lascino inalterata la struttura dell'edificio e la distribuzione interna della sua superficie.
Nella fattispecie le modifiche effettuate inducono ad ascrivere l’intervento edilizio nel genus della ristrutturazione, poiché si assiste alla riallocazione e al rinnovato dimensionamento di alcuni vani esistenti (taluni dei quali adibiti a nuove funzioni come “sterilizzazione” e “deposito”) nonché al rifacimento degli impianti tecnologici e dei servizi igienici. Sono quindi ravvisabili i tratti distintivi della ristrutturazione, per il duplice elemento del recupero dello spazio e della diversità e “non alterità” dell’organismo che si viene a realizzare rispetto a quello originario, dato che gli ambienti mantengono una sostanziale omogeneità rispetto ai precedenti quanto ai loro principali caratteri identificativi (collocazione, sagoma, altezza, volumetria): in buona sostanza si compie una modifica totale o parziale dell’edificio, che in positivo è rappresentata dalla creazione di un organismo “diverso” dal precedente, ed in negativo dal fatto che per effetto delle opere non vengono sensibilmente alterati i volumi, le superfici, le dimensioni o la tipologia del fabbricato.
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L’obbligazione contributiva per costo di costruzione è a-causale e si correla alla produzione di ricchezza connessa all’utilizzazione edificatoria del territorio ed alle potenzialità economiche che ne derivano e, pertanto, ha natura essenzialmente paratributaria.
Il contributo afferente al costo di costruzione, a norma dell’art. 6 della L. 10/1977, è determinato in rapporto alle caratteristiche, alle tipologie delle costruzioni e delle loro destinazioni ed ubicazioni (oggi occorre fare riferimento all’art. 16 del D.P.R. 380/2001).
Ne deriva, quindi, che nell’ipotesi di rinnovo degli elementi costitutivi di un immobile mediante la realizzazione di opere, sussiste il presupposto per il pagamento della parte di contributo afferente al costo di costruzione, da riferire al dato oggettivo della ristrutturazione dell’edificio.

I ricorrenti lamentano l’erronea determinazione del contributo di urbanizzazione da parte dell’amministrazione in sede di rilascio del titolo abilitativo.
Nell’ambito di un tipico giudizio di accertamento, è opportuno esaminare separatamente i presupposti per l’applicazione degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione.
Sottolinea anzitutto il Collegio che –contrariamente a quanto affermato dal Comune resistente– parte ricorrente ha lamentato (classificando il proprio intervento come restauro e risanamento conservativo - pag. 4 del gravame introduttivo) l’assenza di un maggiore carico urbanistico a seguito dell’ampliamento dello studio dentistico originario.
Va ribadito sul tema che il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae (cfr. per tutti TAR Puglia Bari, sez. III – 10/02/2011 n. 243). Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’alloggio: poiché l’entità degli oneri di urbanizzazione è in buona sostanza correlata alla variazione del carico urbanistico, è ben possibile che un intervento di ristrutturazione e mutamento di destinazione d’uso possa non comportare aggravi di carico urbanistico e quindi l’obbligo della relativa corresponsione degli oneri; al contrario è altrettanto possibile che in caso di mutamento di destinazione di uso nell’ambito della stessa categoria urbanistica, faccia seguito un maggior carico urbanistico indotto dalla realizzazione di quanto assentito e correlativamente siano dovuti gli oneri concessori (TAR Lazio Roma, sez. II – 14/11/2007 n. 11213).
Nella fattispecie non affiorano elementi utili a comprovare che la nuova modalità di utilizzo dei locali sia stata accompagnata da un’alterazione del carico urbanistico, tenendo conto che l’aggregazione di cui si discute ha interessato due appartamenti aventi già in precedenza destinazione direzionale. In ogni caso, come sostenuto di recente (cfr. sentenze Sezione 02/03/2012 n. 355; 24/08/2012 n. 1467) in presenza di un insediamento già in possesso di analoghe caratteristiche funzionali (i locali incorporati erano adibiti ad ufficio) l’amministrazione –per poter legittimamente esigere il contributo per gli oneri di urbanizzazione– avrebbe dovuto dare contezza degli indici o, comunque, delle condizioni da cui si evinceva il maggior carico urbanistico addebitabile alla nuova destinazione (cfr. TAR Lombardia Milano, sez. IV – 04/05/2009 n. 3604).
Nel caso concreto la difesa dell’amministrazione ha evidenziato –nella memoria finale– che il raddoppio delle sale dedicate a gabinetto dentistico provoca una maggiore domanda di servizi, senza tuttavia raffrontare la situazione attuale (studio dentistico ampliato) con quella concretamente preesistente. Al riguardo non è sufficiente il paragone con una media struttura di vendita (la quale avrebbe maggiore capacità di attrazione di clientela di due esercizi di vicinato sommati tra loro): si tratta infatti di una struttura del settore commerciale (soggetta ad una disciplina specifica sugli standard necessari) caratterizzata da una superficie ben maggiore (oltre 250 mq.).
Deve in conclusione ritenersi indebitamente preteso l’importo di € 15.312,81, da restituire alla parte ricorrente.
A differenti conclusioni deve pervenirsi con riguardo al costo di costruzione.
Come ha già sottolineato questo Tribunale (cfr. sentenza sez. I – 19/04/2011 n. 582) la giurisprudenza è dell’avviso che gli interventi edilizi che alterino, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l’originaria consistenza fisica di un immobile e comportino l’inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell’ambito della ristrutturazione edilizia (cfr. TAR Molise – 27/03/2009 n. 99; Consiglio di Stato, sez. V – 17/12/1996 n. 1551).
In altre parole, affinché sia ravvisabile un intervento di ristrutturazione edilizia è sufficiente che risultino modificati la distribuzione della superficie interna e dei volumi, ovvero l’ordine in cui risultavano disposte le diverse porzioni dell'edificio, per il solo fine di rendere più agevole la destinazione d’uso esistente: anche in questi casi si configurano il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio ed un’alterazione dell’originaria fisionomia e consistenza fisica dell'immobile, incompatibili con i concetti di manutenzione straordinaria e di risanamento conservativo che presuppongono la realizzazione di opere che lascino inalterata la struttura dell'edificio e la distribuzione interna della sua superficie (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V – 18/10/2002 n. 5775; Consiglio di Stato, sez. V – 23/05/2000 n. 2988).
Nella fattispecie le modifiche effettuate inducono ad ascrivere l’intervento edilizio nel genus della ristrutturazione, poiché (dall’analisi della planimetria in atti) si assiste alla riallocazione e al rinnovato dimensionamento di alcuni vani esistenti (taluni dei quali adibiti a nuove funzioni come “sterilizzazione” e “deposito”) nonché al rifacimento degli impianti tecnologici e dei servizi igienici. Sono quindi ravvisabili i tratti distintivi della ristrutturazione, per il duplice elemento del recupero dello spazio e della diversità e “non alterità” dell’organismo che si viene a realizzare rispetto a quello originario, dato che gli ambienti mantengono una sostanziale omogeneità rispetto ai precedenti quanto ai loro principali caratteri identificativi (collocazione, sagoma, altezza, volumetria): in buona sostanza si compie una modifica totale o parziale dell’edificio, che in positivo è rappresentata dalla creazione di un organismo “diverso” dal precedente, ed in negativo dal fatto che per effetto delle opere non vengono sensibilmente alterati i volumi, le superfici, le dimensioni o la tipologia del fabbricato (sentenza TAR Brescia – 11/06/2004 n. 646).
Posta questa premessa, osserva il Collegio che l’obbligazione contributiva per costo di costruzione è a-causale e si correla alla produzione di ricchezza connessa all’utilizzazione edificatoria del territorio ed alle potenzialità economiche che ne derivano e, pertanto, ha natura essenzialmente paratributaria (TAR Campania Salerno, sez. II – 11/06/2002 n. 459). Il contributo afferente al costo di costruzione, a norma dell’art. 6 della L. 10/1977, è determinato in rapporto alle caratteristiche, alle tipologie delle costruzioni e delle loro destinazioni ed ubicazioni (oggi occorre fare riferimento all’art. 16 del D.P.R. 380/2001). Ne deriva, quindi, che nell’ipotesi di rinnovo degli elementi costitutivi di un immobile mediante la realizzazione di opere, sussiste il presupposto per il pagamento della parte di contributo afferente al costo di costruzione, da riferire al dato oggettivo della ristrutturazione dell’edificio (sentenza Sezione 02/03/2012 n. 355): pertanto l’esazione è stata correttamente pretesa dal Comune.
In conclusione il ricorso è parzialmente fondato e deve essere accolto nella parte in cui il Comune ha erroneamente richiesto la quota di oneri di urbanizzazione (€ 15.312,81), che devono essere restituiti. Sulla somma vanno calcolati gli interessi i quali decorrono –trattandosi di azione di ripetizione di indebito– dalla data di proposizione della domanda giudiziale, dovendosi presumere la buona fede dell’amministrazione resistente in assenza di dimostrazione contraria, mentre non spetta la rivalutazione monetaria trattandosi di indebito oggettivo il quale genera solo l’obbligazione di restituzione degli interessi a norma dell’art. 2033 del c.c. (cfr. TAR Lombardia Milano, sez. II – 05/05/2004 n. 1620; TAR Lazio Roma, sez. I – 19/01/1999 n. 99; Consiglio di Stato, sez. V – 30/10/1997 n. 1207). Non spetta alcuna altra somma a titolo risarcitorio, in difetto della dimostrazione di danni ulteriori e diversi (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 20.11.2012 n. 1818 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La determinazione degli oneri concessori costituisce il risultato di un calcolo materiale, operato sulla base di parametri rigorosamente stabiliti dalla legge, dalla disciplina regolamentare e dalle disposizioni applicative degli enti territoriali competenti, senza che in proposito residui alcun margine di discrezionalità in capo alla p.a., a carico della quale pertanto non è configurabile alcuno specifico onere motivazionale.
Con l’ultimo mezzo, viene reiterata la censura relativa alla carenza di motivazione a base del calcolo dei costi di costruzione pretesi dal Comune per le varianti in corso d’opera.
Secondo la appellante, insufficiente sarebbe il richiamo del primo giudice al carattere non autoritativo e in qualche modo automatico del calcolo dei contributi concessori, ben diversi potendo essere gli effetti a seconda di quali siano la modalità e i criteri di calcolo applicati dall’Amministrazione comunale: donde il dovere di quest’ultima di esplicitare con congrua motivazione i parametri e criteri di calcolo applicati.
La doglianza è infondata, dovendosi ribadire il consolidato orientamento secondo cui la determinazione degli oneri concessori costituisce il risultato di un calcolo materiale, operato sulla base di parametri rigorosamente stabiliti dalla legge, dalla disciplina regolamentare e dalle disposizioni applicative degli enti territoriali competenti, senza che in proposito residui alcun margine di discrezionalità in capo alla p.a., a carico della quale pertanto non è configurabile alcuno specifico onere motivazionale (cfr. ex plurimis Cons. Stato, sez. V, 09.02.2001, nr. 584).
Ne discende che, ove non persuasa della correttezza del calcolo operato dal Comune, sarebbe spettato alla società appellante indicare come e perché l’applicazione dei parametri suindicati portava a un risultato diverso da quello ritenuto dall’Amministrazione (ciò che, per vero, la stessa società ha fatto –e con parziale successo– con riguardo agli oneri di urbanizzazione), non potendo invece limitarsi a lamentare genericamente un difetto di motivazione sul punto
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 19.11.2012 n. 5818 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il contributo relativo al costo di costruzione (art. 6, legge n. 10/1977), definibile acausale, è riconducibile all'attività costruttiva ex se considerata e, correlandosi direttamente all'uso edificatorio del suolo ed ai potenziali vantaggi economici che ne discendono, è sostanzialmente configurabile alla stregua dei prelievi di natura paratributaria ed è sempre dovuto in presenza di una trasformazione edilizia del territorio ed in conseguenza della produzione di ricchezza connessa alla sua utilizzazione.
Al contrario l'imposizione del contributo di urbanizzazione (art. 5, L. n. 10/1977) -il quale non ha natura di controprestazione in rapporto sinallagmatico, rispetto al rilascio della concessione edilizia, ma è assimilabile ai corrispettivi di diritto pubblico di natura non tributaria, che svolgono funzione recuperatoria non commisurata né all'utile dell'operazione né al vantaggio del concessionario– presenta natura causale e risponde ad una diversa ratio, che va individuata nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare sugli interessati che beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle opere medesime, in modo più equo per la comunità.
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Da quanto sopra discende che, nell'ipotesi di variazione di destinazione d'uso di un immobile senza la realizzazione di opere, mentre non sussiste il presupposto per il pagamento della parte di contributo afferente al costo di costruzione, da riferire al dato oggettivo della realizzazione dell'edificio, per la parte, invece, che attiene agli oneri di urbanizzazione, può sussistere il presupposto del pagamento, occorrendo avere riguardo all'eventuale aumento del carico urbanistico indotto dalla nuova destinazione d'uso del manufatto, dovendosi ritenere, per contro, che tali oneri non siano dovuti ove non sia riscontrabile alcuna variazione in aumento del carico urbanistico.
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Il cambio di destinazione d'uso, da locale a uso industriale a locale ad uso commerciale, ha certamente conferito all'immobile di proprietà della società ricorrente un'utilizzazione autonoma e produttiva, in relazione alla quale si giustifica il pagamento delle spese di urbanizzazione derivanti dal maggior carico urbanistico che esso comporta per effetto della nuova destinazione.
Invero, la giurisprudenza ha più volte affermato che la richiesta di pagamento degli oneri di urbanizzazione, in sede di rilascio della concessione edilizia, deve ritenersi illegittima ogni volta che non sia ravvisabile un aumento del carico urbanistico a seguito del realizzato intervento edilizio; e, correlativamente, legittima nel caso in cui si sia verificata una variazione in aumento del carico medesimo, giacché in tale evenienza sussiste il presupposto che giustifica l'imposizione al titolare del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se maggiori, dovuti per la nuova destinazione impressa all'immobile.

Con riferimento alle ulteriori censure va premesso che a fronte della modificazione della destinazione d'uso di un manufatto edilizio, la possibilità dello stesso di essere assoggettato a sanatoria (o condono edilizio) è subordinata al pagamento degli oneri concessori, vale a dire alla corresponsione di un contributo commisurato sia all'incidenza delle spese di urbanizzazione, sia al costo di costruzione.
In proposito, la giurisprudenza ha chiarito che il contributo relativo al costo di costruzione (art. 6, legge n. 10/1977), definibile acausale, è riconducibile all'attività costruttiva ex se considerata e, correlandosi direttamente all'uso edificatorio del suolo ed ai potenziali vantaggi economici che ne discendono, è sostanzialmente configurabile alla stregua dei prelievi di natura paratributaria ed è sempre dovuto in presenza di una trasformazione edilizia del territorio ed in conseguenza della produzione di ricchezza connessa alla sua utilizzazione; al contrario l'imposizione del contributo di urbanizzazione (art. 5, L. n. 10/1977) -il quale non ha natura di controprestazione in rapporto sinallagmatico, rispetto al rilascio della concessione edilizia, ma è assimilabile ai corrispettivi di diritto pubblico di natura non tributaria, che svolgono funzione recuperatoria non commisurata né all'utile dell'operazione né al vantaggio del concessionario (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 27.09.1994, n. 7874)– presenta natura causale e risponde ad una diversa ratio, che va individuata nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare sugli interessati che beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle opere medesime, in modo più equo per la comunità (cfr. TAR Veneto, 17.06.2002, n. 2877; id., Sez. II, 12.05.1994, n. 394; TAR Salerno, Sez. II, 23.05.2003, n. 548; TAR Toscana, Sez. III, 11.08.2004, n. 3181).
Da quanto sopra discende che, nell'ipotesi di variazione di destinazione d'uso di un immobile senza la realizzazione di opere, mentre non sussiste il presupposto per il pagamento della parte di contributo afferente al costo di costruzione, da riferire al dato oggettivo della realizzazione dell'edificio, per la parte, invece, che attiene agli oneri di urbanizzazione, può sussistere il presupposto del pagamento, occorrendo avere riguardo all'eventuale aumento del carico urbanistico indotto dalla nuova destinazione d'uso del manufatto, dovendosi ritenere, per contro, che tali oneri non siano dovuti ove non sia riscontrabile alcuna variazione in aumento del carico urbanistico (cfr. TAR Veneto, Sez. II, 13.11.2001, n. 3699).
Con riferimento al caso specifico va rilevato che il cambio di destinazione d'uso, da locale a uso industriale a locale ad uso commerciale, ha certamente conferito all'immobile di proprietà della società ricorrente un'utilizzazione autonoma e produttiva, in relazione alla quale si giustifica il pagamento delle spese di urbanizzazione derivanti dal maggior carico urbanistico che esso comporta per effetto della nuova destinazione (cfr. TAR Veneto Sez. II Sent., 12.07.2007, n. 2438; TAR Lazio sez. II 17.05.2005, n. 3844).
Invero, la giurisprudenza ha più volte affermato che la richiesta di pagamento degli oneri di urbanizzazione, in sede di rilascio della concessione edilizia, deve ritenersi illegittima ogni volta che non sia ravvisabile un aumento del carico urbanistico a seguito del realizzato intervento edilizio; e, correlativamente, legittima nel caso in cui si sia verificata una variazione in aumento del carico medesimo, giacché in tale evenienza sussiste il presupposto che giustifica l'imposizione al titolare del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se maggiori, dovuti per la nuova destinazione impressa all'immobile (confr. Cons. Stato, Sez. IV, 29.04.2004, n. 2611; id., Sez. V, 15.09.1997, n. 959; TAR Milano, Sez. II, 02.10.2003, n. 4502; TAR Bologna, Sez. II, 19.02.2001, n. 157 e 07.05.1999, n. 259; TAR Veneto, n. 2877/2002, cit.).
Nel caso di specie, l’incremento del carico urbanistico costituisce dato pacifico, al pari della sussistenza dell’obbligo di pagamento degli oneri di urbanizzazione, risultando controverso unicamente il metodo di liquidazione degli stessi
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 14.11.2012 n. 1221 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Secondo il combinato disposto degli articoli 11 e 12 della legge 28.10.1977, n. 10, gli oneri di urbanizzazione devono essere corrisposti al Comune “all’atto del rilascio della concessione” e sono destinati, tra l’altro, “alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria”.
Sul punto, la giurisprudenza amministrativa ha avuto modo di chiarire che gli oneri di urbanizzazione hanno natura di corrispettivo di diritto pubblico in funzione della partecipazione dei privati ai costi delle opere di urbanizzazione e sono dovuti anche al di là di un nesso di stretta inerenza delle opere di urbanizzazione rispetto alle singole aree.
Il pagamento di tali contributi non comporta la nascita, in capo al titolare del concessione edilizia, di un diritto, azionabile nei confronti della pubblica amministrazione, alla realizzazione e completamento delle opere di urbanizzazione che maggiormente interessano la sua costruzione, posto che il Comune può discrezionalmente utilizzare i predetti introiti per il completamento o la manutenzione delle opere di urbanizzazione di qualsiasi parte del territorio.
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La pretesa della ricorrente di ottenere l’ultimazione dei lavori sulla strada che conduce alla sua proprietà, nella specie consistenti nella bitumatura e nella realizzazione del marciapiede, non corrisponde ad un interesse legittimo differenziato e qualificato ad un bene della vita, con la conseguente carenza di legittimazione attiva a proporre il ricorso in epigrafe.
Tale soluzione è pacifica nella giurisprudenza amministrativa in tema di manutenzione e completamento delle strade. In proposito, il Consiglio di Stato ha avuto modo di chiarire che “l’interesse di ogni cittadino a che l'amministrazione comunale provveda alla diligente manutenzione e custodia di tutti i beni pubblici (e, tra essi, le strade), non è tutelabile in via amministrativa né giurisdizionale (fatti salvi i casi di azioni popolari), fronteggiando esso un mero dovere imposto in capo alla p.a. per il vantaggio della collettività non soggettivizzata, sicché non si è in presenza di un interesse legittimo differenziabile, ma al cospetto di interesse semplice e di fatto, rientrante come tale nell'area del giuridicamente irrilevante”.
Con specifico riguardo al completamento delle opere di urbanizzazione, di recente, il TAR Lazio ha affermato che a fronte della domanda del privato volta ad ottenere il completamento delle opere di urbanizzazione, non corrisponde un obbligo per l’amministrazione di adottare, ai sensi dell’art. 2 della legge 07.08.1990 n. 241, un provvedimento espresso in relazione a tale pretesa, non essendo il richiedente titolare di alcun interesse legittimo pretensivo differenziato e qualificato, non differenziandosi la sua posizione da quella di tutti gli altri cittadini e soggetti dell’ordinamento alla corretta e tempestiva esecuzione delle opere di urbanizzazione.

Il ricorso è palesemente inammissibile.
Ad avviso della ricorrente, l’illegittimità della condotta del Comune deriverebbe dal notevole ritardo nell’esecuzione dei lavori di completamento della strada su cui si affaccia la propria casa di abitazione, in violazione dei principi costituzionali di buon andamento ed imparzialità dell’azione amministrativa nonché delle disposizioni della L. 10/1977.
In particolare, secondo la tesi della ricorrente, le norme dettate dalla l. 10/1977 non consentirebbero “l’arbitrario rinvio della realizzazione delle opere da parte del Comune” e, posto che l’articolo 12 stabilisce che i proventi delle concessioni sono destinati alle opere di urbanizzazione, quest’ultimo sarebbe obbligato “non solo a realizzare dette opere ma anche a procedervi in un lasso di tempo ragionevole”.
Ad avviso del Collegio, gli assunti non sono condivisibili.
In via preliminare, occorre osservare che il lotto di proprietà della ricorrente ricade, sin dal tempo del rilascio della concessione edilizia, nella zona B di completamento residenziale. Per l’effetto, è da ritenere che l’area in questione fosse, fin dagli inizi della vicenda, servita dalle opere di urbanizzazione primaria, ivi comprese adeguate ed efficienti strade residenziali.
Ove le opere di urbanizzazione non fossero state completate, secondo l’assunto della ricorrente, sarebbe stato illegittimo l’inserimento in zona B del lotto della medesima, con conseguente illegittimità della concessione edilizia alla stessa rilasciata per la costruzione della propria casa di abitazione.
Nella specie le opere di urbanizzazione, e segnatamente la strada pubblica, erano state realizzate ed erano funzionali (come risulta dalla documentazione fotografica depositata dalla stessa ricorrente) ancorché non fossero stati eseguiti i lavori di sistemazione definitiva che pretende la ricorrente: bitumatura della strada e realizzazione dei marciapiedi.
La decisione sulla realizzazione di queste opere di completamento e finitura di una strada pienamente agibile e funzionale, al pari della realizzazione degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di qualsiasi immobile o bene pubblico, rientra nella discrezionalità del competente organo comunale che la esercita, alla luce delle disponibilità di bilancio ed alla luce della scala di priorità degli interventi, con valutazioni non sindacabili in sede di legittimità.
Secondo il combinato disposto degli articoli 11 e 12 della legge 28.10.1977, n. 10, gli oneri di urbanizzazione devono essere corrisposti al Comune “all’atto del rilascio della concessione” e sono destinati, tra l’altro, “alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria”.
Sul punto, la giurisprudenza amministrativa ha avuto modo di chiarire che gli oneri di urbanizzazione hanno natura di corrispettivo di diritto pubblico in funzione della partecipazione dei privati ai costi delle opere di urbanizzazione e sono dovuti anche al di là di un nesso di stretta inerenza delle opere di urbanizzazione rispetto alle singole aree ( v. Cons. Stato, sez. V, del 20.04.2009, n. 2359).
Il pagamento di tali contributi non comporta la nascita, in capo al titolare del concessione edilizia, di un diritto, azionabile nei confronti della pubblica amministrazione, alla realizzazione e completamento delle opere di urbanizzazione che maggiormente interessano la sua costruzione, posto che il Comune può discrezionalmente utilizzare i predetti introiti per il completamento o la manutenzione delle opere di urbanizzazione di qualsiasi parte del territorio.
Pertanto è priva di rilievo l’affermazione della ricorrente in ordine all’improcrastinabilità della realizzazione delle finiture della strada che serve il suo lotto.
Come innanzi rilevato la pretesa della ricorrente di ottenere l’ultimazione dei lavori sulla strada che conduce alla sua proprietà, nella specie consistenti nella bitumatura e nella realizzazione del marciapiede, non corrisponde ad un interesse legittimo differenziato e qualificato ad un bene della vita, con la conseguente carenza di legittimazione attiva a proporre il ricorso in epigrafe.
Tale soluzione è pacifica nella giurisprudenza amministrativa in tema di manutenzione e completamento delle strade. In proposito, il Consiglio di Stato, sezione V, con la sentenza del 29.11.2004, n. 7773, ha avuto modo di chiarire che “l’interesse di ogni cittadino a che l'amministrazione comunale provveda alla diligente manutenzione e custodia di tutti i beni pubblici (e, tra essi, le strade), non è tutelabile in via amministrativa né giurisdizionale (fatti salvi i casi di azioni popolari), fronteggiando esso un mero dovere imposto in capo alla p.a. per il vantaggio della collettività non soggettivizzata, sicché non si è in presenza di un interesse legittimo differenziabile, ma al cospetto di interesse semplice e di fatto, rientrante come tale nell'area del giuridicamente irrilevante”.
Con specifico riguardo al completamento delle opere di urbanizzazione, di recente, il TAR Lazio, sez. II, con la sentenza del 04.05.2011, n. 3838, ha affermato che a fronte della domanda del privato volta ad ottenere il completamento delle opere di urbanizzazione, non corrisponde un obbligo per l’amministrazione di adottare, ai sensi dell’art. 2 della legge 07.08.1990 n. 241, un provvedimento espresso in relazione a tale pretesa, non essendo il richiedente titolare di alcun interesse legittimo pretensivo differenziato e qualificato, non differenziandosi la sua posizione da quella di tutti gli altri cittadini e soggetti dell’ordinamento alla corretta e tempestiva esecuzione delle opere di urbanizzazione (TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 08.11.2012 n. 925 -
link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer un verso, come tale, la determinazione dell'an e del quantum del contributo concessorio non ha natura autoritativa, giacché si tratta di un mero accertamento dell'obbligazione contributiva, effettuato dalla p.a. in base a rigidi parametri prefissati dalla legge e dai regolamenti in tema di criteri impositivi, nei cui riguardi essa è sfornita di potestà autoritative; conseguentemente, la posizione del soggetto nei cui confronti è richiesto il pagamento è di diritto soggettivo, non di interesse legittimo e l'impugnazione del provvedimento del Comune è soggetta all'ordinario termine di prescrizione.
Per un altro verso, ai sensi dell'art. 28, l. 24.11.1981 n. 689, applicabile ex art. 12 della stessa legge a tutte le sanzioni amministrative di tipo affittivo, il termine di prescrizione della sanzione irrogata per ritardato pagamento del contributo dovuto per gli oneri di urbanizzazione e per il costo di costruzione è di cinque anni, e decorre dal giorno in cui è stata commessa la violazione.

Preliminarmente, a superamento delle infondate eccezioni di inammissibilità formulate dalla difesa comunale, va ribadito che le controversie in materia di oneri d'urbanizzazione, costo di costruzione e relative sanzioni per l'eventuale ritardato pagamento, comprese quelle attinenti a domanda di condono e relativa oblazione, sono attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo e vertono sull'esistenza o sulla misura di un'obbligazione direttamente stabilita dalla legge.
In tale contesto per un verso, come tale, la determinazione dell'an e del quantum del contributo concessorio non ha natura autoritativa, giacché si tratta di un mero accertamento dell'obbligazione contributiva, effettuato dalla p.a. in base a rigidi parametri prefissati dalla legge e dai regolamenti in tema di criteri impositivi, nei cui riguardi essa è sfornita di potestà autoritative; conseguentemente, la posizione del soggetto nei cui confronti è richiesto il pagamento è di diritto soggettivo, non di interesse legittimo e l'impugnazione del provvedimento del Comune è soggetta all'ordinario termine di prescrizione.
Per un altro verso, ai sensi dell'art. 28, l. 24.11.1981 n. 689, applicabile ex art. 12 della stessa legge a tutte le sanzioni amministrative di tipo affittivo, il termine di prescrizione della sanzione irrogata per ritardato pagamento del contributo dovuto per gli oneri di urbanizzazione e per il costo di costruzione è di cinque anni, e decorre dal giorno in cui è stata commessa la violazione (cfr., tra le altre, TAR Basilicata, 39/04/2008 n. 141; TAR Campania, Salerno, Sez, II, 22.04.2005 n. 647; TAR Calabria, Catanzaro, Sez. II, 08.10.2001 n. 1514; TAR Sicilia, Catania, Sez. I, 08.05.2006 n. 701 e 08.03.2012, n. 600) (TAR Calabria-Reggio Calabria, sentenza 26.10.2012 n. 641 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 34 del D.Lgs. 31.03.1998 n. 80 (come sostituito dalla L. 21.07.2000 n. 205 ed in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale 06.07.2004 n. 204), nel devolvere alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto atti e provvedimenti dell’Amministrazione in materia urbanistica ed edilizia, comprende la totalità degli aspetti dell’uso del territorio, nessuno escluso: sicché, come già previsto dall’art. 16 della L. 28.01.1977 n. 10, devono ritenersi rientranti in tale giurisdizione anche le controversie relative alla determinazione, liquidazione e corresponsione degli oneri concessori che involgono diritti soggettivi delle parti, considerato anche che il contributo per oneri di urbanizzazione costituisce un corrispettivo posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione del concessionario ai costi delle opere di urbanizzazione (in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae) connesso al rilascio della concessione edilizia e pertanto discendente dall’adozione di un provvedimento amministrativo.
In altri termini, la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sulle controversie attinenti alla corresponsione dei suddetti oneri concessori discende dallo stretto collegamento funzionale tra il rilascio delle suddette concessioni edilizie ed i contributi conseguenti a carico del privato, trattandosi appunto di pretesa del Comune fondata su provvedimenti amministrativi non gravati e divenuti inoppugnabili.
Tali argomentazioni sono state svolte anche dalla Corte di Cassazione, secondo cui “la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sussiste anche a prescindere dall'instaurazione di una controversia in via di impugnazione diretta del provvedimento amministrativo, di concessione o di determinazione del contributo, purché fra la controversia ed il provvedimento vi sia uno stretto collegamento funzionale”, aggiungendo inoltre che “rientrano quindi nell'ambito della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie in genere aventi ad oggetto l'inadempimento di obblighi nascenti da una concessione. Né rileva che il rapporto concessorio si sia esaurito per decorrenza del termine di durata di esso, poiché la riserva di giurisdizione operata dalla norma a favore del giudice amministrativo riguarda il rapporto di concessione indipendentemente dal fatto che esso sia ancora in vita o sia cessato, purché la controversia ponga in discussione il rapporto nel suo momento genetico o funzionale”.

Invero il Collegio ritiene che non sussistano ragioni valide per discostarsi dal prevalente orientamento giurisprudenziale (già ritenuta da questo Tribunale in fattispecie analoghe: cfr. TAR Salerno, sez. II, nn. 580, 581, 582, 583, e 594/2011) secondo cui l’art. 34 del D.Lgs. 31.03.1998 n. 80 (come sostituito dalla L. 21.07.2000 n. 205 ed in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale 06.07.2004 n. 204), nel devolvere alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto atti e provvedimenti dell’Amministrazione in materia urbanistica ed edilizia, comprende la totalità degli aspetti dell’uso del territorio, nessuno escluso (TAR Campania, Napoli, Sez. I, 26.06.2008 n. 6283, TAR Campania, Salerno, 04.04.2008 n. 475, TAR Piemonte, 17.07.2008 n. 1646): sicché, come già previsto dall’art. 16 della L. 28.01.1977 n. 10, devono ritenersi rientranti in tale giurisdizione anche le controversie relative alla determinazione, liquidazione e corresponsione degli oneri concessori che involgono diritti soggettivi delle parti, considerato anche che il contributo per oneri di urbanizzazione costituisce un corrispettivo posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione del concessionario ai costi delle opere di urbanizzazione (in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae) connesso al rilascio della concessione edilizia e pertanto discendente dall’adozione di un provvedimento amministrativo (Consiglio di Stato, Sez. V, 21.04.2006 n. 2258).
In altri termini, la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sulle controversie attinenti alla corresponsione dei suddetti oneri concessori discende dallo stretto collegamento funzionale tra il rilascio delle suddette concessioni edilizie ed i contributi conseguenti a carico del privato, trattandosi appunto di pretesa del Comune fondata su provvedimenti amministrativi non gravati e divenuti inoppugnabili.
Tali argomentazioni sono state svolte anche dalla Corte di Cassazione, secondo cui “la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sussiste anche a prescindere dall'instaurazione di una controversia in via di impugnazione diretta del provvedimento amministrativo, di concessione o di determinazione del contributo, purché fra la controversia ed il provvedimento vi sia uno stretto collegamento funzionale”, aggiungendo inoltre che “rientrano quindi nell'ambito della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie in genere aventi ad oggetto l'inadempimento di obblighi nascenti da una concessione. Né rileva che il rapporto concessorio si sia esaurito per decorrenza del termine di durata di esso, poiché la riserva di giurisdizione operata dalla norma a favore del giudice amministrativo riguarda il rapporto di concessione indipendentemente dal fatto che esso sia ancora in vita o sia cessato, purché la controversia ponga in discussione il rapporto nel suo momento genetico o funzionale” (Cassazione civile, Sezioni Unite, 20.11.2007 n. 24009).
Il Collegio ritiene inoltre che le conclusioni esposte in ordine alla sussistenza della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sulle controversie relative ad oneri concessori non mutano a seconda della natura giuridica pubblica o privata del ricorrente, con la conseguenza che appare del tutto indifferente la circostanza che nel presente giudizio a ricorrere sia il Comune di Salerno e non un privato
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 24.09.2012 n. 1676 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nelle controversie aventi a oggetto gli obblighi di pagamento dei contributi afferenti alle concessioni ed ai permessi edilizi, il giudizio non ha carattere impugnatorio, ancorché esso sia proposto, formalmente, come contestazione di una determinazione amministrativa, in quanto mira ad accertare la sussistenza o la misura del credito vantato dal Comune.
Ne deriva che il ricorso può essere correttamente proposto nel termine di prescrizione del diritto e, dunque, anche dopo che siano trascorsi più di sessanta giorni dalla conoscenza, da parte dell’interessato, dell’atto con cui l’amministrazione ha quantificato i contestati contributi, richiedendone il pagamento.

Costituisce indirizzo consolidato, dal quale la Sezione non ravvisa ragione per discostarsi, che, nelle controversie aventi a oggetto gli obblighi di pagamento dei contributi afferenti alle concessioni ed ai permessi edilizi, il giudizio non ha carattere impugnatorio, ancorché esso sia proposto, formalmente, come contestazione di una determinazione amministrativa, in quanto mira ad accertare la sussistenza o la misura del credito vantato dal Comune.
Ne deriva che il ricorso può essere correttamente proposto nel termine di prescrizione del diritto e, dunque, anche dopo che siano trascorsi più di sessanta giorni dalla conoscenza, da parte dell’interessato, dell’atto con cui l’amministrazione ha quantificato i contestati contributi, richiedendone il pagamento (cfr. C.d.S., sez. IV, 04.11.2011, n. 585, e 02.03.2011, n. 1365; C.d.S., sez. V, 06.11.2007, n. 623; 21.04.2006, n. 2258; 10.07.2003, n. 4102)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 24.09.2012 n. 5080 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La procedura. Decisivo il peso dell'insediamento. Soggette al versamento anche le aree scoperte.
INDUSTRIA E COMMERCIO/ Il Tar Emilia Romagna: per i depositi all'aria aperta occorre fare riferimento all'attività commerciale svolta in prevalenza.

Anche il semplice utilizzo di un'area scoperta può comportare il pagamento di oneri urbanizzatori.
È quanto precisato di recente dal TAR Emilia-Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 12.09.2012 n. 557, con riferimento a un permesso di costruire per una struttura destinata da un concessionario di autovetture a deposito a cielo aperto e vendita di veicoli nuovi e usati.
Il titolare della concessionaria aveva impugnato il provvedimento comunale di determinazione della quota di contributo afferente al costo di costruzione e di revisione in aumento della quota relativa agli oneri di urbanizzazione secondaria, nonché l'ingiunzione di pagamento. Il ricorrente denunciava la violazione delle tabelle comunali per il calcolo degli oneri urbanistici, perché effettuata con riferimento a quelle (più onerose) per le "attività commerciali" e non a quelle (inferiori) per i "depositi a cielo aperto", così come previsto per la zona interessata dalle norme di attuazione del Prg (piano regolatore generale). Inoltre il titolare contestava anche la mancata comunicazione di avvio del procedimento (articoli 7 e 8 della legge n. 241/1990).
I giudici hanno innanzitutto disatteso quest'ultima censura, perché hanno classificato l'atto di determinazione del contributo non come un provvedimento in autotutela dell'amministrazione, ma come un atto con il quale il Comune determina (e in questo caso rettifica) i contributi urbanistici, che chiunque richieda un titolo edilizio è tenuto a pagare prima del rilascio del permesso di costruire. Si tratta di atti che non rivestono natura provvedimentale, incidendo su posizioni di diritto soggettivo, ed hanno carattere vincolato, rendendo inutile la partecipazione del soggetto coinvolto.
Il Tar ha considerato infondato anche il motivo con cui la società ricorrente ha ritenuto illegittima la rideterminazione degli oneri concessori in base ai valori per le attività commerciali, piuttosto che a quelli dei depositi a cielo aperto. La sentenza osserva come l'intervento non consista nella realizzazione di un edificio strumentale ad una attività produttiva inerente il deposito a cielo aperto di autoveicoli, bensì nella realizzazione di un complesso funzionale all'attività commerciale di vendita di autoveicoli che vede, quale ulteriore attività collaterale a quella principale di concessionaria della casa automobilistica, anche l'utilizzo di parte dell'area quale deposito a cielo aperto di vetture.
Quindi è del tutto legittimo che l'amministrazione comunale, in sede di corretta determinazione dei contributi urbanistici, debba necessariamente individuare e calcolare l'importo sulla base di quanto prevedono le relative tabelle in relazione all'esatta qualificazione del complessivo intervento assentito e, quindi, anche in modo corrispondente all'effettiva qualificazione dell'attività svolta dal ricorrente nel nuovo edificio oggetto di concessione edilizia.
Poiché l'attività svolta è quella della vendita di autoveicoli nuovi e usati, i contributi devono essere calcolati secondo le tabelle proprie di ciascuna categoria di uso presente nell'intervento realizzato.
Nella specie, pertanto, in riferimento all'edificio assentito, è dovuto sia il contributo per oneri di costruzione (essendo esenti, secondo la normativa urbanistica locale, solo gli interventi destinati ad usi produttivi), sia il contributo per oneri di urbanizzazione, commisurato, alla attività commerciale effettivamente svolta nell'edificio (articolo Il Sole 24 Ore del 26.11.2012).

EDILIZIA PRIVATA: I contributi di costruzione. I chiarimenti che arrivano dal Consiglio di Stato. La data di Scia e Dia fissa il prezzo degli oneri. Niente aumenti dopo la presentazione dell'istanza.
GLI INTERVENTI MAGGIORI/ Solo per il permesso di costruire i conteggi vengono differiti fino all'approvazione del progetto.

L'obbligo di pagare gli oneri di urbanizzazione per gli interventi edilizi non dipende solo dal rilascio del provvedimento autorizzatorio, ma sorge anche in caso di presentazione di una denuncia di inizio di attività edilizia o di una Scia (segnalazione certificata di inizio attività), insieme all'inoltro della segnalazione o alla presentazione della denuncia. L'obbligo, infatti, è correlato all'aumento del carico urbanistico, quindi all'attività di trasformazione del territorio. È alla disciplina vigente al momento di presentazione della Scia o della denuncia che l'amministrazione dovrà fare riferimento per calcolare gli oneri dovuti, senza considerare mutamenti tariffari successivamente intervenuti o richiedere conguagli.
Un principio, quest'ultimo, affermato dal Consiglio di Stato, Sez. IV, con la sentenza 04.09.2012 n. 4669.
In caso di rilascio del permesso di costruire, invece, l'obbligo di pagamento sorge con l'approvazione del progetto, anche se questo passaggio avviene a distanza di anni dalla domanda, e si dovrà fare riferimento alle tariffe vigenti in questo momento e non a quelle, eventualmente più favorevoli, in vigore alla data di presentazione della domanda (Consiglio di Stato, sezione IV, pronunce n. 3116 e n. 1752 del 2011).
Le origini
Il principio di onerosità della concessione edilizia è stato introdotto dalla legge Bucalossi (la n. 10/1977) e poi trasfuso nell'articolo 16 del testo unico dell'edilizia (il Dpr 380/2001); norma della quale la giurisprudenza ha progressivamente definito i contenuti e la portata, chiarendone gli aspetti più problematici.
Per orientamento ormai consolidato (da ultimo Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 30.07.2012, n. 4320) il contributo per il rilascio del permesso di costruire ha natura di prestazione patrimoniale pubblicistica ed obbligatoria, di tipo non tributario (Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 20.04.2009, n. 2359). Si tratta di una prestazione a carattere generale, non disponibile dalle parti, poiché prescinde dalla effettiva realizzazione dell'intervento urbanizzatorio (Consiglio di Stato, sezione V, 22.02.2011, n. 1108). Ad esempio, è stato escluso che potesse omettersi il pagamento degli oneri concessori a fronte di un asserito inadempimento del Comune della "controprestazione" pattuita, che nel caso specifico consisteva nella costruzione di una strada indispensabile per assicurare l'accesso al suolo interessato dal permesso di costruire (Consiglio di Stato, sezione V, pronuncia 15.12.2005, n. 7140).
Il presupposto del contributo viene individuato nell'incremento del "carico urbanistico", quello, cioè, che viene prodotto da un nuovo insediamento o dall'ampliamento di uno preesistente, per l'aumento delle persone insediate e la correlata domanda di ulteriori strutture ed opere collettive (strade, fognature, eccetera) in una determinata area.
La quantificazione del contributo è del tutto indipendente sia dalle spese effettivamente occorrenti all'amministrazione per realizzare le opere di urbanizzazione, sia dall'immediata utilità che il proprietario dell'area riceve in conseguenza di un formale titolo edificatorio, ovvero dalla possibilità di eseguire l'intervento costruttivo in forza di Dia o Scia.
L'aggiornamento
Gli oneri di urbanizzazione devono essere aggiornati ogni cinque anni dai Comuni, in conformità alle relative disposizioni regionali e in relazione ai riscontri dei prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale. Quindi, una volta intervenuta la delibera comunale di aggiornamento, ogni trasformazione edilizia può essere assoggettata solo al pagamento degli oneri di urbanizzazione tabellari previsti dal provvedimento comunale vigente e applicati in relazione alla tipologia e localizzazione del manufatto, oppure all'entità della trasformazione urbanistica (Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 24.12.2009, n. 8757).
La delibera del Consiglio comunale con la quale vengono determinati gli oneri di urbanizzazione è considerata dalla giurisprudenza un atto autoritativo e, come tale, è soggetta all'ordinario termine di decadenza ai fini della sua impugnazione (60 giorni). Viceversa, nel caso in cui non vengano dedotte censure nei confronti della delibera, ma ci si limiti a contestare la concreta quantificazione del contributo di urbanizzazione e il suo ammontare, le controversie riguardano posizioni di diritto soggettivo e sono azionabili nel termine di prescrizione di cinque anni innanzi al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva (Consiglio di Stato, sezione V, 28.05.2012, n. 3122; sezione IV, 10.03.2011, n. 1565).
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I punti fermi della giurisprudenza
01 | L'OBBLIGO DI PAGARE SCATTA CON LA CONCESSIONE
Il rilascio della concessione edilizia si configura come fatto costitutivo dell'obbligo del concessionario di pagare il contributo per oneri di urbanizzazione. Il privato deve contribuisce così alle spese affrontate dal Comune per le opere indispensabili affinché l'area diventi idonea all'insediamento autorizzato e grazie alle quali l'area acquista un beneficio economicamente rilevante. Il contributo va calcolato secondo i parametri vigenti al momento del rilascio della concessione - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 30.07.2012, n. 4320
02 | CON LA DIA IL PAGAMENTO È IMMEDIATO
Nel caso di presentazione di una denuncia di inizio di attività edilizia (Dia), l'obbligo di pagare gli oneri di urbanizzazione e il costo di costruzione sussiste all'atto della presentazione della Dia stessa. L'importo è in relazione alla situazione esistente al momento della presentazione della domanda - Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 28.05.2012 n. 3122
03 | AL TAR I RICORSI CONTRO IL CALCOLO DEI VERSAMENTI
La delibera del Consiglio comunale con la quale vengono determinati i contributi concessori per gli interventi edilizi è da considerarsi un atto autoritativo e, come tale, è soggetta all'ordinario termine di decadenza ai fini della sua impugnazione. Al contrario, le controversie sulla contestazione degli oneri di urbanizzazione attengono a posizioni di diritto soggettivo azionabili davanti al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva nel termine di prescrizione - Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 28.05.2012 n. 3122
04 | PER STABILIRE GLI IMPORTI NON SERVE LA MOTIVAZIONE
La determinazione del contributo e degli oneri di urbanizzazione costituisce atto vincolato, che va effettuato sulla base di parametri prestabiliti e pertanto non richiede una specifica motivazione sulla determinazione delle somme
Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 01.09.2011, n. 4906
05 | VALORI DA INDIVIDUARE IN BASE ALL'ATTIVITÀ SVOLTA
L'ente locale deve necessariamente individuare e calcolare il quantum contributivo sulla base di quanto prevedono le tabelle e in relazione all'esatta qualificazione del complessivo intervento assentito. Il calcolo va quindi effettuato anche in modo corrispondente all'effettiva qualificazione dell'attività svolta nel nuovo edificio oggetto di concessione edilizia e di contribuzione urbanistica - Tar Emilia-Romagna, Bologna, sezione II, sentenza 12.09.2012, n. 557
06 | TERRAZZI, SOFFITTE E CANTINE ESCLUSI DAI CONTEGGI
Il calcolo degli oneri di urbanizzazione va effettuato tenendo conto anche delle "superfici di calpestio", ma per esse devono intendersi solo quelle utili, costituite dalla somma delle aree di pavimento dei singoli vani utilizzati per le attività e destinazioni d'uso. Vanno escluse dal conteggio le aree destinate ai porticati, ai pilotis, alle logge, ai balconi, ai terrazzi, ai locali cantina, soffitte e ai locali sottotetto non agibili.
Queste esclusioni sono coerenti con il presupposto per l'insorgenza dell'obbligo di versare gli oneri di urbanizzazione, e cioè che vi sia un effettivo aggravio del carico urbanistico dovuto alla incidenza dell'intervento edilizio, che deve essere ragionevolmente considerato non nell'insieme delle superfici "di calpestio", ma di quelle utili, le sole in grado di comportare un maggior incremento del carico urbanistico - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 15.07.2009, n. 4439
07 | ININFLUENTE LO SVILUPPO URBANISTICO DELL'AREA
Gli oneri di urbanizzazione stabiliti in via generale sono dovuti a prescindere dalla situazione urbanizzativa delle zone in cui ricadono i singoli interventi, in quanto essi adempieno all'esigenza di una partecipazione patrimoniale da parte dei privati al pregiudizio economico gravante sulla collettività comunale per effetto della trasformazione del territorio - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 24.12.2009, n. 8757
08 | SI PAGA SOLO SULLA BASE DEL PROGETTO PRESENTATO
L'imponibile per la liquidazione degli oneri d'urbanizzazione deve essere valutato sulla base delle tariffe esistenti al momento della domanda del permesso di costruire e con esclusivo riguardo all'immobile così come definito e autorizzato, risultando irrilevanti le istanze edilizie quando ad esse non abbia fatto seguito il titolo abilitativo - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 22.03.2011, n. 1752
09 | IMPORTI CONTESTABILI ANCHE SENZA IMPUGNARE L'ATTO
L'azione giudiziaria, volta alla declaratoria dell'insussistenza o di una diversa entità del debito contributivo per oneri di urbanizzazione, è esperibile a prescindere dall'impugnazione o dall'esistenza dell'atto con cui è preteso il pagamento del contributo, trattandosi di un giudizio d'accertamento di un rapporto obbligatorio pecuniario, proponibile nel termine di prescrizione - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 22.03.2011, n. 1752 (articolo Il Sole 24 Ore del 26.11.2012).

EDILIZIA PRIVATA: Gli oneri urbanizzativi devono essere determinati con riguardo alla disciplina vigente al momento della presentazione della d.i.a..
La denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge.
Tale lettura, in senso non provvedimentale, è stata peraltro immediatamente fatta propria dal legislatore il quale, introducendo il comma 6-ter dell’art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241 “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi” tramite l'articolo 6, comma 1, lettera c), del D.L. 13.08.2011, n. 138, ha espressamente qualificato tali atti come “non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili”.
In questo senso, appare consequenziale e condivisibile la ricostruzione della natura del silenzio tenuto dall’amministrazione (sempre come ritenuto dalla citata Consiglio di Stato ad. plen. 29.07.2011 n. 15), per cui “il passaggio del tempo non produce un titolo costitutivo avente valore di assenso ma impedisce l'inibizione di un'attività già intrapresa in un momento anteriore”.
In tal modo, appare chiaro che l’efficacia del titolo formatosi in base all’atto del privato (rectius, la modalità abilitativa alla realizzazione dell’intervento edilizio) si determina indipendentemente dal mancato esercizio del potere di interdizione da parte della pubblica amministrazione, trattandosi di fattispecie che operano su piani giuridici diversi.
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Sussiste l’immediato sorgere dell’obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione in relazione alla situazione esistente al momento della presentazione della d.i.a..
Tra l'altro, la vicenda deve ritenersi confermata anche dalla particolare disciplina della d.i.a. contenuta nella l.r. 12/2005 (art. 42, commi 2 e 3) che prevede, da un lato, che il calcolo dei dovuti oneri di urbanizzazione e costo di costruzione sia allegato già al momento della presentazione della denuncia di inizio attività e, in secondo luogo, disponendo che il pagamento sia effettuato con le modalità previste dalla vigente normativa che, per gli oneri di urbanizzazione, impone l’adempimento entro trenta giorni successivi alla presentazione della denuncia di inizio attività, rendendo quindi impermeabile la disciplina ai mutamenti disciplinari successivi.

Con ricorso iscritto al n. 2569 del 2010, Nova Domus Italia s.r.l. propone appello avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, sezione seconda, n. 13 del giorno 11 gennaio 2010 con la quale è stato respinto il ricorso proposto contro il Comune di Milano per l'annullamento della nota pg. 90611/2008 del Comune di Milano, Sportello Unico dell’Edilizia, in data 30.01.2008, avente ad oggetto: “Denuncia di inizio attività per ristrutturazione edilizia con demolizione e ricostruzione in via Carbonera Azzo n. 1, pratica n. 10740/2007, P.G. 1111435000/2007 – Integrazione del contributo di costruzione”.
Dinanzi al giudice di prime cure, la Nuova Domus Italia s.r.l. aveva impugnato il provvedimento con il quale il Comune aveva disposto il conguaglio del contributo di costruzione relativo alla d.i.a., presentata in data 30.01.2008, relativa ad un intervento via Carbonera Azzo n. 1, in esecuzione della deliberazione del consiglio comunale n. 73/2007, divenuta esecutiva in data 08.01.2008, che aveva aggiornato in aumento gli oneri di urbanizzazione dovuti per gli interventi edilizi.
La ricorrente riteneva che l’integrazione richiesta fosse illegittima per violazione degli artt. 42, 44 e 48 della L.R. 12/2005 e degli artt. 16 e 23 del D.P.R. 380/01 ed eccesso di potere in quanto gli oneri urbanizzativi dovrebbero essere determinati con riguardo alla disciplina vigente al momento della presentazione della domanda. Chiedeva quindi il risarcimento dei danni per la stipulazione della fideiussione richiesta dal Tribunale in sede cautelare.
La difesa comunale ha invece sostenuto la legittimità del provvedimento comunale in quanto, dovendo ritenersi che la d.i.a. produca effetti decorsi trenta giorni dalla sua presentazione al Comune, tutte le sopravveninenze normative intercorse tra la presentazione e l’efficacia debbono essere applicate al procedimento.
Il ricorso veniva deciso con la sentenza appellata. In essa, il TAR riteneva infondate le censure proposte, considerando la DIA, indifferentemente alla considerazione della sua natura come atto di autorizzazione implicita o come atto privato, fosse comunque soggetta alle modifiche normative fino al momento della compiuta efficacia, ossia fino alla data di possibile esercizio del potere interdittivo dell’amministrazione.
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Il giudice di prime cure ha affrontato il tema delle sopravvenienze normative intercorse tra la presentazione della DIA e la sua efficacia evidenziando come “la DIA, indipendentemente dalla qualifica giuridica assegnata –punto su cui come noto si contrappongono due differenti orientamenti che sostengono rispettivamente la natura di autorizzazione implicita (Cons. Stato sez IV 5811/2008) e di atto privato (Cons. Stato sez. VI 717/2009)– produce effetti al trentesimo giorno dalla sua presentazione, purché, come già affermato da questa Sezione, sia completa di tutti gli elementi richiesti dalla legge (sentenza n. 5737/2008).
Nello spatium deliberandi dei trenta giorni dalla presentazione della denuncia, periodo durante il quale l’Amministrazione ha un compito di controllo, a conclusione del quale può esercitare poteri inibitori dei lavori non ancora avviati, le eventuali modifiche normative devono trovare applicazione, in quanto il procedimento non è ancora perfezionato e la DIA non può produrre effetti: vige allora il principio del tempus regit actum, per cui l'Amministrazione è tenuta ad applicare la normativa in vigore al momento dell'adozione del provvedimento definitivo, quand'anche sopravvenuta, e non già, salvo che espresse norme statuiscano diversamente, quella in vigore al momento dell'avvio del procedimento.
Tale posizione è stata ampiamente espressa da questa Sezione nella sentenza richiamata dalla difesa comunale (n. 588/2006), in cui si è affermato il principio secondo cui “le innovazioni normative introdotte medio tempore non sono irrilevanti, giacché un intervento edilizio, ancorché conforme alla normativa vigente al tempo della denuncia, ben può essere interdetto ove non sia più in linea con la normativa sopravvenuta, entrata in vigore (o destinata a entrare in vigore) prima del compimento del trentesimo giorno dalla presentazione della denuncia stessa.”
E il principio della “sensibilità” della DIA alle modifiche legislative nei trenta giorni tra la presentazione e l’inizio dell’efficacia, deve trovare applicazione anche rispetto ad eventuali variazioni delle disposizioni regolamentari, tra cui la disciplina pianificatoria e le tariffe degli oneri. Pare quindi corretta la posizione dell’Amministrazione Comunale laddove ritiene che la nuova disciplina introdotta con un atto deliberativo che produce effetti dall'08.01.2008 vada applicato anche alle DIA per le quali non è decorso il termine di trenta giorni
”.
L’impostazione seguita dal giudice di prime cure non appare però in linea con i più recenti arresti giurisprudenziali e con le disposizioni legislative successive che, sebbene non applicabili ratione temporis, servono a meglio illuminare il tema della disciplina applicabile alla fattispecie.
Occorre, infatti, rilevare come questo Consiglio abbia posto fine al dibattito sulla natura dei titoli abilitativi non provvedimentali in edilizia con la sentenza dell’Adunanza plenaria 29.07.2011 n. 15 dove, a seguito di un’attenta ricostruzione delle diverse posizioni sostenute, raffrontate al quadro normativo in evoluzione, si è affermato che “la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge”.
Tale lettura, in senso non provvedimentale, è stata peraltro immediatamente fatta propria dal legislatore il quale, introducendo il comma 6-ter dell’art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241 “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi” tramite l'articolo 6, comma 1, lettera c), del D.L. 13.08.2011, n. 138, ha espressamente qualificato tali atti come “non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili”.
In questo senso, appare consequenziale e condivisibile la ricostruzione della natura del silenzio tenuto dall’amministrazione (sempre come ritenuto dalla citata Consiglio di Stato ad. plen. 29.07.2011 n. 15), per cui “il passaggio del tempo non produce un titolo costitutivo avente valore di assenso ma impedisce l'inibizione di un'attività già intrapresa in un momento anteriore”. In tal modo, appare chiaro che l’efficacia del titolo formatosi in base all’atto del privato (rectius, la modalità abilitativa alla realizzazione dell’intervento edilizio) si determina indipendentemente dal mancato esercizio del potere di interdizione da parte della pubblica amministrazione, trattandosi di fattispecie che operano su piani giuridici diversi.
Deve quindi convenirsi con l’appellante in merito all’immediato sorgere dell’obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione in relazione alla situazione esistente al momento della presentazione della domanda, vicenda che deve ritenersi confermata anche dalla particolare disciplina della denuncia di inizio attività contenuta nella legge regionale (art. 42, commi 2 e 3, della legge regionale Lombardia n. 12 del giorno 11.03.2005 “Legge per il governo del territorio”) che prevede, da un lato, che il calcolo dei dovuti oneri di urbanizzazione e costo di costruzione sia allegato già al momento della presentazione della denuncia di inizio attività e, in secondo luogo, disponendo che il pagamento sia effettuato con le modalità previste dalla vigente normativa che, per gli oneri di urbanizzazione, impone l’adempimento entro trenta giorni successivi alla presentazione della denuncia di inizio attività, rendendo quindi impermeabile la disciplina ai mutamenti disciplinari successivi (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 04.09.2012 n. 4669 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASia nella precedente che nell’attuale normativa in effetti (articoli 3, 5, 6 della L. 10/1977 e 16 del D.P.R. 380/2001) alle nuove edificazioni e agli altri interventi –comunque soggetti a titolo abilitativo– corrisponde il pagamento di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione. La natura giuridica del predetto contributo è quella di prestazione patrimoniale imposta, anche indipendentemente dall'utilità specifica del singolo concessionario, comunque tenuto a concorrere alla spesa pubblica per le infrastrutture che debbono accompagnare ogni nuovo insediamento edificatorio.
In particolare il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae. Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’alloggio, in quanto una diversa utilizzazione rispetto a quella stabilita nell’originario titolo abilitativo può determinare una variazione quantitativa e qualitativa del carico urbanistico.
In termini generali, il fondamento del contributo di urbanizzazione –da versare al momento del rilascio di una concessione edilizia– non consiste nell'atto amministrativo in sé bensì nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare sugli interessati che beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime, secondo modalità eque per la comunità.
L'entità degli oneri di urbanizzazione è in buona sostanza correlata alla variazione del carico urbanistico, sicché è ben possibile che un intervento di ristrutturazione e mutamento di destinazione d'uso possa non comportare aggravi di carico urbanistico e quindi l'obbligo della relativa corresponsione degli oneri; al contrario è altrettanto possibile che in caso di mutamento di destinazione di uso nell'ambito della stessa categoria urbanistica, faccia seguito un maggior carico urbanistico indotto dalla realizzazione di quanto assentito e correlativamente siano dovuti gli oneri concessori.
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In presenza di un insediamento già capace di rispondere a bisogni collettivi (come la struttura preesistente adibita ad orfanatrofio) l’amministrazione –per poter legittimamente esigere il contributo per gli oneri di urbanizzazione– deve dare contezza degli indici o, comunque, delle condizioni da cui si evince il maggior carico urbanistico addebitabile al richiesto mutamento di destinazione.
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Pacifica è la diversa natura degli oneri di urbanizzazione rispetto ai costi di costruzione, i quali rappresentano una compartecipazione comunale all’incremento di valore della proprietà immobiliare del costruttore a seguito della nuova edificazione.
Mentre il contributo per gli oneri di urbanizzazione ha funzione recuperatoria delle spese sostenute dalla collettività comunale in relazione alla trasformazione del territorio assentita al singolo, il contributo per costo di costruzione, che è rapportato alle caratteristiche ed alla tipologia delle costruzioni e non è alternativo ad altro valore di genere diverso, afferisce alla mera attività costruttiva in sé valutata: l’obbligazione contributiva per costo di costruzione, dunque, è a-causale ed appare soffermarsi sulla produzione di ricchezza connessa all’utilizzazione edificatoria del territorio ed alle potenzialità economiche che ne derivano e, pertanto, ha natura essenzialmente paratributaria. Il contributo afferente al costo di costruzione, a norma dell’art. 6 della L. 10/1977, è determinato in rapporto alle caratteristiche, alle tipologie delle costruzioni e delle loro destinazioni ed ubicazioni (oggi occorre fare riferimento all’art. 16 del D.P.R. 380/2001).
Ne deriva, quindi, che nell’ipotesi di variazione di destinazione d’uso di un immobile accompagnata dalla realizzazione di opere, sussiste il presupposto per il pagamento della parte di contributo afferente al costo di costruzione, da riferire al dato oggettivo della risistemazione dell’edificio.

Passando all’esame della prospettazione principale, parte ricorrente sostiene che la trasformazione di un orfanatrofio in scuola dell’obbligo non determina un mutamento di destinazione d’uso rilevante ai fini urbanistici edilizi, dato che si tratta di servizi assimilabili, collocati all’interno della stessa categoria funzionale; aggiunge che le opere realizzate non determinano uno stravolgimento dell’organismo edilizio esistente, bensì il consolidamento, ripristino e rinnovo di alcuni elementi costitutivi (pavimenti e solai) e l’inserimento di accessori (ascensore, servo scala, servizi igienici, etc.): l’intervento è ascrivibile nella categoria del restauro e risanamento conservativo, non soggetto al pagamento di contributi.
La tesi è parzialmente fondata.
Deve essere vagliata preliminarmente la deduzione di parte ricorrente tesa a mettere in luce l’assenza di un maggiore carico urbanistico a seguito della realizzazione della nuova struttura.
Sia nella precedente che nell’attuale normativa in effetti (articoli 3, 5, 6 della L. 10/1977 e 16 del D.P.R. 380/2001) alle nuove edificazioni e agli altri interventi –comunque soggetti a titolo abilitativo– corrisponde il pagamento di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione. La natura giuridica del predetto contributo è quella di prestazione patrimoniale imposta, anche indipendentemente dall'utilità specifica del singolo concessionario, comunque tenuto a concorrere alla spesa pubblica per le infrastrutture che debbono accompagnare ogni nuovo insediamento edificatorio (Consiglio di Stato, sez. VI – 25/08/2009 n. 5059).
In particolare il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae (cfr. per tutti TAR Puglia Bari, sez. III – 10/02/2011 n. 243). Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’alloggio, in quanto una diversa utilizzazione rispetto a quella stabilita nell’originario titolo abilitativo può determinare una variazione quantitativa e qualitativa del carico urbanistico (Sentenza Sezione 11/06/2004 n. 646; TAR Lombardia Milano, sez. II – 02/10/2003 n. 4502; Consiglio Stato, sez. V – 25/05/1995 n. 822).
In termini generali, il fondamento del contributo di urbanizzazione –da versare al momento del rilascio di una concessione edilizia– non consiste nell'atto amministrativo in sé bensì nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare sugli interessati che beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime, secondo modalità eque per la comunità. L'entità degli oneri di urbanizzazione è in buona sostanza correlata alla variazione del carico urbanistico, sicché è ben possibile che un intervento di ristrutturazione e mutamento di destinazione d'uso possa non comportare aggravi di carico urbanistico e quindi l'obbligo della relativa corresponsione degli oneri; al contrario è altrettanto possibile che in caso di mutamento di destinazione di uso nell'ambito della stessa categoria urbanistica, faccia seguito un maggior carico urbanistico indotto dalla realizzazione di quanto assentito e correlativamente siano dovuti gli oneri concessori (TAR Lazio Roma, sez. II – 14/11/2007 n. 11213).
Nella fattispecie non affiorano elementi utili a comprovare che il mutamento di destinazione d'uso sia stato accompagnato da un’alterazione del carico urbanistico. Al contrario la stessa amministrazione comunale afferma di aver concesso una riduzione dell’80% rispetto a quanto dovuto in applicazione della tabella C.3 allegata alla L.r. 60-61/1977 (seppur motivato dalla natura di interesse generale dell’opera).
In ogni caso, come sostenuto di recente (cfr. sentenza Sezione 02/03/2012 n. 355) in presenza di un insediamento già capace di rispondere a bisogni collettivi (come la struttura preesistente adibita ad orfanatrofio) l’amministrazione –per poter legittimamente esigere il contributo per gli oneri di urbanizzazione– avrebbe dovuto dare contezza degli indici o, comunque, delle condizioni da cui si evinceva il maggior carico urbanistico addebitabile al richiesto mutamento di destinazione (cfr. TAR Lombardia Milano, sez. IV – 04/05/2009 n. 3604).
Non avendo evidenziato la ricorrenza, nel caso concreto (mediante raffronto tra la destinazione originaria e quella attuale) del presupposto del pagamento richiesto –ossia della variazione in aumento della domanda di servizi– deve ritenersi indebitamente preteso l’importo di € 39.280,38, da restituire alla parte ricorrente.
Pacifica è la diversa natura degli oneri di urbanizzazione rispetto ai costi di costruzione, i quali rappresentano una compartecipazione comunale all’incremento di valore della proprietà immobiliare del costruttore a seguito della nuova edificazione (cfr. TAR Abruzzo Pescara – 18/10/2010 n. 1142).
Mentre il contributo per gli oneri di urbanizzazione ha funzione recuperatoria delle spese sostenute dalla collettività comunale in relazione alla trasformazione del territorio assentita al singolo, il contributo per costo di costruzione, che è rapportato alle caratteristiche ed alla tipologia delle costruzioni e non è alternativo ad altro valore di genere diverso, afferisce alla mera attività costruttiva in sé valutata: l’obbligazione contributiva per costo di costruzione, dunque, è a-causale ed appare soffermarsi sulla produzione di ricchezza connessa all’utilizzazione edificatoria del territorio ed alle potenzialità economiche che ne derivano e, pertanto, ha natura essenzialmente paratributaria (TAR Campania Salerno, sez. II – 11/06/2002 n. 459). Il contributo afferente al costo di costruzione, a norma dell’art. 6 della L. 10/1977, è determinato in rapporto alle caratteristiche, alle tipologie delle costruzioni e delle loro destinazioni ed ubicazioni (oggi occorre fare riferimento all’art. 16 del D.P.R. 380/2001).
Ne deriva, quindi, che nell’ipotesi di variazione di destinazione d’uso di un immobile accompagnata dalla realizzazione di opere, sussiste il presupposto per il pagamento della parte di contributo afferente al costo di costruzione, da riferire al dato oggettivo della risistemazione dell’edificio. Deve dunque essere assoggettato ad imposizione il complessivo valore aggiunto del fabbricato destinato a nuova struttura ricettiva, e la base di calcolo è stata correttamente individuata in € 49.280,30 €.
In conclusione il ricorso è parzialmente fondato e deve essere accolto nella parte in cui il Comune ha erroneamente preteso la quota di oneri di urbanizzazione (€ 39.280,38), che devono essere restituiti. Sulla somma vanno calcolati gli interessi i quali decorrono –trattandosi di azione di ripetizione di indebito– dalla data di proposizione della domanda giudiziale, dovendosi presumere la buona fede dell’amministrazione resistente in assenza di dimostrazione contraria, mentre non spetta la rivalutazione monetaria trattandosi di indebito oggettivo il quale genera solo l’obbligazione di restituzione degli interessi a norma dell’art. 2033 del c.c. (cfr. TAR Lombardia Milano, sez. II – 05/05/2004 n. 1620; TAR Lazio Roma, sez. I – 19/01/1999 n. 99; Consiglio di Stato, sez. V – 30/10/1997 n. 1207) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 24.08.2012 n. 1467 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAlle nuove edificazioni e agli altri interventi –comunque soggetti a titolo abilitativo– corrisponde il pagamento di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione. La natura giuridica del predetto contributo è quella di prestazione patrimoniale imposta, anche indipendentemente dall’utilità specifica del singolo concessionario, comunque tenuto a concorrere alla spesa pubblica per le infrastrutture che debbono accompagnare ogni nuovo insediamento edificatorio.
Il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae.
Dalla natura di prestazione obbligatoriamente dovuta discende che il privato non può esimersi dal pagamento del contributo, e che l’amministrazione può riesaminare la pratica anche dopo il rilascio del titolo che abilita l’intervento edilizio: le vicende che coinvolgono il permesso di costruire si sviluppano in autonomia, senza interferire con le questioni che incidono su “an” e “quantum” dell’obbligazione pecuniaria. Per tale ragione l’amministrazione ha legittimamente fatto ricorso “ex post” al potere di autotutela, pochi mesi dopo l’emissione del titolo autorizzatorio e con largo anticipo rispetto al compimento del termine prescrizionale (di 10 anni).

Sia nell’attuale normativa che in quella pregressa (art. 16 del D.P.R. 380/2001 e artt. 3, 5, 6 della L. 10/1977) alle nuove edificazioni e agli altri interventi –comunque soggetti a titolo abilitativo– corrisponde il pagamento di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione. La natura giuridica del predetto contributo è quella di prestazione patrimoniale imposta, anche indipendentemente dall’utilità specifica del singolo concessionario, comunque tenuto a concorrere alla spesa pubblica per le infrastrutture che debbono accompagnare ogni nuovo insediamento edificatorio (Consiglio di Stato, sez. VI – 25/08/2009 n. 5059).
Il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae (cfr. per tutti TAR Puglia Bari, sez. III – 10/02/2011 n. 243).
Dalla natura di prestazione obbligatoriamente dovuta discende che il privato non può esimersi dal pagamento del contributo, e che l’amministrazione può riesaminare la pratica anche dopo il rilascio del titolo che abilita l’intervento edilizio: le vicende che coinvolgono il permesso di costruire si sviluppano in autonomia, senza interferire con le questioni che incidono su “an” e “quantum” dell’obbligazione pecuniaria. Per tale ragione l’amministrazione ha legittimamente fatto ricorso “ex post” al potere di autotutela, pochi mesi dopo l’emissione del titolo autorizzatorio e con largo anticipo rispetto al compimento del termine prescrizionale (di 10 anni) (TAR Marche – 31/01/2007 n. 8) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 10.08.2012 n. 1446 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 9 della L. 10/1977 rubricato “Cessione gratuita” statuisce al comma 1 che il contributo di cui al precedente articolo 3 non è dovuto tra l’altro “per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari” (lett. d).
Come appare evidente, l'esenzione dal pagamento dei contributi di cui si discute ha la funzione di agevolare i proprietari di alloggi unifamiliari, presumendo il legislatore che gli interventi sugli stessi non abbiano carattere di lucro, ma la sola funzione di migliorare le condizioni di abitabilità degli edifici medesimi, indipendentemente dalla loro dimensione.
La disposizione è diretta dunque a promuovere le opere di adeguamento dei manufatti alle necessità abitative del singolo nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino sostanzialmente l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne elevino (in modo apprezzabile) il valore economico.
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L’esenzione dal contributo di costruzione per il caso di interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari entro il limite di ampliamento del 20%, costituisce oggetto di una previsione di carattere eccezionale (applicabile in un ambito di stretta interpretazione ancorato ai parametri predefiniti dal legislatore): la ratio è di natura sociale ed è diretta sostanzialmente ad apprestare uno strumento di tutela e di salvaguardia alla piccola proprietà immobiliare per gli interventi funzionali all’adeguamento dell’immobile alle necessità abitative del nucleo familiare.
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Per edifici "unifamiliari" in mancanza di ulteriori specificazioni, sono da intendere quelli strutturalmente destinati all'uso "abitativo" di un "solo" nucleo familiare, indipendentemente dalle dimensioni dell’edificio stesso.

Con il motivo principale i ricorrenti si dolgono della violazione dell’art. 9, lett. f), della L. 10/1977, che esonera dal versamento del contributo gli interventi di ristrutturazione ed ampliamento degli edifici unifamiliari nella misura del 20%; a loro avviso infatti:
• la norma invocata, nell’indicare la percentuale di ampliamento, non fa riferimento né al volume né alle superfici;
• la relazione tecnica dell’Arch. Comencini dà conto dell’incremento volumetrico di 151,01 mc., inferiore al 20% dell’esistente;
• anche se si utilizza come parametro la superficie utile di calpestio ex art. 2 del DM 801/1977 l’intervento provoca un ampliamento del 19,1%;
• è stato inopinatamente creato un nuovo criterio ibrido che non trova alcun supporto normativo, facendosi riferimento alla superficie dei vani principali (con esclusione degli accessori) esistenti e di risultanza;
• non si registra alcuna variazione di destinazione d’uso all’interno di una stessa categoria.
La doglianza è priva di pregio.
L’art. 9 della L. 10/1977 rubricato “Cessione gratuita” statuisce al comma 1 che il contributo di cui al precedente articolo 3 non è dovuto tra l’altro “per gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20 per cento, di edifici unifamiliari” (lett. d). Come appare evidente, l'esenzione dal pagamento dei contributi di cui si discute ha la funzione di agevolare i proprietari di alloggi unifamiliari, presumendo il legislatore che gli interventi sugli stessi non abbiano carattere di lucro, ma la sola funzione di migliorare le condizioni di abitabilità degli edifici medesimi, indipendentemente dalla loro dimensione (Consiglio di Stato, sez. IV – 11/10/2006 n. 6065). La disposizione è diretta dunque a promuovere le opere di adeguamento dei manufatti alle necessità abitative del singolo nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino sostanzialmente l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne elevino (in modo apprezzabile) il valore economico.
In linea generale, come già accennato al par. 1.2, la partecipazione del privato al costo delle opere di urbanizzazione è dovuta allorquando l’intervento determini un incremento del peso insediativo con un’oggettiva rivalutazione dell’immobile, sicché l'onerosità del permesso di costruire è funzionale a sopportare il carico socio economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico. Alla luce di tale considerazione la giurisprudenza (cfr. TAR Campania Napoli, sez. VIII – 09/05/2012 n. 2136) ha statuito che l’esenzione dal contributo di costruzione per il caso di interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari entro il limite di ampliamento del 20%, costituisce oggetto di una previsione di carattere eccezionale (applicabile in un ambito di stretta interpretazione ancorato ai parametri predefiniti dal legislatore): la ratio è di natura sociale ed è diretta sostanzialmente ad apprestare uno strumento di tutela e di salvaguardia alla piccola proprietà immobiliare per gli interventi funzionali all’adeguamento dell’immobile alle necessità abitative del nucleo familiare.
I delineati presupposti non risultano sussistere nella fattispecie all’esame del Collegio. Dal raffronto tra stato di fatto e di progetto (cfr. doc. 6 Comune) emerge come la porzione di fabbricato effettivamente abitata sia interessata da un significativo incremento di volume (da 468,60 mc. a 747,90) e di superficie (da 111,69 mq. a 206,87), con l’intera soffitta che viene recuperata in piano abitabile con accesso autonomo dotato di 4 locali (2 camere da letto, 1 bagno e 1 guardaroba). Non è condivisibile l’impostazione dei ricorrenti laddove (per dimostrare la conformità al parametro normativo) prendono in esame il volume e la superficie dell’intero edificio, poiché lo spirito della norma (già descritto) è quello di incentivare i modesti interventi posti in essere dai nuclei unifamiliari: il carattere “unifamiliare” deve essere quindi mantenuto dopo l’ampliamento/ristrutturazione, mentre nella fattispecie è stata creata (come si evince anche dalla previsione di un accesso ad hoc) un’ulteriore autonoma unità abitativa, con conseguente mutamento della realtà strutturale e della fruibilità urbanistica dell’organismo edilizio oggetto di trasformazione.
In definitiva la disposizione invocata opera soltanto per gli edifici "unifamiliari" e, in mancanza di ulteriori specificazioni, tali sono quelli strutturalmente destinati all'uso "abitativo" di un "solo" nucleo familiare, indipendentemente dalle dimensioni dell’edificio stesso (TAR Marche – 31/01/2007 n. 8) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 10.08.2012 n. 1446 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa questione dell'adeguatezza o meno della motivazione con cui il Comune ha esplicitato i criteri di calcolo applicati è destinata a risultare recessiva rispetto a quella della correttezza o meno di tali criteri: al riguardo, infatti, va richiamato il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui la determinazione degli oneri di urbanizzazione si correla a una precisa disciplina normativa, di modo che i provvedimenti applicativi di essa non richiedono di per sé alcuna puntuale motivazione allorché le scelte dell'Amministrazione si conformino a detti criteri.
La società ricorrente impugna la suddetta nota n. 1617 del 02.02.1993, deducendo , sotto un primo profilo, che la rideterminazione assunta dal Comune risulterebbe del tutto carente di motivazione circa la rinnovata qualificazione dell’intervento, essendosi l’amministrazione limitata ad asserire: “un supplemento di istruttoria ha dimostrato che la riduzione sugli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria era stata applicata erroneamente”.
Sul punto, è opportuno sottolineare come la questione dell'adeguatezza o meno della motivazione con cui il Comune ha esplicitato i criteri di calcolo applicati è destinata a risultare recessiva rispetto a quella della correttezza o meno di tali criteri: al riguardo, infatti, va richiamato il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui la determinazione degli oneri di urbanizzazione si correla a una precisa disciplina normativa, di modo che i provvedimenti applicativi di essa non richiedono di per sé alcuna puntuale motivazione allorché le scelte dell'Amministrazione si conformino a detti criteri (cfr. Cons. St., Sez. IV, 27.04.2012, n. 2471; Sez. V, 09.02.2001, nr. 584).
Nel caso che qui occupa, inoltre, il Comune ha esplicitato in corso di giudizio le ragioni che lo hanno indotto alla riqualificazione dell’intervento, sottolineando –senza incontrare in proposito specifica contestazione– che l’intervento ha comportato un diverso carico urbanistico, non solo quantitativo ma anche qualitativo, per la destinazione commerciale di parte dell’immobile. Ha quindi tratto da tale elemento un argomento decisivo per escludere la modesta entità e frammentarietà dell’intervento.
La delibera C. C. n. 75 del 14.07.1977 norme generali punto 2) prevede che “agli interventi caratterizzati da modesta entità o da frammentarietà come ad esempio gli ampliamenti, i completamenti, i restauri e le ristrutturazioni che non comportano carico aggiuntivo di popolazione, oltreché gli interventi singoli in zone (già dotate in tutto o in parte di urbanizzazione) si applica, per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, un contributo forfetario di un terzo del valore stimato in modo sintetico per le zone di espansione”.
Orbene, le deduzioni svolte dall’amministrazione consentono di escludere la sussistenza del requisito che giustifica l’applicazione del contributo in misura contingentata, ovvero l’invarianza del carico urbanistico.
Che tale fattore non sia rimasto immutato è circostanza riconosciuta anche dalla parte ricorrente (cfr. pag. 10 ricorso introduttivo).
D’altra parte, avendo ad oggetto il giudizio in corso l’accertamento negativo del diritto di credito azionato dal comune, incombe sull'attore l'onere di provare, ai sensi dell'art. 2697 c.c., i fatti costituenti il fondamento della pretesa azionata (cfr. TAR Latina Lazio sez. I, 04.07.2007, n. 477).
Nell'ambito di siffatto giudizio di accertamento, in cui le posizioni possedute ed azionate hanno consistenza di diritto soggettivo, il giudice dispone di soli poteri acquisitivi e non dispositivi; sicché, egli non può sostituirsi alle parti ricercando e/o allegando lui le prove dei fatti su cui è stato fondato il diritto azionato. Grava sull'interessato l'onere di comprovare le ragioni fondanti i fatti da lui allegati; il giudice, dal suo canto, potrà solo avvalersi di mezzi ausiliari (c.t.u., verificazioni) utili al fine della valutazione di elementi probatori già acquisiti o della soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze tecniche che vanno oltre il senso comune.
Alla luce dei principi enunciati, non essendo stato allegato nessun elemento di prova dei presupposti della riduzione degli oneri, in conseguenza del carattere modesto dell’intervento edilizio, la determinazione assunta dal Comune sul punto non appare censurabile.
Sotto questo primo profilo, il ricorso non può trovare accoglimento (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 03.08.2012 n. 971 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATADevesi ritenere legittima la condotta dell'amministrazione che, valutando la tipologia di lavori edilizi posti in essere, ritenga di qualificare ed istruire come istanza di concessione in sanatoria (art. 13 l. 28.02.1985 n. 47) la domanda formalmente presentata come concessione in variante ai sensi dell'art. 15 l. n. 47/1985.
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L'entità del contributo per oneri di urbanizzazione deve essere individuata con riferimento al momento in cui viene rilasciata la concessione edilizia in sanatoria e in cui, quindi, sorge l'obbligazione.

La ricorrente contesta l’atto impugnato anche con riguardo alla determinazione degli oneri dovuti in relazione alla variante del 22.11.1988.
La censura si fonda sull’asserita irrazionalità della determinazione –che quantifica l’oblazione prevista dall’art. 13 L. 47/1985- in quanto afferente a vicenda non ancora conclusa, per non essere stato presentato il progetto di sanatoria e per non essere stati acquisiti tutti gli elementi necessari ad una completa rappresentazione delle opere realizzate.
La stessa nota n. 1617 del 02.02.1993 contiene l’espressa riserva di “rideterminare gli oneri stessi in base al progetto di sanatoria che dovrà essere presentato”.
Sussisterebbe, pertanto, assoluta incertezza circa l’entità effettiva dell’oblazione e il titolo della richiesta avanzata in tal senso dal Comune.
Dalle difese della parte resistente si ricava che il Comune, sul presupposto -non contestato- che le opere eseguite in variante sono abusive, perché prive di concessione, ha inteso valutare ed esaminare la domanda di variante “a titolo di sanatoria”.
Della menzionata riqualificazione la ricorrente non ha interesse a dolersi. Si tratta, peraltro, di procedura ammissibile, dovendosi ritenere legittima la condotta dell'amministrazione che, valutando la tipologia di lavori edilizi posti in essere, ritenga di qualificare ed istruire come istanza di concessione in sanatoria (art. 13 l. 28.02.1985 n. 47) la domanda formalmente presentata come concessione in variante ai sensi dell'art. 15 l. n. 47/1985 (cfr. TAR Toscana Sez. III, 07-11-1998, n. 374).
Nondimeno, il contenuto dell’atto impugnato appare sul punto non adeguatamente motivato, in quanto recante conteggi non supportati da alcun dato oggettivo di riferimento e da alcuna tavola progettuale, alla cui successiva acquisizione si riserva la rideterminazione degli oneri stessi: nella nota è infatti precisato che: “le somme riferite alla variante potranno essere rideterminate in base al progetto di sanatoria che dovrà essere presentato dalla società AL.E.RO.”.
L’iter seguito dal Comune, poi, non appare in linea con le disposizioni normative vigenti in materia, stando alle quali l’intervento del Comune, ai fini della determinazione in via definitiva del relativo importo, fa seguito alla disamina della domanda di concessione o di autorizzazione e ai necessari correlati accertamenti. Solo all’esito degli stessi, il sindaco “determina in via definitiva l'importo dell'oblazione e rilascia, salvo in ogni caso il disposto dell'articolo 37, la concessione o l'autorizzazione in sanatoria” (art. 35 L. 47/1985).
Analogo principio è sinteticamente espresso dall’art. 13, comma 3, L. 47/1985, ove si dispone che “il rilascio della concessione in sanatoria è subordinato al pagamento, a titolo di oblazione, del contributo di concessione in misura doppia...”.
L’interpretazione che la giurisprudenza fornisce di tali disposizioni è nel senso che l'entità del contributo per oneri di urbanizzazione deve essere individuata con riferimento al momento in cui viene rilasciata la concessione edilizia in sanatoria e in cui, quindi, sorge l'obbligazione (TAR Lazio sez. II, 04.05.2011, n. 3854; Tar Lazio, sez. II-ter, n. 1059 del 2009; Cons. Stato, Sez. V, 26.03.2003, n. 1564).
L’amministrazione è quindi tenuta ad effettuare adeguati accertamenti istruttori sulla pratica di sanatoria, a determinarsi sulla stessa e a riformulare, alla luce del relativo esito, il conteggio degli oneri dovuti ai sensi dell’art. 13 L. 47/1985 (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 03.08.2012 n. 971 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il rilascio della concessione edilizia si configura come fatto costitutivo dell’obbligo giuridico del concessionario di corrispondere il relativo contributo per oneri di urbanizzazione, ossia per gli oneri affrontati dall’ente locale per le opere indispensabili affinché l’area acquisti attitudine al recepimento dell’insediamento del tipo assentito e per le quali l’area acquista un beneficio economicamente rilevante, da calcolarsi secondo i parametri vigenti a tale momento; il contributo per oneri di urbanizzazione è quindi dovuto per il solo rilascio della concessione, senza che neanche rilevi, ad esclusione dell’obbligo, la già intervenuta realizzazione di opere di urbanizzazione.
Il contributo per il rilascio del permesso di costruire ha natura di prestazione patrimoniale imposta, di carattere non tributario, ed ha carattere generale, prescindendo totalmente o meno delle singole opere di urbanizzazione, venendo altresì determinato indipendentemente sia dall’utilità che il concessionario ritrae dal titolo edificatorio, sia dalle spese effettivamente occorrenti per realizzare dette opere.
Ne discende che, attesa la natura non sinallagmatica e il regime interamente pubblicistico che connota il contributo de quo, la sua disciplina vincola anche il giudice, al quale è impedito di configurare autonomamente ipotesi di non debenza della specifica prestazione patrimoniale diverse da quelle autoritativamente individuate dal legislatore.

Ed invero, ai sensi dell’art. 1 della legge 28.01.1977, nr. 10 (e, oggi, dell’art. 16 del d.P.R. 06.06.2001, nr. 380), il rilascio della concessione edilizia si configura come fatto costitutivo dell’obbligo giuridico del concessionario di corrispondere il relativo contributo per oneri di urbanizzazione, ossia per gli oneri affrontati dall’ente locale per le opere indispensabili affinché l’area acquisti attitudine al recepimento dell’insediamento del tipo assentito e per le quali l’area acquista un beneficio economicamente rilevante, da calcolarsi secondo i parametri vigenti a tale momento; il contributo per oneri di urbanizzazione è quindi dovuto per il solo rilascio della concessione, senza che neanche rilevi, ad esclusione dell’obbligo, la già intervenuta realizzazione di opere di urbanizzazione (cfr. Cons. Stato, sez. V, 22.02.2011, nr. 1108; Cons. Stato, sez. IV, 24.12.2009, nr. 8757).
Per altrettanto pacifica giurisprudenza, il contributo per il rilascio del permesso di costruire ha natura di prestazione patrimoniale imposta, di carattere non tributario, ed ha carattere generale, prescindendo totalmente o meno delle singole opere di urbanizzazione, venendo altresì determinato indipendentemente sia dall’utilità che il concessionario ritrae dal titolo edificatorio, sia dalle spese effettivamente occorrenti per realizzare dette opere (cfr. Cons. Stato, sez. V, 15.12.2005, nr. 7140; id., 06.05.1997, nr. 462).
Ne discende che, attesa la natura non sinallagmatica e il regime interamente pubblicistico che connota il contributo de quo, la sua disciplina vincola anche il giudice, al quale è impedito di configurare autonomamente ipotesi di non debenza della specifica prestazione patrimoniale diverse da quelle autoritativamente individuate dal legislatore (cfr. Cons. Stato, sez. V, 20.04.2009, nr. 2359) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.07.2012 n. 4320 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 17, co. 3, lett. b), del d.P.R. 380/2001 stabilisce che il contributo di costruzione non è dovuto "per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”.
La norma in questione non stabilisce le caratteristiche dell’edificio unifamiliare, per cui la giurisprudenza è unanime nell'affermare che la ratio di tale disposizione è quella di favorire l'edificio unifamiliare in quanto tale ossia come immobile destinato ad un solo nucleo familiare, situazione ritenuta dal legislatore meritevole, per gli interventi di ristrutturazione, di un trattamento economico differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie.
Pertanto, per fruire dell'esenzione, stando alla lettera della norma l'immobile deve essere in toto destinato ad esclusiva residenza abitativa di un unico nucleo familiare.
La giurisprudenza ha anche precisato che, ai fini dell'esonero dall'obbligo contributivo, la destinazione ad esclusiva residenza abitativa di un solo nucleo familiare deve preesistere rispetto all'intervento di ristrutturazione, e deve permanere anche dopo tale intervento: il manufatto oggetto dell'intervento deve essere, inoltre, ante opera, unifamiliare.
La circostanza che l’immobile sia stato reso unifamiliare pressoché coevamente alla richiesta di ampliamento e ristrutturazione, e che il Comune ritiene operazione in frode alla legge, non è tale per il Collegio, in quanto ciò che rileva ai fini dell’applicazione della norma in questione non è, come ritiene il Comune intimato, che l’immobile sia nato come edificio unifamiliare quanto che lo sia al momento in cui viene richiesto il beneficio previsto dalla norma che esenta dal pagamento degli oneri concessori.

Il ricorso, come chiarito in fatto, verte sull’applicazione dell’art. 17, co. 3, lett. b), del d.P.R. 380/2001, norma che stabilisce che il contributo di costruzione non è dovuto "per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”.
La ricorrente, che si è assoggetta al pagamento degli oneri con riserva di ripetizione, assume, infatti, di trovarsi nella condizione di fatto e di diritto per beneficiare di detta norma, mentre l’amministrazione nega tale diritto ritenendo che nella specie difetterebbe il requisito /presupposto della unifamiliarità dell’edificio, posto che per tali devono intendersi gli edifici non solo funzionalmente ma anche strutturalmente unifamiliari, ossia tali ab origine e non per effetto dell’intervento programmato.
Intervento nella specie identificabile con l’operazione complessa costituita, secondo l’amministrazione, dall’artificiosa scissione di un unico titolo in due distinti e pressoché contestuali titoli edilizi.
L’edificio in questione, infatti, in origine composto da due unità abitative è stato reso dapprima unifamiliare e poi, senza soluzione di continuità, ampliato e ristrutturato, al fine di eludere la norma che regola l’onerosità del titolo edilizio.
Il Collegio non ritiene tuttavia che la tesi del Comune meriti di essere condivisa, per le ragioni che seguono.
La norma in questione, innanzitutto, non stabilisce le caratteristiche dell’edificio unifamiliare, per cui la giurisprudenza è unanime nell'affermare che la ratio di tale disposizione è quella di favorire l'edificio unifamiliare in quanto tale ossia come immobile destinato ad un solo nucleo familiare, situazione ritenuta dal legislatore meritevole, per gli interventi di ristrutturazione, di un trattamento economico differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie (Tar Lombardia, sez. II, 10.10.1996 n. 1480).
Pertanto, per fruire dell'esenzione, stando alla lettera della norma l'immobile deve essere in toto destinato ad esclusiva residenza abitativa di un unico nucleo familiare (Tar Lombardia, Brescia, 27.08.2004 n. 939).
La giurisprudenza ha anche precisato che, ai fini dell'esonero dall'obbligo contributivo, la destinazione ad esclusiva residenza abitativa di un solo nucleo familiare deve preesistere rispetto all'intervento di ristrutturazione, e deve permanere anche dopo tale intervento: il manufatto oggetto dell'intervento deve essere, inoltre, ante opera, unifamiliare (Tar Marche, 12.02.1998 n. 250).
Ebbene, nel caso di specie tali presupposti ricorrevano tutti in favore della richiedente, poiché prima dell’intervento di ampliamento e ristrutturazione l’immobile era stato reso unifamiliare in forza della d.i.a. del 22.01.2008, con cui era stata attuata l’aggregazione delle due preesistenti unità immobiliari e creato l’edificio unifamiliare destinato alla residenza della ricorrente, che all’uopo ha provveduto alle necessarie variazioni catastali e, come sopra rilevato, al contestuale trasferimento della propria residenza.
L’assunto del Comune, che tale intervento, in quanto realizzato attraverso l’artificio della scissione, pressoché contestuale, dell’unica autorizzazione edilizia in due distinti titoli edilizi, deve ritenersi elusivo della legge (nella specie dell’art. 17, comma 3, lett. b), del d.P.R. 380/2001) e quindi inidoneo ad avvalersi del relativo beneficio è destituito di giuridico fondamento.
La tesi del comune di Casciago sarebbe, infatti condivisibile se il legislatore avesse dato una definizione di edificio unifamiliare basata su elementi oggettivi (limite di superficie o di volume o di vani o di quant’altro possa definire oggettivamente il concetto di piccola proprietà, escludendo tipologie di lusso o comunque immobili di grandi dimensioni) e tale non fosse, perché eccedente detti limiti, l’immobile della ricorrente, posto che altrimenti per unifamiliare deve intendersi l’immobile catastalmente allibrato come unica unità immobiliare destinata alla residenza di un solo nucleo familiare.
Ogni altra distinzione, compresa quella della destinazione “strutturale” che il Comune intimato pretende di applicare alla fattispecie, senza spiegare quali concreti elementi l’immobile debba possedere per appartenere a tale categoria, è, infatti, non solo arbitraria ma, proprio perché indefinita nei suoi elementi costitutivi, inapplicabile a fattispecie concrete.
La circostanza che l’immobile sia stato reso unifamiliare pressoché coevamente alla richiesta di ampliamento e ristrutturazione, e che il Comune ritiene operazione in frode alla legge, non è tale per il Collegio, in quanto ciò che rileva ai fini dell’applicazione della norma in questione non è, come ritiene il Comune intimato, che l’immobile sia nato come edificio unifamiliare quanto che lo sia al momento in cui viene richiesto il beneficio previsto dalla norma che esenta dal pagamento degli oneri concessori.
E questa situazione di fatto e di diritto sussisteva, nella specie, proprio sulla base di un intervento non solo edilizio ma anche catastale e di modifica della residenza che la ricorrente aveva posto in essere prima di avviare l’intervento di cui alla d.i.a. del 22.01.2008 (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 24.07.2012 n. 2070 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Oneri di urbanizzazione.
Il beneficio dell’esonero dalla corresponsione del contributo concessorio afferente ai costi di costruzione ed urbanizzazione, previsto per gli immobili nei quali si svolge attività industriale dall’art. 10, comma 1, della Legge n. 10/1977, concerne strettamente i fabbricati complementari ed asserviti alle esigenze proprie di un impianto industriale e non già quegli edifici che non sono di per sé destinati alla produzione di beni industriali, ovvero quelle opere edilizie comunque suscettibili di essere utilizzate al servizio di qualsiasi attività economica.
È, pertanto, da escludere l’applicabilità del trattamento contributivo di favore a magazzini per deposito e commercio ove non siano “collegati ad altro stabile adibito alla attività produttiva”.
Conclusivamente, il beneficio dell’esonero dalla corresponsione del contributo così come previsto dall’art. 10, comma 1, della Legge n. 10/1977 per gli immobili nei quali si svolge attività industriale, concerne solo e soltanto i fabbricati complementari e/o asserviti alle esigenze proprie di un impianto industriale o artigianale e non quegli edifici privi di tale nesso sostanziale e suscettibili di essere utilizzati al servizio di qualsiasi attività economica.
Comunque, grava esclusivamente sull’interessato l’onere della dimostrazione dell’esistenza del nesso di complementarietà delle opere da costruire con le esigenze proprie di un impianto industriale.

Invero, l’art. 10, comma 1, della Legge n. 10/1977 (ora art. 19 del T.U. dell’edilizia) dispone espressamente al primo comma che: “Il permesso di costruire relativo a costruzioni o impianti destinati ad attività industriali o artigianali dirette alla trasformazione di beni ed alla prestazione di servizi comporta la corresponsione di un contributo pari alla incidenza delle opere di urbanizzazione (…)”.
La predetta disposizione pone oggettivamente il problema della corretta individuazione degli impianti o costruzioni riconducibili alla attività industriale o artigianale, in quanto la terminologia utilizzata dal legislatore richiama espressamente la prestazione di servizi e non solo la trasformazione di beni, quest’ultima tipicamente caratterizzante il settore produttivo.
Così, potrebbe ipotizzarsi che un’attività volta esclusivamente ad una prestazione di servizi a terzi, pur scollegata da qualsivoglia attività industriale o artigianale diretta alla trasformazione di beni, rientri nel trattamento contributivo di maggior favore previsto dalla richiamata norma, come prospettato dall’appellante.
Ritiene il Collegio che una siffatta opzione ermeneutica non sia sostenibile.
La norma, infatti, appare oggettivamente orientata a distinguere i due trattamenti contributivi in ragione delle attività svolte.
Ed in questo senso vengono espressamente individuate e distinte le attività industriali o artigianali da quelle turistiche, commerciali e direzionali.
Ne consegue che l’elemento discriminante tra i due regimi contributivi è direttamente incentrato, in principalità, sulla tipologia di attività economica svolta, da cui non può comunque prescindersi ai fini dell’applicazione della norma.
Pertanto, l’applicazione del regime contributivo di maggior favore deve essere necessariamente riconosciuta solo in presenza di un’ attività industriale o artigianale, ovvero di un’ attività ad essa comunque collegata da un nesso di stretta funzionalità o complementarietà.
In questo senso, del resto, si è già espressa più volte la giurisprudenza della Sezione, precisando che il beneficio dell’esonero dalla corresponsione del contributo concessorio afferente ai costi di costruzione ed urbanizzazione, previsto per gli immobili nei quali si svolge attività industriale dall’art. 10, comma 1, della Legge n. 10/1977, concerne strettamente i fabbricati complementari ed asserviti alle esigenze proprie di un impianto industriale e non già quegli edifici che non sono di per sé destinati alla produzione di beni industriali, ovvero quelle opere edilizie comunque suscettibili di essere utilizzate al servizio di qualsiasi attività economica (cfr. decisioni 21.10.1998, n. 1512; 05.09.1995, n. 1266; 13.07.1994, n. 752).
È, pertanto, da escludere l’applicabilità del trattamento contributivo di favore a magazzini per deposito e commercio ove non siano “collegati ad altro stabile adibito alla attività produttiva” (cfr. Cons. Stato, sez. V, 13.07.1994, n. 752).
Conclusivamente, il beneficio dell’esonero dalla corresponsione del contributo così come previsto dall’art. 10, comma 1, della Legge n. 10/1977 per gli immobili nei quali si svolge attività industriale, concerne solo e soltanto i fabbricati complementari e/o asserviti alle esigenze proprie di un impianto industriale o artigianale e non quegli edifici privi di tale nesso sostanziale e suscettibili di essere utilizzati al servizio di qualsiasi attività economica.
Tanto premesso in via di principio, osserva il Collegio come nel caso di specie l’immobile considerato non sia affatto complementare o comunque strettamente connesso ad uno stabilimento industriale o artigianale. Invero, l’attività economica svolta nel deposito per cui è causa, consistente nell’immagazzinamento, conservazione, movimentazione e deposito di merci e materiali a favore di terzi, non risulta oggettivamente complementare ad un ciclo produttivo di uno specifico impianto industriale o artigianale.
Riprova ne è il fatto che l’appellante, non solo non dimostra minimamente un qualsiasi collegamento tra il deposito per cui è causa ed un’attività industriale o artigianale, ma addirittura riconosce che la società “non svolge alcuna attività complementare”, bensì “un'unica attività corrispondente al suo precipuo ed esclusivo oggetto sociale” che, come emerge dalla visura depositata in giudizio, consiste nel deposito, conservazione, preparazione, movimentazione fisica, distribuzione e trasporto di merci.
E sul punto, la giurisprudenza della Sezione ha già avuto modo di precisare che grava esclusivamente sull’interessato l’onere della dimostrazione dell’esistenza del nesso di complementarietà delle opere da costruire con le esigenze proprie di un impianto industriale (cfr. decisione n. 1266 del 05.09.1995).
Ne consegue che l’immobile per cui è causa non può essere soggetto al regime contributivo agevolato previsto dall’art. 10, comma 1, della L. n. 10/1977, come correttamente ritenuto dall’Amministrazione comunale resistente (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 19.06.2012 n. 3561 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl Collegio ritiene di aderire all’orientamento giurisprudenziale secondo il quale sia gli oneri di urbanizzazione che il costo di costruzione gravanti sul titolare di una concessione edilizia abbiano natura giuridica di corrispettivi di diritto pubblico, e vadano, quindi, inquadrati nell’ambito delle prestazioni patrimoniali imposte, con la conseguenza che non può prescindersi da un’espressa previsione di legge.
Ciò comporta che, “non offrendo la legge, che ne disciplina il regime, alcun indicatore normativo speciale che faccia ritenere comunque applicabile la disciplina civilistica della solidarietà derivante dalla fattispecie dell’accollo, la parte cedente che non ha iniziato l’edificazione e quindi non abbia realizzato, neppure in minima parte, la costruzione degli edifici, viene a trovarsi liberata, in virtù della voltura del titolo edilizio, dall’obbligo di corrispondere gli oneri di concessione ed il contributo di costruzione di cui alla L. n. 10 del 1977, non essendosi verificato il presupposto di esigibilità del credito pubblico, ovvero la materiale trasformazione urbanistica del territorio”.
Laddove, invece, il presupposto di esigibilità del credito, ossia l’edificazione, abbia avuto consistenza in capo al dante causa ed al cessionario, sia il dante causa che il cessionario sono solidarmente tenuti nei confronti dell’amministrazione al pagamento degli oneri concessori, in quanto, in tal caso, l’identico fenomeno urbanistico ed edilizio ha tratto origine da due coautori.

... va rilevato che il problema da affrontare è se la voltura dell’originario permesso di costruire implichi che il dante causa del titolo edificatorio non sia più tenuto al pagamento degli oneri concessori.
Sull’argomento, la giurisprudenza è divisa e non sussiste un univoco orientamento.
Il Collegio ritiene di aderire all’orientamento giurisprudenziale secondo il quale sia gli oneri di urbanizzazione che il costo di costruzione gravanti sul titolare di una concessione edilizia abbiano natura giuridica di corrispettivi di diritto pubblico, e vadano, quindi, inquadrati nell’ambito delle prestazioni patrimoniali imposte, con la conseguenza che non può prescindersi da un’espressa previsione di legge.
Ciò comporta che, “non offrendo la legge, che ne disciplina il regime, alcun indicatore normativo speciale che faccia ritenere comunque applicabile la disciplina civilistica della solidarietà derivante dalla fattispecie dell’accollo, la parte cedente che non ha iniziato l’edificazione e quindi non abbia realizzato, neppure in minima parte, la costruzione degli edifici, viene a trovarsi liberata, in virtù della voltura del titolo edilizio, dall’obbligo di corrispondere gli oneri di concessione ed il contributo di costruzione di cui alla L. n. 10 del 1977, non essendosi verificato il presupposto di esigibilità del credito pubblico, ovvero la materiale trasformazione urbanistica del territorio” (Cons. Giust. Amm. Sic., 13.10.2011, n. 666).
Laddove, invece, il presupposto di esigibilità del credito, ossia l’edificazione, abbia avuto consistenza in capo al dante causa ed al cessionario, sia il dante causa che il cessionario sono solidarmente tenuti nei confronti dell’amministrazione al pagamento degli oneri concessori, in quanto, in tal caso, l’identico fenomeno urbanistico ed edilizio ha tratto origine da due coautori (cfr., TAR Sicilia, Catania, sez. I, 26.03.2009, n. 602) (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 12.06.2012 n. 1126 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il fatto costitutivo dell'obbligo giuridico del titolare della concessione edilizia di versare il contributo previsto è rappresentato dal rilascio della concessione medesima ed è a tale momento, quindi, che occorre aver riguardo per la determinazione dell'entità del contributo, risultando irrilevante, a tal fine, la precedente espressione del parere della commissione edilizia.
La vicenda contenziosa concerne la determinazione degli oneri concessori a fronte di un sensibile ritardo dell’amministrazione nel rilascio della concessione edilizia.
La domanda di tutela è stata introdotta molto tempo prima delle note vicende -prima giurisprudenziali, e poi normative- che hanno condotto alla risarcibilità degli interessi legittimi, e sì è concretizzata in una domanda di annullamento (parziale) e di condanna dell’amministrazione alla restituzione di somme indebitamente corrisposte, in forza del principio –affermato nella domanda– che gli oneri concessori debbano calcolarsi al momento del favorevole esame del progetto da parte della Commissione edilizia e non a quello del (tardivo) rilascio della concessione, vieppiù ove di rilevi un comportamento dell’amministrazione scientemente preordinato a lucrare l’esponenziale incremento nel tempo degli oneri concessori.
In tali termini inquadrata, il giudice di prime cure, correttamente, ha respinto la domanda.
La Sezione ha già avuto modo di chiarire, alla luce del disposto normativo di cui all’art. 11 della legge 10/1977, che il fatto costitutivo dell'obbligo giuridico del titolare della concessione edilizia di versare il contributo previsto è rappresentato dal rilascio della concessione medesima ed è a tale momento, quindi, che occorre aver riguardo per la determinazione dell'entità del contributo, risultando irrilevante, a tal fine, la precedente espressione del parere della commissione edilizia (Cfr. sez. IV, 25/06/2010, n. 4109).
Ciò è di per se sufficiente ad escludere l’illegittimità dell’azione amministrativa, finanche ove sia provata la sussistenza di un colposo ritardo nell’emanazione della concessione.
Altra cosa è la liceità dell’inerzia procedimentale che si assume serbata dall’amministrazione. E’ ben possibile che episodi di ingiustificata lentezza, di aggravio procedimentale o di inefficienza abbiano dilatato oltre modo i tempi di rilascio della concessione, determinando l’esponenziale crescita degli oneri gravanti sull’istante, ma tale comportamento, ove sussistente, può essere vagliato dal giudice amministrativo solo a fronte dell’esperimento di un’azione risarcitoria, nel rispetto dei termini e delle modalità che per la sua introduzione l’ordinamento pretende.
Nel caso di specie, come condivisibilmente sottolineato dal giudice di prime cure, un’azione risarcitoria non è stata proposta, neanche a seguito delle sopravvenienze normative che ne hanno cristallizzato l’esperibilità.
Né può procedersi alla valutazione dei profili colposi della condotta della P.A. ai fini di una eventuale e futura azione risarcitoria –come pure sollecitato dall’appellante– poiché si tratterebbe in ogni caso di un accertamento che esula dalle domande ritualmente poste nel giudizio, tese invece a stigmatizzare l’illegittimità della quantificazione ai fini della ripetizione dell’indebito (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 07.06.2012 n. 3379 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le controversie inerenti la contestazione degli oneri di urbanizzazione, solo qualora non vengano dedotte censure derivanti da atti generali autoritativi di determinazione degli oneri presupposti di quello impugnato, attengono a posizioni di diritto soggettivo azionabili innanzi al G.A. in sede di giurisdizione esclusiva nel termine di prescrizione.
Pertanto, quando si intenda contestare l’applicazione del contributo per vizi derivanti da atti autoritativi generali, presupposti di quello impugnato, in relazione ai quali la posizione dell’interessato è qualificabile di interesse legittimo, perché il motivo dedotto è l’illegittimità dell’assoggettamento, anche nel quantum, all’onere di urbanizzazione di una concessione edilizia, il ricorso deve essere proposto entro il termine di decadenza.

Come correttamente ritenuto dai giudici di prime cure, la deliberazione n. 58/1992 del Consiglio comunale di Sarzana è da considerarsi un atto autoritativo e, come tale, soggetto all’ordinario termine di decadenza ai fini della sua impugnazione.
Le controversie inerenti la contestazione degli oneri di urbanizzazione, solo qualora non vengano dedotte censure derivanti da atti generali autoritativi di determinazione degli oneri presupposti di quello impugnato, attengono a posizioni di diritto soggettivo azionabili innanzi al G.A. in sede di giurisdizione esclusiva nel termine di prescrizione.
Pertanto, quando si intenda contestare l’applicazione del contributo per vizi derivanti da atti autoritativi generali, presupposti di quello impugnato, in relazione ai quali la posizione dell’interessato è qualificabile di interesse legittimo, perché il motivo dedotto è l’illegittimità dell’assoggettamento, anche nel quantum, all’onere di urbanizzazione di una concessione edilizia, il ricorso deve essere proposto entro il termine di decadenza.
Nella specie l’impugnativa, laddove è stata proposta in relazione al fatto che la determinazione degli oneri concessori avrebbe fatto seguito alla illegittimità della deliberazione comunale, recante i criteri di definizione degli oneri stessi, avrebbe dovuto essere proposta nel prescritto termine decadenziale (Consiglio di Stato, Sez. V, 03.05.2006, n. 2463)
E altresì da considerare che l’eventuale disapplicazione della delibera comunale avrebbe comportato una violazione di principi di rango costituzionale, in quanto avrebbe minato “la certezza dell’azione amministrativa, esponendola per un lasso di tempo decennale alla impugnazione di atti autoritativi e creando disparità di trattamento in situazioni identiche” (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 28.05.2012 n. 3122 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La mancata quantificazione del contributo di urbanizzazione non costituisce un requisito di legittimità del titolo edilizio, in quanto il procedimento di determinazione del contributo di urbanizzazione è diverso e autonomo rispetto al procedimento di rilascio del titolo edilizio, sia perché persegue finalità sue proprie, sia perché si conclude con un provvedimento diverso da quello concessivo del titolo a costruire, che è autonomamente impugnabile e suscettivo di annullamento senza ripercussioni sulla concessione.
Secondo condivisibile indirizzo pretorio, la mancata quantificazione del contributo di urbanizzazione non costituisce un requisito di legittimità del titolo edilizio, in quanto il procedimento di determinazione del contributo di urbanizzazione è diverso e autonomo rispetto al procedimento di rilascio del titolo edilizio, sia perché persegue finalità sue proprie, sia perché si conclude con un provvedimento diverso da quello concessivo del titolo a costruire, che è autonomamente impugnabile e suscettivo di annullamento senza ripercussioni sulla concessione (Consiglio di Stato, Sez. IV, 21.04.2009 n. 2438 e 31.01.1995 n. 37) (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 23.05.2012 n. 2400 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl generale principio di correlare gli oneri di urbanizzazione al carico urbanistico, la ristrutturazione edilizia comporta tale dovere allorché sussista tale carico, che va riscontrato anche in caso di divisione e frazionamento di immobile che da uno si trasforma in due unità, con distinti ingressi e servizi.
Anche in tale ipotesi, consistente nella divisione e frazionamento di una unità immobiliare in due o più unità, stante l’autonoma utilizzabilità delle stesse, si realizza un aumento dell’impatto sul territorio e sono dovuti i relativi oneri.
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Ai fini dell'insorgenza dell'obbligo di corresponsione degli oneri concessori, è rilevante il verificarsi di un maggior carico urbanistico quale effetto dell'intervento edilizio, sicché non è neanche necessario che la ristrutturazione interessi globalmente l'edificio -con variazioni riguardanti nella loro interezza le parti esterne ed interne del fabbricato- ma è soltanto sufficiente che ne risulti comunque mutata la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica, con oneri conseguentemente riferiti all'oggettiva rivalutazione dell'immobile e funzionali a sopportare l'aggiuntivo carico «socio-economico» che l'attività edilizia comporta, anche quando l'incremento dell'impatto sul territorio consegua solo a marginali lavori dovuti ad una divisione o frazionamento dell'immobile in due unità o fra due o più proprietari

La giurisprudenza di questo Consesso ha già chiarito che il generale principio di correlare gli oneri di urbanizzazione al carico urbanistico, la ristrutturazione edilizia comporta tale dovere allorché sussista tale carico, che va riscontrato anche in caso di divisione e frazionamento di immobile che da uno si trasforma in due unità, con distinti ingressi e servizi (così Consiglio di Stato, IV, 29.04.2004, n. 2611; per esempio, nel senso che in caso di mutamento di destinazione d'uso siano dovuti gli oneri concessori, Consiglio Stato, sez. IV, 28.07.2005, n. 4014).
Anche in tale ipotesi, consistente nella divisione e frazionamento di una unità immobiliare in due o più unità, stante l’autonoma utilizzabilità delle stesse, si realizza un aumento dell’impatto sul territorio e sono dovuti i relativi oneri.
D’altronde, che i lavori realizzati abbiano prodotto due distinte e, come tali, fruibili, unità immobiliari costituisce ammissione della stessa parte appellante.
Ai fini dell'insorgenza dell'obbligo di corresponsione degli oneri concessori, è rilevante il verificarsi di un maggior carico urbanistico quale effetto dell'intervento edilizio, sicché non è neanche necessario che la ristrutturazione interessi globalmente l'edificio -con variazioni riguardanti nella loro interezza le parti esterne ed interne del fabbricato- ma è soltanto sufficiente che ne risulti comunque mutata la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica, con oneri conseguentemente riferiti all'oggettiva rivalutazione dell'immobile e funzionali a sopportare l'aggiuntivo carico «socio-economico» che l'attività edilizia comporta, anche quando l'incremento dell'impatto sul territorio consegua solo a marginali lavori dovuti ad una divisione o frazionamento dell'immobile in due unità o fra due o più proprietari (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.05.2012 n. 2838 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALe controversie in tema di oneri di urbanizzazione e di costo di costruzione introducono un giudizio su un rapporto prescindendo dalla impugnazione di atti. Ed infatti tutte le controversie, concernenti l’an e il quantum delle somme dovute a titolo di contributo in dipendenza di norme di legge e regolamentari, attengono a diritti soggettivi azionabili nei termini di prescrizione; pertanto alcuna acquiescenza può opporsi in materia di diritti soggettivi patrimoniali, il cui versamento, ove non dovuto, è suscettibile in ogni caso di legittimare un’azione di ripetizione dell’indebito oggettivo ai sensi dell’art. 2041 cod. civ..
L’amministrazione, nella determinazione delle somme dovute a titolo di contributo non esercita poteri autoritativi discrezionali ma compie attività di mero accertamento della fattispecie in base ai parametri fissati da leggi e da regolamenti. Le relative controversie, dunque, rientrano nella categoria di quelle aventi ad oggetto atti paritetici, inerenti diritti soggettivi e non sono sottoposte ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori.
Inoltre, le controversie concernenti la determinazione, liquidazione e corresponsione degli oneri concessori già devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell'art. 16 l. 28.01.1977 n. 10, abrogato a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 104/2010, rientrano oggi nella previsione dell’art. 133, lett. f), del codice del processo amministrativo secondo cui sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, tra l'altro: "le controversie aventi ad oggetto gli atti e i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica e edilizia, concernente tutti gli aspetti dell'uso del territorio".
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La partecipazione del privato al costo delle opere di urbanizzazione è dovuta allorquando l’intervento determini un incremento del peso insediativo con un’oggettiva rivalutazione dell’immobile, sicché l’onerosità del permesso di costruire è funzionale a sopportare il carico socio economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico.
Tale principio opera ed è valevole anche per gli interventi di ristrutturazione che comportino un aumento del carico urbanistico di zona, sicché la giurisprudenza ha ravvisato l’onerosità del titolo in caso di interventi comportanti un incremento di unità abitative, oppure un incremento della superficie utile pur in assenza di aumento della cubatura, nonché per il caso di alterazione dei parametri edilizi e per quelle ristrutturazioni che mutino la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica dell’organismo edilizio oggetto di trasformazione.
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L’esenzione dal contributo di costruzione di cui all’art. 17, comma 3, lett. b, del d.p.r. n. 380/2001 per il caso di interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari entro il limite di ampliamento del 20%, costituisce oggetto di una previsione di carattere eccezionale, la cui ratio è di natura sociale ed è diretta sostanzialmente ad apprestare uno strumento di tutela e di salvaguardia della piccola proprietà immobiliare per gli interventi funzionali all’adeguamento dell’immobile alle necessità abitative del nucleo familiare. In tal caso rileva innanzitutto la destinazione unifamiliare del fabbricato nonché la natura dell’intervento edilizio quale di “ristrutturazione e di ampliamento non superiore al 20%” quale limite entro il quale è ammessa l’operatività dell’esonero in parola.
La disposizione intende evidentemente incentivare le opere atte ad adeguare le case unifamiliari alle necessità abitative del nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne trasformino il valore economico.
Trattandosi di una norma di natura eccezionale, l’applicazione della fattispecie va circoscritta in un ambito di stretta interpretazione ancorato ai parametri predefiniti dal legislatore per cui deve escludersi che la disposizione in esame possa trovare applicazione in ogni ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione a parità di volume, entro il limite di ampliamento fissato dal legislatore.
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La Corte Costituzionale ha osservato che, ai fini del riconoscimento dell’esonero dal versamento del contributo di costruzione, il concetto di ristrutturazione mal si presta a comprendere la fattispecie della demolizione accompagnata dalla ricostruzione dell'edificio sullo stesso suolo “essendo caratterizzata da elementi (territoriali e costruttivi) e da risultato che le conferiscono fisionomia autonoma e differenziata” ed ha ritenuto quindi pienamente giustificata la previsione dell'esonero limitatamente alle ipotesi di ristrutturazioni ed ampliamenti e non anche alle ipotesi di integrale ricostruzione.
Tale accezione interpretativa è stata altresì ribadita più di recente dalla giurisprudenza amministrativa che ha chiarito che la gratuità va limitata agli interventi edilizi su edifici aventi destinazione residenziale e non anche su quelli con destinazione agricola, sicché deve escludersi che la esenzione in argomento possa trovare spazio nella fattispecie in esame relativa ad un intervento di demolizione e di utilizzazione ad uso abitativo per un’unica unità immobiliare della rispettiva volumetria di due preesistenti fabbricati rurali.

Per consolidata giurisprudenza le controversie in tema di oneri di urbanizzazione e di costo di costruzione introducono un giudizio su un rapporto prescindendo dalla impugnazione di atti. Ed infatti tutte le controversie, concernenti l’an e il quantum delle somme dovute a titolo di contributo in dipendenza di norme di legge e regolamentari, attengono a diritti soggettivi azionabili nei termini di prescrizione; pertanto alcuna acquiescenza può opporsi in materia di diritti soggettivi patrimoniali, il cui versamento, ove non dovuto, è suscettibile in ogni caso di legittimare un’azione di ripetizione dell’indebito oggettivo ai sensi dell’art. 2041 cod. civ..
L’amministrazione, nella determinazione delle somme dovute a titolo di contributo non esercita poteri autoritativi discrezionali ma compie attività di mero accertamento della fattispecie in base ai parametri fissati da leggi e da regolamenti. Le relative controversie, dunque, rientrano nella categoria di quelle aventi ad oggetto atti paritetici, inerenti diritti soggettivi e non sono sottoposte ai termini decadenziali propri dei giudizi impugnatori (Cons. St. Sez. , sez. V, 17.10.2002, n. 5678).
Inoltre, le controversie concernenti la determinazione, liquidazione e corresponsione degli oneri concessori già devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell'art. 16 l. 28.01.1977 n. 10, abrogato a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 104/2010, rientrano oggi nella previsione dell’art. 133, lett. f), del codice del processo amministrativo secondo cui sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, tra l'altro: "le controversie aventi ad oggetto gli atti e i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica e edilizia, concernente tutti gli aspetti dell'uso del territorio" (Cons. St., Sez. V, 10.07.2003 n. 4102; Cons. St., Sez. V, 19.07.2004 n. 5197).
Ciò premesso, nel presente giudizio si discute circa l’applicabilità nella fattispecie del beneficio di cui all’art. 17, comma 3, lett. b, del d.p.r. n. 380/2001 a tenore del quale il contributo di costruzione non è dovuto per gli interventi di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari.
Come noto, la partecipazione del privato al costo delle opere di urbanizzazione è dovuta allorquando l’intervento determini un incremento del peso insediativo con un’oggettiva rivalutazione dell’immobile, sicché l’onerosità del permesso di costruire è funzionale a sopportare il carico socio economico che la realizzazione comporta sotto il profilo urbanistico (cfr. C.d. S. sez. V, 03.03.2002 n. 1180; C.d.S. sez. V. 29.04.2004 n. 2611).
Tale principio opera ed è valevole anche per gli interventi di ristrutturazione che comportino un aumento del carico urbanistico di zona, sicché la giurisprudenza ha ravvisato l’onerosità del titolo in caso di interventi comportanti un incremento di unità abitative (cfr. Tar Lombardia, Milano 21.07.2009 n. 4455), oppure un incremento della superficie utile pur in assenza di aumento della cubatura (cfr. C.d.S, sez. V, 27.08.1999 n. 999), nonché per il caso di alterazione dei parametri edilizi (cfr. Tar Piemonte, sez. I, 04.12.1997 n. 821) e per quelle ristrutturazioni che mutino la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica dell’organismo edilizio oggetto di trasformazione (cfr. Tar Emilia, Parma 19.02.2008 n. 100).
Tanto premesso occorre considerare che l’esenzione dal contributo di costruzione di cui all’art. 17, comma 3, lett. b, del d.p.r. n. 380/2001 per il caso di interventi di ristrutturazione di edifici unifamiliari entro il limite di ampliamento del 20%, costituisce oggetto di una previsione di carattere eccezionale, la cui ratio è di natura sociale ed è diretta sostanzialmente ad apprestare uno strumento di tutela e di salvaguardia della piccola proprietà immobiliare per gli interventi funzionali all’adeguamento dell’immobile alle necessità abitative del nucleo familiare. In tal caso rileva innanzitutto la destinazione unifamiliare del fabbricato nonché la natura dell’intervento edilizio quale di “ristrutturazione e di ampliamento non superiore al 20%” quale limite entro il quale è ammessa l’operatività dell’esonero in parola.
La disposizione intende evidentemente incentivare le opere atte ad adeguare le case unifamiliari alle necessità abitative del nucleo familiare, circoscrivendone l’operatività agli interventi che non mutino l’entità strutturale e la dimensione spaziale dell’immobile e non ne trasformino il valore economico.
Trattandosi di una norma di natura eccezionale, l’applicazione della fattispecie va circoscritta in un ambito di stretta interpretazione ancorato ai parametri predefiniti dal legislatore per cui deve escludersi che la disposizione in esame possa trovare applicazione in ogni ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione a parità di volume, entro il limite di ampliamento fissato dal legislatore.
Nel caso in esame il permesso di costruire n. 328/2006 che si intende assoggettare a gratuità ai sensi dell’art. 17, comma 3, lett. b cit., è stato rilasciato al ricorrente M.G. dal Comune di Castelvolturno per un intervento di ristrutturazione edilizia consistente nella demolizione di due preesistenti fabbricati rurali e nella realizzazione di un unico immobile con destinazione abitativa.
Il Comune, nella memoria del 15.03.2012, ha escluso che un siffatto intervento possa rientrare nella ipotesi di gratuità invocata dal ricorrente e riferibile alle sole ristrutturazioni edilizie c.d. “leggere” ossia miranti a conservare il patrimonio edilizio esistente.
Il Comune ha infatti precisato che, come evincesi dai grafici e dalle riproduzioni fotografiche allegate in atti quali gli elaborati prodotti a sostegno della richiesta di rilascio del permesso di costruire, l’intervento è consistito in una ristrutturazione edilizia c.d. “pesante” per aver comportato la realizzazione di un organismo in tutto diverso dal precedente con conseguente incremento del carico urbanistico di zona rapportato alla sostituzione di fabbricati rurali diruti ed inutilizzati con un'unica unità immobiliare tipo “villetta” composta da piano terra e primo piano.
Ciò premesso rileva il Collegio che la disciplina invocata a sostegno del ricorso non è applicabile agli interventi di demolizione e ricostruzione di un fabbricato preesistente. In tal senso si è espressa chiaramente la Corte Costituzionale nella sentenza 26.06.1991 n. 296 pronunciata rispetto alla analoga previgente previsione di cui all'art. 9, lett. d), della legge 28.01.1977 n. 10 -di cui l’art. 17 d.p.r., comma 3, lett. b), costituisce analoga riproduzione- che esonerava dal contributo "gli interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al venti per cento, di edifici unifamiliari".
Ivi la Corte Costituzionale con una sentenza interpretativa di rigetto ha escluso l’illegittimità della norma, prospettata dal Tar Friuli Venezia Giulia rispetto all’art. 9 cit., nella parte in cui non comprendeva nella previsione di esenzione dal contributo per il rilascio della concessione, accanto all'ipotesi di ristrutturazione ed ampliamento nei limiti del venti per cento, anche quella della “integrale ricostruzione del fabbricato demolito”.
La Corte ha al riguardo osservato che, ai fini del riconoscimento dell’esonero in questione, il concetto di ristrutturazione mal si presta a comprendere la fattispecie della demolizione accompagnata dalla ricostruzione dell'edificio sullo stesso suolo “essendo caratterizzata da elementi (territoriali e costruttivi) e da risultato che le conferiscono fisionomia autonoma e differenziata” ed ha ritenuto quindi pienamente giustificata la previsione dell'esonero limitatamente alle ipotesi di ristrutturazioni ed ampliamenti e non anche alle ipotesi di integrale ricostruzione.
Tale accezione interpretativa è stata altresì ribadita più di recente dalla giurisprudenza amministrativa che ha chiarito che la gratuità va limitata agli interventi edilizi su edifici aventi destinazione residenziale e non anche su quelli con destinazione agricola (cfr C.d.S. 6290/2004), sicché deve escludersi che la esenzione in argomento possa trovare spazio nella fattispecie in esame relativa ad un intervento di demolizione e di utilizzazione ad uso abitativo per un’unica unità immobiliare della rispettiva volumetria di due preesistenti fabbricati rurali (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 08.05.2012 n. 2136 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il termine di prescrizione (decennale) per la riscossione del contributo di concessione dovuto decorre dall'emanazione della concessione edilizia.
Tali arresti giurisprudenziali costituiscono, peraltro, puntuale applicazione del principio di cui all’art. 2935 c.c., secondo cui la prescrizione decorre dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. L'obbligazione di pagamento degli oneri concessori sorge, infatti, con il rilascio della concessione edilizia e la giurisprudenza è concorde nel ritenere che la determinazione del contributo dovuto per gli oneri in questione debba essere riferita al momento in cui sorge l'obbligazione.
Il collegio ritiene che il ricorso sia fondato per l’assorbente censura relativa all’insussistenza, conseguente al decorso del termine decennale di prescrizione, del potere esercitato dal comune nel disporre la rideterminazione del contributo e nel richiedere il conguaglio.
Per giurisprudenza costante, infatti, il termine di prescrizione (decennale) per la riscossione del contributo di concessione dovuto decorre dall'emanazione della concessione edilizia (Cons. Stato, sez. IV, 16.01.2009, n. 216; 06.06.2008, n. 2686; sez. V, 13.06.2003, n. 3332).
Tali arresti giurisprudenziali costituiscono, peraltro, puntuale applicazione del principio di cui all’art. 2935 c.c., secondo cui la prescrizione decorre dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. L'obbligazione di pagamento degli oneri concessori sorge, infatti, con il rilascio della concessione edilizia e la giurisprudenza è concorde nel ritenere che la determinazione del contributo dovuto per gli oneri in questione debba essere riferita al momento in cui sorge l'obbligazione.
Essendo, dunque, trascorsi oltre tredici anni dal rilascio della concessione edilizia (avvenuto il 07.08.1986) ed oltre dodici anni dalla notificazione della stessa (dell’11.05.1987), alla data dell’emanazione del provvedimento impugnato (26.10.1999) il credito doveva in ogni caso ritenersi estinto per prescrizione, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2934, 2935 e 2946 c.c., non essendo intervenuto alcun atto interruttivo della prescrizione decennale e non potendo, quindi, il comune intimato richiederne il pagamento (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 07.05.2012 n. 1274 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa determinazione degli oneri di urbanizzazione si correla a una precisa disciplina normativa, di modo che i provvedimenti applicativi di essa non richiedono di per sé alcuna puntuale motivazione allorché le scelte dell’Amministrazione si conformino a detti criteri.
Per ciascun titolo concessorio gli oneri dovuti sono calcolati applicando la normativa e i parametri vigenti al momento in cui esso è rilasciato, esclusa quindi ogni ultrattività della disciplina in vigore all’epoca del rilascio del titolo originario.
La tesi del Comune, che ha operato un ricalcolo degli oneri già corrisposti per la prima concessione applicando anche ad essi la nuova disciplina (fermo restando, come è ovvio, lo scomputo delle somme già corrisposte), trova un aggancio nella pregressa giurisprudenza in materia, secondo cui un tale ricalcolo è legittimo nella sola ipotesi in cui le opere assentite col secondo permesso comportino un mutamento di destinazione d’uso ovvero una variazione essenziale del manufatto con passaggio da una categoria urbanistica ad altra funzionalmente autonoma, in tale caso giustificandosi col maggior carico urbanistico conseguente il ricalcolo degli oneri dovuto.

Innanzi tutto, è opportuno sottolineare come la questione dell’adeguatezza o meno della motivazione con cui il Comune ha esplicitato i criteri di calcolo applicati è destinata a restare recessiva rispetto a quella della correttezza o meno di tali criteri: al riguardo, infatti, va richiamato il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui la determinazione degli oneri di urbanizzazione si correla a una precisa disciplina normativa, di modo che i provvedimenti applicativi di essa non richiedono di per sé alcuna puntuale motivazione allorché le scelte dell’Amministrazione si conformino a detti criteri (cfr. Cons. Stato, sez. V, 09.02.2001, nr. 584).
Nel caso che qui occupa, non è dubbio che il Comune odierno appellante abbia fin dal primo grado depositato documentazione illustrativa dei criteri applicati per la commisurazione degli oneri richiesti per la concessione edilizia rilasciata nel 2003; di modo che, a prescindere da ogni approfondimento circa la conoscenza o conoscibilità di tali criteri da parte della società destinataria, l’eventuale correttezza degli stessi rileverebbe nel senso dell’irrilevanza del vizio ex art. 21-octies della legge 07.08.1990, nr. 241, in considerazione della natura vincolata dell’atto.
Di conseguenza, la questione centrale del presente giudizio attiene alle modalità con cui deve avvenire il calcolo degli oneri di urbanizzazione in sede di rilascio di un nuovo permesso di costruire dopo che quello originario è decaduto ai sensi dell’art. 15, comma 3, del d.P.R. 06.06.2001, nr. 380 (e, prima, dell’art. 4 della legge 28.01.1977, nr. 10).
Più specificamente, l’ipotesi che qui interessa è quella in cui una parte del manufatto assentito col primo titolo concessorio sia stato effettivamente realizzato, e gli oneri relativi siano stati integralmente pagati, di modo che il nuovo provvedimento abilitativo ha a oggetto solo il completamento dell’opera.
In un caso del genere, sembra pacifico (e sul punto le parti convengono) che non possa addivenirsi ad alcuna duplicazione, non essendo possibile accollare all’istante per due volte gli oneri relativi alle medesime opere.
Al di là di ciò, alla Sezione non paiono altrettanto scontati gli ulteriori due assunti su cui si regge la prospettazione del ricorso introduttivo (condivisa dal primo giudice): e cioè che, in occasione del rilascio del secondo permesso, non sia possibile calcolare gli oneri dovuti in base alla disciplina eventualmente innovativa che sia sopravvenuta dopo il rilascio del primo titolo ad aedificandum, e che in ogni caso detti oneri debbano sempre essere limitati a quelli inerenti la parte di opere non realizzata nei termini e oggetto del secondo permesso, escluso ogni “ricalcolo” degli oneri già corrisposti.
Quanto al primo profilo, il Collegio reputa del tutto ragionevole –anche in applicazione del principio tempus regit actum– che per ciascun titolo concessorio gli oneri dovuti siano calcolati applicando la normativa e i parametri vigenti al momento in cui esso è rilasciato, esclusa quindi ogni ultrattività della disciplina in vigore all’epoca del rilascio del titolo originario (poi decaduto).
Per quanto concerne il secondo aspetto, una rigorosa accettazione della tesi dell’odierna appellata porterebbe, nella specie, a un sostanziale azzeramento degli oneri dovuti, dal momento che –come già accennato– la nuova concessione edilizia rilasciata nel 2003 concerne unicamente opere interne e di finitura, essendo stato già illo tempore l’immobile interamente realizzato nella sua struttura.
La tesi del Comune, che invece ha operato un ricalcolo degli oneri già corrisposti per la prima concessione applicando anche ad essi la nuova disciplina (fermo restando, come è ovvio, lo scomputo delle somme già corrisposte), trova un aggancio nella pregressa giurisprudenza in materia, secondo cui un tale ricalcolo è legittimo nella sola ipotesi in cui le opere assentite col secondo permesso comportino un mutamento di destinazione d’uso ovvero una variazione essenziale del manufatto con passaggio da una categoria urbanistica ad altra funzionalmente autonoma, in tale caso giustificandosi col maggior carico urbanistico conseguente il ricalcolo degli oneri dovuto (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 29.04.2004, nr. 2611; Cons. Stato, sez. V, 25.05.2004, nr. 6289; id., 23.01.2004, nr. 174; id., 29.01.2004, nr. 295; id., 24.09.2001, nr. 1427).
Orbene, non risulta specificamente contestato dalla parte privata l’assunto dell’Amministrazione appellante secondo cui la nuova richiesta di permesso di costruire comportava, oltre che la realizzazione di opere interne, anche un rilevante mutamento di destinazione d’uso dell’immobile rispetto al progetto originario (tale essendo, nella prospettazione del Comune, la ragione del ricalcolo degli oneri dovuti); e, anzi, la circostanza trova conferma nella stessa documentazione depositata in primo grado, dalla quale è dato evincere che effettivamente la diversa distribuzione degli spazi interni comportava anche una diversa ripartizione tra i locali a destinazione residenziale e quelli a destinazione direzionale, con conseguente variazione del carico urbanistico rispetto a quello originario.
Dal che consegue l’infondatezza delle censure articolate nel ricorso introduttivo, con riguardo sia all’indebita duplicazione degli oneri percepiti sia all’assenza di ogni giustificazione a sostegno del ricalcolo delle somme già corrisposte (fermo restando che esula dalla presente sede la verifica della correttezza del calcolo in concreto compiuto dall’Amministrazione, non risultando formulata alcuna specifica censura sul punto) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 27.04.2012 n. 2471 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASulla prescrizione -o meno- di ogni diritto dell’amministrazione a richiedere somme integrative a distanza di oltre vent’anni dall’inoltro della domanda di sanatoria e dal pagamento dell’oblazione autoliquidata.
Il Collegio ritiene fondato il ricorso in base all’assorbente censura con la quale si deduce l’intervenuta prescrizione di ogni diritto dell’amministrazione a richiedere somme integrative a distanza di oltre vent’anni dall’inoltro della domanda di sanatoria e dal pagamento dell’oblazione autoliquidata.
In proposito, vanno in questa sede richiamate sinteticamente le disposizioni di legge che disciplinano la prescrizione delle pretese creditorie dei Comuni in tema di sanatoria edilizia: da un lato, è stato stabilito dall’art. 35, co. 12, della L. 47/1985 in trentasei mesi il termine di prescrizione “breve” per richiedere integrazioni o conguagli dell’oblazione; mentre, dall’altra parte, soggiace all’ordinario termine di prescrizione decennale il diritto dell’ente pubblico a richiedere eventuali maggiorazioni degli oneri concessori. Si richiama, sul punto, la seguente giurisprudenza, anche di questa Sezione: Tar Catania, I, 1633/2007, 1987/2007, 4363/2010 e 557/2011; Tar Trentino Alto Adige 234/2010; Tar Latina 1043/2009 e 1249/2008.
Il Collegio non ignora la più recente giurisprudenza del giudice d’appello (sentenza C.G.A. n. 320/2011) in base alla quale il termine di prescrizione breve (trentasei mesi) del diritto al conguaglio previsto dall’art. 35, co. 12, per la sanatoria disciplinata dalla L. 47/1985, non inizia a decorrere prima che la documentazione da allegare alla domanda sia completa.
Tuttavia, non può esser sottaciuto il fatto che nel caso di specie –a fronte di una domanda di sanatoria presentata dalla ricorrente nell’anno 1986– il Comune si sia attivato per esaminare l’istanza e richiedere integrazione dei documenti solo in data 16.12.2009, cioè a distanza di oltre ventitre anni. Ciò consente di affermare che, da una parte, ogni diritto ai conguagli richiesti sia definitivamente estinto per l’avvenuta decorrenza del termine ordinario di prescrizione decennale; né dall’altra parte potrebbe predicarsi una diversa soluzione, perché sarebbe contrario ad ogni principio buon andamento, efficienza e trasparenza dell’azione amministrativa consentire in ogni tempo –anche a distanza di molti anni- all’ente pubblico di formulare una tardiva richiesta di integrazione documentale, all’evidente fine di scongiurare il decorso di una prescrizione di fatto già ampiamente maturata. Si ritiene, in altri termini, che la richiesta proveniente dal Comune, avente ad oggetto l’integrazione della documentazione necessaria al rilascio della sanatoria edilizia, utile al fine di impedire il perfezionarsi della prescrizione breve del diritto al conguaglio dell’oblazione, non possa intervenire a distanza di oltre vent’anni, quando già ogni pretesa risulta comunque “coperta” dal decorso della prescrizione ordinaria decennale.
In conclusione, allora, possono dirsi pacificamente decorsi sia il termine breve di trentasei mesi che condiziona il conguaglio dell’oblazione, sia quello ordinario decennale che determina l’impossibilità giuridica di ridefinire gli oneri concessori. Le pretese del Comune resistente vanno in conclusione dichiarate prescritte, non rinvenendosi peraltro negli scritti difensivi alcuna confutazione in ordine all’eccepita prescrizione (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 24.04.2012 n. 1118 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La difformità tra gli interventi oggetto di concessione edilizia e quelli effettivamente realizzati legittima la richiesta di pagamento dei maggiori oneri concessori.
E' legittimo il provvedimento con cui un Comune, a distanza di cinque anni dal rilascio di una concessione edilizia, chiede il pagamento di maggiori oneri concessori in ragione di riscontrate difformità tra l'oggetto della concessione e quanto effettivamente realizzato.
La ricorrente, ditta operante nel settore delle costruzioni e titolare di una concessione edilizia, ha impugnato il provvedimento con cui la società concessionaria del Comune incaricata per la riscossione ha ingiunto alla medesima il pagamento di maggiori oneri concessori.
Ha esposto che, a fondamento del contestato provvedimento, vi erano gli esiti della verifica svolta sulla correttezza degli oneri concessori determinati a suo tempo dalla civica P.A. e versati dalla deducente in sede di rilascio di concessione edilizia e successiva variante.
In considerazione di tanto, ha eccepito, oltre al resto, la violazione dei principi in materia di autotutela amministrativa, sia in relazione al periodo di tempo ragionevole entro il quale la P.A. avrebbe potuto esercitare il potere, sia con riguardo alla omessa comparazione dei contrapposti interessi.
Il ricorso è stato rigettato.
Il G.A. di Ancona, in primis, ha rilevato come nella vicenda non fosse configurabile l’esercizio del potere di autotutela da parte del Comune, trattandosi di controversia afferente diritti soggettivi.
Pertanto, ferma restando la facoltà per il destinatario dell’atto con cui gli viene chiesto il pagamento degli oneri concessori di agire eventualmente nei riguardi del creditore per violazione del principio di buona fede, il giudicante ha evidenziato come, in linea di principio, il pagamento degli stessi oneri potesse essere chiesto dalla P.A. nel termine di prescrizione decennale.
Al contempo, l’adito TAR ha rilevato la legittimità dell’operato della società concessionaria che, in luogo di un eventuale riesame della decisione assunta a suo tempo dal Comune, aveva chiesto il pagamento di maggiori oneri concessori in virtù di una nuova verifica dei dati progettuali.
Di conseguenza, il Collegio, con riferimento al merito della vicenda, ha chiarito come la richiesta di pagamento di maggiori oneri concessori fosse derivata dalla circostanza per cui alcune porzioni degli immobili realizzati erano state erroneamente considerate come superfici non residenziali e, dunque, non computate secondo le percentuali previste dalla normativa di riferimento.
Invero, ha precisato che il contributo introdotto dalla L. n. 10/1977 -poi confermato dall’attuale T.U. n. 380/2001- ha due componenti, gli oneri di urbanizzazione, il cui calcolo deve aver riguardo al volume dell’edificio realizzato e il costo di costruzione da determinarsi in base alla superficie.
Conseguentemente, avuto riguardo al vano tecnico dell’ascensore di uno dei fabbricati realizzati, lo stesso doveva essere computato, atteso che, ai sensi dell’art. 11, Regolamento Regione Marche n. 6/1977, solo i vani tecnici che fuoriescono dalla linea di gronda dell’edificio non possono essere considerati ai fini della determinazione del volume complessivo: nella specie, si trattava di locale situato al piano interrato e che dunque non fuoriusciva dalla linea di gronda.
Inoltre, ha osservato come negli elaborati grafici versati agli atti, quello che la ricorrente aveva qualificato come “sottotetto non abitabile” (e dunque volume tecnico), fosse in realtà parte integrante del primo piano dell’edificio; pertanto, l’altezza del primo piano era stata correttamente calcolata dalla società di riscossione.
Per quanto riguarda la riduzione delle unità immobiliari complessive, il G.A. marchigiano ha chiarito che se ciò non aveva implicato aumento di superficie o di volume, aveva invece inciso sulla classe di maggiorazione da applicare, essendo stato realizzato un appartamento avente superficie superiore a 110 mq.
Infine, anche per quanto attiene alle taverne, i calcoli eseguiti dalla società di riscossione sono stati ritenuti corretti stante l’evidente differenza fra cantina e taverna.
Difatti, nella variante all’originaria concessione, poiché i locali interessati risultavano indicati espressamente come taverne (munite per lo più di servizi igienici), gli stessi sono stati ritenuti a servizio della residenza e dovevano essere computati al 50% (art. 11, Regolamento regionale n. 6/1977).
Alla stregua di tanto, il TAR di Ancona, reputando corretti i calcoli effettuati dalla società concessionaria, ha respinto il gravame, per l’effetto confermando il provvedimento di accertamento e richiesta in pagamento dei maggiori oneri concessori (commento tratto da www.ipsoa.it - TAR Marche, sentenza 20.04.2012 n. 289 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Alle nuove edificazioni e agli altri interventi comunque soggetti a titolo abilitativo corrisponde il pagamento di un contributo commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione, che presenta carattere generale e prescinde dall’esistenza o meno delle singole opere di urbanizzazione.
Esso, in sostanza, assume la natura di prestazione patrimoniale imposta e viene determinato senza tener conto né dell’utilità specifica che riceve il beneficiario del titolo edilizio e, neppure, delle spese effettivamente necessarie per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione relative al titolo assentito.
La concreta determinazione degli oneri dovuti per il conseguimento del titolo edilizio costituisce, dunque, il risultato di un calcolo materiale, la cui misura è direttamente collegata all’applicazione dei parametri prest