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dossier PISCINE
anno 2016

EDILIZIA PRIVATA: Appare veramente arduo, se non impossibile, configurare la realizzazione di una piscina come un’attrezzatura per lo svago e il tempo libero, alla stessa stregua di un dondolo o di uno scivolo installati nei giardini o nei luoghi di svago.
La piscina è una struttura di tipo edilizio che incide con opere invasive sul sito in cui viene realizzata, tant’è che per la sua realizzazione occorre munirsi di relativo titolo ad aedificandum, di talché è di palmare evidenza la diversità di tale struttura con le attrezzature per lo svago.
---------------
Con riferimento al primo dei suddetti ricorsi la Sezione è chiamata a verificare, in relazione ai motivi di gravame all’uopo denunciati, la legittimità o meno della delibera n. 6/14 con cui il Consiglio del Parco di Portofino, avuto riguardo all’attivata procedura di approvazione di un SUA di iniziativa privata presentato dalla Società Montanino per la riqualificazione del complesso monumentale della Cervara, ha fornito una specifica interpretazione in ordine alla disposizione di cui all’art. 26, comma 3, lettera d), punto 3), riguardante le piscine.
In primo grado la Montanino srl ha contestato l’interpretazione autentica di detta norma, oltreché la stessa adozione dell’atto consiliare in parola, se ed in quanto tale determinazione si riveli ostativa alla realizzazione di una piscina inserita nel progetto di riqualificazione del complesso immobiliare costituito dall’ex Convento di San Girolamo della Cervara (di cui al proposto SUA); e il Tar, con sentenza n. 1887/14, ha accolto il relativo gravame.
I controinteressati sigg.ri Bi. contestano l’esattezza delle osservazioni e prese conclusioni del primo giudice; e le doglianze formulate col secondo e terzo motivo di gravame (da esaminarsi congiuntamente per ragioni di logica connessione) in ordine alla erroneità del decisum si rivelano fondate, nei sensi di cui appresso.
L’Ente Parco di Portofino, con deliberazioni del Consiglio n. 17/2010 e 22/2011, ha approvato le norme di attuazione della variante del regolamento per la riqualificazione del patrimonio edilizio.
L’art. 26 di detto atto, che ha cura di dettare la normativa per le mete e strutture del turismo storico, tra cui è inserito il complesso della Cervara, così prevede: “sono ammessi gli interventi di cui alle lettere agli articoli 6, 7, 8, 9 della legge regionale 06/06/2008 n. 16. Eventuali altri interventi finalizzati alla razionalizzazione o al potenziamento delle attrezzature di servizio e funzionali al miglioramento dell’offerta turistico-ricettiva potranno essere proposti mediante specifici strumenti urbanistici attuativi previsti dall’art. 19 della l.r. n. 12/1995 corredati da un piano aziendale di sviluppo che ne dimostri l’esigenza, nel rispetto della destinazione alberghiera tradizionale quali l’Albergo Portofino Vetta, il Cenobio de Dogi, l’Albergo Splendido, dell’attuale destinazione per il Covo di Nord–Est nell’ambito della proprietà a valle della strada provinciale di Portofino, e di una destinazione polifunzionale turistico-culturale e congressuale per il complesso della Cervara.
Gli interventi previsti per il complesso monumentale della Cervara saranno subordinati a S.U.A la cui convenzione disciplinerà anche l’uso pubblico della struttura…
”.
L’articolo in questione, specificamente occupandosi, poi, alla lettera d), del “Complesso Monumentale della Cervara”, stabilisce al punto 3, a proposito degli interventi di recupero e valorizzazione ammessi, quanto segue: “E’ ammessa la realizzazione di una o due serre in ferro e vetro per una superficie massima complessiva di 60 mq, funzionali alla manutenzione del giardino", nonché ”la realizzazione di attrezzature per lo svago e il tempo libero nell’area retrostante il complesso monumentale”.
Il Consiglio del Parco di Portofino, con l’atto in contestazione, è intervenuto per meglio spiegare la disposizione regolamentare appena citata, interpretandola nel senso che la frase per “attrezzature per lo svago e il tempo libero” va intesa in senso restrittivo, escludendo dalle stesse attrezzature le piscine.
Ebbene, tale assunto esegetico, ad avviso del Collegio, appare congruo e ragionevole, dovendosi ritenere corretta la non inclusione di manufatti costituenti piscine tra le opere di svago e tempo libero.
Il primo giudice giunge ad affermare la erroneità dell’assunto esegetico reso dall’Organo consiliare dell’Ente Parco, sulla scorta di una serie di osservazioni non del tutto logiche, contraddittorie e, per certi versi, singolari, ad avviso dello scrivente Collegio.
Rileva in primo luogo il Tar che le prescrizioni dettate dal suindicato Regolamento sono generiche ed astratte, ma l’osservazione è smentita per tabulas ove si consideri che il corpus di norme dettate a tutela dei valori paesaggistico-ambientali e culturali del territorio inserito nel Parco prende in considerazione i singoli siti, tra cui quello specificatamente contemplato e appositamente disciplinato del complesso monumentale della Cervara, sicché non si vede in che modo possa dedursi la genericità delle prescrizioni dettate.
Al contrario, si è in presenza di una disciplina che detta regole di comportamento e di attività, avendo di mira i diversi siti monumentali e paesaggistici, presi singolarmente in considerazione con riferimento alle caratteristiche di ciascuno di essi e ai correlati valori da preservare.
Non si può quindi condividere il rilievo, pure formulato dal Tar, secondo cui le prescrizioni del Regolamento, come interpretate dal Consiglio con l’atto de quo, si risolvono in un divieto generalizzato, rinvenendosi invece nel testo normativo in questione puntuali e armoniche prescrizioni finalizzate alla salvaguardia di un territorio avente una straordinaria valenza culturale, oltreché paesaggistico-ambientale.
Nondimeno, al di là delle non persuasive asserzioni circa il carattere generale delle prescrizioni contenute nel decisum, scendendo sul piano sostanziale, andando, cioè, a verificare in concreto la problematica sollevata dalla norma interpretativa resa dal Consiglio del Parco di Portofino e della quale il primo giudice non si è dato carico di occuparsi, appare veramente arduo se non impossibile configurare la realizzazione di una piscina come un’attrezzatura per lo svago e il tempo libero, alla stessa stregua di un dondolo o di uno scivolo installati nei giardini o nei luoghi di svago.
La piscina è una struttura di tipo edilizio che incide con opere invasive sul sito in cui viene realizzata, tant’è che per la sua realizzazione occorre munirsi di relativo titolo ad aedificandum, di talché è di palmare evidenza la diversità di tale struttura con le attrezzature per lo svago.
La riprova di quanto appena rilevato viene fornita proprio con riferimento alla piscina che si intende “costruire” con il SUA proposto dalla Montanino srl, laddove è prevista la “realizzazione di una piscina e sottostanti volumi tecnici e spogliatoi” e cioè una serie di manufatti aventi per forma e consistenza la natura di struttura edilizia e che per ciò stesso non sono nemmeno lontanamente paragonabili alle attrezzature di tipo precario utilizzate per ragioni di svago e tempo libero.
Quanto sopra vale altresì a smentire la tesi di parte resistente secondo il quale il combinato disposto degli artt. 12 e 13 delle norme di Piano, recanti la disciplina degli interventi ammessi in zona D2 (quella in cui è incluso anche il complesso monumentale della Cervara), consentirebbe la realizzazione delle piscine.
Invero, il successivo art. 14 di dette Norme precisa che è possibile la realizzazione di ”piscine stagionali di modeste dimensioni”, ma in tale nozione non può certo farsi rientrare la prevista realizzazione di un manufatto del genere di quello che si intende dar vita con il S.U.A. in rilievo, con la realizzazione di una piscina avente caratteristiche tipologiche di ben altra consistenza.
In forza delle su estese considerazioni le censure dedotte con il secondo e terzo motivo d’impugnazione si rivelano fondate, con conseguente accoglimento del proposto appello (
Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 08.01.2016 n. 35 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2015

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione abusiva di una piscina in area paesaggisticamente vincolata non rientra fra le ristrette ipotesi sanabili ex art. 167 dlgs 42/2004.
In caso di vincolo paesaggistico, com’è noto, è precluso il rilascio del permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 D.P.R. 380/2001, stante il divieto di autorizzazione paesaggistica postuma espressamente previsto dall’art. 146 del D.Lgs. 42/2004. A tale principio fanno eccezione solo i limitatissimi casi previsti dal comma 4, dell’art. 167 del D.lgs. 42/2004, e la realizzazione di una piscina non rientra tra tali ipotesi.
La previsione dell’art. 167 del DLgs 42/2004, in un’ottica di apicale protezione dei valori paesaggistici, esclude dalla compatibilità paesaggistica interventi già realizzati, che abbiano comportato “creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”.
Come da giurisprudenza di questo stesso TAR, la posa in opera di una piscina non rientra tra gli interventi per i quali vige l’eccezione al divieto di autorizzazione postuma di cui al citato art. 167, in quanto comportante la realizzazione di volumi interrati o seminterrati rientranti soggetti anch’essi al regime di insanabilità dettato dall’indicato art. 146.
Il Collegio osserva in proposito che pur se, in ipotesi, non si volesse concordare con l’assunto che la costruzione di una piscina realizza nuovi volumi interrati o seminterrati, tale intervento comporta in ogni caso la realizzazione di superfici utili rientrando quindi, in ogni caso, nel divieto di autorizzazione paesaggistica postuma.
---------------
Qualora la Soprintendenza esprima il proprio parere "negativo" (ex art. 167 dlgs 42/2004) oltre il temine di 90 gg. dalla richiesta da parte del Comune ciò non rende illegittimi né il parere, né il provvedimento di diniego della compatibilità paesaggistica.
L’inosservanza dei termini prescritti dalla legge per l’emissione del parere di compatibilità paesaggistica non priva la Soprintendenza del potere di provvedere, e il relativo parere continua a sussistere e mantiene la sua efficacia vincolante.
Ma anche a voler ipotizzare che la mancata osservanza, da parte della Soprintendenza, del termine perentorio previsto ex lege per il rilascio del parere di compatibilità paesaggistica comporti che il parere tardivo perda il carattere vincolante impressogli dalla legge, questo non lo qualifica in termini di illegittimità. Il parere costituirà sempre un elemento del procedimento che l'amministrazione ben può valutare e recepire, potendosene, se del caso, motivatamente discostare.

... per l'annullamento:
- della nota dell’Ufficio Tecnico del Comune di Tora e Piccilli, prot. 308/2013, avente a oggetto il diniego dell'istanza di permesso di costruire in sanatoria;
- della nota del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici. Artistici e Etnoantropologici per le Province di Caserta e Benevento prot. 22635 del 23.10.2012, mediante la quale la prefata autorità notificava al solo Comune di aver dato parere non favorevole alla sopra citata istanza;
- per quanto di interesse, della nota prot. n. 3432 del 10.11.2012 con cui il Comune di Tora e Piccilli comunicava i motivi del rilascio del permesso di costruire in sanatoria relativamente alla piscina;
- della nota del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Architettonici. Paesaggistici, Storici, Artistici e Etnoantropologici per le Province di Caserta e Benevento prot. n. 1603 del 21.01.2013, pure notificata in data 24.07.2013, mediante la quale la Soprintendenza ribadiva il parere non favorevole già espresso con la nota della soprintendenza prot. 22635 del 23.10.2012;
- dell'ordinanza di rimozione e ripristino dello stato dei luoghi prot. n. 320 del 30.01.2013, notificata in data 24.07.2013, con il quale il Comune di Tora e Piccilli ordinava la riduzione in pristino della piscina.
...
FATTO
Il Comune di Tora e Piccilli, con ordinanza n. 12 del 16.08.2011, ordinava la rimozione e il ripristino dello stato dei luoghi per l’abusiva realizzazione di una piscina in zona paesaggisticamente vincolata.
Gli odierni ricorrenti facevano, quindi, richiesta di compatibilità paesaggistica e presentavano istanza di permesso di costruire in sanatoria ai sensi dell'art. 36 del d.p.r. 380/2001.
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con nota della Soprintendenza prot. 22635 del 23.10.2012, esprimeva però parere sfavorevole alla sopra citata istanza, in quanto, con la realizzazione di una piscina, si sarebbe andata a realizzare una "modifica dell'orografia dell'area pertinenziale".
Con nota prot. n. 3432 dei 10.11.2012, il Comune di Tora e Piccini comunicava i motivi ostativi al rilascio dell’autorizzazione in sanatoria facendo riferimento al parere negativo della Soprintendenza.
I ricorrenti depositavano osservazioni in proposito, ma la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici e Etnoantropologici per le Province di Caserta e Benevento ribadiva, con nota prot. n. 1603 del 21.01.2013, il parere non favorevole già espresso con la precedente nota prot. 22635 del 23.10.2012.
Facevano seguito il provvedimento di diniego dell’istanza di permesso di costruire in sanatoria, n. 308 del 30.1.2013, e l’ordinanza di rimozione e ripristino dello stato dei luoghi prot. n. 320 del 30.01.2013, che ordinava nuovamente la riduzione in pristino del manufatto.
Le parti ricorrenti, con il presente ricorso, notificato il 07.11.2013, impugnavano il parere negativo della soprintendenza e i provvedimenti di diniego del permesso di costruire in sanatoria e dell’ordine di demolizione, chiedendone l’annullamento.
Si costituivano in giudizio il Comune e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
DIRITTO
1) Il ricorso si rivela infondato.
L’area su cui è stata realizzata la piscina risulta essere paesaggisticamente vincolata.
In caso di vincolo paesaggistico, com’è noto, è precluso il rilascio del permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 D.P.R. 380/2001, stante il divieto di autorizzazione paesaggistica postuma espressamente previsto dall’art. 146 del D.Lgs. 42/2004. A tale principio fanno eccezione solo i limitatissimi casi previsti dal comma 4, dell’art. 167 del D.lgs. 42/2004, e la realizzazione di una piscina non rientra tra tali ipotesi.
La previsione dell’art. 167 del DLgs 42/2004, in un’ottica di apicale protezione dei valori paesaggistici, esclude dalla compatibilità paesaggistica interventi già realizzati, che abbiano comportato “creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”.
Come da giurisprudenza di questo stesso TAR, la posa in opera di una piscina non rientra tra gli interventi per i quali vige l’eccezione al divieto di autorizzazione postuma di cui al citato art. 167, in quanto comportante la realizzazione di volumi interrati o seminterrati rientranti soggetti anch’essi al regime di insanabilità dettato dall’indicato art. 146 (cfr. TAR Campania Napoli, Sez. VII, 07/01/2014, n. 1, che richiama sul principio dell’insanabilità anche nel caso di volumi interrati o seminterrati, Cons. Stato, Sez. VI, 11.09.2013, n. 4503).
Il Collegio osserva in proposito che pur se, in ipotesi, non si volesse concordare con l’assunto che la costruzione di una piscina realizza nuovi volumi interrati o seminterrati, tale intervento comporta in ogni caso la realizzazione di superfici utili rientrando quindi, in ogni caso, nel divieto di autorizzazione paesaggistica postuma.
2) Alla luce di quanto indicato, le argomentazioni svolte in ricorso si rivelano prive di pregio.
In particolare, è privo di pregio il primo motivo di ricorso basato sulla circostanza che la Soprintendenza avrebbe reso il suo parere negativo oltre il temine di 90 dalla richiesta da parte del Comune. Ciò non rende, difatti, illegittimi né il parere, né il provvedimento di diniego dell’autorizzazione paesaggistica.
L’inosservanza dei termini prescritti dalla legge per l’emissione del parere di compatibilità paesaggistica non priva la Soprintendenza del potere di provvedere, e il relativo parere continua a sussistere e mantiene la sua efficacia vincolante (TAR Friuli-Venezia Giulia Trieste Sez. I, 09.02.2015, n. 53).
Ma anche a voler ipotizzare che la mancata osservanza, da parte della Soprintendenza, del termine perentorio previsto ex lege per il rilascio del parere di compatibilità paesaggistica comporti che il parere tardivo perda il carattere vincolante impressogli dalla legge, questo non lo qualifica in termini di illegittimità. Il parere costituirà sempre un elemento del procedimento che l'amministrazione ben può valutare e recepire, potendosene, se del caso, motivatamente discostare (TAR Lazio Roma Sez. II-bis, 12.02.2014, n. 1733).
Infondato, per quanto anzidetto, è anche il secondo motivo di ricorso, incentrato sulla violazione dell’art. 167 del DLgs 42/2004 che, a detta di parte ricorrente, avrebbe consentito il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica postuma e, conseguentemente, il rilascio del permesso di costruire per l’opera in questione.
L’opera, infatti, non poteva essere oggetto di autorizzazione paesaggistica postuma, né di conseguenza di accertamento di conformità, per le ragioni in precedenza indicate nel punto 1.
3) Il ricorso deve quindi essere rigettato (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 08.10.2015 n. 4720 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAEntrambe le opere (piscina e annessi vani tecnici) non risultano rilevanti ai fini della violazione delle distanze legali trattandosi di opere interrate o che comunque non si innalzano oltre il livello del terreno, con conseguente inconfigurabilità di un corpo edilizio idoneo a creare dannose intercapedini e a pregiudicare la salubrità dell’ambiente collocato tra gli edifici.
Infatti, essendo la normativa dettata in materia di distanze legali diretta ad evitare la formazione di strette e dannose intercapedini per evidenti ragioni di igiene, areazione e luminosità, ne deriva che la suddetta normativa è inapplicabile relativamente ad un manufatto completamente interrato quale una piscina, in quanto i piani interrati devono ritenersi esonerati dal rispetto delle distanze legali.
In tal senso si è espressa anche la Corte di Cassazione affermando che “Ai fini dell'osservanza delle norme in materia di distanze legali, stabilite dall'art. 873 c.c. e dalle norme dei regolamenti locali integrativi della disciplina codicistica, deve ritenersi costruzione qualsiasi opera non completamente interrata avente i caratteri della solidità, stabilità e immobilizzazione rispetto al suolo, anche mediante appoggio o incorporazione o collegamento fisso a un corpo di fabbrica contestualmente realizzato o preesistente; e ciò indipendentemente dal livello di posa ed elevazione dell'opera stessa, dai caratteri del suo sviluppo aereo, dall'uniformità e continuità della massa, dal materiale impiegato per la sua realizzazione, dalla sua destinazione”.

... per l'annullamento del permesso di costruire n. 7/2009 per la realizzazione di una piscina e relative pertinenze.
...
Con ricorso notificato il 05.06.2009 e depositato il 03.07.2009 Ma.Pi., Pa. e Gi.Pi. del Ve. hanno impugnato il permesso di costruire in sanatoria n. 7/2009 rilasciato dal Comune di Pignataro Maggiore a Lu.Ar..
I ricorrenti hanno esposto di essere comproprietari del terreno composto dalle particelle 84 e 122 del Foglio 5 del Comune di Pignataro Maggiore, confinante con il suolo di proprietà di Lu.Ar.; quest’ultimo aveva avviato in assenza di permesso di costruire i lavori per la realizzazione di una piscina, un pergolato ed altri locali e, a seguito dell’esposto presentato dai ricorrenti e del sopralluogo dei tecnici comunali, aveva richiesto ed ottenuto il permesso di costruire in sanatoria impugnato.
...
Quanto alle distanze minime dal confine e dalla strada comunale, oggetto del terzo e quarto motivo di ricorso, l’istruttoria svolta nel corso del giudizio ha evidenziato l’insussistenza delle violazioni lamentate.
Il Servizio Tecnico comunale ha precisato, in particolare, che le zone E2, quale quella in cui insistono le opere in contestazione, sono disciplinate dall’art. 22 delle norme tecniche di attuazione del P.R.G., e destinate “prevalentemente ad attività agricola”; in tale quadro risulta consentita la realizzazione di opere costituenti pertinenze o impianti tecnologici al servizio di edifici già esistenti, quale può essere considerata la piscina di modeste dimensioni al servizio del fabbricato del controinteressato.
Con riferimento ai locali al servizio della piscina, inoltre, nella relazione dei tecnici comunali si rileva che gli stessi sono completamente interrati e che i locali interrati, ai sensi dell’art. 25 del Regolamento Edilizio comunale, non sono considerati a fini volumetrici se hanno un’altezza inferiore a m. 2,50.
È stato chiarito altresì che l’art. 22 citato non prevede per le zone E2 distanze minime né dai confini, né dalle strade vicinali, né può essere applicata la distanza minima di m. 10 dalle strade vicinali di tipo “F” prevista dall’art. 26 del D.P.R. 495/1992 trattandosi di area ricompresa nel perimetro del centro abitato; l’intervento risulta invece rispettoso delle distanze previste dal codice civile (la cui violazione non è stata peraltro nemmeno contestata).
In ogni caso, poi, entrambe le opere (piscina e annessi vani tecnici) non risultano rilevanti ai fini della violazione delle distanze legali trattandosi di opere interrate o che comunque non si innalzano oltre il livello del terreno, con conseguente inconfigurabilità di un corpo edilizio idoneo a creare dannose intercapedini e a pregiudicare la salubrità dell’ambiente collocato tra gli edifici.
Infatti, essendo la normativa dettata in materia di distanze legali diretta ad evitare la formazione di strette e dannose intercapedini per evidenti ragioni di igiene, areazione e luminosità, ne deriva che la suddetta normativa è inapplicabile relativamente ad un manufatto completamente interrato quale una piscina (TAR Lombardia, Milano, 20.12.1988 n. 428), in quanto i piani interrati devono ritenersi esonerati dal rispetto delle distanze legali (TAR Puglia, Lecce, sez. III 30.12.2014 n. 3200).
In tal senso si è espressa anche la Corte di Cassazione affermando che “Ai fini dell'osservanza delle norme in materia di distanze legali, stabilite dall'art. 873 c.c. e dalle norme dei regolamenti locali integrativi della disciplina codicistica, deve ritenersi costruzione qualsiasi opera non completamente interrata avente i caratteri della solidità, stabilità e immobilizzazione rispetto al suolo, anche mediante appoggio o incorporazione o collegamento fisso a un corpo di fabbrica contestualmente realizzato o preesistente; e ciò indipendentemente dal livello di posa ed elevazione dell'opera stessa, dai caratteri del suo sviluppo aereo, dall'uniformità e continuità della massa, dal materiale impiegato per la sua realizzazione, dalla sua destinazione” (Cassazione civile sez. II 06.05.2014 n. 9679).
Infine deve rilevarsi che il pergolato non è ricompreso tra le opere sanate in quanto il permesso impugnato contiene l’espressa prescrizione dell’esclusione di tale opera ed il controinteressato ha rinunciato alla sua realizzazione.
In conclusione il ricorso va respinto (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 02.07.2015 n. 3520 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di una piscina non può essere intesa, sotto il profilo urbanistico ed edilizio, quale pertinenza.
La nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità sue proprie, che la differenziano da quella civilistica, di cui all'art. 817 c.c., dal momento che il manufatto deve essere non solo preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, ma anche sfornito di autonomo valore di mercato e dotato comunque di un volume modesto rispetto all'edificio principale, in modo da evitare il cd. carico urbanistico, sicché gli interventi che, pur essendo accessori a quello principale, incidono con tutta evidenza sull'assetto edilizio preesistente determinando un aumento del carico urbanistico, devono ritenersi sottoposti a permesso di costruire.
Occorre quindi distinguere il concetto di pertinenza previsto dal diritto civile di cui all'art. 817 c.c., dal più ristretto concetto di pertinenza inteso in senso urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime del permesso di costruire (TAR Puglia–Bari, Sez. III, 26.01.2012, n. 245, che ha appunto escluso che l'intervento di realizzazione di una piscina potesse essere coessenziale ad un bene principale e quindi potesse essere considerata pertinenza ai fini urbanistici).
In ogni caso, per quanto concerne la realizzazione di una piscina, è decisiva l'osservazione in forza della quale la piscina comporta, in ogni caso, una durevole trasformazione del territorio.
L’intervento edilizio in questione -tenendo peraltro conto che la piscina oggetto della segnalazione di inizio attività, pur composta da pennelli prefabbricati, ha la rilevante dimensione di quasi mq. 150– necessitava, quindi, del permesso di costruire.

7.2. - L’Accordo sancito in data 16.01.2003 dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, recepito dalla Regione Calabria con Deliberazione della Giunta regionale del 12.12.2007, n. 770, non pone norme urbanistiche ed edilizie relative all’edificazione delle piscine, bensì disciplina gli aspetti igienico-sanitari per la costruzione, la manutenzione e la vigilanza delle piscine ad uso natatorio.
Tale atto, dunque, non riveste alcun rilievo nel caso in esame, sicché l’eventuale errore dell’amministrazione comunale nella catalogazione della piscina progettata dalla ricorrente in una delle categorie da esso previste appare privo di rilievo.
7.3. - Correttamente il Comune di Rossano ha ritenuto che l’intervento edilizio di cui si controverte non potesse essere realizzato in forza della sola segnalazione certificata di inizio attività, giacché la realizzanda piscina non può essere intesa, sotto il profilo urbanistico ed edilizio, quale pertinenza.
Occorre ricordare, innanzitutto, che la nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità sue proprie, che la differenziano da quella civilistica, di cui all'art. 817 c.c., dal momento che il manufatto deve essere non solo preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, ma anche sfornito di autonomo valore di mercato e dotato comunque di un volume modesto rispetto all'edificio principale, in modo da evitare il cd. carico urbanistico, sicché gli interventi che, pur essendo accessori a quello principale, incidono con tutta evidenza sull'assetto edilizio preesistente determinando un aumento del carico urbanistico, devono ritenersi sottoposti a permesso di costruire.
Occorre quindi distinguere il concetto di pertinenza previsto dal diritto civile di cui all'art. 817 c.c., dal più ristretto concetto di pertinenza inteso in senso urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime del permesso di costruire (TAR Puglia–Bari, Sez. III, 26.01.2012, n. 245, che ha appunto escluso che l'intervento di realizzazione di una piscina potesse essere coessenziale ad un bene principale e quindi potesse essere considerata pertinenza ai fini urbanistici).
In ogni caso, per quanto concerne la realizzazione di una piscina, è decisiva l'osservazione in forza della quale la piscina comporta, in ogni caso, una durevole trasformazione del territorio (TAR Campania–Napoli, Sez. VII, 21.04.2009, n. 2088; cfr. anche TAR Campana, Sez. VI, 07.01.2014, n. 1).
L’intervento edilizio in questione -tenendo peraltro conto che la piscina oggetto della segnalazione di inizio attività, pur composta da pennelli prefabbricati, ha la rilevante dimensione di quasi mq. 150– necessitava, quindi, del permesso di costruire (cfr. anche Cass. Pen., sez. III 19.03.2014 n. 19444) (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 11.06.2015 n. 1066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa censura con la quale il ricorrente ritiene applicabili alla vasca di compensazione (della realizzanda piscina) le distanze previste dall’art. 889 c.c. per pozzi, cisterne fossi e tubi deve essere respinta, perché nel caso all’esame il manufatto realizzato si sostanzia nella realizzazione di un opera corrispondente ad un muro di contenimento che ha sopravanzato l’originario profilo della balza del terreno, e in quanto tale deve essere qualificato come una costruzione, dato che, ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze, “la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera”.
--------------
Con il secondo motivo il ricorrente lamenta l’erroneità della considerazione del vano di alloggiamento dei motori (della realizzanda piscina) come idoneo a configurare volume computabile dal punto di vista urbanistico e paesaggistico.
La censura non può essere accolta perché, come osservato dal Comune nelle proprie difese, costituiscono vani tecnici non computabili volumetricamente dal punto di vista urbanistico, le fattispecie indicate dagli strumenti urbanistici, quali il sottotetto, il vano scala, il vano ascensore e il volume delle opere di natura tecnica collocate al di sopra del solaio di copertura, mentre “tutte le strutture tecnologiche di dimensioni rilevanti, che non rientrano nella definizione di volume tecnico, partecipano alla determinazione del volume edificabile o rapporto di copertura per gli edifici produttivi e sono soggette alla normativa sulla edificabilità del P.I.”, e pertanto il vano di alloggiamento dei motori che internamente misura 5,00 m per 1,60, con un’altezza utile pari a 3,90 m, ed è sovrastato da una terrazza, non rientra nel novero delle fattispecie definibili come volumi tecnici non rilevanti ai fini urbanistici.

... per l'annullamento:
- della determina prot. n. 413 del 20/1/2015 notificata il 21/01/2015, emessa dall'Area Tecnica Edilizia Privata e Sportello Unico del Comune di Costermano di rigetto dell'istanza di rilascio di permesso di costruire in variante in sanatoria relativa alla realizzazione di una piscina a servizio di civile abitazione presentata il 28/08/2013 prot. n. 6974, presentata dal sig. H.W.;
- dell'ordinanza n. 4 prot. n. 1701 del 03/03/20105 di demolizione e ripristino dello stato dei luoghi emessa dall'Area Tecnica Edilizia Privata e Sportello Unico del Comune di Costermano il 04/03/2015.
...
Il ricorrente è il progettista e direttore dei lavori di realizzazione di una piscina privata nello scoperto a servizio di un’abitazione unifamiliare di proprietà del Sig. H.W. nel territorio del Comune di Costermano in area soggetta a vincolo paesaggistico ed idrogeologico forestale, per la quale è stato rilasciato il permesso di costruire n. 10646 del 28.05.2013.
Il progetto originario prevedeva la realizzazione della piscina alla distanza di m 3,56 dal confine di proprietà all’interno di una balza del terreno e sul lato sud ovest, che fronteggia la proprietà confinante, la realizzazione di un muro di sostegno del preesistente terrapieno di contenimento della balza.
Nel corso degli scavi sono stati riscontrati dei problemi alla staticità dell’immobile a causa dell’eccessiva vicinanza dello scavo all’abitazione.
La piscina è stata quindi traslata in direzione sud ovest, in avvicinamento rispetto alla proprietà confinante.
Rispetto al progetto autorizzato è stata eliminata la vasca di compensazione prevista sul lato nord est della piscina, e la stessa è stata realizzata sul lato sud ovest alla distanza di m 1,16 dal confine, con la funzione di raccolta delle acque che scendono dal bordo della piscina, infine è stato realizzato un vano di alloggiamento dei motori e filtri della piscina non previsto dal progetto, della misura di m 5 per 1,6 e altezza di m. 3,9, sovrastato da una terrazza.
Il 28.08.2013 è stata presentata un’istanza di accertamento di conformità e un’istanza per l’accertamento di compatibilità paesaggistica dei lavori abusivamente realizzati.
Il Comune, con provvedimento prot. n. 413 del 20.01.2015, ha respinto l’istanza di sanatoria e accertamento di compatibilità paesaggistica e, con ordinanza n. 4, prot. n. 1701 del 03.03.2015, ha ordinato la demolizione delle opere e il ripristino dello stato dei luoghi.
...
Il ricorso è infondato e deve essere respinto.
La censura con la quale, nell’ambito del primo motivo, il ricorrente deduce che le opere realizzate non soggiacciono alla disciplina delle distanze dai confini perché sono interrate in quanto ricomprese all’interno dell’originaria balza del terreno, è infondata.
Infatti nel caso all’esame la necessità del rispetto delle distanze dai confini emerge già dall’esame dei prospetti redatti dalla stessa parte ricorrente come allegati alla domanda di sanatoria e dalla comparazione il progetto originariamente assentito (cfr. doc. 3b allegato al ricorso) e quello realizzato oggetto dell’istanza di sanatoria e tra lo “stato dei luoghi originale” e “lo stato di sanatoria” (cfr. doc. 4d allegato al ricorso).
Nel realizzare la traslazione della piscina e della vasca di compensazione, è stato operato un avanzamento nel lato sud ovest, verso la proprietà confinante, superando in parte l’originario profilo della balza.
Il progetto originario prevedeva infatti la realizzazione della piscina alla distanza di m 3,56 dal confine di proprietà all’interno di una balza del terreno, e sul lato sud ovest, che fronteggia la proprietà confinante, la realizzazione di un muro di sostegno del preesistente terrapieno di contenimento della balza.
Le opere realizzate, il dato si ricava dalla sovrapposizione delle sezioni relative allo stato di fatto preesistente e alle opere oggetto di sanatoria (cfr. doc. 4d allegato al ricorso), distano invece dal confine circa 2,68 m per quanto riguarda la piscina che, come emerge dal raffronto tra le sezioni A-A dello “stato dei luoghi originale” e dello “stato di sanatoria” in taluni punti è stata realizzata ad un’altezza maggiore a quella originaria della balza, e 1,16 m per quanto riguarda la vasca di compensazione, il che rende evidente che sono state superate le precedenti distanze dal confine con dei manufatti, la vasca di compensazione e la piscina, creati artificialmente oltre l’originario profilo della balza, e che complessivamente emergono dal sottostante vialetto per circa 3,90 m.
Pertanto l’assunto secondo il quale tali opere non dovrebbero soggiacere alla disciplina sulle distanze dai confini perché completamente interrate è infondato.
La censura con la quale il ricorrente ritiene applicabili alla vasca di compensazione le distanze previste dall’art. 889 c.c. per pozzi, cisterne fossi e tubi deve essere respinta, perché nel caso all’esame, come appena evidenziato, il manufatto realizzato si sostanzia nella realizzazione di un opera corrispondente ad un muro di contenimento che ha sopravanzato l’originario profilo della balza del terreno, e in quanto tale deve essere qualificato come una costruzione, dato che, ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze, “la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera” (per una fattispecie analoga cfr. Cassazione civile Sez. II 17.06.2011 n. 13389).
Le censure di cui al primo motivo devono pertanto essere respinte.
Con il secondo motivo il ricorrente lamenta l’erroneità della considerazione del vano di alloggiamento dei motori come idoneo a configurare volume computabile dal punto di vista urbanistico e paesaggistico.
La censura non può essere accolta perché, come osservato dal Comune nelle proprie difese, costituiscono vani tecnici non computabili volumetricamente dal punto di vista urbanistico, le fattispecie indicate dagli strumenti urbanistici, quali il sottotetto, il vano scala, il vano ascensore e il volume delle opere di natura tecnica collocate al di sopra del solaio di copertura, mentre “tutte le strutture tecnologiche di dimensioni rilevanti, che non rientrano nella definizione di volume tecnico, partecipano alla determinazione del volume edificabile o rapporto di copertura per gli edifici produttivi e sono soggette alla normativa sulla edificabilità del P.I.”, e pertanto il vano di alloggiamento dei motori che internamente misura 5,00 m per 1,60, con un’altezza utile pari a 3,90 m, ed è sovrastato da una terrazza, non rientra nel novero delle fattispecie definibili come volumi tecnici non rilevanti ai fini urbanistici.
Sono parimenti infondate le censure proposte avverso l’ordinanza di demolizione, di cui al terzo e quinto motivo, con le quali il ricorrente contesta la sanzionabilità dell’abuso con l’ordinanza di demolizione anziché con una sanzione pecuniaria.
Infatti, come sopra evidenziato, nel caso all’esame le opere poste in essere costituiscono una nuova costruzione che comporta una modificazione e trasformazione permanente del territorio, e sono pertanto soggette al rilascio del permesso di costruire (cfr. Tar Campania, Napoli, 06.06.2013, n. 2980; Tar Puglia, Bari, Sez. III, 26.01.2012, n. 245; Consiglio di Stato, Sez. VI 05.03.2013 n. 1316; Consiglio di Stato, Sez. III, 29.04.2003, n. 26197; Cass. pen., Sez. III, 19.03.2014, n. 19444), ricadono in area soggetta a vincolo paesaggistico, e hanno comportato un aumento volumetrico dal punto di vista urbanistico, in violazione delle distanze dai confini.
Pertanto costituiscono opere in totale difformità o con variazioni essenziali rispetto al permesso di costruire rilasciato, per le quali è prevista la demolizione.
In definitiva il ricorso deve essere respinto (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 19.05.2015 n. 535 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2014

EDILIZIA PRIVATASulla costa piscina compatibile. Il mancato impatto ambientale dimostrato da un dossier di foto. Consiglio di Stato. Si può sanare il manufatto in una zona senza vincolo di inedificabilità assoluta.
Una piscina realizzata vicino al mare, nella fascia di tutela, può essere ritenuta compatibile con il vincolo paesaggistico: lo sottolinea il Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 08.08.2014 n. 4226
, relativa ad un intervento nel Comune di Orbetello sulla riviera toscana.
Il contrasto era sorto in quanto un Comune aveva respinto un'istanza di sanatoria in base alla legge 47 del 1985, facendo generico riferimento all'impatto visivo dell'opera; in particolare, si discuteva della visibilità della piscina da parte di chi guardasse verso il complesso edilizio percorrendo la costa.
Per negare tale visibilità e quindi il presupposto stesso del diniego di compatibilità paesaggistica, il costruttore aver fornito una relazione tecnica con allegati grafici e fotografici dai quali risultava che la piscina era notevolmente arretrata rispetto alla linea di costa, e quindi non risultava visibile dal mare. Al più, dalla costa era possibile scorgere il belvedere con giardino prospicienti la piscina, ma solo ponendosi al livello di tali strutture, e non da quote inferiori (e, in particolare, dal livello della costa), l'intervento era effettivamente percepibile.
Infine, si discuteva anche di una discesa a mare, che era stata realizzata con accorgimenti costruttivi idonei a mitigarne in modo rilevante l'impatto sul paesaggio circostante, ad esempio attraverso il ricorso alla pietra locale e alla copertura dei manufatti con essenze arboree e senza alterare l'andamento del naturale del terreno.
Una parte rilevante della decisione del giudice amministrativo riguarda l'esame congiunto della documentazione fornita dal privato rispetto a quella dell'amministrazione: il privato si era immedesimato in un generico fruitore del paesaggio, illustrando la percepibilità dell'abuso nelle varie prospettive utilizzabili; l'amministrazione comunale, invece, aveva esibito unicamente fotografie aeree, nelle quali la piscina risultava particolarmente evidente, anche se in un'ottica non usuale proprio perché aerea.
La vicenda esaminata appare rilevante anche per altri casi di realizzazione di piscine, poiché tali strutture, pur non avendo un impatto di tipo volumetrico, sono spesso di forte peso ambientale per la loro collocazione, i riverberi ed i colori fortemente invasivi sull'ambiente. Nel caso specifico, inoltre, si discuteva di un intervento oggetto di sanatoria dell'inizio degli anni 90 e di un provvedimento sfavorevole che derivava da norme sul condono edilizio, di dubbia applicabilità nei casi in cui sussista un vincolo di carattere paesaggistico, diverso dal vincolo di inedificabilità assoluta.
Nell'ottica ambientale, il problema della percepibilità dell'abuso emerge anche in altri casi, ad esempio quando il manufatto è arretrato rispetto al fronte visibile, oppure quando è interrato o inglobato in una struttura preesistente che ne esclude l'invasività. In materia di pregiudizio causato da una piscina alla visuale e al paesaggio, si ricorda la sentenza del Consiglio di Stato 3853/2010, secondo la quale un'opera che non abbia uno sviluppo verticale difficilmente può avere rilevanza sotto il profilo paesaggistico, con la conseguenza che i vicini non possono lamentarsi dell'esecuzione piscina.
Infine, qualora manchino vincoli ambientali, la realizzazione di questi impianti e agevolata secondo l'orientamento del Consiglio di Stato 1951/2014 che esaminando il caso di una piscina prefabbricata di dimensioni relativamente modeste in rapporto a un edificio a destinazione residenziale, sito in zona agricola, ha qualificato l'opera come una pertinenza, realizzabile (articolo 7, secondo comma, lettera a) del decreto legge 23.01.1982, n. 9) con semplice autorizzazione gratuita, assieme ai vani per impianti tecnologici a servizio della piscina stessa
(articolo Il Sole 24 Ore del 28.08.2014).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: Circa la necessità che la non ammissibilità di manufatti pertinenziali quali le piscine debba essere prevista espressamente (oltre che ragionevolmente) dal piano, la giurisprudenza ha statuito alcuni principi quali:
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in primo luogo è stato evidenziato come in linea generale l'installazione di una piscina di non rilevanti dimensioni oggettive (fatta salva la rilevanza paesaggistica per l’evidente trasformazione visiva) non integri di per sé, dal punto di vista edilizio, la violazione degli indici di copertura che riguardano interventi edilizi né degli standard, atteso che non si determina un aumento del carico urbanistico della zona, rilevando solo in termini di sistemazione esterna del terreno, e che i vani per impianti tecnologici sono per tale natura consentiti;
- in secondo luogo, la sezione ha già ribadito che la realizzazione di una piscina in generale costituisce opera pertinenziale che non implica consumo dei suoli per le sue caratteristiche;
- in terzo luogo, è già stato evidenziato (e con riferimento a contesti di particolare pregio, paesaggisticamente vincolati) che l'introduzione dell'elemento piscina di per sé non comporta l'eliminazione di essenze arboree e migliora significativamente l'impatto ambientale.
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In definitiva, rispetto alla genericità del diniego ed all’assenza di specifici divieti, vale il principio generale a mente del quale una piscina prefabbricata, di dimensioni normali, annessa ad un fabbricato ad uso residenziale sito in zona agricola, ha natura obiettiva di pertinenza e costituisce un manufatto adeguato all'uso effettivo e quotidiano del proprietario dell'immobile principale.
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Analogamente va concluso, con la prevalente giurisprudenza, che nella pianificazione urbanistica il vincolo a verde agricolo assolve essenzialmente la funzione di preservare una determinata area da un'eccessiva espansione edilizia che ne comprometta i valori ambientali, ma non preclude la realizzazione di specifici manufatti aventi una destinazione non agricola, ove gli stessi non rechino turbativa all'assetto territoriale, risultando ininfluente che l'opera realizzata (nella specie, una piscina scoperta) non sia destinata al servizio di una residenza rurale in senso stretto.

In linea generale, circa la necessità che la non ammissibilità di manufatti pertinenziali quali le piscine debba essere prevista espressamente (oltre che ragionevolmente) dal piano, vanno richiamati alcuni principi già espressi dalla giurisprudenza prevalente e dalla sezione.
In primo luogo è stato evidenziato come in linea generale l'installazione di una piscina di non rilevanti dimensioni oggettive (fatta salva la rilevanza paesaggistica per l’evidente trasformazione visiva) non integri di per sé, dal punto di vista edilizio, la violazione degli indici di copertura che riguardano interventi edilizi né degli standard, atteso che non si determina un aumento del carico urbanistico della zona, rilevando solo in termini di sistemazione esterna del terreno, e che i vani per impianti tecnologici sono per tale natura consentiti (cfr. ad es. CdS 1951/2014). In secondo luogo, la sezione ha già ribadito che la realizzazione di una piscina in generale costituisce opera pertinenziale che non implica consumo dei suoli per le sue caratteristiche (cfr. ad es. sent n. 299/2008). In terzo luogo, è già stato evidenziato (e con riferimento a contesti di particolare pregio, paesaggisticamente vincolati) che l'introduzione dell'elemento piscina di per sé non comporta l'eliminazione di essenze arboree e migliora significativamente l'impatto ambientale (cfr. ad es. Tar Campania 11565/2007).
Quanto da ultimo indicato conferma anche sotto un diverso angolo prospettico l’insufficienza, genericità ed inadeguatezza delle argomentazione svolte a fondamento del diniego circa la presunta necessità di mantenimento della ruralità e delle caratteristiche del contesto.
In proposito va evidenziato come nel caso di specie non sussista alcun vincolo paesaggistico, in relazione al quale la giurisprudenza, condivisa dal Collegio ha evidenziato che l’Amministrazione, nell'adottare un provvedimento di diniego del richiesto nulla osta per la costruzione in area soggetta a vincolo paesaggistico, non può limitare la sua valutazione al mero riferimento ad un pregiudizio ambientale, utilizzando espressioni vaghe o formule stereotipate, ma tale motivazione deve contenere una sufficiente esternazione delle specifiche ragioni per le quali si ritiene che un'opera non sia idonea ad inserirsi nell'ambiente, attraverso l'individuazione degli elementi di contrasto; pertanto, occorre un concreto ed analitico accertamento del disvalore delle valenze paesaggistiche (cfr. ad es. Tar Lazio 8829/2008 proprio in tema di piscine in zona vincolata). A maggior ragione tale principio vale nei casi quale quello in esame di (invero rara, nelle zone di pregio della nostra Regione) area non vincolata.
Peraltro, tornando alla verifica della concreta fattispecie in esame, un attento studio della disciplina di piano sembra all’opposto, nei termini dedotti da parte ricorrente, ammettere espressamente la realizzabilità di piccole piscine, quale quella progettata dall’odierna parte ricorrente.
Infatti, la stessa norma invocata, cioè l’art. 18 nta, rinvia al successivo art. 23c –in tema di aree agricole– con esclusione di nuovi volumi di cui al comma 6; orbene, fra le disposizioni richiamate, contenute nella parte di art. 23c ammessa, si rinvia all’art. 23 che, a propria volta, fra le infrastrutture agrarie e i manufatti integrativi prevede in maniera indiretta ma evidente la possibilità di realizzazione di piscine, laddove si limita a non ammettere l’allaccio alla rete idrica comunale per la fornitura d’acqua a piscine di ogni genere.
In definitiva, l’unico richiamo espresso ai manufatti in questione nelle zone agricole, lungi dal manifestare quanto genericamente ed apoditticamente posto a fondamento del diniego, ne ammette pacificamente l’esistenza escludendone solo il possibile allaccio alla rete idrica comunale, con la conseguenza che le stesse dovranno essere riempite altrimenti.
In definitiva, rispetto alla genericità del diniego ed all’assenza di specifici divieti, vale il principio generale a mente del quale una piscina prefabbricata, di dimensioni normali, annessa ad un fabbricato ad uso residenziale sito in zona agricola, ha natura obiettiva di pertinenza e costituisce un manufatto adeguato all'uso effettivo e quotidiano del proprietario dell'immobile principale (cfr. ad es. Cons. Stato, Sez. V, 13.10.1993, n. 1041/1993 e 1951/2014 cit).
Analogamente va concluso, con la prevalente giurisprudenza, che nella pianificazione urbanistica il vincolo a verde agricolo assolve essenzialmente la funzione di preservare una determinata area da un'eccessiva espansione edilizia che ne comprometta i valori ambientali, ma non preclude la realizzazione di specifici manufatti aventi una destinazione non agricola, ove gli stessi non rechino turbativa all'assetto territoriale, risultando ininfluente che l'opera realizzata (nella specie, una piscina scoperta) non sia destinata al servizio di una residenza rurale in senso stretto (cfr. ad es. Tar Piemonte 2552/2009)
(TAR Liguria, Sez. I, sentenza 21.07.2014 n. 1142 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il CdS annulla la sentenza del TAR Napoli n. 1099/2013 secondo cui le piscine interrate non possono alterare i valori paesaggistici, perché non suscettibili di verticalizzazione con pregiudizio di visuali e visioni prospettiche.
Il TAR è incorso nella violazione dei principi della separazione dei poteri e della tassatività delle ipotesi di giurisdizione di merito delineate dall’art. 134 cod. proc. amm., da cui esula la fattispecie sub iudice, non solo perché ha sostituito la propria valutazione a quella tecnico-discrezionale rientrante nell’ambito dei poteri dell’amministrazione, ma anche perché ha affermato in modo apodittico che «le piscine interrate non possono alterare i valori paesaggistici, perché non suscettibili di verticalizzazione con pregiudizi di visuali e visioni prospettiche», senza correlativa valutazione della fattispecie concreta, con conseguente manifesta insufficienza motivazionale.
Del resto, per la giurisprudenza di questo Consiglio, hanno una indubbia rilevanza paesaggistica tutte le opere realizzate sull’area sottoposta a vincolo, anche se non vi è un volume da computare sotto il profilo edilizio (pur se si tratti di volumi tecnici), anche se si tratta di una piscina, poiché le esigenze di tutela dell’area sottoposta a vincolo paesaggistico possono anche esigere l’immodificabilità dello stato dei luoghi (ovvero precludere una ulteriore modifica).
Nel caso di specie, la Soprintendenza ha motivatamente rilevato l’esigenza di conservazione delle dune ancora esistenti e oggetto del progetto, con osservazioni puntuali e ragionevoli, mentre la sentenza impugnata ha dato una erronea lettura della normativa di tutela dei beni paesaggistici, che consente (e impone) all’autorità preposta alla tutela del vincolo di valutare non solo l’incidenza delle ‘verticalizzazioni’ su ‘visuali e visioni prospettiche’, ma anche di ogni opera che modifichi i tratti naturalistici dell’area, oltre che di quanto può emergere dall’alto (dal momento che per loro natura le aree sottoposte a vincolo sono oggetto di visione, esame e studio anche dall’alto, quale elemento decisivo per la loro descrizione e per la valutazione della loro maggiore o minore integrità).
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Le caratteristiche della zona, che hanno giustificato l’imposizione del vincolo paesaggistico sul litorale domitio, tra cui la peculiare vegetazione mediterranea connotata da fitte macchie verdeggianti, costituiscono elementi di fatto qualificati normativamente dai provvedimenti impositivi del vincolo, assurgendo a parametri di valutazione della compatibilità paesaggistica dei singoli interventi edilizi e, dunque, ponendosi su un piano diverso dai fatti, principali e/o secondari, costituenti l’oggetto del thema probandum ed, in ipotesi, suscettibili di non contestazione ai sensi della citata disposizione processuale, di cui l’appellata sentenza ha, pertanto, fatto erronea applicazione, confondendo il piano normativo/valutativo con il piano processuale dell’individuazione dei fatti controversi e della distribuzione dell’onere della prova.
Peraltro, la circostanza ripetutamente emergente dalle stesse deduzioni di parte –secondo cui nel corso del tempo atti o comportamenti omissivi hanno portato al degrado, o addirittura alla cancellazione, di ampie aree un tempo caratterizzate dalle dune sabbiose del litorale domitio– rende del tutto ragionevole e legittima la valutazione sulla non assentibilità di opere che ulteriormente riducano la presenza delle dune, e sull’esercizio in un senso rigoroso dei poteri tecnico-discrezionali, volti alla salvaguardia delle relative aree.

... per la riforma della sentenza breve del TAR CAMPANIA - NAPOLI, SEZIONE VII, n. 1099/2013, resa tra le parti e concernente: diniego di permesso di costruire a seguito di parere soprintendentizio negativo.
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Si osserva che l’appello è fondato.
Dai sopra (sub 1.1.) riportati passaggi motivazionali centrali dell’appellata sentenza emerge in modo palese che il Tar ha travalicato i limiti del sindacato proprio della giurisdizione di legittimità ed è entrato nel merito dell’atto amministrativo, sostituendosi all’Amministrazione preposta alla gestione del vincolo nella valutazione, di natura tecnico-discrezionale, della compatibilità paesaggistica dell’intervento in questione.
L’area de qua ricade in area sottoposta a tutela con d.m. 28.03.1985 (pubblicato nel S.O. alla G.U. n. 98 del 26.04.1985), ai sensi della l. 29.06.1939, n. 1497, in un tratto di arenile di pineta e duna sottoposta a regime di conservazione integrale ai sensi del Piano territoriale paesistico del Litorale Domitio (la cui fascia sabbiosa é caratterizzata dai rilievi della duna con la flora e la fauna mediterranee, tipiche di questo habitat).
Il TAR è incorso nella violazione dei principi della separazione dei poteri e della tassatività delle ipotesi di giurisdizione di merito delineate dall’art. 134 cod. proc. amm., da cui esula la fattispecie sub iudice, non solo perché ha sostituito la propria valutazione a quella tecnico-discrezionale rientrante nell’ambito dei poteri dell’amministrazione, ma anche perché ha affermato in modo apodittico che «le piscine interrate non possono alterare i valori paesaggistici, perché non suscettibili di verticalizzazione con pregiudizi di visuali e visioni prospettiche», senza correlativa valutazione della fattispecie concreta, con conseguente manifesta insufficienza motivazionale.
Del resto, per la giurisprudenza di questo Consiglio, hanno una indubbia rilevanza paesaggistica tutte le opere realizzate sull’area sottoposta a vincolo, anche se non vi è un volume da computare sotto il profilo edilizio (pur se si tratti di volumi tecnici: Sez. VI, 20.06.2012, n. 3578), anche se si tratta di una piscina (Sez. VI, 02.03.2011, n. 1300), poiché le esigenze di tutela dell’area sottoposta a vincolo paesaggistico possono anche esigere l’immodificabilità dello stato dei luoghi (ovvero precludere una ulteriore modifica).
Nel caso di specie, la Soprintendenza ha motivatamente rilevato l’esigenza di conservazione delle dune ancora esistenti e oggetto del progetto, con osservazioni puntuali e ragionevoli, mentre la sentenza impugnata ha dato una erronea lettura della normativa di tutela dei beni paesaggistici, che consente (e impone) all’autorità preposta alla tutela del vincolo di valutare non solo l’incidenza delle ‘verticalizzazioni’ su ‘visuali e visioni prospettiche’, ma anche di ogni opera che modifichi i tratti naturalistici dell’area, oltre che di quanto può emergere dall’alto (dal momento che per loro natura le aree sottoposte a vincolo sono oggetto di visione, esame e studio anche dall’alto, quale elemento decisivo per la loro descrizione e per la valutazione della loro maggiore o minore integrità).
Ne deriva la fondatezza dei motivi d’appello sub 2.a) e 2.b) e, in parte qua, anche del motivo sub 2.c).
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Quanto al secondo profilo di censura dedotto col motivo sub 2.c), è, altresì, fondata la censura della Amministrazione statale, che ha lamentato come il TAR –non correttamente interpretando l’art. 64, comma 2, cod. proc. amm.– ha rilevato che essa, nel corso del procedimento, non avrebbe assolto all’onere di contestare in modo specifico i fatti allegati dalla ricorrente e suffragati dalla relazione tecnica con allegata documentazione fotografica prodotta in giudizio (asseritamente escludenti la stessa presenza e, dunque, la compromissione, nell’area interessata dall’intervento, delle essenze arboree tipiche della macchia mediterranea).
Invero, le caratteristiche della zona, che hanno giustificato l’imposizione del vincolo paesaggistico sul litorale domitio, tra cui la peculiare vegetazione mediterranea connotata da fitte macchie verdeggianti, costituiscono elementi di fatto qualificati normativamente dai provvedimenti impositivi del vincolo, peraltro non impugnati, assurgendo a parametri di valutazione della compatibilità paesaggistica dei singoli interventi edilizi e, dunque, ponendosi su un piano diverso dai fatti, principali e/o secondari, costituenti l’oggetto del thema probandum ed, in ipotesi, suscettibili di non contestazione ai sensi della citata disposizione processuale, di cui l’appellata sentenza ha, pertanto, fatto erronea applicazione, confondendo il piano normativo/valutativo con il piano processuale dell’individuazione dei fatti controversi e della distribuzione dell’onere della prova.
Peraltro, la circostanza ripetutamente emergente dalle stesse deduzioni di parte –secondo cui nel corso del tempo atti o comportamenti omissivi hanno portato al degrado, o addirittura alla cancellazione, di ampie aree un tempo caratterizzate dalle dune sabbiose del litorale domitio– rende del tutto ragionevole e legittima la valutazione sulla non assentibilità di opere che ulteriormente riducano la presenza delle dune, e sull’esercizio in un senso rigoroso dei poteri tecnico-discrezionali, volti alla salvaguardia delle relative aree
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 07.01.2014 n. 18 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non è passibile di accertamento compatibilità paesaggistica l'abusiva piscina interrata di forma irregolare, la pavimentazione di camminamento di area esterna in pietra arenaria ed il locale bagno in muratura ricavato al di sotto di una rampa di scala esterna con copertura a falda inclinata.
La previsione dell’art. 167 del DLgs 42/2004, in un’ottica di apicale protezione dei valori paesaggistici, esclude dalla compatibilità paesaggistica interventi realizzati che abbiano comportato “creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”.
Nel caso di specie non è dubitabile che la piscina costituisca, al pari del ricavato servizio igienico, un aumento volumetrico e pertanto si ponga fuori dalla previsione invocata.

... per l'annullamento:
–dell'ordinanza di sospensione lavori n. 35977 del 29.09.2005 emessa dal Comune di Sorrento;
–del provvedimento prot. nr. 20152/2009 del 12.08.2009 con il quale la Soprintendenza dei BB.AA. di Napoli ha espresso parere negativo sulla istanza di compatibilità paesaggistica ex art. 167 DLgs. 42/2004;
...
FATTO
1.- La parte ricorrente impugna il provvedimento di sospensione lavori ed il successivo parere negativo della Soprintendenza ai Beni culturali di Napoli in ordine alla compatibilità paesaggistica di una piscina e di un servizio igienico realizzato sine titulo in Sorrento via ... nr. 21/A.
Dopo il deposito di motivi aggiunti e di memoria ha concluso per l’accoglimento.
2.- Resiste l’amministrazione statale concludendo per la reiezione.
3.- All’udienza indicata la causa è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
4.- Il ricorso è in parte improcedibile ed in parte da respingere.
4.1.- L’impugnazione avverso il provvedimento di sospensione lavori è improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse sia perché trattasi di atto per sua natura dagli effetti interinali sia perché superato dalla successiva determinazione impeditiva della Soprintendenza ai Beni culturali ed ambientali.
4.2.- Le doglianze avverso il parere negativo di quest’ultima (immediatamente impugnabile stante la sua evidente potenzialità lesiva) sono infondate e, nelle forme sintetiche imposte dal CPA, da rigettare.
Con i motivi articolati che possono congiuntamente esaminarsi stante il loro carattere unitario, si contesta la predetta determinazione della Soprintendenza che così si è espressa:
a seguito di accertamento ..della Polizia Municipale del Comune di Sorrento è stata contestata la realizzazione di opere abusive consistenti in una piscina interrata di forma irregolare; pavimentazione di camminamento e di area esterna in pietra arenaria; locale bagno in muratura ricavato al di sotto di una rampa di scala esterna con copertura a falda inclinata;
.. tali opere ricadono in zona territoriale 1B (tutela dell’ambiente naturale di 2° grado) del PUT e in zona E 1- 1 (tutela agricola) del PRG adeguato al PUT;
..tali opere si configurano quale nuova edificazione anche con incremento DIO volumi e di superfici utili.

Secondo la ricorrente, che si sofferma su tali concetti anche nella memoria finale, per la piccola piscina ed il bagno attiguo ricavato, non si configurerebbe un nuovo volume sia per le ridotte dimensioni che per il loro carattere pertinenziale.
Entrambi gli asserti sono però da respingere.
La previsione dell’art. 167 del DLgs 42/2004, in un’ottica di apicale protezione dei valori paesaggistici, esclude dalla compatibilità paesaggistica interventi realizzati che abbiano comportato “creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”.
Nel caso di specie, ad avviso del Tribunale, non è dubitabile che la piscina costituisca, al pari del ricavato servizio igienico, un aumento volumetrico e pertanto si ponga fuori dalla previsione invocata.
Basta qui richiamare il seguente principio di portata generalizzante in materia (CdS sez. VI – sent. nr. 4503 dell’11.09.2013): “…la Sezione richiama e ribadisce in questa sede la propria consolidata giurisprudenza, per la quale -come si desume dall’articolo 167, comma 4, del medesimo Codice- hanno rilievo paesaggistico i volumi interrati e seminterrati: così come per essi è applicabile il divieto di sanatoria quando sono realizzati senza titolo (perché il comma 4 vieta il rilascio della sanatoria paesaggistica quando l’abuso abbia riguardato volumi di qualsiasi natura), così essi hanno una propria rilevanza paesaggistica per le opere da realizzare.”
Parimenti inconferente risulta il richiamo al concetto di pertinenza.
Come già enunciato da questo Tribunale (Tar Campania/Napoli - sez. VII - nr. 2088 del 21.04.2009) tutti gli elementi strutturali concorrono al computo della volumetria del manufatto, siano essi interrati o meno, e fra di essi deve intendersi ricompresa anche la piscina, in quanto non qualificabile come pertinenza in senso urbanistico in ragione della funzione autonoma che è in grado di svolgere rispetto a quella propria dell'edificio al quale accede.
Stante la infondatezza nel merito delle censure proposte, si dequotano i rilievi procedimentali con riferimento alla violazione dell'art. 10-bis L. 241/1990: il provvedimento impugnato, infatti, non avrebbe potuto avere in nessun caso, diverso contenuto.
Per giurisprudenza costante, anche di questo Tribunale, la violazione dell'art. 10-bis L. 07.08.1990 n. 241 non produce ex se l'illegittimità del provvedimento finale, dovendosi interpretare la disposizione sul cosiddetto preavviso di diniego alla luce del successivo art. 21-octies della medesima legge, in base al quale, laddove sia dedotto un vizio di natura formale, è imposto al giudice di valutare il contenuto sostanziale del provvedimento e, conseguentemente, di non annullare l'atto nell'ipotesi in cui la dedotta violazione formale non abbia inciso sulla legittimità sostanziale dei provvedimenti impugnati (Tar Lazio/Roma – Sez. II-ter nr. 5503 - 15.06.2007) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 07.01.2014 n. 1 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2013

EDILIZIA PRIVATAPer giurisprudenza pressoché costante anche di questa sezione, le piscine interrate non possono alterare i valori paesaggistici, perché non suscettibili di verticalizzazione con pregiudizio di visuali e visioni prospettiche.
... per l'annullamento del provvedimento del Comune di Cellole n. 9771/2012 con cui si ordina la demolizione ed il ripristino dello stato dei luoghi, nonché del verbale della conferenza di servizi in data 05.06.2012 e del parere ivi espresso dalla soprintendenza statale ai beni paesaggistici di Caserta.
...
Premesso che:
a) la ricorrente è comproprietaria di un albergo denominato “Hotel La Baia”, sito nella località balneare di Baia Domitia, nel Comune di Cellole. È altresì titolare di due concessioni demaniali relative all’arenile antistante alla suddetta struttura alberghiera. Su una di queste due aree chiedeva l’autorizzazione per la realizzazione di una piscina prefabbricata di facile rimozione. Si riuniva la conferenza di servizi all’interno della quale la Soprintendenza statale preposta alla tutela del paesaggio esprimeva parere negativo “considerato che l’intervento proposto è ubicato in zona di rilevante interesse paesaggistico per l’assenza di modifiche antropiche sostanziali dei caratteri naturali caratterizzati dall’ecosistema, composta dalla macchia mediterranea che preserva l’equilibrio vegetazionale tra le varie essenze … e considerato che, pertanto, l’attuazione della trasformazione proposta comporterebbe la cancellazione dei tratti distintivi del paesaggio protetto”. A seguito di detto parere la conferenza di servizi si esprimeva negativamente. Di conseguenza il Comune di Cellole comunicava il rigetto dell’istanza;
b) i provvedimenti sopra indicati venivano impugnati, prima con ricorso originario e poi con motivi aggiunti, per le ragioni di seguito sintetizzate: 1) omesso preavviso di rigetto; 2) difetto di motivazione, anche in considerazione del favor normativo per la realizzazione di piscine all’interno di strutture alberghiere previsto dalla legge regionale n. 10 del 2012; 3) eccesso di potere sotto il profilo della erroneità dei presupposti, dato che non vi sarebbe alterazione alcuna della macchia mediterranea; 4) violazione dell’art. 146 del decreto legislativo n. 42 del 2004, atteso che le strutture di cui si discute (piscine) non comporterebbero alterazione alcuna dei valori paesaggistici.
c) si costituivano in giudizio le amministrazioni statali intimate per chiedere il rigetto del gravame;
d) alla camera di consiglio del 24.01.2013, avvisate le parti circa la possibilità di adottare sentenza in forma semplificata, la causa veniva infine trattenuta in decisione.
Considerato che, in disparte ogni considerazioni circa la fondatezza delle censure indicati ai numeri 1) e 2), si appalesa senz’altro fondato il motivo sub 4) atteso che, per giurisprudenza pressoché costante anche di questa sezione, le piscine interrate non possono alterare i valori paesaggistici, perché non suscettibili di verticalizzazione con pregiudizio di visuali e visioni prospettiche (cfr. TAR Campania Napoli, Sez. VII, 20.03.2009, n. 1552; Sez. VII, 29.06.2010, n. 16423; sez. VI, 06.11.2008; n. 19288).
Considerato altresì, in ordine alla compromissione delle essenze arboree tipiche della macchia mediterranea (motivo sub 3), che secondo quanto sufficientemente dimostrato in giudizio dalla parte ricorrente (anche mediante produzione di materiale fotografico nonché di apposita relazione tecnica) l’eventuale realizzazione della struttura in questione non comporterebbe la compromissione dei suddetti valori ambientali, senza che sul punto la difesa dell’amministrazione statale abbia opposto specifiche contestazioni, con ogni conseguenza in merito all’applicazione dell’art. 64, comma 2, c.p.a.
Ritenuto in conclusione che il ricorso, assorbita ogni altra censura, è fondato e deve essere accolto, con ogni conseguenza in ordine all’annullamento degli atti in epigrafe indicati e in relazione al regime delle spese, le quali vanno poste a carico della sola amministrazione dei beni culturali, data l’efficienza causale della propria posizione in relazione al resto dei provvedimenti gravati (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 25.02.2013 n. 1099 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATA: Circa la sanatoria, o meno, di una piscina privata scoperta in zona ambientalmente vincolata.
La tesi non persuade nella premessa in cui assume che l’edificazione dell’impianto natatorio rientra tra le opere “relative ad ampliamenti o tipologie d'abuso che non comportano aumento di superficie o di volume”.
La prospettazione difensiva non considera, infatti, che il vincolo richiamato dall’art. 32, 2° comma, L. 47/1985, facendo riferimento a immobili soggetti alla L. 29.06.1939, n. 1497 e al D.L. 27.06.1985, n. 312, è finalizzato a preservare nel tempo la configurazione di bellezze naturali o di zone di particolare interesse ambientale.
La previsione di interventi di minor impatto (non implicanti aumenti di superficie o di volume), rispetto ai quali si giustifica una modalità tacita di acquisizione del parere, va quindi interpretata in relazione all’esigenza di tutela dei beni ambientali, e quindi in termini compatibili con la loro necessaria salvaguardia.
Alla luce di questa esigenza primaria, la tipologia di intervento che viene in rilievo nel presente giudizio non appare armonizzabile nel dettato dell’art. 32, 2° comma, trattandosi di opera astrattamente idonea a creare un impatto ambientale significativo e permanente, anche se priva di volumi emergenti dal terreno o di superfici calpestabili; ciò in quanto essa presenta dimensioni non trascurabili, richiede scavi consistenti e prevede l'impiego di materiali difficilmente compatibili con il contesto in cui si pretende esso trovi inserimento.
Stando, quindi, ad un’interpretazione della norma che tenga conto dell’intendimento alla stessa sotteso, si deve concludere che l’intervento in oggetto esula dal novero delle opere assentibili in via tacita.
D’altra parte, vi è unanimità di vedute in giurisprudenza circa il principio, certamente pertinente al caso in esame, secondo il quale la nozione di volume rilevante a fini paesaggistici non può distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente: ciò in quanto lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevante secondo le norme che regolano l'attività edilizia.
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Non sussiste l'eccesso di potere per disparità di trattamento per non avere l’autorità preposta alla tutela del vincolo formulato rilievi in sede di controllo di altri provvedimenti autorizzatori di analogo contenuto (relativi, cioè, a piscine costruite nella stessa zona).
Invero, ogni singolo intervento è soggetto a specifica valutazione, con particolare riguardo al suo inserimento nel contesto paesistico e ambientale già esistente. Ciò posto, la circostanza che in relazione ad altre istanze di sanatoria aventi ad oggetto immobili ricadenti nel medesimo contesto vincolato la Regione abbia ritenuto di avallare interventi conservativi, non determina disparità di trattamento in mancanza della prova -che incombeva al ricorrente fornire- della identità della situazione sostanziale qui in esame con quella oggetto di quelle diverse domande di concessione in sanatoria.
Pertanto, non può tradursi in vizio di legittimità del provvedimento la presenza, nell'area interessata dall'intervento edilizio, di altre costruzioni asseritamene omogenee a quella da assentire: e ciò sia perché ogni manufatto è diverso per consistenza, ubicazione, periodo di realizzazione; sia perché un eventuale pregresso comportamento illegittimo dell'amministrazione non può valere a sanare un'ulteriore illegittimità. Al contrario, una situazione di compromissione del panorama naturale da parte di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede che ulteriori costruzioni non deturpino irreversibilmente l'ambiente protetto.
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In relazione a manufatti abusivi realizzati in ambiti soggetti a tutela paesaggistica, non è il diniego di sanatoria a dover essere rigorosamente motivato, ma semmai, l'eventuale provvedimento favorevole.
Ad integrare il profilo di incompatibilità ambientale, sinteticamente espresso nella relazione richiamata, concorrono le significative dimensioni della piscina, l’irreversibile alterazione dello spazio che essa occupa (non più recuperabile a verde) e la discontinuità panoramica che un manufatto cementizio determina nel contesto paesaggistico nel quale si situa.

... per l'annullamento:
- della deliberazione della Giunta Regionale n. 27-7518 del 03.04.1996 nella parte in cui esprime parere negativo ai sensi dell'art. 32 della L. n. 47/1985, in relazione ad una domanda presentata ai sensi dell'art. 39 L. 724/1994 per una piscina di uso privato realizzata abusivamente su aree protette dalla L. 1497/1939, in Comune di Ghiffa;
- della Relazione del servizio Beni Ambientali e Paesistici dell'Assessorato Regionale per i Beni Ambientali prot. n. 13606 del 26.03.1996 che costituisce motivazione del parere negativo anzidetto;
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La tesi non persuade nella premessa in cui assume che l’edificazione dell’impianto natatorio rientra tra le opere “relative ad ampliamenti o tipologie d'abuso che non comportano aumento di superficie o di volume”.
La prospettazione difensiva non considera, infatti, che il vincolo richiamato dall’art. 32, 2° comma, L. 47/1985, facendo riferimento a immobili soggetti alla L. 29.06.1939, n. 1497 e al D.L. 27.06.1985, n. 312, è finalizzato a preservare nel tempo la configurazione di bellezze naturali o di zone di particolare interesse ambientale.
La previsione di interventi di minor impatto (non implicanti aumenti di superficie o di volume), rispetto ai quali si giustifica una modalità tacita di acquisizione del parere, va quindi interpretata in relazione all’esigenza di tutela dei beni ambientali, e quindi in termini compatibili con la loro necessaria salvaguardia.
Alla luce di questa esigenza primaria, la tipologia di intervento che viene in rilievo nel presente giudizio non appare armonizzabile nel dettato dell’art. 32, 2° comma, trattandosi di opera astrattamente idonea a creare un impatto ambientale significativo e permanente, anche se priva di volumi emergenti dal terreno o di superfici calpestabili; ciò in quanto essa presenta dimensioni non trascurabili, richiede scavi consistenti e prevede l'impiego di materiali difficilmente compatibili con il contesto in cui si pretende esso trovi inserimento (cfr. TAR Torino Piemonte sez. I, 13.06.2007, n. 2599).
Stando, quindi, ad un’interpretazione della norma che tenga conto dell’intendimento alla stessa sotteso, si deve concludere che l’intervento in oggetto esula dal novero delle opere assentibili in via tacita.
D’altra parte, vi è unanimità di vedute in giurisprudenza circa il principio, certamente pertinente al caso in esame, secondo il quale la nozione di volume rilevante a fini paesaggistici non può distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente: ciò in quanto lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevante secondo le norme che regolano l'attività edilizia (cfr. TAR Napoli Campania, sez. IV, 29.05.2012, n. 2529; TAR Salerno Campania, sez. I, 11.10.2011, n. 1642; Consiglio Stato, sez. IV, 28.03.2011, n. 1879).
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Le considerazioni che precedono rendono conto dell’infondatezza anche della doglianza di eccesso di potere per disparità di trattamento, per non avere l’autorità preposta alla tutela del vincolo formulato rilievi in sede di controllo di altri provvedimenti autorizzatori di analogo contenuto (relativi, cioè, a piscine costruite nella stessa zona).
Secondo quanto evidenziato nella stessa nota prot. 4329 del 06.08.93, ogni singolo intervento è soggetto a specifica valutazione, con particolare riguardo al suo inserimento nel contesto paesistico e ambientale già esistente. Ciò posto, la circostanza che in relazione ad altre istanze di sanatoria aventi ad oggetto immobili ricadenti nel medesimo contesto vincolato la Regione abbia ritenuto di avallare interventi conservativi, non determina disparità di trattamento in mancanza della prova -che incombeva al ricorrente fornire- della identità della situazione sostanziale qui in esame con quella oggetto di quelle diverse domande di concessione in sanatoria (TAR Torino Piemonte sez. I, 15.06.2012, n. 721).
Pertanto, non può tradursi in vizio di legittimità del provvedimento la presenza, nell'area interessata dall'intervento edilizio, di altre costruzioni asseritamene omogenee a quella da assentire: e ciò sia perché ogni manufatto è diverso per consistenza, ubicazione, periodo di realizzazione; sia perché un eventuale pregresso comportamento illegittimo dell'amministrazione non può valere a sanare un'ulteriore illegittimità (Cons. St., sez. VI, 09.06.2009, n. 3557 e 22.11.2010, n. 8117). Al contrario, una situazione di compromissione del panorama naturale da parte di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede che ulteriori costruzioni non deturpino irreversibilmente l'ambiente protetto (Cons. St., sez. VI, 27.03.2012, n. 1813).
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Con un terzo motivo si censurano i provvedimenti impugnati per carenza di motivazione e di adeguata istruttoria.
In particolare, non sarebbe stato preso in adeguata considerazione il minimo impatto ambientale del manufatto. In particolare, la Regione non avrebbe considerato che la piscina è preclusa alla vista sia dal lago che dagli altri spazi pubblici; che la stessa è posizionata a raso prato, è completamente circondata da arbusti e alberi ed è stata costruita su un’area precedentemente lastricata e destinata ad ospitare sedie e ombrelloni, quindi già priva di alberi e verde.
Alla luce dei dati evidenziati, sarebbe vacua la manifestata esigenza di non aumentare l’antropizzazione dell’area situata tra la statale e la sponda del lago, trattandosi di valutazione del tutto avulsa da un’effettiva disamina degli elementi concreti caratterizzanti l’area in questione.
La motivazione addotta a fondamento del diniego è ricavabile per relationem dal parere regionale, ovvero dalla relazione istruttoria del competente Settore della Regione Piemonte (relazione del Servizio Beni Ambientali e Paesistici dell’Assessorato Regionale per i beni Ambientali, prot. n. 13606 del 26.03.1996), che si esprime nei seguenti termini: “... considerato che le opere realizzate appaiono tali da alterare le caratteristiche ambientali della località, si esprime parere negativo in merito alla conservazione ai sensi dell’art. 32 L. 47/1985, poiché si ritiene assolutamente inaccettabile l’inserimento di un ulteriore elemento di antropizzazione all’interno di un lotto posto tra la statale e la sponda del lago, dove gli spazi a verde necessitano di una attenta salvaguardia”.
A parere del Collegio, il documento in esame giustifica in modo certamente adeguato, benché succinto, le ragioni sottostanti al diniego - da individuarsi nell’evidente incompatibilità del manufatto con il pregevole contesto naturalistico e paesaggistico sottoposto a specifica tutela. La consistenza delle giustificazioni motivazionali deve essere valutata tenendo altresì conto che, secondo condivisibili principi giurisprudenziali, in relazione a manufatti abusivi realizzati in ambiti soggetti a tutela paesaggistica, non è il diniego di sanatoria a dover essere rigorosamente motivato, ma semmai, l'eventuale provvedimento favorevole (TAR Torino Piemonte sez. I, 15.06.2012, n. 721; TAR Toscana, sez. III, 13.05.2011, n. 843; Cons. Stato, sez. VI, 11.10.2007, n. 5330). Ad integrare il profilo di incompatibilità ambientale, sinteticamente espresso nella relazione richiamata, concorrono le significative dimensioni della piscina, l’irreversibile alterazione dello spazio che essa occupa (non più recuperabile a verde) e la discontinuità panoramica che un manufatto cementizio determina nel contesto paesaggistico nel quale si situa.
Tutti questi profili, benché non esplicitati, appartengono al concetto di “alterazione delle caratteristiche ambientali” e di “antropizzazione” degli spazi vincolati. Si tratta di locuzioni certamente indicative di una trasformazione dell’area protetta, incompatibile con la conservazione dei suoi peculiari caratteri morfologici e paesaggistici
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 11.12.2012 n. 1321 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATADeve essere qualificata come "intervento di nuova costruzione" l'installazione di un manufatto, seppure leggero ed eventualmente anche prefabbricato, e di strutture di qualsiasi genere (quali roulottes, campers, case mobili o imbarcazioni - che siano usati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili), le quali non siano dirette a soddisfare esigenze meramente temporanee.
In particolare, deve escludersi che sia destinata a esigenze temporanee l'installazione di una voluminosa copertura in PVC, per quanto stagionale (nella specie questa veniva rimossa per un periodo di 4 mesi ogni anno), specie ove si tratti di struttura destinata all'esercizio di un'attività commerciale e di somministrazione, come tale ontologicamente "non temporanea".
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Sebbene la piscina possa essere, di norma, prevalentemente (anche se non necessariamente solo) utilizzata in periodo estivo, appare piuttosto inverosimile che la medesima del prefabbricato, durante la stagione invernale, possa essere agevolmente rimossa, presentando pertanto caratteri di stabilità e di permanenza che giustificano la necessità di idoneo titolo concessorio.

Per quanto riguarda l'installazione di una piscina prefabbricata, deduce la ricorrente violazione ed erronea applicazione degli artt. 4 e 7 L. 47/1985, ritenendo non necessaria la concessione edilizia trattandosi appunto di una struttura prefabbricata che non comporta un'alterazione profonda e permanente del territorio.
La censura non può essere accolta in sintonia con un orientamento espresso, tra le altre, da Consiglio di Stato sez. VI, 16.02.2011, n. 986 secondo cui “Deve essere qualificata come "intervento di nuova costruzione" l'installazione di un manufatto, seppure leggero ed eventualmente anche prefabbricato, e di strutture di qualsiasi genere (quali roulottes, campers, case mobili o imbarcazioni - che siano usati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili), le quali non siano dirette a soddisfare esigenze meramente temporanee. In particolare, deve escludersi che sia destinata a esigenze temporanee l'installazione di una voluminosa copertura in PVC, per quanto stagionale (nella specie questa veniva rimossa per un periodo di 4 mesi ogni anno), specie ove si tratti di struttura destinata all'esercizio di un'attività commerciale e di somministrazione, come tale ontologicamente "non temporanea"”.
Infatti, sebbene la piscina possa essere, di norma, prevalentemente (anche se non necessariamente solo) utilizzata in periodo estivo, appare piuttosto inverosimile che la medesima, durante la stagione invernale, possa essere agevolmente rimossa, presentando pertanto caratteri di stabilità e di permanenza che giustificano la necessità di idoneo titolo concessorio.
In ogni caso, successivamente alla proposizione del ricorso, la ricorrente ha depositato le istanze di sanatoria n. 7346 e 7342 del 31.03.2004 nonché n. 7590 del 02.04.2004 ai sensi della Legge 326/2003 aventi ad oggetto anche la piscina prefabbricata.
Conseguentemente il ricorso deve essere dichiarato sul punto improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse dovendo l'amministrazione pronunciarsi sulle domande di condono ed eventualmente, in caso di rigetto, riadottare il provvedimento sanzionatorio, posto che quello impugnato ha perso efficacia (TAR Lazio-Latina, sentenza 02.11.2012 n. 827 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sul cambio di destinazione d'uso di una vasca per fiori in piscina scoperta.
Pur se le dimensioni dell’opera sono rimaste invariate rispetto allo stato autorizzato, è evidente che un grande vaso per fiori sia un manufatto strutturalmente e funzionalmente diverso da una piscina, e che il passaggio dall’una all’altra categoria non possa avvenire senza l’opera dell’uomo: senza ad esempio -a parte il riempimento con l’acqua- la realizzazione di un’adeguata impermeabilizzazione della vasca e di un impianto per il filtraggio, l’igienizzazione ed il ricambio dell’acqua.
Si tratta, dunque, di una trasformazione fisica non puramente funzionale bensì realizzata attraverso opere strutturali volte a costituire un organismo edilizio del tutto diverso da quello autorizzato.
Ne consegue che l’intervento, essendo qualificabile di ristrutturazione edilizia, richiedeva il permesso di costruire, con conseguente applicabilità, in mancanza, dell’obbligo di demolizione previsto dall’art. 33, D.P.R. n. 380/2001, da intendersi, tuttavia, nel caso di specie, come obbligo di ripristino della vasca per fiori (riempita completamente di terra, come prescritto dalla Commissione Edilizia) e non come obbligo di demolizione della struttura in cemento che è stata autorizzata con DIA e successivamente sanata con il permesso del 01.02.2011.

Quanto ai restanti motivi di ricorso, si osserva, innanzitutto, che il Comune, con il provvedimento impugnato, ha inteso sanzionare l’abusiva realizzazione di una piscina, laddove, con il permesso di costruire in sanatoria del 01.02.2011, era stata autorizzata la sanatoria di una vasca per fiori.
Invero, la Commissione Edilizia, nella seduta del 30.12.2010, aveva espresso parere negativo alla realizzazione della piscina e prescritto che la fioriera venisse riempita completamente con la terra.
Nella fattispecie in esame, dunque, è pacifico che sia stata effettuata una modifica della destinazione d’uso da vasca per fiori a piscina.
Inoltre, va tenuto conto che la natura della diversa destinazione implica anche che la stessa avvenga, normalmente, mediante opere.
Ed infatti, è evidente che, pur se le dimensioni dell’opera sono rimaste invariate rispetto allo stato autorizzato, un grande vaso per fiori sia un manufatto strutturalmente e funzionalmente diverso da una piscina, e che il passaggio dall’una all’altra categoria non possa avvenire senza l’opera dell’uomo: senza ad esempio -a parte il riempimento con l’acqua- la realizzazione di un’adeguata impermeabilizzazione della vasca e di un impianto per il filtraggio, l’igienizzazione ed il ricambio dell’acqua.
Si tratta, dunque, di una trasformazione fisica non puramente funzionale bensì realizzata attraverso opere strutturali volte a costituire un organismo edilizio del tutto diverso da quello autorizzato.
Ne consegue che l’intervento, essendo qualificabile di ristrutturazione edilizia, richiedeva il permesso di costruire, con conseguente applicabilità, in mancanza, dell’obbligo di demolizione previsto dall’art. 33, D.P.R. n. 380/2001, da intendersi, tuttavia, nel caso di specie, come obbligo di ripristino della vasca per fiori (riempita completamente di terra, come prescritto dalla Commissione Edilizia) e non come obbligo di demolizione della struttura in cemento che è stata autorizzata con DIA e successivamente sanata con il permesso del 01.02.2011.
In conclusione, il ricorso deve essere rigettato (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 08.07.2013 n. 930 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Una piscina di mq. 45 ha dimensioni comunque tali da assumere un proprio, autonomo valore di mercato, incidente sul pregio dell’immobile, sicché ne è esclusa la qualificazione in termini di pertinenza.
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Un gazebo di dimensioni non trascurabili (m. 2,45 per 2,45 con altezza di m. 2,55), per quanto non stabilmente infisso al suolo, tuttavia viene a soddisfare un’esigenza di carattere non precario.

Il ricorrente, proprietario di area sita in via Boccapiana n. 14 del Comune di Palestrina, impugna l’ordine di demolizione n. 84 del 2006, avente ad oggetto le seguenti opere eseguite senza permesso di costruire: a) ampliamento di fabbricato A già oggetto di concessione in sanatoria per mq 68 al piano terra e mq 105 al primo piano; b) tamponatura di fabbricato F destinato a tettoia e trasformato in deposito; c) realizzazione di un gazebo in legno e di una piscina di mq 45.
Il Tribunale premette che tutti questi interventi sono stati esattamente ritenuti soggetti a permesso di costruire da parte dell’amministrazione, con riferimento anche alla piscina prefabbricata ed al gazebo il legno, per i quali il ricorrente ritiene, invece, fosse necessaria la sola DIA.
Quanto alla piscina, infatti, essa ha dimensioni (mq 45) comunque tali da assumere un proprio, autonomo valore di mercato, incidente sul pregio dell’immobile, sicché, sulla base della costante giurisprudenza di questo Tribunale, ne è esclusa la qualificazione in termini di pertinenza.
Quanto al gazebo, si è in presenza anche in tal caso di una nuova costruzione, di dimensioni non trascurabili (m. 2,45 per 2,45 con altezza di m. 2,55), che, per quanto non stabilmente infissa al suolo, tuttavia viene a soddisfare un’esigenza di carattere non precario del ricorrente.
È perciò infondato il secondo motivo di ricorso, con cui si è sostenuto che gazebo e piscina fossero soggetti a DIA.
Ciò premesso, va rilevato che erroneamente il ricorrente ritiene che l’atto impugnato si basi sull’art. 34 del d.P.R. n. 380 del 2001, atteso che non si vede, né viene indicato dal ricorrente stesso, quale permesso di costruire sarebbe stato eseguito in parziale difformità: si è invece in presenza di una nuova attività abusiva, eseguita in parte su immobili già oggetto di sanatoria (fabbricato A e B), in parte no (gazebo e piscina).
Con riferimento a queste ultime opere, una volta acquisita la necessità del permesso di costruire, segue la legittimità dell’ordine di demolizione ai sensi dell’art. 31 del d.P.R. n. 380 del 2001, espressamente indicato dall’atto impugnato quale base normativa del provvedimento.
Con riguardo agli interventi eseguiti sui fabbricati preesistenti, quand’anche essi dovessero valutarsi alla luce dell’art. 33 del d.P.R. n. 380 del 2001, anziché dell’art. 31 (ma su questo profilo il ricorrente non ha svolto alcuna censura), in ogni caso, per costante giurisprudenza di questo Tribunale, l’eventuale impossibilità di ripristino dello stato originario non ha alcuna incidenza sulla legittimità dell’ordine di demolizione, poiché si tratta di circostanza rilevabile dall’amministrazione nella fase esecutiva: è quindi infondato il primo motivo di ricorso, con cui si lamenta che l’amministrazione non avrebbe potuto ordinare la demolizione delle opere, senza motivare previamente su di un simile profilo.
È infine infondato il terzo motivo: a fronte di un abuso edilizio, l’attività repressiva della pubblica amministrazione è vincolata dalla legge nell’an e nel quomodo, sicché è incongruo evocare in tali casi il principio di proporzionalità; né la circostanza che l’area del ricorrente sia già gravemente compromessa dall’abusivismo e rientri nella perimetrazione dei nuclei abusivi esime dal munirsi nei necessari titoli abilitativi.
Quanto, infine, alla risalenza nel tempo delle opere, neppure comprovata in fatto, è costante giurisprudenza di questo Tribunale che si tratti di profilo irrilevante, poiché il solo affidamento che l’ordinamento protegge è quello legittimo, e non certo quello derivante da condotte lesive della legge (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 13.06.2012 n. 5386 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza sulle piscine è molto variegata e questo stesso tribunale ha affermato che le piscine in generale hanno la natura di opere pertinenziali che non implicano consumo dei suoli per le loro caratteristiche; vi è comunque una giurisprudenza maggioritaria che afferma l’illegittimità degli atti di diniego assunti dall’amministrazione motivati con espressioni stereotipate, generiche che non facciano riferimento ad elementi concreti della fattispecie considerata quali la visibilità o l’impatto del manufatto le dimensioni della piscina in relazione alla estensione del terreno circostante in cui la stessa è collocata.
Invero, l'Amministrazione, nell'adottare un provvedimento di diniego del richiesto nulla-osta per la costruzione in area soggetta a vincolo paesaggistico, non può limitare la sua valutazione al mero riferimento ad un pregiudizio ambientale, utilizzando espressioni vaghe o formule stereotipate, ma tale motivazione deve contenere una sufficiente esternazione delle specifiche ragioni per le quali si ritiene che un'opera non sia idonea ad inserirsi nell'ambiente, attraverso l'individuazione degli elementi di contrasto; pertanto, occorre un concreto ed analitico accertamento del disvalore delle valenze paesaggistiche (nel caso di specie, la motivazione del diniego era del tutto generica e stereotipata, non essendovi nel provvedimento alcun riferimento puntuale al progetto presentato o alla situazione dei luoghi in cui si sarebbe dovuta realizzare la piscina).

Premesso che la giurisprudenza sulle piscine è molto variegata e questo stesso tribunale ha affermato che le piscine in generale hanno la natura di opere pertinenziali che non implicano consumo dei suoli per le loro caratteristiche (TAR Liguria Genova, sez. I, 16.02.2008, n. 299); vi è comunque una giurisprudenza maggioritaria che afferma l’illegittimità degli atti di diniego assunti dall’amministrazione motivati con espressioni stereotipate, generiche che non facciano riferimento ad elementi concreti della fattispecie considerata quali la visibilità o l’impatto del manufatto le dimensioni della piscina in relazione alla estensione del terreno circostante in cui la stessa è collocata.
Si è infatti affermato che “L'Amministrazione, nell'adottare un provvedimento di diniego del richiesto nulla osta per la costruzione in area soggetta a vincolo paesaggistico, non può limitare la sua valutazione al mero riferimento ad un pregiudizio ambientale, utilizzando espressioni vaghe o formule stereotipate, ma tale motivazione deve contenere una sufficiente esternazione delle specifiche ragioni per le quali si ritiene che un'opera non sia idonea ad inserirsi nell'ambiente, attraverso l'individuazione degli elementi di contrasto; pertanto, occorre un concreto ed analitico accertamento del disvalore delle valenze paesaggistiche (nel caso di specie, la motivazione del diniego era del tutto generica e stereotipata, non essendovi nel provvedimento alcun riferimento puntuale al progetto presentato o alla situazione dei luoghi in cui si sarebbe dovuta realizzare la piscina)" (TAR Lazio Roma, sez. II, 08.10.2008, n. 8829).
Ora senza giungere a quelle affermazioni perentorie che pure si trovano in giurisprudenza secondo le quali “L'introduzione dell'elemento «piscina» in uno scenario naturalistico bello come quello dell'Isola di Capri non comporta, di regola, l'eliminazione di essenze arboree (o comunque ne comporta un'eliminazione assai limitata) e migliora significativamente l'impatto ambientale” (TAR Campania Napoli, sez. VI, 06.11.2008, n. 19288), tuttavia va riconosciuto come afferma il ricorso che nel caso di specie, non vi è alcun elemento di specificità nel provvedimento impugnato che consenta al lettore neppure di immaginare le dimensioni del manufatto ed il suo rapporto con l’ambiente circostante.
Ciò denuncia l’esistenza dei numerosi profili di eccesso di potere lamentati con il primo motivo di ricorso in relazione alle notevoli dimensioni del terreno (17.000 mq.) mantenuto a giardino e parco alberato, all’interno del quale la piscina di modeste dimensioni (m. 10,25 per m. 5,30) è collocata.
La documentazione fotografica mostra poi come il muro di sostegno regolarmente autorizzato mascheri l’impatto della piscina risultando pertanto apodittiche e smentite dai documenti sia “le notevoli dimensioni del manufatto” apprezzabili solo in relazione all’estensione ed alla destinazione dell’ambiente circostante, sia con riferimento all’affermazione senza ulteriori specificazioni secondo la quale la piscina “non si inserirebbe in maniera appropriata” nel contesto naturalistico sottoposto a tutela (TAR Liguria. Sez. I, sentenza 27.04.2012 n. 582 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Piscine e disciplina antisismica.
Gli artt. 83 e seguenti del d.P.R. n. 380 del 2001 devono essere interpretati nel senso che non escludono le piscine. Tali disposizioni si applicano, infatti, a tutte le costruzioni la cui sicurezza possa interessare la pubblica incolumità, a nulla rilevando la natura dei materiali usati e delle strutture realizzate, stante l'esigenza di massimo rigore nelle zone dichiarate sismiche, che rende necessari i controlli e le cautele prescritte anche quando si impiegano elementi strutturali meno solidi e duraturi rispetto alla muratura ed al cemento armato.
Né alcun rilievo può assumere il carattere eventualmente precario della costruzione, proprio in considerazione delle prevalenti esigenze di sicurezza alla tutela delle quali la normativa antisismica si correla (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 17.02.2012 n. 6591 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: È riconosciuto carattere pertinenziale alle piscine private poste al servizio esclusivo di abitazioni signorili o ville.
Quanto al titolo abilitativo necessario per la piscina, va considerato che la legge reg. n. 31 del 2002 assoggetta a denuncia di inizio attività le “opere pertinenziali purché non qualificate come interventi di nuova costruzione …” (art. 8, comma 1, lett. l) onde ne risultano esclusi solo gli “interventi pertinenziali che le norme tecniche degli strumenti urbanistici, in relazione alla zonizzazione e al pregio ambientale e paesaggistico delle aree, qualifichino come interventi di nuova costruzione, ovvero che comportino la realizzazione di un volume superiore al 20 per cento del volume dell’edificio principale” (lett. g.6 dell’allegato alla legge), dal che si evince la sussistenza, nella fattispecie, dei requisiti fissati dalla disciplina regionale perché l’opera in questione (piscina interrata con lati di 8 e 4 metri, poi variati in 10 e 3,50 metri) sia sottratta al regime del permesso di costruire; è noto, d’altra parte, il carattere pertinenziale riconosciuto alle piscine private poste al servizio esclusivo di abitazioni signorili o ville e aventi dimensioni così limitate da non determinare un significativo impatto sull’assetto del territorio (v. Cons. Stato, Sez. IV, 08.08.2006 n. 4780; TAR Lombardia, Brescia, Sez. I, 06.05.2008 n. 482; TAR Liguria, Sez. I, 16.02.2008 n. 299; TAR Toscana, Sez. II, 31.01.2000 n. 22; v., anche, Cass. pen., Sez. III, 21.05.2009 n. 39067), tutte condizioni che si rinvengono nel presente caso, così legittimando la scelta operata dal privato.
Quanto, poi, alla questione delle distanze, appare evidente che l’invocato art. 52 del regolamento edilizio comunale circoscrive le varie tipologie di distanze minime dai confini di proprietà alla realizzazione/variazione di manufatti fuori terra (“…nei casi di nuova costruzione e di sopraelevazione e ampliamento dei fabbricati esistenti. Il calcolo delle distanze si effettua sulla sagoma rappresentata dalla proiezione orizzontale dei fili esterni delle strutture e dei tamponamenti perimetrali … Metri lineari 3, in caso di ampliamenti o sopraelevazioni che non comportino pareti finestrate sul lato prospettante il confine di proprietà. Metri lineari 5, in caso di nuova costruzione, anche in presenza di pareti non finestrate, e ampliamenti o sopraelevazioni che comportino pareti finestrate sul lato prospettante il confine di proprietà …”); la circostanza, allora, che la piscina contestata costituisca opera interrata rende inapplicabile al caso di specie la disciplina di che trattasi (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 24.01.2012 n. 29 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATA: Piscina - Contrasto con le prescrizioni di zona - Vincolo pertinenziale - Non sussiste.
Non si configura vincolo pertinenziale tra l'abitazione (cosa principale) e la piscina (pertinenza) in caso di contrasto di quest'ultima con le prescrizioni urbanistiche di zona (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.11.2011 n. 2734 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire - Variante - Mutamento delle caratteristiche di utilizzazione dell'opera - Variante essenziale - Sussiste.
Una variante al permesso di costruire che dà luogo a un mutamento delle caratteristiche di utilizzazione dell'opera, quali quelle intercorrenti tra una piscina e un laghetto ornamentale, è riconducibile alla nozione di "variante essenziale", in toto equiparabile a un intervento di nuova costruzione, di cui all'art. 32, comma 1), lett. d), D.P.R. n. 380/2001 (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.11.2011 n. 2734 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il vincolo cimiteriale è di ostacolo alla costruzione di una piscina.
La giurisprudenza ha escluso la configurabilità del vincolo pertinenziale tra l’abitazione (cosa principale) e la piscina (pertinenza) in caso di contrasto di quest’ultima con le prescrizioni urbanistiche di zona.

Nel merito, il Collegio non può che esprimere il proprio dissenso rispetto alla tesi ricorrente, secondo cui il vincolo cimiteriale non sarebbe di ostacolo alla piscina, dovendosi ricondurre tale intervento fra quelli ammessi ai sensi dell’art. 338, u. co. R.D. 27.07.1934 n. 1265.
La norma da ultimo citata (recante “Approvazione del testo unico delle leggi sanitarie”), infatti, prevede che:
<<All'interno della zona di rispetto per gli edifici esistenti sono consentiti interventi di recupero ovvero interventi funzionali all'utilizzo dell'edificio stesso, tra cui l'ampliamento nella percentuale massima del 10 per cento e i cambi di destinazione d'uso, oltre a quelli previsti dalle lettere a), b), c) e d) del primo comma dell'articolo 31 della legge 05.08.1978, n. 457>> (quindi: a) interventi di manutenzione ordinaria; b) interventi di manutenzione straordinaria; c) interventi di restauro e di risanamento conservativo; d) interventi di ristrutturazione edilizia).
Per ricondurre l’intervento in questione fra quelli anzi citati nel predetto art. 31, quindi, si dovrebbe escludere che si tratti di un intervento di <<nuova costruzione>>, non menzionato nell’anzidetta norma.
Detto intervento, per quel che qui interessa, è definito dall’art. 3, co. 1, del d.P.R. n. 380/2001, nei seguenti termini:
<<Ai fini del presente testo unico si intendono per: …
e) «interventi di nuova costruzione», quelli di trasformazione edilizia e urbanistica del territorio non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti. Sono comunque da considerarsi tali:
e.6) gli interventi pertinenziali che le norme tecniche degli strumenti urbanistici, in relazione alla zonizzazione e al pregio ambientale e paesaggistico delle aree, qualifichino come interventi di nuova costruzione, ovvero che comportino la realizzazione di un volume superiore al 20% del volume dell'edificio principale; …
>>.
Ne consegue che, laddove la disciplina urbanistica di zona vieti, come nel qui presente caso, qualunque edificazione all’interno della fascia di rispetto cimiteriale, non è possibile applicare la previsione dell’u.co. dell’art. 338 cit., essendosi comunque in presenza di un organismo che integra una <<nuova costruzione>>, ai sensi dell’art. 3, co. 1, lett. e) cit..
Giova anche chiarire, al riguardo, come la giurisprudenza che si è occupata più da vicino dell’argomento, abbia escluso la configurabilità del vincolo pertinenziale tra l’abitazione (cosa principale) e la piscina (pertinenza) in caso di contrasto di quest’ultima con le prescrizioni urbanistiche di zona (cfr., ex pluribus, Cassazione penale, sez. III, 21.05.2009, n. 39067; Cassazione penale, sez. III, 11.06.2008, n. 37257).
Nel caso di specie, le prescrizioni di zona univocamente escludono la realizzazione di ogni intervento edilizio, anche di tipo pertinenziale, posto che la norma tecnica di attuazione (art. 17 cit. e in atti), espressamente vieta nella zona <<F2>> (di rispetto cimiteriale) qualunque nuova edificazione, mentre le allegate tabelle sui parametri edilizi, cui ha fatto riferimento l’esponente, a loro volta indicano come pari a <<zero>> tutti i parametri edilizi.
Né può assumere rilievo, al fine di annullare l’esplicita previsione del divieto di edificazione nella ridetta zona e, quindi, di escludere un contrasto della piscina con la cit. NTA, la previsione contenuta nelle Tabelle sui parametri, a proposito delle destinazioni ammesse nella zona <<F2>>, ove si indicano le destinazioni: <<sport, verde e parcheggi>>.
Si tratta, infatti, di un’indicazione che non può essere interpretata avulsa dal contesto di riferimento il quale, dal canto suo, è chiarissimo nell’azzerare tutti i parametri edilizi (come ad es. l’altezza massima, la superficie coperta, la densità fondiaria, la distanza minima dai confini, ecc.).
A ben vedere, poi, lo stesso confronto tra le prescrizioni valevoli per la zona <<F2>> cit. e quelle stabilite, ad esempio, per la zona <<G>> - parco naturale, rende evidente come, pur essendo in entrambi i casi esclusa ogni nuova edificazione, nondimeno soltanto la seconda zonizzazione tollera, fra le destinazione ammesse, accanto allo sport, anche quella turistica e di svago, precluse nella prima. Ciò rende evidente, quindi, la peculiarità del vincolo di inedificabilità derivante dalla fascia di rispetto cimiteriale rispetto ad analoghi vincoli, insita nella necessità di salvaguardare, tra l’altro, la tranquillità e il decoro dei luoghi di sepoltura (cd. pietas dei defunti. Cfr. ex multis, Consiglio di Stato, Sez. V, 14.09.2010, n. 6671; TAR Toscana, Firenze, Sez. III, 12.07.2010, n. 2446; TAR Napoli, Sez. VII, 21.04.2009, n. 2088; TAR Sicilia Catania, sez. I, 15.07.2003, n. 1141) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.11.2011 n. 2734 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il piano paesistico può impedire la costruzione della piscina.
L’art. 1-quinquies della L. 08.08.1985, n. 431 (Conversione in legge, con modificazioni, del d.l. 27.06.1985, n. 312, recante disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale) instaura un rigoroso regime di regolamentazione degli interventi modificativi del territorio e delle opere edilizie da compiersi in aree, che, per importanza paesistica ed ambientale, sono da ritenersi di notevole interesse pubblico (ai sensi del D.M. del 21.09.1984 sono da ricomprendersi in questa categoria i territori costieri, i territori contermini ai laghi, i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua, le montagne, i ghiacciai, i circhi glaciali, i parchi, le riserve, i boschi, le foreste, le aree assegnate alle Università agrarie e le zone gravate da usi civici).
La predetta legge, vieta, sino all’adozione, da parte delle regioni, di piani attuativi conservativi dei valori paesistici ed ambientali, ogni modificazione dell’assetto del territorio nonché ogni opera edilizia, con esclusione degli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici.
Il piano territoriale paesistico ed i vincoli da esso derivanti.
Questo particolare piano attuativo pone dei vincoli, in funzione della tutela del valore paesistico ed ambientale di alcune zone, che si traducono in incisive limitazioni delle facoltà del titolare del diritto dominicale riguardo, segnatamente, all’esercizio dello ius aedificandi.
Nel caso di specie, i Giudici di Palazzo Spada evidenziano che la costruzione di una piscina, in relazione alla sua consistenza modificativa e trasformativa dell’assetto del territorio, non si configura come riconducibile fra gli interventi consentiti dal piano territoriale paesistico.
Difatti, qualora il piano volto a disciplinare la tutela della zona spieghi effetti inibitori che prescindano dall’elevazione o meno sul piano delle opere e dalla loro consistenza volumetrica, anche la costruzione di una piscina può incorrere nel divieto.
Nella pronuncia viene rilevato che nel caso posto al vaglio del Consiglio di Stato la costruzione di una piscina nella zona di protezione integrale altera, per effetto dello scavo, l’andamento naturale del terreno e non può assumere valenza di riqualificazione estetica delle aree pertinenziali ai sensi del piano territoriale paesistico.
D’altronde, come evidenziato nella decisione, il piano paesistico, “a differenza di uno strumento urbanistico, non è volto al dimensionamento dei nuovi interventi, quanto alla valutazione ex ante della loro tipologia ed incidenza qualitativa” sul territorio (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 02.03.2011 n. 1300 -
link a www.altalex.com).

APPALTI SERVIZI: Sulla sussistenza della giurisdizione del g.o. per la controversia inerente il mancato assolvimento di obbligazioni negoziali tra le parti di un rapporto concessorio avente ad oggetto la gestione di una piscina comunale.
Gli impianti sportivi comunali per il nuoto rientrano tra i beni del patrimonio indisponibile degli enti locali e, in particolare, giacché finalizzati a soddisfare l'interesse della collettività alle discipline sportive, sono ascrivibili ai beni destinati ad un pubblico servizio, onde gli stessi possono essere trasferiti nella disponibilità dei privati solo mediante concessione amministrativa, quale è quella in cui il privato gestisce l'impianto natatorio percependo il corrispettivo direttamente dagli utenti e corrispondendo un canone di concessione all'Amministrazione comunale, secondo lo schema tipico della concessione di servizio pubblico.
A seguito dell'intervento della Corte costituzionale (sent. n. 204/2004), l'ambito dei pubblici servizi è oggetto di giurisdizione del giudice amministrativo solo se in esso l'Amministrazione agisce esercitando il suo potere di supremazia in connessione funzionale con la tutela dell'interesse pubblico affidato alle sue cure, non quando la lite, vertendo sulla mera inadempienza di singole prestazioni negoziali, riguarda unicamente il rapporto convenzionale delle parti e le reciproche posizioni di diritto e di obbligo -anche in vista dell'accertamento della responsabilità per danni del debitore inadempiente (sia questo il soggetto pubblico o il soggetto privato)-, con la conseguenza che restano assoggettate alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie, relative a situazioni di diritto soggettivo, in cui l'Amministrazione non sia coinvolta come autorità, ancorché le stesse scaturiscano da rapporti di tipo.
Poiché, nel caso di specie, le domande giudiziali delle parti sono nella circostanza fondate sul mancato assolvimento di precise obbligazioni negoziali -l'una adducendo il mancato pagamento del canone di concessione e delle spese relative a varie utenze da parte della ditta che aveva assunto le gestione del bene e relative strutture e l'altra pretendendo dall'ente concedente il risarcimento del danno conseguente all'inadempienza dell'obbligo di cura della manutenzione straordinaria dell'impianto natatorio, e poiché le pronunce di incostituzionalità producono i loro effetti anche sui giudizi pendenti, entrambe le domande giudiziali si rivelano inammissibili per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, in quanto relative a posizioni di diritto soggettivo devolute alla cognizione del giudice ordinario (TAR Emilia Romagna-Parma, Sez. I, sentenza 31.01.2011 n. 30 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI SERVIZI: L’affidamento in concessione del servizio di gestione della piscina comunale costituisce servizio pubblico locale.
La giurisprudenza è costante nel ritenere che l’affidamento in concessione del servizio di gestione della piscina comunale costituisce servizio pubblico locale (Cons. Stato, Sez. V, 06.12.2007, n. 6276), nel senso di servizio riservato in via esclusiva all’Amministrazione per la produzione di beni e servizi con rilievo anche sotto il profilo della promozione sociale, e della salute pubblica, trattandosi di attività oggettivamente funzionale a consentire a qualunque interessato lo svolgimento di attività sportiva (TAR Lombardia, Milano, Sez. III, 12.11.2009, n. 5021).
E’ noto come, ai sensi dell’art. 30 dello stesso corpus normativo, in conformità della disciplina comunitaria, «salvo quanto disposto nel presente articolo, le disposizioni del codice non si applicano alle concessioni di servizi».
Né si può invocare un’applicazione analogica dell’art. 37, comma 9, del codice dei contratti pubblici, in quanto, così opinando, l’intera disciplina verrebbe ad essere estesa alle concessioni di servizi (Cons. Stato, Sez. V, 13.07.2010, n. 4510).
Del resto, l’avviso pubblico si limita a recepire l’art. 38 del d.lgs. n. 163 del 2006, concernente i requisiti di ordine generale, che nulla ha a che vedere, dal punto di vista funzionale (e salve, ovviamente, le esigenze di raccordo per quanto concerne la disciplina delle cause di esclusione), con le modalità di “partecipazione associata” cui fa riferimento l’art. 37 (TAR Umbria, sentenza 19.01.2011 n. 12 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: Nella nozione di costruzione, ai fini del rispetto della normativa urbanistica, vanno ricompresi tutti i manufatti che alterino lo stato dei luoghi e siano destinati a soddisfare esigenze costanti nel tempo, a prescindere dai materiali e dalle tecniche costruttive utilizzate ed anche se privi di volumi interni, per cui è soggetta al rilascio della concessione edilizia ogni attività che comporti la trasformazione del territorio attraverso l'esecuzione di opere comunque attinenti agli aspetti urbanistici ed edilizi, ove il mutamento e l'alterazione abbiano un qualche rilievo ambientale ed estetico o anche solo funzionale.
Pertanto, la concessione edilizia è richiesta sia quando vi sia la realizzazione di opere murarie, sia quando si intenda realizzare un intervento sul territorio che, pur non richiedendo opere in muratura, comporti la perdurante modifica dello stato dei luoghi con materiale posto sul suolo.
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La vasca (o piscina) in questione ha una superficie di circa mq. 20, perciò certamente non una piscina olimpionica lunga m. 50, ma nemmeno una di quelle piscine degne di tale nome che si vendono nei circoli o nelle grandi ville private, generalmente di un'ordinaria lunghezza tra i m. 12 e i m. 25, di una larghezza tra i m. 4 e i m. 8 e con una profondità che almeno per parte dell'impianto eccede ampiamente l'altezza di un corpo umano adulto.
Quindi, già a prescindere dalla giurisprudenza che ritiene che una piscina in generale sia opera pertinenziale che non implica consumo dei suoli per le sue caratteristiche, si può pacificamente rilevare che la realizzazione di un'attrezzatura delle dimensioni sopradescritte non può essere considerata come la costruzione di un impianto sportivo ed appare priva di impatto edilizio e urbanistico.
Altra contestazione è relativa alla realizzazione di una vasca, che il Comune, invece, qualifica, come una vera e propria piscina.
Parte ricorrente, al fine di sostenere la realizzabilità della vasca in questione, si riferisce alle sue ridotte dimensioni (5,80 x 3,90) ed alla presenza della stessa negli elaborati delle concessioni edilizie n. 13/2003 e n. 34/2003, in quanto oggetto di manutenzione ordinaria.
Coerentemente con le premesse sopra riportate, al di là della destinazione specifica della “vasca” (della quale rimane ignota la finalità, in quanto non trasfusa in ricorso), ritiene il Collegio che detta tipologia di opera, diversamente che nel caso precedente, sembra potersi ricomprendere nell’elenco delle eccezioni alla concessione edilizia di cui all’art. 5 della l.r. 37/1985, in quanto, avuto riguardo anche alla limitata estensione, avente valore pertinenziale.
In altri termini, il valore pertinenziale espressamente previsto dalla predetta disposizione al fine di consentire la realizzazione senza la previa concessione edilizia, consentirebbe di derogare dai condivisibili principi espressi dalla giurisprudenza (cfr. TAR Trentino Alto Adige Bolzano, 06.06.2002, n. 278), secondo i quali nella nozione di costruzione, ai fini del rispetto della normativa urbanistica, vanno ricompresi tutti i manufatti che alterino lo stato dei luoghi e siano destinati a soddisfare esigenze costanti nel tempo, a prescindere dai materiali e dalle tecniche costruttive utilizzate ed anche se privi di volumi interni (in tal senso TAR Milano, sez. II, 25.02.1993 n. 62), per cui è soggetta al rilascio della concessione edilizia ogni attività che comporti la trasformazione del territorio attraverso l'esecuzione di opere comunque attinenti agli aspetti urbanistici ed edilizi, ove il mutamento e l'alterazione abbiano un qualche rilievo ambientale ed estetico o anche solo funzionale; pertanto, la concessione edilizia è richiesta sia quando vi sia la realizzazione di opere murarie, sia quando si intenda realizzare un intervento sul territorio che, pur non richiedendo opere in muratura, comporti la perdurante modifica dello stato dei luoghi con materiale posto sul suolo (cfr. C.d.S. V Sez., 415 - 06.04.1998; ivi 1317 - 12.11.1996; TAR Lazio sez. Latina, 799 - 26.11.1998; TAR Lombardia Sez. II, 312 - 27.09.1988; TAR Toscana III Sez., 87 - 24.03.1993; TRGA Sez. di Bolzano, 246 - 16.06.1997; ivi 461 - 22.10.1997).
Ed invero, la vasca (o piscina) in questione ha una superficie di circa mq. 20, perciò certamente non una piscina olimpionica lunga m. 50, ma nemmeno una di quelle piscine degne di tale nome che si vendono nei circoli o nelle grandi ville private, generalmente di un'ordinaria lunghezza tra i m. 12 e i m. 25, di una larghezza tra i m. 4 e i m. 8 e con una profondità che almeno per parte dell'impianto eccede ampiamente l'altezza di un corpo umano adulto.
Quindi, già a prescindere dalla giurisprudenza che ritiene che una piscina in generale sia opera pertinenziale che non implica consumo dei suoli per le sue caratteristiche (Cons. Stato, IV, 08.08.2006 n. 4780), si può pacificamente rilevare che la realizzazione di un'attrezzatura delle dimensioni sopradescritte non può essere considerata come la costruzione di un impianto sportivo ed appare priva di impatto edilizio e urbanistico (cfr. TAR Liguria Genova, sez. I, 16.02.2008, n. 299).
Conseguirebbe, pertanto, l’astratta condivisibilità della censura.
Sennonché, il provvedimento impugnato qualifica la non assentibilità della vasca, allocata esclusivamente e senza contestazione nella proprietà di parte ricorrente, così come il muro sopra analizzato, riferendoli anche al fatto che gli stessi sono stati realizzati in area destinata secondo il PRG vigente e quello adottato a “fini istituzionali”.
E sul punto, che costituisce motivazione idonea a supportare autonomamente il provvedimento impugnato, per altro confermato dal certificato di destinazione urbanistica del 28.01.2010 versato in atti dal Comune resistente (cfr all. 11 produzione del 25.03.2010), nulla pone in contestazione parte ricorrente.
Analogamente, per quanto riguarda la sistemazione degli spazi alla stessa circostanti.
Consegue, pertanto, la mancanza di interesse di parte ricorrente a vedersi annullato il provvedimento in parte qua (relativamente alla messa in pristino del muro, della vasca ed alla sistemazione di detti spazi) in quanto, appunto, autonomamente sostenuto da diversa motivazione non contestata
(TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 27.09.2010 n. 3847 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Bandi di gare d'appalto pubblico - Requisiti minimi o più rigorosi di partecipazione - Presupposti e limiti - Sindacato del giudice amministrativo - Limiti - Fattispecie: Aggiudicazione gara per gestione piscina comunale - Risarcimento danni.
I bandi di gare d'appalto pubblico possono prevedere requisiti di partecipazione più rigorosi di quelli indicati dalla legge purché non discriminanti ed abnormi rispetto alle regole proprie del settore e che possano pertanto pretendere l'attestazione di requisiti di capacità diversi ed ulteriori dalla semplice iscrizione in albi o elenchi.
Le previsioni recate nelle relative disposizioni normative di settore sono volte a stabilire una semplice presunzione di possesso dei requisiti minimi per la partecipazione alla gara, che pertanto ben possono essere derogati (o meglio incrementati, sotto l'aspetto qualitativo e quantitativo) dall'amministrazione in relazione alle peculiari caratteristiche del servizio da appaltare (Cons. St., sez. V, 06/04/2009, n. 2138; C.d.S. 19/11/2009 n. 7247; C.d.S. sez. IV, 12/06/2007, n. 3103; C.d.S. sez. VI, 10/01/2007, n. 37).
Le scelte così operate, ampiamente discrezionali, impingono nel merito dell'azione amministrativa e si sottraggono, pertanto, al sindacato del giudice amministrativo, salvo che non siano ictu oculi manifestamente irragionevoli, irrazionali, arbitrarie o sproporzionate, specie avuto riguardo alla specificità dell'oggetto ed all'esigenza di non restringere, oltre lo stretto indispensabile, la platea dei potenziali concorrenti e di non precostituire situazioni di privilegio.
Fattispecie: impugnazione dell’aggiudicazione della gara per la gestione di una piscina comunale e richiesta di risarcimento danni.
Disciplina di gara - Diritto alla partecipazione - Disposizione e lesività dell’atto - Impugnazione immediata senza attenderne l’esito - Necessità.
In materia di appalti pubblici, quando si ritiene che le disposizione della disciplina di gara limitano illegittimamente il proprio diritto alla partecipazione, l’interessato deve impugnare immediatamente la disciplina di gara e non attenderne l’esito, essendo la lesività di un atto aspetto oggettivo e indipendente dai requisiti posseduti dagli altri partecipanti alla gara (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 04.08.2010 n. 5201 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Realizzazione di una piscina - Permesso di costruire - Necessità - Fondamento.
Anche per la realizzazione di una piscina occorre il permesso di costruire, e ciò perché costituiscono lavori edilizi che richiedono il preventivo rilascio del permesso di costruire non solo quelle opere che si elevano al di sopra del suolo, ma anche quelle in tutto o in parte interrate, che trasformano in modo durevole l'area impegnata dai lavori stessi, senza discrimine sulla entità del manufatto realizzato (come nel caso della realizzazione di una piscina) (Cass. 29/04/2003, Agresti; Cass. 27/09/2000, Cimaglia) (conferma sentenza Corte di Appello di Lecce del 24/09/2009) (Corte di cassazione, Sez. III penale, sentenza 06.07.2010 n. 25631 - link a ww
w.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le piscine interrate non possono alterare i valori paesaggistici, perché non suscettibili di verticalizzazione con pregiudizio di visuali e visioni prospettiche.
Per una piscina eseguita perfettamente a raso con il piano di campagna attuale può trovare applicazione il principio giurisprudenziale, affermato anche da questa Sezione (TAR Campania, Napoli, Sez. VII, 20.03.2009, n. 1552), secondo il quale le piscine interrate non possono alterare i valori paesaggistici, perché non suscettibili di verticalizzazione con pregiudizio di visuali e visioni prospettiche (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 29.06.2010 n. 16423 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Comune di Bassano in Teverina - Parere in merito alla possibilità di realizzare una piscina in zona agricola soggetta a vincolo paesaggistico (Regione Lazio, parere 24.05.2010 n. 128441 di prot.).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: Pertinenze (piscina).
Una piscina posta al servizio esclusivo di una residenza privata legittimamente edificata non è di per sé estranea al concetto di "pertinenza urbanistica" ma può diventarlo quando abbia dimensioni non trascurabili o si ponga in contrasto con le prescrizioni di zona della pianificazione ovvero, per le sue caratteristiche, potrebbe comunque avere una destinazione autonoma (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.10.2009 n. 39067 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla quantificazione del danno ambientale per abuso edilizio commesso in zona paesaggisticamente vincolata.
Con riferimento alla richiesta di concessione edilizia in sanatoria di una piscina costruita -senza titolo- in zona agricola soggetta a vincolo paesaggistico, è necessario osservare:
- che andava applicata, con riferimento alla sanzione ambientale in esame, la disciplina statale di cui all’art. 15 della Legge n. 1497 del 1939, poi art. 164 del D.Lgs. n. 490 del 1999 e quindi art. 167 del D.Lgs. n. 42 del 2004 nonché il D.M. 26.09.1997 per la sua quantificazione (cfr. Cons. Stato, IV, n. 7405 del 2004);
- che occorreva, dunque, effettuare apposita perizia del danno ambientale nonché stima del profitto discendente dall’esecuzione dell’opera, determinata dalla differenza tra il valore dell’opera stessa ed i costi di sua realizzazione (cfr. art. 2 del D.M. ed art. 3 per i susseguenti criteri);
- che, trattandosi di sanzione diretta a reprimere violazioni formali oltre che sostanziali, la stessa, in mancanza di un concreto danno ambientale, doveva essere commisurata al profitto conseguito (cfr. TAR Campania, IV, n. 16752 del 2004);
- che invece l’Amministrazione, in applicazione dell’art. 10 del Reg. Com., ha identificato il profitto con il costo di produzione dell’opera, disattendendo quindi la suddetta disciplina statale (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 07.08.2009 n. 1373 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Una piscina è, di fatto, una cisterna di acqua: una cisterna-vasca a cielo aperto, che si differenzia dalle cisterne-deposito soltanto per la destinazione al nuoto, per gli abbellimenti, la impermeabilizzazione e le attrezzature idriche connesse, ma che concettualmente null'altro è se non un contenitore di acqua.
L'art. 889 c.c. nel disciplinare la distanza da osservare nella costruzione di determinate opere (pozzi, cisterne, fosse, tubi) presso il confine, tiene conto della loro potenziale attitudine ad arrecare danno alla proprietà contigua stabilendo per esse una presunzione assoluta di pericolosità. Tra dette opere non rientrano i contenitori interrati, prefabbricati o realizzati in loco (nella specie: serbatoio di eternit) a tenuta impermeabile con la funzione di contenere le infiltrazioni e i travasamenti nel fondo finitimo, in quanto per tali contenitori non soccorre la presunzione assoluta di pericolosità, ed è, pertanto, necessario accertare in concreto, sulla base delle loro specifiche caratteristiche (struttura e composizione del materiale, distanza dal confine), se abbiano o meno attitudine a cagionare danno.

L'elencazione di cui all'art. 889 c.civile è tassativa. Sennonché, senza utilizzare in alcun modo l'analogia, una piscina è, di fatto, una cisterna di acqua: una cisterna-vasca a cielo aperto, che si differenzia dalle cisterne-deposito soltanto per la destinazione al nuoto, per gli abbellimenti, la impermeabilizzazione e le attrezzature idriche connesse, ma che concettualmente null'altro è se non un contenitore di acqua.
Le disposizioni di cui agli art. 889 e 891 c.c. si riferiscono a fattispecie del tutto diverse tra loro, in considerazione della specificità sia della natura delle opere in esse rispettivamente previste, sia della "ratio" cui ciascuna è informata. Infatti, la prescrizione di cui all'art. 889 c.c. (distanze per pozzi, cisterne, fossi e tubi) mira ad evitare il pericolo di infiltrazioni a danno del fondo del vicino (nei cui confronti prevede una presunzione assoluta di danno), allorché le opere in essa indicate siano eseguite a distanza inferiore di due metri dal confine, mentre la norma di cui all'art. 891 c.c. (distanze tra i canali, i fossi ed il confine) è ispirata all'esigenza di scongiurare il pericolo di franamento che tali opere possono cagionare nei confronti del fondo del vicino (Cassazione civile, sez. II, 19.06.1995, n. 6928).
Dunque l'art. 889 mira a prevenire le infiltrazioni; ma va ricordato che la giurisprudenza ha escluso la presunzione di pericolo per i contenitori in metallo o cemento prefabbricato, ed anche per quelli costruiti in loco purché in maniera impermeabile.
L'art. 889 c.c. nel disciplinare la distanza da osservare nella costruzione di determinate opere (pozzi, cisterne, fosse, tubi) presso il confine, tiene conto della loro potenziale attitudine ad arrecare danno alla proprietà contigua stabilendo per esse una presunzione assoluta di pericolosità. Tra dette opere non rientrano i contenitori interrati, prefabbricati o realizzati in loco (nella specie: serbatoio di eternit) a tenuta impermeabile con la funzione di contenere le infiltrazioni e i travasamenti nel fondo finitimo, in quanto per tali contenitori non soccorre la presunzione assoluta di pericolosità, ed è, pertanto, necessario accertare in concreto, sulla base delle loro specifiche caratteristiche (struttura e composizione del materiale, distanza dal confine), se abbiano o meno attitudine a cagionare danno (Cassazione civile, sez. II, 08.04.1986, n. 2436).
Nel caso di specie la CTU ha accertato che trattasi di piscina prefabbricata con pareti in pannelli di acciaio, rivestiti con uno strato di poliestere al silicone. L'insieme dei pannelli e contrafforti reggispinta è ancorato ad una soletta perimetrale. L'impermeabilizzazione è assicurata da un rivestimento in telo PVC saldato a caldo. Le esondazioni sono prevenute mediante scarichi di troppo pieno.
Il CTU ha poi chiarito che pericoli di infiltrazioni potrebbero derivare soltanto dall'abbandono prolungato del manufatto, mentre un suo normale utilizzo non dà motivo di temere infiltrazioni.
Quindi, seguendo la convincente giurisprudenza sopra citata, l'ambito di applicazione dell'art. 889 c.civ. va ridotto alle cisterne e vasche non impermeabili, e va escluso in ipotesi come quella di cui si discute, nella quale si è in presenza di una vasca con struttura in metallo impermeabilizzata, e dotata di opportuni scarichi (Corte d'Appello di Firenze, Sez. I civile, sentenza 19.06.2009 n. 814).

EDILIZIA PRIVATA: Manufatti interrati (piscina).
Costituiscono lavori edilizi necessitanti il preventivo rilascio del permesso di costruire non solo quelli per la realizzazione di manufatti che si elevano al di sopra del suolo, ma anche quelli in tutto o in parte interrati e che trasformano in modo durevole l'area impegnata dai lavori stessi, come nel caso di edificazione di una piscina (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 20.03.2009 n. 12478 - link a www.lexambiente.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATA: Pertinenza urbanistica (presupposti).
In materia edilizia, affinché un manufatto presenti il carattere di pertinenza si richiede che esso acceda ad un edificio preesistente legittimamente edificato, che abbia ridotte dimensioni, che sia insuscettibile di destinazione autonoma e che non si ponga in contrasto con gli strumenti urbanistici vigenti (nella specie, la Corte ha escluso la natura pertinenziale di una piscina posta al servizio esclusivo di una residenza privata) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 01.10.2008 n. 37257 - link a www.lexambiente.it).

APPALTI SERVIZI: Sulla qualificazione di servizio pubblico dell'attività inerente un centro sportivo strutturato in una piscina di proprietà comunale.
Sono servizi pubblici non solo i servizi specificamente denominati tali dalla legge e riservati ai comuni e alle province, ma tutte le attività di produzione di servizi rispondenti a fini di utilità e di promozione sociale.
Un centro sportivo strutturato in una piscina, di proprietà comunale, è un bene che per sua natura è destinata ad essere adibita ad un uso pubblico. L'attività ad essa inerente, pertanto, ha tutte le caratteristiche per essere qualificata come un servizio pubblico.
L'Azienda Servizi Multisettoriali in quanto ha la titolarità, insieme ad altri servizi, della gestione del servizio di cui trattasi, ha la forma di società per azioni, ma è pur sempre, in quanto partecipata dal comune, ai sensi dell'art. 113 del T.U. n. 267 del 2000, un soggetto riconducibile al predetto comune. La predetta Azienda, sebbene sia dotato di personalità giuridica, di autonomia imprenditoriale e di un proprio statuto, agisce infatti come un ente strumentale del Comune.
Al di là, quindi, del nomen iuris conferito al rapporto da costituire, si è in presenza di una gara avente ad oggetto l'affidamento della gestione di un servizio pubblico da parte dell'ente che ne ha la titolarità e che, in quanto ente strumentale del Comune può essere qualificato come amministrazione aggiudicatrice ai sensi del comma 26 dell'art. 1 del D.Lgs. 12.04.2006, n. 163. Conseguentemente, la controversia relativa alla gara indetta dall'Azienda Servizi Multisettoriali "per l'affitto del ramo d'azienda costituito dal Centro sportivo rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo in forza dell'art. 6 della l. 21.07.2000 n. 205, per il quale sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo tutte le controversie relative a procedure di affidamento di lavori, servizi o forniture svolte da soggetti comunque tenuti, nella scelta del contraente, al rispetto dei procedimenti di evidenza pubblica previsti dalla normativa statale o regionale (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 08.09.2008 n. 4265 -
link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

anno 2007

EDILIZIA PRIVATA: Una piscina realizzata in una proprietà privata a corredo esclusivo della stessa, non possiede una sua autonomia immobiliare, ma deve considerarsi quale pertinenza dell'immobile esistente, in quanto destinata ad essere usata a servizio dello stesso, nella sua configurazione di bene principale.
Secondo una nota giurisprudenza, anche del TAR per il Veneto, una piscina realizzata in una proprietà privata a corredo esclusivo della stessa, non possiede una sua autonomia immobiliare, ma deve considerarsi quale pertinenza dell'immobile esistente, in quanto destinata ad essere usata a servizio dello stesso, nella sua configurazione di bene principale (Consiglio Stato , sez. IV, 14.08.2006, n. 4780).
Inoltre, l’opera non altera in modo significativo l'assetto del territorio; pertanto, nella fattispecie in esame, la piscina, di contenuto rilievo dimensionale e di ridotto impatto dal punto di vista urbanistico, va considerata un manufatto avente rilievo pertinenziale (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 31.10.2007 n. 3489 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: BENI CULTURALI E AMBIENTALI - Concreta vulnerazione ai valori paesaggistici - Principio di proporzionalità - Disparità di trattamento - Art. 97 Cost. - L. n. 241/1990 - Dlgs. N. 42/2004.
Anche in materia di protezione edilizia e paesaggistica, l’azione amministrativa deve improntarsi all’apicale principio di proporzionalità (cfr., CdS V 14.04.2006 nr. 2087), non escludendo, in tesi, che la disciplina di protezione sia ritenuta suscettibile -rispetto ad interventi che per loro stessa natura non siano in grado di arrecare alcuna concreta vulnerazione ai valori paesaggistici ovvero fungere da detrattori ambientali- di una interpretazione che consenta di proteggere integralmente il paesaggio ed i valori ambientali, senza determinare, in alcune ipotesi, compressioni eccessive alla proprietà privata (la piscina, come già rilevato dalla Cassazione penale è, per sua natura, insuscettibile di verticalizzarsi con occlusione ed offesa di visioni prospettiche e d'insieme).
BENI CULTURALI E AMBIENTALI - Piscina in zona a “protezione integrale” - Autorizzazione paesaggistica - Diniego - Illegittimità - Concreta vulnerazione ai valori paesaggistici - Necessità - Difetto di motivazione - Principio di proporzionalità - Disparità di trattamento - Fattispecie.
Il diniego da parte della Soprintendenza dell'autorizzazione paesaggistica afferente alla realizzazione di una “vasca” (definita piscina nel gravame) con il solo testuale richiamo alla disciplina paesaggistica ed edilizio-urbanistica essendo inserito l’intervento in zona a “protezione integrale” e non per le sue dimensioni od altri pregnanti profili di specifica realizzazione, è illegittimo, (nella specie, la piscina è stata, per sua natura, ritenuta insuscettibile di verticalizzarsi con occlusione ed offesa di visioni prospettiche e d'insieme e non in grado di arrecare alcuna concreta vulnerazione ai valori paesaggistici) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI,
sentenza 18.07.2007 n. 6770 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAIl locale accessorio (abusivamente costruito) è destinato, per esplicita ammissione della ricorrente, ad ospitare “impianti e dispositivi tecnici indispensabili per l’uso della piscina” e detto locale appare chiaramente insuscettibile di autorizzazione paesistica in sanatoria, ai sensi dell’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, trattandosi di manufatto con propria superficie utile e volume.
Né si può condividere la tesi della ricorrente che lo qualifica “vano tecnico”, come tale inidoneo a costituire aumenti volumetrici.
Un “vano” o “volume tecnico”, infatti, per risultare ininfluente ai fini della creazione di nuove superfici o volumi, presuppone logicamente l’introduzione di un impatto sul territorio, valutato attraverso gli indici edilizi, inferiore a quello della costruzione principale.
Nel caso in esame, invece, tale impatto sarebbe addirittura eccedente quello della costruzione principale, poiché la realizzazione della piscina, secondo la stessa ricorrente, non darebbe luogo ad alcuna superficie utile o volume.
Il manufatto, inoltre, pare avere una propria autonomia funzionale, atteso che, come si evince dalla relazione tecnica datata 22.11.2006, esso sarà destinato, oltre che ad ospitare la stazione di filtraggio, anche a deposito di prodotti per la piscina.
L’esistenza di uno spazio residuo non destinato all’alloggiamento degli impianti tecnologici necessari per la conduzione della piscina, ma utilizzabile quale deposito, pare quindi testimoniare la potenziale autonomia del manufatto, perciò non configurabile alla stregua di mero “volume tecnico”.

... l’esponente sostiene che la piscina e il locale accessorio ben avrebbero potuto essere edificati, nonostante il vincolo esistente nella zona, previo rilascio di autorizzazione paesistica in sanatoria, ai sensi dell’art. 167, commi 4 e 5, del d.lgs. n. 42/2004.
La piscina, infatti, è priva di copertura e non crea volumi né superfici utili, mentre il locale accessorio, destinato ad ospitare impianti tecnologici indispensabili per l’uso della piscina, si qualificherebbe come “volume tecnico”, pertanto non idoneo a generare incrementi di volume o di superficie.
In linea di principio, la tesi dell’inedificabilità relativa (e non assoluta) della zona in questione è esatta, come già rilevato dalla Sezione con la sentenza n. 763 del 21.02.2007, resa in ordine alla medesima vicenda.
Con tale pronuncia, peraltro, si era anche esclusa l’assentibilità, nella fattispecie, dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria, cosicché non rimane, in questa sede, che argomentare più diffusamente tale affermazione.
Deve rilevarsi, innanzitutto, che la costruzione dei due manufatti configura un intervento edilizio funzionalmente unitario, poiché il locale accessorio è destinato, per esplicita ammissione della ricorrente, ad ospitare “impianti e dispositivi tecnici indispensabili per l’uso della piscina”.
Ne consegue che la non assentibilità in sanatoria del locale accessorio preclude anche la realizzazione della piscina.
Ciò premesso, detto locale accessorio (di cui, peraltro, non vengono precisate le dimensioni) appare chiaramente insuscettibile di autorizzazione paesistica in sanatoria, ai sensi dell’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, trattandosi di manufatto con propria superficie utile e volume.
Né si può condividere la tesi della ricorrente che lo qualifica “vano tecnico”, come tale inidoneo a costituire aumenti volumetrici.
Un “vano” o “volume tecnico”, infatti, per risultare ininfluente ai fini della creazione di nuove superfici o volumi, presuppone logicamente l’introduzione di un impatto sul territorio, valutato attraverso gli indici edilizi, inferiore a quello della costruzione principale.
Nel caso in esame, invece, tale impatto sarebbe addirittura eccedente quello della costruzione principale, poiché la realizzazione della piscina, secondo la stessa ricorrente, non darebbe luogo ad alcuna superficie utile o volume.
Il manufatto, inoltre, pare avere una propria autonomia funzionale, atteso che, come si evince dalla relazione tecnica datata 22.11.2006, esso sarà destinato, oltre che ad ospitare la stazione di filtraggio, anche a deposito di prodotti per la piscina.
L’esistenza di uno spazio residuo non destinato all’alloggiamento degli impianti tecnologici necessari per la conduzione della piscina, ma utilizzabile quale deposito, pare quindi testimoniare la potenziale autonomia del manufatto, perciò non configurabile alla stregua di mero “volume tecnico”.
Quanto all’impianto natatorio, la ricorrente, muovendo dalla lettera delle norme tecniche di attuazione, tenta di dimostrare come la sua edificazione, non essendo idonea a generare alcuna superficie utile o volume, sarebbe suscettibile di autorizzazione paesistica in sanatoria.
La prospettazione difensiva non considera, però, che il vincolo esistente è finalizzato a preservare nel tempo la configurazione ambientale della zona.
La realizzazione della piscina, per contro, appare idonea a creare un impatto ambientale permanente che vanifica tale prescrizione, trattandosi di manufatto che, pur non caratterizzato da volumi emergenti dal terreno o da superfici calpestabili, presenta dimensioni non trascurabili (m. 14,75 x 6,36), richiede scavi consistenti e prevede l’impiego di materiali difficilmente compatibili con il contesto boschivo in cui si pretende esso trovi inserimento.
Il palese contrasto dell’intervento con la disciplina urbanistica di riferimento esonerava il Comune dall’indire, come suggerito con il terzo motivo di gravame, apposita conferenza di servizi ai sensi degli artt. 14 e segg.ti della legge n. 241/1990 (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 13.06.2007 n. 2599 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2006

EDILIZIA PRIVATA: Sulla precarietà o meno della copertura di una piscina scoperta.
Il progettato intervento -consistente nella realizzazione di una struttura telescopica (a copertura di una piscina) in metallo e vetro, con due lati estremi fissi e con altezza utile media superiore a tre metri– non appare caratterizzato dalla pertinenzialità e temporaneità, requisiti, questi, che varrebbero ad escludere la sua consistenza di “volume”: il carattere precario di una costruzione, invero, non va desunto dalla sua più o meno facile rimovibilità o dalla fissità del suo ancoraggio al suolo, bensì dal fatto che essa sia idonea a soddisfare esigenze transitorie (e non continuative nel tempo, ancorché limitate ad un periodo dell’anno) e sia destinata alla demolizione spontanea quando sia cessato l’uso (giurisprudenza pacifica: cfr. Cass. pen., III, 14.02-12.03.2004 n. 11880; CdS, V, 11.02.2003 n. 696 e, da ultimo, TAR Piemonte, 16.05.2006 n. 2073) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 18.12.2006 n. 4095 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2000

EDILIZIA PRIVATA: 1. Concessione - Diniego - Sanatoria art. 13 L. 47/1985 - Motivazione - Indicazione generica di contrasto con le norme tecniche di attuazione - Insufficienza - Illegittimità.
2. Concessione - Pertinenza - Nozione - Piscina in zona agricola di dimensioni contenute e ridotto impatto urbanistico - Costituisce pertinenza - Autorizzazione.

1. E' illegittimo per carenza di motivazione il diniego di concessione edilizia in sanatoria, richiesta ai sensi dell'art. 13 L. 47/1985, recante la generica affermazione che "la costruzione di piscina in zona agricola non è conforme alle Norme Tecniche di Attuazione dello strumento urbanistico vigente - P.R.G. comunale".
I provvedimenti di diniego di concessione di costruzione in sanatoria devono essere congruamente motivati con l'indicazione delle ragioni che ostano al suo rilascio e con particolare riferimento alle norme urbanistiche violate, in modo da consentire all'interessato da un lato, di rendersi conto degli impedimenti che si frappongono alla realizzazione del suo progetto e di poterlo adeguare alle esigenze pubbliche che l'Amministrazione ha inteso tutelare; dall'altro, di confutare in maniera esaustiva la legittimità del provvedimento davanti al giudice competente.
E' quindi carente di motivazione, il diniego di concessione in sanatoria fondato su un generico contrasto del progetto edilizio con norme legislative e regolamentari in materia edilizia, dovendo, invece, diffondersi il provvedimento di diniego in ordine alle disposizioni che si assumono ostative al rilascio del provvedimento concessorio.
2. La nozione di pertinenza di cui all'art. 7 L. 94/1982 (che non coincide con quella più ampia descritta dall'art. 817 c.c.) è ancorata non solo alla necessarietà ed oggettività del rapporto pertinenziale, ma anche alla consistenza dell'opera, la quale deve contenersi entro misure minime, sì da non alterare in modo significativo l'assetto del territorio; né la localizzazione in zona agricola impedisce l'applicazione della citata norma che non distingue tra edifici residenziali o meno, agricoli ovvero urbani.
Pertanto, nella fattispecie di piscina di contenuto rilievo dimensionale e di ridotto impatto dal punto di vista urbanistico, si verte in ambito di manufatto avente rilievo pertinenziale ed in quanto tale assoggettato a regime autorizzatorio (massima tratta da www.sentenzetoscane.it - TAR Toscana, Sez. II, sentenza 31.01.2000 n. 22 - link a www.giustizia-amministrativa.it).