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dossier BARRIERE ARCHITETTONICHE
anno 2015

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATADisabili, va concesso il nullaosta comunale alla piattaforma. Condominio. Andrebbe indicata l’alternativa praticabile.
Se un condòmino richiede al comune la possibilità di installare, nel vano scale condominiale, una piattaforma elevatrice, anche in deroga al regolamento edilizio, la domanda non può essere rifiutata per l’esistenza in astratto di soluzioni tecnicamente praticabili ma deve fondarsi sull’indicazione di reali alternative concretamente praticabili.
Questo il principio contenuto nella motivazione della sentenza 03.07.2015 n. 1541 del TAR Lombardia-Milano, Sez. II.
La vicenda che ha portato alla decisione citata prende l’avvio quando due condòmini chiedevano al Comune il permesso per installare nel vano scale una piattaforma elevatrice necessaria per il superamento delle barriere architettoniche presenti nell’edificio, opera che peraltro l’assemblea del caseggiato con apposita delibera (allegata alla domanda) aveva autorizzato.
Il Comune, però, con due note, sottolinea la necessità di modificare il progetto in quanto non idoneo ad assicurare la larghezza minima della rampa di scale e delle porte interne della piattaforma di elevazione prevista dal regolamento edilizio. E in ogni caso sarebbe impossibile concedere deroghe ai regolamenti comunali per la praticabilità dell’alternativa tecnica consistente nella realizzazione di un montascale (che non avrebbe richiesto l’assenso del comune e del condominio).
I condòmini protestano ma il Comune non tiene conto delle ragioni chiarite dal tecnico dei condòmini, per le quali veniva ritenuta non praticabile l’installazione di un montascale. E nega il permesso di costruire, ribadendo la possibilità di realizzare soluzioni alternative.
Secondo il Tar Lombardia, che ha annullato provvedimento del Comune, il rigetto della domanda di permesso di costruire, con la quale è stata chiesta la deroga alle norme regolamentari, non può fondarsi sulla semplice esistenza in astratto di ulteriori soluzioni tecnicamente praticabili, ma richiede la precisa indicazione di reali alternative concretamente praticabili.
Questa rigorosa conclusione è pienamente giustificabile se si considera che l’interesse del disabile all’eliminazione delle barriere architettoniche è tutelato da diverse norme, anche costituzionali.
Del resto l’esistenza solo in astratto di altre possibili soluzioni, potrebbe spingere il cittadino ad individuare altri progetti, che potrebbero però poi a loro volta risultare non realizzabili. In ogni caso, come precisano i giudici amministrativi, la “soluzione montascale” non può rappresentare un’alternativa tecnica effettivamente praticabile e rispettosa del regolamento edilizio, bensì una soluzione utile solo per evitare il rilascio di un titolo edilizio e l’assenso dell’assemblea condominiale
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.10.2015).
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MASSIMA
2. Venendo al merito, deve preliminarmente scrutinarsi il primo motivo del ricorso per motivi aggiunti, avente carattere potenzialmente assorbente delle ulteriori censure, con il quale si allega l’illegittimità del diniego di permesso di costruire, in quanto intervenuto dopo la ritenuta formazione del silenzio-assenso.
Il motivo è infondato, per un duplice ordine di ragioni.
2.1 Sotto un primo profilo, risulta comprovato in atti che
l’intervento progettato prevedeva anche l’installazione di una pedana all’esterno dell’edificio e, quindi, richiedeva, sotto questo profilo, l’autorizzazione paesaggistica, stante il vincolo cui è sottoposto l’intero complesso immobiliare.
La formazione del silenzio-assenso è, quindi, espressamente esclusa ai sensi dell’articolo 20, comma 8, del d.P.R. n. 380 del 2001 e dell’articolo 38, comma 10, della legge regionale n. 12 del 2005.

2.2 Deve, poi, rilevarsi che –anche prescindendo dalle considerazioni sopra svolte– il silenzio-assenso non avrebbe potuto in ogni caso formarsi, essendo intervenuto in data 28.11.2013 il preavviso di provvedimento negativo.
Contrariamente a quanto ritenuto dalla difesa dei ricorrenti,
l’interruzione dei termini procedimentali a seguito del preavviso di diniego costituisce istituto di portata generale e, come tale, da ritenere applicabile anche con riferimento al permesso di costruire (v. Cons. Stato, Sez. IV, 19.03.2015, n. 1515, ove, in fattispecie analoga alla presente, concernente l’allegata formazione per silenzio-assenso di un permesso di costruire soggetto alla disciplina dell’articolo 13 della legge regionale dell’Emilia Romagna 25.11.2002, n. 31, si rileva la mancata prospettazione di ragioni convincenti per ritenere non applicabile l’articolo 10-bis della legge n. 241 del 1990).
Nel caso di specie, dopo l’emissione del preavviso di provvedimento negativo, il diniego del permesso di costruire è intervenuto entro i termini previsti dall’articolo 38 della legge regionale n. 12 del 2005, peraltro inferiori rispetto a quelli previsti dall’articolo 20 del d.P.R. n. 380 del 2001.
In particolare, il termine per la conclusione del procedimento ha ripreso a decorre alla scadenza del termine di sette giorni assegnato nel preavviso di diniego per la presentazione di osservazioni (05.12.2013). E’ quindi intervenuta, il 09.01.2014 –ossia dopo trentacinque giorni– la relazione del responsabile del procedimento, che è quindi tempestiva rispetto al termine di quarantacinque giorni cui al comma 3 dell’articolo 38 della legge regionale n. 12 del 2005. Il provvedimento finale è stato emesso, infine, il 16.01.2014, ossia dopo sette giorni, nel rispetto del termine di quindici giorni previsto per l’ultimo segmento procedimentale dall’articolo 38, comma 7, della legge regionale n. 12 del 2005.
2.3 E’, infine, da escludersi che la nota comunale del 16.01.2014 possa rilevare quale (illegittimo) atto di autotutela, trattandosi del diniego con cui si è concluso il procedimento avviato con la presentazione dell’istanza di permesso di costruire e –come detto– di provvedimento intervenuto nei termini e non successivamente alla prospettata formazione del titolo per silentium.
2.4 In definitiva, per le suesposte ragioni, deve respingersi il primo mezzo del ricorso per motivi aggiunti.
3. Possono quindi esaminarsi le censure articolate con il primo motivo del ricorso introduttivo, con le quali i ricorrenti si dolgono delle affermazioni contenute nella comunicazione comunale del 10.10.2013 e nel preavviso di provvedimento negativo, laddove vi si afferma che l’intervento progettato non sarebbe conforme alle disposizioni del Regolamento edilizio e del Regolamento locale di igiene (affermazione, questa, che è richiamata anche dal provvedimento finale di diniego, nel quale si evidenzia che “l’intervento così come proposto non è comunque conforme al vigente Regolamento Edilizio”).
3.1 A riguardo, ritiene il Collegio di non poter accedere alla tesi dei ricorrenti, secondo i quali le disposizioni regolamentari richiamate dal Comune –recanti le regole tecniche sulla larghezza delle scale e delle porte degli ascensori– non sarebbero applicabili nel caso di specie e, quindi, l’intervento proposto potrebbe essere realizzato senza alcuna deroga alle disposizioni del Regolamento edilizio e del Regolamento locale di igiene.
3.2 Viene anzitutto in considerazione l’articolo 139, comma 1 del Regolamento edilizio, ove si legge che “Le scale di uso comune sono disciplinate, quanto a lunghezza, dimensioni e chiusure dalla normativa vigente in materia. Deve in ogni caso essere garantita la possibilità del trasporto di soccorso delle persone”.
Il rinvio alla “normativa vigente in materia” è stato correttamente inteso dal Comune come volto a determinare il richiamo dell’articolo 3.6.10 del Regolamento locale di igiene, il quale prevede che “La larghezza della rampa e dei pianerottoli deve essere commisurata al numero dei piani, degli alloggi e degli utenti serviti, comunque non deve essere inferiore a m. 1,20 riducibili a m. 1,00 per le costruzioni fino a due piani e/o ove vi sia servizio di ascensore. Nei casi di scale che collegano locali di abitazioni, o che collegano vani abitativi con cantine, sottotetti dello stesso alloggio, ecc. può essere consentita una larghezza di rampa inferiore e comunque non minore di m. 0,80”.
Ora, i ricorrenti ritengono che le suddette disposizioni non possano trovare applicazione nel caso di specie.
3.2.1 Quanto all’articolo 139 del Regolamento edilizio, esso è contenuto nel Capo III, rubricato “Gli edifici”, che si apre con l’articolo 135, il quale –secondo i ricorrenti– delimiterebbe l’ambito di applicazione dell’intero Capo ai soli “interventi di nuova costruzione”.
Al riguardo, deve tuttavia evidenziarsi che l’articolo 135 del Regolamento edilizio si riferisce alle “Distanze e altezze”. Non a caso, le parole “Negli interventi di nuova costruzione” sono seguite dall’indicazione della distanza minima dal confine con proprietà di terzi da osservarsi nelle costruzioni. La disposizione non risulta, quindi, aver inteso delimitare l’ambito applicativo dell’intero Capo, ma si riferisce solo alle regole sulle distanze applicabili alle nuove costruzioni.
D’altro canto, deve pure tenersi presente che l’articolo 181 del Regolamento edilizio dispone che “Il presente regolamento si applica ai progetti edilizi presentati a far data dalla sua entrata in vigore”. Le disposizioni contenute nel Regolamento sono, quindi, applicabili in linea di massima –e salva la concessione di deroghe– a tutti gli interventi successivi, a prescindere dalla circostanza che abbiano ad oggetto edifici esistenti o nuove costruzioni.
A tale conclusione non osta la previsione dell’articolo 123 del medesimo Regolamento edilizio, concernente “Eliminazione e superamento delle Barriere Architettoniche”, il quale stabilisce che: “1. Nell’ambito dell’ambiente costruito e non costruito devono essere realizzati tutti gli interventi atti a favorirne la massima fruibilità da parte di tutte le persone disabili, colpite da handicap sia temporaneo che permanente, con ridotte o impedite capacità motorie, sensoriali, mentali e psichiche, per garantire loro una migliore qualità della vita col superamento di ogni forma di emarginazione e di esclusione sociale.
2. A tal fine negli edifici e negli spazi esterni, in tutti gli interventi edilizi, nonché nei cambi di destinazione, devono essere previste e realizzate tutte le soluzioni conformi alla disciplina vigente in materia di eliminazione e superamento delle barriere architettoniche.
3. I progettisti, in armonia col contesto più ampio in cui si inserisce l’intervento, possono proporre soluzioni innovative e alternative a quelle usuali, che, debitamente documentate, dimostrino comunque il rispetto delle finalità stabilite dalle specifiche leggi vigenti in materia di superamento e abbattimento di barriere, per un utilizzo ampliato ed in piena autonomia e sicurezza dell’ambiente da parte di tutte le persone, in special modo per i portatori di handicap.
4. In particolare, a partire dalle modalità e caratteristiche indicate dalle norme vigenti al momento della realizzazione dell’opera e in condizioni di adeguata sicurezza ed autonomia, devono essere garantiti i requisiti di adattabilità, visitabilità, accessibilità
.”.
L’articolo 123 non costituisce, invero, una disposizione alternativa rispetto a quella dell’articolo 139, ma sancisce un generale favor –in conformità ai principi costituzionali e alle previsioni della disciplina normativa nazionale e regionale– nei confronti degli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche.
La disposizione, quindi, non detta regole esaustive e alternative per la realizzazione degli interventi volti a realizzare tale finalità, ma enuncia principi e criteri rilevanti al fine della eventuale concessione di deroghe alle altre previsioni del Regolamento, proprio in vista del conseguimento dell’obiettivo della piena accessibilità degli edifici da parte dei portatori di handicap (v. in particolare il comma 3).
3.2.2 Quanto all’articolo 3.6.10 del Regolamento locale di igiene, la non applicabilità nel caso di specie deriverebbe –secondo i ricorrenti– dalle previsioni dell’articolo 3.0.0 del medesimo Regolamento, ove si stabilisce che “Le norme del presente Titolo non si applicano alle situazioni fisiche esistenti e già autorizzate o comunque conformi alla previgente normativa” (primo comma).
Ritiene tuttavia il Collegio che
la prevista inapplicabilità alle previsioni del Regolamento locale di igiene alle situazioni preesistenti e già autorizzate debba essere letta unicamente come affermazione dell’inesistenza di un obbligo di adeguamento alle nuove regole degli edifici già realizzati in conformità alla disciplina previgente. Ciò, però, fermo restando che le previsioni del Regolamento debbano essere osservate –in linea di massima, e fatta salva la possibilità di concessione di deroghe– anche in tutti i casi di interventi da eseguire sulle costruzioni esistenti.
Tali conclusioni sono confermate dai successivi commi del medesimo articolo 3.0.0, ove si legge che:
- “Le norme si applicano, per gli aspetti inerenti l’igiene e la sanità pubblica, a tutti i nuovi interventi soggetti al rilascio di concessione o autorizzazione da parte del Sindaco” (secondo comma):
- “Agli edifici esistenti o comunque autorizzati all’uso, per interventi anche parziali di ristrutturazione, ampliamenti e comunque per tutti gli interventi di cui alle lettere b), c) e d) dell’art. 31 della Legge 05.08.1978, n 457, si applicheranno le norme del presente Titolo fermo restando che per esigenze tecniche documentabili saranno ammesse deroghe agli specifici contenuti in materia di igiene della presente normativa purché le soluzioni comportino oggettivi miglioramenti igienico sanitari” (terzo comma);
- “A motivata e documentata richiesta possono adottarsi soluzioni tecniche diverse da quelle previste dalle norme del presente Titolo, purché tali soluzioni permettano comunque il raggiungimento dello stesso fine della norma derogata” (quinto comma).
In altri termini, l
a disposizione del Regolamento locale di igiene non può essere interpretata come volta a consentire, in via generale, di apportare, senza alcun limite, modifiche alle costruzioni esistenti e oggi conformi alla normativa vigente, in modo da renderle difformi da tali nuovi standard.
La possibilità di non applicare le previsioni del regolamento di igiene –in linea di principio operanti anche per gli interventi da eseguire su costruzioni già autorizzate– è, invece, prevista e subordinata alla concessione di apposite deroghe.
3.3 Analoghe considerazioni valgono anche con riferimento all’articolo 131, comma 2, primo periodo del Regolamento edilizio, il quale dispone che “La larghezza di passaggio netto delle porte esterne non deve essere inferiore a 90 cm e per le porte interne non inferiore a cm 80”.
Secondo l’avviso dei ricorrenti, tale previsione non dovrebbe trovare applicazione nel caso di specie, poiché l’unica disciplina cui il Comune avrebbe dovuto fare riferimento sarebbe quella dell’articolo 127 del Regolamento edilizio, il quale prevede la realizzazione di piattaforme elevatrici o servoscala “solo nel caso di interventi in edifici esistenti nei quali vi sia comprovata impossibilità tecnica di superamento di dislivelli mediante la realizzazione di rampe”.
E invero, la circostanza che debba trovare applicazione il predetto articolo 127 non esclude, di per sé, l’applicabilità anche delle disposizioni in materia di larghezza delle porte, contenute all’articolo 131, posto che l’intervento di che trattasi ha ad oggetto proprio la realizzazione di una piattaforma elevatrice dotata di porte, e considerato che nessuna previsione concernente la larghezza delle porte è contenuta all’articolo 127.
3.4 In definitiva, deve concludersi rilevando che
all’intervento proposto sono applicabili –in linea di principio– le previsioni degli articoli 131 e 139 del Regolamento edilizio e 3.6.0 del Regolamento locale di igiene. Nella specie, poiché il progetto presentato dai ricorrenti non consente di assicurare la larghezza minima della rampa di scale e la larghezza minima delle porte della piattaforma elevatrice previste dalle suddette previsioni, lo stesso può essere realizzato solo subordinatamente alla concessione di una deroga ai regolamenti comunali.
L’immediata applicabilità delle disposizioni richiamate dal Comune risulta, del resto, essere stata riconosciuta anche dagli stessi ricorrenti, i quali hanno proposto espressa istanza di deroga alle norme regolamentari.
Per tutte le suesposte ragioni, devono conseguentemente rigettarsi le censure articolate dai ricorrenti con il primo motivo del ricorso introduttivo, con le quali si afferma la possibilità di assentire l’intervento senza necessità di derogare ai vigenti regolamenti comunali.
4. Ciò posto, al fine di esaminare le residue censure proposte dai ricorrenti con il secondo motivo del ricorso introduttivo (attinente alla mancata considerazione delle possibilità di deroga alle previsioni regolamentari), e con il secondo motivo del ricorso per motivi aggiunti (attinente alla mancanza di corrispondenza tra le ragioni ostative al rilascio del permesso di costruire indicate nel preavviso di diniego e quelle poi enunciate nel provvedimento finale di rigetto della domanda) occorre premettere che tutte le disposizioni regolamentari richiamate dal Comune e ostative alla realizzazione dell’intervento risultano essere suscettibili di deroga.
4.1 Si è già detto della derogabilità delle norme del Regolamento locale di igiene, prevista dalle richiamate previsioni dei commi terzo e quinto dell’articolo 3.0.0.
4.2 Quanto agli articoli 131 e 139 del Regolamento edilizio, la derogabilità delle relative previsioni discende dal disposto dell’articolo 182 del medesimo Regolamento, in base al quale “Salvo quanto previsto nei precedenti articoli, eventuali deroghe al presente Regolamento possono essere consentite esclusivamente con deliberazione del Consiglio Comunale, fatti comunque salvi i pareri obbligatori per l’esecuzione degli interventi edilizi da parte della Commissione Edilizia, della Commissione del Paesaggio e degli Organi di Vigilanza”.
4.3 Deve poi soggiungersi, per completezza, che non è invece rilevante, nella specie, la previsione dell’articolo 3, comma 1, della legge 09.01.1989, n. 13 –richiamata dai ricorrenti– in quanto la disposizione si riferisce alla possibilità di realizzare interventi di abbattimento delle barriere architettoniche in deroga “alle norme sulle distanze previste dai regolamenti edilizi (...)”.
Non risulta rilevante neppure la previsione dell’articolo 20 della legge regionale 20.02.1989, n. 6 (“Norme sull'eliminazione delle barriere architettoniche e prescrizioni tecniche di attuazione”), poiché la disposizione in questione, pure richiamata dai ricorrenti, si riferisce alla possibilità di concedere deroghe –in presenza di vincoli culturali o paesaggistici o di “impossibilità tecnica connessa agli elementi statici ed impiantistici degli edifici oggetto dell'intervento”– rispetto alle sole norme volte all’abbattimento delle barriere architettoniche contenute nell’allegato alla stessa legge.
Potrebbe, semmai, avere un ambito applicativo in parte rilevante ai fini del presente giudizio la disposizione dell’articolo 19, comma 1, della stessa legge regionale n. 6 del 1989, che prevede espressamente la possibilità di concedere deroghe in favore di interventi specificamente finalizzati all'abbattimento delle barriere architettoniche e localizzative; sennonché anche tale disposizione si riferisce alla sola deroga “agli standard, limiti o vincoli previsti dagli strumenti urbanistici vigenti”, e non quindi alle previsioni dei regolamenti comunali, rilevanti nel caso di specie.
4.4 In definitiva, la derogabilità tanto del Regolamento edilizio, quanto del Regolamento locale di igiene risulta dalle stesse previsioni dei suddetti regolamenti.
5. Venendo quindi all’esame delle modalità per la concessione di deroghe alle previsioni dei regolamenti comunali invocate dal -OMISSIS- nel caso oggetto del presente giudizio, deve tenersi presente che, sulla base del quadro normativo sopra ricostruito:
-
la concessione di eventuali deroghe al Regolamento locale di igiene risulta essere subordinata all’accertamento che “le soluzioni comportino oggettivi miglioramenti igienico-sanitari (nelle fattispecie di cui al terzo comma dell’articolo 3.0.0, sopra riportato) e che le soluzioni tecniche diverse da quelle previste dal Regolamento “permettano comunque il raggiungimento dello stesso fine della norma derogata (articolo 3.0.0, quinto comma);
-
la deroga alle previsioni del Regolamento edilizio è invece subordinata a un’apposita deliberazione del Consiglio comunale (articolo 182), il quale dovrà peraltro tenere conto delle finalità di piena accessibilità degli edifici da parte delle persone portatrici di handicap (finalità richiamate dall’articolo 123 del Regolamento, e riconducibili ai principi enunciati dalla Costituzione e attuati dalla disciplina legislativa statale e regionale).
6. Ciò posto, deve osservarsi che le ragioni poste alla base del diniego di permesso di costruire consistono, in buona sostanza:
(i) nella ritenuta impossibilità di concedere deroghe ai regolamenti comunali per la praticabilità dell’alternativa tecnica consistente nella realizzazione di un montascale;
(ii) nella realizzabilità di tale soluzione alternativa senza alcun atto di assenso del Comune e del condominio;
(iii) nella mancanza di autorizzazione paesaggistica.
6.1 Di tali ragioni, solo quella sub (ii) risulta essere stata effettivamente preannunciata nel preavviso di provvedimento negativo.
E invero, nella relazione del tecnico dei ricorrenti, depositata agli atti del procedimento in data 08.11.2013, era stata illustrata, con dovizia di argomenti, la necessità di prescegliere la soluzione progettuale consistente nella realizzazione di una piattaforma elevatrice, indicando le ragioni per le quali veniva ritenuta non praticabile l’installazione di un montascale (v. doc. 9 dei ricorrenti).
A fronte di tale dettagliata relazione, nella comunicazione di motivi ostativi il Comune non ha indicato la soluzione consistente nella realizzazione di un montascale quale alternativa tecnica rispetto all’intervento proposto dai ricorrenti. L’Ente si è, infatti, limitato a richiamare la previsione dell’articolo 78 del d.P.R. n. 380 del 2001, ossia una disposizione che si riferisce alle possibilità di libera installazione di “servoscala nonché strutture mobili e facilmente rimovibili”. Tali soluzioni non sono state, quindi, indicate quali alternative tecniche effettivamente praticabili e idonee a consentire il rispetto della disciplina regolamentare, bensì quali soluzioni che avrebbero consentito di evitare tanto la necessità del rilascio di un titolo edilizio, quanto quella dell’assenso dell’assemblea condominiale.
Soltanto nella “Relazione finale e proposta di provvedimento per la pratica n. 215/2013-0”, richiamata nel provvedimento di diniego (doc. 15 del controinteressato), viene effettivamente presa in considerazione la praticabilità tecnica della soluzione consistente nella realizzazione di un montascale, e tale soluzione viene indicata quale alternativa praticabile.
Le suddette valutazioni sono state, però, poste alla base del diniego senza consentire alla parte di controdedurre in merito ai dati fattuali presi in considerazione dal Comune e alle considerazioni tecniche svolte dal Responsabile del procedimento.
6.2 Ora, quanto alla predetta motivazione sub (ii), deve osservarsi che –come osservato dai ricorrenti nel secondo motivo del ricorso introduttivo– tale ragione, pur ritualmente preannunciata nel preavviso di provvedimento negativo, non può di per sé fondare il diniego del permesso di costruire.
L’esistenza di una astratta ipotesi progettuale tale da non richiedere alcun titolo edilizio né l’assenso del condominio potrebbe, invero, formare oggetto di un mero “suggerimento” informale al richiedente da parte dell’Ufficio tecnico. L’Amministrazione non può, tuttavia, esimersi dal verificare se sussistono le condizioni per assentire l’intervento richiesto, sia quanto alla legittimazione del soggetto richiedente, sia con riguardo al merito della soluzione progettuale proposta.
Nel caso di specie, il primo di tali profili (legittimazione) avrebbe dovuto essere verificato in concreto dal Comune, posto che la domanda di permesso di costruire era corredata dalla delibera condominiale di assenso all’intervento, solo successivamente sospesa nell’ambito del giudizio civile promosso dal sig. -OMISSIS-.
D’altro canto, la circostanza che l’installazione di un montascale non richieda il rilascio del titolo edilizio di per sé non consente di ritenere che tale soluzione possa essere realizzabile anche in violazione della normativa tecnica sulla larghezza delle scale, in assenza di apposita deroga.
In definitiva, la (teorica) libera realizzabilità della soluzione “montascale” non fa di tale opzione, di per sé, un’alternativa tecnica effettivamente praticabile rispetto al progetto presentato dai richiedenti.
6.3 Quanto alle ulteriori ragioni sub (i) e sub (iii), la loro mancata evidenziazione nel preavviso di diniego non assume, nella specie, rilevanza meramente formale, ma riveste carattere sostanziale, per le ragioni che seguono.
6.3.1 Per ciò che attiene alla motivazione sub (iii), i ricorrenti, ove fossero stati portati a conoscenza della necessità dell’autorizzazione paesaggistica, avrebbero potuto presentare la relativa domanda.
In alternativa, sarebbe stata possibile anche la modifica dell’istanza di permesso di costruire, con rinuncia all’installazione della modesta opera consistente nella pedana esterna, volta al superamento di pochi gradini. E invero –come chiarito da Cons. Stato, Sez. VI, 05.03.2014, n. 1032–
l’abbattimento delle barriere architettoniche può essere realizzato anche in modo parziale e tale da non soddisfare completamente le esigenze di soggetti non deambulanti in modo autonomo, i quali non sono gli unici destinatari della normativa, che fa riferimento anche ai soggetti a “capacità motoria ridotta”, come tali in grado di superare alcuni gradini, ma non diversi piani di scale.
6.3.2 Per ciò che attiene alla motivazione sub (i), la mancata indicazione, nel preavviso di diniego, delle ragioni in base alle quali il Comune ha ritenuto che l’installazione di un montascale possa costituire un’alternativa praticabile, ha impedito ai ricorrenti di prendere in esame le considerazioni tecniche poste alla base di tale valutazione e di interloquire eventualmente con il Comune in merito alla effettiva praticabilità della prospettata soluzione alternativa, fornendo elementi fattuali e valutativi in relazione agli elementi contenuti nella relazione finale del Responsabile del procedimento.
Al riguardo, il Collegio condivide bensì quanto affermato nel provvedimento impugnato, ossia che
la possibilità di concedere deroghe ai regolamenti edilizi debba ammettersi soltanto in assenza di alternative valide ed effettivamente praticabili.
Tuttavia, è proprio nel modus procedendi attraverso il quale il Comune ha ritenuto di poter ravvisare l’esistenza di una alternativa tecnica che l’intero iter procedimentale, e il provvedimento comunale, manifestano i vizi allegati dai ricorrenti.
Occorre invero tenere presente che
l’eliminazione delle barriere architettoniche che impediscono la piena accessibilità degli edifici, limitando la possibilità per le persone affette da handicap di svolgere pienamente la propria personalità e di avere una normale vita di relazione, attiene ad esigenze di rilievo costituzionale primario, riconducibili anzitutto alle previsioni degli articoli 2 e 3 della Costituzione.
A fronte della rilevanza di tali interessi, la sussistenza di alternative praticabili rispetto all’intervento proposto –ossia il presupposto per la concessione della deroga alle previsioni dei regolamenti comunali– costituisce una legittima ragione di diniego del permesso di costruire solo laddove l’individuazione di tali alternative emerga e rilevi in concreto, alla luce di tutti i dati fattuali rilevanti nel caso di specie.
In altri termini,
il rigetto della domanda di permesso di costruire, con la quale sia stata chiesta la deroga alle norme regolamentari, non può fondarsi sulla mera esistenza in astratto di ulteriori soluzioni tecnicamente praticabili, ma –laddove il richiedente abbia illustrato, come nella specie, la non praticabilità, a suo avviso, di altre idonee soluzioni– deve muovere dall’evidenziazione di soluzioni che, sulla base delle circostanze fattuali note, siano da ritenere come reali alternative, ossia come possibilità effettivamente e concretamente praticabili.
E invero,
laddove si ritenesse che l’esistenza solo in astratto di altre possibili soluzioni costituisca una ragione sufficiente per il rigetto dell’istanza di deroga alle norme regolamentari, si finirebbe con il frustrare le finalità stesse della deroga, oltre che i principi costituzionali sopra richiamati, esponendo il richiedente a elaborare altre soluzioni progettuali, che potrebbero però poi a loro volta risultare non effettivamente fattibili.
Proprio per tali ragioni
è necessario che la valutazione tecnica del Comune in merito all’idoneità della soluzione proposta dal richiedente, in deroga ai regolamenti comunali, sia compiuta con il pieno coinvolgimento nell’istruttoria procedimentale del soggetto istante, il cui apporto può consentire la piena acquisizione di tutti gli elementi fattuali e valutativi rilevanti nel caso di specie.
6.4 In conclusione, sul punto, le censure articolate dai ricorrenti con il secondo motivo del ricorso introduttivo e con il secondo motivo del ricorso per motivi aggiunti devono essere accolte, nei sensi e nei termini di quanto fin qui esposto, con assorbimento degli ulteriori profili di censura articolati negli stessi motivi, e non rilevanti ai fini della decisione del ricorso.
7. L’accoglimento delle domande di annullamento proposte dai ricorrenti comporta, per l’effetto, l’annullamento della nota comunale datata 14.11.2013 e del provvedimento di diniego del permesso di costruire.
8.
Non può, invece, trovare accoglimento la domanda di risarcimento del danno, poiché i ricorrenti non hanno fornito alcuna prova del pregiudizio subito, laddove il relativo onere, per consolidato orientamento giurisprudenziale, ricade interamente sulla parte che si assume danneggiata (cfr., tra le più recenti, Cons. Stato, Sez. IV, 26.08.2014, n. 4293).
D’altro canto,
l’annullamento del permesso di costruire lascia residuare un ampio margine di valutazione al Comune al fine di verificare la sussistenza dei presupposti per il rilascio del permesso di costruire in deroga ai regolamenti, per cui –mancando un accertamento in ordine all’effettiva spettanza del bene della vita richiesto– l’accoglimento dell’impugnazione non può costituire il presupposto per l'accoglimento della domanda di risarcimento del danno (v. Cons. Stato, Ad. Plen., 03.12.2008 n. 13; Id., Sez. IV, 04.09.2013 n. 4439; TAR Lombardia, Sez. II, 16.03.2015, n. 729).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: requisiti delle opere per l’eliminazione delle barriere architettoniche che possono essere realizzate in deroga ai limiti di densità edilizia, altezza, distanza tra fabbricati e dai confini, ecc. (art. 13, comma 3, L.R. 15/2013) (Regione Emilia Romagna, parere 11.02.2015 n. 86803 di prot.).

anno 2014

CONDOMINIO: Ascensore installabile autonomamente.
Domanda
Sono l'amministratore di un condominio, un condomino del quale intende realizzare un ascensore a proprie spese e ritiene non necessaria l'autorizzazione dell'assemblea. Vorrei conoscere quale è l'orientamento della giurisprudenza in materia.
Risposta
La pretesa del condomino appare fondata. Anche di recente la Cassazione ha affermato (sent. n. 10582/2014, che ha confermato la sentenza della Corte di appello) che è legittima l'installazione di un ascensore esterno a servizio e a spese di un solo condomino, senza previa autorizzazione dell'assemblea.
L'installazione dell'ascensore esterno a servizio esclusivo di un'unità immobiliare costituisce un'innovazione legittima che può essere eseguita a spese del proprietario (pertanto non richiede l'autorizzazione del condominio) se non pregiudica la stabilità o il decoro architettonico dell'edificio.
In base alla propria giurisprudenza (Cass. n. 14096/2012), la Suprema corte ha affermato che «in tema di condominio, l'installazione di un ascensore, al fine dell'eliminazione delle barriere architettoniche, realizzata da un condomino su parte di un cortile e di un muro comuni, deve considerarsi indispensabile ai fini dell'accessibilità dell'edificio e della reale abitabilità dell'appartamento, e rientra, pertanto, nei poteri spettanti ai singoli condomini ai sensi dell'art. 1102 c.c., senza che, ove siano rispettati i limiti di uso delle cose comuni stabiliti da tale norma, rilevi, la disciplina dettata dall'art. 907 c.c. sulla distanza delle costruzioni dalle vedute, neppure per effetto del richiamo ad essa operato nell'art. 3, 2° c., della legge n. 13/1989, non trovando detta disposizione applicazione in ambito condominiale»
(articolo ItaliaOggi Sette del 07.07.2014).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 19 del 05.05.2014, "Modalità e criteri per l’attuazione di interventi di rimozione barriere architettoniche negli edifici residenziali privati, in attuazione delle disposizioni contenute nell’art. 34-ter della legge 20.02.1989 e della deliberazione di Giunta regionale del 13.03.2014 n. X/1506" (decreto D.U.O. 28.04.2014 n. 3511).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 12 del 17.03.2014, "Sostegno ai cittadini per l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici abitativi privati – Attivazione di una misura sperimentale ai sensi del comma 3-bis della legge regionale 20.02.1989 n. 6 “Norme sulle barriere architettoniche e prescrizioni tecniche di attuazione”" (deliberazione G.R. 13.03.2014 n. 1506).

anno 2013

EDILIZIA PRIVATASenza barriere gli studi dei difensori d'ufficio. Tar Parma. I locali sono «aperti al pubblico».
Studi legali senza barriere architettoniche, se i clienti sono ammessi al patrocinio a carico dello Stato.

Questo è il principio posto dalla sentenza 06.11.2013 n. 303 del TAR Emilia Romagna-Parma, al termine di una controversia tra il locale Ordine degli avvocati e il Comune.
Il piano urbanistico di Parma, dal 2007, impone negli edifici "aperti al pubblico" il rispetto delle norme per il superamento delle barriere architettoniche.
Ciò ha messo in allarme le categorie professionali. In particolare, gli avvocati eccepivano difficoltà e costi per adeguamenti strutturali di locali che, a loro parere, dovevano considerarsi di uso privato. Secondo il Comune, invece, la legge 104/1992 impone di eliminare difficoltà di accesso anche negli edifici privati, se aperti al pubblico.
La norma del 1992 prevede tre livelli di qualità: accessibilità (ingresso), visitabilità (dislivelli, spigoli, rampe accesso) e adattabilità (fruibilità senza modifiche alla struttura): agli studi legali il Comune richiedeva appunto la visitabilità e cioè la possibilità, per le persone impedite, di accedere agli spazi di relazione senza dislivelli o spigoli e con servizi adeguati. Lo stesso tipo di controversia ha riguardato studi medici e ambulatori (Tar Brescia 227/2011, Palermo, 9199/2010) ritenendo aperti al pubblico i servizi di medicina generale, ma ora per la prima volta riguarda gli avvocati.
Secondo i giudici amministrativi, gli studi legali privati, devono essere "visitabili", tutte le volte che l'accesso, seppur escluso alla generalità delle persone, sia comunque consentito a determinate categorie, anche se ricevute con rispetto di orari e con obbligo di preventivo appuntamento. L'obbligo di rendere "visitabili" gli studi non riguarda, quindi, tutti gli uffici legali di Parma, ma solo i casi in cui l'avvocato ha uno studio "aperto al pubblico", cioè i casi in cui il professionista non è in grado di selezionare clienti, in quanto ha comunque l'obbligo di prestare loro il patrocinio.
Lo studio è quindi per principio "privato", ma diventa "aperto al pubblico", quando l'avvocato chieda di essere iscritto nell'elenco dei difensori d'ufficio e di coloro che prestano il patrocinio a carico dello Stato: tali servizi hanno infatti un pubblico indistinto, di cittadini non abbienti le cui ragioni risultino non manifestamente infondate a parere della specifica Commissione prevista dal Decreto del presidente della Repubblica 115/2002.
Il meccanismo di selezione dei clienti, nel caso di cittadini non abbienti, avviene infatti a monte, dapprima con una verifica delle possibilità di esito favorevole del ricorso alla giustizia, e poi con un elenco di professionisti che accettano le difese, con successivo onorario a carico dello Stato.
Ciò significa che quando l'avvocato accetta (mediante volontaria iscrizione negli elenchi specifici) le difese di ufficio ed i patrocini gratuiti, presta la propria utilità in favore di un'ampia ed indiscriminata categoria di aventi diritto. Quindi, a fronte del vantaggio di un compenso corrisposto dallo Stato, il professionista ha l'onere di adeguare il proprio studio alla normativa statale finalizzata ad eliminare le barriere architettoniche.
Le ricadute della sentenza possono essere rilevanti, perché l'accesso al pubblico può avere conseguenze sull'indennità per finita locazione (articoli 34 e 35 e legge 392/1978), mentre l'eliminazione delle barriere architettoniche può generare contrasti condominiali anche in presenza delle più agevoli maggioranze che l'articolo 1120 del codice civile (maggioranza intervenuti e metà valore immobile) ha di recente modificato (legge 220/2012).
Altre categorie professionali sono avvisate: dai notai ai tecnici, in corrispondenza all'ampliarsi delle funzioni pubbliche delegate, sarà necessario adeguare studi ed uffici (articolo Il Sole 24 Ore del 12.11.2013).

EDILIZIA PRIVATA: Il punto nodale della questione sottoposta all’esame del Collegio è, dunque, se lo studio professionale di un avvocato iscritto all’elenco dei difensori di ufficio o che difende soggetti ammessi al beneficio del patrocinio a spese dello Stato possa considerarsi luogo aperto al pubblico.
Ciò in quanto tale qualificazione degli studi professionali comporterebbe l'applicazione della disciplina dettata dal richiamato art. 3 del DM 236/1989 e, segnatamente, del comma 4, laddove alla lett. e) la norma precisa i requisiti che le unità immobiliari sedi di attività aperte al pubblico devono possedere affinché possa dirsi soddisfatto il prescritto requisito della “visitabilità”.
Il Collegio ritiene che, ai fini dell’applicazione della disciplina concernente l’eliminazione delle barriere architettoniche, la nozione di luogo aperto al pubblico debba essere adoperata in senso elastico, ossia in modo tale da ricomprendere anche un ambiente privato l'accesso al quale, pur escluso alla generalità delle persone, sia consentito ad una determinata categoria di aventi diritto sebbene regolato da orari di apertura e chiusura o da eventuale appuntamento.
Ciò posto è indubbio che, in linea generale, lo studio professionale dell’avvocato debba qualificarsi come luogo aperto al pubblico e debba soddisfare il requisito della visitabilità, come normativamente tratteggiato.

L’art. 82 del Testo unico dell’edilizia (D.P.R. 380/2001), che ripropone il testo dell’art. 24 della L. 05.02.1992, n. 104, sotto la rubrica “Eliminazione o superamento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici e privati aperti al pubblico”, stabilisce che tutte le opere edilizie riguardanti edifici pubblici e privati aperti al pubblico che sono suscettibili di limitare l'accessibilità e la visitabilità, sono eseguite in conformità alle norme per l'eliminazione delle barriere architettoniche e al decreto del Ministro dei lavori pubblici 14.06.1989, n. 236.
Tale decreto ministeriale, nel dettare prescrizioni tecniche necessarie a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, ai fini del superamento e dell'eliminazione delle barriere architettoniche, all’art. 3, per quanto in questa sede di interesse, precisa: “In relazione alle finalità delle presenti norme si considerano tre livelli di qualità dello spazio costruito. L'accessibilità esprime il più alto livello in quanto ne consente la totale fruizione nell'immediato. La visitabilità rappresenta un livello di accessibilità limitato ad una parte più o meno estesa dell'edificio o delle unità immobiliari, che consente comunque ogni tipo di relazione fondamentale anche alla persona con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale. La adattabilità rappresenta un livello ridotto di qualità, potenzialmente suscettibile, per originaria previsione progettuale, di trasformazione in livello di accessibilità; l'adattabilità è, pertanto, un'accessibilità differita”.
Il punto nodale della questione sottoposta all’esame del Collegio è, dunque, se lo studio professionale di un avvocato iscritto all’elenco dei difensori di ufficio o che difende soggetti ammessi al beneficio del patrocinio a spese dello Stato possa considerarsi luogo aperto al pubblico.
Ciò in quanto tale qualificazione degli studi professionali comporterebbe l'applicazione della disciplina dettata dal richiamato art. 3 del DM 236/1989 e, segnatamente, del comma 4, laddove alla lett. e) la norma precisa i requisiti che le unità immobiliari sedi di attività aperte al pubblico devono possedere affinché possa dirsi soddisfatto il prescritto requisito della “visitabilità”.
Il Collegio ritiene che, ai fini dell’applicazione della disciplina concernente l’eliminazione delle barriere architettoniche, la nozione di luogo aperto al pubblico debba essere adoperata in senso elastico, ossia in modo tale da ricomprendere anche un ambiente privato l'accesso al quale, pur escluso alla generalità delle persone, sia consentito ad una determinata categoria di aventi diritto sebbene regolato da orari di apertura e chiusura o da eventuale appuntamento.
Ciò posto è indubbio che, in linea generale, lo studio professionale dell’avvocato debba qualificarsi come luogo aperto al pubblico e debba soddisfare il requisito della visitabilità, come normativamente tratteggiato.
Nel caso di specie, peraltro, l’impugnata norma comunale, non riguarda tutti gli studi professionali ma soltanto quelli di alcune categorie di professionisti.
Invero, all’esito di osservazioni proposte dai Presidenti dell’Ordine degli Architetti, dell’Ordine degli Ingegneri e dell’Ordine dei Geometri della Provincia di Parma (cfr. Estratto del processo verbale n. 2 del C.C. 22.01.2007, pag. 3), la norma ha limitato la censurata prescrizione soltanto agli studi professionali “quando il professionista si legato da convenzione pubblica e/o ad una funzione istituzionale in forza della quale riceva un pubblico indistinto”, indicando fra questi, a titolo esemplificativo, anche gli “avvocati iscritti nell’elenco dei difensori d’ufficio e al gratuito patrocinio”.
In proposito va ricordato che il D.P.R. 30.05.2002, n. 115, Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, all’art. 74 dispone che è assicurato il patrocinio a spese dello Stato sia nel processo penale per la difesa del cittadino non abbiente, indagato, imputato, condannato, persona offesa da reato, danneggiato che intenda costituirsi parte civile, responsabile civile ovvero civilmente obbligato per la pena pecuniaria, sia nel processo civile, amministrativo, contabile, tributario e negli affari di volontaria giurisdizione, per la difesa del cittadino non abbiente quando le sue ragioni risultino non manifestamente infondate.
Inoltre, in base all’art. 97, comma 5, c.p.p., segnatamente il difensore di ufficio ha l'obbligo di prestare il patrocinio e può essere sostituito solo per giustificato motivo.
La stessa norma, a tal fine, al comma 2 prevede che siano i consigli dell'ordine forense di ciascun distretto di corte d'appello, al fine di garantire l'effettività della difesa d'ufficio, deputati a predisporre gli elenchi dei difensori che, a richiesta dell'autorità giudiziaria o della polizia giudiziaria, sono indicati ai fini della nomina, fissando i criteri per la nomina dei difensori sulla base delle competenze specifiche, della prossimità alla sede del procedimento e della reperibilità.
Osserva il Collegio che, in entrambi i suddetti casi il difensore, se si eccettua la caratteristica dell’obbligatorietà che connota la sola difesa d’ufficio, è chiamato a prestare la propria attività professionale in favore di una ampia e indiscriminata platea di aventi diritto.
L’avvocato, dunque, esercita in detti casi un munus pubblicum di particolare interesse per la collettività, al quale accede poiché iscritto in appositi elenchi, l’inserimento nel quale avviene a domanda dell’interessato e non certo d’ufficio, né in via autoritativa.
L’appartenenza alle suddette categorie professionali, in definitiva, è il frutto di una libera scelta del professionista; scelta che, da una parte comporta il vantaggio della corresponsione del compenso da parte dello Stato, dall’altra impone al professionista l’onere di adeguare il proprio studio professionale alla normativa statale finalizzata all’eliminazione delle barriere architettoniche.
Così riguardata la funzione in discorso, l’impugnata norma regolamentare comunale non appare né illogica né irragionevole, né appare il frutto di un distorto esercizio del potere.
D'altra parte richiedere la visitabilità quale livello di fruizione degli edifici, anche con riguardo agli studi professionali e, segnatamente, delle con riguardo agli studi delle suindicate circoscritte categorie di avvocati, risulta in linea con la ratio della normativa in tema di abolizione delle barriere architettoniche, di talché l’impugnata disciplina regolamentare si profila immune anche dal proposto vizio di violazione di legge.
Non vi è dubbio che la ratio della legge sia quella di garantire anche al soggetto disabile la possibilità di usufruire, nella massima autonomia possibile, delle prestazioni rese dal professionista presso il proprio studio, senza che ciò incontri limiti o impedimenti derivanti dall'esistenza di barriere architettoniche (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 06.11.2013 n. 303 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl permesso per abbattere le barriere architettoniche non occorre.
A stabilirlo è la III Sez. penale della Corte di Cassazione con sentenza 18.09.2013 n. 38360.
La Suprema corte ha, poi, sottolineato che per quanto concerne la definizione di «barriere architettoniche» per i soggetti disabili, deve ricordarsi che: «le opere funzionali all'eliminazione delle barriere architettoniche sono solo quelle tecnicamente necessarie a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e non quelle dirette alla migliore fruibilità dell'edificio e alla maggior comodità dei residenti» (si veda anche Tar Campania, Salerno, sez. 2, 19.04.2013, n. 952; Tar Abruzzo, Pescara, sez. 1, 24/02/2012, n. 87; Tar Abruzzo, L'Aquila, sez. 1, 08.11.2011, n. 526).
Ai sensi dell'art. 6, comma 1, lettera b), del dpr n. 380 del 2001, tali opere rientrano nell'attività edilizia libera qualora «consistano in interventi volti all'eliminazione di barriere architettoniche che non comportino la realizzazione di rampe o di ascensori esterni, ovvero di manufatti che alterino la sagoma dell'edificio». Qualora vi sia, invece, la realizzazione di rampe o ascensori esterni o manufatti che comunque comportino un'alterazione della sagoma dell'edificio, trattandosi di opere non ricomprese nell'art. 10 trova applicazione l'art. 22 dello stesso dpr, a norma del quale sono realizzabili mediante denuncia di inizio attività gli interventi non riconducibili all'elenco di cui all'art. 10 e all'art. 6.
I giudici osservano, poi, che a tale disposizione si sovrappone oggi l'art. 19 della legge n. 241 del 1990, come modificato dal dl n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, il quale consente che, per le opere soggette a Dia ordinaria, si proceda, in via semplificata, con Scia (Segnalazione certificata di inizio attività). Tale è l'interpretazione autentica data dall'art. 5, comma 2, lettera c), del dl n. 70 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 106 del 2011, il quale prevede che: «Le disposizioni di cui all'articolo 19 della legge 07/08/1990, n. 241 si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal dpr 06/06/2001, n.380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire» (articolo ItaliaOggi Sette del 30.09.2013).

EDILIZIA PRIVATA: Realizzata una rampa per l’accesso per diversamente abili e subisce un processo penale. Per la Cassazione abbattere le barriere architettoniche non servono permessi.
Le opere funzionali all’eliminazione delle barriere architettoniche tecnicamente necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visibilità degli edifici privati non necessitano di permesso.
3.2.2. - Fondato è, invece, il secondo motivo di ricorso con il quale si lamenta, in sostanza, che la Corte d'appello non avrebbe preso in considerazione il fatto che le opere realizzate erano, almeno in parte, dirette all'eliminazione di barriere architettoniche e, dunque, non potevano essere fatte rientrare nel novero di quelle per le quali è necessario il permesso di costruire.
3.2.2.1. - Quanto alla definizione di "barriere architettoniche" per i soggetti disabili, deve preliminarmente ricordarsi che le opere funzionali all'eliminazione delle barriere architettoniche sono solo quelle tecnicamente necessarie a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e non quelle dirette alla migliore fruibilità dell'edificio e alla maggior comodità dei residenti (TAR Campania, Salerno, sez. 2, 19.04.2013, n. 952; TAR Abruzzo, Pescara, sez. 1, 24.02.2012, n. 87; TAR Abruzzo, L'Aquila, sez. 1, 08.11.2011, n. 526).
Tali opere rientrano nell'attività edilizia libera, ai sensi dell'art. 6, comma 1, lettera b), del d.P.R. n. 380 del 2001, qualora “consistano in interventi volti all'eliminazione di barriere architettoniche che non comportino la realizzazione di rampe o di ascensori esterni, ovvero di manufatti che alterino la sagoma dell'edificio”. Qualora vi sia, invece, la realizzazione di rampe o ascensori esterni o manufatti che comunque comportino un'alterazione della sagoma dell'edificio, trattandosi di opere non ricomprese nell'art. 10 -il quale sottopone a permesso di costruire: a) gli interventi di nuova costruzione; b) gli interventi di ristrutturazione urbanistica; c) gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso- trova applicazione l'art. 22 dello stesso d.P.R., a norma del quale sono realizzabili mediante denuncia di inizio attività gli interventi non riconducibili all'elenco di cui all'articolo 10 e all'articolo 6.
A tale disposizione si sovrappone oggi l'art. 19 della legge n. 241 del 1990, come modificato dal d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, il quale consente che, per le opere soggette a d.i.a ordinaria, si proceda, in via semplificata, con s.c.i.a. (segnalazione certificata di inizio attività). Tale è l'interpretazione autentica data dall'art. 5, comma 2, lettera c), del d.l. n. 70 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 106 del 2011, il quale prevede che: “Le disposizioni di cui all'articolo 19 della legge 07.08.1990, n. 241 si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n.380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire”.
A ciò deve aggiungersi che la mancata presentazione di d.i.a. è sanzionata in via amministrativa dall'art. 37 del d.P.R. n. 380 del 2001, come la mancata presentazione di s.c.i.a. Per quest'ultima, infatti, l'art. 19, comma 6-bis, della legge n. 241 del 1990 prevede che: “Fatta salva l'applicazione delle disposizioni di cui al comma 4 e al comma 6, restano altresì ferme le disposizioni relative alla vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia, alle responsabilità e alle sanzioni previste dal decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n.380, e dalle leggi regionali”.
3.2.2.2. - Ne consegue, in relazione al caso di specie, che il giudice di merito avrebbe dovuto valutare la consistenza delle opere realizzate dall'imputato alla luce della normativa richiamata, evidenziando se e in che misura le stesse necessitassero del permesso di costruire o potessero essere realizzate previa semplice denuncia di inizio attività. Il rinvio al giudice del merito è, però -come sopra visto- incompatibile con l'immediata applicabilità della prescrizione alla quale deve essere data prevalenza
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 18.09.2013 n. 38360 - link a www.avvocatopenalista.org).

EDILIZIA PRIVATA: L’atto di assenso da parte della proprietaria dell’area scoperta confinante non è necessario nel caso in esame d’installazione di un ascensore per disabili, dove, operando la deroga alle distanze stabilite dai regolamenti edilizi comunali, prevista dall’art. 79, comma 1, D.P.R. n. 380/2001 in favore delle opere finalizzate ad eliminare le barriere architettoniche, rimangono rispettate le distanze stabilite dagli artt. 873 e 907 c.c. (rispettivamente tra costruzioni e delle costruzioni dalle vedute) essendo l’immobile della controinteressata un’area scoperta non edificabile e non un fabbricato.
... per l'annullamento del provvedimento comunale 29.4.2013 n. 40669 avente ad oggetto: "Denuncia di inizio attività prot. n. 6357 del 27.1.2010. Diffida a non effettuare l'intervento" per la realizzazione di un ascensore esterno.
...
Ritenuto che:
- l’atto di diffida impugnato è stato emesso una volta spirato il termine perentorio stabilito dall’art. 23, comma 6, D.P.R. n. 380/2001 per l’esercizio del potere inibitorio; né risultano evidenziati nella motivazione del provvedimento di diffida impugnato i presupposti per l’esercizio del potere di autotutela o di quello repressivo sanzionatorio, esercitabile, quest’ultimo, nel caso residuale, non ricorrente nella fattispecie, di non conformità dell’opera al progetto presentato;
- peraltro, l’atto di assenso da parte della proprietaria dell’area scoperta confinante, tardivamente richiesto dall’amministrazione, non è necessario nel caso in esame d’installazione di un ascensore per disabili, dove, operando la deroga alle distanze stabilite dai regolamenti edilizi comunali, prevista dall’art. 79, comma 1, D.P.R. n. 380/2001 in favore delle opere finalizzate ad eliminare le barriere architettoniche, rimangono rispettate le distanze stabilite dagli artt. 873 e 907 c.c. (rispettivamente tra costruzioni e delle costruzioni dalle vedute) essendo l’immobile della controinteressata un’area scoperta non edificabile e non un fabbricato;
- pertanto, il ricorso è fondato e deve essere accolto con l’annullamento del provvedimento impugnato (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 13.09.2013 n. 1106 - link a www.giustizia-amministrativa).

CONDOMINIOAscensori, conta il risultato. Delibera valida se attenua le condizioni di disagio. Secondo la Cassazione si possono anche non osservare tutte le prescrizioni di legge.
Ascensori condominiali: assoluta mancanza di sintonia tra il legislatore e la giurisprudenza. Se, infatti, i giudici di merito e di legittimità sono impegnati ormai da tempo in un'operazione di interpretazione estensiva della normativa speciale di favore per i soggetti diversamente abili finalizzata all'abbattimento delle c.d. barriere architettoniche, la recente legge n. 220/2012 di riforma del condominio, pur nel quadro di un generale abbassamento delle maggioranze assembleari, ha inaspettatamente innalzato il quorum necessario all'adozione delle relative deliberazioni.

La Corte di cassazione, proseguendo invece nel proprio filone giurisprudenziale, con la recente ordinanza 26.07.2013 n. 18147 ha quindi confermato che, nel caso di installazione di un ascensore in condominio, l'eventuale mancato rispetto delle distanze minime e delle vedute, così come delle particolari prescrizioni tecniche dettate dalla legge speciale per la realizzazione dell'opera, non comportano di per sé l'invalidità della relativa deliberazione, dovendosi sempre procedere al bilanciamento dei contrapposti interessi sulla base dei criteri generali di cui all'art. 1102 c.c.
La decisione della Suprema corte. Nella specie alcuni condomini avevano impugnato la deliberazione con cui l'assemblea condominiale aveva deliberato l'installazione di un impianto di ascensore nell'edificio che ne era privo, giovandosi della speciale maggioranza di cui alla legge n. 13/1989 (disposizione ora confluita nell'art. 1120, comma 2, c.c.). Si era così deciso di posizionare l'impianto nel cortile interno, occupandone una minima parte.
I condomini contrari alla deliberazione si dolevano però del fatto che la nuova struttura non rispettasse le distanze minime previste dai regolamenti locali e che il c.d. cono d'ombra in tal modo generato nuocesse alla vivibilità complessiva dei propri appartamenti. Gli stessi avevano altresì eccepito come l'opera da realizzare non corrispondesse del tutto agli accorgimenti tecnici da osservare ai fini dell'abbattimento delle barriere architettoniche (a causa della riferita presenza di un gradino di accesso al fabbricato, dell'apertura manuale della porta, di dislivelli e relativi gradini tra le uscite dall'ascensore e i vari pianerottoli, nonché per l'assenza di dispositivi tecnici di segnalazione).
La sesta sezione civile della Cassazione, nel confermare la sentenza impugnata in relazione alla valutazione operata dai giudici di merito circa il contemperamento degli opposti interessi dei condomini sulla base dei principi di cui all'art. 1102 c.c., ha anche chiarito che l'impossibilità di poter osservare tutte le prescrizioni previste dalla normativa speciale per l'abbattimento delle barriere architettoniche, tenuto conto delle oggettive condizioni dell'edificio, non può costituire circostanza tale da comportare la totale inapplicabilità delle disposizioni di favore finalizzate ad agevolare l'accesso agli immobili dei soggetti diversamente abili.
Per la validità della delibera a maggioranza ridotta è infatti sufficiente che l'intervento approvato abbia comunque conseguito un risultato conforme alle finalità della legge, comportando cioè una sensibile attenuazione delle condizioni di disagio nella fruizione del bene primario dell'abitazione, rispetto alla precedente situazione di fatto.
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Riforma, marcia indietro sui disabili.
Dalla riforma del condominio una grave marcia indietro sulla tutela dei disabili. La presenza nell'immobile condominiale di una persona anziana (ultrasessantacinquenne) invalida, indipendentemente dal fatto che la stessa sia un condomino o un suo familiare, oppure semplicemente un conduttore o un suo familiare, conferisce alla stessa il diritto di chiedere all'assemblea l'approvazione a maggioranza semplice di una delibera per l'installazione dell'ascensore, considerato quale innovazione diretta al superamento delle c.d. barriere architettoniche.
L'approvazione della deliberazione assembleare in casi del genere, prima della riforma del condominio, poteva avvenire, in prima convocazione, con la maggioranza degli intervenuti rappresentanti i 501 millesimi dell'edificio, mentre in seconda convocazione era sufficiente una maggioranza di almeno un terzo dei partecipanti al condominio e un terzo del valore millesimale dell'edificio (erano cioè sufficienti 334 millesimi). Il legislatore della riforma del condominio di cui alla legge n. 220/2012, probabilmente per un difetto di coordinamento tra le varie disposizioni, ha tuttavia di fatto aumentato il quorum necessario per assumere le predette delibere assembleari, richiedendo, sia in prima che in seconda convocazione, il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti in assemblea che rappresentino almeno la metà del valore millesimale dell'edificio.
Non si riesce davvero a comprendere le ragioni di questa modifica, in quanto peggiorativa proprio per quel che riguarda posizioni per le quali sarebbe stato, semmai, opportuno allargare la tutela giuridica e non certo restringerla (il grado di civilizzazione di qualsiasi società si evidenzia anche dal modo in cui essa affronta e risolve i problemi dei disabili).
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Per l'installazione il percorso è a ostacoli.
Percorso a ostacoli per l'installazione dell'ascensore in condominio. Secondo le più recenti decisioni dei giudici l'iniziativa del singolo condomino o la deliberazione dell'assemblea non possono essere vietate se, pur comportando un semplice disagio nell'utilizzo di una parte comune (cortile, pianerottolo ecc.), soddisfino le esigenze dei condomini disabili (soprattutto se abitanti a un piano alto), praticamente impossibilitati, in considerazione del loro stato fisico, a raggiungere la propria abitazione a piedi. Si deve però considerare che non può essere consentita quell'opera che renda talune parti comuni dell'edificio del tutto inservibili all'uso o al godimento anche di un solo condomino.
Quando non è possibile installare l'ascensore. Non è possibile installare l'ascensore nelle parti comuni se la modifica che si intende realizzare altera la destinazione della cosa comune e impedisce agli altri condomini di farne uguale uso secondo il loro diritto. In altre parole non è possibile l'installazione se questa comporta non un semplice disagio, ma l'inservibilità di una parte comune. Tale situazione certamente ricorre, ad esempio, nel caso in cui si determini una rilevante limitazione dello spazio di manovra e di superficie di parcheggio nell'area del cortile condominiale o una limitazione alle vedute dei condomini o all'illuminazione degli appartamenti o trasformazioni di uso di una camera di un appartamento (che, ad esempio, non può più essere utilizzata come camera da letto).
Del resto non è valida la decisione assembleare che preveda l'installazione di un ascensore, previa notevole riduzione della rampa comune, rendendola così pericolosa sotto il profilo della sicurezza antincendi: in questo caso, infatti, l'opera deliberata diventerebbe illecita e la relativa delibera sarebbe essa stessa invalida e, se impugnata avanti il tribunale, incorrerebbe nella sanzione dell'annullamento, anche su ricorso di un solo condomino.
Dunque il taglio delle scale per ricavare il vano ascensore è in teoria ammesso, ma solo entro certi limiti: la residua larghezza delle scale condominiali non può essere eccessivamente esigua, altrimenti le stesse diverrebbero disagevoli per le persone o addirittura inservibili per il trasporto di mobili od oggetti ingombranti. Così, ad esempio, i giudici della Cassazione in una recente decisione hanno ritenuto illecita la delibera dell'assemblea che per far spazio al nuovo ascensore prevedeva una riduzione della larghezza della scalinata comune a soli 90 centimetri.
La lesione del decoro dell'edificio. Non è possibile installare l'ascensore neppure nel caso in cui l'opera comporti una lesione del decoro dell'edificio. Così non sembra possibile installare la gabbia di un moderno ascensore in un cortile interno di un edificio ottocentesco: in tal caso, infatti, è inevitabile una modifica sensibile della linea estetica originaria del fabbricato, e, quindi, il relativo decoro architettonico ne risulta pregiudicato.
Il discorso è ancora più evidente se i finestroni prospettanti nel cortile vengono coperti o trasformati in bocche di ingresso della colonna dell'ascensore o si prevede la distruzione di antiche mensole e cornici in pietra bianca. Del resto si deve considerare che l'alterazione del decoro architettonico può derivare anche dalla modifica dell'originario aspetto di singoli elementi o di singole parti dell'edificio che abbiano una sostanziale e formale autonomia o siano comunque suscettibili di considerazione autonoma (articolo ItaliaOggi Sette del 23.09.2013).

EDILIZIA PRIVATA: Va rilasciato il permesso in sanatoria in caso di interventi funzionali all'adeguamento della struttura ed all'abbattimento delle barriere architettoniche.
Il ricorso è fondato per i motivi e nei termini di cui appresso.
Il provvedimento impugnato motiva il diniego di accertamento di conformità delle opere eseguite dalla società ricorrente sul presupposto che dette opere abbiano comportato aumenti di volumetria o di superficie utile, così configurandosi come interventi di ristrutturazione edilizia non consentiti nella zona 2 di Tutela del P.U.T. approvato con legge regionale 35/1987.
Tale presupposto, tuttavia, appare erroneo con riguardo alle opere eseguite per l’adeguamento della struttura alle prescrizioni di cui al dm 236/1989, volte a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, in attuazione della legge n. 13 del 1989.
Tra i principali interventi per le quali il Comune rileva la creazione di nuova volumetria vi sono:
1) l’ampliamento e modifica del corpo scala (v. punto 1.a), 2.f), 3.h))
2) la modifica delle aree di sbarco dell’ascensore (v. punto 1.c, 2.e).
La giurisprudenza, a tale riguardo, ha evidenziato che l'art. 7 legge n. 13 del 1989 qualifica quale interventi di manutenzione straordinaria quelli finalizzati all'abbattimento delle barriere architettoniche anche laddove consistenti in manufatti (comportanti pertanto una volumetria seppure qualificabile come "volume tecnico") che alterano la sagoma dell'edificio.
Da ciò ha tratto l’inevitabile conseguenza che, a maggiore ragione, devono ritenersi ricompresi fra gli interventi assentibili, ai sensi della richiamata norma di favore, gli interventi determinanti al più un aumento di superficie -e non di volume- volti comunque all'adeguamento funzionale del manufatto, ovvero a rendere lo stesso munito di accesso carrabile (TAR Napoli Sez. VII, n. 3618 - 26.07.2012).
La ricorrente, peraltro, aveva avuto modo di contestare la correttezza dei rilievi fatti dal Comune con proprie osservazioni alle quali i sottoscrittori del provvedimento hanno replicato insistendo sulla ascrivibilità delle opere al regime di ristrutturazione edilizia non consentita nella zona, omettendo altresì di motivare in ordine all’asserita preesistenza delle superfici recuperate a seguito dello spostamento della scala.
Vanno, pertanto, accolte le censure di violazione di legge, erroneità dei presupposti e difetto di istruttoria con riguardo al diniego di accertamento di conformità degli interventi funzionali all’adeguamento della struttura ed all’abbattimento delle barriere architettoniche (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 15.07.2013 n. 1575 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONDOMINIO: A. Celeste, Alzata irragionevolmente l’asticella per … il superamento delle barriere architettoniche (tratto da www.ipsoa.it - Immobili & proprietà n. 7/2013).

CONDOMINIOCondominio. Le nuove regole richiedono maggioranze più alte per la rimozione. La riforma peggiora i quorum sulle barriere architettoniche.
IL VOTO PER LE INNOVAZIONI/ Prima bastavano un terzo di condomini e 334 millesimi, ora serve la maggioranza degli intervenuti in assemblea e almeno 500 millesimi
INTERVENTO INDIVIDUALE/ Se l'assemblea non vota l'intervento entro un mese dalla richiesta, il condomino potrà installare il servoscala o altra struttura a sue spese.

L'esigenza più sentita in condominio dai diversamente abili, dagli anziani e da tutti coloro colpiti da un handicap o, più semplicemente, da difficoltà motorie è quella di potersi muovere senza difficoltà in condominio, di poter scendere le scale, prendere l'ascensore, di poter godere della propria autonomia e non sentirsi "blindati" a casa propria.
Invece, purtroppo, si assiste spesso a casi di persone disabili che da anni non possono uscire di casa perché impossibilitati ad entrare in ascensori con porte troppo piccole, o addirittura non possono neppure scendere le scale perché abitano al sesto piano e non c'è un servoscala.
Queste sono le barriere architettoniche e nel 2013 la riforma adottata dal legislatore ha complicato le cose invece di migliorarle.
Per la determinazione del concetto di «barriera architettonica» il legislatore fa riferimento all'articolo 27, comma 1, della legge 118/1971, nella quale si definisce barriera architettonica qualsiasi impedimento fisico a ostacolo alla vita di relazione dei minorati. La barriera architettonica, quindi, può essere una scala, un gradino, una rampa troppo ripida.
Già da tempo la normativa, in particolare la legge n. 13 del 09.01.1989 (disposizioni per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati) e la legge n. 104 del 05.02.1992 (legge quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) non si è limitata a innalzare il livello di tutela in favore di questi soggetti ma ha segnato un radicale mutamento di prospettiva rispetto al modo stesso di affrontare i loro problemi, considerati ora non più questioni solo individuali, ma tali da dover essere assunti dall'intera collettività.
Così l'accessibilità, definita dall'articolo 2 del decreto ministeriale n. 236 del 14.06.1989 come la «possibilità, anche per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, di raggiungere l'edificio e le sue singole unità immobiliari, di entrarvi agevolmente e di fruire di spazi e di attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza ed autonomia» è divenuta una qualità essenziale degli edifici privati di nuova costruzione ad uso di civile abitazione (vedi anche il capo III del Dpr n. 380 del 06.06.2001, ovvero il testo unico delle disposizione legislative e regolamentari in materia edilizia), quale conseguenza dell'affermarsi nella coscienza sociale, del dovere collettivo di rimuovere preventivamente ogni possibile ostacolo alla esplicazione dei diritti fondamentali delle persona affette da handicap fisici.
Anche la Corte Costituzionale è intervenuta con la sentenza n. 167 del 10.05.1999, in tema di servitù di passaggio coattivo, riconfermando i principi già espressi nella normativa e sottolineando come qualsiasi impedimento e/o ostacolo all'accessibilità dell'immobile abitativo e, quale riflesso necessario, alla socializzazione dei soggetti portatori di handicap, comporti una lesione del fondamentale diritto alla salute intesa nel significato proprio dell'articolo 32, comprensivo anche della salute psichica, la cui tutela deve essere di grado pari a quello della salute fisica.
La depressione quale conseguenza dell'isolamento, per esempio, è una delle tipiche patologie psichiche conseguenti a situazioni del genere, ed è tutt'altro che infrequente, perché chiusi in casa ci si "spegne" letteralmente.
Oggi, per gli edifici già esistenti (la grande maggioranza) il legislatore, con la legge di riforma n. 220/2012 (entrata in vigore quattro giorni fa), invece di diminuire il quorum necessario per deliberare le modifiche da apportare alle parti comuni dirette al superamento o all'eliminazione delle barriere architettoniche, lo ha aumentato.
In particolare se l'articolo 2 della legge 13/1989 prevedeva che per queste modifiche o innovazioni fosse sufficiente in seconda convocazione il voto favorevole di un terzo dei partecipanti al condominio, portatori di almeno un terzo dei millesimi, ora, con la riforma, sia in prima che in seconda convocazione è necessario il voto favorevole espresso dalla maggioranza degli intervenuti in assemblea e almeno la metà del valore millesimale dell'edificio (articolo 1120 del Codice civile).
Se l'assemblea risponde negativamente o non risponde entro un mese dalla richiesta (con la legge 13/1989 erano previsti tre mesi), il condomino potrà sempre a propria cura e spese installare il servoscala e tutte quelle strutture mobili che possono consentirgli una vita, nel vero senso della parola (articolo Il Sole 24 Ore del 22.06.2013).

CONDOMINIOLA RIFORMA DEL CONDOMINIO/ Condominio, le maggioranze ora non sono più agevolate. La legge 220/2012 ostacola l'utilizzo delle corsie preferenziali per raggiungere il quorum.
Un vero e proprio giallo sulle maggioranze agevolate. Con la legge n. 220/2012 di riforma della disciplina del condominio negli edifici, che entrerà in vigore la prossima settimana, diventerà per esempio più difficile installare un ascensore in un edificio condominiale giovandosi di quello che fino a oggi era il canale preferenziale dell'abbattimento delle cosiddette barriere architettoniche.
La nuova legge, che pure ha generalmente abbassato i quorum necessari per l'approvazione delle deliberazioni assembleari, anche se nel lodevole intento di far confluire nel codice civile gran parte delle disposizioni speciali che prevedevano maggioranze agevolate per le innovazioni di carattere sociale, ha però comportato, per un probabile errore di coordinamento testuale, un deciso innalzamento di alcune delle predette maggioranze. Tanto da far fortemente dubitare che in questi casi, salvo un auspicabile nuovo intervento legislativo, possa continuarsi a parlare di maggioranze agevolate.
L'efficacia delle deliberazioni assembleari e i criteri per l'individuazione della maggioranza. Il criterio individuato dalla legge per la formazione della volontà del condominio è il c.d. principio maggioritario. In base a esso la volontà della maggioranza vale per tutti i comproprietari, vincolando anche la minoranza dissenziente.
Tuttavia sono numerosi i contrappesi inseriti dal legislatore per equilibrare la posizione della minoranza dei condomini. Innanzitutto a questi ultimi è garantita la possibilità di invertire le sorti della votazione tramite la forza persuasiva delle proprie argomentazioni esposte durante la discussione assembleare. La minoranza, inoltre, ha sempre la possibilità di impugnare le deliberazioni che ritenga illegittime e dunque pregiudizievoli dei propri interessi, come garantito dall'art. 1337 c.c. (si veda l'altro articolo di questa settimana).
Ma una ulteriore e importante contromisura è certamente rappresentata dal sistema di votazione assembleare. Da un primo punto di vista, infatti, il legislatore ha inteso contemperare le maggioranze numeriche frutto del voto espresso da ciascun condomino (c.d. voto per testa) con quelle derivanti dai millesimi di proprietà attribuiti a ciascuno di essi. Il codice civile ha poi individuato in modo preciso le maggioranze necessarie per l'adozione delle varie deliberazioni di competenza dell'assemblea (c.d. quorum), distinguendo quelle necessarie alla costituzione della riunione condominiale (c.d. quorum costitutivo) da quelle richieste per la validità della decisione (c.d. quorum deliberativo). L'indicazione delle maggioranze che, volta per volta, il legislatore ha ritenuto opportune per l'adozione di una determinata deliberazione rappresenta il frutto di una scelta discrezionale compiuta proprio nell'interesse del condominio e dei singoli condomini. In altre parole, esse costituiscono il contemperamento degli opposti interessi della collettività condominiale.
Le maggioranze semplici. Il nuovo art. 1136, comma 1, c.c., prevede ora dei quorum più bassi e richiede, per l'assemblea in prima convocazione, un quorum costitutivo di condomini che rappresentino i due terzi del valore dell'edificio e la maggioranza (non più dei due terzi) dei partecipanti al condominio, e un quorum deliberativo della maggioranza degli intervenuti e di almeno la metà del valore dell'edificio.
Tuttavia è raro che le assemblee si svolgano in prima convocazione, in quanto le maggioranze prescritte dalla legge per le riunioni in seconda convocazione sono molto più basse e, di conseguenza, facilitano il raggiungimento del numero di voti necessario all'adozione delle singole deliberazioni. Il nuovo art. 1136, n. 3, c.c., ha quindi introdotto per la prima volta un quorum costitutivo anche per l'assemblea in seconda convocazione, pari a un terzo dei partecipanti al condominio e a un terzo del valore dell'edificio, mentre il quorum deliberativo è stato diminuito alla maggioranza degli intervenuti che rappresenti un terzo del valore dell'edificio.
Per quanto riguarda le materie per le quali è sufficiente il raggiungimento della maggioranza semplice, in prima o in seconda convocazione, che, facendo applicazione di un criterio di residualità, sono tutte quelle che non rientrino nelle competenze dell'assemblea e per le quali la legge non preveda una maggioranza qualificata o agevolata, si segnalano, a titolo esemplificativo, la manutenzione ordinaria, l'approvazione del bilancio preventivo, la ripartizione del bilancio preventivo tra i condomini, l'approvazione del bilancio consuntivo, l'impiego degli eventuali residui attivi della gestione ecc.
Le maggioranze qualificate. In una serie di casi, invece, il legislatore ha preferito derogare alle maggioranze semplici di cui sopra e ha previsto delle maggioranze qualificate, che richiedono un numero di voti maggiore per l'adozione delle deliberazioni assembleari. Si tratta di numerose disposizioni codicistiche, molte delle quali introdotte proprio dalla legge n. 220/2012, che prevedono dei quorum deliberativi particolari nelle ipotesi di nomina e revoca dell'amministratore, liti attive e passive relative a materie che esorbitano dalle attribuzioni dell'amministratore, ricostruzione dell'edificio, riparazioni straordinarie di notevole entità, approvazione e modifica del regolamento condominiale, scioglimento del condominio, innovazioni dirette al miglioramento o all'uso più comodo o al maggior rendimento delle cose comuni, modificazioni e tutela delle destinazioni d'uso, videosorveglianza delle parti comuni, nomina del revisore dei conti del condominio ecc.
Le maggioranze agevolate. La legislazione speciale successiva all'entrata in vigore del codice civile aveva man mano previsto tutta una serie di ipotesi nelle quali, allo scopo di agevolare l'adozione di delibere assembleari per la realizzazione di particolari interventi di interesse sociale, erano state previste delle maggioranze agevolate rispetto a quelle ordinariamente necessarie in caso di innovazioni.
Si pensi alle opere finalizzate all'abbattimento delle c.d. barriere architettoniche (legge n. 13/1989), alla realizzazione dei parcheggi per gli autoveicoli (legge n. 122/89), al riscaldamento (legge n. 10/1991, dlgs n. 311/2006, legge n. 99/2009), alle antenne e agli impianti satellitari (legge n. 249/97, legge n. 66/2001), alle infrastrutture di ricarica elettrica dei veicoli (legge n. 134/2012).
Il nuovo art. 1120 c.c. introdotto dalla legge di riforma del condominio ha però comportato un deciso innalzamento di alcune delle maggioranze previste in precedenza, tanto da far fortemente dubitare che nei casi dell'abbattimento delle barriere architettoniche e dell'installazione delle antenne e degli impianti satellitari, salvo un auspicabile intervento legislativo, possa continuarsi a parlare di maggioranze agevolate. In tema di riscaldamento, invece, il già difficile e articolato quadro normativo sembra essere stato ulteriormente complicato, non essendo del tutto chiaro, dalla lettura combinata degli articoli 5 e 28 della legge n. 220/2012, quali siano le fattispecie realmente prese di mira dal legislatore.
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Delibera invalida con citazione. La riforma detta le regole per l'impugnazione. Atto da indirizzare al giudice competente.
Delibere condominiali da impugnare con atto di citazione. Che di per sé non comporta la sospensione dell'esecuzione della volontà assembleare, salvo che quest'ultima sia richiesta al giudice con apposita istanza, anche precedente all'impugnazione. La nuova legge n. 220/2012 di riforma della disciplina del condominio, che entrerà in vigore la prossima settimana, ha riscritto le regole per l'impugnazione delle deliberazioni assembleari, con importanti chiarimenti sui principali snodi del relativo procedimento.
Le delibere annullabili, in base all'art. 1137 c.c., possono essere impugnate giudizialmente dai condomini dissenzienti e da quelli astenuti, nonché da quelli che non abbiano partecipato all'assemblea, nel termine di decadenza di 30 giorni, decorrente per i primi dalla data dell'assemblea e per questi ultimi dalla data di comunicazione del relativo verbale.
L'invalidità delle deliberazioni assembleari. Quello dell'invalidità delle deliberazioni assembleari costituisce da sempre un tema particolarmente delicato nell'ambito del diritto condominiale. La tradizionale distinzione fra ipotesi di nullità e annullabilità, in mancanza di precise indicazioni da parte del legislatore, ha infatti portato all'elaborazione di una casistica giurisprudenziale quanto mai intricata e, a volte, contraddittoria.
Con il nuovo art. 1137 c.c. il legislatore, facendo propri i più recenti sviluppi giurisprudenziali, ha eliminato alla radice qualsiasi dubbio sull'applicabilità della procedura di impugnazione ivi disciplinata anche ai casi di nullità delle delibere condominiali. Nella nuova disposizione si parla infatti espressamente di annullamento delle deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento di condominio da promuovere dinanzi alla competente autorità giudiziaria nel termine perentorio di trenta giorni. Mentre in precedenza si poteva equivocare se l'azione diretta a fare accertare in giudizio l'invalidità delle delibere comprendesse o meno anche i casi di nullità delle stesse, la nuova versione dell'art. 1137 c.c. chiarisce in modo definitivo che la stessa è finalizzata esclusivamente all'accertamento dell'annullabilità della volontà assembleare. Resta quindi inteso che eventuali ragioni di nullità potranno essere contestate, in base alle regole generali, da chiunque vi abbia interesse con un ordinario procedimento giurisdizionale di accertamento da avviare negli ordinari termini di prescrizione del diritto.
La legittimazione all'azione. Per poter impugnare una deliberazione assembleare è necessario che chi agisce in giudizio sia fornito della relativa legittimazione. Anche in questo caso la norma di riferimento è il nuovo art. 1337 c.c., che ha specificato come la stessa spetti tanto ai condomini presenti in assemblea e che abbiano votato in senso contrario all'approvazione della delibera quanto a quelli assenti quanto, infine, a quelli che, pur avendo partecipato alla riunione condominiale, si siano astenuti dal voto. Il termine di decadenza di 30 giorni per l'impugnazione decorre dalla data dell'assemblea per i dissenzienti e gli astenuti e dalla data di comunicazione della deliberazione per gli assenti. A parte le ipotesi di nullità, la legittimazione attiva all'impugnazione delle deliberazioni condominiali spetta di regola solo ai condomini, ovvero ai proprietari delle unità immobiliari site in condominio.
Le modalità dell'impugnazione delle deliberazioni assembleari. Il secondo comma del vecchio art. 1137 c.c., nell'attribuire ai condomini il potere di impugnare le deliberazioni invalide, qualificava come «ricorso» l'atto introduttivo del relativo giudizio. Ciò sembrava comportare un'evidente deroga al sistema ordinario, che prevede che il giudizio civile sia introdotto mediante citazione a udienza fissa. Anche in questo caso è bastato poco al legislatore per risolvere un'annosa questione che, sebbene di recente dipanata dalla giurisprudenza di legittimità, poteva comunque risultare insidiosa dal punto di vista pratico e originare nuovo contenzioso.
Nel nuovo art. 1137 c.c. sparisce quindi la parola «ricorso», risolvendo brillantemente la questione se detto termine dovesse essere inteso in senso tecnico o atecnico e se l'impugnazione delle deliberazioni dovesse quindi avvenire con ricorso o con atto di citazione. La nuova disposizione si limita infatti a enunciare che chi intende impugnare una deliberazione assembleare che si assuma contraria alla legge o regolamento di condominio deve chiederne l'annullamento all'autorità giudiziaria entro il termine di 30 giorni. Se ne deve concludere che, come è naturale, la questione di quale sia il mezzo tecnicamente appropriato per svolgere la suddetta impugnazione in sede giudiziaria sia di tipo squisitamente processuale, come tale da risolvere alla luce dei criteri indicati dal vigente codice di procedura civile. Ora, rientrando il procedimento in questione tra quelli ordinari, non si può che concludere che l'impugnazione giudiziale delle deliberazioni assembleari debba essere introdotta con atto di citazione.
La sospensione dell'efficacia della deliberazione condominiale. Con gli ultimi due commi del novellato art. 1337 c.c. il legislatore ha quindi voluto ulteriormente chiarire la questione della sospensione dell'efficacia della delibera condominiale impugnata. Se, infatti, il vecchio testo della citata disposizione si limitava a prevedere che il ricorso per non sospendeva di per sé l'esecuzione della deliberazione, ma che era comunque necessario uno specifico provvedimento dell'autorità giudiziaria, l'ultimo comma del nuovo art. 1337 c.c. si occupa specificamente di disciplinare, seppure in via soltanto analogica, il procedimento da seguire per richiedere al giudice di pronunciarsi sulla sussistenza o meno delle condizioni per ottenere la sospensione dell'efficacia dell'atto impugnato.
L'istanza di sospensione in questione, secondo i criteri ordinari, può essere proposta tanto in costanza di causa quanto anteriormente alla stessa. Limitatamente a quest'ultimo caso il legislatore ha però inteso specificare che l'istanza di sospensione dell'efficacia di una delibera condominiale proposta autonomamente e anteriormente all'avvio della causa di merito non sospende il termine di decadenza di 30 giorni di cui al medesimo art. 1337 c.c. ovvero, detto in altri termini, non equivale all'atto di impugnazione della volontà assembleare.
A quale giudice rivolgersi. L'atto di citazione per l'impugnazione della deliberazione condominiale sarà volta per volta indirizzato al giudice competente per territorio e per valore. Quanto al primo aspetto occorre evidenziare come l'art. 23 c.p.c., adeguatamente riformulato dal legislatore con la recente legge n. 220/2012, stabilisca espressamente che per le cause tra condomini e tra condomini e condominio sia competente il giudice del luogo in cui si trovano i beni comuni o la maggior parte di essi (articolo ItaliaOggi Sette del 10.06.2013).

CONDOMINIORiforme da correggere. Una svista del legislatore rende necessario intervenire prima del 18 giugno.
Condominio, disabili penalizzati. Le nuove maggioranze rendono difficile eliminare le barriere.

Una delle conseguenze più imprevedibili (e probabilmente neppure davvero voluta dal legislatore) della riforma della disciplina sul condominio contenuta nella legge 220/2012 –che entrerà in vigore il 18 giugno– è l'elevazione della maggioranza prevista dall'attuale normativa per deliberare le innovazioni dirette a eliminare le barriere architettoniche negli edifici privati.
Si tratta di una previsione che di sicuro non trova alcuna valida giustificazione, eppure l'articolo 27 della legge di riforma modifica l'articolo 2, comma 1, della legge 09.01.1989, n. 13 e stabilisce, con un rinvio al nuovo comma 2 dell'articolo 1120 del Codice civile (il quale a sua volta, rinvia al secondo comma dell'articolo 1136), che l'assemblea condominiale delibera le innovazioni relative all'abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell'edificio. Invece l'originario (e ancora in vigore fino al 18 giugno) testo dell'articolo 2, comma 1, della legge 13/1989 ha consentito finora di approvare queste delibere, purché adottate in un'assemblea di seconda convocazione, con un numero di voti che rappresenti il terzo dei partecipanti al condominio e almeno un terzo del valore dell'edificio.
Se anche l'obiettivo fosse stato quello di rendere la maggioranza per eliminare le barriere architettoniche più omogenea a quelle previste da altre similari leggi speciali, come l'articolo 26 della legge 10/1991 sul risparmio energetico e l'articolo 2-bis, comma 13, della legge 66/2001 sugli impianti di radiodiffusione satellitare, questa non sembra proprio una valida ragione per elevare una maggioranza "agevolata" che risponde a una esigenza sociale e a un principio costituzionale, come è stato evidenziato dalle più recenti sentenze emesse dalla Corte di cassazione sull'argomento.
Infatti, con la sentenza n. 18334/2012 la Cassazione ha affermato che in generale i rapporti fra condomini devono essere informati al principio di solidarietà condominiale, secondo il quale la coesistenza di più appartamenti in un unico edificio implica di per sé il contemperamento dei vari interessi, e che quindi il principio di solidarietà condominiale trova applicazione, a maggior ragione, per la tutela dei diritti fondamentali dei disabili.
Con la precedente sentenza n. 2156/2012, relativa alla costruzione di un ascensore nella tromba delle scale con riduzione dei gradini, la Cassazione ha stabilito che nell'ambito della valutazione comparativa delle opposte esigenze (da un parte dei portatori di handicap a installare l'ascensore e dall'altra dei condomini a continuare a fruire nella sua interezza della scala, che viene ristretta senza però diventare inservibile), deve prevalere la prima, in conformità ai principi costituzionali della tutela della salute (articolo 32 della Costituzione) e della funzione sociale della proprietà (articolo 42).
Stando così le cose, non si comprende allora il motivo per cui il legislatore della riforma ha deciso di elevare l'attuale maggioranza proprio in un settore che coinvolge interessi talmente delicati e importanti.
Dovendo la nuova disciplina entrare in vigore fra poco più di tre mesi è allora auspicabile che la maggioranza sulle barriere architettoniche venga riportata al suo testo originario prima di quella data.
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01 | CORREGGERE È NECESSARIO
La riforma del condominio è a 100 giorni dall'entrata in vigore (prevista per il 18 giugno) e ormai è stata passata al microscopio da uffici studi ed esperti delle associazioni, studiosi, magistrati e avvocati. Le criticità sono emerse e insieme a esse la necessità di intervenire prima dell'entrata in vigore, per evitare il rischio che la riforma parte zoppa
02 | LA MOSSA VINCENTE
Per questo Il Sole 24 Ore ha lanciato l'iniziativa di «correggere la riforma», approfittando del periodo di "vacanza" di sei mesi concesso dalla norma (la legge 220/2012). Hanno risposto praticamente tutte le associazioni di condomini e amministratori e gli ordini interessati: Agiai, Alac, Anaci, Anaip, Anammi, Anapi, Apac, Arpe-Federproprietà, Assocond, Asppi, Assoedilizia-Confedilizia, Confabitare, Fna, Gesticond, Ordine degli avvocati di Milano, Unai e Uppi
03 | I PASSAGGI
Il primo passo è già stato fatto: l'iniziativa del Sole 24 Ore ha raccolto le adesioni del settore che, su invito del giornale, hanno già inviato le loro proposte di modifica. Compito del Sole è ora quello di elaborarle in un testo di modifica normativa agile e che risolva i problemi maggiori, quelli che davvero potrebbero impedire il decollo della riforma. Il testo sarà condiviso da tutte le associazioni e verrà presentato in maggio al nuovo Governo.
La presentazione
L'idea di «correggere la riforma del condominio» è maturata negli scorsi mesi e ieri è stata lanciata sulle pagine del Sole 24 Ore. I passaggi dell'iniziativa (illustrati qui accanto) prevedono alla fine un convegno, organizzato dal Sole 24 Ore, nel quale verrà presentato il disegno di legge, risultato degli sforzi collettivi del giornale e delle associazioni del settore (articolo Il Sole 24 Ore del 07.03.2013).

EDILIZIA PRIVATA: Beni culturali. Parere negativo della competente Soprintendenza in merito alla realizzazione di ascensore in un palazzo semivincolato
Il quadro normativo di riferimento, in materia di soggetti portatori di minorazioni fisiche -in particolare, costituito dalle leggi 09.01.1989 n. 13 e 05.02.1992 n. 104, ha sicuramente elevato il livello di tutela di tali soggetti, non più relegato ad un ristretto ambito soggettivo ed individuale, ma ormai considerato come interesse primario dell'intera collettività, da soddisfare con interventi mirati a rimuovere situazioni preclusive dello sviluppo della persona e dello svolgimento di una normale vita di relazione: donde le previsioni per il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati, dettate in via generale dalla legge n. 13 del 1989 e nelle relative n.t.a. di cui al d.m. 14.06.1989 n. 236, fissanti criteri da osservarsi sia in sede di progettazione e costruzione di nuovi edifici sia di ristrutturazione generale di quelli esistenti, onde garantire idonee condizioni di accesso e di fruizione da parte dei soggetti handicappati, anche nei casi d'immobile dichiarato di particolare interesse ex legge n. 1089/1939.
In tali ipotesi, tuttavia, l’art. 4, commi 4 e 5, legge n. 13/1989, fa salvi i casi di serio pregiudizio del bene tutelato”, fermo restando che “il diniego deve essere motivato con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l'opera si colloca e con riferimento a tutte le alternative eventualmente prospettate dall'interessato”.

Il quadro normativo di riferimento, in materia di soggetti portatori di minorazioni fisiche -in particolare, costituito dalle leggi 09.01.1989 n. 13 e 05.02.1992 n. 104- ha sicuramente elevato il livello di tutela di tali soggetti, non più relegato ad un ristretto ambito soggettivo ed individuale, ma ormai considerato come interesse primario dell'intera collettività, da soddisfare con interventi mirati a rimuovere situazioni preclusive dello sviluppo della persona e dello svolgimento di una normale vita di relazione: donde le previsioni per il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati -dettate in via generale dalla legge n. 13 del 1989 e nelle relative n.t.a. di cui al d.m. 14.06.1989 n. 236- fissanti criteri da osservarsi sia in sede di progettazione e costruzione di nuovi edifici sia di ristrutturazione generale di quelli esistenti, onde garantire idonee condizioni di accesso e di fruizione da parte dei soggetti handicappati, anche nei casi d'immobile dichiarato di particolare interesse ex legge n. 1089/1939.
In tali ipotesi, tuttavia, l’art. 4, commi 4 e 5, legge n. 13/1989, fa salvi i casi di serio pregiudizio del bene tutelato”, fermo restando che “il diniego deve essere motivato con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l'opera si colloca e con riferimento a tutte le alternative eventualmente prospettate dall'interessato” (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 29.01.2013 n. 543 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALe distinzioni normative tra strade private, pubbliche e di uso pubblico possono fornire un utile riferimento per l’individuazione dei contenuti delle nozioni tecniche definite dal citato art. 2 del d.m. nr. 236 del 1989 (ivi compresa quella di “spazio esterno”), ma non possono esaurire certo l’opera dell’interprete che sia chiamato a definire l’ambito di applicabilità della normativa in tema di abbattimento delle barriere architettoniche e dei correlativi obblighi solidaristici.
Si vuol dire, in definitiva, che, dalla ricordata ratio normativa e dalla stessa ampiezza della definizione contenuta nel citato art. 2, lettera f), del d.m. nr. 236 del 1989, discende che, perché uno spazio possa considerarsi rientrante nella nozione di “spazio esterno”, e quindi assoggettato alle prescrizioni tecniche a tutela dei portatori di handicap, è sufficiente che si tratti di un’area avvinta dall’immobile cui si deve accedere da un nesso di stretta pertinenzialità, e correlativamente che si tratti di spazio che occorre necessariamente percorrere per raggiungere l’immobile de quo provenendo dalla viabilità esterna (pubblica o privata che sia).

Al riguardo, le originarie censure di parte ricorrente si indirizzavano avverso le conclusioni del Comune, il quale aveva ritenuto nella specie non rispettata la normativa in materia di eliminazione delle barriere architettoniche, non avendo le società richiedenti provveduto a eseguire i lavori necessari ad agevolare l’accesso agli esercizi commerciali dei soggetti portatori di handicap mercé una rampa di collegamento fra l’immobile e la via de Gasperi.
Al contrario, le società ricorrenti hanno sempre negato di essere tenute a tale incombente sul rilievo che la “rampa” in questione non costituiva pertinenza esclusiva degli esercizi in questione, trattandosi di una vera e propria strada di pubblico passaggio, come testimoniato da una molteplicità di elementi (presenza di negozi, esistenza di numeri civici agli stessi etc.).
Sul punto, il TAR ha ritenuto di dover sollecitare al Comune un approfondimento istruttorio, concentrandosi il successivo contrasto inter partes sull’esatta qualificazione e sul conseguente regime da riconoscere al tracciato in questione.
La Sezione, nel concludere nel senso della correttezza delle originarie valutazioni dell’Amministrazione comunale, esprime l’avviso che queste ultime si sorreggano su una serie di considerazioni di ordine logico-giuridico che, almeno in parte, prescinde dai profili definitori su cui si è sviluppato il contrasto tra le parti nel presente giudizio.
Ed invero, la prescrizione di riferimento in ordine alle modalità tecniche da rispettare per l’eliminazione delle barriere architettoniche si rinviene nell’art. 4.2 del d.m. 14.06.1989, nr. 236, il cui precedente art. 3, alla lettera f) del comma 1, definisce gli “spazi esterni” come “l’insieme degli spazi aperti, anche se coperti, di pertinenza dell’edificio o di più edifici ed in particolare quelli interposti tra l’edificio o gli edifici e la viabilità pubblica o di uso pubblico”.
Tale disciplina regolamentare è attuativa della normativa già contenuta nella legge 09.01.1989, nr. 13, e oggi confluita negli artt. 77 e segg. del d.P.R. 06.06.2001, nr. 280, la quale a sua volta, come già altrove rilevato da questo Consiglio di Stato (cfr. sez. V, 08.03.2011, nr. 1437), risponde a valori di rango costituzionale riferibili agli artt. 2, 3 e 32 Cost.
Se questo è vero, se cioè si tratta di norme e disposizioni rispondenti alla ratio di garantire il massimo di tutela a soggetti disagiati e correlativamente a responsabilizzare in tal senso i soggetti pubblici e privati destinati a realizzare interventi incidenti sul territorio, ne consegue che la ricostruzione delle nozioni impiegate dalla normativa de qua non può basarsi sulla meccanicistica trasposizione di categorie e classificazioni ricavate da una disciplina avente finalità del tutto diverse, quale è quella sulla circolazione stradale.
In altre parole, le distinzioni normative tra strade private, pubbliche e di uso pubblico possono invero fornire un utile riferimento per l’individuazione dei contenuti delle nozioni tecniche definite dal citato art. 2 del d.m. nr. 236 del 1989 (ivi compresa quella di “spazio esterno”), ma non possono esaurire certo l’opera dell’interprete che sia chiamato a definire l’ambito di applicabilità della normativa in tema di abbattimento delle barriere architettoniche e dei correlativi obblighi solidaristici.
Si vuol dire, in definitiva, che, dalla ricordata ratio normativa e dalla stessa ampiezza della definizione contenuta nel citato art. 2, lettera f), del d.m. nr. 236 del 1989, discende che, perché uno spazio possa considerarsi rientrante nella nozione di “spazio esterno”, e quindi assoggettato alle prescrizioni tecniche a tutela dei portatori di handicap, è sufficiente che si tratti di un’area avvinta dall’immobile cui si deve accedere da un nesso di stretta pertinenzialità, e correlativamente che si tratti di spazio che occorre necessariamente percorrere per raggiungere l’immobile de quo provenendo dalla viabilità esterna (pubblica o privata che sia).
La presenza di tali presupposti, non contestata né contestabile nel caso che occupa, rende recessiva ogni considerazione circa il carattere pubblico o privato dell’area in questione, così come rende irrilevante il fatto che essa possa per avventura essere asservita anche ad altri immobili o esercizi; evidentemente il fatto che, fra i vari fruitori dell’area de qua, il legislatore abbia inteso porre gli obblighi di eliminazione delle barriere architettoniche a carico di colui che per primo realizzerà un intervento edilizio sull’immobile è frutto di una scelta ancora una volta ispirata dalla prevalenza dei richiamati obblighi solidaristici (e tale, peraltro, da non escludere che i connessi oneri economici possano essere poi regolati nei rapporti interni con gli altri e diversi soggetti che si trovino a trarre vantaggio dall’intervento posto in essere per eliminare le barriere architettoniche) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 25.01.2013 n. 489 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATAAnche l'ascensore rientra tra gli impianti «liberi». Palazzo Spada. Niente permesso di costruire né distanze legali.
Sulla natura giuridica degli ascensori, sulla possibilità di considerarli nuova costruzione e sui titoli abilitativi necessari si è espressa la quarta Sezione del Consiglio di Stato, con la sentenza 05.12.2012 n. 6253.
La vicenda concerne l'installazione di un ascensore all'esterno di un immobile per agevolare l'accesso e la mobilità di familiari disabili. In primo grado era stato impugnato il diniego di permesso di costruire, opposto agli interessati dal Comune, secondo cui l'intervento doveva ritenersi precluso in forza delle previsioni dell'articolo 79, comma 2, del Dpr 380/2001. Tale norma, infatti, pur consentendo opere per eliminare le barriere architettoniche in deroga alle norme sulle distanze contenute nei regolamenti edilizi, fa comunque «salvo l'obbligo di rispetto delle distanze di cui agli articoli 873 e 907 del codice civile nell'ipotesi in cui tra le opere da realizzare e i fabbricati alieni non sia interposto alcuno spazio o alcuna area di proprietà o di uso comune».
Il Tar aveva respinto il ricorso sulla base di tre considerazioni. Innanzitutto che la tutela della salute e della vita di relazione dei portatori di handicap non è incondizionata, ma può subire limitazioni per la tutela di valori di pari rilevanza, quale la proprietà privata; in secondo luogo che l'articolo 79, pur considerando prevalenti le ragioni del portatore di handicap su altri interessi contrastanti dei soggetti residenti nel medesimo edificio, non riconosce analoga prevalenza rispetto al diritto alla salute tutelato attraverso l'articolo 873 del codice civile la cui ratio è quella di evitare la creazione di intercapedini dannose o pericolose. Infine, l'ascensore si sarebbe trovato ad una distanza inferiore a quella minima di tre metri rispetto al fabbricato confinante.
Il Consiglio di Stato ha però riformato la sentenza di primo grado, facendo proprio lo specifico orientamento della Cassazione (sezione II, n. 2566/2011), secondo cui «l'impianto di ascensore...rientra fra i volumi tecnici o impianti tecnologici strumentali alle esigenze tecnico-funzionali dell'immobile». Ne consegue «l'inapplicabilità all'ascensore delle disposizioni in tema di distanze legali».
Inoltre, con riferimento al caso concreto, la sentenza osserva come nell'applicare la deroga al rispetto delle distanze, l'articolo 79 vada letto in correlazione alla complessiva disciplina sull'eliminazione delle barriere architettoniche per i soggetti portatori di handicap e in particolare al Dm 236/1989. L'articolo 2 del decreto, infatti, qualifica come spazio esterno «l'insieme degli spazi aperti, anche se coperti, di pertinenza dell'edificio o di più edifici» e come parti comuni dell'edificio «quelle unità ambientali che servono o che connettono funzionalmente più unità immobiliari». Da qui risulta chiaro come il legislatore, nel far riferimento a spazi o aree «di proprietà o di uso comune», abbia inteso richiamare non solo l'esistenza di una comproprietà o di una servitù di uso comune, ma anche l'esistenza di uno spazio comunque denominato impiegato dai residenti di entrambi gli immobili confinanti.
Nel caso in esame il cortile fra i due immobili nel quale doveva insistere l'ascensore, pur non essendo in comproprietà fra i due condomini, risultava utilizzato dai residenti di entrambi gli immobili, dal che deriva l'illegittimità dell'atto impugnato e l'erroneità della decisione del Tar (articolo Il Sole 24 Ore del 25.02.2013).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA:  Barriere architettoniche.
Domanda
Sono amministratore di un condominio nel quale alcuni condomini hanno richiesto di installare un ascensore, taluni sono favorevoli e altri no. Dobbiamo discuterne in una prossima assemblea e riterrei utile avere informazioni sullo stato della giurisprudenza.
Risposta
La recente sentenza della Corte di cassazione n. 18334/2012 (alla cui lettura, con i richiami giurisprudenziali in essa contenuti, facciamo rinvio) è molto interessante ai fini in questione poiché approfondisce anche il senso del rapporto tra l'art. 1120 c.c. e le norme contro le barriere architettoniche, in primis artt. 2 e 3 della legge n. 13/1989.
La sentenza ribadisce che per l'applicabilità del 1° comma dell'art. 2 della legge n. 13/1989 (con i suoi quorum ridotti) è irrilevante la presenza o meno di invalidi nel condominio in quanto la norma è volta a consentirne l'accesso, senza difficoltà, in tutti gli edifici e non solo presso la loro abitazione, mentre il 2° comma consente di provvedere direttamente alle opere in caso di rifiuto del condominio.
La sentenza chiarisce poi (rispetto alle limitazioni previste dall'art. 1120, 2° c., fatte salve dall'art. 2, 3° comma della legge n. 13/1989) che il giudice (e prima ancora i condomini), per valutare se le opere determinino un pregiudizio al decoro architettonico, oltre ad accertare se esso sia effettivamente leso, deve valutare anche se tale lesione determini o meno un deprezzamento dell'intero fabbricato (non solo di alcuni appartamenti, il che non sarebbe ragione ostativa sufficiente a precludere l'intervento), essendo invece lecito il mutamento estetico che non cagioni un pregiudizio economicamente valutabile o che, pur arrecandolo, si accompagni a un'utilità che compensi l'alterazione architettonica che non sia di grave e appariscente entità, ciò che succede ancor più se le opere sono interne all'edificio.
La sentenza richiama anche l'applicabilità del principio di solidarietà condominiale (sent. 12520/2010) che impone di accertare se le norme in tema di vicinato siano compatibili con la concreta struttura dell'edificio condominiale o non siano invece irragionevoli, e quindi da disapplicare, nel contemperamento di vari interessi, ancor più se in gioco vi siano i diritti fondamentali dei disabili, tutelati sempre di più dalla legislazione degli ultimi decenni.
Lo stesso dicasi per la valutazione dell'eventuale minore servibilità delle parti comuni, che non può prevalere qualora si traduca in un semplice maggior disagio, dovendosi avere una reale inservibilità ai fini e per gli effetti dell'art. 1120, 2° comma, cod. civ.
Infine, sul tema della sicurezza (nel caso esaminato dalla sentenza si era eccepito che l'ascensore rendeva difficoltoso il passaggio di soccorsi dalle scale) occorre operare un confronto delle condizioni ante e post operam al fine di accertare se le opere possano determinare o meno una lesione di tale aspetto (articolo ItaliaOggi Sette del 26.11.2012).

CONDOMINIOLa Cassazione ha ribadito il principio della solidarietà. Anche a svantaggio del decoro. Ascensore, sì con quorum ridotto. Basta la maggioranza semplice perché si superano le barriere.
Il necessario rispetto del principio di solidarietà condominiale rende legittima la delibera di installazione di un ascensore che tuteli l'esigenza di garantire un accesso agli appartamenti ai condomini, o loro ospiti, con ridotta capacità motoria, anche se la nuova opera comporti un'accettabile riduzione del decoro architettonico o un modesto restringimento degli spazi comuni.
In altre parole, i condomini devono sacrificarsi, in nome dei diritti umani fondamentali, per consentire ai disabili, o agli anziani con mobilità ridotta, di socializzare e di muoversi senza incontrare ostacoli.

Queste le conclusioni alle quali è pervenuta la II Sez. della Corte di Cassazione con la recente sentenza 25.10.2012 n. 18334.
Il caso di specie. La vicenda che ha portato alla decisione in questione prendeva l'avvio quando un condomino impugnava la delibera che aveva approvato l'installazione di un ascensore, ritenuta illegittima non solo perché adottata con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge, ma soprattutto perché la nuova opera aveva ristretto il passaggio sulla prima rampa di scale, impedendo anche il passaggio di eventuali mezzi di soccorso e compromesso il decoro architettonico dell'edificio in stile liberty. Il Tribunale, aderendo pienamente alla tesi del singolo condomino, condannava il condominio a rimuovere l'impianto di ascensore.
Secondo il condominio, però, che impugnava detta decisione in appello, la delibera era pienamente legittima perché non comportava alterazione del decoro architettonico dell'immobile né alcun pregiudizio alle parti comuni e, comunque, era stata adottata a tutela dei condomini anziani e disabili e nel rispetto della normativa in materia di barriere architettoniche. Queste considerazioni venivano però respinte dalla Corte d'appello, secondo cui il decoro architettonico del fabbricato risultava compromesso dall'installazione dell'ascensore che, tra l'altro, non era conforme alle disposizioni antincendio, aveva diminuito la possibilità di utilizzo della rampa della scala e aveva creato pregiudizio alla sicurezza del caseggiato e all'incolumità degli abitanti, rendendo particolarmente difficoltoso l'accesso di mezzi di soccorso.
Ma, soprattutto, secondo i giudici di secondo grado, la delibera non risultava aver avuto a oggetto alcuna opera attinente al superamento delle barriere architettoniche, perché il condominio non aveva fornito la prova che nello stabile vivessero portatori di handicap: di conseguenza la delibera non poteva essere adottata con la ridotta maggioranza prevista dalla legislazione in tema di eliminazione delle barriere architettoniche.
La decisione della Cassazione. La Suprema corte, però, non condividendo le precedenti osservazioni, ha confermato la piena legittimità della scelta fatta dai condomini. Secondo i giudici supremi, infatti, non ha alcuna rilevanza la circostanza che l'assemblea non abbia avuto a oggetto una delibera attinente all'eliminazione delle barriere architettoniche, in quanto la delibera di installazione di un ascensore si muove sostanzialmente in tale direzione. Inoltre, la normativa speciale a favore dei portatori di handicap prevede un abbassamento del quorum richiesto per l'innovazione, indipendentemente dalla presenza di disabili: lo scopo infatti è quello di consentire ai disabili, o agli anziani con mobilità ridotta, di socializzare e di muoversi senza incontrare ostacoli, anche se le persone interessate non sono proprietari di appartamenti nel caseggiato o non risiedono stabilmente nel palazzo.
In ogni caso i giudici supremi hanno ritenuto che, nel rispetto del principio di solidarietà condominiale, la delibera dell'assemblea con la quale viene decisa, a cura e spese di alcuni dei condomini, l'installazione di un ascensore nel vano scala condominiale è legittima anche se comporta un'accettabile compromissione del decoro architettonico (cioè un cambiamento estetico che non sia di grave e appariscente entità) e/o un modesto restringimento di spazi comuni (con semplice disagio subito rispetto alla sua normale utilizzazione), in quanto le difficoltà delle persone affette da invalidità devono ormai essere considerate quali problemi non solo individuali, ma tali da dover essere assunti dall'intera collettività (articolo ItaliaOggi Sette del 19.11.2012).

CONDOMINIOIn condominio ci vuole «solidarietà». Per l'ascensore il voto unanime non è necessario.
Non ci si può opporre all'installazione dell'ascensore, anche quando questo configura un'innovazione e il voto in assemblea non è stato unanime. Questo perché la legge 13/89 di sostegno alla disabilità prevede la maggioranza che rappresenti almeno un terzo dei condomini e dei millesimi e non ha rilevanza il fatto che l'eliminazione delle barriere architettoniche non sia citata nella delibera, «posto che la delibera di messa in opera di un'installazione si muove sostanzialmente all'evidenza in tale direzione».

Lo ha affermato la Corte di Cassazione, Sez. II, con la
sentenza 25.10.2012 n. 18334.
Un condominio aveva votato a maggioranza (nel 1994!) la messa in opera di un ascensore, la cui installazione avrebbe però provocato il restringimento della luce del passaggio sulla prima rampa e costituendo, in sostanza, un'innovazione. Un condomino aveva impugnato la delibera per nullità, ottenendo ragione dal Tribunale e dalla corte d'Appello, sostenendo che la delibera non era stata fatta esplicitamente per eliminare le barriere architettoniche e che nel condominio non vi erano disabili.
Il Condominio aveva quindi presentato ricorso in Cassazione, che però ha ribaltato il giudizio delle corti di merito, affermando che:
- È irrilevante la circostanza che l'assemblea non avesse avuto a oggetto una delibera attinente all'eliminazione delle barriere architettoniche, dato che la decisione va di fatto in quel senso;
- È irrilevante, ai fini dell'applicabilità della maggioranza semplice prevista dalla legge 13/1989, la presenza di disabili nel condominio, dato che la legge mira a consentire a tutti i disabili di accedere negli edifici, e non solo presso la propria abitazione e del resto il riferimento alla presenza di disabili nella legge solo in quanto consente ai disabili di installare servoscala o strutture mobili a loro spese in caso di rifiuto da parte del condominio;
- Anche il pregiudizio del decoro architettonico, invocato dal resistente, va valutato nel senso di accertare se determini o meno un effettivo deprezzamento dell'intero fabbricato «essendo lecito il mutamento estetico che non cagioni un pregiudizio economicamente valutabile o che, pur arrecandolo, si accompagni a un'utilità la quale compensi l'alterazione architettonica», cioè in sostanza l'ascensore stesso.
La Cassazione, però conclude con l'affermazione di un principio importante: quello della solidarietà condominiale. Le norme di vicinato, per la Cassazione, vanno invocate in quanto compatibili con la concreta struttura dell'edificio e, nel caso del condominio, va valutato quando la loro osservanza non sia «irragionevole» ai fini «dell'ordinato svolgersi di quella convivenza che è propria dei rapporti condominiali». A maggior ragione, sottolinea la Corte, si sarebbe dovuto tener conto di questa considerazione in presenza di una decisione che «coinvolgeva i diritti fondamentali dei disabili», come la stessa legge 13/1989 suggerisce, imponendo la diversa prospettiva di considerare i problemi della disabilità non solo individuali ma come parte di un carico della collettività.
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Le indicazioni
01 | BARRIERE
È irrilevante il fatto che l'assemblea non abbia deliberato esplicitamente sull'eliminazione delle barriere architettoniche
02 | DISABILI
È irrilevante anche la presenza di disabili nel condominio, ai fini dell'applicabilità della maggioranza di un terzo dei condomini e dei millesimi prevista dalla legge 13/1989 al posto dell'unanimità, in caso di installazione di ascensore che costituisca un'innovazione
03 | IL DECORO
Il pregiudizio al decoro architettonico va valutato in relazione al danno economico effettivo (articolo Il Sole 24 Ore del 26.10.2012).

CONDOMINIO: L'ascensore e' indispensabile per la reale abitabilità dell'appartamento.
La II Sez. civile della Corte di Cassazione, con sentenza 03.08.2012 n. 14096, ha evidenziato come l'installazione di un ascensore, al fine dell’eliminazione delle barriere architettoniche, realizzata da un condomino su parte di un cortile e di un muro comuni, debba considerarsi indispensabile ai fini dell’accessibilità dell’edificio e della reale abitabilità dell’appartamento, e rientra, pertanto, nei poteri spettanti ai singoli condomini ai sensi dell'art. 1102 c.c.
Ove siano, pertanto, rispettati i limiti di uso delle cose comuni stabiliti da tale ultima norma, non rileva, allora, la disciplina dettata dall'art. 907 c.c. sulla distanza delle costruzioni dalle vedute, neppure per effetto del richiamo a essa operato nell’art. 3, comma 2, legge 09.01.1989, n. 13, non trovando quest’ultima disposizione applicazione in ambito condominiale.
DISTANZE E CONDOMINIO

Già più volte, in passato, la giurisprudenza aveva affermato che le norme sulle distanze sono applicabili anche tra i condomini di un edificio condominiale, purché siano però compatibili con la disciplina particolare relativa alle cose comuni, ovvero quando l'applicazione di quest'ultima non sia in contrasto con le prime; nell'ipotesi di contrasto, la prevalenza della norma speciale in materia di condominio determina, allora, l'inapplicabilità della disciplina generale sulle distanze che, nel condominio degli edifici e nei rapporti tra singolo condomino e condominio, deve ritenersi in rapporto di subordinazione rispetto alla prima. Pertanto, ove il giudice constati il rispetto dei limiti di cui all'art. 1102 c.c. (secondo cui ciascun partecipante alla comunione può servirsi della cosa comune, sempre che non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso), deve ritenersi legittima l'opera realizzata anche senza il rispetto delle norme dettate per regolare i rapporti tra proprietà contigue, sempre che venga rispettata la struttura dell'edificio condominiale (Cass. 18.03.2010, n. 6546; Cass. 23.02. 2012, n. 2741).
Nella specie, si trattava di utilizzare un cortile per realizzare un impianto di ascensore. È altrettanto noto, in proposito, come i cortili comuni, assolvendo alla precipua finalità di dare aria e luce agli immobili circostanti, sono utilmente fruibili a tale scopo dai condomini stessi, cui spetta la facoltà di farne uso ai fini di maggiore comodità, amenità o accessibilità delle porzioni solitarie, senza incontrare, quindi, le limitazioni prescritte, in materia di luci e vedute, a tutela dei proprietari degli immobili di proprietà esclusiva. In proposito, l'indagine del giudice deve essere indirizzata a verificare esclusivamente se l'uso del cortile comune sia avvenuto nel rispetto dei limiti stabiliti dal citato art. 1102, e, quindi, se non ne sia stata alterata la destinazione e sia stato consentito agli altri condomini di farne parimenti uso secondo i loro diritti: una volta accertato che l'uso del bene comune sia risultato conforme a tali parametri dovrà, perciò, comunque escludersi che si sia potuta configurare un'innovazione vietata (Cass. 09.06.2010, n. 13874).
Di per sé, l'installazione dell'ascensore, rientrando fra le opere dirette a eliminare le barriere architettoniche di cui all'art. 27, comma 1, legge n. 118/1971 e all'art. 1, comma 1, D.P.R. n. 384/1978, costituisce innovazione che, ai sensi dell'art. 2, legge n. 13/1989, è approvata dall'assemblea con la maggioranza prescritta rispettivamente dall'art. 1136, comma 2 e 3 c.c., dovendo, però, essere rispettati (in forza del comma 3 del citato art. 2) i limiti previsti dagli artt. 1120 e 1121 c.c. Non può, quindi, essere consentita quell'installazione che renda talune parti comuni dell'edificio inservibili all'uso o al godimento anche di un solo condomino (Cass. 27.12.2011, n. 28920; Cass. 25.06.1994, n. 6109).
Merito di Cass. n. 14096/2012, è, tuttavia, quella di aver qualificato l’impianto di ascensore come indispensabile ai fini di una reale abitabilità dell'appartamento, intesa questa nel senso di una condizione abitativa che rispetti l'evoluzione delle esigenze generali dei cittadini e lo sviluppo delle moderne concezioni in tema di igiene, salvo l'apprestamento di accorgimenti idonei ad evitare danni alle unità immobiliari altrui: questa indispensabilità vale, infatti, ad esonerare l’ascensore condominiale dall'osservanza delle norme del codice civile in tema di distanze (cfr. Cass. 15.07.1995, n. 7752) (tratto da www.professioni-imprese24.ilsole24ore.com).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: Ascensore a distanza ravvicinata. Sì all'impianto in deroga alla vicinanza minima dall'immobile. La Cassazione: l'opera abbatte le barriere architettoniche ed è funzionale all'abitabilità.
L'installazione dell'ascensore in un edificio condominiale, in quanto opera finalizzata all'abbattimento delle cosiddette barriere architettoniche e necessaria per la piena ed effettiva abitabilità di un appartamento, può avvenire anche senza il rispetto delle distanze legali tra immobili.
Lo ha stabilito la II Sez. civile della Corte di Cassazione nella recente sentenza 03.08.2012 n. 14096.
Il caso concreto. Nella specie l'assemblea di un condominio aveva deliberato l'avvio di opere volte all'installazione di un impianto di ascensore esterno all'edificio e che avrebbe occupato una parte del cortile, venendo a trovarsi a distanza inferiore ai tre metri previsti dalla legge (art. 907 c.c.) rispetto alle finestre di alcuni appartamenti. Alcuni dei rispettivi proprietari avevano quindi impugnato giudizialmente la delibera condominiale sia per la predetta lesione del diritto di veduta sia per il pregiudizio che tale opera avrebbe comportato per il decoro architettonico dell'edificio.
Il tribunale, tuttavia, aveva respinto il ricorso, qualificando l'ascensore quale impianto necessario all'effettiva abitabilità di un immobile, al pari di quelli di acqua, luce e gas, come tale non sottostante al regime civilistico delle distanze legali. Di avviso contrario era però stata la corte d'appello presso la quale i condomini avevano deciso di impugnare la decisione di primo grado, che aveva invece ritenuto pienamente applicabile nella specie il disposto di cui all'art. 907 c.c.. Infatti, secondo il giudice di secondo grado, poiché l'art. 2 della legge n. 13/1989 sull'abbattimento delle c.d. barriere architettoniche impone in ogni caso il rispetto della destinazione delle parti comuni (art. 1120, comma 2, c.c.), a maggior ragione deve ritenersi che tale norma non consenta di recare pregiudizio alle proprietà esclusive.
Inoltre, sempre secondo la corte di merito, sarebbe stata la stessa legge or ora richiamata, laddove all'art. 3 si deroga espressamente al rispetto delle distanze previste dai regolamenti locali, senza fare alcuna menzione delle distanze minime previste dal codice civile, a rendere applicabili anche in materia condominiale le disposizioni in materia di vedute.
La decisione della Suprema corte. La decisione della corte di appello è quindi stata portata all'esame della Cassazione dal condominio, che reclamava la piena legittimità della deliberazione assembleare. E la Suprema corte, a sua volta, ha completamente ribaltato le argomentazioni giuridiche seguite dai giudici di merito, annullando la sentenza impugnata e stabilendo una serie di interessanti principi in materia di installazione degli ascensori e abbattimento delle c.d. barriere architettoniche.
In estrema sintesi, i giudici di legittimità hanno infatti ritenuto che la normativa sulle distanze legali, per quanto applicabile anche in ambito condominiale (seppure in via subordinata alla disciplina delle cose comuni di cui all'art. 1102 c.c.), non opera nei confronti di quegli impianti, tra i quali è sicuramente compreso anche l'ascensore, che siano necessari all'effettiva abitabilità di un immobile.
Inoltre, sempre secondo la Cassazione, l'applicabilità della normativa in materia di vedute anche in ambito condominiale non può ritenersi implicitamente confermata dal predetto art. 3 della legge n. 13/1989 che, contrariamente a quanto ritenuto nella specie dai giudici di appello, riguarda soltanto i rapporti tra immobili confinanti appartenenti a diversi proprietari e non anche le ipotesi di condominio degli edifici (articolo ItaliaOggi Sette del 27.08.2012).

EDILIZIA PRIVATALe opere funzionali all’eliminazione delle barriere architettoniche sono solo quelle tecnicamente necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e non già le opere dirette alla migliore fruibilità dell’edificio e alla maggior comodità dei residenti.
Sicché, nel bilanciamento tra l’interesse alla tutela del patrimonio storico-artistico nazionale e quello alla salvaguardia del diritto alla salute ed al normale svolgimento della vita di relazione e socializzazione dei soggetti in minorate condizioni fisiche, la normativa ha dato prevalenza in via generale al secondo, consentendo, purtuttavia, il diniego dell’autorizzazione alla realizzazione di interventi su beni vincolati nei soli casi di accertato e motivato «serio pregiudizio» del bene vincolato; mentre, nel bilanciamento degli interessi in gioco si è ritenuto, al contrario, prevalente quello relativo al rispetto della normativa antincendio.
Per quando attiene, in particolare, l’eliminazione di tali barriere negli edifici in condominio, la normativa vigente sopra richiamata nel contrasto tra l’interesse dei condomini a non vedere modificati i beni comuni e quello dei soggetti portatori di minorazioni fisiche ha tutelato questi ultimi in termini assoluti ed inderogabili, per cui non è richiesto il consenso di tutti i proprietari del fabbricato ove l’opera debba essere realizzata in cortili o chiostrine “interni ai fabbricati o comuni o di uso comune a più fabbricati”.
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Relativamente al conflitto tra gli interessi dei soggetti portatori di minorazioni fisiche e quello dei soggetti terzi, il legislatore con la previsione contenuta nell'art. 79 dpr 380/2001 e nell'art. 873 del codice civile, ha ritenuto di dare prevalenza al diritto di questi ultimi al rispetto delle distanze tra le costruzioni, che quindi non può mai essere “minore di 3 metri”, in base alla previsione codicistica, all’evidente fine di garantire la salubrità delle costruzioni. In definitiva, il legislatore nel bilanciamento degli interessi in gioco nel mentre ha ritenuto prevalente l’interesse dei portatori di handicap rispetto a quello degli altri “condomini”, ha ritenuto al contrario recessivo tale interesse rispetto a quello dei soggetti “terzi”, cioè dei proprietari di immobili finitimi, che non possono veder leso il loro diritto alla salute, ugualmente meritevole di tutela, a non vedere create delle intercapedini che possono incidere sulla salubrità delle costruzioni.
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La costruzione di un ascensore esterno in facciata di condominio per un verso ha quei connotati e quelle caratteristiche di stabilità che impongono di ricomprenderlo nella nozione di “costruzione” di cui al predetto art. 873 del codice civile e per altro verso, per le sue caratteristiche costruttive, viene a creare una permanente intercapedine dannosa per la sicurezza e la salubrità delle costruzioni vicine; per cui tale opera deve necessariamente rispettare le distanze legali.

... per l'annullamento del provvedimento 24.05.2011, prat. n. 4/2001, con il quale il Responsabile del III Settore (Assetto ed uso del territorio) del Comune di Loreto Aprutino ha rigettato la domanda di permesso di costruire presentata dal ricorrenti per l’esecuzione dei lavori di installazione di un ascensore esterno ...
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L’impugnato provvedimento di rigetto della domanda di permesso di costruire presentata dai ricorrenti per l’esecuzione dei lavori di installazione di un ascensore esterno è motivato con riferimento alla testuale considerazione che, in violazione dell’art. 79 del D.P.R. 06.06.2001, n. 380, non era rispettata la “distanza di tre metri di cui all’art. 873 del codici civile, ricorrendo il caso in cui tra le opere da realizzare (ascensore finalizzato all’eliminazione delle barriere architettoniche) ed il fabbricato alieno … non è interposto alcuno spazio o alcuna area di proprietà o di uso comune”.
Tale ragione giustificativa del diniego del titolo edilizio richiesto si sottrae, ad avviso del Collegio, alle censure di legittimità dedotte con il ricorso.
Va al riguardo premesso che il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con D.P.R. 06.06.2001, n. 380, nel disciplinare all’art. 79 le opere finalizzate all’eliminazione delle barriere architettoniche dispone testualmente al suo primo comma che tali opere “possono essere realizzate in deroga alle norme sulle distanze previste dai regolamenti edilizi, anche per i cortili e le chiostrine interni ai fabbricati o comuni o di uso comune a più fabbricati”; al suo secondo comma precisa, inoltre, che “è fatto salvo l’obbligo di rispetto delle distanze di cui agli articoli 873 e 907 del codice civile nell’ipotesi in cui tra le opere da realizzare e i fabbricati alieni non sia interposto alcuno spazio o alcuna area di proprietà o di uso comune”.
Tale richiamato art. 873 del codice civile, nel disciplinare le distanze nelle costruzioni, dispone a sua volta che “le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri”.
Va, infine, ricordato che con Decreto ministeriale 14.06.1989, n. 236, sono state dettate le prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità degli edifici privati ai fini del superamento e dell’eliminazione delle barriere architettoniche.
Così puntualizzato il quadro normativo di riferimento, va evidenziato che tali previsioni per il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati -dettate in via generale dalla legge n. 13 del 1989, poi trasfusa nel predetto t.u., ed articolate in dettaglio nella normativa tecnica di attuazione di cui al D.M. 14.06.1989, n. 236- hanno elevato il livello di tutela dei soggetti portatori di minorazioni fisiche, che oggi non è più relegato ad un ristretto ambito soggettivo ed individuale, ma è ormai considerato come interesse primario dell’intera collettività, da soddisfare con interventi mirati a rimuovere situazioni preclusive dello sviluppo della persona e dello svolgimento di una normale vita di relazione (Corte Costituzionale 10.03.1999, n. 167, e 04.07.2008, n. 251, e da ultimo TAR Campania, sede Napoli, sez. IV, 14.11.2011, n. 5343).
Purtuttavia, va anche precisato che la giurisprudenza ha al riguardo meglio precisato che tale sistema di tutela delle persone disabili è, in concreto, applicabile compatibilmente con altri interessi pubblici che non possono essere pretermessi e che devono essere, invece, bilanciati con quello, superiore, alla tutela ottimale delle medesime persone; con la conseguenza che le misure necessarie a rendere effettiva la tutela delle persone disabili, alla stregua degli art. 2, 3 e 32 della Costituzione possono essere legittimamente graduate in vista dell’attuazione del principio di parità di trattamento, tenuto conto di tutti i valori costituzionali in gioco e fermo comunque il rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati. In definitiva, tale normativa consente il diniego della richiesta autorizzazione qualora non sia possibile realizzare le opere senza pregiudizio di altri beni ugualmente tutelati.
Premesso che le opere funzionali all’eliminazione delle barriere architettoniche sono solo quelle tecnicamente necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e non già le opere dirette alla migliore fruibilità dell’edificio e alla maggior comodità dei residenti (TAR Abruzzo, sede L'Aquila, 08.11.2011, n. 526), va ricordato che il legislatore ha effettuato delle scelte puntuali in ordine alla graduazione degli interessi coinvolti.
Così, in particolare, nel bilanciamento tra l’interesse alla tutela del patrimonio storico-artistico nazionale e quello alla salvaguardia del diritto alla salute ed al normale svolgimento della vita di relazione e socializzazione dei soggetti in minorate condizioni fisiche, tale normativa ha dato prevalenza in via generale al secondo, consentendo, purtuttavia, il diniego dell’autorizzazione alla realizzazione di interventi su beni vincolati nei soli casi di accertato e motivato «serio pregiudizio» del bene vincolato (TAR Sicilia, sede Palermo, sez. I, 04.02.2011, n. 218, TAR Campania, sede Napoli, sez. IV, 15.09.2011, n. 4402, e TAR Toscana sez. III, 25.10.2011, n. 1546); mentre, nel bilanciamento degli interessi in gioco si è ritenuto, al contrario, prevalente quello relativo al rispetto della normativa antincendio (Cons. St. sez. V, 08.03.2011, n. 1437).
Per quando attiene, in particolare, l’eliminazione di tali barriere negli edifici in condominio, la normativa vigente sopra richiamata nel contrasto tra l’interesse dei condomini a non vedere modificati i beni comuni e quello dei soggetti portatori di minorazioni fisiche ha tutelato questi ultimi in termini assoluti ed inderogabili, per cui non è richiesto il consenso di tutti i proprietari del fabbricato ove l’opera debba essere realizzata in cortili o chiostrine “interni ai fabbricati o comuni o di uso comune a più fabbricati” (TAR Lazio, sez. Latina, 04.03.2011, n. 221, e Cons. St. sez. IV, 04.05.2010, n. 2546).
Relativamente, invece, al conflitto tra gli interessi dei soggetti portatori di minorazioni fisiche e quello dei soggetti terzi, il legislatore con la sopra ricordata previsione contenuta nel predetto art. 79 e nel richiamato art. 873 del codice civile, ha ritenuto di dare prevalenza al diritto di questi ultimi al rispetto delle distanze tra le costruzioni, che quindi non può mai essere “minore di tre metri”, in base alla previsione codicistica, all’evidente fine di garantire la salubrità delle costruzioni. In definitiva, il legislatore nel bilanciamento degli interessi in gioco nel mentre ha ritenuto prevalente l’interesse dei portatori di handicap rispetto a quello degli altri “condomini”, ha ritenuto al contrario recessivo tale interesse rispetto a quello dei soggetti “terzi”, cioè dei proprietari di immobili finitimi, che non possono veder leso il loro diritto alla salute, ugualmente meritevole di tutela, a non vedere create delle intercapedini che possono incidere sulla salubrità delle costruzioni.
Tale scelta legislativa, ad avviso del Collegio, non sembra inficiata da profili di costituzionalità, in quanto rientra nella discrezionalità del legislatore dare la prevalenza all’uno o all’altro degli interessi in conflitto; inoltre, la scelta effettuata con la normativa di cui al più volte ricordato art. 79 non sembra illogica o particolarmente penalizzante degli interessi dei soggetti portatori di handicap, ove si consideri che nella specie tale diritto è stata ritenuto recessivo nei confronti del diritto alla salute, di pari rilevanza, dei soggetti confinanti.
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I ricorrenti con i tre motivi di gravame si sono nella sostanza lamentati delle seguenti circostanze:
1) che l’opera da realizzare non doveva rispettare le distanze legali, in quanto non creava una intercapedine dannosa per la sicurezza e la salubrità della collettività e che, peraltro, non era rispettata la distanza in questione solo per una parte marginale;
2) che l’opera era conforme alle prescrizioni vigenti in quanto realizzata su uno “spazio o area comune”;
3) che la legislazione di favore nei confronti dei portatori di handicap, volta all’eliminazione delle barriere architettoniche, deve essere interpretata nel senso che è consentita la deroga della predetta distanza di tre metri ove sia impossibile una diversa collocazione dell’opera da realizzare.
Se, con riferimento a quanto sopra esposto, sembra evidente la mancanza di pregio di quanto dedotto con il terzo motivo, in quanto il vigente sistema non tutela le persone disabili in termini assoluti ed inderogabili (Cons. St. sez. V, 08.03.2011, n. 1437), ma effettua un bilanciamento degli interessi in gioco, ponendo dei precisi limiti alla realizzazione delle opere in questione quando venga leso il diritto alla salute dei confinanti, va evidenziato in punto di fatto che l’opera da realizzare -contrariamente a quanto dedotto con il ricorso- non si sviluppa solo fino al primo piano dell’edificio, ma è destinata a raggiungere anche gli ulteriori piani dell’edificio, che non sono abitati dal soggetto portatore di handicap.
Conseguentemente, ritiene il Collegio che l’opera -così come si rileva dagli atti progettuali versati in giudizio anche dalla parte ricorrente- per un verso ha quei connotati e quelle caratteristiche di stabilità che impongono di ricomprenderla nella nozione di “costruzione” di cui al predetto art. 873 del codice civile e per altro verso, per le sue caratteristiche costruttive, viene a creare una permanente intercapedine dannosa per la sicurezza e la salubrità delle costruzioni vicine; per cui tale opera deve necessariamente rispettare le distanze legali. Mentre appare in merito irrilevante il fatto che tale distanza non era rispettata solo per una parte dell’opera, in quanto la norma sui distacchi tra le costruzione prevede delle precise distanze che, salva la c.d. tolleranza di cantiere, debbono essere necessariamente rispettate.
Quanto, infine, alla circostanza che l’ascensore sarebbe stato realizzato su uno “spazio o area comune”, va evidenziato che la normativa in questione, quando utilizza tale espressione, intende riferirsi all’esistenza di un diritto di comunione sull’area sulla quale deve essere realizzata l’opera. Ora dagli atti di causa non risulta che il cortile in questione sia in comunione, né risulta dimostrata che sull’area esista una servitù di passaggio; al contrario, dalle mappe catastali e dagli atti progettuali si evince che i due edifici che si fronteggiano sono separati da una precisa linea di confine posta a distanza di un metro e mezzo dai due edifici.
Non trattandosi di un’area “comune” la costruzione dell’ascensore, in assenza del consenso dei proprietari dell’edificio adiacente, avrebbe dovuto, pertanto, rispettare le distanze di legge; né appare utile al riguardo il riferimento alle definizioni contenute nel predetto decreto ministeriale 14.06.1989, n. 236, con il quale sono state dettate le prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità degli edifici privati ai fini del superamento e dell’eliminazione delle barriere architettoniche, e ciò non solo per il rango nella gerarchia delle fonti di tale decreto e per la sua inidoneità a modificare norme di legge, ma anche e soprattutto per il fatto che le definizioni contenute in tale decreto si riferiscono alle prescrizioni tecniche disciplinate con la normativa in questione (TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 24.02.2012 n. 87 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il potere ministeriale di annullamento d'ufficio del nulla-osta paesaggistico previsto dall'art. 159, comma 3, D.Lgs. 22.01.2004 n. 42, secondo il quale la Soprintendenza, se ritiene l'autorizzazione non conforme alle prescrizioni di tutela del paesaggio, può annullarla, con provvedimento motivato, non attribuisce all'Amministrazione centrale un potere di annullamento del nulla-osta paesaggistico per motivi di merito, così da consentire alla stessa Amministrazione di sovrapporre una propria valutazione a quella di chi ha rilasciato il titolo autorizzativo, ma riconosce ad essa un controllo di mera legittimità, che peraltro, può riguardare tutti i possibili vizi, tra cui anche l'eccesso di potere.
Ne deriva, pertanto, l'illegittimità di provvedimenti di annullamento fondati su un riesame del merito della valutazione effettuata dall'ente delegato, piuttosto che sulla rilevazione di uno specifico vizio di legittimità dell'atto sottoposto a controllo.
Sotto tale profilo deve infatti evidenziarsi che, se è vero che la Soprintendenza in sede di controllo sul nulla-osta paesaggistico può operare un sindacato relativamente ad ogni profilo di illegittimità, compreso l’eccesso di potere, è anche vero che essa non può però sostituire in tale sede le proprie valutazioni a quelle motivatamente espresse dal Comune.
Un sindacato sostitutivo invero potrebbe risultare ammissibile laddove il nulla osta paesaggistico risulti adottato in carenza di istruttoria e motivazione, mentre laddove lo stesso appaia sorretto da ampia istruttoria e motivazione la Soprintendenza non può sostituire le proprie valutazione di merito a quelle espresse con il rilascio del nulla osta paesaggistico.
L'Amministrazione statale deve, quindi, verificare dall'esterno la coerenza, la logicità e la completezza istruttoria dell'iter procedimentale seguito dall'Amministrazione emanante per la valutazione compatibilità, nonché che tale valutazione non sia manifestamente illogica o irrazionale, non sia basata su errata ricostruzione dei fatti, sia sorretta da motivazione sufficiente, congrua, razionale e non contraddittoria ed, in genere, che siano osservate le regole che sovrintendono all'esercizio della funzione tecnico-discrezionale e le norme che disciplinano la funzione stessa, ma non può sostituire i suoi apprezzamenti sulla compatibilità ambientale a quelli espressi dall'Ente locale.
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Ai sensi dell’art. 4, comma 4, e 5, della legge n. 13/1989 l’autorizzazione per eseguire interventi su immobili vincolati può essere negata solo in presenza di un grave pregiudizio del bene tutelato di cui deve essere data adeguata motivazione, con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l’opera si colloca.
Ora, secondo quanto espresso in giurisprudenza, il legislatore, nel bilanciamento degli interessi in gioco, inerenti da una parte alla tutela del patrimonio storico, artistico e paesistico-ambientale e, dall'altra, alla salvaguardia dei diritti alla salute ed al normale svolgimento della vita di relazione e socializzazione dei soggetti in minorate condizioni fisiche -espressamente tutelati dagli artt. 3, II comma, e 32 della Costituzione- ha inteso dare prevalenza ai menzionati diritti della persona relegando il diniego ai soli casi di accertato e motivato "serio pregiudizio" del bene vincolato.
Ciò non vuol dire che dalla normativa in esame possa desumersi la vigenza di un principio di superabilità e derogabilità assoluta e automatica dei vincoli posti per finalità di tutela storico-culturale o paesistico-ambientale, bensì che il diniego alla realizzazione di opere preordinate al superamento delle barriere architettoniche deve necessariamente essere legato ad un serio pregiudizio all'interesse paesistico-ambientale debitamente motivato, nell’ottica di una necessaria comparazione di interessi, “con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l’opera si colloca”.
Il legislatore, difatti, ha tutelato il portatore di handicap rafforzando le garanzie procedimentali e sostanziali rispetto al suo interesse ad ottenere l’autorizzazione, sia attraverso una specificazione in senso restrittivo dei presupposti del provvedimento di diniego, sia dettando il contenuto obbligatorio della relativa motivazione.
Nel caso di specie la Soprintendenza non ha tenuto conto delle finalità dell’intervento legate alle esigenze del portatore di handicap, non evidenziando alcuna ragione nemmeno potenziale di grave pregiudizio al valore tutelato ed attestandosi, invece, per tale aspetto, su una motivazione generica riguardo alle esigenze di rispetto del vincolo e di protezione del bene paesistico.

Il Collegio rileva come, in linea generale, il potere ministeriale di annullamento d'ufficio del nulla-osta paesaggistico previsto dall'art. 159, comma 3, D.Lgs. 22.01.2004 n. 42, secondo il quale la Soprintendenza, se ritiene l'autorizzazione non conforme alle prescrizioni di tutela del paesaggio, può annullarla, con provvedimento motivato, non attribuisce all'Amministrazione centrale un potere di annullamento del nulla-osta paesaggistico per motivi di merito, così da consentire alla stessa Amministrazione di sovrapporre una propria valutazione a quella di chi ha rilasciato il titolo autorizzativo, ma riconosce ad essa un controllo di mera legittimità, che peraltro, può riguardare tutti i possibili vizi, tra cui anche l'eccesso di potere.
Ne deriva, pertanto, l'illegittimità di provvedimenti di annullamento fondati su un riesame del merito della valutazione effettuata dall'ente delegato, piuttosto che sulla rilevazione di uno specifico vizio di legittimità dell'atto sottoposto a controllo (ex multis Cons. Stato, VI, 13.02.2009, n. 772; TAR Campania Napoli, sez. VIII, 10.11.2010, n. 23751; TAR Puglia Lecce, sez. I, 17.07.2008, n. 2213; TAR Campania; TAR Campania Napoli, sez. VII, 04.04.2008, n. 1879; Napoli, sez. III, 19.03.2008, n. 1411).
Sotto tale profilo deve infatti evidenziarsi che, se è vero che la Soprintendenza in sede di controllo sul nulla-osta paesaggistico può operare un sindacato relativamente ad ogni profilo di illegittimità, compreso l’eccesso di potere, è anche vero che essa non può però sostituire in tale sede le proprie valutazioni a quelle motivatamente espresse dal Comune.
Un sindacato sostitutivo invero potrebbe risultare ammissibile laddove il nulla osta paesaggistico risulti adottato in carenza di istruttoria e motivazione, mentre laddove lo stesso appaia sorretto da ampia istruttoria e motivazione la Soprintendenza non può sostituire le proprie valutazione di merito a quelle espresse con il rilascio del nulla osta paesaggistico (ex multis Consiglio di Stato, Sez. VI - sentenza 09.03.2011 n. 1483, secondo cui “nell’emettere un nulla osta paesaggistico, l’Autorità regionale o l’ente sub-delegato deve motivare adeguatamente in ordine alla compatibilità dell’opera assentita con il vincolo paesaggistico, sussistendo, in caso contrario, illegittimità per carenza di motivazione o di istruttoria; per cui l’autorità statale, se ravvisa un tale vizio nell’atto oggetto del suo scrutinio, nel proprio provvedimento, perché sia a sua volta immune da vizi di legittimità, dovrà motivare sulla non compatibilità dell’intervento edilizio programmato rispetto ai valori paesaggistici compendiati nel vincolo"; Consiglio di Stato, Sez. VI - sentenza 26.07.2010 n. 4861, secondo cui “nel caso in cui, in sede di controllo sul nulla-osta paesaggistico, l’autorità statale ravvisi una carenza motivazionale o istruttoria, costituente vizio di legittimità, nell’atto oggetto del suo scrutinio, la stessa è chiamata ad evidenziare tali vizi con motivazione che deve necessariamente impingere –per risultare a sua volta immune da vizi di legittimità– nella valutazione della non compatibilità dell’intervento edilizio programmato rispetto ai valori paesaggistici compendiati nel vincolo”, che ritiene per contro “illegittimo l’annullamento in sede statale del nulla-osta paesaggistico rilasciato in sede comunale, ove da un lato il nulla-osta stesso sia supportato da idonea motivazione che tiene conto degli elementi gli elementi di pregio paesistico fissati dal d.m. con il quale il territorio comunale è stato dichiarato di notevole interesse pubblico ai sensi della l. n. 1497/1939 e risulti conforme anche sotto il profilo urbanistico e, dall’altro, l’annullamento stesso si basi su di una inammissibile valutazione compiuta dalla Soprintendenza in ordine alla compatibilità dell’opera con l’assetto paesistico-ambientale dei luoghi tutelati dal vincolo").
L'Amministrazione statale deve, quindi, verificare dall'esterno la coerenza, la logicità e la completezza istruttoria dell'iter procedimentale seguito dall'Amministrazione emanante per la valutazione compatibilità, nonché che tale valutazione non sia manifestamente illogica o irrazionale, non sia basata su errata ricostruzione dei fatti, sia sorretta da motivazione sufficiente, congrua, razionale e non contraddittoria ed, in genere, che siano osservate le regole che sovrintendono all'esercizio della funzione tecnico-discrezionale e le norme che disciplinano la funzione stessa, ma non può sostituire i suoi apprezzamenti sulla compatibilità ambientale a quelli espressi dall'Ente locale (TAR Calabria Catanzaro, sez. I, 26.11.2009, n. 1315).
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Inoltre, il gravato provvedimento della Soprintendenza non ha tenuto conto della circostanza attinente alla funzionalità dell’opera alla tutela delle esigenze del portatore di handicap ed, in particolare dell’art. 4, comma 4, e 5, della legge n. 13/1989, ai sensi del quale l’autorizzazione per eseguire interventi su immobili vincolati può essere negata solo in presenza di un grave pregiudizio del bene tutelato di cui deve essere data adeguata motivazione, con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l’opera si colloca.
Ora, secondo quanto espresso in giurisprudenza, il legislatore, nel bilanciamento degli interessi in gioco, inerenti da una parte alla tutela del patrimonio storico, artistico e paesistico-ambientale e, dall'altra, alla salvaguardia dei diritti alla salute ed al normale svolgimento della vita di relazione e socializzazione dei soggetti in minorate condizioni fisiche -espressamente tutelati dagli artt. 3, II comma, e 32 della Costituzione- ha inteso dare prevalenza ai menzionati diritti della persona relegando il diniego ai soli casi di accertato e motivato "serio pregiudizio" del bene vincolato (TAR Sicilia Palermo, sez. I, 04.02.2011, n. 218; TAR Lazio Roma, Sez. II-quater, 19.01.2010, n. 495; TAR Lazio, sez. II, 15.02.2002, n. 1061; TAR Lazio, Sez. II, 13.05.2000, n. 3974).
Ciò non vuol dire che dalla normativa in esame possa desumersi la vigenza di un principio di superabilità e derogabilità assoluta e automatica dei vincoli posti per finalità di tutela storico-culturale o paesistico-ambientale (TAR Sicilia Palermo, sez. I, 04.02.2011, n. 218; TAR Lazio Roma, Sez. II-quater, 19.01.2010, n. 495; TAR Umbria, 17.01.2000, n. 17), bensì che il diniego alla realizzazione di opere preordinate al superamento delle barriere architettoniche deve necessariamente essere legato ad un serio pregiudizio all'interesse paesistico-ambientale debitamente motivato, nell’ottica di una necessaria comparazione di interessi, “con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l’opera si colloca”.
Il legislatore, difatti, ha tutelato il portatore di handicap rafforzando le garanzie procedimentali e sostanziali rispetto al suo interesse ad ottenere l’autorizzazione, sia attraverso una specificazione in senso restrittivo dei presupposti del provvedimento di diniego, sia dettando il contenuto obbligatorio della relativa motivazione.
Nel caso di specie la Soprintendenza non ha tenuto conto delle finalità dell’intervento legate alle esigenze del portatore di handicap, non evidenziando alcuna ragione nemmeno potenziale di grave pregiudizio al valore tutelato ed attestandosi, invece, per tale aspetto, su una motivazione generica riguardo alle esigenze di rispetto del vincolo e di protezione del bene paesistico
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 14.02.2012 n. 792 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: G.U. 01.02.2012 n. 26 "Misure per il riassetto della normativa in materia di pesca e acquacoltura, a norma dell’articolo 28 della legge 04.06.2010, n. 96" (D.Lgs. 09.01.2012 n. 4).
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Di interesse l'art. 3, comma 3, che riportiamo di seguito:
Art. 3. - Acquacoltura
1. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 2135 del codice civile, l’acquacoltura è l’attività economica organizzata, esercitata professionalmente, diretta all’allevamento o alla coltura di organismi acquatici attraverso la cura e lo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, in acque dolci, salmastre o marine.
2. Sono connesse all’acquacoltura le attività, esercitate dal medesimo acquacoltore, dirette a:
   a) manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione, promozione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalle attività di cui al comma 1;
   b) fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente
impiegate nell’attività di acquacoltura esercitata, ivi comprese le attività di ospitalità, ricreative, didattiche e culturali, finalizzate alla corretta fruizione degli ecosistemi acquatici e vallivi e delle risorse dell’acquacoltura, nonché alla valorizzazione degli aspetti socio-culturali delle imprese di acquacoltura, esercitate da imprenditori, singoli o associati, attraverso l’utilizzo della propria abitazione o di struttura nella disponibilità dell’imprenditore stesso;
  
c) l’attuazione di interventi di gestione attiva, finalizzati alla valorizzazione produttiva, all’uso sostenibile degli ecosistemi acquatici ed alla tutela dell’ambiente costiero.
3. Alle opere, alle strutture destinate alle attività di cui alla lettera b) del comma 2 si applicano le disposizioni di cui all’articolo 19, commi 2 e 3, del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, approvato con decreto Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380, nonché all’articolo 24, comma 2, della legge 05.02.1992, n. 104, relativamente all’utilizzo di opere provvisionali per l’accessibilità ed il superamento delle barriere architettoniche.

anno 2011

EDILIZIA PRIVATA: Per gli immobili vincolati stop ai lavori motivato.
Quando un privato avvia un intervento per il superamento delle barriere architettoniche in un edificio vincolato, il diniego della Soprintendenza deve sempre essere motivato.

È quanto affermato dai giudici amministrativi, e in particolare da due recenti pronunce dei Tar Lazio e Campania.
In Italia gli immobili di proprietà privata assoggettati a vincolo storico-artistico sono molto diffusi, e un problema che si pone frequentemente è l'eliminazione delle barriere architettoniche, qualora edifici di questo tipo siano occupati o anche solo frequentati da soggetti disabili. Il tema è affrontato con la legge 13/1989, in parte trasfusa nel Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2011), e con il Dm 236/1989.
La disciplina legislativa e regolamentare riguarda sia la costruzione di nuovi edifici, sia l'esecuzione di opere su quelli esistenti, e tende a garantire idonee condizioni di accesso e di fruizione da parte dei soggetti che versano in situazione di minorazione fisica, anche in deroga alle norme civilistiche sul condominio. In particolare, l'articolo 2 del Dm qualifica come condizione di "accessibilità" dell'edificio «la possibilità anche per le persone con ridotta e impedita capacità motoria e sensoriale di raggiungere l'edificio e le sue singole unità immobiliari e ambientali, di entrarvi agevolmente e di fruirne spazi e attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia».
Il diritto del portatore di handicap a svolgere una normale vita di relazione, così come delineato dal legislatore, deve essere tendenzialmente garantito anche nei casi in cui l'immobile sia stato dichiarato di particolare interesse paesaggistico o storico-artistico. In questi casi, ferma restando la necessità di ottenere la prescritta autorizzazione ai sensi degli articoli 21 e 146 del Dlgs 42/2004 prima di dar corso agli interventi, gli articoli 4 e 5 della legge 13/1989 contengono specifiche previsioni agevolative.
Innanzitutto, è prevista la formazione del silenzio-assenso nel caso in cui le amministrazioni competenti alla tutela del vincolo (Regioni o soprintendenze), non si pronuncino nel termine assegnato.
In secondo luogo, il diniego all'esecuzione dei lavori volti al superamento o all'eliminazione delle barriere architettoniche potrà essere opposto «solo nei casi in cui non sia possibile realizzare le opere senza un serio pregiudizio del bene tutelato».
Infine, l'eventuale diniego dovrà essere necessariamente motivato «con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l'opera si colloca e con riferimento a tutte le alternative eventualmente prospettate dall'interessato».
La problematica è stata affrontata dalla giurisprudenza soprattutto con riferimento all'installazione di rampe e ascensori e due recenti pronunce del Tar Campania (sede Napoli, Sezione IV, sentenza 15.09.2011 n. 4402) e del Tar Lazio (sede Roma, Sezione II-quater, sentenza 28.09.2011 n. 7597) confermano un orientamento interpretativo ormai costante del richiamato quadro normativo, secondo cui, «sebbene dal testo e dalla ratio della legge 13/1989 non possa desumersi la vigenza di un principio di superabilità e derogabilità assoluta e automatica dei vincoli posti per finalità di tutela storico-culturale o paesistico-ambientale (si veda, Tar Umbria, 17.01.2000, n. 17), deve essere nondimeno ribadito che nel provvedimento con il quale la Soprintendenza esprima diniego ai fini della realizzazione di un'opera preordinata al superamento delle barriere architettoniche debbano essere compiutamente esternate le reali e dimostrabili ragioni di pregiudizio che il progettato intervento è suscettibile di arrecare all'interesse di tutela del quale l'Amministrazione è portatrice».
Le due pronunce evidenziano come il legislatore abbia operato un bilanciamento degli interessi in gioco, entrambi di rilievo costituzionale, che riguardano, da una parte, la tutela del patrimonio storico e artistico nazionale (articolo 9 della Costituzione) e, dall'altra, la salvaguardia dei diritti alla salute e al normale svolgimento della vita di relazione e socializzazione dei soggetti in minorate condizioni fisiche (articoli 3 e 32 della Costituzione), dando prevalenza a questi ultimi e ammettendo il diniego dell'autorizzazione nei soli casi di accertato e motivato "serio pregiudizio" del bene vincolato (si veda Tar Lazio-Roma, Sezione II, 15.02.2002 n.1061 e 13.05.2000, n. 3974). In entrambi i casi le sentenze hanno ritenuto legittimo il diniego di autorizzazione da parte della soprintendenza, che risultava debitamente motivato in ragione «della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l'opera si colloca e con riferimento a tutte le alternative eventualmente prospettate dall'interessato».
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L'attività è libera se non è esterna.
La legge contiene una definizione molto precisa di «barriere architettoniche». L'articolo 2 del Dm 236/1989 le definisce come: gli ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di chiunque e in particolare di coloro che, per qualsiasi causa, hanno una capacità motoria ridotta o impedita in forma permanente o temporanea; gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di parti, attrezzature o componenti; la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l'orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i non vedenti, per gli ipovedenti e per i sordi.
Quanto ai contenuti progettuali e alle autorizzazioni necessarie per gli interventi di superamento delle barriere architettoniche, l'articolo 77 del testo unico dell'edilizia prescrive che i progetti –compresi quelli di ristrutturazione di interi edifici– debbano essere redatti con l'osservanza delle prescrizioni tecniche stabilite con il Dm 236/1989, con questo contenuto minimo:
- accorgimenti tecnici idonei alla installazione di meccanismi per l'accesso ai piani superiori, ivi compresi i servoscala;
- idonei accessi alle parti comuni degli edifici e alle singole unità immobiliari;
- almeno un accesso in piano, rampe prive di gradini o idonei mezzi di sollevamento;
- l'installazione, nel caso di immobili con più di tre livelli fuori terra, di un ascensore per ogni scala principale raggiungibile mediante rampe prive di gradini.
La stessa disposizione, con specifico riferimento agli «immobili vincolati ai sensi del Dlgs 490/1999», stabilisce che i progetti debbano essere preventivamente «approvati dalla competente autorità di tutela, a norma degli articoli 23 e 151 del medesimo decreto legislativo» (ora articoli 21 e 146 del Dlgs 42/2004). L'omessa pronuncia sull'istanza nei termini previsti dalla legge 13/1989 (90 giorni per i vincoli paesaggistici e 120 giorni per quelli storico-artistici) comporta la formazione del silenzio-assenso sul progetto.
Gli interventi dovranno comunque essere realizzati anche nel rispetto delle norme antisismiche, antincendio e di prevenzione degli infortuni.
In tema di titoli abilitativi, l'articolo 6, comma 1, lettera b), del Dpr 380/2001 (nel testo modificato dalla legge n. 73/2010) ha ricompreso nell'ambito dell'attività edilizia libera anche gli interventi volti all'eliminazione di barriere architettoniche, ma alla specifica condizione che gli stessi non comportino la realizzazione di rampe o di ascensori esterni, o di manufatti che alterino la sagoma dell'edificio. In questi casi sarà quindi necessario il rilascio di un titolo abilitativo. Inoltre, in base all'articolo 79, le opere possono essere realizzate in deroga alle norme sulle distanze previste dai regolamenti edilizi, anche per i cortili e le chiostrine interni ai fabbricati o comuni o di uso comune a più fabbricati.
È comunque fatto salvo l'obbligo di rispetto delle distanze dettate dagli articoli 873 e 907 del Codice civile nell'ipotesi in cui tra le opere da realizzare e i fabbricati alieni non sia interposto alcuno spazio o alcuna area di proprietà o di uso comune (articolo Il Sole 24 Ore del 28.11.2011).

EDILIZIA PRIVATA: Il diritto all'eliminazione delle barriere architettoniche prevale sulla esigenza di tutela del patrimonio storico-artistico nazionale.
Il legislatore, nel bilanciamento tra l’interesse alla tutela del patrimonio storico-artistico nazionale e quello alla salvaguardia dei diritti alla salute ed al normale svolgimento della vita di relazione e socializzazione dei soggetti in minorate condizioni fisiche ha dato prevalenza al secondo, collocando il diniego dell'autorizzazione alla realizzazione di interventi in beni vincolati ai soli casi di accertato e motivato "serio pregiudizio" del bene vincolato.
Ne deriva che, pur non potendosi affermare la vigenza di un principio di superabilità e derogabilità assoluta e automatica dei vincoli posti per finalità di tutela storico-culturale o paesistico–ambientale, va ritenuto che il provvedimento, con il quale la Soprintendenza non autorizza la realizzazione di un'opera preordinata al superamento delle barriere architettoniche deve dare compiuta ed esauriente emersione alle reali e dimostrabili ragioni di pregiudizio, che il progettato intervento è suscettibile di arrecare all'interesse tutelato (TAR Lazio Roma, II, 15.02.2002, n. 1061) (massima tratta da www.dirittodegliappaltipubblici.it - TAR Sicilia-Palermo, Sez. I, sentenza 04.02.2011 n. 218 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: Il fatto che una sala cinematografica privata sia aperta al pubblico non comporta, ai sensi della legge n. 104/1992 e del regolamento attuativo, la completa parificazione agli edifici pubblici per quanto riguarda la disciplina relativa alle barriere architettoniche.
Deve rammentarsi che la citata legge-quadro n. 104/1992, riguardante l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, ai fini della eliminazione o superamento delle barriere architettoniche stabilisce, all'art. 24, comma 1, che “Tutte le opere edilizie riguardanti edifici pubblici e privati aperti al pubblico che sono suscettibili di limitare l'accessibilità e la visitabilità di cui alla legge 09.01.1989, n. 13, e successive modificazioni, sono eseguite in conformità alle disposizioni di cui…”.
Le anzidette disposizioni indicano, in concreto, i criteri per la esecuzione delle “opere” edilizie, riguardanti sia gli edifici pubblici che quelli privati aperti al pubblico, al fine di prevenire qualsiasi difficoltà nella loro fruizione da parte delle persone handicappate.
Nella surrichiamata legge n. 13/1989, recante “Disposizioni per favorire il superamento e eliminazioni delle barriere architettoniche negli edifici privati”, all'articolo 1, comma 1, è espressamente previsto che “I progetti relativi alla costruzione di nuovi edifici, ovvero alla ristrutturazione di interi edifici, ivi compresi quelli di edilizia residenziale pubblica, sovvenzionata ed agevolata, presentati dopo sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge sono redatti in osservanza delle prescrizioni tecniche previste dal comma 2”; tali prescrizioni tecniche sono specificamente finalizzate a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica, sovvenzionata ed agevolata.
Da tali norme di legge emerge, dunque, con chiarezza, che l'obbligo di adeguamento riguarda soltanto le opere di costruzione e ristrutturazione ancora da eseguire, come si ricava inequivocabilmente anche dal termine dilatorio di sei mesi concesso per l'applicazione delle nuove prescrizioni tecniche ai relativi progetti, ai sensi del citato art. 1 della legge n. 13/1989.
Né possono ritenersi corrette le argomentazioni del primo giudice il quale, facendo leva sulle norme per l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici dettate dal regolamento attuativo della legge n. 104/1992, emanato con d.P.R. 24.07.1996, n. 503, ha affermato che anche le sale cinematografiche rientrerebbero della disciplina dettata dall'art. 1, comma 4, in base al quale “Agli edifici e spazi pubblici esistenti, anche se non soggetti a recupero o riorganizzazione funzionale, devono essere apportati tutti quegli accorgimenti che possono migliorarne la fruibilità sulla base delle norme contenute nel presente regolamento”.
Anzitutto, non può non rilevarsi che una norma regolamentare deve essere sempre interpretata in coerenza con la norma primaria che ne è a fondamento, essendo in particolare escluso che la normativa secondaria possa imporre prestazioni non previste dalla legge, contrastando ciò con il principio fondamentale posto dall'art. 23 della Costituzione.
Inoltre, dalla stessa lettera della norma regolamentare sopra richiamata si evince chiaramente che l'esigenza di abbattere in via generale ed immediata le barriere architettoniche riguarda unicamente gli “edifici e spazi pubblici”, precisandosi significativamente che, in attesa dei previsti adeguamenti, “ogni edificio deve essere dotato, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del presente regolamento, a cura dell'amministrazione pubblica che utilizza l'edificio, di un servizio di chiamata per attivare un servizio di assistenza…”.
Poiché, dunque, contrariamente a quanto affermato dal primo giudice, il fatto che una sala cinematografica privata sia aperta al pubblico non comporta, ai sensi della ripetuta legge n. 104/1992 e del regolamento attuativo, la completa parificazione agli edifici pubblici per quanto riguarda la disciplina relativa alle barriere architettoniche, ne consegue che con ogni evidenza le statuizioni della sentenza appellata non possono essere assecondate.
Nessun rilievo in senso contrario può attribuirsi, d’altronde, alla disposizione del comma 6 dello stesso articolo del regolamento in esame, secondo cui “Agli edifici di edilizia residenziale pubblica ed agli edifici privati compresi quelli aperti al pubblico si applica il decreto del ministro dei lavori pubblici 14.06.1989, n. 236”, che reca prescrizioni tecniche per gli interventi edilizi su tale strutture e che, per sua natura, non potrebbe certamente introdurre obblighi nuovi e diversi rispetto a quelli stabiliti per legge.
Sembra opportuno aggiungere, ancora, che le anziesposte conclusioni si pongono anche in stretta consonanza con il principio enunciato dalla Corte costituzionale con sentenza 04.07.2008, n. 251, nella quale, proprio con riferimento alla pretesa del remittente di imporre l'eliminazione delle barriere architettoniche pure negli edifici esistenti, si sottolinea che viene richiesta una pronuncia additiva “che non può essere considerata costituzionalmente obbligata …in quanto è diretta a privilegiare una delle possibili forme di intervento a favore delle persone disabili, in sostituzione di un sistema caratterizzato dalla concreta valutazione anche di altri interessi, dai quali non possono escludersi quelli relativi agli oneri economici eventualmente derivanti, allo stato, dalla forma di tutela prescelta” (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.08.2010 n. 5151 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: Atto di deroga in sanatoria relativamente a lavori oggetto di D.I.A. - Eliminazione barriere architettoniche - Incompetenza del dirigente - Artt. 40 L.R. 11.03.2005 n. 12 e 19 L.R. 20.02.1989 n. 6 - Sussiste.
L'art. 40, c. 1, L.R. 12/2005, laddove prevede la previa deliberazione del Consiglio Comunale per il rilascio di provvedimenti in deroga agli strumenti di pianificazione, detta una regola procedimentale generale, applicabile anche alla fattispecie di deroga ai fini dell'abbattimento delle barriere architettoniche di cui al terzo comma della stessa legge, poiché, in entrambi i casi, vengono esercitati, con il rilascio della concessione in deroga, poteri discrezionali in ordine all'opportunità di accordare o meno il titolo richiesto che comporta un mutamento dell'assetto urbanistico edilizio previsto con gli strumenti di pianificazione, mutamento per il quale è necessaria l'approvazione dell'organo cui compete la funzione pianificatoria.
La stessa regola procedimentale si ricava dall'art. 19 L.R. n. 6/1989, richiamato dall'art. 40, c. 3, L.R. 12/2005, che rimanda al procedimento di cui all'art. 41-quater L.U. che contempla il parere del Consiglio Comunale. Conseguentemente anche il provvedimento di deroga in sanatoria finalizzato all'abbattimento di barriere architettoniche necessita di un pronunciamento del Consiglio Comunale, risultando illegittimo l'atto che è stato adottato solo dal Dirigente (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.01.2009 n. 72 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATABarriere architettoniche - Nozione - Negativa - Ammissibilità.
La definizione di barriera architettonica codificata dall'art. 1 comma 2 del DPR 503/1996, a cui rinvia l'art. 78, comma 1, del DPR 380/2001, non comprende soltanto gli ostacoli fisici che impediscono l'uso normale degli spazi pubblici e quindi, per effetto del richiamo, anche di quelli privati: le norme citate non fanno, infatti, riferimento a una condizione normale di fruizione degli spazi edificati rispetto alla quale la barriera architettonica si configurerebbe quale addizione rimovibile, come se la normalità fosse conseguibile per rimozione dell'ostacolo.
La legislazione sulle barriere architettoniche, a partire dall'art. 27 L. 1187/1971, è invece focalizzata sulla qualità della vita di relazione del soggetto disabile, che deve essere facilitata tenendo presenti le condizioni mediche individuali e le esigenze terapeutiche, lavorative e familiari. Non può esservi quindi una definizione di barriera valida per tutti e soprattutto occorre riconoscere che la nozione di barriera può essere anche negativa, ossia può consistere nella mancanza di strutture idonee a facilitare le attività e i comportamenti che i soggetti disabili potrebbero comunque eseguire ma con impegno e rischi superiori. Lo stesso elenco di cui all'art. 1, comma 2, del DPR 503/1996 qualifica come barriera ogni impedimento alla "comoda e sicura utilizzazione" di spazi e attrezzature (lett. b) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, sentenza 11.11.2008 n. 1601 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Barriere architettoniche - l.r. n. 6/1989 - interventi in adattabilità sui edifici costruiti/ristrutturati dopo l'11.08.1989 - Circolare adattabilità 20.10.2008 (link a www.oopp.regione.lombardia.it).

EDILIZIA PRIVATAGaranzie superamento barriere architettoniche.
Viene posto quesito inerente ai requisiti igienico-sanitari necessari per l’apertura di un pubblico esercizio.
In particolare, la questione sottoposta all’esame del Servizio di Consulenza concerne le prescrizioni necessarie a garantire il superamento delle barriere architettoniche (Regione Piemonte, parere n. 130/2008 - link a www.regione.piemonte.it).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 16.05.2008 n. 114, suppl. ord. n. 127, "Linee guida per il superamento delle barriere architettoniche nei luoghi di interesse culturale" (Ministero per i Beni e le Attività Culturali, decreto 28.03.2008).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Barriere architettoniche - Recupero sottotetti - Art. 14 L.R. Lombardia 6/1989 - Ambito di applicazione - Conseguenze.
2. Barriere architettoniche - Visitabilità, adattabilità, accessibilità - Nozioni.
3. Concessione edilizia - Procedimento - Principio di partecipazione ex artt. 7 e 8 L. 241/1990 - Non applicabilità.

1. In relazione ad interventi di recupero dei sottotetti ad uso abitativo, le norme sull'abbattimento delle barriere architettoniche, di cui all'art. 14 L.R. 6/1989, si applicano limitatamente ai requisiti di visitabilità ed adattabilità dell'alloggio e non anche al requisito di accessibilità all'alloggio.
2. La visitatabilità è l'idoneità dei locali ad essere visitati da una persona disabile, che deve poter raggiungere la zona giorno e un servizio; per adattabilità si intende la possibilità di modificare nel tempo lo spazio costruito, allo scopo di renderlo completamente ed agevolmente fruibile anche da parte di persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale. L'accessibilità è invece la possibilità, anche per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, di raggiungere l'edificio e le sue singole unità immobiliari e ambientali, di entrarvi agevolmente e di fruirne spazi e attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia.
Visitabilità e adattabilità sono riferiti solo all'appartamento e non presuppongono l'accessibilità, che riguarda l'immobile nel suo insieme.
3. Per il rilascio dei titoli abilitativi in materia edilizia, non trovano applicazione gli artt. 7 e 8 Legge 241/1990, trattandosi di procedimenti ad istanza di parte (cfr. Cons. di Stato VI, 29.11.2005) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II,
sentenza 12.02.2008 n. 314).

anno 2007

EDILIZIA PRIVATASuperamento di barriere architettoniche - L. 13/1989 - Ambito soggettivo di applicazione.
Tra i soggetti tutelati dalle norme di legge speciale n. 13/1989, rientrano, oltre ai portatori di handicap, anche gli invalidi civili (Trib. Firenze 19.05.1992, n. 849), nonché gli ultrasessantacinquenni che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni della loro età (Trib. Napoli 14.03.1994, n. 2606; conf. Pretura Roma 15.05.1996).
Superamento di barriere architettoniche - L. n. 13/1989 - Finalità - “Incentivi reali” - Applicazione - Presenza di un handicappato nel condominio - Necessità - Esclusione.
La finalità della legge n. 13/1989 è quella di assicurare l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici, con ciò prescindendosi dall’esistenza di un diritto reale o personale di godimento da parte di un soggetto minorato, essendo unicamente rilevante l’obiettiva attitudine dell’edificio, anche privato, ad essere fruito da parte di qualsiasi soggetto; conformemente alla finalità così individuata, non è necessaria la presenza di un handicappato nel condominio ai fini dell’applicazione dei cosiddetti incentivi reali al superamento delle barriere architettoniche (artt. 2-7 della L. n. 13/1989), in quanto ciò che rileva è garantire l’effettivo svolgimento della vita di relazione da parte del soggetto minorato anche al di fuori della sua abitazione; a diverse conclusioni deve giungersi con riguardo alla parte dedicata agli incentivi economici (artt. 8-12), che invece richiedono l’effettiva residenza del minorato nell’edificio.
Superamento delle barriere architettoniche - Interventi su beni soggetti a tutela - Diniego - Art. 4 L. n. 13/1989 - Motivazione - Obbligo di esternazione della natura e della gravità del pregiudizio al bene tutelato.
In base alle disposizioni di cui alla L. n. 13/1989 (art. 4, IV e V comma) è possibile opporre il diniego alla realizzazione di interventi destinati ad eliminare o superare le barriere architettoniche anche su beni soggetti a tutela “solo nei casi in cui non sia possibile realizzare le opere senza un serio pregiudizio per il bene tutelato”, con conseguente obbligo per l’amministrazione, in caso di pronuncia negativa, di esternare la natura e la gravità del pregiudizio rilevato “…in rapporto al complesso in cui l’opera si colloca e con riferimento a tutte le alternative eventualmente prospettate dall’interessato” (TAR Veneto, Sez. II,
sentenza 05.04.2007 n. 1122 - link a www.ambientediritto.it).