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dossier PROROGA P.d.C. (Permesso di Costruire)
anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: S. Calvetti, Permesso di costruire: la proroga non può essere negata per vizi del titolo abilitativo (Urbanistica e appalti n. 7/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi dell’art. 15 del D.P.R. n. 380/2001, rubricato “efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire”, il termine per l’inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno. Il suddetto termine può essere prorogato, con provvedimento motivato, per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso. Ciò nondimeno, decorso il termine, il permesso decade di diritto per la parte non eseguita (cfr. comma 2).
La richiamata disposizione mira ad assicurare la certezza temporale dell’attività di trasformazione edilizia ed urbanistica del territorio, anche al fine di garantire un efficiente controllo sulla conformità dell’intervento edilizio a suo tempo autorizzato con il relativo titolo.
L’unanime giurisprudenza ha affermato che la decadenza della concessione edilizia per mancata osservanza del termine di inizio lavori opera di diritto e il provvedimento pronunciante la decadenza ha carattere meramente dichiarativo di un effetto verificatosi ex se, in via diretta, con l’infruttuoso decorso del termine fissato dalla legge.
In materia è stato poi sostenuto che l’eventuale sospensione del termine di durata di un titolo edilizio non può realizzarsi in via automatica, essendo a tal fine necessaria la presentazione di una formale istanza di proroga, cui deve seguire un provvedimento motivato dell’amministrazione che accerti l’impossibilità del rispetto del termine per “factum principis”, ovvero per l’insorgenza di una causa di forza maggiore.
---------------
L’amministrazione, di fronte a una richiesta di proroga di un titolo non più sussistente (scaduto), non può fare altro che prendere atto dell’intervenuta decadenza con un provvedimento di natura dichiarativa. In altri termini, allo scadere del termine di inizio lavori, l’amministrazione non dispone più del potere dilatorio previsto dalla legge e il cui esercizio è invece invocato con l’istanza de qua al di fuori dell’alveo normativo.

Il ricorso è infondato e deve essere respinto.
Lo stesso ricorrente rappresenta in fatto che il termine annuale per l’inizio dei lavori di realizzazione del deposito di cui al permesso di costruire n. 96/2004 è scaduto in data 22.02.2008. Solo in data successiva (e, segnatamente, una prima volta il 28.02.2008 e, una seconda, il 13.10.2011), l’interessato si è attivato per richiedere la proroga del termine. Domanda sulla quale con l’odierno gravame chiede l’accertamento dell’illegittima inerzia del Comune.
E’ necessario premettere, che ai sensi dell’art. 15 del D.P.R. n. 380/2001, rubricato “efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire”, il termine per l’inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno. Il suddetto termine può essere prorogato, con provvedimento motivato, per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso. Ciò nondimeno, decorso il termine, il permesso decade di diritto per la parte non eseguita (cfr. comma 2).
La richiamata disposizione mira ad assicurare la certezza temporale dell’attività di trasformazione edilizia ed urbanistica del territorio, anche al fine di garantire un efficiente controllo sulla conformità dell’intervento edilizio a suo tempo autorizzato con il relativo titolo (TAR Liguria, Genova, 08.01.2013, n. 34). L’unanime giurisprudenza ha affermato che la decadenza della concessione edilizia per mancata osservanza del termine di inizio lavori opera di diritto e il provvedimento pronunciante la decadenza ha carattere meramente dichiarativo di un effetto verificatosi ex se, in via diretta, con l’infruttuoso decorso del termine fissato dalla legge (da ultimo, Consiglio di Stato, sez. IV, 18.05.2012, n. 2915).
In materia è stato poi sostenuto che l’eventuale sospensione del termine di durata di un titolo edilizio non può realizzarsi in via automatica, essendo a tal fine necessaria la presentazione di una formale istanza di proroga, cui deve seguire un provvedimento motivato dell’amministrazione che accerti l’impossibilità del rispetto del termine per “factum principis”, ovvero per l’insorgenza di una causa di forza maggiore.
Tornando al caso che occupa, si deve quindi ritenere, da una parte, che l’intervenuto sequestro dell’area non ha determinato ex se la sospensione del termine annuale assegnato per la realizzazione dei lavori, dall’altra, che il permesso di costruire, in assenza di una formale richiesta di proroga (entro la scadenza del termine) è ormai decaduto. E ciò per il solo fatto del verificarsi del presupposto previsto dalla legge, costituito dal mancato inizio dell’attività edificatoria nel periodo assegnato. Dunque, la richiesta di proroga è intervenuta allorquando il permesso di costruire aveva ormai esaurito i suoi effetti.
Chiariti i contorni della questione, deve affermarsi che nessuna inerzia può imputarsi al Comune avverso la quale si possa invocare la tutela offerta dallo strumento processuale di cui all’art. 117 c.p.a. Il silenzio-rifiuto disciplinato dall'ordinamento, infatti, è istituto riconducibile a inadempienza dell’amministrazione, in rapporto a un sussistente obbligo di provvedere, che può discendere dalla legge, da un regolamento o anche da un atto di autolimitazione dell'amministrazione stessa, e in ogni caso deve corrispondere ad una situazione soggettiva protetta, qualificata come tale dall'ordinamento; al di là dell'obbligo normativamente imposto alla pubblica amministrazione di concludere il procedimento mediante l'adozione di un provvedimento espresso e motivato, siccome previsto dagli artt. 2 e 3, l. 07.08.1990 n. 241, l'amministrazione è parimenti tenuta a pronunciarsi laddove ragioni di giustizia ed equità le impongono l'adozione di un provvedimento, nonché tutte le volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni amministrative, quali che esse siano (ex multis, TAR Puglia, Lecce, 12.11.2012, n. 1863).
Nella fattispecie, per espressa previsione normativa, l’amministrazione, di fronte a una richiesta di proroga di un titolo non più sussistente, non potrebbe fare altro che prendere atto dell’intervenuta decadenza con un provvedimento di natura dichiarativa. In altri termini, allo scadere del termine di inizio lavori, l’amministrazione non dispone più del potere dilatorio previsto dalla legge e il cui esercizio è invece invocato con l’istanza de qua al di fuori dell’alveo normativo.
Deve, pertanto, concludersi che l’istanza in questione è inidonea a fondare un obbligo di provvedere in capo all’amministrazione comunale e la domanda di accertamento giudiziale dell’inerzia colpevole della stessa deve essere respinta (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 08.04.2013 n. 1864 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAI fatti sopravvenuti che possono legittimare la proroga del termine di inizio o completamento dei lavori ai sensi dell'art. 15, comma 2, D.P.R. n. 380 del 2001, non hanno un rilievo automatico, ma possono costituire oggetto di valutazione e di verifica in sede amministrativa qualora l'interessato proponga un'apposita domanda di proroga.
Con ulteriore censura i ricorrenti si dolgono dell’eccesso di potere per contraddittorietà con precedenti atti e travisamento, dato che l’opera abusiva è collegata alla C.E. 710/80 (come attestato nell’ordinanza di demolizione) e non alla C.E. 523/77: in questo modo il Comune avrebbe indebitamente evitato di applicare la normativa regionale entrata in vigore nel 1980.
Anche detta prospettazione non è condivisibile.
Ai sensi dell’art. 31 della L. 1150/1942 “La licenza edilizia non può avere validità superiore ad un anno; qualora entro tale termine i lavori non siano stati iniziati l'interessato dovrà presentare istanza diretta ad ottenere il rinnovo della licenza”.
L’art. 4, comma 4, della L. 10/1977 puntualizza che “Il termine per l'inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno; il termine di ultimazione, entro il quale l'opera deve essere abitabile o agibile, non può essere superiore a tre anni e può essere prorogato, con provvedimento motivato, solo per fatti estranei alla volontà del concessionario, che siano sopravvenuti a ritardare i lavori durante la loro esecuzione. Un periodo più lungo per l'ultimazione dei lavori può essere concesso esclusivamente in considerazione della mole dell'opera da realizzare o delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive; ovvero quando si tratti di opere pubbliche il cui finanziamento sia previsto in più esercizi finanziari”.
La giurisprudenza –intervenuta sull’art. 15, comma 2, del D.P.R. 380/2001 formulato in modo analogo all’art. 4– ha affermato che i fatti sopravvenuti che possono legittimare la proroga del termine di inizio o completamento dei lavori ai sensi dell'art. 15, comma 2, D.P.R. n. 380 del 2001, non hanno un rilievo automatico, ma possono costituire oggetto di valutazione e di verifica in sede amministrativa qualora l'interessato proponga un'apposita domanda di proroga (Consiglio di Stato, sez. IV – 10/08/2007 n. 4423).
Ciò premesso in punto di diritto, osserva il Collegio che la concessione edilizia n. 710/80, in quanto non ritirata dal richiedente, non ha mai avuto un principio di attuazione ed è irrimediabilmente decaduta essendo spirati i termini per l’inizio e l’ultimazione dei lavori. Per questo il Comune ha potuto unicamente fare riferimento (in sede di attivazione del procedimento repressivo) al titolo abilitativo n. 523/77, l’unico che risultava operativo in quanto regolarmente portato ad esecuzione
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 14.01.2013 n. 9 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In materia edilizia, la differente qualificazione tra provvedimenti di rinnovo della concessione edilizia e di proroga dei termini di ultimazione dei lavori è riscontrabile nel senso che mentre il rinnovo della concessione presuppone la sopravvenuta inefficacia dell'originario titolo concessorio e costituisce, a tutti gli effetti, una nuova concessione, la proroga è atto sfornito di propria autonomia, che accede all'originaria concessione ed opera semplicemente uno spostamento in avanti del suo termine (iniziale o finale) di efficacia.
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Sia l'apposizione dei termini di efficacia della concessione edilizia che gli istituti della proroga (nei casi consentiti dalla legge) e della decadenza di cui all’art. 15 D.P.R. 06.06.2001, n. 380 servono ad assicurare la certezza temporale dell'attività di trasformazione edilizia ed urbanistica del territorio, anche al fine di garantire un efficiente controllo sulla conformità dell'intervento edilizio a suo tempo autorizzato con il relativo titolo, certezza che verrebbe frustrata se fosse consentito alla parte di dissimulare una richiesta di proroga sotto il falso nomen juris del “rinnovo”, con ciò potendo anche più volte rinviare –a proprio piacimento e senza soggiacere alle condizioni previste dalla legge– il termine di inizio e di fine dei lavori.
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E' illegittima la proroga del permesso di costruire ex art. 15 D.P.R. n. 380/2001 senza che ne sussistano i presupposti e –in ogni caso– senza alcuna istruttoria o motivazione sul punto, laddove il comune acriticamente ha aderito alla qualificazione in termini di rinnovo proposta -pro domo sua- dalla parte interessata, che non aveva ancora dato inizio ai lavori nell’imminenza del termine di scadenza, oltretutto già prorogato una prima volta.
Tanto più che, nella fattispecie, non sono sopravvenuti fatti impeditivi estranei alla volontà del titolare del permesso, e che non si tratta né di un’opera pubblica, né di un’opera di grandi dimensioni o di particolari caratteristiche tecnico-costruttive.
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L'annullamento dell’originario permesso di costruire sortisce l'effetto della caducazione della successiva variante in corso d’opera, secondo il meccanismo della così detta “invalidità derivata ad effetto caducante”, poiché priva di una propria autonomia dispositiva.
E’ noto che, in materia edilizia, la differente qualificazione tra provvedimenti di rinnovo della concessione edilizia e di proroga dei termini di ultimazione dei lavori è riscontrabile nel senso che mentre il rinnovo della concessione presuppone la sopravvenuta inefficacia dell'originario titolo concessorio e costituisce, a tutti gli effetti, una nuova concessione, la proroga è atto sfornito di propria autonomia, che accede all'originaria concessione ed opera semplicemente uno spostamento in avanti del suo termine (iniziale o finale) di efficacia.
Ciò posto, dirimente ai fini della corretta qualificazione del titolo edilizio impugnato appare –a parere del collegio– la circostanza che entrambe le istanze di rinnovo dell’originario permesso di costruire 31.08.2006 (depositate –rispettivamente- in data 25.08.2007 e 29.08.2008, docc. 3 e 4 delle produzioni 15.10.2011 di parte controinteressata) siano state presentate allorché il titolo da rinnovare era ancora efficace (essendo stato rilasciato il primo permesso in data 31.08.2006 ed il primo rinnovo in data 06.09.2007), in prossimità della scadenza del termine di inizio dei lavori ed in mancanza dell’avvio degli stessi (iniziati soltanto in data 16.10.2009, doc. 1 delle produzioni 08.11.2012 di parte comunale).
Se a ciò si aggiunge che esse riguardavano il medesimo intervento edilizio, risulta evidente come le istanze stesse mirassero in realtà a scongiurare la decadenza del titolo per mancato inizio dei lavori nel termine annuale, cioè a conseguire –propriamente– una proroga dello stesso ex art. 15, comma 2, D.P.R. n. 380/2001.
Né vale eccepire che nulla impedisce a chi abbia un titolo edilizio di chiederne un altro, sostitutivo del primo, pur in costanza di efficacia dello stesso.
Al contrario, infatti, la volontà dell’interessato trova un limite invalicabile nel principio di tipicità e di legalità dei poteri amministrativi, nonché nelle norme regolatrici dell'azione amministrativa.
Orbene, sia l'apposizione dei termini di efficacia della concessione edilizia che gli istituti della proroga (nei casi consentiti dalla legge) e della decadenza di cui all’art. 15 D.P.R. 06.06.2001, n. 380 servono ad assicurare la certezza temporale dell'attività di trasformazione edilizia ed urbanistica del territorio, anche al fine di garantire un efficiente controllo sulla conformità dell'intervento edilizio a suo tempo autorizzato con il relativo titolo (così Cons. di St., V, 23.11.1996, n. 1414), certezza che verrebbe frustrata se fosse consentito alla parte di dissimulare una richiesta di proroga sotto il falso nomen juris del “rinnovo”, con ciò potendo anche più volte rinviare –a proprio piacimento e senza soggiacere alle condizioni previste dalla legge– il termine di inizio e di fine dei lavori.
Dunque, il permesso di costruire impugnato (17.10.2008, prot. 19551/08) integra -propriamente- una proroga ex art. 15, comma 2, D.P.R. n. 380/2001 del termine di inizio dei lavori.
Sennonché, come correttamente eccepito dalle ricorrenti con il secondo motivo di ricorso, tale proroga è stata rilasciata in violazione dell’art. 15 D.P.R. n. 380/2001, senza che ne sussistessero i presupposti e –in ogni caso– senza alcuna istruttoria o motivazione sul punto, avendo il comune acriticamente aderito alla qualificazione in termini di rinnovo proposta -pro domo sua- dalla parte interessata, che non aveva ancora dato inizio ai lavori nell’imminenza del termine di scadenza, oltretutto già prorogato una prima volta.
E’ infatti pacifico che non siano sopravvenuti fatti impeditivi estranei alla volontà del titolare del permesso, e che non si tratti né di un’opera pubblica, né di un’opera di grandi dimensioni o di particolari caratteristiche tecnico-costruttive (circostanze, del resto, neppure dedotte).
Donde la fondatezza della domanda impugnatoria, con assorbimento degli altri motivi di gravame.
L’annullamento del titolo edilizio principale determina l’accoglimento dei motivi aggiunti, nella parte relativa all’impugnazione del silenzio (avente valore di provvedimento implicito di diniego dell’adozione del provvedimento inibitorio, cfr. Cons. di St., Ad. Plen., 29.07.2011, n. 15; Cons. di St., IV, 26.07.2012, n. 4255) serbato dal comune sulla dichiarazione di inizio di attività presentata in data 02.11.2010 dalla controinteressata Lenzi Gabriella Maria (doc. 8 delle produzioni 15.10.2011 di parte controinteressata), in variante al permesso di costruire 17.10.2008.
Difatti, l'annullamento dell’originario permesso di costruire sortisce l'effetto della caducazione della successiva variante in corso d’opera, secondo il meccanismo della così detta “invalidità derivata ad effetto caducante”, poiché priva di una propria autonomia dispositiva (TAR Lombardia, II, 02.09.2011, n. 2149) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 08.01.2013 n. 34 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATA: La proroga del termine di inizio e/o ultimazione dei lavori “può essere accordata, con provvedimento motivato, esclusivamente in considerazione della mole dell’opera da realizzare, delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive, ovvero quando si tratti di opere pubbliche il cui finanziamento sia previsto in più esercizi finanziari”.
La ratio complessiva della disciplina ex art. 15 dpr 380/2001 consiste evidentemente nel mantenere il controllo sull’attività di edificazione, che è ovviamente operazione materiale non istantanea, non solo al momento del rilascio del titolo abilitativo ma anche “in progress”, in maniera da garantirne, entro limiti temporali ragionevoli e finché l’opera non sia stata sostanzialmente compiuta, la persistente conformità alla disciplina urbanistico-edilizia vigente non solo al momento del rilascio del permesso di costruire ma anche al momento (che potrebbe essere temporalmente molto successivo) della realizzazione dell’opera, allo scopo, quindi, di evitare che una edificazione autorizzata nel vigore di un determinato regime urbanistico venga realizzata quando il mutato regime non lo consente più.

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Il primo presupposto fattuale dal quali muove il provvedimento di diniego è la circostanza che i lavori non erano iniziati entro l’anno dalla data di rilascio della concessione edilizia né erano in corso alla data del provvedimento.
Altra circostanza di fatto rilevante è la sopravvenienza di disposizioni urbanistiche (puntualmente richiamate nel provvedimento di diniego) che non avrebbero consentito la realizzazione del richiesto intervento.
Orbene, se si tiene conto del preciso disposto del ripetuto comma 4 dell’art. 15 (“il permesso decade con l’entrata in vigore di contrastanti previsione urbanistiche, salvo che i lavori siano già iniziati e vengano completati entro il termine di tre anni dalla data di inizio”), è del tutto evidente la irrilevanza dei “fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare”, idonei ad evitare la decadenza nel caso del mancato rispetto dei termini di inizio e ultimazione dei lavori (di cui al comma 2 dell’art. 15) rispetto alla diversa questione della decadenza “legale” per effetto dell’entrata in vigore di contrastanti previsioni urbanistiche, per la quale non è prevista alcuna ipotesi di non imputabilità ma solo la ricorrenza di precisi presupposti di fatto -l’intervenuto inizio dei lavori e il loro completamento entro il termine di tre anni dalla data di inizio- pacificamente non sussistenti nella specie.
Del resto, la circostanza che l’interessata non abbia potuto chiedere tempestivamente la proroga (prima delle scadenze temporali contenute nel titolo), stante l’intervenuto sequestro del titolo da parte dell’Autorità giudiziaria penale, non vale affatto ai fini dell’integrazione delle condizioni previste dal comma 4 per evitare la decadenza per effetto dell’entrata in vigore di contrastanti previsioni urbanistiche, giacché anche un titolo in corso di validità (non decaduto, cioè, per il decorso del tempo) vi è soggetto sempre che non si inverino per l’appunto le condizioni richieste (si pensi al caso della edificazione consentita da un titolo che decada per effetto di sopravvenute contrastanti previsioni entro l’anno dal rilascio ove i lavori non siano già iniziati).

Giova anzitutto richiamare l’art. 15 del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 (testo unico edilizia) che disciplina l’efficacia temporale e la decadenza del permesso di costruire, puntualmente statuendo che “nel permesso di costruire sono indicati i termini di inizio e di ultimazione dei lavori”; che “il termine per l’inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno dal rilascio del titolo”; che “quello di ultimazione, entro il quale l’opera deve essere completata non può superare i tre anni dall’inizio dei lavori”, che “entrambi i termini possono essere prorogati, con provvedimento motivato, per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso” e che “decorsi tali termini il permesso decade di diritto per la parte non eseguita, tranne che, anteriormente alla scadenza venga richiesta una proroga”.
Tale proroga “può essere accordata, con provvedimento motivato, esclusivamente in considerazione della mole dell’opera da realizzare, delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive, ovvero quando si tratti di opere pubbliche il cui finanziamento sia previsto in più esercizi finanziari”.
Il successivo comma 3 stabilisce, inoltre, che “la realizzazione della parte dell’intervento non ultimata nel termine stabilito è subordinata al rilascio di nuovo permesso per le opere ancora da eseguire, salvo che le stesse non rientrino tra quelle realizzabili mediante denuncia di inizio attività ai sensi dell’articolo 22” e, in tale caso, “si procede altresì ove necessario al ricalcolo del contributo di costruzione”; infine (comma 4), “il permesso decade con l’entrata in vigore di contrastanti previsioni urbanistiche, salvo che i lavori siano già iniziati e vengano completati entro il termine di tre anni dalla data di inizio”.
La ratio complessiva della disciplina sopra richiamata consiste evidentemente nel mantenere il controllo sull’attività di edificazione, che è ovviamente operazione materiale non istantanea, non solo al momento del rilascio del titolo abilitativo ma anche “in progress”, in maniera da garantirne, entro limiti temporali ragionevoli e finché l’opera non sia stata sostanzialmente compiuta, la persistente conformità alla disciplina urbanistico-edilizia vigente non solo al momento del rilascio del permesso di costruire ma anche al momento (che potrebbe essere temporalmente molto successivo) della realizzazione dell’opera, allo scopo, quindi, di evitare che una edificazione autorizzata nel vigore di un determinato regime urbanistico venga realizzata quando il mutato regime non lo consente più (cfr. TAR Lazio, Roma, sez.II-ter, 06.12.2011, n. 9600 e TAR Marche, 20.04.2010, n. 193).
In tal senso, l’edificazione in corso è normativamente condizionata a precisi requisiti (di fatto e temporali) ove risulti non (più) conforme ad eventuali sopravvenienze normative.
Per converso, la medesima disciplina stabilisce normativamente il punto di equilibrio tra i diritti quesiti del concessionario (la sua aspettativa a realizzare l’opera così come autorizzata con il titolo abilitativi) e l’interesse pubblico al rispetto delle regolamentazioni sopravvenute, individuandolo nell’inizio dei lavori e nella loro conclusione in termini stabiliti (un anno dal rilascio e tre anni dalla data di inizio dei lavori).
In sostanza, la disciplina sostanziale richiede un continuo confronto (bilanciamento) tra quanto è stato autorizzato, quanto è stato realizzato (o si confida verrà realizzato nel tempo stabilito) e le sopravvenienze, che in linea di principio restano il parametro al quale conformare gli interventi edilizi in corso o futuri.
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Giova evidenziare che il primo presupposto fattuale dal quali muove il provvedimento di diniego è la circostanza, incontestata, che i lavori non erano iniziati entro l’anno dalla data di rilascio della concessione edilizia né erano in corso alla data del provvedimento.
Altra circostanza di fatto rilevante (e del pari incontestata) è la sopravvenienza di disposizioni urbanistiche (puntualmente richiamate nel provvedimento di diniego) che non avrebbero consentito la realizzazione del richiesto intervento.
Orbene, se si tiene conto del preciso disposto del ripetuto comma 4 dell’art. 15 (“il permesso decade con l’entrata in vigore di contrastanti previsione urbanistiche, salvo che i lavori siano già iniziati e vengano completati entro il termine di tre anni dalla data di inizio”), è del tutto evidente la irrilevanza dei “fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare”, idonei ad evitare la decadenza nel caso del mancato rispetto dei termini di inizio e ultimazione dei lavori (di cui al comma 2 dell’art. 15) rispetto alla diversa questione della decadenza “legale” per effetto dell’entrata in vigore di contrastanti previsioni urbanistiche, per la quale non è prevista alcuna ipotesi di non imputabilità ma solo la ricorrenza di precisi presupposti di fatto -l’intervenuto inizio dei lavori e il loro completamento entro il termine di tre anni dalla data di inizio- pacificamente non sussistenti nella specie.
Del resto, la circostanza, sulla quale il ricorso si dilunga, che l’interessata non abbia potuto chiedere tempestivamente la proroga (prima delle scadenze temporali contenute nel titolo), stante l’intervenuto sequestro del titolo da parte dell’Autorità giudiziaria penale, non vale affatto ai fini dell’integrazione delle condizioni previste dal comma 4 per evitare la decadenza per effetto dell’entrata in vigore di contrastanti previsioni urbanistiche, giacché anche un titolo in corso di validità (non decaduto, cioè, per il decorso del tempo) vi è soggetto sempre che non si inverino per l’appunto le condizioni richieste (si pensi al caso della edificazione consentita da un titolo che decada per effetto di sopravvenute contrastanti previsioni entro l’anno dal rilascio ove i lavori non siano già iniziati) (TAR Abruzzo-L'Aquila, sentenza 25.10.2012 n.
694 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Proroga termine validità concessione edilizia.
L’efficacia temporale dei titoli edilizi, com’è noto, decorre con la comunicazione dell’inizio dei lavori e termina con quella di comunicazione di fine dei lavori. L’eventuale protrazione della validità del titolo edilizio può essere accordata solo nel caso di presentazione della proroga prima della scadenza del titolo stesso.
Tuttavia, l’efficacia di quest’ultimo non può essere posticipata nell’ipotesi in cui, vi è una formale comunicazione dell’avvenuta ultimazione delle opere edilizie. Inoltre, non può nemmeno invocarsi il fatto che la comunicazione di ultimazione dei lavori è stata effettuata al solo fine di ottenere l’agibilità dei fabbricati, dacché propedeutico all’attestazione della conformità ai requisiti igienico-sanitari e di sicurezza dell’edificio è l’adempimento dell’avvenuto collaudo o certificato di regolare esecuzione delle opere.

I titoli edilizi hanno, com’è noto, efficacia temporale che decorre, in particolare, con la comunicazione dell’inizio dei lavori e termina con quella di comunicazione di fine dei lavori.
La protrazione della validità del titolo edilizio può essere accordata in relazione alla presentazione di proroga prima della scadenza del titolo stesso, ma l’efficacia del medesimo non può essere posticipata nell’ipotesi in cui, come nella specie, è la concessionaria stessa a far presente con formale comunicazione l’avvenuta ultimazione delle opere edilizie.
Né può invocarsi il fatto che la comunicazione di ultimazione dei lavori è stata effettuata al solo fine di ottenere l’agibilità dei fabbricati, dacché propedeutico all’attestazione della conformità ai requisiti igienico-sanitari e di sicurezza dell’edificio è l’adempimento dell’avvenuto collaudo o certificato di regolare esecuzione delle opere (artt. 23, 24 e 25 del Testo unico sull’edilizia di cui al DPR n. 320/2001) 
(massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 01.08.2012 n. 4403 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’istanza di proroga motivata sulla sussistenza di fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare deve essere in ogni caso presentata prima che il titolo edilizio venga a scadere.
Si aggiunga che la tesi della sospensione automatica del permesso di costruire in presenza di fatti impeditivi non imputabili all’avente diritto si infrange contro il prevalente orientamento espresso dal Consiglio di Stato.
Difatti, posto che l’eventuale pronuncia di decadenza del permesso di costruire è espressione di un potere strettamente vincolato con natura ricognitiva e con decorrenza ex tunc (giacché accerta il venir meno degli effetti del titolo edilizio in conseguenza dell'inerzia del titolare ovvero della sopravvenienza di contrastanti previsioni urbanistiche), si è condivisibilmente osservato che il termine di durata non può mai intendersi automaticamente sospeso, essendo al contrario sempre necessaria, a tal fine, la presentazione di una formale istanza di proroga, cui deve comunque seguire un provvedimento da parte della stessa amministrazione che ha rilasciato l’atto concessorio che accerti l’impossibilità del rispetto del termine nei casi in cui possa ritenersi sopravvenuto un “factum principis” ovvero l’insorgenza di una causa di forza maggiore.
Tali “fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso” (che possono consistere nel factum principis o in altri casi di forza maggiore) non hanno un rilievo automatico, ma possono costituire oggetto di valutazione in sede amministrativa quando l’interessato proponga tempestiva domanda di proroga, il cui accoglimento è indefettibile perché non vi sia la pronuncia di decadenza.

La prima doglianza espressa dalla ricorrente si infrange avverso il chiaro contenuto dell’art. 15 D.P.R. 380/2001 ed il prevalente orientamento espresso dalla giurisprudenza amministrativa con riferimento alla questione della prorogabilità del permesso di costruire.
Difatti, ai sensi dell’art. 15, primo e secondo comma, del D.P.R. 380/2001 “1. Nel permesso di costruire sono indicati i termini di inizio e di ultimazione dei lavori. 2. Il termine per l'inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno dal rilascio del titolo; quello di ultimazione, entro il quale l'opera deve essere completata non può superare i tre anni dall'inizio dei lavori. Entrambi i termini possono essere prorogati, con provvedimento motivato, per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso. Decorsi tali termini il permesso decade di diritto per la parte non eseguita, tranne che, anteriormente alla scadenza venga richiesta una proroga …”.
Dall’esame della richiamata disposizione emerge quindi incontestabilmente che l’istanza di proroga motivata sulla sussistenza di fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare deve essere in ogni caso presentata prima che il titolo edilizio venga a scadere: viceversa, nel caso in esame, non vi è contestazione sulla circostanza che detta richiesta sia stata avanzata a termini scaduti.
Si aggiunga che la tesi della sospensione automatica del permesso di costruire in presenza di fatti impeditivi non imputabili all’avente diritto si infrange contro il prevalente orientamento espresso dal Consiglio di Stato (Sez. IV, 23.02.2012 n. 974; 18.06.2008 n. 3030; 10.08.2007 n. 4423).
Difatti, posto che l’eventuale pronuncia di decadenza del permesso di costruire è espressione di un potere strettamente vincolato con natura ricognitiva e con decorrenza ex tunc (giacché accerta il venir meno degli effetti del titolo edilizio in conseguenza dell'inerzia del titolare ovvero della sopravvenienza di contrastanti previsioni urbanistiche), si è condivisibilmente osservato che il termine di durata non può mai intendersi automaticamente sospeso, essendo al contrario sempre necessaria, a tal fine, la presentazione di una formale istanza di proroga, cui deve comunque seguire un provvedimento da parte della stessa amministrazione che ha rilasciato l’atto concessorio che accerti l’impossibilità del rispetto del termine nei casi in cui possa ritenersi sopravvenuto un “factum principis” ovvero l’insorgenza di una causa di forza maggiore.
Nello stesso solco si colloca l’indirizzo espresso dalla giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, Sez. IV, 10.08.2007 n. 4423) secondo cui tali “fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso” (che possono consistere nel factum principis o in altri casi di forza maggiore) non hanno un rilievo automatico, ma possono costituire oggetto di valutazione in sede amministrativa quando l’interessato proponga tempestiva domanda di proroga, il cui accoglimento è indefettibile perché non vi sia la pronuncia di decadenza
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 22.05.2012 n. 2363 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA1. Permesso di costruire - Efficacia temporale e decadenza - Istanza di proroga - Nozione di fatti sopravvenuti - Crisi economica nel settore edile - Inidoneità.
2. Permesso di costruire - Efficacia temporale e decadenza - Istanza di proroga - Nozione di fatti sopravvenuti - Pendenza di un giudizio relativo alla quantificazione del contributo concessorio - Inidoneità.

1. L'art. 15, D.P.R. n. 380 del 2001, disposizione che ricalca quella dell'art. 4, L. n. 10 del 1977 (oggi parzialmente abrogato), consente la proroga dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori previsti nel permesso di costruire, esclusivamente "per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso".
Secondo la giurisprudenza, è dunque illegittimo il provvedimento dell'Amministrazione comunale di declaratoria di decadenza del permesso di costruire, qualora sussistano impedimenti assoluti all'esecuzione dei lavori segnalati o comunque conosciuti all'Amministrazione e l'impedimento non sia riferibile alla condotta del concessionario, per cui è tale da costituire quella causa di forza maggiore che sospende il decorso dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori.
Sotto questo profilo, la crisi del settore edile, collegata alla difficile congiuntura economica italiana, appare una circostanza estremamente generica, inidonea ad impedire in maniera assoluta la possibilità edificatoria connessa al permesso di costruire.
2. La pendenza di un contenzioso avente ad oggetto l'esatta determinazione del contributo concessorio dinanzi al Consiglio di Stato, senza domanda di sospensione dell'efficacia della sentenza di primo grado, non costituisce circostanza idonea a giustificare la proroga ai sensi dell'art. 15, D.P.R. n. 380 del 2001, posto che l'esistenza del contenzioso non è oggettivamente ostativa alla realizzazione dell'intervento edilizio, che può comunque essere effettuato, in attesa della definitiva determinazione del contributo concessorio (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 21.02.2012 n. 580 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 15 del DPR 380/2001 consente la proroga dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori previsti nel permesso di costruire, esclusivamente <<per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso>>.
La norma, che ricalca quella dell’art. 4 della legge 10/1977 (oggi parzialmente abrogato), è intesa dalla giurisprudenza nel senso che è illegittimo il provvedimento dell'Amministrazione comunale di declaratoria di decadenza del permesso di costruire (già concessione edilizia), allorché sussistano impedimenti assoluti all'esecuzione dei lavori segnalati o comunque conosciuti all'Amministrazione e l'impedimento non sia riferibile alla condotta del concessionario, per cui è tale da costituire quella causa di forza maggiore che sospende il decorso dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori di cui al titolo edilizio previsti dalla legge.

In primo luogo, occorre ricordare che l’art. 15 del DPR 380/2001 consente la proroga dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori previsti nel permesso di costruire, esclusivamente <<per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso>>.
La norma, che ricalca quella dell’art. 4 della legge 10/1977 (oggi parzialmente abrogato), è intesa dalla giurisprudenza nel senso che è illegittimo il provvedimento dell'Amministrazione comunale di declaratoria di decadenza del permesso di costruire (già concessione edilizia), allorché sussistano impedimenti assoluti all'esecuzione dei lavori segnalati o comunque conosciuti all'Amministrazione e l'impedimento non sia riferibile alla condotta del concessionario, per cui è tale da costituire quella causa di forza maggiore che sospende il decorso dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori di cui al titolo edilizio previsti dalla legge (cfr. fra le tante, TAR Lazio, sez. II-quater, 07.06.2010, n. 15939, con la giurisprudenza ivi richiamata).
Nel caso di specie, la richiesta di proroga è stata giustificata dai ricorrenti attraverso il richiamo sia alla situazione di crisi del settore dell’edilizia, sia alla controversia che oppone i ricorrenti stessi al il Comune di Milano e relativa alla determinazione del contributo concessorio inerente al permesso di costruire di cui alla presente causa (cfr. docc. 18 e 19 dei ricorrenti per le istanze di proroga).
Orbene, reputa il Collegio che nessuna delle due circostanze suindicate possa costituire un “fatto sopravvenuto”, idoneo a giustificare la proroga ai sensi dell’art. 15 del Testo Unico dell’edilizia.
La crisi del settore edile, collegata alla difficile congiuntura economica italiana, appare una circostanza estremamente generica, non idonea di per sé ad impedire in maniera assoluta la possibilità di edificazione legata al permesso di costruire ottenuto dagli esponenti.
D’altronde, se il mero richiamo alla situazione economica generale –e a quella del settore edile in particolare- potesse costituire una oggettiva ragione per la proroga dei termini dei titoli edilizi, si potrebbe giungere alla paradossale conclusione che in relazione a qualsivoglia intervento potrebbero essere disposte proroghe, nell’attesa di un -non ben precisato ed identificato- momento di ripresa economica generale.
In ordine all’altra ragione posta a fondamento della domanda di proroga, effettivamente è in corso un contenzioso fra i ricorrenti ed il Comune di Milano, legato all’esatta determinazione dei contributi concessori relativi al permesso di costruire di cui è causa, n. 137/2008.
Il ricorso promosso dagli esponenti per l’esatta determinazione del contributo suddetto è stato respinto dal TAR Lombardia, sez. II, con sentenza n. 4455/2009, che ha così confermato la correttezza della quantificazione del contributo effettuata dall’Amministrazione nel permesso di costruire (cfr. doc. 20 dei ricorrenti per il testo della sentenza).
Contro tale sentenza è stato proposto appello al Consiglio di Stato, tuttora pendente, senza domanda di sospensione dell’efficacia della sentenza (cfr. il documento dei ricorrenti, allegato ai motivi aggiunti depositati il 17.06.2011), sicché quest’ultima deve ritenersi produttiva dei propri effetti giuridici.
Tuttavia, non si comprende perché l’esistenza del contenzioso di cui è causa –attualmente in grado d’appello- possa costituire una circostanza oggettivamente ostativa alla realizzazione dell’intervento edilizio, che può comunque essere effettuato, in attesa della definitiva determinazione del contributo concessorio.
Le ragioni per la proroga addotte degli esponenti attengono –a ben vedere- a valutazioni di opportunità e di convenienza economica dell’intervento, ma non costituiscono assoluti impedimenti ad edificare.
Il provvedimento comunale impugnato coi motivi aggiunti (cfr. doc. 4 del resistente), dà atto di quanto sopra esposto, con motivazione congrua ed analitica, indubbiamente più ampia ed esaustiva rispetto alla scarna motivazione del primo diniego di proroga, gravato col ricorso principale.
Neppure può ritenersi violata, da parte del Comune, l’ordinanza cautelare della Sezione n. 1250/2009, la quale aveva fatto salvo il potere dell’Amministrazione di pronunciarsi nuovamente –ancorché motivatamente– sull’istanza di proroga (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 21.02.2012 n. 580 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATALa proroga dei termini stabiliti da un atto amministrativo ha la natura giuridica di provvedimento di secondo grado, perché modifica, solo parzialmente, il complesso degli effetti giuridici delineati dall’atto originario e, nello specifico, in materia edilizia, la differente qualificazione tra provvedimenti di rinnovo della concessione edilizia e di proroga dei termini di ultimazione dei lavori è riscontrabile nel senso che mentre il rinnovo della concessione presuppone la sopravvenuta inefficacia dell'originario titolo concessorio e costituisce, a tutti gli effetti, una nuova concessione, la proroga è atto sfornito di propria autonomia che accede all'originaria concessione ed opera semplicemente uno spostamento in avanti del suo termine finale di efficacia (e, peraltro, la proroga può essere disposta con provvedimento motivato sulla scorta di una valutazione discrezionale che in termini tecnici si traduce nella verifica delle condizioni che la giustificano).
In materia edilizia, le norme sulla proroga dei termini previsti per la realizzazione di interventi soggetti a permesso di costruire di cui all'articolo 15 sono, peraltro, di stretta interpretazione, rappresentando le stesse una deroga alla disciplina generale dettata al fine di evitare che una edificazione autorizzata nel vigore di un determinato regime urbanistico venga realizzata quando il mutato regime non lo consente più.
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L'inizio dei lavori, ai sensi dell'articolo 15, comma 2, DPR 380/2001, deve intendersi riferito a concreti lavori edilizi; pertanto, i lavori debbono ritenersi "iniziati" quando consistano nel concentramento di mezzi e di uomini, cioè nell'impianto del cantiere, nell'innalzamento di elementi portanti, nella elevazione di muri e nella esecuzione di scavi coordinati al gettito delle fondazioni del costruendo edificio, per evitare che il termine di decadenza del permesso possa essere eluso con ricorso ad interventi fittizi e simbolici (e sarebbe illegittimo un provvedimento di decadenza ai sensi del comma 4 laddove non sia preceduto da una rigorosa istruttoria volta a comprovare in modo inequivoco che i lavori non siano effettivamente già iniziati al momento dell'entrata in vigore della nuova disposizione urbanistica).
Il termine per l'inizio dei lavori deve farsi decorrere non dalla semplice emanazione del permesso di costruire, bensì dalla materiale consegna dell'atto al destinatario, o comunque da un momento non anteriore a quello in cui l'interessato stesso sia stato posto in condizione di conoscere l'avvenuta emanazione del permesso.
La scadenza del termine apposto all'autorizzazione edilizia per l'avvio (e l’ultimazione) dei lavori, riferendosi soltanto alle modalità cronologiche di esercizio di una facoltà del destinatario, non determina, automaticamente, la cessazione di effetti del provvedimento, ma costituisce soltanto il presupposto per l'accertamento eventuale della decadenza dall'autorizzazione edilizia; con la conseguenza che, ove la richiesta di proroga del termine sia proposta anteriormente alla scadenza del termine, legittimamente tale termine viene prorogato dalla pubblica amministrazione attraverso una motivazione "per relationem" al provvedimento originario, considerato che nei provvedimenti ampliativi della sfera giuridica di un soggetto determinato, qualora non emerga, con immediatezza, la presenza di soggetti controinteressati, non è necessaria una motivazione particolarmente ampia e complessa.
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La proroga del termine triennale di ultimazione dei lavori dalla data di rilascio della concessione edilizia può avvenire solo in presenza di fatti estranei alla volontà del concessionario, che siano sopravvenuti a ritardare i lavori durante la loro esecuzione, l'onere della cui sussistenza incombe esclusivamente sul richiedente la proroga stessa.
I detti fatti sopravvenuti che possono legittimare la proroga del termine di inizio o completamento dei lavori ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dpr 380/2001, non hanno un rilievo automatico, ma possono costituire oggetto di valutazione in sede amministrativa qualora l'interessato proponga un'apposita domanda di proroga, il cui accoglimento è indefettibile affinché non sia pronunciata la decadenza del titolo edilizio (e, al riguardo, si ritiene che la presentazione della domanda di variante in corso d'opera non può essere configurata di per sé come fatto estraneo alla volontà del titolare della concessione edilizia e, pertanto come causa di forza maggiore idonea a giustificare la proroga del termine di ultimazione dei lavori).
Nel caso in cui l'amministrazione sia a conoscenza di eventi che hanno impedito al titolare della concessione edilizia di ultimare i lavori, la stessa non può adottare un provvedimento di decadenza della concessione, trovando applicazione, anche senza richiesta del concessionario, la proroga del termine per la ultimazione dei lavori per fatti estranei alla volontà del concessionario che siano sopravvenuti a ritardare i lavori durante la loro esecuzione.
In presenza di una tempestiva istanza di proroga che non contenga la puntuale indicazione dei fatti sopravvenuti non imputabili sulla base dei quali sia stata formulata la richiesta, nel caso in cui l’amministrazione sia comunque a conoscenza piena ed effettiva dei detti fatti, legittimamente la stessa possa provvedere a concedere la richiesta proroga del termine di ultimazione dei lavori edilizi.

Il richiamato articolo 15 del d.P.R. n. 380 del 2001, rubricato “Efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire”, dispone testualmente che “1. Nel permesso di costruire sono indicati i termini di inizio e di ultimazione dei lavori.
2. Il termine per l'inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno dal rilascio del titolo; quello di ultimazione, entro il quale l'opera deve essere completata non può superare i tre anni dall'inizio dei lavori. Entrambi i termini possono essere prorogati, con provvedimento motivato, per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso. Decorsi tali termini il permesso decade di diritto per la parte non eseguita, tranne che, anteriormente alla scadenza venga richiesta una proroga. La proroga può essere accordata, con provvedimento motivato, esclusivamente in considerazione della mole dell'opera da realizzare o delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive, ovvero quando si tratti di opere pubbliche il cui finanziamento sia previsto in più esercizi finanziari. …
”.
La proroga dei termini stabiliti da un atto amministrativo ha la natura giuridica di provvedimento di secondo grado, perché modifica, solo parzialmente, il complesso degli effetti giuridici delineati dall’atto originario (cfr. sul punto Consiglio di Stato, sez. V, 18.09.2008, n. 4498) e, nello specifico, in materia edilizia, la differente qualificazione tra provvedimenti di rinnovo della concessione edilizia e di proroga dei termini di ultimazione dei lavori è riscontrabile nel senso che mentre il rinnovo della concessione presuppone la sopravvenuta inefficacia dell'originario titolo concessorio e costituisce, a tutti gli effetti, una nuova concessione, la proroga è atto sfornito di propria autonomia che accede all'originaria concessione ed opera semplicemente uno spostamento in avanti del suo termine finale di efficacia (e, peraltro, la proroga può essere disposta con provvedimento motivato sulla scorta di una valutazione discrezionale che in termini tecnici si traduce nella verifica delle condizioni che la giustificano) (cfr. da ultimo, TAR Abruzzo-L'Aquila, sez. I, 02.07.2008, n. 863); in materia edilizia, le norme sulla proroga dei termini previsti per la realizzazione di interventi soggetti a permesso di costruire di cui all'articolo 15 sono, peraltro, di stretta interpretazione, rappresentando le stesse una deroga alla disciplina generale dettata al fine di evitare che una edificazione autorizzata nel vigore di un determinato regime urbanistico venga realizzata quando il mutato regime non lo consente più.
Per quanto attiene ai termini di cui sopra –poiché il termine triennale di ultimazione dei lavori decorre per espresso disposto normativo dalla data di inizio dei lavori-, si premette che, l'inizio dei lavori, ai sensi dell'articolo 15, comma 2, deve intendersi riferito a concreti lavori edilizi; pertanto, i lavori debbono ritenersi "iniziati" quando consistano nel concentramento di mezzi e di uomini, cioè nell'impianto del cantiere, nell'innalzamento di elementi portanti, nella elevazione di muri e nella esecuzione di scavi coordinati al gettito delle fondazioni del costruendo edificio, per evitare che il termine di decadenza del permesso possa essere eluso con ricorso ad interventi fittizi e simbolici (e sarebbe illegittimo un provvedimento di decadenza ai sensi del comma 4 laddove non sia preceduto da una rigorosa istruttoria volta a comprovare in modo inequivoco che i lavori non siano effettivamente già iniziati al momento dell'entrata in vigore della nuova disposizione urbanistica) e che il senso della disposizione va ricostruito in conformità con i principi generali dell'ordinamento, con particolare riferimento a quelli di efficacia, pubblicità e trasparenza sanciti dalla legge n. 241 del 1990 e che, pertanto, in forza di tali principi, non pare discutibile che il termine per l'inizio dei lavori debba farsi decorrere non dalla semplice emanazione del permesso di costruire, bensì dalla materiale consegna dell'atto al destinatario, o comunque da un momento non anteriore a quello in cui l'interessato stesso sia stato posto in condizione di conoscere l'avvenuta emanazione del permesso (TAR Liguria-Genova, sez. I, 17.02.2011, n. 322; TAR Sicilia-Palermo, sez. II, 01.02.2011, n. 181).
La scadenza del termine apposto all'autorizzazione edilizia per l'avvio (e l’ultimazione) dei lavori, riferendosi soltanto alle modalità cronologiche di esercizio di una facoltà del destinatario, non determina, automaticamente, la cessazione di effetti del provvedimento, ma costituisce soltanto il presupposto per l'accertamento eventuale della decadenza dall'autorizzazione edilizia; con la conseguenza che, ove la richiesta di proroga del termine sia proposta anteriormente alla scadenza del termine, legittimamente tale termine viene prorogato dalla pubblica amministrazione attraverso una motivazione "per relationem" al provvedimento originario, considerato che nei provvedimenti ampliativi della sfera giuridica di un soggetto determinato, qualora non emerga, con immediatezza, la presenza di soggetti controinteressati, non è necessaria una motivazione particolarmente ampia e complessa (Consiglio di Stato, sez. V, 18.09.2008, n. 4498).
La decadenza disciplinata dall'articolo 15 consegue all'inerzia dell'interessato; e, tuttavia, per l’appunto questa deve essere esclusa se venga rappresentata la sussistenza di fatti sopravvenuti che possono legittimare la proroga del termine di inizio o completamento dei lavori ai sensi del comma 2 dello stesso articolo 15 e queste siano oggetto di valutazione e verifica in sede amministrativa.
La proroga del termine triennale di ultimazione dei lavori dalla data di rilascio della concessione edilizia può avvenire tuttavia solo in presenza di fatti estranei alla volontà del concessionario, che siano sopravvenuti a ritardare i lavori durante la loro esecuzione, l'onere della cui sussistenza incombe esclusivamente sul richiedente la proroga stessa.
I detti fatti sopravvenuti che possono legittimare la proroga del termine di inizio o completamento dei lavori ai sensi dell'articolo 15, comma 2, non hanno un rilievo automatico, ma possono costituire oggetto di valutazione in sede amministrativa qualora l'interessato proponga un'apposita domanda di proroga, il cui accoglimento è indefettibile affinché non sia pronunciata la decadenza del titolo edilizio (Consiglio di Stato, sez. IV, 10.08.2007, n. 4423) (e, al riguardo, si ritiene che la presentazione della domanda di variante in corso d'opera non può essere configurata di per sé come fatto estraneo alla volontà del titolare della concessione edilizia e, pertanto come causa di forza maggiore idonea a giustificare la proroga del termine di ultimazione dei lavori).
Peraltro, secondo un orientamento in materia, nel caso in cui l'amministrazione sia a conoscenza di eventi che hanno impedito al titolare della concessione edilizia di ultimare i lavori, la stessa non può adottare un provvedimento di decadenza della concessione, trovando applicazione, anche senza richiesta del concessionario, la proroga del termine per la ultimazione dei lavori per fatti estranei alla volontà del concessionario che siano sopravvenuti a ritardare i lavori durante la loro esecuzione (TAR Calabria-Reggio Calabria, sez. I, 20.04.2010, n. 420 e TAR Sicilia-Palermo, sez. III, 19.02.2007, n. 560); senza necessariamente dovere giungere a condividere le predette conclusioni, tuttavia, può fondatamente ritenersi che, in presenza di una tempestiva istanza di proroga che non contenga la puntuale indicazione dei fatti sopravvenuti non imputabili sulla base dei quali sia stata formulata la richiesta, nel caso in cui l’amministrazione sia comunque a conoscenza piena ed effettiva dei detti fatti, legittimamente la stessa possa provvedere a concedere la richiesta proroga del termine di ultimazione dei lavori edilizi
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 06.12.2011 n. 9600 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire e completamento delle opere.
Ai sensi dell'art. 15, comma 2, del DPR n. 380/2001 la proroga del permesso di costruire, che può essere disposta (“per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso”) e per le ragioni indicate nell'ultima parte del predetto comma: (“esclusivamente in considerazione della mole dell'opera da realizzare o delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive .... ”), riguarda la mera esecuzione dei lavori già approvati e non implica alcun controllo sulla legittimità complessiva del progetto di intervento edilizio, che non può essere modificato nel suo contenuto con Patto di proroga.
Ben diverso è il permesso di costruire rilasciato ai sensi dell'art. 15, comma 3, del DPR n. 380/2001 per consentire il completamento delle opere, nell'ipotesi di mancata ultimazione dell'intervento edilizio nei termini stabiliti dall'originario permesso di costruire ovvero nel termine eventualmente prorogato.
E' evidente, infatti, che, salva l'ipotesi di lavori realizzabili in base a denuncia di inizio attività, si tratta di un provvedimento adottato a seguito della integrale rivalutazione del progetto dell'opera e della sua conformità agli strumenti urbanistici, mentre è in re ipsa che il nuovo permesso di costruire può prevedere sia la mera assegnazione di un nuovo termine per la prosecuzione dei lavori, consentendo il completamento delle opere non ancora realizzate, sia apportare modifiche al progetto originario (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.11.2011 n. 41451 - tratto da www.lexambiente.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: I fatti sopravvenuti che possono legittimare la proroga del termine di inizio o completamento dei lavori, della concessione edilizia, ai sensi dell'art. 15, comma 2, d.P.R. n. 380 del 2001, non hanno un rilievo automatico, ma possono costituire oggetto di valutazione in sede amministrativa qualora l'interessato proponga un'apposita domanda di proroga, il cui accoglimento è indefettibile affinché non sia pronunciata la decadenza del titolo edilizio.
In tema di efficacia della concessione edilizia, il termine di tre anni stabilito dall'art. 4, comma 4, l. 28.01.1977, n. 10, per l'ultimazione dei lavori di costruzione è perentorio e, come tale, non tollera interruzioni o sospensioni.

La giurisprudenza ha affermato che “i fatti sopravvenuti che possono legittimare la proroga del termine di inizio o completamento dei lavori ai sensi dell'art. 15, comma 2, d.P.R. n. 380 del 2001, non hanno un rilievo automatico, ma possono costituire oggetto di valutazione in sede amministrativa qualora l'interessato proponga un'apposita domanda di proroga, il cui accoglimento è indefettibile affinché non sia pronunciata la decadenza del titolo edilizio” (Cons. di St., IV, 10.08.2007, n. 4423).
Nello stesso senso è del resto anche la giurisprudenza penale: “in tema di efficacia della concessione edilizia, il termine di tre anni stabilito dall'art. 4, comma 4, l. 28.01.1977, n. 10, per l'ultimazione dei lavori di costruzione è perentorio e, come tale, non tollera interruzioni o sospensioni. In relazione all'insorgenza di fatti estranei alla volontà del concessionario e non imputabili a sua colpa, la legge, invero, consente di poter fruire di un più lungo periodo, ma soltanto a condizione che ci si avvalga delle procedure a tale scopo predisposte dai commi 4 e 5 del succitato art. 4 (che prevedono la richiesta di un provvedimento di proroga della concessione edilizia, ovvero di una nuova concessione per la parte non ultimata)” (Cass. Pen., 25.03.1993) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 05.07.2010 n. 5569 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non può essere accordata alcuna proroga del permesso di costruire in relazione a ritardi dovuti ad un contenzioso causato da un’opera abusiva (riconosciuta tale da una sentenza del Tar non sospesa dal Consiglio di Stato).
Si ha proroga della concessione edilizia (ora permesso di costruire) solo qualora nel corso dell'esecuzione dei lavori si siano verificati dei fatti non imputabili al titolare della concessione, che abbiano ritardato i suddetti lavori, onde non far ricadere sul soggetto incolpevole dei fatti a lui non attribuibili.

I ritardi dovuti ad un contenzioso causato da un’opera abusiva (riconosciuta tale da una sentenza del Tar non sospesa dal Consiglio di Stato), non consentono il rilascio di alcuna proroga del permesso di costruire.
Alla luce di ciò risulta corretto il diniego operato dal Comune dato che, in materia edilizia, le norme sulla proroga dei termini previsti per la realizzazione di interventi soggetti a permesso di costruire di cui all'art. 15 del DPR n. 380 del 2001 sono di stretta interpretazione, rappresentando le stesse una deroga alla disciplina generale dettata al fine di evitare che una edificazione autorizzata nel vigore di un determinato regime urbanistico venga realizzata quando il mutato regime non lo consente più (Cass. penale 19.03.2008 n. 19101).
Si ha infatti proroga della concessione edilizia solo qualora, ferma restando la capacità edificatoria dell'area interessata, nel corso dell'esecuzione dei lavori si siano verificati dei fatti non imputabili al titolare della concessione, che abbiano ritardato i suddetti lavori, onde non far ricadere sul soggetto incolpevole dei fatti a lui non attribuibili (TAR Milano 08.03.2007 n. 372).
Risulta quindi condivisibile il diniego opposto dal Comune di Acqualagna, considerato che, in tutta evidenza, la vicenda contenziosa relativa ad un abuso edilizio, che ha tra l’altro visto la ricorrente, finora, soccombente in giudizio, non può certo integrare un ritardo “non imputabile” alla ricorrente, per cui il Comune correttamente ha negato la proroga ex art. 15 DPR 380/2001 e ha, successivamente, rilasciato un nuovo permesso di costruire.
Alla luce di ciò la proroga non poteva essere rilasciata fin dall’inizio, appunto perché non vi era stato alcuno degli “impedimenti” previsti dall’art. 15 del DPR 380/2001, considerato che l’impedimento è stato originato dall’abuso commesso dal ricorrente e dalla successiva vicenda contenziosa.
Quindi il diniego opposto dal Comune è giustificato, dato che, quando un provvedimento negativo è fondato su più ragioni, la conformità a legge di una sola di esse è sufficiente a giustificarlo (Cds Sez. IV 10.12.2007, n. 6325, Tar Genova 26.11.2008 n. 2041) (TAR Marche, sentenza 20.04.2010 n. 193 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: In merito alla richiesta di proroga del termine di ultimazione lavori di rilasciata concessione edilizia, per il legislatore i "fatti sopravvenuti" -che ne motivano la richiesta- non hanno un rilievo automatico, ma costituiscono oggetto di valutazione in sede amministrativa quando l'interessato proponga una domanda di proroga, il cui accoglimento è indefettibile purché non vi sia la pronuncia di decadenza.
L’art. 4, 4° comma, della legge 28.01.1977 n. 10 (riproduttivo di un principio desumibile già dall'art. 31 della legge n. 1150 del 1942 e ripreso poi dal vigente art.15, comma 2, del D.P.R. 06.06.2001 n. 380), prevede che il termine di compimento dei lavori "non può essere superiore a tre anni e può essere prorogato, con provvedimento motivato, solo per fatti estranei alla volontà del concessionario, che siano sopravvenuti a ritardare i lavori durante la loro esecuzione".
Per il legislatore, tali "fatti sopravvenuti" (che possono consistere nel “factum principis” o in altri casi di “forza maggiore”) non hanno un rilievo automatico, ma costituiscono oggetto di valutazione in sede amministrativa quando l'interessato proponga una domanda di proroga, il cui accoglimento è indefettibile purché non vi sia la pronuncia di decadenza.
Invero, occorre che la perdita di efficacia della concessione edilizia per mancato inizio o ultimazione dei lavori nei termini prescritti debba essere accertata con un atto di natura ricognitiva avente effetti “ex tunc” e, quindi, debba essere formalmente dichiarata, anche ai fini del contraddittorio con il privato circa l'esistenza dei presupposti di fatto e diritto, legittimanti la declaratoria di decadenza (ex plurimis: Cons. Stato Sez. IV 29.01.2008 n. 249): "è, infatti, inammissibile la domanda di accertamento della decadenza della concessione edilizia, in relazione alla quale l'interessato può solo sollecitare l'esercizio del relativo potere da parte del comune, mediante apposita istanza ad agire e, in caso di sua inerzia, con lo strumento del silenzio rifiuto" (conf.: Tar Latina, 13.06.2006, n. 375).
Ne consegue che, nel caso di specie, non essendo intervenuto alcun provvedimento di decadenza dell’originaria concessione edilizia del 1991/1993, non possono trovare ingresso nel presente giudizio le considerazioni svolte dalla ricorrente, in qualche modo incentrate su una sorta di “decadenza implicita” od “automatica”, della quale si postula l’accertamento da parte di questo giudice.
Comunque, al riguardo, non risultano destituite di fondamento le repliche svolte dalla difesa del Comune, intese a dimostrare, in sostanza, che, al di là del nomen juris, l’impugnato concessione edilizia ha natura e funzione autonoma, non soltanto perché concerne un’opera diversa e dotata di una sua autonomia strutturale (porticato), rispetto alla concessione edilizia del 1991/1993 (avente ad oggetto la costruzione del fabbricato cui accede), ma anche perché prevede autonomi termini di inizio e completamento lavori nonché la corresponsione di ulteriori oneri concessori (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. I, sentenza 20.10.2009 n. 1116 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa semplice difficoltà tecnico/economica non giustifica la richiesta di proroga del termine triennale entro cui terminare i lavori della concessione edilizia.
Per accordare al concessionario una proroga del termine triennale di ultimazione dei lavori, il Collegio richiama la consolidata giurisprudenza che individua come ragione giustificativa del mancato rispetto del termine esclusivamente fatti estranei alla sfera personale del concessionario (cfr. Cons. Stato, IV, 1738/2005), quali il factum principis o la forza maggiore (Tar Genova, 1200/2007), con la conseguenza che –in mancanza di tali eventi– la pronuncia di decadenza si atteggia ad atto vincolato basato su un mero accertamento oggettivo (Tar Lazio Roma, 13996/2004).
Fatta questa premessa, non può assurgere al rango di “fatto sopravvenuto estraneo alla volontà del concessionario” la semplice difficoltà tecnico/economica adombrata da parte ricorrente nell’istanza di proroga, laddove si fa riferimento alla avvenuta “liquidazione” (per non meglio chiarite ragioni) di una società affiliata al Consorzio incaricata della coesecuzione dei lavori.
Infatti, la richiamata “liquidazione” –pur se sopravvenuta– non rientra nel novero dei fatti estranei alla “sfera di governo” della ricorrente, che ben avrebbe potuto invece adoperarsi per assumere in toto la gestione del cantiere o per trovare un impresa sostitutiva.
In proposito, si richiama una decisione di questo Tar (n. 1494/2003) con la quale è stato espressamente escluso che il fallimento della società concessionaria (evento, per certi versi simile a quello dedotto dall’odierna ricorrente) possa costituire evento valutabile ai fini della proroga del termini ex art. 36, co. 12, L.R. 71/1978 (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 15.09.2009 n. 1507 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATASulla proroga del permesso di costruire.
In una prospettiva generale, la “proroga” indica la modifica della durata di un termine avente rilevanza giuridica. Nella sua comune accezione, quindi, la “proroga” definisce sia l’effetto di mutamento del termine, sia l’atto che produce l’indicata conseguenza giuridica.
Sul piano effettuale, limitando l’indagine al solo campo dell’attività amministrativa, la proroga può riferirsi, in senso ampio, al termine di efficacia del provvedimento. Ma può riguardare anche soltanto specifici effetti del provvedimento, modificando il solo termine per l’esercizio di una facoltà o per l’adempimento di un obbligo del destinatario. Ancora, la proroga può riferirsi puntualmente, ai soli termini, iniziali o finali, per l’attuazione di un potere pubblicistico, destinato ad incidere sfavorevolmente, nella sfera giuridica di un soggetto privato.
La proroga dei termini stabiliti da un atto amministrativo ha la natura giuridica del “provvedimento di secondo grado”, perché modifica, solo parzialmente, il complesso degli effetti giuridici delineati dall’atto originario.
Per il suo carattere parziale e limitato, la proroga non richiede una rinnovata valutazione di tutti gli elementi istruttori posti a base dell’originario provvedimento, né esige la ripetizione di tutte le tappe procedimentali che hanno condotto all’adozione dell’atto modificato.
I presupposti per l’adozione dell’atto di proroga sono definiti, talvolta, da specifiche disposizioni di settore. In mancanza, essi sono riconducibili ai principi generali dell’attività amministrativa.
Fra questi criteri comuni, si colloca anche la regola generale secondo la quale la proroga –e la correlata semplificazione procedimentale e istruttoria- è riferibile soltanto ai provvedimenti ad “efficacia durevole” e presuppone che gli effetti del provvedimento originario non siano definitivamente esauriti.
Dopo la cessazione degli effetti dell’atto, l’amministrazione potrebbe sempre ravvisare l’opportunità di adottare una determinazione di contenuto identico, destinata a produrre effetti in un diverso e successivo ambito temporale. In tali eventualità, però, si tratterebbe della “rinnovazione” del provvedimento originario, caratterizzata dalla necessaria ripetizione di tutte le fasi procedimentali e dalla completa rivalutazione di tutte le circostanze di fatto e di diritto rilevanti, attuata mediante un’adeguata ponderazione dei diversi interessi pubblici e privati coinvolti.
Secondo un condivisibile indirizzo interpretativo, poi, per disporre la decadenza, è necessario accertare che non sussistano cause impeditive del puntuale rispetto del termine. In presenza di comprovate ragioni oggettive, la decadenza sarebbe illegittima e l’interessato avrebbe titolo ad ottenere la proroga del termine, anche se la richiesta intervenga in epoca successiva alla scadenza del termine originario.
Pertanto, può essere richiamata la puntuale previsione dell’articolo 15 del testo unico dell’edilizia (chiara espressione di un principio generale), il quale prevede che il permesso di costruire decade di diritto in caso di inutile decorso del termine assegnato, a meno che, prima della scadenza, l’interessato richieda la proroga del termine.
La norma, pur non essendo direttamente applicabile alla presente fattispecie, per ragioni di diritto intertemporale, indica una regola di portata più ampia, utile per risolvere la presente controversia. Non va trascurato, del resto, che il testo unico dell’edilizia costituisce l’esito di un’operazione di riordino e razionalizzazione, procedimentale e formale, delle disposizioni vigenti. Pertanto, la diversa formulazione letterale delle norme, riflette la corretta interpretazione di regole preesistenti
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 18.09.2008 n. 4498 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATAEfficacia temporale del permesso di costruire.
L'istituto della proroga del permesso di costruire non è più applicabile quando sia sopravvenuta una disciplina urbanistica incompatibile con l'intervento assentito. In tal caso, infatti, l'interesse urbanistico è considerato prevalente rispetto all'interesse privato a portare a termine l'intervento, che non sia stato completato nel termine triennale anche per causa indipendente dalla volontà del titolare del permesso (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 12.05.2008 n. 19101 - link a www.lexambiente.it).

anno 2007

EDILIZIA PRIVATA: Sulla proroga della validità del permesso di costruire.
Per pacifica giurisprudenza, la proroga presuppone che non sia intervenuta la scadenza del provvedimento prolungato, in quanto l’esercizio del potere di proroga produce effetti di ordine puramente temporale, essendo inteso a pro-trarre nel tempo, posticipandolo ad un momento successivo, il termine finale di un provvedimento ad efficacia durevole.
Ne consegue, secondo la medesima giurisprudenza, la necessità che il termine sia prorogato con un provvedimento discrezionale dell’Autorità amministrativa competente assunto anteriormente alla sua scadenza, a pena di inesistenza dello stesso (Cass. 26.02.1983, n.1464; Consiglio di Stato VI sez., 26.02.1983 n. 1464, IV sez. n. 954 del 28.10.1993).
In definitiva, la proroga di un atto non può ammettersi qualora l’atto originario sia scaduto: essa è possibile solo se sopraggiunga prima della scadenza del termine, poiché –quale atto avente l’effetto di estendere il termine di efficacia di un provvedimento amministrativo- deve a questo collegarsi senza vuoti temporali ed intervenire dunque nella vigenza ed efficacia dell’atto su cui si salda, costituendo con questo un unicum temporale (Consiglio di Stato sez. VI, n. 3349 del 21.06.2001).
Una volta scaduto il termine l’efficacia del provvedimento non può essere prorogata e per l’eventuale continuazione del rapporto occorre procedere all’adozione di un nuovo provvedimento secondo la tecnica della rinnovazione degli atti giuridici.
Applicando i suddetti consolidati principi giurisprudenziali, in buona sostanza, è indispensabile che non vi sia soluzione di continuità tra il termine originario e quello differito, in quanto altrimenti il periodo di proroga, non essendo più soggetto a data certa, potrebbe essere arbitrariamente dilazionato
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 18.10.2007 n. 9665 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’adozione di un nuovo strumento urbanistico non può incidere sulla pretesa del titolare della concessione edilizia ad ottenerne la proroga ex art. 4 l. 10/1977 giacché l’opposta tesi, la quale considera la proroga assoggettabile alla normativa sopravvenuta, non tiene conto dell’eccezionalità del rimedio previsto dall’art. 4 della l. n. 10 cit. rispetto al diverso istituto del rinnovo della concessione scaduta.
Nel caso in cui il provvedimento di proroga della concessione edilizia viene richiesto dopo nuove previsioni dello strumento urbanistico, queste non possono di regola interferire su detta richiesta, alla luce del principio di irretroattività dell’atto amministrativo, né si può applicare l’istituto della salvaguardia, poiché ai fini della proroga la normativa sopravvenuta resta irrilevante, non potendo essa incidere su degli atti validi ed efficaci al momento della sua entrata in vigore.
Il procedimento di rilascio della proroga della concessione ha natura vincolata, essendo il rilascio stesso condizionato all’accertamento della ricorrenza dei relativi presupposti: ciò, sul rilievo che la proroga è atto sfornito di una propria autonomia, che accede all’originaria concessione ed opera soltanto lo spostamento in avanti del suo termine finale di efficacia, con il corollario, dunque, che dalla natura vincolata del procedimento di rilascio della concessione edilizia non potrebbe non farsi discendere la vincolatività del procedimento di rilascio della proroga di essa.

La giurisprudenza ha chiarito che l’adozione di un nuovo strumento urbanistico non può incidere sulla pretesa del titolare della concessione edilizia ad ottenerne la proroga ex art. 4 cit., giacché l’opposta tesi, la quale considera la proroga assoggettabile alla normativa sopravvenuta, non tiene conto dell’eccezionalità del rimedio previsto dall’art. 4 della l. n. 10 cit. rispetto al diverso istituto del rinnovo della concessione scaduta (TAR Puglia, Lecce, Sez. III, 08.04.2005, n. 1979).
Invero, nel caso in cui il provvedimento di proroga della concessione edilizia viene richiesto dopo nuove previsioni dello strumento urbanistico, queste non possono di regola interferire su detta richiesta, alla luce del principio di irretroattività dell’atto amministrativo, né si può applicare l’istituto della salvaguardia, poiché ai fini della proroga la normativa sopravvenuta resta irrilevante, non potendo essa incidere su degli atti validi ed efficaci al momento della sua entrata in vigore (TAR Sicilia, Catania, Sez. I, 03.07.2001, n. 1308).
Al Collegio non sfugge l’utilizzo, nell’art. 4, quarto comma, della l. n. 10/1977, del verbo “potere” a proposito dell’ottenimento della proroga (“…il termine di ultimazione….può essere prorogato…”), cioè del verbo che contraddistingue, nel linguaggio legislativo, la presenza di un potere discrezionale della P.A., né il Collegio ignora che, alla stregua di un orientamento giurisprudenziale, il potere del Comune di valutare la presenza o meno dei requisiti per accordare la proroga avrebbe natura discrezionale (C.d.S., Sez. V, 17.01.2000, n. 283). A tale stregua, non sarebbe quindi applicabile alla fattispecie de qua l’art. 21-octies, comma 2, prima parte, della l. n. 241/1990, che concerne la sola attività vincolata della Pubblica Amministrazione.
In contrario, ritiene tuttavia il Collegio che il procedimento di rilascio della proroga della concessione abbia natura vincolata, essendo il rilascio stesso condizionato all’accertamento della ricorrenza dei relativi presupposti: ciò, sul rilievo che la proroga è atto sfornito di una propria autonomia, che accede all’originaria concessione ed opera soltanto lo spostamento in avanti del suo termine finale di efficacia (TAR Puglia, Lecce, n. 1979/2005, cit.), con il corollario, dunque, che dalla natura vincolata del procedimento di rilascio della concessione edilizia non potrebbe non farsi discendere la vincolatività del procedimento di rilascio della proroga di essa.
Se ne deduce l’applicabilità, al caso in esame, dell’art. 21-octies, comma 2, prima parte, cit., e quindi la non annullabilità del diniego gravato, tenuto conto:
- della natura vincolata del procedimento di proroga;
- della riconducibilità dei vizi di motivazione alla categoria dei vizi formali ex art. 21-octies cit., e del conseguente potere, in capo al giudice, di analizzare anche profili motivazionali non esplicitati nell’originario provvedimento amministrativo, ma esternati, ad integrazione della motivazione ed in ordine ad elementi già preesistenti, anche in un momento successivo e per opera di un soggetto diverso, ossia del difensore della P.A. (cfr. TAR Sardegna, n. 476/2006, cit.);
- della circostanza che, come già evidenziato, nel caso di specie è palese che il contenuto dispositivo del provvedimento impugnato non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.03.2007 n. 372 - link a www.giustizia-amministrativa.it).