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54-EDIFICIO UNIFAMILIARE
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57-INCARICHI PROFESSIONALI E PROGETTUALI
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65-LOTTO INTERCLUSO
66-MAPPE e/o SCHEDE CATASTALI (valore probatorio o meno)
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69-OPERE PRECARIE
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71-PATRIMONIO
72-PERGOLATO e/o GAZEBO e/o BERCEAU
73-PERMESSO DI COSTRUIRE (annullamento e/o impugnazione)
74-PERMESSO DI COSTRUIRE (decadenza)
75-PERMESSO DI COSTRUIRE (deroga)
76-PERMESSO DI COSTRUIRE (legittimazione richiesta titolo)
77-PERMESSO DI COSTRUIRE (parere commissione edilizia)
78-PERMESSO DI COSTRUIRE (prescrizioni)
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dossier COMPETENZE GESTIONALI
settembre 2016

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALISebbene l'art. 107 d.lgs. n. 267/2000 attribuisca l'attività di gestione ai dirigenti, compete al sindaco l'emanazione dell'ordinanza di rimozione, recupero e smaltimento dei rifiuti e di ripristino dello stato dei luoghi, in virtù del carattere di specialità riconosciuto all'art. 192 d.lgs. n. 152/2006, da cui la stessa è disciplinata.
Altresì, nel caso di Unione di Comuni, deve ritenersi che i Sindaci mantengano le competenze loro attribuite dalla norma speciale, dal momento che dette Unioni operano l’unificazione a livello degli uffici ovvero degli organi di gestione amministrativa o tecnica-operativa, ma non determinano alcun trasferimento di poteri degli organi di indirizzo politico (v. art. 32 d.lgs. n. 267/2000).

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- Visto l'art. 192 del codice dell'ambiente, ove dispone che: "1. L'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati.
2. E' altresì vietata l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee.
3. Fatta salva l'applicazione della sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate
”;
- Visto l’art. 107, comma 4, T.U. enti locali ove precisa che “le attribuzioni dei dirigenti, in applicazione del principio di cui all’art. 1, co. 4, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative”, ciò che è avvenuto a seguito dell’entrata in vigore del citato art. 192, c. 3;
- Atteso che, alla luce delle disposizioni sopra richiamate e conformemente alla giurisprudenza maggioritaria, condivisa dal Collegio, "sebbene l'art. 107 d.lgs. n. 267/2000 attribuisca l'attività di gestione ai dirigenti, compete al sindaco l'emanazione dell'ordinanza di rimozione, recupero e smaltimento dei rifiuti e di ripristino dello stato dei luoghi, in virtù del carattere di specialità riconosciuto all'art. 192 d.lgs. n. 152/2006, da cui la stessa è disciplinata" (C.S., Sez. V, 29.08.2012, n. 4635; Sez. V, 12.06.2009, n. 3765; Sez. V, 10.03.2009, n. 1296, Sez. V 25.08.2008, n. 4061, TAR Lazio, Sez. II, 01.02.2013 n. 1142; TAR Campania, Salerno, Sez. I, 17.09.2012 n. 1644; TAR Lombardia, Brescia, Sez. I, 09.06.2011, n. 867; TAR Emilia Romagna-Bologna - Sez. II, 26.01.2011, n. 61; Consiglio Stato - Sez. V, 25.08.2008, n. 4061);
- Ritenuto, inoltre, che anche in caso di Unione di Comuni, deve ritenersi che i Sindaci mantengano le competenze loro attribuite dalla norma speciale, dal momento che dette Unioni operano l’unificazione a livello degli uffici ovvero degli organi di gestione amministrativa o tecnica-operativa, ma non determinano alcun trasferimento di poteri degli organi di indirizzo politico (v. art. 32 d.lgs. n. 267/2000);
- Considerando, pertanto, fondata l’assorbente censura di incompetenza con conseguente annullamento del provvedimento impugnato e rimessione all’organo competente per gli ulteriori provvedimenti (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 06.09.2016 n. 255 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2016

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: Spetta al Sindaco e non al dirigente ordinare la rimozione dei rifiuti abbandonati sul territorio.
Per pacifica giurisprudenza, l’art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006, è una disposizione speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000, ed attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
La disposizione sopravvenuta prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000.
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1. Con l’ordinanza n. 12 del 15.03.2007, il Responsabile del Settore Vigilanza del Comune di Rivello ha intimato all’Anas -ai sensi dell’art. 14, comma 3, D.Lgs. n. 22 del 1997- di procedere entro 30 giorni dalla notifica di tale ordinanza alla rimozione dei rifiuti abusivamente abbandonati in una zona limitrofa alla strada statale n. 585 «Fondovalle del Noce», tra il km. 25,500 ed il km. 25,600, avente una superficie di circa 100 mq., con lo smaltimento a propria cura e spese, esibendo poi al Comune la prova dell’avvenuto smaltimento;
2. Con il ricorso di primo grado, proposto al TAR per la Basilicata, la s.p.a. ANAS ha impugnato l’ordinanza n. 12 del 15.03.2007, deducendo la violazione degli artt. 7, comma 2, lett. d), 13, 14, comma 3, 21, 49, comma 2, e 58, comma 3, D.Lgs. n. 22/1997, e degli artt. 192 e 198 D.Lgs. n. 152/2006 (per insussistenza del dolo o della colpa), degli artt. 3, 7 e 8 L. n. 241/1990, nonché il proprio difetto di legittimazione passiva, l’incompetenza del Dirigente comunale in luogo del Sindaco, ed eccesso di potere per difetto di istruttoria, travisamento dei fatti, insussistenza dei presupposti.
Il Comune di Rivello si è costituito in giudizio ed ha sostenuto l’inammissibilità del ricorso, per mancata impugnazione della presupposta nota del Comando della Stazione dei Carabinieri di Lagonegro n. 1464 del 26.02.2007, recante la segnalazione della presenza dei rifiuti e per la mancata notifica del ricorso al medesimo Comando.
Il Comune, in subordine, ha chiesto che il ricorso sia respinto, perché infondato.
3. Con la sentenza n. 488 del 29.06.2007, il Tar, prescindendo dalle eccezioni di inammissibilità, ha respinto il ricorso, rilevandone l’infondatezza.
4. Con l’appello in esame, notificato l’08.10.2007, la s.p.a. Anas ha impugnato la sentenza del TAR, riproponendo le censure respinte in primo grado.
Il Comune di Rivello si è costituito in giudizio ed ha ribadito le eccezioni di inammissibilità già formulate in primo grado, chiedendo comunque la reiezione dell’appello.
5, La Sezione ritiene che vadano respinte le eccezioni di inammissibilità del ricorso di primo grado, riproposte in questa sede dal Comune di Rivello, poiché il verbale del Comando della Stazione dei Carabinieri di Lagonegro n. 1464 del 26.02.2007 costituisce null’altro che la denuncia che ha attivato l’esercizio del potere comunale: esso, quale atto meramente istruttorio e di informazione dei fatti accaduti, non ha un carattere autonomamente lesivo della sfera giuridica dell’appellante.
6. Passando all’esame delle censure formulate in primo grado e riproposte con l’atto d’appello, ritiene la Sezione che risulta fondata la censura con cui è stata dedotta l’incompetenza del Responsabile del Settore Vigilanza.
Per la pacifica giurisprudenza di questa Sezione, l’art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006, è una disposizione speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000, ed attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
La disposizione sopravvenuta prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000 (Cons. Stato, V, 29.08.2012, n. 4635; id., 12.06.2009, n. 3765; id., 10.03.2009, n. 1296; id., 25.08.2008, n. 4061).
7. La fondatezza della censura di incompetenza comporta l’assorbimento delle altre censure formulate dall’appellante, sicché in questa sede diventa irrilevante l’esame degli aspetti della legittimità sostanziale del provvedimento impugnato in primo grado.
8. Per le ragioni che precedono, in accoglimento dell’appello, il ricorso di primo grado va accolto, con il conseguente annullamento dell’atto impugnato n. 12 del 15.03.2007, salvi gli ulteriori provvedimenti del Comune di Rivello (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.01.2016 n. 57 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALISebbene l’atto di indirizzo non modifichi immediatamente la situazione giuridica dei destinatari finali, esso pone dei vincoli all'organo competente a provvedere, senz'altro rilevanti in ordine alla valutazione giudiziale del successivo esercizio del potere, ma —di norma— non tali da produrre lesioni dirette per le quali possa predicarsi l'onere dell'immediata impugnazione.
Non può del pari escludersi che, ove la particolare natura delle prescrizioni e delle modalità d'azione prefigurate siano così stringenti da rendere ineluttabile l'effetto lesivo poi concretamente generato dall'atto attuativo, l'atto di indirizzo possa esso stesso porsi come fonte direttamente lesiva, risultando invero plausibile che la certezza di una futura modifica della situazione giuridica o la stessa capacità conformativa immediata dell'indirizzo vincolante possano, in concreto, risultare fattispecie idonee a radicare un interesse giuridicamente rilevante e processualmente spendibile.

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6. - Va premessa l’ammissibilità del ricorso principale.
E’ stato infatti osservato in giurisprudenza che, sebbene l’atto di indirizzo non modifichi immediatamente la situazione giuridica dei destinatari finali, esso pone dei vincoli all'organo competente a provvedere, senz'altro rilevanti in ordine alla valutazione giudiziale del successivo esercizio del potere, ma —di norma— non tali da produrre lesioni dirette per le quali possa predicarsi l'onere dell'immediata impugnazione. Non può del pari escludersi che, ove la particolare natura delle prescrizioni e delle modalità d'azione prefigurate siano così stringenti da rendere ineluttabile l'effetto lesivo poi concretamente generato dall'atto attuativo, l'atto di indirizzo possa esso stesso porsi come fonte direttamente lesiva, risultando invero plausibile che la certezza di una futura modifica della situazione giuridica o la stessa capacità conformativa immediata dell'indirizzo vincolante possano, in concreto, risultare fattispecie idonee a radicare un interesse giuridicamente rilevante e processualmente spendibile (TAR Calabria–Reggio Calabria, 07.04.2011, n. 263).
Nel caso di specie, l’impugnata deliberazione della Giunta del Comune di Cassano All’Ionio ha provveduto ad individuare specificamente nella Cooperativa sociale Fu.La. il soggetto cui affidare il servizio di assistenza agli alunni disabili della scuola dell’obbligo. Nel fare ciò, essa ha conformato la successiva azione amministrativa rendendola, nella prospettiva della ricorrente, inevitabilmente lesiva per i suoi interessi.
Non a caso, la successiva determinazione del Dirigente del Settore Affari Generali –anch’essa puntualmente impugnata con motivi aggiunti- ha recepito l’indicazione della Giunta comunale, affidando l’incarico alla cooperativa sociale individuata dalla Giunta e pertanto attualizzando la lesione già provocata dall’atto di indirizzo (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 11.01.2016 n. 3 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2015

COMPETENZE GESTIONALI - LAVORI PUBBLICILa programmazione delle opere pubbliche è modificabile, dall’ente locale, sulla base di nuove considerazioni attinenti alla migliore gestione dell’interesse pubblico, nell’esercizio del potere di autotutela.
Ne deriva che il Comune interessato è legittimato a porre in essere quanto necessario per mutare gli atti della propria programmazione.
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3. La controversia concerne gli atti con i quali il Comune appellato ha interrotto il procedimento di cui in narrativa, riguardante la procedura aperta per l’affidamento della progettazione esecutiva e dell’esecuzione dei lavori di realizzazione del nuovo polo scolastico di Via Gavazzi – Viale Italia, che impegnava l’importo a base d’asta di €. 9.038.000,00 (di cui €. 105.000,00 per oneri della sicurezza non soggetti a ribasso), revocando l’aggiudicazione provvisoria già disposta in favore dell’odierna appellante e procedendo a nuova programmazione delle opere pubbliche.
L’appello è infondato.
3.1. Non è fondata la censura di incompetenza della Giunta Comunale a disporre l’impugnata revoca.
E’ vero che la programmazione delle opere pubbliche rientra nella competenza del Consiglio Comunale, ma l’operato del Comune appellato non ha violato tale riparto di competenze.
Deve essere rilevato che l’atto di revoca è stato uno dei primi provvedimenti della Giunta da poco insediatasi dopo il rinnovo del Consiglio Comunale.
La Giunta ha preso atto del fatto che una somma di notevolissimo rilievo era impegnata per l’intervento di cui ora si discute; deve essere osservato che in quel momento non era stato stipulato il contratto di appalto e anzi non si era nemmeno concluso il procedimento di aggiudicazione.
La Giunta ha ritenuto l’impegno di spesa manifestamente eccessivo e ha avviato gli atti necessari per una nuova programmazione.
In tale situazione di fatto, è evidente che la conclusione del procedimento di aggiudicazione avrebbe reso impossibile, o quanto meno ben più complicata, la modifica della programmazione del Comune.
Nella descritta situazione di fatto, ragionevolmente la Giunta ha proceduto alla revoca della procedura in corso, attuando quindi una sorta di “misura di salvaguardia” necessaria per non pregiudicare l’esercizio della potestà programmatoria del Comune e consentire l’esercizio dell’amplissima discrezionalità, propria di tali scelte.
Potrebbe essere sostenuto che le misure di salvaguardia sono provvedimenti cautelari, che giustificano la sospensione, non l’arresto definitivo del procedimento.
Peraltro, tale argomentazione non è stata proposta dall’appellante e appare di dubbia applicabilità in relazione alle procedure di affidamento degli appalti pubblici, nelle quali le offerte hanno un termine massimo di validità.
In ogni modo, tale argomentazione non è in concreto rilevante nel caso in esame, in quanto il problema è stato superato dalla successiva modifica della programmazione delle opere pubbliche.
Nello stesso ordine di idee, deve essere respinta la doglianza relativa alla violazione dell’art. 11, primo comma, del d.lgs. 12.04.2006, n. 163, dedotta rilevando che gli atti di revoca della gara sono in contrasto con la programmazione delle opere pubbliche allora vigente.
E’ evidente, infatti, che tale programmazione è modificabile, dall’ente locale, sulla base di nuove considerazioni attinenti alla migliore gestione dell’interesse pubblico, nell’esercizio del potere di autotutela; di conseguenza, il Comune è legittimato a porre in essere quanto necessario per mutare gli atti della propria programmazione.
Con gli atti concernenti la revoca della precedente gara, il Comune non ha modificato il programma delle opere pubbliche, ma ha invece posto in essere atti preordinati a tale modifica, di fatto poi disposta, a tale scopo impedendo il formarsi di preclusione al dispiegamento delle sue potestà discrezionali.
L’argomentazione deve quindi essere disattesa (massima tratta da http://renatodisa.com - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 23.12.2015 n. 5823 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2015

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: Nella concreta gestione la parola al dirigente.
Nel caso in cui l'oggetto del provvedimento amministrativo riguardi la concreta gestione e organizzazione di un servizio pubblico, disciplinato da atti normativi di vario livello, la competenza spetta agli organi dirigenziali e non al Sindaco.

È quanto hanno stabilito i giudici della II Sez. del TAR Sardegna con la sentenza 11.09.2015 n. 1018.
Si pensi, a mo' di esempio, al caso in cui il provvedimento riguarda la regolazione delle modalità di conferimento dei rifiuti solidi urbani, in una specifica e circoscritta zona del territorio comunale.
Infatti, la materia oggetto degli atti impugnati posti all'attenzione dei giudici amministrativi sardi, riguardava proprio un particolare profilo di organizzazione e gestione del servizio di ritiro e conferimento dei rifiuti solidi urbani comunali.
I giudici cagliaritani, nel caso specifico, hanno osservato come l'art. 107 del Tuel riservi alla competenza dei dirigenti l'intera gestione amministrativa dei comuni, con un'ampia formula secondo la quale «spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell'ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale, di cui rispettivamente agli articoli 97 e 108».
E', poi, la medesima norma a individuare una sorta di limite nelle disposizioni di legge o di statuto che individuano le competenze degli organi di indirizzo politico; limite, che costituisce la traduzione in termini più specifici del principio di distinzione tra gestione, da un lato, e indirizzo e controllo dall'altro.
Si osserva, inoltre, che l'art. 54 del Testo unico degli enti locali, subordina il potere di ordinanza del sindaco a diversi presupposti, tra i quali (tipicamente) la necessità e l'urgenza «di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana» (articolo ItaliaOggi Sette del 12.10.2015).

luglio 2015

COMPETENZE GESTIONALIIl commissario ad acta rientra, ai sensi dell’art. 21 c.p.a., fra gli organi ausiliari del giudice: da tale qualificazione, va individuata la fonte dei suoi poteri nella sentenza da portare ad esecuzione.
La giurisprudenza costante di questo Consiglio ritiene che il commissario ad acta sia legittimato “ad adottare ogni misura conforme al giudicato che si appalesi, in concreto, idonea a garantire alla parte ricorrente il conseguimento effettivo del bene della vita di cui sia stato riconosciuto titolare nella sentenza da portare ad attuazione”.
Per consentire l’adempimento dei propri compiti, viene garantita una particolare autonomia al commissario, che si riverbera sul contenuto degli atti da esso adottati, i quali hanno gli stessi effetti verso i terzi di quelli dell’ente sostituito, per provvedere in luogo di quest’ultimo e per superare la paralisi dell’azione amministrativa, dando vita ad una relazione intersoggettiva, e non interorganica, con l’amministrazione.
Il potere del commissario di sostituirsi all’amministrazione nella valutazione e nella attività di scelta, tra i vari interessi coinvolti in uno specifico procedimento, consentono di valorizzare l’elemento discrezionale degli atti emanati da questo soggetto, quale organo ausiliario del giudice: in tal modo, da un lato, in capo all’amministrazione non residua alcun potere discrezionale relativo all’attuazione del provvedimento adottato e, dall’altro lato, è possibile ricorrere all’autorità giudiziaria soltanto qualora vi sia un contrasto fra la sentenza da portare ad esecuzione ed il contenuto del provvedimento adottato dal commissario ad acta.

Al riguardo vanno, preliminarmente, analizzati il ruolo ed i poteri spettanti al commissario ad acta nell’ambito della esecuzione delle sentenze adottate dal Giudice Amministrativo.
Come noto, il commissario ad acta rientra, ai sensi dell’art. 21 c.p.a., fra gli organi ausiliari del giudice: da tale qualificazione, va individuata la fonte dei suoi poteri nella sentenza da portare ad esecuzione.
La giurisprudenza costante di questo Consiglio ritiene che il commissario ad acta sia legittimato “ad adottare ogni misura conforme al giudicato che si appalesi, in concreto, idonea a garantire alla parte ricorrente il conseguimento effettivo del bene della vita di cui sia stato riconosciuto titolare nella sentenza da portare ad attuazione” (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 01.03.2012 n. 1194).
Per consentire l’adempimento dei propri compiti, viene garantita una particolare autonomia al commissario, che si riverbera sul contenuto degli atti da esso adottati, i quali hanno gli stessi effetti verso i terzi di quelli dell’ente sostituito, per provvedere in luogo di quest’ultimo e per superare la paralisi dell’azione amministrativa, dando vita ad una relazione intersoggettiva, e non interorganica, con l’amministrazione (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 21.01.2013 n. 327).
Il potere del commissario di sostituirsi all’amministrazione nella valutazione e nella attività di scelta, tra i vari interessi coinvolti in uno specifico procedimento, consentono di valorizzare l’elemento discrezionale degli atti emanati da questo soggetto, quale organo ausiliario del giudice: in tal modo, da un lato, in capo all’amministrazione non residua alcun potere discrezionale relativo all’attuazione del provvedimento adottato e, dall’altro lato, è possibile ricorrere all’autorità giudiziaria soltanto qualora vi sia un contrasto fra la sentenza da portare ad esecuzione ed il contenuto del provvedimento adottato dal commissario ad acta
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 01.07.2015 n. 3258 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2015

COMPETENZE GESTIONALI: Il sindaco non può essere (legittimamente) il responsabile del servizio finanziario.
Seppur il comune abbia meno di 5.000 abitanti (nel caso di specie poco meno di 1.000), non appare conforme all’ordinamento vigente che il Sindaco assuma su di sé, in aggiunta alle responsabilità connaturate alla carica elettiva, anche quelle di responsabile del servizio finanziario dell’ente.
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In sede di esame della relazione trasmessa dall’Organo di revisione del Comune di Ono San Pietro (BS), relativo al rendiconto 2012, redatto ai sensi dell’articolo 1, commi 166 e seguenti, della legge 23.12.2005, n. 266 (Finanziaria 2006), è emerso che l’ente:
1. non ha rispettato il limite relativo alle spese del personale previsto dall’art. 1, comma 562, L. 296/2006;
2. non è stato effettuato dal responsabile delle entrate il riaccertamento dei residui attivi.
Con lettera istruttoria trasmessa in data 09.02.2015 al numero di protocollo 1314, il magistrato istruttore ha richiesto all’Organo di revisione delucidazioni in merito alle motivazioni per cui non è stato effettuato dai singoli responsabili delle relative entrate il riaccertamento dei residui attivi e alle ragioni che non hanno permesso il rispetto del limite previsto relativamente al contenimento delle spese del personale, la cui variazione nel periodo 2008/2012 è stata del 54,54% (dati del questionario).
...
Mancato riaccertamento dei residui.
Ai sensi degli artt. 153 e 228 del T.U.E.L. il riaccertamento dei residui è attività obbligatoria a presidio della sana gestione contabile dell’ente locale e a tutela degli equilibri di bilancio, in quanto adempimento ciclico incidente sulla composizione dell’avanzo di amministrazione.
L’operazione di riaccertamento deve essere compiuta dall’organo individuato dal T.U.E.L. quale proposto al servizio finanziario, in possesso dei requisiti tecnici per espletare l’attività funzionale richiesta.
Quanto poi alla carenza in organico di un responsabile del servizio finanziario, pur prendendo atto della peculiarità del caso in esame, in ragione della ridotta struttura amministrativa dell’ente,
il Collegio non può che rimarcare il principio di separazione dell’azione amministrativa dalla gestione di indirizzo politico dell’ente locale. Suddetto principio di organizzazione della pubblica amministrazione, introdotto compiutamente dalla c.d. legislazione Bassanini, e ripreso dal D.lgs. 165/2001 e dalla legge 15/2009, pone quale responsabile dell’azione amministrativa l’organo al vertice della struttura burocratica.
Ne consegue che non appare conforme all’ordinamento vigente che il Sindaco assuma su di sé, in aggiunta alle responsabilità connaturate alla carica elettiva, anche quelle di responsabile del servizio finanziario dell’ente.

...
P.Q.M.
La Corte dei conti Sezione Regionale di Controllo per la Lombardia
1) accerta che in base alle risultanze della certificazione resa dal Revisore dei conti del Comune di Ono San Pietro, l'ente non ha rispettato il limite di contenimento delle spese del personale;
2) invita l’amministrazione comunale al rispetto dei limiti in tema di spese di personale, anche alla luce della normativa attualmente in vigore;
3)
accerta che il riaccertamento dei residui attivi non è avvenuto in conformità agli artt. 153 e 228 T.U.E.L. in quanto asseritamente compiuto non dal responsabile del servizio finanziario, bensì dal responsabile unico nella persona del sindaco;
4) dispone che la presente deliberazione sia trasmessa al Presidente del Consiglio Comunale, al Sindaco ed all’Organo di revisione del Comune di Ono San Pietro (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, deliberazione 09.06.2015 n. 219).

maggio 2015

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: Sindaco: l'avocazione non opera per rimediare ad atti illegittimi.
E' illegittima la decisione del Sindaco di avocare a sé un singolo procedimento ed affidarlo ad un dirigente di altro settore con il compito di dargli corso sul presupposto che le valutazioni operate dal dirigente competente “si pongono in aperto contrasto con le conclusioni dell’Ufficio legislativo e legale” del Comune stesso.
Nel caso in esame, con l’atto di avocazione il Sindaco non aveva posto un obiettivo gestionale, ma di fatto adottato l’atto di gestione: egli non si è, infatti, limitato a dettare un indirizzo o a individuare il soggetto tenuto ad adottare il provvedimento, ma ha configurato in modo puntuale il contenuto che il provvedimento doveva assumere, avvalendosi di un parere legale da lui stesso richiesto e facendo ad esso assumere una portata assoluta e vincolante.
Il Sindaco non può dunque esercitare poteri di fatto per rimediare ad eventuali atti illegittimi compiuti dai dirigenti preposti agli uffici comunali: nel quadro normativo vigente, infatti, la competenza negli enti locali a provvedere in sede di autotutela va riconosciuta unicamente all'organo che ha emanato l'atto illegittimo (commento tratto tratto da a e link a http://studiospallino.blogspot.it).
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Sul fatto che il Sindaco avochi a sé il procedimento amministrativo gestito dal Dirigente del Dipartimento Urbanistica assegnandolo al Dirigente del Dipartimento Lavori Pubblici Servizi Tecnologici ed Operativi–Servizi Finanziari affinché si proceda ad adeguare la concessione edilizia già rilasciata a quanto statuito nel parere dell’Ufficio Legislativo e Legale della Regione Siciliana in ordine al recupero di somme a titolo di contributo di costruzione non precedentemente quantificate all'atto del rilascio.
Rileva la società ricorrente che la competenza del dirigente del Dipartimento LL.PP. a modificare il permesso di costruire rilasciato dal Dirigente del Dipartimento Urbanistica non può trovare fondamento nella determina sindacale n. 37/2012, a sua volta illegittima perché contraria all’art. 51 l. n. 142/1990 e non poggiante su una espressa deroga o previsione ad hoc neppure di tipo regolamentare.
Ritiene il Collegio che il motivo sia fondato, per un triplice ordine di ragioni.
È pacifico che il vigente ordinamento delle autonomie locali demanda -in base al criterio di distinzione fra le responsabilità di natura politico amministrativa e quelle di gestione operativa- in via esclusiva ai dirigenti l'adozione di quegli atti gestionali in precedenza riservati agli organi di vertice dell'Ente, cui ora spettano solo i poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo.
Nel caso in esame, con l’atto di avocazione del 26.09.2012 il Sindaco non ha posto un obiettivo gestionale (come si legge nelle difese in atti), ma ha di fatto adottato l’atto di gestione: egli non si è, infatti, limitato a dettare un indirizzo o a individuare il soggetto tenuto ad adottare il provvedimento (profilo di cui si dirà a breve), ma ha configurato in modo puntuale il contenuto che il provvedimento riguardante la società ricorrente doveva assumere, avvalendosi di un parere legale da lui stesso richiesto (e peraltro non stringente nella sua formulazione) e facendo ad esso assumere una portata assoluta e vincolante.
Il Sindaco ha inoltre contestualmente avocato a sé ed affidato ad un dirigente di altro settore ritenuto “dotato di adeguata professionalità”, diverso da quello competente, il compito di dar corso al singolo procedimento sul presupposto che le valutazioni operate dal dirigente competente “si pongono in aperto contrasto con le conclusioni dell’Ufficio legislativo e legale”.
Tale modus operandi è illegittimo.
Premesso che le attribuzioni dei dirigenti, ai sensi dell’art. 107, comma 4, T.U. n. 267/2000, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative, è di norma il regolamento che disciplina il funzionamento degli organi e degli uffici.
Inoltre, il Sindaco, salvo appunto quanto previsto dall'art. 107, esercita le funzioni attribuitegli dalle leggi, dallo statuto e dai regolamenti (art. 50, co. 3), tra cui la nomina dei responsabili degli uffici e dei servizi, l’attribuzione e definizione degli incarichi dirigenziali e quelli di collaborazione esterna secondo le modalità ed i criteri stabiliti dagli articoli 109 e 110, nonché dai rispettivi statuti e regolamenti comunali e provinciali (co. 10).
L’art. 109 stabilisce per quanto qui interessa che “Gli incarichi dirigenziali sono conferiti a tempo determinato, ai sensi dell'articolo 50, comma 10, con provvedimento motivato e con le modalità fissate dal regolamento sull'ordinamento degli uffici e dei servizi, secondo criteri di competenza professionale, in relazione agli obiettivi indicati nel programma amministrativo del sindaco o del presidente della provincia e sono revocati in caso di inosservanza delle direttive del sindaco o del presidente della provincia, della giunta o dell'assessore di riferimento, o in caso di mancato raggiungimento al termine di ciascun anno finanziario degli obiettivi assegnati nel piano esecutivo di gestione previsto dall'articolo 169 o per responsabilità particolarmente grave o reiterata e negli altri casi disciplinati dai contratti collettivi di lavoro”.
Dal combinato disposto delle suddette norme discendono gli ulteriori due aspetti di illegittimità di cui si diceva.
Per un verso deve escludersi che l’ordinamento conosca un potere di avocazione di singoli affari in capo al Sindaco o un suo potere di intervento per rimediare ad eventuali atti illegittimi compiuti dai dirigenti preposti agli uffici comunali.
Il principio della separazione tra funzione di gestione, rientrante nei compiti dei dirigenti preposti all'apparato burocratico degli enti, e funzione di indirizzo e di controllo, devoluta agli organi elettivi, esclude, infatti, la sussistenza di un rapporto di tipo gerarchico tra i primi ed i secondi ed esclude altresì l’applicabilità, al di fuori delle amministrazioni dello Stato, della disposizione dettata dall'art. 14 del d.lgs. n. 165 del 2001, che conserva un potere sostitutivo sul singolo atto e di annullamento per motivi di legittimità solo all'autorità ministeriale.
Dall’altro, un siffatto intervento non trova avallo neppure nel regolamento comunale che tratta solo l’ipotesi di assenza o impedimento del soggetto titolare, che è diversa da quella verificatasi nella vicenda in esame, stabilendo comunque non già la sostituzione del dirigente assente od impedito con un dirigente di altro settore, ma piuttosto con un dipendente dello stesso dipartimento ed esattamente con un “dipendente incaricato dell’area delle posizioni organizzative operante nel dipartimento ed in mancanza con un dipendente di categoria D (o C nel caso di assenza di dipendenti di categoria D) nell’ambito del medesimo dipartimento, individuato formalmente dal Sindaco, ove non provveda il Dirigente” (art. 25, co. 6, reg.)
Ne discende che in tale quadro normativo e regolamentare (vd. anche co. 8 dell’art. 25) negli enti locali la competenza a provvedere in sede di autotutela va riconosciuta solo allo stesso organo che ha emanato l'atto illegittimo.

... per l'annullamento:
quanto al ricorso introduttivo:
- della determina dirigenziale n. 71 del 04.02.2013, notificata il successivo giorno 11, con la quale il dirigente del dipartimento IV lavori pubblici del Comune di Licata ha disposto la rettifica, prevedendo il pagamento degli oneri di concessione, del permesso a costruire n. 76 del 20.10.2006 (det. dir. 1233 del 20.10.2006) rilasciato dal dirigente del settore urbanistica-edilizia privata per la realizzazione del porto turistico di Licata ed opere connesse;
- di ogni atto presupposto, connesso e consequenziale e, in particolare:
- della direttiva sindacale n. 37 del 26.09.2012;
- della deliberazione di G.M. n. 43 del 12.04.2012, nonché, ove occorra,
per l'accertamento negativo, previa adozione di ogni più opportuna misura cautelare del diritto del Comune di Licata ad ottenere il pagamento delle somme richieste con atto di diffida e messa in mora del 14.02.2013;
quanto al ricorso per motivi aggiunti:
- della determina dirigenziale n. 222 ll.pp. del 12.04.2013, con la quale il Dipartimento lavori pubblici del Comune di Licata ha emesso nei confronti della ricorrente un’ingiunzione di pagamento ai sensi del r.d. 639 dei 14.04.1910 per la somma di £ 4.928.865,93, oltre £ 704.625,27 per interessi legali dal 20.10.2006 (data di rilascio della concessione edilizia) all'11.02.2013.
...
1. Viene all’esame del Tribunale la questione della legittimità di un intervento tutorio parziale, fatto a distanza di diversi anni e ad opera già quasi integralmente eseguita, avente ad oggetto un permesso di costruire per la realizzazione di un porto turistico da parte di un soggetto privato concessionario della relativa area demaniale, rilasciato dal Comune di Licata gratuitamente sul presupposto, poi ritenuto erroneo, dell’applicabilità dell’art. 17 DPR n. 380/2001.
Ritiene questo Collegio, ad un ulteriore e più approfondito esame degli atti, che sia necessario prendere le mosse dal terzo motivo di gravame col quale la società lamenta l’incompetenza del dirigente che ha adottato tanto il provvedimento impugnato col ricorso principale, quanto l’ingiunzione aggredita coi motivi aggiunti.
Secondo un costante orientamento giurisprudenziale, confermato anche nella vigenza del c.p.a., il vizio di incompetenza deve, infatti, essere sempre scrutinato per primo, anche qualora la parte non lo abbia indicato come primo motivo e addirittura anche nel caso in cui lo abbia subordinato al rigetto degli altri motivi di impugnazione.
2. Ciò premesso, si ritiene opportuna una puntuale ricostruzione della vicenda per i profili che interessano il tema della competenza.
In data 20.10.2006 il Comune di Licata rilasciava alla società ricorrente un permesso di costruire per la realizzazione del porto turistico, con la clausola che “non è dovuto il pagamento di oneri di concessione, giacché trattasi di attrezzature d’interesse pubblico previste dal PRG vigente e dal PRP ai sensi dell’art. 17 del DPR n. 380/2001”.
Con nota prot. n. 19702 del 06.05.2011 il Sindaco del Comune di Licata inoltrava a vari enti, statali e regionali, richiesta di parere legale in merito al pagamento degli oneri concessori degli interventi edilizi compresi nel porto turistico “Marina di cala del Sole”.
Con nota del 21.07.2011 prot. n. 48625 il Dirigente generale dell’ARTA offriva alcuni elementi di giudizio inerenti la fattispecie concreta e con nota prot. n. 26113 – 131/11/2011, ricevuta dall’ARTA il 24.08.2011 e dal Comune di Licata il 31.08.2011, l’Ufficio legislativo e legale della Presidenza regionale condivideva e faceva proprio l’avviso negativo espresso dal Dirigente “in ordine alla richiesta di rilascio della concessione edilizia gratuita …”.
Accadeva che il Dirigente del Dipartimento Urbanistica del Comune di Licata, con più note (prot. n. 39044 del 19.09.2011, n. 44182 del 02.11.2011 e n. 46512 del 21.11.2011), riteneva di non dare corso al parere, assumendo sostanzialmente la legittimità del proprio operato.
Pertanto, la Giunta comunale, ribadita la “ferma intenzione di … procedere al recupero di quanto si ritiene dovuto dalla Società I.I.Spa a titolo di oneri concessori” con deliberazione n. 43 del 12.04.2012 immediatamente esecutiva approvava un atto di indirizzo col quale invitava il Dirigente del Dipartimento LL.PP. a provvedere, previa comunicazione di avvio del procedimento, al calcolo degli oneri concessori ed il Dirigente del Dipartimento Affari generali a conferire successivamente mandato al Responsabile dell’avvocatura comunale di provvedere alla formale richiesta di pagamento di quanto calcolato, con l’ulteriore avvertenza che se la società non provvederà spontaneamente il Dirigente del Dipartimento LL.PP. “valuterà gli atti da adottare ai fini dell’ingiunzione di pagamento degli oneri calcolati”.
Occorre aggiungere che su detta deliberazione interveniva il Segretario generale del Comune evidenziandone “gravi irregolarità amministrative ed illegittimità” in quanto priva del parere di regolarità tecnica, priva della firma del responsabile del procedimento e comunque contraria al dettato dell’art. 4 D.lgs. n. 165/2001 sui compiti dei dirigenti.
In data 30.04.2012 il Dirigente LL.PP. dava comunicazione di avvio del procedimento di pagamento degli oneri alla società I.I.Spa e con nota prot. 28087 del 12.06.2012 trasmetteva al Dirigente del Dipartimento Affari generali ed al Sindaco la tabella degli oneri concessori.
Successivamente il Sindaco, dopo aver inviato altro sollecito al Dirigente del Dipartimento urbanistica a provvedere entro cinque giorni ad adeguare la concessione edilizia al parere dell’Ufficio legislativo ed aver ricevuto, da parte del suddetto Dirigente, ulteriore nota con la quale ribadiva la correttezza della gratuità della concessione, con determinazione n. 37 del 26.09.2012 –qui pure impugnata dalla Società ricorrente– decideva, senza più menzionare la delibera di Giunta, di “avocare il procedimento relativo alla pratica in oggetto, in atto gestito dal Dirigente del Dipartimento Urbanistica Ing. V.O., assegnandolo al Dirigente del Dipartimento 4° Lavori Pubblici Servizi Tecnologici ed Operativi – Servizi Finanziari, Arch. F.M., affinché si proceda ad adeguare la Concessione edilizia n. 76 del 20.10.2006 di cui alla determina dirigenziale n. 1233 del 20.10.2006 a quanto statuito nel parere prot. n. 26133/2011 dell’Ufficio Legislativo e Legale della Regione Siciliana”.
Il Dirigente Arch. F. adottava, dunque, la determina n. 71 del 04.02.2013, pure oggetto del presente giudizio.
3. Rileva la società, col terzo motivo di ricorso, che la competenza del dirigente del Dipartimento LL.PP. a modificare il permesso di costruire rilasciato dal Dirigente del Dipartimento Urbanistica non può trovare fondamento nella determina sindacale n. 37/2012, a sua volta illegittima perché contraria all’art. 51 l. n. 142/1990 e non poggiante su una espressa deroga o previsione ad hoc neppure di tipo regolamentare.
Ritiene il Collegio che il motivo sia fondato, per un triplice ordine di ragioni.
3.1. È pacifico che il vigente ordinamento delle autonomie locali demanda -in base al criterio di distinzione fra le responsabilità di natura politico amministrativa e quelle di gestione operativa- in via esclusiva ai dirigenti l'adozione di quegli atti gestionali in precedenza riservati agli organi di vertice dell'Ente, cui ora spettano solo i poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo.
Nel caso in esame, con l’atto di avocazione del 26.09.2012 il Sindaco non ha posto un obiettivo gestionale (come si legge nelle difese in atti), ma ha di fatto adottato l’atto di gestione: egli non si è, infatti, limitato a dettare un indirizzo o a individuare il soggetto tenuto ad adottare il provvedimento (profilo di cui si dirà a breve), ma ha configurato in modo puntuale il contenuto che il provvedimento riguardante la società ricorrente doveva assumere, avvalendosi di un parere legale da lui stesso richiesto (e peraltro non stringente nella sua formulazione) e facendo ad esso assumere una portata assoluta e vincolante.
3.2. Il Sindaco ha inoltre contestualmente avocato a sé ed affidato ad un dirigente di altro settore ritenuto “dotato di adeguata professionalità”, diverso da quello competente, il compito di dar corso al singolo procedimento sul presupposto che le valutazioni operate dal dirigente competente “si pongono in aperto contrasto con le conclusioni dell’Ufficio legislativo e legale”.
Tale modus operandi è illegittimo.
Premesso che le attribuzioni dei dirigenti, ai sensi dell’art. 107, comma 4, T.U. n. 267/2000, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative, è di norma il regolamento che disciplina il funzionamento degli organi e degli uffici.
Inoltre, il Sindaco, salvo appunto quanto previsto dall'art. 107, esercita le funzioni attribuitegli dalle leggi, dallo statuto e dai regolamenti (art. 50, co. 3), tra cui la nomina dei responsabili degli uffici e dei servizi, l’attribuzione e definizione degli incarichi dirigenziali e quelli di collaborazione esterna secondo le modalità ed i criteri stabiliti dagli articoli 109 e 110, nonché dai rispettivi statuti e regolamenti comunali e provinciali (co. 10).
L’art. 109 stabilisce per quanto qui interessa che “Gli incarichi dirigenziali sono conferiti a tempo determinato, ai sensi dell'articolo 50, comma 10, con provvedimento motivato e con le modalità fissate dal regolamento sull'ordinamento degli uffici e dei servizi, secondo criteri di competenza professionale, in relazione agli obiettivi indicati nel programma amministrativo del sindaco o del presidente della provincia e sono revocati in caso di inosservanza delle direttive del sindaco o del presidente della provincia, della giunta o dell'assessore di riferimento, o in caso di mancato raggiungimento al termine di ciascun anno finanziario degli obiettivi assegnati nel piano esecutivo di gestione previsto dall'articolo 169 o per responsabilità particolarmente grave o reiterata e negli altri casi disciplinati dai contratti collettivi di lavoro”.
3.3. Dal combinato disposto delle suddette norme discendono gli ulteriori due aspetti di illegittimità di cui si diceva.
Per un verso deve escludersi che l’ordinamento conosca un potere di avocazione di singoli affari in capo al Sindaco o un suo potere di intervento per rimediare ad eventuali atti illegittimi compiuti dai dirigenti preposti agli uffici comunali.
Il principio della separazione tra funzione di gestione, rientrante nei compiti dei dirigenti preposti all'apparato burocratico degli enti, e funzione di indirizzo e di controllo, devoluta agli organi elettivi, esclude, infatti, la sussistenza di un rapporto di tipo gerarchico tra i primi ed i secondi ed esclude altresì l’applicabilità, al di fuori delle amministrazioni dello Stato, della disposizione dettata dall'art. 14 del d.lgs. n. 165 del 2001, che conserva un potere sostitutivo sul singolo atto e di annullamento per motivi di legittimità solo all'autorità ministeriale (in termini TAR Napoli, I, 05.05.2006, n. 3967).
Dall’altro, un siffatto intervento non trova avallo neppure nel regolamento comunale che tratta solo l’ipotesi di assenza o impedimento del soggetto titolare, che è diversa da quella verificatasi nella vicenda in esame, stabilendo comunque non già la sostituzione del dirigente assente od impedito con un dirigente di altro settore, ma piuttosto con un dipendente dello stesso dipartimento ed esattamente con un “dipendente incaricato dell’area delle posizioni organizzative operante nel dipartimento ed in mancanza con un dipendente di categoria D (o C nel caso di assenza di dipendenti di categoria D) nell’ambito del medesimo dipartimento, individuato formalmente dal Sindaco, ove non provveda il Dirigente” (art. 25, co. 6, reg.)
Ne discende che in tale quadro normativo e regolamentare (vd. anche co. 8 dell’art. 25) negli enti locali la competenza a provvedere in sede di autotutela va riconosciuta solo allo stesso organo che ha emanato l'atto illegittimo.
Si aggiunga per completezza che appare inconsistente il richiamo, fatto negli atti difensivi del Comune, alla necessità di affidare urgentemente il compito ad altro dirigente per evitare il concretizzarsi di un danno erariale: esso è comunque superato dal fatto che già nel 2007 la Corte dei Conti aveva ritenuto di non contestare alcuna violazione, archiviando il procedimento (TAR Sicilia-Palermo, Sez. I, sentenza 21.05.2015 n. 1206 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2015

COMPETENZE GESTIONALI - CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGO: Amministratori degli enti locali. Sindaco. Incarico di P.O. e d.lgs. 39/2013.
Atteso che l'art. 53, comma 23, della l. 388/2000 si configura quale norma speciale, sembra potersi ritenere prevalente sulla norma successiva introdotta dall'art. 12, comma 1, del d.lgs. 39/2013.
Il Comune ha chiesto un parere in ordine alla possibilità che il Sindaco, cui è stata conferita la titolarità di una posizione organizzativa dell'area tecnica in applicazione dell'art. 53, comma 23, della l. 388/2000, possa mantenere detto incarico alla luce di quanto disposto dall'art. 12, comma 1, del d.lgs. 39/2013, che recita testualmente: 'Gli incarichi dirigenziali, interni ed esterni, nelle pubbliche amministrazioni (...) sono incompatibili con l'assunzione e il mantenimento, nel corso dell'incarico, della carica di componente dell'organo di indirizzo nella stessa amministrazione o nello stesso ente pubblico che ha conferito l'incarico (...)'.
Com'è noto, l'art. 53, comma 23, della L. n. 388/2000, come novellato dall'art. 29, comma 4, della l. 448/2001, prevede che gli enti locali con popolazione inferiore a cinquemila abitanti, fatta salva l'ipotesi di cui all'articolo 97, comma 4, lettera d), del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18.08.2000, n. 267
[1], anche al fine di operare un contenimento della spesa, possono adottare disposizioni regolamentari organizzative, se necessario anche in deroga a quanto disposto all'articolo 3, commi 2, 3 e 4, del decreto legislativo 03.02.1993, n. 29, e successive modificazioni [2], e all'articolo 107 [3] del predetto testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, attribuendo ai componenti dell'organo esecutivo la responsabilità degli uffici e dei servizi ed il potere di adottare atti anche di natura tecnica gestionale. Il contenimento della spesa deve essere documentato ogni anno, con apposita deliberazione, in sede di approvazione del bilancio.
La predetta norma, quindi, ha espressamente introdotto la possibilità di deroga al generale principio di separazione dei poteri, nei piccoli enti, al fine di favorire anche il contenimento della spesa e consentire comunque soluzioni di ordine pratico ad eventuali problemi organizzativi nelle realtà di modeste dimensioni demografiche.
Il richiamato d.lgs. 39/2013 stabilisce, tra l'altro, una serie articolata e minuziosa di cause di inconferibilità e incompatibilità, con riferimento a determinate tipologie di incarichi.
In particolare, l'art. 12, comma 1, definisce le cause di incompatibilità tra l'assunzione e il mantenimento di incarichi dirigenziali
[4], interni ed esterni, e la carica di componente dell'organo di indirizzo nella stessa amministrazione che ha conferito l'incarico.
Come già da tempo rilevato, tale norma sembra porsi in netto contrasto con le previsioni di cui al comma 23 dell'art. 53 della l. 388/2000
[5].
Premesso che le valutazioni in ordine all'effettiva sussistenza di detto apparente contrasto spettano esclusivamente alle competenti autorità statali (ANAC), in via collaborativa si esprimono le seguenti considerazioni.
In relazione al raccordo tra le fonti legislative di cui si discute, preme rilevare che l'art. 53, comma 23, della l. 388/2000 si configura, dal punto di vista giuridico, quale norma speciale (applicabile esclusivamente nei comuni con popolazione inferiore a cinquemila abitanti, in deroga al consolidato principio di separazione dei poteri) e, come tale, prevalente sulla disciplina, di portata generale in materia di inconferibilità e incompatibilità, intervenuta successivamente ad opera del d.lgs. 39/2013.
E' da sottolineare, infatti, che il criterio della specialità viene a porsi quale limite all'applicazione del generale principio della successione delle leggi nel tempo, secondo il consolidato canone 'lex posterior generalis non derogat legi priori speciali'. Pertanto, il principio contenuto in una normativa speciale risulta insuscettibile di abrogazione tacita
[6] o implicita da parte di una norma generale sopravvenuta.
Come rilevato dalla Suprema Corte, 'la regola dell'abrogazione non si applica quando la legge anteriore sia speciale od eccezionale e quella successiva, invece, generale (...), ritenendosi che la disciplina generale - salvo espressa volontà contraria del legislatore - non abbia ragione di mutare quella dettata, per singole o particolari fattispecie, dal legislatore precedente. Le norme speciali sono norme dettate per specifici settori o per specifiche materie, che derogano alla normativa generale per esigenze legate alla natura stessa dell'ambito disciplinato ed obbediscono all'esigenza legislativa di trattare in modo eguale situazioni eguali e in modo diverso situazioni diverse (...) E' ovvio che (...) le norme speciali (...) si pongano in termini di deroga rispetto a regole generali, perché finalizzate o a 'calibrare certi istituti alle particolarità specifiche di un determinato settore o perché sono gli stessi presupposti di fatto che impongono un intervento legislativo derogatorio delle regole vigenti'
[7].
Si segnala, infine, che l'ANCI aveva formulato una proposta di emendamento
[8] al DDL recante 'Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato'- Legge di stabilità 2015, ritenendo necessario specificare la vigenza della disposizione di cui all'art. 53, comma 23, della l. 388/2000, 'attesa la finalità di contenimento della spesa cui è preposta ed il carattere di specialità della stessa, valevole solo per i piccoli Comuni'.
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[1] In virtù di tale norma il segretario comunale esercita ogni altra funzione attribuitagli dallo statuto o dai regolamenti, o conferitagli dal sindaco.
[2] Ora art. 4 del d.lgs. 165/2001.
[3] La norma prevede l'attribuzione ai dirigenti di tutti i compiti non compresi tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo.
[4] A mente di quanto disposto dall'art. 2, comma 2, del medesimo d.lgs. 39/2013, al conferimento negli enti locali di incarichi dirigenziali è assimilato quello di funzioni dirigenziali a personale non dirigenziale (incarico di posizione organizzativa).
[5] Cfr. Conferenza delle Regioni e delle province autonome, ANCI-UPI, Documento di sintesi sui possibili contenuti delle intese ex commi 60 e 61 dell'art. 1 della l. 190/2012, dell'11 luglio 2013, in cui si evidenziava l'opportunità che le intese precisassero il persistere della vigenza delle previsioni di cui al comma 23, dell'art. 53, della l. 388/2000.
[6] Cfr. parere ANCI del 18.09.2014, ove si rileva che la deroga introdotta dall'art. 53, comma 23, della l. 388/2000 è tanto più significativa a seguito dell'entrata in vigore del d.lgs. 39/2013, evidenziando che: 'La portata disapplicativa della norma lascia presumere, in assenza di indicazioni contrarie, che in quanto lex specialis debba prevalere sulle disposizioni generali in tema di incompatibilità, escludendosi quindi un'ipotesi di abrogazione tacita (per il principio lex posterior derogat priori).
[7] Cfr. Corte di Cass. civ., Sez. lavoro, n. 4900/2012.
[8] 'All'articolo 12, comma 1, del decreto legislativo 08.04.2013, n. 39 è aggiunto infine il seguente capoverso: Restano in ogni caso ferme le previsioni di cui al comma 23 dell'articolo 53 della legge 23.12.2000, n. 388'.'
(30.01.2015 - link a www.regione.fvg.it).

novembre 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI1. Competenza all'adozione dell'ordinanza di rimozione rifiuti ex art. 192, comma 3 del Codice dell’Ambiente.
La competenza all'adozione dell'ordinanza ex art. 192, comma 3, del Codice dell’Ambiente -secondo il quale “chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2” (abbandono e deposito incontrollato di rifiuti) “è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo”- spetta al sindaco e non al dirigente dell’ente locale.
2. Sulla necessità che l'ordinanza ex art. 192, comma 3 del Codice dell’Ambiente sia proceduta da comunicazione di avvio procedimento.
L'ordinanza ex art. 192, comma 3, del Codice dell’Ambiente deve essere proceduta da comunicazione di avvio procedimento poiché, nella materia de qua, tale comunicazione si configura come un adempimento indispensabile al fine dell’effettiva instaurazione di un contraddittorio procedimentale con gli interessati, atteso che, secondo la disposizione di legge, l’ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente “in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo” .

E’ controversa la legittimità del provvedimento con cui il Sindaco di Lavagna ha ordinato alla Società ricorrente di rimuovere i rifiuti pericolosi (materiale inerte contenente amianto) casualmente rinvenuti all’interno di un’intercapedine sottostante la passeggiata comunale.
L’Amministrazione procedente ha fatto proprie le valutazioni del personale comunale che, all’esito di un sopralluogo, aveva ricondotto la presenza dei rifiuti alla Società concessionaria del limitrofo tratto di arenile, collegato all’intercapedine da una scalinata.
Al momento del sopralluogo, peraltro, l’accesso all’intercapedine era precluso da un muro di mattoni che, a giudizio del personale comunale, sarebbe stato recentemente edificato proprio allo scopo di occultare la presenza del materiale pericoloso.
Le censure di legittimità dedotte dalla parte ricorrente, nel contesto di sei motivi di ricorso, possono essere suddivise in due gruppi: quelle del primo gruppo, tese a denunciare la sussistenza di vizi prevalentemente formali, sono accomunate dalla contestazione inerente alla natura del rimedio azionato dall’Amministrazione; gli altri tre motivi di ricorso contengono rilievi intesi ad escludere ogni responsabilità del privato in relazione al deposito dei rifiuti pericolosi che formano oggetto del provvedimento impugnato.
In via preliminare, deve provvedersi all’esatta qualificazione del provvedimento impugnato, attesa la contraddittorietà delle indicazioni emergenti dalla lettera del medesimo che, nelle premesse, richiama sia il potere sindacale di emanare ordinanze contingibili e urgenti in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale (art. 50, comma 5, d.lgs. n. 267/2000 – t.u. enti locali) sia il potere di ordinare la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti ex art. 192 del d.lgs. n. 152/2006 (codice dell’ambiente).
Evidenti ragioni di carattere logico precludono la possibilità di qualificare il provvedimento come una sorta di atto complesso, ossia come “ordinario” provvedimento volto alla rimozione di rifiuti e, al contempo, come rimedio extra ordinem per fronteggiare un’eccezionale esigenza di tutela della salute pubblica.
Si tratta, d’altronde, di due poteri ripristinatori ontologicamente diversi, il primo dei quali presuppone l’accertamento della responsabilità dei soggetti che hanno abbandonato i rifiuti e il secondo, che prescinde da tale accertamento, muove da una situazione di pericolo per la salute pubblica (cfr. TAR Piemonte, sez. II, 09.02.2012, n. 172).
Nonostante l’esplicito richiamo contenuto nelle premesse, l’atto in questione non può essere considerato, come pretenderebbe parte ricorrente, una ordinanza contingibile e urgente ex art. 50, comma 5, t.u. enti locali, facendo difetto nella fattispecie i presupposti fondamentali richiesti per l’esercizio del relativo potere, vale a dire l’esistenza di una situazione di eccezionalità, non fronteggiabile con gli strumenti giuridici ordinari previsti dall’ordinamento, e il mancato accertamento di specifiche responsabilità in ordine all’abbandono dei rifiuti.
In accordo con la difesa dell’Amministrazione, deve ritenersi, invece, che il provvedimento in questione vada qualificato come ordinanza ex art. 192, comma 3, codice dell’ambiente, secondo il quale “chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2” (abbandono e deposito incontrollato di rifiuti) “è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all’esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.
L’Amministrazione procedente, infatti, si è limitata ad una sintetica ricostruzione dei fatti e ad affermare, richiamando la relazione del sopralluogo effettuato dal proprio personale, la responsabilità dell’odierna ricorrente, senza tuttavia menzionare particolari situazioni di pericolo per la sanità e l’igiene pubblica che, in ipotesi, avrebbero imposto l’utilizzo di rimedi extra ordinem né rendere conto dell’espletamento di alcuna attività istruttoria volta all’individuazione dei pericoli suddetti.
Le conclusioni che precedono comportano la reiezione della censura dedotta con il primo motivo di ricorso, concernente l’improprio utilizzo del potere di ordinanza ex art. 50, comma 5, t.u. enti locali.
E’ destituito di fondamento anche il terzo motivo di ricorso, relativo alla titolarità del potere esercitato nella fattispecie: l’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006, infatti, è una norma speciale sopravvenuta rispetto all’art. 107, comma 5, del d.lgs. n. 267/2000, cosicché la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie per la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti abbandonati spetta al sindaco e non al dirigente dell’ente locale (Cons. Stato, sez. V, 25.08.2008, n. 4061).
E’ fondato e meritevole di accoglimento, invece, il secondo motivo di ricorso, con cui viene denunciata l’illegittimità dell’atto per mancata comunicazione di avvio del procedimento, genericamente (e inesattamente) giustificata dall’Amministrazione con riferimento a pretese ragioni di celerità connesse alla tutela della “sicurezza pubblica”.
Come precisato dal Consiglio di Stato con la citata decisione n. 4061 del 2008, infatti, la preventiva, formale comunicazione dell’avvio del procedimento si configura, nella materia de qua, come “un adempimento indispensabile al fine dell’effettiva instaurazione di un contraddittorio procedimentale con gli interessati”, atteso che l’ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente “in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo” (cfr. anche TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 02.09.2009, n. 4598).
La difesa comunale afferma che l’omissione dell’adempimento in parola sarebbe stata imposta dalla necessità di provvedere con assoluta urgenza, a causa della pericolosità del materiale da rimuovere, ma tale assunto è smentito, di fatto, dalla tempistica dello specifico procedimento, atteso che l’ordinanza di rimozione è stata adottata a distanza di quasi due mesi dalla relazione di sopralluogo nella quale si riferiva con certezza la presenza di amianto.
Inoltre, non può ritenersi che, nel caso in esame, la comunicazione di avvio del procedimento avrebbe rappresentato l’adempimento di un obbligo meramente formale in quanto, alla luce dei rilievi formulati nel ricorso circa l’assenza di responsabilità per l’abbandono dei rifiuti, non si può certo ritenere a priori che l’apporto procedimentale del privato non sarebbe stato idoneo ad influire sull’esito del procedimento.
Non può trovare applicazione, pertanto, il disposto dell’art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241/1990.
Le considerazioni che precedono sono sufficienti a fondare la diagnosi di fondatezza del ricorso, a prescindere dal vaglio dei rilievi formulati con i residui tre motivi di gravame che richiederebbe accertamenti istruttori complessi e tempi non brevi.
La presente pronuncia, d’altronde, risulta pienamente satisfattiva dell’interesse azionato da parte ricorrente in quanto, essendo già intervenuta la rimozione dei rifiuti ad opera del Comune, deve escludersi la possibilità di riedizione dell’attività amministrativa che ha condotto all’adozione del provvedimento illegittimo
(massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Liguria, Sez. II, sentenza 21.11.2014 n. 1698 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

luglio 2014

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: Sull'adozione di un atto amministrativo a doppia firma (dirigente e Segretario Comunale)
La giurisprudenza ha ritenuto ammissibile la doppia sottoscrizione (firma) del provvedimento unicamente nell’ipotesi in cui il provvedimento sia contestualmente sottoscritto anche dal responsabile del procedimento, perché la firma anche da parte di quest’ultimo non può far sorgere dubbi su quale sia l’effettiva volontà manifestata dalla P.A., evidenziata dal provvedimento, né basta a far ipotizzare contraddittorietà di valutazioni o di posizioni.
La sottoscrizione dell’atto anche da parte del responsabile del procedimento non incide, cioè, sulla posizione della P.A..
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Nel caso qui in esame nessuno dei due organi firmatari del provvedimento l’ha sottoscritto quale mero responsabile del procedimento, o almeno non sono stati forniti elementi in tal senso dalla P.A., cosicché deve ritenersi che il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio abbia sottoscritto l’ordine di demolizione in qualità di organo deputato in via esclusiva alla sua adozione, ai sensi dell’art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000.
Sicché, la contestuale sottoscrizione del provvedimento da parte del Segretario Generale, in difetto della prova di una competenza specifica di quest’ultimo, produce l’effetto di non rendere detto provvedimento imputabile in via esclusiva all’Ufficio amministrativo ad esso preposto, con il corollario dell’illegittimità dello stesso.
Inoltre, essendo stata la doppia sottoscrizione apposta da organi diversi, portatori di funzioni e compiti diversi ed autonomi, essa non può che ingenerare il dubbio su quale sia stato il potere effettivamente esercitato.
Più in dettaglio, qualora fosse ravvisabile una competenza esclusiva del Segretario Generale alla sottoscrizione del provvedimento, questo sarebbe comunque viziato per l’apposizione contestuale della firma da parte del Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio (che, si ribadisce, non pare in alcun modo averlo firmato quale mero responsabile del procedimento). Né vi sono elementi per ritenere che il Segretario Generale abbia avocato a sé la competenza alla trattazione della pratica (anzi, una simile ipotesi è esclusa dalla contestuale sottoscrizione del predetto capo Settore). Donde l’incertezza sul potere effettivamente esercitato nella vicenda in esame, mentre la firma dell’ordine di demolizione compete in via esclusiva all’organo preposto all’Ufficio deputato a trattare la pratica (art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000).
Comunque, ad ulteriore riprova dell’illegittimità della doppia sottoscrizione di un provvedimento, essa rende quanto mai incerto il regime della responsabilità del dipendente conseguente alla sua adozione (proprio per i dubbi circa la competenza ad adottarlo).

... per l’annullamento dell’ordinanza del Comune di Arpino n. 53/09, prot. gen. n. 4647/6 del 01.04.2009, notificata in pari data, con cui è stata ingiunta la demolizione di opere edilizie abusive descritte nell’ordinanza stessa e realizzate sul terreno distinto in catasto al fg. n. 66, mapp. n. 1134.
...
● Considerato, infatti, che nel caso di specie l’ordinanza impugnata risulta sottoscritta da due distinti organi del Comune di Arpino (il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio ed il Segretario Generale del Comune), ognuno dotato di una propria esclusiva sfera di competenza, non sovrapponibile alle sfere di competenza altrui, con il corollario dell’impossibilità di imputare il provvedimento all’uno o all’altro organo, come dovrebbe invece avvenire, sulla base dell’organizzazione interna dell’Ente locale delineata dallo statuto e dai regolamenti (v. art. 107 del d.lgs. n. 267/2000);
● Considerato, più in dettaglio, che la giurisprudenza ha ritenuto ammissibile la doppia sottoscrizione del provvedimento unicamente nell’ipotesi in cui il provvedimento sia contestualmente sottoscritto anche dal responsabile del procedimento, perché la firma anche da parte di quest’ultimo non può far sorgere dubbi su quale sia l’effettiva volontà manifestata dalla P.A., evidenziata dal provvedimento, né basta a far ipotizzare contraddittorietà di valutazioni o di posizioni (cfr. TAR Liguria, Sez. I, 05.02.02014, n. 186). La sottoscrizione dell’atto anche da parte del responsabile del procedimento non incide, cioè, sulla posizione della P.A.;
● Considerato, tuttavia, che nel caso qui in esame nessuno dei due organi firmatari del provvedimento l’ha sottoscritto quale mero responsabile del procedimento, o almeno non sono stati forniti elementi in tal senso dalla P.A., cosicché deve ritenersi che il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio abbia sottoscritto l’ordine di demolizione in qualità di organo deputato in via esclusiva alla sua adozione, ai sensi dell’art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000;
● Considerato che la contestuale sottoscrizione del provvedimento da parte del Segretario Generale, in difetto della prova di una competenza specifica di quest’ultimo, produce l’effetto di non rendere detto provvedimento imputabile in via esclusiva all’Ufficio amministrativo ad esso preposto, con il corollario dell’illegittimità dello stesso (TAR Liguria, Sez. I, 09.02.2007, n. 225);
● Considerato, inoltre, che, essendo stata la doppia sottoscrizione apposta da organi diversi, portatori di funzioni e compiti diversi ed autonomi, essa non può che ingenerare il dubbio su quale sia stato il potere effettivamente esercitato (TAR Liguria, Sez. I, n. 186/2014, cit.);
● Considerato, più in dettaglio, che qualora fosse ravvisabile una competenza esclusiva del Segretario Generale alla sottoscrizione del provvedimento, questo sarebbe comunque viziato per l’apposizione contestuale della firma da parte del Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio (che, si ribadisce, non pare in alcun modo averlo firmato quale mero responsabile del procedimento). Né vi sono elementi per ritenere che il Segretario Generale abbia avocato a sé la competenza alla trattazione della pratica (anzi, una simile ipotesi è esclusa dalla contestuale sottoscrizione del predetto capo Settore). Donde l’incertezza sul potere effettivamente esercitato nella vicenda in esame, mentre la firma dell’ordine di demolizione compete in via esclusiva all’organo preposto all’Ufficio deputato a trattare la pratica (art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000);
● Considerato, ad ulteriore riprova dell’illegittimità della doppia sottoscrizione di un provvedimento, che essa rende quanto mai incerto il regime della responsabilità del dipendente conseguente alla sua adozione (proprio per i dubbi circa la competenza ad adottarlo);
● Considerato che, a fronte di ciò che si è esposto, si appalesano del tutto irrilevanti le argomentazioni della difesa comunale, la quale si limita ad obiettare sul punto che anche la comunicazione di avvio del procedimento sanzionatorio reca la surriferita doppia sottoscrizione e che il Segretario Generale avrebbe firmato gli atti in veste di direttore generale dell’Ente locale;
● Considerato che, secondo l’orientamento (cfr. TAR Puglia, Lecce, Sez. II, 13.04.2013, n. 941) cui ha aderito anche questa Sezione (cfr., ex multis, TAR Lazio, Latina, Sez. I, 02.12.2013, n. 925; id., 24.06.2013, n. 578), l’accoglimento della doglianza incentrata sul dedotto vizio di incompetenza comporta l’annullamento del provvedimento impugnato e la rimessione dell’affare al Comune di Arpino, con assorbimento degli altri motivi di impugnazione, come già previsto dall’art. 26, secondo comma, della l. TAR, ed ora dall’art. 34, comma 2, primo periodo, c.p.a., il quale ha statuito l’impossibilità, per il G.A., di pronunciarsi in riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati;
● Ritenuto quindi, alla luce di quanto si è detto, di dover dichiarare il ricorso manifestamente fondato ai sensi dell’art. 74 c.p.a., attesa la fondatezza della censura di incompetenza avanzata con il quarto motivo e con assorbimento di ogni altra censura;
● Ritenuto, perciò, di dover disporre l’annullamento dell’ordinanza impugnata e di dover rimettere la questione al Comune di Arpino per le eventuali ulteriori determinazioni (TAR Lazio-Latina, sentenza 29.07.2014 n. 667 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIIl nuovo sistema del riparto di competenze tra Giunta e Consiglio comunale, previsto dagli artt. 42 e ss. del t.u. 18.08.2000 n. 267, è retto dal principio secondo cui l'organo elettivo (Consiglio comunale) è chiamato ad esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilevo generale, che si traducono in «atti fondamentali» tassativamente elencati all'art. 32 della l. 08.06.1990 n. 142, poi trasfuso nell'art. 42 del t.u. approvato con d.lgs. 18.08.2000 n. 267, mentre la Giunta Municipale «compie gli atti di amministrazione che non siano riservati dalla legge al consiglio e che non rientrino nelle competenze, previste dalle leggi o dallo statuto, del sindaco, degli organi di decentramento, del segretario o dei funzionari dirigenti».
In tale contesto, il ruolo del Consiglio comunale va ragionevolmente riferito alle sole determinazioni che comportano un'effettiva incidenza sulle scelte fondamentali dell'ente, mentre la Giunta resta investita del compito di attuare gli indirizzi formulati dall'organo elettivo, eventualmente anche svolgendo attività pur sempre con finalità esecutive, ma che implichino una valutazione di natura in qualche misura politico-amministrativa e, come tale, non spettante alla competenza della dirigenza.

La giurisprudenza ha chiarito che il nuovo sistema del riparto di competenze tra Giunta e Consiglio comunale, previsto dagli artt. 42 e ss. del t.u. 18.08.2000 n. 267, è retto dal principio secondo cui l'organo elettivo (Consiglio comunale) è chiamato ad esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilevo generale, che si traducono in «atti fondamentali» tassativamente elencati all'art. 32 della l. 08.06.1990 n. 142, poi trasfuso nell'art. 42 del t.u. approvato con d.lgs. 18.08.2000 n. 267, mentre la Giunta Municipale «compie gli atti di amministrazione che non siano riservati dalla legge al consiglio e che non rientrino nelle competenze, previste dalle leggi o dallo statuto, del sindaco, degli organi di decentramento, del segretario o dei funzionari dirigenti».
In tale contesto, il ruolo del Consiglio comunale va ragionevolmente riferito alle sole determinazioni che comportano un'effettiva incidenza sulle scelte fondamentali dell'ente, mentre la Giunta resta investita del compito di attuare gli indirizzi formulati dall'organo elettivo, eventualmente anche svolgendo attività pur sempre con finalità esecutive, ma che implichino una valutazione di natura in qualche misura politico-amministrativa e, come tale, non spettante alla competenza della dirigenza (Cons. Stato, sez. V, 09.12.2002 n. 6764).
Nel caso in questione, una volta che la giunta comunale, con deliberazione n. 241 del 09.10.2007, aveva approvato il progetto per l’ampliamento del parcheggio, ogni altra determinazione in merito rientrava nella competenza dei dirigenti, trattandosi di atti esecutivi di decisioni già adottate dal livello politico dell’amministrazione (TAR Lombardia-MIlano, Sez. IV, sentenza 02.07.2014 n. 1706 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2014

COMPETENZE GESTIONALI: L’organo consiliare elettivo è chiamato ad esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilievo generale, che si traducono in atti fondamentali, tassativamente elencati nell’art. 42 del D. Lgs. 18.08.2000, n. 267, laddove la giunta comunale ha una competenza residuale, potendo compiere tutti gli atti che dalla legge non sono riservati al consiglio comunale ovvero che non ricadono, secondo le previsioni legislative o dello statuto, nelle competente del Sindaco.
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Con riferimento ad una fattispecie di decadenza del privato da una convenzione attributiva del diritto di superficie è stato affermato che, mentre spetta al consiglio comunale, ai sensi del citato articolo 42, di esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilievo generale e gli atti fondamentali di natura programmatoria, tra cui gli atti di disposizione del patrimonio immobiliare, compresa l'approvazione della cessione del diritto di superficie di aree di proprietà comunale, rientra nella competenza della Giunta, ai sensi del successivo art. 48 del D.Lgs. n. 267 del 2000, l’attuazione degli indirizzi generali dell’organo consiliare, ivi compresa la deliberazione di decadenza (del privato dalla convenzione che attribuisce il diritto di superficie), tale deliberazione non potendo essere considerata un "contrarius actus" non contenendo una diversa (e contraria) volontà rispetto a quella (originariamente) manifestata dall'organo consiliare, ma costituendo piuttosto una esecuzione dell'indirizzo generale del Consiglio trasfuso nella convenzione.

Infatti, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, dal quale non vi è motivo per discostarsi, l’organo consiliare elettivo è chiamato ad esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilievo generale, che si traducono in atti fondamentali, tassativamente elencati nell’art. 42 del D. Lgs. 18.08.2000, n. 267, laddove la giunta comunale ha una competenza residuale, potendo compiere tutti gli atti che dalla legge non sono riservati al consiglio comunale ovvero che non ricadono, secondo le previsioni legislative o dello statuto, nelle competente del Sindaco (Cons. St., sez. V, 13.12.2005, n. 7058, più recentemente ex multis, sez. V, 15.07.2013, n. 3809; 02.02.2012, n. 539).
Con riferimento ad una fattispecie di decadenza del privato da una convenzione attributiva del diritto di superficie è stato affermato che, mentre spetta al consiglio comunale, ai sensi del citato articolo 42, di esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilievo generale e gli atti fondamentali di natura programmatoria, tra cui gli atti di disposizione del patrimonio immobiliare, compresa l'approvazione della cessione del diritto di superficie di aree di proprietà comunale, rientra nella competenza della Giunta, ai sensi del successivo art. 48 del D.Lgs. n. 267 del 2000, l’attuazione degli indirizzi generali dell’organo consiliare, ivi compresa la deliberazione di decadenza (del privato dalla convenzione che attribuisce il diritto di superficie), tale deliberazione non potendo essere considerata un "contrarius actus" non contenendo una diversa (e contraria) volontà rispetto a quella (originariamente) manifestata dall'organo consiliare, ma costituendo piuttosto una esecuzione dell'indirizzo generale del Consiglio trasfuso nella convenzione (Cons. St., sez. V, 17.09.2010, n. 6982)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 23.06.2014 n. 3137 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

marzo 2014

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATASebbene in giurisprudenza sia stata, anche di recente, affermata la competenza della Giunta in materia di adeguamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, reputa il collegio di aderire all’opposto orientamento che ritiene sussistente la competenza del Consiglio comunale.
In tal senso depone il tenore letterale dell’art. 16, comma 4, del D.P.R. n. 380/2001 che riconosce espressamente la competenza del Consiglio comunale in materia, affermando che: “L’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base alle tabelle parametriche che la regione definisce per classi di comuni…”. La suddetta competenza è ribadita dal successivo comma 5 per il caso in cui la regione non provveda alla definizione della tabelle parametriche e dal successivo art. 19 recante la disciplina del contributo di costruzione per opere o impianti non destinati alla residenza, alle quali è ascrivibile l’intervento assentito in favore della esponente.
Deve ancora osservarsi che le menzionate disposizioni contenute nel D.P.R. n. 380/2001 non rivestono portata derogatoria bensì confermativa della disciplina sulle attribuzioni del Consiglio comunale come normate all’art. 42 del d.lgs. n. 267/2000 atteso che, ai sensi della lettera f), comma 2, del disposto normativo in esame, il Consiglio ha competenza anche in materia di “istituzione e ordinamento dei tributi, con esclusione della determinazione delle relative aliquote; disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei beni e dei servizi”, e non v’è dubbio che, anche a prescindere dalla controversa natura giuridica degli oneri in questione, si tratti di prestazioni patrimoniali imposte la cui disciplina, secondo un risalente principio giuridico, spetta all’organo elettivo della comunità di riferimento, nella specie rappresentato dal Consiglio comunale.
Né per sostenere la tesi della competenza della Giunta comunale vale opporre che nel caso di specie si tratterebbe di un mero adeguamento degli importi degli oneri dovuti poiché, in senso contrario, deve osservarsi che l’art. 16 del DPR n. 380/2001 non distingue tra determinazione degli oneri e loro aggiornamento, limitandosi ad indicare nel consiglio l’organo competente a provvedere in materia, in linea con la previsione generale di cui all’art. 42, comma 2, lett. f), del d.lgs. n. 267/2000.
Al contempo la tesi della competenza della Giunta non può fondatamente essere sostenuta facendo valere il carattere sostanzialmente vincolato del procedimento di adeguamento periodico degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, atteso che, in realtà, si tratta di decisioni comunque caratterizzate dall’esercizio di poteri discrezionali che, per l’ampia latitudine delle valutazioni di merito implicate e per le ricadute dirette sui diritti dominicali degli appartenenti alle comunità di riferimento, non possono non essere esercitati dal Consiglio in quanto unico organo competente in materia di istituzione ed ordinamento di tributi e di disciplina delle tariffe per la fruizione dei servizi.
Che si tratti di esercizio di poteri discrezionali è confermato sia dal tenore delle disposizioni normative pertinenti che dal contenuto delle delibere in concreto assunte dalla Giunta e contestate dalla ricorrente.
Ed infatti, ai sensi dell’art. 16, comma 6, del DPR. n. 380/2001 “Ogni cinque anni i comuni provvedono ad aggiornare gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, in conformità alle relative disposizioni regionali, in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”; nella specie non risulta che la regione Molise abbia assunto alcuna decisione in materia di adeguamento degli oneri di urbanizzazione sicché l’attività posta in essere dalla Giunta non si rivela come meramente attuativa degli indirizzi regionali in materia.
Inoltre la norma prevede che l’aggiornamento debba essere eseguito “in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”, secondo cioè parametri tutt’altro che oggettivi ed univoci, implicando stime di carattere presuntivo e probabilistico certamente opinabili, tant’è che, nel caso di specie, la Giunta nell’esercizio di un potere ampiamente discrezionale, ha ritenuto di ancorare l’aggiornamento al parametro della rivalutazione in ragione della variazione intervenuta nei costi delle summenzionate opere di urbanizzazione, peraltro pervenendo in tal modo ad un incremento di ben il 348 per cento degli oneri di urbanizzazione.
Ora è evidente che la scelta di un criterio, non imposto dalla legge e neppure dagli indirizzi regionali, nella specie non adottati, e quindi espressione di una valutazione discrezionale e che comporta, al contempo, un incremento degli oneri di urbanizzazione di oltre il 300%, non può ragionevolmente essere sottratto alla competenza del Consiglio in quanto organo responsabile della istituzione dei tributi e della disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei servizi, qual è l’attività di realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria.

Il ricorso è fondato.
Con ordinanza n. 7/2013 il collegio ha accolto la domanda cautelare ritenendo fondata la dedotta censura di difetto di competenza della Giunta nella determinazione del contributo relativo agli oneri di urbanizzazione, al costo di costruzione ed ai diritti di segreteria.
La successiva fase di merito del giudizio non ha introdotto elementi in fatto o in diritto nuovi sicché l’orientamento espresso dal collegio in sede cautelare deve, in questa sede, essere confermato.
Sebbene, infatti, in giurisprudenza sia stata, anche di recente, affermata la competenza della Giunta in materia di adeguamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione (cfr. TAR Campania, II, n. 4206/2013), reputa il collegio di aderire all’opposto orientamento che ritiene sussistente la competenza del Consiglio comunale (TAR Lecce, III, n. 2765/2010).
In tal senso depone il tenore letterale dell’art. 16, comma 4, del D.P.R. n. 380/2001 che riconosce espressamente la competenza del Consiglio comunale in materia, affermando che: “L’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base alle tabelle parametriche che la regione definisce per classi di comuni…”. La suddetta competenza è ribadita dal successivo comma 5 per il caso in cui la regione non provveda alla definizione della tabelle parametriche e dal successivo art. 19 recante la disciplina del contributo di costruzione per opere o impianti non destinati alla residenza, alle quali è ascrivibile l’intervento assentito in favore della esponente.
Deve ancora osservarsi che le menzionate disposizioni contenute nel D.P.R. n. 380/2001 non rivestono portata derogatoria bensì confermativa della disciplina sulle attribuzioni del Consiglio comunale come normate all’art. 42 del d.lgs. n. 267/2000 atteso che, ai sensi della lettera f), comma 2, del disposto normativo in esame, il Consiglio ha competenza anche in materia di “istituzione e ordinamento dei tributi, con esclusione della determinazione delle relative aliquote; disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei beni e dei servizi”, e non v’è dubbio che, anche a prescindere dalla controversa natura giuridica degli oneri in questione, si tratti di prestazioni patrimoniali imposte la cui disciplina, secondo un risalente principio giuridico, spetta all’organo elettivo della comunità di riferimento, nella specie rappresentato dal Consiglio comunale.
Né per sostenere la tesi della competenza della Giunta comunale vale opporre che nel caso di specie si tratterebbe di un mero adeguamento degli importi degli oneri dovuti poiché, in senso contrario, deve osservarsi che l’art. 16 del DPR n. 380/2001 non distingue tra determinazione degli oneri e loro aggiornamento, limitandosi ad indicare nel consiglio l’organo competente a provvedere in materia, in linea con la previsione generale di cui all’art. 42, comma 2, lett. f), del d.lgs. n. 267/2000.
Al contempo la tesi della competenza della Giunta non può fondatamente essere sostenuta facendo valere il carattere sostanzialmente vincolato del procedimento di adeguamento periodico degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, atteso che, in realtà, si tratta di decisioni comunque caratterizzate dall’esercizio di poteri discrezionali che, per l’ampia latitudine delle valutazioni di merito implicate e per le ricadute dirette sui diritti dominicali degli appartenenti alle comunità di riferimento, non possono non essere esercitati dal Consiglio in quanto unico organo competente in materia di istituzione ed ordinamento di tributi e di disciplina delle tariffe per la fruizione dei servizi.
Che si tratti di esercizio di poteri discrezionali è confermato sia dal tenore delle disposizioni normative pertinenti che dal contenuto delle delibere in concreto assunte dalla Giunta e contestate dalla ricorrente.
Ed infatti, ai sensi dell’art. 16, comma 6, del DPR. n. 380/2001 “Ogni cinque anni i comuni provvedono ad aggiornare gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, in conformità alle relative disposizioni regionali, in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”; nella specie non risulta che la regione Molise abbia assunto alcuna decisione in materia di adeguamento degli oneri di urbanizzazione sicché l’attività posta in essere dalla Giunta non si rivela come meramente attuativa degli indirizzi regionali in materia.
Inoltre la norma prevede che l’aggiornamento debba essere eseguito “in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”, secondo cioè parametri tutt’altro che oggettivi ed univoci, implicando stime di carattere presuntivo e probabilistico certamente opinabili, tant’è che, nel caso di specie, la Giunta nell’esercizio di un potere ampiamente discrezionale, ha ritenuto di ancorare l’aggiornamento al parametro della rivalutazione in ragione della variazione intervenuta nei costi delle summenzionate opere di urbanizzazione, peraltro pervenendo in tal modo ad un incremento di ben il 348 per cento degli oneri di urbanizzazione.
Ora è evidente che la scelta di un criterio, non imposto dalla legge e neppure dagli indirizzi regionali, nella specie non adottati, e quindi espressione di una valutazione discrezionale e che comporta, al contempo, un incremento degli oneri di urbanizzazione di oltre il 300%, non può ragionevolmente essere sottratto alla competenza del Consiglio in quanto organo responsabile della istituzione dei tributi e della disciplina generale delle tariffe per la fruizione dei servizi, qual è l’attività di realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria (TAR Molise, sentenza 31.03.2014 n. 210 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Enti locali: il dirigente non ha potere di rappresentanza processuale in assenza di una norma che lo preveda.
Nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto –ed anche il regolamento, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare– può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell’ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero a esponenti apicali della struttura burocratico–amministrativa dell’ente, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, resta ferma l’esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale dell’ente medesimo prevista dalla legge, ai sensi dell’art. 50 del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267.
5. Secondo l’insegnamento delle sezioni unite di questa corte riguardo ai comuni (Cass. Sez. un. 16.06.2005 n. 12868; conformi tutte le successive, tra le quali, di recente e con riferimento al Comune di Benevento, v. Cass. 22.03.2012 n. 4556), ma che deve trovare applicazione anche riguardo alle province per l’identità delle norme applicabili, insegnamento che il collegio condivide e al quale nel ricorso (che lo ignora) non sono mosse critiche, nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto –ed anche il regolamento, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare– può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell’ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero a esponenti apicali della struttura burocratico–amministrativa dell’ente, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, resta ferma l’esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale dell’ente medesimo prevista dalla legge, ai sensi dell’art. 50 del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267. Nella sentenza citata si osserva poi –e ciò rileva in relazione ai richiami dell’ente alla legge n. 265 del 2001;
- che l’art. 27 del d.lgs. 30.03.2001, n. 165, contenente norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, prevede che le amministrazioni non statali, nell’esercizio della propria potestà statutaria e regolamentare, adeguino ai principi dell’art. 4 e del presente capo i propri ordinamenti, tenendo conto delle relative peculiarità; e che tra i principi richiamati in tale disposizione è ricompreso quello di cui all’art. 16, il quale, dando continuità a disposizioni già contenute nel d.lgs. n. 29 del 1993, nel disciplinare le funzioni dei dirigenti di uffici dirigenziali generali, alla lett. f) del primo comma attribuisce agli stessi il potere di promuovere e resistere alle liti, nonché quello di conciliare e di transigere –così attribuendo a detti dirigenti la legittimazione processuale attiva e passiva nelle controversie riguardanti il settore dell’amministrazione cui sono preposti– e che tale disposizione, ai sensi dell’art. 13 dello stesso decr. legisl., si applica direttamente soltanto per i dirigenti di uffici dirigenziali generali delle amministrazioni statali, anche a ordinamento autonomo: ne deriva che con il richiamato art. 27 il legislatore ha inteso affidare all’autonomia degli enti locali la materia in ragione degli elementi di differenziazione di detti enti rispetto all’amministrazione statale.
6. Nel caso in esame, l’ente non indica la norma statutaria –né quella regolamentare autorizzata dallo statuto– che attribuirebbe al dirigente, che rilasciò la procura, la rappresentanza legale esterna della provincia. La mera affermazione contenuta nel ricorso, che il dirigente “astrattamente ben può essere abilitato dallo statuto o da regolamento alla rappresentanza legale giudiziale”, in sé condivisibile (quanto al regolamento, con il limite sopra indicato), non giustifica la deduzione o la presunzione dell’esistenza in punto di fatto della necessaria previsione statutaria ed eventualmente regolamentare, e comportava, per l’ente, l’onere di indicare la disposizione statutaria (ed eventualmente anche quella regolamentare) richiesta dalle norme di legge invocate.
Ora, l’articolo 44 dallo Statuto della Provincia di Benevento, che demanda ai regolamenti l’attribuzione ai dirigenti “di responsabilità gestionali connesse alla realizzazione degli obiettivi e degli indirizzi di politica organizzativa deliberati dagli organi politico amministrativi”, non contiene alcun espresso rinvio, in materia di rappresentanza esterna dei dirigenti, alla normativa regolamentare. Né un qualsiasi accenno alla rappresentanza giudiziale dell’ente si rinviene nel richiamato art. 49 dello stesso statuto, dove si fa riferimento agli obiettivi determinati dagli organi politici dell’ente, al buon andamento degli uffici, all’economicità, efficacia, efficienza della gestione amministrativa, agli atti di gestione del personale, e all’irrogazione delle sanzioni per le contravvenzioni ai regolamenti provinciali.
Del resto, e per quel che può valere in assenza di un espresso rinvio statutario, neppure l’ente indica il regolamento provinciale che al supposto e non specificato rinvio avrebbe dato attuazione, limitandosi ad affermare genericamente che un non meglio precisato regolamento “dell’ordinamento e degli uffici” avrebbe affidato la responsabilità “anche negoziale e processuale verso l’esterno” per tutti gli atti del contenzioso al dirigente del settore legale dell’avvocatura provinciale.
A queste carenze del ricorso non supplisce poi il richiamo al diritto vivente, che nella materia in esame s’identifica con la già citata pronuncia delle Sezioni unite di questa corte (Corte di Cassazione, Sez. I, sentenza 28.03.2014 n. 7402 - link a http://renatodisa.com).

febbraio 2014

COMPETENZE GESTIONALI: L’affidamento provvisorio della gestione dei campi da calcio e servizi annessi del capoluogo, per un periodo massimo di mesi tre e senza oneri a carico del Comune, disposto con delibera di Giunta non rientra in alcuna delle ipotesi specificate all’art. 42 (competenze del Consiglio) del né in quelle di cui all’art. 107 (competenze della Dirigenza) con la conseguenza che non può che rientrare nella competenza residuale della Giunta comunale ai sensi dell’art. 48.
... per l'annullamento dell’affidamento provvisorio della gestione dei campi da calcio e servizi annessi del capoluogo, per un periodo massimo di mesi tre e senza oneri a carico del Comune, disposto con delibera di Giunta n. 151 del 28.12.2012 in favore dell’odierna controinteressata;
...
Quanto al dedotto profilo di competenza, la ricorrente allega la violazione degli artt. 42 e 107 del D.Lgs. n. 267/2000 affermando genericamente che la proroga impugnata rientrerebbe nelle competenze del Consiglio comunale o, al più, della dirigenza.
Anche tale secondo motivo è infondato.
Sul punto deve rilevarsi che il provvedimento impugnato non rientra in alcuna delle ipotesi specificate all’art. 42 (competenze del Consiglio) del né in quelle di cui all’art. 107 (competenze della Dirigenza) con la conseguenza che non può che rientrare nella competenza residuale della Giunta comunale ai sensi dell’art. 48 (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 11.02.2014 n. 40 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: Ogni competenza del Sindaco, in merito ai provvedimenti ascrivibili alla mera attività di gestione amministrativa in materia edilizia, deve essere ritenuta abrogata in virtù delle disposizioni legislative che hanno inteso separare, anche negli enti locali, la funzione di indirizzo politico da quella, appunto, di gestione amministrativa.
Nel settore dell’edilizia, infatti, prima, l'art. 6, l. n. 127 del 1997, modificando l'art. 51, l. n. 142 del 1990, ha previsto alla lett. f) che spettino alla competenza dei dirigenti «i provvedimenti di autorizzazione, concessione o analoghi, il cui rilascio presupponga accertamenti e valutazioni, anche di natura discrezionale, nel rispetto di criteri predeterminati dalla legge, dai regolamenti, da atti generali di indirizzo, ivi comprese le autorizzazioni e le concessioni edilizie».
Successivamente, la l. n. 191 del 1998 ha, a sua volta, modificato l'art. 6, l. n. 127 del 1997, introducendo la lett. f-bis) secondo la quale spettano ai dirigenti «tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale», così espressamente attribuendo alla dirigenza la competenza in materia di applicazione di sanzioni edilizie; a norma dell'art. 51 comma 3, l. 08.06.1990 n. 142 (oggi, d.lgs. 18.08.2000 n. 267), infine, sono di competenza dei dirigenti «tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, che la legge e lo statuto espressamente non riservino agli organi di governo dell'ente».
Peraltro, la stessa norma azionata in questa sede, ossia l’art. 31 del D.P.R. 380/2001, radica la relativa competenza proprio in capo al dirigente.

Infondata è, altresì, la quarta censura relativa all’incompetenza del dirigente che ha emanato l’atto in favore del Sindaco dell’ente.
In proposito, si ribadisce che ogni competenza del Sindaco, in merito ai provvedimenti ascrivibili alla mera attività di gestione amministrativa in materia edilizia, deve essere ritenuta abrogata in virtù delle disposizioni legislative che hanno inteso separare, anche negli enti locali, la funzione di indirizzo politico da quella, appunto, di gestione amministrativa. Nel settore dell’edilizia, infatti, prima, l'art. 6, l. n. 127 del 1997, modificando l'art. 51, l. n. 142 del 1990, ha previsto alla lett. f) che spettino alla competenza dei dirigenti «i provvedimenti di autorizzazione, concessione o analoghi, il cui rilascio presupponga accertamenti e valutazioni, anche di natura discrezionale, nel rispetto di criteri predeterminati dalla legge, dai regolamenti, da atti generali di indirizzo, ivi comprese le autorizzazioni e le concessioni edilizie».
Successivamente, la l. n. 191 del 1998 ha, a sua volta, modificato l'art. 6, l. n. 127 del 1997, introducendo la lett. f bis) secondo la quale spettano ai dirigenti «tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale», così espressamente attribuendo alla dirigenza la competenza in materia di applicazione di sanzioni edilizie; a norma dell'art. 51 comma 3, l. 08.06.1990 n. 142 (oggi, d.lgs. 18.08.2000 n. 267), infine, sono di competenza dei dirigenti «tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, che la legge e lo statuto espressamente non riservino agli organi di governo dell'ente» (cfr. TAR Campania Napoli, sez. II, 13.02.2009, n. 802, TAR Campania Napoli, sez. VI, n. 3586/2009).
Peraltro, la stessa norma azionata in questa sede, ossia l’art. 31 del D.P.R. 380/2001, radica la relativa competenza proprio in capo al dirigente
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 06.02.2014 n. 796 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: La competenza al diniego o al rilascio del permesso di costruire, anche in sanatoria, e dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi non è più del Sindaco, ma del dirigente ovvero, nei Comuni sprovvisti di personale di qualifica dirigenziale, del responsabile di ufficio o servizio.
Parimenti infondata è la doglianza relativa all’incompetenza del Responsabile del Servizio Edilizia Privata ad emanare il provvedimento impugnato.
Come già chiarito da questo Tar a seguito del mutato quadro normativo derivante dall'art. 51, l. 08.06.1990 n. 142, nel testo modificato dall'art. 6, comma 1, l. 15.05.1997 n. 127, e del successivo art. 45, d.lgs. 31.03.1998 n. 80 -che ha distinto gli atti di gestione, di competenza dei dirigenti, da quelli di indirizzo e di controllo, di pertinenza degli organi politici- la competenza al diniego o al rilascio del permesso di costruire, anche in sanatoria, e dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi non è più del Sindaco, ma del dirigente ovvero, nei Comuni sprovvisti di personale di qualifica dirigenziale, del responsabile di ufficio o servizio (cfr., TAR Torino (Piemonte) sez. I, 13/12/2013, n. 1358)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 06.02.2014 n. 389 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALIIl Collegio prende atto che, una parte della giurisprudenza afferma che la competenza ad adottare ordinanze di rimozione di rifiuti abbandonati in base all'art. 192, c. 3, D.Lgs. 03.04.2006 n. 152 spetti al dirigente e non al sindaco, in virtù del principio della separazione tra funzioni di indirizzo politico e funzioni gestionali, di cui all'art. 107, T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, D.Lgs. 18.8.2000 n. 267.
La giurisprudenza attualmente prevalente, alla quale il Collegio aderisce, ritiene tuttavia la competenza sindacale, e non dirigenziale, in relazione all’ordine di rimozione dei rifiuti, emesso dal ex art. 192 del D.Lgs. 152/2006.
Stabilisce, infatti, il c. 3 di tale articolo che, nelle fattispecie ivi indicate, “il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate.”
Tale norma, che sancisce la competenza sindacale in luogo di quella dirigenziale, viene interpretata, dalla giurisprudenza maggioritaria, quale norma speciale rispetto all’art. 107 del T.U. enti locali, che affida ai dirigenti i compiti relativi alla gestione delle attribuzioni amministrative dell’ente locale, tenuto conto dell’applicazione del tradizionale canone ermeneutico lex posterior specialis derogat anteriori generali, e che lo stesso art. 107, c. 4 cit., ha cura di precisare che “le attribuzioni dei dirigenti, in applicazione del principio di cui all’art. 1, co. 4, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative”, ciò che è avvenuto a seguito dell’entrata in vigore del citato art. 192, c. 3.

Il secondo motivo, con cui si deduce il vizio di incompetenza, è invece infondato.
Il Collegio prende atto che, una parte della giurisprudenza, invocata dalla ricorrente, afferma che la competenza ad adottare ordinanze di rimozione di rifiuti abbandonati in base all'art. 192, c. 3, D.Lgs. 03.04.2006 n. 152 spetti al dirigente e non al sindaco, in virtù del principio della separazione tra funzioni di indirizzo politico e funzioni gestionali, di cui all'art. 107, T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, D.Lgs. 18.8.2000 n. 267 (TAR Campania, Napoli, Sez. V, 10.02.2012 n. 730, TAR Sardegna, Sez. II, 04.11.2009 n. 1598).
La giurisprudenza attualmente prevalente, alla quale il Collegio aderisce, ritiene tuttavia la competenza sindacale, e non dirigenziale, in relazione all’ordine di rimozione dei rifiuti, emesso dal ex art. 192 del D.Lgs. 152/2006.
Stabilisce, infatti, il c. 3 di tale articolo che, nelle fattispecie ivi indicate, “il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate.”
Tale norma, che sancisce la competenza sindacale in luogo di quella dirigenziale, viene interpretata, dalla giurisprudenza maggioritaria, quale norma speciale rispetto all’art. 107 del T.U. enti locali, che affida ai dirigenti i compiti relativi alla gestione delle attribuzioni amministrative dell’ente locale (C.S., Sez. V, 29.08.2012, n. 4635; Sez. V, 12.06.2009, n. 3765; Sez. V, 10.03.2009, n. 1296, TAR Lazio, Sez. II, 01.02.2013 n. 1142; TAR Campania, Salerno, Sez. I, 17.09.2012 n. 1644; TAR Lombardia, Brescia, Sez. I, 09.06.2011, n. 867), tenuto conto dell’applicazione del tradizionale canone ermeneutico lex posterior specialis derogat anteriori generali, e che lo stesso art. 107, c. 4 cit., ha cura di precisare che “le attribuzioni dei dirigenti, in applicazione del principio di cui all’art. 1, co. 4, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative”, ciò che è avvenuto a seguito dell’entrata in vigore del citato art. 192, c. 3
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 29.01.2014 n. 312 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - URBANISTICAIl parere di compatibilità del PGT con il PTCP, di cui alla LR 12/2005, non costituisce una manifestazione della generale potestà di pianificazione riconosciuta dal Testo Unico degli enti locali (D.Lgs. 267/2000), all’organo consiliare, quanto piuttosto una valutazione di carattere tecnico, non riservata pertanto al Consiglio.
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Va ricordato l’indirizzo giurisprudenziale che riconosce alle Amministrazioni ampia discrezionalità in sede di approvazione degli strumenti urbanistici generali, senza contare che le osservazioni dei privati a questi ultimi costituiscono un mero apporto collaborativo.

La giurisprudenza amministrativa, infatti, è ormai giunta alla conclusione che il parere di compatibilità del PGT con il PTCP, di cui alla LR 12/2005, non costituisce una manifestazione della generale potestà di pianificazione riconosciuta dal Testo Unico degli enti locali (D.Lgs. 267/2000), all’organo consiliare, quanto piuttosto una valutazione di carattere tecnico, non riservata pertanto al Consiglio (si vedano, sul punto, le sentenze del TAR Lombardia, sez. II, n. 4303/2009, n. 1221/2010, n. 7512 del 10.12.2010 e n. 7614/2010, costituenti precedenti specifici ai quali si rinvia).
Il precedente di segno opposto di questa Sezione II, citato dalla ricorrente (sentenza n. 5292/2007), risulta ormai superato dalle più recenti decisioni di cui sopra, senza contare che la sentenza n. 5292/2007 è stata annullata senza rinvio dal Consiglio di Stato con sentenza della sezione IV, 28.05.2009, n. 3337.
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Nella controdeduzione all’osservazione n. 14 della società istante, l’Amministrazione ha avuto cura di specificare che l’ambito di trasformazione commerciale “E” è stato individuato sulla base di una precedente proposta di piano attuativo in variante al PRG presentata dalla società stessa (cfr. su tale proposta, il doc. 4 ed il doc. 12 del Comune), mentre non appariva rispondente alle esigenze della collettività la soppressione dell’area a verde, peraltro già non edificabile anche in base al previgente PRG.
Si tratta di motivazioni non illogiche né arbitrarie, che escludono l’illegittimità della decisione di pianificazione del Comune, anche tenendo conto dell’indirizzo giurisprudenziale che riconosce alle Amministrazioni ampia discrezionalità in sede di approvazione degli strumenti urbanistici generali, senza contare che le osservazioni dei privati a questi ultimi costituiscono un mero apporto collaborativo (cfr. fra le tante, la fondamentale sentenza del Consiglio di Stato, sez. IV, 10.05.2012, n. 2710, richiamata e confermata dalla successiva sentenza della stessa Sezione IV, 28.11.2012, n. 6040; Consiglio di Stato, sez. IV, 28.12.2012, n. 6703 e 21.12.2012, n. 6656; oltre che, fra le decisioni di primo grado, TAR Toscana, sez. I, 20.11.2013, n. 1593; TAR Lombardia, Milano, sez. II, 04.12.2013, n. 2696, 26.02.2013, n. 532 e 08.02.2012, n. 437; TAR Emilia Romagna, Parma, 29.01.2013, n. 26; TRGA Trentino Alto Adige, Bolzano, 17.07.2012, n. 255)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 24.01.2014 n. 280 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: L’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006 attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione e allo smaltimento dei rifiuti, previste dal comma 2.
Tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio della specialità e criterio cronologico), prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del d.lgs. n. 267/2000.
Poiché dunque, in materia, vi è una competenza esclusiva del Sindaco (che non consta abbia, nel caso di specie, specificamente delegato i propri poteri alla dirigenza), la determinazione dirigenziale impugnata è viziata per incompetenza e deve essere annullata.

... per l'annullamento della determinazione dirigenziale n. 3876 in data 22.01.2013, notificata in data 04.02.2013, con cui è fatto ordine al sig. G.F., quale proprietario, di provvedere alla rimozione dei rifiuti di qualsiasi specie presenti nella “suddetta area”, ed al ripristino dello stato dei luoghi
...
Riveste carattere decisivo il vizio di incompetenza.
Infatti, l’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006 attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione e allo smaltimento dei rifiuti, previste dal comma 2.
Tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio della specialità e criterio cronologico), prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del d.lgs. n. 267/2000 (cfr., ex plurimis, Cons. St., sez. V, 29.08.2012, n. 4635).
Poiché dunque, in materia, vi è una competenza esclusiva del Sindaco (che non consta abbia, nel caso di specie, specificamente delegato i propri poteri alla dirigenza di Roma Capitale), la determinazione dirigenziale impugnata è viziata per incompetenza e deve essere annullata
(TAR Lazio-Roma, Sez. II, sentenza 07.01.2014 n. 86 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2013

COMPETENZE GESTIONALI: E' di competenza dirigenziale l'atto di nomina della commissione di concorso.
L’art. 107 del D.Lgs. 18.08.2000, n. 167 riserva alla competenza dei dirigenti l’adozione di tutti gli atti e i provvedimenti che impegnano l’amministrazione all’esterno, compresa la responsabilità delle procedure concorsuali.
Giova soggiungere che non milita a favore della tesi del ricorrente il riferimento alla disciplina dettata dall’art. 63 del regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi in quanto, ai sensi della suddetta normativa di legge, richiamata dall’articolo 25 dello Statuto comunale, solo la disciplina statutaria è idonea a integrare il regime legale delle competenze degli organi.
Ne deriva l’illegittimità e la conseguente disapplicazione della normativa regolamentare in esame che ha ampliato la sfera giuntale di competenza in assenza della necessaria legittimazione di fonte statutaria.

E’ infondata, in primo luogo, la censura diretta a stigmatizzare il vizio di incompetenza che affliggerebbe l’atto dirigenziale di nomina della commissione di concorso in ragione della dedotta invasione della sfera di competenza della Giunta.
L’art. 107 del D.Lgs. 18.08.2000, n. 167, infatti, riserva alla competenza dei dirigenti l’adozione di tutti gli atti e i provvedimenti che impegnano l’amministrazione all’esterno, compresa la responsabilità delle procedure concorsuali. Giova soggiungere che non milita a favore della tesi del ricorrente il riferimento alla disciplina dettata dall’art. 63 del regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi in quanto, ai sensi della suddetta normativa di legge, richiamata dall’articolo 25 dello Statuto comunale, solo la disciplina statutaria è idonea a integrare il regime legale delle competenze degli organi. Ne deriva l’illegittimità e la conseguente disapplicazione della normativa regolamentare in esame che ha ampliato la sfera giuntale di competenza in assenza della necessaria legittimazione di fonte statutaria (Cons. Sato, sez. V, 04.03.2011, n. 1408).
Va in ogni caso soggiunto per completezza che il supposto vizio di incompetenza è stato sanato, con effetto ex tunc, attraverso la delibera di Giunta Comunale n. 99 del 30.06.2011 (sull’efficacia retroattiva dell’esercizio del potere di convalida o ratifica vedi Cons. Sato, sez. IV, 17.05.2010, n. 3121) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 27.12.2013 n. 6278 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIA seguito del mutato quadro normativo derivante dall'art. 51, L. 08.06.1990 n. 142, nel testo modificato dall'art. 6, comma 1, L. 15.05.1997, n. 127, e del successivo art. 45, D.Lgs. 31.03.1998, n. 80 (che, com'è noto, ha distinto gli atti di gestione, di competenza dei dirigenti, da quelli di indirizzo e di controllo, di pertinenza degli organi politici), la competenza al diniego o al rilascio della concessione di costruzione (anche in sanatoria) e dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi non è più del Sindaco, ma del dirigente, ovvero, nei Comuni sprovvisti di personale di qualifica dirigenziale, del responsabile di ufficio o servizio, dal momento che la menzionata disposizione di cui all'art. 51 è immediatamente precettiva.
La giurisprudenza non ha del tutto escluso possibili peculiarità in relazione a Comuni di dimensioni molto piccole, peculiarità che tuttavia presuppongono specificità della struttura e organizzazione interna dell’amministrazione che non potrebbero che essere indicate da quest’ultima.

La sanzione applicata, prevista dalla l.r. Piemonte n. 20/1989 risulta infatti, come dedotto in ricorso, soggetta alla disciplina introdotta nell’art. 51 della l. n. 142/1990 ad opera dell’art. 6 della l. n. 127/1997 che ha devoluto alla dirigenza (e nei comuni privi di dette qualifiche ai responsabili degli uffici e servizi) la complessiva attività gestoria, ivi inclusa la materia edilizia e connesse sanzioni.
Il provvedimento impugnato è stato emanato del Sindaco. In giurisprudenza per tutte si veda Cons. St. sez. IV 31.03.2009, n. 2024, secondo cui: “a seguito del mutato quadro normativo derivante dall'art. 51, L. 08.06.1990 n. 142, nel testo modificato dall'art. 6, comma 1, L. 15.05.1997, n. 127, e del successivo art. 45, D.Lgs. 31.03.1998, n. 80 (che, com'è noto, ha distinto gli atti di gestione, di competenza dei dirigenti, da quelli di indirizzo e di controllo, di pertinenza degli organi politici), la competenza al diniego o al rilascio della concessione di costruzione (anche in sanatoria) e dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi non è più del Sindaco, ma del dirigente, ovvero, nei Comuni sprovvisti di personale di qualifica dirigenziale, del responsabile di ufficio o servizio, dal momento che la menzionata disposizione di cui all'art. 51 è immediatamente precettiva.”
La giurisprudenza non ha del tutto escluso possibili peculiarità in relazione a Comuni di dimensioni molto piccole, peculiarità che tuttavia presuppongono specificità della struttura e organizzazione interna dell’amministrazione che non potrebbero che essere indicate da quest’ultima (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 13.12.2013 n. 1358 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: Potere dei sindaci.
Domanda
Il sindaco del mio paese con un'ordinanza urgente ha vietato, ai commercianti, l'uso dei sacchetti di plastica normali. Un tale provvedimento può essere considerato legittimo?
Risposta
Alla luce della giurisprudenza amministrativa, non è legittima l'ordinanza contingibile e urgente emessa dal sindaco per vietare a tutti gli esercenti attività commerciali, artigianali e di somministrazione di alimenti e bevande la distribuzione di buste non biodegradabili, realizzati senza l'osservanza delle norme UNI EN 13432-2002 e UNI EN 14995.
Al riguardo il Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Puglia, Sezione II, con la sentenza del 05.06.2012, numero 1099, pronunciandosi su un'ordinanza contingibile e urgente emessa da sindaco di Bari, ha precisato che la predetta ordinanza non ha ragione di sussistere ove manchino i necessari presupposti di urgenza atti a giustificare l'adozione di misure improcrastinabili.
Si è già scritto in materia che il ricorso allo strumento dell'ordinanza contingibile ed urgente da parte dei sindaci presuppone situazioni eccezionali e non prevedibili.
La Corte costituzionale, con la sentenza del 04.04.2011, numero 115, ha escluso che in tema di ordinanze sindacali contingibili e urgenti vi sia un potere generale dei sindaci; ha dichiarato, pertanto, costituzionalmente illegittimo l'articolo 54, comma 4, del decreto legislativo numero 267, del 2000, come sostituito dall'articolo 6 del decreto legge n. 92, del 2008, convertito con legge numero 125, del 2008, su cui detto potere extra ordinem si fonda, nella parte relativa alla locuzione «anche» prima delle parole «contingibili ed urgenti».
Infatti il contrasto della disposizione con il sistema delle fonti del diritto delineato dalla Carta costituzionale fa emergere il fatto incongruente di un potere dei Sindaci di emettere provvedimenti con efficacia sull'intero territorio comunale a tempo indeterminato, nonché in deroga alle leggi vigenti in relazione agli ambiti materiali così disciplinati, e ciò in violazione dei principi di legalità, tipicità e delimitazione della discrezionalità di cui agli articoli 23, 70, 76, 97, 117 della Costituzione (articolo ItaliaOggi Sette del 02.12.2013).

novembre 2013

COMPETENZE GESTIONALI - LAVORI PUBBLICIPur rivestendo, “in subiecta materia”, un rilievo determinante l’attività preparatoria dell’U.T.C., circa il sito ritenuto più idoneo per la realizzazione dell’isola ecologica– pur tuttavia, la concreta adozione della conseguente determinazione esuli dalle competenze immediatamente riferibili ai dirigenti, ai sensi delle richiamate disposizioni del d. l.vo 267/2000, essendo il Tribunale, in tale decisione, confortato dalla massima, in termini, che segue: “L’approvazione del progetto e la localizzazione di un impianto di smaltimento di rifiuti esulano dal mero esercizio della funzione tecnico-amministrativa spettante al dirigente per ricadere nell’ambito più ampio della funzione di indirizzo e di programmazione, affidata all’organo elettivo, quantomeno in relazione alla scelta discrezionale del sito”.
Tanto stabilito, va respinta la prima censura dei motivi aggiunti de quibus, con la quale s’è denunziata l’incompetenza della G.M. a licenziare la deliberazione gravata, ai sensi degli artt. 48 e 107 del T.U.E.L. (atto che rientrerebbe, ad avviso dei ricorrenti, nelle dirette competenze dell’ufficio tecnico comunale); al riguardo, ritiene il Tribunale che –pur rivestendo, “in subiecta materia”, un rilievo determinante l’attività preparatoria dell’U.T.C., circa il sito ritenuto più idoneo per la realizzazione dell’isola ecologica– pur tuttavia, la concreta adozione della conseguente determinazione esuli dalle competenze immediatamente riferibili ai dirigenti, ai sensi delle richiamate disposizioni del d. l.vo 267/2000, essendo il Tribunale, in tale decisione, confortato dalla massima, in termini, che segue: “L’approvazione del progetto e la localizzazione di un impianto di smaltimento di rifiuti esulano dal mero esercizio della funzione tecnico-amministrativa spettante al dirigente per ricadere nell’ambito più ampio della funzione di indirizzo e di programmazione, affidata all’organo elettivo, quantomeno in relazione alla scelta discrezionale del sito” (TAR Lazio – Sez. I, 22/05/2000, n. 4176) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 20.11.2013 n. 2290 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2013

COMPETENZE GESTIONALI: Personale degli enti locali. Competenze degli organi politici e burocratici.
L'art. 107, comma 4, del d.lgs. 267/2000, prevede che, in osservanza al principio di separazione dei poteri, le attribuzioni dei dirigenti possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative.
Il Comune ha chiesto un parere in ordine al principio di separazione dei poteri (competenza degli organi politici e burocratici dell'Ente), in relazione all'attuale formulazione di una norma statutaria che attribuisce al Sindaco la competenza ad adottare le ordinanze ordinarie, al rilascio delle autorizzazioni commerciali, nonché delle autorizzazioni e delle concessioni edilizie. In particolare l'Amministrazione, alla luce della legislazione vigente (anche regionale), si è posta la questione relativa alla necessità o meno di apportare le eventuali modifiche statutarie affinché i predetti atti siano firmati dai funzionari titolari di posizione organizzativa e non più dal Sindaco.
Preliminarmente si evidenzia in linea generale che le norme statutarie e regolamentari di organizzazione adottate dagli enti locali per definire competenze e ruoli dei singoli soggetti che operano all'interno delle medesime amministrazioni devono risultare in armonia con i principi dettati dall'ordinamento vigente, sia in materia di organizzazione, che con riferimento ai profili delle rispettive competenze.
Ai sensi dell'art. 107, commi 1-3, del d.lgs. 267/2000, spetta ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli statuti e dai regolamenti.
In particolare, spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell'ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale. Ai dirigenti sono quindi attribuiti tutti i compiti di attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti con gli atti di indirizzo adottati dagli organi politici.
Premesso un tanto, si osserva che la giurisprudenza amministrativa
[1] ha rimarcato che l'art. 107, comma 4, del d.lgs. 267/2000, ha previsto che le attribuzioni dei dirigenti possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative. Inoltre, il comma 5 del citato articolo stabilisce che, a decorrere dalla data di entrata in vigore del medesimo testo unico, le disposizioni che conferiscono agli organi politici l'adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, salvo quanto previsto dall'art. 50, comma 3, e dall'art. 54 del TUEL.
Il richiamato principio, circa il riparto tra compiti di governo, di indirizzo e di controllo, spettanti agli organi politici elettivi, e compiti di gestione spettanti ai dirigenti, costituisce 'struttura fondante dell'intera riforma delle autonomie locali'
[2], di per sé immediatamente applicabile, senza la necessità dell'interposizione di fonti secondarie (statuto o regolamenti), cui spetta soltanto la determinazione delle modalità di esercizio della competenza, comunque indefettibile e tale da non tollerare impedimenti e soluzioni di continuità [3].
Si rinvia inoltre a quanto disposto dall'art. 42, comma 3, del CCRL del 07.12.2006, a mente del quale la titolarità di posizione organizzativa comporta automaticamente il conferimento delle responsabilità di cui all'art. 107 del d.lgs. 267/2000, ovvero l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, non ricompresi espressamente dalle leggi e dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell'ente, o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale.
Per quanto concerne la norma statutaria dell'Ente che attribuisce al Sindaco la competenza ad emanare 'le ordinanze ordinarie' in generale, si osserva che tale tipologia di atti è adottata dai dirigenti/titolari di posizione organizzativa, trattandosi di atti di gestione dell'attività comunale, ai sensi dell'art. 107, comma 3
[4], del TUEL.
Invece le ordinanze contingibili ed urgenti, ai sensi dell'art. 54 del TUEL, sono attribuite al potere esclusivo del Sindaco, quale ufficiale di governo, che deve adottare con atto motivato, provvedimenti contingibili ed urgenti al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità dei cittadini
[5].
Con riferimento poi alla problematica inerente al rilascio di autorizzazioni e concessioni edilizie, si rappresenta che l'art. 22, comma 1, della l.r. 19/2009 stabilisce che il permesso di costruire è rilasciato dal Sindaco o dal dirigente o responsabile del competente ufficio comunale, in relazione alle competenze individuate dallo statuto comunale. Per tale fattispecie, quindi, necessita, a differenza di quanto avviene per le restanti competenze attribuite ex lege ai titolari di posizione organizzativa
[6], l'intervento di una espressa modifica statutaria che definisca espressamente il soggetto competente, in applicazione della richiamata disposizione regionale.
Si evidenzia, infatti, che, per quanto riguarda l'attribuzione della competenza al rilascio dei permessi di costruire, nella Regione Friuli Venezia Giulia il principio di separazione delle funzioni risulta derogato dalla legge. Il legislatore regionale, nell'esercizio della potestà esclusiva riconosciuta alla Regione dall'art. 4 dello Statuto di autonomia, sia in materia di urbanistica che di ordinamento degli enti locali, ha approvato una norma che si discosta dal principio di necessaria separazione fra indirizzo politico ed amministrazione.
Tale principio non risulta invece derogato in relazione all'adozione di altri provvedimenti in materia urbanistico-edilizia.
Infatti l'art. 28, comma 3, della citata l.r. 19/2009, prevede che il responsabile del procedimento
[7] rilascia il certificato di agibilità, verificata la documentazione da produrre.
L'art. 42 della medesima legge attribuisce poi espressamente al dirigente o al responsabile del competente ufficio comunale (da intendersi quale titolare di posizione organizzativa) la vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia e l'adozione di conseguenti misure sanzionatorie.
Non sono previste deroghe al principio generale di separazione delle funzioni nemmeno in relazione alle autorizzazioni paesaggistiche, il cui rilascio compete pertanto ai titolari di posizione organizzativa.
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[1] Cfr. Cons. di Stato, sez. V, sentenza n. 4778 del 2013.
[2] Cfr. Cons. di Stato, sez. V, sentenza n. 5833 del 2001.
[3] Cfr. Cons. di Stato, sez. V, sentenza n. 7632 del 2003.
[4] Il comma 3 include una elencazione non tassativa, ma meramente esemplificativa, delle competenze dirigenziali.
[5] Cfr. TAR Napoli, sez. V, sentenza n. 276 del 2007. Si consideri inoltre che la Corte costituzionale, con sentenza n. 115/2011, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 54, comma 4, del TUEL, nella parte in cui comprende la locuzione 'anche', prima delle parole 'contingibili e urgenti'.
[6] Per quanto concerne le autorizzazioni disciplinate da leggi regionali nei settori del commercio e del turismo, l'art. 104 della l.r. 13/1998 dispone l'applicazione dell'art. 51, commi 3 e 3-bis, della l. 142/1990 (ora art. 107 del d.lgs. 267/2000, competenza dei dirigenti o figure assimilate).
[7] Si precisa al riguardo che, trattandosi di atto con contenuto espressivo di volontà con effetti esterni, può essere firmato solo dal soggetto titolare di incarico che lo abilita ad adottare atti con le caratteristiche evidenziate (titolare di posizione organizzativa)
(16.10.2013 -
link a www.regione.fvg.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATAPer effetto dell'introduzione del principio della separazione tra i compiti di indirizzo politico e i compiti gestionali, devono ritenersi trasferite dagli organi di direzione politico-amministrativa al personale burocratico (alla stregua del vigente art. 107 del T.U. n. 267/2000) tutte le competenze in materia di repressione degli abusi edilizi.
Né può, in diversa direzione, ritenersi che il provvedimento impugnato sia stato adottato dal Sindaco nella qualità di Ufficiale di Governo ex art. 38 l. n. 142/1990 (ora trasfuso nell’art. 54 del T.U. cit.), non constando (fuori del richiamo, di per sé del tutto irrilevante, alla ridetta disposizione normativa, oltretutto contrastante con il contestuale richiamo alla normativa in tema di repressione degli abusi edilizi) della concreta ricorrenza dei relativi presupposti e, segnatamente, degli interessi suscettibili di attivare i relativi poteri extra ordinem.

... per l'annullamento dell’ordinanza sindacale n. 21 del 12.12.2000, notificata il 19 dicembre successivo, con al quale al ricorrente è stato ingiunto di demolire il fabbricato di sua proprietà sito alla località “Olivella”;
...
Il ricorso è fondato, nei sensi di cui alle considerazioni che seguono.
S’impone, in via preliminare ed assorbente, l’esame del terzo motivo di gravame, in quanto preordinato alla denuncia della incompetenza alla adozione del provvedimento impugnato.
La censura è palesemente fondata, non essendo dubbio che, per effetto dell'introduzione del principio della separazione tra i compiti di indirizzo politico e i compiti gestionali, devono ritenersi trasferite dagli organi di direzione politico-amministrativa al personale burocratico (alla stregua del vigente art. 107 del T.U. n. 267/2000) tutte le competenze in materia di repressione degli abusi edilizi.
Né può, in diversa direzione, ritenersi che il provvedimento impugnato sia stato adottato dal Sindaco nella qualità di Ufficiale di Governo ex art. 38 l. n. 142/1990 (ora trasfuso nell’art. 54 del T.U. cit.), non constando (fuori del richiamo, di per sé del tutto irrilevante, alla ridetta disposizione normativa, oltretutto contrastante con il contestuale richiamo alla normativa in tema di repressione degli abusi edilizi) della concreta ricorrenza dei relativi presupposti e, segnatamente, degli interessi suscettibili di attivare i relativi poteri extra ordinem (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 10.10.2013 n. 2037 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - PUBBLICO IMPIEGO: A. Tosiani, Delega di funzioni nell’amministrazione pubblica e nelle scuole (09.10.2013 - link a www.diritto.it).

settembre 2013

COMPETENZE GESTIONALIIl principio contenuto negli articoli 51 della l. n. 142 del 1990 e 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000, circa il riparto tra compiti di governo, di indirizzo e di controllo, spettanti agli organi politici elettivi, e compiti di gestione, spettanti ai dirigenti, costituisce “struttura fondante dell’intera riforma delle autonomie locali”, di per sé immediatamente applicabile senza la necessità dell’interposizione di fonti secondarie, cui spetta soltanto la determinazione delle modalità di esercizio della competenza, comunque indefettibile e tale da non tollerare impedimenti e soluzioni di continuità.
Su un piano più generale è stato sottolineato che, a seguito della privatizzazione del rapporto di pubblico impiego, ai dirigenti è stata attribuita la competenza esclusiva nella gestione dell’attività amministrativa, compresa l’adozione degli atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, mentre agli organi di governo sono rimaste le funzioni di indirizzo politico, aggiungendosi che, con specifico riferimento agli enti locali, proprio l’art. 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000 dispone che gli statuti ed i regolamenti si uniformano al principio per cui i poteri di indirizzo e controllo politico–amministrativo spettano agli organi di governo, mentre la gestione amministrativa, finanziaria e tecnica compete in via esclusiva ai dirigenti, con la precisazione che l’attività di indirizzo, riservata agli organi elettivi o politici del comune, si risolve nella fissazione delle linee generali da seguire e degli scopi da perseguire con l’attività di gestione.
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Sulla scorta di tale substrato normativo (e giurisprudenziale) il sindaco non può adottare un proprio atto di annullamento, in autotutela, della determinazione dirigenziale riguardante la procedura del concorso pubblico per titoli ed esami per l’assunzione di un istruttore contabile, trattandosi di un’attività di gestione, non appartenente come tale ai compiti di governo, indirizzo e controllo propri di un organo politico, quale appunto è il sindaco.
Questi invero, proprio nell’esercizio dei predetti poteri di indirizzo e controllo, può -e deve- sollecitare il responsabile del servizio ovvero il dirigente competente all’adozione degli atti opportuni e necessari a rimuovere la pretesa illegittimità verificatasi nella procedura concorsuale in esame, così rispettando il fondamentale ed insuperabile principio di distinzione tra attività di governo ed attività di gestione (potendo del resto eventualmente utilizzare nei confronti del funzionario o del dirigente, riottoso o inadempiente, gli ordinari poteri disciplinari fino a giungere anche alla rimozione dall’incarico o dalla funzione).
Né, a fondamento della sussistenza del potere esercitato nel caso in esame, possono invocarsi, l’articolo 50, comma 3, del D.Lgs. n. 267 del 2000 e l’art. 44, ultimo comma, del Regolamento recante l’ordinamento degli uffici e dei servizi (quest’ultimo nella parte in cui autorizza il sindaco ad annullare, di propria iniziativa o su istanza di parte, per motivi di legittimità gli atti dei responsabili dei servizi degli organi dell’amministrazione).
Sotto un primo profilo deve infatti osservarsi che, se è vero che il ricordato terzo comma dell’art. 50 del D.Lgs. n. 267 del 2000 stabilisce che il sindaco esercita le funzioni attribuite dalle leggi, dallo statuto e dai regolamenti, è altrettanto vero che tale norma fa espressamente salvo quanto stabilito dall’articolo 107 che, come già si è avuto modo di osservare, delimita e distingue nettamente l’attività politica da quella di gestione, attribuendo solo ai dirigenti quest’ultima, in cui è espressamente ricompresa, secondo l’esemplificativa normativa, la “responsabilità delle procedure di concorso”, formulazione in cui deve farsi ragionevolmente rientrare, anche per coerenza sistematica, l’eventuale esercizio del potere di autotutela.

Giova al riguardo rilevare che l’art. 51 della legge 08.06.1990, n. 142, aveva già stabilito, al comma 2, che “spetta ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli statuti e dai regolamenti che si uniformano al principio per cui i poteri di indirizzo e di controllo spettano agli organi elettivi mentre la gestione amministrativa è attribuita ai dirigenti”, aggiungendo al successivo terzo comma che “spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l’adozione di atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, che la legge e lo statuto espressamente non riservano agli organi di governo dell’ente. Sono ad essi attribuiti tutti i compiti di attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti con gli atti di indirizzo adottati dall’organo politico, tra i quali in particolare, secondo le modalità stabilite dallo statuto o dai regolamenti dell’ente:…b) la responsabilità delle procedure di appalto e di concorso”.
Tale disposizione ha trovato conferma nell’art. 107 del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267, laddove è stato previsto al comma 4 che “le attribuzioni dei dirigenti, in applicazione del principio di cui all’articolo 1, comma 4, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative” e al comma 5 che, “a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente testo unico, le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al capo I, titolo III l’adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, salvo quanto previsto dall’art. 50, comma 3, e dall’art. 54”.
Il principio contenuto nei ricordati articoli 51 della l. n. 142 del 1990 e 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000, circa il riparto tra compiti di governo, di indirizzo e di controllo, spettanti agli organi politici elettivi, e compiti di gestione, spettanti ai dirigenti, costituisce “struttura fondante dell’intera riforma delle autonomie locali” (C.d.S., sez. V, 15.11.2001, n. 5833), di per sé immediatamente applicabile senza la necessità dell’interposizione di fonti secondarie, cui spetta soltanto la determinazione delle modalità di esercizio della competenza, comunque indefettibile e tale da non tollerare impedimenti e soluzioni di continuità (C.d.S., sez. V, 23.03.2000, n. 1617; 21.11.2003, n. 7632).
Su un piano più generale è stato sottolineato che, a seguito della privatizzazione del rapporto di pubblico impiego, ai dirigenti è stata attribuita la competenza esclusiva nella gestione dell’attività amministrativa, compresa l’adozione degli atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, mentre agli organi di governo sono rimaste le funzioni di indirizzo politico, aggiungendosi che, con specifico riferimento agli enti locali, proprio l’art. 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000 dispone che gli statuti ed i regolamenti si uniformano al principio per cui i poteri di indirizzo e controllo politico–amministrativo spettano agli organi di governo, mentre la gestione amministrativa, finanziaria e tecnica compete in via esclusiva ai dirigenti (C.d.S., sez. V, 16.10.2004, n. 6029; 05.10.2005, n. 5312; 10.12.2012, n. 6277), con la precisazione che l’attività di indirizzo, riservata agli organi elettivi o politici del comune, si risolve nella fissazione delle linee generali da seguire e degli scopi da perseguire con l’attività di gestione (C.d.S., sez. V, 09.09.2005, n. 4654).
Sulla scorta di tale substrato normativo (e giurisprudenziale) il sindaco del Comune di Avetrana non poteva adottare, come invece è avvenuto, la disposizione prot. n. 2332 del 19.03.2002, di annullamento, in autotutela, della determinazione n. 348 del 31.07.2001 e, conseguentemente, dell’intera procedura del concorso pubblico per titoli ed esami per l’assunzione di un istruttore contabile, trattandosi di un’attività di gestione, non appartenente come tale ai compiti di governo, indirizzo e controllo propri di un organo politico, quale appunto è il sindaco.
Questi invero, proprio nell’esercizio dei predetti poteri di indirizzo e controllo, avrebbe potuto -e dovuto- sollecitare, anche sulla scorta degli indirizzi forniti dall’organo giuntale, il responsabile del servizio ovvero il dirigente competente all’adozione degli atti opportuni e necessari a rimuovere la pretesa illegittimità verificatasi nella procedura concorsuale in esame, così rispettando il fondamentale ed insuperabile principio di distinzione tra attività di governo ed attività di gestione (potendo del resto eventualmente utilizzare nei confronti del funzionario o del dirigente, riottoso o inadempiente, gli ordinari poteri disciplinari fino a giungere anche alla rimozione dall’incarico o dalla funzione).
Né, a fondamento della sussistenza del potere esercitato nel caso in esame, possono invocarsi, come indicato nel provvedimento impugnato, l’articolo 50, comma 3, del D.Lgs. n. 267 del 2000 e l’art. 44, ultimo comma, del Regolamento recante l’ordinamento degli uffici e dei servizi del Comune di Avetrana (quest’ultimo nella parte in cui autorizza il sindaco ad annullare, di propria iniziativa o su istanza di parte, per motivi di legittimità gli atti dei responsabili dei servizi degli organi dell’amministrazione).
Sotto un primo profilo deve infatti osservarsi che, se è vero che il ricordato terzo comma dell’art. 50 del D.Lgs. n. 267 del 2000 stabilisce che il sindaco esercita le funzioni attribuite dalle leggi, dallo statuto e dai regolamenti, è altrettanto vero che tale norma fa espressamente salvo quanto stabilito dall’articolo 107 che, come già si è avuto modo di osservare, delimita e distingue nettamente l’attività politica da quella di gestione, attribuendo solo ai dirigenti quest’ultima, in cui è espressamente ricompresa, secondo l’esemplificativa normativa, la “responsabilità delle procedure di concorso”, formulazione in cui deve farsi ragionevolmente rientrare, anche per coerenza sistematica, l’eventuale esercizio del potere di autotutela.
A ciò consegue, sotto altro concorrente profilo, che nessun autonomo rilievo può essere attribuito alla previsione contenuta nell’articolo 44 del Regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi, approvato con delibera della Giunta comunale n. 640 del 22.11.1999, da ritenersi tacitamente abrogata o comunque inapplicabile per effetto della disposizione contenuta nel quinto comma dell’articolo 107 del più volte citato D.Lgs. n. 267 del 2000, secondo cui “A decorrere dall’entrata in vigore del presente testo unico, le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al capo I, titolo III l’adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, salvo quanto previsto dall’art. 50, comma 3, e dell’art. 54”.
Ciò senza contare che ad identiche conclusioni del resto si giunge anche disapplicando la predetta norma regolamentare, proprio a causa del suo insanabile contrasto con il disposto legislativo primario, essendo appena il caso di rilevare che la disapplicazione della norma secondaria regolamentare, al fine della decisione sulla legittimità del provvedimento amministrativo impugnato, è in questi casi (di macroscopico contrasto con la norma primaria) consentita al giudice amministrativo, a prescindere dall’impugnazione congiunta del regolamento e quindi anche in mancanza di richiesta delle parti (C.d.S., sez. V, 25.09.2006, n. 5625; 11.05.2004, n. 2966; 13.11.2002, n.6293; sez. IV, 14.04.2006, n. 2142; sez. VI, 03.10.2007, n. 5098).
La fondatezza dell’esaminato motivo di gravame, alla cui stregua è da ritenersi pertanto viziato da incompetenza dell’organo che lo ha emanato il provvedimento sindacale prot. n. 2332 del 19.03.2002, nonché la stessa delibera della Giunta comunale n. 64 del 18.03.2002, nella parte in cui autorizza il sindaco ad emettere un provvedimento di autotutela (della determinazione n. 348 del 31.07.2001), determina l’assorbimento degli altri motivi di censura (che attengono al merito della questione e dunque al corretto esercizio del potere di autotutela e che conseguentemente in tale sede non possono essere esaminati).
In conclusione l’appello deve essere accolto e per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, deve essere accolto il ricorso proposto in primo grado dalla dott. L.C.C. e devono essere annullati sia il provvedimento sindacale prot. n. 2332 del 19.03.2002, sia la stessa delibera della Giunta comunale n. 64 del 18.03.2002, nella parte indicata sub. 5.3 (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 26.09.2013 n. 4778 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATAAi sensi dell’art. 11, comma secondo, L. n. 10/1977 (il cui contenuto risulta trasfuso nell’articolo 16, comma secondo, D.P.R. n. 380/2001), infatti, <<la quota di contributo di cui al precedente articolo 6 è determinata all'atto del rilascio della concessione>>.
Alla luce di tale inequivoca disposizione, pertanto, la disciplina normativa applicabile per la determinazione degli oneri di urbanizzazione non può essere quella vigente all’epoca di realizzazione dell’abuso edilizio, ma quella vigente alla data di rilascio della concessione in sanatoria.
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Non sussiste la dedotta censura di incompetenza, né che si faccia riferimento alla disciplina generale di cui all’articolo 32 della legge n. 142/1990, né a quella particolare in materia di determinazione degli oneri concessori (di cui all’art. 7 della legge n. 537/1993).
In relazione alla prima norma, si deve infatti evidenziare che la stessa attribuisce alla competenza del consiglio comunale una serie di atti fondamentali, riservando alla competenza residuale della giunta municipale tutti quelli non espressamente attribuiti al primo.
Orbene, a prescindere da ogni questione sulla natura tributaria o meno degli oneri di urbanizzazione (che peraltro non è assolutamente pacifica né in dottrina, né giurisprudenza, laddove gli stessi vengono configurati come <<corrispettivi di diritto pubblico, di natura non tributaria>>, si deve osservare che comunque, ai sensi dell’articolo 32, comma secondo, lett. g), L. n. 142/1990, il semplice aggiornamento tariffario non rientra tra le competenze del consiglio comunale, per cui deve ritenersi attribuito alla competenza della giunta municipale.
In relazione alla seconda norma (riguardante specificamente la materia dell’aggiornamento ed adeguamento dei contributi concessori), si deve parimenti rilevare che la stessa non riproduce la previsione di cui all’art. 10, comma primo, L. n. 10/1977 (che attribuisce alla competenza del consiglio comunale la determinazione di tali oneri, in base a parametri stabiliti dalla Regione), ma si limita ad affermare che gli oneri di urbanizzazione <<sono aggiornati ogni quinquennio dai comuni ….>>, senza alcuna ulteriore specificazione circa l’organo comunale competente, per cui si deve ritenere che (coerentemente con la previsione di carattere generale di cui all’art. 32 L. n. 142/1990), tale funzione spetti alla competenza (residuale) della giunta municipale.

1. Il ricorso, come già ritenuto da questo Tribunale in sede cautelare, è fondato nei soli limiti in cui è diretto a contestare la legittimità della richiesta, contenuta nei provvedimenti impugnati, di pagamento del costo di costruzione, per la somma di lire 2.899.000.
È invece infondato, e deve essere respinto, nella residua parte (concernente gli oneri di urbanizzazione nell’importo richiesto di lire 4.412.000).
In relazione alla illegittimità della richiesta di pagamento del costo di costruzione, si deve infatti osservare che, nella specie, si tratta pacificamente di manufatto avente destinazione industriale, per il quale sono quindi dovuti i soli oneri di urbanizzazione.
Al riguardo, non può sussistere alcun dubbio, alla luce del chiaro tenore testuale dell’invocata disposizione normativa di cui all’articolo 10, comma primo, L. n. 10/1977 (il cui contenuto risulta ora trasfuso nell’articolo 19, comma primo, D.P.R. n. 380/2001), secondo cui <<La concessione relativa a costruzioni o impianti destinati ad attività industriali o artigianali dirette alla trasformazione di beni ed alla presentazione di servizi comporta la corresponsione di un contributo pari alla incidenza delle opere di urbanizzazione, di quelle necessarie al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti solidi, liquidi e gassosi e di quelle necessarie alla sistemazione dei luoghi ove ne siano alterate le caratteristiche. …>>.
In tal senso, del resto, depone il convergente orientamento della giurisprudenza di questa Sezione (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. II, 07/01/2010, n. 9), nonché del Supremo Consesso della giustizia amministrativa (cfr. C.d.S., Sez. V, 19/06/2012, n. 3561).
Per quanto riguarda invece il pagamento degli oneri di urbanizzazione, si deve osservare che l’intimata amministrazione comunale, contrariamente a quanto ritenuto dalla parte ricorrente, ha fatto correttamente riferimento alle applicate delibere di aggiornamento del Commissario Prefettizio e della Giunta Municipale (rispettivamente, n. 7/94 e n. 91/95) e non alla deliberazione del Consiglio Regionale n. 119/1 del 28.07.1977.
Ai sensi dell’art. 11, comma secondo, L. n. 10/1977 (il cui contenuto risulta trasfuso nell’articolo 16, comma secondo, D.P.R. n. 380/2001), infatti, <<la quota di contributo di cui al precedente articolo 6 è determinata all'atto del rilascio della concessione>>.
Alla luce di tale inequivoca disposizione, pertanto, la disciplina normativa applicabile per la determinazione degli oneri di urbanizzazione non può essere quella vigente all’epoca di realizzazione dell’abuso edilizio, ma quella vigente alla data di rilascio della concessione in sanatoria (cfr., in tali sensi, C.G.A.R.S., 21.03.2007, n. 244, secondo cui <<Il contributo di urbanizzazione ex art. 11, comma 2, l. 28.01.1977 n. 10, deve essere determinato al momento del rilascio della concessione ed è quindi a tale momento che occorre avere riguardo per la determinazione dell'entità del contributo facendo perciò applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del provvedimento concessorio>>).
Correttamente, pertanto, il Comune di Brusciano ha fatto riferimento alla normativa vigente alla data della richiesta di pagamento degli oneri di urbanizzazione di cui alla nota sindacale n. 9318 del 30.06.1998 (vale a dire, per l’appunto, alla delibera del commissario prefettizio n. 7/94 ed alla delibera della giunta municipale n. 91/95).
Tali delibere non sono state dunque applicate retroattivamente ad una fattispecie pregressa (come dedotto con la terza e la quarta censura), ma ad una situazione determinatasi successivamente alla loro adozione, per cui non vi è alcuna violazione del principio di irretroattività degli atti amministrativi.
Inoltre, contrariamente a quanto denunciato con la seconda censura, l’amministrazione ha esplicitato i parametri utilizzati per la quantificazione degli oneri concessori, individuandoli nelle tabelle parametriche regionali ed in quelli indicati dalla delibera di Giunta Comunale n. 91/95 (cfr. nota prot. n. 14343 del 07/10/1998, in atti), ed ha altresì chiarito che si è tenuto conto degli acconti eventualmente versati (laddove la richiesta di pagamento risulta effettuata <<a saldo>> degli oneri dovuti, come espressamente indicato nell’impugnata nota sindacale n. 9318 del 30.06.1998).
Non sussiste, infine, la dedotta censura di incompetenza (di cui al quinto ed ultimo motivo di ricorso), né che si faccia riferimento alla disciplina generale di cui all’articolo 32 della legge n. 142/1990, né a quella particolare in materia di determinazione degli oneri concessori (di cui all’art. 7 della legge n. 537/1993).
In relazione alla prima norma, si deve infatti evidenziare che la stessa attribuisce alla competenza del consiglio comunale una serie di atti fondamentali, riservando alla competenza residuale della giunta municipale tutti quelli non espressamente attribuiti al primo.
Orbene, a prescindere da ogni questione sulla natura tributaria o meno degli oneri di urbanizzazione (che peraltro non è assolutamente pacifica né in dottrina, né giurisprudenza, laddove gli stessi vengono configurati come <<corrispettivi di diritto pubblico, di natura non tributaria>>: cfr. TAR Lombardia, Brescia, Sez. II, 02.03.2012, n. 355; TAR Campania, Salerno, Sez. II, n. 700/2011; TAR Puglia, Bari, sez. III, 10.02.2011, n. 243), si deve osservare che comunque, ai sensi dell’articolo 32, comma secondo, lett. g), L. n. 142/1990, il semplice aggiornamento tariffario non rientra tra le competenze del consiglio comunale, per cui deve ritenersi attribuito alla competenza della giunta municipale (cfr. C.d.S., sez. V, 13.03.2002, n. 1491).
In relazione alla seconda norma (riguardante specificamente la materia dell’aggiornamento ed adeguamento dei contributi concessori), si deve parimenti rilevare che la stessa non riproduce la previsione di cui all’art. 10, comma primo, L. n. 10/1977 (che attribuisce alla competenza del consiglio comunale la determinazione di tali oneri, in base a parametri stabiliti dalla Regione), ma si limita ad affermare che gli oneri di urbanizzazione <<sono aggiornati ogni quinquennio dai comuni ….>>, senza alcuna ulteriore specificazione circa l’organo comunale competente, per cui si deve ritenere che (coerentemente con la previsione di carattere generale di cui all’art. 32 L. n. 142/1990), tale funzione spetti alla competenza (residuale) della giunta municipale.
In conclusione, il ricorso in esame è fondato nei soli suindicati limiti (concernenti la richiesta di pagamento del costo di costruzione per la somma di lire 2.899.000) ed entro tali limiti deve essere accolto, con conseguente annullamento, in parte qua, dell’impugnata nota sindacale prot. n. 9318 del 30.06.1998 (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 06.09.2013 n. 4206 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

agosto 2013

COMPETENZE GESTIONALI - URBANISTICA: La competenza in materia di approvazione degli strumenti di attuazione del piano regolatore, tra i quali rientrano anche i piani di recupero, appartiene certamente al Consiglio comunale, ai sensi dell’art. 32, comma 3, lett. b, l. 08.06.1990 n. 142, che assegna al consiglio comunale la competenza in materia di piani territoriali e urbanistici, nonché di piani finanziari e di programmi di opere pubbliche.
Il procedimento avviato con la presentazione di un piano di recupero di iniziativa privata deve pertanto chiudersi con un provvedimento espresso, di approvazione o di diniego, da parte del consiglio comunale, laddove il parere della commissione edilizia non può sostituire il necessariamente espresso e formale provvedimento terminale del procedimento, che solo il consiglio comunale è deputato ad emettere.
Tuttavia, qualora il procedimento, dopo l’espressione di un parere negativo da parte della Commissione Edilizia, non prosegua oltre, tale atto infraprocedimentale ha sostanziale natura di diniego di approvazione, di tal che i ricorrenti hanno tutto l’interesse a rimuoverlo. La giurisprudenza ha infatti ritenuto che, in tali casi, l’atto assume efficacia di interruzione procedimentale, e sotto questo aspetto è sicuramente lesivo, oltre che illegittimo, quanto meno per contrasto con l’art. 2, c. 1, L. 07.08.1990 n. 241, che impone all’Amministrazione di concludere il procedimento, ove lo stesso consegua obbligatoriamente ad un’istanza del privato, mediante l’adozione di un provvedimento espresso, ovvero esso ha valore proprio del provvedimento di diniego di approvazione del proposto Piano di Recupero, ovviamente impugnabile e parimenti illegittimo perché emesso da un organo palesemente incompetente.
Invero, i provvedimenti emanati da commissioni tecniche, che preannunciano il tenore della decisione amministrativa, e che sono destinati ad essere sostituiti da un provvedimento definitivo emesso dall’organo ordinariamente competente ad impegnare definitivamente la volontà dell’amministrazione, possono essere impugnati immediatamente, quale mera facoltà, a cui comunque deve seguire nel corso del giudizio l’impugnazione del provvedimento definitivo, e che in mancanza di tale atto, l’impugnazione avverso il provvedimento provvisorio non soddisfa di per sé i requisiti di lesività presupposti dall’azione demolitoria, con conseguente inammissibilità della stessa (nella fattispecie oggetto del giudizio si è dichiarata l’inammissibilità dell’impugnativa di un parere tecnico di un dirigente comunale, in ordine ad una proposta di lottizzazione).

Osserva il Collegio che la competenza in materia di approvazione degli strumenti di attuazione del piano regolatore, tra i quali rientrano anche i piani di recupero, appartiene certamente al Consiglio comunale (TAR Umbria, sez. I, 21.06.2011, n. 176), ai sensi dell’art. 32, comma 3, lett. b, l. 08.06.1990 n. 142, che assegna al consiglio comunale la competenza in materia di piani territoriali e urbanistici, nonché di piani finanziari e di programmi di opere pubbliche.
Il procedimento avviato con la presentazione di un piano di recupero di iniziativa privata deve pertanto chiudersi con un provvedimento espresso, di approvazione o di diniego, da parte del consiglio comunale, laddove il parere della commissione edilizia non può sostituire il necessariamente espresso e formale provvedimento terminale del procedimento, che solo il consiglio comunale è deputato ad emettere.
Tuttavia, come avvenuto nel caso di specie, qualora il procedimento, dopo l’espressione di un parere negativo da parte della Commissione Edilizia, non prosegua oltre, tale atto infraprocedimentale ha sostanziale natura di diniego di approvazione, di tal che i ricorrenti hanno tutto l’interesse a rimuoverlo. La giurisprudenza ha infatti ritenuto che, in tali casi, l’atto assume efficacia di interruzione procedimentale, e sotto questo aspetto è sicuramente lesivo, oltre che illegittimo, quanto meno per contrasto con l’art. 2, c. 1, L. 07.08.1990 n. 241, che impone all’Amministrazione di concludere il procedimento, ove lo stesso consegua obbligatoriamente ad un’istanza del privato, mediante l’adozione di un provvedimento espresso, ovvero esso ha valore proprio del provvedimento di diniego di approvazione del proposto Piano di Recupero, ovviamente impugnabile e parimenti illegittimo perché emesso da un organo palesemente incompetente (TAR Veneto, Sez. I, 15.04.1998 n. 443).
Osserva peraltro il Collegio che C.S., Sez. IV, 09.05.2013, n. 2511 ha recentemente affermato che i provvedimenti emanati da commissioni tecniche, che preannunciano il tenore della decisione amministrativa, e che sono destinati ad essere sostituiti da un provvedimento definitivo emesso dall’organo ordinariamente competente ad impegnare definitivamente la volontà dell’amministrazione, possono essere impugnati immediatamente, quale mera facoltà, a cui comunque deve seguire nel corso del giudizio l’impugnazione del provvedimento definitivo, e che in mancanza di tale atto, l’impugnazione avverso il provvedimento provvisorio non soddisfa di per sé i requisiti di lesività presupposti dall’azione demolitoria, con conseguente inammissibilità della stessa (nella fattispecie oggetto del giudizio si è dichiarata l’inammissibilità dell’impugnativa di un parere tecnico di un dirigente comunale, in ordine ad una proposta di lottizzazione).
Con tale pronuncia il Consiglio di Stato si è espressamente discostato dalla giurisprudenza risalente, ritenendo la stessa “giustificata dalla storica, ma ormai superata, concentrazione delle prospettive di tutela unicamente nell’azione di annullamento, restando al tempo quella sul silenzio, utile ad accertare, sullo sfondo di un’amministrazione totalmente inerte, ed in una logica puramente attizia, l’esistenza di un obbligo di provvedere e l’attualità di tale obbligo, talché l’esistenza di un atto anche se soprassessorio conduceva ad una declaratoria di inammissibilità o improcedibilità dell’azione. Il varo del codice del processo amministrativo, ma, ancor prima, la configurazione di poteri speciali del giudice per l’ipotesi di azione avverso l’inerzia, estesi in via eccezionale alla cognizione dell’eventuale fondatezza dell’istanza (già previsti dall’art. 6-bis della legge n. 80/2005), ha fatto venir meno la necessità di accomunare le due fattispecie, rendendo possibile anche in presenza di un atto soprassessorio l’azione sul silenzio
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 22.08.2013 n. 2073 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Rientra nelle attribuzioni dirigenziali il potere di negare il rinnovo di un contratto avente ad oggetto la disciplina di un rapporto concessorio in scadenza, atteso che in esso non sono ravvisabili profili che possano ricondursi a scelte strategiche o di indirizzo politico da compiere, atteso che la scelta di affidare il servizio in concessione era già stata effettuata precedentemente con delibera.
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È stato osservato come il modo di definire le competenze della Giunta comporti delle evidenti incongruenze e delle notevoli difficoltà, non essendo certamente agevole verificare ed individuare ogni volta, in negativo, quali atti non sono assegnati dalla normativa alla competenza del Sindaco, del Consiglio e dei dirigenti.
Il problema di delimitazione delle competenze della Giunta, risulta poi particolarmente complesso proprio con riguardo ai poteri attribuiti ai dirigenti, posto che l'art. 107 del T.U. individua in modo negativo e residuale anche la competenza di questi ultimi stabilendo che spettano agli organi burocratici “gli atti e i provvedimenti che impegnano l'Amministrazione verso l'esterno, non compresi espressamente dalla legge e dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico degli organi di governo dell'ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale”.
Poiché sia la Giunta che i dirigenti sono organi cui la legge attribuisce funzioni lato sensu esecutive dell'indirizzo politico, il discrimen tra le due competenze è, dunque, da individuare nella diversa natura dei due organi e nel principio di separazione tra attività politica e attività gestionale. Senza approfondire una tematica sulla quale copiosi sono stati gli interventi di dottrina e in giurisprudenza, in questa sede basti ricordare che la Giunta è un organo di governo dell'Ente locale e pertanto svolge una funzione di attuazione politica delle scelte fondamentali operate dal Consiglio, mentre ai dirigenti compete l'attività di gestione tecnica-finanziaria-contabile e l'assunzione di tutti i provvedimenti amministrativi, o atti di diritto privato, necessari per conseguire gli obiettivi stabiliti dagli organi di indirizzo.

In specifico, in relazione all’eccepita incompetenza, si deve ricordare che la competenza attribuita dal d.lgs. 18.08.2000, n. 267, ai Consigli Comunali deve intendersi circoscritta agli atti fondamentali dell'Ente, di natura programmatoria o aventi un elevato contenuto di indirizzo politico, mentre spettano alle Giunte Comunali tutti gli atti rientranti nelle funzioni degli organi di governo (Consiglio di Stato, sez. I, 21.10.2010, n. 3894), nell’ambito, tuttavia, di un riparto di competenze tra organi politici e burocratici così come delineato dal Testo Unico citato.
Come noto, il nuovo sistema di riparto di competenze tra organi politici è retto dal principio secondo cui l'organo elettivo è chiamato ad esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilievo generale, che si traducono in atti fondamentali tassativamente elencati dall'art. 32 della legge 08.06.1990, n. 142, poi trasfuso nell'art. 42 del T.U.E.L.
Al Consiglio, organo di indirizzo politico-amministrativo, spetta (anche in virtù del fatto che in esso sono rappresentate tutte le forze politiche, comprese le minoranze) il compito, da un lato, di contribuire attivamente alla formazione e all'aggiornamento del programma politico-amministrativo del Sindaco e della Giunta (funzione di indirizzo), e, dall'altro, di controllare che l'azione di governo sia fedele al programma stesso (funzione di controllo).
Oltre a tali funzioni, di carattere generale, spetta al Consiglio anche l'adozione di una serie di atti fondamentali, attraverso cui si esplica il ruolo di indirizzo dell'organo. Con l'attribuzione di una competenza limitata ad una serie di atti tassativamente individuati, il legislatore ha infatti voluto trasformare il Consiglio da organo con competenza generale e residuale (quale era nel T.U. del 1915) in organo con attribuzioni specificamente individuate ed esclusive.
L'elencazione, peraltro, non esaurisce le sue attribuzioni in quanto altre norme e lo stesso T.U. individuano ulteriori competenze; tuttavia, si tratta di competenze esclusive perché solo il Consiglio può esercitarle.
Con tale scelta il legislatore ha voluto alleggerire la vita istituzionale del Consiglio che risultava notevolmente appesantita da tutta quella miriade di compiti che vi gravavano in virtù della competenza generale e residuale, e conseguentemente, rafforzare il ruolo politico del Consiglio stesso.
Occorre inoltre precisare che gli atti di competenza del Consiglio sono espressamente definiti “fondamentali” dal legislatore, proprio per indicare che si tratta di atti assai significativi e qualificanti per la vita e l'organizzazione dell'ente, che per la loro rilevante incidenza e/o straordinarietà rispetto al flusso quotidiano dei bisogni correnti richiedono l'attenzione del massimo organo.
Per converso, nel sistema delineato dal T.U., la Giunta comunale è l'organo politico-esecutivo che compie gli atti di amministrazione che non siano riservati dalla legge al Consiglio e che non rientrino nelle competenze -previste dalle leggi o dallo statuto- del Sindaco, degli organi di decentramento, del segretario o dei dirigenti ex art. 107 del T.U. 267-2000.
In altri termini, diversamente dal passato, spetta alla Giunta una competenza generale e residuale in virtù della quale a tale organo sono attribuite tutte quelle materie che la legge o gli statuti non riservano ad altri organi, sia politici che burocratici, dell'ente locale.
È stato osservato come tale modo di definire le competenze della Giunta comporti delle evidenti incongruenze e delle notevoli difficoltà, non essendo certamente agevole verificare ed individuare ogni volta, in negativo, quali atti non sono assegnati dalla normativa alla competenza del Sindaco, del Consiglio e dei dirigenti. Il problema di delimitazione delle competenze della Giunta, risulta poi particolarmente complesso proprio con riguardo ai poteri attribuiti ai dirigenti, posto che l'art. 107 del T.U. individua in modo negativo e residuale anche la competenza di questi ultimi stabilendo che spettano agli organi burocratici “gli atti e i provvedimenti che impegnano l'Amministrazione verso l'esterno, non compresi espressamente dalla legge e dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico degli organi di governo dell'ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale”.
Poiché sia la Giunta che i dirigenti sono organi cui la legge attribuisce funzioni lato sensu esecutive dell'indirizzo politico, il discrimen tra le due competenze è, dunque, da individuare nella diversa natura dei due organi e nel principio di separazione tra attività politica e attività gestionale. Senza approfondire una tematica sulla quale copiosi sono stati gli interventi di dottrina e in giurisprudenza, in questa sede basti ricordare che la Giunta è un organo di governo dell'Ente locale e pertanto svolge una funzione di attuazione politica delle scelte fondamentali operate dal Consiglio, mentre ai dirigenti compete l'attività di gestione tecnica-finanziaria-contabile e l'assunzione di tutti i provvedimenti amministrativi, o atti di diritto privato, necessari per conseguire gli obiettivi stabiliti dagli organi di indirizzo.
Il principio generale che regola il riparto di competenze tra Consiglio, Giunta e dirigenza, applicabile anche alla materia oggetto della presente controversia, relativa al rapporto concessorio tra il Comune e l’appellante, sorto con il “contratto” di concessione di area demaniale per l’installazione di un impianto di frantumazione e selezione di inerti in località “Pontone Longo” in data 07.11.2000, rep. n. 4686, consente dunque di delineare in modo abbastanza agevole le rispettive sfere di azione e di risolvere le problematiche interpretative poste dalla fattispecie in esame.
Infatti, tenuto conto del ruolo rivestito dal Consiglio nel sistema del T.U., sembra ragionevole ritenere che la competenza a deliberare in materia sia del tutto esclusa, non essendo tale materia attinente alla gestione dei servizi pubblici e, in particolare, alla concessione del servizio, ove in ogni caso la competenza di tale organo si riferisce alla decisione di principio circa il modulo organizzativo da adottare (ad es., concessione e non s.p.a.) e non si estende certamente a tutti gli atti esecutivi di tale scelta, proprio per l'espressa limitazione delle competenze dell'organo elettivo agli atti fondamentali.
Inoltre, tale censura non potrebbe neppure risultare fondata in relazione all’art. 10 del contratto di concessione, poiché un contratto o un atto amministrativo puntuale non possono certamente incidere sulle competenze amministrative, che devono essere oggetto di apposito atto normativo.
Né viene in rilievo nella fattispecie la violazione del principio del contrarius actus, posto che tale principio sostanzialmente richiamato nell’ambito dell’art. 21-nonies della l. n. 241-90 riguarda i provvedimenti di autotutela, genus cui certamente non appartiene l’atto in oggetto che consiste, come detto, in un diniego di rinnovo di concessione.
Pertanto, rientra nelle attribuzioni dirigenziali il potere di negare il rinnovo di un contratto avente ad oggetto la disciplina di un rapporto concessorio in scadenza, atteso che in esso non sono ravvisabili profili che possano ricondursi a scelte strategiche o di indirizzo politico da compiere, atteso che la scelta di affidare il servizio in concessione era già stata effettuata con la delibera n. 82 del 28.06.2000 (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 20.08.2013 n. 4192 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: L'art. 70, co. 6°, del D.Lgs. n. 165 del 31/03/2001, nel reiterare l'art. 45, co. 1°, del D.L.vo n. 80/1998, abrogato dall'art. 72, co. 1°, lett. b), del citato D.L.vo n. 165/2001, ha disposto che, a decorrere dal 23.04.1998 le disposizioni che conferiscono agli organi di governo l'adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti.
Oltretutto, il T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali (D.L.vo 18/08/2000 n. 267), al comma 5° dell'art. 107 (funzioni e responsabilità della dirigenza) ha anch'esso previsto che a "decorrere dalla data di entrata in vigore del presente testo unico, le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al capo I titolo III l'adozione di atti di gestione e di atti e provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti...".

E’ invece fondato il secondo motivo di ricorso, riferito all’ordinanza sindacale di revoca dell’autorizzazione, con riguardo al dedotto profilo dell’incompetenza.
L'art. 70, co. 6°, del D.Lgs. n. 165 del 31/03/2001, nel reiterare l'art. 45, co. 1°, del D.L.vo n. 80/1998, abrogato dall'art. 72, co. 1°, lett. b), del citato D.L.vo n. 165/2001, ha disposto che, a decorrere dal 23.04.1998 le disposizioni che conferiscono agli organi di governo l'adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti.
Oltretutto, il T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali (D.L.vo 18/08/2000 n. 267), al comma 5° dell'art. 107 (funzioni e responsabilità della dirigenza) ha anch'esso previsto che a "decorrere dalla data di entrata in vigore del presente testo unico, le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al capo I titolo III l'adozione di atti di gestione e di atti e provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti..." (cfr. TAR Basilicata, 18.09.2003 n. 878 e n. 457/2007).
Nella specie, ad avviso del collegio è evidente che la disposta revoca costituisce atto di gestione, come tale di competenza del dirigente di settore e non del Sindaco. Ne consegue l’annullamento dell’atto impugnato (ordinanza sindacale) che, ripetesi, appartiene alla competenza del dirigente (o responsabile) di settore (TAR Basilicata, sentenza 03.08.2013 n. 483 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2013

COMPETENZE GESTIONALI  - CONSIGLIERI COMUNALI: Sì al sindaco Presidente della Commissione edilizia nei piccoli comuni.
È consentito per i comuni al di sotto dei 5.000 abitanti.

Con la decisione in rassegna, la III sezione, conformandosi a quanto già ritenuto dalla VI sezione, ha concluso nel senso che il sindaco possa legittimamente presiedere la Commissione edilizia integrata, ove ricorra specifica previsione in tal senso posta nel Regolamento edilizio comunale e che trova il supporto normativo anche nel nominato articolo 53, comma 23, della legge n. 388/2000, indirizzato proprio ai comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti, e nella stessa legge costituzionale n. 3/2001, recante la riforma del titolo V della Costituzione, che attribuisce potestà regolamentare ai comuni circa la disciplina della organizzazione e delle funzioni proprie.
È proprio la complessità della normativa, in materia urbanistica ed edilizia nonché in quella di impianti radioelettrici, a consentire a quei comuni, nell’ambito dell’autonomia statutaria e regolamentare loro attribuita, l’adozione di disposizioni che deroghino ai principi generali della separazione di cui al Tuel (Dlgs n. 267/2000).
L’esercizio di tale facoltà è stata riconosciuta legittima anche dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato, e in tal senso si richiama la sentenza della IV sezione n. 1070/2009 (Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 26.06.2013 n. 3490 - commento tratto da Diritto e Pratica Amministrativa n. 7-8/2013 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - PATRIMONIO: Accettazione di una donazione immobiliare.
Ai sensi dell'art. 42, comma 2, lett. l), del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267 (Tuel), l'accettazione di una donazione immobiliare rientra nell'ambito delle competenze del consiglio comunale in quanto, per 'acquisti immobiliari', devono intendersi sia quelli a titolo oneroso sia quelli a titolo gratuito.
Il Comune chiede di sapere se all'accettazione di una donazione immobiliare sia competente il Consiglio o la Giunta comunale.
Tale questione, già affrontata da questo Ufficio
[1], risulta risolvibile ai sensi dell'art. 42, comma 2, lett. l), del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267 (Tuel) che prevede, tra le attribuzioni dei consigli, 'gli acquisti e alienazioni immobiliari, relative permute, appalti e concessioni che non siano previsti espressamente in atti fondamentali del consiglio o che non ne costituiscano mera esecuzione e che, comunque, non rientrino nella ordinaria amministrazione di funzioni e servizi di competenza della giunta, del segretario o di altre funzioni'.
Non essendo stato specificato diversamente dal legislatore, per 'acquisti immobiliari' devono intendersi sia quelli a titolo oneroso (come nella compravendita) sia quelli a titolo gratuito (come nella donazione).
Per tale ragione, si ritiene che anche l'accettazione di una donazione immobiliare rientri all'interno delle competenze del consiglio comunale.
---------------
[1] V. parere prot. n. 166 del 04.01.2007, reperibile alla pagina web http://autonomielocali.regione.fvg.it (25.06.2013 -
link a www.regione.fvg.it).

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALI: Affidamento di incarichi di difesa legale.
Alla Giunta (artt. 48 e 107 del T.U. 18.08.2000, n. 267), in quanto organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, non spettano funzioni di gestione quale è da annoverare quella di attribuzione di un incarico professionale.
Invero, la scelta del contraente per l’affidamento di un incarico per lo svolgimento di una prestazione d’opera intellettuale (art. 2230 cod. civ.), a seguito di una gara formale o informale, o anche per trattativa privata, è atto di gestione, privo di qualsiasi contenuto di indirizzo per gli uffici, risolvendosi nella individuazione del soggetto o dei soggetti che appaiono più quotati, secondo regole obbiettive e prefissate, per il conseguimento dei fini della P.A..

... per l'annullamento, previa sospensione dell’efficacia, della nota prot. 371/2013 recante la comunicazione della delibera n. 58/2013 avente ad oggetto la scelta del vincitore della selezione per l’affidamento di incarico di difesa dell’ente dinanzi alle giurisdizioni superiori e non.
...
- Considerato che alla Giunta (artt. 48 e 107 del T.U. 18.08.2000, n. 267), al pari della Commissione Straordinaria con i poteri della Giunta Comunale, in quanto organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, non spettano funzioni di gestione quale è da annoverare quella di attribuzione di un incarico professionale;
- Ritenuto, infatti, che, come ha affermato la giurisprudenza condivisa dal Collegio, la scelta del contraente per l’affidamento di un incarico per lo svolgimento di una prestazione d’opera intellettuale (art. 2230 cod. civ.), a seguito di una gara formale o informale, o anche per trattativa privata, è atto di gestione, privo di qualsiasi contenuto di indirizzo per gli uffici, risolvendosi nella individuazione del soggetto o dei soggetti che appaiono più quotati, secondo regole obbiettive e prefissate, per il conseguimento dei fini della P.A. (CdS V 4654/2005, che conferma TAR Lazio–Sez. staccata di Latina n. 00604/2011, cfr. per una analoga procedura TAR Napoli Campania sez. II, 26.05.2011, n. 2854);
- Considerato che nel caso di specie l’individuazione del professionista al quale affidare l’incarico e la sua nomina è avvenuta ad opera della Commissione Straordinaria con i poteri della Giunta comunale, come si legge nella delibera impugnata, e non ad opera dei dirigenti, ai quali spetta per esplicito disposto dell’art. 107 dlgs 267/2001;
- Ritenuto che l’art. 22 dello Statuto, ove conferisce alla Giunta il potere di autorizzare l’introduzione o la resistenza in giudizio non abbia riguardo alla ben diversa ipotesi di conferimento di incarico di attività di difesa dell’ente in una serie indeterminata di controversie e per un determinato periodo di tempo (cfr. CdS V 2730/2012);
- Considerato altresì che il profilo di illegittimità evidenziato supera le eccezioni di inammissibilità del ricorso, in quanto comporta la rinnovazione della procedura in conformità al bando ad opera del dirigente, come peraltro previsto dall’art. 3 del bando medesimo ove si legge che “la valutazione dei candidati sarà effettuata dal Responsabile del Settore A.A.”
(TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 24.06.2013 n. 1405 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Sulla competenza del Consiglio Comunale alla decisione sull'individuazione delle nuove sedi farmaceutiche, ai sensi dell'art. 11 del d.l. n. 1/2012, conv. con l. n. 27/2012.
La nuova disciplina statale in materia di assistenza farmaceutica, introdotta con l'art. 11 del d.l. n. 1/2012, ha ampliato il numero di farmacie da ubicare sul territorio e, nel contempo, ha attribuito al Comune il potere di identificare le zone in cui collocare le nuove farmacie, secondo criteri ispirati all'equa distribuzione sul territorio, nonché all'accessibilità del servizio farmaceutico anche nelle aree scarsamente abitate.
Come affermato dalla giurisprudenza condivisa dal Collegio, è, pertanto, evidente che, nell'attuale sistema, l'atto mediante cui il Comune approva l'istituzione di nuove sedi farmaceutiche ha riflessi sulla pianificazione e organizzazione del servizio farmaceutico nell'intero territorio comunale ed è atto che esprime scelte fondamentali attinenti alla vita sociale e civile della comunità locale: per l'effetto, la competenza ad adottare la relativa decisione non può che spettare al Consiglio Comunale. Ciò, sotto un duplice profilo: da un lato, ai sensi dell'art. 42, c. 2, lett. b), del d.lgs. n. 267/2000 (T.U.E.L.), che assegna all'organo consiliare i poteri di programmazione e di pianificazione dell'Ente locale; dall'altro, ai sensi della successiva lett. e) dell'art. 42, c. 2, cit., che attribuisce al Consiglio l'organizzazione dei pubblici servizi.
Milita, infine, a favore dell'attribuzione al Consiglio Comunale della competenza ad individuare le nuove sedi farmaceutiche, ex art. 11 cit., il fatto che si tratta di una scelta fondamentale attinente alla vita sociale e civile della comunità locale, sicché il Consiglio Comunale appare la sede naturale ove attuare quella dialettica tra maggioranza ed opposizione funzionale all'individuazione delle aree più corrispondenti alle esigenze della collettività (TAR Lazio-Latina, sentenza 24.06.2013 n. 578 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

COMPETENZE GESTIONALI - ESPROPRIAZIONE: Competenze del consiglio comunale.
L’atto adottato ex art. 43, d.P.R. n. 327 del 2001 di acquisizione al patrimonio indisponibile comunale di beni utilizzati per scopi di interesse pubblico deve essere assunto dal Consiglio comunale, trattandosi dell’acquisto di un diritto immobiliare che richiede l’espressione formale di una specifica autonoma volontà.
L’art. 42, comma 2, lett. l), T.U. enti locali, stabilisce che rientrano nelle competenze consiliari gli “acquisti e alienazioni immobiliari, relative permute, appalti e concessioni che non siano previsti espressamente in atti fondamentali del consiglio o che non ne costituiscano mera esecuzione e che, comunque, non rientrino nella ordinaria amministrazione di funzioni e servizi di competenza della giunta, del segretario o di altri funzionari”. Tra questi rientra sicuramente anche l’acquisto di un bene tramite l’istituto della c.d. acquisizione sanante.
L’atto di acquisizione sanante ex art. 43 d.P.R. n. 327 del 2001, per i profili di discrezionalità che lo caratterizzano, esorbita dall'ambito della competenza dell’ufficio per le espropriazioni e, comunque, degli uffici comunali per rientrare nelle attribuzioni del Consiglio comunale in materia di acquisti ed alienazioni immobiliari, di cui all'art. 42 del d.lgs. 18.08.2000 n. 267.
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La giurisprudenza ha precisato che “l’istituto della “acquisizione sanante” ex art. 43 T.U. n. 327/2001 è di competenza del Consiglio comunale, stante anche la particolare natura di tale acquisizione di cui l’A.P. di questo Consiglio ha fornito una puntuale illustrazione, chiarendo che non risulta possibile qualificare la scelta di farvi ricorso come meramente esecutiva di atti presupposti o rientrante tra le ordinarie funzioni della giunta, del segretario o di altri funzionari, onde tale scelta deve essere ricondotta all’esclusiva competenza dell’organo elettivo consiliare, ai sensi dell’art. 42, comma 2, lett. l, del T.U.E.L.”.
La natura discrezionale dell’atto di acquisizione sanante esclude, poi, che lo stesso possa qualificarsi come previsto in atti fondamentali del consiglio o mera esecuzione degli stessi, sicché si deve escludere anche per tal verso la riconduzione dell’atto alla competenza dei dirigenti.
Il ricorso è fondato.
In particolare, è fondata la dedotta incompetenza del dirigente comunale ad adottare un provvedimento di acquisizione sanante.
L’atto adottato ex art. 43, d.P.R. n. 327 del 2001 di acquisizione al patrimonio indisponibile comunale di beni utilizzati per scopi di interesse pubblico deve essere assunto dal Consiglio comunale, trattandosi dell’acquisto di un diritto immobiliare che richiede l’espressione formale di una specifica autonoma volontà.
L’art. 42, comma 2, lett. l), T.U. enti locali, stabilisce che rientrano nelle competenze consiliari gli “acquisti e alienazioni immobiliari, relative permute, appalti e concessioni che non siano previsti espressamente in atti fondamentali del consiglio o che non ne costituiscano mera esecuzione e che, comunque, non rientrino nella ordinaria amministrazione di funzioni e servizi di competenza della giunta, del segretario o di altri funzionari”. Tra questi rientra sicuramente anche l’acquisto di un bene tramite l’istituto della c.d. acquisizione sanante. (Cons. St., sez. V, 13.10.2010, n. 7472).
L’atto di acquisizione sanante ex art. 43 d.P.R. n. 327 del 2001, per i profili di discrezionalità che lo caratterizzano, esorbita dall'ambito della competenza dell’ufficio per le espropriazioni e, comunque, degli uffici comunali per rientrare nelle attribuzioni del Consiglio comunale in materia di acquisti ed alienazioni immobiliari, di cui all'art. 42 del d.lgs. 18.08.2000 n. 267 (Cons. St., sez. III, 31.08.2010, n. 775).
Non può poi ritenersi, come sostiene la difesa del Comune, che il Dirigente ha semplicemente dato attuazione alla volontà comunale espressa in precedenti atti deliberativi, in particolare nella delibera che iniziava la procedura espropriativa.
A tale proposito, la giurisprudenza ha precisato che “l’istituto della “acquisizione sanante” ex art. 43 T.U. n. 327/2001 è di competenza del Consiglio comunale, stante anche la particolare natura di tale acquisizione di cui l’A.P. di questo Consiglio ha fornito una puntuale illustrazione, chiarendo che non risulta possibile qualificare la scelta di farvi ricorso come meramente esecutiva di atti presupposti o rientrante tra le ordinarie funzioni della giunta, del segretario o di altri funzionari, onde tale scelta deve essere ricondotta all’esclusiva competenza dell’organo elettivo consiliare, ai sensi dell’art. 42, comma 2, lett. l, del T.U.E.L.” (Cons. St., sez. III, 31.08.2010, n. 775).
La natura discrezionale dell’atto di acquisizione sanante esclude, poi, che lo stesso possa qualificarsi come previsto in atti fondamentali del consiglio o mera esecuzione degli stessi, sicché si deve escludere anche per tal verso la riconduzione dell’atto alla competenza dei dirigenti
(TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 21.06.2013 n. 1500 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - ESPROPRIAZIONE: E' fondata la dedotta incompetenza del dirigente comunale ad adottare un provvedimento di acquisizione sanante.
Invero, l’atto adottato ex art. 43, d.P.R. n. 327 del 2001 di acquisizione al patrimonio indisponibile comunale di beni utilizzati per scopi di interesse pubblico deve essere assunto dal Consiglio comunale, trattandosi dell’acquisto di un diritto immobiliare che richiede l’espressione formale di una specifica autonoma volontà.
L’art. 42, comma 2, lett. l), T.U. enti locali, stabilisce che rientrano nelle competenze consiliari gli “acquisti e alienazioni immobiliari, relative permute, appalti e concessioni che non siano previsti espressamente in atti fondamentali del consiglio o che non ne costituiscano mera esecuzione e che, comunque, non rientrino nella ordinaria amministrazione di funzioni e servizi di competenza della giunta, del segretario o di altri funzionari”. Tra questi rientra sicuramente anche l’acquisto di un bene tramite l’istituto della c.d. acquisizione sanante.
L’atto di acquisizione sanante ex art. 43 d.P.R. n. 327 del 2001, per i profili di discrezionalità che lo caratterizzano, esorbita dall'ambito della competenza dell’ufficio per le espropriazioni e, comunque, degli uffici comunali per rientrare nelle attribuzioni del Consiglio comunale in materia di acquisti ed alienazioni immobiliari, di cui all'art. 42 del d.lgs. 18.08.2000 n. 267.
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L’istituto della “acquisizione sanante” ex art. 43 T.U. n. 327/2001 è di competenza del Consiglio comunale, stante anche la particolare natura di tale acquisizione di cui l’A.P. di questo Consiglio ha fornito una puntuale illustrazione, chiarendo che non risulta possibile qualificare la scelta di farvi ricorso come meramente esecutiva di atti presupposti o rientrante tra le ordinarie funzioni della giunta, del segretario o di altri funzionari, onde tale scelta deve essere ricondotta all’esclusiva competenza dell’organo elettivo consiliare, ai sensi dell’art. 42, comma 2, lett. l, del T.U.E.L..
La natura discrezionale dell’atto di acquisizione sanante esclude, poi, che lo stesso possa qualificarsi come previsto in atti fondamentali del consiglio o mera esecuzione degli stessi, sicché si deve escludere anche per tal verso la riconduzione dell’atto alla competenza dei dirigenti.

Il ricorso è fondato.
In particolare, è fondata la dedotta incompetenza del dirigente comunale ad adottare un provvedimento di acquisizione sanante.
L’atto adottato ex art. 43, d.P.R. n. 327 del 2001 di acquisizione al patrimonio indisponibile comunale di beni utilizzati per scopi di interesse pubblico deve essere assunto dal Consiglio comunale, trattandosi dell’acquisto di un diritto immobiliare che richiede l’espressione formale di una specifica autonoma volontà.
L’art. 42, comma 2, lett. l), T.U. enti locali, stabilisce che rientrano nelle competenze consiliari gli “acquisti e alienazioni immobiliari, relative permute, appalti e concessioni che non siano previsti espressamente in atti fondamentali del consiglio o che non ne costituiscano mera esecuzione e che, comunque, non rientrino nella ordinaria amministrazione di funzioni e servizi di competenza della giunta, del segretario o di altri funzionari”. Tra questi rientra sicuramente anche l’acquisto di un bene tramite l’istituto della c.d. acquisizione sanante (Cons. St., sez. V, 13.10.2010, n. 7472).
L’atto di acquisizione sanante ex art. 43 d.P.R. n. 327 del 2001, per i profili di discrezionalità che lo caratterizzano, esorbita dall'ambito della competenza dell’ufficio per le espropriazioni e, comunque, degli uffici comunali per rientrare nelle attribuzioni del Consiglio comunale in materia di acquisti ed alienazioni immobiliari, di cui all'art. 42 del d.lgs. 18.08.2000 n. 267 (Cons. St., sez. III, 31.08.2010, n. 775).
Non può poi ritenersi, come sostiene la difesa del Comune, che il Dirigente ha semplicemente dato attuazione alla volontà comunale espressa in precedenti atti deliberativi, in particolare nella delibera che iniziava la procedura espropriativa.
A tale proposito, la giurisprudenza ha precisato che “l’istituto della “acquisizione sanante” ex art. 43 T.U. n. 327/2001 è di competenza del Consiglio comunale, stante anche la particolare natura di tale acquisizione di cui l’A.P. di questo Consiglio ha fornito una puntuale illustrazione, chiarendo che non risulta possibile qualificare la scelta di farvi ricorso come meramente esecutiva di atti presupposti o rientrante tra le ordinarie funzioni della giunta, del segretario o di altri funzionari, onde tale scelta deve essere ricondotta all’esclusiva competenza dell’organo elettivo consiliare, ai sensi dell’art. 42, comma 2, lett. l, del T.U.E.L.” (Cons. St., sez. III, 31.08.2010, n. 775).
La natura discrezionale dell’atto di acquisizione sanante esclude, poi, che lo stesso possa qualificarsi come previsto in atti fondamentali del consiglio o mera esecuzione degli stessi, sicché si deve escludere anche per tal verso la riconduzione dell’atto alla competenza dei dirigenti.
Stabilita l’illegittimità dell’atto di acquisizione sanante, è indubbio il comportamento illegittimo dell’amministrazione che, a seguito della scadenza dei termini di occupazione d’urgenza e stante il mancato perfezionamento del procedimento di esproprio, detiene sine titulo il terreno di parte ricorrente sul quale ha proceduto a realizzare l’opera pubblica, così com’è indubbia l’esistenza di un ingiusto pregiudizio in capo al privato che ha perso la disponibilità del terreno.
Dovendosi escludere che la mera trasformazione irreversibile di un suolo con la realizzazione di un'opera pubblica costituisca circostanza idonea a trasferire in capo all’Amministrazione la proprietà delle aree in assenza di un regolare provvedimento di esproprio, e ciò sia nel caso di occupazione del terreno ab origine sine titolo sia nel caso di un'occupazione iniziata in forza di un provvedimento legittimo poi scaduto (cfr. sentenze CEDU nei casi Scordino/Italia, Belvedere Alberghiera c/Italia, Prena c/Italia), il comportamento della Pubblica Amministrazione costituisce un illecito permanente, al quale consegue l’obbligo di far cessare la illegittima compromissione del diritto di proprietà mediante la restituzione del bene alla ricorrente, dato che questa non ha perduto la proprietà del bene ed ha titolo a riaverlo.
Con riferimento all’ulteriore domanda risarcitoria proposta dalla ricorrente, il risarcimento deve operare in relazione all’illegittima occupazione del bene, e deve pertanto coprire le voci di danno per il mancato godimento del bene, dal momento del perfezionamento della fattispecie illecita sino al giorno della sua giuridica regolarizzazione, ossia sino all’effettiva restituzione del bene; ciò salva la possibilità per l’amministrazione di perfezionare valido atto di acquisto del bene (con il consenso dei ricorrenti), ovvero di avvalersi in via postuma dello strumento acquisitivo della proprietà di cui all’art. 42-bis d.p.r. n. 327/2001.
In particolare, il termine iniziale va identificato in quello in cui l’occupazione dell’area è divenuta illegittima, mentre il termine finale va individuato in quello in cui il Comune resistente disporrà la restituzione dell’area, salva la sua legittima acquisizione, per contratto ovvero con lo strumento di cui all’art. 42-bis d.p.r. n. 327/2001.
Con riferimento a tale contesto temporale, il Comune va condannato a corrispondere ai ricorrenti, a titolo risarcitorio, una somma da quantificare sulla base del criterio normativo di cui all’art. 42-bis, co. 3, vale a dire il 5% annuo sul valore dell’area nel periodo considerato.
Trattandosi di debito di valore, la somma dovrà essere rivalutata alla data della presente sentenza e sono inoltre dovuti gli interessi al tasso legale, da calcolarsi sulla base della somma annualmente rivalutata, con applicazione degli indici di rivalutazione dei prezzi al consumo, e ciò sino all’effettivo soddisfo (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 21.06.2013 n. 1500 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Sponsor, parla il consiglio. La competenza sui contratti è dell'assemblea. La giurisprudenza richiede che si faccia ricorso a procedure aperte.
Può essere ricondotta alla giunta comunale la competenza in materia di contratti di sponsorizzazione?

La normativa di riferimento è costituita dall'art. 43, comma 1, della legge del 27.12.1997, n. 449, il quale stabilisce che, al fine di favorire l'innovazione dell'organizzazione amministrativa e di realizzare maggiori economie, nonché una migliore qualità dei servizi prestati, le pubbliche amministrazioni possono stipulare contratti di sponsorizzazione e accordi di collaborazione con soggetti privati ed associazioni, senza fini di lucro, costituite con atto notarile.
L'articolo 119 del decreto legislativo n. 267/2000, richiamando il citato articolo 43, consente nello specifico, agli enti locali, la stipula di contratti di sponsorizzazione e accordi di collaborazione, nonché convenzioni con soggetti pubblici o privati diretti a fornire consulenze o servizi aggiuntivi, «al fine di favorire una migliore qualità dei servizi prestati».
I contratti in parola, come previsti dall'articolo 43, hanno il precipuo obiettivo di favorire l'innovazione dell'organizzazione e la realizzazione di economie di spesa, mentre l'art. 119, riferito agli enti locali, li finalizza, in particolare, al miglioramento dei servizi.
La collocazione dei contratti di sponsorizzazione degli enti locali sotto l'univoca disciplina di cui all'articolo 119 del dlgs n. 267/2000 che comprende, come detto, anche gli accordi di collaborazione e le convenzioni, non può non comportare «la necessità di fare ricorso a procedure aperte e trasparenti al fine di individuare il soggetto con cui stipulare il contratto» (conforme Tar Puglia Bari, sez. II, 20/07/2006, n. 2953).
Da tale processo non appare possa essere escluso il consiglio comunale quale organo di indirizzo dell'attività dell'ente, che ai sensi dell'articolo 42, del dlgs n. 267/2000, comma 2, lett. a), ha sia potere regolamentare sulle attività che fanno capo al comune, sia, ai sensi della successiva lett. e), la competenza in ordine «all'affidamento di attività o servizi mediante convenzione».
Anche l'articolo 26 del codice dei contratti pubblici, dlgs 12/04/2006, n. 163, subordinando la stipula di taluni contratti di sponsorizzazione alla regolamentazione europea nell'eventualità in cui i medesimi abbiano un valore superiore a quarantamila euro, riconduce sostanzialmente tali atti alla disciplina dei contratti della pubblica amministrazione, che, nel caso specifico, non sfuggono alla competenza del consiglio comunale titolato a dettare, tra l'altro, le disposizioni di massima per la loro conclusione.
Inoltre, compete sempre al consiglio comunale disporre in via generale, anche in sede di approvazione dei bilanci, sulle risorse di cui all'art. 43 della legge n. 449/1997 per le finalità di cui all'articolo 15, comma 1, del Ccnl dell'01.04.1999 relativo al personale dipendente (articolo Italia Oggi del 21.06.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: Comuni, legittimo affidare ai dirigenti la rappresentanza a stare in giudizio.
Mediante specifica previsione statutaria, nell'ambito dei rispettivi settori di competenza, è possibile affidare la rappresentanza processuale dei Comuni ai dirigenti.

Nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto del Comune -ed anche il regolamento del Comune, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare- può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell'ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero ad esponenti apicali della struttura burocratico-amministrativa del Comune, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, il sindaco conserva l'esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale del Comune, ai sensi dell'art. 50 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, approvato con il d.lgs. 18.08.2000, n. 267.
In particolare, qualora lo statuto (o, nei limiti già indicati, il regolamento) affidi la rappresentanza a stare in giudizio in ordine all'intero contenzioso al dirigente dell'ufficio legale, questi, quando ne abbia i requisiti, può costituirsi senza bisogno di procura, ovvero attribuire l'incarico ad un professionista legale interno o del libero foro (salve le ipotesi, legalmente tipizzate, nelle quali l'ente locale può stare in giudizio senza il ministero di un legale) e, ove abilitato alla difesa presso le magistrature superiori, può anche svolgere personalmente attività difensiva nel giudizio di cassazione.
Il principio, già espresso in precedenti arresti (cfr., Cass. civ. n. 4556/2012), è stato enunciato nuovamente dalla Suprema Corte che ha in tal modo cassato con rinvio la sentenza con la quale la corte territoriale aveva dichiarato inammissibile l'impugnazione proposta avverso una pronuncia di condanna da parte di un amministrazione comunale.
Esito del ricorso: Cassa con rinvio, Corte di Appello di Napoli, sentenza 13.07.2005, n. 2315
I precedenti giurisprudenziali: Cassazione civile, Sez. I, sentenza 22.03.2012, n. 4556; Cassazione civile, Sez. I, sentenza 05.04.2006, n. 7879; Cassazione civile, Sez. U, sentenza 16.06.2005, n. 12868
Riferimenti normativi: Decreto Legisl. 18/08/2000 num. 267 art. 1; Cod. Proc. Civ. art. 75 (commento tratto da www.ipsoa.it - Corte di Cassazione, Sez. I civile, sentenza 20.06.2013 n. 15493).

COMPETENZE GESTIONALI: All'interno del sistema di cui al d.lgs. n. 267/2000 (T.U. enti locali) esiste una netta separazione di ruoli tra organi di governo locale e relativa dirigenza, dove ai primi spettano i compiti di indirizzo (la fissazione delle linee generali cui attenersi e degli scopi da perseguire), e alla seconda quelli di gestione.
Più in particolare, alla Giunta competono tutti gli atti rientranti nelle funzioni "di indirizzo e controllo politico-amministrativo" che non siano assegnati agli altri organi di governo (artt. 48-107 T.U. cit.), e per converso ai dirigenti è attribuita tutta la gestione, amministrativa, finanziaria e tecnica, comprensiva dell'adozione di tutti i provvedimenti, anche discrezionali, incluse le autorizzazioni e concessioni (e quindi anche i loro simmetrici atti negativi), e sugli stessi dirigenti incombe la diretta ed esclusiva responsabilità della correttezza amministrativa della medesima gestione (art. 107, commi 3 e 6, T.U. cit.).
Ne discende, da un lato, che è del tutto fisiologico che la Giunta municipale, verificata la presenza di una eventuale illegittimità dell’atto dirigenziale, esponga il suo avviso compulsando il dirigente competente ad intervenire mercé il potere di autotutela, che è a lui riservato in quanto titolare in materia del potere di amministrazione attiva; dall’altro, che non spetta all’interessato alcuna facoltà di intervento nel procedimento che si conclude con l’adozione da parte della Giunta comunale dell’atto di indirizzo e controllo politico-amministrativo, che non è atto immediatamente lesivo delle ragioni dell’interessato, ma necessita della successiva adozione del provvedimento dirigenziale in autotutela che, ferma restando la correttezza delle ragioni espresse dalla Giunta, potrebbe non seguire a causa della necessità di far prevalere, ad esempio, l’affidamento del privato, dovendosi confrontare l’organo procedente con i limiti fissati dall’art. 21-nonies, l. n. 241/1990; ovvero a causa dei fatti o interessi che potrebbero emergere d’ufficio o su sollecitazione del privato in sede istruttoria.

Come chiarito dalla giurisprudenza di questa Sezione all'interno del sistema di cui al d.lgs. n. 267/2000 (T.U. enti locali) esiste una netta separazione di ruoli tra organi di governo locale e relativa dirigenza, dove ai primi spettano i compiti di indirizzo (la fissazione delle linee generali cui attenersi e degli scopi da perseguire), e alla seconda quelli di gestione.
Più in particolare, alla Giunta competono tutti gli atti rientranti nelle funzioni "di indirizzo e controllo politico-amministrativo" che non siano assegnati agli altri organi di governo (artt. 48-107 T.U. cit.), e per converso ai dirigenti è attribuita tutta la gestione, amministrativa, finanziaria e tecnica, comprensiva dell'adozione di tutti i provvedimenti, anche discrezionali, incluse le autorizzazioni e concessioni (e quindi anche i loro simmetrici atti negativi), e sugli stessi dirigenti incombe la diretta ed esclusiva responsabilità della correttezza amministrativa della medesima gestione (art. 107, commi 3 e 6, T.U. cit.) (Cons. St., Sez. V, 07.04.2011, n. 2154, cui si rinvia a mente dell’art. 88, co. 2, lett. d), c.p.a.).
Ne discende, da un lato, che è del tutto fisiologico che la Giunta municipale, verificata la presenza di una eventuale illegittimità dell’atto dirigenziale, esponga il suo avviso compulsando il dirigente competente ad intervenire mercé il potere di autotutela, che è a lui riservato in quanto titolare in materia del potere di amministrazione attiva; dall’altro, che non spetta all’interessato alcuna facoltà di intervento nel procedimento che si conclude con l’adozione da parte della Giunta comunale dell’atto di indirizzo e controllo politico-amministrativo, che non è atto immediatamente lesivo delle ragioni dell’interessato, ma necessita della successiva adozione del provvedimento dirigenziale in autotutela che, ferma restando la correttezza delle ragioni espresse dalla Giunta, potrebbe non seguire a causa della necessità di far prevalere, ad esempio, l’affidamento del privato, dovendosi confrontare l’organo procedente con i limiti fissati dall’art. 21-nonies, l. n. 241/1990; ovvero a causa dei fatti o interessi che potrebbero emergere d’ufficio o su sollecitazione del privato in sede istruttoria.
In definitiva non si ravvisa alcuna lesione del diritto alla partecipazione procedimentale effettiva a carico dell’appellante (cfr., in materia di annullamento di titoli edilizi, i principi sviluppati da Cons. Stato, sez. IV, 27.11.2010, n. 8291 cui si rinvia a mente dell’art. 88, co. 2, lett. d), c.p.a.) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 03.06.2013 n. 3024 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2013

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: L’atto di convalida ha effetto retroattivo, con la conseguenza che opera positivamente anche sugli atti connessi rispetto all’atto convalidato i quali, in conseguenza del vizio di incompetenza, potevano risultare inficiati per illegittimità derivata.
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Nell’ordinamento non vi è una assoluta separazione tra organi di indirizzo ed organi di gestione, come è attestato dall’esistenza di molteplici fattispecie in cui sono ravvisabili delle forme di “interferenza funzionale”, delle quali è un indice la stessa possibilità di attivare in casi predeterminati l’esercizio di poteri sostitutivi prevista proprio dall’art. 14, comma 3, del Dlgs. n. 165 del 2001, e deve pertanto ammettersi anche la possibilità di ratificare, da parte degli organi di gestione, gli atti viziati da incompetenza relativa di tipo infrasoggettivo, nonostante siano stati adottati da organi di indirizzo.
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La ratifica di un atto amministrativo non richiede una specifica motivazione sull'interesse pubblico in quanto l’interesse pubblico che lo sorregge è la perdurante persistenza di quello perseguito dall’atto da convalidare.
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La facoltà di ratificare gli atti viziati da incompetenza in pendenza di giudizio sanandone l’illegittimità ex tunc è espressamente prevista dal legislatore con l’art. 6 della legge n. 249 del 1986, ed è giustificata dalla necessità di coniugare il doveroso ripristino della legalità dell’azione amministrativa, con i principi di economicità, di efficacia, di imparzialità e buon andamento, nonché di economicità dei mezzi giuridici e processuali.

L’affermazione secondo la quale gli atti di convalida hanno avuto ad oggetto l’intera procedura e non solo l’eliminazione di vizi formali, ovvero fatti storici non rimediabili se non mediante la rinnovazione degli atti, è priva di riscontri.
Infatti il decreto n. 40 del 02.02.2012 e il decreto n. 95 del 28.03.2012, hanno ad oggetto la convalida di singoli provvedimenti.
In particolare il primo si limita a convalidare la nomina della commissione giudicatrice, il secondo l’aggiudicazione definitiva (oltre all’affidamento della rappresentanza in giudizio ad un patrocinatore), e non corrisponde pertanto al vero l’assunto secondo il quale sarebbero stati indirettamente convalidati atti non ripetibili posti in essere da organi incompetenti.
Infatti l’atto di convalida ha effetto retroattivo, con la conseguenza che opera positivamente anche sugli atti connessi rispetto all’atto convalidato i quali, in conseguenza del vizio di incompetenza, potevano risultare inficiati per illegittimità derivata (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 29.09.2009, n. 3371).
1.9 Con il ventiseiesimo motivo la parte ricorrente sostiene che dal principio di non avocabilità degli atti dirigenziali da parte degli organi politici sancito negli artt. 4 e 14, comma 3, del Dlgs. n. 165 del 2001, e dall’art. 107 del Dlgs. n. 267 del 2000, dovrebbe ricavarsi implicitamente la conclusione che gli atti posti in essere dagli organi di indirizzo non sono ratificabili dagli organi di gestione.
Con il ventottesimo motivo, analogamente, lamenta che gli atti non sarebbero convalidabili perché posti in essere da organi di indirizzo.
Le censure sono infondate perché nell’ordinamento non vi è una assoluta separazione tra organi di indirizzo ed organi di gestione, come è attestato dall’esistenza di molteplici fattispecie in cui sono ravvisabili delle forme di “interferenza funzionale”, delle quali è un indice la stessa possibilità di attivare in casi predeterminati l’esercizio di poteri sostitutivi prevista proprio dall’art. 14, comma 3, del Dlgs. n. 165 del 2001, e deve pertanto ammettersi anche la possibilità di ratificare, da parte degli organi di gestione, gli atti viziati da incompetenza relativa di tipo infrasoggettivo, nonostante siano stati adottati da organi di indirizzo (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 07.05.2009, n. 2840; Tar Liguria, Sez. I, 07.04.2006, n. 353; Consiglio di Stato, Sez. V, 13.07.1992, n. 647, Tar Puglia, Lecce, 18.10.2003, n. 6946).
1.10 Con il ventinovesimo motivo, la ricorrente lamenta che gli atti di convalida non sono sorretti da una motivazione circa le ragioni di interesse pubblico che li giustificano e non compiono alcuna comparazione con il suo interesse.
La doglianza va disattesa in primo luogo perché tali atti sono espressamente motivati con riferimento all’interesse dell’ente all’esecuzione del contratto con il soggetto che ha presentato l’offerta risultata più vantaggiosa al termine della procedura di gara, e tale motivazione appare sufficiente in considerazione degli oneri che derivano, sul piano organizzativo e del successivo possibile contenzioso che di solito consegue, da una ripetizione della gara determinata solo da un vizio formale, quale è quello di incompetenza.
In secondo luogo perché comunque, come chiarito dalla giurisprudenza, la ratifica di un atto amministrativo non richiede una specifica motivazione sull'interesse pubblico (cfr. Consiglio Stato Sez. V, 30.08.2005, n. 4419) in quanto l’interesse pubblico che lo sorregge è la perdurante persistenza di quello perseguito dall’atto da convalidare (cfr. Tar Lombardia, Brescia, 07.09.2001, n. 771; Consiglio di Stato , Sez. VI, 24.09.1983, n. 683).
1.11 Con il trentesimo motivo la parte ricorrente sostiene che gli atti di ratifica sono illegittimi perché la convalida non è ammessa in corso di causa.
L’assunto è privo di fondamento in quanto la facoltà di ratificare gli atti viziati da incompetenza in pendenza di giudizio sanandone l’illegittimità ex tunc è espressamente prevista dal legislatore con l’art. 6 della legge n. 249 del 1986, ed è giustificata dalla necessità di coniugare il doveroso ripristino della legalità dell’azione amministrativa, con i principi di economicità, di efficacia, di imparzialità e buon andamento, nonché di economicità dei mezzi giuridici e processuali (cfr. Tar. Campania, Napoli, Sez. I, 11.07.2012, n. 3350).
1.12 La tesi secondo la quale la ratifica di cui all’art. 6 della legge n. 249 del 1968 non è applicabile ad amministrazioni diverse da quelle statali, enunciata nell’ambito del venticinquesimo motivo, va invece respinta perché, come chiarito dalla giurisprudenza, tale norma ha portata generale (cfr. Tar Emilia Romagna, Bologna, 12.02.1986, n. 83).
Quanto sopra delineato circa l’infondatezza delle censure proposte avverso gli atti di ratifica comporta che questi, ai sensi dell’art. 6 della legge n. 349 del 1968, esplichino l’effetto di sanare ex tunc il dedotto vizio di incompetenza, determinando l’improcedibilità delle censure sopra esaminate.
...
3. Con il ventiquattresimo e trentunesimo motivo la parte ricorrente sostiene che la convalida è di per sé sintomatica dello sviamento dell’azione amministrativa e della mancanza di imparzialità, perché in tal modo viene avvantaggiata la controinteressata, e in tal senso si duole in particolare dell’operato del direttore dell’ente.
L’assunto non può essere condiviso.
Infatti dalla documentazione versata in atti non emerge alcuna prova circa l’esistenza di una volontà di voler favorire la controinteressata, e in tal senso non può fondatamente essere invocato l’esercizio del potere di convalida, in quanto, come è stato osservato, è del tutto naturale e fisiologico che l'opera di rimozione dei vizi originariamente posseduti dall'atto da sanarsi conduca ad una conferma di quanto in precedenza disposto, e che ciò abbia come conseguenza il consolidarsi della posizione del destinatario dell’atto convalidato, ma da ciò non è logico ricavare l’esistenza di un’univoca e distorta finalità di avvantaggiare tale soggetto, né è sostenibile che l’esercizio di tale potere discrezionale previsto dalla legge possa essere paralizzato in ragione dell’esistenza di soggetti controinteressati (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 14.10.2011, n. 5538; Tar Lazio, Roma, 23.07.1986, n. 1212) .
E’ invece inammissibile l’autonoma e diversa censura dedotta per la prima volta a pag. 4 della memoria del 04.05.2012, con la quale la parte ricorrente lamenta il mancato rispetto della disposizione di cui all’art. 13 dello statuto dell’ente, secondo la quale se il direttore dell’ente è competente ad adottare l’aggiudicazione definitiva, la presidenza della commissione deve essere attribuita al dirigente del settore interessato, perché non contenuta in un atto notificato alle controparti.
Per completezza va tuttavia soggiunto che la censura appare anche infondata, perché la sua operatività presuppone la presenza in organico del direttore e di entrambi i dirigenti dei due settori.
Quando, come nel caso di specie, allo stesso soggetto sia attribuito il doppio incarico di direttore e di dirigente del settore competente per la gara, è plausibile l’interpretazione, non contrastante con alcuna norma di rango primario, secondo la quale la presidenza della commissione e la competenza all’approvazione degli atti di gara possono essere attribuiti alla medesima persona (TAR Veneto, Sez. III, sentenza 22.04.2013 n. 593 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - CONSIGLIERI COMUNALIVa evidenziato come, effettivamente, l’art. 53, comma 23, della L. n. 388/2000 disciplini l’ammissibilità di una deroga ai principi di necessaria separazione tra funzioni di gestione e funzioni politiche e di indirizzo di cui al D.lgs. 267/2000.
Con riferimento a detta deroga va, tuttavia, rilevato come essa, nel permettere che i componenti di un organo a cui spetta, di regola, la gestione dell’Ente locale (nella specie la Giunta Comunale) possano risultare assegnatari della responsabilità degli uffici e dei servizi di un Comune, prevede, altresì, che l’applicabilità di detta disciplina derogatoria sia subordinata alla sussistenza di alcuni presupposti, principalmente riconducibili alla necessità di operare un contenimento della spesa e, ciò, per quanto concerne i Comuni con una popolazione inferiore a 5000 abitanti.
Nel perseguimento di detto intento l’art. 53, comma 23, sopra citato ha previsto la necessità che il contenimento della spesa sia “effettivo” e, ciò, nella parte in cui ha espressamente disciplinato l’obbligo che detto contenimento sia documentato ogni anno, con un’apposita deliberazione, in sede di approvazione del bilancio.
Con riferimento al caso sottoposto a questo Collegio va evidenziato come deve ritenersi del tutto insussistente il presupposto del contenimento della spesa, presupposto quest’ultimo che deve ritenersi l’unico idoneo a sancire una deroga ai principi di separazione tra gestione e attività di indirizzo, introdotti dalla L. n. 142/1990 e poi ribaditi nel Testo Unico degli Enti locali sopra citato e tutt’ora vigente.

... per l'annullamento della determinazione n. 116 in data 10/12/2008 a firma del Sindaco Responsabile dell’area Manutentiva del Comune di Fardella, notificata in pari data, con la quale è stata annullata la concessione edilizia n. 02 del 18/01/1985 ed è stata ordinata la demolizione del fabbricato costruito a seguito della concessione edilizia ed il ripristino dello stato dei luoghi.
...
Il ricorso è fondato per i motivi di seguito precisati e con riferimento, in particolare, sia al primo che il quarto motivo.
Con riferimento al primo motivo parte ricorrente rileva l’incompetenza del Sindaco, in quanto Responsabile dell’Area Manutentiva, ad adottare il provvedimento impugnato.
Sul punto va preliminarmente evidenziato come, effettivamente, l’art. 53, comma 23, della L. n. 388/2000 disciplini l’ammissibilità di una deroga ai principi di necessaria separazione tra funzioni di gestione e funzioni politiche e di indirizzo di cui al D.lgs. 267/2000.
Con riferimento a detta deroga va, tuttavia, rilevato come essa, nel permettere che i componenti di un organo a cui spetta, di regola, la gestione dell’Ente locale (nella specie la Giunta Comunale) possano risultare assegnatari della responsabilità degli uffici e dei servizi di un Comune, prevede, altresì, che l’applicabilità di detta disciplina derogatoria sia subordinata alla sussistenza di alcuni presupposti, principalmente riconducibili alla necessità di operare un contenimento della spesa e, ciò, per quanto concerne i Comuni con una popolazione inferiore a 5000 abitanti.
Nel perseguimento di detto intento l’art. 53, comma 23, sopra citato ha previsto la necessità che il contenimento della spesa sia “effettivo” e, ciò, nella parte in cui ha espressamente disciplinato l’obbligo che detto contenimento sia documentato ogni anno, con un’apposita deliberazione, in sede di approvazione del bilancio.
Con riferimento al caso di specie va al contrario evidenziato che, come ha avuto modo di dimostrare parte ricorrente -senza peraltro essere smentita dalla contro interessata-, nell’ambito dell’organico del Comune fosse stata prevista (con la delibera n. 46/2006) la copertura del posto vacante presso l’Ufficio Tecnico.
Con la successiva delibera n. 47/2006 detta dotazione organica era stata, altresì, individuata nell’espressa previsione di un profilo “C 3”, soggetto quest’ultimo al quale erano stati poi attribuiti i compiti di responsabile dell’Area Tecnica e con Decreto Sindacale n. 08/2006.
Sul punto va, peraltro, evidenziato come un orientamento giurisprudenziale, già vigente nel momento in cui veniva emanato l’atto impugnato (TAR Calabria Catanzaro Sez. II, 12.03.2004, n. 627), si era sancito che “la giunta conferisca al sindaco il potere di gestire l'area tecnica, se nell'organico comunale difettino figure dotate di una professionalità specifica ed opportuna per la gestione di detta area”, elemento quest’ultimo che non può non essere interpretato nell’intento di circoscrivere l’applicazione dell’art. 53 sopra citato in considerazione delle finalità sopra ricordate della norma di cui si tratta e del carattere eccezionale della stessa disciplina.
Con riferimento al caso sottoposto a questo Collegio va evidenziato come, sulla base delle circostanze sopra citate, deve ritenersi del tutto insussistente il presupposto del contenimento della spesa, presupposto quest’ultimo che deve ritenersi l’unico idoneo a sancire una deroga ai principi di separazione tra gestione e attività di indirizzo, introdotti dalla L. n. 142/1990 e poi ribaditi nel Testo Unico degli Enti locali sopra citato e tutt’ora vigente.
Condividere le tesi del soggetto controinteressato porterebbe a ritenere applicabile l’art. 53, comma 23, della L. n. 388/2000 a fattispecie del tutto differenti, estendendo l’ambito di incidenza di una norma dall’evidente carattere eccezionale e derogatorio e vanificando, così, quei principi di separazione sopra ricordati che, in quanto ribaditi anche nella legislazione in materia di pubblico impiego, hanno assunto i caratteri di principi fondamentali del nostro ordinamento.
Il motivo è pertanto fondato (TAR Basilicata, sentenza 08.04.2013 n. 158 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOParola alla giunta. Trasparenza nell'anticorruzione. Si sciolgono tutti i dubbi sui soggetti competenti.
Chiarito che il termine per l'approvazione del piano triennale anti corruzione è ordinatorio e, dunque, le amministrazioni possono procedere anche oltre il 31.03.2013, resta ancora aperto, per gli enti locali, il tema dell'individuazione di quale sia l'organo competente.
Le tesi che si confrontano sono due. Una prima, propende per la competenza del consiglio. Tale tesi si fonda su due argomentazioni. La prima è letterale: poiché la legge 190/2012 assegna la competenza ad adottare il piano all'organo di indirizzo politico, si ritiene competente il consiglio, che ai sensi dell'articolo 42 del dlgs 267/2000 è appunto l'organo di indirizzo dell'ente locale. Una seconda argomentazione si fonda sulla durata pluriennale del piano.
La seconda tesi, al contrario, considera competente la giunta, per la circostanza che le attribuzioni del consiglio comunale sono determinate in un elenco che deve necessariamente essere tassativo ed assegnate espressamente. La legge 190/2012, come ha chiarito la Civit a proposito della nomina del responsabile della prevenzione della corruzione, si riferisce in senso lato all'organo di indirizzo politico, comprendendo tutti i possibili soggetti che nelle varie amministrazioni assolvano a tali competenze.
La legge non si riferisce di certo al consiglio comunale e provinciale, che, ai sensi del dlgs 267/2000 appunto svolge solo le funzioni di indirizzo e controllo espressamente ad esso riservate, ad esclusione di quelle attribuite al sindaco. Le rimanenti spettano alla giunta, che, infatti, è l'organo dotato di competenza generale e «residuale»: cioè adotta tutti quei provvedimenti attinenti alla funzione di indirizzo e controllo non espressamente assegnati dalla legge al consiglio.
La pluriennalità del piano anticorruzione non è argomentazione sufficiente ad escludere la competenza della giunta, che adotta certamente molti altri provvedimenti di valore pluriennale: ad esempio, il piano triennale delle assunzioni, oppure le autorizzazioni alla stipulazione dei contratti decentrati.
A dirimere, comunque, ogni dubbio, è, comunque, l'articolo 10 del decreto legislativo di riordino della trasparenza (D.Lgs. 14.03.2013 n. 33 oggi in G.U.).
Il comma 2 dispone che il programma triennale della trasparenza costituisce di norma una sezione del piano di prevenzione della corruzione. Il comma 3, precisa che gli obiettivi del programma della trasparenza vanno formulati in collegamento con la programmazione strategica e operativa, definita in via generale nel Piano della performance.
La disposizione conferma che per comuni e province il piano della performance non è obbligatorio. E si conferma che il piano della trasparenza, parte integrante di quello anticorruzione, dovendo essere integrato al Peg è cosa della giunta, competente ad adottare appunto il Peg (articolo ItaliaOggi del 05.04.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

marzo 2013

COMPETENZE GESTIONALII provvedimenti concernenti la circolazione stradale sulle strade comunali sono espressione di funzioni gestionali. Essi, infatti, non implicano l’esercizio di funzioni di indirizzo e controllo politico amministrativo ma di gestione ordinaria. I relativi poteri rientrano, pertanto, nella sfera di attribuzione dei dirigenti e non del Sindaco, secondo il criterio generale di cui all’art. 107 T.U. 18.08.2000 n. 267.
Tale previsione, cronologicamente successiva e specificamente dedicata al riparto di competenze all'interno delle pubbliche amministrazioni, prevale sul diverso regime previsto dall'art. 7 del d.lgs. 30.04.1992 n. 285.

Ritiene il Collegio che i provvedimenti concernenti la circolazione stradale sulle strade comunali siano espressione di funzioni gestionali. Essi, infatti, non implicano l’esercizio di funzioni di indirizzo e controllo politico amministrativo ma di gestione ordinaria. I relativi poteri rientrano, pertanto, nella sfera di attribuzione dei dirigenti e non del Sindaco, secondo il criterio generale di cui all’art. 107 T.U. 18.08.2000 n. 267.
Tale previsione, cronologicamente successiva e specificamente dedicata al riparto di competenze all'interno delle pubbliche amministrazioni, prevale sul diverso regime previsto dall'art. 7 del d.lgs. 30.04.1992 n. 285 (TAR Sardegna, sez. II, 06.04.2010 n. 661; TAR Lombardia, Brescia, 28.04.2003 n. 464; Cons. St. sez. II, 01.04.2003 n. 1661) (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. I, sentenza 29.03.2013 n. 357 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI - CONSIGLIERI COMUNALI: Gli assessori stiano al loro posto. Illegittime le delibere di giunta sotto forma di direttiva. Per il Consiglio di stato si tratta di un'indebita ingerenza sulle competenze dei dirigenti.
Le deliberazioni con cui le giunte individuano i contraenti, anche se fatte nella forma della direttiva, sono illegittime in quanto violano il principio della distinzione delle competenze tra organi di governo e dirigenti. Questi provvedimenti non possono essere successivamente sanati in modo generico, ma solamente attraverso una specifica e ampiamente motivata convalida.
Sono queste le indicazione di maggiore rilievo contenute nella sentenza 27.03.2013 n. 1775 del Consiglio di Stato, Sez. V.
La pronuncia ha un notevole rilievo in quanto stabilisce un chiaro argine alla invadenza degli organi di governo, che attraverso la utilizzazione dello strumento della direttiva entrano spesso nel merito delle scelte gestionali. La direttiva degli organi politici è legittima se rimane nell'alveo delle indicazioni di carattere generale.
La sentenza ricorda in premessa che «il criterio discretivo tra attività di indirizzo e di gestione degli organi della p.a. è rinvenibile nella estraneità della prima al piano della concreta realizzazione degli interessi pubblici che vengono in rilievo, esaurendosi nella indicazione degli obiettivi da perseguire e delle modalità di azione ritenute congrue a tal fine».
La direttiva è da considerare illegittima per la lesione del principio della distinzione delle competenze tra organi di governo e dirigenti nel caso in cui in concreto «il responsabile del servizio nulla avrebbe potuto fare di diverso dopo la delibera suddetta e non avrebbe potuto porre in essere alcun atto di gestione, atteso che gli è stata imposta la già effettuata scelta di un dato contraente (che è atto di gestione, non costituendo, a prescindere dalla terminologia usata, fissazione di linee generali e di scopi da perseguire), demandandogli solo il compito di liquidare la spesa».
In questi casi «l'atto di giunta costituiva invero, in concreto, atto di vera e propria gestione, a prescindere dalla solo formale qualificazione dello stesso quale atto di indirizzo gli atti di gestione includono funzioni dirette a dare adempimento ai fini istituzionali posti da un atto di indirizzo o direttamente dal legislatore, oppure includono determinazioni destinate ad applicare, pure con qualche margine di discrezionalità, criteri predeterminati per legge, mentre attengono alla funzione di indirizzo gli atti più squisitamente discrezionali, implicanti scelte di ampio livello».
È molto importante anche il giudizio sulla «inapplicabilità dell'istituto della convalida agli atti posti in essere dal responsabile successivamente alla adozione della deliberazione impugnata. Ai sensi dell'art. 21-nonies, comma 2, della legge n. 241 del 1990, che fa salva la possibilità del ricorso all'istituto della convalida (in cui è compresa anche la ratifica) del provvedimento annullabile, sussistendone le ragioni di interesse pubblico ed entro un termine ragionevole, l'Amministrazione ha il potere di convalidare o ratificare un provvedimento viziato. L'atto di convalida deve contenere una motivazione espressa e persuasiva in merito alla sua natura e in punto di interesse pubblico alla convalida, essendo insufficiente la semplice e formale appropriazione da parte dell'organo competente all'adozione del provvedimento, in assenza dell'esternazione delle ragioni di interesse pubblico giustificatrici del potere di sostituzione e della presupposta indicazione, espressa, della illegittimità per incompetenza in cui sarebbe incorso l'organo che ha adottato l'atto recepito in via sanante è necessario che emergano chiaramente dall'atto convalidante le ragioni di interesse pubblico e la volontà dell'organo di assumere tale atto» (articolo ItaliaOggi del 19.04.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALI: In caso di appello proveniente da un organo di ente pubblico la leggibilità della firma è del tutto irrilevante ai fini dell’ammissibilità del gravame in quanto, fatti salvi i casi di falso materiale, la certezza dell’attribuibilità del gravame è specificamente garantita dall’apposizione dei relativi timbri e dall’intestazione dell’ente.
In tali casi non può infatti sussistere alcuna incertezza sulla persona fisica firmataria a cui fare riferimento per l’imputazione degli effetti giuridici del gravame.
La mancata indicazione del nominativo e l'illeggibilità della firma del Sindaco nella procura rilasciata dal Comune al difensore, non determina affatto l’invalidità della procura stessa, atteso che la persona fisica che riveste pro tempore detta qualità è un dato di pubblico dominio, accertabile senza alcuna difficoltà presso lo stesso ente.
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A partire dall'art. 36, comma 1, l. 08.06.1990 n. 142, recante il nuovo ordinamento delle autonomie locali, compete esclusivamente al Sindaco il potere di conferire al difensore del Comune la procura alle liti, senza alcuna necessità di autorizzazione della Giunta municipale.
La titolarità esclusiva del potere di rappresentanza processuale del Comune è dunque conferita direttamente dalla legge all'organo monocratico.
Il sindaco, quale rappresentante legale dell'ente locale, ai sensi dell'art. 50, comma 2, d.lgs. 18.08.2000 n. 267, è dunque l'organo che lo rappresenta in giudizio ed ha il potere di conferire la procura al difensore senza che occorra alcuna deliberazione di autorizzazione alla lite da parte della Giunta, fatto salvo il caso che lo Statuto la richieda espressamente.

Contrariamente a quanto sostengono gli appellati, in caso di appello proveniente da un organo di ente pubblico la leggibilità della firma è del tutto irrilevante ai fini dell’ammissibilità del gravame in quanto, fatti salvi i casi di falso materiale, la certezza dell’attribuibilità del gravame è specificamente garantita dall’apposizione dei relativi timbri e dall’intestazione dell’ente.
In tali casi non può infatti sussistere alcuna incertezza sulla persona fisica firmataria a cui fare riferimento per l’imputazione degli effetti giuridici del gravame (cfr. Consiglio Stato sez. V 21.04.2009 n. 2402).
La mancata indicazione del nominativo e l'illeggibilità della firma del Sindaco nella procura rilasciata dal Comune al difensore, non determina affatto l’invalidità della procura stessa, atteso che la persona fisica che riveste pro tempore detta qualità è un dato di pubblico dominio, accertabile senza alcuna difficoltà presso lo stesso ente.
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D
eve essere rigettata anche l’eccezione concernente l’inammissibilità dell’appello per mancata produzione dell’autorizzazione della Giunta Municipale, prevista per evitare possibili “abusi”.
A parte che, in materia di tutela dei propri interessi, è comunque difficilmente comprensibile il riferimento agli “abusi” di cui parlano gli appellati, si deve osservare che, a partire dall'art. 36, comma 1, l. 08.06.1990 n. 142, recante il nuovo ordinamento delle autonomie locali, compete esclusivamente al Sindaco il potere di conferire al difensore del Comune la procura alle liti, senza alcuna necessità di autorizzazione della Giunta municipale.
La titolarità esclusiva del potere di rappresentanza processuale del Comune è dunque conferita direttamente dalla legge all'organo monocratico (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V 11.05.2012 n. 2730).
Il sindaco, quale rappresentante legale dell'ente locale, ai sensi dell'art. 50, comma 2, d.lgs. 18.08.2000 n. 267, è dunque l'organo che lo rappresenta in giudizio ed ha il potere di conferire la procura al difensore senza che occorra alcuna deliberazione di autorizzazione alla lite da parte della Giunta, fatto salvo il caso che lo Statuto la richieda espressamente.
Di qui l’ammissibilità dell’appello sotto tale profilo
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.03.2013 n. 1700 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIConsiglio di Stato. Indirizzi dalla Giunta. Il dirigente può fissare gli organici.
È legittima la determinazione con cui il dirigente comunale, previa individuazione dei profili professionali ritenuti utili, ha rideterminato la dotazione organica dell'ente. La Giunta ha dettato i principi in base ai quali intervenire sulla dotazione organica, demandando al dirigente l'attuazione. La determinazione pertanto non costituisce autonomo esercizio di governo, ma è espressione del potere gestionale di organizzazione del personale.

Questo il principio sancito dal Consiglio di Stato, con la sentenza n. 96/2013 con cui è stato respinto il ricorso presentato da un dipendente del Comune contro la determina del dirigente.
I giudici amministrativi hanno chiarito che la Giunta, avendo dettato i principi in base ai quali intervenire sulla dotazione organica, ha legittimamente demandando al dirigente competente per materia l'attuazione della concreta struttura organizzativa.
La Giunta non ha quindi delegato propri poteri al dirigente, ma ha invece correttamente demandato a quest'ultimo la concretizzazione della propria impostazione di principio. Secondo i giudici, con l'atto di indirizzo la Giunta avrebbe rispettato l'articolo 48, comma 3, del Tuel, secondo cui «è di competenza della giunta l'adozione dei regolamenti sul l'ordinamento degli uffici e dei servizi, sulla base dei principi stabiliti dal consiglio», e nella determina l'articolo 107, in base al quale «spettano ai dirigenti gli atti di organizzazione e gestione del personale». Secondo il consiglio di stato, la Giunta può approvare solo i principi in base ai quali intervenire. Per prassi, negli enti il potere della Giunta sull'organizzazione del personale è sempre stato esercitato con atti di contenuto prevalentemente gestionale.
La dotazione organica, ad esempio, è approvata generalmente con delibera di Giunta in cui sono definiti non solo i profili professionali necessari, ma sono indicati anche i contingenti quantitativi che costituiscono l'assetto ottimale. L'interpretazione fornita dal Consiglio di stato appare innovativa, anche se risulta in linea con il dettato testuale del Tuel.
L'autonomo esercizio di governo, al più alto livello amministrativo, del potere di organizzazione del personale dovrebbe effettivamente essere attuato approvando atti di indirizzo che definiscono i principi cui dovranno attenersi i dirigenti nello svolgimento delle loro attività (articolo Il Sole 24 Ore del 25.03.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

febbraio 2013

COMPETENZE GESTIONALI - SEGRETARI COMUNALI: S. Salvai, Gli incarichi dirigenziali al Segretario Comunale (24.02.2013 - link a www.gianlucabertagna.it).

gennaio 2013

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: I provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dalla comunicazione dell’avvio del procedimento, trattandosi di atti tipizzati e vincolati che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime.
Né d’altro è necessaria una specifica motivazione in merito all’interesse pubblico perseguito con l’ordinanza demolitoria giacché l’amministrazione, a fronte di opere prive dei prescritti titoli abilitativi e in corso di realizzazione, non può che emettere un provvedimento repressivo.
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La competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino al giugno del 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco (o all'Assessore competente per materia), mentre la stessa è stata trasferita espressamente ai dirigenti ai sensi dell'art. 2, comma 12, della legge n. 191/1998.

Sono infondate e vanno disattese anche le ulteriori censure con le quali le società ricorrenti si dolgono dei vizi procedimentali di omessa comunicazione dell’avvio del procedimento e di carenza e difetto di motivazione sotto il profilo della mancata esplicitazione dell’interesse pubblico poiché i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dalla comunicazione dell’avvio del procedimento, trattandosi di atti tipizzati e vincolati che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime (cfr. TAR Campania, Napoli, III, 20.11.2012, n. 4655). Né d’altro era necessaria una specifica motivazione in merito all’interesse pubblico perseguito con l’ordinanza demolitoria giacché l’amministrazione, a fronte di opere prive dei prescritti titoli abilitativi e in corso di realizzazione, non poteva che emettere un provvedimento repressivo.
Va, infine, evidenziato che, a differenza di quanto affermato dalle società ricorrenti, al momento del sopralluogo dei vigili urbani il 29.09.1999 “era in fase di preparazione il montaggio delle tre unità radianti” e, quindi, i lavori o almeno parte degli stessi erano ancora in corso con conseguente reiezione anche della prima censura del ricorso proposto da Wind Telecomunicazioni s.p.a.
Deve essere rigettata anche l’eccezione di incompetenza del Dirigente ad emanare il provvedimento sanzionatorio, sollevata dalla Enel s.p.a., secondo la costante giurisprudenza, la competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino al giugno del 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco (o all'Assessore competente per materia), mentre la stessa è stata trasferita espressamente ai dirigenti ai sensi dell'art. 2, comma 12, della legge n. 191/1998 (cfr. ex multis, Tar Campania, Napoli, VI, 05.06.2012, n. 2365; Tar Campania, Napoli, VI, 30.04.2008, n. 3072; Tar Toscana, III, 26.11.2010, n. 6627).
Ne discende, pertanto, che nel caso in esame non sussiste il vizio denunciato, essendo stata adottata l’ordinanza impugnata il 06.12.1999 (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 25.01.2013 n. 627 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: Laddove un ricorso non è sia stato notificato all’Amministrazione in persona del Sindaco quale legale rappresentante dell’Ente bensì soltanto al dirigente, va preliminarmente esclusa la legittimazione passiva del responsabile del procedimento, in quanto l'atto impugnato è imputabile al Comune intimato, rappresentato in sede processuale dal sindaco pro tempore; di conseguenza va estromesso dal processo il responsabile dell'ufficio tecnico urbanistico comunale.
Invero, il ricorso è inammissibile non essendo stata ritualmente intimata l’amministrazione comunale poiché il ricorso non risulta notificato alla stessa in persona del Sindaco pro tempore che è l’organo che rappresenta l'Ente in giudizio ai sensi dell’art. 50, co. 2, del d.lgs. 18.08.2000 n. 262, che riproduce l'art. 36, co. 1, della legge 08.06.1990 n. 142.
E’, infatti, irrituale la notifica del ricorso non effettuata al Comune in persona del Sindaco pro tempore bensì al dirigente, in quanto, anche se quest'ultimo è competente ad emanare i provvedimenti, che attengono alla specifica materia e settore, l'attività in tal senso svolta è sempre complessivamente riferibile all'amministrazione comunale, a capo della quale si colloca il Sindaco, nella sua qualità di legale rappresentante dell'ente munito di legittimazione passiva.
Del resto il riconosciuto eventuale potere dei dirigenti di promuovere o resistere alle liti riguarda la loro legittimazione processuale e non già la rappresentanza dell'Ente, che è l'elemento rilevante in materia di notifica degli atti.

Il ricorrente ha adito il Tar per ottenere l’annullamento del parziale diniego di accesso ai documenti amministrativi richiesti.
Il ricorso non è stato notificato all’Amministrazione in persona del Sindaco quale legale rappresentante dell’Ente bensì soltanto al dirigente ed al difensore civico.
Si è costituito in giudizio il solo dirigente intimato.
All’odierna camera di consiglio la causa è stata trattenuta in decisione.
Va preliminarmente esclusa la legittimazione passiva del responsabile del procedimento, in quanto l'atto impugnato è imputabile al Comune intimato, rappresentato in sede processuale dal sindaco pro tempore; di conseguenza va estromesso dal processo il responsabile dell'ufficio tecnico urbanistico comunale (TAR Catanzaro Calabria, sez. II, 13.12.2011).
Ciò premesso il ricorso è inammissibile non essendo stata ritualmente intimata l’amministrazione comunale poiché il ricorso non risulta notificato alla stessa in persona del Sindaco pro tempore che è l’organo che rappresenta l'Ente in giudizio ai sensi dell’art. 50, co. 2, del d.lgs. 18.08.2000 n. 262, che riproduce l'art. 36, co. 1, della legge 08.06.1990 n. 142 (Consiglio di Stato sez. V, 18.10.2011, n. 5584; Consiglio Stato sez. V, 21.01.2009, n. 280).
E’, infatti, irrituale la notifica del ricorso non effettuata al Comune in persona del Sindaco pro tempore bensì al dirigente, in quanto, anche se quest'ultimo è competente ad emanare i provvedimenti, che attengono alla specifica materia e settore, l'attività in tal senso svolta è sempre complessivamente riferibile all'amministrazione comunale, a capo della quale si colloca il Sindaco, nella sua qualità di legale rappresentante dell'ente munito di legittimazione passiva (cfr. Consiglio di Stato, Sezione V, 25.01.2005, n. 155; TAR Sicilia, Palermo, Sezione II, 13.03.2007 n. 799; Sezione III, 06.06.2005 n. 954 e 11.07.2005 n. 1198; TAR Marche, 20.01.2003 n. 8; TAR Basilicata, 03.02.2004 n. 50; TAR Lazio, Sezione II, 08.09.2005, n. 6664).
Del resto il riconosciuto eventuale potere dei dirigenti di promuovere o resistere alle liti riguarda la loro legittimazione processuale e non già la rappresentanza dell'Ente, che è l'elemento rilevante in materia di notifica degli atti (Consiglio Stato, sez. V, 25.01.2005, n. 155) (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 11.01.2013 n. 17 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI La firma sulle transazioni.
DOMANDA:
Il Comune deve firmare con urgenza una transazione che all'uopo viene approvata con deliberazione giuntale; nella deliberazione de qua la giunta autorizza testé il sindaco -in qualità di legale rappresentante dell'ente- alla firma dell'atto.
Il segretario generale sostiene che è necessario il parere del revisore contabile e che, la firma sulla transazione non deve essere apposta dal sindaco ma dal dirigente del settore contenzioso: è corretto?
RISPOSTA:
Facendo riferimento alla questione posta, si fa presente quanto segue:
In linea generale si sottolinea che, sulla base di quanto stabilito dall’articolo 239 del Tuel, è previsto che l’Organo di revisione svolga una attività di collaborazione nei confronti dell’organo consiliare. Le modifiche introdotte dalla legge 283/2012, hanno allargato l’elenco delle materie sulle quali l’organo di revisione deve esprimere il proprio parere; in particolare, è stato previsto che l’organo di revisione esprima un parere anche sulle “proposte di riconoscimento dei debiti fuori bilancio e transazioni”.
La materia della autorizzazione alle “transazioni” rientra tra le competenze della Giunta. Pertanto si potrebbe ritenere che il parere dell’Organo di revisione su questi provvedimenti non sia dovuto. Però, in considerazione del fatto che la nuova versione dell’articolo 239 prevede espressamente questa tipologia di provvedimenti, si ritiene opportuno e prudenziale sottoporre anche questi provvedimenti al preventivo parere dell’Organo di revisione.
Si condivide quanto affermato nel quesito a proposito di chi deve sottoscrivere l’atto. Infatti, sulla base di quanto stabilito dall’articolo 107 del Tuel, la firma sulla transazione deve essere apposta dal dirigente del settore di competenza (20.12.2012 - tratto da www.ancirisponde.ancitel.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: L'art. 192, comma 3, Dlgs. 03.04.2006, n. 152, norma speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, Dlgs. 18.08.2000, n. 267, attribuisce espressamente al sindaco la competenza a disporre, con ordinanza, le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
Tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative, ovvero in base al criterio specialistico e al criterio cronologico, prevale sul disposto dell'art. 107, comma 5, Dlgs. n. 267 del 2000.
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Nei confronti del curatore fallimentare non è configurabile alcun obbligo ripristinatorio in ordine all'abbandono dei rifiuti in assenza dell’accertamento univoco di un’autonoma responsabilità del medesimo, conseguente alla presupposta ricognizione di comportamenti commissivi, ovvero meramente omissivi, che abbiano dato luogo al fatto antigiuridico.
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In definitiva, applicando le disposizioni contenute nell’art. 192 del Dlgs. 03.04.2006, n. 152, discende che il provvedimento impugnato è illegittimo e va annullato per incompetenza e nella parte in cui ha posto obblighi ed oneri direttamente in capo al fallimento, quando invece, qualora il Comune proceda all'esecuzione d'ufficio, per recuperare le somme anticipate, ha a disposizione il solo rimedio dell’insinuazione del relativo credito nel passivo fallimentare.

... per l'annullamento dell’ordinanza n. 20 del 12.01.2012, notificata il 18.01.2012 al curatore, con cui il Dirigente del Coordinamento Ambiente del Comune di Verona ha disposto ed ordinato al fallimento ricorrente l'esecuzione d'ufficio delle azioni necessarie alla pulizia totale dei sito industriale sito in Verona denominato ex Tiberghien, come richiesto con precedente ordinanza dell'agosto 2010.
...
Infatti, come chiarito dalla giurisprudenza (cfr. ex pluribus Consiglio di Stato, Sez. V, 25.08.2008, n. 4061; Tar Emilia Romagna, Bologna, Sez. II, 26.01.2011, n. 61) anche di questo Tribunale (cfr. Tar Veneto, Sez. III, 20.10.2009, n. 2623; id. 14.01.2009, n. 40) l'art. 192, comma 3, Dlgs. 03.04.2006, n. 152, norma speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, Dlgs. 18.08.2000, n. 267, attribuisce espressamente al sindaco la competenza a disporre, con ordinanza, le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
Tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative, ovvero in base al criterio specialistico e al criterio cronologico, prevale sul disposto dell'art. 107, comma 5, Dlgs. n. 267 del 2000.
Tale rilievo comporta pertanto di per sé l’annullamento dell’ordinanza impugnata, fermo restando che la questione andrà rimessa al Sindaco, che è l’organo individuato come competente dalla norma ad adottare tale tipo di ordinanze.
Nel caso di specie, atteso che si è di fronte ad un vizio di incompetenza di tipo infrasoggettivo, che è quello che si verifica nell'ambito dello stesso ente, poiché l'Amministrazione è evocata in giudizio nella sua unitarietà indipendentemente dallo specifico riferimento soggettivo all'organo che ha emanato l'atto impugnato, non vi è pericolo che una pronuncia di merito sugli altri motivi di ricorso possa, in violazione del principio del contraddittorio, dettare regole di condotta nei confronti di soggetti rimasti estranei al giudizio, e pertanto il rilevato vizio di incompetenza non assume carattere assorbente delle ulteriori censure (cfr. Tar Veneto, Sez. III, 28.04.2008, n. 1136; Tar Lombardia, Brescia, 01.06.2001, n. 398) e possono pertanto essere esaminati ulteriori motivi di ricorso al fine di orientare la successiva attività dell'Amministrazione (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 30.08.2004, n. 5654).
Ciò premesso va rilevato che è fondata anche la censura contenuta nel primo motivo con la quale il fallimento lamenta che la curatela fallimentare non può essere legittimamente destinataria di ordinanze afferenti le operazioni di rimozione rifiuti il cui abbandono sia riconducibile unicamente alla responsabilità dell’impresa fallita e al quale è estraneo il fallimento.
Infatti la giurisprudenza ha chiarito che nei confronti del curatore fallimentare non è configurabile alcun obbligo ripristinatorio in ordine all'abbandono dei rifiuti in assenza dell’accertamento univoco di un’autonoma responsabilità del medesimo, conseguente alla presupposta ricognizione di comportamenti commissivi, ovvero meramente omissivi, che abbiano dato luogo al fatto antigiuridico (cfr. Tar Toscana, Sez. II, 19.03.2010, n. 700; Tar Campania , Salerno, Sez. I, 18.10.2010, n. 11823; Tar Calabria, Catanzaro, Sez. II, 09.09.2010, n. 2556; Tar Toscana, Sez. II, 17.04.2009, n. 663; Consiglio di Stato, Sez. V, 25.01.2005, n. 136; Tar Lombardia, Milano, Sez. II, 10.05.2005, n. 1159; Tar Lazio, Latina, 12.03.2005, n. 304; Consiglio di Stato, Sez. V, 29.07.2003, n. 4328; Tar Toscana, Sezione II, 01.08.2001, n. 1318).
In definitiva, applicando le disposizioni contenute nell’art. 192 del Dlgs. 03.04.2006, n. 152, discende che, ferma restando la validità del provvedimento impugnato nella parte in cui dispone obblighi in capo all’altro comproprietario del compendio immobiliare, il provvedimento impugnato è illegittimo e va annullato per incompetenza e nella parte in cui ha posto obblighi ed oneri direttamente in capo al fallimento, quando invece, qualora il Comune proceda all'esecuzione d'ufficio, per recuperare le somme anticipate, ha a disposizione il solo rimedio dell’insinuazione del relativo credito nel passivo fallimentare (TAR Veneto, Sez. III, sentenza 04.12.2012 n. 1498 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Competenza sul TSO.
Qual è l'organo competente ad adottare l'ordinanza relativa al procedimento amministrativo di trattamento sanitario obbligatorio, in assenza del Commissario straordinario incaricato della temporanea gestione dell'ente?

L'art. 34 della legge 23.12.1978, n. 833, attribuisce al sindaco la competenza ad adottare le ordinanze in materia di trattamento sanitario obbligatorio, entro 48 ore dalla convalida della proposta da parte di un medico della unità sanitaria locale.
Nel caso di specie, se il comune, ricompreso nel territorio di una regione a statuto speciale, è sottoposto a gestione commissariale e non è prevista dalla specifica normativa regionale in materia di scioglimento degli organi la nomina di vice o sub commissari, la competenza all'adozione del provvedimento in argomento spetta in via esclusiva al commissario straordinario incaricato della gestione dell'ente (articolo ItaliaOggi del 30.11.2012).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: Avuto conto che l'ordine di demolizione è un provvedimento adottato nell'esercizio del potere di vigilanza in materia edilizia con finalità di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio, il medesimo rientra pacificamente nella competenza del dirigente ai sensi dell'art. 27 d.P.R. 06.06.2001 n. 380 e dell'art. 107, comma 3, d.lgs. 18.08.2000 n. 267.
In primo luogo, avuto conto che l'ordine di demolizione è un provvedimento adottato nell'esercizio del potere di vigilanza in materia edilizia con finalità di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio, il medesimo rientra pacificamente nella competenza del dirigente ai sensi dell'art. 27 d.P.R. 06.06.2001 n. 380 e dell'art. 107, comma 3, d.lgs. 18.08.2000 n. 267 (cfr., ex multis, fra le ultime, Tar Campania, Napoli, questa sesta sezione, 07.06.2012, n. 2689 e 05.06.2012, n. 2636; sezione seconda, 11.01.2012, n. 55 e, sezione terza, 13.02.2012, n. 758; Tar Lazio, Roma, sezione seconda, 08.02.2012, n. 1236).
Né l’incompetenza può dirsi sussistere per non essere il dirigente titolare delle funzioni delegate ai Comuni dalla Regione Campania, ai sensi degli artt. 8 della legge regionale n. 65/1981 e 82, comma 2, del d.P.R. 616/1977 avuto presente che il provvedimento non risulta assunto espressamente nell’esercizio “della subdelega in materia paesaggistica” rilasciata ai Comuni dalla cennata regione Campania e richiama nel suo seno il cennato art. 27 del d.P.R. 380/2001 che individua, in relazione ai poteri repressivi degli abusi in zona vincolata, una competenza autonoma del dirigente nel caso in cui l’abuso sia commesso su aree sottoposte a vincolo (sul punto cfr. anche le pronunce di questo Tribunale, questa sesta sezione, 05.06.2012, n. 2636 cit., 12.11.2010, n. 24015 e 21.04.2010, n. 2074 e, sezione seconda, 02.03.2010, n. 1263 secondo cui alle fattispecie di che trattasi è comunque è applicabile la cennata normativa statale)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 29.11.2012 n. 4867 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: La competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino all'anno 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco e non all'organo dirigenziale essendo stata la stessa trasferita espressamente ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998, n. 191.
Tanto, beninteso, in assenza di norme regolamentari che, nei singoli Comuni, in forza della previgente normativa primaria a partire dalla l. 142 del 1990, avessero già attuato “il principio legislativo” del trasferimento delle competenze dal sindaco agli organi dirigenziali del Comune.

Va per contro osservato come, secondo la costante giurisprudenza della Sezione, la competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino all'anno 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco e non all'organo dirigenziale essendo stata la stessa trasferita espressamente ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998, n. 191 (cfr., ex multis, Tar Campania, Napoli, questa sesta sezione, 05.06.2012, n. 2365; 23.05.2012, n. 2373; 30.04.2008, n. 3072; 03.04.2008, n. 1832; cfr. ancora, negli stessi sensi, Tar Toscana, Firenze, sezione terza, 26.11.2010, n. 6627).
Tanto, beninteso, in assenza di norme regolamentari che, nei singoli Comuni, in forza della previgente normativa primaria a partire dalla l. 142 del 1990, avessero già attuato “il principio legislativo” del trasferimento delle competenze dal sindaco agli organi dirigenziali del Comune (cfr. Cons. Stato, sezione quinta, 06.03.2000, n. 1149 e Tar Campania, sempre questa sesta sezione, 05.06.2012, n. 2365 cit.): circostanza, questa, la cui sussistenza qui non è dedotta (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 20.11.2012 n. 4675 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: Tar Calabria. In discussione la possibilità di porre limiti. Sindaco sempre in giudizio anche senza lo Statuto.
L'ORIENTAMENTO/ I giudici calabresi negano che l'autonomia possa fissare condizioni alla presenza in giudizio del rappresentante legale.

Non è necessaria la delibera di Giunta per autorizzare il sindaco a rappresentare in giudizio il Comune, anche a prescindere da eventuali limiti statutari.
A chiarire il quadro interviene la sentenza 16.11.2012 n. 671 del TAR Calabria-Reggio Calabria.
La sentenza accoglie la tesi difensiva del Comune in cui si evidenziava che ai fini della rappresentanza in giudizio dell'ente, l'autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, un atto necessario ai fini dell'agire o del resistere in giudizio.
I giudici del Tar rilevano che nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in un sistema in cui il sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta l'autorizzazione da parte di quest'ultima non ha più ragion d'essere.
La sentenza del Tar Calabria quindi riprende le motivazioni della sentenza anche essa recente del Tar Salerno 1674/2012 e del Consiglio di Stato 5277/2012 perché nel nuovo ordinamento delle autonomie locali il sindaco ha assunto un ruolo politico ed amministrativo centrale, in quanto titolare di funzioni di direzione e di coordinamento dell'esecutivo comunale; l'autorizzazione del Consiglio prima e poi della Giunta, se trovava ragione in un assetto in cui il sindaco era eletto dal Consiglio e la Giunta costituiva espressione del Consiglio stesso, non ha più ragion d'essere in un sistema in cui il sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli assessori, a cui l'articolo 48 del Tuel affida il compito di collaborare con il capo dell'amministrazione municipale.
La sentenza comunque è degna di nota in quanto non sembra prevedere margini per eventuali limiti statutari superando l'orientamento del Tar Salerno e del Consiglio di Stato. Queste pronunce prevedevano la possibilità di eccezioni alla non necessità di una preventiva delibera nei casi in cui l'autonomia statutaria dell'ente, disciplinando i modi di esercizio della rappresentanza legale dell'ente (anche in giudizio ex articolo 6, comma 2, del Dlgs 267/2000) preveda l'autorizzazione della Giunta, oppure richieda una preventiva determinazione del competente dirigente, oppure ancora postula l'uno o l'altro intervento in relazione alla natura o all'oggetto della controversia (articolo Il Sole 24 Ore del 10.12.2012 - tratto da www.ecostampa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALI: Ai fini della rappresentanza in giudizio del Ente, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, un atto necessario ai fini dell’agire o del resistere in giudizio.
Infatti nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta, l’autorizzazione da parte di quest’ultima non ha più ragion d’essere

Si conviene con la difesa del Comune, laddove si rammenta che ai fini della rappresentanza in giudizio del Ente, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, un atto necessario ai fini dell’agire o del resistere in giudizio.
Infatti nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta (più diffusamente sul punto Tar Salerno, I, 24.09.2012 n. 1674), l’autorizzazione da parte di quest’ultima non ha più ragion d’essere (TAR Calabria-Reggio Calabria, Sez. I, sentenza 16.11.2012 n. 671 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALIOSSERVATORIO VIMINALE/ I poteri del primo cittadino sono limitati alle ordinanze contingibili e urgenti. Viabilità, decide il dirigente. La gestione ordinaria non spetta più al sindaco
Il comandante della polizia municipale può adottare un'ordinanza con la quale si apportano modifiche alla viabilità urbana?

Il Piano urbano del traffico (Put) –da cui dovrebbero derivare le eventuali modificazioni alla viabilità– secondo quanto previsto dall'art. 36, comma 5, del Codice della strada viene aggiornato ogni due anni. Il predetto Put, essendo uno strumento di programmazione e, dunque, a valenza generale, è demandato all'approvazione degli organi collegiali del comune.
Occorre tenere presente, tuttavia, che l'art. 107, comma 5, del dlgs n. 267/2000 prevede che «le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al capo I, titolo III, (consiglio, giunta e sindaco) l'adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, salvo quanto previsto dall'art. 50, comma 3, e dall'art. 54» dello stesso decreto legislativo.
Pertanto, le competenze assegnate, in particolare dal codice della strada, al sindaco (fuori dei casi di cui ai citati articoli 50 e 54 del dlgs n. 267/2000) si intendono oggi demandate al dirigente.
Sul punto la giurisprudenza (Tar Lombardia, sentenza n. 13/01/2003, n. 904) ha specificato che «al di fuori dei provvedimenti contingibili e urgenti, il sindaco non può adottare un'ordinanza in materia di viabilità ordinaria, esercitando altrimenti un atto di gestione che compete in via esclusiva al dirigente».
In particolare il Tar Lombardia –sezione di Brescia– con la sentenza 08.01.2011, n. 10 ha ribadito tale principio, affermando che l'art. 7 del codice della strada, che assegna al sindaco il potere di regolamentare la circolazione dei veicoli, va coordinato con la posteriore norma del già citato art. 107.
La competenza del sindaco in tema di limitazioni della circolazione deve, quindi, ritenersi attratta nella competenza propria del dirigente di settore, in quanto si tratta di funzioni di gestione ordinaria (articolo ItaliaOggi del 16.11.2012).

COMPETENZE GESTIONALI - SEGRETARI COMUNALIE' fondato il primo motivo di ricorso, incentrato sulla asserita incompetenza del Segretario comunale, autore dell’atto, rispetto al dirigente, competente in via generale ai sensi dell’art. 107 TUEL.
Occorre infatti ricordare il testo della norma citata, comma 3, per cui “sono attribuiti ai dirigenti tutti i compiti di attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti con gli atti di indirizzo adottati dai medesimi organi”.
La norma stessa ammette una sola deroga, quella di cui al successivo art. 109 ultimo comma, per cui nei Comuni privi di dirigenti le relative funzioni “possono essere attribuite, a seguito di provvedimento motivato del sindaco, ai responsabili degli uffici o dei servizi, indipendentemente dalla loro qualifica funzionale, anche in deroga a ogni diversa disposizione”.
Non esiste invece alcuna norma che affidi in via generale e ordinaria un compito di supplenza dei dirigenti impediti o assenti al Segretario comunale, al quale, ai sensi dell’art. 97, comma 4, TUEL soltanto “sovrintende allo svolgimento delle funzioni dei dirigenti e ne coordina l'attività”.

... per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, del provvedimento 07.07.2010 prot. n. 7012, ricevuto il successivo 16 luglio, con il quale il Segretario comunale del Comune di Grumello del Monte ha respinto l’istanza della ricorrente volta ad ottenere l’autorizzazione ad installare una stazione radio base per telefonia mobile nella locale via Don Francesco Lazzari;
...
Nel merito, è fondato anzitutto il primo motivo di ricorso, incentrato sulla asserita incompetenza del Segretario comunale, autore dell’atto, rispetto al dirigente, competente in via generale ai sensi dell’art. 107 TUEL.
Occorre infatti ricordare il testo della norma citata, comma 3, per cui “sono attribuiti ai dirigenti tutti i compiti di attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti con gli atti di indirizzo adottati dai medesimi organi”. La norma stessa ammette una sola deroga, quella di cui al successivo art. 109 ultimo comma, per cui nei Comuni privi di dirigenti le relative funzioni “possono essere attribuite, a seguito di provvedimento motivato del sindaco, ai responsabili degli uffici o dei servizi, indipendentemente dalla loro qualifica funzionale, anche in deroga a ogni diversa disposizione”. Non esiste invece alcuna norma che affidi in via generale e ordinaria un compito di supplenza dei dirigenti impediti o assenti al Segretario comunale, al quale, ai sensi dell’art. 97, comma 4, TUEL soltanto “sovrintende allo svolgimento delle funzioni dei dirigenti e ne coordina l'attività”.

Ciò posto, nel caso di specie in cui il dirigente all’origine responsabile della pratica era deceduto, non era possibile farlo sostituire in via automatica ed ordinaria al Segretario, rispetto al quale non consta uno specifico atto di conferimento di funzioni.
Ciò posto, l’accoglimento di detto motivo non preclude l’esame dei restanti. In proposito, il Collegio non ignora l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale “la fondatezza della censura di incompetenza dell'autorità che ha emanato l'atto, da esaminarsi prioritariamente rispetto ad ogni altro motivo di ricorso, determina unicamente la rimessione dell'affare all'autorità indicata come competente, in applicazione dell'art. 26 legge n. 1034 del 1971, ed impedisce l'esame delle altre doglianze, che finirebbe, altrimenti, per risolversi in un giudizio anticipato sui futuri provvedimenti dell'organo riconosciuto come competente ed in un vincolo anomalo sulla riedizione del potere” (così in motivazione C.d.S. sez. IV 14.05.2007 n. 2427; conformi anche C.d.S. sez. IV 12.12.2006 n. 7271 e 12.03.1996 n. 310, nonché sez. VI 07.04.1981 n. 140)
Sempre il Collegio ritiene però che tale orientamento vada inteso in modo corretto. Come risulta dalla stessa decisione 310/1996 citata, infatti, esso si fonda sulla circostanza per cui nel processo amministrativo “non è prevista alcuna forma di integrazione del contraddittorio nei confronti dell'organo amministrativo effettivamente competente”, e quindi si spiega con l’esigenza di non vincolare al giudicato un soggetto che al processo non è stato in condizione di partecipare. Non sfugge allora che tale esigenza non sussiste nel caso di specie, in cui si fa questione della competenza di due organi, il dirigente e il Segretario, pur sempre appartenenti ad un medesimo soggetto giuridico, ovvero al Comune, che nel processo è stato ritualmente evocato ed ha potuto esercitare appieno il proprio diritto di difesa con riguardo a tutte le censure dedotte
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 15.11.2012 n. 1804 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Attribuzione di funzioni gestionali ai componenti dell'organo esecutivo ai sensi dell'art. 53, comma 23, della l. 388/2000.
Sembra che le innovazioni apportate agli artt. 49, 147 e 147-bis, del TUEL, che hanno introdotto un nuovo sistema di controllo e verifica della correttezza dell'azione amministrativa, non influiscano, allo stato attuale, sulla possibilità prevista dall'art. 53, comma 23, della l. 388/2000.
Il Comune ha chiesto un parere in ordine alla possibilità di attribuire a membri dell'esecutivo la responsabilità di uffici o servizi, anche con riferimento alle nuove incombenze previste dall'art. 3 del d.l. 174 del 2012, in particolare, in relazione ai controlli preventivi di regolarità amministrativa e contabile nonché ai controlli successivi previsti dall'art. 147-bis del d.lgs. 267/2000.
Com'è noto, il citato decreto legge è intervenuto recentemente introducendo alcune modifiche al d.lgs. 267/2000.
Ai fini che ci interessano si segnala la sostituzione dell'art. 49 del TUEL (Pareri dei responsabili dei servizi) che, al comma 1, prevede che, su ogni proposta di deliberazione sottoposta alla Giunta e al Consiglio che non sia mero atto di indirizzo deve essere richiesto il parere, in ordine alla sola regolarità tecnica, del responsabile del servizio interessato e, qualora comporti riflessi diretti o indiretti sulla situazione economico-finanziaria o sul patrimonio dell'ente, del responsabile di ragioneria in ordine alla regolarità contabile. I pareri sono inseriti nella deliberazione. Il comma 2 precisa che, nel caso in cui l'ente non abbia i responsabili dei servizi, il parere è espresso dal segretario dell'ente, in relazione alle sue competenze.
Inoltre l'art. 147, come novellato, dispone che gli enti locali, nell'ambito della loro autonomia normativa e organizzativa, individuano strumenti e metodologie per garantire, attraverso il controllo di regolarità amministrativa e contabile, la legittimità, la regolarità e la correttezza dell'azione amministrativa, disciplinando un efficace sistema di controlli interni.
L'art. 147-bis, comma 1, prevede altresì che il controllo di regolarità amministrativa e contabile è assicurato, nella fase preventiva della formazione dell'atto, da ogni responsabile di servizio ed è esercitato attraverso il rilascio del parere di regolarità tecnica attestante la regolarità e la correttezza dell'azione amministrativa. E' inoltre effettuato dal responsabile del servizio finanziario ed è esercitato attraverso il rilascio del parere di regolarità contabile e del visto attestante la copertura finanziaria.
Il successivo comma 2 specifica che il controllo di regolarità amministrativa e contabile è inoltre assicurato, nella fase successiva, secondo principi generali di revisione aziendale e modalità definite nell'ambito dell'autonomia organizzativa dell'ente, sotto la direzione del segretario, in base alla normativa vigente. Sono soggette al controllo le determinazioni di impegno di spesa, gli atti di accertamento di entrata, gli atti di liquidazione di spesa, i contratti e gli altri atti amministrativi, scelti secondo una selezione casuale effettuata con motivate tecniche di campionamento.
Il comma 3 infine dispone che le risultanze del predetto controllo successivo siano trasmesse periodicamente, a cura del segretario, ai responsabili dei servizi, ai revisori dei conti e agli organi di valutazione dei risultati dei dipendenti, come documenti utili per la valutazione, e al consiglio comunale.
L'art. 53, comma 23, della l. 388/2000 consente ai comuni con popolazione inferiore ai cinquemila abitanti di stabilire, anche al fine di operare un contenimento della spesa, disposizioni regolamentari organizzative che attribuiscono ai componenti dell'organo esecutivo la responsabilità degli uffici e dei servizi ed il potere di adottare atti di natura tecnica gestionale, in deroga alle disposizioni sulla separazione tra le funzioni di indirizzo e di controllo politico amministrativo, proprie degli organi di governo, e le funzioni di gestione amministrativa, finanziaria e tecnica, di competenza degli organi burocratici.
Come già evidenziato dallo scrivente Ufficio, in relazione al rilascio dei pareri di cui all'art. 49 del TUEL,[1] una volta individuati i responsabili dei servizi nei membri della giunta, ai medesimi compete l'espressione dei predetti pareri, considerato che il comma 1 del citato articolo conferisce espressamente tale funzione al soggetto responsabile del servizio, il quale è individuabile ordinariamente nel dirigente o nel titolare di posizione organizzativa, oppure, in caso di applicazione della disposizione di cui all'art. 53, comma 23, della l. 388/2000, in un componente della giunta.
In questo caso le competenze gestionali ed i conseguenti atti, anche se in via derogatoria rispetto al generale principio di separazione delle funzioni, sono attribuiti ai singoli componenti dell'esecutivo, con la conseguenza che ogni provvedimento (determinazione) deve seguire lo stesso procedimento che normalmente si attua per gli atti adottati dai responsabili dei servizi, dipendenti dell'ente, compresi i pareri di regolarità amministrativa/contabile, non rilevando, a tal fine, il fatto che tali funzioni sono svolte da un amministratore.
Infatti, gli atti assunti dall'amministratore quale responsabile di un servizio sono a tutti gli effetti equiparati a quelli che assume qualsiasi dipendente cui sia stata attribuita la responsabilità gestionale[2].
Premesso un tanto e preso atto del nuovo sistema di controllo e verifica della correttezza dell'azione amministrativa introdotto dal legislatore, ferme restando le autonome valutazioni dell'Ente, le predette innovazioni non sembrano influire, allo stato attuale, sulla possibilità prevista dall'art. 53, comma 23, della l. 388/2000.
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[1] Cfr. nota n. prot. 17979/1.3.16 del 19.11.2008.
[2] Cfr. parere ANCI del 29.01.2002
(15.11.2012 - link a www.regione.fvg.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: L’attribuzione al Presidente della Provincia (nella regione Veneto), da parte dell’art. 30, comma 2, della L.R. n. 11/2004, del potere di annullamento per motivi di legittimità dei permessi di costruire, è compatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento ed in particolare con il modello organizzativo fondato sulla separazione di competenze fra la struttura politica e la struttura gestionale e amministrativa.
Al riguardo si osserva, in primo luogo, che l’art. 39 del D.P.R. n. 380/2001 ha attribuito genericamente alla regione il potere di annullamento dei titoli abilitativi rilasciati dal Comune. La Regione Veneto, in base all’art. 119 2° comma, con l’art. 30, comma 2, della L.R. n. 11/2004, ha poi delegato tale potere alla Provincia, individuando l’organo in concreto competente. In particolare, il legislatore regionale ha scelto di attribuire tale potere all’organo politico di vertice della Provincia.
Non si ravvedono ragioni d’incostituzionalità in tale scelta legislativa. Infatti, va considerato, in primo luogo, che il potere conferito al Presidente della Provincia è un potere straordinario di annullamento per soli motivi di legittimità. Va poi osservato che il modello di organizzazione fondato sulla separazione tra politica e amministrazione non è così rigido da non tollerare contiguità, al contrario, vi possono sempre essere dei momenti di contatto fra le due sfere.
In particolare, nella sfera delle funzioni politiche rimesse agli organi di governo, accanto alle funzioni d’indirizzo politico-amministrativo, possono coesistere, in quanto compatibili con esse e con il modello direzionale, anche dei poteri eccezionali di annullamento degli atti dirigenziali per motivi di legittimità. Si tratta, infatti, di funzioni sostitutive o di controllo poste a salvaguardia del principio di legalità, necessarie a preservare l’unità dell’ordinamento, che non comportano l’adozione diretta di scelte di amministrazione attiva. Si pensi al potere ministeriale di annullamento degli atti dei dirigenti per motivi di legittimità, previsto dall’art. 14, comma 3, del D.lgs. n. 165/2001; ovvero, proprio in materia di legislazione sugli enti locali, al potere governativo di annullamento degli atti illegittimi emessi dagli enti locali. Potere, quest’ultimo, che costituisce il corrispettivo, in ambito statale, del potere di annullamento dei permessi di costruire attribuito dall’art. 39 del D.P.R. n. 380/2001 alla Regione.
In conclusione, si deve allora ritenere che l’attribuzione al Presidente della Provincia, da parte dell’art. 30, comma 2, della L.R. n. 11/2004, del potere di annullamento per motivi di legittimità dei permessi di costruire, sia compatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento ed in particolare con il modello organizzativo fondato sulla separazione di competenze fra la struttura politica e la struttura gestionale e amministrativa (
TAR Veneto, Sez. II, sentenza 07.11.2012 n. 1347 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - PUBBLICO IMPIEGODelibera civit. Il sindaco nomina i valutatori.
È il sindaco l'organo comunale competente a incaricare e nominare i componenti dell'organismo indipendente di valutazione (Oiv).

Il chiarimento alla questione (per la verità piuttosto scontato) proviene dalla Commissione per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche (Civit), che si è espressa con la delibera 23.10.2012 n. 21.
Il dubbio espresso da non pochi comuni deriva dalla formulazione dell'articolo 14, comma 3, del dlgs 150/2009 ai sensi del quale l'Organismo indipendente di valutazione è nominato, sentita la Commissione di cui all'articolo 13, dall'organo di indirizzo politico–amministrativo: negli enti locali operano tre organi di tale natura (consiglio, giunta e sindaco o presidente della provincia), sicché potrebbero darsi problemi per individuare quello al quale correttamente attribuire la competenza. Esclusa la giunta, la quale altro non è se non un supporto collegiale alle funzioni del sindaco e non ha veri e propri compiti di indirizzo politico, l'incertezza potrebbe riguardare l'alternativa tra consigli e organi di vertice monocratici.
La Civit giunge alla conclusione che la competenza è del sindaco sulla base di osservazioni trancianti. In primo luogo, la commissione ricorda che esiste una norma già risolutiva della questione: l'articolo 4, comma 2, lettera g), della legge 15/2009 (la legge delega da cui è scaturito il dlgs 150/2009) dispone che «i sindaci e i presidenti delle province nominano i componenti dei nuclei di valutazione», che poi il dlgs ha disciplinato come «Organismi indipendenti di valutazione». Di per sé questo semplice rilievo sarebbe sufficiente per escludere la competenza di ogni altro soggetto.
La delibera 21/2012, comunque, ricorda che le competenze del consiglio comunale e provinciale sono fissate dall'articolo 42 del dlgs 267/2000 in modo tassativo. I consigli possono legittimamente esercitare esclusivamente le attribuzioni elencate espressamente nell'articolo 42 e nelle altre disposizioni di legge, contenute anche in altri articoli del Testo unico degli enti locali. Tutte le altre competenze, non rientranti nelle funzioni gestionali o nella sfera del sindaco, cadono nelle competenze della giunta (articolo ItaliaOggi del 30.10.2012).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALINel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in mancanza di una disposizione statutaria che la richieda espressamente, l'autorizzazione alla lite da parte della giunta municipale non costituisce atto necessario ai fini del promuovimento di azioni o della resistenza in giudizio da parte del sindaco: quest'ultimo, infatti, trae la propria investitura direttamente dal corpo elettorale e costituisce, esso stesso, fonte di legittimazione dei componenti della giunta municipale, nel quadro di un sistema costituzionale e normativo di riferimento profondamente influenzato dalle modifiche apportate al Titolo V della Parte II cost. dalla l. cost. 18.10.2001 n. 3, nonché di quelle introdotte dalla l. 05.06.2003 n. 131, con ripercussioni anche sull'impianto del d.lgs. 18.08.2000 n. 267, il cui art. 50, peraltro, indica il sindaco quale organo responsabile dell'amministrazione comunale e gli attribuisce la rappresentanza.
Nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, la rappresentanza processuale del comune spetta istituzionalmente al sindaco, cui compete, in via esclusiva, il potere di conferire al difensore la procura alle liti, senza necessità di autorizzazione della giunta municipale, salvo che una disposizione statutaria la richieda espressamente, spettando in tal caso alla parte interessata provare la carenza di tale autorizzazione producendo idonea documentazione.

Quanto poi alla asserita illegittimità del mandato conferito dal Sindaco all’avv. Cerceo il 12.03.2009, in assenza della esplicita autorizzazione della Giunta, che sarebbe tuttora richiesta dallo Statuto, in primo luogo è da ritenere che, a seguito della modifica statutaria mediante l’inserimento della disposizione secondo la quale “i dirigenti sono competenti alla promozione delle liti e alla resistenza alle stesse” sia venuta meno, per incompatibilità tra la nuova disposizione (il citato art. 44, comma 6-bis) e la precedente, vale a dire l’art. 38/s) dello statuto, proprio quest’ultima disposizione la quale, in base a quanto afferma la difesa dell’appellato, richiedeva che la Giunta autorizzasse il Sindaco a promuovere o a resistere alle liti. Si tratta, del resto, di atto gestionale e tecnico che non richiede più l’autorizzazione giuntale.
A questo proposito la Corte suprema di Cassazione (sent. n. 21330 del 2006) ha avuto occasione di statuire che “nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in mancanza di una disposizione statutaria che la richieda espressamente, l'autorizzazione alla lite da parte della giunta municipale non costituisce atto necessario ai fini del promuovimento di azioni o della resistenza in giudizio da parte del sindaco: quest'ultimo, infatti, trae la propria investitura direttamente dal corpo elettorale e costituisce, esso stesso, fonte di legittimazione dei componenti della giunta municipale, nel quadro di un sistema costituzionale e normativo di riferimento profondamente influenzato dalle modifiche apportate al Titolo V della Parte II cost. dalla l. cost. 18.10.2001 n. 3, nonché di quelle introdotte dalla l. 05.06.2003 n. 131, con ripercussioni anche sull'impianto del d.lgs. 18.08.2000 n. 267, il cui art. 50, peraltro, indica il sindaco quale organo responsabile dell'amministrazione comunale e gli attribuisce la rappresentanza”.
Inoltre, “nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, la rappresentanza processuale del comune spetta istituzionalmente al sindaco, cui compete, in via esclusiva, il potere di conferire al difensore la procura alle liti, senza necessità di autorizzazione della giunta municipale, salvo che una disposizione statutaria la richieda espressamente, spettando in tal caso alla parte interessata provare la carenza di tale autorizzazione producendo idonea documentazione” (Cass. civ. n. 13968/2010) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 15.10.2012 n. 5277 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - PUBBLICO IMPIEGO - SEGRETARI COMUNALI: OGGETTO: esposto di un consigliere comunale contro un comune.
Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha chiesto l’avviso di questo Ministero in ordine all’esposto, presentato da un consigliere contro il comune, concernente l’affidamento da oltre un anno di un incarico dirigenziale al Segretario Generale, nonostante la presenza nell’ente di figure dirigenziali.
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Il Dipartimento della Funzione Pubblica con una la nota ha chiesto l’avviso di questo Ministero in ordine all’esposto, presentato da un consigliere contro un Comune, concernente l’affidamento, da oltre un anno, di un incarico dirigenziale al Segretario Generale, nonostante la presenza nell’ente di figure dirigenziali.
Al riguardo, su concorde avviso espresso dalla ex Agenzia Autonoma per la gestione dell’Albo dei Segretari Comunali e Provinciali, si rileva preliminarmente che l’art. 97 del Dlgs 267/2000 stabilisce i compiti e le funzioni dei segretari comuni e provinciali. In particolare, il comma 2 di detto articolo statuisce che il segretario svolge compiti di collaborazione e funzioni di assistenza giuridico-amministrativa nei confronti degli organi dell’ente in ordine alla conformità dell’azione amministrativa alle leggi, allo statuto e ai regolamenti. Il successivo comma 4, nel prevedere che il segretario sovrintende allo svolgimento delle funzioni dei dirigenti coordinandone l’attività, elenca le funzioni ad stesso spettanti. Invero, la lett. d) del medesimo comma 4 dispone che il segretario esercita ogni altra funzione attribuitagli dallo statuto o dai regolamenti, o conferitagli dal sindaco o dal presidente della provincia.
Tale norma, come evidenziato anche nella circolare di questo Ministero del 15.07.1997 n. 1/1997, citata dall’esponente, ha valenza di clausola di salvaguardia ai fini del buon andamento della macchina organizzativa, amministrativa e gestionale dell’ente. Infatti, occorre rilevare che le assegnazioni di ulteriori funzioni al segretario può avvenire solo nel momento in cui l’ente locale risulti privo sia di personale di qualifica dirigenziale sia di responsabili dei servizi, ovvero qualora l’ente intenda fare una specifica scelta gestionale in tal senso. Bisogna, difatti, rammentare che i dirigenti -ovvero i dipendenti nominati responsabili degli uffici e dei servizi- sono titolari delle funzioni loro attribuite, risultando, quindi, residuale l’applicazione della citata disposizione di cui al comma 4, lett. d), dell’art. 97.
Ciò posto, poiché ai sensi dell’art. 89 del Dlgs 267/2000 l’ordinamento generale degli uffici e dei servizi è coperto da riserva di tipo regolamentare, si deve ritenere che l’eventuale attribuzione di specifiche funzioni gestionali o di titolarità degli uffici o dei servizi al segretario sia necessariamente da prevedere attraverso una specifica disposizione regolamentare, previa un’attenta verifica dell’assenza all’interno dell’ente di adeguate figure professionali; mentre il conferimento delle funzioni, riservato al Sindaco o al presidente della Provincia, non può che essere temporaneo e limitato all’espletamento di una prestazione nell’ambito di una funzione (ad esempio la presidenza di una gara per temporanea assenza del dirigente).
Si rammenta, infine, che le stesse disposizioni contrattuali, contenute nell’art. 1 del CCNL dei segretari comunali e provinciali del 22.12.2003, stabiliscono che, relativamente agli incarichi per attività di carattere gestionale, occorre che gli stessi siano conferiti in via temporanea e dopo aver accertato l’inesistenza delle necessarie professionalità all’interno dell’Ente. Si deve tenere conto, infatti, che, per l’esercizio delle funzioni aggiuntive affidate al segretario, è prevista una maggiorazione della retribuzione di posizione in godimento
(09.10.2012 - link a http://incomune.interno.it).

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALIAi fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta comunale non costituisce più, in linea generale, requisito necessario per la proposizione della domanda o la resistenza in giudizio.
Ciò, innanzitutto, perché alla Giunta sono state conferite le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo che non siano riservate dalla legge al Consiglio, mentre spettano ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli Statuti e dai regolamenti, nonché tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’Amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo Statuto tra le menzionate funzioni di indirizzo (art. 48, 50 e 107 d.lgs. n. 267/2000).
In secondo luogo, perché nel nuovo ordinamento delle autonomie locali il Sindaco ha assunto, ancor più con la legge n. 81/1993, che ne ha previsto l'elezione diretta, un ruolo politico ed amministrativo centrale, in quanto titolare di funzioni di direzione e di coordinamento dell’esecutivo comunale; onde l’autorizzazione (del Consiglio prima e poi) della Giunta, se trovava ragione in un assetto in cui il Sindaco era eletto dal Consiglio e la Giunta costituiva espressione del Consiglio stesso, non ha più ragion d’essere in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta, cui l’art. 48 d.lgs. n. 267/2000 affida il compito di collaborare con il capo dell’Amministrazione Municipale (salva restando, ovviamente, la possibilità per lo Statuto comunale -competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio ex art. 6, secondo comma, d.lgs. n. 267/2000- di prevedere l’autorizzazione della Giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente, ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia).

Vale, con argomento assorbente, osservare come, alla luce del più recente orientamento giurisprudenziale (cfr. da ultimo TAR Sicilia, Catania, 28.05.2012, n. 1348), ai fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta comunale non costituisce più, in linea generale, requisito necessario per la proposizione della domanda o la resistenza in giudizio.
La competenza in materia della Giunta Comunale, come è noto, si fondava sull’art. 35, secondo comma, legge n. 142/1990, secondo cui a tale organo spettavano le attribuzioni residuali su tutti gli atti non riservati dalla legge o dallo Statuto alla competenza del Sindaco o del Consiglio.
Il nuovo quadro delle competenze degli organi del comune, già delineato dalla menzionata legge n. 142/1990 e completato dalle disposizioni successive fino all’approvazione del d.lgs. n. 267 del 2000, ha indotto, però, le Sezioni Unite della Corte (Cass., Sez. Un. n. 17550/2002 e n. 12868/2005) a rivedere il precedente orientamento, anche in considerazione del fatto che la modifica del titolo V della Costituzione, nonché la successiva legge n. 131/2003 di adeguamento dell’ordinamento della Repubblica al nuovo assetto costituzionale, hanno accentuato l’autonomia degli enti locali e nell’ambito di essa le potestà degli Statuti nella gerarchia delle fonti (ormai da considerarsi quali atti normativi atipici con caratteristiche di rango paraprimario o sub-primario).
La Suprema Corte ha, quindi, affermato che, ai fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all’azione (o all’impugnazione).
Ciò, innanzitutto, perché alla Giunta sono state conferite le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo che non siano riservate dalla legge al Consiglio, mentre spettano ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli Statuti e dai regolamenti, nonché tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’Amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo Statuto tra le menzionate funzioni di indirizzo (art. 48, 50 e 107 d.lgs. n. 267/2000).
In secondo luogo, perché nel nuovo ordinamento delle autonomie locali il Sindaco ha assunto, ancor più con la legge n. 81/1993, che ne ha previsto l'elezione diretta, un ruolo politico ed amministrativo centrale, in quanto titolare di funzioni di direzione e di coordinamento dell’esecutivo comunale; onde l’autorizzazione (del Consiglio prima e poi) della Giunta, se trovava ragione in un assetto in cui il Sindaco era eletto dal Consiglio e la Giunta costituiva espressione del Consiglio stesso, non ha più ragion d’essere in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta, cui l’art. 48 d.lgs. n. 267/2000 affida il compito di collaborare con il capo dell’Amministrazione Municipale (salva restando, ovviamente, la possibilità per lo Statuto comunale -competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio ex art. 6, secondo comma, d.lgs. n. 267/2000- di prevedere l’autorizzazione della Giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente, ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia)
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 24.09.2012 n. 1675 e sentenza 24.09.2012 n. 1674 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - URBANISTICA: Illegittimità diniego del dirigente su piano lottizzazione.
E’ illegittima la nota con la quale il Direttore della Ripartizione qualità edilizia e trasformazione del territorio del Comune di Bari, ha comunicato il parere del Coordinamento tecnico interno, di rigetto del piano di lottizzazione.
La competenza in ordine ai “piani territoriali ed urbanistici” spetta al Consiglio comunale, organo competente sia all’adozione di tali strumenti (sia generali che attuativi), sia in ordine ad eventuali atti di diniego dei predetti strumenti, ed in particolare –per quel che interessa nella presente sede- di progetti (quali il piano di lottizzazione) provenienti da privati e pacificamente equiparati (in quanto sostitutivi/alternativi) agli atti redatti dalla P.A. di pianificazione urbanistica attuativa. Il diniego di approvazione di un piano di lottizzazione deve essere adottato dal Consiglio Comunale e non già da dirigenti dell’amministrazione, le cui competenze, come previste dall’art. 107 d.lgs. n. 267/2000 non ricomprendono l’adozione di tali atti.
Tutto ciò, non comporta che gli uffici dell’amministrazione (e segnatamente i dirigenti degli enti locali) non possono indicare, per mezzo di atti endoprocedimentali, eventuali aspetti dei piani di lottizzazione che possono condurre al diniego di approvazione degli stessi, ovvero richiedere integrazioni documentali. Tuttavia, a fronte della volontà del privato di insistere per la conclusione del procedimento relativo al progetto così come presentato, i medesimi uffici, pur con le osservazioni di propria competenza, non possono che rimettere ogni decisione al Consiglio comunale, unico organo competente a deliberare con carattere di definitività in materia di pianificazione urbanistica.

Il Collegio ritiene che il motivo di appello (sub c) dell’esposizione in fatto), con il quale si lamenta il vizio di incompetenza, è fondato e debba essere, pertanto, accolto, con conseguente assorbimento degli ulteriori motivi di impugnazione.
Secondo gli appellanti, tale vizio sussiste poiché gli atti di diniego del piano di lottizzazione, sono stati “posti in essere non dal Consiglio comunale, unico organo comunale deputato ex lege a ciò, ma da soggetti (dirigente UTC, commissione tecnica interna, ecc.) del tutto incompetenti in materia di approvazione o reiezione di piani urbanistici, primari o secondari che siano”.
Orbene, l’art. 42, co. 2, lett. b), d.lgs. 18.08.2000 n. 267 (Testo Unico Enti Locali) , nel definire le competenze del Consiglio Comunale, prevede che tra queste ultime rientrino l’adozione dei seguenti atti: “b) programmi, relazioni previsionali e programmatiche, piani finanziari, programmi triennali e elenco annuale dei lavori pubblici, bilanci annuali e pluriennali e relative variazioni, rendiconto, piani territoriali ed urbanistici, programmi annuali e pluriennali per la loro attuazione, eventuali deroghe ad essi, pareri da rendere per dette materie”.
Appare del tutto evidente, quindi, che la competenza in ordine ai “piani territoriali ed urbanistici” spetta al Consiglio comunale, organo competente sia all’adozione di tali strumenti (sia generali che attuativi: Cons. Stato, sez. VI, 20.01.2003 n. 300), sia in ordine ad eventuali atti di diniego dei predetti strumenti, ed in particolare –per quel che interessa nella presente sede- di progetti (quali il piano di lottizzazione) provenienti da privati e pacificamente equiparati (in quanto sostitutivi/alternativi) agli atti redatti dalla P.A. di pianificazione urbanistica attuativa
Un atto, quindi, che –per le ragioni innanzi esposte (v. punto 2 della presente decisione)– costituisce diniego di approvazione di un piano di lottizzazione (in quanto conseguente all’arresto procedimentale effettuato ed all’ulteriore corso del procedimento subordinato all’adeguamento del piano a prescrizioni imposte), deve essere adottato dal Consiglio Comunale e non già da dirigenti dell’amministrazione (le cui competenze –come previste dall’art. 107 d.lgs. n. 267/2000– non ricomprendono l’adozione di tali atti).
Quanto esposto non comporta che gli uffici dell’amministrazione (e segnatamente i dirigenti degli enti locali) non possono indicare, per mezzo di atti endoprocedimentali, eventuali aspetti dei piani di lottizzazione che possono condurre al diniego di approvazione degli stessi, ovvero richiedere integrazioni documentali. Tuttavia, a fronte della volontà del privato di insistere per la conclusione del procedimento relativo al progetto così come presentato, i medesimi uffici, pur con le osservazioni di propria competenza, non possono che rimettere ogni decisione al Consiglio comunale, unico organo competente a deliberare con carattere di definitività in materia di pianificazione urbanistica
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.09.2012 n. 5055 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALICirca la competenza ad adottare l'ordinanza di bonifica di un sito inquinato, il Collegio ritiene infatti d’aderire all’orientamento maggioritario, espresso, “ex multis”, nelle seguenti massime:
- “Sebbene l’art. 107 d.lgs. n. 267/2000 attribuisca l’attività di gestione ai dirigenti, compete al sindaco l’emanazione dell’ordinanza di rimozione, recupero e smaltimento dei rifiuti e di ripristino dello stato dei luoghi, in virtù del carattere di specialità riconosciuto all’art. 192 d. lg. n. 152/2006, da cui la stessa è disciplinata”;
- “L’art. 192, comma 3, d.lgs. n. 152 del 2006, norma speciale sopravvenuta rispetto all’art. 107, comma 5, d.lgs. n. 267 del 2000, attribuisce espressamente al sindaco la competenza a disporre, con ordinanza, le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2: tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio specialistico e criterio cronologico), prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, d.lgs. n. 267 del 2000, cit. (nella specie, la riscontrata incompetenza dirigenziale ha implicato in prima istanza l’annullamento dell’atto e la remissione del potere di provvedere al sindaco del comune interessato)”;
- “Spetta al sindaco, ai sensi dell’art. 192, comma 3, d.lgs. 03.04.2006 n. 152, norma speciale sopravvenuta rispetto all’art. 107, comma 5, d.lgs. 18.08.2000 n. 267, la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie per la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti abbandonati”.

... per l’annullamento dell’ordinanza dirigenziale (di bonifica di sito inquinato) n. 29 del 07.03.2008, emanata dal Responsabile U.T.C. del Comune di Serre;
...
Carattere dirimente, con assorbimento d’ogni altra censura, riveste l’eccezione d’incompetenza del Responsabile dell’U.T.C. all’adozione dell’ordinanza impugnata.
Ciò, peraltro, non perché nella specie ci si trovi di fronte ad un’ordinanza contingibile ed urgente, ma perché è lo stesso art. 192, comma 3, del d. l.vo 152/2006 (norma, espressamente richiamata nel testo del provvedimento gravato) ad attribuire detta competenza al sindaco: “Fatta salva l’applicazione della sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all’esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.
Pur registrandosi, in giurisprudenza, anche alcune pronunce di segno opposto, il Collegio ritiene infatti d’aderire all’orientamento maggioritario, espresso, “ex multis”, nelle seguenti massime:
- “Sebbene l’art. 107 d.lgs. n. 267/2000 attribuisca l’attività di gestione ai dirigenti, compete al sindaco l’emanazione dell’ordinanza di rimozione, recupero e smaltimento dei rifiuti e di ripristino dello stato dei luoghi, in virtù del carattere di specialità riconosciuto all’art. 192 d. lg. n. 152/2006, da cui la stessa è disciplinata” (TAR Lombardia–Brescia – Sez. I, 09.06.2011, n. 867);
- “L’art. 192, comma 3, d.lgs. n. 152 del 2006, norma speciale sopravvenuta rispetto all’art. 107, comma 5, d.lgs. n. 267 del 2000, attribuisce espressamente al sindaco la competenza a disporre, con ordinanza, le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2: tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio specialistico e criterio cronologico), prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, d.lgs. n. 267 del 2000, cit. (nella specie, la riscontrata incompetenza dirigenziale ha implicato in prima istanza l’annullamento dell’atto e la remissione del potere di provvedere al sindaco del comune interessato)” (TAR Emilia Romagna–Bologna – Sez. II, 26.01.2011, n. 61);
- “Spetta al sindaco, ai sensi dell’art. 192, comma 3, d.lgs. 03.04.2006 n. 152, norma speciale sopravvenuta rispetto all’art. 107, comma 5, d.lgs. 18.08.2000 n. 267, la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie per la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti abbandonati” (Consiglio Stato – Sez. V, 25.08.2008, n. 4061).
La soluzione in rito prescelta –non fondandosi sulla natura di provvedimento contingibile ed urgente dell’ordinanza impugnata, bensì sullo stesso testo dell’art. 192 d. l.vo 152/2006, inibisce l’esame dell’eccezione subordinata d’inammissibilità, sollevata dalla difesa del Comune di Serre (che aveva rilevato come –trattandosi allora di atto emanato dal sindaco quale ufficiale del governo, sarebbe mancata la notifica del ricorso all’Avvocatura dello Stato); la stessa soluzione destituisce altresì di ogni pregio, stante la riferita esistenza di contrasti giurisprudenziali al riguardo, l’esame della domanda risarcitoria, proposta dai ricorrenti; per le stesse ragioni, il Collegio ritiene equo disporre la compensazione integrale, tra le parti, delle spese di giudizio (TAR Campania-Salerno, sentenza 17.09.2012 n. 1644 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: La lettera b) dell’art. 42, secondo comma, del t.u.e.l. si riferisce “non a qualsiasi parere espresso dall’Ente che comunque coinvolga i piani o programmi dallo stesso approvati, ma soltanto ai pareri espressi nell’ambito del procedimento di formazione di quei piani e programmi (o delle relative varianti e deroghe)” sicché “restano fuori dalla previsione, ad esempio, i pareri che l’Ente è chiamato a rendere circa la compatibilità con il proprio piano o programma di attività poste in essere da altri soggetti (è il caso del parere di conformità al P.R.G. di un intervento edilizio, che non si dubita non appartenga alla competenza consiliare).
Ad abundantiam, poi, si può solo accennare alla circostanza che la suindicata attività di valutazione della <<prospettata disarmonia>> rimessa al Consiglio comunale non sembra neppure riconducibile tra le competenze consiliari, ai sensi dell’art. 42, co. II, lett. b), del d.lgs. n. 267/2000.
Ciò, poiché, come già statuito dal Consiglio di Stato (cfr. la sentenza della IV sez. del 28.05.2009 n. 3333) la lettera b) dell’art. 42, secondo comma, del t.u.e.l. si riferisce “non a qualsiasi parere espresso dall’Ente che comunque coinvolga i piani o programmi dallo stesso approvati, ma soltanto ai pareri espressi nell’ambito del procedimento di formazione di quei piani e programmi (o delle relative varianti e deroghe)” sicché “restano fuori dalla previsione, ad esempio, i pareri che l’Ente è chiamato a rendere circa la compatibilità con il proprio piano o programma di attività poste in essere da altri soggetti (è il caso del parere di conformità al P.R.G. di un intervento edilizio, che non si dubita non appartenga alla competenza consiliare)” (TAR Lombardia-Milano, Se. II, sentenza 05.09.2012 n. 2233 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALISANZIONI AMMINISTRATIVE - GIUDIZIO DI OPPOSIZIONE AI SENSI DELLA LEGGE N. 689 DEL 1981 AVVERSO ORDINANZA INGIUNZIONE EMESSA DA UN COMUNE - RAPPRESENTANZA PROCESSUALE DELL'ENTE LOCALE - NECESSITA', O MENO, DELLA AUTORIZZAZIONE DELLA GIUNTA COMUNALE - QUESTIONE RIMESSA ALLE SEZIONI UNITE.
La Sezione Seconda civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della risoluzione della questione, ritenuta di massima di particolare importanza, concernente la necessità, o meno, anche per i giudizi di cui all’art. 23 della legge n. 689 del 1981 dell’autorizzazione della giunta comunale al Sindaco, ove previsto dallo Statuto dell’ente (Corte di Cassazione, Sez. II civile, ordinanza interlocutoria 07.08.2012 n. 14219 - tratto da www.cortedicassazione.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Se una istanza viene respinta da un assessore, si tratta di un diniego illegittimo per incompetenza e non di un parere politico.
Nel caso esaminato dalla sentenza 18.07.2012 n. 1022 del TAR Veneto, Sez. III, un assessore comunale rigettava l'istanza di integrazione retta alberghiera presentata da un cittadino, che presentava un ricorso al TAR, eccependo l'incompetenza dell'assessore a rispondere.
La difesa dell’amministrazione eccepiva l’inammissibilità della doglianza, atteso l’evidente carattere non provvedimentale, ma meramente politico della risposta inviata dal Comune.Il TAR ha accolto il ricorso, dicendo che: "Ritiene invece il Collegio che la risposta si confronti con una domanda il cui contenuto risulta inequivocabilmente quello di una istanza all’integrazione della retta, alla quale, semmai, l’amministrazione avrebbe dovuto replicare chiedendo che fosse l’attuale ricorrente, in qualità di richiedente, ad avanzare la domanda, proposta invece, come detto, dall’attuale difensore; invece, l’aver risposto in senso negativo qualifica la nota assessorile come arresto procedimentale immediatamente lesivo della posizione della richiedente, legittimandola dunque all’impugnazione. Il ricorso è dunque fondato, dovendosi riesaminare la domanda presentata da parte dell’organo comunale competente".
Dunque l'assessore non può firmare quello che compete ai funzionari (link a http://venetoius.myblog.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALIIl potere di adozione di un'ordinanza contingibile ed urgente di cui all'art. 54, d.lg. n. 267 del 2000 presuppone la necessità di provvedere in via d'urgenza con strumenti extra ordinem per far fronte a situazioni di natura eccezionale ed imprevedibile di pericolo attuale ed imminente per l'incolumità pubblica, cui non si può provvedere con gli strumenti ordinari apprestati dall'ordinamento.
Nel caso di specie l’ostacolo alla circolazione di una strada di limitato utilizzo, come emerge dalla documentazione attestante lo stato dei luoghi, senza indicazione di alcun pericolo concreto per l’incolumità pubblica, appare difficilmente qualificabile nei termini predetti, anche in considerazione della pacifica esistenza nell’ordinamento di mezzi ordinari in materia.
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E' incompetente il sindaco ad emettere ordinanze in tema di limitazioni della circolazione, essendo la materia attratta nella competenza propria del dirigente di settore, in quanto si tratta di funzioni di gestione ordinaria.
Né, peraltro, nel caso di specie l’amministrazione ha fatto alcun riferimento al distinto potere sindacale di autotutela possessoria delle strade; in proposito, va ribadito che il potere sindacale di ordinanza contingibile urgente ex art. 54 cit. e quello attribuito allo stesso Sindaco dall'art. 15, d.l.lgt. 01.09.1918 n. 1446 differiscono profondamente per le funzioni e il contenuto atteso che, mentre il primo è atipico, il secondo, nel consentire al Sindaco di ordinare che siano rimossi gli impedimenti all'uso delle strade, mira ad assicurare la fluidità della circolazione, è espressione di autotutela possessoria delle stesse ed ha natura ripristinatoria.

Come noto, il potere di adozione di un'ordinanza contingibile ed urgente di cui all'art. 54, d.lg. n. 267 del 2000 presuppone la necessità di provvedere in via d'urgenza con strumenti extra ordinem per far fronte a situazioni di natura eccezionale ed imprevedibile di pericolo attuale ed imminente per l'incolumità pubblica, cui non si può provvedere con gli strumenti ordinari apprestati dall'ordinamento.
Nel caso di specie l’ostacolo alla circolazione di una strada di limitato utilizzo, come emerge dalla documentazione attestante lo stato dei luoghi, senza indicazione di alcun pericolo concreto per l’incolumità pubblica, appare difficilmente qualificabile nei termini predetti, anche in considerazione della pacifica esistenza nell’ordinamento di mezzi ordinari in materia (come peraltro ammesso dalla stessa attenta difesa comunale in sede di memoria conclusiva).
A quest’ultimo proposito, e parallelamente, costituisce principio parimenti consolidato quello per cui è incompetente il sindaco ad emettere ordinanze in tema di limitazioni della circolazione, essendo la materia attratta nella competenza propria del dirigente di settore, in quanto si tratta di funzioni di gestione ordinaria.
Né, peraltro, nel caso di specie l’amministrazione ha fatto alcun riferimento al distinto potere sindacale di autotutela possessoria delle strade; in proposito, va ribadito che il potere sindacale di ordinanza contingibile urgente ex art. 54 cit. e quello attribuito allo stesso Sindaco dall'art. 15, d.l.lgt. 01.09.1918 n. 1446 differiscono profondamente per le funzioni e il contenuto atteso che, mentre il primo è atipico, il secondo, nel consentire al Sindaco di ordinare che siano rimossi gli impedimenti all'uso delle strade, mira ad assicurare la fluidità della circolazione, è espressione di autotutela possessoria delle stesse ed ha natura ripristinatoria (cfr. ad es. Tar Piemonte n. 376/2011) (TAR Liguria, Sez. II, sentenza 13.07.2012 n. 1016 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - LAVORI PUBBLICI: L’approvazione di progetti di opere pubbliche rientra nella competenza della Giunta Comunale, organo a competenza generale e residuale, anche quando tale approvazione comporti variante allo strumento urbanistico ai sensi dell’art. 1 L. 1/1978.
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L’inserimento di un’opera pubblica nel programma triennale incide sull’interesse dei privati per il fatto che l’opera contestata fino al momento della sua inclusione nell’atto di programmazione in parola non era realizzabile mentre, successivamente a tale determinazione, ne è doverosa la realizzazione nel triennio secondo l’ordine di priorità del programma approvato e con le disponibilità finanziarie specificamente apprestate.
Si è quindi osservato che, con l’inserimento dell’opera nel programma di opere pubbliche, la valutazione decisiva sulla utilità e fattibilità della medesima da parte dell’ente locale vi è stata e la comunità locale deve prendere atto che una certa quantità di risorse finanziarie, personali ed organizzative dell’amministrazione locale è destinata a questa priorità, anziché ad altre opere ed interventi pur richiesti ma cionondimeno esclusi dalla programmazione e quindi, almeno temporaneamente, dalla realizzazione.
Non si tratta, quindi, di un’attività meramente interna degli organi comunali di programmazione finanziaria e di razionalizzazione della spesa, ma invece di un atto fondamentale di individuazione degli obiettivi concreti da raggiungere da parte degli organi di governo dell’ente, cui corrisponde la facoltà di verifica dei cittadini, singoli o associati, sulla congruità e correttezza delle scelte effettuate.

Secondo l’orientamento espresso dalla giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, Sez. IV, 26.04. 2006 n. 2293; TAR Emilia Romagna, Parma, 17.06.2008 n. 314; TAR Lazio, Sez. II, 13.02.2006 n. 1060), l’approvazione di progetti di opere pubbliche rientra nella competenza della Giunta Comunale, organo a competenza generale e residuale, anche quando tale approvazione comporti variante allo strumento urbanistico ai sensi dell’art. 1 L. 1/1978 (peraltro, si rammenti che, in base alla disposizione da ultimo citata nonché all’art. 12 D.P.R. 08.06.2001 n. 327, all’approvazione dei progetti di opere pubbliche consegue ex lege la dichiarazione di pubblica utilità delle opere stesse, non occorrendo all’uopo una particolare motivazione: cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 09.12.2011 n. 6468).
Tale conclusione, già supportata dall’art. 35 L. 142/1990 si fonda anche sull’art. 48 D.Lgs. 267/2000, in base al quale la Giunta compie tutti gli atti, rientranti, ai sensi dell'art. 107, commi 1 e 2, nelle funzioni degli organi di governo, che non siano riservati dalla legge al Consiglio e che non ricadano nelle competenze, previste dalle leggi o dallo statuto, del Sindaco o del Presidente della Provincia o degli organi di decentramento.
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Sul punto, giova rammentare che, con la richiamata deliberazione giuntale n. 34/2002 l’amministrazione ha modificato il programma triennale delle opere pubbliche inserendovi il progetto di ampliamento cimiteriale. Orbene, secondo l’orientamento espresso dal Consiglio di Stato (Sez. V, 23.10.2002 n. 5824) e da questa Sezione (TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, 16.12.2011 n. 5876), l’inserimento di un’opera pubblica nel programma triennale incide sull’interesse dei privati per il fatto che l’opera contestata fino al momento della sua inclusione nell’atto di programmazione in parola non era realizzabile mentre, successivamente a tale determinazione, ne è doverosa la realizzazione nel triennio secondo l’ordine di priorità del programma approvato e con le disponibilità finanziarie specificamente apprestate.
Si è quindi osservato che, con l’inserimento dell’opera nel programma di opere pubbliche, la valutazione decisiva sulla utilità e fattibilità della medesima da parte dell’ente locale vi è stata e la comunità locale deve prendere atto che una certa quantità di risorse finanziarie, personali ed organizzative dell’amministrazione locale è destinata a questa priorità, anziché ad altre opere ed interventi pur richiesti ma cionondimeno esclusi dalla programmazione e quindi, almeno temporaneamente, dalla realizzazione.
Non si tratta, quindi, di un’attività meramente interna degli organi comunali di programmazione finanziaria e di razionalizzazione della spesa, ma invece di un atto fondamentale di individuazione degli obiettivi concreti da raggiungere da parte degli organi di governo dell’ente, cui corrisponde la facoltà di verifica dei cittadini, singoli o associati, sulla congruità e correttezza delle scelte effettuate
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 03.07.2012 n. 3156 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - ESPROPRIAZIONE: L'adozione del decreto di occupazione temporanea e d'urgenza, emanato dopo l'entrata in vigore dell'art. 45, D.Lgs. 31.03.1998 n. 80, è di competenza del funzionario dirigente dell'Ufficio tecnico dell'amministrazione procedente, atteso che detta norma attribuisce alla dirigenza la competenza ad adottare tutti gli atti di gestione, inclusi quelli che impegnano l'amministrazione verso l'esterno.
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La mancata determinazione della indennità di esproprio (così come la mancata corresponsione effettiva) non costituisce requisito di validità o di legittimità del decreto di esproprio e non può costituire in alcun modo vizio invalidante la procedura espropriativa.

Il provvedimento è stato legittimamente adottato dal Dirigente, con conseguente infondatezza della censura di incompetenza: difatti, l'adozione del decreto di occupazione temporanea e d'urgenza, emanato dopo l'entrata in vigore dell'art. 45, D.Lgs. 31.03.1998 n. 80, è di competenza del funzionario dirigente dell'Ufficio tecnico dell'amministrazione procedente, atteso che detta norma attribuisce alla dirigenza la competenza ad adottare tutti gli atti di gestione, inclusi quelli che impegnano l'amministrazione verso l'esterno (Consiglio di Stato, Sez. IV, 09.11.2005 n. 6259; TAR Campania, Salerno, 30.06.2006 n. 897).
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Infine, la mancata determinazione della indennità di esproprio (così come la mancata corresponsione effettiva) non costituisce requisito di validità o di legittimità del decreto di esproprio e non può costituire in alcun modo vizio invalidante la procedura espropriativa (Consiglio di Stato, Sez. IV, 30.06.2010 n. 4176).
Peraltro, dalla documentazione versata agli atti di causa dalla intimata amministrazione emerge che la contestazione è infondata in fatto in quanto, con nota prot. 13938 del 23.10.2007 (indirizzata anche al ricorrente) il Comune ha determinato tale indennità
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 03.07.2012 n. 3156 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATATrattandosi di provvedimento intervenuto prima del mese di gennaio del 1998, la competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie deve reputarsi appartenente al Sindaco e non all'organo dirigenziale.
Soltanto con l'art. 2, l. 16.06.1998 n. 191 si è avuta l'estensione della responsabilità gestionale anche in capo ai responsabili dei servizi (non dirigenti) nominati dal sindaco, nonché l'attribuzione in capo ai medesimi (ed alla stessa dirigenza) della competenza specifica ad adottare i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale; è pertanto viziata da incompetenza l'ordinanza di demolizione emessa dal responsabile del servizio urbanistica prima dell'entrata in vigore della l. n. 191, citata, e ciò anche ove tale potere fosse contemplato dal regolamento sull'ordinamento degli uffici e dei servizi del comune, non potendo detta fonte secondaria ritenersi idonea ad innovare il regime delle competenze ancor prima che fosse modificato l'art. 6, l. 15.05.1997 n. 127 ad opera dell'art. 2 comma 13, l. n. 191, citato.
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I provvedimenti repressivi degli abusi edilizi e l'ordine di demolizione sono atti a contenuto vincolato, tali da non richiedere alcun avviso di inizio del procedimento.
L'ordine di demolizione è atto dal contenuto dovuto, che non richiede previo avviso di inizio del procedimento, né motivazione che ecceda la descrizione dell'abuso.

Il Collegio rileva, in conformità all'indirizzo giurisprudenziale consolidato, che, nel caso di specie, trattandosi di provvedimento intervenuto prima del mese di gennaio del 1998, la competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie deve reputarsi appartenente al Sindaco e non all'organo dirigenziale ("Sotto la vigenza degli art. 51 l. 08.06.1990 n. 142, e 6 l. 15.05.1997 n. 127, legittimamente il provvedimento che dispone la demolizione d'ufficio di un manufatto abusivo è adottato dal sindaco e non dal dirigente, essendo stata la detta competenza trasferita ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998 n. 191" cfr., ex plurimis, TAR Napoli Campania sez. VI, 30.04.2008, n. 3072, TAR Lazio Latina, 24.08.1998 , n. 664).
Del resto, soltanto con l'art. 2, l. 16.06.1998 n. 191 si è avuta l'estensione della responsabilità gestionale anche in capo ai responsabili dei servizi (non dirigenti) nominati dal sindaco, nonché l'attribuzione in capo ai medesimi (ed alla stessa dirigenza) della competenza specifica ad adottare i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale; è pertanto viziata da incompetenza l'ordinanza di demolizione emessa dal responsabile del servizio urbanistica prima dell'entrata in vigore della l. n. 191, citata, e ciò anche ove tale potere fosse contemplato dal regolamento sull'ordinamento degli uffici e dei servizi del comune, non potendo detta fonte secondaria ritenersi idonea ad innovare il regime delle competenze ancor prima che fosse modificato l'art. 6, l. 15.05.1997 n. 127 ad opera dell'art. 2 comma 13, l. n. 191, citato (cfr., TAR Latina Lazio sez. I, 05.06.2007, n. 412).
Ne deriva, pertanto, che il provvedimento impugnato è stato legittimamente adottato dal Sindaco del Comune di Robbiate.
In relazione alle altre doglianze dedotte dal ricorrente e, in particolare, al mancato invio da parte del Comune dell’avviso di avvio del procedimento, il Collegio ritiene di aderire all’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa, secondo cui i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi e, nel caso di specie, l'ordine di demolizione sono atti a contenuto vincolato, tali da non richiedere alcun avviso di inizio del procedimento (cfr., TAR Roma Lazio sez. I, 10.04.2012, n. 3264).
L'ordine di demolizione è atto dal contenuto dovuto, che non richiede previo avviso di inizio del procedimento, né motivazione che ecceda la descrizione dell'abuso (da ultimo, TAR Roma Lazio sez. I, 10.04.2012, n. 3265 e Cons. Stato, sez. IV, n. 4764 del 2011)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 03.07.2012 n. 1885 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: La competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino al giugno del 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco (o all’Assessore competente per materia) e non all'organo dirigenziale essendo stata la stessa trasferita espressamente ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998, n. 191.
Ciò, beninteso, in assenza di norme regolamentari che, nei singoli Comuni, in forza della previgente normativa primaria a partire dalla l. 142 del 1990, avessero già attuato “il principio legislativo” del trasferimento delle competenze dal sindaco agli organi dirigenziali del Comune.
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L’efficacia dei provvedimenti di demolizione non è suscettibile di essere paralizzata dalla successiva presentazione di istanze (di accertamento di conformità, compatibilità paesaggistica o quant’altro) che non incidono sulla legittimità dei provvedimenti sanzionatori in precedenza emanati, ma unicamente sulla possibilità dell’amministrazione di portare ad esecuzione la sanzione “autonomamente valutando gli effetti” delle sopravvenute istanze a detti fini; conclusione questa che si impone anche nella considerazione che il legislatore ha imposto un regime di sospensione automatico ex lege solo in seno alla legislazione condonistica straordinaria (artt. 38 e 44 l. 47 del 1985 e rinvii ad essi operati da quella del 1994 e del 2003) e non in presenza di istanze di accertamenti di conformità urbanistica o di verifiche di compatibilità paesaggistiche.

Secondo la costante giurisprudenza della sezione, la competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino al giugno del 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco (o all’Assessore competente per materia) e non all'organo dirigenziale essendo stata la stessa trasferita espressamente ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998, n. 191 (cfr., ex multis, Tar Campania, Napoli, questa sesta sezione, 05.06.2012, n. 2365; 23.05.2012, n. 2373; 30.04.2008, n. 3072; 03.04.2008, n. 1832; cfr. ancora, negli stessi sensi, Tar Toscana, Firenze, sezione terza, 26.11.2010, n. 6627).
Ciò, beninteso, in assenza di norme regolamentari che, nei singoli Comuni, in forza della previgente normativa primaria a partire dalla l. 142 del 1990, avessero già attuato “il principio legislativo” del trasferimento delle competenze dal sindaco agli organi dirigenziali del Comune (cfr. Cons. Stato, sezione quinta, 06.03.2000, n. 1149 e Tar Campania, sempre questa sesta sezione, 05.06.2012, n. 2365 cit.): circostanza, questa, la cui sussistenza qui non è dedotta.
Migliore sorte non può essere riservata al secondo mezzo di impugnazione poiché il provvedimento -in assenza di ogni replica di merito ex latere attoreo in questa sede processuale- reca giustificazione esaustiva nell’indicazione dell’opera realizzata e nella pure dichiarata assenza di titolo abilitativo idoneo alla bisogna, senza che possa poi essere predicata alcuna violazione delle garanzie partecipative stante la doverosità di intervenire irrogando la sanzione ripristinatoria, quale dovuta nelle fin qui descritte circostanze (cfr. Cons. Stato, sezione quinta, sentenza 07.04.2011 n. 2159, sezione quarta, 05.03.2010, n. 1277 e, ex multis, Tar Campania, questa sesta sezione, sentenze n. 2636 del 05.06.2012 cit., n. 1241 del 09.05.2012; n. 1114 del 05.03.2012, n. 1107 sempre del 05.03.2012; n. 5805 del 14.12.2011 e nn. 2074 e 2076 del 21.04.2010).
La stessa sorte reiettiva deve essere assicurata al terzo ed ultimo motivo che residua all’esame, in quanto, sempre a differenza di quanto suo tramite sostenuto, in presenza di opere edilizie realizzate senza titoli idonei su area vincolata, per far luogo all’emanazione del provvedimento sanzionatorio in concreto adottato non era necessario:
- anche avuta presente la legislazione della regione Campania, acquisire il previo parere della Commissione Edilizia Integrata (cfr. Tar Campania, Napoli, questa sezione sesta, n. 2293 del 18.05.2012, n. 1107 del 05.03.2012 cit., n. 2126 del 13.04.2011, n. 1770 del 07.04.2010, n. 3530 del 26.06.2009 e n. 2885 del 27.03.2007);
- far luogo a previ accertamenti di danni ambientali: in re ipsa (cfr. la stessa giurisprudenza di cui sopra).
Quanto, poi, all’ipotizzata suscettibilità di un positivo accertamento di conformità urbanistica ex art. 13 della l. 47 del 1985 (oggi art. 36 del d.P.R. 380 del 2001) per consolidato orientamento della Sezione, confortato da pronunce del giudice di appello, l’efficacia dei provvedimenti di demolizione non è suscettibile di essere paralizzata dalla successiva presentazione di istanze (di accertamento di conformità, compatibilità paesaggistica o quant’altro) che non incidono sulla legittimità dei provvedimenti sanzionatori in precedenza emanati, ma unicamente sulla possibilità dell’amministrazione di portare ad esecuzione la sanzione “autonomamente valutando gli effetti” delle sopravvenute istanze a detti fini; conclusione questa che si impone anche nella considerazione che il legislatore ha imposto un regime di sospensione automatico ex lege solo in seno alla legislazione condonistica straordinaria (artt. 38 e 44 l. 47 del 1985 e rinvii ad essi operati da quella del 1994 e del 2003) e non in presenza di istanze di accertamenti di conformità urbanistica o di verifiche di compatibilità paesaggistiche (cfr., amplius, anche per i richiami giurisprudenziali, la recentissima pronuncia della Sezione n. 2644 del 05.06.2012) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 02.07.2012 n. 3107 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: Rientrano nelle competenze dei dirigenti anche i provvedimenti che gli articoli 6 e 7 del D.Lgs. 285/1992 attribuiscono espressamente al Sindaco, trattandosi di atti che per un verso non implicano l'esercizio di funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo ma di gestione ordinaria (nella specie per regolamentare la circolazione e la sosta nel centro abitato per ragioni di sicurezza e di ordinato flusso del traffico) e per altro verso non rientrano nelle deroghe di cui all'art. 50 e 54 dello stesso D.Lgs. 267/2000.
Il Collegio ritiene che il ricorso sia fondato in relazione al profilo dell’incompetenza del Sindaco all’adozione del provvedimento impugnato.
Come affermato dalla giurisprudenza, da cui il Collegio non ravvisa ragione di discostarsi, "rientrano nelle competenze dei dirigenti anche i provvedimenti che gli articoli 6 e 7 del D.Lgs. 285/1992 attribuiscono espressamente al Sindaco, trattandosi di atti che per un verso non implicano l'esercizio di funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo ma di gestione ordinaria (nella specie per regolamentare la circolazione e la sosta nel centro abitato per ragioni di sicurezza e di ordinato flusso del traffico) e per altro verso non rientrano nelle deroghe di cui all'art. 50 e 54 dello stesso D.Lgs. 267/2000" (così TAR Veneto, Sez. I, 31.05.2002, n. 2462, ma anche, più recentemente, TAR Lombardia Milano Sez. I, Sent., 25-05-2011, n. 1317) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 19.06.2012 n. 1087 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - SEGRETARI COMUNALIMentre alla Giunta Comunale è attribuito il compito di adottare atti di indirizzo che impegnano dirigenti e responsabili degli uffici e dei servizi (nei Comuni privi di qualifica dirigenziale), ai Dirigenti competono, ai sensi del successivo comma 3 dell’art. 107, le modalità per assolvere ai compiti di attuazione degli obiettivi e dei programmi nonché numerose funzioni con rilevanza esterna, essendo titolari non solo della gestione amministrativa, ma anche di quella finanziaria e tecnica, attraverso degli autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo anche e soprattutto nella materia degli appalti pubblici: in tale ottica si spiega l’attribuzione, in capo ai dirigenti degli enti locali, della competenza a presiedere le commissioni di gara e di concorso, delle responsabilità delle procedure di appalto e di concorso, e, di conseguenza, anche della nomina della commissione giudicatrice, mediante disposizioni immediatamente applicabili, senza necessità d'interposizione di apposite fonti secondarie.
Con riferimento ai Comuni di piccole dimensione, nei quali risulta difficile individuare una figura dirigenziale, trova applicazione l’art. 109 D.Lgs. 267/2000, il quale, sebbene sembri lasciare al Sindaco un’ampia discrezionalità nel delegare, con provvedimento motivato, dette funzioni gestionali, ai responsabili degli uffici e dei servizi, indipendentemente dalla loro qualifica funzionale, non consente, però, neanche in lettura combinata con l’art. 53, comma 23, della L. n. 388/2000, nel testo modificato dall’art. 29, comma IV, L. 448/2001, che, nei comuni con popolazione inferiore a 5000 abitanti, la possibilità di affidare, mediante espresse disposizioni regolamentari, la responsabilità degli uffici e dei servizi nonché il potere di adottare atti anche di natura tecnica- gestionale, in capo all’intera Giunta, in sede collegiale, ma, eventualmente, soltanto in capo al componente dell’organo esecutivo, uti singulo.
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Nell'attuale assetto normativo, il Segretario Comunale mantiene con il comune un mero rapporto organico e non di servizio, ha istituzionalmente compiti di collaborazione, di assistenza giuridico-amministrativa e di sovrintendenza e di coordinamento del personale dirigenziale (in presenza di determinati presupposti), di consulenza, di verbalizzazione e di ufficiale rogante per tutti i contratti di cui il comune è parte, per cui non può espletare altre specifiche funzioni, come la presidenza di una Commissione di gara o la direzione di un ufficio, in assenza di un'espressa previsione statutaria o regolamentare.

Con il primo motivo, parte ricorrente deduce che la Commissione di Gara sarebbe stata nominata dalla Giunta Comunale, con Delibera n. 17 del 2011, anziché dal competente Responsabile del Settore Urbanistica.
Viene dedotta la violazione degli articoli 84, comma 2°, del D.Lgs. n. 163 del 2006 e dell’art. 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000, in relazione al principio della separazione tra poteri di indirizzo e controllo politico amministrativo, spettanti agli organi di governo, e poteri di gestione ammi-nistrativa finanziaria e tecnica, attribuiti ai dirigenti, in base al quale spetta ai dirigenti “la responsabilità delle procedure di appalto e di concessione” e, quindi, di qualsiasi provvedimento di natura tecnico gestionale, tra cui rientra sicuramente anche la nomina della commissione di gara .
Si tratta di una norma che generalizza ed estende a tutti i contratti pubblici di lavori, servizi, forniture la disciplina originariamente prevista, quanto agli appalti per lavori pubblici, dall’art. 21 della legge 109/1994, in tema di nomina e costituzione della commissione giudicatrice, allorquando il criterio di aggiudicazione prescelto è quello dell’offerta economica più vantaggiosa.
Per correttezza espositiva, va evidenziato che, con sentenza Corte Cost. n. 401 del 23.11.2007, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 84, commi 2, 3, 8 e 9, D.lgs. n. 163/2006, nella parte in cui vincolava le Regioni all’osservanza di norme in materia di composizione e modalità di nomina dei componenti delle commissioni di gara, anziché disporre che le disposizioni abbiano carattere suppletivo e cedevole rispetto ad una divergente normativa regionale (sia che abbia già diversamente disposto o che disponga per l’avvenire), trattandosi di profili che non rientrano nella materia della tutela della concorrenza, ma nella materia della organizzazione amministrativa, che compete alle Regioni .
Ma di una disposizione legislativa regionale, che abbia disposto sul punto in divergenza rispetto alle previsioni invocate, non vi è traccia nel caso di specie.
I rapporti tra Giunta Comunale ed apparato burocratico trovano disciplina generale nell’art. 107, comma 1, del D.Lgs. n. 267 del 2000, secondo cui agli organi di governo spettano i poteri di indirizzo e di controllo ed ai dirigenti spetta la gestione amministrativa.
Il principio di separazione dei poteri tra organi politici e dirigenti è poi ripreso dal comma 2° del medesimo art. 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000, il quale precisa che spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l’adozione di atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, che la legge e lo statuto espressamente non riservano agli organi di governo dell’ente e/o che non rientrano tra le funzioni del segretario o del direttore generale.
Dall’esegesi di queste norme, si evince chiaramente che, mentre alla Giunta Comunale è attribuito il compito di adottare atti di indirizzo che impegnano dirigenti e responsabili degli uffici e dei servizi (nei Comuni privi di qualifica dirigenziale), ai Dirigenti competono, ai sensi del successivo comma 3 dell’art. 107, le modalità per assolvere ai compiti di attuazione degli obiettivi e dei programmi nonché numerose funzioni con rilevanza esterna, essendo titolari non solo della gestione amministrativa, ma anche di quella finanziaria e tecnica, attraverso degli autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo anche e soprattutto nella materia degli appalti pubblici: in tale ottica si spiega l’attribuzione, in capo ai dirigenti degli enti locali, della competenza a presiedere le commissioni di gara e di concorso, delle responsabilità delle procedure di appalto e di concorso, e, di conseguenza, anche della nomina della commissione giudicatrice, mediante disposizioni immediatamente applicabili, senza necessità d'interposizione di apposite fonti secondarie (conf.: Cons. Stato, Sez. V 28.12.2007 n. 6723).
Con riferimento ai Comuni di piccole dimensione, nei quali risulta difficile individuare una figura dirigenziale, trova applicazione l’art. 109 D.Lgs. 267/2000, il quale, sebbene sembri lasciare al Sindaco un’ampia discrezionalità nel delegare, con provvedimento motivato, dette funzioni gestionali, ai responsabili degli uffici e dei servizi, indipendentemente dalla loro qualifica funzionale, non consente, però, neanche in lettura combinata con l’art. 53, comma 23, della L. n. 388/2000, nel testo modificato dall’art. 29, comma IV, L. 448/2001, che, nei comuni con popolazione inferiore a 5000 abitanti, la possibilità di affidare, mediante espresse disposizioni regolamentari, la responsabilità degli uffici e dei servizi nonché il potere di adottare atti anche di natura tecnica- gestionale, in capo all’intera Giunta, in sede collegiale, ma, eventualmente, soltanto in capo al componente dell’organo esecutivo, uti singulo.
Nel caso di specie, invece, la nomina della commissione di gara è stata posta in essere dalla Giunta Comunale Comunale, con l’impugnata Deliberazione n. 17 del 19.01.2011.
Ne discende l’accoglimento della presente censura.
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Con il secondo motivo, parte ricorrente deduce che la presidenza della commissione di gara, in violazione degli artt. 107, comma 3, lett. a), D. L.vo 267/2000 e 84, comma 3, D. L.vo 163/2006, non sarebbe stata attribuita al Responsabile del Settore, ma al segretario comunale, peraltro con motivazioni genericamente riferibili ad esigenze di servizio e ad eccessivo carico di lavoro al fine di non pregiudicare il normale funzionamento del servizio (Deliberazione G.C. n. 49/2011).
L’art. 84, comma 3°, del D. Lgs 12.04.2006 n. 163 stabilisce: “La commissione è presieduta da un dirigente della stazione appaltante, nominato dall'organo competente”.
Ed invero, nell'attuale assetto normativo, il Segretario Comunale, mantiene con il comune un mero rapporto organico e non di servizio, ha istituzionalmente compiti di collaborazione, di assistenza giuridico-amministrativa e di sovrintendenza e di coordinamento del personale dirigenziale (in presenza di determinati presupposti), di consulenza, di verbalizzazione e di ufficiale rogante per tutti i contratti di cui il comune è parte, per cui non può espletare altre specifiche funzioni, come la presidenza di una Commissione di gara o la direzione di un ufficio, in assenza di un'espressa previsione statutaria o regolamentare.
Ma, nel caso di specie, non vi è traccia in atti dell’esistenza di siffatta previsione statutaria o regolamentare.
Pertanto, la censura merita adesione
(TAR Calabria-Catanzaro, Sez. I, sentenza 06.06.2012 n. 538 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI - TRIBUTIQuale organo comunale è competente a modificare la TIA? (04.06.2012 - link a www.ambientelegale.it).

COMPETENZE GESTIONALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Ordinanza del comandante.
Quesito: il comandante della polizia municipale può adottare un'ordinanza con la quale vengono apportate modifiche alla viabilità urbana?

Il Piano urbano del traffico (Put) –da cui dovrebbero derivare le eventuali modificazioni alla viabilità- secondo quanto previsto dall'art. 36, comma 5, del Cds viene aggiornato ogni due anni. Il predetto Put, essendo uno strumento di programmazione e, dunque, a valenza generale, è demandato all'approvazione degli organi collegiali del Comune.
Occorre tenere presente, tuttavia, che l'art. 107, comma 5 del dlgs n. 267/2000 prevede che «le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al capo I titolo III (consiglio, giunta e sindaco) l'adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, salvo quanto previsto dall'art. 50, comma 3, e dall'art. 54» dello stesso decreto legislativo.
Talché, le competenze assegnate, in particolare dal codice della strada, al sindaco (fuori dei casi di cui ai citati articoli 50 e 54 del dlgs n. 267/2000) si intendono oggi demandate al dirigente. Sul punto la giurisprudenza (Tar Lombardia, sentenza 13/01/2003, n. 904) ha specificato che «al di fuori dei provvedimenti contingibili e urgenti, il sindaco non può adottare un'ordinanza in materia di viabilità ordinaria, esercitando altrimenti un atto di gestione che compete in via esclusiva al dirigente».
In particolare il Tar Lombardia –sezione di Brescia- con la sentenza 08.01.2011, n. 10 ha ribadito tale principio affermando che l'art. 7 del codice della strada, che assegna al sindaco il potere di regolamentare la circolazione dei veicoli, va coordinato con la posteriore norma del già citato art. 107. La competenza del sindaco in tema di limitazioni della circolazione deve, quindi, ritenersi attratta nella competenza propria del dirigente di settore, in quanto si tratta di funzioni di gestione ordinaria (articolo ItaliaOggi dell'01.06.2012).

COMPETENZE GESTIONALI - PUBBLICO IMPIEGO: Come notorio, già con la legge 142/1990 (poi recepita nel D.Lgs. 267/2000, art. 107) è stata introdotta la netta separazione tra l'esercizio dei poteri politici, di spettanza esclusiva degli organi di amministrazione del comune, e l'esercizio di quelli amministrativi, tra cui rientra senz'altro la nomina della commissione di concorso, di spettanza esclusiva degli organi burocratici.
Ne consegue che gli atti impugnati devono essere annullati per incompetenza della giunta comunale ad adottare atti espressione dell'esercizio di un potere amministrativo, tra cui la nomina della commissione di concorso, di spettanza esclusiva dei dirigenti dell'ente, con conseguente annullamento delle operazioni di gara e l’assorbimento degli altri motivi di ricorso.

Preliminarmente deve essere esaminata la censura di illegittimità delle deliberazioni di nomina della commissione giudicatrice del concorso e della delibera di C.C. n. 79/1995, art. 48, co. 1, di approvazione del regolamento organico del comune di Latina (vigente in virtù dell’art. 47 delle norme regolamentari sull'ordinamento degli uffici e dei servizi, approvate con delibera commissariale n. 122/2011) per incompetenza della giunta comunale, organo politico, alla nomina della commissione di concorso in luogo del dirigente, organo burocratico.
La censura merita accoglimento posto che, come notorio, già con la legge 142/1990 (poi recepita nel D.Lgs. 267/2000, art. 107) è stata introdotta la netta separazione tra l'esercizio dei poteri politici, di spettanza esclusiva degli organi di amministrazione del comune, e l'esercizio di quelli amministrativi, tra cui rientra senz'altro la nomina della commissione di concorso (cfr. TAR Sardegna n. 1093, del 29.09.2003), di spettanza esclusiva degli organi burocratici.
Ne consegue che gli atti impugnati devono essere annullati per incompetenza della giunta comunale ad adottare atti espressione dell'esercizio di un potere amministrativo, tra cui la nomina della commissione di concorso, di spettanza esclusiva dei dirigenti dell'ente, con conseguente annullamento delle operazioni di gara e l’assorbimento degli altri motivi di ricorso (TAR Lazio-Latina, sentenza 29.05.2012 n. 412 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALIAl sindaco non serve il placet per la costituzione in giudizio.
Mani libere al sindaco. L'azione giudiziaria o l'impugnazione per conto del comune possono essere ben promosse direttamente dal primo cittadino senza una delibera ad hoc della giunta che lo autorizza a procedere. Con l'elezione diretta, infatti, il capo dell'amministrazione locale risulta portatore di un'investitura che proviene senza mediazione dagli stessi cittadini, mentre sono gli assessori a trovare nel sindaco la loro fonte di legittimazione. Insomma: non c'è bisogno di alcun placet della giunta affinché l'ente locale stia in giudizio.
Lo chiarisce il
TAR Sicilia-Catania, Sez. II, con la sentenza 28.05.2012 n. 1348
L'autorizzazione alle liti aveva un senso quando il sindaco era eletto dal Consiglio comunale e la giunta era comunque espressione del «parlamentino» locale. Ma da quasi vent'anni è il primo cittadino, eletto direttamente dal popolo, che si sceglie la sua squadra per governare l'amministrazione. Né bisogna dimenticare le modifiche al titolo V, parte seconda, della Costituzione che hanno accentuato il grado di indipendenza degli enti locali, che ormai rientrano nella categoria delle «autonomie territoriali».
Alla giunta sono conferite le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo che non sono riservate dalla legge al Consiglio; ai dirigenti comunali spetta la guida degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli statuti e dai regolamenti, oltre che tutti i compiti non compresi espressamente tra le funzioni di indirizzo.
Niente da fare, nel caso di specie, per il candidato escluso da un concorso bandito da un comune del Messinese per la nomina del responsabile del settore affari generali e vicesegretario dell'ente locale. L'aspirante dirigente sostiene che l'atto di opposizione al ricorso straordinario sarebbe irrituale perché sottoscritto dal sindaco senza previa deliberazione della giunta. Ma quell'opposizione non ha natura processuale (nonostante un isolato precedente giurisdizionale di segno contrario).
L'eventuale passaggio dal ricorso straordinario alla sede giurisdizionale, infatti, segna anche la modifica del regime degli atti, che devono qualificarsi come processuali solo nel momento in cui si è realizzata definitivamente la trasposizione dal piano del ricorso straordinario a quello del ricorso giurisdizionale (articolo ItaliaOggi del 22.06.2012).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALIAi fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all’azione (o all’impugnazione).
Ciò, innanzitutto, perché alla Giunta sono state conferite le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo che non siano riservate dalla legge al Consiglio, mentre spettano ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli Statuti e dai regolamenti, nonché tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’Amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo Statuto tra le menzionate funzioni di indirizzo (art. 48, 50 e 107 d.p.r. n. 267/2000).
In secondo luogo, perché nel nuovo ordinamento delle autonomie locali il Sindaco ha assunto, ancor più con la legge n. 81/1993, che ne ha previsto l'elezione diretta, un ruolo politico ed amministrativo centrale, in quanto titolare di funzioni di direzione e di coordinamento dell’esecutivo comunale; onde l’autorizzazione (del Consiglio prima e poi) della Giunta, se trovava ragione in un assetto in cui il Sindaco era eletto dal Consiglio e la Giunta costituiva espressione del Consiglio stesso, non ha più ragion d’essere in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta, cui l’art. 48 d.p.r. n. 267/2000 affida il compito di collaborare con il capo dell’Amministrazione Municipale (salva restando, ovviamente, la possibilità per lo Statuto comunale -competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio ex art. 6, secondo comma, d.p.r. n. 267/2000- di prevedere l’autorizzazione della Giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente, ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia).

Come, infatti, affermato dalla giurisprudenza (cfr. Cass. Civ, I, n. 13412/2006, Cass. Civ., Sez. Un., n. 17550/2002 e n. 12868/2005; TAR Sicilia, Palermo, Sez. I n. 880 del 04.07.2008, Cons. Stato, sez. VI n. 33 del 07.01.2008), la vigente disciplina regionale non include più fra le competenze della Giunta Comunale le delibere aventi ad oggetto le autorizzazioni alla proposizione delle liti attive e passive.
La competenza in materia della Giunta Comunale, come è noto, si fondava, in ambito nazionale, sull’art. 35, secondo comma, legge n. 142/1990, secondo cui a tale organo spettavano le attribuzioni residuali su tutti gli atti non riservati dalla legge o dallo Statuto alla competenza del Sindaco o del Consiglio.
La norma ha trovato applicazione anche nella Regione siciliana, avente competenza legislativa esclusiva sull’ordinamento degli enti locali ai sensi dell’art. 14, lett. p), dello Statuto Regionale, atteso che, con legge regionale n. 48/1991, la legge n. 142/1990 è stata recepita nell’ordinamento regionale senza alcuna modifica.
Il nuovo quadro delle competenze degli organi del comune, già delineato dalla menzionata legge n. 142/1990 e completato dalle disposizioni successive fino all’approvazione del d.p.r. n. 267 del 2000, ha indotto, però, le Sezioni Unite della Corte (Cass., Sez. Un. n. 17550/2002 e n. 12868/2005) a rivedere il precedente orientamento, anche in considerazione del fatto che la modifica del titolo V della Costituzione, nonché la successiva legge n. 131/2003 di adeguamento dell’ordinamento della Repubblica al nuovo assetto costituzionale, hanno accentuato l’autonomia degli enti locali e nell’ambito di essa le potestà degli Statuti nella gerarchia delle fonti (ormai da considerarsi quali atti normativi atipici con caratteristiche di rango paraprimario o sub-primario).
La Suprema Corte ha, quindi, affermato che, ai fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all’azione (o all’impugnazione).
Ciò, innanzitutto, perché alla Giunta sono state conferite le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo che non siano riservate dalla legge al Consiglio, mentre spettano ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli Statuti e dai regolamenti, nonché tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’Amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo Statuto tra le menzionate funzioni di indirizzo (art. 48, 50 e 107 d.p.r. n. 267/2000).
In secondo luogo, perché nel nuovo ordinamento delle autonomie locali il Sindaco ha assunto, ancor più con la legge n. 81/1993, che ne ha previsto l'elezione diretta, un ruolo politico ed amministrativo centrale, in quanto titolare di funzioni di direzione e di coordinamento dell’esecutivo comunale; onde l’autorizzazione (del Consiglio prima e poi) della Giunta, se trovava ragione in un assetto in cui il Sindaco era eletto dal Consiglio e la Giunta costituiva espressione del Consiglio stesso, non ha più ragion d’essere in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta, cui l’art. 48 d.p.r. n. 267/2000 affida il compito di collaborare con il capo dell’Amministrazione Municipale (salva restando, ovviamente, la possibilità per lo Statuto comunale -competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio ex art. 6, secondo comma, d.p.r. n. 267/2000- di prevedere l’autorizzazione della Giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente, ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia) (TAR Sicilia-catania, Sez. II, sentenza 28.05.2012 n. 1348 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - URBANISTICA: La valutazione di compatibilità del PGT al PTCP non si configura affatto né come atto di indirizzo, né come espressione di un potere di controllo politico, ma tende alla mera attuazione degli obiettivi della pianificazione provinciale ed è, pertanto, riconducibile alle attribuzioni dirigenziali. 
La valutazione di compatibilità del P.G.T. rispetto al P.T.C.P. non può essere intesa come limitata ad un mero riscontro della conformità estrinseca del piano comunale alle previsioni ad efficacia prescrittiva e prevalente del piano provinciale.
Inteso in tal modo, infatti, non soltanto il rapporto di collaborazione istituzionale fra i due enti verrebbe del tutto svilito, ma neppure si comprenderebbe il senso della previsione contenuta nel comma di apertura dell’art. 18 della legge regionale n. 12/2005.
Detta prescrizione, infatti, pone in luce la portata, teleologicamente orientata, della valutazione che fa capo alla Provincia, nel senso di valorizzare l’accertamento dell’idoneità dell’atto comunale al raggiungimento degli obiettivi del piano di coordinamento.
Non va trascurato, poi, quanto già sostenuto da questo Tribunale, proprio facendo leva sul presupposto che sia istituzionalmente demandata alla provincia la tutela dei valori paesaggistici, cosicché non appare illegittimo:<<… che tale potere si esprima mediante raccomandazioni affinché il Comune riveda le proprie previsioni: e ciò perché tali raccomandazioni, indicazioni o inviti, ispirati alla tutela dei valori ambientali, ben si rapportano a quella funzione (ed efficacia) di orientamento, indirizzo e coordinamento che l’art. 2, quarto comma, della legge regionale citata attribuisce espressamente al piano territoriale regionale ed ai piani territoriali di coordinamento provinciali>>.
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Il Consiglio di Stato ha statuito che la lettera b) dell’art. 42, secondo comma, del t.u.e.l. si riferisce “non a qualsiasi parere espresso dall’Ente che comunque coinvolga i piani o programmi dallo stesso approvati, ma soltanto ai pareri espressi nell’ambito del procedimento di formazione di quei piani e programmi (o delle relative varianti e deroghe)”, sicché “restano fuori dalla previsione, ad esempio, i pareri che l’Ente è chiamato a rendere circa la compatibilità con il proprio piano o programma di attività poste in essere da altri soggetti (è il caso del parere di conformità al P.R.G. di un intervento edilizio, che non si dubita non appartenga alla competenza consiliare)”.
Tale conclusione è perfettamente applicabile anche al caso in esame, in cui la Provincia è chiamata ad esprimere una “valutazione di compatibilità” tra due strumenti urbanistici di diverso livello, al fine di verificare, dal riscontro tra le previsioni dell’uno e dell’altro, se quello sottordinato (PGT) rispetti le previsioni del piano sovraordinato (PTCP).
Si tratta di un riscontro che non implica alcuna di quelle scelte di indirizzo che radicano la competenza del consiglio provinciale, ex art. 42, primo comma, t.u.e.l., che definisce il consiglio come “organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo”.
Tanto basta a disattendere la tesi secondo cui la valutazione di compatibilità in questione sarebbe riservata al consiglio provinciale.
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L’art. 13, quinto comma, della legge regionale n. 12/2005 dispone che: “qualora il comune abbia presentato anche proposta di modifica o integrazione degli atti di pianificazione provinciale, le determinazioni in merito sono assunte con deliberazione di giunta provinciale”.
Si desume da ciò che la competenza della giunta provinciale si prospetti nel solo caso in cui occorra delibare se la proposta di modifica sia o meno assentibile ai fini della sospensione ovvero del proseguimento della procedura di approvazione del PGT, secondo una delle opzioni previste dallo stesso comma, ferma restando comunque la competenza del consiglio provinciale per la “definitiva approvazione…. della modifica dell’atto di pianificazione provinciale”.
L’art. 48 del decreto legislativo n. 267 del 2000 (t.u.e.l.), d’altro canto, demanda alla giunta gli atti che non sono riservati al consiglio e che non rientrano nelle competenze del presidente o nelle attribuzioni dei dirigenti.
A questi ultimi, l’art. 107, secondo comma, del t.u. assegna “tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell'ente” (secondo comma), nonché (terzo comma) “l’attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti con gli atti di indirizzo adottati” dagli organi di governo.
Ai dirigenti competono, tra l’altro (art. 107, secondo comma, lettera f), “i provvedimenti di autorizzazione, concessione o analoghi, il cui rilascio presupponga accertamenti e valutazioni, anche di natura discrezionale, nel rispetto di criteri predeterminati dalla legge, dai regolamenti, da atti generali di indirizzo, ivi comprese le autorizzazioni e le concessioni edilizie”; nonché (lettera h) “le attestazioni, certificazioni, comunicazioni, diffide, verbali, autenticazioni, legalizzazioni ed ogni altro atto costituente manifestazione di giudizio e di conoscenza”.
Se si considera che la valutazione di compatibilità in questione mira esclusivamente a verificare, attraverso la comparazione del contenuto dei due piani, il rispetto del P.T.C.P. da parte del piano comunale di governo del territorio e non implica profili di discrezionalità, se si eccettuano quelli insiti nella valutazione della idoneità dell’atto al conseguimento degli obiettivi del piano (arg. ex art. 18 co. I cit.), se ne trae la conferma che essa non si configura affatto né come atto di indirizzo, né come espressione di un potere di controllo politico, ma tenda alla mera attuazione degli obiettivi della pianificazione provinciale, e sia, pertanto, riconducibile alle attribuzioni dirigenziali.
Con il primo motivo, la Società lamenta, in sintesi, la violazione di legge e l’eccesso di potere poiché, ai sensi degli artt. 13, co. V, e 18, co. II, della legge regionale Lombardia n. 12/2005, la Provincia avrebbe dovuto valutare esclusivamente la compatibilità del P.G.T con le previsioni prescrittive e vincolanti del proprio P.T.C.P., onde salvaguardare l’autonomia comunale in ambito pianificatorio. Si comprende, così, prosegue l’istante, l’illegittimità dell’operato provinciale, per avere violato l’ambito dei poteri pianificatori riservato al Comune, atteso che nessuna delle previsioni prescrittive del P.T.C.P. di Como riguarderebbe l’ambito di proprietà della Società.
Sul punto, la difesa comunale contro-deduce affermando che la Provincia, in sede di valutazione di compatibilità del P.G.T. col P.T.C.P., non dovrebbe affatto limitarsi al mero riscontro formale delle previsioni di cui all’art. 18, co. II cit., ma, in forza del co. I della stessa norma, dovrebbe valutare la compatibilità dell’intera struttura del piano urbanistico comunale con i principi ispiratori del P.T.C.P.
A supporto di tale tesi, il Comune cita il precedente giurisprudenziale di questo TAR n. 4301/2009.
Anche la Provincia di Como svolge analoghe difese, contro-deducendo ai motivi nn. 1, 2 e 10 (ritenuti connessi) con cui viene attaccato l’operato provinciale.
Così, a proposito della valutazione, di spettanza provinciale, di conformità al P.T.C.P., viene richiamata la sentenza del C.d.S. n. 24/2011, nonché l’art. 11 delle N.T.A. del P.T.C.P. il quale, nell’indicare le componenti essenziali della rete ecologica, menziona anche quelle zone che, pur non essendo cartograficamente comprese nella rete ecologica, rivestono la medesima valenza ambientale, assicurando una funzione di cuscinetto in vista e in aderenza ai principi dello sviluppo sostenibile.
Senza trascurare, poi, prosegue la Provincia, che il comparto de quo sarebbe interessato da un’area seppur marginale di pertinenza idraulica.
Da ultimo, la Provincia ribadisce come l’art. 18 della cit. legge reg. preveda che le valutazioni di compatibilità rispetto al P.T.C.P. concernano l’accertamento dell’idoneità dell’atto scrutinato ad assicurare il conseguimento degli obiettivi fissati dal piano, salvaguardando i limiti di sostenibilità ivi previsti. In tal senso, andrebbe valorizzata la previsione dell’art. 1 delle N.T.A. del P.T.C.P. di Como, che contemplerebbe fra gli obiettivi strategici proprio la tutela dell’ambiente e la valorizzazione degli ecosistemi, l’assetto idrogeologico e la difesa del suolo. Ed è in tale contesto, conclude la Provincia, che si collocherebbe la valutazione operata con la deliberazione impugnata in ordine all’area dell’esponente, i cui caratteri specifici ne giustificherebbero l’inserimento nel novero degli <<ambiti boschivi della rete ecologica locale>>, disciplinati dall’art. 41 del Piano delle Regole del P.G.T. del Comune.
Il motivo è infondato.
Al riguardo il Collegio ritiene, in primo luogo, di dover chiarire che la valutazione di compatibilità del P.G.T. rispetto al P.T.C.P. non può essere intesa, come vorrebbe parte ricorrente, come limitata ad un mero riscontro della conformità estrinseca del piano comunale alle previsioni ad efficacia prescrittiva e prevalente del piano provinciale.
Inteso in tal modo, infatti, non soltanto il rapporto di collaborazione istituzionale fra i due enti verrebbe del tutto svilito, ma neppure si comprenderebbe il senso della previsione contenuta nel comma di apertura dell’art. 18 della legge regionale n. 12/2005.
Detta prescrizione, infatti, pone in luce la portata, teleologicamente orientata, della valutazione che fa capo alla Provincia, nel senso di valorizzare l’accertamento dell’idoneità dell’atto comunale al raggiungimento degli obiettivi del piano di coordinamento.
Non va trascurato, poi, quanto già sostenuto da questo Tribunale, proprio facendo leva sul presupposto che sia istituzionalmente demandata alla provincia la tutela dei valori paesaggistici, cosicché non appare illegittimo:<<… che tale potere si esprima mediante raccomandazioni affinché il Comune riveda le proprie previsioni: e ciò perché tali raccomandazioni, indicazioni o inviti, ispirati alla tutela dei valori ambientali, ben si rapportano a quella funzione (ed efficacia) di orientamento, indirizzo e coordinamento che l’art. 2, quarto comma, della legge regionale citata attribuisce espressamente al piano territoriale regionale ed ai piani territoriali di coordinamento provinciali>> (cfr. TAR Lombardia, Milano, II, n. 4301 del 06.07.2009).
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Con il quinto motivo si deduce il vizio di incompetenza del parere di compatibilità provinciale, in quanto adottato dal dirigente, anziché dagli organi politici.
In particolare, secondo l’istante qui si tratterebbe di un giudizio sugli strumenti urbanistici comunali, che fuoriesce dall’ambito prescrittivo del PTCP e, dunque, di una valutazione ampiamente discrezionale, che esulerebbe dalla competenza gestionale per radicarsi in quella degli organi di governo, deputati al controllo politico amministrativo.
Il motivo è infondato.
Il Collegio ritiene qui opportuno richiamare un precedente in cui, in una vicenda analoga, il Consiglio di Stato ha statuito (sentenza 28.05.2009 n. 3333, Sez. IV) che la lettera b) dell’art. 42, secondo comma, del t.u.e.l. si riferisce “non a qualsiasi parere espresso dall’Ente che comunque coinvolga i piani o programmi dallo stesso approvati, ma soltanto ai pareri espressi nell’ambito del procedimento di formazione di quei piani e programmi (o delle relative varianti e deroghe)”, sicché “restano fuori dalla previsione, ad esempio, i pareri che l’Ente è chiamato a rendere circa la compatibilità con il proprio piano o programma di attività poste in essere da altri soggetti (è il caso del parere di conformità al P.R.G. di un intervento edilizio, che non si dubita non appartenga alla competenza consiliare)”.
Tale conclusione è perfettamente applicabile anche al caso in esame, in cui la Provincia è chiamata ad esprimere una “valutazione di compatibilità” tra due strumenti urbanistici di diverso livello, al fine di verificare, dal riscontro tra le previsioni dell’uno e dell’altro, se quello sottordinato (PGT) rispetti le previsioni del piano sovraordinato (PTCP).
Si tratta di un riscontro che non implica alcuna di quelle scelte di indirizzo che radicano la competenza del consiglio provinciale, ex art. 42, primo comma, t.u.e.l., che definisce il consiglio come “organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo” (cfr. in terminis, TAR Lombardia, Milano, II, 28.07.2009 n. 4468).
Tanto basta a disattendere la tesi secondo cui la valutazione di compatibilità in questione sarebbe riservata al consiglio provinciale.
Si tratta ora, una volta esclusa -per le ragioni esposte al punto che precede- una riserva di competenza al consiglio provinciale, di esaminare la censura della Società secondo cui la competenza in materia apparterrebbe alla giunta provinciale, anch’essa “organo di governo dell’ente” (art. 36 t.u.e.l.).
Al riguardo, va osservato che, la cit. sentenza n. 3333/2009 del Consiglio di Stato, menzionata da parte ricorrente, non ha affermato (positivamente e definitivamente) la competenza della giunta provinciale, ma si è limitata ad escludere la riserva di competenza al consiglio, in una fattispecie in cui la valutazione di compatibilità -rispetto al sopraordinato PTCP- di un P.I.I. (programma integrato di intervento), adottato da altro comune in variante al PRG, era stata effettuata dalla giunta provinciale con provvedimento impugnato per incompetenza.
Non si può, dunque, trarre argomento, sic et simpliciter, dalla sentenza citata per desumerne tout court la competenza della giunta e l’incompetenza del dirigente.
In verità, ritiene il Collegio che al quesito di cui sopra (se cioè nella vicenda in esame sia stato invaso un ambito di attribuzioni riservato alla giunta provinciale) debba darsi risposta negativa, richiamando quanto già sostenuto da questo stesso Tribunale proprio nella cit. sentenza n. 4468/2009.
All’uopo, va considerato che l’art. 13, quinto comma, della legge regionale n. 12/2005 dispone che: “qualora il comune abbia presentato anche proposta di modifica o integrazione degli atti di pianificazione provinciale, le determinazioni in merito sono assunte con deliberazione di giunta provinciale”. Si desume da ciò che la competenza della giunta provinciale si prospetti nel solo caso in cui occorra delibare se la proposta di modifica sia o meno assentibile ai fini della sospensione ovvero del proseguimento della procedura di approvazione del PGT, secondo una delle opzioni previste dallo stesso comma, ferma restando comunque la competenza del consiglio provinciale per la “definitiva approvazione…. della modifica dell’atto di pianificazione provinciale”.
L’art. 48 del decreto legislativo n. 267 del 2000 (t.u.e.l.), d’altro canto, demanda alla giunta gli atti che non sono riservati al consiglio e che non rientrano nelle competenze del presidente o nelle attribuzioni dei dirigenti.
A questi ultimi, l’art. 107, secondo comma, del t.u. assegna “tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell'ente” (secondo comma), nonché (terzo comma) “l’attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti con gli atti di indirizzo adottati” dagli organi di governo.
Ai dirigenti competono, tra l’altro (art. 107, secondo comma, lettera f), “i provvedimenti di autorizzazione, concessione o analoghi, il cui rilascio presupponga accertamenti e valutazioni, anche di natura discrezionale, nel rispetto di criteri predeterminati dalla legge, dai regolamenti, da atti generali di indirizzo, ivi comprese le autorizzazioni e le concessioni edilizie”; nonché (lettera h) “le attestazioni, certificazioni, comunicazioni, diffide, verbali, autenticazioni, legalizzazioni ed ogni altro atto costituente manifestazione di giudizio e di conoscenza”.
Se si considera che la valutazione di compatibilità in questione mira esclusivamente a verificare, attraverso la comparazione del contenuto dei due piani, il rispetto del P.T.C.P. da parte del piano comunale di governo del territorio e non implica profili di discrezionalità, se si eccettuano quelli insiti nella valutazione della idoneità dell’atto al conseguimento degli obiettivi del piano (arg. ex art. 18 co. I cit.), se ne trae la conferma che essa non si configura affatto né come atto di indirizzo, né come espressione di un potere di controllo politico, ma tenda alla mera attuazione degli obiettivi della pianificazione provinciale, e sia, pertanto, riconducibile alle attribuzioni dirigenziali.
In conclusione, quindi, le censure della ricorrente in punto di competenza sono prive di fondamento
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 25.05.2012 n. 1440 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATALa competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino all'anno 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco e non all'organo dirigenziale, essendo stata detta competenza trasferita ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998, n. 191.
Deve per contro osservarsi come secondo la costante giurisprudenza della sezione “... la competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino all'anno 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco e non all'organo dirigenziale, essendo stata detta competenza trasferita ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998, n. 191” (cfr., ex multis, TAR Napoli Campania sez. VI, 30.04.2008, n. 3072 e 03.04.2008, n. 1832, nello stesso senso TAR Toscana, Firenze, sez. III, 26.11.2010, n. 6627)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 23.05.2012 n. 2373 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALICompete al Sindaco o al Presidente della Provincia, ai sensi del D.lgs. n. 267/2000, quale organo di rappresentanza dell’ente, il conferimento della procura alle liti del difensore senza la necessità di alcuna preventiva autorizzazione.
E’ infondato anche il motivo d’appello diretto contestare il capo della sentenza appellata con cui i Primi Giudici hanno sancito la violazione del principio che attribuisce al dirigente ratione materiae competente il compito di scegliere il legale e, comunque, di autorizzare il conferimento del patrocinio legale.
La Sezione non ravvisa ragione di discostarsi dall’orientamento interpretativo secondo cui compete al Sindaco o al Presidente della Provincia, ai sensi del D.lgs. n. 267/2000, quale organo di rappresentanza dell’ente, il conferimento della procura alle liti del difensore senza la necessità di alcuna preventiva autorizzazione (Cons. St., Sez. VI, 01.10.2008, n. 4744; Cons. St., Sez. VI, 09.06.2006, n. 3452; TAR Campania, Napoli, Sez. VII, 05.12.2006 n. 10402; Cass. civ., Sez. Un., 10.12.2002, n. 17550) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.05.2012 n. 2730 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: L'adozione dell'ordinanza ex art. 14, comma 3, D.Lg.vo n. 22/1997, trattandosi di un atto di gestione (più precisamente di un provvedimento sanzionatorio), rientra nella competenza del Dirigente comunale e non del Sindaco.
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Il principio statuito dall'art. 107, comma 5, D.Lg.vo n. 267/2000, secondo cui dall'entrata in vigore di quest’ultimo decreto le norme che conferiscono al Sindaco (od anche al Consiglio Comunale o alla Giunta Comunale) la competenza ad adottare atti di gestione amministrativa vanno interpretate nel senso che tale competenza spetta ai Dirigenti comunali, si applica anche alle norme emanate successivamente all'entrata in vigore del D.Lg.vo n. 267/2000, in quanto ai sensi dell'art. 1, comma 4, del medesimo "le Leggi della Repubblica non possono introdurre deroghe al presente Testo Unico, se non mediante espressa modificazione delle sue disposizioni" e l'ultimo periodo dell'art. 192, comma 3, D.Lg.vo n. 152/2006, il quale riproduce pedissequamente il contenuto dell'ultima frase del precedente art. 14, comma 3, D.Lg.vo n. 22/1997, non prevede espressamente una deroga al menzionato art. 107.

... per l'annullamento dell’ordinanza sindacale n. 14 del 02/04/2010, di rimozione e smaltimento rifiuti abbandonati alla contrada Gaudo, nei pressi della strada prov.le ex s.s. 93 e la strada vicinale denominata "Selvaggio".
...
E’ fondato il dedotto vizio di incompetenza, come da giurisprudenza di questo TAR (cfr. 28/09/2007 n. 620).
Infatti, ai sensi dell'art. 107, comma 5, D.Lg.vo n. 267/2000 "a decorrere dall'entrata in vigore del presente Testo Unico" (cioè ai sensi dell'art. 10, comma 1, Disp. Prelim. al C.C. dal 13.10.2000: 15° giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del predetto D.Lg.vo n. 267/2000) "le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al Capo I del Titolo III" (cioè il Consiglio Comunale, la Giunta Comunale ed il Sindaco: cfr. artt. 36-54) "l'adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai Dirigenti, salvo quanto previsto dall'art. 50, comma 5, e dall'art. 54".
Mentre ai sensi dell'art. 50, comma 5, D.Lg.vo n. 267/2000 spetta al Sindaco "in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica" soltanto l'adozione delle ordinanze contingibili ed urgenti (come quelle di "eccezionale ed urgente necessità di tutela della salute pubblica e dell'ambiente e non si possa altrimenti provvedere", previste anche dall'art. 13 D.Lg.vo n. 22/1997, per le quali è prevista la competenza del Sindaco, quando gli effetti dell'emergenza sanitaria e/o ambientale investono il solo territorio comunale), tra le quali non rientrano quelle disciplinate dall'art. 14, comma 3, D.Lg.vo n. 22/1997, in quanto tali ordinanze hanno un carattere sanzionatorio (cfr. TAR Parma Emilia Romagna sez. I, 12.07.2011, n. 255), essendo previste soltanto per le violazioni imputabili "a titolo di dolo o colpa", rientrante nell'ordinaria gestione amministrativa di spettanza dirigenziale. Mentre l'art. 54, comma 2, D.Lg.vo n. 267/2000 prevede soltanto l'adozione da parte del Sindaco (nella qualità di Ufficiale del Governo) di ordinanze contingibili ed urgenti, al fine di prevenire ed eliminare gravi percoli che minacciano l'incolumità dei cittadini, cioè trattasi di ordinanze contingibili ed urgenti che riguardano una fattispecie diversa da quella oggetto della controversia in esame.
Pertanto, l'adozione dell'ordinanza ex art. 14, comma 3, D.Lg.vo n. 22/1997, trattandosi di un atto di gestione (più precisamente di un provvedimento sanzionatorio), rientra nella competenza del Dirigente comunale e non del Sindaco, per cui l'Ordinanza Sindacale impugnata con il presente ricorso non risulta affetta dal vizio di incompetenza (cfr. TAR Basilicata Sentenze n. 878 del 18.09.2003, n. 658 del 20.06.2003, n. 873 dell'11.12.2001 e n. 675 del 27.08.2001; TAR Napoli Sez. I Sentenze n. 7532 del 12.06.2003, n. 1291 del 12.03.2002 e n. 5324 del 07.12.2001; TAR Brescia Sent. n. 792 del 25.09.2001).
Al riguardo va pure precisato che il principio statuito dal suddetto art. 107, comma 5, D.Lg.vo n. 267/2000, secondo cui dall'entrata in vigore di quest’ultimo decreto le norme che conferiscono al Sindaco (od anche al Consiglio Comunale o alla Giunta Comunale) la competenza ad adottare atti di gestione amministrativa vanno interpretate nel senso che tale competenza spetta ai Dirigenti comunali, si applica anche alle norme emanate successivamente all'entrata in vigore del D.Lg.vo n. 267/2000, in quanto ai sensi dell'art. 1, comma 4, del medesimo "le Leggi della Repubblica non possono introdurre deroghe al presente Testo Unico, se non mediante espressa modificazione delle sue disposizioni" e l'ultimo periodo dell'art. 192, comma 3, D.Lg.vo n. 152/2006, il quale riproduce pedissequamente il contenuto dell'ultima frase del precedente art. 14, comma 3, D.Lg.vo n. 22/1997, non prevede espressamente una deroga al menzionato art. 107 (TAR Basilicata, sentenza 11.05.2012 n. 198 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALILegittime le tariffe Tia deliberate dalla giunta.
Sono legittime le tariffe Tia deliberate dalla giunta comunale. Al consiglio comunale spetta solo la disciplina generale delle tariffe.

Lo ha precisato il TAR Veneto, Sez. III, con la sentenza 10.05.2012 n. 680.
Per il giudice amministrativo non sussiste il vizio di incompetenza della giunta, «essendo riservata al consiglio comunale esclusivamente la disciplina generale delle tariffe».
Infatti, al consiglio è delegata l'individuazione dei criteri economici sulla base dei quali vanno determinate le tariffe, le eventuali esenzioni o agevolazioni, le modalità di graduazione delle tariffe sulla base di fasce orarie o delle zone in cui il servizio viene prestato. Mentre la concreta quantificazione degli importi tariffari spetta alla giunta.
Negli ultimi anni si è formato un contrasto giurisprudenziale sull'obbligo di motivare le delibere che prevedono aumenti tariffari Tarsu o Tia. Essendo la delibera un atto generale, per la Cassazione (sentenza 22804/2006) non c'è alcun obbligo di motivare gli aumenti delle tariffe. Secondo il Consiglio di stato (sentenza 5616/2010), invece, l'amministrazione comunale deve motivare la delibera che prevede un aumento delle tariffe per coprire i costi del servizio di smaltimento dei rifiuti. E non si può invocare genericamente la necessità di assicurare la tendenziale copertura totale della spesa, senza avere dati certi sullo scostamento tra entrate e costo del servizio.
In effetti, pur essendo la delibera un atto generale sussiste a carico dell'ente l'obbligo specifico di motivare gli aumenti delle tariffe. Per stabilire in una determinata entità l'importo dell'aumento, occorre almeno indicare dati certi in ordine a spese e entrate.
Sia per la Tarsu che per la Tia la legge detta i criteri ai quali i comuni si devono attenere per la determinazione delle tariffe e indica le categorie di locali e aree con omogenea potenzialità di rifiuti. Gli enti sono tenuti a adottare un regolamento che deve contenere non solo la classificazione delle categorie e eventuali sottocategorie, ma anche la graduazione delle tariffe ridotte per particolari condizioni d'uso.
Nell'ambito del potere regolamentare possono essere individuate anche le fattispecie agevolative, con relative condizioni, modalità di richiesta e eventuali cause di decadenza.
Se queste regole non vengono rispettate, il contribuente può impugnare i relativi atti generali (regolamenti e delibere) innanzi al giudice amministrativo. Tuttavia, anche l'eventuale dichiarazione d'illegittimità di una delibera tariffaria non comporta la liberazione dall'obbligo di pagamento del tributo. Il contribuente è comunque tenuto a pagare applicando la tariffa vigente in precedenza (Cassazione, sentenza 8875/2010) (articolo ItaliaOggi del 17.08.2012 - link a www.ecostampa.it).

APPALTI - COMPETENZE GESTIONALI: Ai sensi dell’art. 107 D.Lgs. n. 267/2000, tra le attribuzioni dirigenziali, figura espressamente anche quella di assumere la presidenza delle commissioni di gara.
L’ampliamento della sfera di responsabilità, facenti capo al dirigente, delineatosi a seguito della privatizzazione del pubblico impiego, infatti, ha rafforzato l’esigenza che il medesimo dirigente sia posto in grado di seguire, in prima persona, le procedure dei cui esiti è responsabile.
Così come non vi è incompatibilità tra le funzioni di presidente della commissione di gara e quella di responsabile del procedimento, analogamente deve ritenersi nel caso di un dirigente dell’ente locale che ha svolto le funzioni di presidente del seggio e di responsabile del procedimento al quale sia stato anche attribuito il compito di approvare gli atti della commissione di gara.
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Il potere di nominare una commissione con funzioni di carattere istruttorio, trattandosi di gara aggiudicata secondo il criterio del massimo ribasso, rientra nei poteri del dirigente responsabile del settore e che la decisione di chiedere giustificazioni in merito alla propria offerta anormalmente bassa da parte del Presidente deriva proprio dal fatto che tale Commissione ha compiti soltanto istruttori e non deliberativi.

In primo luogo l’impresa ricorrente in primo grado lamenta la sussistenza di un ulteriore conflitto d’interessi per il fatto che l’ing. Nicola Anaclerio, quale Dirigente del Settore Viabilità (settore preposto alla gara di appalto in esame) abbia svolto anche le funzioni di Presidente della commissione di gara, oltre a quelle di RUP.
Tuttavia, la giurisprudenza della Sezione (cfr. Consiglio di Stato, Sezione V, 22.06.2010, n. 3890 e 12.06.2009 n. 3716) ha già messo in evidenza che, ai sensi dell’art. 107 D.Lgs. n. 267/2000, tra le attribuzioni dirigenziali, figura espressamente anche quella di assumere la presidenza delle commissioni di gara.
L’ampliamento della sfera di responsabilità, facenti capo al dirigente, delineatosi a seguito della privatizzazione del pubblico impiego, infatti, ha rafforzato l’esigenza che il medesimo dirigente sia posto in grado di seguire, in prima persona, le procedure dei cui esiti è responsabile.
Così come non vi è incompatibilità tra le funzioni di presidente della commissione di gara e quella di responsabile del procedimento, analogamente deve ritenersi nel caso di un dirigente dell’ente locale che ha svolto le funzioni di presidente del seggio e di responsabile del procedimento al quale sia stato anche attribuito il compito di approvare gli atti della commissione di gara.
Con un ulteriore motivo di ricorso in primo grado si contesta che il bando non prevedesse la nomina di una commissione e che, comunque, il dirigente (presidente del seggio di gara) avrebbe preso, senza un deliberato della commissione, l’iniziativa di chiedere alla soc. ricorrente in primo grado giustificazioni sull’offerta anomala da essa presentata, nonché di chiedere ulteriori precisazioni sulle giustificazioni presentate ed infine di convocarla successivamente in audizione dinanzi alta commissione.
Il Collegio osserva che il potere di nominare una commissione con funzioni di carattere istruttorio, trattandosi di gara aggiudicata secondo il criterio del massimo ribasso, rientra nei poteri del dirigente responsabile del settore e che la decisione di chiedere giustificazioni in merito alla propria offerta anormalmente bassa da parte del Presidente deriva proprio dal fatto che tale Commissione ha compiti soltanto istruttori e non deliberativi; peraltro, la stessa Commissione aveva evidenziato tale necessità nel corpo del verbale della seduta n. 1 dell’11.12.2009 (cfr. doc. n. 3 appellante, recante copia di tutti i verbali di gara).
Identicamente, la decisione di convocare l’impresa in audizione dinanzi alla commissione è stata prefigurata dalla stessa commissione nella seduta n. 14 dell’08.03.2010, in cui la commissione, collegialmente, ha predisposto e riportato a verbale anche il testo della nota da inviare all’impresa.
Anche la censura circa la violazione dell’art. 84, comma 10, D.Lgs. n. 163/2006, è infondata; la situazione per cui la commissione in oggetto sarebbe stata nominata e si sarebbe costituita lo stesso giorno nel quale scadeva il termine per la presentazione delle offerte è assolutamente inconferente rispetto a quanto disposto dalla surrichiamata norma, non riguardando essa il collegio tecnico di supporto nominato per valutare l’anomalia dell’offerta.
Tale disposizione, infatti, concernendo gli appalti aggiudicati con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, non può trovare alcuna applicazione nella procedura de qua che è regolata interamente secondo il criterio dell’offerta più bassa.
Le ulteriori doglianze, volte a contestare il giudizio della commissione in ordine alla non congruità delle giustificazioni e delle successive precisazioni addotte dall’impresa a fronte dell’offerta anormalmente bassa da essa presentata, sono da ritenersi inammissibili.
Nel caso di specie, infatti, le valutazioni si sottraggono a tutte le censure proposte a mezzo del ricorso per motivi aggiunti di primo grado e in sede di appello riproposto, non ravvisandosi profili tali di macroscopica erroneità e di evidente incongruenza, in presenza della correttezza metodologica seguita dalla stazione appaltante e delle conclusioni, formulate, circa l’analisi sia dei singoli prezzi e del loro valore ponderale, in rapporto alle lavorazioni previste in progetto, sia del prezzo complessivamente offerto (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 27.04.2012 n. 2445 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - LAVORI PUBBLICI: Ai sensi dell'art. 48, d.lgs. 18.08.2000 n. 267 rientra nella competenza della giunta municipale l'approvazione dello schema del programma triennale e del suo aggiornamento annuale, quale atto di proposta e di impulso, mentre per l'approvazione definitiva del programma e dell'elenco annuale delle opere da realizzare è competente solo il consiglio comunale, ai sensi del precedente art. 42, trattandosi di atto di programmazione e di indirizzo.
Come si afferma in giurisprudenza, “ai sensi dell'art. 48, d.lgs. 18.08.2000 n. 267 rientra nella competenza della giunta municipale l'approvazione dello schema del programma triennale e del suo aggiornamento annuale, quale atto di proposta e di impulso, mentre per l'approvazione definitiva del programma e dell'elenco annuale delle opere da realizzare è competente solo il consiglio comunale, ai sensi del precedente art. 42, trattandosi di atto di programmazione e di indirizzo” (cfr. C. Stato, sez. IV, 12.05.2009, n. 2910)
(TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 24.04.2012 n. 802 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZI - COMPETENZE GESTIONALIE' legittima la delibera di Giunta Comunale con la quale è stato deciso di non procedere al rinnovo di una convenzione.
Invero, stabilisce l’art. 42, comma primo, del d.lgs. 18.08.2000 n. 267 che “Il consiglio è l'organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo”. Aggiunge il secondo comma della stessa disposizione che “Il consiglio ha competenza limitatamente ai seguenti atti fondamentali: (…) e) organizzazione dei pubblici servizi, costituzione di istituzioni e aziende speciali, concessione dei pubblici servizi, partecipazione dell'ente locale a società di capitali, affidamento di attività o servizi mediante convenzione”.
Come si vede, in base alle norme illustrate, sono attribuite alla competenza del consiglio comunale le decisioni afferenti la materia degli affidamenti in convenzione dei pubblici servizi.

Va tuttavia osservato che, nel caso concreto, sebbene la questione sulla quale è intervenuta la Giunta Comunale riguardi proprio la materia degli affidamenti in convenzione dei pubblici servizi, non è possibile affermare l’incompetenza del predetto organo. Ciò in quanto il provvedimento impugnato non ha fatto altro che ribadire una volontà già manifestata dall’ente che, con la sottoscrizione della convenzione stipulata con la Fondazione Asilo Infantile Umberto I, aveva stabilito che tale convenzione dovesse avere scadenza in data 31.12.2012.
L’atto della Giunta non ha dunque introdotto disposizioni innovative riguardanti aspetti fondamentali delle modalità di erogazione del servizio (che avrebbero dovuto queste sì essere introdotte solo con atto adottato dal consiglio comunale); ma costituisce, a ben guardare, null’altro che una presa d’atto di quanto già precedentemente deliberato; per questo motivo, esso si pone quale atto meramente esecutivo
di decisioni già assunte, come tale sottratto alla competenza dell’organo consiliare.

... per l'annullamento della delibera della Giunta Comunale (GC) n. 193 del 19.12.2011, esposta all'albo comunale fino al 06/01//2012, con cui è stato deciso di non procedere al rinnovo della convenzione con la Fondazione Asilo Infantile Umberto I repertoriata al nr. 31/3, alla prossima scadenza prevista al 31.12.2012, nonché di tutti gli atti connessi.
...
Il ricorso è infondato.
Stabilisce l’art. 42, comma primo, del d.lgs. 18.08.2000 n. 267 che “Il consiglio è l'organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo”.
Aggiunge il secondo comma della stessa disposizione che “Il consiglio ha competenza limitatamente ai seguenti atti fondamentali: (…) e) organizzazione dei pubblici servizi, costituzione di istituzioni e aziende speciali, concessione dei pubblici servizi, partecipazione dell'ente locale a società di capitali, affidamento di attività o servizi mediante convenzione”.
Come si vede, in base alle norme illustrate, sono attribuite alla competenza del consiglio comunale le decisioni afferenti la materia degli affidamenti in convenzione dei pubblici servizi.
Va tuttavia osservato che, nel caso concreto, sebbene la questione sulla quale è intervenuta la Giunta Comunale riguardi proprio la materia degli affidamenti in convenzione dei pubblici servizi, non è possibile affermare l’incompetenza del predetto organo. Ciò in quanto il provvedimento impugnato non ha fatto altro che ribadire una volontà già manifestata dall’ente che, con la sottoscrizione della convenzione stipulata con la Fondazione Asilo Infantile Umberto I, aveva stabilito che tale convenzione dovesse avere scadenza in data 31.12.2012.
L’atto della Giunta non ha dunque introdotto disposizioni innovative riguardanti aspetti fondamentali delle modalità di erogazione del servizio (che avrebbero dovuto queste sì essere introdotte solo con atto adottato dal consiglio comunale); ma costituisce, a ben guardare, null’altro che una presa d’atto di quanto già precedentemente deliberato; per questo motivo, esso si pone quale atto meramente esecutivo di decisioni già assunte, come tale sottratto alla competenza dell’organo consiliare (TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 19.04.2012 n. 1150 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - CONSIGLIERI COMUNALI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOPolitici commissari ai concorsi. Per l'esclusione va dimostrato che la carica pesa sul giudizio. Consiglio di Stato. Dopo i no dei Tar la sentenza 2104/2012 riapre le porte anche ai sindacalisti.
Il Consiglio di Stato riabilita politici e sindacalisti nelle commissioni di concorso.
Dopo un lungo periodo di astinenza, nel quale coloro che ricoprivano cariche politiche o sindacali erano banditi dalla partecipazione a procedure selettive, il massimo organo della giustizia amministrativa, con la sentenza 13.04.2012 n. 2104, inverte la rotta e riconosce legittima la nomina di un consigliere comunale di altra amministrazione in una commissione di concorso.
La questione prende origine dalla previsione dell'articolo 35, comma 3, lettera e), del decreto legislativo 165/2001, in base al quale non possono far parte della commissione di concorso i componenti gli organi di direzione politica dell'amministrazione, coloro che ricoprano cariche politiche o sindacali o vengano designati da confederazioni ed organizzazioni sindacali o dalle associazioni professionali. Fino ad oggi, tale divieto era stato interpretato in modo assoluto e, secondo la giurisprudenza abbastanza unanime dei Tar, bastava essere stato eletto nel consiglio comunale di un ente locale per far scattare l'incompatibilità in tutto il territorio nazionale.
Il Consiglio di Stato non è così categorico e apre le porte alla partecipazione di politici e sindacalisti nelle commissioni in questione. Afferma, infatti, che non basta essere assessore o consigliere comunale per perdere quella indipendenza di giudizio necessaria per valutare l'idoneità dei candidati all'impiego pubblico. È necessario dimostrare, di volta in volta, che la carica ricoperta in un'amministrazione diversa da quella che ha bandito il concorso influenzi, in qualche maniera, l'attività dell'ente che sta procedendo all'assunzione.
Riconoscendo l'assenza di criteri giuridici che possano soccorrere nell'individuare tale influenza, il Consiglio di Stato richiede, per riconoscere l'incompatibilità, che, in astratto, l'attività di consigliere comunale sia idonea «a far riverberare i suoi effetti anche sull'ente che indice la selezione».
Dal punto di vista pratico è immediatamente rilevabile come le condizioni richieste debbano essere valutate caso per caso. È evidente come, ad esempio, per ragioni connesse alla lontananza fisica delle amministrazioni interessate, l'influenza possa escludersi a priori; ma, in altri casi, quali per amministrazioni limitrofe o appartenenti alla stessa provincia o regione, è altrettanto evidente che la presenza o l'assenza di tale influenza risulti difficile da dimostrare. E, quindi, il contenzioso in materia è assicurato.
Ma se questa è la nuova filosofia che avanza, possiamo individuare una serie di incompatibilità previste per coloro che ricoprono cariche politiche o sindacali, che vengono notevolmente ridimensionate. La mente corre immediatamente all'articolo 14, comma 8, del decreto legislativo 150/2009, riforma Brunetta, che prevede analogo divieto di nomina per i componenti degli organismi indipendenti di valutazione. Se verrà confermato l'indirizzo, potremo trovare sindaci, assessori, sindacalisti componenti gli organismi indipendenti di valutazione (Oiv), che rischiano di perdere la loro indipendenza (articolo Il Sole 24 Ore del 17.04.2012 - tratto da www.ecostampa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - CONSIGLIERI COMUNALI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOComposizione delle commissioni di concorso: individuazione delle ipotesi in cui la funzione di Presidente può essere assunta da un soggetto che ricopre la carica di consigliere comunale in un Comune diverso da quello che ha indetto la procedura.
L'art. 35, comma 4, lettera e), del D.Lgs. 30.03.2001, n. 165, stabilisce che “le commissioni di concorso devono essere composte esclusivamente da esperti di comprovata competenza scelti tra funzionari delle amministrazioni, docenti ed estranei alle medesime, che non siano componenti dell'organo di direzione politica dell'amministrazione, che non ricoprano cariche politiche e che non siano rappresentanti sindacali o designati dalle confederazioni ed organizzazioni sindacali o dalle associazioni professionali.".
Ad avviso del Consiglio di Stato sulla possibilità che la funzione di Presidente della Commissione venga assunta da un soggetto che ricopre la carica di consigliere comunale in un Comune diverso da quello che ha indetto la procedura, soccorre l'orientamento interpretativo secondo cui la causa di incompatibilità in esame può essere estesa anche ai soggetti che ricoprano cariche politiche presso amministrazioni diverse da quella procedente solo nel caso in cui vi sia un qualche elemento di possibile incidenza tra l'attività esercitabile da colui che ricopre la carica e l'attività dell'ente che indice il concorso (Cons. Stato, sez. V, decisioni nn. 5526/2003 e 4056/2002).
Questo Consiglio ha reputato, infatti, che una diversa interpretazione verrebbe a generalizzare in modo eccessivo e senza adeguata giustificazione il sospetto d’imparzialità anche nei confronti di soggetti che non gestiscano alcun potere rilevante e, perciò, non siano comunque idonei, sia pure da un punto di vista astratto, a condizionare la vita dell'ente che indice la selezione. Si è, in particolare, rimarcato che “detto elemento di collegamento, in mancanza di criteri legali, può essere rinvenuto nella sfera di influenza dell'attività svolta dal soggetto ricoprente cariche politiche, sindacali o professionali, per cui se questa in astratto è idonea a riverberare i suoi effetti anche sull'ente che indice la selezione, l'incompatibilità deve ritenersi sussistente, altrimenti deve escludersi, salva la deducibilità delle ipotesi di cui all'art. 51 c.p.c. o del vizio di eccesso di potere sotto i diversi profili consentiti”.
Applicando dette coordinate al caso di specie il Collegio ha reputato insussistente il profilo di illegittimità dedotto in primo grado in quanto non risulta comprovata l’idoneità sostanziale dell’attività espletata dal Presidente della Commissione, nella qualità di consigliere comunale presso altro Comune ad incidere sulla sfera sull’ente che ha indetto la selezione in parola.
Infine ha altresì reputato che non abbia valenza invalidante neanche l’assunzione, da parte di un soggetto che ricopriva la carica di rappresentante sindacale, della veste di segretario della Commissione, posto che la normativa di cui sopra, avente carattere eccezionale e, quindi, non passibile di applicazione analogica, si riferisce ai componenti in senso stretto della commissione, ossia ai soli soggetti aventi funzione decisionale, con conseguente esclusione dei segretari che assumono un ruolo di assistenza e supporto (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 13.04.2012 n. 2104
- massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIIl diniego di concessione edilizia in sanatoria, ai sensi dell'art. 51, comma 3, l. 08.06.1990 n. 142, nel testo novellato dall'art. 6, comma 2, l. 15.05.1997 n. 127 (nonché dell'art. 2 l. 16.06.1998 n. 191 e dell'art. 107, comma 3, lett. g), d.lgs. 18.08.2000 n. 267) rientra nella competenza del dirigente comunale, ovvero, nei comuni sprovvisti di detta qualifica, dei responsabili degli uffici e dei servizi e non del sindaco, trattandosi di tipico potere gestionale.
Oltre alla decisione di questa sezione (I, 25.01.2010 n. 191) e altre conformi (Tar Campania Na, 09.04.2010 n. 1884) è stato affermato il principio secondo il quale “Il diniego di concessione edilizia in sanatoria, ai sensi dell'art. 51, comma 3, l. 08.06.1990 n. 142, nel testo novellato dall'art. 6, comma 2, l. 15.05.1997 n. 127 (nonché dell'art. 2 l. 16.06.1998 n. 191 e dell'art. 107, comma 3, lett. g), d.lgs. 18.08.2000 n. 267) rientra nella competenza del dirigente comunale, ovvero, nei comuni sprovvisti di detta qualifica, dei responsabili degli uffici e dei servizi e non del sindaco, trattandosi di tipico potere gestionale” (TAR Campania Napoli, sez. VII, 15.12.2010, n. 27393).
Né può seguirsi la difesa del comune che, nel tentativo di salvare l’incompetenza dell’organo, afferma la scusabilità dell’errore, anche per la natura di mera comunicazione del’atto impugnato.
Tali difese collidono, sia con la giurisprudenza (Tar Liguria I, 25.01.2010 n. 191) che ha ritenuto avente natura di diniego la comunicazione negativa della C.E., sia perché la sequenza temporale del procedimento, sottoposto alla decisione del tribunale, conferma che l’atto impugnato (adottato il 09.09.1998), intervenne dopo l’entrata in vigore della novella normativa (art. 2, comma dodicesimo L. 16.06.1998 n. 191) che ribadiva la distinzione tra atti politici e di gestione già contenuta nella legge n. 142/1990, eliminando così in radice la supposta scusabilità dell’errore compiuto.
Va poi posto l’accento sulla circostanza che, dal 1998, sono passati altri quattordici anni nei quali l’amministrazione ben sarebbe potuta intervenire in autotutela anziché portare a decisione il ricorso.
Va, infatti, ricordato che ogni dubbio interpretativo fu sciolto dall'art. 107, commi 2 e 3, d.lgs. 18.08.2000 n. 267, che attribuisce ai dirigenti tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'Amministrazione verso l'esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell'ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale.
Tra questi com’è noto, sono attribuiti alla competenza del dirigente o, nei comuni sprovvisti di detta qualifica, dei responsabili degli uffici e dei servizi, e non del sindaco, il rilascio sia di provvedimenti concessori in materia edilizia, ivi comprese le concessioni edilizie in sanatoria, sia di provvedimenti di diniego, trattandosi di atti che ineriscono all'attività di gestione del Comune (TAR Puglia Lecce, sez. III, 20.12.2007, n. 4296)
(TAR Liguria, Sez. I, sentenza 11.04.2012 n. 530 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATALaddove una o più opere edilizie siano state realizzate su area demaniale (nel caso, demanio marittimo), il conseguente ordine di demolizione è adottato dal Comune anche in applicazione degli art. 54 e 1161 c. nav. e, quindi per la tutela degli interessi demaniali, cosicché, sotto questo profilo, non ha nemmeno rilevanza la minore o maggiore consistenza dell'abuso".
Ed ancora a riprova della non sufficienza dell’autorizzazione rilasciata da parte dell’autorità Portuale ai soli fini demaniali marittimi al mantenimento della tettoia contestata si è affermato che “L'esecuzione di opere edilizie non del tutto precarie su suolo del demanio marittimo richiede il rilascio della preventiva concessione edilizia da parte del Sindaco, essendo irrilevante il possesso della concessione della Capitaneria di porto, necessaria solo per l'utilizzazione dell'area demaniale".
Va poi contestato che la tettoia in questione di dimensioni ragguardevoli (m. 23,50 per 18,15, h. m. 5,80) e tuttora esistente ed utilizzata da diciotto anni possa essere considerata indifferente ai fini edilizi.
Ha, infatti, affermato il giudice amministrativo che “Ove si tratti di struttura realizzata per soddisfare esigenze aziendali di carattere permanente, prescindendo dal rilievo concernente un'asserita «facile amovibilità» di tale struttura (nella specie, sia per i materiali impiegati che per le considerevoli dimensioni), alla stessa non potrà attribuirsi carattere di opera precaria, con conseguente necessità del previo rilascio della concessione edilizia per la sua realizzazione (e correlativa infondatezza di un eventuale ricorso giurisdizionale proposto avverso il connesso provvedimento sanzionatorio-ripristinatorio), dato che la presenza di una tettoia non è meramente strumentale alla migliore funzionalità di uno o più degli impianti contenuti in un capannone industriale, ma tende piuttosto a creare un prolungamento dello stesso, al fine di consentirvi lo svolgimento della normale attività imprenditoriale su una più vasta superficie coperta"
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È stato, infatti, affermato che “laddove una o più opere edilizie siano state realizzate su area demaniale (nel caso, demanio marittimo), il conseguente ordine di demolizione è adottato dal Comune anche in applicazione degli art. 54 e 1161 c. nav. e, quindi per la tutela degli interessi demaniali, cosicché, sotto questo profilo, non ha nemmeno rilevanza la minore o maggiore consistenza dell'abuso" (TAR Emilia Romagna Bologna, sez. II, 03.06.2008, n. 2144; TAR Lazio Roma, sez. II, 30.08.2010, n. 31953).
Ed ancora a riprova della non sufficienza dell’autorizzazione rilasciata da parte dell’autorità Portuale ai soli fini demaniali marittimi al mantenimento della tettoia contestata si è affermato che “L'esecuzione di opere edilizie non del tutto precarie su suolo del demanio marittimo richiede il rilascio della preventiva concessione edilizia da parte del Sindaco, essendo irrilevante il possesso della concessione della Capitaneria di porto, necessaria solo per l'utilizzazione dell'area demaniale" (TAR Toscana Firenze, sez. III, 04.07.2006, n. 3006).
Va poi contestato che la tettoia in questione di dimensioni ragguardevoli (m. 23,50 per 18,15, h. m. 5,80) e tuttora esistente ed utilizzata da diciotto anni possa essere considerata indifferente ai fini edilizi.
Ha, infatti, affermato il giudice amministrativo che “Ove si tratti di struttura realizzata per soddisfare esigenze aziendali di carattere permanente, prescindendo dal rilievo concernente un'asserita «facile amovibilità» di tale struttura (nella specie, sia per i materiali impiegati che per le considerevoli dimensioni), alla stessa non potrà attribuirsi carattere di opera precaria, con conseguente necessità del previo rilascio della concessione edilizia per la sua realizzazione (e correlativa infondatezza di un eventuale ricorso giurisdizionale proposto avverso il connesso provvedimento sanzionatorio-ripristinatorio), dato che la presenza di una tettoia non è meramente strumentale alla migliore funzionalità di uno o più degli impianti contenuti in un capannone industriale, ma tende piuttosto a creare un prolungamento dello stesso, al fine di consentirvi lo svolgimento della normale attività imprenditoriale su una più vasta superficie coperta" (TAR Emilia Romagna Parma, sez. I, 25.09.2007, n. 469)
(TAR Liguria, Sez. I, sentenza 11.04.2012 n. 530 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: Inquinamento acustico: la competenza è del Sindaco.
Con il primo motivo la ricorrente ha lamentato l’incompetenza del Dirigente del Settore Tutela Ambiente del Comune di Casale Monferrato ad adottare un provvedimento come quello impugnato, avente la natura di ordinanza contingibile ed urgente in materia di inquinamento acustico e, come tale, riservato al Sindaco.
Tale censura è fondata e meritevole di accoglimento: come già riconosciuto dal Collegio nella pronuncia cautelare di accoglimento della sospensiva, anche alla luce dei documenti depositati dal Comune in ottemperanza all’ordinanza istruttoria (cfr. doc. n. 1 dell’Amministrazione) nei quali l’ARPA richiede espressamente “l’emissione di ordinanza comunale ex art. 9 della l. 26.10.1995 n. 447”, il provvedimento impugnato avrebbe dovuto essere adottato ex art. d.lgs. n. 267/2000 dal Sindaco del Comune di Casale Monferrato e non dal Dirigente.
L'art. 9 della legge 447/1995 attribuisce, infatti, espressamente al Sindaco il potere di adottare ordinanze per il contenimento o l'abbattimento delle emissioni sonore, inclusa l'inibitoria parziale o totale di determinate attività e si tratta di un potere sostanzialmente analogo a quello attribuito al Sindaco dal D.Lgs. 267/2000 (Testo Unico degli Enti Locali), agli articoli 50 e 54 e che, pertanto deve essere esercitato dal Sindaco stesso, con esclusione della competenza dei dirigenti, cui spetta invece l'adozione di tutti gli atti di gestione del Comune, ai sensi dell'art. 107 del medesimo D.Lgs. 267/2000 (cfr. TAR Lombardia, Milano, 23.01.2012 n. 256) (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 11.04.2012 n. 432 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIOSSERVATORIO VIMINALE/ A chi spetta la competenza a decidere il trattamento sanitario obbligatorio. Tso deciso dal commissario. Sostituisce il sindaco se il comune è stato sciolto.
Qual è l'organo competente ad adottare l'ordinanza relativa al procedimento amministrativo di trattamento sanitario obbligatorio, in assenza del commissario straordinario incaricato della temporanea gestione dell'ente?

L'articolo 34 della legge 23.12.1978, n. 833, attribuisce al sindaco la competenza ad adottare le ordinanze in materia di trattamento sanitario obbligatorio, entro 48 ore dalla convalida della proposta da parte di un medico della unità sanitaria locale.
Nel caso di specie, se il comune è sottoposto a gestione commissariale e non è prevista dalla specifica normativa regionale in materia di scioglimento degli organi la nomina di vice o sub commissari, la competenza all'adozione del provvedimento in argomento, spetta in via esclusiva al commissario straordinario incaricato della gestione dell'ente (articolo ItaliaOggi del 06.04.2012).

COMPETENZE GESTIONALI - PUBBLICO IMPIEGO: Illegittimità della nomina dei componenti del Nucleo di valutazione adottata dal Sindaco.
E’ illegittimo, per incompetenza, il provvedimento di nomina dei componenti del nucleo di valutazione di un ente locale, nel caso in cui sia stato adottato dal Sindaco e non dal Consiglio comunale; infatti, dal combinato-disposto di cui agli artt. 14, comma 3, del d.lgs. n. 150 del 2009 e 42, comma 1, del d.lgs. n. 267 del 2000, discende la regola che la competenza alla nomina dei componenti del nucleo di valutazione spetta al Consiglio comunale, in qualità di organo di indirizzo politico-amministrativo dell’ente e non al Sindaco, che è semplicemente l’organo responsabile dell’amministrazione generale del Comune ed il suo massimo rappresentante (1).
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(1) Ha osservato, in particolare, la sentenza in rassegna che, se a termini dell’art. 14, comma 3, del d.lgs. n. 150 del 2009 l’organismo di valutazione deve essere nominato "dall’organo di indirizzo politico-amministrativo", d’altra parte è la stessa legge, con l’art. 42, comma 1, del d.lgs. n. 267 del 2000, che qualifica espressamente come organo di indirizzo politico-amministrativo il Consiglio comunale, con la conseguenza di individuare per le amministrazioni comunali tale organo come quello competente alla nomina.
Tale esegesi, tra l’altro, è in linea con il principio secondo cui la competenza attribuita ai Consigli comunali è circoscritta agli atti fondamentali di natura programmatoria o aventi un elevato contenuto di indirizzo politico (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 09.06.2008 n. 2832 e 31.01.2007 n. 383), se letto alla luce del chiaro enunciato dell’art. 15 del d.lgs. n. 150 del 2009, che attribuisce appunto all’organo di indirizzo politico-amministrativo dell’ente anche compiti di alta programmazione in materia di miglioramento della performance
(massima tratta da www.regione.piemonte.it - TAR Campania-Napoli, Sez. I, sentenza 28.03.2012 n. 1510 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: È il consiglio comunale che nomina i componenti del nucleo di valutazione.
La ricorrente ha partecipato alla selezione pubblica, indetta dal Comune di Agerola, finalizzata al conferimento dell’incarico di componente del nucleo di valutazione di cui agli artt. 14 e ss. del d.lgs. n. 150/2009, organo monocratico la cui nomina è devoluta alla competenza del Sindaco a termini dell’art. 50, comma 2, del regolamento di organizzazione degli uffici e dei servizi del Comune di Agerola, approvato con delibera di giunta municipale n. 107 del 14.09.2011.
La ricorrente impugna il decreto sindacale n. 18 del 24.11.2011, con il quale è stato conferito al dott. ... il predetto incarico, nonché la presupposta fonte regolamentare limitatamente alla parte in cui individua il sindaco quale organo competente alla nomina del nucleo di valutazione, adducendo vari vizi inerenti all’incompetenza, alla violazione dell’art. 97 della Costituzione, alla violazione della legge n. 241/1990, nonché all’eccesso di potere sotto svariati profili.
È fondata la censura con cui la ricorrente denuncia la sussistenza del vizio di incompetenza per violazione del combinato disposto dell’art. 14, comma 3, del d.lgs. n. 150/2009 e dell’art. 42, comma 1, del d.lgs. n. 267/2000.
Infatti, si presenta condivisibile la tesi sostenuta in gravame secondo la quale dalla combinazione di tali disposizioni discende la regola che la competenza alla nomina del nucleo di valutazione spetta al consiglio comunale, in qualità di organo di indirizzo politico-amministrativo dell’ente, e non al sindaco, che è semplicemente l’organo responsabile dell’amministrazione generale del comune ed il suo massimo rappresentante.
Osserva il Collegio che, se a termini dell’art. 14, comma 3, del d.lgs. n. 150/2009 l’organismo di valutazione deve essere nominato “dall’organo di indirizzo politico-amministrativo”, d’altra parte è la stessa legge, con l’art. 42, comma 1, del d.lgs. n. 267/2000, che qualifica espressamente come organo di indirizzo politico-amministrativo il consiglio comunale, con la conseguenza di individuare per le amministrazioni comunali tale organo come quello competente alla nomina.
Tale esegesi, tra l’altro, è in linea con il principio secondo cui la competenza attribuita ai consigli comunali è circoscritta agli atti fondamentali di natura programmatoria o aventi un elevato contenuto di indirizzo politico (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 09.06.2008 n. 2832 e 31.01.2007 n. 383), se letto alla luce del chiaro enunciato dell’art. 15 del d.lgs. n. 150/2009, che attribuisce appunto all’organo di indirizzo politico-amministrativo dell’ente anche compiti di alta programmazione in materia di miglioramento della performance.
Ne discende che la nomina del componente del nucleo di valutazione doveva essere effettuata dal consiglio comunale e non dal sindaco, con conseguente illegittimità degli atti impugnati (decreto di nomina e norma regolamentare) che pertanto vanno annullati (TAR Campania-Napoli, Sez. I, sentenza 28.03.2012 n. 1510 -
link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOSolo il consiglio comunale nomina il nucleo di valutazione. La decisione del Tar Campania.
L'ALTRO ORIENTAMENTO/ Secondo Anci, Civit e Corte dei conti la scelta è invece nella competenza del primo cittadino.

Il
TAR Campania-Napoli, Sez. I, sentenza 28.03.2012 n. 1510, ha ritenuto illegittimo, per incompetenza, il provvedimento di nomina dei componenti del nucleo di valutazione di un ente locale, nel caso in cui sia stato adottato dal sindaco e non dal Consiglio comunale.
Secondo la sentenza del tribunale amministrativo campano, infatti, dal combinato disposto di cui agli articoli 14, comma 3, del Dlgs 150/2009 e 42, comma 1, del Dlgs 267/2000, discende la regola che la competenza alla nomina dei componenti del nucleo di valutazione spetta al Consiglio comunale, in qualità di organo di indirizzo politico-amministrativo dell'ente e non al Sindaco, che è semplicemente l'organo responsabile dell'amministrazione generale del Comune e il suo massimo rappresentante.
La sentenza ha osservato che, se ex articolo 14, comma 3, del Dlgs 150/2009 l'organismo di valutazione deve essere nominato «dall'organo di indirizzo politico-amministrativo», questi, ex articolo 42, comma 1, del Dlgs 267/2000, non può che essere identificato nel Consiglio comunale, con la conseguenza di individuare per le amministrazioni comunali tale organo come quello competente alla nomina.
La tesi è tuttavia in contrasto con quanto finora affermato non solo dall'Anci ma anche dalla stessa Civit e dalla Corte dei Conti. Se per le amministrazioni dello Stato, infatti, la materia è regolata dall'articolo 14 del citato Dlgs è pur vero che le interpretazioni "univoche" (Anci, Civit e Corte Conti Controllo della Lombardia) ritengono che l'articolo 14 del Dlgs 150/2009 non sia operante per gli enti locali. La magistratura contabile, infatti, evidenzia come ai sensi dell'articolo 16 della riforma-Brunetta, risulti di immediata e diretta applicazione all'ordinamento locale solo l'articolo 11, commi 1 e 3. Sono, invece, disposizioni di principio alle quali gli ordinamenti di comuni e province debbono essere adeguati, quelle contenute negli articoli 3, 4, 5, comma 2, 7, 9 e 15, comma 1.
Il Dlgs 150/2009 non prevede alcun obbligo a carico degli enti locali di applicare l'articolo 14, che disciplina appunto gli Oiv anche in considerazione che l'articolo 14, comma 2, della riforma-Brunetta «sostituisce i servizi di controllo interno, comunque denominati, di cui al decreto legislativo 30.07.1999, n. 286»: il Dlgs 286/1999 ha sempre trovato applicazione in via esclusiva nelle sole amministrazioni statali e mai in via diretta presso gli enti locali. Non si capisce, dunque, sulla base di quali fondamenti sia emersa la teoria secondo la quale l'articolo 14 sia direttamente applicabile agli enti locali facendo recedere il potere normativo degli stessi in un ambito quale quello organizzativo (articolo Il Sole 24 Ore dell'11.04.2012 - tratto da www.corteconti.it).

COMPETENZE GESTIONALIE' legittima l'ordinanza di demolizione, di opera abusiva, sottoscritta dal segretario comunale laddove allo stesso il sindaco ha attribuito la direzione del 4° settore, competente in materia di edilizia privata.
Con l’ultimo motivo la ricorrente deduce la violazione dell’art. 97 D.Lgs. 267/2000, per incompetenza del segretario comunale a disporre l’ordine di demolizione.
Ai sensi dell’art. 97, comma 4, lett. d), del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267, il segretario comunale esercita ogni altra funzione attribuitagli dallo statuto o dai regolamenti, o conferitagli dal sindaco.
Nel caso di specie, conformemente all’art. 47 dello statuto del comune di Varazze (a mente del quale il segretario generale è responsabile, insieme agli altri dirigenti, dell’attività “di gestione” dell’ente), con provvedimento 17.06.2009, n. 14 (doc. 2-bis delle produzioni 18.07.2011 di parte comunale), il sindaco ha attribuito al segretario comunale la direzione del 4° settore, competente in materia di edilizia privata.
Donde l’infondatezza del dedotto vizio di incompetenza (cfr., per fattispecie analoghe, TAR Piemonte, II, 04.11.2008, n. 2739; TAR Calabria-Catanzaro, II, 04.05.2005, n. 415; TAR Lazio-Roma, II, 05.03.2004, n. 2140)
(TAR Liguria. Sez. I, sentenza 23.03.2012 n. 423 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIL'adozione degli atti di rilascio di concessione edilizia è ora di competenza esclusiva ed immediata dei dirigenti comunali.
L'esercizio dei medesimi da parte di un soggetto diverso determina l'incompetenza assoluta ed esecutiva.

Ai sensi dell'art. 6, comma 2, lett. h), l. 15.05.1997 n. 127 l'adozione degli atti di rilascio di concessione edilizia è ora di competenza esclusiva ed immediata dei dirigenti comunali.
L'esercizio dei medesimi da parte di un soggetto diverso determina l'incompetenza assoluta ed esecutiva (TAR Liguria, sez. I, 22.03.1998, n. 65) (TAR Liguria. Sez. I, sentenza 23.03.2012 n. 414 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - URBANISTICA: Provvedimenti repressivi di abusi edilizi: competenza del dirigente e non del Sindaco.
Lottizzazione abusiva: disciplina prevista dall’art. 18 della L. n. 47 del 1985.
Lottizzazione abusiva: provvedimento di sospensione dei lavori per pretesa lottizzazione.

Rientra nella competenza del dirigente di un Comune -e non già del Sindaco- l’adozione di provvedimenti repressivi di abusi edilizi, a nulla rilevando che le norme di cui alla l. n. 142/1990 in materia di competenze, rispettivamente, dei vertici politici e dei dirigenti non abbiano ricevuto ancora la necessaria attuazione nell’ambito del Comune (nella specie si trattava del Comune di Napoli), nel caso in cui risulti che lo statuto comunale preveda la competenza dei dirigenti comunali all’emanazione dei provvedimenti di autorizzazione, licenze, concessioni e di tutti gli atti che impegnano l’Amministrazione verso l’esterno e risulti comunque che i provvedimenti in questione sono stati emanati dopo la entrata in vigore della l. n. 191/1998, il cui art. 2, al comma 12, ha trasferito ai dirigenti la competenza ad adottare i provvedimenti repressivi in materia di abusivismo edilizio di competenza del Sindaco.
Il bene giuridico protetto dall’art. 18 della l. n. 47/1985, descrivente le caratteristiche della lottizzazione abusiva, non è tanto o solo la tutela dell’interesse al rispetto della pianificazione urbanistica, quanto, invece, la tutela dell’interesse all’effettività del controllo del territorio da parte del soggetto pianificatore (cioè gli organi comunali) tenuto a reprimere qualsiasi intervento lottizzatorio che non sia stato previamente assentito.
E’ ravvisabile l’ipotesi di lottizzazione abusiva cartolare o negoziale, ai sensi dell’art. 18 della l. n. 47/1985, solamente quando sussistono elementi precisi ed univoci da cui possa ricavarsi oggettivamente l’intento di asservire all'edificazione un’area non urbanizzata (1). Pertanto, ai fini dell’accertamento della sussistenza dei presupposti di cui all’art. 18 della l. n. 47/1985, non è sufficiente il mero riscontro del frazionamento di un terreno collegato a plurime vendite, ma sussiste anche la necessità di acquisire un sufficiente quadro indiziario dal quale sia possibile desumere in maniera non equivoca la destinazione a scopo edificatorio degli atti posti in essere dalle parti (2), giustificandosi l’adozione del provvedimento repressivo anche a fronte della dimostrazione della sussistenza di almeno uno degli elementi precisi e univoci a tal fine occorrenti (3).
La cosiddetta lottizzazione cartolare o negoziale, ossia il tipo di lottizzazione che si realizza sulla base non tanto della realizzazione di alcune opere, quanto del frazionamento contrattuale di un vasto terreno con la creazione di lotti sufficienti per la costruzione di un singolo edificio, può concretizzare in astratto già di per sé il fenomeno della lottizzazione abusiva, purché si possa desumere in modo non equivoco dalle dimensioni e dal numero dei lotti, dalla natura del terreno, dall’eventuale revisione di opere di urbanizzazione e dalla loro destinazione a scopo edificatorio (4).
E’ illegittimo un provvedimento che ha ingiunto ai proprietari la sospensione di opere ritenute preordinate alla lottizzazione abusiva di terreni nel caso in cui, nel relativo provvedimento, non sia contenuta alcuna precisazione circa la consistenza dei lotti e lo stato dei terreni, né si faccia riferimento alla creazione di opere di urbanizzazione e ci si riferisca invece genericamente all’esistenza di strade, recinzioni dei lotti ed edificazioni, elementi questi oggettivamente del tutto insufficienti.
L’individuazione della lottizzazione abusiva presuppone l’accertamento di una serie di elementi, accertamento che implica indagini complesse che impongono la necessaria partecipazione dei soggetti interessati al relativo procedimento, per cui deve essere consentita ad essi la proposizione delle rispettive osservazioni e deduzioni (5); è pertanto illegittimo un provvedimento di sospensione dei lavori per asserita lottizzazione abusiva non preceduto da comunicazione di avvio del procedimento ai proprietari interessati, ove non sussistano esigenze di indifferibilità ed urgenza che avrebbero potuto giustificare l’omissione di detta comunicazione.
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(1) Cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 11.10.2006 n. 6060 e Sez. V, 13.09.1991 n. 1157
(2) Cfr. Cons. Stato, Sez. V, 20.10.2004, n. 6810
(3) Cfr. Cons. Stato, Sez. V, 14.05.2004, n. 3136
(4) Cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 11.09.2006, n. 6060
(5) Cfr. Cons. Stato, Sez. V, 11.05.2004 n. 2953, 29.01.2004 n. 296 e 23.02.2000 n. 948
(
massima tratta da www.regione.piemonte.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 12.03.2012 n. 1374 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALIE' legittima l’ordinanza adottata dal dirigente con cui il Comune ha ingiunto la rimozione e lo smaltimento di rifiuti speciali pericolosi abbandonati lungo la strada.
Invero, la previsione di cui al comma 3 dell’art. 192 del d.lgs. 03.04.2006, n. 152 (che prevede che il sindaco adotti l’ordinanza per le ipotesi di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti) va letta alla luce dell’evoluzione normativa in tema di distinzione fra le competenze della componente politico-amministrativa e quelle della componente gestionale, con la conseguenza che l’adozione dell’ordinanza in parola non è illegittima se adottata dal dirigente o funzionario addetto al relativo settore; il Collegio, invero, reputa tale interpretazione la più corretta, pur non ignorando che una parte della giurisprudenza amministrativa è di contrario avviso, ritenendo che la norma sopra richiamata abbia attribuito espressamente al sindaco il potere di emanare le ordinanze di rimozione dei rifiuti abbandonati.

Quanto al primo motivo di ricorso, si osserva che il lamentato profilo di incompetenza relativa deve ritenersi non sussistente poiché la previsione di cui al comma 3 dell’art. 192 del d.lgs. 03.04.2006, n. 152 (che prevede che il sindaco adotti l’ordinanza per le ipotesi di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti) va letta alla luce dell’evoluzione normativa in tema di distinzione fra le competenze della componente politico-amministrativa e quelle della componente gestionale, con la conseguenza che l’adozione dell’ordinanza in parola non è illegittima se adottata dal dirigente o funzionario addetto al relativo settore (TAR Sardegna Cagliari, sez. II, 04.11.2009, n. 1598; TAR Puglia Lecce, sez. I, 07.02.2008, n. 375); il Collegio, invero, reputa tale interpretazione la più corretta, pur non ignorando che una parte della giurisprudenza amministrativa è di contrario avviso, ritenendo che la norma sopra richiamata abbia attribuito espressamente al sindaco il potere di emanare le ordinanze di rimozione dei rifiuti abbandonati (TAR Toscana Firenze, sez. II, 13.10.2010, n. 6453; TAR Calabria Catanzaro, sez. I, 20.10.2009, n. 1118)
(TAR Puglia-Lecce, Sez. II, sentenza 08.03.2012 n. 461 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Vendita di quotidiani libera? La presa d'atto della Giunta non basta. Serve la delibera del Consiglio Comunale.
E' illegittima, per incompetenza, una deliberazione adottata dalla Giunta comunale, con cui, per effetto dell'entrata in vigore dei cc.dd. decreti Bersani l'esecutivo comunale ha preso atto dell'avvenuta liberalizzazione del settore della vendita di quotidiani e periodici; e, quindi, sul presupposto che tale attività non fosse più soggetta a limitazioni, ha stabilito che essa può essere svolta in base a D.I.A. a efficacia immediata.
I ricorrenti, titolari di rivendite di quotidiani e periodici, hanno impugnato la delibera con cui la Giunta comunale aveva "preso atto" dell’avvenuta liberalizzazione del settore della vendita di quotidiani e periodici, contestualmente stabilendo che la stessa poteva essere svolta in base a dichiarazione di inizio di attività a efficacia immediata.
Hanno eccepito l’illegittimità del menzionato provvedimento sia sotto il profilo dell’incompetenza dell’organo giuntale, sia in relazione alla circostanza per cui l’attività di vendita di quotidiani e periodici non sarebbe rientrata tra quelle oggetto di liberalizzazione.
Costituitasi in giudizio, la P.A. comunale ha eccepito, in via preliminare, il difetto di legittimazione e interesse dei ricorrenti.
Il TAR di Latina, con riferimento alle menzionate eccezioni di inammissibilità, ne ha rilevato l’infondatezza sulla scorta della considerazione per cui non vi era alcun dubbio che i ricorrenti, incontestatamente operatori del mercato della vendita dei quotidiani e periodici, fossero stati indiretti destinatari di una delibera –qual è quella gravata- che aveva comunque inciso direttamente e non solo potenzialmente i propri interessi.
Sicché, rintracciando la legittimazione al ricorso dei deducenti, ha ancora precisato come gli stessi avrebbero tratto vantaggio dal suo eventuale accoglimento, atteso che la mancata apertura del mercato ad altri operatori li avrebbe sottratti alla pressione concorrenziale.
Nel merito, il ricorso è stato accolto.
Con riferimento alla dedotta incompetenza della Giunta comunale, i deducenti hanno eccepito che la delibera impugnata avrebbe dovuto essere adottata dal Consiglio comunale, in quanto integrante un atto avente contenuto pianificatorio dell’attività di vendita dei giornali.
Il Collegio ha premesso che la delibera in questione possedeva un contenuto composito: la stessa, infatti, per una parte, sembrava limitarsi a "prendere atto" di una liberalizzazione dell’attività di vendita dei giornali; per l’altra, e nel presupposto di questa liberalizzazione, disponeva la formale abrogazione di ogni regolamentazione comunale che si fosse posta in contrasto con la normativa introduttiva delle liberalizzazioni, contestualmente assoggettando l’attività al regime della dichiarazione di inizio di attività.
Il provvedimento, quindi, anche se apparentemente circoscritto alla presa d’atto di un effetto (liberalizzazione dell’attività), a opinione dell’adito G.A. possedeva anche un contenuto dispositivo di tipo programmatorio che, in linea di principio, esula dai poteri della Giunta comunale.
Da qui la condivisione della dedotta illegittimità, per incompetenza, dell’impugnata deliberazione.
A tanto si soggiunga come il giudicante ha accolto l’ulteriore censura mossa dai ricorrenti che, con riferimento alla medesima delibera, hanno eccepito l’erroneo accostamento da parte dell’amministrazione dell’attività di vendita di quotidiani e periodici con le attività economiche oggetto di liberalizzazione.
Sul proposito, l’adito TAR, in relazione ai decreti “Bersani”, dopo aver rilevato che il D.L. n. 7/2007 non recava alcuna disposizione concernente l’attività in parola, ha affrontato il problema se la vendita di giornali avesse potuto essere ricondotta fra le attività di cui all’art. 3, D.L. n. 223/2006 che, per individuare l’ambito delle liberalizzazioni da esso introdotte, rinviava alle attività commerciali di cui al D.Lgs. n. 114/1998.
Orbene, il Collegio ha precisato che la tesi della riconducibilità dell’attività di vendita di giornali alle previsioni del D.Lgs. n. 114/1998 poteva esser basata sul rilievo per cui, in termini generali, l’art. 4 non contempla la stessa tra le attività commerciali cui le sue disposizioni non sono applicabili.
Tanto, del resto, poteva trovare conferma nella successiva previsione dell’art. 13 che, stabilendo alle rivendite di giornali l’inapplicabilità del titolo relativo agli orari di vendita, implicitamente avrebbe confermato l’applicabilità delle altre disposizioni e quindi la riconducibilità dell’attività di vendita dei giornali nell’ambito del D.L. n. 223/2006.
Tuttavia, il TAR di Latina non ha mancato di sottolineare come siffatti argomenti avessero comunque trovato smentita nel D.Lgs. n. 170/2001 (Riordino del sistema di diffusione della stampa quotidiana e periodica) che, dopo aver istituito e disciplinato un sistema distributivo imperniato su una programmazione comunale basata su piani di localizzazione di punti di vendita esclusivi e punti vendita non esclusivi, aveva stabilito nell’art. 9 che "per quanto non previsto dal presente decreto si applica il decreto legislativo 31.03.1998, n. 114".
Cosicché, considerato che la disposizione in questione stabiliva che il D.Lgs. n. 114/1998 si applicasse solo residualmente alla vendita dei giornali, il G.A. ha desunto come la medesima attività non rientrasse in via diretta nell’ambito applicativo dell’art. 3, D.L. n. 223/2006.
Detto argomento, del resto, a opinione del Collegio, ha trovato una spiegazione nella circostanza per cui il sistema di vendita previsto dal D.Lgs. n. 170/2001 ha, in linea di principio, tra i suoi obiettivi quello di garantire, a tutela del pluralismo dell’informazione, la distribuzione di tutte le pubblicazioni edite in Italia attraverso l’imposizione ai titolari dei punti di vendita esclusivi dell’obbligo di garantire la cd. "parità di trattamento" delle diverse testate.
Per siffatte ragioni, il ricorso è stato accolto, con conseguente declaratoria dell’illegittimità dell’impugnata deliberazione (commento tratto da www.ipsoa.it - TAR Lazio-Latina, sentenza 02.03.2012 n. 181 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALIAmbiente - Procedimenti finalizzati al trattamento dei rifiuti - Competenza comunale - Non sussiste - Competenza provinciale - Sussiste.
La competenza in materia di procedimenti finalizzati al trattamento dei rifiuti è riservata in via esclusiva alla Provincia e non alle amministrazioni comunali che, per il tramite del sindaco pro tempore, possono intervenire soltanto attraverso provvedimenti contingibili e urgenti necessari per la tutela della salute.
Ed infatti, ai sensi dell'art. 197 del D.Lgs. n. 152 del 2006 "alle province competono in linea generale le funzioni amministrative concernenti la programmazione ed organizzazione del recupero e dello smaltimento dei rifiuti (…) ed in particolare (…) b) il controllo periodico su tutte le attività di gestione, di intermediazione e di commercio dei rifiuti, ivi compreso l'accertamento delle violazioni (…) c) la verifica ed il controllo dei requisiti previsti per l'applicazione delle procedure semplificate (…)" (cfr. Consiglio di Stato, V, 12.06.2009, n. 3765; II, parere 24.10.2007, n. 2210 e TAR Lombardia, Milano, IV, 08.06.2010, n. 1758).
(Fattispecie nella quale il Tribunale ha annullato il provvedimento comunale con cui la ricorrente era stata diffidata a non proseguire le operazioni di montaggio dell'impianto di rigassificazione, trattamento dei rifiuti e recupero energetico già autorizzato in ambito provinciale) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 20.02.2012 n. 571 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALIGli incarichi di assistenza legale sono competenza solo dei dirigenti. Consiglio di Stato. Stop al sindaco nelle amministrazioni che hanno l'avvocatura.
Gli incarichi di assistenza legale negli enti locali che hanno l'avvocatura devono essere conferiti esclusivamente dal dirigente della stessa e non dal sindaco.
È l'importante e, per molti aspetti innovativa, indicazione contenuta nella
sentenza 14.02.2012 n. 730 del Consiglio di Stato (Sez. V).
Sulla base di questo principio viene messa in discussione la legittimità di molti degli incarichi di nomina dei legali delle Pa. Nella pronuncia è inoltre chiarito che i regolamenti di organizzazione di Comuni e Province non possono limitare l'autonomia dell'avvocatura.
Si chiarisce espressamente che «il rappresentante legale dell'ente manifesta la volontà di costituirsi in un eventuale giudizio, ma non può anche provvedere (né lui né la Giunta) alla nomina del difensore, né interno, cosa che compete sicuramente al capo dell'ufficio legale, né esterno, vicenda che si articola, innanzitutto, in una dichiarazione che sussistono elementi per poter affidare la difesa tecnica all'esterno ad opera dell'ufficio legale e successiva nomina del difensore del libero foro, che compete necessariamente al capo dell'ufficio legale, trattandosi di un vero e proprio contratto di prestazione intellettuale, ricadente come tale nelle attività gestionali di competenza dei dirigenti dell'amministrazione».
Come si vede, la sentenza innova la giurisprudenza precedente, secondo cui il rappresentante legale dell'ente, cioè il sindaco o il presidente della provincia, può scegliere il legale o quanto meno concorrere alla sua scelta. Il che obbliga la stragrande maggioranza delle amministrazioni a modificare regolamenti e abitudini.
La sentenza stabilisce i termini della «sottoposizione dell'ufficio legale alle direttive e agli ordini del direttore generale, il quale, se certamente può intervenire a coordinare gli uffici (tutti gli uffici, anche quello legale), non può indubbiamente interferire sull'organizzazione interna e sulle modalità di organizzazione del lavoro, innanzitutto perché si tratta di un'attività tecnica (in senso giuridico) e, poi, perché gli uffici legali degli enti pubblici devono godere di quella particolare autonomia di pensiero e di organizzazione che sola può consentire l'esplicazione corretta e proficua della loro attività». Viene così riaffermata con nettezza l'autonomia di cui devono godere gli uffici legali delle Pa locali.
Ciò significa che gli enti hanno un'ampia discrezionalità che non può essere messa in discussione, ma va esercitata «nel rispetto delle statuizioni esistenti e, in particolare, delle guarentigie attribuite a determinate categorie di soggetti operanti nell'ambito della pubblica amministrazione». Tra esse occorre fare riferimento, alla necessità che l'avvocatura delle Pa non sia «sottoposta né a condizionamenti, né a valutazioni che possano in qualche modo svilirne il modo di essere» (articolo Il Sole 24 Ore del 06.03.2012 - tratto da www.ecostampa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Il Sindaco e il Presidente della Provincia hanno la rappresentanza in giudizio dell'Ente Locale senza necessità di preventiva autorizzazione salvo diversa previsione statutaria.
Negli enti locali, nella vigenza della legge n. 142/1990, il potere di autorizzazione a stare in giudizio era di competenza della Giunta Comunale e il potere di conferire la procura del Sindaco (Cass. civ., sez. I, 21.12.2002 n. 18224 e 10.09.2003 n.13218).
Dopo l’entrata in vigore del Testo Unico Enti Locali (d.lgs. n. 267/2000), la giurisprudenza ha affermato che la rappresentanza in giudizio dell’ente locale spetta al Sindaco o al Presidente della Provincia, senza necessità di preventiva autorizzazione a stare in giudizio, e ciò salvo diversa previsione dello Statuto, il quale può sia prevedere la necessità della persistenza dell’autorizzazione, attribuendone il relativo potere, sia affidare la rappresentanza dell’ente ad un dirigente, o anche al dirigente dell’ufficio legale, con riferimento all’intero contenzioso (Cass. Sez. Un., 27.06.2005 n. 13710; Cons. St., sez. V, 07.09.2007 n. 4721; Cass. civ., sez. I, 13.01.2010 n. 387; sez. III, 05.08.2010 n. 18158) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 10.02.2012 n. 701 - massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: La competenza ad adottare l’ordinanza di demolizione –già attribuita al sindaco dall’art. 7 della legge 28.2.1985, n. 47- è stata definitivamente trasferita ai dirigenti a seguito dell’entrata in vigore dell'art. 2, comma 12, l. 18.06.1998, n. 191.
Il ricorso è fondato, sotto l’assorbente profilo, dedotto con il primo motivo di ricorso, concernente l’incompetenza del sindaco a disporre la demolizione.
In effetti, la competenza ad adottare l’ordinanza di demolizione –già attribuita al sindaco dall’art. 7 della legge 28.2.1985, n. 47- è stata definitivamente trasferita ai dirigenti a seguito dell’entrata in vigore dell'art. 2, comma 12, l. 18.06.1998, n. 191 (così TAR Lazio-Latina, I, 05.06.2007, n. 412; id., 24.08.1998, n. 664) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 09.02.2012 n. 264 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Non compete né alla Giunta né al Dirigente conferire il mandato all'avvocato per la difesa dell'Ente Locale, bensì al Sindaco salvo diversa disposizione statutaria.
Nel giudizio in esame il Consiglio di Stato è chiamato, tra l'altro, ad esaminare l'eccezione formulata dall'appellante di asserita incompetenza dell’organo giuntale a decidere di proporre appello avverso la sentenza di primo grado, trattandosi, secondo la tesi dell’appellante, di atto rientrante nella competenza propria dei dirigenti.
Sul punto il Collegio osserva che, secondo un condivisibile orientamento giurisprudenziale, dall’esame degli articoli 35 e 36 della legge 08.06.1990, n. 142, poi trasfusi negli articoli 48, comma 2, e 50, commi 2 e 3, del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267, si ricava il principio secondo cui competente a conferire al difensore del Comune la procura alle lite è il sindaco, non essendo più necessaria l’autorizzazione della Giunta Municipale, atteso che al Sindaco è attribuita la rappresentanza dell’ente (Cass. SS.UU. 10.05.2001, n. 186; 10.12.2002, n. 17550), con la conseguenza che la decisione di agire e resistere in giudizio ed il conferimento del mandato alle liti competono in via ordinaria e salva deroga statutaria, al rappresentante legale dell’ente, senza bisogno di autorizzazione della giunta o dei dirigente competente ratione materiae (C.d.S., sez. V, 18.03.2010, n. 1588; 07.09.2007, n. 4721, 16.02.2009, n. 848; sez. VI, 01.10.2008, n. 4744; 09.06.2006, n. 3452; Cass. civ. sez. I, 17.05.2007, n. 11516), ferma restando tuttavia la possibilità dello statuto (competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio) di prevedere l’autorizzazione della giunta (ovvero di richiedere una preventiva determinazione del dirigente ovvero ancora di postulare l’uno e l’altro intervento) (Cass. SS.UU., 16.06.2005, n. 12868) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 07.02.2012 n. 650 - massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - ESPROPRIAZIONEL’art. 42-bis, VIII comma, del DPR n. 327/2001 prevede che l’istituto dell’acquisizione sanante ivi disciplinato trova applicazione anche ai fatti anteriori all’entrata in vigore della norma ed anche se vi è già stato un provvedimento di acquisizione successivamente annullato, previa, comunque, rinnovazione della valutazione di attualità e prevalenza dell'interesse pubblico a disporre l'acquisizione (da effettuarsi da parte dell’organo competente ex lege) e condizionatamente, altresì, alla corresponsione al proprietario di un indennizzo per i pregiudizi patrimoniale e non patrimoniale determinati, il primo “in misura corrispondente al valore venale del bene utilizzato per scopi di pubblica utilità”, ed il secondo in misura forfetaria pari al dieci per cento del valore venale del bene; oltre al risarcimento del danno per l’occupazione abusiva da liquidarsi nella misura del cinque per cento sempre in relazione al valore venale del bene.
Ai fini del computo del “valore venale del bene” deve aversi riguardo ai criteri indicati dal medesimo DPR n. 327/2001, il quale stabilisce che nell'ipotesi di espropriazione di un’area non edificabile coltivata (come quella di specie) l’indennità è determinata in relazione al valore agricolo del terreno tenendo conto delle colture effettivamente praticate (art. 40, I comma), a cui va aggiunta un’indennità per il fittavolo pari a quella spettante al proprietario (art. 42).
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E' illegittima, per violazione dell’art. 42, II comma, lett. l), del DLgs n. 267/2000, la delibera di Giunta Comunale con cui è stata rinnovata la valutazione di attualità e prevalenza dell'interesse pubblico a disporre l'acquisizione delle aree di cui è causa: il Consiglio comunale, infatti, è chiamato ad esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilievo generale che si traducono in atti fondamentali di natura programmatoria o aventi elevato contenuto di indirizzo politico, tassativamente elencati, mentre la Giunta ha una competenza residuale in quanto compie tutti gli atti non riservati dalla legge al Consiglio o non ricadenti nelle competenze, previste dalle leggi o dallo statuto, del Sindaco o di altri organi.
In quest'ottica, pertanto, va affermata la competenza del Consiglio comunale, e non della Giunta, in materia di alienazioni ed acquisiti immobiliari, giusta, altresì, la puntuale determinazione contenuta nel richiamato art. 42, II comma, lett. l), del DLgs n. 267/2000.

... considerato:
- che, pregiudizialmente, il collegio non ritiene di condividere l’eccezione di incostituzionalità dell’art. 42-bis del DPR n. 327/2001, atteso che i principi comunitari impongono che i modi di acquisto della proprietà siano previsti –e nel nostro ordinamento sono previsti– dalla legge e che il proprietario espropriato sia congruamente risarcito;
- che, in punto di diritto, va premesso che l’art. 42-bis, VIII comma, del DPR n. 327/2001 prevede che l’istituto dell’acquisizione sanante ivi disciplinato trova applicazione anche ai fatti anteriori all’entrata in vigore della norma ed anche se vi è già stato un provvedimento di acquisizione successivamente annullato, previa, comunque, rinnovazione della valutazione di attualità e prevalenza dell'interesse pubblico a disporre l'acquisizione (da effettuarsi da parte dell’organo competente ex lege) e condizionatamente, altresì, alla corresponsione al proprietario di un indennizzo per i pregiudizi patrimoniale e non patrimoniale determinati, il primo “in misura corrispondente al valore venale del bene utilizzato per scopi di pubblica utilità”, ed il secondo in misura forfetaria pari al dieci per cento del valore venale del bene; oltre al risarcimento del danno per l’occupazione abusiva da liquidarsi nella misura del cinque per cento sempre in relazione al valore venale del bene;
- che ai fini del computo del “valore venale del bene” deve aversi riguardo ai criteri indicati dal medesimo DPR n. 327/2001, il quale stabilisce che nell'ipotesi di espropriazione di un’area non edificabile coltivata (come quella di specie) l’indennità è determinata in relazione al valore agricolo del terreno tenendo conto delle colture effettivamente praticate (art. 40, I comma), a cui va aggiunta un’indennità per il fittavolo pari a quella spettante al proprietario (art. 42);
- che nel determinare gli importi dovuti a titolo indennitario e risarcitorio per la disposta acquisizione l’impugnato provvedimento appare rispettoso delle prescrizioni commisuratorie individuate dal predetto art. 42-bis del DPR n. 327/2001 con riguardo al valore dei beni abusivamente utilizzati dal Comune di Colognola ai Colli, fatta eccezione per l’indennità aggiuntiva dovuta al fittavolo, di cui non pare essersi tenuto conto;
- che, nel merito, è fondato il motivo di censura con cui i ricorrenti denunciano l’illegittimità, per violazione dell’art. 42, II comma, lett. l), del DLgs n. 267/2000, della delibera giuntale n. 113/2011 con cui è stata rinnovata la valutazione di attualità e prevalenza dell'interesse pubblico a disporre l'acquisizione delle aree di cui è causa: il Consiglio comunale, infatti, è chiamato ad esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilievo generale che si traducono in atti fondamentali di natura programmatoria o aventi elevato contenuto di indirizzo politico, tassativamente elencati, mentre la Giunta ha una competenza residuale in quanto compie tutti gli atti non riservati dalla legge al Consiglio o non ricadenti nelle competenze, previste dalle leggi o dallo statuto, del Sindaco o di altri organi.
In quest'ottica, pertanto, va affermata la competenza del Consiglio comunale, e non della Giunta, in materia di alienazioni ed acquisiti immobiliari, giusta, altresì, la puntuale determinazione contenuta nel richiamato art. 42, II comma, lett. l), del DLgs n. 267/2000: con correlata illegittimità derivata del consequenziale provvedimento dirigenziale, analogamente impugnato (TAR Veneto, Sez. I, sentenza 31.01.2012 n. 96 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALIL’art. 9 della legge 447/1995 attribuisce espressamente al Sindaco il potere di adottare ordinanze per il contenimento o l’abbattimento delle emissioni sonore, inclusa l’inibitoria parziale o totale di determinate attività. Si tratta di un potere sostanzialmente analogo a quello attribuito al Sindaco dal D.Lgs. 267/2000 (Testo Unico degli Enti Locali), agli articoli 50 e 54 e che pertanto deve essere esercitato dal Sindaco stesso, con esclusione della competenza dei dirigenti, cui spetta invece l’adozione di tutti gli atti di gestione del Comune, ai sensi dell’art. 107 del medesimo D.Lgs. 267/2000.
Con una ulteriore censura si assume l’illegittimità dell’ordinanza impugnata che sarebbe stata adottata, invece che dal Sindaco, dal dirigente, non considerandosi la sua natura di atto contingibile e urgente, secondo la previsione dell’art. 9 della legge n. 447 del 1995; oltretutto tale provvedimento sarebbe stato adottato in base a rilievi fonometrici effettuati molto tempo prima e non rinnovati in prossimità dell’emanazione dell’atto di sospensione: ciò ne dimostrerebbe la non urgenza e la non attualità.
Anche tale doglianza è fondata.
Con riferimento all’asserita incompetenza del dirigente ad adottare tale atto, va richiamata la giurisprudenza della Sezione secondo cui “l’art. 9 della legge 447/1995 attribuisce espressamente al Sindaco il potere di adottare ordinanze per il contenimento o l’abbattimento delle emissioni sonore, inclusa l’inibitoria parziale o totale di determinate attività. Si tratta di un potere sostanzialmente analogo a quello attribuito al Sindaco dal D.Lgs. 267/2000 (Testo Unico degli Enti Locali), agli articoli 50 e 54 e che pertanto deve essere esercitato dal Sindaco stesso, con esclusione della competenza dei dirigenti, cui spetta invece l’adozione di tutti gli atti di gestione del Comune, ai sensi dell’art. 107 del medesimo D.Lgs. 267/2000” (TAR Lombardia, Milano, IV, 01.07.2009, n. 4225)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 23.01.2012 n. 256 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATACon riguardo alla pretesa incompetenza del funzionario delegato che ha adottato l’atto di annullamento del permesso di costruire (di competenza dirigenziale) “non è configurabile un vizio di incompetenza ove si sia in presenza non di un atto di delega di funzioni amministrative, ma di una mera delega interorganica o di firma, che, senza alterare l'ordine delle competenze stabilito dalla legge, attribuisca al soggetto delegato il potere di sottoscrivere atti che continuano ad essere, sostanzialmente, atti dell'autorità delegante e non di quella delegata".
Con riguardo alla pretesa incompetenza del funzionario delegato che ha adottato l’atto di annullamento del permesso di costruire (di competenza dirigenziale) “Non è configurabile un vizio di incompetenza ove si sia in presenza non di un atto di delega di funzioni amministrative, ma di una mera delega interorganica o di firma, che, senza alterare l'ordine delle competenze stabilito dalla legge, attribuisca al soggetto delegato il potere di sottoscrivere atti che continuano ad essere, sostanzialmente, atti dell'autorità delegante e non di quella delegata" (cfr. TAR Brescia, Sez. II, 20.05.2010, n. 2070; TAR Toscana, Sez. III, 18.12.2002, n. 3372).
Anche nel caso di specie (come già in quelli trattati con le richiamate sentenze della Sezione), stante la delega di firma disposta con atto 01.10.2008, prot. 54397 -rispetto al quale non sono dedotte specifiche censure- il provvedimento adottato dal geom. ... è senz’altro imputabile alla competenza del dirigente del settore urbanistica e difesa del territorio dell’amministrazione provinciale di Imperia
(TAR Liguria, Sez. I, sentenza 20.01.2012 n. 161 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: La competenza ad emettere l'ordinanza di rimozione dei rifiuti in un'area interessata da deposito abusivo spetta al dirigente dell'ufficio tecnico a ciò proposto.
Anche a voler aderire all’orientamento che reputa competente il sindaco all’adozione di siffatto tipo di ordinanze, nel caso di specie, trattandosi –a ben vedere– di un provvedimento vincolato (che l’Amministrazione Comunale adotta una volta accertati i presupposti indicati dalla legge, non essendo prevista alcuna valutazione comparativa di interessi), trova applicazione l’art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241/1990, secondo cui l’atto impugnato non è comunque annullabile per il vizio in esame quando il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
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I presupposti per poter emettere l’ordine di rimozione di cui all'art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006 sono da ravvisare nell’esistenza di un rapporto, anche di mero fatto, tra il bene immobile oggetto dell’illecito abbandono di rifiuti ed il destinatario dell’ordine predetto, nonché nell’imputabilità a quest’ultimo della relativa responsabilità a titolo di dolo o colpa.
Costituisce un’ipotesi di colpa ai sensi dell'art. 192 del d.lgs. n. 152 del 2006, anche l’atteggiamento omissivo del proprietario che non predispone le cautele necessarie ad evitare il danno (omessa recinzione del suolo, omessa denuncia all'autorità, ecc.), di per sé atto ad escludere il configurarsi di una responsabilità oggettiva.

La censura di incompetenza del dirigente che ha adottato l’atto impugnato non convince per due ordini di ragioni.
In primo luogo, il Collegio, pur consapevole del fatto che non mancano pronunce contrastanti sul punto, ritiene di dover aderire all’orientamento giurisprudenziale secondo cui la competenza ad emettere l'ordinanza di rimozione dei rifiuti in un'area interessata da deposito abusivo spetta al dirigente dell'ufficio tecnico a ciò proposto (Cons. Stato, sez. V, 12.06.2009, n. 3765; TAR Sardegna, sez. II, 04.11.2009, n. 1598).
In secondo luogo, anche a voler aderire all’orientamento che reputa competente il sindaco all’adozione di siffatto tipo di ordinanze, nel caso di specie, trattandosi –a ben vedere– di un provvedimento vincolato (che l’Amministrazione Comunale adotta una volta accertati i presupposti indicati dalla legge, non essendo prevista alcuna valutazione comparativa di interessi), trova applicazione l’art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241/1990, secondo cui l’atto impugnato non è comunque annullabile per il vizio in esame quando il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
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L’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006 stabilisce che “fatta salva l'applicazione della sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo”.
I presupposti per poter emettere l’ordine di rimozione di cui alla citata norma, quindi, sono da ravvisare nell’esistenza di un rapporto, anche di mero fatto, tra il bene immobile oggetto dell’illecito abbandono di rifiuti ed il destinatario dell’ordine predetto, nonché nell’imputabilità a quest’ultimo della relativa responsabilità a titolo di dolo o colpa.
Al riguardo, si cita una pronuncia della Cassazione Penale, secondo cui costituisce un’ipotesi di colpa ai sensi dell'art. 192 del d.lgs. n. 152 del 2006, anche l’atteggiamento omissivo del proprietario che non predispone le cautele necessarie ad evitare il danno (omessa recinzione del suolo, omessa denuncia all'autorità, ecc.), di per sé atto ad escludere il configurarsi di una responsabilità oggettiva (Cassazione penale, sez. III, 11.03.2008, n. 14747) (TAR Puglia-Lecce, Sez. II, sentenza 02.01.2012 n. 6 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

COMPETENZE GESTIONALI  - INCARICHI PROFESSIONALI: Delibera della Giunta comunale con cui si affida un incarico professionale. Illegittimità per omesso esperimento di una procedura di evidenza pubblica e per incompetenza dell’esecutivo comunale.
E’ illegittima una deliberazione con la quale la Giunta comunale ha affidato ad un ingegnere, in via diretta, l’incarico professionale per la realizzazione del piano strutturale comunale; detto provvedimento, infatti, da una parte, in ossequio ai principi generali di concorrenza "per il mercato", avrebbe dovuto essere adottato dall’ente locale rispettando le regole che presiedono allo svolgimento delle procedure di evidenza pubblica e, dall’altra, è illegittimo per incompetenza della Giunta in quanto, pur trattandosi di una attività di gestione, gli atti del procedimento sono stati adottati non dall’organo burocratico ma dall’organo politico, con conseguente violazione dell’art. 107 del D.lgs. n. 267 del 2000 (Testo unico sull’ordinamento degli enti locali) (massima tratta da www.regione.piemonte.it - TAR Calabria-Catanzaro, Sez. I,  sentenza 31.12.2011 n. 1680 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - URBANISTICA: A. Galbiati, La competenza all’approvazione dei piani attuativi conformi dopo il D.L. Sviluppo (link a www.studiospallino.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALIPoteri del Sindaco in materia di sicurezza igienico-sanitaria.
La regolamentazione delle attività di manutenzione delle aree adibite a verde insite sul proprio territorio può essere assunta dal comune nell'ambito delle normali funzioni concernenti lo sviluppo economico e sociale, nonché il governo del territorio, allo stesso assegnate dalla legge.
Qualora tale regolamentazione non sia stata codificata, il potere del comune di richiedere l'immediato sfalcio di un terreno può essere ricompreso, qualora ne sussistano i presupposti, tra le situazioni previste dalla legge per l'emanazione di ordinanze contingibili ed urgenti.

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Il Comune riferisce che, nell'adiacenza di un parco giochi situato accanto al palazzo municipale, insiste un terreno privato non sfalciato da circa due anni. Tale stato di abbandono avrebbe portato al proliferare di zecche, serpenti ed altri rettili che potrebbero facilmente raggiungere il parco giochi frequentato da bambini.
L'Ente chiede di sapere se, a fronte di questa situazione, il Sindaco, in qualità di ufficiale sanitario comunale, possa emettere un'ordinanza volta ad obbligare il proprietario a sfalciare detto terreno. Domanda, inoltre, quali sarebbero le conseguenze in caso di mancato ottemperamento all'ordine.
Rinviando in via preliminare alle lettura dei pareri in materia di ordinanze sindacali precedentemente espressi da questo Ufficio[1], si espone quanto segue.
La regolamentazione delle attività di manutenzione delle aree adibite a verde insite sul proprio territorio può essere assunta dal Comune nell'ambito delle normali funzioni concernenti lo sviluppo economico e sociale, nonché il governo del territorio, allo stesso assegnate dalla legge[2].
In tale contesto, l'Ente può stabilire, per ragioni di sicurezza, igiene e decoro, l'obbligo, in capo ai proprietari o altri aventi titolo su detti terreni, di effettuare lo sfalcio periodico dell'erba. All'eventuale violazione di tale generica prescrizione, il Comune potrà, previa specifica diffida ad adempiere, comminare una determinata sanzione amministrativa e procedere all'esecuzione d'ufficio del provvedimento con spese a carico del cittadino inadempiente[3].
Qualora tale regolamentazione non sia stata codificata, come pare nel caso de quo, il potere del Comune di richiedere l'immediato sfalcio di un terreno può essere ricompreso tra le situazioni previste dalla legge per l'emanazione di ordinanze contingibili ed urgenti.
L'art. 54, comma 4, del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267 (TUEL), attribuisce al sindaco, quale ufficiale di Governo, il potere di adottare provvedimenti, contingibili ed urgenti, nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento, al fine di eliminare e di prevenire gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana.
L'art. 50, comma 5, del TUEL, stabilisce, inoltre, il potere del sindaco, quale rappresentante della comunità locale, di adottare ordinanze contingibili ed urgenti in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica, riprendendo quanto previsto dal legislatore con l'art. 32 della legge 23.12.1978, n. 833 e con l'art. 117 del D.Lgs. 31.03.1998, n. 112.
Pur non potendo entrare nel merito di decisioni di stretta competenza dell'Ente, pare che, tra gli elementi di fatto esposti dal Comune, si possa considerare integrato il requisito del 'grave pericolo', richiesto dalla legge, nella possibilità di morso e di contagio da parte di zecche e rettili ai danni dei bambini frequentanti il parco pubblico.
L'Ente dovrà, quindi, valutare, ai fini del legittimo ricorso allo strumento dell'ordinanza sindacale, se siano integrati anche i presupposti dell'urgenza e della contingibilità[4], con riferimento al momento in cui tale provvedimento sarà preso[5].
Riguardo alle conseguenze dell'eventuale mancato adempimento dell'ordine impartito dal Sindaco con l'ordinanza contingibile ed urgente, il proprietario del terreno dovrà essere contestualmente avvisato che potrà:
- essere denunciato all'autorità giudiziaria per violazione dell'art. 650 del Codice penale[6];
- essere obbligato al pagamento delle spese per lo sfalcio dell'erba operato dal Comune in sua vece[7] ai sensi dell'art. 54, comma 7, del TUEL[8].
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[1] V. pareri prot. 32283 dd. 13.09.2011; 2279 dd. 18.02.2010; 3624 dd. 04.03.2010; 11967 dd. 27.07.2009; 4683 dd. 11.03.2008, consultabili sul Portale del Sistema delle autonomie locali all'indirizzo: http://autonomielocali.regione.fvg.it/aall/opencms/AALL/Servizi/pareri/
[2] V. art. 16 della legge regionale 09.01.2006, n. 1.
[3] V. parere dell'Anci dd. 09.05.2000.
[4] Per urgenza, si deve intendere l'impossibilità di differire l'intervento ad altra data, in relazione alla ragionevole previsione di danno incombente, mentre, per contingibilità, l'impossibilità di provvedere con gli ordinari mezzi offerti dalla legislazione.
[5] V. Consiglio di Stato, sez. V, 11.12.2007, n. 6366: 'il potere di urgenza può essere esercitato solo per affrontare situazioni di carattere eccezionale ed impreviste, costituenti concreta minaccia per la pubblica incolumità, per le quali sia impossibile utilizzare i normali mezzi apprestati dall'ordinamento giuridico e unicamente in presenza di un preventivo accertamento della situazione che deve fondarsi su prove concrete e non su mere presunzioni'.
[6] Art. 650 del Codice penale: 'Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall'autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d'ordine pubblico o d'igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a euro 206'.
[7] V. parere dell'Anci dd. 09.09.2009 in cui si ritiene che, per questi atti, sia d'obbligo avvertire preventivamente l'interessato e che, qualora quest'ultimo si opponga all'intervento, il comune, a seguito della denuncia ex art. 650 C.P., potrà chiedere l'intervento dell'autorità giudiziaria.
[8] Art. 54, comma 7, del TUEL: 'Se l'ordinanza adottata ai sensi del comma 4 è rivolta a persone determinate e queste non ottemperano all'ordine impartito, il sindaco può provvedere d'ufficio a spese degli interessati, senza pregiudizio dell'azione penale per i reati in cui siano incorsi'
(22.11.2011 - link a www.regione.fvg.it).

COMPETENZE GESTIONALI: La competenza del legale rappresentante dell'organismo di gestione dell'area naturale protetta a disporre la riduzione in pristino dei luoghi in caso di attività, inclusa quella edilizia, non conforme al regolamento del Parco, al piano per il Parco, o al nulla osta preventivo, trova fondamento nell'art. 29, l. 06.12.1991 n. 394
La competenza del legale rappresentante dell'organismo di gestione dell'area naturale protetta a disporre la riduzione in pristino dei luoghi in caso di attività, inclusa quella edilizia, non conforme al regolamento del Parco, al piano per il Parco, o al nulla osta preventivo, trova fondamento nell'art. 29, l. 06.12.1991 n. 394 ("legge quadro sulle aree protette") (TAR Campania Salerno, sez. II, 22.04.2003, n. 329) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 16.11.2011 n. 2757 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIIl Direttore generale è un dirigente a tutti gli effetti, anzi è il vertice della struttura dirigenziale comunale e quindi è in grado di adottare tutti gli atti (di gestione) che competono all’apparato burocratico dell’Ente.
La disciplina legislativa configura certamente il direttore generale come funzionario di vertice destinato a fare da tramite tra organi di governo (competenti alla determinazione degli indirizzi ed obiettivi) e organi burocratici dell’ente, (competenti per la gestione); nondimeno, deve sicuramente escludersi che il direttore generale possa ascriversi alla prima delle categorie di organi, siccome, nei comuni, gli organi politici di governo sono tassativamente elencati dall’art. 36 del citato Decreto [n. 267 del 2000, già art. 30 della legge n. 142 del 1990] (il consiglio, la giunta e il sindaco), tutti strettamente legati da rapporto politico-rappresentativo alla collettività di cui l’ente è esponenziale e titolari delle funzioni di indirizzo politico- amministrativo (…). Pertanto, il direttore generale, pur essendo investito di compiti e funzioni che valgono a conferirgli una posizione differenziata rispetto a quella degli altri dirigenti, è esso stesso un dirigente.

Il Direttore generale è un dirigente a tutti gli effetti, anzi è il vertice della struttura dirigenziale comunale e quindi è in grado di adottare tutti gli atti (di gestione) che competono all’apparato burocratico dell’Ente, come sembrerebbe ricavarsi anche dall’art. 26-bis dello Statuto del Comune di Fagnano Olona (all. 6 del Comune). Difatti, il potere di controllo e di vigilanza sulla struttura organica dell’Amministrazione implicano anche la possibilità di intervenire per sostituire o modificare le determinazioni assunte da soggetti allo stesso Direttore generale gerarchicamente subordinati.
In tal senso sembra essere orientata la stessa giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, allorquando ha affermato che “la disciplina legislativa configura certamente il direttore generale come funzionario di vertice destinato a fare da tramite tra organi di governo (competenti alla determinazione degli indirizzi ed obiettivi) e organi burocratici dell’ente, (competenti per la gestione); nondimeno, deve sicuramente escludersi che il direttore generale possa ascriversi alla prima delle categorie di organi, siccome, nei comuni, gli organi politici di governo sono tassativamente elencati dall’art. 36 del citato Decreto [n. 267 del 2000, già art. 30 della legge n. 142 del 1990] (il consiglio, la giunta e il sindaco), tutti strettamente legati da rapporto politico-rappresentativo alla collettività di cui l’ente è esponenziale e titolari delle funzioni di indirizzo politico- amministrativo (…). Pertanto, il direttore generale, pur essendo investito di compiti e funzioni che valgono a conferirgli una posizione differenziata rispetto a quella degli altri dirigenti, è esso stesso un dirigente” (Cassazione civile, sez. un., ord. 12.06.2006, n. 13538) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 10.11.2011 n. 2725 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIL'ordine di demolizione d'un edificio abusivo, essendo un atto sanzionatorio a carattere vincolato, è di competenza del dirigente del settore a seguito della devoluzione, in via generale, delle competenze gestionali del sindaco ai dirigenti del comune operata dagli art. 4 e 51, della riforma della autonomie locali di cui alla L. 08.06.1990 n. 142. Tel principio è stato poi ulteriormente chiarito dalle disposizioni di carattere interpretativo, rispettivamente dell’art. 6, comma 2, l. n. 127 del 1997, e dell’art. 2, l. n. 191 del 1998 con cui il legislatore ha espressamente ricompreso, tra gli atti di gestione, proprio i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi.
La giurisprudenza ha affermato che l'ordine di demolizione d'un edificio abusivo, essendo un atto sanzionatorio a carattere vincolato, è di competenza del dirigente del settore (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 06.03.2000, n. 1149; Consiglio Stato, sez. IV, 24.12.2008, n. 6550) a seguito della devoluzione, in via generale, delle competenze gestionali del sindaco ai dirigenti del comune operata dagli art. 4 e 51, della riforma della autonomie locali di cui alla L. 08.06.1990 n. 142. Tel principio è stato poi ulteriormente chiarito dalle disposizioni di carattere interpretativo, rispettivamente dell’art. 6, comma 2, l. n. 127 del 1997, e dell’art. 2, l. n. 191 del 1998 con cui il legislatore ha espressamente ricompreso, tra gli atti di gestione, proprio i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 27.10.2011 n. 5758 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALISulla facoltà del dirigente di assegnare la responsabilità del procedimento ad altro dipendente addetto all’unità responsabile dell’istruttoria, comprendendo nell’incarico ogni adempimento inerente il procedimento stesso, inclusa l’adozione del provvedimento finale.
Il ricorrente impugna l’ingiunzione (05.06.2009. n. 142207/2009, del Comune di Bologna) a demolire opere edilizie eseguite in parziale difformità dal titolo, in quanto: .. 3) sottoscritta dal funzionario delegato, per il competente Direttore del Settore Urbanistica e Territorio, sulla base di delega (P.G. 103597/2007) illegittima poiché non sufficientemente circoscritta nell’oggetto, nella durata e nei motivi, in violazione dell’art. 17 del D.Lgs. 165/2001.
...
Contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, l’applicazione dell’invocato art. 17 D.lgs. n. 165/2001 agli enti locali non è diretta, ma mediata dalle disposizioni dello Statuto e del Regolamento del personale. L’art. 27 del D.lgs. n. 165/2001 prevede, infatti, che gli ordinamenti locali si adeguino con i propri statuti e regolamenti, nel rispetto delle proprie peculiarità ed autonomia, al principio di separazione delle funzioni di indirizzo da quelle gestionali e amministrative attribuite ai dirigenti.
L’art. 111 del D.lgs. 267/2000 dispone che “gli enti locali, tenendo conto delle proprie peculiarità, nell’esercizio della propria potestà statutaria e regolamentare, adeguano lo statuto e il regolamento ai principi del capo II del D.lgs. N. 29/1993 e successive modificazioni" (oggi D.lgs. 165/2001). Lo statuto del Comune di Bologna specificamente prevede, all’8° comma dell’art. 44 (titolato “Funzione dirigenziale”), che “i dirigenti hanno facoltà di delegare l’esercizio delle funzioni loro spettanti ai responsabili delle strutture in cui si articolano i settori cui sono preposti” e, in tal senso, dispone anche l’art. 13, 5° comma, del “Regolamento sull’ordinamento generale degli uffici e dei servizi”, reiterando, con identica formulazione, quanto già previsto dall’art. 13, 5° comma, del previgente Regolamento approvato il 07/06/2005. Anche gli articoli 5 e 6 della legge 241/1990 legittimano disposizioni statutarie e regolamentari che distinguano le funzioni dirigenziali –di amministrazione finalizzata al conseguimento degli obiettivi– da quelle propriamente amministrative, tecniche e di dettaglio, quindi delegabili, necessarie per la minuta attuazione dei programmi.
Infatti l’art. 5 prevede la facoltà del dirigente di assegnare la responsabilità del procedimento ad altro dipendente addetto all’unità responsabile dell’istruttoria, comprendendo nell’incarico ogni adempimento inerente il procedimento stesso, inclusa l’adozione del provvedimento finale. L’art. 6, alla lettera f), prevede espressamente che tra le competenze del responsabile del procedimento vi è quella di adottare il provvedimento finale (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 26.10.2011 n. 734 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATAVariazione di destinazione d'uso dell'immobile - Istanza - Diniego - Adozione - Sindaco - Vizio di incompetenza - Competenza del Dirigente - Ipotesi di ordinaria attività gestionale. (D.Lgs. 18.08.2000, n. 267, art. 107).
L'istanza di variazione di destinazione d'uso dell'immobile, non rientrando nell'ambito della definizione di obiettivi e programmi o della verifica della rispondenza dei risultati dell'attività amministrativa, integra una ipotesi di ordinaria attività gestionale, come tale affidata, in virtù del principio della separazione fra livello di indirizzo politico e gestionale, alla generale competenza del Dirigente in quanto apice della struttura burocratica.
Qualora, dunque, il provvedimento di diniego sull'istanza suddetta sia stato adottato dal Sindaco ha luogo una ipotesi di vizio di incompetenza per violazione dell'art. 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000, nella parte in cui contempla una previsione generale che attribuisce ai dirigenti tutti i compiti non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo, ivi compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'Amministrazione verso l'esterno (TAR Valle d'Aosta, sentenza 20.10.2011 n. 68 - tratto da www.diritto24.ilsole24ore.com - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI -URBANISTICA: M. Viviani, La competenza della Giunta comunale nel procedimento di approvazione dei piani attuativi conformi allo strumento urbanistico.
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Ringraziamo l'Avv. Mario Viviani per l'utile contributo ricevuto che pone chiarezza in merito al soggetto competente (Giunta o Consiglio Comunale) ad approvare i piani attuativi conformi allo strumento urbanistico a seguito di quanto dispone l’art. 5 del D.L. 13.05.2011 n. 70, convertito dalla L. 12.07.2011 n. 106 entrata in vigore il 13.07.2011.
20.10.2011 - LA SEGRETERIA PTPL

COMPETENZE GESTIONALI - URBANISTICA: Approvazione dei piani attuativi conformi.
Secondo quanto disposto dall’art. 5, comma 13, del D.L. n. 70/2011, convertito in legge 12.07.2011, n. 106, a decorrere dall’11.09.2011 e “sino all’entrata in vigore della normativa regionale, … i piani attuativi … conformi allo strumento urbanistico generale vigente, sono approvati dalla giunta comunale”.
Va chiarito preliminarmente che il termine “approvati”, in coerenza con gli obiettivi di semplificazione perseguiti dal legislatore statale, è da intendersi comprensivo anche della fase di adozione del piano attuativo. Per effetto della disposizione statale sopra riportata, irrompe nell’ordinamento urbanistico regionale un riparto di competenze diverso rispetto a quanto previsto dalla vigente legislazione regionale in materia di approvazione dei piani attuativi conformi.
Come noto, infatti, la L.R. n. 12/2005 prevede, salvo puntuali eccezioni, la competenza del Consiglio comunale, sia per i Comuni che versano tuttora in fase transitoria (art. 25, comma 8-bis), sia per i Comuni già dotati di PGT (art. 14, commi 1, 4 e 4-bis). Per come è formulata, la sopraggiunta disposizione statale prevale sulla disciplina regionale vigente, quantomeno fino al perfezionamento di un nuovo intervento legislativo regionale.
Pertanto, a far tempo dall’11.09.2011, spetta alla Giunta comunale l’adozione dei piani attuativi conformi al PRG o al PGT, come pure l’approvazione definitiva degli stessi, quand’anche fossero stati precedentemente adottati dal Consiglio comunale in ossequio a quanto previsto dalla L.R. n. 12/2005.
Milano, 07.09.2011.
L’Assessore al Territorio e Urbanistica, Daniele Belotti - Il Direttore Generale, Bruno Mori (link a www.territorio.regione.lombardia.it).
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Al riguardo, si legga un primo commento di Alice Galbiati: Piani Attuativi: di chi è la competenza dopo il Decreto Sviluppo? (link a http://studiospallino.blogspot.com).

COMPETENZE GESTIONALI: Domanda: Chi è competente ad adottare le ordinanze di disciplina del traffico adottate a tutela della sicurezza stradale?
Risposta: La materia è disciplinata dal codice della strada (d.lgs.vo 285/1992 e s.m.i) e dal testo unico degli enti locali (d.lgs.vo 267/2000).
In particolare l’articolo 7 del codice della strada, comma 1, stabilisce che “Nei centri abitati i comuni possono, con ordinanza del sindaco:
- adottare i provvedimenti indicati nell'art. 6, commi 1, 2 e 4;
- limitare la circolazione di tutte o di alcune categorie di veicoli per accertate e motivate esigenze di prevenzione degli inquinamenti e di tutela del patrimonio artistico, ambientale e naturale, conformemente alle direttive impartite dal Ministro dei lavori pubblici, sentiti, per le rispettive competenze, il Ministro dell'ambiente, il Ministro per i problemi delle aree urbane ed il Ministro per i beni culturali e ambientali;
- stabilire la precedenza su determinate strade o tratti di strade, ovvero in una determinata intersezione, in relazione alla classificazione di cui all'art. 2, e, quando la intensità o la sicurezza del traffico lo richiedano, prescrivere ai conducenti, prima di' immettersi su una determinata strada, l'obbligo di arrestarsi all'intersezione e di dare la precedenza a chi circola su quest'ultima;
- riservare limitati spazi alla sosta dei veicoli degli organi di polizia stradale di cui all'art. 12, dei vigili del fuoco, dei servizi di soccorso, nonché di quelli adibiti al servizio di persone con limitata o impedita capacità motoria, munite del contrassegno speciale ovvero a servizi di linea per lo stazionamento ai capilinea;
- stabilire aree nelle quali e' autorizzato il parcheggio dei veicoli;
- stabilire, previa deliberazione della giunta, aree destinate al parcheggio sulle quali la sosta dei veicoli e' subordinata al pagamento di una somma da riscuotere mediante dispositivi di controllo di durata della sosta, anche senza custodia del veicolo, fissando le relative condizioni e tariffe in conformità alle direttive del Ministero dei lavori pubblici, di concerto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per le aree urbane;
- prescrivere orari e riservare spazi per i veicoli utilizzati per il carico e lo scarico di cose;
- istituire le aree attrezzate riservate alla sosta e al parcheggio delle autocaravan di cui all'art. 185;
- riservare strade alla circolazione dei veicoli adibiti a servizi pubblici di trasporto, al fine di favorire la mobilità urbana
” .
La portata normativa dell’art. 7 del codice della strada va adeguata alle disposizioni del testo unico degli enti locali decreto legislativo 267/2000 che nell’affermare al 2° comma che “spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell'ente….”, al 5° comma dispone che a seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo 267/2000 “le disposizioni che conferiscono agli organi di cui al Capo I Titolo III l'adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, salvo quanto previsto dall'articolo 50, comma 3, e dall'articolo 54”.
Ne deriva che
la competenza ad adottare ordinanze nelle materie indicate nel 1° comma dell’art. 7 del codice della strada rientra nella competenza dei dirigenti.
Conformemente, la giurisprudenza amministrativa per la quale sono escluse dalla competenza della dirigenza esclusivamente le ordinanze di maggiore impatto sull’intera collettività locale, per le quali la legge prevede l’intervento di un organo politico, come nel caso della delimitazione delle aree pedonali e delle zone a traffico limitato, per la quale si provvede “con deliberazione della giunta” (art. 7, nono comma, D.L.vo n. 285/1992), ovvero quelle di limitazioni connesse al rispetto dei limiti del tasso di inquinamento atmosferico (cfr. circ. min. ambiente, 30.06.1999, n. 2708/1999), ovvero, ancora, quelle di esercizio del potere di ordinanza contingibile ed urgente (Cons. Stato, Sez. II, parere del 02.04.2003, n. 1661; TAR Campania, Napoli, Sez. I, 20.12.2005, n. 20503; TAR Basilicata, 05.03.2007, n. 146) (link a www.entilocali.provincia.le.it).

COMPETENZE GESTIONALI: M. Massavelli, Regolamentazione della circolazione stradale: chi è responsabile? (link a www.diritto.it).

COMPETENZE GESTIONALI - LAVORI PUBBLICI: L’approvazione di un progetto preliminare di opera pubblica appartiene alla competenza generale residuale della Giunta.
L’approvazione di un progetto preliminare di opera pubblica appartiene alla competenza generale residuale della Giunta, ai sensi del combinato disposto degli artt. 42 e 48 d.lgs. 267 del 2000, salvo che l’approvazione del progetto comporti una variante allo strumento urbanistico, nel qual caso la competenza appartiene al Consiglio (Cons. Stato, VI, 27.07.2010, n. 4890) (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 20.07.2011 n. 1258 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALIAl Sindaco e al Presidente della provincia, quali legali rappresentanti dell’ente, può riconoscersi solo il potere di conferire il mandato al difensore, fermo restando che la decisione in ordine all’opportunità o meno di agire o resistere in giudizio spetta al dirigente nella cui sfera di competenza rientra il rapporto sostanziale che viene in rilievo.
Il Collegio è consapevole che gran parte della giurisprudenza ritiene che negli enti locali –e nel sistema del d.lgs. 17.08.2000, n. 267- il potere di agire e resistere in giudizio (e il conseguente conferimento del mandato alle liti al difensore) è funzione spettante al Sindaco o al Presidente della provincia, quali rappresentanti legali dell’ente, senza che occorra, in difetto di diverse disposizioni statutarie o regolamentari che attribuiscano il potere in questione alla giunta o al personale munito di qualifica dirigenziale, un’autorizzazione da parte di questi ultimi organi (Consiglio di Stato, sez. IV, 01.10.2008, n. 4744, Cassazione civile, sez. un., 10.12.2002, n. 17550); di conseguenza il Presidente della provincia (e il Sindaco) legittimamente conferiscono al difensore il mandato professionale senza che occorra che siano autorizzati da altri organi (ciò tra l’altro significherebbe che il mandato conferito ai controinteressati dal Presidente della provincia resterebbe valido e efficace anche in caso di annullamento della delibera della giunta impugnata, che sarebbe un atto sostanzialmente non necessario o “inutile”).
Tuttavia questa impostazione non è condivisibile.
La decisione di agire e resistere in giudizio e, se è per questo e a maggior ragione, la scelta del professionista cui affidare il patrocinio, non possono che esser considerate una decisione di carattere gestionale attinente ai rapporti di carattere sostanziale che volta a volta vengono in rilievo, che è pertanto riservata, in base all’articolo 107 del d.lgs. 17.08.2000, n. 267, al personale burocratico e non agli organi di governo, cui è riservato invece l’esercizio del potere di indirizzo e di controllo politico-amministrativo.
Del resto, ad es., non potrebbe dubitarsi che la decisione di transigere in ordine alla controversia e la definizione dei termini della transazione siano un compito dei dirigenti (cui spetta, per espressa disposizione di legge, la stipulazione dei contratti); insomma –una volta affermato il principio che spetta ai dirigenti la gestione della sfera di attribuzioni dell’ente rientrante nella competenza degli organi cui sono preposti e l’adozione di tutti i relativi atti che impegnano l’ente nei rapporti con i terzi- non può non ritenersi che questa competenza abbracci ogni aspetto e decisione attinente alla gestione dei rapporti giuridici facenti capo all’organo, ivi comprese le decisioni inerenti alla eventuale instaurazione (o resistenza) a giudizi e alla definizione (d’intesa con il difensore dell’ente) delle relative strategie processuali.
Ciò, del resto, trova conferma nella disposizione citata che espressamente assegna ai dirigenti il compito di presiedere le commissioni di gara e stipulare i contratti; di conseguenza al Sindaco e al Presidente della provincia, quali legali rappresentanti dell’ente, può riconoscersi solo il potere di conferire il mandato al difensore, fermo restando che la decisione in ordine all’opportunità o meno di agire o resistere in giudizio spetta al dirigente nella cui sfera di competenza rientra il rapporto sostanziale che viene in rilievo (Cassazione civile, sez. trib., 17.12.2003, n. 19380, Consiglio di Stato, sez. V, 25.01.2005, n. 155) (TAR Lazio-Latina, sentenza 20.07.2011 n. 604 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIE' illegittimo l'ordine di demolire una serie di opere abusive sottoscritto dal direttore generale del comune.
Ai sensi dell’art. 107, commi 1 e 3, lett. g), del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267, l’adozione dei provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale, spetta al dirigente responsabile del relativo ufficio o servizio.
Diverse sono invece le competenze del direttore generale, che sovrintende alla gestione dell'ente e che, pertanto, quale organo di raccordo delle attribuzioni dei singoli dirigenti, è competente ad adottare atti di gestione soltanto qualora essi coinvolgano più uffici o servizi, esorbitando dalla specifica competenza di ciascun dirigente (TAR Veneto, III, 03.03.2004, n. 513) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 11.07.2011 n. 1081 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIE' attribuita ai dirigenti la responsabilità delle procedure d’appalto, dall'indizione della gara alla stipulazione del contratto.
All’interno del sistema di cui al d.lgs. n. 267 del 2000, ma, ancor prima, già con l’avvento dell’art. 6 della legge 15.05.1997, n. 127, modificativo dell’art. 51 della legge 06.06.1990, n. 142, esiste una netta separazione di ruoli tra organi di governo locale e relativa dirigenza, dove ai primi spettano i compiti di indirizzo (la fissazione delle linee generali cui attenersi e degli scopi da perseguire), e alla seconda quelli di gestione.
Più in particolare, alla Giunta competono gli atti rientranti nelle funzioni “di indirizzo e controllo politico-amministrativo” che non siano assegnati agli altri organi di governo (artt. 48-107 T.U. cit.), e per converso ai dirigenti è attribuita tutta la gestione, amministrativa, finanziaria e tecnica, comprensiva dell’adozione di tutti i provvedimenti, anche discrezionali, ed in particolare proprio la responsabilità delle procedure d’appalto e la stipulazione dei contratti, e sugli stessi dirigenti incombe la diretta ed esclusiva responsabilità della correttezza amministrativa della medesima gestione (art. 107 cit., commi 3 e 6).
Lo stesso art. 107 del T.U. impone specificamente agli statuti di uniformarsi al principio per cui i poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo spettano agli organi di governo, mentre la gestione amministrativa, finanziaria e tecnica è attribuita ai dirigenti mediante autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo.
Tale sistema normativo supera le eventuali distribuzioni di competenza in senso diverso contenute nelle disposizioni di secondo grado, ivi compresi gli statuti, che gli enti locali possano avere emanato con efficacia generale, sia sotto il profilo della gerarchia delle fonti, che sotto l'aspetto sistematico (C.d.S. V, n. 7488 del 16.11.2004) (massima tratta da www.dirittodegliappaltipubblici.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 30.06.2011 n. 3925 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIL'ordinanza di ripristino del pubblico transito di una strada, nella specie nel ripristino d’un passaggio di uso pubblico su di una strada che si assume utilizzata dalla collettività, si connota sicuramente come atto gestionale di spettanza della dirigenza comunale senza che vengano in rilievo le specifiche problematiche di competenza sollevate per l’art. 378 della legge n. 2248 del 1865, allegato F.
In ogni caso, anche con riguardo al potere specificamente previsto dal suddetto art. 378, è da ritenere che tale competenza si sia trasferita in capo alla dirigenza comunale a seguito del principio introdotto dall’art. 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000, che ha devoluto ai dirigenti l’adozione di tutti gli di gestione e dei provvedimenti amministrativi già spettanti agli organi di governo dell’ente, salvo le ipotesi ivi previste.
L’esercizio del potere di cui all’art. 378 della legge n. 2248 del 1865, allegato F, da un lato, difatti, si qualifica come atto gestionale, a tutela dell’uso dei beni pubblici, scevro da profili di indirizzo e controllo politico-amministrativo e come tale attribuito alla competenza generale della dirigenza comunale, dall’altro non rientra nelle ipotesi previste dagli indicati artt. 50, comma 3, e 54.
A quest’ultimo riguardo il potere attribuito dall’art. 378 non rientra tra i compiti conferiti al sindaco quale ufficiale del Governo di cui all’art. 54. Inoltre, alla luce dell’indicata natura del potere attribuito ai sensi dello stesso art. 378 -che risulta volto non alla stretta salvaguardia della circolazione stradale bensì in modo più ampio a tutela delle strade pubbliche e quindi non è limitato al profilo della loro fruibilità- si ritiene comunque che lo stesso non rientri nelle leggi in materia di ordine e sicurezza pubblica legge, di cui all’art. 54 del D.Lgs. 18-08-2000, n. 267.

Il D.Lgs. n. 267 del 2000 ha, come è noto, sancito, nell’art. 107, un criterio di ripartizione delle attribuzioni di competenza in ambito comunale che affida alla dirigenza gli atti gestionali e lascia agli organi di governo, quale il Sindaco, solo gli atti attinenti alle funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi comunali.
A norma del principio sancito dall'art. 107 del citato D.Lgs., la competenza ad adottare provvedimenti amministrativi, consistenti in atti autoritativi posti in essere dalla p.a. nell'espletamento di una potestà amministrativa e aventi rilevanza esterna, è stata devoluta ai dirigenti degli enti locali -fatti salvi solo l’esercizio dei poteri di indirizzo e controllo politico-amministrativo spettanti agli organi di governo– con l’attribuzione ai dirigenti dei compiti non compresi espressamente dalla legge o dallo statuto fra le funzioni degli organi di governo o fra quelle del segretario comunale o del direttore generale.
L’art. 107 del D.Lgs. in questione prevede altresì che, a decorrere dalla data di sua entrata in vigore, le disposizioni che conferiscono agli organi di governo dell’ente "l'adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, salvo quanto previsto dall'articolo 50, comma 3, e dall'articolo 54".
L'articolo 50, comma 3, prevede che, salvo quanto previsto dall'articolo 107, il sindaco e il presidente della provincia "esercitano le funzioni loro attribuite dalle leggi, dallo statuto e dai regolamenti e sovrintendono altresì all'espletamento delle funzioni statali e regionali attribuite o delegate al comune e alla provincia".
L’articolo 54 descrive le attribuzioni del sindaco nei servizi di competenza statale indicando che lo stesso sovraintende, quale ufficiale del Governo: "a) all'emanazione degli atti che gli sono attribuiti dalla legge e dai regolamenti in materia di ordine e sicurezza pubblica; b) allo svolgimento delle funzioni affidategli dalla legge in materia di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria; c) alla vigilanza su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l'ordine pubblico, informandone preventivamente il prefetto".
Alla luce di tale premessa la censura si rivela infondata, come evidenziato di recente in giurisprudenza (cfr. TAR Friuli Venezia Giulia, I, 08/04/2011 n. 184).
In primo luogo, il Collegio ritiene che l’Amministrazione abbia agito in virtù di un più ampio potere di autotutela amministrativa spettante alla stessa sui beni demaniali ex art. 823 cod. civ. (ed in forza dell’art. 825 cod. civ. anche sui diritti reali che spettano allo Stato, alle province e ai comuni su beni appartenenti ad altri soggetti quando sono stati costituiti per l'utilità di beni demaniali o per il conseguimento di fini di pubblico interesse) che esula dallo stretto disposto dell’art. 378 della legge n. 2248 del 1865, allegato F, riallacciandosi, nel caso in esame, l’azione dell’amministrazione al più ampio potere di tutela dei beni demaniali e dei diritti reali ad uso pubblico.
In questo senso, pertanto, l’atto posto in essere si connota sicuramente come atto gestionale di spettanza della dirigenza comunale senza che vengano in rilievo le specifiche problematiche di competenza sollevate per l’art. 378 della legge n. 2248 del 1865, allegato F.
In ogni caso, anche con riguardo al potere specificamente previsto dal suddetto art. 378, è da ritenere che tale competenza si sia trasferita in capo alla dirigenza comunale a seguito del principio introdotto dall’art. 107 del D.Lgs. n. 267 del 2000, che ha devoluto ai dirigenti l’adozione di tutti gli di gestione e dei provvedimenti amministrativi già spettanti agli organi di governo dell’ente, salvo le ipotesi ivi previste.
L’esercizio del potere di cui all’art. 378 della legge n. 2248 del 1865, allegato F, da un lato, difatti, si qualifica come atto gestionale, a tutela dell’uso dei beni pubblici, scevro da profili di indirizzo e controllo politico-amministrativo e come tale attribuito alla competenza generale della dirigenza comunale, dall’altro non rientra nelle ipotesi previste dagli indicati artt. 50, comma 3, e 54.
A quest’ultimo riguardo il potere attribuito dall’art. 378 non rientra tra i compiti conferiti al sindaco quale ufficiale del Governo di cui all’art. 54. Inoltre, alla luce dell’indicata natura del potere attribuito ai sensi dello stesso art. 378 -che risulta volto non alla stretta salvaguardia della circolazione stradale bensì in modo più ampio a tutela delle strade pubbliche e quindi non è limitato al profilo della loro fruibilità- si ritiene comunque che lo stesso non rientri nelle leggi in materia di ordine e sicurezza pubblica legge, di cui all’art. 54 del D.Lgs. 18-08-2000, n. 267 (TAR Basilicata, sentenza 22.06.2011 n. 370 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALIL'esercizio del potere di autotutela possessoria delle strade vicinali è (e resta) attribuito al Sindaco dall'art. 378 della legge 20.03.1865, all. F (e dall'art. 15, d.l.Lgt. 01.09.1918 n. 1446) in quanto la detta disposizione è stata sottratta all'effetto abrogativo di cui all'art. 2 del d.l. 22.12.2008 n. 200 (convertito, con modificazioni, nella legge 18.02.2009 n. 9), dall'art. 1, comma 2, d.lgs. 01.12.2009 n. 179. Non vi sono dubbi quindi che il generale potere di autotutela del demanio e del patrimonio indisponibile del comune, di cui all'art. 378, l. 20.03.1865 n. 2248 all. F, continui a spettare al sindaco sia in ragione della persistente vigenza della norma e sia della riconducibilità del potere di tutela qui previsto alla funzione di ufficiale di governo. Per questo motivo, tale potere non può ritenersi trasferito al dirigente con l'entrata in vigore del d.lgs. n. 267 del 2000, atteso che l'art. 107, comma 5, del predetto testo normativo fa espressamente salve le competenze del Sindaco specificamente previste dall'art. 50, comma 3, e dall'art. 54, e cioè proprio le competenze espressamente attribuitegli dalla legge nelle materie di ordine e di sicurezza pubblica, in quanto in tali fattispecie la tutela del bene comunale assicura in concreto un diritto, che è di rilievo costituzionale, quale quella alla libera circolazione sul territorio di tutti i cittadini, ancorché non residenti nel Comune.
Quanto poi al profilo concernente l’incompetenza del Sindaco affermata dal TAR, deve invece rilevarsi che l'esercizio del potere di autotutela possessoria delle strade vicinali è (e resta) attribuito al Sindaco dall'art. 378 della legge 20.03.1865, all. F (e dall'art. 15, d.l.Lgt. 01.09.1918 n. 1446) in quanto la detta disposizione è stata sottratta all'effetto abrogativo di cui all'art. 2 del d.l. 22.12.2008 n. 200 (convertito, con modificazioni, nella legge 18.02.2009 n. 9), dall'art. 1, comma 2, d.lgs. 01.12.2009 n. 179. Non vi sono dubbi quindi che il generale potere di autotutela del demanio e del patrimonio indisponibile del comune, di cui all'art. 378, l. 20.03.1865 n. 2248 all. F, continui a spettare al sindaco sia in ragione della persistente vigenza della norma e sia della riconducibilità del potere di tutela qui previsto alla funzione di ufficiale di governo.
Per questo motivo, tale potere non può ritenersi trasferito al dirigente con l'entrata in vigore del d.lgs. n. 267 del 2000, atteso che l'art. 107, comma 5, del predetto testo normativo fa espressamente salve le competenze del Sindaco specificamente previste dall'art. 50, comma 3, e dall'art. 54, e cioè proprio le competenze espressamente attribuitegli dalla legge nelle materie di ordine e di sicurezza pubblica, in quanto in tali fattispecie la tutela del bene comunale assicura in concreto un diritto, che è di rilievo costituzionale, quale quella alla libera circolazione sul territorio di tutti i cittadini, ancorché non residenti nel Comune (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 08.06.2011 n. 3509 -
link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Circolazione stradale - Limitazioni del transito di veicoli - Competenza del dirigente (oltre che del Sindaco) ad emettere i provvedimenti di cui agli artt. 6 e 7 del D.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 - Sussiste - Ragioni.
Rientrano nelle competenze dei dirigenti anche i provvedimenti che gli articoli 6 e 7 del D.lgs. 30.04.1992, n. 285 attribuiscono espressamente al Sindaco, trattandosi di atti che, per un verso, non implicano l'esercizio di funzioni di indirizzo e controllo politico amministrativo, ma di gestione ordinaria e, per altro verso, non rientrano nelle deroghe di cui agli artt. 50 e 54 del D.lgs. 18.08.2000, n. 267 (Nella specie, la parte ricorrente aveva eccepito l'incompetenza del Comandante della Polizia Locale ad emettere un'ordinanza di limitazione della circolazione e della sosta dei veicoli nel centro abitato per ragioni di sicurezza e di ordinato flusso del traffico) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 25.05.2011 n. 1317 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: È illegittima per incompetenza la delibera con la quale il Consiglio comunale abbia approvato il progetto per la realizzazione di un parcheggio che comporta variante allo strumento urbanistico.
La giurisprudenza ha chiarito che in base al disposto degli articoli 32 e 35 della legge 08.06.1990, n. 142, l’approvazione dei progetti di opere pubbliche rientra nella competenza della giunta comunale anche quando l’approvazione comporta variante allo strumento urbanistico ex art. 1 della legge 03.01.1978, n. 1 (C.d.S., sez. IV, 26.04.2006, n. 2293), con conseguente illegittimità, sotto il profilo proprio dell'incompetenza, della delibera con la quale il Consiglio comunale abbia approvato il progetto per la realizzazione di un parcheggio, che comporta variante allo strumento urbanistico (C.d.S., sez. IV, 20.03.2000, n. 1471).
E’ stato anche precisato che appartengono alla competenza della giunta comunale gli atti che non siano riservati per legge al consiglio comunale, cui spetta l'adozione di atti di programmazione e di indirizzo, tra cui non può annoverarsi l'approvazione dei progetti di opera pubblica (C.d.S., sez. V, 16.06.2009, n. 3853) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 23.05.2011 n. 3075 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALIQuanto al potere di ordinare la rimozione dei rifiuti abbandonati, non può che convenirsi con l’indirizzo interpretativo secondo cui, alla luce dell’insuperabile dato testuale dell’art. 192, co. 3, D.Lgs. n. 152/2006, la relativa competenza appartiene al Sindaco e non ai dirigenti, e questo anche in considerazione della specialità della norma e della sua posteriorità rispetto all’art. 107 D.Lgs. n. 267/2000.
Com’è noto, l’art. 192 del D.Lgs. n. 152/2006 pone un divieto di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti sul suolo e nel suolo, la cui violazione è difesa da quello che in dottrina viene definito un peculiare sistema sanzionatorio binario, repressivo e propositivo: da un lato, le sanzioni penali ed amministrative disciplinate dagli artt. 255 e 256 del medesimo D.Lgs. n. 152/2006, dall’altro il potere sindacale di ordinare la rimozione dei rifiuti e di provvedere al ripristino dello stato dei luoghi, ai sensi del terzo comma del medesimo art. 192. Diversamente, nei casi di contaminazione, effettiva o potenziale, di un sito, da intendersi quale superamento dei valori di concentrazione soglia di contaminazione delle sostanze inquinanti rilevate nelle matrici ambientali, trovano applicazione le procedure di messa in sicurezza e bonifica di cui all’art. 242 del D.Lgs. n. 152/2006, l’attivazione delle quali è garantita dai poteri di ordinanza e di esecuzione in danno disciplinati dai successivi artt. 244 e 250.
Nella specie, il provvedimento adottato dal Comune di S. Casciano Val di Pesa presenta una commistione di contenuti, nella misura in cui l’amministrazione non soltanto invoca, per legittimare il proprio intervento, sia l’art. 192, sia gli artt. 242 e 244 del D.Lgs. n. 152/2006, ma impartisce –nel medesimo contesto– disposizioni riconducibili ora all’una, ora alle altre delle richiamate previsioni di legge. In particolare, se il punto n. 1 del dispositivo contiene un ordine di provvedere alla messa in sicurezza e alla bonifica dell’area interessata dalla discarica, sul presupposto implicito dell’esistenza di una situazione di contaminazione, il punto n. 2 contiene quell’ordine di rimozione, smaltimento dei rifiuti e ripristino dell’area che, lo si è visto, appartiene tipicamente al novero dei poteri sindacali in materia di abbandono incontrollato dei rifiuti: ma, in disparte ogni questione circa l’ammissibilità o meno di un siffatto concorso di rimedi, i poteri esercitati esulano comunque dalle attribuzioni dell’autorità procedente.
Quanto al potere di ordinare la rimozione dei rifiuti abbandonati, non può che convenirsi con l’indirizzo interpretativo secondo cui, alla luce dell’insuperabile dato testuale dell’art. 192, co. 3, D.Lgs. n. 152/2006, la relativa competenza appartiene al Sindaco e non ai dirigenti, e questo anche in considerazione della specialità della norma e della sua posteriorità rispetto all’art. 107 D.Lgs. n. 267/2000 (cfr. Cons. Stato, sez. V, 12.06.2009, n. 3765).
Quanto, invece, ai poteri di ordinanza che l’art. 244 D.Lgs. n. 152/2006 appresta onde imporre ai soggetti responsabili dell’inquinamento di un sito di provvedere alla messa in sicurezza d’emergenza ed alla bonifica, stando alla norma statale essi ricadono nella competenza della Provincia, e non induce a diverse conclusioni l’esame della legislazione regionale, posto che la legge regionale toscana n. 30/2006 ha delegato ai Comuni le sole funzioni inerenti le procedure amministrative attinenti alla procedure ex art. 242. E neppure vale sostenere, come fa la difesa del Comune, che, con l’ordinanza impugnata, si sarebbe inteso mettere lo Scherma in condizione di eseguire gli interventi richiesti dall’art. 242, non potendosi dubitare della valenza coercitiva del provvedimento e della sua perfetta sovrapponibilità con la diffida “a provvedere ai sensi del presente titolo” di competenza provinciale, come è del resto confermato dalla circostanza che lo stesso provvedimento comunale enuclea dettagliatamente gli adempimenti imposti all’interessato per l’ipotesi di superamento delle CSC e delle CSR, sul modello della previsione normativa applicata (TAR Toscana, Sez. II, sentenza 07.04.2011 n. 626 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - LAVORI PUBBLICIL’approvazione del progetto esecutivo di opera pubblica è di competenza della Giunta Comunale e non del dirigente.
Non appare condivisibile l’assunto di parte ricorrente circa la natura meramente gestoria dell’atto di approvazione del progetto esecutivo di un’opera pubblica, con la sua ascrizione alla competenza dirigenziale, mentre il Collegio ritiene di condividere il prevalente orientamento giurisprudenziale che attribuisce l’approvazione del progetto esecutivo di opera pubblica alla competenza di Giunta (Cons. Stato, sez, IV, 11.09.2001, n. 4744; TAR Lecce, sez. I, 31.03.2003, n. 1415; TAR Venezia, sez. I, 07.07.2004, n. 2266; TAR Toscana, sez. I, n. 1038 del 2008) (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 06.04.2011 n. 594 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - PUBBLICO IMPIEGOIl Collegio condivide la tesi del ricorrente, circa la natura speciale della normativa che disciplina il funzionamento della Polizia Municipale, aspetto questo che la giurisprudenza pacificamente presuppone perché la considera una condizione di autonomia del Corpo rispetto all’organizzazione dell’Ente, servente e funzionale alla garanzia delle peculiari funzioni di vigilanza, ordine pubblico, controllo del territorio e così via.
Per tali ragioni, la giurisprudenza consolidata statuisce che, nell'ambito dell'organizzazione comunale deve essere sempre garantita la totale autonomia del Corpo di polizia municipale per quanto concerne le competenze di cui all'art. 9 l. n. 65 del 1986 ed è anche per tali ragioni che, una volta eretta in Corpo, la polizia municipale non può essere considerata una struttura intermedia in una struttura burocratica più ampia, per esempio un settore amministrativo, né essere posta alle dipendenze del dirigente amministrativo di tale struttura.
Si è quindi espressamente riconosciuto che la legge quadro n. 65/1986 riveste, tuttora, carattere di "legge generale", per quanto attiene alla definizione dei principi organizzativi dei comuni nello specifico settore della polizia municipale -dal momento che è diretta a fissare i principi generali cui dovranno adeguarsi la legislazione regionale ed il potere regolamentare dell'ente locale-, nonché possiede un indubbio carattere di "specialità" che non consente l'abrogazione implicita da parte della sopravvenuta legge di riforma del sistema delle autonomie locali (TAR Lazio Latina, sez. I, 28.04.2007, n. 305, già richiamata, secondo cui la materia della polizia amministrativa locale, afferendo piuttosto al "governo del territorio", non rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato ex art. 117, c. 2, lett. h, Cost., bensì in quella concorrente Stato-Regione (art. 117, c. III, Cost.).
Dunque, la particolarità delle funzioni che la Polizia Municipale è chiamata ad assolvere ne rende l’ordinamento distinto dalle disposizioni generali in tema di organizzazione degli Enti locali, che possono trovare applicazione ad esso solamente laddove non diversamente disposto dalla normativa speciale e di settore, e solo a fini di coordinamento tra l’organizzazione della Polizia Municipale ed il resto dell’organizzazione comunale.
In questo senso, ed ancora richiamando quanto affermato in giurisprudenza, tra le due discipline sussiste un “punto di equilibrio” che “consiste …nel riconoscere la piena autonomia del comandante limitatamente alla sfera di competenze che con carattere di tassatività sono state individuate nei competenti articoli della legge quadro nazionale e regionale di settore, come la gestione delle risorse assegnate, l'impiego tecnico-operativo, la disciplina e l'addestramento degli appartenenti al corpo o al servizio….. mentre la suddetta autonomia esclusiva non può, in astratto, impedire che il Comandante della P.M., per gli aspetti organizzativi che esulano appunto dall'impiego tecnico operativo, dall'addestramento e dalla disciplina dei vigili, possa formalmente essere inquadrato in un settore amministrativo.
Viene in gioco, al riguardo, la (discrezionale) potestà amministrativa che consente al comune di organizzare la polizia locale, anziché come "Corpo", in "Servizio" autonomo all'interno di un più vasto "Settore" (macro organizzazione), nell'ambito del quale possono confluire, per ragioni di economicità ed efficienza, anche altri "Servizi" oltre quello di vigilanza.
In tali casi, è legittimo che la direzione dell'intero "settore" (comprensivo di più "servizi") sia affidata ad un dirigente amministrativo (non graduato); si tratta, infatti, di una scelta in linea non solo con la temporaneità ed interscambiabilità degli incarichi dirigenziali (art. 109, D.Lvo n. 267/2000; art. 2103 Cod. civ.) bensì, anche con il principio, posto dal buon senso, prima ancora che dalla legge, della esclusività e necessità delle funzioni di polizia per cui é ragionevole che chi deve controllare sia ed appaia "terzo" rispetto alle situazioni oggetto del controllo; una scelta volta anche ad eliminare possibili situazioni di incompatibilità della funzione di comandante con altre funzioni o incarichi all'interno dell'amministrazione comunale.
L'unica condizione dovrà essere che al Comandante collocato alle dipendenze del dirigente del settore non siano sottratte le esclusive attribuzioni garantitegli dalla legge".
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Non può negarsi il potere del Comune di modificare l’assetto di un Settore di Polizia Municipale trasformandolo in Servizio.
Infatti, la giurisprudenza riconosce, sul piano delle scelte di politica organizzativa interna dell’Ente, il potere del Comune di strutturare la propria Polizia Municipale in Settore oppure in Corpo e tale potere non può essere scisso dalla possibilità di trasformare l’uno nell’altro e viceversa, a seconda delle esigenze organizzative dell’Ente, le sue dimensioni, e nel rispetto dei presupposti di legge e con la precisazione che, in ogni caso il vertice della Polizia Municipale deve essere salvaguardato nella sua autonomia rispetto all’organo politico ed alle rimanenti strutture amministrative dell’Ente, nell’esercizio delle proprie funzioni.
Tuttavia, si deve trarre da quanto esposto l’ulteriore corollario che la possibilità di trasformare un Settore di Polizia Municipale in Servizio è una scelta non rimessa alla mera discrezionalità dell’Ente, ma da esercitarsi in un contesto generale di razionalità, e con caratteristiche tali da palesarne la logica in termini di efficacia, efficienza e trasparenza dell’azione amministrativa, sul piano organizzativo.
Sebbene è vero che gli atti di organizzazione non richiedono una puntuale motivazione, è altrettanto vero che la contestazione di atti di macroorganizzazione che è affidata alla giurisdizione del giudice amministrativo, comporta necessariamente che sia possibile censurare da parte del ricorrente la coerenza dell’organizzazione dell’Ente con gli scopi istituzionali che quell’organizzazione deve presupporre e perseguire, ciò che fonda l’obbligo processuale dell’Amministrazione di dimostrare in giudizio la sussistenza di criteri di razionalità ed efficienza nella scelta organizzativa oggetto di causa.
In altri termini, ciò che difetta, ex lege 241/1990, in termini di obbligo puntuale di motivazione negli atti di macroorganizzazione, è compensato dalla necessità di sindacarne i limiti in relazione al principio di legalità di cui all’art. 97 della Cost. a norma del quale i pubblici uffici sono organizzati secondo legge. Tale previsione radica un obbligo di conformazione delle scelte organizzative di un Ente locale ai principi informatori che la legge pone come scopo funzionale dell’organizzazione medesima: invero, l’organizzazione di un pubblico ufficio altro non è, sul piano strutturale, che la precondizione necessaria allo svolgimento delle funzioni che la PA è chiamata ad assolvere e la sua struttura deve possedere i requisiti necessari a consentire in termini di effettività e di efficacia lo svolgimento di esse.
Si deve quindi affermare che può formare oggetto di giudizio e dunque di sindacato del giudice amministrativo la coerenza delle scelte di macroorganizzazione di un Ente con le finalità specifiche di servizio che la legge, o gli atti regolamentari e statutari che, in forza di legge, sono adottati dagli Enti locali, pongono in relazione all’organizzazione della PA, sotto il profilo dell’accertamento dell’attitudine dell’organizzazione e della sua struttura ad assolvere i compiti di istituto assegnati.
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La censura con la quale si lamenta l’immotivata ed irrazionale destrutturazione della Polizia Municipale mediante la sostituzione integrale della originaria dotazione organica di sette unità di categoria “C” e “D” in sei unità di categoria “B” ed una di categoria “D”, senza alcuna utilità sul piano organizzativo e dell’assolvimento del servizio, va ritenuta fondata, analogamente a quanto già statuito in fattispecie analoghe.
Infatti, dalle difese comunali e dagli atti amministrativi impugnati o quelli comunque versati in giudizio, non risulta emergere alcuna coerenza nel depotenziamento della Polizia Municipale del Comune mediante la dequalificazione radicale del suo organico, rispetto alle esigenze di servizio che la legge prefigge.
A fronte di un organico perfettamente idoneo –per qualifiche previste- a svolgere tutti i compiti che la legge assegna alla Polizia Municipale, con particolare riferimento a quelli, di delicata natura, di accertamento e prevenzione, tutela dell’ordine pubblico e funzioni di polizia giudiziaria, la Polizia Municipale riformata in un servizio composto per la quasi totale prevalenza da ausiliari alla sosta è strutturalmente posta nelle condizioni di non poter più adempiere a quasi nessuno dei propri compiti istituzionali e tutto ciò senza che si possa ravvisare dal complesso degli atti versati in giudizio, alcuna ragionevole motivazione organizzativa in tal senso.
Né soccorre, anche in via meramente ipotetica, una eventuale ragione di esigenze di risparmio di spesa, peraltro insufficienti di per sé a giustificare un così drastico ridimensionamento di un settore così complesso, perché, in ogni caso, avrebbero richiesto una efficace dimostrazione anche in giudizio (per chiarire, ad esempio, la convenienza di un minimo risparmio in termini di organico rispetto ai mancati introiti derivanti all’Ente dalla cessazione dei controlli sul territorio dal punto di vista delle violazioni commerciali ed edilizie, per non parlare dell’accertamento dei tributi e delle tariffe in sede locale e così via).
Le deliberazioni impugnate sono dunque illegittime, e, nella parte di interesse, vanno annullate, con conseguente riviviscenza delle deliberazioni in precedenza adottate che istituivano e disciplinavano il Corpo di Polizia Municipale e la sua dotazione organica di sei unità di ctg “C”.
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La natura speciale della disciplina della Polizia Municipale conduce a negare che la disposizione di cui all’art. 53 della l. 23.12.2000, n. 338 (L.F. 2001), così come modificato dall’art. 29, comma 4, L. 28.12.2001, n. 448 (L.F. 2002) trovi applicazione alla Polizia Municipale, il cui ordinamento è retto dalla l. 65/1986 che dispone puntualmente (ed in maniera disomogenea rispetto alle previsioni generali di cui all’art. 107 Dlgs 267/2000) quanto alla responsabilità ed alla direzione delle relative unità organizzative, una volta istituito il Corpo di Polizia Municipale.
La disposizione, infatti, così recita: “Gli enti locali con popolazione inferiore a cinquemila abitanti fatta salva l'ipotesi di cui all'articolo 97, comma 4, lettera d), del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18.08.2000, n. 267, anche al fine di operare un contenimento della spesa, possono adottare disposizioni regolamentari organizzative, se necessario anche in deroga a quanto disposto all'articolo 3, commi 2, 3 e 4, del decreto legislativo 03.02.1993, n. 29, e successive modificazioni, e all'articolo 107 del predetto testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, attribuendo ai componenti dell'organo esecutivo la responsabilità degli uffici e dei servizi ed il potere di adottare atti anche di natura tecnica gestionale. Il contenimento della spesa deve essere documentato ogni anno, con apposita deliberazione, in sede di approvazione del bilancio”.
Di conseguenza la disposizione eccezionale, come tale di stretta interpretazione (e che, come anticipato prima, presuppone l’attuazione della deroga in via necessariamente regolamentare e non per mero atto del Sindaco) consente di derogare solamente alle disposizioni generali costituite dall’art. 107 del Dlgs 267/2000, oltre che del Dlgs 29/1993 e dunque non permette alcuna interpretazione estensiva che conduca a ritenere di poter consentire la deroga della l. 65/1986 (e, di conseguenza, alle LR in materia di Polizia Municipale).
Peraltro, sotto il profilo della ratio di questa differenziazione, la normativa di cui alla l. 65/1986 non è assimilabile alla disciplina generale di cui al menzionato art. 107, perché delinea un rapporto tra Sindaco e Comandante della Polizia Municipale che è particolare ed esclusivo, in quanto è fondato sulla dualità delle funzioni, che non possono sommarsi nella medesima persona o nel medesimo organo e che va comunque assicurata (e si è visto sub I che la giurisprudenza ritiene speciale la disciplina di cui alla legge 65/1986 rispetto a quella generale degli impieghi) anche perché il responsabile di un ufficio di Polizia Municipale ha compiti di legge che presuppongono l’appartenenza organica all’Ente e non può quindi comunque identificarsi nel Sindaco.

E' necessario, per esaminare le diverse censure proposte dal ricorrente, premettere una sintetica analisi del contesto normativo di riferimento.
A tale proposito, il Collegio condivide la tesi del ricorrente, circa la natura speciale della normativa che disciplina il funzionamento della Polizia Municipale, aspetto questo che la giurisprudenza pacificamente presuppone perché la considera una condizione di autonomia del Corpo rispetto all’organizzazione dell’Ente, servente e funzionale alla garanzia delle peculiari funzioni di vigilanza, ordine pubblico, controllo del territorio e così via.
Per tali ragioni, la giurisprudenza consolidata statuisce che, nell'ambito dell'organizzazione comunale deve essere sempre garantita la totale autonomia del Corpo di polizia municipale per quanto concerne le competenze di cui all'art. 9 l. n. 65 del 1986 (TAR Lombardia Milano, sez. III, 10.09.2009, n. 4639, che richiama Cass. 09.05.2006, n. 10628; Consiglio Stato, sez. V, 20.01.2003, n. 173; Consiglio Stato , sez. V, 17.02.2006, n. 616; TAR Puglia Bari, sez. II, 12.03.2004, n. 1288; TAR Lazio Roma, sez. II, 10.03.1998 , n. 385; TAR Veneto, sez. II, 30.05.1997, n. 915; TAR Marche, 09.11.1995, n. 547) ed è anche per tali ragioni che, una volta eretta in Corpo, la polizia municipale non può essere considerata una struttura intermedia in una struttura burocratica più ampia, per esempio un settore amministrativo, né essere posta alle dipendenze del dirigente amministrativo di tale struttura (TAR Lazio Latina, sez. I, 28.04.2007, n. 305 che richiama Tar Sicilia, Catania, sez. I, 13.04.2006, n. 589; C.d.s. 04/09/2000 n. 4663).
Si è quindi espressamente riconosciuto che la legge quadro n. 65/1986 riveste, tuttora, carattere di "legge generale", per quanto attiene alla definizione dei principi organizzativi dei comuni nello specifico settore della polizia municipale -dal momento che è diretta a fissare i principi generali cui dovranno adeguarsi la legislazione regionale ed il potere regolamentare dell'ente locale-, nonché possiede un indubbio carattere di "specialità" che non consente l'abrogazione implicita da parte della sopravvenuta legge di riforma del sistema delle autonomie locali (TAR Lazio Latina, sez. I, 28.04.2007, n. 305, già richiamata, secondo cui la materia della polizia amministrativa locale, afferendo piuttosto al "governo del territorio", non rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato ex art. 117, c. 2, lett. h, Cost., bensì in quella concorrente Stato-Regione (art. 117, c. III, Cost.).
Dunque, la particolarità delle funzioni che la Polizia Municipale è chiamata ad assolvere ne rende l’ordinamento distinto dalle disposizioni generali in tema di organizzazione degli Enti locali, che possono trovare applicazione ad esso solamente laddove non diversamente disposto dalla normativa speciale e di settore, e solo a fini di coordinamento tra l’organizzazione della Polizia Municipale ed il resto dell’organizzazione comunale.
In questo senso, ed ancora richiamando quanto affermato in giurisprudenza, tra le due discipline sussiste un “punto di equilibrio” che “consiste …nel riconoscere la piena autonomia del comandante limitatamente alla sfera di competenze che con carattere di tassatività sono state individuate nei competenti articoli della legge quadro nazionale e regionale di settore, come la gestione delle risorse assegnate, l'impiego tecnico-operativo, la disciplina e l'addestramento degli appartenenti al corpo o al servizio….. mentre la suddetta autonomia esclusiva non può, in astratto, impedire che il Comandante della P.M., per gli aspetti organizzativi che esulano appunto dall'impiego tecnico operativo, dall'addestramento e dalla disciplina dei vigili, possa formalmente essere inquadrato in un settore amministrativo.
Viene in gioco, al riguardo, la (discrezionale) potestà amministrativa che consente al comune di organizzare la polizia locale, anziché come "Corpo", in "Servizio" autonomo all'interno di un più vasto "Settore" (macro organizzazione), nell'ambito del quale possono confluire, per ragioni di economicità ed efficienza, anche altri "Servizi" oltre quello di vigilanza.
In tali casi, è legittimo che la direzione dell'intero "settore" (comprensivo di più "servizi") sia affidata ad un dirigente amministrativo (non graduato); si tratta, infatti, di una scelta in linea non solo con la temporaneità ed interscambiabilità degli incarichi dirigenziali (art. 109, D.Lvo n. 267/2000; art. 2103 Cod. civ.) bensì, anche con il principio, posto dal buon senso, prima ancora che dalla legge, della esclusività e necessità delle funzioni di polizia per cui é ragionevole che chi deve controllare sia ed appaia "terzo" rispetto alle situazioni oggetto del controllo; una scelta volta anche ad eliminare possibili situazioni di incompatibilità della funzione di comandante con altre funzioni o incarichi all'interno dell'amministrazione comunale.
L'unica condizione dovrà essere che al Comandante collocato alle dipendenze del dirigente del settore non siano sottratte le esclusive attribuzioni garantitegli dalla legge
” (TAR Lazio, sent. nr. 305/2007, che nei casi in cui il comune organizza le proprie strutture in Settori, ha ritenuto legittimo che l'attività di polizia municipale venga organizzata, ai sensi dell'art. 12, c. I, l.r. Lazio n. 1/2005, in "servizio" all'interno della più vasta struttura (il "settore") articolata in una pluralità di "servizi" con al vertice un dirigente amministrativo con compiti di coordinamento strutturale, con la sola condizione, per la legittimità dell'opzione, di salvaguardare l'autonomia funzionale e gerarchica del comandante, limitatamente all'esercizio delle prerogative di cui all'art. 9, L. n. 65/1986, per le quali il comandante deve rapportarsi unicamente ed esclusivamente al sindaco).
Dal quadro appena esposto, emerge dunque che non può negarsi il potere del Comune di modificare l’assetto di un Settore di Polizia Municipale trasformandolo in Servizio, ed in questo la tesi difensiva di parte ricorrente va disattesa.
Infatti, la giurisprudenza riconosce, sul piano delle scelte di politica organizzativa interna dell’Ente, il potere del Comune di strutturare la propria Polizia Municipale in Settore oppure in Corpo e tale potere non può essere scisso dalla possibilità di trasformare l’uno nell’altro e viceversa, a seconda delle esigenze organizzative dell’Ente, le sue dimensioni, e nel rispetto dei presupposti di legge e con la precisazione che, in ogni caso il vertice della Polizia Municipale deve essere salvaguardato nella sua autonomia rispetto all’organo politico ed alle rimanenti strutture amministrative dell’Ente, nell’esercizio delle proprie funzioni.
Tuttavia, a vantaggio delle tesi di parte ricorrente, si deve trarre da quanto esposto l’ulteriore corollario che la possibilità di trasformare un Settore di Polizia Municipale in Servizio è una scelta non rimessa alla mera discrezionalità dell’Ente, ma da esercitarsi in un contesto generale di razionalità, e con caratteristiche tali da palesarne la logica in termini di efficacia, efficienza e trasparenza dell’azione amministrativa, sul piano organizzativo.
Sebbene è vero che gli atti di organizzazione non richiedono una puntuale motivazione, è altrettanto vero che la contestazione di atti di macroorganizzazione che è affidata alla giurisdizione del giudice amministrativo, comporta necessariamente che sia possibile censurare da parte del ricorrente la coerenza dell’organizzazione dell’Ente con gli scopi istituzionali che quell’organizzazione deve presupporre e perseguire, ciò che fonda l’obbligo processuale dell’Amministrazione di dimostrare in giudizio la sussistenza di criteri di razionalità ed efficienza nella scelta organizzativa oggetto di causa.
In altri termini, ciò che difetta, ex lege 241/1990, in termini di obbligo puntuale di motivazione negli atti di macroorganizzazione, è compensato dalla necessità di sindacarne i limiti in relazione al principio di legalità di cui all’art. 97 della Cost. a norma del quale i pubblici uffici sono organizzati secondo legge. Tale previsione radica un obbligo di conformazione delle scelte organizzative di un Ente locale ai principi informatori che la legge pone come scopo funzionale dell’organizzazione medesima: invero, l’organizzazione di un pubblico ufficio altro non è, sul piano strutturale, che la precondizione necessaria allo svolgimento delle funzioni che la PA è chiamata ad assolvere e la sua struttura deve possedere i requisiti necessari a consentire in termini di effettività e di efficacia lo svolgimento di esse.
Si deve quindi affermare che può formare oggetto di giudizio e dunque di sindacato del giudice amministrativo la coerenza delle scelte di macroorganizzazione di un Ente con le finalità specifiche di servizio che la legge, o gli atti regolamentari e statutari che, in forza di legge, sono adottati dagli Enti locali, pongono in relazione all’organizzazione della PA, sotto il profilo dell’accertamento dell’attitudine dell’organizzazione e della sua struttura ad assolvere i compiti di istituto assegnati.
Alla luce di ciò, la censura con la quale si lamenta l’immotivata ed irrazionale destrutturazione della Polizia Municipale mediante la sostituzione integrale della originaria dotazione organica di sette unità di categoria “C” e “D” in sei unità di categoria “B” ed una di categoria “D”, senza alcuna utilità sul piano organizzativo e dell’assolvimento del servizio, va ritenuta fondata, analogamente a quanto già statuito in fattispecie analoghe (cfr. TAR Sicilia Catania, sez. I, 13.04.2006, n. 589, alla cui approfondita motivazione si rinvia).
Infatti, dalle difese comunali e dagli atti amministrativi impugnati o quelli comunque versati in giudizio, non risulta emergere alcuna coerenza nel depotenziamento della Polizia Municipale del Comune di Bova Marina mediante la dequalificazione radicale del suo organico, rispetto alle esigenze di servizio che la legge prefigge.
A fronte di un organico perfettamente idoneo –per qualifiche previste- a svolgere tutti i compiti che la legge assegna alla Polizia Municipale, con particolare riferimento a quelli, di delicata natura, di accertamento e prevenzione, tutela dell’ordine pubblico e funzioni di polizia giudiziaria, la Polizia Municipale riformata in un servizio composto per la quasi totale prevalenza da ausiliari alla sosta è strutturalmente posta nelle condizioni di non poter più adempiere a quasi nessuno dei propri compiti istituzionali e tutto ciò senza che si possa ravvisare dal complesso degli atti versati in giudizio, alcuna ragionevole motivazione organizzativa in tal senso.
Né soccorre, anche in via meramente ipotetica, una eventuale ragione di esigenze di risparmio di spesa, peraltro insufficienti di per sé a giustificare un così drastico ridimensionamento di un settore così complesso, perché, in ogni caso, avrebbero richiesto una efficace dimostrazione anche in giudizio (per chiarire, ad esempio, la convenienza di un minimo risparmio in termini di organico rispetto ai mancati introiti derivanti all’Ente dalla cessazione dei controlli sul territorio dal punto di vista delle violazioni commerciali ed edilizie, per non parlare dell’accertamento dei tributi e delle tariffe in sede locale e così via).
Le deliberazioni impugnate sono dunque illegittime, e, nella parte di interesse, vanno annullate, con conseguente riviviscenza delle deliberazioni in precedenza adottate che istituivano e disciplinavano il Corpo di Polizia Municipale e la sua dotazione organica di sei unità di ctg “C”.
Quanto al decreto sindacale nr. 1652 dell’08.03.2010, la riconosciuta interdipendenza funzionale tra la deliberazione di Giunta nr. 7/2010 ed il decreto nr. 1652/10 conduce intanto a rilevare che l’annullamento della prima comporta l’automatica caducazione del secondo (naturalmente nelle parti di interesse).
In ogni caso, richiamando quanto già esposto sub I, la natura speciale della disciplina della Polizia Municipale conduce a negare che la disposizione di cui all’art. 53 della l. 23.12.2000, n. 338 (L.F. 2001), così come modificato dall’art. 29, comma 4, L. 28.12.2001, n. 448 (L.F. 2002) trovi applicazione alla Polizia Municipale, il cui ordinamento è retto dalla l. 65/1986 che dispone puntualmente (ed in maniera disomogenea rispetto alle previsioni generali di cui all’art. 107 Dlgs 267/2000) quanto alla responsabilità ed alla direzione delle relative unità organizzative, una volta istituito il Corpo di Polizia Municipale.
La disposizione, infatti, così recita: “Gli enti locali con popolazione inferiore a cinquemila abitanti fatta salva l'ipotesi di cui all'articolo 97, comma 4, lettera d), del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18.08.2000, n. 267, anche al fine di operare un contenimento della spesa, possono adottare disposizioni regolamentari organizzative, se necessario anche in deroga a quanto disposto all'articolo 3, commi 2, 3 e 4, del decreto legislativo 03.02.1993, n. 29, e successive modificazioni, e all'articolo 107 del predetto testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, attribuendo ai componenti dell'organo esecutivo la responsabilità degli uffici e dei servizi ed il potere di adottare atti anche di natura tecnica gestionale. Il contenimento della spesa deve essere documentato ogni anno, con apposita deliberazione, in sede di approvazione del bilancio”.
Di conseguenza la disposizione eccezionale, come tale di stretta interpretazione (e che, come anticipato prima, presuppone l’attuazione della deroga in via necessariamente regolamentare e non per mero atto del Sindaco) consente di derogare solamente alle disposizioni generali costituite dall’art. 107 del Dlgs 267/2000, oltre che del Dlgs 29/1993 e dunque non permette alcuna interpretazione estensiva che conduca a ritenere di poter consentire la deroga della l. 65/1986 (e, di conseguenza, alle LR in materia di Polizia Municipale).
Peraltro, sotto il profilo della ratio di questa differenziazione, la normativa di cui alla l. 65/1986 non è assimilabile alla disciplina generale di cui al menzionato art. 107, perché delinea un rapporto tra Sindaco e Comandante della Polizia Municipale che è particolare ed esclusivo, in quanto è fondato sulla dualità delle funzioni, che non possono sommarsi nella medesima persona o nel medesimo organo e che va comunque assicurata (e si è visto sub I che la giurisprudenza ritiene speciale la disciplina di cui alla legge 65/1986 rispetto a quella generale degli impieghi) anche perché il responsabile di un ufficio di Polizia Municipale ha compiti di legge che presuppongono l’appartenenza organica all’Ente e non può quindi comunque identificarsi nel Sindaco.
Tale principio è ancor più chiaramente rafforzato dalla LR Calabria nr. 24/1990 che all’art. 2 distingue chiaramente le funzioni del Sindaco da quelle non solo del Comandante, ma anche da quelle del responsabile del servizio.
Pertanto, anche sotto questo profilo, il ricorso è fondato e come tale va accolto, conseguendone l’annullamento degli atti impugnati, nella parte di interesse (ossia limitatamente alle disposizioni organizzative relative alla Polizia Municipale).
Allo scopo di dare compiuta attuazione alla pronuncia, ai sensi dell’art. 34, lett. “e” del c.p.a., il Collegio dispone che il Sindaco del Comune di Bova Marina provveda con proprio atto all’assegnazione della responsabilità del Corpo di Polizia Municipale a favore del ricorrente entro il termine di giorni 15 dalla comunicazione della presente sentenza o sua notifica a cura di parte, se anteriore e, con deliberazione di Giunta, si adegui il piano triennale delle risorse umane al fine di prevedere le necessarie forme di copertura del personale in dotazione organica che è individuato, salve ulteriori e motivate decisioni del Comune, nella dotazione risultante dalle deliberazioni anteriori a quelle impugnate che, per effetto dell’annullamento di queste ultime, trovano piena applicazione.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo (TAR Calabria-Reggio Calabria, sentenza 22.03.2011 n. 191 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Spetta ai dirigenti e non al Sindaco l'adozione dei provvedimenti autorizzatori e concessori.
1. A seguito dell'entrata in vigore della legge 142/1990 (art. 51), -applicabile anche nella Regione Siciliana- non spetta più al Sindaco, ma ai Dirigenti degli Uffici e dei Servizi l'adozione di "tutti i provvedimenti di autorizzazione, concessione o analoghi ... ivi comprese le autorizzazioni e le concessioni edilizie", nonché di "tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale" (art. 51, comma 2°).
2. La determinazione di annullamento del silenzio assenso formatosi sull’istanza di autorizzazione ex art. 87 D.Lgs. n. 259/2003 è un atto di secondo grado, pertanto, richiede la comunicazione di avvio del procedimento, prevista dagli artt. 7 ed 8 della L. n. 241/1990.
3. Il Comune non può, mediante il formale utilizzo degli strumenti di natura edilizia-urbanistica, adottare misure, le quali nella sostanza costituiscano una deroga ai limiti di esposizione ai campi elettromagnetici fissati dallo Stato, quali, esemplificativamente, il divieto generalizzato di installare stazioni radio-base per telefonia cellulare in tutte le zone territoriali omogenee, ovvero la introduzione di distanze fisse da osservare rispetto alle abitazioni e ai luoghi destinati alla permanenza prolungata delle persone o al centro cittadino.
Tali disposizioni sono, infatti, funzionali non al governo del territorio, ma alla tutela della salute dai rischi dell'elettromagnetismo e si trasformano in una misura surrettizia di tutela della popolazione da immissioni radioelettriche, che l’art. 4 della legge n. 36/2000 riserva allo Stato attraverso l’individuazione di puntuali limiti di esposizione, valori di attenzione ed obiettivi di qualità, da introdursi con D.P.C.M., su proposta del Ministro dell’Ambiente di concerto con il Ministro della Salute (in tal senso, tra le tante, Consiglio di Stato, sez. VI, 15.06.2006, n. 3534, C.G.A.R.S. 12.11.2009, n. 929; TAR Sicilia, sez. II, 06.04.2009, n. 661)  (massima tratta da www.dirittodegliappaltipubblici.it -  TAR Sicilia-Palermo, Sez. II, sentenza 09.03.2011 n. 419 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
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• V. TAR Sicilia-Palermo, Sez. II, sentenza 09.03.2011 n. 426;
• V. TAR Sicilia-Palermo, Sez. II, sentenza 14.02.2011 n. 268;
• V. TAR Siclia-Palermo, Sez. II, sentenza 02.02.2011 n. 194.

COMPETENZE GESTIONALI: Il dirigente è per legge il titolare del potere sanzionatorio in materia edilizia a lui direttamente attribuito dall'art. 107 d.lgs. n. 267/2000.
Secondo quanto previsto dall'art. 107, comma 3, lettera g), d.lgs. n. 267/2000, spetta ai dirigenti l'adozione di "tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale" nel cui ambito rientra il provvedimento impugnato.
Il dirigente è –dunque– per legge il titolare del potere sanzionatorio in materia edilizia a lui direttamente attribuito dall'art. 107 d.lgs. n. 267/2000 (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 07.03.2011 n. 2029 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: La Giunta provinciale non può scegliere gli esaminatori del concorso.
La Giunta provinciale non è competente a nominare la commissione giudicatrice nella procedura concorsuale sulla base dei seguenti elementi:
- ai dirigenti spettano tutti i compiti che la legge e lo statuto dell’ente locale non riservano espressamente agli organi di governo;
- la previsione legislativa che sancisce la responsabilità del personale dirigente, estesa sull’intera procedura di concorso, può avere una sua logica esclusivamente nel caso in cui viene assegnata alla dirigenza la gestione unitaria di tutto l’iter (dall’approvazione del bando fino alla stipula del contratto finale con i vincitori);
- risulta esclusa ogni interferenza da parte dell’organo politico (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 04.03.2011 n. 1408 - link a www.altalex.com).

COMPETENZE GESTIONALI: Il potere di revoca dell'assegnazione di un alloggio popolare non è di competenza del sindaco.
In tema di revoca di un alloggio popolare, la giurisprudenza ha chiarito che la materia rientra nell'ambito dell'attività di gestione amministrativa, finanziaria e tecnica, riservata in via esclusiva ai dirigenti o ai funzionari amministrativi preposti ai rispettivi uffici.
In particolare, il potere di assegnazione di alloggi, comprensivo del correlativo potere di revoca, rientra tra i provvedimenti di "concessione… o analoghi il cui rilascio presupponga accertamenti e valutazioni, anche di natura discrezionale…" elencati dall'art. 107, c. 3, lett. f), del T.U. di cui al d.lgs. 08.08.2000, n. 267.
Pertanto, è da escludere che il sindaco, quale organo di governo al quale spettano, in quanto tale, poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, abbia la competenza di adottare atti, quale quello di revoca dell'assegnazione di un alloggio popolare, che impegnano l'amministrazione verso l'esterno e che rientrano nell'ambito (TAR Basilicata, Sez. I, sentenza 14.02.2011 n. 82 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: Il rigetto di una richiesta di concessione edilizia in sanatoria o di condono non rientra nella competenza del Sindaco.
Ai sensi dell’art. 51, co. 3, della legge 08.06.1990, n. 142, rubricato “Organizzazione degli uffici e del personale.”, “3. Spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l'adozione di atti che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, che la legge e lo statuto espressamente non riservino gli organi di governo dell'ente. Spettano ad essi in particolare, secondo le modalità stabilite dallo statuto, la presidenza delle commissioni di gara e di concorso, la responsabilità sulle procedure d'appalto e di concorso, la stipulazione dei contratti.”.
E, pertanto, in materia edilizia, deve ritenersi implicitamente abrogata ogni previsione della L. n. 47/1985 relativa alla competenza del sindaco in materia, dal momento che tutti i provvedimenti di gestione amministrativa in materia edilizia ed urbanistica, compreso quindi il rigetto di una richiesta di concessione edilizia in sanatoria o di condono, rientrano, già a decorrere dalla data di entrata in vigore della l. 08.06.1990 n. 142, nella sfera di competenza del dirigente, mentre esulano dalla sfera di attribuzioni politiche proprie del sindaco, trattandosi di tipico potere gestionale
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 04.02.2011 n. 1076 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: IGIENE E SANITA’ - Ordinanza ex art. 50, c. 5, d.lgs. n. 267/2000 - Competenza - Sindaco in qualità di ufficiale di governo - Fattispecie: utilizzo di stalla e concimaia in assenza di impianti per la raccolta e il deflusso dei liquami.
L’ordinanza emanata ai sensi dell’art. 50, comma 5, d.lgs. n. 267 del 2000 e successive modificazioni, in materia di sanità e igiene