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dossier DISTANZA DALLE PARETI FINESTRATE
novembre 2013

EDILIZIA PRIVATA: Perché si applichi la disciplina inderogabile di legge in materia di distanze, non è necessario che entrambe le pareti frontistanti siano finestrate, ma è sufficiente che lo sia una soltanto di esse.
Si è detto in particolare in passato, che: “la norma dell'art. 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444, in materia di distanze fra fabbricati -che, siccome emanata in attuazione dell'art. 17 della legge 06.08.1967, n. 765, non può essere derogata dalle disposizioni regolamentari locali- va interpretata nel senso che la distanza minima di dieci metri è richiesta anche nel caso che una sola delle pareti fronteggiantisi sia finestrata e che è indifferente se tale parete sia quella del nuovo edificio o quella dell'edificio preesistente, essendo sufficiente, per l'applicazione di tale distanza, che le finestre esistano in qualsiasi zona della parete contrapposta ad altro edificio, ancorché solo una parte di essa si trovi a distanza minore da quella prescritta; ne consegue, pertanto, che il rispetto della distanza minima è dovuto anche per i tratti di parete che sono in parte privi di finestre".
Questo Consiglio di Stato ha condiviso –o forse è meglio dire anticipato- tale approdo, affermando che: “la distanza di dieci metri, che deve sussistere tra edifici antistanti si riferisce a tutte le pareti finestrate, indipendentemente dalla circostanza che una sola delle pareti fronteggiantesi sia finestrata e che tale parete sia quella del nuovo edificio o dell'edificio preesistente, o della progettata sopraelevazione, ovvero ancora che si trovi alla medesima o a diversa altezza rispetto all'altra.
Si rammenta in particolare, a tale proposito che la distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall'art. 9, D.M. 02.04.1968, n. 1444, va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela.
Gli sporti, cioè le sporgenze da non computare ai fini delle distanze perché non attinenti alle caratteristiche del corpo di fabbrica che racchiude il volume che si vuol distanziare, sono i manufatti come le mensole, le lesene, i risalti verticali delle parti con funzione decorativa, gli elementi in oggetto di ridotte dimensioni, le canalizzazioni di gronde e i loro sostegni, non invece le sporgenze, anche dei generi ora indicati, ma di particolari dimensioni, che siano quindi destinate anche a estendere e ampliare per l'intero fronte dell'edificio la parte utilizzabile per l'uso abitativo".
Si evidenzia soprattutto che, per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 D.M. 02.04.1968, n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti.
Ne consegue che, posto che la parete dell’edificio di parte appellante era munito di una porta finestra, e che per tal motivo rientrava nel concetto di “parete finestrata” si sarebbe dovuta rispettare la distanza minima. Il detto argomento difensivo svolto dall’amministrazione comunale, palesemente inaccoglibile, va pertanto respinto, il che assume portata decisiva, imponendo l’accoglimento del ricorso di primo grado (si veda: TAR Abruzzo L'Aquila Sez. I, 20.11.2012, n. 788: “per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968, n. 1444 devono intendersi, non solo le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l`esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo -di veduta o di luce, bastando altresì che sia finestrata anche la sola parete che subisce l'illegittimo avvicinamento”).
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V’è concordia in dottrina ed in giurisprudenza civile ed amministrativa in ordine al principio per cui, “nella materia delle distanze nelle costruzioni, il principio secondo cui la norma dell'art. 9, numero 2, del d.m. 02.04.1968, che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, non è immediatamente operante nei rapporti fra i privati, va interpretato nel senso che l'adozione, da parte degli enti locali, di strumenti urbanistici contrastanti con la citata norma comporta l'obbligo per il giudice di merito non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, ma anche di applicare direttamente la disposizione del menzionato articolo 9, divenuta, per inserzione automatica, parte integrante dello strumento urbanistico, in sostituzione della norma illegittima che è stata disapplicata.”.
Con più specifica aderenza al caso devoluto alla cognizione del Collegio, è stato in passato affermato che “in tema di distanze tra costruzioni, l'art. 9, secondo comma, del d.m. 02.04.1968, n. 1444, essendo stato emanato su delega dell'art. 41-quinquies della legge 17.08.1942, n. 1150 (c.d. legge urbanistica), aggiunto dall'art. 17 della legge 06.08.1967, n. 765, ha efficacia di legge dello Stato, sicché le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.”.
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Di recente è stato affermato il principio secondo il quale "ha natura di norma di ordine pubblico l'art. 9 del D.M. n. 1444/1968 che prescrive la distanza minima di 10 mt. lineari tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Si precisa che il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della predetta distanza solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò.”.
Nella richiamata decisione è stato, infatti, affermato che “la giurisprudenza ha, infatti, ormai chiarito la natura di norma di ordine pubblico dell'art. 9 del D.M. 1444/68, che prescrive la distanza minima di 10 mt. lineari tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, precisando tuttavia che il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della predetta distanza solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò”.
Altra decisione del Consiglio di Stato, per il vero, contiene questa significativa affermazione: “secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, i balconi aggettanti sono quelli che sporgono dalla facciata dall’edificio, costituendo solo un prolungamento dell’appartamento dal quale protendono, non svolgono alcuna funzione di sostegno, né di necessaria copertura, come viceversa è riscontrabile per le terrazze a livello incassate nel corpo dell’edificio, con la conseguenza che mentre i primi, quelli aggettanti, non determinano volume dell’edificio, nel secondo caso essi costituiscono corpo dell’edificio, e contribuiscono quindi alla determinazione del volume.”.

Il Collegio infatti condivide la consolidata giurisprudenza di legittimità civile ed amministrativa, secondo la quale, perché si applichi la disciplina inderogabile di legge in materia di distanze, non è necessario che entrambe le pareti frontistanti siano finestrate, ma è sufficiente che lo sia una soltanto di esse.
Si è detto in particolare in passato, che (Cass. civ. Sez. II, 20.06.2011, n. 13547): “la norma dell'art. 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444, in materia di distanze fra fabbricati -che, siccome emanata in attuazione dell'art. 17 della legge 06.08.1967, n. 765, non può essere derogata dalle disposizioni regolamentari locali- va interpretata nel senso che la distanza minima di dieci metri è richiesta anche nel caso che una sola delle pareti fronteggiantisi sia finestrata e che è indifferente se tale parete sia quella del nuovo edificio o quella dell'edificio preesistente, essendo sufficiente, per l'applicazione di tale distanza, che le finestre esistano in qualsiasi zona della parete contrapposta ad altro edificio, ancorché solo una parte di essa si trovi a distanza minore da quella prescritta; ne consegue, pertanto, che il rispetto della distanza minima è dovuto anche per i tratti di parete che sono in parte privi di finestre.” (vedasi anche Cass. civ. Sez. II, 28.09.2007, n. 20574).
Questo Consiglio di Stato ha condiviso –o forse è meglio dire anticipato- tale approdo (Cons. Stato Sez. IV, 05.12.2005, n. 6909), affermando che: “la distanza di dieci metri, che deve sussistere tra edifici antistanti si riferisce a tutte le pareti finestrate, indipendentemente dalla circostanza che una sola delle pareti fronteggiantesi sia finestrata e che tale parete sia quella del nuovo edificio o dell'edificio preesistente, o della progettata sopraelevazione, ovvero ancora che si trovi alla medesima o a diversa altezza rispetto all'altra.
Si rammenta in particolare, a tale proposito che la distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall'art. 9, D.M. 02.04.1968, n. 1444, va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela.
Gli sporti, cioè le sporgenze da non computare ai fini delle distanze perché non attinenti alle caratteristiche del corpo di fabbrica che racchiude il volume che si vuol distanziare, sono i manufatti come le mensole, le lesene, i risalti verticali delle parti con funzione decorativa, gli elementi in oggetto di ridotte dimensioni, le canalizzazioni di gronde e i loro sostegni, non invece le sporgenze, anche dei generi ora indicati, ma di particolari dimensioni, che siano quindi destinate anche a estendere e ampliare per l'intero fronte dell'edificio la parte utilizzabile per l'uso abitativo
" (Cons. di Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909).
Si evidenzia soprattutto che, per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 D.M. 02.04.1968, n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti (Corte d'Appello, Catania, 22.11.2003; TAR Toscana, Firenze, sez. III, 04.12.2001, n. 1734; TAR Piemonte, Torino, 10.10.2008 n. 2565; TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 07.06.2011, n. 1419).
Ne consegue che, posto che la parete dell’edificio di parte appellante era munito di una porta finestra, e che per tal motivo rientrava nel concetto di “parete finestrata” si sarebbe dovuta rispettare la distanza minima. Il detto argomento difensivo svolto dall’amministrazione comunale, palesemente inaccoglibile, va pertanto respinto, il che assume portata decisiva, imponendo l’accoglimento del ricorso di primo grado (si veda: TAR Abruzzo L'Aquila Sez. I, 20.11.2012, n. 788: “per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968, n. 1444 devono intendersi, non solo le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l`esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo -di veduta o di luce, bastando altresì che sia finestrata anche la sola parete che subisce l'illegittimo avvicinamento”, ma anche TAR Puglia Lecce Sez. III, Sent., 28.09.2012, n. 1624).
Pur potendosi –alla luce di quanto si è dianzi precisato- assorbire le restanti censure, a cagione della già avvenuta dimostrazione della illegittimità del titolo abilitativo edilizio rilasciato a parte contro interessata, in quanto non rispettoso del principio della prevenzione in punto di rispetto delle distanze, ritiene il Collegio di affrontare la tematica che ha costituito l’elemento centrale della decisione di primo grado (motivo n. 1 del mezzo introduttivo del giudizio di prime cure).
Si rammenta che la disposizione prima richiamata di cui all’art. 9 del d.M. 02.04.1968 n. 1444 così prevede: “Le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee sono stabilite come segue:
1) Zone A): per le operazioni di risanamento conservativo e per le eventuali ristrutturazioni, le distanze tra gli edifici non possono essere inferiori a quelle intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti, computati senza tener conto di costruzioni aggiuntive di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale;
2) Nuovi edifici ricadenti in altre zone: è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti;
3) Zone C): è altresì prescritta, tra pareti finestrate di edifici antistanti, la distanza minima pari all'altezza del fabbricato più alto; la norma si applica anche quando una sola parete sia finestrata, qualora gli edifici si fronteggino per uno sviluppo superiore a ml. 12.
Le distanze minime tra fabbricati -tra i quali siano interposte strade destinate al traffico dei veicoli (con esclusione della viabilità a fondo cieco al servizio di singoli edifici o di insediamenti)- debbono corrispondere alla larghezza della sede stradale maggiorata di:
ml. 5 per lato, per strade di larghezza inferiore a ml. 7;
ml. 7,50 per lato, per strade di larghezza compresa tra ml. 7 e ml. 15;
ml. 10 per lato, per strade di larghezza superiore a ml. 15.
Qualora le distanze tra fabbricati, come sopra computate, risultino inferiori all'altezza del fabbricato più alto, le distanze stesse sono maggiorate fino a raggiungere la misura corrispondente all'altezza stessa. Sono ammesse distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche
.”.
V’è concordia in dottrina ed in giurisprudenza civile ed amministrativa in ordine al principio per cui, “nella materia delle distanze nelle costruzioni, il principio secondo cui la norma dell'art. 9, numero 2, del d.m. 02.04.1968, che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, non è immediatamente operante nei rapporti fra i privati, va interpretato nel senso che l'adozione, da parte degli enti locali, di strumenti urbanistici contrastanti con la citata norma comporta l'obbligo per il giudice di merito non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, ma anche di applicare direttamente la disposizione del menzionato articolo 9, divenuta, per inserzione automatica, parte integrante dello strumento urbanistico, in sostituzione della norma illegittima che è stata disapplicata.”.
Con più specifica aderenza al caso devoluto alla cognizione del Collegio, è stato in passato affermato che (Cass. civ. Sez. Unite, 07.07.2011, n. 14953) “in tema di distanze tra costruzioni, l'art. 9, secondo comma, del d.m. 02.04.1968, n. 1444, essendo stato emanato su delega dell'art. 41-quinquies della legge 17.08.1942, n. 1150 (c.d. legge urbanistica), aggiunto dall'art. 17 della legge 06.08.1967, n. 765, ha efficacia di legge dello Stato, sicché le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.”.
La gravata decisione ha applicato il principio –di recente predicato dalla giurisprudenza amministrativa– secondo il quale (TAR Toscana Firenze Sez. III, 09.06.2011, n. 993) “ha natura di norma di ordine pubblico l'art. 9 del D.M. n. 1444/1968 che prescrive la distanza minima di 10 mt. lineari tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Si precisa che il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della predetta distanza solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò.”. Nella richiamata decisione è stato, infatti, affermato che “la giurisprudenza ha, infatti, ormai chiarito la natura di norma di ordine pubblico dell'art. 9 del D.M. 1444/68, che prescrive la distanza minima di 10 mt. lineari tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, precisando tuttavia che il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della predetta distanza solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò (cfr., Cons. Stato, sez. IV, 07.07.2008 n. 3381; TAR Lazio, 31.03.2010 n. 5319; TAR Liguria, Genova, sez. I, 10.07.2009 n. 1736).”.
La decisione del Consiglio di Stato, sez. IV, 07.07.2008 n. 3381, per il vero, contiene questa significativa affermazione: “secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, i balconi aggettanti sono quelli che sporgono dalla facciata dall’edificio, costituendo solo un prolungamento dell’appartamento dal quale protendono, non svolgono alcuna funzione di sostegno, né di necessaria copertura, come viceversa è riscontrabile per le terrazze a livello incassate nel corpo dell’edificio (Cass. civ. sez. II, 17.07.2007, n. 15913; 07.09.1996, n. 8159), con la conseguenza che mentre i primi, quelli aggettanti, non determinano volume dell’edificio, nel secondo caso essi costituiscono corpo dell’edificio, e contribuiscono quindi alla determinazione del volume.”.
Sennonché, anche sotto tale profilo, la censura dell’appellante appare persuasiva sotto un ulteriore aspetto: la norma del regolamento comunale (articolo 3 comma 8 delle NTA del Piano delle Regole: “nella verifica delle distanze non si tiene conto di scale aperte –omissis-, di balconi e di gronde di aggetto inferiori a m 1,60, nonché di altri tipi di aggetti che siano inferiori a m 0,50 e nuovi spessori delle murature perimetrali determinati dalla realizzazione di “cappotti termici”) costituisce norma eccezionale e di favore, in quanto integra e “deroga” (con il favore della giurisprudenza, come si è avuto modo di dimostrare, seppur entro determinati limiti) alla norma di ordine pubblico di cui all’art. 9 del dM più volte richiamato".
Non v’è dubbio che tali “deroghe/integrazioni” debbano essere interpretate in senso restrittivo: ai fini del calcolo della distanza, quindi, il balcone aggettante comunque non può che essere calcolato partendo dalle finestre, arretrate rispetto al fronte dell’edificio: come rimasto incontestato, in tale ipotesi il balcone avrebbe un aggetto di mt. 2,40, e quindi non rientrerebbe nel precetto “di favore” di cui alla norma regolamentare comunale (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.11.2013 n. 5557 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2013

EDILIZIA PRIVATAIn tema di rispetto delle distanze legali tra costruzioni, la sopraelevazione di un edificio preesistente, determinando un incremento della volumetria del fabbricato, è qualificabile come nuova costruzione. Deriva da quanto precede, pertanto, l’applicazione della normativa urbanistica vigente al momento della modifica e l’inoperatività del criterio della prevenzione se riferito alle costruzioni originarie, in quanto sostituito dal principio della priorità temporale correlata al momento della sopraelevazione (In applicazione del riferito principio la Suprema Corte ha accertato che la parte, nel trasformare in vano chiuso e coperto il terrazzo a livello posto al primo piano del suo fabbricato, a confine con il fondo della controparte, avrebbe dovuto comunque rispettare la distanza prescritta dallo strumento urbanistico vigente, anche se il nuovo manufatto era contenuto entro l’ingombro orizzontale del piano inferiore).
E, infatti, l’istituto della prevenzione, secondo l’interpretazione consolidata del combinato disposto di cui agli art. 873, 875 e 877 c.c., muove dalla circostanza di fatto che, a partire dalla linea di confine, non siano intervenute costruzioni nelle due proprietà sicché, il soggetto che costruisce per primo, potendo scegliere se edificare sul confine o a distanza da esso, condiziona il proprietario del fondo limitrofo che, a propria volta, può scegliere di costruire in aderenza ovvero mantenendo la distanza legale minima prescritta: detta figura non può, quindi, trovare applicazione laddove sui due fondi finitimi, esistano già edifici, come è nel caso sottoposto all’esame del Collegio.
Ne discende, quindi, che il principio della prevenzione non è applicabile quando l’obbligo di osservare un determinato distacco dal confine sia dettato da regolamenti comunali in tema di edilizia e di urbanistica, avuto riguardo al carattere indiscutibilmente cogente di tali fonti normative, da intendersi preordinate alla tutela, oltre che di privati diritti soggettivi, di interessi generali. Proprio in quest’ottica la giurisprudenza ha sottolineato che nel caso in cui i regolamenti edilizi stabiliscano espressamente la necessità di rispettare determinate distanze dal confine non può ritenersi consentita la costruzione in aderenza o in appoggio a meno che tale facoltà non sia consentita come alternativa all’obbligo di rispettare le suddette distanze.

Ne risulta confermata la legittimità anche del secondo motivo di diniego, cui non osta l’invocato, da parte ricorrente, criterio della prevenzione.
Si consideri, al riguardo, quanto risulta dalla parte motiva della sentenza del TAR Veneto – Sez. II, dell’11.11.2011, n. 1683: “Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, condivisa dal Collegio, in tema di rispetto delle distanze legali tra costruzioni, la sopraelevazione di un edificio preesistente, determinando un incremento della volumetria del fabbricato, è qualificabile come nuova costruzione. Deriva da quanto precede, pertanto, l’applicazione della normativa urbanistica vigente al momento della modifica e l’inoperatività del criterio della prevenzione se riferito alle costruzioni originarie, in quanto sostituito dal principio della priorità temporale correlata al momento della sopraelevazione (In applicazione del riferito principio la Suprema Corte ha accertato che la parte, nel trasformare in vano chiuso e coperto il terrazzo a livello posto al primo piano del suo fabbricato, a confine con il fondo della controparte, avrebbe dovuto comunque rispettare la distanza prescritta dallo strumento urbanistico vigente, anche se il nuovo manufatto era contenuto entro l’ingombro orizzontale del piano inferiore) (cfr. Cassazione civile, sez. II, 03.01.2011, n. 74).
E, infatti, l’istituto della prevenzione, secondo l’interpretazione consolidata del combinato disposto di cui agli art. 873, 875 e 877 c.c., muove dalla circostanza di fatto che, a partire dalla linea di confine, non siano intervenute costruzioni nelle due proprietà sicché, il soggetto che costruisce per primo, potendo scegliere se edificare sul confine o a distanza da esso, condiziona il proprietario del fondo limitrofo che, a propria volta, può scegliere di costruire in aderenza ovvero mantenendo la distanza legale minima prescritta: detta figura non può, quindi, trovare applicazione laddove sui due fondi finitimi, esistano già edifici, come è nel caso sottoposto all’esame del Collegio (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 24.12.2001, n. 6374).
Ne discende, quindi, che il principio della prevenzione non è applicabile quando l’obbligo di osservare un determinato distacco dal confine sia dettato da regolamenti comunali in tema di edilizia e di urbanistica, avuto riguardo al carattere indiscutibilmente cogente di tali fonti normative, da intendersi preordinate alla tutela, oltre che di privati diritti soggettivi, di interessi generali. Proprio in quest’ottica la giurisprudenza ha sottolineato che nel caso in cui i regolamenti edilizi stabiliscano espressamente la necessità di rispettare determinate distanze dal confine –come nell'ipotesi dell’art. 18, comma 3, delle N.T.A. vigenti nel Comune di Baone– non può ritenersi consentita la costruzione in aderenza o in appoggio a meno che tale facoltà non sia consentita come alternativa all’obbligo di rispettare le suddette distanze (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 13.01.2004, n. 46)
” (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 10.10.2013 n. 2039 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANel calcolo della distanza minima fra costruzioni, posta dall’art. 873 c.c. o da norme regolamentari di esso integrative, deve tenersi conto anche delle strutture accessorie di un fabbricato, come la scala esterna in muratura anche se scoperta, quando presenta connotati di consistenza e stabilità ed emerge in modo sensibile al di sopra del livello del suolo.
Al riguardo, va statuito che nel calcolo della distanza minima fra costruzioni, posta dall’art. 873 c.c. o da norme regolamentari di esso integrative, deve tenersi conto anche delle strutture accessorie di un fabbricato, come la scala esterna in muratura anche se scoperta, quando presenta connotati di consistenza e stabilità ed emerge in modo sensibile al di sopra del livello del suolo (cfr. Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 1966 del 30.1.2007; TAR Bari Sez. III Sent. n. 1219 del 21.06.2012; CONTRA TAR Piemonte Sez. I Sent. n. 505 del 25.03.2008, che richiama le Sentenze Cass. Civ. Sez. II n. 14379 del 21.12.1999 e n. 5467 dell’08.09.1986).
Il vigente art. 10 delle N.T.A. del P.R.G. non contraddice il suddetto principio giurisprudenziale, quando stabilisce che la distanza degli edifici dai confini e dalle strade va “misurata nel punto di massima sporgenza della parete delle edificio, di logge, balconi, etc.”, atteso che, anche se non vengono citate espressamente le scale esterne scoperte, dalla parola abbreviata “etc.” si desume agevolmente che la predetta norma urbanistica, al fine di evitare un lungo elenco, intende riferirsi a tutti i corpi aggettanti e perciò anche alle scale esterne scoperte, che sono materialmente unite alla parete dell’edificio, come le logge ed i balconi.
Ma, poiché dalla documentazione acquisita in giudizio non risulta che il progetto, assentito con l’impugnato permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR n. 380/2001 ed in variante (al permesso di costruire del 16.12.2005), prevedeva che le predette scale esterne scoperte erano posizionate ad una distanza dal confine inferiore a quella prescritta di minimo 5 m. ed ad una distanza dai fabbricati inferiore a quella prescritta di minimo 10 m., deve ritenersi che la violazione delle N.T.A. del P.d.L., approvato con Del. C.C. n. 220 del 06.01.1983, assume la configurazione di un abuso edilizio, in quanto non autorizzata dall’impugnato permesso di costruire.
Comunque, nella specie, il Comune di Matera ha l’obbligo di ordinare la demolizione delle scale esterne, già realizzate, ed il loro arretramento fino a 5 m. dal confine e 10 m. dalle adiacenti costruzioni compreso quella dei ricorrenti
(TAR Basilicata, sentenza 02.10.2013 n. 574 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2013

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini dell'osservanza della norma generale sulle distanze, di cui all'art. 873 cod. civ., la nozione di costruzione avallata dalla Corte di Cassazione non si identifica con quella di edificio, ma si estende a qualsiasi opera non completamente interrata, avente i requisiti della solidità, dell'immobilizzazione rispetto al suolo anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso con una preesistente fabbrica, e ciò indipendentemente dal livello di posa e di elevazione, dai caratteri del suo sviluppo aereo, dall'uniformità e continuità della massa e dal materiale impiegato per la sua realizzazione (è stato affermato, per esempio, che ai fini dell'osservanza delle distanze di cui all'art. 873 cod. civ., la nozione di costruzione comprende qualunque opera non completamente interrata avente i requisiti della solidità e dell'immobilizzazione rispetto al suolo; nello stesso senso, è stata annullata la sentenza impugnata che aveva negato il carattere di costruzione, assoggettata al rispetto delle distanze legali, ad un'opera edilizia seminterrata, sporgente dal suolo per un altezza di cm. 70).
Ne consegue che, sempre al fine della determinazione della distanza prescritta dall'art. 873 cod. civ., possono non essere prese in considerazione soltanto le costruzioni che si sviluppino interamente nel sottosuolo, in guisa da non formare dannose intercapedini con i fabbricati alieni frontistanti.

Tanto premesso, reputa il Collegio come la tesi del Comune, per cui le costruzioni seminterrate poste ai lati ovest ed est dell’intervento in esame non possono rilevare alla stregua di costruzioni o muri di fabbrica, ai fini della costruzione in aderenza ad esse, non possa essere condivisa.
Come correttamente rilevato dall’esponente, ai fini dell'osservanza della norma generale sulle distanze, di cui all'art. 873 cod. civ., la nozione di costruzione avallata dalla Corte di Cassazione non si identifica con quella di edificio, ma si estende a qualsiasi opera non completamente interrata, avente i requisiti della solidità, dell'immobilizzazione rispetto al suolo anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso con una preesistente fabbrica, e ciò indipendentemente dal livello di posa e di elevazione, dai caratteri del suo sviluppo aereo, dall'uniformità e continuità della massa e dal materiale impiegato per la sua realizzazione (cfr. così Cass. Sez. II, sent. n. 10608 del 05.11.1990; analogamente, cfr. Cass. S.U., sent. n. 7067 del 09.06.1992, per cui, ai fini dell'osservanza delle distanze di cui all'art. 873 cod. civ., la nozione di costruzione comprende qualunque opera non completamente interrata avente i requisiti della solidità e dell'immobilizzazione rispetto al suolo; nello stesso senso, cfr. la sentenza della Cass. Sez. II, n. 12489 del 04.12.1995, citata nelle difese di parte ricorrente, ove la S.C. ha annullato la sentenza impugnata che aveva negato il carattere di costruzione, assoggettata al rispetto delle distanze legali, ad un'opera edilizia seminterrata, sporgente dal suolo per un altezza di cm. 70).
Ne consegue che, sempre al fine della determinazione della distanza prescritta dall'art. 873 cod. civ., possono non essere prese in considerazione soltanto le costruzioni che si sviluppino interamente nel sottosuolo, in guisa da non formare dannose intercapedini con i fabbricati alieni frontistanti (cfr. Cass. Sez. II, sent. n. 2343 del 01.03.1995) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 18.09.2013 n. 2183 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATADecreto del fare. La finalità di «governo del territorio» può consentire la riduzione delle soglie minime fissate dallo Stato.
Deroghe locali per le distanze. Regioni e Province autonome possono ridurre anche gli standard urbanistici.

Regioni e Province autonome possono ridurre le distanze legali tra fabbricati o gli standard urbanistici richiesti in fase di pianificazione. Il principio è in vigore dal 21 agosto con la legge n. 98/2013, di conversione del decreto "del fare" (Dl 69/2013).
L'articolo 30 contiene varie disposizioni di semplificazione in materia edilizia. Tra queste, il comma 1, lettera a), ha introdotto nel Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2001) l'articolo 2-bis, la cui rubrica riporta «Deroghe in materia di limiti di distanza tra fabbricati», ma ha in realtà un ambito più ampio. Infatti, alle Regioni e alle Province autonome di Trento e Bolzano viene ora consentito di introdurre deroghe al Dm 1444/1968 e di dettare proprie disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali o produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi.
Le deroghe
La possibilità di un intervento normativo regionale investe anche gli standard urbanistici, come oggi definiti dagli articoli 3 e seguenti del decreto del 1968 e non si limita, quindi, alle sole distanze tra edifici.
La nuova norma statale costituisce senz'altro un vincolante "principio della materia", non solo in quanto viene inserita tra le disposizioni generali del Dpr 380/2001, ma anche perché la determinazione di standard minimi rappresenta un obbligo stabilito dall'articolo 41-quinquies, comma 8 della legge urbanistica n. 1150/1942, tuttora vigente. Qui si stabilisce che, nella formazione di nuovi strumenti urbanistici o nella revisione di quelli esistenti, in tutti i Comuni debbono essere osservati limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza tra i fabbricati, nonché rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi. La definizione di questi limiti e rapporti è contenuta nel Dm 1444/1968.
Le sue previsioni hanno costituito sinora la disciplina di riferimento unitaria e ritenuta inderogabile dalla giurisprudenza, specie per quel che attiene alle distanze minime tra fabbricati, tanto che il giudice è tenuto a disapplicare le norme del piano regolatore in contrasto il Dm (tra le altre Consiglio di stato, sezione IV, n. 7731/2010). È dunque questo l'ambito in cui potranno da oggi intervenire le Regioni, anche se la nuova disposizione pone
una duplice condizione cui il legislatore regionale dovrà attenersi nell'esercizio della propria potestà legislativa e regolamentare nella materia di competenza concorrente del «governo del territorio».
Il perimetro
Innanzitutto gli interventi normativi –non solo quelli a contenuto derogatorio– dovranno riferirsi al momento della definizione o revisione di strumenti urbanistici ed essere comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario del territorio oppure di specifiche aree territoriali, come nel caso di piani particolareggiati o di lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche.
In secondo luogo, le disposizioni regionali non dovranno risultare invasive della competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile, con riferimento al diritto di proprietà e alle connesse norme del Codice civile e alle relative disposizioni integrative. Tra queste ultime, tuttavia, come segnalato negli stessi lavori preparatori alla legge di conversione, è ricompreso proprio l'articolo 9 del Dm 1444/1968, i cui contenuti le Regioni e le Province autonome potrebbero derogare in forza del nuovo articolo 2-bis.
L'effettiva portata della disposizione, nella parte in cui fa «salva la competenza statale in materia di ordinamento civile» dovrà quindi necessariamente essere letta alla luce della consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale, la quale, anche nella sentenza n. 6/2013, ha legittimato l'intervento legislativo regionale solo se chiaramente correlato al perseguimento delle finalità pubblicistiche di complessiva gestione del territorio.
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Gli spazi di manovra
L'applicazione delle novità dettate dal decreto "del fare"
01 | LE DEROGHE
Il Dl 69/2013 (articolo 30) ha introdotto la possibilità per le Regioni e le Province autonome di prevedere deroghe alle distanze minime tra fabbricati vicini e alle norme statali che impongono gli standard urbanistici, ovvero gli spazi minimi per abitante da distribuire tra residenziale, verde pubblico, parcheggi e altre funzioni
02 | LE LEGGI STATALI
La normativa statale sulle distanze minime tra i fabbricati è contenuta nel Codice civile e nel Dm 1444/1968. Quest'ultimo provvedimento ha anche dettato le regole per gli standard urbanistici
03 | EDIFICI RESIDENZIALI: I LIMITI
Regioni e Province autonome possono ora derogare alle indicazioni del Dm 1444/1968. Queste prevedono rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi, con esclusione degli spazi destinati alle sedi viarie.
Oggi per ogni abitante –insediato o da insediare– la dotazione minima, inderogabile, è di 18 metri quadri ripartiti in: 4,50 metri quadrati di aree per l'istruzione; 2 metri quadrati di aree per attrezzature di interesse comune; 9 metri quadrati di aree per spazi pubblici attrezzati a parco; 2,50 metri quadrati di aree per parcheggi in aggiunta a quelli pertinenziali
04 | EDIFICI INDUSTRIALI: I LIMITI
Il Dm 1444/1968 fissa questi limiti (ora derogabili) nei rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti produttivi e gli spazi pubblici destinati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi: nei nuovi insediamenti di carattere industriale compresi nelle zone D) la superficie non può essere inferiore al 10% (escluse le sedi viarie); nei nuovi insediamenti di carattere commerciale e direzionale, a 100 metri quadrati di superficie lorda di pavimento di edifici previsti, deve corrispondere la quantità minima di 80 mq di spazio, escluse le sedi viarie, di cui almeno la metà destinata a parcheggi (in aggiunta a quelli pertinenziali); tale quantità, per le zone A e B (centro storico e semi-centro) è ridotta alla metà, purché siano previste adeguate attrezzature integrative
05 | GLI ALTRI VINCOLI
Sempre il Dm 1444/1968 indica anche i limiti inderogabili di densità edilizia e di altezza massima degli edifici, diversi a seconda della zona territoriale
06 | LE DISTANZE
Nei centri storici (zone A) è obbligatorio mantenere le distanze preesistenti in caso di ristrutturazione: nelle altre zone il Dm 1444 impone una distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate.
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Un potere nuovo con limiti già scritti dalla Consulta.
I limiti imposti dal decreto "del fare" alle deroghe alle distanze minime tra fabbricati e agli standard urbanistici non sono una novità. Il nuovo articolo 2-bis del Testo unico dell'edilizia –nello stabilire che le norme regionali recanti eccezioni al Dm n. 1444/1968 debbano essere emanate «nell'ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali»– traduce in legge il costante orientamento della Corte costituzionale in tema di deroghe alle distanze tra fabbricati, rimarcato, anche di recente, dalla sentenza n. 6/2013.
Con questa pronuncia, ritenendo fondata la questione sollevata dalla Corte di cassazione, è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1, comma 2, della legge delle Marche, n. 31/1979. La norma censurata permetteva ai Comuni di individuare gli edifici suscettibili di ampliamento tra i fabbricati aventi impianto edilizio preesistente, compresi nelle zone di completamento con destinazione residenziale previste dagli strumenti urbanistici generali, riconoscendo al provvedimento di individuazione valenza di piano particolareggiato e consentendo la deroga alle distanze previste dal piano regolatore, con l'unico obbligo di mantenere la distanza minima di 3 metri dagli altri manufatti.
La Suprema corte aveva denunciato il contrasto della disposizione regionale con l'articolo 9 del Dm 1444/1968, che fissa una distanza minima tra fabbricati e consente l'edificazione a distanze inferiori solo «nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche».
La Consulta, confermando l'orientamento già più volte espresso (sentenze n. 232/2005, n. 173/2011, n. 114/2012) ha rimarcato che la regolazione delle distanze tra i fabbricati deve essere inquadrata nell'ordinamento civile, materia di competenza esclusiva dello Stato –in quanto afferente in via diretta ai rapporti tra proprietari di fondi finitimi– e disciplinata innanzitutto dal Codice civile, nonché dal Dm 1444. Tuttavia, poiché «i fabbricati insistono su di un territorio... la disciplina che li riguarda tocca anche interessi pubblici», la cui cura è stata affidata alle Regioni, in base alla competenza concorrente in materia di governo del territorio.
Alle Regioni è quindi consentito fissare limiti in deroga alle distanze minime stabilite nelle normative statali, ma solo per soddisfare interessi pubblici legati al governo del territorio. Pertanto, la legislazione regionale è legittima se persegue chiaramente finalità di carattere urbanistico e riferisce l'operatività dei suoi precetti a «strumenti urbanistici funzionali a un assetto complessivo e unitario di determinate zone del territorio». Le norme regionali che, disciplinando le distanze tra edifici, esulino da queste finalità, ricadono illegittimamente nella materia «ordinamento civile», riservata allo Stato.
Nella fattispecie la sentenza ha ritenuto illegittima la norma delle Marche poiché consentiva ai Comuni di individuare gli edifici che potevano derogare alle distanze minime fissate nel Dm 1444; la deroga, riguardando singole costruzioni non risultava ancorata all'esigenza di realizzare la conformazione omogenea dell'assetto urbanistico di una determinata zona (articolo Il Sole 24 Ore del 16.09.2013).

EDILIZIA PRIVATAQuesta Corte ha infatti affermato il principio che l’art. 873 cod. civ. trova applicazione anche quando, a causa del dislivello tra i fondi, la costruzione edificata nell’area meno elevata non raggiunga il livello di quello superiore, in quanto il rispetto delle distanze legali non viene meno in assenza del pericolo del formarsi d’intercapedini dannose.
Questa giurisprudenza si ricollega a principi già in precedenza costantemente affermati, secondo i quali:
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ai fini delle prescrizioni che impongono distacchi minimi è indifferente che i fondi siano posti a dislivello o si trovino alla medesima quota;
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le relative misurazioni vanno effettuate sul piano virtuale orizzontale, prendendo in considerazione, come su una mappa, le proiezioni in verticale delle sagome degli edifici e delle linee dei confini;
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soltanto le costruzioni completamente interrate rispetto al suolo in cui sono realizzate –o che non ne emergono in misura apprezzabile, come i cordoli ai margini di un campo da tennis– non sono soggette alla disciplina contenuta nell’art. 873 c.c. e ss., o a quella più restrittiva dettata dai regolamenti locali.
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In tema di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso, quali i regolamenti edilizi comunali, al proprietario confinante che lamenti tale violazione compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell’illecito, sia quella risarcitoria ed il danno che egli subisce (danno conseguenza e non danno evento), essendo l’effetto, certo ed indiscutibile, dell’abusiva imposizione di una servitù nel proprio fondo e, quindi, della limitazione del relativo godimento, che si traduce in una diminuzione temporanea del valore della proprietà medesima, deve ritenersi “in re ipsa”, senza necessità di una specifica attività probatoria.

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Il primo quesito (se l’art. 873 c.c. sia applicabile qualora i fabbricati non abbiano pareti contrapposte ovvero tra le frontistanti facciate non sussista almeno un segmento tale che l’avanzamento ideale di una o entrambe le facciate porti al loro incontro), tra l’altro, ha già avuto risposta nella costante giurisprudenza di questa Corte (allo stato non contraddetta da contrarie decisioni) che ha negato la necessità, ai fini del rispetto delle distanze tra costruzioni, che le pareti si trovino allo stesso livello (cfr. Cass. 15/07/2008 n. 19486).
Questa Corte ha infatti affermato il principio che l’art. 873 cod. civ. trova applicazione anche quando, a causa del dislivello tra i fondi, la costruzione edificata nell’area meno elevata non raggiunga il livello di quello superiore, in quanto il rispetto delle distanze legali non viene meno in assenza del pericolo del formarsi d’intercapedini dannose.
Questa giurisprudenza si ricollega a principi già in precedenza costantemente affermati, secondo i quali:
- ai fini delle prescrizioni che impongono distacchi minimi è indifferente che i fondi siano posti a dislivello o si trovino alla medesima quota (Cass. 21.05.1997 n. 4511);
- le relative misurazioni vanno effettuate sul piano virtuale orizzontale, prendendo in considerazione, come su una mappa, le proiezioni in verticale delle sagome degli edifici e delle linee dei confini (Cass. 24.11.1995 n. 12163);
- soltanto le costruzioni completamente interrate rispetto al suolo in cui sono realizzate –o che non ne emergono in misura apprezzabile, come i cordoli ai margini di un campo da tennis– non sono soggette alla disciplina contenuta nell’art. 873 c.c. e ss., o a quella più restrittiva dettata dai regolamenti locali (Cass. 01.07.1996 n. 5956).
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Con il sesto motivo il ricorrente deduce la violazione degli artt. 949, 2043 c.c. e 278 c.p.c. quanto alla condanna generica al risarcimento del danno, sul presupposto che le opere che le opere da lui realizzate non siano illegittime.
Il motivo resta assorbito dall’accertata illegittimità delle opere; quanto all’esistenza di un danno in re ipsa per la violazione delle distanze tra costruzioni, la decisione impugnata è conforme alla più recente giurisprudenza di questa Corte che qui si condivide integralmente, secondo la quale in tema di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso, quali i regolamenti edilizi comunali, al proprietario confinante che lamenti tale violazione compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell’illecito, sia quella risarcitoria ed il danno che egli subisce (danno conseguenza e non danno evento), essendo l’effetto, certo ed indiscutibile, dell’abusiva imposizione di una servitù nel proprio fondo e, quindi, della limitazione del relativo godimento, che si traduce in una diminuzione temporanea del valore della proprietà medesima, deve ritenersi “in re ipsa”, senza necessità di una specifica attività probatoria (cfr. Cass. 16/12/2010 n. 25475; Cass. 07/05/2010 n. 11196) (Corte di Cassazione, Sez. II, sentenza 11.09.2013 n. 20850 - tratto da e link a http://renatodisa.com).

EDILIZIA PRIVATAVa rilevato come l’edificazione dei cinque abbaini in luogo dei preesistenti lucernai abbia indubbiamente determinato un’alterazione della sagoma dell’edificio, comportando altresì un aumento della volumetria.
Stante la rilevanza edilizia delle opere, che hanno comportato una sopraelevazione ed un incremento dell’altezza massima relativamente alle diagonali della precedente copertura, nonché un incremento di volume in rapporto alla sostituzione di ciascun lucernaio con un abbaino, è indubbio che ci si trovi di fronte ad un significativo mutamento della preesistente costruzione, con una parziale costruzione ‘nuova’ in senso tecnico.
Per la giurisprudenza che la Sezione condivide e fa propria, una sopraelevazione, pur se di ridotte dimensioni, nella parte in cui determini aumento della volumetria e della superficie di ingombro, va qualificata come nuova costruzione.
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La distanza tra gli edifici va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano, sicché nella specie risulta illegittimo l’atto che ha consentito la creazione di una sopraelevazione, nella forma di un abbaino, in sostituzione di un preesistente lucernaio, che ha determinato, per alcune parti del tetto, una distanza inferiore a quella prevista per le nuove costruzioni dalle NTA.

Sotto un profilo fattuale, va rilevato come l’edificazione dei cinque abbaini in luogo dei preesistenti lucernai abbia indubbiamente determinato un’alterazione della sagoma dell’edificio, comportando altresì un aumento della volumetria.
Stante la rilevanza edilizia delle opere, che hanno comportato una sopraelevazione ed un incremento dell’altezza massima relativamente alle diagonali della precedente copertura, nonché un incremento di volume in rapporto alla sostituzione di ciascun lucernaio con un abbaino, è indubbio che ci si trovi di fronte ad un significativo mutamento della preesistente costruzione, con una parziale costruzione ‘nuova’ in senso tecnico.
Per la giurisprudenza che la Sezione condivide e fa propria, una sopraelevazione, pur se di ridotte dimensioni, nella parte in cui determini aumento della volumetria e della superficie di ingombro, va qualificata come nuova costruzione (Cassazione civile, Sezione terza, 01.10.2009, n. 21059).
Le nuove opere così realizzate, in ragione della loro rilevanza, non potevano quindi considerarsi sottratte all’obbligo del rispetto delle distanze minime (5 metri) di cui all’art. 16 delle NTA del piano regolatore comunale di Vercelli.
La risalenza dell’edificio (nella sua originaria consistenza) esclude, evidentemente, che debba richiedersi ‘retroattivamente’ –a seguito delle modifiche apportate– il rispetto della distanza di cinque metri, oggi prevista dalle NTA: è ovvio che una disposizione (di per sé innovativa) sulle distanze non rende contra ius un manufatto realizzato in precedenza.
Tuttavia, non può ammettersi che le modifiche dell’edificio comportino una distanza tra i due edifici che sia inferiore alla misura imposta da una disposizione nel frattempo entrata in vigore: l’art. 16 si applica senz’altro per la nuova costruzione che si intenda realizzare su un edificio preesistente.
Peraltro, la distanza tra gli edifici va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano (Consiglio di Stato Sezione Quarta, 02.11.2010, n. 7731, e 05.12.2005, n. 6909), sicché nella specie risulta illegittimo l’atto che ha consentito la creazione di una sopraelevazione, nella forma di un abbaino, in sostituzione di un preesistente lucernaio, che ha determinato, per alcune parti del tetto, una distanza inferiore a quella prevista per le nuove costruzioni dalle NTA (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 11.09.2013 n. 4501 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATA: Il decreto ministeriale n. 1444 del 02.04.1968, in tema di rispetto delle distanze di vicinato, ha una valenza direttamente precettiva, sino a comportare la disapplicazione degli strumenti urbanistici, anche di tipo regolamentare, con esso contrastanti.
In particolare, la prescrizione di cui all’art. 9, che fissa la distanza di dieci metri fra pareti finestrate di edifici fronteggianti, in quanto volta a salvaguardare imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, ha natura tassativa ed inderogabile.
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Un preciso orientamento sia della Cassazione, sia di questo Consiglio di Stato, ha avuto modo di affermare come la regola del rispetto della distanza dei dieci metri, di cui all’art. 9 del D.M. n. 1444/1968, si riferisce esclusivamente a pareti munite di finestre qualificabili come vedute e non ricomprende anche quelle su cui si aprono finestre cosiddette lucifere.

Il Collegio, tenuto conto della già resa sentenza parziale, è chiamato in questa sede unicamente a dirimere la questione se il rilascio dell’impugnato titolo ad aedificandum, con cui si autorizza l’esecuzione di lavori di recupero di un sottotetto, comporti o meno la violazione del limite di distanza di dieci metri tra fabbricati vicini, di cui all’art. 9 del D.M. n. 1444/1968.
A tale problematica si ritiene debba darsi risposta negativa, in senso non favorevole alla tesi difensiva propugnata dall’appellante, che tale vizio di violazione di legge ha (erroneamente) denunciato come sussistente.
Com’è noto, il decreto ministeriale n. 1444 del 02.04.1968, in tema di rispetto delle distanze di vicinato, ha una valenza direttamente precettiva, sino a comportare la disapplicazione degli strumenti urbanistici, anche di tipo regolamentare, con esso contrastanti (Cons. Stato Sez. IV 27.10.2011 n. 5759).
In particolare, la prescrizione di cui all’art. 9, che fissa la distanza di dieci metri fra pareti finestrate di edifici fronteggianti, in quanto volta a salvaguardare imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, ha natura tassativa ed inderogabile (ex plurimis Cons. Stato Sez. IV 12.06.2009 n. 3094).
Ciò preliminarmente precisato, nel caso di specie, in ragione delle caratteristiche dello stato dei luoghi come confermate dalle risultanze emerse dai compiuti accertamenti istruttori, non è ravvisabile, ad opera dell’assentimento alle opere di recupero del sottotetto del fabbricato del sig. Novaro, una situazione comportante il mancato rispetto del limite di distanza dei dieci metri fra pareti finestrate di edifici prospicienti.
Ed invero, come rilevasi dal documento contenente i rilievi tecnici all’uopo esperiti, il fabbricato di proprietà del controinteressato Novaro (indicato sub “A” nella relazione) e quello dell’appellante sig.ra Lantero (indicato sub “B”) sono asimmetrici (il primo è arretrato rispetto al secondo) e tanto sia con riferimento alle altezze, laddove l’edificio della Lantero è più alto, sia per la sagoma, nel senso che i fabbricati sono disallineati, per cui , ai fini de quibus, viene in rilievo solo una porzione di pareti fronteggianti che, però, non sono parimenti finestrate.
Più specificatamente, a fronte del muro perimetrale del fabbricato di proprietà dell’appellante su cui insistono tre finestre allineate verticalmente (e che prospetta sull’edificio dirimpettaio ) sussiste il muro perimetrale dell’edificio di proprietà del controinteressato, ad una distanza di 4,05 metri, la cui parete però non può considerarsi finestrata, giacché la stessa non gode di vedute ma solo di luce.
Ebbene, un preciso orientamento sia della Cassazione (Cass. Sez. Civ., Sez. II 30.04.2012 n. 6604), sia di questo Consiglio di Stato (Cons. Stato Sez. IV 22.01.2013 n. 844) -dal quale il Collegio non ha motivo di discostarsi- ha avuto modo di affermare come la regola del rispetto della distanza dei dieci metri, di cui all’art. 9 del D.M. n. 1444/1968, si riferisce esclusivamente a pareti munite di finestre qualificabili come vedute e non ricomprende anche quelle su cui si aprono finestre cosiddette lucifere (come nel caso di specie).
Ciò che rileva, insomma, è che il Novaro non ha la possibilità di “inspicere” nell’altrui prospiciente proprietà; e se così è, non v’è luogo all’applicazione della norma ex art. 9 citato, non esistendo, appunto, pareti finestrate su edifici fronteggianti e/o contrapposti (illuminante al riguardo è la riproduzione fotografica n. 4 della documentazione acclusa alla relazione dell’Ufficio accertatore) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 04.09.2013 n. 4451 - link a www.giustizia-amministrativa).

agosto 2013

EDILIZIA PRIVATA: L'art. 9 del d.m. n. 1444/1968, che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra le pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, pur non essendo immediatamente operante nei rapporti fra privati, va interpretato nel senso che l'adozione, da parte degli enti locali di strumenti urbanistici con esso contrastanti, comporta l'obbligo, per il giudice, non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, ma anche di applicare direttamente la disposizione in esso recata, divenuta, per inserzione automatica, parte integrante dello strumento urbanistico in sostituzione della norma illegittima disapplicata.
Va invero rilevato che in giurisprudenza è risalente e consolidato il principio secondo cui l’art. 9 del d.m. n. 1444/1968, che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra le pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, pur non essendo immediatamente operante nei rapporti fra privati, va interpretato nel senso che l'adozione, da parte degli enti locali di strumenti urbanistici con esso contrastanti, comporta l'obbligo, per il giudice, non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, ma anche di applicare direttamente la disposizione in esso recata, divenuta, per inserzione automatica, parte integrante dello strumento urbanistico in sostituzione della norma illegittima disapplicata (cfr. Cass. Civ., sez. II, 30.03.2006 n. 7563; id. 29.01.1999 n. 811; id. 11.01.1992 n. 249) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.08.2013 n. 2087 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAEdilizia. Il Decreto del Fare consente alle Regioni di autorizzare la realizzazione di edifici a meno di 10 metri l'uno dall'altro.
Meno vincoli sulle costruzioni. Derogabili le regole nazionali sulla distribuzione degli spazi urbanistici.
LA CONDIZIONE/ La normative locali non potranno comunque andare oltre il Codice civile e le disposizioni integrative sulla proprietà.

Il decreto del fare (Dl 69/2013) ha modificato uno dei princìpi finora considerati inviolabili in edilizia: l'inderogabilità dei limiti delle distanze tra costruzioni stabiliti dal Dm 02.04.1968 n. 1444. La legge di conversione del Dl (la 98/2013) ha, infatti, introdotto un nuovo articolo –il 2-bis– al Testo unico dell'edilizia (Tue, Dpr 380/2001), secondo cui le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano possono prevedere, con proprie leggi e regolamenti, deroghe al Dm 1444/1968, che disciplina i limiti di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati.
Questi enti potranno, poi, dettare disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi, nell'ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali.
Con il nuovo articolo 2-bis, le Regioni e le Province autonome hanno ora la possibilità di modificare l'assetto normativo finora regolato dal Dm 1444/1968. Esso contiene il "cuore" della normativa nazionale su densità abitativa e dimensione e posizione degli edifici, mentre il Codice civile si occupa principalmente di distanze rispetto a siepi, alberi, muri di cinta, pozzi, comunioni forzose, finestre, balconi eccetera. Il Dm 1444 prevede, in sintesi, per i nuovi edifici una distanza minima di 10 metri, per risanamenti conservativi e ristrutturazioni uno spazio non inferiori a quello tra i volumi edificati preesistenti (contati senza tener conto di costruzioni aggiuntive di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale).
Il nuovo articolo 2-bis del Tue va inquadrato in un contesto caratterizzato, da un lato, dalla tendenza di Regioni e Comuni di introdurre disposizioni legislative e regolamentari derogatorie al Dm 1444/1968 e, dall'altro, da un costante e consolidato principio giurisprudenziale che dà efficacia precettiva e inderogabile all'articolo 9 del Dm: spesso, i giudici sono stati chiamati a valutare norme comunali contenute nei piani regolatori, nelle Nta (Norme tecniche di attuazione) e negli strumenti attuativi che si discostavano variamente dai limiti del Dm, prevedendo distanze minori, dichiarandole illegittime.
Anche la Corte costituzionale si è più volte pronunciata sulla legittimità di alcune disposizioni regionali che, forzando il dettato del Dm 1444/1968, introducevano disposizioni derogatorie ai limiti fissati dal legislatore nazionale. Nelle sue pronunce, la Consulta ha costantemente ribadito che le Regioni che derogano ai limiti nazionali travalicano le proprie competenze in materia di governo del territorio interferendo con la competenza esclusiva dello Stato a fissare le distanze minime (sentenze 232/2005, 114/212 e 6/2013).
In tale quadro, tuttavia, è lo stesso Dm 1444/1968 che qualifica i limiti in tema di distanze come «inderogabili» ammettendo, al contempo, distanze inferiori per gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche. La deroga, in tali casi, è consentita perché i piani particolareggiati e le lottizzazioni convenzionate sono forme di pianificazione attuativa che regolamentano in modo complessivo e unitario determinate zone. Nell'ambito di tale normativa è consentito ai Comuni sacrificare l'interesse al rispetto delle distanze con altri vantaggi per il bene pubblico (ad esempio, aumento delle aree verdi).
È su questa possibilità di deroga prevista dal Dm 1444/1968 che fa leva la Scheda di lettura redatta dal servizio Studi della Camera il 7 agosto scorso, quando suggerisce che le nuove disposizioni derogatorie introdotte dall'articolo 2-bis a favore di Regioni e Province autonome dovrebbero essere dettate nell'ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario del territorio o di specifiche aree.
Tuttavia, il punto sembra restare controverso in quanto il tenore letterale dell'articolo 2-bis sembra prevedere due distinte facoltà: quella di dettare disposizioni derogatorie al Dm 1444/1968 accanto a quella di dettare disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi.
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Licenze. Snellite le procedure di rilascio. Se c'è un obbligo ambientale 30 giorni per l'ok dell'ufficio.
LA PROROGA/ Possono slittare di tre anni i termini di inizio e fine lavori nelle convenzioni di lottizzazione.

Il decreto del fare (Dl 69/2013) contiene numerose semplificazioni nelle costruzioni. Tra queste, oltre alle innovazioni "sostanziale" (liberalizzazione della sagoma e derogabilità dei limiti delle distanze tra le costruzioni), spiccano le modifiche "procedurali" che hanno mutato il rilascio dei titoli abilitativi. In tale ambito c'è la sostanziale riscrittura dell'articolo 20 del Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2001, Tue) sulla disciplina per gli immobili vincolati.
In particolare l'articolo 20 del Tue prevede ora che quando sia richiesto un permesso di costruire per un intervento soggetto a vincoli ambientali, paesaggistici o culturali il dirigente (o il responsabile dell'ufficio competente) deve adottare il provvedimento finale entro 30 giorni dal rilascio del nulla osta da parte dell'amministrazione preposta alla tutela del vincolo: in caso di valutazione positiva, il procedimento amministrativo andrà concluso con l'adozione di un provvedimento espresso. In caso di diniego dell'atto di assenso (sia trasmesso dall'amministrazione competente sia acquisito in conferenza di servizi), se il dirigente non emana il provvedimento conclusivo (di rigetto) entro 30 giorni, la domanda si intende respinta e, in tal caso, il responsabile del procedimento sarà comunque tenuto trasmettere al richiedente il provvedimento di diniego.
La trasmissione in un termine molto celere –cinque giorni– garantisce l'effettività dell'azione giudiziale per chi si è visto negare il provvedimento: in tal modo, si conoscono i motivi giuridici che ostano all'accoglimento.
Novità anche per l'autorizzazione paesaggistica. Il Dl 69/2013 interviene, in primo luogo, sui termini per il completamento dei lavori: resta fermo che l'autorizzazione è efficace per cinque anni, ma il decreto precisa che, se i lavori sono iniziati nel quinquennio, l'autorizzazione si considera efficace per tutta la loro durata. Nella precedente formulazione, scaduto il termine, i lavori ancora da realizzare dovevano essere nuovamente autorizzati.
Sempre nell'ambito del procedimento per l'autorizzazione paesaggistica, viene dimezzato il termine di rilascio entro il quale l'amministrazione competente provvede sulla domanda di autorizzazione: da 90 a 45 giorni dalla ricezione degli atti endoprocedimentali.
Ulteriore agevolazione per il settore delle costruzioni è la possibilità di ottenere una proroga per i termini di inizio e fine lavori stabiliti dall'articolo 15 del Tue. Per ottenerla, il titolare di un permesso di costruzione potrà comunicare all'amministrazione di avvalersi della facoltà riconosciuta dal comma 3 dell'articolo 30 del Dl 69/2013. La comunicazione potrà essere presentata a condizione che:
i termini non siano già decorsi al momento della presentazione;
i titoli abilitativi non risultino in contrasto, al momento della comunicazione, con nuovi strumenti urbanistici approvati o adottati;
la normativa regionale non preveda disposizioni differenti.
Il decreto del fare prevede una proroga di validità anche per i termini di inizio e fine lavori nell'ambito delle convenzioni di lottizzazione o degli accordi simili comunque nominati dalla legislazione regionale, stipulati sino al 31.12.2012: la norma, nella versione convertita dalla legge 98/2013, accorda uno slittamento dei citati termini di tre anni.
Si ricorda che la possibilità di ottenere una proroga dei termini di inizio e fine lavori previsti dall'articolo 15 del Tue prima della nuova disposizione del decreto del fare esisteva già, ma era sottoposta ad una stringente valutazione degli uffici tecnici comunali, che la concedevano soltanto se l'istanza di proroga era giustificata da serie e non prevedibili ragioni (articolo Il Sole 24 Ore del 25.08.2013
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EDILIZIA PRIVATA: Il computo della distanza tra edifici, in base alle norme del d.m. n. 1444/1968, nel caso in cui le pareti dei fabbricati non si estendano linearmente in altezza, ma manifestino rientranze e sporgenze, deve operarsi distinguendo fra gli sporti dalle ridotte dimensioni, aventi scopo meramente ornamentale e decorativo, da quelli costituenti sporgenze di particolari proporzioni, destinate per i loro caratteri strutturali e funzionali ad ampliare la superficie abitativa dei vani che vi accedono.
Di questi ultimi deve tenersi conto nel computo anzidetto, essendo veri e propri corpi di fabbrica che determinano un aumento dell'edificio in superficie ed incidono quindi sulla consistenza volumetrica dello stesso come pure deve tenersi conto di altre sporgenze, quali i balconi, che vengono ad ampliare in superficie e in volume il fabbricato da cui sporgono, occupando lo spazio che deve invece rimanere libero per assicurare il prescritto distacco.
Nel caso di specie, il progetto è, pertanto, illegittimo non considerando, nel calcolo della distanza di dieci metri, i balconi che, per la loro sporgenza, pari a 50 cm, non possono essere qualificati quale mero elemento ornamentale.

È invero fondato il quarto motivo di ricorso con cui viene lamentata la violazione dell’art. 9, d.m. n. 1444/1968, non sussistendo la distanza ivi prevista di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti.
La giurisprudenza ha difatti affermato che il computo della distanza tra edifici, in base alle norme del d.m. n. 1444/1968, nel caso in cui le pareti dei fabbricati non si estendano linearmente in altezza, ma manifestino rientranze e sporgenze, deve operarsi distinguendo fra gli sporti dalle ridotte dimensioni, aventi scopo meramente ornamentale e decorativo, da quelli costituenti sporgenze di particolari proporzioni, destinate per i loro caratteri strutturali e funzionali ad ampliare la superficie abitativa dei vani che vi accedono.
Di questi ultimi deve tenersi conto nel computo anzidetto, essendo veri e propri corpi di fabbrica che determinano un aumento dell'edificio in superficie ed incidono quindi sulla consistenza volumetrica dello stesso (cfr. Cass., Sez. II, 26.11.1996 n. 10497) come pure deve tenersi conto di altre sporgenze, quali i balconi, che vengono ad ampliare in superficie e in volume il fabbricato da cui sporgono, occupando lo spazio che deve invece rimanere libero per assicurare il prescritto distacco (cfr. Cass., Sez. II, 24.03.1993 n. 3533; 10.11.2011, n. 23553, Cons. Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909; ord. n. 1914 del 28.04.2010; Tar Lombardia, Milano, sez. II, 11.01.2013, n. 83).
Nel caso di specie, il progetto è, pertanto, illegittimo non considerando, nel calcolo della distanza di dieci metri, i balconi che, per la loro sporgenza, pari a 50 cm, non possono essere qualificati quale mero elemento ornamentale.
La circostanza che la controinteressata abbia presentato un’istanza di variazione al progetto, volta alla riduzione della superficie dei balconi aggettanti, non fa venire meno l’illegittimità del titolo abilitativo, ma anzi la conferma (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 09.08.2013 n. 2065 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

luglio 2013

EDILIZIA PRIVATA: Distanza tra edifici senza deroghe. Il limite legale di dieci metri si applica anche alle tettoie e alle autorimesse.
Costruzioni e ristrutturazioni. Le interpretazioni dei giudici rafforzano il divieto di procedere sul confine tra fabbricati limitrofi.
Le questioni relative alle distanze dai confini e tra fabbricati continuano a dare vita ad un notevole contenzioso giudiziale, tanto che ormai è possibile individuare orientamenti consolidati, anche nella giurisprudenza della seconda Sezione della Cassazione, secondo la quale ad esempio sono soggette ai limiti di distanze anche le autorimesse e le tettoie.
Le disposizioni in tema di distanze tra edifici sono contenute nel Codice civile (articoli 873 e seguenti), in cui si prescrive che le costruzioni su fondi finitimi devono essere tenute a distanza non minore di tre metri, a meno che non siano realizzate in unione, cioè strutturalmente collegate, oppure in aderenza. In questo caso (sentenza n. 21227/2009) è necessario che la nuova opera e quella preesistente combacino perfettamente da uno dei lati, in modo che non rimanga tra i due muri, nemmeno per un breve tratto o ad intervalli, una intercapedine, che lasci scoperte anche solo parzialmente le relative facciate.
I casi
Il termine "costruzione" viene riferito dalla giurisprudenza a qualsiasi opera non completamente interrata e che abbia i caratteri della solidità, stabilità ed immobilizzazione rispetto al suolo, anche se realizzata mediante appoggio o incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente; e ciò indipendentemente dal livello di posa ed elevazione dell'opera stessa, dai suoi caratteri e dalla sua destinazione, come nel caso di elementi accessori e pertinenze, quali le autorimesse, che abbiano dimensioni consistenti e siano stabilmente incorporati al resto dell'immobile (sentenze n. 72/2013, n. 13389/2011 e n. 4277/2011). È stata ritenuta una «costruzione» anche il manufatto che, anche se privo di pareti, come nel caso delle tettoie, determini un incremento del volume, della superficie e della funzionalità dell'immobile (sentenze n. 16776/2012, n. 5934/2011 e n. 22127/2009).
Rientrano nella nozione di "costruzione" anche tutte quelle parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (cosiddetti «aggettanti») che, pur non essendo volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato, salvo siano di ridotte dimensioni o abbiano un carattere meramente decorativo. Non sono infatti computabili ai fini delle distanze, solo quegli elementi con funzione ornamentale, di rifinitura od accessoria, come le mensole, le lesene, i cornicioni o le grondaie (sentenza n. 17242/2010)
La sopraelevazione
le distanze vanno rispettate anche nel caso di sopraelevazione, «per tale intendendosi qualsiasi costruzione che si eleva al di sopra della linea di gronda di un preesistente fabbricato» (sentenza n. 22895/2004), allorquando sviluppi effettivamente una nuova cubatura. Anche la modifica del tetto di un fabbricato integra una sopraelevazione, ma viene considerata "costruzione" solo se produce aumento della superficie esterna e della volumetria dei piani sottostanti (sentenza n. 20786/2006)
Al regime delle distanze legali, secondo quanto previsto dall'articolo 879, comma 2, del Codice civile, non sono soggette le costruzioni realizzate a confine con le piazze e le vie pubbliche, anche di proprietà privata gravate da servitù pubbliche di passaggio (sentenza n. 6006/2008).
Le previsioni del codice civile vengono integrate da quelle dei regolamenti edilizi locali, che possono anche fissare distanze superiori, purché nel rispetto della disciplina urbanistico-edilizia nazionale e regionale, in particolare quella del Dm 1444/1968. Le distanze minime tra costruzioni indicate dall'articolo 9 del decreto variano in relazione alle zone territoriali omogenee in cui ricadono gli edifici, alla loro altezza ed alla presenza o meno di strade destinate al traffico veicolare.
Solo per i centri storici (le zone A), in caso di ristrutturazione vi è l'obbligo di mantenere le distanze intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti, mentre nelle altre zone omogenee per gli edifici di nuova costruzione è prescritta in ogni caso una distanza minima di dieci metri tra le pareti finestrate e quelle degli edifici antistanti. In presenza di strade, le distanze minime corrisponderanno alla larghezza della sede stradale maggiorata, per ciascun lato, ad una misura variabile dai 5 ai 10 metri, a seconda dell'ampiezza della strada. Di conseguenza, in questo caso, la distanza minima potrà andare dai 17 ai 35 metri.
La norma ammette distanze inferiori, ma solo nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate, con esclusione degli interventi diretti, realizzati sulla base di un singolo permesso di costruire.
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Gli orientamenti
01 | A TUTTE LE FINESTRE LO STESSO PESO
La distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall'articolo 9 del Dm 02.04.1968, n. 1444, va calcolata con riferimento a ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e con riguardo a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela (Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza n. 7731/2010)
02 | NESSUNA DEROGA NEI PIANI URBANISTICI
L'articolo 9 del Dm 02.04.1968 n. 1444, che impone la distanza minima di dieci metri tra costruzioni vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima, essendo consentita all'amministrazione locale solo la fissazione di distanze superiori (Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza n. 1491/2009)
03 | I BALCONI E LE LOGGE ESCLUSI DAL CALCOLO
La distanza dei dieci metri (fissati dall'ex Dm n. 1444/1968) tra pareti finestrate è stata stabilita in funzione della tutela della riservatezza delle abitazioni situate in fabbricati che si fronteggiano, ratio che viene meno in presenza di balconi e di logge, che quindi non debbono essere tenuti presenti ai fini del calcolo della distanza (Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza n. 3889/2006)
04 | L'ASCENSORE SUPERA I VINCOLI DI LEGGE
L'installazione di un ascensore, al fine dell'eliminazione delle barriere architettoniche, realizzata da un condomino su parte di un cortile e di un muro comuni, deve considerarsi indispensabile ai fini dell'accessibilità dell'edificio e della reale abitabilità dell'appartamento, e rientra, pertanto, nei poteri spettanti ai singoli condomini ai sensi dell'articolo 1102 del Codice civile, senza che, ove siano rispettati i limiti di uso delle cose comuni stabiliti da tale norma, rilevi la disciplina dettata dall'articolo 907 del Codice civile sulla distanza delle costruzioni dalle vedute (Cassazione civile, sezione II, sentenza n. 14096/2012)
05 | NESSUNA SANATORIA PER LE VIOLAZIONI
In tema di distanze legali nelle costruzioni, le prescrizioni contenute nei piani regolatori e nei regolamenti edilizi comunali, essendo dettate, contrariamente a quelle del Codice civile, a tutela dell'interesse generale a un prefigurato modello urbanistico, non tollerano deroghe convenzionali da parte dei privati. Tali deroghe, se concordate, sono invalide, né tale invalidità può venire meno per l'avvenuto rilascio di concessione edilizia, poiché il singolo atto non può consentire la violazione dei principi generali dettati, una volta per tutte, con gli indicati strumenti urbanistici (Consiglio di Stato, sezione II, sentenza. n. 9751/2010)
06 | NON BASTA UNO SPIGOLO PER I FONDI FINITIMI
In materia di rispetto delle distanze legali delle costruzioni rispetto al confine, la nozione di fondi finitimi è diversa da quella di fondi meramente "vicini", dovendo per fondi finitimi intendersi quelli che hanno in comune, in tutto o in parte, la linea di confine, ossia quelli le cui linee di confine, a prescindere dall'essere o meno parallele, se fatte avanzare idealmente l'una verso l'altra, vengono ad incontrarsi almeno per un segmento; ne consegue che non possono essere invocate le norme sul rispetto delle distanze ove i fondi abbiano in comune soltanto uno spigolo o i cui spigoli si fronteggino pur rimanendo distanti (Cassazione civile, sezione II, sentenze n. 3036/2009)
07 | PER LE APERTURE SUFFICIENTE UNA PARETE
In tema di distanze tra le costruzioni, l'articolo 9, n. 2), del Dm 02.04.1968 n. 1444 prescrive, con disposizione tassativa e inderogabile, la distanza minima assoluta di dieci metri tra i fabbricati anche nel caso in cui solo una delle pareti antistanti risulti finestrata e non entrambe (Cassazione civile, sezione II, sentenza n. 22495/2007)
08 | PER I CENTRI STORICI VIGE L'ESONERO
L'articolo 9, comma 1, n. 2), del Dm 02.04.1968 n. 1444 in base al quale la distanza tra pareti finestrate di edifici frontisti non deve essere inferiore a dieci metri, si riferisce alle sole nuove edificazioni consentite in zone diverse dal centro storico (zona A), posto che in questo ultimo, dove vige il generale divieto di costruzioni ex novo, la norma si limita a prescrivere che la distanza non sia inferiore a quella intercorrente tra i volumi edificati preesistenti (Cassazione civile, sezione II, sentenza n. 12767/2008)
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FOCUS
La finestra è decisiva

La Cassazione ha precisato per le pareti finestrate il rispetto della distanza di dieci metri dagli edifici prospicienti si riferisce esclusivamente alle pareti munite di finestre qualificabili come vedute, cioè quelle che permettono di affacciarsi per guardare di fronte, ma non comprende anche le pareti cui si aprono finestre cosiddette "lucifere", che consentono solo il passaggio di luce e aria, senza possibilità di affaccio (sentenza n. 6604/2012). Per questa ragione e in quanto l'articolo 9 del Dm 1444/1968 è da considerarsi «norma eccezionale, e perciò insuscettibile di interpretazione analogica», la Cassazione ha anche affermato che non possono ricomprendersi tra le pareti finestrate né le vetrate fisse e prive di aperture, poiché non consentono l'affaccio, né un terrazzo di copertura, il quale non è elemento integrante della parete sottostante, ma costituisce parte distinta e sovrapposta dell'edificio (sentenza n. 19092/2012).
Per le sole zone C), l'articolo 9 del Dm stabilisce inoltre che la distanza minima tra pareti finestrate di edifici antistanti debba essere pari all'altezza del fabbricato più alto. Questa previsione si applica anche nel caso in cui una sola parete sia finestrata, se gli edifici si fronteggiano per oltre dodici metri lineari.
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I paletti. Norma statale invalicabile.
Comuni vincolati nei regolamenti e nei piani urbani.

Le distanze fissate dalle norme nazionali (Dm 1444/1968) non possono essere scavalcate dai regolamenti comunali.
Le Sezioni unite della Cassazione (sentenza n. 14953/2011) hanno da tempo riconosciuto a questo decreto efficacia analoga a quella della legge statale, con la conseguenza che i Comuni hanno l'obbligo di conformarsi alle sue previsioni nella formazione di nuovi strumenti urbanistici o nella revisione di quelli esistenti, e che le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle previsioni eventualmente contrastanti contenute in un regolamento locale.
Proprio in ragione della sua forza di legge, la Cassazione penale (Sezione III, sentenze n. 10431/2012) ha stabilito che il pubblico ufficiale che rilascia il titolo abilitativo edilizio, in caso di dolosa violazione della disciplina in tema di distanze legali, risponde del delitto di abuso d'ufficio ai sensi dell'articolo 323 del Codice penale.
La seconda Sezione della Cassazione (n. 7563/2006) ha comunque precisato che la norma non è immediatamente operante nei rapporti fra i privati e va interpretata nel senso che l'adozione, da parte degli enti locali, di strumenti urbanistici contrastanti con questa disposizione comporta l'obbligo per il giudice di merito non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, ma anche di applicare direttamente le previsioni dell'articolo 9 del Dm, che è divenuto, «per inserzione automatica, parte integrante dello strumento urbanistico».
La stessa sezione (sentenze n.13547/2011 e n. 5741/2008) ha anche chiarito che la finalità perseguita dalla norma non è la tutela della riservatezza, bensì la salubrità e la sicurezza, quindi essa va applicata «indipendentemente dall'altezza degli edifici antistanti».
Resta comunque salva la possibilità per gli strumenti attuativi di derogare legittimamente alle prescrizioni generali sulle distanze, purché gli stessi risultino effettivamente «volti a disciplinare l'attività urbanistico-edilizia in particolari zone del territorio comunale, secondo uniformi criteri planovolumetrici, organici e funzionali, adeguati alla specificità di singoli settori urbani» (Cassazione, sezione II, sentenza n. 56/2010).
Anche la giurisprudenza del Consiglio di Stato si è espressa nello stesso senso, stabilendo che la norma vincola i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo è illegittima, essendo consentita all'amministrazione locale solo la fissazione di distanze superiori ai dieci metri (Consiglio di Stato, Sezione IV, n. 844/2013).
Unica eccezione è costituita dagli edifici situati nei centri storici (zone A), (Sezione IV, n. 3614/2006), anche se oggetto di ricostruzione a seguito di demolizione, volontaria o per evento naturale, ma a condizione che l'intervento si traduca nell'esatto ripristino delle stesse operato senza alcuna variazione rispetto alle originarie dimensioni dell'edificio, e, in particolare, senza aumenti della volumetria, né delle superfici occupate in relazione alla originaria sagoma di ingombro (sezione IV, n. 844/2013).
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La Consulta. Gli aspetti da contemperare. Le lottizzazioni fanno eccezione.
LE PRONUNCE/ Le Regioni hanno margini di manovra in presenza di interessi legati alla materia del governo del territorio.

Il carattere inderogabile delle norme sulle distanze legali (articolo 9 del Dm 1444/1968) e la sua portata integrativa delle disposizioni del Codice civile, sono stati ripetutamente affermati anche dalla Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi in sede di conflitto di attribuzione tra il legislatore statale e quello regionale. Quest'ultimo, infatti, è spesso intervenuto in materia rivendicando la propria potestà legislativa concorrente nella materia del governo del territorio.
Secondo la Consulta (da ultimo sentenza n. 232/2005) le norme sulle distanze legali costituiscono uno dei limiti alla proprietà previsti dalla legge per assicurarne la funzione sociale, così come previsto dall'articolo 832 del Codice civile e dall'articolo 42 della Costituzione. Al fine di garantire la coesistenza dei diritti dei singoli proprietari, «alle facoltà di ciascuno sono imposti dalla legge limiti atti a conciliare il godimento del diritto sul proprio bene con quello degli altri sui loro beni». Tra questi limiti vi sono le norme che impongono di rispettare determinate distanze minime nell'eseguire costruzioni, «la cui violazione è suscettibile anche della drastica forma di risarcimento in forma specifica, attraverso la riduzione in pristino», ai sensi dell'articolo 872, comma 2, del Codice.
Le norme degli strumenti urbanistici che prescrivono le distanze tra le costruzioni in forza del rinvio contenuto nell'articolo 873 del Codice hanno carattere integrativo dello stesso Codice, in quanto concorrono alla stessa configurazione del diritto di proprietà, disciplinando i rapporti di vicinato, assicurando un'equità nell'utilizzazione edilizia dei suoli privati ed attribuendo il diritto reciproco al loro rispetto.
Ne discende che anche le norme degli strumenti urbanistici devono essere rispettose della normativa statale anche di livello regolamentare. Secondo la Consulta alle Regioni è consentito fissare limiti in deroga alle distanze minime stabilite nelle normative statali, solo a condizione che la deroga sia giustificata dall'esigenza di soddisfare interessi pubblici legati al governo del territorio. In particolare, le deroghe sono legittime se funzionali «agli assetti urbanistici generali e quindi al governo del territorio, non, invece, ai rapporti tra edifici confinanti isolatamente considerati».
Sulla base di questi presupposti, con la sentenza n.114/2012, la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme della legge della Provincia di Bolzano n. 13/1997 (modificate dalla Lp n. 15/2011), nella parte in cui, ai fini dell'isolamento termico degli edifici, consentiva di derogare nella misura massima di 20 cm alle distanze tra edifici, alle altezze degli edifici e alle distanze dai confini previsti nel piano urbanistico comunale, con il solo rispetto «delle distanze prescritte dal codice civile» e non anche di quelle del Dm n. 1444/1968.
Più di recente, la sentenza n. 6/2013 ha ribadito questo principio, ricordando che le deroghe all'ordinamento civile delle distanze tra edifici vanno lette con riferimento all'articolo 9 del decreto, il quale «consente che siano fissate distanze inferiori a quelle stabilite dalla normativa statale, ma solo «nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche»
(articolo Il Sole 24 Ore del 29.07.2013).

maggio 2013

EDILIZIA PRIVATA: E' infondata la tesi per cui un lotto è da ricondursi a "centro storico” per il solo fatto che ivi insiste un vincolo a suo tempo imposto ex L. 1497 del 1939, posto che così argomentando tutte le aree assoggettate a vincolo paesistico risulterebbero automaticamente classificate sotto il profilo urbanistico-edilizio quali zone A.
Del resto, la risalente, ma ancor valida Circolare del Ministero dei Lavori Pubblici n. 3210 dd. 28.10.1967 n. 3210 chiarisce senza ombra di dubbio che l’inclusione di aree nelle zone A concerne segnatamente gli “agglomerati urbani”, e ciò non può dirsi per l’area in questione, stante la sua ben evidente marginalità rispetto al centro urbano.
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L’art. 9 del D.M. 1444 del 1968, laddove impone la distanza di 10 metri tra parete finestrata e corpo edificato, è norma di ordine generale, prevalente anche sulla disciplina regionale eventualmente difforme, e va pertanto applicata anche a corpi distinti di un’unica costruzione, ivi dunque compresa l’ipotesi di sopraelevazione.

Convince viceversa il Collegio la censura rimasta assorbita nel giudizio di primo grado e riproposta in via tuzioristica dal Wurthner circa la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444, violazione e falsa applicazione dell’art. 11 del T.U. approvato con D.P.R. 06.06.2001 n. 380, violazione e falsa applicazione dell’art. 31 della L.R. 06.06.2008 n. 16, nonché eccesso di potere per carenza assoluta di istruttoria e di motivazione e difetto del presupposto ed illogicità manifesta: ossia che, sinteticamente, in difformità da tali disposizioni normative il progetto prevede che i muri perimetrali della porzione immobiliare di proprietà Ascheri distino all’incirca 7,15 metri dalle pareti finestrate di proprietà Wurthner.
A fronte dell’eccezione del Comune e dell’Ascheri secondo la quale la disciplina di cui all’art. 9, secondo comma, del D.M. 02.04.1968 n. 1444 –segnatamente contemplata nella misura di 10 metri per i nuovi edifici– non si applica alle zone A così come definite dall’art. 2 dello stesso D.M., la Sezione ha disposto un’istruttoria chiedendo al Comune medesimo di produrre agli atti di causa un certificato di destinazione urbanistica del sito in cui ricade la costruzione Ascheri – Wurthner.
Il documento prodotto certifica che il foglio 8 del mappale n. 972 ricade integralmente nella Zona A.12 del P.U.C. (Piano urbanistico comunale) comprendente l’ambito di conservazione e riqualificazione delle località Pian dei Rossi, Sciarto, Mei, Feu … Torre del Mare, nonché secondo il P.T.C.P. –Piano territoriale di coordinamento paesistico (Assetto insediativo) nella Zona ID-MA– Regime normativo di mantenimento, in Zona COL-ISS del P.T.C.P. (Assetto vegetazionale), secondo il P.T.C.P. (Assetto Geomorfologico) in Zona MO-A – Aree assoggettate a regime normativo di modificabilità di tipo-A.
Lo stesso foglio 8, mappale 972, ricade integralmente nella Carta della suscettività al dissesto dei versanti quale PG1 – Area a suscettività al dissesto bassa, è sottoposta integralmente a vincolo paesistico-ambientale a’ sensi del D.L.vo 22.01.2004 n. 42 ed è inoltre assoggettata integralmente a vincolo idrogeologico a’ sensi della L.R. 16.04.1984 (peraltro ad oggi abrogata dalla L.R. 03.01.2001 n. 1) e del R.D. 30.12.1923 n. 3267.
Secondo la tesi del Comune e dell’Ascheri l’area in questione ricadrebbe nella Zona A contemplata dall’art. 2 del D.M. 1444 del 1968 in quanto ivi si menzionano “le parti del territorio interessate da agglomerati urbani che rivestono carattere storico, artistico o di particolare pregio ambientale o da porzioni di essi, comprese le aree circostanti, che possono considerarsi parte integrante, per tali caratteristiche, degli agglomerati stessi”, e l’ambito A.12 del P.U.C. di Bergeggi, con superficie territoriale di mq. 540.146 è definito da tale strumento di pianificazione “della grande edificazione residenziale per la seconda casa”, completato da “vaste aree boscate di notevole pregio ambientale, soprattutto sul versante a mare”.
Sempre secondo il Comune il vincolo paesaggistico introdotto sull’area medesima a’ sensi del D.M. 06.04.1957 emanato sulla base dell’allora vigente L. 29.06.1939 n. 1497 in tal senso dirimente, posto che ivi si definisce l’area stessa di “una bellezza paesistica costituente un quadro naturale unitamente all’isolotto omonimo”.
In dipendenza di tutto ciò, quindi, la distanza di cui trattasi –ossia “la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”– non si applicherebbe al caso di specie, stante la vigenza della disciplina specificamente contemplata relativamente alla zona A “per le operazioni di risanamento conservativo e per le eventuali ristrutturazioni”, laddove –per l’appunto- “le distanze tra gli edifici non possono essere inferiori a quelle intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti, computati senza tener conto di costruzioni aggiuntive di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale”.
Né, da ultimo, andrebbe sottaciuto che la distanza predetta di m. 10 non si applicherebbe se i fabbricati non hanno tra loro pareti contrapposte (cfr. sul punto, ad es., Cons. Stato, Sez. IV, 05.10.2005 n. 5348), stante il fatto che la relativa disciplina non è deputata alla tutela del diritto alla riservatezza, ma alla “salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie”, nella specie non sussistenti (cfr. al riguardo, ad es., Cons. Stato, Sez. IV, 22.01.2013 n. 354).
Orbene, ad avviso del Collegio risulta innanzitutto infondata la tesi che riconduce l’ambito A.12 – Torre di Porto a “centro storico” per il solo fatto che ivi insiste un vincolo a suo tempo imposto ex L. 1497 del 1939, posto che così argomentando tutte le aree assoggettate a vincolo paesistico risulterebbero automaticamente classificate sotto il profilo urbanistico-edilizio quali zone A.
Del resto, la risalente, ma ancor valida Circolare del Ministero dei Lavori Pubblici n. 3210 dd. 28.10.1967 n. 3210 chiarisce senza ombra di dubbio che l’inclusione di aree nelle zone A concerne segnatamente gli “agglomerati urbani”, e ciò non può dirsi per l’area in questione, stante non solo la sua ben evidente marginalità rispetto al centro urbano di Bergeggi, ma anche –e soprattutto– sia la circostanza che l’art. 28 del P.U.C. la definisce quale ambito della “grande edificazione residenziale della seconda casa, realizzata fra gli anni ’50 e ’90, costituito da grandi condomίni e ville unifamiliari”, sia l’avvenuta inclusione nel previgente P.R.G. della zona di “Torre del Mare” in zona SR, espressamente equiparata dal Piano stesso a Zona B.
Né –ancora– può convenirsi, sempre in proposito, con la tesi dell’Ascheri secondo la quale il suo progetto sarebbe una mera “sopraelevazione” riconducibile, al più, ad un intervento di “nuova ristrutturazione” e non già di “nuova costruzione”, con la conseguente applicazione in tale ultimo caso soltanto della distanza di m. 10 da corpi antistanti.
Tale tesi risulta infatti smentita dalla giurisprudenza, come ad es. Cons. Stato, Sez. IV, 27.10.2011 n. 5759, anche sulla scorta di Cass., Civ., Sez. II, 27.03.2001 n. 4413.
Né –ancora– può convenirsi, sempre in proposito, con la tesi dell’Ascheri, secondo la quale il suo progetto sarebbe una mera “sopraelevazione” riconducibile, al più, ad un intervento di “nuova ristrutturazione” e non già di “nuova costruzione”, con la conseguente applicazione in tale ultimo caso soltanto della distanza di m. 10 da corpi antistanti.
Va, infatti, in primo luogo evidenziata l’intrinseca contraddittorietà della tesi dell’Ascheri secondo la quale la distanza di m. 10 non si applicherebbe alle ipotesi di “edificio unico”, come –per l’appunto– nel caso in esame, posto che l’Ascheri medesimo ha ben più fondatamente sostenuto per l’innanzi, anche con l’adesione di questo stesso giudice, che l’edificio di cui trattasi non costituisce un “condominio” ma due unità abitative tra di loro autonome.
Ma, soprattutto, è assorbente la constatazione, derivante dalla giurisprudenza dianzi citata, che l’art. 9 del D.M. 1444 del 1968, laddove impone l’anzidetta distanza di 10 metri tra parete finestrata e corpo edificato, è norma di ordine generale, prevalente anche sulla disciplina regionale eventualmente difforme, e va pertanto applicata anche a corpi distinti di un’unica costruzione, ivi dunque compresa l’ipotesi di sopraelevazione (cfr. sul punto, ad es., Cass. Civ., Sez. II, 27.03.2001 n. 4413)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 08.05.2013 n. 2483 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2013

URBANISTICA: La possibilità di variare il sedime è implicita nella previsione dell’obbligo di piano di recupero, e costituisce del resto una facoltà normalmente ricompresa nella nozione di ristrutturazione edilizia pesante di cui all’art. 10, comma 1-c, del DPR 06.06.2001 n. 380.
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Per quanto riguarda poi il problema delle distanze all’interno di un piano di recupero situato in zona A, non vige la regola della distanza minima di 10 metri dalle pareti finestrate, in analogia a quanto previsto per i piani particolareggiati relativi al centro storico.
I piani particolareggiati hanno infatti ampi margini di discrezionalità per disciplinare direttamente questi profili ma possono anche rimettere le scelte di dettaglio ai singoli piani di recupero fissando solo alcune disposizioni generali, come è avvenuto nel caso in esame.
L’unico limite per la zona A desumibile dall’art. 9 del DM 02.04.1968 n. 1444 è che non sia aggravata la situazione esistente.

Sulle questioni proposte nel ricorso si possono formulare le seguenti considerazioni:
Sul condono della tettoia abusiva
(c) il punto da cui occorre partire è quindi la data di realizzazione della tettoia. Nel provvedimento di sanatoria del 03.10.2000 si prende atto che la tettoia è stata realizzata prima del 01.09.1967, ossia prima dell’entrata in vigore della legge 06.08.1967 n. 765, come dichiarato dalla dante causa dei controinteressati nella domanda di condono presentata il 18.09.1986. L’ipotesi di condono utilizzata dal Comune è pertanto quella disciplinata dall’art. 31, comma 5, della legge 28.02.1985 n. 47. In questo caso la sanatoria è assoggettata al pagamento dell’oblazione ma non del contributo di concessione, dovuto invece per le opere abusive realizzate tra il 01.09.1967 e il 01.10.1983;
(d) a proposito dell’epoca di realizzazione della tettoia il Comune non ha svolto alcun approfondimento (ad esempio attraverso le aerofotogrammetrie) e dunque non è possibile stabilire se l’opera sia effettivamente anteriore al 01.09.1967;
(e) esiste però un elemento che avvicina notevolmente la presenza della tettoia alla data del 01.10.1983, utile per beneficiare del condono alle condizioni ordinarie e quindi con pagamento del contributo di concessione. Si tratta del provvedimento dell’assessore all’Urbanistica del 20.02.1985, con il quale sono stati autorizzati lavori di manutenzione straordinaria sulla tettoia. Questo provvedimento dimostra l’esistenza della tettoia. La retrodatazione della costruzione a un momento anteriore al 01.10.1983 può essere raggiunta in via presuntiva considerando (1) il carattere pertinenziale del manufatto rispetto all’attività produttiva, (2) il dato di comune esperienza secondo cui una manutenzione straordinaria interviene a una certa distanza temporale dalla costruzione, (3) la necessità di interpretare i casi dubbi a favore del soggetto che chiede il condono (v. TAR Brescia Sez. II 10.05.2012 n. 825; TAR Brescia Sez. I 22.11.2010 n. 4664);
(f) il fatto che la tettoia si trovasse a circa 2,5 metri dalla parete finestrata dell’edificio di proprietà del ricorrente non impediva la concessione del condono. Gli immobili sono infatti collocati in zona A, all’interno della quale in base all’art. 9 del DM 02.04.1968 n. 1444 non vige la regola della distanza minima di 10 metri. Occorre poi sottolineare che la sanatoria è comunque ammissibile quando sia accompagnata dal vincolo della traslazione del volume e della superficie oggetto di condono allo scopo di conseguire un complessivo riordino del comparto (v. TAR Brescia Sez. II 08.05.2012 n. 788).
Questa condizione nel caso in esame si è realizzata, in quanto la tettoia è stata assoggettata a condono esclusivamente per recuperarne la superficie e riversarla nel nuovo intervento edilizio regolato dal piano di recupero, con il coinvolgimento di un sedime in parte diverso da quello originario. Il punto di osservazione del problema delle distanze si trasferisce in questo modo dall’opera abusiva storica alla nuova disciplina del piano di recupero. In proposito si osserva che la possibilità di variare il sedime è implicita nella previsione dell’obbligo di piano di recupero, e costituisce del resto una facoltà normalmente ricompresa nella nozione di ristrutturazione edilizia pesante di cui all’art. 10, comma 1-c, del DPR 06.06.2001 n. 380 (v. TAR Brescia Sez. II 07.04.2011 n. 525);
(g) la prospettiva dell’utilizzo della superficie della tettoia a vantaggio di un nuovo edificio consente di completare la procedura di condono anche se nel frattempo il manufatto sia stato rimosso. Normalmente infatti l’esistenza materiale dell’opera abusiva è un presupposto per la condonabilità della stessa (v. TAR Brescia Sez. I 12.10.2009 n. 1741), ma se la demolizione era già stata in precedenza valutata e autorizzata in un provvedimento edilizio, o in un piano urbanistico almeno adottato, il diritto edificatorio corrispondente all’abuso si può considerare ormai scorporato dall’opera materiale e acquisito al patrimonio giuridico del proprietario del terreno, subordinatamente al rilascio del provvedimento formale di condono;
Relativamente al piano di recupero
(h) per quanto riguarda poi il problema delle distanze all’interno di un piano di recupero situato in zona A, parimenti non vige la regola della distanza minima di 10 metri dalle pareti finestrate, in analogia a quanto previsto per i piani particolareggiati relativi al centro storico.
I piani particolareggiati hanno infatti ampi margini di discrezionalità per disciplinare direttamente questi profili (v. TAR Brescia Sez. I 29.09.2009 n. 1712) ma possono anche rimettere le scelte di dettaglio ai singoli piani di recupero fissando solo alcune disposizioni generali, come è avvenuto nel caso in esame. L’unico limite per la zona A desumibile dall’art. 9 del DM 02.04.1968 n. 1444 è che non sia aggravata la situazione esistente, cosa che in concreto non sembra essersi verificata;
(i) circa gli aspetti propriamente qualitativi della progettazione, e in particolare sul disturbo che il nuovo edificio arreca a quello del ricorrente e sulla possibilità di individuare soluzioni di maggiore pregio urbanistico, si tratta di questioni che si collocano ai limiti della sindacabilità nel processo amministrativo.
La commissione edilizia nel parere del 03.04.2000 ha considerato soddisfacenti le controdeduzioni elaborate per conto dei controinteressati dall’ing. Angelo Laffranchini. Tale valutazione non presenta profili di irragionevolezza, e in definitiva non sembra che il Comune autorizzando l’intervento edilizio abbia favorito una parte procurando un danno ingiusto all’altra.
Le soluzioni urbanistiche alternative avrebbero infatti comportato sacrifici non necessari per la proprietà dei controinteressati, e la gronda del nuovo edificio non sembra idonea a provocare un oscuramento intollerabile del primo piano del ricorrente, mentre per quanto riguarda il piano terra, effettivamente oscurato, una concausa rilevante è il muro di confine posto a breve distanza;
(j) la superficie della tettoia trasferita nel nuovo intervento edilizio è pari a 93,35 mq, mentre la superficie indicata nella domanda di condono era pari a 87,50 mq e quella riportata sull’elaborato tecnico allegato alla suddetta domanda era pari a 85 mq. Le differenze sono certamente significative, ma non implicano che le misure del progetto siano sbagliate o non veritiere.
In realtà la misurazione effettuata ai fini del condono è diretta a stabilire se siano rispettati i limiti di legge entro cui la sanatoria è ammissibile e a individuare gli importi a carico del richiedente. Quando la superficie condonata deve essere traslata e riutilizzata valgono le normali regole della progettazione, ossia è richiesta una più accurata misurazione dell’opera mediante i punti fiduciali per armonizzarne i valori a quelli degli edifici confinanti (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 02.04.2013 n. 307 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

marzo 2013

EDILIZIA PRIVATA: Le norme sulle distanze dai fabbricati hanno carattere pubblicistico e inderogabile, a differenza di quelle sulle distanze dai confini, che sono derogabili mediante convenzione tra privati.
A tale proposito, questo Tribunale, nella sentenza n. 327/2005 del 12.10.2005, confermata dalla Sezione VI del Consiglio di stato con la decisione n. 6475 del 18.12.2012, con riferimento alle distanze in materia di costruzioni, ha già esposto che “è ben noto al Collegio l’orientamento giurisprudenziale in forza del quale le norme sulle distanze dai fabbricati hanno carattere pubblicistico e inderogabile, a differenza di quelle sulle distanze dai confini, che sono derogabili mediante convenzione tra privati (cfr., ex multis, Consiglio di Stato, Sez. IV, 12.07.2002, n. 3929 e TAR Lazio, Sez. II, 11.10.2004, n. 10705) (TRGA Trentino Alto Adige-Bolzano, sentenza 20.03.2013 n. 95 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi fini dell’applicabilità della disciplina in materia di “pareti finestrate” di cui all’art. 9 del d.m. 02.04.1968, nr. 1444, ed a tutti i regolamenti edilizi locali che a questo si richiamano, è indifferente che le aperture preesistenti rientrino nella nozione civilistica di “luci” o in quella di “vedute” (ciò in considerazione della ratio di dette regole, che va ricondotta a esigenze igienico-sanitarie e non di tutela di diritti di vicinato).
Ritenuto che detti approfondimenti, al contrario, si impongono ai fini della definizione del giudizio nel merito, tenuto conto anche della circostanza che la Sezione –contrariamente all’assunto di fondo espresso nella sentenza impugnata– reputa che, ai fini dell’applicabilità della disciplina in materia di “pareti finestrate” di cui all’art. 9 del d.m. 02.04.1968, nr. 1444, ed a tutti i regolamenti edilizi locali che a questo si richiamano, è indifferente che le aperture preesistenti rientrino nella nozione civilistica di “luci” o in quella di “vedute” (ciò in considerazione della ratio di dette regole, che va ricondotta a esigenze igienico-sanitarie e non di tutela di diritti di vicinato) (Consiglio di Stato, Sez. IV, ordinanza 13.03.2013 n. 844 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2013

EDILIZIA PRIVATA: Esiste il principio giurisprudenziale secondo cui, posto che nella disciplina legale dei rapporti di vicinato l'obbligo di osservare nelle costruzioni determinate distanze sussiste solo relativamente alle vedute e non anche dalle luci, la dizione pareti finestrate contenuta in un regolamento edilizio che, ispirandosi all'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, prescrive nelle sopraelevazioni il rispetto della distanza di 10 metri dalle pareti finestrate di edifici prospicienti, si riferisce esclusivamente alle pareti munite di finestre qualificabili come vedute e non ricomprende anche quelle su cui si aprono finestre cosiddette lucifere.
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Le prescrizioni di cui al d.m. 02.04.1968 n. 1444 integrano con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, sicché l'inderogabile distanza di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici.
La prescrizione di cui all'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 relativa alla distanza minima di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti è volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, ed è, dunque, tassativa ed inderogabile.
Infatti, nella suddetta materia deve ritenersi che in tema di distanze tra costruzioni, applicabile, come detto, anche alle sopraelevazioni, l'adozione da parte dei Comuni di strumenti urbanistici contenenti disposizioni illegittime perché contrastanti con la norma di superiore livello dell'art. 9 DM 02.04.1968 n. 1444 -che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti- comporterebbe l'obbligo per il giudice di applicare, in sostituzione delle disposizioni illegittime, quelle dello stesso strumento urbanistico, nella formulazione derivate, però, dalla inserzione in esso della regola sulla distanza fissata nel decreto ministeriale.
La disposizione di cui all'art. 9, comma 1, n. 2, d.m. 02.04.1968 n. 1444, essendo tassativa ed inderogabile, impone al proprietario dell'area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga, neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata ad essere mantenuta ad una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell'art. 907, comma 3, c.c.
Conseguentemente, ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, oltre alla considerazione che nella specie la disciplina è stata integrata dal regolamento comunale in senso ancora più rispettoso e rigoroso.
L'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, che detta disposizioni in tema di distanze tra costruzioni, stante la natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione.

Va ora esaminato quanto sostenuto dalla società appellante incidentale, che sottolinea come il Vannucchi, nell’appello, abbia ammesso che la violazione della distanza si ponga in relazione a parete finestrata, dove tuttavia non gode di veduta ma di luce. Al riguardo invoca il principio secondo cui il rispetto delle distanze può essere invocato per le vedute e non per le luci.
Il Collegio osserva che, in realtà, esiste il principio giurisprudenziale (Cassazione civile sez. II, 30.04.2012, n. 6604) secondo cui, posto che nella disciplina legale dei rapporti di vicinato l'obbligo di osservare nelle costruzioni determinate distanze sussiste solo relativamente alle vedute e non anche dalle luci, la dizione pareti finestrate contenuta in un regolamento edilizio che, ispirandosi all'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, prescrive nelle sopraelevazioni il rispetto della distanza di 10 metri dalle pareti finestrate di edifici prospicienti, si riferisce esclusivamente alle pareti munite di finestre qualificabili come vedute e non ricomprende anche quelle su cui si aprono finestre cosiddette lucifere.
Nella specie, tuttavia, il regolamento edilizio comunale, all’art. 5.11, rubricato “Distanze fra edifici”, rinvia sì al D.M. 1968/1444, ma stabilisce che “per i nuovi edifici è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m.10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti anche non finestrate”. Conseguentemente, in assenza di impugnazione o contestazione di tale clausola del regolamento edilizio comunale, la eventuale mancanza di veduta nella parete finestrata di Vannucchi non rileva ai fini di annientare la pretesa al rispetto delle distanze, che vanno quindi in ogni caso rispettate.
In ordine alla valenza direttamente precettiva tra privati del decreto ministeriale sulle distanze (questione oggetto degli appelli incidentali) questo Consesso (Consiglio di Stato sez. IV, 27.04.2011, n. 5759) e alla eventuale disapplicazione di strumenti urbanistici con esso contrastanti nel senso della minore tutela, ha già avuto modo di osservare che le prescrizioni di cui al d.m. 02.04.1968 n. 1444 integrano con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, sicché l'inderogabile distanza di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici.
La prescrizione di cui all'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 relativa alla distanza minima di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti è volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, ed è, dunque, tassativa ed inderogabile (per tali principi consolidati, ex plurimis, Consiglio Stato, sez. IV, 12.06.2007, n. 3094).
Infatti, nella suddetta materia deve ritenersi che in tema di distanze tra costruzioni, applicabile, come detto, anche alle sopraelevazioni, l'adozione da parte dei Comuni di strumenti urbanistici contenenti disposizioni illegittime perché contrastanti con la norma di superiore livello dell'art. 9 DM 02.04.1968 n. 1444 -che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti- comporterebbe l'obbligo per il giudice di applicare, in sostituzione delle disposizioni illegittime, quelle dello stesso strumento urbanistico, nella formulazione derivate, però, dalla inserzione in esso della regola sulla distanza fissata nel decreto ministeriale (così Cassazione civile, II, 27.03.2001, n. 4413 su richiamata; così anche Consiglio di Stato, IV, 12.06.2007, n. 3094).
La disposizione di cui all'art. 9, comma 1, n. 2, d.m. 02.04.1968 n. 1444, essendo tassativa ed inderogabile, impone al proprietario dell'area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga, neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata ad essere mantenuta ad una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell'art. 907, comma 3, c.c.
Conseguentemente, ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, oltre alla considerazione che nella specie la disciplina è stata integrata dal regolamento comunale in senso ancora più rispettoso e rigoroso.
L'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, che detta disposizioni in tema di distanze tra costruzioni, stante la natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione.
D’altra parte, come visto, nella specie non solo la norma comunale ha tenuto conto della disposizione ministeriale esistente, ma l’ha appunto integrata in senso ancora più rigoroso
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 12.02.2013 n. 844 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATADISCIPLINA URBANISTICA E DEROGABILITA' DELLE NORME IN TEMA DI DISTANZE.
Le disposizioni in tema di distanze debbono considerarsi non derogabili dalla disciplina urbanistica, sicché il permesso di costruire rilasciato senza che siano stati rispettati tali limiti comporta la illegittimità dell’atto amministrativo; ne consegue che l’ente competente può procedere in via di autotutela qualora ravvisi l’esistenza di detta illegittimità.
La Corte Suprema si sofferma con la sentenza in esame su un tema che si pone nella sottile linea di confine tra la disciplina amministrativa e quella penale, riguardante segnatamente l’esercizio del potere di autotutela dell’amministrazione in presenza di atto amministrativo illegittimo.
La vicenda processuale vedeva imputato il proprietario e direttore dei lavori nonché l’esecutore degli stessi, ritenuti responsabili del reato previsto dall’art. 44, lett. b), del D.P.R. n. 547/1955; in particolare agli imputati era stato addebitato di avere proseguito, nonostante l’ordine di sospensione dei lavori di ristrutturazione ed elevazione, la realizzazione di un solaio di circa mq. 140 situato al terzo livello di un immobile urbano. In sede di merito, gli imputati erano stati condannati, nonostante le censure sollevate in appello, ed incentrate essenzialmente sulla illegittimità dell’ordine di sospensione dei lavori, a fronte di un previo rilascio di permesso di costruire, e dunque di lavori legittimamente avviati.
Secondo i giudici di appello l’ordine di sospensione era legittimo, e anzi doveroso, in quanto rispettoso del D.M. 02.04.1968, n. 1444 (art. 9) in tema di distanze tra edifici, che il permesso di costruire non aveva invece preso in considerazione così autorizzando opere non conformi alla disciplina primaria. Contro la sentenza di condanna proponevano ricorso per Cassazione gli imputati, sostenendo -per quanto di interesse con riferimento allo specifico profilo- che la Corte di appello avrebbe omesso di considerare che il permesso di costruire non era stato revocato e che l’ordinanza di sospensione dei lavori è illegittima se non preceduta da un provvedimento che in sede di autotutela intervenga sull’atto autorizzatorio: posto che il D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 è disposizione che ha come destinatari i soli enti territoriali e non i privati, non può sostenersi per la difesa che il permesso di costruire fosse illegittimo.
La testi ha convinto i giudici della Suprema Corte che hanno, sul punto, annullato con rinvio la decisione. In particolare, ha osservato la Cassazione, le disposizioni in tema di distanze debbono considerarsi non derogabili dalla disciplina urbanistica e il permesso di costruire rilasciato senza che siano stati rispettati tali limiti comporta la illegittimità dell’atto amministrativo (v. Cass. pen., sez. III, 16.03.2012, n. 10431, in Ced. Cass., n. 252247): ciò comporta, per la Corte, la conseguenza di ordine generale che l’ente competente può procedere in via di autotutela qualora ravvisi l’esistenza di detta illegittimità.
Venendo al contenuto della decisione impugnata, la Corte rileva che la sentenza d’appello è caduta in errore quando omette di rilevare che il provvedimento amministrativo opera un rinvio alla natura sismica del suolo. Tale rinvio potrebbe risultare coerente, secondo la Cassazione, qualora l’ordine di sospensione fosse stato emanato in ragione della tutela sismica; al contrario, il provvedimento che dispone la sospensione dei lavori venne emesso per motivi attinenti il rispetto delle distanze legali tra edifici, e non può certamente essere invocata la natura sismica del suolo come motivazione che ne prolunga gli effetti oltre il termine fissato dalla legge. Da qui, dunque, la necessità dell’annullamento (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.02.2013 n. 5487 - tratto da Urbanistica e appalti n. 4/2013).

gennaio 2013

EDILIZIA PRIVATA: M. Grisanti, DISTANZE TRA FABBRICATI (commento a caldo della sentenza 23.01.2013 n. 6/2013 della Corte costituzionale) (25.01.2013 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATALa Consulta sui poteri delle regioni. Distanze edifici? Solo se servono.
Le regioni possono introdurre deroghe alle distanze tra edifici solo per «interessi pubblici di territorio». La disciplina delle distanze minime tra costruzioni rientra infatti nella materia dell'ordinamento civile e, quindi, attiene alla competenza legislativa statale. Alle regioni è consentito fissare limiti in deroga alle distanze minime stabilite nelle normative statali, solo a condizione che la deroga sia giustificata dall'esigenza di soddisfare interessi pubblici legati al governo del territorio.
Pertanto, la legislazione regionale che interviene in tale ambito è legittima solo in quanto persegue chiaramente finalità di carattere urbanistico, rimettendo l'operatività dei suoi precetti a «strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio». Le norme regionali che, disciplinando le distanze tra edifici, esulino da tali finalità, ricadono illegittimamente nella materia «ordinamento civile», riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.

Questo è quanto contenuto nella sentenza 23.01.2013 n. 6 della Corte Costituzionale.
Il fatto in sintesi: l'articolo 1, 2° comma, della legge della regione Marche 04/09/1979 n. 31 prevede che i comuni possono individuare gli edifici da ampliare nelle zone di completamento con destinazione residenziale. Procedura che ha l'efficacia di piano particolareggiato.
Sulla base di questa disposizione normativa, un cittadino aveva effettuato un ampliamento, ma il suo vicino ne aveva chiesto la demolizione. La Corte costituzionale ha precisato che la deroga alle distanze è consentita solo per interessi pubblici legati al governo del territorio. Ed ha affermato che le regioni possono introdurre delle deroghe in considerazione degli interessi e delle specificità territoriali.
Pertanto la disposizione della regione Marche è stata considerata illegittima in quanto non rispetta i limiti entro i quali la deroga è ammessa (articolo ItaliaOggi del 09.04.2013).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 1, secondo comma, della legge regionale Marche n. 31 del 1979 deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo, in quanto eccede la competenza regionale concorrente del «governo del territorio», violando il limite dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva dello Stato.
Invero, la norma de qua consente (ndr: consentiva) espressamente ai Comuni di derogare alle distanze minime fissate nel d.m. n. 1444 del 1968, senza rispettare le condizioni stabilite dall’art. 9, ultimo comma, del medesimo decreto ministeriale, il quale esige che le deroghe siano inserite in appositi strumenti urbanistici, a garanzia dell’interesse pubblico relativo al governo del territorio. La disposizione regionale impugnata, al contrario, autorizza i Comuni ad «individuare gli edifici» dispensati dal rispetto delle distanze minime. La deroga non risulta, dunque, ancorata all’esigenza di realizzare la conformazione omogenea dell’assetto urbanistico di una determinata zona, ma può riguardare singole costruzioni, anche individualmente considerate.

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La regolazione delle distanze tra i fabbricati deve essere inquadrata nella materia «ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva dello Stato. Infatti, tale disciplina attiene in via primaria e diretta ai rapporti tra proprietari di fondi finitimi e ha la sua collocazione innanzitutto nel codice civile.
La regolazione delle distanze è poi precisata in ulteriori interventi normativi, tra cui rileva, in particolare, il citato d.m. n. 1444 del 1968. Tuttavia, la giurisprudenza costituzionale ha altresì chiarito che, poiché «i fabbricati insistono su di un territorio che può avere rispetto ad altri –per ragioni naturali e storiche– specifiche caratteristiche, la disciplina che li riguarda –ed in particolare quella dei loro rapporti nel territorio stesso– esorbita dai limiti propri dei rapporti interprivati e tocca anche interessi pubblici», la cui cura è stata affidata alle Regioni, in base alla competenza concorrente in materia di «governo del territorio», ex art. 117, terzo comma, Cost..
Per queste ragioni, in linea di principio la disciplina delle distanze minime tra costruzioni rientra nella materia dell’ordinamento civile e, quindi, attiene alla competenza legislativa statale; alle Regioni è consentito fissare limiti in deroga alle distanze minime stabilite nelle normative statali, solo a condizione che la deroga sia giustificata dall’esigenza di soddisfare interessi pubblici legati al governo del territorio.
Dunque, se da un lato non può essere del tutto esclusa una competenza legislativa regionale relativa alle distanze tra gli edifici, dall’altro essa, interferendo con l’ordinamento civile, è rigorosamente circoscritta dal suo scopo –il governo del territorio– che ne detta anche le modalità di esercizio. Pertanto, la legislazione regionale che interviene in tale ambito è legittima solo in quanto persegue chiaramente finalità di carattere urbanistico, rimettendo l’operatività dei suoi precetti a «strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio».
Le norme regionali che, disciplinando le distanze tra edifici, esulino da tali finalità, ricadono illegittimamente nella materia «ordinamento civile», riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.
Il punto di equilibrio tra la competenza legislativa statale in materia di «ordinamento civile» e quella regionale in materia di «governo del territorio», come identificato dalla Corte costituzionale, trova una sintesi normativa nell’ultimo comma dell’art. 9 del d.m. n. 1444 del 1968, che la Corte costituzionale ha più volte ritenuto dotato di «efficacia precettiva e inderogabile, secondo un principio giurisprudenziale consolidato». Quest’ultima disposizione consente che siano fissate distanze inferiori a quelle stabilite dalla normativa statale, ma solo «nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche».
Le deroghe all’ordinamento civile delle distanze tra edifici sono, dunque, consentite nei limiti ora indicati, se inserite in strumenti urbanistici, funzionali a conformare un assetto complessivo e unitario di determinate zone del territorio.

Come ricorda correttamente l’ordinanza di rimessione, questa Corte ha già affermato che la regolazione delle distanze tra i fabbricati deve essere inquadrata nella materia «ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva dello Stato (sentenze n. 114 del 2012, n. 173 del 2011, n. 232 del 2005). Infatti, tale disciplina attiene in via primaria e diretta ai rapporti tra proprietari di fondi finitimi e ha la sua collocazione innanzitutto nel codice civile.
La regolazione delle distanze è poi precisata in ulteriori interventi normativi, tra cui rileva, in particolare, il citato d.m. n. 1444 del 1968. Tuttavia, la giurisprudenza costituzionale ha altresì chiarito che, poiché «i fabbricati insistono su di un territorio che può avere rispetto ad altri –per ragioni naturali e storiche– specifiche caratteristiche, la disciplina che li riguarda –ed in particolare quella dei loro rapporti nel territorio stesso– esorbita dai limiti propri dei rapporti interprivati e tocca anche interessi pubblici» (sentenza n. 232 del 2005), la cui cura è stata affidata alle Regioni, in base alla competenza concorrente in materia di «governo del territorio», ex art. 117, terzo comma, Cost..
Per queste ragioni, in linea di principio la disciplina delle distanze minime tra costruzioni rientra nella materia dell’ordinamento civile e, quindi, attiene alla competenza legislativa statale; alle Regioni è consentito fissare limiti in deroga alle distanze minime stabilite nelle normative statali, solo a condizione che la deroga sia giustificata dall’esigenza di soddisfare interessi pubblici legati al governo del territorio. Dunque, se da un lato non può essere del tutto esclusa una competenza legislativa regionale relativa alle distanze tra gli edifici, dall’altro essa, interferendo con l’ordinamento civile, è rigorosamente circoscritta dal suo scopo –il governo del territorio– che ne detta anche le modalità di esercizio. Pertanto, la legislazione regionale che interviene in tale ambito è legittima solo in quanto persegue chiaramente finalità di carattere urbanistico, rimettendo l’operatività dei suoi precetti a «strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio» (sentenza n. 232 del 2005).
Le norme regionali che, disciplinando le distanze tra edifici, esulino da tali finalità, ricadono illegittimamente nella materia «ordinamento civile», riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.
Il punto di equilibrio tra la competenza legislativa statale in materia di «ordinamento civile» e quella regionale in materia di «governo del territorio», come identificato dalla Corte costituzionale, trova una sintesi normativa nell’ultimo comma dell’art. 9 del d.m. n. 1444 del 1968, che la Corte costituzionale ha più volte ritenuto dotato di «efficacia precettiva e inderogabile, secondo un principio giurisprudenziale consolidato» (sentenza n. 114 del 2012; ordinanza n. 173 del 2011; sentenza n. 232 del 2005). Quest’ultima disposizione consente che siano fissate distanze inferiori a quelle stabilite dalla normativa statale, ma solo «nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche». Le deroghe all’ordinamento civile delle distanze tra edifici sono, dunque, consentite nei limiti ora indicati, se inserite in strumenti urbanistici, funzionali a conformare un assetto complessivo e unitario di determinate zone del territorio.
La norma regionale censurata infrange i principi sopra ricordati, in quanto consente espressamente ai Comuni di derogare alle distanze minime fissate nel d.m. n. 1444 del 1968, senza rispettare le condizioni stabilite dall’art. 9, ultimo comma, del medesimo decreto ministeriale, che, come si è detto, esige che le deroghe siano inserite in appositi strumenti urbanistici, a garanzia dell’interesse pubblico relativo al governo del territorio. La disposizione regionale impugnata, al contrario, autorizza i Comuni ad «individuare gli edifici» dispensati dal rispetto delle distanze minime. La deroga non risulta, dunque, ancorata all’esigenza di realizzare la conformazione omogenea dell’assetto urbanistico di una determinata zona, ma può riguardare singole costruzioni, anche individualmente considerate.
La procedura delineata dal legislatore regionale non è dunque conforme ai principi sopra enunciati, né il vizio può ritenersi insussistente in ragione dell’art. 2, quarto comma, della legge regionale impugnata, che intende conferire a tale procedura «efficacia di piano particolareggiato», ex lege. Anzi, attraverso tale autoqualificazione, il legislatore regionale pretende di attribuire gli effetti tipici degli strumenti urbanistici a un procedimento che non ne rispecchia la sostanza e le finalità. L’attribuzione, per via legislativa, della qualifica formale di piano particolareggiato ad una procedura che del piano urbanistico non ha le caratteristiche, perché permette di derogare caso per caso alle regole sulle distanze tra edifici, non offre alcuna garanzia che la legge regionale persegua quelle finalità pubbliche di governo del territorio che, sole, possono giustificare l’esercizio di una competenza legislativa regionale in un ambito strettamente connesso alla competenza statale in materia di «ordinamento civile».
Pertanto, l’art. 1, secondo comma, della legge regionale Marche n. 31 del 1979 deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo, in quanto eccede la competenza regionale concorrente del «governo del territorio», violando il limite dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva dello Stato (Corte Costituzionale, sentenza 23.01.2013 n. 6).

EDILIZIA PRIVATA: E’ illegittimo il permesso di costruire che non rispetti le distanze minime tra gli edifici previste dall'art. 9 del D.M. 02.04.1968, n. 1444.
In tema di distanze tra edifici la disposizione di cui all'art. 9, comma 1 n. 2, D.M. 02.04.1968, n. 1444, essendo volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia d'imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, e quindi tassativa e inderogabile, non solo impone al proprietario dell'area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata a essere mantenuta a una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell'art. 907, comma 3, c.c., ma vincola anche i Comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, atteso che l'art. 9, D.M. 02.04.1968 n. 1444, per la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione.
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In tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato.
Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento, quali indubbiamente si configurano quelle di cui al caso di specie che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso.
Opere tali da dovere essere riguardate, sotto il profilo edilizio, come opere dotate di una propria specificità ed autonomia, in una accezione che comprende tutte le caratteristiche proprie dei fabbricati, donde l'obbligo di rispetto di tutti gli indici costruttivi prescritti dallo strumento urbanistico e, in particolare, delle distanze dal confine privato.
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Ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera.
Ai fini del rispetto delle distanze fra costruzioni, non rileva il materiale utilizzato per la fabbrica, richiedendosi soltanto una durevolezza dell'opera, comunemente riconoscibile anche alle opere in legno o ferro od altri materiali leggeri, purché infissi al suolo non transitoriamente.
Ne consegue la permanente vigenza dell’insegnamento della Corte di legittimità secondo il quale “costituisce costruzione, agli effetti della disciplina del c.c. sulle distanze legali, ogni manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza (Nella specie il manufatto, con finestra, era coperto da tettoia formata da travi con soprastanti lamiere, ed era destinato a fienile, magazzino e pollaio)”.
Analoga nozione estensiva del concetto di “fabbricato” è stata dettata dalla Corte di Cassazione ai fini dell'art. 907 c.c., diretto a preservare l'esercizio delle vedute da ogni eventuale ostacolo con carattere di stabilità, “in quanto la nozione di costruzione è comprensiva non solo dei manufatti in calce e mattoni, ma di qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata realizzata, determini un ostacolo del genere (nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che costituisse costruzione nel senso anzidetto una veranda che ostacolava la veduta dal balcone e dalla finestra sovrastanti, anche se ottenuta mediante la posa in opera, su correntini infissi nel muro, di lastre di fibrocemento facilmente asportabili, in quanto bullonate a tali correntini. La C.S., nell'enunciare il precisato principio di diritto, ha confermato tale decisione)”.
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In ordine alla illegittimità di una costruzione inferiore alla distanza minima di m 10,00 prescritta dall’art. 9 del decreto ministeriale 02.04.1968 n. 1444, in ordine alla cogenza ed inderogabilità di tale disposizione ed in ordine alla doverosità dell’esercizio dell’autotutela laddove la stessa venga violata, la giurisprudenza è assolutamente concorde. Si è detto in proposito, infatti, che “laddove si afferma il carattere inderogabile della prescrizione di cui all'art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 (distanza minima assoluta di m. 10 relativa alle pareti finestrate), e cogente per tutti gli strumenti urbanistici e regolamenti edilizi di fonte comunale, si impone l'applicazione della relativa disciplina anche nelle ipotesi in cui una sola delle due pareti frontistanti sia finestrata, posto che l'interesse pubblico presidiato dalla norma è quello della salubrità dell'edificato, da non confondersi con l'interesse privato del frontista a mantenere la riservatezza o la prospettiva”.
Simmetricamente a tale approdo, la giurisprudenza di legittimità penale ha affermato di recente che “è illegittimo il permesso di costruire rilasciato per l'edificazione di un fabbricato che non rispetti le distanze minime tra gli edifici, previste dall'art. 9 del D.M. 02.04.1968, n. 1444, le cui previsioni non sono derogabili da parte degli strumenti urbanistici. In tema di distanze tra costruzioni, il D.M. 02.04.1968, n. 1444, art. 9, comma 2, essendo stato emanato su delega della legge 17.08.1942, n. 1150, art. 41-quinquies (cd. legge urbanistica), aggiunto dalla legge 06.08.1967, n. 765, art. 17, ha efficacia di legge dello Stato, sicché le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica; ne consegue che, in caso di dolosa violazione della disciplina in tema di distanze legali da parte del pubblico ufficiale preposto al rilascio del titolo abilitativo edilizio, questi risponde del delitto di abuso d'ufficio ai sensi dell'art. 323 c.p.".
In sostanza, lo si ribadisce, può convenirsi con il principio per cui “la prescrizione di cui all'art. 9 d.m. 02.04.1968, n. 1444, relativa alla distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. è volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, ed è, dunque, tassativa ed inderogabile”.
La decisione di questa Quarta Sezione del Consiglio di Stato in ultimo richiamata, ha affermato poi, in punto di conseguenza applicativa del principio, il condivisibile principio per cui “in tema di distanze tra costruzioni, applicabile anche alle sopraelevazioni, l'adozione da parte dei Comuni di strumenti urbanistici contenenti disposizioni illegittime perché contrastanti con la norma di superiore livello dell'art. 9 del D.M. 02.04.1968, n. 1444 -che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti- comporta l'obbligo per il giudice di applicare, in sostituzione delle disposizioni illegittime, quelle dello stesso strumento urbanistico, nella formulazione derivata, però, dalla inserzione in esso della regola sulla distanza fissata nel decreto ministeriale”.

La facoltà di costruire sul confine (peraltro neppure ricorrente nel caso di specie, come si è dimostrato dianzi) non comporta certo che si possa omettere di rispettare la successiva disposizione delle n.t.a. laddove la distanza tra edifici, per effetto della costruzione sul confine, venga ad essere inferiore al minimo inderogabile stabilito ex lege.
Tale conseguenza pretesa da parte appellante non si evince dalla combinata lettura delle due prescrizioni; e, laddove ciò si riscontrasse effettivamente (ma così non è), il dato interpretativo non potrebbe che importare la disapplicazione della disposizione, siccome collidente con la disciplina nazionale inderogabile (ex multis: “in tema di distanze tra edifici la disposizione di cui all'art. 9, comma 1 n. 2, D.M. 02.04.1968, n. 1444, essendo volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia d'imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, e quindi tassativa e inderogabile, non solo impone al proprietario dell'area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata a essere mantenuta a una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell'art. 907, comma 3, c.c., ma vincola anche i Comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, atteso che l'art. 9, D.M. 02.04.1968 n. 1444, per la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione” -TAR Puglia Lecce Sez. III, 28.09.2012, n. 1624-).
Anche la lettura “combinata” delle due disposizioni comunali suggerita da parte appellante deve essere pertanto disattesa.
In ultimo, rammenta il Collegio che, per condivisa giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, “in tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato. Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento, quali indubbiamente si configurano quelle di cui al caso di specie che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso. Opere tali da dovere essere riguardate, sotto il profilo edilizio, come opere dotate di una propria specificità ed autonomia, in una accezione che comprende tutte le caratteristiche proprie dei fabbricati, donde l'obbligo di rispetto di tutti gli indici costruttivi prescritti dallo strumento urbanistico e, in particolare, delle distanze dal confine privato” (Consiglio Stato, sez. IV, 30.06.2005, n. 3539).
In modo pressoché simmetrico, la giurisprudenza civile di legittimità ha ancora di recente condivisibilmente affermato che “ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera” (Cassazione civile, sez. II, 17.06.2011, n. 13389).
La giurisprudenza civile di merito, altrettanto condivisibilmente, ad avviso del Collegio, ha poi fatto presente che ai fini del rispetto delle distanze fra costruzioni, non rileva il materiale utilizzato per la fabbrica, richiedendosi soltanto una durevolezza dell'opera, comunemente riconoscibile anche alle opere in legno o ferro od altri materiali leggeri, purché infissi al suolo non transitoriamente.
Ne consegue la permanente vigenza dell’insegnamento della Corte di legittimità secondo il quale “costituisce costruzione, agli effetti della disciplina del c.c. sulle distanze legali, ogni manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza (Nella specie il manufatto, con finestra, era coperto da tettoia formata da travi con soprastanti lamiere, ed era destinato a fienile, magazzino e pollaio)” (Cassazione civile, sez. II, 24.05.1997, n. 4639).
Per completezza si evidenzia che analoga nozione estensiva del concetto di “fabbricato” è stata dettata dalla Corte di Cassazione ai fini dell'art. 907 c.c., diretto a preservare l'esercizio delle vedute da ogni eventuale ostacolo con carattere di stabilità, “in quanto la nozione di costruzione è comprensiva non solo dei manufatti in calce e mattoni, ma di qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata realizzata, determini un ostacolo del genere. (nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che costituisse costruzione nel senso anzidetto una veranda che ostacolava la veduta dal balcone e dalla finestra sovrastanti, anche se ottenuta mediante la posa in opera, su correntini infissi nel muro, di lastre di fibrocemento facilmente asportabili, in quanto bullonate a tali correntini. La C.S., nell'enunciare il precisato principio di diritto, ha confermato tale decisione)” (Cassazione civile , sez. II, 21.10.1980, n. 5652).
Già alla stregua della sistematica esposizione che precede, appare evidente che appare destituito di fondamento il primo caposaldo dell’impianto dell’appello volto a contestare la sussumibilità nella nozione di “costruzione” rilevante in punto di omesso rispetto delle distanze legali dell’immobile per cui è causa.
E’ appena il caso di rammentare, conclusivamente, che in ordine alla illegittimità di una costruzione inferiore alla distanza minima di m 10,00 prescritta dall’art. 9 del decreto ministeriale 02.04.1968 n. 1444, in ordine alla cogenza ed inderogabilità di tale disposizione ed in ordine alla doverosità dell’esercizio dell’autotutela laddove la stessa venga violata, la giurisprudenza è assolutamente concorde. Si è detto in proposito, infatti, che “laddove si afferma il carattere inderogabile della prescrizione di cui all'art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 (distanza minima assoluta di m. 10 relativa alle pareti finestrate), e cogente per tutti gli strumenti urbanistici e regolamenti edilizi di fonte comunale, si impone l'applicazione della relativa disciplina anche nelle ipotesi in cui una sola delle due pareti frontistanti sia finestrata, posto che l'interesse pubblico presidiato dalla norma è quello della salubrità dell'edificato, da non confondersi con l'interesse privato del frontista a mantenere la riservatezza o la prospettiva” (Cons. Stato Sez. IV, 09.10.2012, n. 5253).
Simmetricamente a tale approdo, la giurisprudenza di legittimità penale ha affermato di recente che “è illegittimo il permesso di costruire rilasciato per l'edificazione di un fabbricato che non rispetti le distanze minime tra gli edifici, previste dall'art. 9 del D.M. 02.04.1968, n. 1444, le cui previsioni non sono derogabili da parte degli strumenti urbanistici. In tema di distanze tra costruzioni, il D.M. 02.04.1968, n. 1444, art. 9, comma 2, essendo stato emanato su delega della legge 17.08.1942, n. 1150, art. 41-quinquies (cd. legge urbanistica), aggiunto dalla legge 06.08.1967, n. 765, art. 17, ha efficacia di legge dello Stato, sicché le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica; ne consegue che, in caso di dolosa violazione della disciplina in tema di distanze legali da parte del pubblico ufficiale preposto al rilascio del titolo abilitativo edilizio, questi risponde del delitto di abuso d'ufficio ai sensi dell'art. 323 c.p." (Cass. pen. Sez. III, 12.01.2012, n. 10431 -rv. 252247-).
In sostanza, lo si ribadisce, può convenirsi con il principio per cui “la prescrizione di cui all'art. 9 d.m. 02.04.1968, n. 1444, relativa alla distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. è volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, ed è, dunque, tassativa ed inderogabile” (Cons. Stato Sez. IV, 27.10.2011, n. 5759).
La decisione di questa Quarta Sezione del Consiglio di Stato in ultimo richiamata, ha affermato poi, in punto di conseguenza applicativa del principio, il condivisibile principio per cui “in tema di distanze tra costruzioni, applicabile anche alle sopraelevazioni, l'adozione da parte dei Comuni di strumenti urbanistici contenenti disposizioni illegittime perché contrastanti con la norma di superiore livello dell'art. 9 del D.M. 02.04.1968, n. 1444 -che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti- comporta l'obbligo per il giudice di applicare, in sostituzione delle disposizioni illegittime, quelle dello stesso strumento urbanistico, nella formulazione derivata, però, dalla inserzione in esso della regola sulla distanza fissata nel decreto ministeriale” (Cons. Stato Sez. IV, 27.10.2011, n. 5759)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.01.2013 n. 354 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 9, comma 1, n. 2, d.m. 02.04.1968 n. 1444 detta una prescrizione tassativa e inderogabile, in quanto finalizzata alla salvaguardia dell'interesse pubblico sanitario a mantenere una determinata intercapedine tra gli edifici che si fronteggiano quando uno dei due abbia una parete finestrata.
La norma -emanata in forza dell'art. 41-quinquies l. 17.08.1942 n. 1150, aggiunto dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765– è dettata in materia inerente all'ordinamento civile, rientrante, come tale, nella competenza legislativa esclusiva dello Stato: essa non può, pertanto, trovare un limite nella classificazione -differente rispetto a quella prevista dall’art. 2 del d.m. n. 1444/1968- delle zone omogenee in cui è articolato il territorio comunale delineata all’art. 10, l.reg. Lombardia n. 12/2005, pena l’incostituzionalità della legge regionale stessa.
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L’art. 103, c. 1-bis, l.reg. Lombardia n. 12/2005, inserito dalla l.reg. Lombardia n. 4/2008, dispone che “Ai fini dell'adeguamento, ai sensi dell'articolo 26, commi 2 e 3, degli strumenti urbanistici vigenti, non si applicano le disposizioni del decreto ministeriale 02.04.1968, n. 1444 (Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell'art. 17 della legge 06.08.1967, n. 765), fatto salvo, limitatamente agli interventi di nuova costruzione, il rispetto della distanza minima tra fabbricati pari a dieci metri, derogabile all'interno di piani attuativi”.
Questa norma deve essere interpretata conformemente a quanto sostenuto dalla giurisprudenza, nel senso che rientrano nella nozione di nuova costruzione ai fini del computo delle distanze legali dagli altri edifici, non solo l'edificazione di un manufatto su un'area libera, ma anche interventi, quali quelli di ristrutturazione che, in ragione dell'entità delle modifiche apportate al volume e alla collocazione del fabbricato, rendano l'opera realizzata nel suo complesso oggettivamente diversa da quella preesistente.

L’art. 9, comma 1, n. 2, d.m. 02.04.1968 n. 1444 prescrive che la distanza tra pareti finestrate di edifici frontisti non sia inferiore a dieci metri per le nuove edificazioni consentite in zone diverse dal centro storico (zona A), posto che in questo ultimo -dove vige il generale divieto di costruzioni "ex novo"- la norma si limita a disporre che la distanza non sia inferiore a quella intercorrente tra i volumi edificati preesistenti.
Per giurisprudenza unanime, la norma detta una prescrizione tassativa e inderogabile, in quanto finalizzata alla salvaguardia dell'interesse pubblico sanitario a mantenere una determinata intercapedine tra gli edifici che si fronteggiano quando uno dei due abbia una parete finestrata (Cassazione civile sez. II, 27.05.2011, n. 11842).
La norma -emanata in forza dell'art. 41-quinquies l. 17.08.1942 n. 1150, aggiunto dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765– è dettata in materia inerente all'ordinamento civile, rientrante, come tale, nella competenza legislativa esclusiva dello Stato: essa non può, pertanto, trovare un limite nella classificazione -differente rispetto a quella prevista dall’art. 2 del d.m. n. 1444/1968- delle zone omogenee in cui è articolato il territorio comunale delineata all’art. 10, l.reg. Lombardia n. 12/2005, pena l’incostituzionalità della legge regionale stessa.
Nel caso di specie, l’immobile non ricade nel centro storico né all’interno del nucleo urbano di antica formazione (aree in cui la facoltà di ampliamento in questione non è neppure consentita dall’art. 3, c. 1, l.reg. Lombardia n. 13/2009), zone che possono ritenersi corrispondenti alla zona A di cui al d.m. n. 1444/1968: esso soggiace, pertanto alla norma sulle distanze dettata all’art. 9, c. 1, n. 2.
Né, per escludere l’applicabilità della norma del d.m. 1444/1968 al caso di specie, può validamente invocarsi la previsione di cui all’art. 103, l.reg. Lombardia n. 12/2005 e la qualificazione dell’intervento quale ristrutturazione e non quale nuova costruzione.
L’art. 103, c. 1-bis, l.reg. Lombardia n. 12/2005, inserito dalla l.reg. Lombardia n. 4/2008, dispone che “Ai fini dell'adeguamento, ai sensi dell'articolo 26, commi 2 e 3, degli strumenti urbanistici vigenti, non si applicano le disposizioni del decreto ministeriale 02.04.1968, n. 1444 (Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell'art. 17 della legge 06.08.1967, n. 765), fatto salvo, limitatamente agli interventi di nuova costruzione, il rispetto della distanza minima tra fabbricati pari a dieci metri, derogabile all'interno di piani attuativi”.
Questa norma deve essere interpretata conformemente a quanto sostenuto dalla giurisprudenza, nel senso che rientrano nella nozione di nuova costruzione ai fini del computo delle distanze legali dagli altri edifici, non solo l'edificazione di un manufatto su un'area libera, ma anche interventi, quali quelli di ristrutturazione che, in ragione dell'entità delle modifiche apportate al volume e alla collocazione del fabbricato, rendano l'opera realizzata nel suo complesso oggettivamente diversa da quella preesistente (cfr.: cass. civ., sez. 2, sent. 27.04.2006, n. 9637; cass. civ., sez. 2, sent. 26.10.2000, n. 14128; TAR Milano Lombardia sez. II, 10.12.2010, n. 7505).
L’intervento edilizio in questione, che prevede l’ampliamento, entro il limite del 20% della volumetria esistente, così come consentito dall’art. 3, c. 1 e 2, l.reg. Lombardia n. 13/2009, a prescindere dalla sua qualificazione quale nuova costruzione o quale ristrutturazione edilizia, porta indubbiamente alla realizzazione di un’opera oggettivamente diversa da quella preesistente: esso soggiace, pertanto, al limite di distanza previsto all’art. 9, c. 1, n. 2, d.m. n. 1444/1968.
Attesa la legittimità del motivo di diniego legato al contrasto con l’art. 9 del d.m. n. 1444/1968, gli ulteriori motivi di ricorso –che si appuntano avverso le altre ragioni di diniego addotte dall’amministrazione- anche ove fondati, non porterebbero comunque all’annullamento dell’atto (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 18.01.2013 n. 157 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATAL’articolo 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, laddove dispone la distanza di dieci metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile. Pertanto, le distanze tra le costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi.
Ebbene, si ritiene che il principio giurisprudenziale in questione non può essere derogato neppure nelle ipotesi in cui fra due edifici preesistenti esista già un’intercapedine limitata in altezza (nella fattispecie, si tratta dell’intercapedine fra il locale adibito a garage –di altezza limitata– posto sul confine del vicino e l’immobile ad uso abitativo dello stesso vicino). Ciò in quanto, laddove il nuovo edificio superi in altezza –e in modo notevole– la preesistente cui aderisce, l’effetto è di determinare una nuova e diversa intercapedine, riferita allo sviluppo verticale dei due edifici e non soltanto al piano terreno.
Del resto, l’esistenza di pareti finestrate poste fra loro a distanza minima costituisce di per sé un elemento idoneo a realizzare un ambiente insalubre, atteso che l’assenza di luce ed aereazione è idonea a cagionare un ambiente nel suo complesso potenzialmente dannoso, anche a prescindere dall’altezza dal piano di calpestio in cui tale situazione si determina.

Al riguardo giova premettere che non è contestato in atti che fra la parete sul lato nord dell’edificio realizzato dall’appellante e l’edificio frontista del vicino esistesse una distanza inferiore ai 10 metri, così come non è contestato che, nell’area in cui ricade l’intervento, trovi applicazione la previsione di cui all’art. 15, pt. 1), lett. c), del P.R.G., il quale (in sostanziale continuità con la generale previsione di cui all’articolo 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444) stabilisce che fra i fabbricati non può in alcun caso esistere una distanza inferiore a 10 metri.
Ebbene, questo essendo lo stato di fatto e di diritto sotteso alla vicenda di causa, il Collegio ritiene che la questione debba essere risolta facendo applicazione del consolidato orientamento secondo cui l’articolo 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, laddove dispone la distanza di dieci metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile. Pertanto, le distanze tra le costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi (in tal senso: Cons. Stato, IV, 02.11.2010, n. 7731; id., IV, 05.12.2005, n. 6909).
Ebbene, si ritiene che il principio giurisprudenziale in questione non possa essere derogato neppure nelle ipotesi in cui (come nel caso di specie) fra due edifici preesistenti esista già un’intercapedine limitata in altezza (si tratta dell’intercapedine fra il locale adibito a garage –di altezza limitata– posto sul confine del vicino e l’immobile ad uso abitativo dello stesso vicino). Ciò in quanto, laddove (come nel caso in parola) il nuovo edificio superi in altezza –e in modo notevole– la preesistente cui aderisce, l’effetto è di determinare una nuova e diversa intercapedine, riferita allo sviluppo verticale dei due edifici e non soltanto al piano terreno.
Del resto, l’esistenza di pareti finestrate poste fra loro a distanza minima costituisce di per sé un elemento idoneo a realizzare un ambiente insalubre, atteso che l’assenza di luce ed aereazione è idonea a cagionare un ambiente nel suo complesso potenzialmente dannoso, anche a prescindere dall’altezza dal piano di calpestio in cui tale situazione si determina
(Cons. Stato Sez. VI, sentenza 18.12.2012 n. 6489 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanza tra fabbricati e intercapedine preesistente.
La preesistenza di un’intercapedine di circa 3,5 mt. fra il manufatto cui è stato edificato in aderenza e il diverso immobile ad uso abitativo appartenente ad altra persona non esclude l’applicabilità delle disposizioni in materia di distanze. Infatti, l’articolo 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, dispone la distanza di dieci metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile.
Pertanto, le distanze tra le costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi.

Al riguardo giova premettere che non è contestato in atti che fra la parete sul lato nord dell’edificio realizzato dall’appellante e l’edificio frontista del vicino esistesse una distanza inferiore ai 10 metri, così come non è contestato che, nell’area in cui ricade l’intervento, trovi applicazione la previsione di cui all’art. 15, pt. 1), lett. c), del P.R.G., il quale (in sostanziale continuità con la generale previsione di cui all’articolo 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444) stabilisce che fra i fabbricati non può in alcun caso esistere una distanza inferiore a 10 metri.
Ebbene, questo essendo lo stato di fatto e di diritto sotteso alla vicenda di causa, il Collegio ritiene che la questione debba essere risolta facendo applicazione del consolidato orientamento secondo cui l’articolo 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, laddove dispone la distanza di dieci metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile. Pertanto, le distanze tra le costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi (in tal senso: Cons. Stato, IV, 02.11.2010, n. 7731; id., IV, 05.12.2005, n. 6909).
Ebbene, si ritiene che il principio giurisprudenziale in questione non possa essere derogato neppure nelle ipotesi in cui (come nel caso di specie) fra due edifici preesistenti esista già un’intercapedine limitata in altezza (si tratta dell’intercapedine fra il locale adibito a garage –di altezza limitata– posto sul confine del vicino e l’immobile ad uso abitativo dello stesso vicino). Ciò in quanto, laddove (come nel caso in parola) il nuovo edificio superi in altezza –e in modo notevole– la preesistente cui aderisce, l’effetto è di determinare una nuova e diversa intercapedine, riferita allo sviluppo verticale dei due edifici e non soltanto al piano terreno.
Del resto, l’esistenza di pareti finestrate poste fra loro a distanza minima costituisce di per sé un elemento idoneo a realizzare un ambiente insalubre, atteso che l’assenza di luce ed aereazione è idonea a cagionare un ambiente nel suo complesso potenzialmente dannoso, anche a prescindere dall’altezza dal piano di calpestio in cui tale situazione si determina (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 18.12.2012 n. 6489 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’impianto di ascensore –al pari di quelli serventi alle condotte idriche, termiche etc. dell’edificio principale– rientra fra i volumi tecnici o impianti tecnologici strumentali alle esigenze tecnico-funzionali dell’immobile.
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Circa la costruzione di un vano ascensore esterno al corpo di fabbrica, non può il Comune denegare il rilascio del permesso di costruire per il mancato rispetto delle distanze di cui all’art. 873 cod. civ., applicandosi in ogni caso l’ulteriore deroga di cui all’ultima parte del comma 2 dell’art. 79, d.P.R. nr. 380 del 2001.

Innanzi tutto, il Collegio reputa fondato il primo motivo di appello nella parte in cui si sostiene l’estraneità dell’ascensore oggetto della richiesta di permesso di costruire alla nozione di “costruzione” di cui all’art. 873 cod. civ., e quindi l’inapplicabilità ad esso delle disposizioni in tema di distanze dallo stesso poste.
Ed invero, alla stregua della giurisprudenza più recente l’impianto di ascensore –al pari di quelli serventi alle condotte idriche, termiche etc. dell’edificio principale– rientra fra i volumi tecnici o impianti tecnologici strumentali alle esigenze tecnico-funzionali dell’immobile (cfr. Cass. civ., sez. II, 03.02.2011, nr. 2566).
Ma, anche al di là di quanto sopra, appare condivisibile l’impostazione sviluppata nel secondo mezzo, secondo cui, nell’interpretazione dell’eccezione alla regola del rispetto delle distanze posta dall’ultima parte del comma 2 dell’art. 79, d.P.R. nr. 380 del 2001, non può prescindersi dal tener conto dell’inserimento della norma –come già rilevato- all’interno della disciplina volta all’eliminazione delle barriere architettoniche nell’interesse dei soggetti portatori di handicap.
Ciò rileva non solo e non tanto ai fini di un astratto bilanciamento di interessi, come quello cui ha proceduto il primo giudice (e al quale gli odierni appellanti, soprattutto col terzo mezzo, contrappongono un opposto bilanciamento), quanto soprattutto nell’accezione da dare a locuzioni ed espressioni tecniche impiegate dal legislatore, quali quella di “spazio o area di proprietà o di uso comune”, le quali non possono essere recepite in un’ottica strettamente civilistica, ma vanno calate nell’ambito della normativa tecnica esistente in subiecta materia.
Sotto tale profilo, soccorre il d.m. 14.06.1989, nr. 236, contenente la normativa regolamentare a suo tempo adottata in attuazione della legge 09.01.1989, nr. 13, e che ancora oggi costituisce il riferimento dell’art. 79, d.P.R. nr. 380 del 2001 (nel quale la predetta legge è confluita).
L’art. 2 del citato decreto contiene una serie di definizioni tecniche utili all’applicazione della normativa de qua e, in particolare, qualifica come “spazio esterno (...) l’insieme degli spazi aperti, anche se coperti, di pertinenza dell’edificio o di più edifici” (lett. F) e come “parti comuni dell’edificio (...) quelle unità ambientali che servono o che connettono funzionalmente più unità immobiliari” (lett. E).
Applicando tali coordinate interpretative all’ultima parte del comma 2 dell’art. 79, risulta chiaro come il legislatore, nel far riferimento a spazi o aree “di proprietà o di uso comune”, ha inteso richiamare non soltanto il dato giuridico dell’esistenza di una comproprietà o di una servitù di uso comune, ma anche il semplice dato materiale dell’esistenza di uno spazio comunque denominato, che per le sue caratteristiche si presti a essere impiegato dai residenti di entrambi gli immobili confinanti; ed è appena il caso di aggiungere che la definizione della lettera E non presuppone affatto che le “unità immobiliari” cui essa fa riferimento debbano necessariamente essere parte di un medesimo edificio (ché, anzi, dal combinato disposto di detta definizione con quella di cui alla successiva lettera F si ricava che uno spazio esterno comune può certamente interessare anche “più edifici”).
Con riguardo al caso di specie, se è vero che il cortile esistente fra i due immobili e nel quale dovrebbe insistere l’ascensore per cui è causa non risulta essere in comproprietà fra i due condomini, non risulta però contraddetto l’assunto degli appellanti secondo cui esso risulta de facto utilizzato materialmente e per la sua interezza dai residenti di entrambi gli immobili; per vero, il TAR si è limitato a rilevare l’esistenza di un confine catastale che dividerebbe a metà il cortile medesimo, senza però che questo risulti tagliato da muro o recinzioni (unico elemento che sarebbe idoneo a escluderne l’ “uso comune” nel senso sopra precisato).
Ne discende che non poteva il Comune denegare il rilascio del permesso di costruire per il mancato rispetto delle distanze di cui all’art. 873 cod. cov., applicandosi in ogni caso l’ulteriore deroga di cui all’ultima parte del comma 2 dell’art. 79, d.P.R. nr. 380 del 2001 (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.12.2012 n. 6253 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per “pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non solo le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce), bastando altresì che sia finestrata anche la sola parete che subisce l’illegittimo avvicinamento.
Deve tuttavia rilevarsi che, per il vaglio di fondatezza del ricorso incidentale, basta fermarsi al dirimente accertamento storico di una porta che (indipendentemente se ora sostituita o da sostituire con una nuova finestra) preesisteva sulla parete dei controinteressati allorquando il ricorrente principale è stato (illegittimamente) autorizzato a realizzare opere edilizie, in violazione delle distanze legali.
Come correttamente evidenziato dal patrono incidentale, infatti, per “pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non solo le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce), bastando altresì che sia finestrata anche la sola parete che subisce l’illegittimo avvicinamento (cfr. Tar Lombardia -MI- n. 1419/2011, Tar Piemonte 2565/2008, TAR Toscana, Sez. III, 04.12.2001, n. 1734).
Pertanto, la circostanza accertata in giudizio di una edificazione ad eccessivo ridosso della confinante parete finestrata (nel caso di specie, porta del sottotetto) ha a suo tempo postulato la violazione della normativa inderogabile sulle distanze di cui al DM 1444/1968, con conseguente illegittimità del permesso di costruire rilasciato in sanatoria alla ricorrente principale (TAR Abruzzo-L'Aquila, sentenza 20.11.2012 n. 788 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il D.M. 02.04.1968 n. 1444 fissa i limiti "inderogabili" di distanza fra i fabbricati e prevede all'art. 9 che tra i fabbricati debba essere rispettata "in tutti i casi" la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Lo stesso decreto, peraltro, ammette distanze inferiori, solo relativamente alle ipotesi di ristrutturazione in zone A e "nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche".
La ratio di tale normativa, come sembra evidente, è quella non di tutela del diritto alla riservatezza, bensì di salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie: trattasi cioè di norma volta a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario. Tali distanze tra costruzioni sono, cioè, predeterminate con carattere cogente in via generale e astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni d’igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi.
Tale previsione è dunque, tassativa e inderogabile e può essere derogata solo relativamente alle zone A e nel caso di “strumenti attuativi con previsioni plano volumetriche"; si tratta proprio del caso in esame, ricadendo l’immobile in zona A interessata da un piano particolareggiato con previsioni plano-volumetriche.
Al contrario, solo per gli edifici ricadenti in zona territoriale diversa dalla A la distanza minima assoluta di metri dieci tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, prescritta ai sensi dell'art. 41-quinquies, l. 17.08.1942 n. 1150, modificato dall'art. 17, l. 06.08.1967 n. 765, e dell'art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444, costituisce una prescrizione di carattere cogente e generale e comporta altresì l'obbligo per il giudice di merito non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, nel caso di strumenti urbanistici contrastanti, ma anche di applicare direttamente la disposizione del menzionato art. 9, che, per inserzione automatica, diviene parte integrante dello strumento urbanistico, anche in sostituzione della eventuale norma illegittima a disapplicata.

Va poi ricordato che il decreto del Ministro dei lavori pubblici 02.04.1968 n. 1444, invocato da parte ricorrente, fissa i limiti "inderogabili" di distanza fra i fabbricati e prevede all'art. 9 che tra i fabbricati debba essere rispettata "in tutti i casi" la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Lo stesso decreto, peraltro, ammette distanze inferiori, solo relativamente alle ipotesi di ristrutturazione in zone A e "nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche".
La ratio di tale normativa, come sembra evidente, è quella non di tutela del diritto alla riservatezza, bensì di salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie: trattasi cioè di norma volta a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario. Tali distanze tra costruzioni sono, cioè, predeterminate con carattere cogente in via generale e astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni d’igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi (Cons. St., sez. IV, 12.06.2007, n. 3094, e 05.12.2005, n. 6909).
Tale previsione è dunque, tassativa e inderogabile e può essere derogata solo relativamente alle zone A e nel caso di “strumenti attuativi con previsioni plano volumetriche"; si tratta proprio del caso in esame, ricadendo l’immobile in zona A interessata da un piano particolareggiato con previsioni plano-volumetriche.
Al contrario, solo per gli edifici ricadenti in zona territoriale diversa dalla A la distanza minima assoluta di metri dieci tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, prescritta ai sensi dell'art. 41-quinquies, l. 17.08.1942 n. 1150, modificato dall'art. 17, l. 06.08.1967 n. 765, e dell'art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444, costituisce una prescrizione di carattere cogente e generale e comporta altresì l'obbligo per il giudice di merito non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, nel caso di strumenti urbanistici contrastanti, ma anche di applicare direttamente la disposizione del menzionato art. 9, che, per inserzione automatica, diviene parte integrante dello strumento urbanistico, anche in sostituzione della eventuale norma illegittima a disapplicata (Cass. Civ. sez. II 07.01.2010 n. 56) (TAR Friuli Venezia Giulia, sentenza 15.11.2012 n. 411 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa realizzazione di un porticato chiuso (come nel caso di specie) lateralmente su due lati (cfr. allegazioni fotografiche prodotte dal ricorrente in atti del giudizio) va a costituire una nuova superficie utile, essendo il porticato destinato ad ospitare arredi fissi e, quindi, a consentire di svolgervi in ipotesi varie attività della vita quotidiana. Se ciò e vero e non si è dunque in presenza di mera pertinenza, allora la costruzione del porticato (terrazzato) deve necessariamente rispettare le distanze previste dalle disposizioni attuative del piano regolatore generale.
E regola generale è che la distanza tra costruzioni su fondi finitimi va calcolata tenendo conto di qualsiasi elemento che sporga da una di esse, addirittura non assumendo rilevanza, ai fini dell'interesse tutelato dalla norma (nel suo triplice aspetto della tutela della sicurezza, della salubrità e dell'igiene), che lo sporto sia inadatto all'incremento volumetrico o superficiario della costruzione o che aggetti solo per una parte della facciata.

Quanto al “merito” della questione, occorre cominciare con il rilevare che il porticato per cui è causa deve essere considerato organismo edilizio avente natura e consistenza tali da ampliare in superficie o volume l'edificio stesso (si pensi alla sovrastante terrazza). Esso necessita dunque di permesso di costruire ed in tal senso si è mosso invero lo stesso ricorrente. Infatti, la realizzazione di un porticato chiuso (come nel caso di specie) lateralmente su due lati (cfr. allegazioni fotografiche prodotte dal ricorrente in atti del giudizio) va a costituire una nuova superficie utile, essendo il porticato destinato ad ospitare arredi fissi e, quindi, a consentire di svolgervi in ipotesi varie attività della vita quotidiana (cfr. TAR Napoli, VII Sezione, 14.01.2011 n. 176). Se ciò e vero e non si è dunque in presenza di mera pertinenza, allora la costruzione del porticato (terrazzato) deve necessariamente rispettare le distanze previste dalle disposizioni attuative del piano regolatore generale (cfr. TAR Piemonte, 15.12.2004 n. 3585).
E regola generale è che la distanza tra costruzioni su fondi finitimi va calcolata tenendo conto di qualsiasi elemento che sporga da una di esse, addirittura non assumendo rilevanza, ai fini dell'interesse tutelato dalla norma (nel suo triplice aspetto della tutela della sicurezza, della salubrità e dell'igiene), che lo sporto sia inadatto all'incremento volumetrico o superficiario della costruzione o che aggetti solo per una parte della facciata.
I 10 metri di distanza tra fabbricati, prescritti dal regolamento edilizio del Comune di Mileto, non vi sono tra il fabbricato di altra ditta, che fronteggia quello di proprietà del ricorrente, ed il porticato realizzando ma, sia pure di misura, vi sono tra il detto fabbricato e la parte interna del porticato (e cioè l’attuale muro esterno dell’edificio di proprietà del ricorrente che sarebbe stato interessato dalla richiesta realizzazione).
E tuttavia la distanza deve avere riguardo non già a detta parte interna (del porticato ovvero esterna del fabbricato per come è allo stato) ma alla linea del porticato, peraltro terrazzato e che costituisce dunque pacificamente affaccio e veduta verso altro fabbricato. Non sussiste, del pari e per le medesime ragioni, la prescritta distanza minima dal ciglio stradale, risultando peraltro ininfluente ai fini di che trattasi la circostanza per cui si tratterebbe, allo stato, di strada privata (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. I, sentenza 10.11.2012 n. 1087 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASe si sia, nel caso di specie, in presenza di una nuova attività di allevamento, soggetta all’obbligo del rispetto delle distanze minime imposto dal regolamento di igiene, ovvero all’adeguamento, previo rilascio di una nuova autorizzazione, di un’attività già esistente, legittimata a continuare il suo esercizio anche in deroga all’obbligo delle distanze minime.
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Ai fini della verifica del rispetto delle distanze legali tra edifici, non sono computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano una funzione meramente ornamentale, di rifinitura o accessoria di limitata entità (come le mensole, i cornicioni, le grondaie e simili); sono, invece, computabili, rientrando nel concetto civilistico di costruzione, le parti dell'edificio (quali scale, terrazze e corpi avanzati) che, benché non corrispondano a volumi abitativi coperti, siano destinati a estendere e ampliare la consistenza del fabbricato. Ne deriva che anche il lato esterno del portico deve, pertanto, essere considerato al fine della verifica del rispetto della distanza minima.
Peraltro deve tenersi in debito conto il concetto generale in materia edilizia, in ragione del quale, per la sua natura e consistenza costituisce "nuova costruzione" ex art. 3, lettera e5), d.p.r. n. 380/2001 che esclude dall'ambito applicativo della norma i soli manufatti che, indipendentemente dalla loro amovibilità, "non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee".

Al fine della definizione della controversia in esame, attinente al lamentato mancato rispetto delle distanze minime intercorrenti tra l’abitazione del ricorrente e l’allevamento controinteressato, deve, in primo luogo, risolversi la querelle se si sia, nel caso di specie, in presenza di una nuova attività di allevamento, soggetta all’obbligo del rispetto delle distanze minime imposto dal regolamento di igiene, ovvero all’adeguamento, previo rilascio di una nuova autorizzazione, di un’attività già esistente, legittimata a continuare il suo esercizio anche in deroga all’obbligo delle distanze minime.
A tal fine viene in soccorso il regolamento di igiene comunale. Esso ammette gli ampliamenti di allevamenti esistenti e dismessi da meno di tre anni, purché nel rispetto delle distanze preesistenti. Se, dunque, la deroga all’obbligo delle distanze minime è ammessa nel caso di ampliamenti di stabilimenti già esistenti, purché entro il termine massimo di tre anni dalla loro chiusura e a condizione che non intervengano variazioni nelle distanze già esistenti, deve presumersi che la stessa possa, a maggior ragione, trovare applicazione anche nel caso in cui lo stabilimento non sia stato ampliato, ma solo adeguato alla sopravvenuta normativa attraverso un complesso iter che ha conosciuto una molteplice serie di solleciti e proroghe di termini e la successiva declaratoria di decadenza dall’originaria autorizzazione, cui ha fatto seguito, però, il rilascio di una nuova autorizzazione al suo esercizio.
Invero, nel caso di specie, appare ragionevole ritenere che un ampliamento vi sia in concreto stato, dal momento che sono stati realizzati ex novo quattro box esterni in sostituzione di quelli preesistenti e il cui utilizzo era stato negato dall’autorizzazione del 2001. Peraltro, a prescindere dal fatto che vi sia stato, o meno, nel caso di specie, un ampliamento (accertamento di per sé irrilevante, dal momento che la norma comunque lo ammetterebbe) ciò che appare determinante è che dal regolamento richiamato si deve desumere che, per quanto di rilievo, un’autorizzazione non può essere considerata “nuova” se non dopo almeno tre anni dalla dismissione del precedente allevamento.
In altre parole, il fatto che l’edificio fosse già adibito ad allevamento è sufficiente a rendere possibile la ripresa dell’attività, nel rispetto delle distanza preesistenti ed entro il termine massimo di tre anni dalla dismissione, a prescindere dal fatto che l’esercizio dell’attività sia stato continuativamente autorizzato o, al contrario, interrotto.
Nel caso di specie risulta rispettata la prima condizione, essendo stata rilasciata la nuova dichiarazione a pochi giorni di distanza dalla decadenza della originaria. Né può rilevare in senso contrario il cambio di denominazione subito dall’azienda agricola esercitante l’attività di allevamento in questione.
Chiarito, dunque, che ci si trova in presenza di un allevamento “esistente”, si rende allora necessario verificare il rispetto della seconda condizione e cioè se la preesistente distanza dall’abitazione del ricorrente sia stata rispettata e non anche ulteriormente ridotta, come invece lamentato da parte ricorrente.
Nell’ottica di tale verifica viene in rilievo il par. 3.10.5 del regolamento d’igiene, il quale prevede che, ai fini del rispetto delle distanze minime, l’allevamento debba essere considerato come il perimetro dei fabbricati adibiti a ricovero.
Ci si deve, però, allora, interrogare sul concetto di “perimetro”.
Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale in materia, “ai fini della verifica del rispetto delle distanze legali tra edifici, non sono computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano una funzione meramente ornamentale, di rifinitura o accessoria di limitata entità (come le mensole, i cornicioni, le grondaie e simili); sono, invece, computabili, rientrando nel concetto civilistico di costruzione, le parti dell'edificio (quali scale, terrazze e corpi avanzati) che, benché non corrispondano a volumi abitativi coperti, siano destinati a estendere e ampliare la consistenza del fabbricato” (Consiglio Stato, sez. IV, 27.01.2010, n. 424; Corte appello Brescia, sez. II, 18.05.2009; Consiglio Stato, sez. IV, 30.06.2005, n. 3539). Ne deriva che anche il lato esterno del portico deve, pertanto, essere considerato al fine della verifica del rispetto della distanza minima.
Peraltro deve tenersi in debito conto il concetto generale in materia edilizia, in ragione del quale, per la sua natura e consistenza costituisce "nuova costruzione" ex art. 3, lettera e5), d.p.r. n. 380/2001 che esclude dall'ambito applicativo della norma i soli manufatti che, indipendentemente dalla loro amovibilità, "non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee".
Il Collegio ritiene, pertanto, che sia escluso che i box esterni, per il solo fatto di essere stati realizzati in rete metallica, non debbano essere considerati ai fini del rispetto delle distanze minime o non possano essere, in linea di principio, riconducibili al concetto di ampliamento
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 07.11.2012 n. 1766 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi fini della verifica del rispetto delle distanze legali tra edifici, non sono computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano una funzione meramente ornamentale, di rifinitura o accessoria di limitata entità (come le mensole, i cornicioni, le grondaie e simili); sono, invece, computabili, rientrando nel concetto civilistico di costruzione, le parti dell'edificio (quali scale, terrazze e corpi avanzati) che, benché non corrispondano a volumi abitativi coperti, siano destinati a estendere e ampliare la consistenza del fabbricato.
Ne deriva che anche il lato esterno del portico deve, pertanto, essere considerato al fine della verifica del rispetto della distanza minima.

Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale in materia, “ai fini della verifica del rispetto delle distanze legali tra edifici, non sono computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano una funzione meramente ornamentale, di rifinitura o accessoria di limitata entità (come le mensole, i cornicioni, le grondaie e simili); sono, invece, computabili, rientrando nel concetto civilistico di costruzione, le parti dell'edificio (quali scale, terrazze e corpi avanzati) che, benché non corrispondano a volumi abitativi coperti, siano destinati a estendere e ampliare la consistenza del fabbricato” (Consiglio Stato, sez. IV, 27.01.2010, n. 424; Corte appello Brescia, sez. II, 18.05.2009; Consiglio Stato, sez. IV, 30.06.2005, n. 3539). Ne deriva che anche il lato esterno del portico deve, pertanto, essere considerato al fine della verifica del rispetto della distanza minima (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 07.11.2012 n. 1766 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E. Boscariol, Le distanze in edilizia (Il Tecnico Legale n. 17/2012).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini dell'osservanza delle disposizioni in materia di distanze tra edifici, non rileva l'eventuale carattere abusivo delle opere realizzate sul fondo confinante. Ciò, in quanto le disposizioni sulle distanze tra le costruzioni sono preordinate non solo alla tutela degli interessi dei proprietari frontisti, ma, in una più ampia prospettiva, anche alla salvaguardia di esigenze generali, tra cui la salubrità e la sicurezza pubblica.
Pertanto, l'interesse pubblico primario tutelato dalle norme urbanistiche sulle distanze impone di prendere in considerazione la situazione di fatto quale si presenta in concreto in sede di rilascio di un nuovo titolo edilizio, a nulla rilevando che taluno dei fabbricati preesistenti, in relazione al quale va calcolata la distanza, presenti connotati di abusività.

Contrariamente alla tesi propugnata da parte ricorrente, ai fini dell'osservanza delle disposizioni in materia di distanze tra edifici, non rileva l'eventuale carattere abusivo delle opere realizzate sul fondo confinante. Ciò, in quanto le disposizioni sulle distanze tra le costruzioni sono preordinate non solo alla tutela degli interessi dei proprietari frontisti, ma, in una più ampia prospettiva, anche alla salvaguardia di esigenze generali, tra cui la salubrità e la sicurezza pubblica.
Pertanto, l'interesse pubblico primario tutelato dalle norme urbanistiche sulle distanze impone di prendere in considerazione la situazione di fatto quale si presenta in concreto in sede di rilascio di un nuovo titolo edilizio, a nulla rilevando che taluno dei fabbricati preesistenti, in relazione al quale va calcolata la distanza, presenti connotati di abusività (cfr. Cons. giust. amm. sic., sez. giur., 12.11.2008, n. 930; TAR Campania, Napoli, sez. III, 12.07.2005, n. 9499; sez. II, 02.12.2009, n. 8326) (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 30.10.2012 n. 4328 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La disposizione di cui all’art. 879 c.c., nel disporre che <alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano>, intende significare che, in presenza di una strada pubblica, non si fa tanto questione di tutelare un diritto soggettivo privato (tutelato dalla normativa codicistica sulle distanze, rinunciabile e negoziabile), ma di perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico intorno alla strade ed alle piazze, ordinato sviluppo che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e regolamenti urbanistico-edilizi, tra i quali -per l’appunto- il D.M. 1444/1968.
Tanto ciò è vero che distanze inferiori sono ammesse, in deroga, “nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche” (art. 9 u.c. D.M. 1444/1968), cioè soltanto se previste –a loro volta- in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario (cioè, che contempli la contestuale edificazione degli edifici antistanti) di determinate zone del territorio.
In presenza di una strada pubblica tra due fondi, non è dunque consentito derogare alla distanza minima stabilita dall’art. 9 D.M. 02.04.1968 tra pareti finestrate di edifici antistanti, neppure con il consenso del vicino frontistante, in quanto, trattandosi di tutelare un interesse pubblico, di natura urbanistica, superiore a quello individuale dei proprietari dei fondi finitimi (interesse specificamente tutelato dalle norme del codice civile sulle distanze nelle costruzioni), non trovano applicazione -ex art. 879 comma 2 c.c.- le disposizioni civilistiche (e quelle di esse integrative) sulle distanze, in quanto recessive rispetto alla speciale normativa urbanistico-edilizia (le “leggi e i regolamenti” di cui all’art. 879, comma 2 c.c.), che si applica in luogo delle stesse.
Dunque, l'art. 9 del D.M. 1444 del 1968 sui limiti di distanza tra i fabbricati ricadenti in zone territoriali diverse dalla zona A, costituisce un principio assoluto ed inderogabile … che prevale –ad un tempo- sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze (C. Cost., 16.06.2005, n. 232), sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei Comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia, infine, sull'autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per loro natura, non sono nella disponibilità delle parti.
Esso, inoltre, è applicabile anche quando tra le pareti finestrate (o tra una parete finestrata e una non finestrata) si interponga una via pubblica. La fattispecie è specificamente regolata dal comma 2 del medesimo art. 9, che prescrive in questo caso distacchi addirittura maggiorati in relazione alla larghezza della strada, con la precisazione che l'esclusione della viabilità a fondo cieco prevista nella stessa norma va riferita alle maggiorazioni e non alla distanza minima assoluta di 10 metri, che rimane inderogabile.
In conclusione, in presenza di pareti finestrate poste a confine con la via pubblica, non è mai ammissibile la deroga prevista dall'art. 879, comma 2 c.c., per le distanze tra edifici.

RITENUTO, altresì, che è fondato anche il quarto motivo di ricorso, nella parte in cui si deduce, che, nel caso di specie, non potrebbe trovare applicazione, in funzione derogatoria della distanza minima di 10 metri di cui al D.M. 1444/1968, l’art. 879, comma 2, cod. civ..
Il Collegio ritiene, infatti, condivisibile, anche riguardo al caso di specie, l’orientamento giurisprudenziale secondo cui “la disposizione di cui all’art. 879 c.c., nel disporre che <alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano>, intenda significare che, in presenza di una strada pubblica, non si fa tanto questione di tutelare un diritto soggettivo privato (tutelato dalla normativa codicistica sulle distanze, rinunciabile e negoziabile), ma di perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico intorno alla strade ed alle piazze, ordinato sviluppo che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e regolamenti urbanistico-edilizi, tra i quali -per l’appunto- il D.M. 1444/1968.
Tanto ciò è vero che distanze inferiori sono ammesse, in deroga, “nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche” (art. 9 u.c. D.M. 1444/1968), cioè soltanto se previste –a loro volta- in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario (cioè, che contempli la contestuale edificazione degli edifici antistanti) di determinate zone del territorio (Cons. di St., IV, 12.03.2007, n. 1206).
In presenza di una strada pubblica tra due fondi, non è dunque consentito derogare alla distanza minima stabilita dall’art. 9 D.M. 02.04.1968 tra pareti finestrate di edifici antistanti, neppure con il consenso del vicino frontistante, in quanto, trattandosi di tutelare un interesse pubblico, di natura urbanistica, superiore a quello individuale dei proprietari dei fondi finitimi (interesse specificamente tutelato dalle norme del codice civile sulle distanze nelle costruzioni), non trovano applicazione -ex art. 879 comma 2 c.c.- le disposizioni civilistiche (e quelle di esse integrative) sulle distanze, in quanto recessive rispetto alla speciale normativa urbanistico-edilizia (le “leggi e i regolamenti” di cui all’art. 879, comma 2 c.c.), che si applica in luogo delle stesse.
Dunque, l'art. 9 del D.M. 1444 del 1968 sui limiti di distanza tra i fabbricati ricadenti in zone territoriali diverse dalla zona A, costituisce un principio assoluto ed inderogabile … che prevale –ad un tempo- sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze (C. Cost., 16.06.2005, n. 232), sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei Comuni (Cons. di St., IV, 02.11.2010, n. 7731), in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia, infine, sull'autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per loro natura, non sono nella disponibilità delle parti.
Esso, inoltre, è applicabile anche quando tra le pareti finestrate (o tra una parete finestrata e una non finestrata) si interponga una via pubblica. La fattispecie è specificamente regolata dal comma 2 del medesimo art. 9, che prescrive in questo caso distacchi addirittura maggiorati in relazione alla larghezza della strada, con la precisazione che l'esclusione della viabilità a fondo cieco prevista nella stessa norma va riferita alle maggiorazioni e non alla distanza minima assoluta di 10 metri, che rimane inderogabile.
In conclusione, in presenza di pareti finestrate poste a confine con la via pubblica, non è mai ammissibile la deroga prevista dall'art. 879, comma 2 c.c., per le distanze tra edifici (così TAR Lombardia, Brescia, I, 03.07.2008, n. 788; nello stesso senso, più recentemente, Tribunale di Teramo, 10.01.2011, n. 4)
” (TAR Liguria, Genova, I, 20.07.2011, n. 1148)
(TAR Sicilia-Palermo, Sez. III, sentenza 17.10.2012 n. 2049 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per quanto concerne la distanza tra edifici, la normativa civilistica esclude dal calcolo gli elementi ornamentali e gli aggetti di minima entità.
Per quanto concerne la distanza tra edifici, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che la normativa civilistica escluda dal calcolo gli elementi ornamentali e gli aggetti di minima entità (ex plurimis: Cass.civ., II, 22.07.2010 n. 17242; TAR Lombardia, Milano, IV, 04.05.2011 n. 1174).
In tal senso si colloca la norma regolamentare vigente a Velletri (art. 103.1 del regolamento edilizio), la quale, richiamando le disposizioni del codice civile, determina la distanza tra fabbricati nella lunghezza del segmento minimo congiungente la parte più sporgente e quella prospiciente, esclusi gli aggetti di copertura, gli elementi ornamentali, le pensiline e i balconi a sbalzo fino a 1 ml, ecc., che non concorrono alla determinazione della sagoma dell’edificio.
La norma non presenta aspetti di irrazionalità, mentre appare generica la censura di parte ricorrente
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 10.10.2012 n. 8371 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza, laddove afferma il carattere inderogabile della prescrizione di cui all’art. 9 del D.M. 1444 del 1968 e cogente per tutti gli strumenti urbanistici e regolamenti edilizi di fonte comunale, impone l’applicazione della relativa disciplina anche nelle ipotesi in cui una sola delle due pareti frontistanti sia finestrata, posto che l’interesse pubblico presidiato dalla norma è infatti quello della salubrità dell’edificato, da non confondersi con l’interesse privato del frontista a mantenere la riservatezza o la prospettiva.
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Il Collegio evidenzia pure che la giurisprudenza ritiene applicabile in via analogica la norma della distanza minima assoluta di m. 10 relativa alle pareti finestrate anche nelle zone A nelle ipotesi di nuova edificazione: ipotesi che, peraltro, ragionevolmente non può estendersi ai casi nei quali l’edificazione avviene nel contesto di un Piano di Recupero.

Il Collegio non sottace a tale riguardo che la giurisprudenza, laddove afferma il carattere inderogabile della prescrizione di cui all’art. 9 del D.M. 1444 del 1968 e cogente per tutti gli strumenti urbanistici e regolamenti edilizi di fonte comunale, impone l’applicazione della relativa disciplina anche nelle ipotesi in cui una sola delle due pareti frontistanti sia finestrata (cfr. sul punto, ad es., Cons. Stato, Sez. IV, 12.07.2007 n. 3094), posto che l’interesse pubblico presidiato dalla norma è infatti quello della salubrità dell’edificato, da non confondersi con l’interesse privato del frontista a mantenere la riservatezza o la prospettiva (cfr. ibidem).
Tuttavia, dall’esame del dato letterale dell’art. 9 risulta che per le zone di tipo A, in cui ricade l’ambito del Piano di Recupero contemplante la realizzazione dell’edificio da parte di C.S.T., “per le operazioni di risanamento conservativo e per le eventuali ristrutturazioni, le distanze tra gli edifici non possono essere inferiori a quelle intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti, computati senza tener conto di costruzioni aggiuntive di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale”, nel mentre soltanto per i “nuovi edifici ricadenti in altre zone …è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.
A questo punto il Collegio evidenzia pure che la giurisprudenza ritiene applicabile in via analogica la norma della distanza minima assoluta di m. 10 relativa alle pareti finestrate anche nelle zone A nelle ipotesi di nuova edificazione (cfr. sul punto, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. IV, 27.01.2003 n. 419): ipotesi che, peraltro, ragionevolmente non può estendersi ai casi nei quali -come, per l’appunto, nell’evenienza in esame- l’edificazione avviene nel contesto di un Piano di Recupero, atteso che gli edifici preesistenti di cui si è già detto al § 5.2.2. erano addossati all’anzidetta parete non finestrata dell’edificio di proprietà dei Ferrario
(Cons. Stato Sez. IV, sentenza 09.10.2012 n. 5253 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Secondo giurisprudenza consolidata:
- nella fattispecie disciplinata dagli artt. 873 e seguenti del codice civile, in applicazione del principio di prevenzione gli stessi attribuiscono a chi edifica per primo una triplice facoltà alternativa: a) costruire sul confine; b) costruire con il distacco previsto dalla normativa vigente; c) costruire con distacco inferiore alla metà della distanza minima prescritta, salva la possibilità per il vicino di costruire successivamente avanzando la propria fabbrica fino a quella preesistente, pagando la metà del valore del muro del vicino che diventerà comune, oltreché il valore del suolo occupato per effetto dell’avanzamento della fabbrica ovvero arretrare la costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico;
- la realizzazione di strutture in muratura, pur sovrastate da una terrazza, per il loro carattere di stabilità e permanenza costituiscono intervento di sopraelevazione che rappresenta una vera e propria “costruzione” in relazione alla quale deve trovare applicazione la disciplina del codice civile sulle distanze legali;
- la distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall’art. 9, D.M. 02.04.1968 n. 1444, va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela.
Gli sporti, cioè le sporgenze da non computare ai fini delle distanze perché non attinenti alle caratteristiche del corpo di fabbrica che racchiude il volume che si vuol distanziare, sono i manufatti come le mensole, le lesene, i risalti verticali delle parti con funzione decorativa, gli elementi in oggetto di ridotte dimensioni, le canalizzazioni di gronde e i loro sostegni, non invece le sporgenze, anche dei generi ora indicati, ma di particolari dimensioni, che siano quindi destinate anche a estendere e ampliare per l’intero fronte dell’edificio la parte utilizzabile per l’uso abitativo;
- per “pareti finestrate”, ai sensi dell’art. 9 D.M. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di “vedute”, ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l’esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti.

La ricorrente censura il permesso di costruire da ultimo rilasciato sostenendo, a ragione, che, per quanto concerne il nuovo manufatto costruito sul confine, limitatamente alla parte che fuoriesce sia in altezza, rispetto al piano di copertura, che in larghezza rispetto al box di proprietà in adesione del quale è costruito e che, come tale, fronteggia la facciata finestrata del proprio fabbricato, il titolo sia stato rilasciato in violazione dell’art. 9 del D.M. n. 1444/1968 (ora art. 136 del d.P.R. n. 380/2001), per violazione delle distanze legali tra gli edifici (m. 10) e delle distanze degli edifici rispetto al confine (m. 5).
In particolare, deduce parte ricorrente che avendo la medesima costruito per prima a una distanza inferiore dal confine (a circa m. 4,10, per quanto riguarda l’edificio, e sul confine, per quanto concerne il box), per il principio di prevenzione temporale, dovrebbe essere la confinante controinteressata a dovere arretrare, con la sola esclusione della parte costruita sul confine in aderenza al citato box e per la relativa altezza ed estensione.
Invero, secondo giurisprudenza consolidata:
- in tale ultimo caso si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dagli artt. 873 e seguenti del codice civile, che in applicazione del principio di prevenzione attribuisce a chi edifica per primo una triplice facoltà alternativa: a) costruire sul confine; b) costruire con il distacco previsto dalla normativa vigente; c) costruire con distacco inferiore alla metà della distanza minima prescritta, salva la possibilità per il vicino di costruire successivamente avanzando la propria fabbrica fino a quella preesistente, pagando la metà del valore del muro del vicino che diventerà comune, oltreché il valore del suolo occupato per effetto dell’avanzamento della fabbrica ovvero arretrare la costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico (Cass. Civ. sez. II, 07.08.2002, n. 11899; Consiglio Stato, sez. IV, 31.03.2009, n. 1998);
- la realizzazione di strutture in muratura, pur sovrastate da una terrazza, per il loro carattere di stabilità e permanenza costituiscono intervento di sopraelevazione che rappresenta una vera e propria “costruzione” in relazione alla quale deve trovare applicazione la disciplina del codice civile sulle distanze legali (Consiglio Stato, sez. IV, 31.03.2009, n. 1998);
- la distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall’art. 9, D.M. 02.04.1968 n. 1444, va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela.
Gli sporti, cioè le sporgenze da non computare ai fini delle distanze perché non attinenti alle caratteristiche del corpo di fabbrica che racchiude il volume che si vuol distanziare, sono i manufatti come le mensole, le lesene, i risalti verticali delle parti con funzione decorativa, gli elementi in oggetto di ridotte dimensioni, le canalizzazioni di gronde e i loro sostegni, non invece le sporgenze, anche dei generi ora indicati, ma di particolari dimensioni, che siano quindi destinate anche a estendere e ampliare per l’intero fronte dell’edificio la parte utilizzabile per l’uso abitativo (Cons. di Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909);
- per “pareti finestrate”, ai sensi dell’art. 9 D.M. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di “vedute”, ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l’esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti (Corte d’Appello, Catania, 22.11.2003; TAR Toscana, Firenze, sez. III, 04.12.2001, n. 1734; TAR Piemonte, Torino, 10.10.2008 n. 2565; TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 07.06.2011, n. 1419)
(TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 28.09.2012 n. 1624 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La disposizione di cui all’art. 9, comma 1, n. 2, D.M. 02.04.1968 n. 1444, essendo volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia d’imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, e quindi tassativa e inderogabile, non solo impone al proprietario dell’area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata a essere mantenuta a una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell’art. 907, comma 3, c.c., ma vincola anche i Comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, atteso che l’art. 9, D.M. 02.04.1968 n. 1444, per la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione.
Secondo giurisprudenza consolidata, dal cui orientamento il Collegio non ravvisa valide ragioni per discostarsi, la disposizione di cui all’art. 9, comma 1, n. 2, D.M. 02.04.1968 n. 1444, essendo volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia d’imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, e quindi tassativa e inderogabile, non solo impone al proprietario dell’area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata a essere mantenuta a una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell’art. 907, comma 3, c.c., ma vincola anche i Comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, atteso che l’art. 9, D.M. 02.04.1968 n. 1444, per la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione (Cons. di Stato, sez. IV, 27.10.2011, n. 5759; Idem, 12.06.2007, n. 3094) (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 28.09.2012 n. 1624 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza ha di recente precisato la natura di norma cogente che va ascritta al’art. 9 del D.M. n. 1444/1968, che costituisce fonte primaria alla quale gli strumenti urbanistici locali debbono conformarsi e che ha attitudine sostitutiva di eventuali norme locali difformi.
Si è infatti precisato che “Sono inderogabili le prescrizioni di cui all’art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 (che prevede la necessità per le costruzioni di rispettare una distanza di 10 metri tra pareti finestrate); tali prescrizioni non possono essere disattese dalle normative urbanistiche locali ed i Comuni sono obbligati -in caso di redazione o revisione dei propri strumenti urbanistici- a non discostarsi dalle regole fissate dalla citata norma, le quali comunque prevalgono ove i regolamenti locali siano con esse in contrasto.”
Conseguendone anche che “Il D.M. 02.04.1968 n. 1444 è una fonte sovraordinata rispetto agli strumenti urbanistici ed ai regolamenti edilizi comunali, e contiene norme inderogabili, di ordine pubblico; in caso di contrasto dei regolamenti edilizi comunali con le prescrizioni del citata decreto, il giudice deve disapplicare i regolamenti contrastanti, applicando, in via di sostituzione, la fonte statale imperativa.

Orbene, l’art. 51 delle NTA al regolamento urbanistico del resistente Comune, stabilisce a chiare note che “la distanza tra fabbricati (muniti di pareti finestrate, n.d.s.) non deve essere inferiore a quella prescritta dall’art. 9 del D.M. 02.04.1968, n. 1444”.
Non è chi non veda dunque, che si è al cospetto di un rinvio integrale alla disposizione sulle distanze legali tra pareti finestrate recata dal richiamato art. 9 del D.M. n. 1444/1968, il quale si applica in toto alla fattispecie la vaglio della Sezione.
Va all’uopo rammentato che la giurisprudenza ha di recente precisato la natura di norma cogente che va ascritta al’art. 9 del D..M. n. 1444/1968, che costituisce fonte primaria alla quale gli strumenti urbanistici locali debbono conformarsi e che ha attitudine sostitutiva di eventuali norme locali difformi.
Si è infatti precisato che “Sono inderogabili le prescrizioni di cui all’art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 (che prevede la necessità per le costruzioni di rispettare una distanza di 10 metri tra pareti finestrate); tali prescrizioni non possono essere disattese dalle normative urbanistiche locali ed i Comuni sono obbligati -in caso di redazione o revisione dei propri strumenti urbanistici- a non discostarsi dalle regole fissate dalla citata norma, le quali comunque prevalgono ove i regolamenti locali siano con esse in contrasto.”
Conseguendone anche che “Il D.M. 02.04.1968 n. 1444 è una fonte sovraordinata rispetto agli strumenti urbanistici ed ai regolamenti edilizi comunali, e contiene norme inderogabili, di ordine pubblico; in caso di contrasto dei regolamenti edilizi comunali con le prescrizioni del citata decreto, il giudice deve disapplicare i regolamenti contrastanti, applicando, in via di sostituzione, la fonte statale imperativa“ (TAR Piemonte, Sez. I, 10.10.2008 n. 2565, in termini già Cass. civile, Sez. II, 03.03.2008, n. 5741). Nel senso che gli strumenti urbanistici non possono infrangere le previsioni di cui al D.M. n. 1444/1968, cfr. già TAR Liguria, Sez. I, 07.03.2008, n. 379 (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 27.08.2012 n. 1483 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: Ascensore a distanza ravvicinata. Sì all'impianto in deroga alla vicinanza minima dall'immobile. La Cassazione: l'opera abbatte le barriere architettoniche ed è funzionale all'abitabilità.
L'installazione dell'ascensore in un edificio condominiale, in quanto opera finalizzata all'abbattimento delle cosiddette barriere architettoniche e necessaria per la piena ed effettiva abitabilità di un appartamento, può avvenire anche senza il rispetto delle distanze legali tra immobili.
Lo ha stabilito la II Sez. civile della Corte di Cassazione nella recente sentenza 03.08.2012 n. 14096.
Il caso concreto. Nella specie l'assemblea di un condominio aveva deliberato l'avvio di opere volte all'installazione di un impianto di ascensore esterno all'edificio e che avrebbe occupato una parte del cortile, venendo a trovarsi a distanza inferiore ai tre metri previsti dalla legge (art. 907 c.c.) rispetto alle finestre di alcuni appartamenti. Alcuni dei rispettivi proprietari avevano quindi impugnato giudizialmente la delibera condominiale sia per la predetta lesione del diritto di veduta sia per il pregiudizio che tale opera avrebbe comportato per il decoro architettonico dell'edificio.
Il tribunale, tuttavia, aveva respinto il ricorso, qualificando l'ascensore quale impianto necessario all'effettiva abitabilità di un immobile, al pari di quelli di acqua, luce e gas, come tale non sottostante al regime civilistico delle distanze legali. Di avviso contrario era però stata la corte d'appello presso la quale i condomini avevano deciso di impugnare la decisione di primo grado, che aveva invece ritenuto pienamente applicabile nella specie il disposto di cui all'art. 907 c.c.. Infatti, secondo il giudice di secondo grado, poiché l'art. 2 della legge n. 13/1989 sull'abbattimento delle c.d. barriere architettoniche impone in ogni caso il rispetto della destinazione delle parti comuni (art. 1120, comma 2, c.c.), a maggior ragione deve ritenersi che tale norma non consenta di recare pregiudizio alle proprietà esclusive.
Inoltre, sempre secondo la corte di merito, sarebbe stata la stessa legge or ora richiamata, laddove all'art. 3 si deroga espressamente al rispetto delle distanze previste dai regolamenti locali, senza fare alcuna menzione delle distanze minime previste dal codice civile, a rendere applicabili anche in materia condominiale le disposizioni in materia di vedute.
La decisione della Suprema corte. La decisione della corte di appello è quindi stata portata all'esame della Cassazione dal condominio, che reclamava la piena legittimità della deliberazione assembleare. E la Suprema corte, a sua volta, ha completamente ribaltato le argomentazioni giuridiche seguite dai giudici di merito, annullando la sentenza impugnata e stabilendo una serie di interessanti principi in materia di installazione degli ascensori e abbattimento delle c.d. barriere architettoniche.
In estrema sintesi, i giudici di legittimità hanno infatti ritenuto che la normativa sulle distanze legali, per quanto applicabile anche in ambito condominiale (seppure in via subordinata alla disciplina delle cose comuni di cui all'art. 1102 c.c.), non opera nei confronti di quegli impianti, tra i quali è sicuramente compreso anche l'ascensore, che siano necessari all'effettiva abitabilità di un immobile.
Inoltre, sempre secondo la Cassazione, l'applicabilità della normativa in materia di vedute anche in ambito condominiale non può ritenersi implicitamente confermata dal predetto art. 3 della legge n. 13/1989 che, contrariamente a quanto ritenuto nella specie dai giudici di appello, riguarda soltanto i rapporti tra immobili confinanti appartenenti a diversi proprietari e non anche le ipotesi di condominio degli edifici (articolo ItaliaOggi Sette del 27.08.2012).

EDILIZIA-PRIVATA: L'edificazione di abbaini sul tetto, contraddistinti da rilevanti dimensioni tali da trasformare la struttura preesistente, con conseguente creazione di nuovi spazi interni dapprima non utilizzabili per esigenze abitative, comporta aumento di volumetria, incidendo significativamente sulla sagoma dell'edificio. Del resto, la realizzazione di tali nuove strutture coperte laddove prima esse non esistevano, implica una radicale trasformazione della sagoma del tetto.
Le opere così realizzate, pertanto, proprio in virtù della loro rilevanza edilizia, non possono considerarsi sottratte all'obbligo generale del rispetto delle distanze. Ed infatti, gli aumenti della volumetria o delle superfici occupate, in relazione all'originaria sagoma di ingombro, anche qualora siano definiti come ristrutturazione, sono rilevanti ai fini del computo delle distanze rispetto agli edifici contigui, come previste dagli strumenti urbanistici locali.
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Le distanze tra edifici, anche in relazione a quanto previsto dal d.m. n. 1444 del 1968, vanno calcolate con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela.

Nel merito si deve osservare, innanzi tutto, che l’edificazione dei cinque “abbaini” sul tetto dell’edificio di proprietà del controinteressato ha determinato un’evidente alterazione della sagoma di esso insieme ad un innegabile avanzamento (nonché innalzamento) della struttura coperta. Sono stati, infatti, ricavati cinque spazi chiusi innestati sulla superficie curva del tetto con altrettante strutture aventi pavimentazione piana, che fuoriescono notevolmente dalla struttura preesistente, con altezza pari a m. 3,20 (cfr. tavola n. 3/5 del progetto: doc. n. 20 del controinteressato) tale da poter essere sfruttata anche per esigenze abitative.
Deve, in proposito, richiamarsi la giurisprudenza amministrativa dominante, secondo la quale l’edificazione di abbaini sul tetto, caratterizzati da rilevanti dimensioni tali da trasformare la struttura preesistente, con conseguente creazione di nuovi spazi interni dapprima non utilizzabili per esigenze abitative, comporta aumento di volumetria ed incide significativamente sulla sagoma dell’edificio (cfr. ex multis: TAR Veneto, sez. II, n. 1692 del 2003; Cons. Stato, sez. V, n. 689 del 1996; TAR Campania, Napoli, sez. VII, n. 13309 del 2010).
Non può avere rilevanza, in proposito, quanto eccepiscono in fatto l’amministrazione resistente e il controinteressato, ossia che le cinque nuove strutture non fuoriescono né rispetto al filo di gronda né rispetto al colmo del tetto: se ciò è vero, è anche vero però che sono state realizzate nuove strutture coperte laddove prima esse non esistevano, ossia previa occupazione di spazi (sia verso l’esterno, sia verso l’alto) prima liberi, con conseguente radicale trasformazione della sagoma del tetto.
Le opere così realizzate, pertanto, proprio per effetto della loro rilevanza edilizia, non potevano non considerarsi sottratte all’obbligo generale del rispetto delle distanze: come si precisa in giurisprudenza, infatti, gli aumenti della volumetria o delle superfici occupate, in relazione all’originaria sagoma di ingombro, anche qualora siano definiti come “ristrutturazione”, sono rilevanti ai fini del computo delle distanze rispetto agli edifici contigui, come previste dagli strumenti urbanistici locali (cfr., ad es.: Cassaz. civ., sez. un., n. 21578 del 2011; TAR Lombardia, Milano, sez. II, n. 7505 del 2010; TAR Liguria, sez. I, n. 3566 del 2009).
L’assunto, del resto, trova conferma anche in quelle pronunce giurisprudenziali (come Cons. Stato, sez. IV, n. 5490 del 2011, invocata dall’amministrazione resistente) che, pur ricordando che gli interventi di ristrutturazione effettuati sopra un manufatto già esistente non impongono il rispetto delle distanze minime, evidenziano però l’inoperatività di tale “principio” allorché risulti essere stata realizzata “un'opera difforme da quella preesistente per sagoma, volume e superficie, anche in termini di ampliamento e sopraelevazione” (così, per l’appunto, Cons. Stato n. 5490 del 2011, cit.), come è avvenuto nel caso oggetto del presente giudizio.
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Quanto, poi, all’ulteriore circostanza di fatto (evidenziata dal controinteressato) che i due edifici “non si fronteggiano e non vi è pericolo di creazione di intercapedini nocive”, si deve comunque osservare che le distanze tra edifici, anche in relazione a quanto previsto dal d.m. n. 1444 del 1968, vanno calcolate con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. IV, n. 7731 del 2010 e n. 6909 del 2005) (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 05.07.2012 n. 807 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl d.m. 02.04.1968 n. 1444, che fissa i limiti “inderogabili” di distanza fra i fabbricati, prevede all’art. 9 che tra i fabbricati debba rispettata “in tutti i casi” la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, con possibilità di ammettere distanze inferiori, solo relativamente alle ipotesi di ristrutturazione in zone A e “nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche”.
La ratio di tale normativa, come sembra evidente, è quella non di tutela del diritto alla riservatezza, bensì di salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie: trattasi cioè di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario. Tali distanze tra costruzioni sono, cioè, predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell’applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi.

Va, invero, rilevato che il decreto del Ministro dei lavori pubblici 02.04.1968 n. 1444, che fissa i limiti “inderogabili” di distanza fra i fabbricati, prevede all’art. 9 che tra i fabbricati debba rispettata “in tutti i casi” la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, con possibilità di ammettere distanze inferiori, solo relativamente alle ipotesi di ristrutturazione in zone A e “nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche”.
La ratio di tale normativa, come sembra evidente, è quella non di tutela del diritto alla riservatezza, bensì di salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie: trattasi cioè di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario. Tali distanze tra costruzioni sono, cioè, predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell’applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi (Cons. St., sez. IV, 12.06.2007, n. 3094, e 05.12.2005, n. 6909) (TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 03.07.2012 n. 328 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Scala esterna in muratura e distanze tra costruzioni.
La scala, anche se priva di copertura, costituisce corpo aggettante rilevante ai fini della disciplina delle distanza, essendo idoneo a ridurre le intercapedini tra un edificio e l’altro e quindi a pregiudicare l’esigenza di salubrità che costituisce finalità essenziale della previsione di distanze minime.
Infine, con riferimento alla lamentata violazione della distanza dal confine prevista dall’art. 10 N.T.A. (m. 5), essendo prevista una rampa di scale a distanza inferiore, osserva il Collegio che la scala, anche se priva di copertura, costituisce corpo aggettante rilevante ai fini della disciplina delle distanza, essendo idoneo a ridurre le intercapedini tra un edificio e l’altro e quindi a pregiudicare l’esigenza di salubrità che costituisce finalità essenziale della previsione di distanze minime.
In tal senso si è espressa con orientamento costante la giurisprudenza della Cassazione in materia di distanze, evidenziando che “Nel calcolo della distanza minima fra costruzioni, posta dall'art. 873 c.c. o da norme regolamentari integrative, deve tenersi conto anche delle strutture accessorie di un fabbricato (nella specie, scala esterna in muratura), qualora queste, presentando connotati di consistenza e stabilità, abbiano natura di opera edilizia” (Cass. 1966/2007, 17390/2004, 4372/2002, tutte con riferimento a scale esterne) (TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 21.06.2012 n. 1219 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanze tra edifici - Concessione per nuove costruzioni.
La scala, anche se priva di copertura, costituisce corpo aggettante rilevante ai fini della disciplina delle distanza, essendo idoneo a ridurre le intercapedini tra un edificio e l’altro e quindi a pregiudicare l’esigenza di salubrità che costituisce finalità essenziale della previsione di distanze minime.
Nel calcolo della distanza minima fra costruzioni, posta dall'art. 873 c.c. o da norme regolamentari integrative, deve tenersi conto anche delle strutture accessorie di un fabbricato (nella specie, scala esterna in muratura), qualora queste, presentando connotati di consistenza e stabilità, abbiano natura di opera edilizia.
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Mentre rientrano nella categoria degli sporti, non computabili ai fini delle distanze, soltanto quegli elementi con funzione meramente ornamentale, di rifinitura od accessoria, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le canalizzazioni di gronda e simili, costituiscono invece corpi di fabbrica, computabili nelle distanze fra costruzioni, le sporgenze di particolari proporzioni, come i balconi, costituite da solette aggettanti anche se scoperte, di apprezzabile profondità ed ampiezza.
Il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della distanza ai sensi della norma in questione solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò, mentre nel caso di specie il regolamento prevede norma contraria.

Infine, con riferimento alla lamentata violazione della distanza dal confine prevista dall’art. 10 N.T.A. (m. 5), essendo prevista una rampa di scale a distanza inferiore, osserva il Collegio che la scala, anche se priva di copertura, costituisce corpo aggettante rilevante ai fini della disciplina delle distanza, essendo idoneo a ridurre le intercapedini tra un edificio e l’altro e quindi a pregiudicare l’esigenza di salubrità che costituisce finalità essenziale della previsione di distanze minime.
In tal senso si è espressa con orientamento costante la giurisprudenza della Cassazione in materia di distanze, evidenziando che “Nel calcolo della distanza minima fra costruzioni, posta dall'art. 873 c.c. o da norme regolamentari integrative, deve tenersi conto anche delle strutture accessorie di un fabbricato (nella specie, scala esterna in muratura), qualora queste, presentando connotati di consistenza e stabilità, abbiano natura di opera edilizia” (Cass. 1966/2007, 17390/2004, 4372/2002, tutte con riferimento a scale esterne).
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Va quindi esaminata la violazione dell’art. 26-bis del Regolamento Edilizio Comunale, dedotta come secondo motivo di ricorso.
La norma citata prevede infatti la distanza minima di m. 8 dalle finestre nei cortili interni, senza contare gli aggetti e i balconi se di profondità inferiore a cm 80, mentre nel caso di specie essendo i balconi di profondità di m. 1,20 la distanza non sarebbe rispettata.
Sul punto risulta pacifico che il balcone ha un aggetto superiore al limite di 80 cm, avendo anche il Comune confermato tale circostanza, deducendo che è prassi dell’ente autorizzare balconi di maggiore aggetto senza computarli ai fini del rispetto delle distanze.
Tale assunto, tuttavia, non è idoneo a fondare la legittimità del titolo edilizio, a fronte della perdurante vigenza della regola di cui al regolamento edilizio secondo la quale non vengono computati ai fini del rispetto delle distanza solo i balconi di sporgenza inferiore a cm. 80; il balcone in questione, profondo m. 1,20, va quindi computato ai fini della determinazione della distanza minima e deve, pertanto, costituire il limite esterno a partire dal quale va misurata la distanza di m. 8, con conseguente illegittimità della sua edificazione a distanza inferiore di m. 8 dalla parete dell’edificio dei ricorrenti.
La norma del regolamento è coerente con la giurisprudenza in materia di distanze fra edifici, secondo la quale, mentre rientrano nella categoria degli sporti, non computabili ai fini delle distanze, soltanto quegli elementi con funzione meramente ornamentale, di rifinitura od accessoria, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le canalizzazioni di gronda e simili, costituiscono invece corpi di fabbrica, computabili nelle distanze fra costruzioni, le sporgenze di particolari proporzioni, come i balconi, costituite da solette aggettanti anche se scoperte, di apprezzabile profondità ed ampiezza (TAR Lombardia, Milano, 04.05.2011, n. 1174, Cass. 17242/2010, TAR Sardegna sez. II, 06.04.2009, n. 432).
Il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della distanza ai sensi della norma in questione solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò (TAR Liguria, sez. I, 10.07.2009 n. 1736, TAR Toscana sez. III, 09.06.2011 n. 993), mentre nel caso di specie il regolamento prevede norma contraria.
Si consideri, altresì, che la realizzazione di cortili secondari e chiostrine a cavallo sul confine tra due proprietà é possibile secondo la disciplina edilizia applicabile nel Comune di Cellamare ove sia stipulata, a tale scopo, una apposita convenzione, la quale non deve pregiudicare in alcun modo le possibilità costruttive sui fondi, mentre in tal caso nessuna convenzione è stata stipulata tra le parti
(TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 21.06.2012 n. 1219 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa distanza minima di 10 metri fra pareti finestrate è prevista dalla norma –assolutamente inderogabile e prevalente sulle eventuali differenti prescrizioni degli strumenti urbanistici– di cui all’art. 9 del DM 1444/1968.
In ordine alle distanze, come risulta dalla tavola planimetrica (doc. 5 del Comune), l’edificio del ricorrente, insistente sul mappale 629, é distante 2,1 metri dal mappale 826, oltre che meno di 10 metri dall’edificio con parete finestrata di cui al mappale 160.
Si tratta di distanze inferiori a quelle di legge; in particolare la distanza minima di 10 metri fra pareti finestrate è prevista dalla norma –assolutamente inderogabile e prevalente sulle eventuali differenti prescrizioni degli strumenti urbanistici– di cui all’art. 9 del DM 1444/1968 (sul carattere inderogabile della norma, applicabile a qualsivoglia intervento edilizio, anche di ristrutturazione, si vedano, fra le tante, TAR Lombardia, Milano, sez. II, 08.09.2011, n. 2187 e 04.11.2011, n. 2654; TAR Piemonte, sez. I, 17.01.2007, n. 22 e TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 03.07.2008, n. 788).
Il Comune non poteva pertanto avallare un intervento edilizio in contrasto con le prescrizioni degli strumenti urbanistici e della normativa in materia di distanze minime fra edifici (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 20.06.2012 n. 1721 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa disciplina delle distanze minime fra gli edifici tra i quali sono interposte strade destinate al traffico di veicoli è quella di cui all'art. 9, d.m. n. 1444/1968.
La definizione di strada cui questa disposizione fa riferimento, in linea con l’art. 1 del codice della strada, va riferita alle sole aree ad uso pubblico destinate alla circolazione, essendo tali norme finalizzate a disciplinare le fasce di rispetto delle costruzioni ai fini della sicurezza della circolazione.
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L'accertamento in ordine alla natura pubblica di una strada presuppone l'esistenza di un atto o di un fatto in base al quale la proprietà del suolo su cui essa sorge sia di proprietà di un ente pubblico territoriale, ovvero che a favore del medesimo ente sia stata costituita una servitù di uso pubblico, e che la stessa sia destinata all'uso pubblico con una manifestazione di volontà espressa o tacita dell'ente medesimo, senza che sia sufficiente, a tal fine, l'esplicarsi di fatto del transito del pubblico, né la mera previsione programmatica della sua destinazione a strada pubblica, o l'intervento di atti di riconoscimento da parte dell'amministrazione medesima circa la funzione da essa assolta

L'art. 28 delle n.t.a. del piano regolatore comunale disciplina le distanze minime fra gli edifici tra i quali sono interposte strade destinate al traffico di veicoli, riproducendo le prescrizioni di cui all'art. 9, d.m. n. 1444/1968.
La definizione di strada cui queste disposizioni fanno riferimento, in linea con l’art. 1 del codice della strada, va riferita alle sole aree ad uso pubblico destinate alla circolazione, essendo tali norme finalizzate a disciplinare le fasce di rispetto delle costruzioni ai fini della sicurezza della circolazione (si richiamano al riguardo le motivazioni espresse, in una fattispecie analoga, dal Consiglio di Stato, sez. V, 28.06.2011, n. 3868).
Nel caso di specie, l'amministrazione ha invece ritenuto applicabile la normativa in questione per il solo fatto che si tratta di strada con passaggio di veicoli, circostanza meramente fattuale che non coincide con l'uso pubblico della strada.
L'accertamento in ordine alla natura pubblica di una strada presuppone, invero, l'esistenza di un atto o di un fatto in base al quale la proprietà del suolo su cui essa sorge sia di proprietà di un ente pubblico territoriale, ovvero che a favore del medesimo ente sia stata costituita una servitù di uso pubblico, e che la stessa sia destinata all'uso pubblico con una manifestazione di volontà espressa o tacita dell'ente medesimo, senza che sia sufficiente, a tal fine, l'esplicarsi di fatto del transito del pubblico, né la mera previsione programmatica della sua destinazione a strada pubblica, o l'intervento di atti di riconoscimento da parte dell'amministrazione medesima circa la funzione da essa assolta (Cassazione civile, sez. II, 07.04.2006, n. 8204).
Il provvedimento impugnato è quindi affetto dai vizi di difetto di istruttoria e di motivazione. Le ulteriori censure possono essere assorbite.
La domanda di risarcimento dei danni deve essere respinta perché la società ha tempestivamente ottenuto la tutela cautelare richiesta ed anche poiché non è stata offerta, in corso di giudizio, una prova dei danni derivanti del ritardo nella edificazione, mediante l'allegazione di precise circostanze di fatto.
Per le ragioni esposte la domanda di annullamento è fondata e va quindi accolta. Va invece respinta la domanda di risarcimento dei danni (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 07.06.2012 n. 1612 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Ai fini del calcolo delle distanze devono essere computate scale, terrazze, corpi avanzati ed opere di contenimento.
2. Nozione di opera interrata.
3. Calcolo della cubatura. Inclusione nel caso di opere non completamente interrate.

1. In tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato.
Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento, che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso (1).
2. Al fine di individuare se un manufatto sia o meno interrato, va fatto riferimento al livello naturale del terreno, con la conseguenza che la sporgenza di un manufatto dal suolo va riscontrata con riferimento al piano di campagna, cioè al livello naturale del terreno, e non al livello eventualmente inferiore cui si trovi un finitimo edificio realizzato con abbassamento di quel piano (2).
3. Ai sensi dell'art. 9 della l. 24.03.1989 n. 122, la realizzazione di autorimesse e parcheggi è soggetta alla disciplina urbanistica dettata per le ordinarie nuove costruzioni fuori terra, se non effettuata totalmente al di sotto del piano di campagna naturale (3).
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(1) Cfr. Cons. Stato, sez. IV, 30.06.2005, n. 3539.
V. anche Cassazione civile, sez. II, 17.06.2011, n. 13389, secondo cui, "ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera.
La giurisprudenza civile di merito, altrettanto condivisibilmente, ad avviso del Collegio ha poi fatto presente che ai fini del rispetto delle distanze fra costruzioni, non rileva il materiale utilizzato per la fabbrica, richiedendosi soltanto una durevolezza dell'opera comunemente riconoscibile anche alle opere in legno o ferro od altri materiali leggeri, purché infissi al suolo non transitoriamente.
Ne consegue la permanente vigenza dell’insegnamento della Corte di legittimità secondo il quale "costituisce costruzione, agli effetti della disciplina del c.c. sulle distanze legali, ogni manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza (nella specie il manufatto, con finestra, era coperto da tettoia formata da travi con soprastanti lamiere, ed era destinato a fienile, magazzino e pollaio). "(Cassazione civile, sez. II, 24.05.1997, n. 4639).
(2) Cfr. Cons. Stato, sez. V, 06.12.2010, n. 8547 ed in passato Cons. Stato, sez. V, 21.10.1991, n. 1231, secondo la quale soltanto "i locali costruiti al di sotto dell'originario piano di campagna non sono infatti computabili ai fini dell'applicazione degli standards urbanistici e non concernono al computo della volumetria.".
(3) Cfr. Cons. Stato, sez. IV, 27.11.2010, n. 8260
(massima tratta da www.regione-piemonte.it -
Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.05.2012 n. 2847 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato.
Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso.
Opere tali da dovere essere riguardate, sotto il profilo edilizio, come opere dotate di una propria specificità ed autonomia, in una accezione che comprende tutte le caratteristiche proprie dei fabbricati, donde l'obbligo di rispetto di tutti gli indici costruttivi prescritti dallo strumento urbanistico e, in particolare, delle distanze dal confine privato.
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Ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera.
Ai fini del rispetto delle distanze fra costruzioni non rileva il materiale utilizzato per la fabbrica, richiedendosi soltanto una durevolezza dell'opera comunemente riconoscibile anche alle opere in legno o ferro od altri materiali leggeri, purché infissi al suolo non transitoriamente.
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Costituisce costruzione, agli effetti della disciplina del c.c. sulle distanze legali, ogni manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza (nella specie il manufatto, con finestra, era coperto da tettoia formata da travi con soprastanti lamiere, ed era destinato a fienile, magazzino e pollaio).
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Analoga nozione estensiva del concetto di “fabbricato” è stata dettata dalla Corte di Cassazione ai fini dell'art. 907 c.c., diretto a preservare l'esercizio delle vedute da ogni eventuale ostacolo con carattere di stabilità, in quanto la nozione di costruzione è comprensiva non solo dei manufatti in calce e mattoni, ma di qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata realizzata, determini un ostacolo del genere (nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che costituisse costruzione nel senso anzidetto una veranda che ostacolava la veduta dal balcone e dalla finestra sovrastanti, anche se ottenuta mediante la posa in opera, su correntini infissi nel muro, di lastre di fibrocemento facilmente asportabili, in quanto bullonate a tali correntini. La C.S., nell'enunciare il precisato principio di diritto, ha confermato tale decisione).

Rileva in proposito il Collegio che, per condivisa giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, “in tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato.
Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento, quali indubbiamente si configurano quelle di cui al caso di specie che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso.
Opere tali da dovere essere riguardate, sotto il profilo edilizio, come opere dotate di una propria specificità ed autonomia, in una accezione che comprende tutte le caratteristiche proprie dei fabbricati, donde l'obbligo di rispetto di tutti gli indici costruttivi prescritti dallo strumento urbanistico e, in particolare, delle distanze dal confine privato
” (Consiglio Stato, sez. IV, 30.06.2005, n. 3539)
In modo pressoché simmetrico, la giurisprudenza civile di legittimità ha ancora di recente condivisibilmente affermato che “ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera” (Cassazione civile, sez. II, 17.06.2011, n. 13389).
La giurisprudenza civile di merito, altrettanto condivisibilmente, ad avviso del Collegio ha poi fatto presente che ai fini del rispetto delle distanze fra costruzioni non rileva il materiale utilizzato per la fabbrica, richiedendosi soltanto una durevolezza dell'opera comunemente riconoscibile anche alle opere in legno o ferro od altri materiali leggeri, purché infissi al suolo non transitoriamente.
Ne consegue la permanente vigenza dell’insegnamento della Corte di legittimità secondo il quale “costituisce costruzione, agli effetti della disciplina del c.c. sulle distanze legali, ogni manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza (Nella specie il manufatto, con finestra, era coperto da tettoia formata da travi con soprastanti lamiere, ed era destinato a fienile, magazzino e pollaio)“ (Cassazione civile, sez. II, 24.05.1997, n. 4639).
Per completezza –tenuto conto dei profili sollevati dall’appellato nella propria memoria di replica- si evidenzia che analoga nozione estensiva del concetto di “fabbricato” è stata dettata dalla Corte di Cassazione ai fini dell'art. 907 c.c., diretto a preservare l'esercizio delle vedute da ogni eventuale ostacolo con carattere di stabilità, “in quanto la nozione di costruzione è comprensiva non solo dei manufatti in calce e mattoni, ma di qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata realizzata, determini un ostacolo del genere. (Nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che costituisse costruzione nel senso anzidetto una veranda che ostacolava la veduta dal balcone e dalla finestra sovrastanti, anche se ottenuta mediante la posa in opera, su correntini infissi nel muro, di lastre di fibrocemento facilmente asportabili, in quanto bullonate a tali correntini. La C.S., nell'enunciare il precisato principio di diritto, ha confermato tale decisione)” (Cassazione civile, sez. II, 21.10.1980, n. 5652)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.05.2012 n. 2847 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanza tra edifici - Art. 9 del d.m. 1444/1968.
Sull'incostituzionalità di una norma provinciale che, ai fini dell’isolamento termico per garantire le prestazioni energetiche, consente agli edifici già legalmente esistenti alla data del 12.01.2005 o concessionati prima di tale data di derogare nella misura massima di 20 centimetri alle distanze tra edifici.
Le norme in materia di distanze fra edifici costituiscono principio inderogabile che integra la disciplina privatistica delle distanze.
In particolare, data la connessione e le interferenze tra interessi privati e interessi pubblici in tema di distanze tra costruzioni, l’assetto costituzionale delle competenze in materia di governo del territorio interferisce con la competenza esclusiva dello Stato a fissare le distanze minime, sicché le Regioni devono esercitare le loro funzioni nel rispetto dei principi della legislazione statale, potendo, nei limiti della ragionevolezza, fissare limiti maggiori. Le deroghe alle distanze minime, poi, devono essere inserite in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio, poiché la loro legittimità è strettamente connessa agli assetti urbanistici generali e quindi al governo del territorio, non, invece, ai rapporti tra edifici confinanti isolatamente considerati.
Nel caso di specie, la norma in questione (
«6. Ai fini dell’isolamento termico per garantire le prestazioni energetiche, definite ai sensi del comma 2, degli edifici già legalmente esistenti alla data del 12.01.2005 o concessionati prima di tale data, è permesso derogare nella misura massima di 20 centimetri alle distanze tra edifici, alle altezze degli edifici e alle distanze dai confini previsti nel piano urbanistico comunale o nel piano di attuazione, nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile, salvo quanto disposto dalla normativa di attuazione della direttiva 2006/32/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 05.04.2006 relativa all’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi. La deroga può essere esercitata nella misura massima da entrambi gli edifici confinanti.
7. La Giunta provinciale definisce le caratteristiche tecniche delle verande la cui costruzione vale come misura per l’utilizzo di energia solare ai sensi del comma 5. A tal fine si può derogare alle distanze tra edifici, alle distanze dai confini nonché all’indice di area coperta previsti nel piano urbanistico, nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile e purché la distanza dal confine di proprietà non sia inferiore alla metà dell’altezza della facciata della veranda»
), attraverso il mero richiamo delle norme del codice civile, è suscettibile di consentire l’introduzione di deroghe particolari in grado di discostarsi dalle distanze di cui all’art. 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444, emesso ai sensi dell’art. 41-quinquies della legge 17.08.1942, n. 1150, recante «Legge urbanistica» (introdotto dall’art. 17 della legge 06.08.1967, n. 765), avente, per giurisprudenza consolidata, un’efficacia precettiva e inderogabile.
In quanto tali deroghe non attengono all’assetto urbanistico complessivo delle zone di cui si verte, il mancato richiamo alle norme statali vincolanti per la Provincia, determina l’illegittimità costituzionale delle relative norme per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., avendo invaso la competenza statale in materia di ordinamento civile.

8.― Infine, il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 9, commi 6 e 7 (recte: art. 9, comma 4, alinea 6 e 7, trattandosi dei commi 6 e 7 dell’articolo 127 della legge provinciale 11.08.1997, n. 13, modificato dalla legge impugnata), nella parte in cui prevedono, ai fini dell’isolamento termico degli edifici e dell’utilizzo dell’energia solare, la possibilità di derogare alle distanze tra edifici, alle altezze degli edifici ed alle distanze dai confini previsti nel piano urbanistico comunale o nel piano di attuazione, nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile.
A suo avviso, dette disposizioni, non prevedendo il rispetto delle altezze e delle distanze di cui al decreto ministeriale 02.04.1968, n. 1444 (Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell’art. 17 della L. 06.08.1967, n. 765), contrasterebbe con l’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.
8.1.― La questione è fondata.
8.2.― In linea preliminare, va osservato che i commi 6 e 7 dell’articolo 127 della legge provinciale n. 13 del 1997, nel testo modificato dalle disposizioni impugnate, così dispongono: «6. Ai fini dell’isolamento termico degli edifici già legalmente esistenti alla data del 12.01.2005 o concessionati prima di tale data, è possibile derogare alle distanze tra edifici, alle altezze degli edifici e alle distanze dai confini previsti nel piano urbanistico comunale o nel piano di attuazione, nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile.
7. La Giunta provinciale definisce le caratteristiche tecniche delle verande la cui costruzione vale come misura per l’utilizzo di energia solare ai sensi del comma 5. A tale fine si può derogare alle distanze tra edifici, alle distanze dai confini nonché all’indice di area coperta previsti nel piano urbanistico o nel piano di attuazione, nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile e purché la distanza verso il confine di proprietà non sia inferiore alla metà dell’altezza della facciata della veranda
».
Successivamente alla proposizione del ricorso, l’art. 26, comma 3, della legge provinciale n. 15 del 2011, ha nuovamente modificato tali disposizioni, così sostituendole: «6. Ai fini dell’isolamento termico per garantire le prestazioni energetiche, definite ai sensi del comma 2, degli edifici già legalmente esistenti alla data del 12.01.2005 o concessionati prima di tale data, è permesso derogare nella misura massima di 20 centimetri alle distanze tra edifici, alle altezze degli edifici e alle distanze dai confini previsti nel piano urbanistico comunale o nel piano di attuazione, nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile, salvo quanto disposto dalla normativa di attuazione della direttiva 2006/32/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 05.04.2006 relativa all’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi. La deroga può essere esercitata nella misura massima da entrambi gli edifici confinanti.
7. La Giunta provinciale definisce le caratteristiche tecniche delle verande la cui costruzione vale come misura per l’utilizzo di energia solare ai sensi del comma 5. A tal fine si può derogare alle distanze tra edifici, alle distanze dai confini nonché all’indice di area coperta previsti nel piano urbanistico, nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile e purché la distanza dal confine di proprietà non sia inferiore alla metà dell’altezza della facciata della veranda
».
Dal raffronto fra le disposizioni risulta evidente che l’ultima modifica, dato il suo carattere sostanzialmente marginale, non incide in modo significativo sul contenuto precettivo delle disposizioni impugnate, e certamente non ha contenuto satisfattivo, per cui la questione va trasferita sulla nuova norma, in applicazione del succitato principio di effettività della tutela costituzionale.
8.3.― La censura verte sul mancato richiamo al rispetto delle norme sulle distanze fra edifici, integrative del codice civile e, in particolare, dell’art. 9 del citato d.m. n. 1444 del 1968.
In tale ambito, questa Corte ha in più occasioni precisato che le norme in materia di distanze fra edifici costituiscono principio inderogabile che integra la disciplina privatistica delle distanze.
In particolare, data la connessione e le interferenze tra interessi privati e interessi pubblici in tema di distanze tra costruzioni, l’assetto costituzionale delle competenze in materia di governo del territorio interferisce con la competenza esclusiva dello Stato a fissare le distanze minime, sicché le Regioni devono esercitare le loro funzioni nel rispetto dei principi della legislazione statale, potendo, nei limiti della ragionevolezza, fissare limiti maggiori. Le deroghe alle distanze minime, poi, devono essere inserite in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio, poiché la loro legittimità è strettamente connessa agli assetti urbanistici generali e quindi al governo del territorio, non, invece, ai rapporti tra edifici confinanti isolatamente considerati (sentenza n. 232 del 2005).
Nel caso di specie, la norma in questione, attraverso il mero richiamo delle norme del codice civile, è suscettibile di consentire l’introduzione di deroghe particolari in grado di discostarsi dalle distanze di cui all’art. 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444, emesso ai sensi dell’art. 41-quinquies della legge 17.08.1942, n. 1150, recante «Legge urbanistica» (introdotto dall’art. 17 della legge 06.08.1967, n. 765), avente, per giurisprudenza consolidata, un’efficacia precettiva e inderogabile.
In quanto tali deroghe non attengono all’assetto urbanistico complessivo delle zone di cui si verte, il mancato richiamo alle norme statali vincolanti per la Provincia, determina l’illegittimità costituzionale delle relative norme per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., avendo invaso la competenza statale in materia di ordinamento civile.
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
1) (omissis)
2) dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 2, comma 10, 3, commi 1 e 3, 5, comma 1, 9, comma 4, alinea 6 e 7, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 21.06.2011, n. 4 (Misure di contenimento dell’inquinamento luminoso ed altre disposizioni in materia di utilizzo di acque pubbliche, procedimento amministrativo ed urbanistica);
3) dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 24, comma 2, e 26, comma 3, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 21.12.2011, n. 15 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno finanziario 2012 e per il triennio 2012-2014 – Legge finanziaria 2012);
4) (omissis) (Corte Costituzionale, sentenza 10.05.2012 n. 114).

EDILIZIA PRIVATA: Serre, inapplicabili le norme sulle distanze per gli edifici.
I dati normativi convergono nel disporre che le serre non debbano essere qualificate come costruzioni. Pertanto, nel caso di specie avrebbe dovuto essere applicata non la distanza per le edificazioni ma quella prevista per la piantagione degli alberi, misurata, per le ragioni esposte, a partire dalla sede di occupazione dell’autostrada.
La corte amministrativa pugliese ha esaminato le disposizioni relative alla violazione sostanziale delle norme in materia di distanze delle costruzione e delle piantagioni dalla sede autostradale.
Il disposto dell’art. 9 L. 729/1961, prevede che “Lungo i tracciati delle autostrade e i relativi accessi, previsti sulla base dei progetti regolarmente approvati, è vietato costruire, ricostruire o ampliare edifici o manufatti di qualsiasi specie a distanza inferiore a metri 25 dal limite della zona di occupazione dell’autostrada stessa. La distanza è ridotta a metri 10 per gli alberi da piantare”.
La lettura della norma chiarisce quindi expressis verbis, innanzitutto, che la distanza va misurata a partire dalla zona di occupazione dell’autostrada, e non dal confine della proprietà autostradale; pertanto il parere negativo espresso dalla società Autostrade, sulla cui base è stata negata dal Comune la sanatoria, risulta viziato nella parte in cui quantifica la distanza minima delle opere dal confine autostradale, riportando la misura di m. 1,50.
Ma deve anche rilevarsi che, nel caso di specie, non è applicabile, come sostenuto dalla ricorrente, la distanza prevista per le costruzioni.
A tale conclusione conducono infatti sia il disposto del decreto del Ministro dei lavori pubblici del 16.12.1987, secondo cui la costruzione di serre smontabili in fregio all’autostrada non costituisce edificazione, sia la disciplina dell’art. 59 l.r. 1/2005, secondo cui “le serre e i loro annessi non sono da considerarsi costruzioni, indipendentemente dai materiali usati per la loro realizzazione e dai sistemi di ancoraggi”.
I dati normativi convergono dunque nel disporre che le serre non debbano essere qualificate come costruzioni e, pertanto, nel caso di specie avrebbe dovuto essere applicata non la distanza per le edificazioni ma quella prevista per la piantagione degli alberi, misurata, per le ragioni esposte, a partire dalla sede di occupazione dell’autostrada (commento tratto da www.ipsoa.it - TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 05.04.2012 n. 682 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 9 d.m. 1444/1968 non può essere derogato dalle disposizioni regolamentari locali e, in caso di contrasto, prevale su di esse.
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L'art. 9 d.m. n. 1444/1968 va rispettato anche in caso di realizzazione di interventi di recupero del sottotetto: si richiama al riguardo il precedente di questa Sezione, 10.12.2010, n. 7505, oltre a quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 19.05.2011, n. 173, secondo cui l'art. 64, comma 2, della legge della Regione Lombardia n. 12 del 2005 "deve interpretarsi nel senso che esso consente la deroga dei parametri e indici urbanistici ed edilizi di cui al regolamento locale ovvero al piano regolatore comunale, fatto salvo il rispetto della disciplina sulle distanze tra fabbricati, essendo quest'ultima materia inerente all'ordinamento civile e rientrante nella competenza legislativa esclusiva dello Stato".

Anche il secondo, il terzo ed il quarto motivo di ricorso –che possono essere trattati congiuntamente perché strettamente connessi sul piano logico e giuridico- sono privi di fondamento in quanto:
- per giurisprudenza costante, l'art. 9 d.m. 1444/1968 non può essere derogato dalle disposizioni regolamentari locali e, in caso di contrasto, prevale su di esse (cfr. da ultimo, Cassazione civile sez. un., 07.07.2011, n. 14953); non assume, dunque, alcun rilievo il rispetto, nel caso di specie, della previsione dell'art. 27, c. 2 del r.e.c.;
- l'art. 9 d.m. n. 1444/1968 va rispettato anche in caso di realizzazione di interventi di recupero del sottotetto: si richiama al riguardo il precedente di questa Sezione, 10.12.2010, n. 7505, oltre a quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 19.05.2011, n. 173, secondo cui l'art. 64, comma 2, della legge della Regione Lombardia n. 12 del 2005 "deve interpretarsi nel senso che esso consente la deroga dei parametri e indici urbanistici ed edilizi di cui al regolamento locale ovvero al piano regolatore comunale, fatto salvo il rispetto della disciplina sulle distanze tra fabbricati, essendo quest'ultima materia inerente all'ordinamento civile e rientrante nella competenza legislativa esclusiva dello Stato (sentenza n. 232 del 2005)";
- legittimamente l'amministrazione ha qualificato l'intervento in questione quale nuova costruzione e non quale ristrutturazione edilizia mediante demolizione e ricostruzione, essendo incontestato il mutamento della sagoma del fabbricato.
Né può invocarsi la previsione di cui all'art. 27, comma 1, lettera d), ultimo periodo, della legge della Regione Lombardia n. 12 del 2005, come interpretato dall'art. 22 della legge della Regione Lombardia n. 7 del 2010, in quanto dichiarato incostituzionale con sentenza della Corte Costituzionale n. 309 del 23.11.2011.
Non può, inoltre, condividersi, al riguardo, quanto affermato dal ricorrente circa l'inapplicabilità della pronuncia di incostituzionalità al caso di specie.
Per giurisprudenza costante, infatti, l'efficacia delle sentenze dichiarative della illegittimità costituzionale di una norma incontra il solo limite dei rapporti esauriti in modo definitivo ed irrevocabile per avvenuta formazione del giudicato o per essersi comunque verificato altro evento cui l'ordinamento ricollega il consolidamento del rapporto, laddove il rapporto in questione, insorto in conseguenza dell'annullamento in autotutela della d.i.a., è lungi dall'essere esaurito; né assume rilievo la circostanza che il titolo edilizio si fosse perfezionato in epoca antecedente la pronuncia di illegittimità costituzionale, avendo l'amministrazione inciso sulla sua validità mediante il potere di autotutela (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 04.04.2012 n. 1002 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: V. Lioniello, Le distanze tra gli edifici: il contrasto tra la normativa nazionale e quella regolamentare adottata dai Comuni - Nota a Cass. Civ., Sez. II, 14.03.2012 n. 4076 (link a www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATALe opere funzionali all’eliminazione delle barriere architettoniche sono solo quelle tecnicamente necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e non già le opere dirette alla migliore fruibilità dell’edificio e alla maggior comodità dei residenti.
Sicché, nel bilanciamento tra l’interesse alla tutela del patrimonio storico-artistico nazionale e quello alla salvaguardia del diritto alla salute ed al normale svolgimento della vita di relazione e socializzazione dei soggetti in minorate condizioni fisiche, la normativa ha dato prevalenza in via generale al secondo, consentendo, purtuttavia, il diniego dell’autorizzazione alla realizzazione di interventi su beni vincolati nei soli casi di accertato e motivato «serio pregiudizio» del bene vincolato; mentre, nel bilanciamento degli interessi in gioco si è ritenuto, al contrario, prevalente quello relativo al rispetto della normativa antincendio.
Per quando attiene, in particolare, l’eliminazione di tali barriere negli edifici in condominio, la normativa vigente sopra richiamata nel contrasto tra l’interesse dei condomini a non vedere modificati i beni comuni e quello dei soggetti portatori di minorazioni fisiche ha tutelato questi ultimi in termini assoluti ed inderogabili, per cui non è richiesto il consenso di tutti i proprietari del fabbricato ove l’opera debba essere realizzata in cortili o chiostrine “interni ai fabbricati o comuni o di uso comune a più fabbricati”.
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Relativamente al conflitto tra gli interessi dei soggetti portatori di minorazioni fisiche e quello dei soggetti terzi, il legislatore con la previsione contenuta nell'art. 79 dpr 380/2001 e nell'art. 873 del codice civile, ha ritenuto di dare prevalenza al diritto di questi ultimi al rispetto delle distanze tra le costruzioni, che quindi non può mai essere “minore di 3 metri”, in base alla previsione codicistica, all’evidente fine di garantire la salubrità delle costruzioni. In definitiva, il legislatore nel bilanciamento degli interessi in gioco nel mentre ha ritenuto prevalente l’interesse dei portatori di handicap rispetto a quello degli altri “condomini”, ha ritenuto al contrario recessivo tale interesse rispetto a quello dei soggetti “terzi”, cioè dei proprietari di immobili finitimi, che non possono veder leso il loro diritto alla salute, ugualmente meritevole di tutela, a non vedere create delle intercapedini che possono incidere sulla salubrità delle costruzioni.
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La costruzione di un ascensore esterno in facciata di condominio per un verso ha quei connotati e quelle caratteristiche di stabilità che impongono di ricomprenderlo nella nozione di “costruzione” di cui al predetto art. 873 del codice civile e per altro verso, per le sue caratteristiche costruttive, viene a creare una permanente intercapedine dannosa per la sicurezza e la salubrità delle costruzioni vicine; per cui tale opera deve necessariamente rispettare le distanze legali.

... per l'annullamento del provvedimento 24.05.2011, prat. n. 4/2001, con il quale il Responsabile del III Settore (Assetto ed uso del territorio) del Comune di Loreto Aprutino ha rigettato la domanda di permesso di costruire presentata dal ricorrenti per l’esecuzione dei lavori di installazione di un ascensore esterno ...
...
L’impugnato provvedimento di rigetto della domanda di permesso di costruire presentata dai ricorrenti per l’esecuzione dei lavori di installazione di un ascensore esterno è motivato con riferimento alla testuale considerazione che, in violazione dell’art. 79 del D.P.R. 06.06.2001, n. 380, non era rispettata la “distanza di tre metri di cui all’art. 873 del codici civile, ricorrendo il caso in cui tra le opere da realizzare (ascensore finalizzato all’eliminazione delle barriere architettoniche) ed il fabbricato alieno … non è interposto alcuno spazio o alcuna area di proprietà o di uso comune”.
Tale ragione giustificativa del diniego del titolo edilizio richiesto si sottrae, ad avviso del Collegio, alle censure di legittimità dedotte con il ricorso.
Va al riguardo premesso che il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con D.P.R. 06.06.2001, n. 380, nel disciplinare all’art. 79 le opere finalizzate all’eliminazione delle barriere architettoniche dispone testualmente al suo primo comma che tali opere “possono essere realizzate in deroga alle norme sulle distanze previste dai regolamenti edilizi, anche per i cortili e le chiostrine interni ai fabbricati o comuni o di uso comune a più fabbricati”; al suo secondo comma precisa, inoltre, che “è fatto salvo l’obbligo di rispetto delle distanze di cui agli articoli 873 e 907 del codice civile nell’ipotesi in cui tra le opere da realizzare e i fabbricati alieni non sia interposto alcuno spazio o alcuna area di proprietà o di uso comune”.
Tale richiamato art. 873 del codice civile, nel disciplinare le distanze nelle costruzioni, dispone a sua volta che “le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri”.
Va, infine, ricordato che con Decreto ministeriale 14.06.1989, n. 236, sono state dettate le prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità degli edifici privati ai fini del superamento e dell’eliminazione delle barriere architettoniche.
Così puntualizzato il quadro normativo di riferimento, va evidenziato che tali previsioni per il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati -dettate in via generale dalla legge n. 13 del 1989, poi trasfusa nel predetto t.u., ed articolate in dettaglio nella normativa tecnica di attuazione di cui al D.M. 14.06.1989, n. 236- hanno elevato il livello di tutela dei soggetti portatori di minorazioni fisiche, che oggi non è più relegato ad un ristretto ambito soggettivo ed individuale, ma è ormai considerato come interesse primario dell’intera collettività, da soddisfare con interventi mirati a rimuovere situazioni preclusive dello sviluppo della persona e dello svolgimento di una normale vita di relazione (Corte Costituzionale 10.03.1999, n. 167, e 04.07.2008, n. 251, e da ultimo TAR Campania, sede Napoli, sez. IV, 14.11.2011, n. 5343).
Purtuttavia, va anche precisato che la giurisprudenza ha al riguardo meglio precisato che tale sistema di tutela delle persone disabili è, in concreto, applicabile compatibilmente con altri interessi pubblici che non possono essere pretermessi e che devono essere, invece, bilanciati con quello, superiore, alla tutela ottimale delle medesime persone; con la conseguenza che le misure necessarie a rendere effettiva la tutela delle persone disabili, alla stregua degli art. 2, 3 e 32 della Costituzione possono essere legittimamente graduate in vista dell’attuazione del principio di parità di trattamento, tenuto conto di tutti i valori costituzionali in gioco e fermo comunque il rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati. In definitiva, tale normativa consente il diniego della richiesta autorizzazione qualora non sia possibile realizzare le opere senza pregiudizio di altri beni ugualmente tutelati.
Premesso che le opere funzionali all’eliminazione delle barriere architettoniche sono solo quelle tecnicamente necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e non già le opere dirette alla migliore fruibilità dell’edificio e alla maggior comodità dei residenti (TAR Abruzzo, sede L'Aquila, 08.11.2011, n. 526), va ricordato che il legislatore ha effettuato delle scelte puntuali in ordine alla graduazione degli interessi coinvolti.
Così, in particolare, nel bilanciamento tra l’interesse alla tutela del patrimonio storico-artistico nazionale e quello alla salvaguardia del diritto alla salute ed al normale svolgimento della vita di relazione e socializzazione dei soggetti in minorate condizioni fisiche, tale normativa ha dato prevalenza in via generale al secondo, consentendo, purtuttavia, il diniego dell’autorizzazione alla realizzazione di interventi su beni vincolati nei soli casi di accertato e motivato «serio pregiudizio» del bene vincolato (TAR Sicilia, sede Palermo, sez. I, 04.02.2011, n. 218, TAR Campania, sede Napoli, sez. IV, 15.09.2011, n. 4402, e TAR Toscana sez. III, 25.10.2011, n. 1546); mentre, nel bilanciamento degli interessi in gioco si è ritenuto, al contrario, prevalente quello relativo al rispetto della normativa antincendio (Cons. St. sez. V, 08.03.2011, n. 1437).
Per quando attiene, in particolare, l’eliminazione di tali barriere negli edifici in condominio, la normativa vigente sopra richiamata nel contrasto tra l’interesse dei condomini a non vedere modificati i beni comuni e quello dei soggetti portatori di minorazioni fisiche ha tutelato questi ultimi in termini assoluti ed inderogabili, per cui non è richiesto il consenso di tutti i proprietari del fabbricato ove l’opera debba essere realizzata in cortili o chiostrine “interni ai fabbricati o comuni o di uso comune a più fabbricati” (TAR Lazio, sez. Latina, 04.03.2011, n. 221, e Cons. St. sez. IV, 04.05.2010, n. 2546).
Relativamente, invece, al conflitto tra gli interessi dei soggetti portatori di minorazioni fisiche e quello dei soggetti terzi, il legislatore con la sopra ricordata previsione contenuta nel predetto art. 79 e nel richiamato art. 873 del codice civile, ha ritenuto di dare prevalenza al diritto di questi ultimi al rispetto delle distanze tra le costruzioni, che quindi non può mai essere “minore di tre metri”, in base alla previsione codicistica, all’evidente fine di garantire la salubrità delle costruzioni. In definitiva, il legislatore nel bilanciamento degli interessi in gioco nel mentre ha ritenuto prevalente l’interesse dei portatori di handicap rispetto a quello degli altri “condomini”, ha ritenuto al contrario recessivo tale interesse rispetto a quello dei soggetti “terzi”, cioè dei proprietari di immobili finitimi, che non possono veder leso il loro diritto alla salute, ugualmente meritevole di tutela, a non vedere create delle intercapedini che possono incidere sulla salubrità delle costruzioni.
Tale scelta legislativa, ad avviso del Collegio, non sembra inficiata da profili di costituzionalità, in quanto rientra nella discrezionalità del legislatore dare la prevalenza all’uno o all’altro degli interessi in conflitto; inoltre, la scelta effettuata con la normativa di cui al più volte ricordato art. 79 non sembra illogica o particolarmente penalizzante degli interessi dei soggetti portatori di handicap, ove si consideri che nella specie tale diritto è stata ritenuto recessivo nei confronti del diritto alla salute, di pari rilevanza, dei soggetti confinanti.
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I ricorrenti con i tre motivi di gravame si sono nella sostanza lamentati delle seguenti circostanze:
1) che l’opera da realizzare non doveva rispettare le distanze legali, in quanto non creava una intercapedine dannosa per la sicurezza e la salubrità della collettività e che, peraltro, non era rispettata la distanza in questione solo per una parte marginale;
2) che l’opera era conforme alle prescrizioni vigenti in quanto realizzata su uno “spazio o area comune”;
3) che la legislazione di favore nei confronti dei portatori di handicap, volta all’eliminazione delle barriere architettoniche, deve essere interpretata nel senso che è consentita la deroga della predetta distanza di tre metri ove sia impossibile una diversa collocazione dell’opera da realizzare.
Se, con riferimento a quanto sopra esposto, sembra evidente la mancanza di pregio di quanto dedotto con il terzo motivo, in quanto il vigente sistema non tutela le persone disabili in termini assoluti ed inderogabili (Cons. St. sez. V, 08.03.2011, n. 1437), ma effettua un bilanciamento degli interessi in gioco, ponendo dei precisi limiti alla realizzazione delle opere in questione quando venga leso il diritto alla salute dei confinanti, va evidenziato in punto di fatto che l’opera da realizzare -contrariamente a quanto dedotto con il ricorso- non si sviluppa solo fino al primo piano dell’edificio, ma è destinata a raggiungere anche gli ulteriori piani dell’edificio, che non sono abitati dal soggetto portatore di handicap.
Conseguentemente, ritiene il Collegio che l’opera -così come si rileva dagli atti progettuali versati in giudizio anche dalla parte ricorrente- per un verso ha quei connotati e quelle caratteristiche di stabilità che impongono di ricomprenderla nella nozione di “costruzione” di cui al predetto art. 873 del codice civile e per altro verso, per le sue caratteristiche costruttive, viene a creare una permanente intercapedine dannosa per la sicurezza e la salubrità delle costruzioni vicine; per cui tale opera deve necessariamente rispettare le distanze legali. Mentre appare in merito irrilevante il fatto che tale distanza non era rispettata solo per una parte dell’opera, in quanto la norma sui distacchi tra le costruzione prevede delle precise distanze che, salva la c.d. tolleranza di cantiere, debbono essere necessariamente rispettate.
Quanto, infine, alla circostanza che l’ascensore sarebbe stato realizzato su uno “spazio o area comune”, va evidenziato che la normativa in questione, quando utilizza tale espressione, intende riferirsi all’esistenza di un diritto di comunione sull’area sulla quale deve essere realizzata l’opera. Ora dagli atti di causa non risulta che il cortile in questione sia in comunione, né risulta dimostrata che sull’area esista una servitù di passaggio; al contrario, dalle mappe catastali e dagli atti progettuali si evince che i due edifici che si fronteggiano sono separati da una precisa linea di confine posta a distanza di un metro e mezzo dai due edifici.
Non trattandosi di un’area “comune” la costruzione dell’ascensore, in assenza del consenso dei proprietari dell’edificio adiacente, avrebbe dovuto, pertanto, rispettare le distanze di legge; né appare utile al riguardo il riferimento alle definizioni contenute nel predetto decreto ministeriale 14.06.1989, n. 236, con il quale sono state dettate le prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità degli edifici privati ai fini del superamento e dell’eliminazione delle barriere architettoniche, e ciò non solo per il rango nella gerarchia delle fonti di tale decreto e per la sua inidoneità a modificare norme di legge, ma anche e soprattutto per il fatto che le definizioni contenute in tale decreto si riferiscono alle prescrizioni tecniche disciplinate con la normativa in questione (TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 24.02.2012 n. 87 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa distanza minima di 10 metri tra fabbricati imposta dall’art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 costituisce limite inderogabile che prevale sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali e che la norma sopra indicata si applica anche alle sopraelevazioni.
Ai fini della verifica del rispetto delle distanze tra edificio sono computabili, rientrando nel concetto civilistico di costruzione, le parti di edificio quali scale, terrazze e corpi avanzati.
Invero, a voler tralasciare il fatto che nella specie le terrazze prese in considerazione sembrano costituire una soluzione architettonica volta a consentire il passaggio di luce ed aria proprio al fine di evitare intercapedini igienicamente dannose, rimane nella vicenda all’esame applicabile la deroga prevista dall’ultimo comma dell’art. 9 del citato D.M. secondo cui “sono ammesse distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piano particolareggiato con previsioni planovolumetriche”, evenienza, questa, che ricorre nel caso di specie in cui viene in rilievo una variante urbanistica ad un piano particolareggiato con previsioni plano-volumetriche.

Sono noti alla Sezione gli orientamenti giurisprudenziali secondo i quali la distanza minima di 10 metri tra fabbricati imposta dall’art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 costituisce limite inderogabile che prevale sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali (Cons. Stato, Sez. IV 02/11/2010 n. 7731) e che la norma sopra indicata si applica anche alle sopraelevazioni (Corte Costituzionale 19/05/2011 n. 173).
Parimenti questa Sezione ha avuto modo di affermare che ai fini della verifica del rispetto delle distanze tra edificio sono computabili, rientrando nel concetto civilistico di costruzione, le parti di edificio quali scale, terrazze e corpi avanzati (decisione 27/10/2010 n. 424; idem, 30/06/2005 n. 3539) ma le critiche formulate dalla parte appellante (che prende a riferimento della misurazione le terrazze) non paiono cogliere nel segno.
Invero, a voler tralasciare il fatto che nella specie le terrazze prese in considerazione sembrano costituire una soluzione architettonica volta a consentire il passaggio di luce ed aria proprio al fine di evitare intercapedini igienicamente dannose, rimane nella vicenda all’esame applicabile la deroga prevista dall’ultimo comma dell’art. 9 del citato D.M. (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 02/11/2010 n. 7731) secondo cui “sono ammesse distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piano particolareggiato con previsioni planovolumetriche”, evenienza, questa che ricorre nel caso di specie in cui viene in rilievo una variante urbanistica ad un piano particolareggiato con previsioni plano-volumetriche
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 27.01.2012 n. 420 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATACostruzioni in aderenza e problematiche connesse alle previsioni urbanistiche del p.r.g..
Nella sentenza in esame il Consiglio di Stato ha fatto proprio l'orientamento secondo cui “la previsione urbanistica del p.r.g. secondo cui nella zona destinata alla costruzione di case a schiera non sono stabiliti limiti di distanza tra edifici, non trova applicazione ove nel fondo finitimo preesista un edificio non posizionato sul confine, non essendo ipotizzabile, in tale evenienza, l'edificazione in aderenza, secondo la tipologia delle costruzioni a schiera, senza alcun titolo pattizio.” (Consiglio Stato, sez. V, 08.02.1991, n. 114).
D’altro canto, la giurisprudenza civilistica è attenta nel contenere l’applicabilità del principio della “prevenzione” in termini analoghi a quelli applicati (reiettivamente) dall’amministrazione comunale, essendosi in proposito rilevato che “In tema di distanze nelle costruzioni, qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire «in aderenza» od «in appoggio», la preclusione di dette facoltà non consente l'operatività del principio della prevenzione; nel caso in cui, invece, tali facoltà siano previste, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dagli art. 873 e ss. c.c., con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza -eventualmente esercitando le opzioni previste dagli art. 875 e 877, comma 2, c.c.- , ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico.” (Cassazione civile, sez. II, 09.04.2010, n. 8465).
La giurisprudenza della Sezione ha affermato costantemente analoghi principi (ex multis: “il principio della prevenzione ex art. 873 e ss. c.c. trova applicazione non soltanto nei comuni sprovvisti di strumenti urbanistici, ma altresì in quelli nei quali gli strumenti urbanistici non vietino l'edificazione sul confine: in questo caso, dunque, essendo ammessa la costruzione in aderenza, a chi edifica per primo sul fondo contiguo ad altro spettano tre diverse facoltà: in primo luogo, quella di costruire sul confine; in secondo luogo, quella di costruire con distacco dal confine, osservando la distanza minima imposta dal codice civile ovvero quella maggiore distanza stabilita dai regolamenti edilizi locali; ed infine quella di costruire con distacco dal confine a distanza inferiore alla metà di quella prescritta per le costruzioni su fondi finitimi, facendo salvo in questa evenienza la facoltà per il vicino, il quale edifichi successivamente, di avanzare il proprio manufatto fino a quella preesistente, previa corresponsione della metà del valore del muro del vicino e del valore del suolo occupato per effetto dell'avanzamento della fabbrica.” (Consiglio Stato, sez. IV, 04.02.2011, n. 802) (massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 27.01.2012 n. 414 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa norma di cui all’art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444  parla genericamente di “pareti finestrate”, e deve dunque essere riferita, in generale, a tutte le pareti con aperture non solo di veduta, ma anche di luce, di qualsiasi genere, verso l'esterno, mentre la distanza a sua volta “va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela”.
La norma di cui all’art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444  parla genericamente di “pareti finestrate”, e deve dunque essere riferita, in generale, a tutte le pareti con aperture non solo di veduta, ma anche di luce, di qualsiasi genere, verso l'esterno (conf. TAR Lombardia Milano, sez. IV, 19.05.2011, n. 1282), mentre la distanza a sua volta “va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela” (C.d.S. IV, 02.11.2010, n. 7731) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 25.01.2012 n. 32 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'art. 9 dm 1444/1968 riferisce letteralmente il limite corrispondente all’altezza dell’edificio più alto ai soli edifici ricadenti nelle zone C.
Trattandosi nella fattispecie di edificio ricadente in zona B, si applica, invece, il solo limite di 10 metri fra pareti finestrate.

Con il nono e decimo motivo di ricorso, viene denunciata la violazione dell’art. 9 del d.M. lavori pubblici 02.04.1968, n. 1444, che prevede una distanza minima assoluta di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti ovvero, quando uno degli edifici che si fronteggiano abbia altezza superiore a metri 10, una distanza almeno pari all’altezza del fabbricato più alto.
Sarebbero pertanto illegittime, ad avviso di parte ricorrente, le impugnate varianti parziali al P.R.G.C. che hanno consentito una distanza fra gli edifici di 10 metri, mentre avrebbero dovuto imporre il rispetto di una distanza pari all’altezza del fabbricato maggiormente sviluppato in altezza, ossia di oltre 22 metri.
Ne conseguirebbe, inoltre, l’illegittimità derivata del permesso di costruire rilasciato alla controinteressata.
La censura non considera esattamente il tenore testuale della disposizione normativa che si assume violata.
Il citato art. 9, infatti, riferisce letteralmente il limite corrispondente all’altezza dell’edificio più alto ai soli edifici ricadenti nelle zone C.
Trattandosi nella fattispecie di edificio ricadente in zona B, si applica, invece, il solo limite di 10 metri fra pareti finestrate, il cui rispetto non è fatto oggetto di contestazione
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 12.01.2012 n. 17 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le norme locali possono derogare alle distanze su edifici preesistenti.
Quando gli strumenti urbanistici locali prevedano, riguardo ad edifici preesistenti, la facoltà di costruire in deroga alle prescrizioni contenute nel piano regolatore sulle distanze, si applica il principio di prevenzione.
Questo principio, in caso di sopraelevazione, comporta che “mentre il preveniente deve attenersi, nella prosecuzione in altezza del fabbricato, della scelta operata originariamente, di guisa che ogni parte dell’immobile risulti conforme al criterio di prevenzione adottato sulla base di esso, a ciò non può frapporre ostacoli il confinante (prevenuto) che, se a sua volta abbia costruito in aderenza fino all’altezza inizialmente raggiunta dal preveniente, ha diritto di sopraelevare soltanto sul confine, ovvero a distanza da questo (e, quindi, dalla eventuale sopraelevazione del preveniente) pari a quella globale minima di legge o dei regolamenti” (Cass. civ. Sez. III, 27.08.1990, n. 8849).
Nel caso in commento il ricorrente aveva contestato l’annullamento d’ufficio di una concessione edilizia per un intervento di ristrutturazione e sopraelevazione, motivato sulla violazione dell’art. 873 cod. civ., in quanto la distanza del fabbricato da quello di altra proprietà era risultata inferiore alla normativa. Ma secondo il ricorrente, trattandosi di costruzione su confine eretta anteriormente a quella del vicino (che avrebbe costruito in violazione della distanza di tre metri), spetterebbe al preveniente regolare le distanze anche per la successiva sopraelevazione.
E i giudici del Consiglio di Stato, appoggiando questa posizione, hanno chiarito che, quando gli strumenti urbanistici locali fissino senza alternativa le distanze delle costruzioni dal confine, salva soltanto la possibilità di costruzione in aderenza, non può farsi luogo all’applicazione del principio di prevenzione; ma, al contrario, quando essi prevedano, riguardo ad edifici preesistenti, la facoltà di costruire in deroga alle prescrizioni contenute nel piano regolatore sulle distanze, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dall’art. 873 c.c., “con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico (Cassazione civile, sez. II, 09.04.2010, n. 8465)” (Cons. St. Sez. IV, 09.05.2011, n. 2749; analogamente, Cons. St. Sez. IV, 31.03.2009, n. 1998) (commento tratto da www.documentazione.ancitel.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 10.01.2012 n. 53 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAMentre il preveniente deve attenersi, nella prosecuzione in altezza del fabbricato, della scelta operata originariamente, di guisa che ogni parte dell’immobile risulti conforme al criterio di prevenzione adottato sulla base di esso, a ciò non può frapporre ostacoli il confinante (prevenuto) che, se a sua volta abbia costruito in aderenza fino all’altezza inizialmente raggiunta dal preveniente, ha diritto di sopraelevare soltanto sul confine, ovvero a distanza da questo (e, quindi, dalla eventuale sopraelevazione del preveniente) pari a quella globale minima di legge o dei regolamenti.
Mentre quando gli strumenti urbanistici locali fissino senza alternativa le distanze delle costruzioni dal confine, salva soltanto la possibilità di costruzione in aderenza, non può farsi luogo all’applicazione del principio di prevenzione, quando, al contrario, essi prevedono, riguardo ad edifici preesistenti, la facoltà di costruire in deroga alle prescrizioni contenute nel piano regolatore sulle distanze, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dall’art. 873 c.c., “con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico.

Il ricorrente ha impugnato dinanzi al Tar per l’Emilia Romagna il provvedimento di annullamento d’ufficio della concessione edilizia rilasciata in suo favore dal Comune di Rimini per un intervento di ristrutturazione e sopraelevazione di edificio di sua proprietà. L’ annullamento è motivato sulla violazione dell’art. 873 cod. civ., in quanto la concessione sarebbe stata rilasciata sul falso presupposto che la distanza del fabbricato di proprietà del ricorrente da quello di altra proprietà fosse di ml 3,00, mentre, successivamente al rilascio, essa sarebbe risultata invece variabile da ml 2,63 a ml 2,70.
Il Tar ha respinto il ricorso, giudicando la concessione effettivamente contrastante con l’art. 873 cod. civ e con gli artt. 19 e 2.04 delle N.T.A. del piano regolatore generale del Comune, che ammettono interventi ampliativi purché nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile.
Propone appello l’interessato, denunciando l’erroneità della sentenza per violazione della normativa urbanistica generale e di zona, l’errata applicazione dell’art. 873 cod. civ e l’irrilevanza dell’errore incolpevole della rappresentazione della distanza negli elaborati grafici. Invero, come evidenziato nell’istruttoria del Responsabile del procedimento, la sopraelevazione per la costruzione del tetto sarebbe impostata sulla stessa quota dell’edificio preesistente e sarebbe conforme alle previsioni dell’art. 4.04, in quanto l’innalzamento era previsto su una parete già preesistente sul confine, e dell’art. 16 della n.t.a. del PRG, che consente la costruzione sul confine.
La costruzione non violerebbe, pertanto, l’art. 873, dovendosi armonizzare il principio della distanza con quello della prevenzione.
Si è costituito in resistenza il Comune di Rimini, evidenziando l’erroneità della rappresentazione grafica presentata dal ricorrente e la non pertinenza del richiamo all’art. 16 n.t.a., riguardante l’ipotesi di distanza degli edifici dai confini di proprietà, e chiedendo la conferma della sentenza di primo grado.
...
Gli art. 2.04 e 19 n.t.a. del piano regolatore generale, nello stabilire le distanze tra costruzioni, ammettono interventi ampliativi, anche tramite sopraelevazione, sugli edifici esistenti in contrasto con dette distanze, purché nel rispetto delle norme del codice civile.
In effetti, il provvedimento di annullamento d’ufficio, riguardante immobili preesistenti non rispettosi delle distanze introdotte dalla normativa urbanistica, è motivato sulla violazione dell’art. 873 c.c. in materia di distanza tra edifici .
Considera, tuttavia, il Collegio che la corretta applicazione dei principi civilistici in materia di distanza tra edifici, richiamati dalle norme tecniche di attuazione del piano regolatore, involga anche quello di prevenzione, data la circostanza (non contestata) che l’edificio che il ricorrente intende sopraelevare preesiste rispetto a quello del vicino, costruito ad una distanza inferiore a tre metri.
Detto principio, in caso di sopraelevazione, comporta che “mentre il preveniente deve attenersi, nella prosecuzione in altezza del fabbricato, della scelta operata originariamente, di guisa che ogni parte dell’immobile risulti conforme al criterio di prevenzione adottato sulla base di esso, a ciò non può frapporre ostacoli il confinante (prevenuto) che, se a sua volta abbia costruito in aderenza fino all’altezza inizialmente raggiunta dal preveniente, ha diritto di sopraelevare soltanto sul confine, ovvero a distanza da questo (e, quindi, dalla eventuale sopraelevazione del preveniente) pari a quella globale minima di legge o dei regolamenti” (Cass. civ. Sez. III, 27.08.1990, n. 8849).
La possibilità, nella specie, di fare applicazione di detto principio trova conferma nel consolidato orientamento per cui, mentre quando gli strumenti urbanistici locali fissino senza alternativa le distanze delle costruzioni dal confine, salva soltanto la possibilità di costruzione in aderenza, non può farsi luogo all’applicazione del principio di prevenzione, quando, al contrario, essi prevedono, riguardo ad edifici preesistenti, la facoltà di costruire in deroga alle prescrizioni contenute nel piano regolatore sulle distanze, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dall’art. 873 c.c., “con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico (Cassazione civile, sez. II, 09.04.2010, n. 8465)” (Cons. St. Sez. IV, 09.05.2011, n. 2749; analogamente, Cons. St. Sez.IV, 31.03.2009, n. 1998).
Dalle suesposte considerazioni discende la fondatezza dell’appello in punto di erronea applicazione dell’art. 873 c.c., richiamato dalle n.t.a., non essendosi tenuto conto della prevenzione (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 10.01.2012 n. 53 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATADeterminazione della misura delle distanze fra nuove costruzioni in mancanza di norme nel regolamento edilizio comunale.
In materia di distanze tra nuove costruzioni, quando il regolamento edilizio comunale presenta una lacuna normativa, la disciplina applicabile è quella contenuta nell'art. 41-quinquies della l. n. 1150 del 1942 che richiama l'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, ed ha natura di norma integrativa dell'art. 873 c.c..
In difetto di norme regolamentari, quindi deve applicarsi la norma del d.m. del 1968, n. 1444 (art. 9), concernente la distanza minima di dieci metri tra edifici finestrati e, per dato logico, in assenza di tali edifici, di 5 metri dal confine in quanto se e' pur vero che l’art. 9 citato è nella sua formulazione rivolto ad indirizzare la pianificazione urbanistica (formazione degli strumenti urbanistici), è altrettanto vero che in assenza di norme locali esso è direttamente applicabile in sede di rilascio degli assensi edilizi (massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 28.12.2011 n. 6955 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, nel prescrivere, per gli edifici ricadenti in zone territoriali diverse dalla zona A, la distanza minima assoluta di dieci metri tra pareti finestrate, pone una prescrizione tassativa ed inderogabile.
L'art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444, pur riferendosi (comma 1 n. 2) alla realizzazione di "nuovi edifici", è applicabile anche agli interventi di sopraelevazione.
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Poiché l'art. 9, d.m. 1444/1968 è stato emanato su delega dell'art. 41-quinquies l. 17.08.1942 n. 1150, aggiunto dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765, ha efficacia di legge dello Stato, le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.

La giurisprudenza è costante nell'affermare che l'art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, nel prescrivere, per gli edifici ricadenti in zone territoriali diverse dalla zona A, la distanza minima assoluta di dieci metri tra pareti finestrate, ponga una prescrizione tassativa ed inderogabile (Cassazione civile, sez. II, 22.04.2008, n. 10387; sez. II, 03.03.2008, n. 5741).
È ugualmente pacifico che l'art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444, pur riferendosi (comma 1 n. 2) alla realizzazione di "nuovi edifici", sia applicabile anche agli interventi di sopraelevazione (Corte costituzionale, 19.05.2011, n. 173; Cass. Civ., sez. II, 27.03.2001, n. 4413; TAR Lombardia, Milano, sez. II, 10.12.2010, n. 7505).
Questi principi trovano piena applicazione nella fattispecie oggetto del presente giudizio non potendo condividersi quanto sostenuto dalla difesa dell'amministrazione resistente circa la assimilazione dei nuclei rurali in questione -azzonati dal p.r.g. in zona agricola E- alle zone A, e, quindi, l'esclusione dall'ambito di applicazione dell'art. 9, d.m. 1444/1968.
La norma, invero, non può che fare riferimento alla classificazione operata dallo strumento urbanistico comunale ai sensi dell'art. 2, d.m. 1444/1968 e non possono, quindi, invocarsi asserite caratteristiche obiettive della zona contrastanti con la qualificazione operata dal p.r.g.
Né trova applicazione la deroga prevista all'ultimo comma dell'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, concernendo solo i piani particolareggiati e le lottizzazioni convenzionate e non i permessi di costruire (cfr. Consiglio Stato sez. IV, 02.11.2010, n. 7731).
Per le ragioni esposte va quindi affermata l'illegittimità del permesso di costruire rilasciato dal Comune di Premana a favore dei sig.ri ... poiché prevede la realizzazione di una sopraelevazione senza che sia rispettata la distanza di 10 metri tra pareti finestrate (rispetto all'edificio di proprietà del ricorrente) prevista dall'art. 9, d.m. 1444/1999. Le altre censure proposte possono essere assorbite.
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Poiché l'art. 9, d.m. 1444/1968 è stato emanato su delega dell'art. 41-quinquies l. 17.08.1942 n. 1150, aggiunto dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765, ha efficacia di legge dello Stato, le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica (Cassazione civile sez. un., 07.07.2011, n. 14953; Consiglio Stato, sez. IV, 02.11.2010, n. 7731) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 19.12.2011 n. 3248 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa disposizione di cui all’art. 9 del D.M. n. 1444/1968, che impone la distanza minima di 10 metri tra pareti contrapposte di edifici antistanti, è norma volta a evitare, nell'interesse pubblico, la formazione di intercapedini nocive tra edifici, e non a salvaguardare l'interesse privato del frontista alla riservatezza.
Essa costituisce un limite alla stessa potestà legislativa regionale concorrente in materia di governo del territorio, ed, a maggior ragione, preclude il rilascio di titoli edilizi per la realizzazione di interventi comportanti la violazione della distanza minima di dieci metri.
Pacifico che tale distanza debba essere osservata anche nel caso in cui una sola delle pareti contrapposte risulti finestrata, le caratteristiche del progetto assentito dal Comune di Recco agli odierni controinteressati non consentono di qualificare l’intervento di recupero del sottotetto come semplice ristrutturazione. Questa, infatti, ai sensi dell’art. 3 del D.P.R. n. 380/2001, si contraddistingue dalla nuova edificazione per il fatto di operare su un territorio già trasformato, conservando la struttura fisica dell'edificazione preesistente (sia pure con la sovrapposizione di un insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente), ovvero sostituendola, ma, in questo caso, con ricostruzione rispettosa quantomeno della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente.

Com’è noto, la disposizione di cui all’art. 9 del D.M. n. 1444/1968, che impone la distanza minima di dieci metri tra pareti contrapposte di edifici antistanti, è norma volta a evitare, nell'interesse pubblico, la formazione di intercapedini nocive tra edifici, e non a salvaguardare l'interesse privato del frontista alla riservatezza (per tutte, da ultimo cfr. Cons. Stato, sez. IV, 02.11.2010, n. 7731).
Ciò posto, non è dubitabile che, con riferimento all’impugnazione di un titolo edilizio che consenta l’edificazione in spregio della distanza minima prescritta dal citato art. 9, riveste una posizione differenziata il proprietario dell’edificio frontistante la nuova costruzione illegittimamente autorizzata, quale soggetto direttamente coinvolto nella situazione di rischio igienico-sanitario che il D.M. n. 1444/1968 mira a scongiurare: se, pertanto, è innegabile la configurabilità della legittimazione ad agire in capo al ricorrente ..., proprietario dell’abitazione rispetto alla quale il nuovo corpo di fabbrica verrebbe a trovarsi a distanza inferiore a quella legale, le medesime conclusioni valgono per anche per le altre ricorrenti, condomine dello stabile di via Roma 250, e perciò –in quanto titolari di diritti sulle parti comuni, ivi compresi i muri perimetrali– portatrici di un interesse differenziato alla salvaguardia delle condizioni di salubrità dell’immobile (il rilievo conferma l’omogeneità delle posizioni soggettive fatte valere dai ricorrenti).
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L'art. 9 D.M. n. 1444/1968, lo si è detto, è norma di ordine pubblico sanitario preordinata a vietare le intercapedini dannose fra edifici. Per costante giurisprudenza, essa costituisce un limite alla stessa potestà legislativa regionale concorrente in materia di governo del territorio (cfr. TAR Liguria, sez. I, 30.06.2009, n. 1621), ed, a maggior ragione, preclude il rilascio di titoli edilizi per la realizzazione di interventi comportanti la violazione della distanza minima di dieci metri.
Pacifico che tale distanza debba essere osservata anche nel caso in cui una sola delle pareti contrapposte risulti finestrata (cfr. Cons. Stato, sez. V, 18.02.2003, n. 871), le caratteristiche del progetto assentito dal Comune di Recco agli odierni controinteressati non consentono di qualificare l’intervento di recupero del sottotetto come semplice ristrutturazione. Questa, infatti, ai sensi dell’art. 3 del D.P.R. n. 380/2001, si contraddistingue dalla nuova edificazione per il fatto di operare su un territorio già trasformato, conservando la struttura fisica dell'edificazione preesistente (sia pure con la sovrapposizione di un insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente), ovvero sostituendola, ma, in questo caso, con ricostruzione rispettosa quantomeno della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente (così Cons. Stato, sez. IV, 04.02.2011, n. 802).
Nella specie, di contro, è vero che il colmo del tetto della porzione oggetto di intervento, attualmente appoggiato in aderenza all’edificio adiacente, viene complessivamente innalzato dalla quota di 8,91 a quella di 10,34; ma è altrettanto vero che, per effetto della mutata tipologia e orientamento delle falde, l’altezza della parete frontistante l’edificio di proprietà dei ricorrenti sale di oltre tre metri, da quota 6,96 a quota 10,34, appunto (si vedano le tavole di progetto 2a e 2b), dando luogo ad una radicale modifica della sagoma e della volumetria del manufatto preesistente: modifica annoverabile alla tipologia della nuova costruzione anche ai sensi della legge regionale n. 24/2001 sul recupero dei sottotetti esistenti, perché ampiamente eccedente il modesto incremento delle altezze che –secondo la giurisprudenza della Sezione (TAR Liguria, sez. I, 19.12.2006, n. 1711), come richiamata dalla stessa circolare regionale invocata dai controinteressati– potrebbe risultare compatibile con la nozione di ristrutturazione e, conseguentemente, legittimare la sottrazione dell’intervento all’ambito operativo dell’art. 9 D.M. n. 1444/1968 (del resto, basta esaminare le tavole progettuali di raffronto tra lo stato attuale e quello di progetto per apprezzare in tutta la sua evidenza come l’innalzamento della parete determini il formarsi di una nuova intercapedine con la parete frontistante) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 16.12.2011 n. 1858 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi fini della verifica del rispetto delle distanze legali tra edifici, non sono computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano una funzione meramente ornamentale, di rifinitura o accessoria di limitata entità (come le mensole, i cornicioni, le grondaie e simili); sono, invece, computabili, rientrando nel concetto civilistico di costruzione, le parti dell'edificio (quali scale, terrazze e corpi avanzati) che, benché non corrispondano a volumi abitativi coperti, siano destinati a estendere e ampliare la consistenza del fabbricato.
Quanto alla diversa questione della distanza dal fabbricato lato est, che il Comune chiede di rispettare entro i 10 ml, la difesa di parte ricorrente ne deduce l’illegittimità, perché avrebbe considerato il vano scale come chiuso, invece che aperto, e dunque non rilevante ai fini del calcolo della distanza. Ma tale deduzione difensiva, a tacere di ogni questione inerente il calcolo delle distanze nelle operazioni di ricostruzione previa demolizione limitatamente all’aumento di cubatura del 20%, è comunque infondata, perché –così come prospettata da parte ricorrente- urta con il pacifico insegnamento giurisprudenziale secondo cui, “ai fini della verifica del rispetto delle distanze legali tra edifici, non sono computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano una funzione meramente ornamentale, di rifinitura o accessoria di limitata entità (come le mensole, i cornicioni, le grondaie e simili); sono, invece, computabili, rientrando nel concetto civilistico di costruzione, le parti dell'edificio (quali scale, terrazze e corpi avanzati) che, benché non corrispondano a volumi abitativi coperti, siano destinati a estendere e ampliare la consistenza del fabbricato” (Consiglio Stato, sez. IV, 27.01.2010 , n. 424; cfr. anche ex plurimis e tra le più recenti Corte appello Brescia, sez. II, 18.05.2009; Consiglio Stato, sez. IV, 30.06.2005, n. 3539; cfr. anche Cassazione civile, sez. II, 03.02.2011, n. 2566, che considera computabile ai fini delle distanze il torrino cassa scale) (TAR Calabria-Reggio Calabria, sentenza 23.11.2011 n. 832 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn tema di rispetto delle distanze legali tra costruzioni, la sopraelevazione di un edificio preesistente, determinando un incremento della volumetria del fabbricato, è qualificabile come nuova costruzione. Deriva da quanto precede, pertanto, l'applicazione della normativa urbanistica vigente al momento della modifica e l'inoperatività del criterio della prevenzione se riferito alle costruzioni originarie, in quanto sostituito dal principio della priorità temporale correlata al momento della sopraelevazione.
L’istituto della prevenzione, secondo l'interpretazione consolidata del combinato disposto di cui agli art. 873, 875 e 877 c.c., muove dalla circostanza di fatto che, a partire dalla linea di confine, non siano intervenute costruzioni nelle due proprietà sicché, il soggetto che costruisce per primo, potendo scegliere se edificare sul confine o a distanza da esso, condiziona il proprietario del fondo limitrofo che, a propria volta, può scegliere di costruire in aderenza ovvero mantenendo la distanza legale minima prescritta: detta figura non può, quindi, trovare applicazione laddove sui due fondi finitimi, esistano già edifici, come è nel caso sottoposto all’esame del Collegio).
Ne discende, quindi, che il principio della prevenzione non è applicabile quando l'obbligo di osservare un determinato distacco dal confine sia dettato da regolamenti comunali in tema di edilizia e di urbanistica, avuto riguardo al carattere indiscutibilmente cogente di tali fonti normative, da intendersi preordinate alla tutela, oltre che di privati diritti soggettivi, di interessi generali. Proprio in quest'ottica la giurisprudenza ha sottolineato che nel caso in cui i regolamenti edilizi stabiliscano espressamente la necessità di rispettare determinate distanze dal confine non può ritenersi consentita la costruzione in aderenza o in appoggio a meno che tale facoltà non sia consentita come alternativa all'obbligo di rispettare le suddette.

Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, condivisa dal Collegio, in tema di rispetto delle distanze legali tra costruzioni, la sopraelevazione di un edificio preesistente, determinando un incremento della volumetria del fabbricato, è qualificabile come nuova costruzione. Deriva da quanto precede, pertanto, l'applicazione della normativa urbanistica vigente al momento della modifica e l'inoperatività del criterio della prevenzione se riferito alle costruzioni originarie, in quanto sostituito dal principio della priorità temporale correlata al momento della sopraelevazione (In applicazione del riferito principio la Suprema Corte ha accertato che la parte, nel trasformare in vano chiuso e coperto il terrazzo a livello posto al primo piano del suo fabbricato, a confine con il fondo della controparte, avrebbe dovuto comunque rispettare la distanza prescritta dallo strumento urbanistico vigente, anche se il nuovo manufatto era contenuto entro l'ingombro orizzontale del piano inferiore) (cfr. Cassazione civile, sez. II, 03.01.2011, n. 74).
E, infatti, l’istituto della prevenzione, secondo l'interpretazione consolidata del combinato disposto di cui agli art. 873, 875 e 877 c.c., muove dalla circostanza di fatto che, a partire dalla linea di confine, non siano intervenute costruzioni nelle due proprietà sicché, il soggetto che costruisce per primo, potendo scegliere se edificare sul confine o a distanza da esso, condiziona il proprietario del fondo limitrofo che, a propria volta, può scegliere di costruire in aderenza ovvero mantenendo la distanza legale minima prescritta: detta figura non può, quindi, trovare applicazione laddove sui due fondi finitimi, esistano già edifici, come è nel caso sottoposto all’esame del Collegio (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 24.12.2001, n. 6374).
Ne discende, quindi, che il principio della prevenzione non è applicabile quando l'obbligo di osservare un determinato distacco dal confine sia dettato da regolamenti comunali in tema di edilizia e di urbanistica, avuto riguardo al carattere indiscutibilmente cogente di tali fonti normative, da intendersi preordinate alla tutela, oltre che di privati diritti soggettivi, di interessi generali. Proprio in quest'ottica la giurisprudenza ha sottolineato che nel caso in cui i regolamenti edilizi stabiliscano espressamente la necessità di rispettare determinate distanze dal confine non può ritenersi consentita la costruzione in aderenza o in appoggio a meno che tale facoltà non sia consentita come alternativa all'obbligo di rispettare le suddette distanze (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 13.01.2004, n. 46) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 11.11.2011 n. 1683 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASono soggetti alla disciplina delle distanze tutti gli interventi edilizi, ancorché definiti come “ristrutturazione”, che comportino l'ampliamento di edifici «all'esterno della sagoma esistente» [cfr. le «definizioni» di cui all'art. 27, comma 1, lett. e), n. 1), l.rg. n. 12 del 2005, che testualmente annovera tale fattispecie tra gli «interventi di nuova costruzione»].
Infatti la disposizione di cui all’art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444, pur riferendosi (comma 1 n. 2) alla realizzazione di "nuovi edifici", è applicabile anche agli interventi di sopraelevazione e dunque anche alle ristrutturazioni, quando comportano un incremento dell'altezza del fabbricato.

Con il ricorso principale viene impugnata la delibera di approvazione del piano di recupero, interessante un immobile limitrofo alla proprietà di parte ricorrente.
...
Nel merito il ricorso merita accoglimento, essendo prima facie fondato il motivo n. 4 (indicato nel ricorso al punto 9), relativo alla violazione delle distanze.
Dalla ricostruzione dei fatti è evidente che la torretta è stata ampliata e sostituita con un nuovo piano, violando la distanza dai confini e dagli edifici.
...
Questa Sezione ha recentemente affermato che sono soggetti alla disciplina delle distanze tutti gli interventi edilizi, ancorché definiti come “ristrutturazione”, che comportino l'ampliamento di edifici «all'esterno della sagoma esistente» [cfr. le «definizioni» di cui all'art. 27, comma 1, lett. e), n. 1), l.rg. n. 12 del 2005, che testualmente annovera tale fattispecie tra gli «interventi di nuova costruzione»] (TAR Lombardia Milano, sez. II, 10.12.2010, n. 7505).
Infatti la disposizione di cui all’art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444, pur riferendosi (comma 1, n. 2) alla realizzazione di "nuovi edifici", è applicabile anche agli interventi di sopraelevazione e dunque anche alle ristrutturazioni, quando comportano un incremento dell'altezza del fabbricato (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 04.11.2011 n. 2654 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa regola delle distanze legali tra costruzioni di cui al comma 2 dell’art. 9 DM 1444/1968 è applicabile anche alle sopraelevazioni.
In tema di distanze tra costruzioni, applicabile, come detto, anche alle sopraelevazioni, l’adozione da parte dei Comuni di strumenti urbanistici contenenti disposizioni illegittime perché contrastanti con la norma di superiore livello dell’art. 9 DM 02.04.1968 n. 1444 –che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti– comporta l’obbligo per il giudice di applicare, in sostituzione delle disposizioni illegittime, quelle dello stesso strumento urbanistico, nella formulazione derivate, però, dalla inserzione in esso della regola sulla distanza fissata nel decreto ministeriale.
La disposizione di cui all'art. 9, comma 1, n. 2, d.m. 02.04.1968 n. 1444, essendo tassativa ed inderogabile, impone al proprietario dell'area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga, neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata ad essere mantenuta ad una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell'art. 907 comma 3, c.c.
Le prescrizioni di cui al d.m. 02.04.1968 n. 1444 integrano con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, sicché l'inderogabile distanza di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici. Conseguentemente, ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata.
L'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, che detta disposizioni in tema di distanze tra costruzioni, stante la natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione.
La prescrizione di cui all'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 relativa alla distanza minima di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti è volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, ed è, dunque, tassativa ed inderogabile.

E’ da rigettarsi anche l’altro motivo di appello, con il quale si deduce la inapplicabilità alla fattispecie del richiamato art. 9, comma 2 D.M. 02.04.1968 n. 1444, perché esso sarebbe applicabile alle sole nuove costruzioni e non anche alle sopraelevazioni.
Infatti, è vero il contrario, secondo consolidata giurisprudenza (si veda, tra tante, in tal senso, Cassazione civile, sezione II, 27.03.2001, n.4413) che ritiene che la regola delle distanze legali tra costruzioni di cui al comma 2 dell’art. 9 sia applicabile anche alle sopraelevazioni.
Sono infondati anche gli altri motivi, sostenuti in entrambi gli appelli, con i quali si sostiene la erroneità della sentenza impugnata perché:
a) il PRG vigente all’epoca dei fatti faceva unicamente riferimento ai limiti di altezza e non di distanze;
b) era ammessa la deroga di cui al secondo comma dell’art. 9 su menzionato;
c) la delibera comunale avrebbe natura di piano particolareggiato e non di mero studio urbanistico, travisando dalla intitolazione.
Infatti, ad opinione del Collegio nella suddetta materia deve ritenersi che in tema di distanze tra costruzioni, applicabile, come detto, anche alle sopraelevazioni, l’adozione da parte dei Comuni di strumenti urbanistici contenenti disposizioni illegittime perché contrastanti con la norma di superiore livello dell’art. 9 DM 02.04.1968 n. 1444 –che fissa in dieci metri la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti– comporta l’obbligo per il giudice di applicare, in sostituzione delle disposizioni illegittime, quelle dello stesso strumento urbanistico, nella formulazione derivate, però, dalla inserzione in esso della regola sulla distanza fissata nel decreto ministeriale (così Cassazione civile, II, 27.03.2001, n. 4413 su richiamata; così anche Consiglio di Stato, IV, 12.06.2007, n. 3094).
La disposizione di cui all'art. 9, comma 1, n. 2, d.m. 02.04.1968 n. 1444, essendo tassativa ed inderogabile, impone al proprietario dell'area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga, neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata ad essere mantenuta ad una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell'art. 907 comma 3, c.c.
Le prescrizioni di cui al d.m. 02.04.1968 n. 1444 integrano con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, sicché l'inderogabile distanza di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici. Conseguentemente, ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata.
L'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, che detta disposizioni in tema di distanze tra costruzioni, stante la natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione.
La prescrizione di cui all'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 relativa alla distanza minima di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti è volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, ed è, dunque, tassativa ed inderogabile (per tali principi consolidati, ex plurimis, Consiglio Stato, sez. IV, 12.06.2007, n. 3094) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 27.10.2011 n. 5759 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 873 c.c. non contiene una definizione di costruzione, rilevante ai fini del calcolo delle distanze tra edifici; tale definizione è data dall’interpretazione giurisprudenziale, secondo cui vi rientra qualsiasi opera non totalmente interrata avente i caratteri della solidità e immobilizzazione rispetto al suolo, compresi i balconi e le scale esterne in muratura.
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La concessione edilizia in sanatoria può introdurre o recepire prescrizioni tese ad imporre correttivi sull’esistente, qualora si tratti, come nel caso di specie, di integrazioni minime, di esigua entità, che consentano il ripristino della salvaguardia di diritti dei terzi.

L’art. 17 delle N.T.A. del piano regolatore approvato con deliberazione regionale n. 11302 del 12/12/1988 (richiamato da Grilli s.a.s. nella memoria difensiva; documento n. 4 depositato in giudizio dalla stessa) prevede che non vadano considerate, ai fini del calcolo delle distanze tra edifici e dai confini, “le sporgenze dei balconi che abbiano uno sbalzo inferiore a 2 metri e, sempre nel limite di 2 metri dal corpo di fabbrica principale, tutte le scale esterne sia principali che di servizio insieme agli aggetti delle coperture”. Analoga esclusione dal computo delle distanze è prevista dall’art. 7 delle N.T.A. del regolamento urbanistico, nel testo vigente al momento dell’emissione del gravato provvedimento.
La disposizione di cui al citato art. 17, tuttavia, è intitolata “distanze tra gli edifici”, assume a presupposto la distanza, maggiore di quella prevista dall’art. 873 c.c., dettata dalla normativa comunale, sviluppa la disciplina dell’art. 16 dedicata alla distanza degli edifici dai confini (disciplina che completa quanto statuito dall’art. 873 c.c., facente riferimento non alla distanza dal confine ma alla distanza tra costruzioni), e fa espressamente salve le disposizioni del codice civile, con la conseguenza che il criterio di esclusione da essa introdotto riguarda il computo delle distanze da rispettare nella costruzione degli edifici, e non l’apertura di vedute e balconi, la cui dislocazione è disciplinata dall’art. 905 c.c., ispirato a finalità del tutto diverse da quelle perseguite dall’art. 873 c.c. ed applicabile alle scale esterne o ai pianerottoli in cui sia possibile l’affaccio verso il fondo altrui (ex multis: Cons. Stato, IV, 21/02/2011, n. 1086; Cass., II, 15/10/2008, n. 25188).
Invero l’art. 873 c.c. non contiene una definizione di costruzione, rilevante ai fini del calcolo delle distanze tra edifici; tale definizione è data dall’interpretazione giurisprudenziale, secondo cui vi rientra qualsiasi opera non totalmente interrata avente i caratteri della solidità e immobilizzazione rispetto al suolo (Cass., II, 19/10/2009, n. 22127), compresi i balconi (Cass., II, 25/03/2004, n. 5963) e le scale esterne in muratura (Cass., II, 30/01/2007, n. 1966).
In tale contesto l’art. 17 delle N.T.A. si limita a precisare la nozione di costruzione rilevante ai fini del computo delle distanze dell’edificio dal confine o tra edifici, escludendo da essa, con statuizione chiarificatrice, i balconi e le scale esterne, integrando così quanto sancito dall’art. 873 c.c. e facendo salva per il resto la normativa codicistica (compreso l’art. 905 c.c.).
Di ciò è apparsa consapevole la stessa parte controinteressata, in quanto, nella relazione annessa alla domanda di concessione in sanatoria, il tecnico incaricato ha precisato che “in corrispondenza del confine dovrà essere installato un parapetto frangisole di altezza tale da non consentire la vista diretta o laterale verso la proprietà confinante” (documento n. 3 depositato in giudizio da Grilli s.a.s.).
Il Comune di Monsummano, nel rilasciare il titolo richiesto, non ha espressamente recepito la prescrizione indicata nella relazione tecnica; tuttavia il gravato provvedimento, richiamando indistintamente la relazione tecnica medesima e tutti gli elaborati e documenti annessi all’istanza, non prescinde dalla dichiarazione scritta del tecnico incaricato in punto di necessità di installare un adeguato parapetto frangisole a tutela del diritto del confinante, dichiarazione che vale come persistente impegno del richiedente ad integrare l’opera in tal senso.
Invero la concessione edilizia in sanatoria può introdurre o recepire prescrizioni tese ad imporre correttivi sull’esistente, qualora si tratti, come nel caso di specie, di integrazioni minime, di esigua entità (TAR Liguria, I, 04/11/2004, n. 1515; idem, 11/07/2007, n. 1380; TAR Campania, Napoli, VIII, 30/10/2006, n. 9249), che consentano il ripristino della salvaguardia di diritti dei terzi
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 25.10.2011 n. 1541 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'obbligo di osservare nelle costruzioni determinate distanze sussiste solo in relazione alle vedute, e non anche con riferimento alle luci; ne deriva che la dizione "pareti finestrate", che si ispiri all'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 riguardo la distanza minima nelle sopraelevazioni di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, va riferita esclusivamente alle pareti munite di finestre qualificabili come "vedute", senza ricomprendere quelle sulle quali si aprono finestre cosiddette "lucifere".
In tema di limitazioni legali della proprietà, l'art. 873 cod. civ., per evitare intercapedini dannose, prevede che le norme sulle distanze tra fabbricati non si misurano in modo radiale, come invece avviene per le distanze rispetto alle vedute, ma in modo lineare. Questo modo di misurazione comporta anche che, in ragione della ratio che governa la specifica disciplina in esame, le norme sulle distanze legali si applicano soltanto agli edifici che si fronteggiano, mentre non hanno rilievo le distanze calcolate fra gli spigoli delle costruzioni prese in esame.

Osserva il Collegio che, in linea generale non ha motivo di discostarsi dall’orientamento della giurisprudenza riguardo la materia delle distanze nelle costruzioni e nel richiamare la disciplina legale dei "rapporti di vicinato" rileva che l'obbligo di osservare nelle costruzioni determinate distanze sussiste solo in relazione alle vedute, e non anche con riferimento alle luci; ne deriva che la dizione "pareti finestrate", che si ispiri all'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 riguardo la distanza minima nelle sopraelevazioni di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, va riferita esclusivamente alle pareti munite di finestre qualificabili come "vedute", senza ricomprendere quelle sulle quali si aprono finestre cosiddette "lucifere" (cfr. Cass. civile, sez. II, 04.02.1999, n. 982).
In tema di limitazioni legali della proprietà, l'art. 873 cod. civ., per evitare intercapedini dannose, prevede che le norme sulle distanze tra fabbricati non si misurano in modo radiale, come invece avviene per le distanze rispetto alle vedute, ma in modo lineare. Questo modo di misurazione comporta anche che, in ragione della ratio che governa la specifica disciplina in esame, le norme sulle distanze legali si applicano soltanto agli edifici che si fronteggiano, mentre non hanno rilievo le distanze calcolate fra gli spigoli delle costruzioni prese in esame (cfr. Cass. civile, sez. II, 07.04.2005, n. 7285; Corte Appello Salerno, 29.01.2007, n. 66) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 11.10.2011 n. 7896 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanze tra edifici.
Va ribadito il carattere inderogabile delle disposizioni di legge sulle distanze tra gli edifici (tratto da www.lexambiente.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 03.10.2011 n. 35749).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Distanze - Pareti finestrate e edifici antistanti - Art. 9, D.M. n. 1444 del 1968 - Inderogabilità.
2. Distanze - Aggetti che estendano il volume edificatorio - Applicabilità normativa sulle distanze legali - Necessità.

1. La distanza di dieci metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti prevista dall'art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile (cfr. Cons. di Stato, sent. n. 6909/2005; TAR Milano, sent. n. 1419/2011).
2. Gli aggetti presenti sull'edificio che estendano il volume edificatorio non possono considerarsi meri elementi decorativi: al contrario, essi costituiscono corpo di fabbrica e vanno, pertanto, conteggiati nel calcolo della distanza (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.09.2011 n. 2187 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, laddove prescrive la distanza di 10 metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile.
Gli aggetti (bow window) presenti sull’edificio in questione non possono considerarsi meri elementi decorativi; al contrario, estendendo il volume edificatorio, costituiscono corpo di fabbrica e vanno, pertanto, conteggiati nel calcolo della distanza.

Con la seconda censura il ricorrente lamenta la violazione della distanza di 10 metri dall’immobile di sua proprietà -situato sul mappale n. 4705, esterno al piano di lottizzazione– in quanto il p.d.l. ometterebbe di considerare la presenza in aggetto alla facciata nord-ovest dell’edificio, di un bow window.
Questa censura è fondata.
La tavola 3.1. non raffigura, invero, la presenza sulla facciata dell’edificio di proprietà del ricorrente, situato sul mappale n. 4705, di due bow window e non ne tiene, dunque, in considerazione nel conteggio della distanza prevista di 10 metri.
Per costante giurisprudenza, l'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, laddove prescrive la distanza di dieci metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909).
Gli aggetti presenti sull’edificio in questione non possono considerarsi meri elementi decorativi; al contrario, estendendo il volume edificatorio, costituiscono corpo di fabbrica e vanno, pertanto, conteggiati nel calcolo della distanza.
Le deliberazioni n. 24 del 28.05.2010 e n. 58 del 22.12.2009 sono pertanto illegittime nella parte in cui consentono l’edificazione ad una distanza inferiore ai 10 metri dall’immobile situato sul mappale 4705, per non avere tenuto conto degli aggetti presenti sulla facciata nord ovest dell’edificio (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.09.2011 n. 2187 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAVa sottolineata la prevalenza della disciplina imperativa delle distanze di cui all'art. 9 del DM 1444/1968 che, stante la natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione, per cui le distanze legali previste dagli standards urbanistici sono immediatamente applicabili ai rapporti privati, anche ove gli strumenti urbanistici prevedono distanze minori. Si tratta di una disposizione dettata in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi.
In merito poi alle modalità di calcolo di tale distanza, va ricordato come questa va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela, e va computata in relazione a tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti e di aggetti di modeste dimensioni con funzione meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabile rispetto all'interesse tutelato dalla norma riguardata nel suo triplice aspetto della sicurezza, della salubrità e dell'igiene.

La censura proposta sottolinea come l’edifico progettato, che prevede la realizzazione di balconi per i tre piani previsti in elevazione, dell’ampiezza pari a ml. 1,5, non rispetterebbe le disposizioni sulle distanze tra edifici, posto che la distanza, nel caso di specie, tenuto conto dei balconi previsti e di quelli del frontistante fabbricato condominiale, sarebbe senz’altro inferiore a quella indicata in ml. 10.50, calcolata appunto senza tenere conto dei balconi. Ci sarebbe quindi violazione dell’art. 22 N.T.A. del P.R.G. che prevede che “il distacco minimo tra pareti che fronteggino edifici preesistenti deve essere pari ad almeno l’altezza dell’edificio da costruire e, comunque, mai inferiore a ml. 10”, dove il costruendo fabbricato è posto ad una distanza di ml. 10.50 rispetto alla parete del fabbricato antistante il condominio “Verde Sud”.
Il giudice di prime cure, evidenziando come l’art. 5, lett. A), IV comma della NTA, preveda che dal calcolo delle distanze “restano esclusi gli sporti dalle pareti quali cornicioni, balconi, pensiline, ecc.”, ha escluso l’illegittimità della previsione ed ha ritenuto che non fosse applicabile la normativa nazionale sui distacchi tra edifici, in quanto questa, avendo la funzione di evitare la produzione di intercapedini da dannose, riguarda espressamente le “pareti finestrate”.
Va tuttavia rimarcato come la giurisprudenza di questa Sezione (Consiglio di Stato, sez. IV, 02.11.2010, n. 7731) abbia già osservato come la questione debba essere diversamente valutata. In primo luogo, va sottolineata la prevalenza della disciplina imperativa delle distanze di cui all'art. 9 che, stante la natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione (Consiglio Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909), per cui le distanze legali previste dagli standards urbanistici sono immediatamente applicabili ai rapporti privati, anche ove gli strumenti urbanistici prevedono distanze minori. Si tratta di una disposizione dettata in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi.
In merito poi alle modalità di calcolo di tale distanza, va ricordato come questa va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela, e va computata in relazione a tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti e di aggetti di modeste dimensioni con funzione meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabile rispetto all'interesse tutelato dalla norma riguardata nel suo triplice aspetto della sicurezza, della salubrità e dell'igiene (Consiglio di Stato, Sez. V, 19.03.1996, n. 268).
Nel caso in specie, l’ampiezza dei balconi, pari a ml. 1,50, è tale da non poter essere inclusa nel concetto di modeste dimensioni, stante la loro funzione di estendere ed ampliare per l'intero fronte dell'edificio la parte utilizzabile per l'uso abitativo (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 02.09.2011 n. 4968 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'atto edificatorio del vicino in violazione delle norme, del codice o regolamentari comunali, sulle distanze, oltre a ledere gli interessi pubblici sottesi alla disciplina concernente l'assetto del territorio, pone in essere un'attività edilizia eccedente quanto è previsto, nei rapporti tra confinanti, dalla normativa conformativa del diritto di proprietà, sicché il privato che, nei confronti dell'edificante illegittimo, lamenti la lesione della sua sfera proprietaria, ha diritto, ai sensi dell'art. 872 c.c., comma 2, ad una doppia tutela: all'eliminazione dello stato di cose che si è illegittimamente creato e al risarcimento del danno patito medio tempore.
L'inosservanza delle distanze legali nelle costruzioni sui fondi finitimi costituisce per il vicino una limitazione al godimento del bene, e quindi all'esercizio di una delle facoltà che si riconnettono al diritto di proprietà: per questo il danno è in re ipsa, perché l'azione risarcitoria è volta a porre rimedio all'imposizione di una servitù di fatto e alla conseguente diminuzione di valore del fondo subita dal proprietario in conseguenza dell'edificazione illegittima del vicino, per il periodo di tempo anteriore all'eliminazione dell'abuso.
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Non può essere accolta l'ulteriore domanda di risarcimento dei danni esistenziali e morali lamentati genericamente dalla istante “in quanto trattasi di domanda che ... non risulta assistita dalla prova concreta del danno non patrimoniale paventato, e, neppure, da un principio di prova in ordine ad eventuali ripercussioni negative .... sulle consuetudini di vita degli istanti.
Infatti, come ribadito anche di recente dal Consiglio di Stato, la pretesa risarcitoria avente ad oggetto il danno non patrimoniale -ove non si sia verificato un mero disagio o fastidio, inidoneo, ex se, a fondare una domanda di risarcimento del danno- esige una allegazione di elementi concreti e specifici da cui desumere, secondo un criterio di valutazione oggettiva, l'esistenza e l'entità del pregiudizio subito, il quale non può essere ritenuto sussistente in re ipsa, né è consentito l'automatico ricorso alla liquidazione equitativa”.
Secondo altro condivisibile arresto giurisprudenziale, “la sussistenza di un danno non patrimoniale risarcibile di cui all'art. 2059 c.c., difatti, deve essere dimostrata, sempre secondo la Suprema Corte, anche quando derivi dalla lesione di diritti inviolabili della persona, dal momento che costituisce "danno conseguenza", e non "danno evento"; né può sostenersi fondatamente che "nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo".

La giurisprudenza richiamata a sostegno delle ragioni introdotte in giudizio (Cassazione civile, sez. II, 07.05.2010, n. 11196), limitano alla violazione delle distanze legali l’ipotesi della configurabilità del danno in re ipsa.
In maniera più dettagliata si esprime altra decisione della Suprema Corte (cfr. Cassazione civile, sez. II, 16.12.2010, n. 25475), secondo la quale “in materia di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso, al proprietario confinante che lamenti tale violazione compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell'illecito, sia quella risarcitoria, e, determinando la suddetta violazione un asservimento di fatto del fondo, il danno deve ritenersi in re ipsa, senza necessità di una specifica attività probatoria".
E' vero che nella giurisprudenza di questa Corte è presente anche un indirizzo di segno diverso, a termini del quale la violazione delle norme codicistiche sulle distanze legali (ovvero delle norme locali richiamate dal codice), mentre legittima sempre la condanna alla riduzione in pristino, non costituisce di per sé fonte di danno risarcibile, essendo al riguardo necessario che chi agisca per la sua liquidazione deduca e dimostri l'esistenza, oltre che la misura, del pregiudizio effettivamente realizzatosi (Cass., Sez. 2^, 23.03.1982, n. 1838; Cass., Sez. 2^, Cass., Sez. 2^, 02.08.1990, n. 7747; Cass., Sez. 2^, 24.09.2009, n. 20608).
Quest'ultimo orientamento non è condiviso dal Collegio.
L'atto edificatorio del vicino in violazione delle norme, del codice o regolamentari comunali, sulle distanze, oltre a ledere gli interessi pubblici sottesi alla disciplina concernente l'assetto del territorio, pone in essere un'attività edilizia eccedente quanto è previsto, nei rapporti tra confinanti, dalla normativa conformativa del diritto di proprietà, sicché il privato che, nei confronti dell'edificante illegittimo, lamenti la lesione della sua sfera proprietaria, ha diritto, ai sensi dell'art. 872 c.c., comma 2, ad una doppia tutela: all'eliminazione dello stato di cose che si è illegittimamente creato e al risarcimento del danno patito medio tempore.
L'inosservanza delle distanze legali nelle costruzioni sui fondi finitimi costituisce per il vicino una limitazione al godimento del bene, e quindi all'esercizio di una delle facoltà che si riconnettono al diritto di proprietà: per questo il danno è in re ipsa, perché l'azione risarcitoria è volta a porre rimedio all'imposizione di una servitù di fatto e alla conseguente diminuzione di valore del fondo subita dal proprietario in conseguenza dell'edificazione illegittima del vicino, per il periodo di tempo anteriore all'eliminazione dell'abuso.
Il Collegio intende dare continuità al prevalente indirizzo -non soltanto risalente nella giurisprudenza di questa Corte (Cass., Sez. 2^, 27.02.1946, n. 201; Cass., Sez. 2^, 08.05.1946, n. 551; Cass., Sez. Un., 24.06.1961, n. 1520; Cass., Sez. 2^, 12.02.1970, n. 341), ma anche ribadito negli arresti degli ultimi lustri (Cass., Sez. 2^, 15.12.1994, n. 10775; Cass., Sez. 2^, 25.09.1999, n. 10600; Cass., Sez. 2^, 07.03.2002, n. 3341; Cass., Sez. 2^, 27.03.2008, n. 7972; Cass., Sez. 2^, 07.05.2010, n. 11196)- che, in caso di violazione delle norme sulle distanze, concede al proprietario, nei confronti dell'edificante illegittimo, l'azione risarcitoria per il danno determinatosi prima della riduzione in pristino, senza la necessità di una specifica attività probatoria.
Questa soluzione non determina un eccesso di tutela per il proprietario od uno snaturamento del sistema della responsabilità civile, che, com'è noto, ammette la risarcibilità del solo danno conseguenza (cfr., con riguardo al danno non patrimoniale, Cass., Sez. Un., 11.11.2008, n. 26972).
Discorrere di danno in re ipsa, infatti, non significa riconoscere che il risarcimento venga accordato per il solo fatto del comportamento lesivo o si risolva in una pena privata nei confronti di chi violi l'altrui diritto di proprietà, in contrasto, tra l'altro, con la tavola dei valori espressa dalla Carta costituzionale, che riconosce e garantisce la proprietà privata, ma non la inquadra tra i diritti fondamentali della persona umana, per i quali soltanto è predicabile una connotazione di inviolabilità, di incondizionatezza e di primarietà.
Significa, piuttosto, ammettere che, nel caso di violazione di una norma relativa alle distanze tra edifici, il danno che il proprietario subisce (danno conseguenza e non danno evento) è l'effetto, certo ed indiscutibile, dell'abusiva imposizione di una servitù nel proprio fondo, e quindi della limitazione del relativo godimento, che si traduce in una diminuzione temporanea del valore della proprietà medesima.
Il principio della immancabilità del risarcimento del danno non vale invece là dove si tratti di violazioni di disposizioni non integrative di quelle sulle distanze: in tale evenienza, mancando un asservimento di fatto del fondo contiguo, la prova del danno è richiesta ed il proprietario è tenuto a fornire una dimostrazione precisa dell'esistenza del danno, sia in ordine alla sua potenziale esistenza che alla sua entità obiettiva, in termini di amenità, comodità, tranquillità ed altro (tra le tante, Cass., Sez. 2^, 05.06.1998, n. 5514; Cass., Sez. 2^, 12.06.2001, n. 7909; Cass., Sez. 2^, 07.03.2002, n. 3341, cit.).
Prendendo spunto da detta ultima affermazione, il Collegio ritiene che la sopraelevazione, oggetto della contestazione in esame, non necessariamente costituisca un nocumento (o un apprezzabile pregiudizio) per il fondo limitrofo, dovendosi dimostrare l’effettività del danno, quale, ad esempio, la limitazione del panorama o degli altri connotati del godimento immobiliare.
Basterebbe pensare all’immobile sovrastante quello abusivo o realizzato per effetto di titolo ritenuto, come nel caso in esame, illegittimo, di tal guisa che l’eventuale sopraelevazione di quest’ultimo non abbia affatto impedito al primo la vista e le comodità connesse all’uso del bene di proprietà.
Da qui la necessità della prova del pregiudizio, mancando la quale, non è possibile accedere ad alcun risarcimento e, comunque, a graduarlo.
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Analogamente, non può essere accolta l'ulteriore domanda di risarcimento dei danni esistenziali e morali lamentati genericamente dalla istante (sempre nella memoria del 07.04.2011), “in quanto trattasi di domanda che ... non risulta assistita dalla prova concreta del danno non patrimoniale paventato, e, neppure, da un principio di prova in ordine ad eventuali ripercussioni negative .... sulle consuetudini di vita degli istanti.
Infatti, come ribadito anche di recente dal Consiglio di Stato (cfr. decisione Sez. VI, 18.03.2011 n. 1672), la pretesa risarcitoria avente ad oggetto il danno non patrimoniale -ove non si sia verificato un mero disagio o fastidio, inidoneo, ex se, a fondare una domanda di risarcimento del danno- esige una allegazione di elementi concreti e specifici da cui desumere, secondo un criterio di valutazione oggettiva, l'esistenza e l'entità del pregiudizio subito, il quale non può essere ritenuto sussistente in re ipsa, né è consentito l'automatico ricorso alla liquidazione equitativa
” (cfr. TAR Lombardia Milano, sez. II, 30.03.2011, n. 854).
Secondo altro condivisibile arresto giurisprudenziale (cfr. TAR Friuli Venezia Giulia Trieste, sez. I, 26.05.2011, n. 260), “la sussistenza di un danno non patrimoniale risarcibile di cui all'art. 2059 c.c., difatti, deve essere dimostrata, sempre secondo la Suprema Corte, anche quando derivi dalla lesione di diritti inviolabili della persona, dal momento che costituisce "danno conseguenza", e non "danno evento"; né può sostenersi fondatamente che "nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo" (Cass. Civ., SS.UU, sentenza n. 26972 dell'11.11.2008).
Conclusivamente, la genericità della richiesta e la mancata dimostrazione del danno ricevuto determinano il rigetto della domanda risarcitoria.
E’ possibile accedere, invece, alla richiesta di cui all’art. 26, comma 2, c.p.a., articolata in udienza pubblica, posto che la stessa può anche essere delibata d’ufficio e, pertanto, non richiede gli adempimenti ritenuti necessari sia per la corretta introduzione della domanda che per la dimostrazione del danno ricevuto.
Invero, il precedente giudicato formatosi di seguito alla sentenza n. 2210/2001 di questo stesso Tribunale, in mancanza di altri apporti giustificativi e di una motivazione “forte”, tali, cioè, da consentire la riedizione del medesimo provvedimento ritenuto dalla detta decisione in precedenza illegittimo, ha reso, così come richiesto dalla invocata norma del codice, manifeste le ragioni di parte ricorrente (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 01.08.2011 n. 2044 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanza tra le costruzioni – Tutela della salubrità degli edifici – Sussiste – Tutela della riservatezza – Non sussiste.
La distanza tra costruzioni, prevista dall'art. 9 del DM 02.04.1968, n. 1444, è volta non alla tutela della riservatezza, ma alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico sanitarie ed è dunque tassativa ed inderogabile (a differenza delle distanze dal confine) per via di private pattuizioni.
Conseguentemente, essa deve operare, per un verso, anche nel caso in cui una sola delle due pareti frontistanti sia finestrata, per l'altro, anche nel caso in cui la nuova opera sia di altezza inferiore rispetto alle preesistenti vedute o parzialmente nascosta dal muretto e dalla recinzione di confine.
L'interesse pubblico presidiato dalla norma è quello della salubrità dell'edificato e non va confuso con l'interesse privato del frontista a mantenere la riservatezza o la prospettiva (massima tratta da www.centrostudi-sv.org - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 20.07.2011 n. 4374 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl muro di contenimento tra due aree poste a livello differente va considerato costruzione, se il dislivello deriva dall'opera dell'uomo o è stato artificialmente accentuato; in quanto costruzione, esso è soggetto all'osservanza delle norme sulle distanze.
La disciplina delle distanze ex D.M. n. 1444/1968 è applicabile anche ai beni e alle opere pubblici, secondo quanto affermato (tra l'altro con specifico riferimento alle distanze tra pareti finestrate ex art. 9) dal TAR Liguria, sez. I, nella recente sentenza 26.03.2010 n. 1235 che richiama la decisione del Consiglio di Stato, sez. V, 03.11.2000 n. 5907; e d'altra parte, tenuto conto che la norma citata è volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario ed è perciò ineludibile non si vede perché le opere pubbliche dovrebbero sottrarsi alla sua osservanza.

In proposito si osserva quanto segue:
- come evidenziato al precedente punto 3.2), la realizzazione della nuova strada è prevista ad una quota superiore di oltre 3 metri rispetto al piano terreno dell’abitazione dei ricorrenti; ciò presuppone la realizzazione di un rilevato artificiale e di muri di contenimento, come risulta chiaro dalla planimetria doc. 20 depositata dal Comune resistente il 27/04/2011;
- la giurisprudenza è orientata a ritenere che il muro di contenimento tra due aree poste a livello differente va considerato costruzione, se il dislivello deriva dall'opera dell'uomo o è stato artificialmente accentuato, come nel caso in esame; in quanto costruzione, esso è soggetto all'osservanza delle norme sulle distanze (cfr. Cass. Civile, sez. II, 22.01.2010 n. 1217; TAR Marche 10.02.2009 n. 18);
- contrariamente a quanto sostenuto dalle controparti la disciplina delle distanze ex D.M. n. 1444/1968 è applicabile anche ai beni e alle opere pubblici, secondo quanto affermato (tra l'altro con specifico riferimento alle distanze tra pareti finestrate ex art. 9) dal TAR Liguria, sez. I, nella recente sentenza 26.03.2010 n. 1235 che richiama (oltre a precedenti del medesimo Tribunale) la decisione del Consiglio di Stato, sez. V, 03.11.2000 n. 5907; e d'altra parte, tenuto conto che la norma citata è volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario ed è perciò ineludibile (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV, 02.11.2010 n. 7731 e 05.12.2005 n. 6909; TAR Toscana, sez. III, 04.12.2001 n. 1734) non si vede perché le opere pubbliche dovrebbero sottrarsi alla sua osservanza;
- perché debba trovare applicazione il citato art. 9 in tema di "pareti finestrate" è sufficiente che sia tale anche una sola delle due pareti frontistanti (TAR Milano, sez. IV, 19.05.2011 n. 1282): e questo è proprio il caso di cui controverte, in cui la norma in questione risulta dunque violata (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 20.07.2011 n. 1251 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAI limiti di distanza tra i fabbricati di cui al D.M. 1444/1968, una volta recepiti nelle norme tecniche di attuazione dei singoli piani regolatori comunali, assumono “altresì” veste regolamentare e natura integrativa del codice civile, ex art. 873 c.c., in quanto regolatrici (anche) dei rapporti tra vicini, isolatamente considerati in funzione degli interessi privati dei proprietari dei fondi finitimi.
E' evidente come la disposizione di cui all’art. 879 c.c., nel disporre che “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano”, intenda significare che, in presenza di una strada pubblica, non si fa tanto questione di tutelare un diritto soggettivo privato (tutelato dalla normativa codicistica sulle distanze, rinunciabile e negoziabile), ma di perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico intorno alla strade ed alle piazze, ordinato sviluppo che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e regolamenti urbanistico-edilizi, tra i quali -per l’appunto- il D.M. 1444/1968.
Tanto ciò è vero che distanze inferiori sono ammesse, in deroga, “nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche” (art. 9 u.c. D.M. 1444/1968), cioè soltanto se previste –a loro volta- in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario (cioè, che contempli la contestuale edificazione degli edifici antistanti) di determinate zone del territorio.
In presenza di una strada pubblica tra due fondi, non è dunque consentito derogare alla distanza minima stabilita dall’art. 9 D.M. 02.04.1968 tra pareti finestrate di edifici antistanti, neppure con il consenso del vicino frontistante, in quanto, trattandosi di tutelare un interesse pubblico, di natura urbanistica, superiore a quello individuale dei proprietari dei fondi finitimi (interesse specificamente tutelato dalle norme del codice civile sulle distanze nelle costruzioni), non trovano applicazione -ex art. 879 comma 2 c.c.- le disposizioni civilistiche (e quelle di esse integrative) sulle distanze, in quanto recessive rispetto alla speciale normativa urbanistico-edilizia (le “leggi e i regolamenti” di cui all’art. 879 comma 2 c.c.), che si applica in luogo delle stesse.
Dunque, l'art. 9 del D.M. 1444 del 1968 sui limiti di distanza tra i fabbricati ricadenti in zone territoriali diverse dalla zona A, costituisce un principio assoluto ed inderogabile che prevale –ad un tempo- sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze, sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei Comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia, infine, sull'autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per loro natura, non sono nella disponibilità delle parti. Esso, inoltre, è applicabile anche quando tra le pareti finestrate (o tra una parete finestrata e una non finestrata) si interponga una via pubblica.
In conclusione, in presenza di pareti finestrate poste a confine con la via pubblica, non è mai ammissibile la deroga prevista dall'art. 879, comma 2 c.c., per le distanze tra edifici.

I
l D.M. 02.04.1968, emanato in forza dell’art. 41-quinquies commi 8 e 9 della legge urbanistica 17.08.1942, n. 1150, detta “limiti inderogabili” di densità edilizia, di altezza, di distanza tra i fabbricati, nonché rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi, da osservarsi dai comuni in sede di formazione degli strumenti urbanistici (così anche l’art. 1 del D.M. 1444/1968).
Si tratta dunque –sicuramente- di norme così dette di azione, in quanto volte a disciplinare il potere pianificatorio dei comuni.
Ovviamente, i limiti di distanza tra i fabbricati di cui al D.M. 1444/1968, una volta recepiti nelle norme tecniche di attuazione dei singoli piani regolatori comunali, assumono “altresì” veste regolamentare e natura integrativa del codice civile, ex art. 873 c.c., in quanto regolatrici (anche) dei rapporti tra vicini, isolatamente considerati in funzione degli interessi privati dei proprietari dei fondi finitimi.
Stando così le cose, è evidente come la disposizione di cui all’art. 879 c.c., nel disporre che “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano”, intenda significare che, in presenza di una strada pubblica, non si fa tanto questione di tutelare un diritto soggettivo privato (tutelato dalla normativa codicistica sulle distanze, rinunciabile e negoziabile), ma di perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico intorno alla strade ed alle piazze, ordinato sviluppo che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e regolamenti urbanistico-edilizi, tra i quali -per l’appunto- il D.M. 1444/1968.
Tanto ciò è vero che distanze inferiori sono ammesse, in deroga, “nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche” (art. 9 u.c. D.M. 1444/1968), cioè soltanto se previste –a loro volta- in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario (cioè, che contempli la contestuale edificazione degli edifici antistanti) di determinate zone del territorio (Cons. di St., IV, 12.03.2007, n. 1206).
In presenza di una strada pubblica tra due fondi, non è dunque consentito derogare alla distanza minima stabilita dall’art. 9 D.M. 02.04.1968 tra pareti finestrate di edifici antistanti, neppure con il consenso del vicino frontistante, in quanto, trattandosi di tutelare un interesse pubblico, di natura urbanistica, superiore a quello individuale dei proprietari dei fondi finitimi (interesse specificamente tutelato dalle norme del codice civile sulle distanze nelle costruzioni), non trovano applicazione -ex art. 879 comma 2 c.c.- le disposizioni civilistiche (e quelle di esse integrative) sulle distanze, in quanto recessive rispetto alla speciale normativa urbanistico-edilizia (le “leggi e i regolamenti” di cui all’art. 879 comma 2 c.c.), che si applica in luogo delle stesse.
Dunque, l'art. 9 del D.M. 1444 del 1968 sui limiti di distanza tra i fabbricati ricadenti in zone territoriali diverse dalla zona A, costituisce un principio assoluto ed inderogabile (così l’art. 41-quinquies comma 8 L.U. –cfr. TAR Liguria, I, 12.02.2004, n. 145), che prevale –ad un tempo- sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze (C. Cost., 16.6.2005, n. 232), sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei Comuni (Cons. di St., IV, 2.11.2010, n. 7731), in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia, infine, sull'autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per loro natura, non sono nella disponibilità delle parti.
Esso, inoltre, è applicabile anche quando tra le pareti finestrate (o tra una parete finestrata e una non finestrata) si interponga una via pubblica.
La fattispecie è specificamente regolata dal comma 2 del medesimo art. 9, che prescrive in questo caso distacchi addirittura maggiorati in relazione alla larghezza della strada, con la precisazione che l'esclusione della viabilità a fondo cieco prevista nella stessa norma va riferita alle maggiorazioni e non alla distanza minima assoluta di 10 metri, che rimane inderogabile.
In conclusione, in presenza di pareti finestrate poste a confine con la via pubblica, non è mai ammissibile la deroga prevista dall'art. 879, comma 2 c.c., per le distanze tra edifici (così TAR Lombardia-Brescia, I, 03.07.2008, n. 788; nello stesso senso, più recentemente, Tribunale di Teramo, 10.01.2011, n. 4)
(TAR Liguria, Sez. I, sentenza 20.07.2011 n. 1148 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Pareti finestrate, distanze legali da interpretare.
La Corte di legittimità ritorna sulle insidiose problematiche delle distanze legali e sui criteri interpretativi al riguardo delle norme regolamentari locali.
Ai fini dell'osservanza delle distanze legali, ove sia applicabile il d.m. n. 1444/1968 in quanto recepito negli strumenti urbanistici, l'obbligo del rispetto della distanza minima assoluta di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, deve essere applicato anche nel caso in cui una sola delle pareti che si fronteggiano sia finestrata, mentre l'altra risulti parzialmente composta da un avancorpo cieco di altezza inferiore all'edificio finestrato, atteso che la norma in esame è finalizzata alla salvaguardia dell'interesse pubblico-sanitario a mantenere una determinata intercapedine tra gli edifici che si fronteggiano quando uno dei due abbia una parete finestrata e non, quindi, a salvaguardare l'interesse privato del frontista alla riservatezza.
In altri termini, il citato d.m. n. 1444 del 1968, che, in applicazione dell'art. 41-quinquies della legge urbanistica, come modificato dall'art. 17 della cosiddetta legge ponte, detta i limiti di densità, altezza, distanza tra i fabbricati, pone all'art. 9, secondo comma, una prescrizione tassativa ed inderogabile, e cioè che negli edifici ricadenti in zone territoriali diverse dalla zona "A" debba essere rispettata in tutti i casi una distanza minima di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, indipendentemente dalla circostanza che una sola delle pareti fronteggiantesi sia finestrata e che tale parete sia quella del nuovo edificio o dell'edificio preesistente, o che si trovi alla medesima o a diversa altezza rispetto all'altra.
E’ stato, in proposito, precisato che l'indicato art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444 in materia di distanze fra fabbricati va interpretato nel senso che la distanza minima di dieci metri è richiesta anche nel caso che una sola delle pareti fronteggiantisi sia finestrata e che è indifferente se tale parete sia quella del nuovo edificio o quella dell'edificio preesistente, essendo sufficiente per l'applicazione di tale distanza che le finestre esistano in qualsiasi zona della parete contrapposta ad altro edificio, ancorché solo una parte di essa si trovi a distanza minore da quella prescritta.
Infine la giurisprudenza di legittimità ha puntualizzato che la distanza minima di dieci metri tra le costruzioni stabilita dall'articolo 9, n. 2, del d.m. 02.04.1968 n. 1444, traente la sua efficacia precettiva inderogabile dall'articolo 41-quinquies della legge 17.08.1942 n. 1150 (come modificato dall'articolo 17 della legge 06.08.1967 n. 765) -"ratione temporis" applicabile-, deve osservarsi in modo assoluto e che, pertanto essa va applicata indipendentemente dall'altezza degli edifici antistanti e dall'andamento parallelo delle pareti di questi, purché sussista almeno un segmento di esse tale che l'avanzamento di una o di entrambe le facciate medesime porti al loro incontro, sia pure per quel limitato segmento.
Per utili riferimenti sul principio essenziale affermato dalla S.C. cfr. Cass. n. 1984 del 1999; Cass. n. 1108 del 2001 e, da ultimo, Cass. n. 20574 del 2007 (commento tratto da www.ipsoa.it - Corte di Cassazione civile, sentenza 20.06.2011 n. 13547).

EDILIZIA PRIVATASussiste il carattere di assolutezza e di inderogabilità delle prescrizioni dettate con il D.M. 02.04.1968 n. 1444, in tema di distanze minime tra i fabbricati. Le stesse hanno carattere pubblicistico e inderogabile e vincolano anche i comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici; in particolare, quella che prescrive la distanza minima assoluta di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti ha carattere di assolutezza ed inderogabilità e risulta dalla citata fonte normativa statuale, sovraordinata rispetto agli organi urbanistici locali.
La regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti prevista dalla suddetta norma vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori.
La suindicata inderogabilità da parte degli strumenti urbanistici e dei regolamenti edilizi comunali della normativa del D.M. n. 1444/1968, comporta che l’eventuale introduzione, in via tacita o espressa, da parte della normativa edilizia comunale di deroghe alla normativa nazionale sulle distanze minima, risulterebbe del tutto illegittima e, come tale, la norma comunale andrebbe disapplicata.

In punto di diritto il Collegio evidenzia il carattere di assolutezza e di inderogabilità delle prescrizioni dettate con il D.M. 02.04.1968 n. 1444, in tema di distanze minime tra i fabbricati.
Le stesse hanno carattere pubblicistico e inderogabile e vincolano anche i comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici; in particolare, quella che prescrive la distanza minima assoluta di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti ha carattere di assolutezza ed inderogabilità e risulta dalla citata fonte normativa statuale, sovraordinata rispetto agli organi urbanistici locali (TAR Toscana Firenze, sez. III, 22.06.2004, n. 2289), rendendo illegittima ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo, essendo consentita alla p.a. solo la fissazione di distanze superiori (TAR Abruzzo Pescara, 09.01.2006, n. 11).
Tale inderogabilità è stata reiteratamente affermata in giurisprudenza anche in recentissime decisioni che hanno puntualizzato come il D.M. 02.04.1968 n. 1444 -emanato in virtù dell'art. 41-quinquies l. n. 1150 del 1942 introdotto a sua volta dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765 (c.d. L. Ponte)- ripete dal rango di fonte primaria della norma delegante la forza di legge, suscettibile di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze dalle costruzioni di cui all'art. 872 c.c.; la regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti prevista dalla suddetta norma vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori (TAR Lombardia - Milano, Sez. IV - sentenza 19.05.2011, n. 1282)
L’art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione di un piano regolatore; la prescritta distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, infatti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario e della sicurezza, per cui il suo disposto non è eludibile in funzione della natura giuridica dell'intercapedine stessa (Consiglio Stato, Sez. IV - sentenza 09.05.2011, n. 2749).
A questo punto viene in rilievo la questione dell’applicabilità della normativa sulle distanze minime dell’indicato art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 all’intervento in esame.
L’articolo in questione prevede la necessità del rispetto della distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti solo per i “nuovi edifici”.
Tale necessità non ricorre invece per gli interventi di operazioni di risanamento conservativo o ristrutturazione, ove è sufficiente che le distanze tra gli edifici non siano inferiori a quelle intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti.
I
l Collegio osserva che la suindicata inderogabilità da parte degli strumenti urbanistici e dei regolamenti edilizi comunali della normativa del D.M. n. 1444/1968, comporta che l’eventuale introduzione, in via tacita o espressa, da parte della normativa edilizia comunale di deroghe alla normativa nazionale sulle distanze minima, risulterebbe del tutto illegittima e, come tale, la norma comunale andrebbe disapplicata (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 15.06.2011 n. 3184 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAGli accessori e le pertinenze che abbiano dimensioni consistenti e siano stabilmente incorporati al resto dell'immobile in maniera tale da ampliarne la superficie o la funzionalità pratico-economica oltre alla superficie e alla funzionalità, assumono il carattere di costruzione anche sotto il profilo delle distanze tra edifici che devono essere calcolate non dall'edificio principale bensì dal nuovo complesso edilizio unitario.
Ai fini dell'osservanza delle norme in materia di distanze legali stabilite dagli artt. 873 e seguenti c.c. e delle disposizioni legislative e regolamentari aventi carattere integrativo, gli accessori e le pertinenze che abbiano dimensioni consistenti e siano stabilmente incorporati al resto dell'immobile, in guisa da ampliarne la superficie o la funzionalità pratico-economica, costituiscono con l'immobile principale una costruzione unitaria, che va considerata nel suo insieme indipendentemente dallo sviluppo orizzontale o verticale dei singoli corpi di fabbrica di cui si compone, e senza distinguere tra immobile principale e accessori o pertinenze aventi le ridette caratteristiche, di guisa che le distanze devono essere calcolate non dalla parete dell'edificio maggiore, ma da quella che risulti più prossima alla proprietà antagonista (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza n. 4277/2011 - link a www.pausania.it).

EDILIZIA PRIVATAIl balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della distanza minima di mt. 10,00 tra fabbricati solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò.
Le norme di cui al D.M. 1444/1968, emanate in forza dell’art. 17 della legge n. 765/1967, traggono da questa la forza di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, sicché l’inderogabile distanza di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione o, secondo l’indirizzo prevalente, comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata.

La giurisprudenza ha ormai chiarito la natura di norma di ordine pubblico dell’art. 9 del D.M. 1444/1968, che prescrive la distanza minima di 10 mt. lineari tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, precisando tuttavia che il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della predetta distanza solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò (cfr., Cons. Stato, sez. IV, 07.07.2008 n. 3381; TAR Lazio, 31.03.2010 n. 5319; TAR Liguria, Genova, sez. I, 10.07.2009 n. 1736).
E tale norma nel caso di specie non è rinvenibile.
Vi è, peraltro, una norma (art. 3, comma 6, delle N.T.A. del P.R.G.) che detta la definizione di “Distanza dai confini”, stabilendo che “è la distanza fra le proiezioni orizzontali dei fabbricati per la parte fuori terra e i confini escluse le terrazze e gli aggetti di carattere ornamentale e strutturale con sporgenze inferiori o uguali a mt. 2,00”.
Dunque, se la terrazza non supera i due metri di sporgenza non viene computata ai fini delle distanze dai confini.
E tale disposizione, ancorché non dettata ai fini del calcolo della distanza minima di 10 mt. lineari tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, di cui al ripetuto art. 9 del D.M. 1444/1968, in assenza di una norma di piano ad hoc, può comunque fungere da utile parametro di riferimento per il computo della distanza in questione.
Ne consegue che nella fattispecie in esame le terrazze non sono computabili ai fini delle distanze fra edifici, in quanto hanno una sporgenza di ml. 1,76 e sono completamente aperte.
Le considerazioni sin qui svolte sono assorbenti di ogni altra e determinano la reiezione del ricorso principale, senza che occorra verificare la portata delle norme tecniche di attuazione operanti nel caso di specie, in quanto, per consolidata giurisprudenza, le norme di cui al ripetuto D.M. 1444/1968, emanate in forza dell’art. 17 della legge n. 765/1967, traggono da questa la forza di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, sicché l’inderogabile distanza di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione o, secondo l’indirizzo prevalente, comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata (cfr., Cons. Stato, sez. IV, 12.06.2007 n. 3094) (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 09.06.2011 n. 993 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA1. Distanze - Pareti finestrate e edifici antistanti - D.M. n. 1444 del 1968 - Inderogabilità in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici comunali - Conseguenze.
2. Distanze - Pareti finestrate - Nozione - Art. 9 D.M. n. 1444 del 1968.

1. Il D.M. 02.04.1968, n. 1444, ripete dal rango di fonte primaria della norma delegante la forza di legge, suscettibile di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze dalle costruzioni di cui all'art. 872 c.c.: la regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori.
2. Con riferimento alla nozione di pareti finestrate, per pareti finestrate, ai sensi dell'art. 9 D.M. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di vedute, ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) (tratto da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 07.06.2011 n. 1419 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanza minima, decide lo Stato. I comuni non possono diminuire i limiti tra gli edifici. Il Tar Lombardia chiarisce i rapporti tra normativa nazionale e locale in tema di costruzioni.
I regolamenti comunali non possono diminuire la distanza minima tra edifici richiesta dalla disciplina di livello nazionale. I dieci metri previsti dalla normativa edilizia statale come limite minimo da rispettare per le nuove costruzioni da erigere a fronte delle pareti finestrate non possono quindi essere derogati dagli enti locali.
Lo ha stabilito di recente il TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, con la sentenza 07.06.2011 n. 1419, nella quale i giudici amministrativi hanno chiarito i rapporti tra normativa statale e locale in materia di distanze tra le costruzioni.
La sentenza del Tar Lombardia. Nel caso in questione alcuni privati avevano impugnato la concessione edilizia rilasciata da un comune lombardo ai rispettivi vicini di casa per la costruzione di un'autorimessa ritenuta troppo vicina al proprio fabbricato.
Il provvedimento di autorizzazione comunale era infatti stato adottato sulla base di quanto previsto dal regolamento edilizio locale, che ammetteva l'erezione di nuovi manufatti con l'osservanza della distanza minima di soli cinque metri tra una costruzione e l'altra. I ricorrenti avevano quindi chiesto l'annullamento della concessione edilizia, segnalando la violazione dell'art. 9 del decreto ministeriale n. 1444/1968, che prevede il rispetto di una distanza minima di 10 metri tra nuovo e vecchio edificio.
La quarta sezione del Tribunale amministrativo regionale lombardo, richiamando un proprio recentissimo precedente (sentenza n. 1282/2011), ha quindi avuto modo di chiarire che la misura minima tra le costruzioni prevista dall'art. 9 del dm n. 1444/1968 ha valore cogente e non derogabile nei confronti delle pubbliche amministrazioni, nemmeno in sede di formazione e revisione dei propri strumenti urbanistici, con la conseguenza che eventuali norme locali in contrasto con la disciplina regolamentare nazionale devono ritenersi illegittime e, come tali, vanno disapplicate, potendo i comuni disporre soltanto la fissazione di distanze minime in misura superiore a quella prevista nella citata disposizione.
Il Tar ha quindi fornito anche una lettura estensiva dell'espressione «pareti finestrate» di cui all'art. 9, comma 2, del predetto decreto ministeriale, chiarendo che con tale termine devono intendersi non soltanto le pareti munite di vedute ma, più in generale, tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi e finestre di ogni tipo.
Le distanze minime tra gli edifici. Il tema delle distanze minime da rispettare nella costruzione di nuovi edifici appassiona spesso gli operatori del diritto e i tecnici, affollando di conseguenza le aule dei tribunali civili e amministrativi di cause, c.d. di vicinato, nelle quali si litiga appunto per fare accertare il diritto a che il vicino costruisca a una distanza maggiore dal proprio confine.
Nel codice civile è contenuto un articolo, il numero 873, che prescrive una distanza minima di tre metri fra le costruzioni, a meno che le stesse non siano unite o aderenti (fattispecie che presuppone la mancanza nelle pareti di luci o vedute: si veda il relativo approfondimento). La norma in questione, proprio per la sua collocazione, riguarda però i rapporti tra i privati e rileva ai fini del risarcimento del danno da riconoscere in favore del soggetto vittima del comportamento illegittimo del vicino.
A livello edilizio e urbanistico, invece, la norma di riferimento per le distanze tra edifici è l'art. 9 del dm 02.04.1968, n. 1444, emanato in esecuzione dell'art. 41-quinquies della legge urbanistica n. 1150/1942, come modificato dalla successiva legge n. 765/1967, che come detto prescrive la distanza minima inderogabile di 10 metri tra pareti finestrate o pareti di edifici antistanti.
La disposizione in questione impone infatti determinati limiti edilizi ai comuni nella formazione o nella revisione degli strumenti urbanistici, ma non è immediatamente operante nei rapporti tra i privati. Pertanto, come evidenziato dalla Corte di cassazione (sezione seconda, sentenza n. 3771/2001), l'eventuale previsione nei regolamenti urbanistici locali di distanze inferiori a quelle prescritte dal predetto art. 9 è da considerarsi illegittima e deve essere disapplicata.
Tuttavia la previsione del dm n. 1444/1968 non può considerarsi immediatamente applicabile nei rapporti tra i privati, almeno fino a che non la misura della distanza minima tra edifici non sia stata inserita negli stessi strumenti urbanistici adottati o modificati a livello locale.
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Almeno tre metri tra finestre e fabbricati.
Le distanze tra le luci e le vedute (con tali termini si intendono, in buona sostanza, i balconi e le finestre di qualsiasi dimensione e forma) e i fabbricati, secondo quanto previsto dall'art. 907 c.c., non possono essere inferiori ai tre metri (e, quindi, non può essere mai ammessa la costruzione in aderenza, che equivarrebbe alla chiusura della luce o della veduta). Secondo il disposto dell'art. 900 c.c., infatti, le luci «danno passaggio alla luce e all'aria, ma non permettono di affacciarsi sul fondo del vicino», mentre le vedute o prospetti «permettono di affacciarsi e di guardare di fronte, obliquamente o lateralmente».
Da evidenziare come, secondo la giurisprudenza ormai consolidata di legittimità (Cassazione, sezione seconda, sentenza n. 12097/1995 e sentenza n. 10500/1994), la nozione di costruzione comprende non solo i manufatti in calce e mattoni, ma qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata eretta, sia di ostacolo alla libera visuale del proprietario dell'immobile confinante. La norma in questione attribuisce al privato un vero e proprio diritto soggettivo, con la conseguenza che anche la pubblica amministrazione non può legittimamente autorizzare la costruzione di opere che non rispettino tali distanze minime.
Il presupposto logico-giuridico dell'applicazione della disciplina della distanza delle costruzioni dalle vedute è ovviamente quello dell'anteriorità dell'acquisto del diritto alla veduta sul fondo vicino rispetto all'esercizio, da parte del proprietario di quest'ultimo, del proprio ius aedificandi, ovvero del proprio diritto di elevare delle costruzioni sul proprio terreno. Perché si possa parlare di veduta la situazione di fatto dell'immobile dal quale si pretende di esercitare tale diritto deve consentire le c.d. inspectio e prospectio sul fondo vicino, ovvero una piena e comoda visione del paesaggio circostante.
In particolare la inspectio si concreta nella possibilità di guardare nel fondo del vicino senza l'uso di mezzi artificiali, mentre la prospectio consiste nello sporgere il capo e nel vedere nelle diverse direzioni in modo agevole e non pericoloso (si veda Cassazione, sentenza n. 15371/2000). In altre parole, l'apertura sul fondo del vicino costituisce veduta quando la stessa consenta di affacciarsi e di guardare secondo una valutazione rapportata a criteri di comodità, sicurezza e normalità.
È appena il caso di osservare che è del tutto irrilevante l'amenità del paesaggio che è possibile osservare dalla veduta: che si tratti di un pittoresco paesaggio marino, piuttosto che di un povero orto di campagna o di una ciminiera industriale, il diritto del proprietario della veduta è appunto quello di avere libero e senza ostacoli il relativo spazio visivo (articolo ItaliaOggi Sette del 03.10.2011).

EDILIZIA PRIVATA: D.M. n. 1444/1968 - Forza vincolante - Integrazione del regime delle distanze di cui all’art. 872 c.c. - Previsioni di P.R.G. difformi - Illegittimità - Disapplicazione.
Il d.m. 02.04.1968 n. 1444 -emanato in virtù dell'art. 41-quinquies l. n. 1150 del 1942 introdotto a sua volta dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765 (c.d. L. Ponte)- ripete dal rango di fonte primaria della norma delegante la forza di legge, suscettibile di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze dalle costruzioni di cui all'art. 872 c.c.: la regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola pertanto anche i comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori (TAR Lombardia Brescia, sez. I, 30.08.2007, n. 832).
D.M. n. 1444/1968 - Pareti finestrate - Nozione.
Per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) (Corte d’Appello Catania, 22.11.2003) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti (TAR Toscana, Sez. III, 04.12.2001, n. 1734; TAR Piemonte, 10/10/2008 n. 2565) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 07.06.2011 n. 1419 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATASostituzione ope legis delle N.T.A di un Comune e nozione di pareti finestrate.
Il TAR Milano, Sez. IV, con sentenza 07.06.2011 n. 1419, in conformità a quanto espresso dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 2749/2011, ha dichiarato l’illegittimità di una concessione edilizia rilasciata sulla base di norme tecniche di attuazione che, trovandosi in contrasto con la previsione contenuta nell’articolo 9 del D.M. 1444/1968 del Comune, dovevano ritenersi sostituite ope legis dalle disposizioni del decreto ministeriale.
La sentenza in commento è stata pronunciata in seguito ad un ricorso con il quale veniva contestata la legittimità di una concessione edilizia che in attuazione delle N.T.A. (Norme tecniche di attuazione) del Comune aveva consentito, in contrasto con le disposizioni contenute nell’articolo 9 del D.M., la costruzione di un’autorimessa ad una distanza di cinque metri dal fabbricato dei ricorrenti.
Sul punto i giudici milanesi hanno chiarito come “La giurisprudenza ha costantemente affermato che il d.m. 02.04.1968 n. 1444 –emanato in virtù dell’art. 41-quinquies l. n. 1150 del 1942 introdotto a sua volta dall’art. 17 l. 06.08.1967 n. 765 (c.d. L. Ponte)– ripete dal rango di fonte primaria della norma delegante la forza di legge, suscettibile di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze dalle costruzioni di cui all’art. 872 c.c.: la regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite minimo è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori (TAR Lombardia Brescia, sez. I, 30.08.2007, n. 832)”.
Sulla nozione di pareti finestrate i giudici del TAR Milano, richiamando quanto statuito in precedenti sentenze sia dal giudice amministrativo che civile, hanno precisato come con tale definizione si devono intendere non soltanto le pareti munite di “vedute”, ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l’esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche un sola delle due pareti.
In attuazione di tali principi i giudici hanno dunque dichiarato l’illegittimità della concessione, disapplicando le regole poste dalle N.T.A., in quanto contrastanti con la previsione dell’articolo 9 del d.m. 1444/1968 (commento tratto da www.professioni-imprese24.ilsole24ore.com - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' illegittima la concessione edilizia per la costruzione di una autorimessa posta a 5,00 mt. dalla parete finestrata del fabbricato dei ricorrenti.
L'art. 15.2.7 delle N.T.A. del Comune, essendo in contrasto con la previsione dell’art. 9 D.M. 1444/1968, deve ritenersi sostituito ope legis dal precetto contenuto in questa norma di diretta applicazione secondo il principio di gerarchia delle fonti che si applica nel caso di contrasto apparente tra le norme.

La difesa dei ricorrenti ha prodotto la sentenza del Tribunale di Como che aveva deciso la controversia tra i ricorrenti medesimi e i controinteressati e nella quale, per quanto di interesse nel presente giudizio, era stata negata la diretta applicabilità nei rapporti tra privati dell’art. 9 D.M. 1444/1968 anche superando la normativa urbanistica comunale vigente.
L’interpretazione offerta dal Tribunale di Como è in linea con l’orientamento espresso dalla Suprema Corte in alcune sentenze pure richiamate dalla decisione del giudice lariano (Cass. 3771/2001, 5889/1997), che però ha sempre sostenuto come la norma contenuta nell’art. 9 D.M. 1444/1968 dovesse ritenersi cogente per l’amministrazione locale superando anche la previsione di norme urbanistiche locali difformi.
In merito all’unico motivo di ricorso non può che ribadirsi un recente orientamento espresso da questa stessa sezione nella sentenza 1282/2011 che in merito ha affermato: “L’art. 9 del D.M. 1444/1968 misura le distanze con riferimento alle pareti finestrate con riferimento a: 2) Nuovi edifici ricadenti zone diverse dalla zona A: è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti; Zone C): è altresì prescritta, tra pareti finestrate di edifici antistanti, la distanza minima pari all'altezza del fabbricato più alto.
La giurisprudenza ha costantemente affermato che il d.m. 02.04.1968 n. 1444 -emanato in virtù dell'art. 41-quinquies l. n. 1150 del 1942 introdotto a sua volta dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765 (c.d. L. Ponte)- ripete dal rango di fonte primaria della norma delegante la forza di legge, suscettibile di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze dalle costruzioni di cui all'art. 872 c.c.: la regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori (TAR Lombardia Brescia, sez. I, 30.08.2007, n. 832).
Con riferimento alla nozione di pareti finestrate la giurisprudenza afferma che "per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce)" (Corte d’Appello Catania, 22.11.2003) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti (TAR Toscana, Sez. III, 04.12.2001, n. 1734; TAR Piemonte, 10/10/2008 n. 2565).
”.
Orbene nel caso di specie non vi è dubbio che l’autorimessa di cui alla concessione impugnata sia posta a cinque metri dalla parete finestrata del fabbricato dei ricorrenti.
Ciò comporta l’illegittimità della concessione impugnata in quanto l’art. 15.2.7 delle N.T.A. del Comune, essendo in contrasto con la previsione dell’art. 9 D.M. 1444/1968, deve ritenersi sostituita ope legis dal precetto contenuto in questa norma di diretta applicazione secondo il principio di gerarchia delle fonti che si applica nel caso di contrasto apparente tra le norme (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 07.06.2011 n. 1419 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Lavatelli, Le distanze tra i fabbricati e dai confini in materia edilizia (nota 05.06.2010 - tratto da www.cameramministrativacomo.it).

EDILIZIA PRIVATADistanze - Violazione normativa - Tutela giurisdizionale - Ripartizione giurisdizione tra AGO e AGA - Fattispecie.
E' opinione comune nella giurisprudenza che i proprietari di fabbricati vicini possono chiedere il rispetto delle norme che prescrivono distanze tra le costruzioni innanzi al giudice ordinario, allorquando la controversia sia instaurata nei soli confronti di altri soggetti privati, vertendosi in tal caso su questioni di diritto soggettivo, ovvero innanzi al giudice amministrativo quando sia contestata la legittimità del titolo abilitativo rilasciato in violazione delle norme sulle distanza, vertendosi in tal caso in tema di interessi legittimi (tratto da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 19.05.2011 n. 1282 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici.
Il d.m. 02.04.1968 n. 1444 -emanato in virtù dell'art. 41-quinquies l. n. 1150 del 1942 introdotto a sua volta dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765 (c.d. L. Ponte)- ripete dal rango di fonte primaria della norma delegante la forza di legge, suscettibile di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze dalle costruzioni di cui all'art. 872 c.c.; la regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti prevista dalla suddetta norma vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori (TAR Lombardia Brescia, sez. I, 30.08.2007, n. 832).
Per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) (Corte d’Appello di Catania, 22.11.2003); ai fini dell’applicazione della norma è inoltre sufficiente che sia finestrata anche una sola delle due pareti (TAR Toscana, Sez. III, 04.12.2001, n. 1734 e TAR Piemonte, 10.10.2008 n. 2565)
(massima tratta da www.regione.piemonte.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 19.05.2011 n. 1282 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi non (soltanto) le pareti munite di "vedute" ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti.
L’art. 9 del D.M. 1444/1968 misura le distanze con riferimento alle pareti finestrate con riferimento a: 2) Nuovi edifici ricadenti zone diverse dalla zona A: è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti; Zone C): è altresì prescritta, tra pareti finestrate di edifici antistanti, la distanza minima pari all'altezza del fabbricato più alto.
La giurisprudenza ha costantemente affermato che il d.m. 02.04.1968 n. 1444 -emanato in virtù dell'art. 41-quinquies l. n. 1150 del 1942 introdotto a sua volta dall'art. 17 l. 06.08.1967 n. 765 (c.d. L. Ponte)- ripete dal rango di fonte primaria della norma delegante la forza di legge, suscettibile di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze dalle costruzioni di cui all'art. 872 c.c.: la regola della distanza di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori (TAR Lombardia Brescia, sez. I, 30.08.2007, n. 832).
Con riferimento alla nozione di pareti finestrate la giurisprudenza afferma che “per "pareti finestrate", ai sensi dell'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di "vedute", ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l'esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce)” (Corte d’Appello Catania, 22.11.2003) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti (TAR Toscana, Sez. III, 04.12.2001, n. 1734; TAR Piemonte, 10/10/2008 n. 2565).
Il secondo motivo è infondato in quanto la norma delle n.t.a. riprende l’art. 873 c.c. e non interferisce con l’applicazione delle disposizioni previste da norme speciali in materia di distanze. La distanza prevista dall’art. 873 c.c., infatti, non può essere inferiore a quella prevista dall'art. 9 del D.M. 02.04.1968, n. 1444 in quanto la norma è obbligatoria e vincolante per la potestà regolamentare comunale e prevale sulla norma locale con il sistema dell’inserzione automatica di clausole (Cass. civ., sez. II, 24.01.2006, n. 1282)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 19.05.2011 n. 1282 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nel caso di demolizione e ricostruzione innovativa, ossia quando l’area è assoggettata a una trasformazione tale da recidere il rapporto di continuità con la sagoma e i volumi preesistenti, sono applicabili le regole sulle distanze previste per le nuove costruzioni.
Nel caso di demolizione e ricostruzione innovativa che fronteggi un edificio con pareti finestrate viene in rilievo, accanto all’interesse urbanistico, anche l’interesse igienico-sanitario essendo necessario garantire l’aerazione degli spazi interni ed evitare la formazione di intercapedini malsane. Questo secondo interesse non è nella disponibilità dei privati e neppure delle amministrazioni locali, ed è protetto su tutto il territorio nazionale dalla disposizione sulla distanza minima assoluta di 10 metri di cui all’art. 9 del DM 1444/1968.
Il vincolo della distanza minima deve però essere applicato secondo il canone di proporzionalità, ossia nei limiti necessari a prevenire il degrado igienico-sanitario dei luoghi. Si può infatti ritenere che anche all’esterno dei piani attuativi la deroga alla distanza minima dalle pareti finestrate risulti in concreto ammissibile quando non vi siano pericoli di peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie nelle abitazioni servite dalle finestre.
Questa situazione può verificarsi in fattispecie particolari, ad esempio quando non vi sia esatta contrapposizione tra il nuovo muro e la parete finestrata preesistente oppure quando attorno a quest’ultima rimanga comunque spazio sufficiente per conservare inalterate l’aerazione e l’illuminazione

Nel caso di demolizione e ricostruzione innovativa, ossia quando l’area (come nella vicenda in esame) è assoggettata a una trasformazione tale da recidere il rapporto di continuità con la sagoma e i volumi preesistenti, sono applicabili le regole sulle distanze previste per le nuove costruzioni.
Se l’aspetto di un’area viene significativamente alterato, la demolizione e ricostruzione svincola i proprietari dai condizionamenti connessi ai vecchi edifici ma allo stesso tempo fa perdere il diritto di prevenzione fondato sugli stessi.
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Nel caso di demolizione e ricostruzione innovativa che fronteggi un edificio con pareti finestrate viene in rilievo, accanto all’interesse urbanistico, anche l’interesse igienico-sanitario essendo necessario garantire l’aerazione degli spazi interni ed evitare la formazione di intercapedini malsane.
Questo secondo interesse non è nella disponibilità dei privati e neppure delle amministrazioni locali, ed è protetto su tutto il territorio nazionale dalla disposizione sulla distanza minima assoluta di 10 metri di cui all’art. 9 del DM 1444/1968 (v. C.Cost. 16.06.2005 n. 232). È vero che proprio l’art. 9, comma 3, del DM 1444/1968 contiene l’originaria deroga poi ripresa anche dalla disciplina comunale in esame, ossia la facoltà di costruire a distanze inferiori nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o di lottizzazioni convenzionate con previsioni planivolumetriche.
Tale norma è però fondata sul presupposto che la realizzazione ex novo e così pure la sistemazione integrale di un insieme di edifici consentano di adottare soluzioni progettuali e accorgimenti tecnici in grado di evitare problemi igienico-sanitari anche con una distanza inferiore a 10 metri. Di conseguenza la deroga è logicamente riferibile soltanto all’ambito territoriale ricompreso nei suddetti piani e considerato nella progettazione unitaria;
In concreto il vincolo della distanza minima deve però essere applicato secondo il canone di proporzionalità, ossia nei limiti necessari a prevenire il degrado igienico-sanitario dei luoghi. Si può infatti ritenere che anche all’esterno dei piani attuativi la deroga alla distanza minima dalle pareti finestrate risulti in concreto ammissibile quando non vi siano pericoli di peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie nelle abitazioni servite dalle finestre.
Questa situazione può verificarsi in fattispecie particolari, ad esempio quando non vi sia esatta contrapposizione tra il nuovo muro e la parete finestrata preesistente oppure quando attorno a quest’ultima rimanga comunque spazio sufficiente per conservare inalterate l’aerazione e l’illuminazione (v. TAR Brescia Sez. I 27.08.2010 n. 3240; TAR Brescia Sez. I 03.07.2008 n. 788)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 17.05.2011 n. 730 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'art. 9 del d.m. 20.04.1968 n. 1444, il quale detta le citate disposizioni in tema di distanze tra le costruzioni, stante la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione di un piano regolatore e la prescritta distanza di 10 metri tra pareti finestrate di edifici antistanti va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario e della sicurezza, per cui esso disposto non è eludibile in funzione della natura giuridica dell'intercapedine stessa.
In tema di distanze legali nelle costruzioni, le prescrizioni contenute nei piani regolatori e nei regolamenti edilizi comunali, essendo dettate, contrariamente a quelle del codice civile, a tutela dell'interesse generale a un prefigurato modello urbanistico, non tollerano deroghe convenzionali da parte dei privati e tali deroghe, se concordate, sono invalide, né tale invalidità può venire meno per l'avvenuto rilascio di concessione edilizia, poiché il singolo atto non può consentire la violazione dei principi generali dettati, una volta per tutte, con gli indicati strumenti urbanistici.
Qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire “in aderenza” od “in appoggio”, la preclusione di dette facoltà non consente l'operatività del principio della prevenzione, mentre, nel caso in cui invece tali facoltà siano previste, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dagli art. 873 e ss. c.c., con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza (eventualmente esercitando le opzioni previste dagli art. 875 e 877, comma 2, c.c.), ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico.
La giurisprudenza (cfr. Cons. St., IV, 02.11.2010 n. 7731), da tempo ha chiarito che l'art. 9 del d.m. 20.04.1968 n. 1444, il quale detta le citate disposizioni in tema di distanze tra le costruzioni, stante la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione di un piano regolatore e la prescritta distanza di 10 metri tra pareti finestrate di edifici antistanti va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario e della sicurezza, per cui esso disposto non è eludibile in funzione della natura giuridica dell'intercapedine stessa.
Segue da ciò -a prescindere dalla rilevanza o incidenza connesse alle ventilate disposizioni del regolamento edilizio comunale e poiché la norma di cui all'art. 9, d.m. n. 1444 del 1968 è finalizzata a stabilire un'idonea intercapedine tra edifici nell'interesse pubblico, non a salvaguardare l'interesse privato del frontista alla riservatezza- che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di distanze e comunque non possano dispiegare alcun effetto distintivo la circostanza che si tratti di corpi di uno stesso edificio ovvero di edifici distinti oppure assumere ruolo interpretazioni intorno alle caratteristiche dello spazio interno, quantunque chiostrina o cortile o pozzo luce, specie in zona sismica nella quale occorre in ogni caso garantire l’intervallo di sicurezza.
Va richiamata consolidata giurisprudenza civile in ordine alla sopravvenienza di norme urbanistiche e relativamente all’applicabilità di un regime edificatorio in deroga convenzionale, secondo la quale:
- in tema di distanze legali nelle costruzioni, le prescrizioni contenute nei piani regolatori e nei regolamenti edilizi comunali, essendo dettate, contrariamente a quelle del codice civile, a tutela dell'interesse generale a un prefigurato modello urbanistico, non tollerano deroghe convenzionali da parte dei privati e tali deroghe, se concordate, sono invalide, né tale invalidità può venire meno per l'avvenuto rilascio di concessione edilizia, poiché il singolo atto non può consentire la violazione dei principi generali dettati, una volta per tutte, con gli indicati strumenti urbanistici (Cassazione civile , sez. II, 23.04.2010, n. 9751);
- qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire “in aderenza” od “in appoggio”, la preclusione di dette facoltà non consente l'operatività del principio della prevenzione, mentre, nel caso in cui invece tali facoltà siano previste, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dagli art. 873 e ss. c.c., con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza (eventualmente esercitando le opzioni previste dagli art. 875 e 877, comma 2, c.c.), ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico (Cassazione civile , sez. II, 09.04.2010, n. 8465)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 09.05.2011 n. 2749 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi fini del rispetto delle distanze, soltanto le strutture edilizie meramente accessorie o ornamentali possono essere escluse dall’obbligo del rispetto delle stesse, come chiarito dalla giurisprudenza, secondo la quale “in tema di distanze fra edifici, mentre rientrano nella categoria degli sporti, non computabili ai fini delle distanze, soltanto quegli elementi con funzione meramente ornamentale, di rifinitura od accessoria, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le canalizzazioni di gronda e simili, costituiscono corpi di fabbrica, computabili nelle distanze fra costruzioni, le sporgenze di particolari proporzioni, come i balconi, costituite da solette aggettanti anche se scoperte, di apprezzabile profondità ed ampiezza".
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Mentre non sono [ai fini delle distanze] computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano una funzione meramente ornamentale, di rifinitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, i cornicioni, le grondaie e simili, rientrano nel concetto civilistico di costruzione le parti dell’edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati che, seppure non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato; e che, agli effetti dell'art. 873 c.c., la nozione di costruzione, che è stabilita dalla legge statale, è unica, e non può essere derogata, sia pure al limitato fine del computo delle distanze, dalla normativa secondaria, giacché il rinvio contenuto nella seconda parte dell’art. 873 c.c., è limitato alla sola facoltà per i regolamenti locali di stabilire una distanza maggiore (tra edifici o dal confine) rispetto a quella codicistica.

Nel provvedimento impugnato si assume, erroneamente, che il progetto presentato dai ricorrenti sia destinato a creare un ampliamento in sopraelevazione, mentre appare evidente che con lo stesso si mira a creare una maggiore volumetria dell’immobile, non modificando in alcun modo l’altezza massima dell’edificio.
Difatti la presenza di un muro di altezza di 6,20 metri su un lato dell’edificio non può essere considerata come un’appendice di carattere puramente estetico, rappresentando al contrario una struttura di sicura rilevanza e impatto in termini urbanistici.
Del resto, ai fini del rispetto delle distanze, soltanto le strutture edilizie meramente accessorie o ornamentali possono essere escluse dall’obbligo del rispetto delle stesse, come chiarito dalla giurisprudenza, secondo la quale “in tema di distanze fra edifici, mentre rientrano nella categoria degli sporti, non computabili ai fini delle distanze, soltanto quegli elementi con funzione meramente ornamentale, di rifinitura od accessoria, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le canalizzazioni di gronda e simili, costituiscono corpi di fabbrica, computabili nelle distanze fra costruzioni, le sporgenze di particolari proporzioni, come i balconi, costituite da solette aggettanti anche se scoperte, di apprezzabile profondità ed ampiezza” (Cassazione civile, II, 22.07.2010, n. 17242).
Con il secondo motivo si assume che nessuna violazione delle distanze tra la costruzione e la strada sarebbe realizzata con la concessione richiesta, visto che nessuna modifica sarebbe effettuata con riferimento alla parete più vicina alla strada, oggetto di concessione in sanatoria nel 1995.
Anche questa doglianza è fondata.
In tal senso la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha costantemente affermato che “mentre non sono [ai fini delle distanze] computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano una funzione meramente ornamentale, di rifinitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, i cornicioni, le grondaie e simili, rientrano nel concetto civilistico di costruzione le parti dell’edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati che, seppure non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato; e che, agli effetti dell'art. 873 c.c., la nozione di costruzione, che è stabilita dalla legge statale, è unica, e non può essere derogata, sia pure al limitato fine del computo delle distanze, dalla normativa secondaria, giacché il rinvio contenuto nella seconda parte dell’art. 873 c.c., è limitato alla sola facoltà per i regolamenti locali di stabilire una distanza maggiore (tra edifici o dal confine) rispetto a quella codicistica” (Cassazione civile, II, 10.09.2009, n. 19554).
Essendo la parete di 6,20 m. già esistente, nessuna violazione di distanze si può configurare in relazione al richiesto intervento edilizio della cui legittimità si controverte (TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 04.05.2011 n. 1174 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: R. D'Isa, Le luci e vedute (link a www.iussit.eu).

EDILIZIA PRIVATA: R. D'Isa, LE DISTANZE TRA LE COSTRUZIONI ex artt. 873 e ss. c.c. (link a www.iussit.eu).

EDILIZIA PRIVATA: Distanze legali, prova del danno influenzata dall'urbe locale.
La S.C. ritorna sulla discussa questione delle condizioni di risarcibilità del danno in caso di opere illegittime che violano i limiti legali di vicinato. Mentre in tema di violazioni di norme prescrittive di distanze legali la giurisprudenza della S.C. ritiene configurabile un danno “in re ipsa”, per le altre violazioni è necessario provare in concreto il danno subito.
E’ stato, infatti, statuito, in materia di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso, quali i regolamenti edilizi comunali, al proprietario confinante che lamenti tale violazione compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell'illecito, sia quella risarcitoria, e, determinando la suddetta violazione un asservimento di fatto del fondo del vicino, il danno deve ritenersi "in re ipsa", senza necessità di una specifica attività probatoria.
In altri termini, ricorrendo tali violazioni, al proprietario confinante che deduca il superamento delle distanze legali spetta sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell'illecito, sia quella risarcitoria, ed il danno che egli subisce (danno conseguenza e non danno evento), essendo l'effetto, certo ed indiscutibile, dell'abusiva imposizione di una servitù nel proprio fondo e, quindi, della limitazione del relativo godimento, che si traduce in una diminuzione temporanea del valore della proprietà medesima, deve ritenersi "in re ipsa", senza necessità di una specifica attività probatoria.
Per contro, la realizzazione di opere in violazione di norme recepite dagli strumenti urbanistici locali, diverse da quelle in materia di distanze, non comportano immediato e contestuale danno per i vicini, il cui diritto al risarcimento presuppone l'accertamento di un nesso tra la violazione contestata e l'effettivo pregiudizio subito.
La prova di tale pregiudizio deve essere fornita dagli interessati in modo preciso, con riferimento alla sussistenza del danno ed all'entità dello stesso.
Con la segnalata sentenza è stato, altresì, precisato che, in tema di "servitus non aedificandi", il contenuto del diritto si concreta nel corrispondente dovere del proprietario del fondo servente di astenersi da qualsiasi attività edificatoria che abbia come risultato quello di comprimere o ridurre le condizioni di vantaggio derivanti al fondo dominante dalla costituzione di detta servitù, quale che sia, in concreto, l'entità di siffatta compressione o riduzione e indipendentemente dalla misura dell'interesse del titolare del diritto a far cessare impedimenti e turbative del medesimo; ne consegue che non è possibile subordinare la tutela giudiziale di una tale servitù, come, in genere, di ogni diritto reale, all'esistenza di un concreto pregiudizio derivante dagli atti lesivi, attesa l'assolutezza propria di tali situazioni giuridiche soggettive, tutelate da ogni forma di compressione o ingerenza da parte di terzi, col solo limite del divieto di atti emulativi e salva la rilevanza dell'entità del pregiudizio al solo fine della quantificazione dell'eventuale risarcimento.
Per opportuni riferimenti cfr. Cass. n. 7909 del 2001 e, da ultimo, Cass. n. 24387 del 2010 (commento tratto da www.ipsoa.it - Corte di Cassazione civile,  sentenza 31.03.2011 n. 7479).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 9, punto 2, d.m. n. 1444/1968 (implicante m. 10 lineari fra le pareti) risulta applicabile solo in aree diverse dalla zona A.
Deve precisarsi come il ricordato art. 9, punto 2, d.m. n. 1444/1968 (implicante m. 10 lineari fra le pareti) risulti applicabile solo in aree diverse dalla zona A e, quindi, in situazioni completamente differenziate da quella in questione (relativa al semplice ampliamento di un manufatto già edificato) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 24.03.2011 n. 1781 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 9 del D.M. n. 1444/1968 è norma assolutamente inderogabile, sicché le previsioni urbanistiche locali, con essa contrastanti, devono essere disapplicate dal giudice, tenuto ad applicare direttamente quelle di cui all’art. 9: e ciò perché la ratio di questa prescrizione non è tanto la tutela di interessi di carattere privatistico come la riservatezza, bensì la salvaguardia d’imprescindibili esigenze di natura pubblicistica quali la sicurezza e la salubrità dei luoghi.
L’ultimo motivo di ricorso lamenta la violazione dell’art. 9 del D.M. n. 1444/1968, nonché l’eccesso di potere per travisamento dei presupposti di fatto: l’intervento autorizzato comporterebbe, infatti, la violazione della disciplina delle distanze tra pareti finestrate rispetto ad un fabbricato, distante sette metri, preesistente e parzialmente prospiciente.
Orbene, il citato art. 9 dispone che per i “nuovi edifici”, ricadenti in zone diverse dalla A –come nel caso– “è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.
Si tratta, non v’è dubbio, di una norma assolutamente inderogabile, sicché le previsioni urbanistiche locali, con essa contrastanti, devono essere disapplicate dal giudice, tenuto ad applicare direttamente quelle di cui all’art. 9: e ciò perché la ratio di questa prescrizione non è tanto la tutela di interessi di carattere privatistico come la riservatezza, bensì la salvaguardia d’imprescindibili esigenze di natura pubblicistica quali la sicurezza e la salubrità dei luoghi (cfr., ex multis Cass. 07.01.2010, n. 56; id. 03.03.2008, n. 5741, C.d.S., IV, 12.03.2009, n. 1491).
Ciò posto, è tuttavia da ritenere che, nella fattispecie, non tale disposizione sia rilevante, ma vi si applichino soltanto le norme civilistiche sulle distanze, la cui osservanza non è qui in questione.
L’art. 9, infatti, trova applicazione ai “nuovi edifici”, mentre, nel caso in esame, si è ristrutturato un edificio preesistente, conservandone dimensioni e sagoma.
E se è bensì vero che la forometria è stata modificata, bisogna osservare che lo stesso edificio già prima dell’intervento presentava, sul lato fronteggiante la costruzione più vicina –posta in effetti a meno di 10 metri- una serie di aperture, alcune vere e proprie finestre, altre semplici luci: tali tuttavia, nel complesso, da poter escludere che la ristrutturazione operata abbia condotto, almeno sotto questo specifico profilo, ad un nuovo edificio (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 23.02.2011 n. 300 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444 è inteso a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.
Si tratta poi di disposizione tassativa ed inderogabile, la quale trova applicazione anche nel caso in cui solo una delle pareti antistanti risulti finestrata e non entrambe.

Per costante giurisprudenza (tra le ultime, TAR Liguria Genova, sez. I, 30.06.2009, n. 1621), l'art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444 è inteso a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.
Si tratta poi di disposizione tassativa ed inderogabile, la quale trova applicazione anche nel caso in cui solo una delle pareti antistanti risulti finestrata e non entrambe (Cass., sez. II, 26.10.2007, n. 22495) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 23.02.2011 n. 298 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATADistanze legali in caso di demolizione e ricostruzione. Se la ricostruzione non è fedele si tratta di nuova costruzione; cosa cambia ai fini delle distanze tra costruzioni.
Con l'importante sentenza 04.02.2011 n. 802, il Consiglio di Stato, Sez. IV, ha chiarito in quali casi un intervento di demolizione e ricostruzione va considerato come «nuova costruzione», e come questo debba essere trattato ai fini dell'applicazione delle norme sulle distanze legali, ed in particolare del principio della prevenzione.
Ciò che contraddistingue la ristrutturazione dalla nuova edificazione è la già avvenuta trasformazione del territorio, attraverso un’edificazione di cui si conservi la struttura fisica (sia pure con la sovrapposizione di un «insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente»), ovvero la cui stessa struttura fisica venga del tutto sostituita, ma, in quest'ultimo caso, con ricostruzione, se non «fedele» (termine espunto dall'attuale disciplina), comunque rispettosa della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente.
il principio della prevenzione, che ricorre quando il fondo è situato in un comune sprovvisto di strumenti urbanistici, non è applicabile quando l'obbligo di osservare un determinato distacco dal confine sia dettato da regolamenti comunali in tema di edilizia e di urbanistica, avuto riguardo al carattere indiscutibilmente cogente di tali fonti normative, da intendersi preordinate alla tutela, oltre che di privati diritti soggettivi, di interessi generali.
Proprio in quest’ottica la giurisprudenza sottolinea che solo nel caso in cui i regolamenti edilizi stabiliscano espressamente la necessità di rispettare determinate distanze dal confine, non può ritenersi consentita la costruzione in aderenza o in appoggio a meno che tale facoltà non sia consentita come alternativa all'obbligo di rispettare le suddette distanze.
Non verificandosi la situazione appena esaminata, il principio della prevenzione assume tutta la sua valenza, consentendo, in ossequio a quanto previsto dagli art. 873 e seguenti del Codice Civile, a chi edifica per primo sul fondo contiguo ad altro tre diverse facoltà:
• in primo luogo, quella di costruire sul confine;
• in secondo luogo, quella di costruire con distacco dal confine, osservando la distanza minima imposta dal codice civile ovvero quella maggiore distanza stabilita dai regolamenti edilizi locali;
• infine quella di costruire con distacco dal confine a distanza inferiore alla metà di quella prescritta per le costruzioni su fondi finitimi, facendo salvo in questa evenienza la facoltà per il vicino, il quale edifichi successivamente, di avanzare il proprio manufatto fino a quella preesistente, previa corresponsione della metà del valore del muro del vicino e del valore del suolo occupato per effetto dell'avanzamento della fabbrica.
Nel caso concreto esaminato dalla Corte con la pronuncia in commento, l'intervento edilizio assentito con il permesso di costruire impugnato, prevedendo la realizzazione di un intervento di demolizione e ricostruzione con sagoma e volumi diversi rispetto al fabbricato preesistente, è stato ritenuto inquadrabile tra le nuove costruzioni, e dunque è stato ritenuto applicabile, stante il rispetto degli altri requisiti di legge, il principio della prevenzione, che tra i due proprietari confinanti consente a quello che costruisce per primo le possibilità sopra elencate (commento tratto da www.legislazionetecnica.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl D.M. 02.04.1968 n. 1444 -là dove all'art. 9 prescrive in tutti i casi la distanza minima assoluta di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti- è norma che impone determinati limiti edilizi ai comuni nella formazione o revisione degli strumenti urbanistici, ma non è immediatamente operante anche nei rapporti tra privati.
L'art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444, là dove prescrive la distanza di 10 metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile in funzione della natura giuridica dell'intercapedine.
Come evidenziato dalla consolidata giurisprudenza, il D.M. 02.04.1968 n. 1444 -là dove all'art. 9 prescrive in tutti i casi la distanza minima assoluta di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti- è norma che impone determinati limiti edilizi ai comuni nella formazione o revisione degli strumenti urbanistici, ma non è immediatamente operante anche nei rapporti tra privati.
E da ciò deriva (cfr. ex multis Cass. Civ. Sez. II 01.11.2004 n. 21899) che l'adozione, da parte degli enti locali, di strumenti urbanistici contrastanti con la norma comporta l'obbligo, per il giudice di merito, non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, ma anche di applicare direttamente la disposizione del ricordato art. 9, divenuta, per inserzione automatica, parte integrante dello strumento urbanistico in sostituzione della norma illegittima disapplicata (cfr. Cons. St., sez. V, 02.11.2010 n. 7731; TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 16.10.2009, n. 1742).
Più in generale, va posto in rilievo che l'art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444, là dove prescrive la distanza di 10 metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile in funzione della natura giuridica dell'intercapedine (cfr. TAR Toscana, Sez. III, 04.12.2001 n. 1734, TAR Liguria Sez. I, 12.02.2004 n. 145).
Pertanto, le distanze tra costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della relativa disciplina (cfr. Cons. St., Sez. IV, 05.12.2005 n. 6909)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 01.02.2011 n. 185 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn tema di distanze fra costruzioni o di queste con i confini vige il regime della c.d. "doppia tutela", per cui il soggetto che assume di essere stato danneggiato dalla violazione delle norme in materia è titolare, da un lato, del diritto soggettivo al risarcimento del danno o alla riduzione in pristino nei confronti dell'autore dell'attività edilizia illecita (con competenza del G.O.) e, dall'altra, dell'interesse legittimo alla rimozione del provvedimento invalido dell'amministrazione, quando tale attività sia stata autorizzata, consentita, permessa (conosciuto dal G.A.).
La controversia derivante dalla impugnazione di un permesso di costruire da parte del vicino che lamenti la violazione delle distanze legali costituisce una disputa non già tra privati ma tra privato e pubblica amministrazione, nella quale la posizione del primo si atteggia a interesse legittimo, con conseguente spettanza della giurisdizione (anche e certamente) al giudice amministrativo.

Costituisce principio consolidato e pacifico che in tema di distanze fra costruzioni o di queste con i confini vige il regime della c.d. "doppia tutela", per cui il soggetto che assume di essere stato danneggiato dalla violazione delle norme in materia è titolare, da un lato, del diritto soggettivo al risarcimento del danno o alla riduzione in pristino nei confronti dell'autore dell'attività edilizia illecita (con competenza del G.O.) e, dall'altra, dell'interesse legittimo alla rimozione del provvedimento invalido dell'amministrazione, quando tale attività sia stata autorizzata, consentita, permessa (conosciuto dal G.A.).
Il privato, che si ritiene danneggiato da un'attività edilizia autorizzata, che ha violato le norme in tema di distanza fra costruzioni o di queste con i confini, ha diritto alla c.d. "doppia tutela" che si caratterizza per essere concorrente ma separata per le diverse posizioni giuridiche di diritto soggettivo e interesse.
Pertanto per tali controversie la giurisdizione spetta al giudice amministrativo, qualora si tratti di impugnazione del relativo provvedimento per l'annullamento di quest'ultimo, poiché in tal caso si fa valere una posizione di interesse legittimo, mentre spetta al giudice ordinario, qualora venga richiesto il risarcimento del danno, ovvero alla rimozione dell'opera (in tal caso infatti è implicita una richiesta di disapplicazione dell'atto medesimo) (in tal senso, tra tante, si veda Consiglio Stato, sez. V, 24.10.1996 , n. 1273).
La controversia derivante dalla impugnazione di un permesso di costruire da parte del vicino che lamenti la violazione delle distanze legali costituisce una disputa non già tra privati ma tra privato e pubblica amministrazione, nella quale la posizione del primo si atteggia a interesse legittimo, con conseguente spettanza della giurisdizione (anche e certamente) al giudice amministrativo (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.01.2011 n. 678 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: D.M. n. 1444/1968 - Prescrizioni su altezze e distanze - Natura - Tutela dell'interesse pubblico - Legittimazione a ricorrere - Qualsiasi soggetto in situazione di stabile collegamento con l'area interessata.
L'art. 8 del D.M. 1444/1968 in materia di altezze degli edifici è posto a tutela non dell'interesse privatistico dei confinanti, bensì dell'interesse pubblico affinché si realizzi un determinato assetto urbanistico: pertanto, tale interesse può essere fatto valere da tutti coloro che si trovino in una situazione di stabile collegamento con l'area interessata (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 17.01.2011 n. 88 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATALa normativa sui distacchi tra edifici riguarda espressamente le “pareti finestrate”, nel senso che “il balcone aggettante può essere compreso nel computo delle distanze solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò, posto che uno sporto non integra la specie dell’intercapedine dannosa che legittima l’applicazione della norma di ordine pubblico derivante dal D.M. 02.04.1968, n. 1444".
La normativa sui distacchi tra edifici, che ha, com’è noto, la funzione di evitare la produzione di intercapedini da dannose, riguarda espressamente le “pareti finestrate”, nel senso che “il balcone aggettante può essere compreso nel computo delle distanze solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò, posto che uno sporto non integra la specie dell’intercapedine dannosa che legittima l’applicazione della norma di ordine pubblico derivante dal D.M. 02.04.1968, n. 1444" (cfr., ex pluris, TAR Lombardia, Milano, n. 91/2010; TAR Abruzzo, Pescara, n. 579/2009 e TAR Liguria, n. 1736/2009) (TAR Abruzzo-L'Aquila, sentenza 22.12.2010 n. 865 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Distanza minima tra edifici - Art. 9 D.M. 1444/1968 - Sopraelevazioni e recupero sottotetti - Rispetto delle distanze - Necessità - Ratio.
2. Distanza minima tra edifici - Art. 9 D.M. 1444/1968 - Sopraelevazioni e recupero sottotetti - Rispetto delle distanze - In caso di demolizione e ricostruzione a medesima distanza - Inapplicabilità.

1. In tema di distanze fra edifici, ed in particolare la distanza minima di 10 metri fra pareti finestrate, ex art. 9 D.M. 1444/1968, le porzioni di edificio risultanti dal recupero ai fini abitativi dei sottotetti esistenti devono considerarsi, ai fini del rispetto dell'art. 9, quali nuove costruzioni, con la conseguenza che dovranno necessariamente essere collocate ad almeno 10 metri dalla parete dell'edificio antistante: ciò, in quanto l'art. 9 è norma di ordine pubblico, insuscettibile di deroga negli strumenti urbanistici e nei regolamenti locali, volta ad impedire la realizzazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico, cosicché deve essere rispettata anche in caso di sopraelevazioni o di recupero di sottotetti (cfr. TAR Milano, sent n. 3262/2010, n. 1991/2007; Cons. di Stato, sent. n. 7731/2010).
2. L'art. 9 D.M. 1444/1968 è applicabile ai nuovi edifici e tale non può essere considerato lo stabile demolito e poi ricostruito alla stessa distanza del precedente (cfr. TAR Milano, sent. n. 1220/2010) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.12.2010 n. 7511 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Distanze legali tra fabbricati - In caso di ristrutturazione con ampliamento di edifici all'esterno della sagoma esistente - Applicabilità normativa sulle distanze legali - Inderogabilità.
2. Distanze legali tra fabbricati - In caso di modifica del tetto incidente sulla sagoma esterna dell'edificio con aumento di volumetria dei piani sottostanti - Applicabilità normativa sulle distanze legali - Necessità.

1. Sono soggetti alla disciplina delle distanze tutti gli interventi edilizi, ancorché definiti come "ristrutturazione" (recupero del sottotetto) che comportino l'ampliamento di edifici all'esterno della sagoma esistente (cfr. TAR Milano, n. 1991/2007).
In particolare, l'art. 9, D.M. 02.04.1968 n. 1444, mirando ad evitare la creazione di intercapedini in grado di impedire la libera circolazione dell'aria, come tali produttive di insalubrità oltreché riduttive di luminosità e dunque non autorizzabili per motivi igienico-sanitari, risponde ad esigenze pubblicistiche che sovrastano gli interessi dei singoli, per soddisfare interessi generali, e non è pertanto suscettibile di deroghe pattizie (cfr. Cons. di Stato, sent. n. 1565/1999; TAR Catania, sent. n. 2373/1994).
2. Ogni modifica del tetto incidente sulla sagoma esterna dell'edificio che produca aumento della volumetria dei piani sottostanti è soggetta all'osservanza delle distanze legali (cfr. Cass. Civ., sent. n. 20786/2006) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.12.2010 n. 7505 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sono soggetti alla disciplina delle distanze tutti gli interventi edilizi, ancorché definiti come “ristrutturazione”, che comportino l’ampliamento di edifici “all’esterno della sagoma esistente”.
L’art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, pur riferendosi (comma 1, n. 2) alla realizzazione di “nuovi edifici”, è applicabile anche agli interventi di sopraelevazione e, dunque, anche alle ristrutturazioni che comportino un incremento non trascurabile dell’altezza del fabbricato.

Come statuito dal Tribunale in casi analoghi (cfr. TAR Milano 2^, 29.05.2007 n. 1991, richiamata in sede cautelare) sono soggetti alla disciplina delle distanze tutti gli interventi edilizi, ancorché definiti come “ristrutturazione”, che comportino l’ampliamento di edifici “all’esterno della sagoma esistente” [cfr. le “definizioni” di cui all’art. 27, primo comma, lettera e), n. 1), legge regionale n. 12/2005, che testualmente annovera tale fattispecie tra gli “interventi di nuova costruzione”].
L’art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, pur riferendosi (comma 1, n. 2) alla realizzazione di “nuovi edifici”, è applicabile anche agli interventi di sopraelevazione (Cass. 2^ 27.03.2001 n. 4413; Cons. Stato V, 19.10.1999 n. 1565), e dunque anche alle ristrutturazioni che -volte, come quella de qua, al recupero del sottotetto- comportino un incremento non trascurabile dell’altezza del fabbricato.
La normativa in questione, mirando ad evitare la creazione di intercapedini in grado di impedire la libera circolazione dell’aria, come tali produttive di insalubrità oltreché riduttive di luminosità e dunque non autorizzabili per motivi igienico-sanitari (Cons. Stato V, 19.10.1999 n. 1565; TAR Catania, 27.10.1994 n. 2373), risponde ad esigenze pubblicistiche che sovrastano gli interessi dei singoli, per soddisfare interessi generali, e non è pertanto suscettibile di deroghe pattizie.
Si tratta di una disciplina di carattere tassativo e inderogabile, non eludibile da parte dello strumento urbanistico comunale, e direttamente applicabile, per inserzione automatica, quale parte integrante del piano regolatore, in sostituzione di eventuali norme locali difformi, che devono essere disapplicate e, in caso di impugnazione, annullate (cfr. Cons. Stato IV, 18.06.2009 n. 4015).
A sostegno dell’opposta tesi non può essere invocato l’art. 64, secondo comma, della legge regionale 11.03.2005 n. 12 (legge per il governo del territorio), secondo cui il recupero a fini abitativi dei sottotetti esistenti “.... è ammesso anche in deroga ai limiti e alle prescrizioni degli strumenti di pianificazione comunale …”, dovendo la norma interpretarsi nel senso che la derogabilità non opera nei casi in cui lo strumento urbanistico riproduce disposizioni normative di rango superiore, a carattere inderogabile, qual è appunto il decreto ministeriale nella parte in cui disciplina le distanze tra fabbricati, trattandosi di materia inerente all’ordinamento civile e rientrante, come tale, nella competenza legislativa esclusiva dello Stato (cfr. Corte cost. 16.06.2005 n. 232).
Non a caso, l’art. 103 della legge regionale n. 12/2005, pur disponendo la disapplicazione del decreto ministeriale 02.04.1968, n. 1444, fa salvo, per gli interventi di nuova costruzione, il rispetto della distanza minima tra fabbricati pari a dieci metri, derogabile solo all’interno di piani attuativi (cfr. comma 1-bis, aggiunto dall'art. 1, comma 1, lett. xxx), l.r. 14.03.2008 n. 4) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.12.2010 n. 7505 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALe distanze tra pareti di edifici ex art. 9 D.M. 1444/1968 valgono anche per le luci, non solo per le finestre.
La norma delle N.T.A. del P.R.G., nella parte in cui prescrive che “non s’intenderanno come pareti finestrate quelle in cui siano praticate esclusivamente luci (art. 901 c.c.)”, è illegittima per violazione del citato art. 9, comma 1, del D.M 02.04.1968 n. 1444, il quale non consente di escludere dal concetto di “pareti finestrate” le ipotesi in cui nella parere siano presenti esclusivamente “luci”.

Considerato, in punto di diritto:
- che l’art. 9, comma 1, n. 2, del D.M. 02.04.1968 n. 1444 prescrive, per i “nuovi edifici” ricadenti in zone diverse dalla zona A), il rispetto di una distanza minima assoluta di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti;
- che la norma in esame, in quanto finalizzata alla salvaguardia dell'interesse pubblico-sanitario a mantenere una determinata intercapedine tra gli edifici che si fronteggiano quando uno dei due abbia una parete finestrata, ha carattere tassativo ed inderogabile, non eludibile da parte dello strumento urbanistico comunale, il quale può solo prescrivere distanze maggiori, ma non limitarne l’applicazione (Cons. Stato, sez. IV; 05.12.2005, n. 6909; Cons. Stato, sez. IV, 12.07.2002, n. 3929; Cass. Civ., sez. II, 10.01.2006, n. 145; TAR Piemonte, sez. I, 17.01.2007, n. 22);
- che la suddetta prescrizione, data la finalità igienico-sanitaria che intende perseguire, vale anche per la distanza da edificio adibito ad autorimessa, come nel caso di specie;
- che il concetto di “parete finestrata” va interpretato in conformità a quanto previsto dall’art. 900 c.c., secondo cui il concetto di “finestra” include, oltre alle vedute, anche le luci (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV, 18.06.2009, n. 4015; TAR Campania Napoli, sez. II, 02.12.2009, n. 8326; TAR Puglia Lecce, sez. III, 07.07.2008, n. 2058; TAR Piemonte, sez. I, 17.01.2007, n. 22),
alla luce di quanto esposto:
- la norma di cui all’art. 15 delle N.T.A. del P.R.G.C del Comune di Almese, nella parte in cui prescrive che “non s’intenderanno come pareti finestrate quelle in cui siano praticate esclusivamente luci (art. 901 c.c.)”, è illegittima per violazione del citato art. 9, comma 1, del D.M 02.04.1968 n. 1444, il quale, correttamente interpretato nei termini sopra esposti, non consente di escludere dal concetto di “pareti finestrate” le ipotesi in cui nella parere siano presenti esclusivamente “luci”;
- il permesso di costruire impugnato nel presente giudizio è parimenti illegittimo avendo consentito l’edificazione di una nuova costruzione (non qualificabile come intervento edilizio “minore”) a distanza inferiore a quella inderogabile di 10 metri dalla “parere finestrata” dell’antistante edificio di proprietà dei ricorrenti (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 02.12.2010 n. 4374 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di Costruire - Distanze tra i fabbricati - Art. 878 c.c. - Caratteristiche della costruzione - Sopravvenuta carenza di interesse.
Considerato l'art. 878 c.c. secondo cui il muro di cinta con altezza inferiore ai tre metri non è considerato per il computo delle distanze di cui all'art. 873 c.c., e le caratteristiche del manufatto (modificate con D.I.A.) si deve escludere la rilevanza, ai fini delle distanze, di una costruzione (muro di cinta, appunto) avente le caratteristiche di cui alla citata norma del codice civile, risultando conseguente improcedibile il gravame per sopravvenuta carenza di interesse (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 09.11.2010 n. 7236 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, che detta disposizioni in tema di distanze tra le costruzioni, stante la natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione.
La distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall'art. 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444, va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela.
Ai fini del computo delle distanze assumono rilievo tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti e di aggetti di modeste dimensioni con funzione meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabile rispetto all’interesse tutelato dalla norma riguardata nel suo triplice aspetto della sicurezza, della salubrità e dell’igiene.
Gli sporti, cioè le sporgenze da non computare ai fini delle distanze perché non attinenti alle caratteristiche del corpo di fabbrica che racchiude il volume che si vuol distanziare, sono i manufatti come le mensole, le lesene, i risalti verticali delle parti con funzione decorativa, gli elementi in oggetto di ridotte dimensioni, le canalizzazioni di gronde e i loro sostegni, non invece le sporgenze, anche dei generi ora indicati, ma di particolari dimensioni, che siano quindi destinate anche ad estendere ed ampliare per l'intero fronte dell'edificio la parte utilizzabile per l'uso abitativo.

L'art. 9 del d.m. 02.04.1968 n. 1444, che detta disposizioni in tema di distanze tra le costruzioni, stante la natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione (Consiglio Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909).
Le distanze legali previste dagli standards urbanistici sono immediatamente applicabili ai rapporti privati, ove gli strumenti urbanistici prevedono distanze minori.
L'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444, laddove prescrive la distanza di 10 metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile.
Pertanto, le distanze tra le costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi (Consiglio Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909).
In materia di distanze legali, l’art. 136 d.P.R. n. 380 del 2001 ha mantenuto in vigore l’art. 47-quinquies, commi 6, 8, 9, della legge nazionale n. 1150 del 1942, per cui in forza dell’art. 9 del d.m. n. 1444 del 1968 la distanza minima inderogabile di 10 metri tra le pareti finestrate e di edifici antistanti è quella che tutti i Comuni sono tenuti ad osservare, ed il giudice è tenuto ad applicare tale disposizione anche in presenza di norme contrastanti incluse negli strumenti urbanistici locali, dovendosi essa ritenere automaticamente inserita nel prg al posto della norma illegittima (Cassazione civile, Sez. II, 29.05.2006, n. 12741).
Inoltre, se la deroga è consentita solo per piani particolareggiati e le lottizzazioni convenzionate, in tale previsione non può ricomprendersi il permesso di costruire.
La distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall'art. 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444, va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela (così, Consiglio Stato, Sez. IV, 05.12.2005, n. 6909).
Ai fini del computo delle distanze assumono rilievo tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti e di aggetti di modeste dimensioni con funzione meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabile rispetto all’interesse tutelato dalla norma riguardata nel suo triplice aspetto della sicurezza, della salubrità e dell’igiene (Consiglio di Stato, Sez. V, 19.03.1996, n.268).
Gli sporti, cioè le sporgenze da non computare ai fini delle distanze perché non attinenti alle caratteristiche del corpo di fabbrica che racchiude il volume che si vuol distanziare, sono i manufatti come le mensole, le lesene, i risalti verticali delle parti con funzione decorativa, gli elementi in oggetto di ridotte dimensioni, le canalizzazioni di gronde e i loro sostegni, non invece le sporgenze, anche dei generi ora indicati, ma di particolari dimensioni, che siano quindi destinate anche ad estendere ed ampliare per l'intero fronte dell'edificio la parte utilizzabile per l'uso abitativo (Consiglio Stato , Sez. IV, 05.12.2005, n. 6909)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 02.11.2010 n. 7731 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ricostruzione con varianti rispetto all’edificio preesistente - Rispetto delle distanze legali dagli edifici limitrofi - DM 1444/1968 - Necessità.
La ricostruzione che contempla varianti rispetto all’edificio preesistente deve sempre essere rispettosa delle distanze legali dagli edifici limitrofi prescritte dal D.M. 1444/1968 e dalle NN.TT.AA. (cfr. nello stesso senso Tar Genova, 3566/2009; Cass. civ., II, 22689/2009), venendo in rilievo prescrizioni rivolte a tutela di imprescindibili interessi pubblici quali quelli della salubrità, dell’igiene, della viabilità, che non possono naturalmente essere compressi in via convenzionale o in forza di una (illegittima, ancorché diffusa) prassi amministrativa (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 12.10.2010 n. 4099 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Cassazione: nelle distanze tra costruzioni regole più restrittive non sono retroattive.
Con la sentenza 22.09.2010 n. 20038 la Corte di Cassazione, Sez.  è intervenuta sul tema delle distanze tra costruzioni quando intervengano regole più restrittive durante il corso dell'edificazione.
La Corte di Cassazione ha affermato che nelle distanze tra le costruzioni, eventuali sopravvenute disposizioni più restrittive devono essere applicate per tutte le nuove costruzioni che siano ancora da realizzare anche se il titolo abilitativo è stato rilasciato precedentemente all'entrata in vigore delle nuove disposizioni, mentre non hanno efficacia quando si tratta di manufatti che possono considerarsi già completati nelle strutture essenziali (link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Sopraelevazione - Distacco tra costruzioni - Pareti finestrate - art. 9 D.M. 02.04.1968 n. 1444 - Norma inderogabile.
2. Sopraelevazione - Distacco tra costruzioni - Deroga - presupposti.

1. Qualora la sopraelevazione si collochi di fronte a pareti finestrate la distanza minima di 10 metri prevista (al di fuori della zona A) dall'art. 9, comma 1, n. 2, del DM 1444/1968 costituisce un ostacolo insuperabile.
Tale norma per la sua genesi (è stata adottata ex art. 41-quinquies, comma 8, della legge 17.08.1942 n. 1150, come introdotto dall'art. 17 della 06.08.1967 n. 765) e per la sua funzione igienico-sanitaria (evitare intercapedini malsane) costituisce un principio inderogabile della materia che prevale sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze (v. C.Cost. 16.06.2005 n. 232), sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia infine sull'autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che per la loro natura igienico-sanitaria non sono nella disponibilità delle parti.
2. Non è possibile per la legge regionale (e nemmeno per gli strumenti urbanistici comunali) intervenire nei rapporti tra i privati autorizzando in via generale la sopraelevazione in deroga alla distanza minima dalle pareti finestrate disposta disposta dall'art. 9, comma 1, n. 2, del DM 1444/1968: la deroga può essere inserita unicamente in una previsione normativa dedicata a una situazione urbanistica particolare in una precisa zona del territorio in modo da garantire che gli interessi pubblici coinvolti (e specificamente quelli di natura igienico-sanitaria) siano stati in concreto valutati e tutelati mediante soluzioni planivolumetriche adeguate (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 27.08.2010 n. 3240 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sul recupero del sottotetto in Lombardia con innalzamento di quota in merito: alla distanza minima dai confini di proprietà, al rispetto della distanza di mt. 10,00 tra pareti finestrate di cui anche abusiva, alla nozione di sottotetto utile da recuperare in deroga ex L.R. 12/2005.
Occorre precisare in primo luogo che la qualificazione del recupero del sottotetto come ristrutturazione non è idonea da sola a rendere automaticamente possibile la sopraelevazione dell’edificio.
La ristrutturazione è una categoria di interventi edilizi che si può ripartire in due sottogruppi: da un lato la ristrutturazione pesante di cui all’art. 10, comma 1, lett. c), del DPR 380/2001 (ossia quella che conduce a un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e comporta aumento di unità immobiliari o modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti, delle superfici) e dall’altro la ristrutturazione leggera (definita per residualità).
La ristrutturazione pesante equivale nella sostanza a una nuova costruzione che si aggiunge a una costruzione esistente. In questo quadro la scelta del legislatore regionale di definire il recupero del sottotetto come ristrutturazione non ha contenuto innovativo ma si limita a utilizzare il concetto di ristrutturazione pesante già presente nella normativa statale.
Il problema diventa allora fino a che punto la ristrutturazione pesante abbia regole diverse dalla nuova edificazione su area libera. In negativo, ovvero sotto il profilo sanzionatorio, non vi è nessuna differenza, in quanto l’art. 33, comma 6-bis, e l’art. 34, comma 2-bis, del DPR 380/2001 prevedono anche in questo caso l’applicazione di misure ripristinatorie o in subordine pecuniarie come negli abusi edilizi maggiori. In positivo, ovvero per quanto riguarda i diritti edificatori, dipende dal grado di resistenza delle norme che devono essere derogate.
Relativamente alla distanza dai confini si può ritenere che il recupero del sottotetto comportante sopraelevazione possa avvenire in deroga alle previsioni stabilite negli strumenti urbanistici comunali.
In via generale la giurisprudenza (v. Cass. civ. Sez. II 11.06.2008 n. 15527; Cass. civ. Sez. II 12.01.2005 n. 400; Cass. civ. Sez. II 27.05.2003 n. 8420; Cass. civ. Sez. II 08.01.2001 n. 200) si attiene alla seguente regola:
(a) la sopraelevazione, comportando nuovo volume, richiede sempre il rispetto della distanza dai confini indipendentemente dal fatto che in origine vi sia stata prevenzione nei confronti del proprietario confinante;
(b) tuttavia la normativa comunale può stabilire se e a quali condizioni sia ammessa la costruzione senza arretramento.
Nel caso del sottotetto è direttamente il legislatore regionale che pone la disciplina, sovrapponendosi alle scelte dei singoli comuni, con un chiaro favore per la realizzabilità di questo tipo di interventi.
L’art. 64, comma 1, della LR 12/2005 consente modificazioni delle altezze di colmo e di gronda e delle linee di pendenza delle falde (con il solo limite dell’altezza massima di zona) senza alcun riferimento all’arretramento dei muri esterni in relazione alla distanza dai confini.
L’art. 64, comma 2, della LR 12/2005 precisa ulteriormente che il recupero del sottotetto è ammesso anche in deroga ai limiti e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali, ad eccezione del reperimento di spazi per parcheggi pertinenziali.
La finalità che emerge da queste norme è di far prevalere su ogni diversa valutazione comunale l’interesse all’insediamento di nuova volumetria residenziale in continuità con le costruzioni sottostanti. Vi è quindi incompatibilità logica con il vincolo della distanza minima dai confini, che potrebbe compromettere l’utilità del recupero del sottotetto e alterare in modo disarmonico la sagoma degli edifici.
Poiché il legislatore regionale si è sostituito ai comuni in una materia nella disponibilità dei comuni stessi non vi sono altre ragioni che si oppongano alla possibilità di sopraelevare lungo il perimetro dell’edificio esistente.
La situazione cambia però radicalmente quando la sopraelevazione si collochi di fronte a pareti finestrate. In questo caso la distanza minima di 10 metri prevista (al di fuori della zona A) dall’art. 9, comma 1, n. 2, del DM 1444/1968 costituisce un ostacolo insuperabile.
La giurisprudenza ha chiarito che questa norma per la sua genesi (è stata adottata ex art. 41-quinquies, comma 8, della legge 17.08.1942 n. 1150, come introdotto dall’art. 17 della 06.08.1967 n. 765) e per la sua funzione igienico-sanitaria (evitare intercapedini malsane) costituisce un principio inderogabile della materia.
In particolare si tratta di una norma che prevale sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze (v. C.Cost. 16.06.2005 n. 232), sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata (v. Cass. civ. Sez. II 31.10.2006 n. 23495), sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che per la loro natura igienico-sanitaria non sono nella disponibilità delle parti (v. CS Sez. IV 12.06.2007 n. 3094).
Si può aggiungere che un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 64 della LR 12/2005 impedisce di leggervi una deroga estesa anche all’art. 9 del DM 1444/1968.
La Corte Costituzionale nella sentenza n. 232/2005 afferma al punto 4 che le normative locali (regionali o comunali) possono prevedere distanze inferiori alla misura minima, però fissa precisi limiti (“le deroghe, per essere legittime, devono attenere agli assetti urbanistici e quindi al governo del territorio e non ai rapporti tra vicini isolatamente considerati in funzione degli interessi privati dei proprietari dei fondi finitimi”).
Se ne deduce che l’introduzione di deroghe è consentita solo nell’ambito della pianificazione urbanistica, come nell’ipotesi espressamente prevista dall’art. 9 comma 3 del DM 1444/1968, che riguarda edifici tra loro omogenei perché inseriti in un piano particolareggiato o in un piano di lottizzazione (per una fattispecie relativa al centro storico v. TAR Brescia Sez. I 29.09.2009 n. 1712).
Di conseguenza non è possibile per la legge regionale (e nemmeno per gli strumenti urbanistici comunali) intervenire nei rapporti tra i privati autorizzando in via generale la sopraelevazione in deroga alla distanza minima dalle pareti finestrate: la deroga può essere inserita unicamente in una previsione normativa dedicata a una situazione urbanistica particolare in una precisa zona del territorio.
In questo modo si ottiene una ragionevole garanzia circa il fatto che gli interessi pubblici coinvolti (e specificamente quelli di natura igienico-sanitaria) siano stati in concreto valutati e tutelati mediante soluzioni planivolumetriche adeguate.
Estendendo questa linea argomentativa si può sostenere che la deroga alla distanza minima dalle pareti finestrate diventa ammissibile quando non vi siano in concreto pericoli di peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie all’interno delle abitazioni servite dalle finestre.
Questa situazione può verificarsi in fattispecie particolari, ad esempio quando il muro da sopraelevare non si trovi esattamente in corrispondenza della parete finestrata (v. TAR Brescia Sez. I 03.07.2008 n. 788).
Nel caso in esame i ricorrenti con le due DIA in variante (v. sopra ai punti 4 e 7) hanno cercato di limitare la sopraelevazione nella porzione del muro di confine che fronteggia il cavedio con la parete finestrata, tuttavia non è stato dimostrato che attraverso queste modifiche il progetto lasci del tutto immutata la condizione dei locali che ricevono luce e aria dalle finestre. In realtà per raggiungere questo obiettivo sarebbe necessario garantire alle finestre una fascia di rispetto (intesa come volume vuoto) di ampiezza tale da rendere neutre le sopraelevazioni ai lati.
Si osserva che il vincolo della distanza minima dalle pareti finestrate è efficace anche quando la presenza delle finestre sia abusiva. L’interesse pubblico di natura igienico-sanitaria che vieta la formazione di intercapedini malsane vale infatti in qualunque situazione, indipendentemente dalla regolarità della costruzione, in quanto non si colloca soltanto sul piano urbanistico ma coinvolge anche la tutela della salute.
È quindi necessario ottenere prima la rimozione dell’abuso: l’eliminazione delle finestre abusive determina di conseguenza anche la fuoriuscita dalla fattispecie di cui all’art. 9 del DM 1444/1968. Nel caso in esame i ricorrenti sostengono che il cavedio, in corrispondenza del primo piano, sarebbe stato realizzato abusivamente in luogo di un ripostiglio senza finestre. Peraltro la licenza edilizia relativa a questi lavori è del 1965 e quindi l’altezza del cavedio e la presenza delle relative finestre sono ormai elementi consolidati anche sotto il profilo giuridico.
L’art. 63, comma 1-bis, della LR 12/2005 definisce il sottotetto come il volume sovrastante l'ultimo piano degli edifici dei quali sia stato eseguito il rustico e completata la copertura.
La norma non richiede che lo spazio sia praticabile e non indica la volumetria o l’altezza minima che distinguono il sottotetto dalle semplici intercapedini. In considerazione del favore legislativo per gli interventi di recupero è preferibile aderire a un’interpretazione estensiva della nozione di sottotetto, qualificando come tale qualsiasi volume non del tutto irrilevante che sia compreso tra il solaio e le falde del tetto e abbia la funzione di tenere separati questi elementi architettonici. La soglia di rilevanza può variare a seconda della morfologia dell’edificio.
Nel caso in esame l’altezza di 0,91 metri (media tra il valore minimo di 0,60 metri e quello massimo di 1,22 metri) si può considerare idonea a definire un vero e proprio locale con autonome seppure limitate funzionalità (ad esempio soffitta o ripostiglio).
Non è quindi corretto parlare di mera intercapedine, concetto da riservare agli spazi marginali.
In via generale è compito del responsabile del procedimento assicurare la completezza della documentazione ai sensi dell’art. 38, comma 5, della LR 12/2005 prima del rilascio del permesso di costruire.
L’omissione di questi controlli non garantisce al privato l’esenzione dall’onere di produzione ma impone all’amministrazione di fissare un termine per la regolarizzazione della pratica edilizia prima della conclusione dei lavori.
Solo nel caso in cui il supplemento istruttorio finalizzato alla regolarizzazione non abbia dato alcun esito l’amministrazione è legittimata a considerare inesistente la certificazione dell’invalidità e ad annullare in autotutela il permesso di costruire nella parte in cui prevede la deroga alla distanza minima dai confini (oppure integralmente se la deroga alla distanza non è scindibile dal resto del progetto)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 27.08.2010 n. 3240 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanze tra costruzioni - Art. 9 D.M. 1444/1968 - Natura - E' norma di ordine pubblico - Applicabilità in caso di unica parete finestrata - Sussiste.
In materia di distanze tra edifici, l'art. 9 D.M. 1444/1968 -applicabile in Regione Lombardia in virtù del richiamo contenuto nell'art. 103, comma 1-bis, L.R. 12/2005- è norma di ordine pubblico, destinata a soddisfare interessi generali di carattere igienico-sanitario, mirando ad evitare la creazione di intercapedini in grado di impedire la libera circolazione dell'aria ed è applicabile anche nel caso in cui una sola parete sia finestrata (cfr. Cassaz. Civ., sent. n. 22495/2007; Cons. di Stato, sent. n. 1565/1999; TAR Catania, sent. n. 2373/1994; TAR Milano, sent. n. 1991/2007) (nel caso di specie il TAR ha quindi ritenuto legittimo l'annullamento da parte di un Comune di un permesso di costruire che prevedeva una distanza tra pareti finestrate inferiore a dieci metri) (massima tratta da www.solom.it -  TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2010 n. 3262 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanza tra costruzioni - Art. 9 D.M. 1444/1968 - Pareti finestrate di edifici antistanti - Distanza di 10 metri - Finalità della norma - Interesse del frontista alla riservatezza - Esclusione - Profilo igienico sanitario - Carattere cogente - Corpi di un medesimo edificio - Irrilevanza.
L'art. 9 del D.M. n. 1444/1968, laddove prescrive la distanza di 10 metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile in funzione della natura giuridica dell'intercapedine.
Pertanto, le distanze tra costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi.
Invero, essendo la norma finalizzata a stabilire un'idonea intercapedine tra edifici nell'interesse pubblico, e non a salvaguardare l'interesse privato del frontista alla riservatezza (cfr. Cass. Civ., Sez. II, 26.01.2001 n. 1108), non può dispiegare alcun effetto distintivo la circostanza che si tratti di corpi di uno stesso edificio ovvero di edifici distinti (cfr. ex multis Cons. St., Sez. IV, 05.12.2005 n. 6909) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 08.07.2010 n. 2461 - link a www
.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATANegli edifici ricadenti in zona territoriale diversa dalla A è prescritta, in tutti i casi, la distanza minima assoluta di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti.
Negli edifici ricadenti in zona territoriale diversa dalla A è prescritta, in tutti i casi, la distanza minima assoluta di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Ciò, a tenore della normativa di cui all’art. 41-quinquies della legge 17.08.1942 n. 1150, nonché all’art. 9, comma primo, n. 2), del d.m. 02.04.1968 n. 1444.
Quest’ultima norma regolamentare trae dalla predetta norma di legge la capacità di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni (cfr.: Cons. Stato IV, 12.03.2009 n. 1491).
E’ plausibile ritenere che tale orientamento ermeneutico della giurisprudenza sopravviva persino alla riforma del testo unico dell’edilizia (cfr.: TAR Molise 08.07.2009 n. 599) (TAR Molise, sentenza 08.07.2010 n. 267 - link a ww
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EDILIZIA PRIVATA: Le norme degli strumenti urbanistici locali sulle distanze tra fabbricati sono inderogabili.
Secondo consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità le norme degli strumenti urbanistici locali, che impongono di mantenere le distanze fra fabbricati o di questi dai confini –a differenza dalle norme sulle distanze di cui all’art. 873 c.c., dettate a tutela di reciproci diritti soggettivi dei singoli e miranti unicamente ad evitare la creazione di intercapedini antigieniche e pericolose, come tali suscettibili di deroga mediante convenzione tra privati–, non sono derogabili, perché dirette, più che alla tutela di interessi privati, a quella di interessi generali e pubblici in materia urbanistica (v. in tal senso, ex plurimis, Cass. Civ., Sez. II, 31.05.2006, n. 12966) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.06.2010 n. 4181 - link a ww
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EDILIZIA PRIVATALe logge (alla pari dei balconi coperti e tamponati) costituiscono perimetro del fabbricato e quindi valgono ai fini del computo delle distanze previste per le pareti esterne.
Vale la regola per cui le logge (alla pari dei balconi coperti e tamponati) costituiscono perimetro del fabbricato e quindi valgono ai fini del computo delle distanze previste per le pareti esterne, ai sensi dell’articolo 65 del regolamento edilizio comunale.
Oltre alla previsione del regolamento edilizio comunale, si può richiamare anche l’articolo 873 codice civile, in materia di distanze tra costruzioni, quale principio generale della materia.
Ai sensi di tale articolo “le costruzioni sui fondi finitimi, se non sono unite e aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri. Nei regolamenti locali può essere stabilita una distanza maggiore.”
La giurisprudenza ritiene al proposito che il concetto di costruzione, proprio per l’interesse tutelato dalla norma, comprenda tutte le opere infisse stabilmente al suolo, anche se in legno o altro materiale idoneo.
Il concetto di costruzione, ai fini del rispetto della regola delle distanze, non necessariamente quindi deve essere un edificio, ma anche un qualsiasi manufatto e quindi anche un loggiato, come nella specie (in tal senso, per il caso di una tettoia, avente caratteristiche di consistenza e stabilità o che emerge in modo sensibile dal suolo, Cassazione civile, n. 3199 del 06.03.2002) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.06.2010 n. 3542 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Distanze legali tra fabbricati - In caso di nuova costruzione - Applicabilità normativa sulle distanze legali - Necessità.
2. Distanze legali tra fabbricati - Mancato rispetto delle distanze - Ordinanza di sospensione lavori - Presupposti - Necessità di indagine sul carattere originario o sopravvenuto della violazione - Non sussiste.

1. Nei rapporti tra proprietà immobiliari private, ancorché facenti parte del medesimo condominio, ovvero nei rapporti tra condominio e singolo condòmino, operano le norme sulle distanze ogniqualvolta un intervento, comunque lo si qualifichi, comporti l'aggiunta, alle preesistenze, di nuovi elementi, tale da configurare, sotto questo profilo, una "nuova costruzione" (cfr. Cassaz. Civile, sent. n. 7044/2004, n. 8978/2003).
2. La realizzazione di un'opera edilizia a distanza inferiore a quella legale è sufficiente a legittimare l'ordine di sospensione dei lavori: ciò, a prescindere dall'indagine se la violazione della distanza trovi causa nelle difformità dal progetto, ovvero nel progetto originario (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 31.05.2010 n. 1725 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Lavatelli, Le distanze tra i fabbricati e dai confini in materia edilizia (link a www.lavatellilatorraca.it).

EDILIZIA PRIVATA: Applicazione P.R.G.C. in tema di distanze.
Viene richiesto parere al Servizio scrivente in ordine all’interpretazione ed all’applicazione di situazioni –talora presenti nei Piani Regolatori Generali dei Comuni piemontesi– in tema di distanze.
Si tratta di stabilire quale sia la distanza dal confine di proprietà da mantenere nel caso di ampliamenti e nuove costruzioni, nel silenzio della norma sul punto, ed in presenza di disposizioni che disciplinano solamente il cd. indice di visuale libera richiamando poi quanto stabilito dal Codice Civile.
Il Comune elenca quindi una serie di casi e chiede al servizio di consulenza di valutare la correttezza delle soluzioni proposte (Regione Piemonte, parere n. 18/2010 - link a www.regione.piemonte.it).

EDILIZIA PRIVATAIl diritto di ottenere la riduzione in pristino di un immobile costruito senza il rispetto delle distanze legali non si estingue per il decorso del tempo ma subisce gli effetti dell'usucapione, in quanto quest’ultimo istituto può dar luogo all'acquisto di un contrario (e prevalente) diritto a mantenere la costruzione a distanza inferiore a quella legale.
La giurisprudenza equipara l'azione per il rispetto delle distanze legali a una negatoria servitutis (v. Cass. civ. Sez. II 21.10.2009 n. 22348) e precisa che il diritto di ottenere la riduzione in pristino di un immobile costruito senza il rispetto delle distanze legali non si estingue per il decorso del tempo ma subisce gli effetti dell'usucapione, in quanto quest’ultimo istituto può dar luogo all'acquisto di un contrario (e prevalente) diritto a mantenere la costruzione a distanza inferiore a quella legale (v. Cass. civ. Sez. II 07.09.2009 n. 19289).
Dunque da una parte non vi è un affidamento tutelabile dei destinatari della concessione, che hanno fuorviato il Comune, ma dall’altra non vi è più un affidamento tutelabile del terzo.
A questo punto solo un autonomo e attuale interesse pubblico potrebbe sostenere l’annullamento d’ufficio, ma tale interesse evidentemente non può essere costituito dal mero ripristino delle distanze minime dal confine, dove vengono in rilievo norme integrative del codice civile (v. Cass. civ. Sez. II 10.01.2006 n. 145) che tutelano primariamente la proprietà confinante. Quando i rapporti tra i privati a proposito dei confini hanno stabilmente assunto una diversa sistemazione è preclusa all’amministrazione la possibilità di intervenire per il ripristino della legalità.
Sarebbero necessari altri interessi pubblici (ad esempio di natura igienico-sanitaria o collegati alla sicurezza collettiva) ma di questi non è fornita alcuna puntuale dimostrazione
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 14.05.2010 n. 1733 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: L’articolo 9 del D.M. 1444/1968 consente “distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche”. Tale deroga può applicarsi agli strumenti di recupero (ndr: Piani di Recupero) ma solo allorquando le opere preesistenti non vengano demolite ovvero vengano fedelmente ricostruite con gli ingombri originari; viceversa l’art. 9 citato non può mai riferirsi alle nuove costruzioni per le parti eccedenti i limiti dell’immobile demolito.
Il sig. Teseo impugna i citati provvedimenti di pianificazione (Piano di Recupero), lamentando che l’attuazione dello strumento urbanistico così deliberato comporterebbe fatalmente –a causa del costruendo fabbricato in luogo del modesto capannone esistente- una notevole violazione delle distanze rispetto all’immobile finitimo, di cui egli è comproprietario. Si tratterebbe peraltro di una demolizione irrazionalmente disposta su di un manufatto ancora valido e comunque ben suscettibile di interventi di restauro, risanamento e ristrutturazione.
Il ricorso trova accoglimento per l’assorbente fondatezza della prima censura con cui viene dedotta l’illegittimità del piano per violazione degli artt. 8 e 9 del D.M. 1444/1968, senza che in contrario possa essere invocato l’articolo 9 del citato D.M., ove si consentono “distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi , nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche” (il Comune resistente ha per l’appunto sostenuto che la valenza attuativa del piano di recupero –simile al piano particolareggiato- ben avrebbe legittimato la deroga alle distanze lamentata dal ricorrente).
Va infatti rilevato che tale deroga può applicarsi agli strumenti di recupero ma solo allorquando le opere preesistenti non vengano demolite ovvero vengano fedelmente ricostruite con gli ingombri originari; viceversa l’art. 9 citato non può mai riferirsi alle nuove costruzioni per le parti eccedenti i limiti dell’immobile demolito (tar Abruzzo -AQ- n. 903/2007, Cass. Civ. n. 3762/1989; C.S. sez. IV, n. 3929/2002).
Nel caso di specie non è controverso in atti né la rilevante diversità dimensionale del nuovo immobile rispetto al modesto manufatto preesistente, né la circostanza che le distanze rispetto al fabbricato di comproprietà del ricorrente si attesterebbero al di sotto dei limiti previsti dal citato D.M. 1444/1968 (TAR Abruzzo-L'Aquila, sentenza 05.05.2010 n. 395 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPermesso di costruire - Violazione delle distanze fra edifici D.M. n. 1444/1968 - Opere di ristrutturazione - Inapplicabilità.
Non sussiste in relazione al permesso di costruire impugnato la lamentata violazione della disciplina sulle distanze tra edifici, prevista sia dal codice civile sia dal D.M. n. 1444/1968, in quanto tale disciplina trova applicazione in caso di nuove costruzioni ma non di ristrutturazione mediante demolizione di edificio esistente e costruzione nel rispetto del volume e della sagoma originari, con mantenimento dell'originaria distanza (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 04.05.2010 n. 1220 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa distanza minima tra edifici di cui al D.M. 1444/1968 trova applicazione in caso di nuove costruzioni e non in caso di ristrutturazione mediante demolizione di edificio esistente e costruzione nel rispetto del volume e della sagoma originari, con mantenimento dell’originaria distanza.
Nel sesto mezzo, è lamentata la violazione della disciplina sulle distanza fra edifici, prevista sia dal codice civile sia dal DM 1444/1968.
La censura deve essere respinta, in quanto la normativa sopra indicata trova applicazione in caso di nuove costruzioni ma non, come nella presente controversie, di ristrutturazione mediante demolizione di edificio esistente e costruzione nel rispetto del volume e della sagoma originari, con mantenimento dell’originaria distanza (cfr. TAR Lombardia, Milano, sez. II, 26.04.2007 n. 1991 e Cass. Civ., sez. II, 27.10.2009, n. 22689) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 04.05.2010 n. 1220 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAll'interno di un giudizio riguardante le costruzioni su fondi finitimi, in cui l'attore abbia chiesto la condanna del proprietario frontista alla demolizione del fabbricato costruito in violazione delle distanze legali, non costituisce domanda nuova in appello il rilievo relativo all'illegittimità dell'adozione di un regolamento comunale contrastante con il dm pro tempore vigente (nella specie, il dm 02.04.1968, n. 1444) in quanto il giudice adito, nell'ambito della sua verifica delle norme applicabili, è tenuto a rilevare l'illegittimità dell'adozione da parte dell'amministrazione comunale di un regolamento edilizio contrastante con le norme vigenti e ad applicare, in sostituzione delle disposizioni illegittime, le norme violate, in quanto divenute automaticamente parte integrante del successivo strumento urbanistico locale.
- Poiché il balcone, estendendo in superficie e volume l'edificio, costituisce corpo di fabbrica e poiché l'art. 9 del dm n. 1444 del 1968 stabilisce la distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate e pareti antistanti, un regolamento edilizio che stabilisca un criterio di misurazione della distanza tra edifici che non tenga conto dell'estensione del balcone è contra legem in quanto, sottraendo dal calcolo della distanza la estensione del balcone, viene a determinare una distanza tra fabbricati interiore a 10 metri, violando il distacco voluto dalla legge ponte.

Da lunghi anni, è costante e consolidata la giurisprudenza che afferma la diretta applicabilità della norma sulle distanze di cui al dm 02.04.1968, n. 1444 in ipotesi di norma locale contrastante colla norma ministeriale (cfr., in tal senso, tra le ultime, Cassazione civile, sez. II, 03.03.2008, n. 5741: «All'interno di un giudizio riguardante le costruzioni su fondi finitimi, in cui l'attore abbia chiesto la condanna del proprietario frontista alla demolizione del fabbricato costruito in violazione delle distanze legali, non costituisce domanda nuova in appello il rilievo relativo all'illegittimità dell'adozione di un regolamento comunale contrastante con il dm pro tempore vigente (nella specie, il dm 02.04.1968, n. 1444) in quanto il giudice adito, nell'ambito della sua verifica delle norme applicabili, è tenuto a rilevare l'illegittimità dell'adozione da parte dell'amministrazione comunale di un regolamento edilizio contrastante con le norme vigenti e ad applicare, in sostituzione delle disposizioni illegittime, le norme violate, in quanto divenute automaticamente parte integrante del successivo strumento urbanistico locale»): dunque, è prioritaria l’interpretazione della norma ministeriale ché, se la interpretazione della norma locale dovesse condurre a un risultato contrastante colla prima, non vi sarebbe che da disapplicare quella locale.
Sul punto della interpretazione della norma ministeriale la Corte non ha ragione di disattendere la persuasiva giurisprudenza del SC secondo la quale, «poiché il balcone, estendendo in superficie e volume l'edificio, costituisce corpo di fabbrica e poiché l'art. 9 del dm n. 1444 del 1968 stabilisce la distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate e pareti antistanti, un regolamento edilizio che stabilisca un criterio di misurazione della distanza tra edifici che non tenga conto dell'estensione del balcone è contra legem in quanto, sottraendo dal calcolo della distanza la estensione del balcone, viene a determinare una distanza tra fabbricati interiore a 10 metri, violando il distacco voluto dalla legge ponte» (Cassazione civile, sez. II, 2707.2006, n. 17089) (Corte d'Appello-Firenze, Sez. I, sentenza 04.05.2010 n. 679).

EDILIZIA PRIVATA: Non può essere imposta, mediante regolamento comunale edilizio, l'osservanza di determinate distanze dagli edifici esistenti; ugualmente, ed anzi a maggior ragione, non si può pretendere di localizzare gli impianti ad una determinata distanza dal confine di proprietà, trattandosi di previsione che appare priva di giustificazione alcuna e rappresenta solo un indebito impedimento nella realizzazione di una rete completa di telecomunicazioni.
E' condivisibile l'affermazione contenuta nella decisione n. 8214/2009 secondo cui “- riguardo alla competenza regolamentare in materia, in particolare attribuita ai Comuni con l’art. 8, comma 6, della legge n. 36 del 2001, la giurisprudenza ha precisato la differenza fra "criteri localizzativi” e “limiti alla localizzazione” ritenendosi consentiti i primi, in quanto recanti criteri specifici rispetto a localizzazioni puntuali, e non i secondi, in quanto recanti divieti generalizzati per intere aree (ex multis: Cons. Stato, Sez. VI: 05.06.2006, n. 3452; 19.05.2008, n. 2287; 17.07.2008, n. 3596), dovendosi concludere, su questa base, che la citata norma del regolamento edilizio comunale, riguardando l’intero centro abitato, viene a rientrare nella normativa del secondo tipo;
- la realizzazione degli impianti in questione è subordinata soltanto all’autorizzazione prevista dall’art. 87 del Codice, che pone una normativa speciale esaustiva dell’esame di diversi profili implicati, incluso quello della compatibilità edilizio-urbanistica dell’intervento, non occorrendo perciò il permesso di costruire di cui agli articoli 3 e 10 del d.P.R. n. 380 del 2001 (ex multis: Cons. Stato, Sez. VI: 17.10.2008, 5044; 05.08.2005, n. 4159)
”.
Già in passato, peraltro, la Sezione, coerentemente con l’impostazione sopra riportata la cui piena condivisibilità deve ribadirsi in questa sede, aveva evidenziato che “il regolamento comunale che delinei la suddivisione del territorio comunale in tre tipologie di aree (maggiormente idonee, di attenzione e sensibili) si pone in contrasto con il d.lg. n. 259 del 2003, non consentendo tale decreto alle amministrazioni comunali di estendere la propria competenza sino a selezionare le aree del territorio, individuandone solo alcune come idonee ad ospitare gli impianti. L'installazione di impianti di telecomunicazione, infatti, deve ritenersi in generale consentita sull'intero territorio comunale in modo da poter realizzare, con riferimento a quelli di interesse generale, un'uniforme copertura di tutta l'area comunale interessata” (Consiglio Stato, sez. VI, 28.03.2007, n. 1431)
Tale orientamento è stato ancora di recente ribadito dalla Sezione (Consiglio Stato, sez. VI, 23.06.2008, n. 3133), e da esso non si ravvisano motivi per discostarsi.
Si è detto in passato, pertanto, che “va dichiarata l'illegittimità di un regolamento comunale adottato ai sensi dell'art. 8 comma 6 l. 22.02.2001 n. 36, laddove l'ente territoriale si sia posto quale obiettivo, sebbene non dichiarato, ma evincibile dal contenuto dell'atto regolamentare, quello di preservare la salute umana dalle emissioni elettromagnetiche promananti da impianti di radiocomunicazione (ad esempio attraverso la fissazione di distanze minime delle stazioni radio base da particolari tipologie d'insediamenti abitativi), essendo tale materia attribuita alla legislazione concorrente Stato-regioni dell'art. 117 cost., come riformato dalla l. cost. 18.10.2001 n. 3“ (Consiglio Stato, sez. VI, 20.12.2002, n. 7274).
Del pari, è stato rilevato che “come non può essere imposta, mediante regolamento comunale edilizio l'osservanza di determinate distanze dagli edifici esistenti; ugualmente, ed anzi a maggior ragione, non si può pretendere di localizzare gli impianti ad una determinata distanza dal confine di proprietà, trattandosi di previsione che appare priva di giustificazione alcuna e rappresenta solo un indebito impedimento nella realizzazione di una rete completa di telecomunicazioni” (Consiglio Stato, sez. VI, 25.06.2007, n. 3536).
Si è addirittura escluso che la stessa “causale” dell’esercizio della potestà regolamentare possa essere determinata da esigenze protettive di interessi diversi da quelli relativi a “valutazioni strettamente riguardanti interessi riferibili ad aspetti urbanistici, edilizi, architettonici, di decoro o di protezione del territorio” (Consiglio Stato, sez. VI, 06.08.2002, n. 4096).
Sul punto può aggiungersi che, ancora di recente, si è affermato che “ai sensi dell'art. 8, comma 6, della legge quadro sulla protezione dalle esposizioni ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici 22.02.2001 n. 36, i comuni possono adottare un regolamento atto ad assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l'esposizione della popolazione comunale ai campi elettromagnetici. Tuttavia, il potere regolamentare comunale non può implicare la fissazione di limiti di esposizione ai campi elettromagnetici diversi da quelli stabiliti dallo Stato, non rientrando tale potere nell'ambito delle competenze comunali. Non può, pertanto, il comune, attraverso il formale utilizzo degli strumenti di natura edilizia-urbanistica, adottare misure derogatorie ai predetti limiti di esposizione fissati dallo Stato, quali, ad esempio, il generalizzato divieto di installazione delle stazioni radio base per telefonia cellulare in tutte le zone territoriali omogenee a destinazione residenziale; ovvero, introdurre misure che pur essendo tipicamente urbanistiche (distanze, altezze, ecc.) non siano funzionali al governo del territorio, quanto piuttosto alla tutela della salute dai rischi dell'elettromagnetismo (Consiglio Stato, sez. VI, 03.10.2007, n. 5098, ma si veda anche Consiglio Stato, sez. VI, 05.06.2006, n. 3332, secondo cui “è illegittimo il regolamento comunale che, in materia di installazione di impianti di telefonia mobile, contiene prescrizioni che non costituiscono espressione di pianificazione urbanistica, ma di tutela della salute e ciò in quanto la l. quadro 22.02.2001 n. 36 ha attribuito esclusivamente allo Stato la funzione di fissazione dei criteri e dei limiti rilevanti ai fini della protezione della popolazione dalle potenzialità nocive insite nell'esposizione ai campi magnetici”)"
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 28.04.2010 n. 2436 - link a www.giustizia-aministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le norme sulle distanze tra costruzioni, contenute nei piani regolatori e nei regolamenti comunali di edilizia, contrariamente a quelle contenute nel codice civile, essendo essenzialmente dettate a tutela dell’interesse generale, quale la realizzazione di un modello urbanistico prefigurato, non tollerano deroghe convenzionali che, se concordate, sono invalide anche nei rapporti interni tra i proprietari confinanti, salva per quest’ultimi la possibilità di accordarsi sulla ripartizione tra i rispettivi fondi del distacco da osservare.
Le norme sulle distanze tra costruzioni, contenute nei piani regolatori e nei regolamenti comunali di edilizia, contrariamente a quelle contenute nel codice civile, essendo essenzialmente dettate a tutela dell’interesse generale, quale la realizzazione di un modello urbanistico prefigurato, non tollerano deroghe convenzionali che, se concordate, sono invalide anche nei rapporti interni tra i proprietari confinanti, salva per quest’ultimi la possibilità di accordarsi sulla ripartizione tra i rispettivi fondi del distacco da osservare (Cass. nn. 237/2000; 12984/1999 ed altre conformi) (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 23.04.2010 n. 9751).

EDILIZIA PRIVATA: Per il risparmio energetico è possibile derogare alle distanze legali.
Sulla Gazzetta Ufficiale n. 92 del 21.04.2010 è stato pubblicato il d.lgs. 29.03.2010, n. 56 recante "Modifiche ed integrazioni al decreto 30.05.2008, n. 115, recante attuazione della direttiva 2006/32/CE, concernente l'efficienza degli usi finali dell'energia e i servizi energetici e recante abrogazioni della direttiva 93/76/CEE.".
Tra le modifiche apportate al provvedimento segnaliamo quelle apportate all'art. 11.
L'art. 11 del provvedimento prevede incentivi "urbanistici" per gli edifici (di nuova costruzione o esistenti) più efficienti dal punto di vista energetico.
Per gli edifici di nuova costruzione, in particolare, il comma 1 del suddetto articolo prevede che non siano considerati nei computi per la determinazioni dei volumi, delle superfici e nei rapporti di copertura:
- gli spessori delle murature esterne, delle tamponature o dei muri portanti superiori ai 30 centimetri (per la sola parte eccedente, fino ad un massimo di 25 cm.);
- il maggiore spessore dei solai e tutti i maggiori volumi e superfici necessari all'esclusivo miglioramento dei livelli di isolamento termico o di inerzia termica degli edifici (fino ad un massimo di 15 cm. per i solai intermedi).
Sempre nel rispetto di tali limiti è permesso derogare a quanto previsto dalle normative nazionali, regionali o dai regolamenti edilizi comunali, in merito:
- alle distanze minime tra edifici;
- alle distanze minime di protezione del nastro stradale;
- alle altezze massime degli edifici.

Per gli edifici esistenti, sui quali si intende realizzare interventi di riqualificazione energetica che comportano maggiori spessori delle murature esterne e degli elementi di copertura, è prevista (art. 11 comma 2) la deroga alle normative nazionali e locali, alle distanze minime tra edifici e dalle strade:
- nella misura massima di 20 cm. per il maggiore spessore delle pareti verticali esterne e delle altezze massime degli edifici;
- nella misura massima di 25 cm. per il maggior spessore degli elementi di copertura.

Tale deroga può essere esercitata nella misura massima da entrambi gli edifici confinanti.
In base alle modifiche apportare dal D.Lgs. 56/2010, in entrambi i precedenti casi e sempre nel rispetto dei limiti predetti, è ora possibile derogare anche alle distanze minime dai confini della proprietà.
È stata quindi ampliata la casistica originariamente prevista dal D.Lgs. 115/2008, che prevedeva la possibilità di non considerare gli spessori aggiuntivi di elementi verticali, solai e coperture, derogando ad altezze massime e distanze minime tra edifici ...
(link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATA: V. Montaruli e S. Rocca, La disciplina delle distanze minime tra i fabbricati nel nuovo assetto costituzionale (link a www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATACiò che rende computabili i balconi ai fini della misurazione delle distanze tra fondi finitimi è la loro riconducibilità al concetto di costruzione edilizia, comportando essi un ampliamento della consistenza dell'edificio tale da doversi senz'altro considerare nel calcolo delle distanze legali.
In merito alla distanza minima di 10 mt. tra fabbricati, il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della predetta distanza solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò.

Al riguardo va ricordato che, come affermato da costante giurisprudenza, ai fini del computo delle distanze, assumono rilievo tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti ed oggetti di modeste dimensioni con funzione meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabile rispetto all'interesse tutelato dalla norma riguardata nel suo triplice aspetto della sicurezza, della salubrità e dell'igiene.
Infatti, ciò che rende computabili i balconi ai fini della misurazione delle distanze tra fondi finitimi è la loro riconducibilità al concetto di costruzione edilizia, comportando essi un ampliamento della consistenza dell'edificio tale da doversi senz'altro considerare nel calcolo delle distanze legali (TAR Sardegna Cagliari, sez. II, 06.04.2009, n. 432).
La giurisprudenza ha ormai chiarito la natura di norma di ordine pubblico dell’art. 9 del d.m. 02.04.1968, n. 1444, che prescrive la distanza minima di 10 mt. lineari tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, precisando tuttavia che il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della predetta distanza solo nel caso in cui una norma di piano preveda ciò (TAR Liguria Genova, sez. I, 10.07.2009, n. 1736) ed ha altresì precisato che i muri di contenimento non possono essere considerati “costruzioni” ai fini della disciplina della distanze (cfr. Cons. St., sez. VI, n. 2954 del 13.6.2008) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-quater, sentenza 31.03.2010 n. 5319 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa disciplina delle distanze legali tra costruzioni di cui all'art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 è applicabile anche alle sopraelevazioni e nel caso di edifici pubblici.
E' noto infatti che la disciplina delle distanze legali tra costruzioni di cui all'art. 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 è applicabile anche alle sopraelevazioni.
La fattispecie riguarda la costruzione della sede centrale del Comando provinciale dei Vigili del fuoco.
In mancanza di una disposizione delle norme attuative del P.R.G. che, per la zona SP, detti una speciale disciplina sulle distanze delle opere di interesse statale dalle altre costruzioni, debbono dunque trovare diretta applicazione i limiti di cui all’art. 9, comma 1, n. 2, del D.M. 02.04.1968, n. 1444, il quale trae dall'art. 41-quinquies della legge urbanistica la forza di integrare con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni (Cons. di St., V, 26.10.2006, n. 6399; cfr. anche TAR Liguria, I, 30.6.2009, n. 1621; id., 19.12.2006, n. 1711; id., 07.07.2005, n. 1027).
Ed è appena il caso di osservare che, quand’anche la deroga alle prescrizioni spaziali contenuta nell’art. 19 delle N.T.A. del P.R.I.S. dovesse ritenersi applicabile anche alle opere di interesse statale (il che pacificamente non è, non rientrando lo Stato tra gli enti locali territoriali), la disposizione, di natura regolamentare, dovrebbe essere disapplicata perché in contrasto con il D.M. 02.04.1968, n. 1444, che trae dall’art. 41-quinquies, comma 8, della L. 17.08.1942, n. 1150 la natura di norma primaria (in tal senso Cons. di St., IV, 05.12.2005, n. 6909), ad essa sovraordinata.
E’ noto infatti che il giudice amministrativo, in conformità al principio di gerarchia delle fonti, anche in sede di giurisdizione generale di legittimità ha il potere di disapplicare un regolamento non conforme a legge (TAR Lombardia, IV, 18.07.2007, n. 5424)
(TAR Liguria, sentenza 26.03.2010 n. 1235 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le norme degli strumenti urbanistici locali che prescrivono le distanze tra le costruzioni sui fondi finitimi ad integrazione di quella previste del codice civile sono dettate a tutela sia dell'interesse del privato proprietario del fondo finitimo sia a tutela dell'interesse pubblico, che trascende quello dei privati, essendo espressione del potere che è dato all'Ente locale di adottare, nell'interesse generale, norme preordinate all'ordinato sviluppo urbanistico del territorio comunale.
È noto, per pacifica giurisprudenza, che le norme degli strumenti urbanistici locali, che prescrivono le distanze tra le costruzioni sui fondi finitimi, ad integrazione di quella previste del codice civile, sono dettate a tutela sia dell'interesse del privato proprietario del fondo finitimo sia, essenzialmente, a tutela dell'interesse pubblico, che trascende quello dei privati, essendo espressione del potere che è dato all'Ente locale di adottare, nell'interesse generale, norme preordinate all'ordinato sviluppo urbanistico del territorio comunale (cfr., ex multis, Cassazione sez. II, 03.10.2007, n. 20769, Cass. Sez. 2^ n. 11633/2003; Cass. Sez. 2^, 31/05/2006, n. 12966).
La finalità insita nella natura di dette norme comporta che esse siano derogabili solo nei casi previsti dalla normativa urbanistica sopra richiamata proprio per la natura pubblicistica dell'esigenza di garantire, in ogni caso, un certo distacco tra fabbricati così che si versa nell'ambito dei diritti indisponibili dei proprietari dei fondi confinanti, con la conseguenza che una eventuale convenzione tra costoro per la costruzione dei loro edifici in deroga delle distanze prescritte dalle norme integrative contenute nei regolamenti edilizi o piani urbanistici non comporta l'acquisto per usucapione di una servitù avente ad oggetto il mantenimento di una costruzione a distanza inferiore a quella fissata da norme inderogabili, non potendo l'ordinamento accordare tutela ad una situazione che, attraverso l'inerzia del vicino, finisce per aggirare l'interesse pubblico rendendo legittima la permanenza di un manufatto edificato in maniera che tale interesse contrasta (TRGA Trentino Alto Adige, sentenza 19.03.2010 n. 81 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 9 d.m. 02.04.1968 n. 1444 è una disposizione tassativa ed inderogabile, la quale trova applicazione anche nel caso in cui solo una delle pareti antistanti risulti finestrata e non entrambe.
Il permesso di costruire impugnato ha consentito, sul terreno confinante con quello dei ricorrenti, la realizzazione di un intervento edilizio che, per le sue caratteristiche (demolizione integrale dell’esistente; costruzione di un edificio a due piani in luogo di quello precedente ad un solo piano, il quale utilizza in parte la volumetria preesistente, che era collocata in manufatti ora non riedificati, e si prolunga in parallelo con l’edificio dei ricorrenti per una lunghezza ben maggiore del precedente) non può essere qualificato come di semplice ricostruzione.
Tale nuovo edificio si colloca alla distanza di 8 metri circa dalla casa del Gobbi, mentre avrebbe dovuto rispettare la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, prescritta, tra l’altro, dall’art. 20 delle n.t.a. applicabili alla fattispecie e, comunque dall'art. 9, d.m. 02.04.1968 n. 1444: né si ravvisa contrasto tra quest’ultima norma regolamentare e l’altra disposizione qui citata.
Il fatto che, dopo la presentazione del ricorso sia stata presentata dai controinteressati una denuncia d’inizio attività al Comune, destinata a modificare la parete finestrata, occludendo le relative vedute, non basta a far venir meno l’originario profilo d’illegittimità del provvedimento (appunto costituito dalla violazione del ripetuto art. 9).
Infatti, per costante giurisprudenza (tra le ultime, TAR Liguria Genova, sez. I, 30.06.2009, n. 1621), la norma de qua è intesa a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.
Si tratta poi di disposizione tassativa ed inderogabile, la quale trova applicazione anche nel caso in cui solo una delle pareti antistanti risulti finestrata e non entrambe (Cass., sez. II, 26.10.2007, n. 22495): ciò che appunto continua a verificarsi nella fattispecie (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 16.03.2010 n. 823 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATADistanze tra fabbricati: é usucapibile il diritto a mantenere le costruzioni a distanza inferiore a quella di legge.
Su indicazione dello Studio legale Carrara e Luzzi di Sondrio, segnaliamo una interessante sentenza della Corte di Cassazione in materia di distanze tra fabbricati.
Afferma la Corte che, ferma la distinzione dei caratteri tra potere privato e potere pubblico, deve ritenersi ammissibile l'acquisto per usucapione di una servitù avente ad oggetto il mantenimento di una costruzione a distanza inferiore a quella fissata dalle norme del codice civile o da quelle dei regolamenti e degli strumenti urbanistici locali.
Non sono di ostacolo a questa concezione -afferma la Corte- le possibili frodi prospettate dalla giurisprudenza.
Si tratta, infatti:
- di un inconveniente (dipendente comunque da un congegno macchinoso e precario) che non giustifica un inquadramento incoerente dei principi vigenti sui modi di acquisto dei diritti reali e sulla disciplina dei limiti legali della proprietà.
Tantomeno questo inconveniente vale a giustificare la illogica dicotomia tra tutela delle distanze di fonte codicistica e di fonte regolamentare.
Non sarebbero neppure configurabili le temibili diseconomie esterne (conseguenze negative sul piano della salute e dell'ambiente) che gli studiosi di analisi economica del diritto rinvengono nella deroga pattizia alle distanze.
Altro è infatti incidere sui poteri pubblici, o consentire una generalizzata derogabilità, il che può cagionare effetti lesivi permanenti dell'interesse generale tutelato; altro è ammettere che operi il fenomeno dell'usucapione.
Esso vale soltanto a riportare il meccanismo di contemperamento dei diritti soggettivi nell'alveo ordinario previsto dal legislatore, escludendo la sussistenza, nel circoscritto ambito della proprietà immobiliare, di diritti soggettivi a tutela rafforzata
(Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 22.02.2010 n. 4240 - commento e sentenza tratti da http://studiospallino.blogspot.com).

EDILIZIA PRIVATAUsucapione della servitù avente ad oggetto il diritto di mantenere l'edificio a distanza inferiore a quella legale.
In materia di violazione delle distanze legali tra proprietà confinanti, deve ritenersi ammissibile l'acquisto per usucapione di una servitù avente ad oggetto il mantenimento di una costruzione a distanza inferiore a quella fissata dalle norme del codice civile o da quelle dei regolamenti e degli strumenti urbanistici locali (massima tratta da www.lavatellilatorraca.it - Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 22.02.2010 n. 4240).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Distanze tra fabbricati - Previsioni regolamentari in contrasto con art. 872 c.c. - Illegittimità.
2. Distanze tra fabbricati - Nozione di costruzione ai fini del rispetto dell'art. 9, comma 2, D.M. n. 1444/1968 - Sopraelevazione - Rilevanza.
3. Distanze tra fabbricati - Computo della distanza - Funzione della costruzione - Irrilevanza - Consistenza fisica- Rilevanza.
4. Distanze tra fabbricati - Edificio realizzato in violazione di norme civilistiche sulle distanze - Diniego di sanatoria - Motivazione - E' sufficiente il richiamo alle norme del codice civile.
1. Ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo in materia di distanze dettato dall'art. 872 c.c. è illegittima e va disapplicata, essendo consentita alle amministrazioni locali solo la fissazione di distanze superiori (cfr. TAR Pescara, sent. n. 494/2007; Cons. Stato, sent. n. 3930/2002): ciò in forza dell'art. 9 D.M. 1444/1968 secondo il quale in materia di distanze tra fabbricati sussiste un vincolo a carattere pubblicistico ed inderogabile, diretto non soltanto a salvaguardare interessi privati, ma anche a tutelare interessi generali in materia urbanistica, di igiene, decoro e sicurezza degli abitati (cfr. Cass. Civ., sent. n. 1201/1996; TAR Bologna, sent. n. 136/2004).
2. In materia di distanze le disposizioni dell'art. 9, comma 2, D.M. n. 1444/1968 si applicano anche alle sopraelevazioni, le quali, ai fini del rispetto delle distanze fra edifici, rientrano nella nozione di nuova costruzione, la quale a sua volta comprende qualsiasi modifica della volumetria di un fabbricato preesistente che comporti l'aumento della sagoma d'ingombro, così da incidere direttamente sulla situazione di distanza tra edifici ed indipendentemente dalla sua utilizzabilità ai fini abitativi (cfr. TAR Brescia, sent. nn. 832/2007 e 244/2006; TAR Milano, sent. n. 5831/2007).
3. Ai fini del computo delle distanze tra fabbricati non si deve tenere conto della funzione principale od accessoria o pertinenziale del vano realizzato, quanto la sua consistenza fisica.
4. Dal momento che la costruzione realizzata a distanza inferiore a quella prescritta dall'art. 873 c.c. rende impossibile qualsiasi indagine circa l'esistenza ed i limiti della dannosità della intercapedine -giacché siffatta valutazione deve ritenersi implicita nella imposizione di determinate distanze nelle costruzioni, alla cui precisa osservanza il legislatore ha inteso affidare la tutela dell'interesse pubblico e privato della salubrità, igiene e sicurezza negli abitati (cfr. Cassaz. Civile, sent. n. 1911/1980)- ne consegue che il diniego di sanatoria è sufficientemente motivato anche con il solo riferimento alla violazione delle distanze previste dal codice civile (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 04.02.2010 n. 271 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAFanno distanza, ai fini del rispetto dei 10 mt. tra fabbricati, le parti dell'edificio (quali scale, terrazze e corpi avanzati)