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dossier DEFINIZIONI INTERVENTI EDILIZI
luglio 2019

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Interpello articolo 11, comma 1, lettera a), legge 27.07.2000, n. 212 – Articolo 16-bis del TUIR – agevolazioni per recupero del patrimonio edilizio e per “bonus mobili” in caso di demolizione e ricostruzione dell’immobile con volumetria inferiore rispetto a quella preesistente (Agenzia delle Entrate, risposta 18.07.2019 n. 265).
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QUESITO
Il signor X, per il tramite del suo geometra, signor Y, chiede se possa beneficiare della detrazione fiscale per interventi di recupero del patrimonio edilizio e di quella prevista dal cosiddetto bonus mobili, in relazione ad un edificio residenziale di sua proprietà, sito nel Comune di …..
Per il predetto immobile, non soggetto a vincolo di tutela ai sensi del d.lgs. 42 del 2004, il contribuente evidenzia di aver presentato la Segnalazione Certificata Inizio Lavori Asseverata (di seguito SCIA) presso il Comune di ….in data 13/04/2018, al fine di effettuare lavori di ristrutturazione edilizia, consistenti nella demolizione e ricostruzione dell’immobile, con diminuzione della volumetria preesistente, all’interno della sagoma e dell’area di sedime esistente.
In particolare, l’istante dichiara che la SCIA presentata è conforme alla normativa e alla disciplina edilizia ed urbanistica sia statale, con particolare riferimento agli artt. 3, 10 e 22 del d.P.R. n. 380 del 2001 (Testo Unico dell’Edilizia), che regionale, con riguardo in particolare all’art. 13 e all’Allegato (art. 9, comma 1) della legge regionale dell’Emilia Romagna 30.07.2013, n. 15).
...
L’articolo 16-bis del d.P.R. 22.12.1986, n. 917 (di seguito TUIR) prevede una detrazione ai fini IRPEF delle spese relative agli interventi di recupero del patrimonio edilizio “di cui alle lettere b), c) e d) dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380, effettuati sulle singole unità immobiliari residenziali di qualsiasi categoria catastale, anche rurali, e sulle loro pertinenze”.
Ai sensi dell’art. 16, comma 2, del decreto legge 04.06.2013, n. 63 (convertito con modificazioni dalla legge 03.08.2013, n. 90) ai contribuenti che fruiscono della detrazione prevista dall’art. 16-bis del TUIR, per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio, è riconosciuta una detrazione per le spese sostenute dal 06.06.2013 per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+, nonché A per i forni, e per le apparecchiature per le quali sia prevista l’etichetta energetica, finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di recupero (cosiddetto “bonus mobili”).
Per accedere alle predette agevolazioni fiscali, è necessario che i contribuenti effettuino sugli immobili agevolati gli interventi di recupero del patrimonio edilizio previsti alle lettere b), c) e d) dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380 (cosiddetto “Testo unico dell’edilizia”).
In particolare, ai sensi della lettera d) della predetta disposizione, sono definiti di “ristrutturazione edilizia” gli interventi volti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente.
Nell’ambito di tali interventi sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, nonché gli interventi volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza.
In base alla successiva lettera e) del medesimo comma 1, invece, gli interventi di trasformazione edilizia e urbanistica del territorio non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti del medesimo comma sono definiti “interventi di nuova costruzione”.
Con riferimento alla fattispecie in esame, il contribuente dichiara di aver ristrutturato un edificio ad uso residenziale mediante un intervento di demolizione e successiva ricostruzione che ha prodotto un edificio con diminuzione della volumetria preesistente, all’interno della sagoma e dell’area di sedime esistente. Occorre pertanto chiarire se tale tipo di intervento possa rientrare o meno tra quelli agevolabili ai sensi della normativa indicata in premessa.
Al riguardo, si evidenzia che
il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (di seguito, C.S.L.P.), nell’adunanza collegiale straordinaria del 16.07.2015, ha chiarito alcune questioni interpretative relative all’articolo 3, lettera d), del Testo Unico dell’edilizia, come modificato dall’articolo 30, comma 1, lettera d), del decreto-legge 21.06.2013, n. 69 (convertito, con modificazioni, dalla legge 09.08.2013, n. 98), sorte ai fini dell’applicazione delle agevolazioni in materia di interventi di ristrutturazione edilizia e riqualificazione energetica di edifici esistenti.
In particolare, in tale parere il C.S.L.P. ha espresso l’avviso secondo cui “
le modifiche apportate alla definizione degli interventi di ristrutturazione edilizia di cui al comma 1, lett. d), dell’articolo 3 del d.P.R. 380/2001 (…) consentono (…) di ritenere che gli interventi di demolizione e ricostruzione, anche con volumetria inferiore rispetto a quella preesistente, rientrino in questa fattispecie”.
Ad avviso del C.S.L.P., dalle richiamate modifiche, consegue che,
per gli interventi di ristrutturazione edilizia non soggetti ai vincoli ai sensi del citato decreto legislativo n. 42 del 2004 “la volumetria dell’edificio preesistente costituisce attualmente l’unico parametro edilizio ed urbanistico che non può essere travalicato affinché l’intervento di demolizione e ricostruzione rientri nella fattispecie della ristrutturazione edilizia (…). In quest’ottica (…) la volumetria preesistente rappresenta lo standard massimo di edificabilità, cioè il limite massimo di volume edificabile, quando si tratta di interventi di ristrutturazione edilizia consistenti nella demolizione e ricostruzione, per i quali la norma non consente aumenti complessivi della cubatura preesistente”.
Di conseguenza, secondo il C.S.L.P. “
interventi di demolizione e ricostruzione che non sfruttino l’intera volumetria preesistente, ma ne ricostruiscano soltanto una quota parte (…) appaiono rientrare a pieno titolo nella fattispecie della ristrutturazione edilizia, come definita a termini di legge, risultando pienamente in linea con le (…) finalità
”.
Sulla base dei chiarimenti resi dal predetto autorevole Organo Collegiale,
si ritiene, dunque che nel caso in cui il contribuente abbia realizzato un intervento di ristrutturazione edilizia mediante demolizione e successiva ricostruzione, che abbia prodotto un edificio con volumetria inferiore rispetto all’immobile preesistente, potrà beneficiare delle agevolazioni fiscali in argomento, sempre che siano pienamente rispettati tutti i requisiti imposti dalle relative normative in materia.

EDILIZIA PRIVATA: La ratio della nozione di ristrutturazione edilizia dettata dall’art. 3, d.P.R. n. 380/2001 -secondo cui gli interventi di demolizione e ricostruzione devono avvenire nel rispetto della “volumetria preesistente”– è finalizzata ad escludere dal suo ambito le ricostruzioni che portano ad incrementi volumetrici -che vanno, pertanto, ricomprese nella nozione di nuova costruzione- ma non ricostruzioni che, come accade nel caso di specie, si differenziano unicamente per la realizzazione di una minore volumetria.
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Nel giugno 2011, il sig. Sa.Po. ha demolito un fabbricato destinato a uso ricovero mezzi agricoli, delle dimensioni di m. 9,40 per 4,25, ricostruendolo con misure di m. 7,60 per 4,25, in assenza di permesso di costruire.
Con provvedimento del 23.08.2012 il Comune di Cerreto d’Asti ha respinto una prima istanza di accertamento di conformità presentata dal sig. Po., qualificando l’intervento quale nuova costruzione e non quale ristrutturazione edilizia, stante la modifica della volumetria e della sagoma del fabbricato, dovuta alle più ridotte dimensioni.
Il sig. Po. ha, quindi, presentato una nuova istanza volta ad ottenere il rilascio di un permesso di costruire per la sanatoria della parte di fabbricato conforme all’edificio preesistente e –al fine di superare la ragione di diniego addotta dall’amministrazione comunale- per la realizzazione delle opere necessarie a ripristinare la volumetria e la sagoma originale del fabbricato.
Con provvedimento del 23.09.2013, il Comune ha rigettato anche questa domanda.
...
7. La fattispecie oggetto del presente giudizio presenta elementi di indubbia peculiarità, legati al fatto che è stata realizzata un’opera che si distingue dal preesistente fabbricato unicamente in conseguenza delle più ridotte dimensioni (la lunghezza è stata ridotta da 9,40 m a 7,60 mentre la larghezza, pari a 4,25 m, è rimasta invariata); anche la modifica della sagoma contestata è conseguita unicamente alla realizzazione della lunghezza inferiore di 1,80 m (v. provvedimento del 23.08.2012).
8. Le doglianze rivolte dal ricorrente avverso la qualificazione dell’opera quale nuova costruzione, in conseguenza della modifica di sagoma e volume dovute alla ricostruzione del manufatto con dimensioni inferiori rispetto a quello preesistente, pur fondate, non sono tuttavia sufficienti a portare all’annullamento del provvedimento impugnato.
9. Sono fondate in quanto la ratio della nozione di ristrutturazione edilizia dettata dall’art. 3, d.P.R. n. 380/2001 -secondo cui gli interventi di demolizione e ricostruzione devono avvenire nel rispetto della “volumetria preesistente”– è finalizzata ad escludere dal suo ambito le ricostruzioni che portano ad incrementi volumetrici -che vanno, pertanto, ricomprese nella nozione di nuova costruzione- ma non ricostruzioni che, come accade nel caso di specie, si differenziano unicamente per la realizzazione di una minore volumetria.
L’applicazione data dal Comune porta all’esito illogico di qualificare come nuova costruzione, anziché come ristrutturazione edilizia, opere che hanno un minore impatto sul territorio rispetto a ricostruzioni che conservano la medesima volumetria del fabbricato preesistente, pacificamente qualificabili quali ristrutturazioni.
Quanto al vincolo della sagoma, esso non era più previsto dall’art. 3, d.P.R. n. 380/2001 nella versione vigente alla data di adozione del secondo provvedimento e comunque anch’esso non può giustificare la qualificazione di un intervento quale nuova costruzione in una fattispecie in cui la modifica della sagoma è conseguita unicamente a una mera riduzione della lunghezza del fabbricato ricostruito di 1,80 m.
Il provvedimento impugnato è dunque illegittimo nella parte in cui presuppone una qualificazione dell’opera quale nuova costruzione anziché quale ristrutturazione edilizia e afferma, per tale ragione, la non sanabilità del fabbricato nelle dimensioni attuali (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 02.07.2019 n. 749 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2019

EDILIZIA PRIVATASconto fiscale top. Ampliato l’accesso all’ecobonus. Risposte delle Entrate in tema di ristrutturazioni.
Il bonus di riqualificazione energetico comprende l'immobile ricostruito, anche se più piccolo del precedente. Lo stesso vale per il rifacimento del tetto condominiale a spese di uno solo dei condomini (proprietari).
Lo ha chiarito l'Agenzia delle entrate nella risposta 27.06.2019 n. 210 e n. 213, pubblicate ieri, sull'applicabilità della detrazione fiscale per il risparmio energetico derivante dalla ristrutturazione di un edificio.
Il contribuente, nel caso di un intervento di ristrutturazione edilizia mediante demolizione e successiva ricostruzione, che ha prodotto un edificio con sagoma diversa e volumetria inferiore rispetto all'immobile preesistente, potrà beneficiare della detrazione delle spese sostenute per la riqualificazione energetica, sempre che siano pienamente rispettati i limiti di efficienza e trasmittanza energetica imposti dalla normativa in materia.
Tuttavia, ciò non vale nel caso in cui l'intervento in questione sia riferito ad un immobile non sottoposto ai vincoli previsti dal dlgs n. 42 del 2004 (Codice dei beni culturali e paesaggio) dove, per definirsi ristrutturazione edilizia ed accedere all'agevolazione fiscale, l'intervento deve rispettare il requisito della “medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Per gli interventi di rifacimento del tetto condominiale, il contribuente, che da solo ha sostenuto le spese, ha diritto alla detrazione per il totale delle spese sostenute, anche eccedenti rispetto a quelle a lui imputabili in base ai millesimi di proprietà, comunque entro il limite massimo di 60mila euro (articolo 1, comma 345, legge 296/2006). Il condomino, per i lavori delle aree comuni, infatti, può sfruttare interamente il limite di detrazione previsto per la propria unità immobiliare, ma non può avvalersi dei limiti attribuibili ad altre unità immobiliari del medesimo condominio.
Inoltre, in presenza di una convenzione stipulata in forma scritta tra tutti i condomini, che attribuisce al condomino la possibilità di sostenere le spese di rifacimento del tetto, permette allo stesso di poter cedere la detrazione sulla spesa sostenuta per l'esecuzione dei lavori.
Compenso Ctu. Obbligo di fattura elettronica, ai fini Iva, anche ai compensi derivanti dall'attività di consulente tecnico d'ufficio (Ctu). Il reddito derivante dall'attività di Ctu resa nell'ambito di un giudizio civile, se è svolta con carattere di abitualità da parte del professionista, infatti, dovrà essere assoggettato al regime del reddito di lavoro autonomo, di cui all'articolo 53, comma 1, del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir).
È la risposta dell'Agenzia delle entrate n. 211, pubblicata ieri.
Con riferimento alla ritenuta d'acconto Irpef, essa dovrà essere versata all'Erario, non dall'Amministrazione della giustizia, ma dalla parte soccombente, titolare passivo del rapporto di debito nei confronti del consulente ed esposta all'obbligo di sopportare l'onere economico, ricompresa tra i soggetti che rivestono la qualifica di sostituto d'imposta, dovuta in caso di corresponsione di compensi costituenti per il percipiente reddito di lavoro autonomo (articolo 25, comma 1, dpr n. 600 del 1973).
Qualora, invece, la parte soccombente non rivestisse la qualifica di sostituto d'imposta, la ritenuta d'acconto Irpef non dovrà essere operata e, dunque, non dovrà essere evidenziata in fattura dal consulente.
Avviso «Smart cities and Communities and Social Innovation». I «contributi in natura», erogati dal Miur nell'ambito dell'Avviso «Smart cities and Communities and Social Innovation», si configurano come misure finalizzate a sostenere l'attività di ricerca imponibili ai fini Irpef quali redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente.
Lo ha chiarito l'Agenzia delle entrate nella risposta n. 214 di ieri.
Secondo l'Agenzia, la rilevanza fiscale di tali somme è, infatti, da ravvisarsi nelle finalità e nell'oggetto di attività di ricerca, che induce a ricondurre tali contributi, anche se erogati sotto forma di rimborso spese, tra i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente.
In relazione alla ritenuta sui redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, le ritenute alla fonte sui «contributi in natura» devono essere riscosse mediante versamento diretto e devono essere versate entro il giorno sedici del mese successivo a quello in cui le ritenute sono state operate
(articolo ItaliaOggi del 28.06.2019).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Fruizione delle agevolazioni per riqualificazione energetica degli edifici e per interventi di recupero del patrimonio edilizio in caso di demolizione e ricostruzione dell’immobile con volumetria inferiore rispetto a quello preesistente – Articoli 1, commi da 344 a 349, della legge n. 296 del 2006 e 16-bis del TUIR. Interpello articolo 11, comma 1, lettera a), legge 27.07.2000, n. 212 (Agenzia delle Entrate, risposta 27.06.2019 n. 210).
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QUESITO
“ALFA” chiede un parere circa l’applicabilità della detrazione fiscale per il risparmio energetico derivante dalla ristrutturazione di un edificio ai sensi della legge 27.12.2006 n. 296, del DM 19.02.2007 e della legge 27.12.2017, n. 205.
In particolare, il caso posto all’esame dall’istante riguarda un edificio residenziale unifamiliare esistente, sottoposto a ristrutturazione edilizia mediante demolizione e successiva ricostruzione.
“ALFA” riferisce che l’edificio risultante a seguito dell’intervento edilizio ha una diversa sagoma rispetto al precedente, e un indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale inferiore a quello massimo prescritto dall’allegato A del DM 11.03.2008.
Inoltre, l’istante riferisce che il volume del fabbricato nello stato legittimo ante operam ammontava a … mc, mentre il volume del fabbricato ricostruito ammonta a … mc, con una diminuzione, quindi, dell’1,5%.
...
Con riferimento alla fattispecie in esame, il contribuente dichiara di aver ristrutturato un edificio ad uso residenziale mediante intervento di demolizione e successiva ricostruzione che ha prodotto un edificio con sagoma diversa e volumetria lievemente inferiore rispetto all’immobile preesistente.
Occorre pertanto chiarire se tale tipo di intervento possa rientrare o meno tra quelli agevolabili ai sensi della normativa indicata in premessa.
Al riguardo, si evidenzia che il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (di seguito, C.S.L.P.), nell’adunanza collegiale straordinaria del 16.07.2015, ha chiarito alcune questioni interpretative relative all’articolo 3, lettera d), del Testo Unico dell’edilizia, come modificato dall’articolo 30, comma 1, lettera d), del decreto-legge 21.06.2013, n. 69 (convertito, con modificazioni, dalla legge 09.08.2013, n. 98), sorte ai fini dell’applicazione delle agevolazioni in materia di interventi di ristrutturazione edilizia e riqualificazione energetica di edifici esistenti.
In particolare, in tale parere
il C.S.L.P. ha espresso l’avviso secondo cui “le modifiche apportate alla definizione degli interventi di ristrutturazione edilizia di cui al comma 1, lett. d), dell’articolo 3 del d.P.R. 380/2001 (…) consentono (…) di ritenere che gli interventi di demolizione e ricostruzione, anche con volumetria inferiore rispetto a quella preesistente, rientrino in questa fattispecie”.
Ad avviso del C.S.L.P., dalle richiamate modifiche, consegue che,
per gli interventi di ristrutturazione edilizia non soggetti ai vincoli ai sensi del citato decreto legislativo n. 42 del 2004 “la volumetria dell’edificio preesistente costituisce attualmente l’unico parametro edilizio ed urbanistico che non può essere travalicato affinché l’intervento di demolizione e ricostruzione rientri nella fattispecie della ristrutturazione edilizia (…). In quest’ottica (…) la volumetria preesistente rappresenta lo standard massimo di edificabilità, cioè il limite massimo di volume edificabile, quando si tratta di interventi di ristrutturazione edilizia consistenti nella demolizione e ricostruzione, per i quali la norma non consente aumenti complessivi della cubatura preesistente”.
Di conseguenza, secondo il C.S.L.P.
“interventi di demolizione e ricostruzione che non sfruttino l’intera volumetria preesistente, ma ne ricostruiscano soltanto una quota parte (…) appaiono rientrare a pieno titolo nella fattispecie della ristrutturazione edilizia, come definita a termini di legge, risultando pienamente in linea con le (…) finalità”.
Tali conclusioni muovono da un’analisi dell’evoluzione della normativa edilizia, culminata con le modifiche apportate all’art. 3 del Testo Unico dell’Edilizia dall’articolo 17 del decreto-legge 12.09.2014, n. 133 (c.d. decreto Sblocca Italia), sempre nell’ottica di “semplificare le procedure edilizie e ridurre gli oneri a carico dei cittadini e delle imprese”.
Sulla base dei chiarimenti resi dal predetto autorevole Organo Collegiale, si ritiene, dunque che nel caso in cui il contribuente abbia realizzato un intervento di ristrutturazione edilizia mediante demolizione e successiva ricostruzione, che abbia prodotto un edificio con sagoma diversa e volumetria inferiore rispetto all’immobile preesistente, potrà beneficiare della detrazione delle spese sostenute per la riqualificazione energetica, sempre che siano pienamente rispettati i limiti di efficienza e trasmittanza energetica imposti dalla normativa in materia.
Si precisa, infine, che tale soluzione vale nel caso in cui l’intervento in questione sia riferito ad un immobile non sottoposto ai vincoli previsti dal citato decreto legislativo n. 42 del 2004; in tale ultimo caso, infatti, come già evidenziato, ai sensi dell’articolo 3 della lettera d) del Testo Unico dell’edilizia, l’agevolazione fiscale in argomento non potrebbe essere riconosciuta, in quanto l’intervento sull’edificio non potrebbe definirsi di “ristrutturazione edilizia” non essendo rispettato il requisito della “medesima sagoma dell’edificio preesistente” richiesto dalla norma.

EDILIZIA PRIVATA: Apertura di porte e di finestre sul prospetto di un edificio: disciplina.
L’apertura di porte e di finestre sul prospetto di un edificio va sempre qualificato come intervento di ristrutturazione edilizia comportante modifica dei prospetti, assoggettato (tuttora) al regime del permesso di costruire ex art. 10, primo comma, lett. c), del d.P.R. 06.06.2001 n. 380, non modificato dal decreto legge “Sblocca Italia” 12.09.2014 n. 133, convertito in legge 11.11.2014 n. 164.
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Con il ricorso introduttivo del presente giudizio il Condominio di Via ... n. 12 ha agito per l’annullamento della determinazione dirigenziale rep. n. 3231 del 06.11.2017, di irrogazione delle sanzioni demolitoria e pecuniaria per interventi edilizi asseritamente abusivi realizzati nel suddetto fabbricato condominiale, nonché degli altri atti in epigrafe indicati.
Nello specifico, gli interventi sanzionati si sono sostanziati nella realizzazione di un foro di 12 cm. di diametro per consentire il passaggio di una tubazione in polipropilene del diametro di 11 cm, utilizzata per convogliare i reflui fognari alla rete condominiale, nonché nella realizzazione di una porta sul prospetto posteriore del fabbricato, con affaccio sul cortile interno, di accesso secondario al medesimo.
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4. Non meritano, per contro, accoglimento le deduzioni dirette a sostenere l’illegittimità del provvedimento impugnato nella parte in cui ingiunge il ripristino dello stato dei luoghi relativamente alla realizzazione della porta sul prospetto posteriore del fabbricato, con affaccio sul cortile interno, di accesso secondario al medesimo.
4.1. Il Collegio premette, al riguardo, che sono estranei al presente giudizio i profili eminentemente privatistici inerenti al contenzioso insorto tra la ricorrente e la controinteressata, oggetto, peraltro, del giudizio instaurato innanzi al giudice ordinario, rilevando, in via esclusiva, la legittimità dell’operato dell’amministrazione.
4.1. Il Collegio non valuta suscettibili di positivo apprezzamento le deduzioni della parte ricorrente con le quali è stata sostenuta la risalenza della realizzazione della porta in questione all’epoca della edificazione del fabbricato, con conseguente esclusione della sottoposizione al regime del permesso di costruire.
E, invero, nessuno degli elementi prodotti in giudizio, inclusa la relazione redatta da tecnico di parte depositata dalla difesa del Condominio ricorrente in data 18.04.2019, sono idonei a comprovare la circostanza asserita, con conseguente esclusione anche della richiesta istruttoria volta a sollecitare il ricorso alla consulenza tecnica d’ufficio, venendo in rilievo un onere probatorio gravante in via diretta sul condominio ricorrente.
4.2. Si evidenzia, infatti, che la porta in questione non figura rappresentata nel progetto presentato negli anni ’50 per la sopraelevazione del fabbricato e che le circostanze evidenziate nella relazione tecnica depositata in data 18.04.2019, a firma dell’Ing. Ze., segnatamente riferite alla assenza di alterazioni dei materiali costruttivi anche con riferimento alla pavimentazione, non rivestono i connotati della significatività, venendo in rilievo non già la costruzione della parete bensì l’apertura di un varco nella stessa, con conseguente non alterazione dei materiali costruttivi del muro.
Del pari, non consta in atti che detta porta abbia mai costituito l’unico accesso all’area cortilizia ed all’attiguo fabbricato in proprietà della controinteressata, risultando, anzi, dalla documentazione depositata dalla difesa di quest’ultima in data 30.03.2018 l’esistenza di un accesso da altro ingresso, sicché tale circostanza priva di significatività anche l’elemento costituito dalla originaria destinazione del fabbricato attiguo, pure quanto alla utilizzazione dei locali lavatoi ubicati sul lastrico solare dello stesso e successivamente demoliti.
Ai fini che ne occupano, inoltre, non può riconnettersi valenza probatoria alla mail della Sig.ra Co. prodotta dalla difesa di parte ricorrente, afferendo la narrazione ivi riportata ad eventi molto risalenti rappresentati de relato e non supportati da evidenze obiettive. La circostanza, infine, che non sia stato reperito, neppure a seguito di accesso, il progetto originario del fabbricato non costituisce esimente idonea ad elidere l’onere probatorio gravante sulla parte, potendo, invece, rilevare ad altri fini, per quanto attiene, in particolare, l’ulteriore contestazione incentrata sulla violazione del principio di proporzionalità relativamente alla irrogazione della sanzione pecuniaria.
5. Esclusa, dunque, la realizzazione dell’opera in epoca precedente alla legge urbanistica n. 1150 del 1942, il Collegio rileva che legittimamente l’amministrazione comunale ha disposto l’ordine di ripristino con riferimento alla porta in questione.
5.1. Si evidenzia, infatti, che
l’apertura di porte e di finestre sul prospetto di un edificio va qualificato -sempre- come intervento di ristrutturazione edilizia comportante modifica dei prospetti, assoggettato (tuttora) al regime del permesso di costruire ex art. 10, primo comma, lett. c), del d.P.R. 06.06.2001 n. 380 (cfr: Corte di Cassazione penale, III Sezione, 20.05.2014 n. 30575), non modificato dal decreto legge “Sblocca Italia” 12.09.2014 n. 133 (convertito in legge 11.11.2014 n. 164), che (per quanto qui interessa) si limita a ricomprendere nell’ambito degli interventi di manutenzione straordinaria, di cui all’art. 3, primo comma, lett. b), del d.P.R. 06.06.2001 n. 380, quelli (insussistenti nel caso di specie) consistenti nel frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari con esecuzione di opere anche se comportanti la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico, purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l’originaria destinazione di uso.
5.2. E, invero, come chiarito dalla consolidata giurisprudenza anche del Giudice di Appello (Cons. St., n. 3173 del 2016; id. 380 del 2012),
l’apertura di porte finestrate e di finestre sul prospetto di un edificio va qualificato -sempre- come intervento di ristrutturazione edilizia comportante modifica dei prospetti, assoggettato (tuttora) al regime del permesso di costruire ex art. 10, primo comma, lett. c), del d.P.R. 06.06.2001 n. 380 (cfr: Corte di Cassazione penale, III Sezione, n. 30575 del 2014) (
TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 17.06.2019 n. 7818 - link a www.giustizia-amministrartiva.it).
maggio 2019

EDILIZIA PRIVATA - VARIOGGETTO: Guida alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche relativa all’anno d’imposta 2018: spese che danno diritto a deduzioni dal reddito, a detrazioni d’imposta, crediti d’imposta e altri elementi rilevanti per la compilazione della dichiarazione e per l’apposizione del visto di conformità (Agenzia delle Entrate, circolare 31.05.2019 n. 13/E).
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Di particolare interesse, si legga a pag. 234 a seguire:
  
Spese per interventi di recupero del patrimonio edilizio, per misure antisismiche e bonus verde (Righi E41/E53, quadro E, sez. IIIA e IIIB) - Art. 16-bis del TUIR - Art. 16 del decreto legge n. 63 del 2013 – art. 1, commi 12-15, legge 27.12.2017, n. 205 - decreto interministeriale 18.02.1998
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Interventi che danno diritto alla detrazione
L’agevolazione riguarda le spese sostenute nel corso dell’anno per interventi effettuati su singole unità immobiliari residenziali e su parti comuni di edifici residenziali situati nel territorio dello Stato. Sono esclusi gli edifici a destinazione produttiva, commerciale e direzionale.
Per l’individuazione delle abitazioni residenziali ammesse all’agevolazione, non deve essere utilizzato un principio di prevalenza delle unità immobiliari destinate ad abitazione rispetto a quelle destinate ad altri usi ed è, quindi, ammessa al beneficio fiscale l’abitazione, realmente utilizzata come tale, ancorché unica all’interno di un edificio (ad esempio, l’unità immobiliare adibita ad alloggio del portiere per le cui spese di ristrutturazione i singoli condòmini possono calcolare la detrazione in ragione delle quote millesimali di proprietà) (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.1).
Sono compresi nell’ambito applicativo della disposizione tutti gli interventi, anche innovativi, realizzati su pertinenze o su aree pertinenziali (senza alcun limite numerico) già dotate del vincolo di pertinenzialità con l’unità immobiliare principale (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.3).
In caso di interventi realizzati sulle parti comuni di un edificio, le relative spese possono essere considerate, ai fini del calcolo della detrazione, soltanto se riguardano un edificio residenziale considerato nella sua interezza. Qualora la superficie complessiva delle unità immobiliari destinate a residenza ricomprese nell’edificio sia superiore al 50 per cento, è possibile ammettere alla detrazione anche il proprietario e il detentore di unità immobiliari non residenziali che sostengano le spese per le parti comuni.
Se tale percentuale risulta inferiore, è comunque ammessa la detrazione per le spese realizzate sulle parti comuni da parte dei possessori o detentori di unità immobiliari destinate ad abitazione comprese nel medesimo edificio (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.2). La detrazione per gli interventi realizzati sulle parti comuni spetta anche ai proprietari di soli box o cantine.
Gli interventi edilizi agevolabili, sotto il profilo tecnico e nei loro contenuti, sono classificati e dettagliatamente definiti dall’art. 3 del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con DPR n. 380 del 2001. In sostanza, al fine di definire ciò che beneficia dell’agevolazione fiscale, il legislatore rimanda alla legge quadro sull’edilizia.
Interventi edilizi di cui alle lettere a), b), c) e d) dell’art. 3 del DPR n. 380 del 2001
Per gli interventi effettuati sulle parti comuni, la detrazione spetta per le spese di:
   − manutenzione ordinaria (lett. a) ;
   − manutenzione straordinaria (lett. b);
   − restauro e di risanamento conservativo (lett. c);
   − ristrutturazione edilizia (lett. d).
Per gli interventi effettuati sulle singole unità immobiliari e/o sulle relative pertinenze, la detrazione compete per le medesime spese, ad eccezione di quelle relative alla manutenzione ordinaria.
L’agevolazione è riferita ad interventi eseguiti su singole unità immobiliari residenziali, di qualsiasi categoria catastale, anche rurali e sulle loro pertinenze, accatastate o in via di accatastamento.
Gli interventi devono essere eseguiti su edifici esistenti e non devono realizzare una nuova costruzione (Circolare 11.05.1998 n. 121, paragrafo 4). Unica eccezione è rappresentata dalla realizzazione di autorimesse o posti auto pertinenziali.
Gli interventi previsti in ciascuna delle categorie edilizie sopra richiamate sono, di norma, integrati o correlati ad interventi di categorie diverse; ad esempio, negli interventi di manutenzione straordinaria sono necessarie, per completare l’intervento edilizio nel suo insieme, opere di pittura e finitura ricomprese in quelle di manutenzione ordinaria.
Pertanto, al fine dell’esatta individuazione degli interventi da realizzare e della puntuale applicazione delle disposizioni agevolative, occorre tener conto del carattere assorbente della categoria “superiore” rispetto a quella “inferiore” (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.4).
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Ristrutturazione edilizia - Art. 3, comma 1, lett. d), del DPR n. 380 del 2001
Gli interventi di ristrutturazione edilizia sono quelli volti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino e la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di elementi ed impianti che possono portare ad un edificio parzialmente o completamente diverso dal preesistente. Gli effetti di tale trasformazione sono tali da incidere sui parametri urbanistici al punto che l’intervento stesso è considerato di “trasformazione urbanistica” e, come tale, soggetto al relativo titolo abilitativo (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.4).
È possibile, ad esempio, fruire della detrazione d’imposta, in caso di lavori in un fienile che risulterà con destinazione d’uso abitativo solo a seguito dei lavori di ristrutturazione che il contribuente intende realizzare purché nel provvedimento amministrativo che autorizza i lavori risulti chiaramente che gli stessi comportano il cambio di destinazione d’uso del fabbricato, già strumentale agricolo, in abitativo (Risoluzione 08.02.2005 n. 14).
L’art. 3, comma 1, lett. d), del DPR n. 380 del 2001, così come riformulato dall’art. 30, comma 1, lett. a), del DL n. 69 del 2013, ridefinisce la fattispecie degli interventi di ristrutturazione edilizia eliminando il riferimento al rispetto della “sagoma” per gli interventi di demolizione e successiva ricostruzione ed imponendo il solo rispetto della volumetria preesistente fatte salve le innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica.
Poiché la nozione di sagoma edilizia è intimamente legata anche all’area di sedime del fabbricato e considerato che il legislatore ha eliminato il riferimento al rispetto della sagoma per gli immobili non vincolati, la detrazione è ammessa anche se l’intervento di ristrutturazione edilizia consistente nella demolizione e ricostruzione comporti anche lo spostamento di lieve entità rispetto al sedime originario (risposta all’Interrogazione a risposta immediata in commissione 5-01866 del 14.01.2014).
Con gli interventi di ristrutturazione edilizia è possibile aumentare la superficie utile, ma non il volume preesistente.
Nell’ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione, la detrazione compete solo in caso di fedele ricostruzione, nel rispetto della volumetria dell’edificio preesistente (fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, di cui all’articolo 3, lettera d), del DPR n. 380 del 2001); conseguentemente, in caso di demolizione e ricostruzione con ampliamento della volumetria preesistente, la detrazione non spetta in quanto l’intervento si considera, nel suo complesso, una “nuova costruzione”.
Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (
adunanza collegiale straordinaria del 16.07.2015), nel chiarire alcune questioni interpretative relative al citato art. 3, comma 1, lettera d), DPR n. 380 del 2001, ha precisato, invece, che “la volumetria preesistente rappresenta lo standard massimo di edificabilità, cioè il limite massimo di volume edificabile, quando si tratta di interventi di ristrutturazione edilizia consistenti nella demolizione e ricostruzione, per i quali la norma non consente aumenti complessivi della cubatura preesistente”.
Di conseguenza, secondo il citato Consiglio Superiore, “
interventi di demolizione e ricostruzione che non sfruttino l’intera volumetria preesistente, ma ne ricostruiscano soltanto una quota parte (…) appaiono rientrare a pieno titolo nella fattispecie della ristrutturazione edilizia”.
Pertanto,
nel caso in cui siano realizzati interventi edilizi di demolizione e successiva ricostruzione con una volumetria inferiore rispetto a quella preesistente, le relative spese potranno beneficiare della detrazione
.
Qualora, invece, la ristrutturazione avvenga senza demolizione dell’edificio esistente e con ampliamento dello stesso, la detrazione compete solo per le spese riferibili alla parte esistente in quanto l’ampliamento configura, comunque, una “nuova costruzione”. Tali criteri sono applicabili anche agli interventi di ampliamento previsti in attuazione del Piano Casa (Risoluzione 04.01.2011 n. 4).
Il contribuente ha l’onere di mantenere distinte, in termini di fatturazione, le due tipologie di intervento (ristrutturazione e ampliamento) o, in alternativa, essere in possesso di un’apposita attestazione che indichi gli importi riferibili a ciascuna tipologia di intervento, rilasciata dall’impresa di costruzione o ristrutturazione sotto la propria responsabilità, utilizzando criteri oggettivi.
In caso di ristrutturazione con ampliamento di un box pertinenziale la detrazione spetta anche per le spese relative all’ampliamento a condizione che lo stesso sia funzionale alla creazione di un nuovo posto auto.

EDILIZIA PRIVATAOGGETTO: Articolo 16-bis, comma 3 del TUIR di cui al d.P.R. 22.12.1986, n. 917 - Detrazione per le spese riferibili alla parte esistente oggetto di ristrutturazione dell’edificio esistente e con ampliamento (Agenzia delle Entrate, risposta 21.05.2019 n. 150).
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La società istante ALFA, (d’ora in poi anche "la società"), è un’impresa immobiliare di costruzione per la rivendita. Recentemente ha acquistato un immobile oggetto di un intervento edilizio.
Tale intervento consiste nella ristrutturazione dell’immobile per mq XXX e nell’ampliamento per mq XXX di superficie utile; tale ampliamento di fatto, però, non risulta dal permesso di costruire che è stato rilasciato come un permesso per ristrutturazione edilizia.
Poiché la destinazione d’uso è cambiata da commerciale ad abitativa cambia anche il calcolo della superficie edificabile; la maggiore superficie realizzabile è dovuta al fatto che alcuni vani “tecnici”, che prima costituivano superficie complessiva, ora non vengono più computati, per cui è possibile edificare più metri di superficie utile. La parte ristrutturata corrisponde al 71% circa e la parte ampliata al 29% circa dell’intero edificio.
Tanto premesso, la società istante, che a breve dovrà incominciare a stipulare i primi contratti preliminari e/o proposte di acquisto, chiede di sapere se sulle unità immobiliari cedute i futuri acquirenti potranno godere della detrazione di cui all’articolo 16-bis, comma 3, del TUIR.
Se, invece, non fosse possibile fruire del bonus fiscale per intero, l’istante chiede se detto intervento possa essere considerato come mera ristrutturazione edilizia scorporando, in proporzione dal prezzo di vendita delle singole unità immobiliari, la quota parte relativa all’ampliamento.
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PARERE DELL’AGENZIA DELL’ENTRATE
Per le ragioni di seguito esposte, si ritiene che gli acquirenti dell’immobile ceduto dall’istante potranno fruire della detrazione di cui all’articolo 16-bis, comma 3, del TUIR solo per le spese riferibili alla parte esistente, sul presupposto che i lavori effettuati consistano in una ristrutturazione senza demolizione dell’edificio esistente con ampliamento dello stesso.
La detrazione richiamata dall’articolo 16-bis, comma 3, del TUIR opera, tra l’altro, nel caso di ristrutturazione edilizia di cui alle lettere c) e d) dell’articolo 3, comma 1, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380.
In particolare, la lettera d) dell’articolo 3, comma 1, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 definisce “interventi di ristrutturazione edilizia, gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente”.
Si rappresenta che
la qualificazione delle opere edilizie spetta, in ultima analisi, al Comune o ad altro ente territoriale, in qualità di organo competente in tema di classificazioni urbanistiche e che la condizione di rispetto della volumetria dell’edificio preesistente deve essere asserita da professionisti abilitati in sede di presentazione del progetto al competente Sportello Unico per l’Edilizia.
Ai fini delle agevolazioni in esame
è necessario che dal titolo amministrativo di autorizzazione dei lavori risulti che l’opera consiste in un intervento di conservazione del patrimonio edilizio esistente (cfr. articolo 3, comma 1, lettera d), del d.P.R. n. 380 del 2001) e non in un intervento di nuova costruzione (cfr. articolo 3, comma 1, lettera e), del d.P.R. n. 380 del 2001), purché risulti invariata la volumetria, perciò inquadrabile come fedele ricostruzione ex articolo 3, comma 2, lettera d), del d.P.R. n. 380 del 2001.
Sostanzialmente quello che la disposizione normativa richiede è che la volumetria dell’edificio sottoposto a lavori di ristrutturazione rimanga identica a quella preesistente ai lavori stessi.

In relazione agli interventi di demolizione e ricostruzione di edifici, è stato acquisito il parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Il Servizio Tecnico Centrale del detto Consiglio, in data 17.04.2018, ha comunicato il parere n. 27/2018 espresso dalla Prima Sezione del Consesso nell’adunanza del 22.03.2018.
Tale parere ha specificato che rientrano tra gli interventi di “ristrutturazione edilizia” di cui all’articolo 3, comma 1, lettera d), del d.P.R. n. 380 del 2001 quelli di demolizione e ricostruzione di un edificio con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, e, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli, di cui al d.lgs. n. 42 del 2004, gli interventi di demolizione e ricostruzione che rispettino la medesima sagoma dell’edificio preesistente.
Infatti, come chiarito con circolare del 04.04.2018, n. 7/E, pag. 238 e seguenti, in merito agli interventi di ristrutturazione edilizia ex articolo 3, comma 1, lettera d), del Testo Unico dell’Edilizia nell’ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione,
la detrazione compete solo in caso di fedele ricostruzione, nel rispetto della volumetria dell’edificio preesistente; conseguentemente, nell’ipotesi di demolizione e ricostruzione con ampliamento della volumetria preesistente, la detrazione non spetta in quanto l’intervento si considera, nel suo complesso, una “nuova costruzione”.
Qualora, invece, la ristrutturazione avvenga senza demolizione dell’edificio esistente e con ampliamento dello stesso, la detrazione per i futuri acquirenti compete solo per le spese riferibili alla parte esistente in quanto l’ampliamento configura, comunque, una “nuova costruzione”.
Dall’esame dell’istanza e della documentazione integrativa acquisita con emerge che la società ALFA, oltre ad aver effettuato dei lavori di ristrutturazione, ha anche costruito un avancorpo commerciale. La parte ristrutturata corrisponde al 71% circa e la parte ampliata al 29% circa dell’intero edificio.
L’istante ha precisato che comunque tale operazione non ha avuto impatti sulla volumetria, in quanto la superficie complessiva è rimasta identica a quella dell’edificio preesistente in virtù del cambio di destinazione d’uso dell’immobile oggetto d’intervento da uso commerciale a uso civile. Tuttavia, a sostegno di tale affermazione non è stato prodotto alcun documento tecnico che possa provare quanto asserito dall’istante.
Pertanto, nel caso di specie la fruizione della detrazione di cui all’articolo 16-bis, comma 3, del TUIR è consentita, come chiarito nella circolare del 04.04.2018, n. 7/E, solo per le spese riferibili alla parte esistente, sul presupposto che i lavori effettuati consistano in una ristrutturazione senza demolizione dell’edificio esistente e con ampliamento dello stesso. Bisognerà mantenere distinte, in termini di fatturazione, le due tipologie di intervento o, in alternativa, essere in possesso di un’apposita attestazione che indichi gli importi riferibili a ciascuna tipologia di intervento, rilasciata dall’impresa di costruzione o ristrutturazione sotto la propria responsabilità, utilizzando criteri oggettivi.

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Al riguardo si legga anche:
  
Ristrutturazione con ampliamento: ok alla detrazione fiscale ma solo per una parte - Il Bonus ristrutturazioni compete esclusivamente per le spese riferibili alla porzione esistente e non a quella che, invece, configura una “nuova costruzione” (22.05.2019 - link a www.casaeclima.com).

EDILIZIA PRIVATAUn intervento di demolizione e successiva ricostruzione può essere qualificato come di ristrutturazione edilizia solo laddove vi sia una certa continuità tra la nuova opera e quella precedente alla demolizione.
Il criterio discretivo tra l’intervento di “demolizione e ricostruzione” e la “nuova costruzione” è costituito proprio, nel primo caso, dall’assenza di variazioni del volume, dell’altezza o della sagoma dell’edificio, per cui, in assenza di tali indefettibili e precise condizioni si deve parlare di intervento equiparabile a “nuova costruzione”, da assoggettarsi alle regole proprie della corrispondente attività edilizia.
Tali criteri hanno un ancora maggiore pregio interpretativo a seguito dell’ampliamento della categoria della demolizione e ricostruzione operata dal d.lgs. n. 301 del 2002 in quanto proprio perché non vi è più il limite della ‘fedele ricostruzioné si richiede la conservazione delle caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente nel senso che debbono essere presenti gli elementi fondamentali, in particolare per i volumi, per cui la ristrutturazione edilizia, per essere tale e non finire per coincidere con la nuova costruzione, deve conservare le caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente e la successiva ricostruzione dell’edificio deve riprodurre le precedenti linee fondamentali quanto a sagoma, superfici e volumi.
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8.1.2. L’appellante, nel motivo in esame, affida i propri rilievi ad un’ulteriore osservazione che impinge nella qualificazione giuridica dell’intervento realizzato, riconducibile, secondo le sue prospettazioni, alla fattispecie di cui all’art. 10 del d.P.R. n. 380 del 2001, laddove annovera tra gli interventi edilizi anche quelli di ristrutturazione c.d. pesante, che portano alla realizzazione di un organismo edilizio diverso dal preesistente.
Tale intervento, tuttavia, anche nella sua versione cosiddetta “pesante”, è da intendere come un intervento di recupero, che nel caso di specie non si configura dal momento che, come sopra precisato, il manufatto preesistente risulta interamente demolito. A sua volta il concetto stesso di ampliamento non può prescindere dalla permanenza in situ di una parte del manufatto preesistente nella sua consistenza edilizia originaria, nel caso di specie insussistente.
Infatti un intervento di demolizione e successiva ricostruzione può essere qualificato come di ristrutturazione edilizia solo laddove vi sia una certa continuità tra la nuova opera e quella precedente alla demolizione. Il criterio discretivo tra l’intervento di “demolizione e ricostruzione” e la “nuova costruzione” è costituito proprio, nel primo caso, dall’assenza di variazioni del volume, dell’altezza o della sagoma dell’edificio, per cui, in assenza di tali indefettibili e precise condizioni si deve parlare di intervento equiparabile a “nuova costruzione”, da assoggettarsi alle regole proprie della corrispondente attività edilizia.
Tali criteri hanno un ancora maggiore pregio interpretativo a seguito dell’ampliamento della categoria della demolizione e ricostruzione operata dal d.lgs. n. 301 del 2002 in quanto “proprio perché non vi è più il limite della ‘fedele ricostruzione’ si richiede la conservazione delle caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente nel senso che debbono essere presenti gli elementi fondamentali, in particolare per i volumi” per cui “la ristrutturazione edilizia, per essere tale e non finire per coincidere con la nuova costruzione, debba conservare le caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente e la successiva ricostruzione dell’edificio debba riprodurre le precedenti linee fondamentali quanto a sagoma, superfici e volumi” (cfr. Cons. Stato, sez. V, 09.08.2018, n. 4880).
Nel caso di specie, tale conformità con il preesistente non sussiste e pertanto emergono i presupposti per ritenere le opere de quibus non suscettibili di sanatoria, avuto riguardo a quanto statuito dall’art. 2 della legge Regione Lombardia n. 31 del 2004, che, nell’introdurre una disciplina più restrittiva rispetto all’art. 32 del D.L. n. 269 del 2003, consente la sanabilità degli “ampliamenti entro i limiti massimi del 20 per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, di 500 metri cubi” ed esclude, invece, dal condono “le opere abusive relative a nuove costruzioni, residenziali e non, qualora realizzate in assenza del titolo abilitativo edilizio e non conformi agli strumenti urbanistici generali vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge”.
La natura dell’intervento quale opera di “nuova costruzione” invece che di ampliamento, come afferma parte appellante, comporta quindi che esso non è riconducibile all’alveo applicativo del condono come regolato dalla disciplina regionale, promulgata a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 196 del 2004
(Consiglio di Stato, Sez. II, sentenza 20.05.2019 n. 3208 - link a www.giustizia-amministrartiva.it).

EDILIZIA PRIVATAIl discrimine tra ristrutturazione e realizzazione di nuovo organismo edilizio è chiaro nella giurisprudenza di questo Consiglio, secondo la quale per aversi ristrutturazione occorre che sia conservata la struttura fisica della costruzione preesistente o che questa sia oggetto di una ricostruzione se non fedele, comunque rispettosa della volumetria e della sagoma della struttura preesistente.
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7. L’appello è infondato.
Il Collegio ritiene di affrontare in primo luogo le doglianze di parte appellante con cui si deplora che non sia stata data applicazione all’art. 33, comma 2, del d.P.R. n. 380/2001 (Testo unico per l’edilizia). Tale disposizione prevede, in caso di ristrutturazione edilizia eseguita in assenza di permesso o in totale difformità da esso, l’irrogabilità della sanzione pecuniaria in luogo della demolizione, nell’eventualità che non sia possibile la rimessione in pristino, come avverrebbe nella fattispecie, considerato anche che il piano seminterrato ha una funzione di sostegno del piano terra.
Tali doglianze sono infondate in quanto nella fattispecie non ricorre il presupposto della ristrutturazione edilizia in presenza del quale è applicabile l’invocato art. 33, comma 2, del d.P.R. n. 380/2001. L’accertamento svolto dal Comune di Piombino ha evidenziato opere edilizie abusive che hanno portato alla realizzazione di nuovi volumi e superfici -tra cui la costruzione di un intero piano seminterrato, di una tettoia e di una scala, nonché un manufatto del tutto nuovo- dando luogo ad un nuovo organismo edilizio con modificazione dell’originaria destinazione d’uso agricola in residenziale, per il quale sarebbe stato necessario il rilascio di un idoneo titolo edilizio.
Il discrimine tra ristrutturazione e realizzazione di nuovo organismo edilizio è chiaro nella giurisprudenza di questo Consiglio, secondo la quale per aversi ristrutturazione occorre che sia conservata la struttura fisica della costruzione preesistente o che questa sia oggetto di una ricostruzione se non fedele, comunque rispettosa della volumetria e della sagoma della struttura preesistente (cfr. ex plurimis Cons. Stato, Sez. V, 10.09.2012, n. 4771, Sez. IV, 07.04.2015, n. 1763), requisiti che non ricorrono nella fattispecie.
Infatti, in variazione essenziale dalla concessione rilasciata per la demolizione e ricostruzione di annessi agricoli precari condonati, la realizzazione di pergolato e la posa in opera di un impianto di subirrigazione, è stata invece accertata la realizzazione di un immobile in muratura, costruito su due piani invece di uno, con un piano aggiuntivo seminterrato fuori sagoma, suddiviso in stanze, con cucina ammobiliata e servizio igienico, allacciatura alla fornitura di energia elettrica e acqua, con cambio della destinazione d’uso.
A fronte di tale accertamento, risultano prive di rilevo le doglianze di parte appellante riferite al primo piano dell’edificio, relative all’erroneità di alcune misure indicate nell’ordinanza di demolizione e all’assenza di allacci alle reti di servizi e allo scarso mobilio di tale piano.
Correttamente quindi l’Amministrazione comunale ha disposto la demolizione ai sensi dell’art. 132 della l.r. n. 1/2005 (Norme per il governo del territorio), che, con disposizioni analoghe a quelle contenute nell’art. 31 del d.P.R. n. 380/2001, prevede l’ingiunzione di demolizione delle opere eseguite in variazione essenziale rispetto al titolo edilizio (Consiglio di Stato, Sez. II, sentenza 13.05.2019 n. 3057 - link a www.giustizia-amministrartiva.it).

EDILIZIA PRIVATA: Gli interventi di ricostruzione dei fabbricati.
DOMANDA:
In relazione al DPR n. 380/2001 e la L.R. lombarda n. 12/2005 si chiede se in un intervento di demolizione e ricostruzione con piccole modifiche ad un muro perimetrale, con l'inserimento di abbaini e di alcuni nuovi balconi, di un fabbricato residenziale, tale fabbricato può essere nuovamente realizzato mantenendo la stessa altezza (8,13 mt.) e gli stessi piani (piano terra, primo e sottotetto), realizzando anche un piano seminterrato per realizzare autorimesse, o deve rispettare quanto previsto dalla norme di attuazione del vigente PGT che prevede per la zona 2 piani fuori terra e seminterrato ed altezza massima di mt. 7,00?
Devono essere rispettate le distanze dai confini?
Per il pagamento del contributo di costruzione viene considerata nuova costruzione (oneri pieni) o ristrutturazione (oneri abbattuti del 50%)?
Per essere considerata ristrutturazione devono essere mantenuti almeno i muri perimetrali (almeno 1,5 mt.)?
RISPOSTA:
La questione principale sottesa al quesito concerne la possibilità e le modalità con cui provvedere ad un intervento di demolizione e ricostruzione, con piccole modifiche ad un muro perimetrale e con l’inserimento di abbaini e di alcuni nuovi balconi, di un fabbricato residenziale.
In particolare, con riferimento all’altezza e ai piani, codesto Comune chiede se il fabbricato in oggetto possa essere nuovamente realizzato mantenendo la stessa altezza (8,13 mt) e gli stessi piani (piano terra, primo e sottotetto), realizzando anche un piano seminterrato per autorimesse, oppure se la costruzione debba rispettare quanto previsto dalle norme di attuazione del vigente PGT che prevede per la zona in oggetto due piani fuori terra e seminterrato e un’altezza massima di 7 metri. Il dubbio è altresì se debbano essere rispettate le distanze dai confini e se, in generale, si tratti di una nuova costruzione o ristrutturazione.
Ebbene, al fine di tentare di fornire una soluzione rispetto al quesito posto, occorre, anzitutto, fare riferimento agli interventi normativi successivi al 2013 e alla giurisprudenza amministrativa formatasi, al momento, sul tema in oggetto. In particolare, com’è noto, l’art. 3 del D.P.R. 380/2001 contiene l’attuale distinzione tra “interventi di ricostruzione edilizia” e “interventi di nuova costruzione”.
In particolare, si legge alla lettera d) della suddetta disposizione, che: “nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima”.
L’articolo 27 della legge regionale n. 12 del 2005 e la circolare n. 10 del 2010 sono sostanzialmente riepilogativi della normativa nazionale.
D’altra parte, come specificato da quest’ultima, la declaratoria degli interventi edilizi dettata all’art. 27 della l.r. n. 12/2005 è da considerarsi superata, dovendosi ormai fare riferimento alle definizioni di cui all’art. 3 del d.P.R. 380/2001, in quanto disposizioni espressamente qualificate dalla Corte costituzionale come «principi fondamentali della materia» di potestà legislativa concorrente «governo del territorio».
Si segnala sul tema l’importante sentenza n. 4728 del 2017 con la quale il Consiglio di Stato, oltre ad effettuare una interessante ricostruzione della successione delle leggi nel tempo, dà varie indicazioni interpretative.
Anzitutto, con particolare riferimento alla ristrutturazione edilizia cd. ricostruttiva, precisa che l’unico limite ora previsto è quello della identità di volumetria, rispetto al manufatto demolito, salve “innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica” , e ad eccezione degli immobili sottoposti a vincolo ex d.lgs. n. 42/2004, per i quali è altresì prescritto il rispetto della “medesima sagoma di quello preesistente”.
Afferma, poi, che il nuovo manufatto, se può sottrarsi ai limiti, precedentemente previsti, del rispetto dell’area di sedime e della sagoma, non di meno, anche in tali casi, è certamente tenuto al rispetto del limite delle distanze dal confine e/o da altri fabbricati, nel rispetto sia delle norme del codice civile sia di quelle previste dai regolamenti edilizi e dalla pianificazione urbanistica.
Il Collegio, quindi, nell’ambito della suddetta sentenza, conclude sul tema delle distanze che: “In sostanza:
   - nel caso in cui il manufatto che costituisce il risultato di una ristrutturazione edilizia venga comunque ricostruito con coincidenza di area di sedime e di sagoma, esso –proprio perché “coincidente” per tali profili con il manufatto preesistente– potrà sottrarsi al rispetto delle norme sulle distanze innanzi citate, in quanto sostitutivo di un precedente manufatto che già non rispettava dette distanze (e magari preesisteva anche alla stessa loro previsione normativa).
Come questa Sezione ha avuto modo di osservare (Cons. Stato, sez. IV, 14.09.2017 n. 4337), “la disposizione dell’art. 9 n. 2 D.M. n. 1444 riguarda “nuovi edifici”, intendendosi per tali gli edifici (o parti e/o sopraelevazioni di essi: Cons. Stato, sez. IV, 04.08.2016 n. 3522) “costruiti per la prima volta” e non già edifici preesistenti, per i quali, in sede di ricostruzione, non avrebbe senso prescrivere distanze diverse”.
   - invece, nel caso in cui il manufatto venga ricostruito senza il rispetto della sagoma preesistente e dell’area di sedime, come pure consentito dalle norme innanzi indicate, occorrerà comunque il rispetto delle distanze prescritte, proprio perché esso –quanto alla sua collocazione fisica– rappresenta un novum, come tale tenuto a rispettare –indipendentemente dalla sua qualificazione come ristrutturazione edilizia o nuova costruzione– le norme sulle distanze
”.
D’altra parte, come si è affermato spesso anche con riferimento alla normativa precedente, è con riferimento alla ipotesi di ristrutturazione “ricostruttiva” che è richiesta identità di volumetria e di sagoma (Cons. Stato, sez. IV, 07.04.2015 n. 1763; 09.05.2014 n. 2384; 06.07.2012 n. 3970), affermandosi altresì che, in difetto, si configura una nuova costruzione, con la conseguente applicabilità anche delle norme sulle distanze (Cons. Stato, sez. IV, 30.05.2013 n. 2972; 12.02.2013 n. 844).
Con riferimento al caso oggetto della sentenza, insomma, il Consiglio di Stato affermava che, anche a voler parlare di ristrutturazione edilizia, “le opere in edifici preesistenti costituenti modifiche di sagoma, ampliamenti e sopraelevazioni siano soggette al rispetto delle distanze legali”.
Con riferimento segnatamente al caso di specie, dunque, si ritiene che l’edificio potrebbe essere ricostruito con le medesime fattezze di quello demolito. La costruzione, però, verrà qualificata come ristrutturazione nel caso in cui l’amministrazione accerti che la stessa abbia la medesima volumetria della precedente. In caso contrario, e ci sono fondati motivi per ritenere che si tratti del caso oggetto del quesito anche alla luce di quanto disposto dall’art. 10 del D.P.R. 380/2001 e considerato che eventuali nuovi balconi comporterebbero un aumento di volumetria, l’edificio si configurerà come una nuova costruzione soggetta al rispetto anche dell’attuale PGT e ai conseguenti relativi oneri pieni.
Con riferimento al tema delle distanze, come chiarito dal Consiglio di Stato, indipendentemente dalla qualificazione della costruzione, andranno approfonditi dall’amministrazione gli aspetti concernenti la collocazione fisica della stessa ma ci sono fondati motivi per ritenere, alla luce di tutto quanto sopra esposto, che la costruzione sia soggetta al rispetto delle distanze (tratto da e link a
www.ancirisponde.ancitel.it).

febbraio 2019

EDILIZIA PRIVATA: La novella apportata dal d.l. n. 69/2013 all’art. 3 del d.P.R. n. 380/2001 ha espunto il limite della sagoma ai fini della possibilità di qualificare come ristrutturazione edilizia gli interventi di demolizione e ricostruzione.
La norma fa tuttavia salva l’ipotesi degli immobili sottoposti a vincoli, ovvero ricadenti in zone vincolate ai sensi del d.lgs. n. 42/2004, per i quali continua a valere il rispetto della sagoma, oltre che del volume.

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Con il sesto motivo It. aggiunge che, anche a voler ritenere applicabile il trattamento sanzionatorio vigente all’epoca di commissione dell’abuso, l’applicazione dell’art. 196 l.r. n. 65/2014 cit. risulterebbe comunque errata, stante la rivendicata natura di ristrutturazione edilizia dell’intervento (vengono riproposti in parte qua i medesimi profili di gravame già posti a fondamento del ricorso introduttivo).
I motivi, da esaminarsi congiuntamente, sono infondati.
Come già rilevato, la novella apportata dal d.l. n. 69/2013 all’art. 3 del d.P.R. n. 380/2001 ha espunto il limite della sagoma ai fini della possibilità di qualificare come ristrutturazione edilizia gli interventi di demolizione e ricostruzione. La norma fa tuttavia salva l’ipotesi degli immobili sottoposti a vincoli, ovvero ricadenti in zone vincolate ai sensi del d.lgs. n. 42/2004, per i quali continua a valere il rispetto della sagoma, oltre che del volume (cfr. TAR Toscana, n. 582/2016, cit.; TAR Sardegna, sez. II, 05.12.2017, n. 772; Cass. pen., sez. III, 08.03.2016, n. 33043).
L’edificio di proprietà della It. ricade in zona agricola sottoposta a vincolo paesaggistico (d.m. 30.07.1974), di modo che l’intervento –comportando modifiche della sagoma– va classificato come nuova costruzione alla luce sia della disciplina vigente al momento della sua realizzazione e al momento della richiesta di sanatoria, sia della disciplina attuale.
La scelta sanzionatoria praticata dal Comune resistente, ai sensi dell’art. 196 l.r. n. 65/2014, si sottrae pertanto ai vizi dedotti (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 07.02.2019 n. 210 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAl fine di valutare l’incidenza sull’assetto del territorio di un intervento edilizio, consistente in una pluralità di opere, va compiuto un apprezzamento globale delle opere medesime, atteso che la considerazione atomistica dei singoli interventi non consente di comprendere in modo adeguato l’impatto effettivo degli interventi compiuti.
I molteplici interventi eseguiti non vanno considerati cioè in maniera “frazionata”.
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Di seguito si formulano talune considerazioni specifiche sulle opere realizzate anche “singolarmente considerate”, in particolare circa la modifica di alcuni vani porta-finestra in finestra, e viceversa e sulle canne fumarie.
Sul primo aspetto, relativo alla modifica dei prospetti, occorre operare una distinzione tra i concetti di sagoma e prospetto.
Il primo, riguarda la conformazione planivolumetrica della costruzione e il suo perimetro, considerato in senso verticale e orizzontale, ovvero il contorno che viene ad assumere l’edificio, ivi comprese le strutture perimetrali con gli oggetti e gli sporti; il secondo individua gli sviluppi in verticale dell’edificio e quindi la facciata dello stesso, rientrando nella fattispecie anche le aperture presenti sulle pareti esterne. Attengono al prospetto gli interventi che modificano l’originaria conformazione estetico architettonica dell’edificio, realizzati sulla facciata o sulle pareti esterne del fabbricato, senza superfici sporgenti.
La modifica dei prospetti, pertanto, deve considerarsi quale intervento edilizio autonomo, riconducibile (sempre avendo riguardo alla disciplina applicabile applicando il principio “tempus regit actum”), al “genus” della ristrutturazione edilizia, riscontrabile in fattispecie quali apertura di nuove finestre, chiusura di quelle preesistenti e loro apertura in altre parti; nella apertura di una nuova porta di ingresso sulla facciata dell’edificio o comunque su una parete esterna dello stesso; nella trasformazione di vani finestra in altrettante porte–finestre..
Al contrario, non sarebbe da ricondursi a tale tipologia di intervento tutto ciò che, pur riguardando la facciata dell’edificio, non ha rilievo edilizio, o si concretizza nel rinnovamento o nella sostituzione delle finiture dell’immobile, nell’integrazione o nel mantenimento in efficienza degli impianti tecnologici esistenti, o che si sostanzia in interventi interni al fabbricato.
Dunque, gli interventi comportanti modifiche dei prospetti descritti nella fattispecie rientrano nella tipologia, applicabile “ratione temporis”, della ristrutturazione edilizia e, in quanto tali, richiedono il rilascio del permesso di costruire.
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Sul tema “canne fumarie”, e sulla necessità di un permesso di costruire qualora l’impatto sia significativo, va rammentata la giurisprudenza amministrativa formatasi sul punto.
Invero, è necessario il previo rilascio del permesso di costruire, rientrandosi nella categoria dei lavori di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d), del d.P.R. n. 380 del 2001, realizzati tramite inserimento di nuovi elementi ed impianti, qualora tali strutture non si presentino di piccole dimensioni, siano di palese evidenza rispetto alla costruzione e alla sagoma dell'immobile e non possano considerarsi un elemento meramente accessorio, ovvero di ridotta e aggiuntiva destinazione pertinenziale, come tale assorbito o occultato dalla preesistente struttura dell'immobile.
Si ritiene occorrente il permesso di costruire tutte le volte in cui venga in rilievo un intervento il quale, per dimensioni, altezza e conformazione, risulti incidere in modo significativo sul prospetto e sulla sagoma della costruzione sulla quale la canna fumaria è installata; mentre soltanto l’intervento di mera sostituzione di una canna fumaria (ma non è questo il nostro caso), con le stesse dimensioni e identica localizzazione rispetto alla precedente, va considerato di manutenzione straordinaria, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. b), del d.P.R. n. 380 del 2001.
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4.2. Sulla qualificazione da dare agli interventi eseguiti, inerenti, giova rammentarlo, alla realizzazione di:
   - “manufatto in legno di mt. 3,00 x 4,00 adibito a deposito attrezzi, legnaia in muratura di mt. 3,00 x 0,67,
   - modifica di alcuni vani porta-finestra in finestra e viceversa,
   - sul prospetto ovest due canne fumarie di cui una in muratura e l’altra in rame,
   - sul prospetto est una struttura orizzontale in legno di mt. 7,40 x 4,30 su un lato e mt. 3,40 x 1,40 sull’altro adibita a tettoia e terrazza,
   - strada di mt. 135 circa, piazzale in betonelle, marciapiede lungo il perimetro dell’edificio
“,
in termini generale va ricordato che l’art. 3, comma 1, lett. d), del d.P.R. n. 380 del 2001, nel testo applicabile “ratione temporis” alla fattispecie in esame, dispone che "interventi di ristrutturazione edilizia" (sono) gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente.
Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e (ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente), fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica.
L’art. 10 del t.u. edilizia, nel testo applicabile “ratione temporis”, stabilisce a sua volta che “costituiscono interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio e sono subordinati a permesso di costruire: a) gli interventi di nuova costruzione; b) gli interventi di ristrutturazione urbanistica; c) gli interventi di ristrutturazione edilizia [che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e)] che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso”.
Ciò premesso sul piano normativo, sempre in via preliminare va considerato che il TAR ha correttamente preso in esame dette opere, realizzate su un’area assoggettata a vincolo paesistico, nel loro “insieme sistematico”, che porta “ad un organismo in tutto od in parte diverso dal precedente” incidendo in modo tutt’altro che irrilevante sulla consistenza volumetrica, sulla sagoma e sui prospetti dell’edificio preesistente, confermando nella sostanza la qualificazione che ne aveva dato l’Amministrazione comunale.
Questo perché, prima di tutto, al fine di valutare l’incidenza sull’assetto del territorio di un intervento edilizio, consistente in una pluralità di opere, va compiuto un apprezzamento globale delle opere medesime, atteso che la considerazione atomistica dei singoli interventi non consente di comprendere in modo adeguato l’impatto effettivo degli interventi compiuti.
I molteplici interventi eseguiti non vanno considerati cioè in maniera “frazionata”.
Essi, al contrario, nel –peculiare, invero- contesto qui in discussione, debbono essere vagliati in un quadro di insieme, e non segmentato.
Ciò non toglie che si possano, qui di seguito, formulare talune considerazioni specifiche sulle opere realizzate anche “singolarmente considerate”, in particolare circa la modifica di alcuni vani porta-finestra in finestra, e viceversa, profilo sul quale sembra appuntarsi l’attenzione degli appellanti, specie in memoria, e sulle canne fumarie.
Sul primo aspetto, relativo alla modifica dei prospetti, occorre operare una distinzione tra i concetti di sagoma e prospetto. Il primo, riguarda la conformazione planivolumetrica della costruzione e il suo perimetro, considerato in senso verticale e orizzontale, ovvero il contorno che viene ad assumere l’edificio, ivi comprese le strutture perimetrali con gli oggetti e gli sporti; il secondo individua gli sviluppi in verticale dell’edificio e quindi la facciata dello stesso, rientrando nella fattispecie anche le aperture presenti sulle pareti esterne. Attengono al prospetto gli interventi che modificano l’originaria conformazione estetico architettonica dell’edificio, realizzati sulla facciata o sulle pareti esterne del fabbricato, senza superfici sporgenti.
La modifica dei prospetti, pertanto, deve considerarsi quale intervento edilizio autonomo, riconducibile (sempre avendo riguardo alla disciplina applicabile applicando il principio “tempus regit actum”), al “genus” della ristrutturazione edilizia, riscontrabile in fattispecie quali apertura di nuove finestre, chiusura di quelle preesistenti e loro apertura in altre parti; nella apertura di una nuova porta di ingresso sulla facciata dell’edificio o comunque su una parete esterna dello stesso; nella trasformazione di vani finestra in altrettante porte–finestre (in tema di modifiche di prospetti e necessità di permesso di costruire v. Cass. pen. nn. 921/2017, 20846/2015, 30575/2014, 38338/2013, 834/2008).
Al contrario, non sarebbe da ricondursi a tale tipologia di intervento tutto ciò che, pur riguardando la facciata dell’edificio, non ha rilievo edilizio, o si concretizza nel rinnovamento o nella sostituzione delle finiture dell’immobile, nell’integrazione o nel mantenimento in efficienza degli impianti tecnologici esistenti, o che si sostanzia in interventi interni al fabbricato.
Ma non è questo il nostro caso e, sotto detta angolazione, come rilevato sopra al p. 1., in tema di opere interne e impianti tecnologici (alloggiamento dell’autoclave e della caldaia), il TAR ha accolto in parte i ricorsi, con statuizioni sulle quali è sceso il giudicato.
Dunque, gli interventi comportanti modifiche dei prospetti descritti nella fattispecie rientrano nella tipologia, applicabile “ratione temporis”, della ristrutturazione edilizia e, in quanto tali, richiedono il rilascio del permesso di costruire, sicché le sentenze impugnate, sul punto, sono corrette e vanno confermate.
L’intervento di modifica di alcuni vani porta–finestra in finestra e viceversa, già di per sé qualificabile come intervento di ristrutturazione da assoggettare a permesso di costruire, è stato accompagnato, come si è detto sopra, da una serie di opere ulteriori che, come si è anticipato, il TAR ha correttamente considerato nel loro insieme.
In relazione al principio “tempus regit actum” non può quindi trovare applicazione la sopravvenuta “normativa mitigatrice” di cui al d.P.R. n. 31/2017, salve rimanendo ovviamente eventuali iniziative autonome che parte appellante riterrà di assumere alla luce della normativa sopravvenuta più favorevole.
Sul tema “canne fumarie”, e sulla necessità, sempre “ratione temporis”, di un permesso di costruire qualora l’impatto sia significativo, va rammentata la giurisprudenza amministrativa formatasi sul punto.
Per Cons. Stato, VI, n. 553 del 2016, è necessario il previo rilascio del permesso di costruire, rientrandosi nella categoria dei lavori di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d), del d.P.R. n. 380 del 2001, realizzati tramite inserimento di nuovi elementi ed impianti, qualora tali strutture non si presentino di piccole dimensioni, siano di palese evidenza rispetto alla costruzione e alla sagoma dell'immobile e non possano considerarsi un elemento meramente accessorio, ovvero di ridotta e aggiuntiva destinazione pertinenziale, come tale assorbito o occultato dalla preesistente struttura dell'immobile.
Si ritiene occorrente il permesso di costruire tutte le volte in cui venga in rilievo un intervento il quale, per dimensioni, altezza e conformazione, risulti incidere in modo significativo sul prospetto e sulla sagoma della costruzione sulla quale la canna fumaria è installata; mentre soltanto l’intervento di mera sostituzione di una canna fumaria (ma non è questo il nostro caso), con le stesse dimensioni e identica localizzazione rispetto alla precedente, va considerato di manutenzione straordinaria, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. b), del d.P.R. n. 380 del 2001.
Data l’incidenza delle canne fumarie e l’esigenza di valutare gli interventi nell’insieme, dunque, la statuizione del TAR sul punto risulta corretta (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 06.02.2019 n. 902 - link a www.giustizia-amministrartiva.it).

gennaio 2019

EDILIZIA PRIVATA: Le opere che comportano la trasformazione permanente del suolo inedificato necessitano del permesso di costruire ex art. 10 del D.P.R. n. 380 del 2001, titolo abilitativo necessario per tutti gli "interventi di nuova costruzione".
Tali interventi, come è noto, sono definiti dal precedente art. 3, primo comma, lettera e), con riferimento a quegli interventi che, non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti, comportano la "trasformazione edilizia e urbanistica del territorio".
Quest'ultima è quindi arrecata da ogni intervento che non è annoverato alle lettere da a) a d), anche se non compreso nell'elencazione di cui ai singoli punti della lettera e), la quale non può ritenersi esaustiva (come denota l'utilizzo dell'avverbio "comunque").

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E' pacifico che la realizzazione di una piscina crea un aumento di volumetria. Invero, la realizzazione di una piscina interrata e di locali annessi in zona vincolata necessitano il previo rilascio del permesso di costruire nonché dell'autorizzazione paesaggistica e non sono suscettibili di accertamento di compatibilità paesaggistica ai sensi dell'art. 167 del D.lgs. n. 42/2004 in quanto hanno determinato la creazione di nuova volumetria.
In particolare la realizzazione di una piscina interrata deve qualificarsi come intervento di nuova costruzione non suscettibile di accertamento di compatibilità paesaggistica ex art. 167 del D.lgs. n. 42/2004).
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7. Il secondo motivo di ricorso si appalesa, peraltro, manifestamente infondato.
Ed infatti, i giudici di appello indicano compiutamente le ragioni per le quali hanno ritenuto di dover disattendere le identiche tesi difensive, replicate in sede di ricorso per cassazione. Ed invero, quanto alla mancata derubricazione del delitto paesaggistico nella contravvenzione di cui al comma primo dell'art. 181, d.lgs. n. 42 del 2004, i giudici di appello escludono l'applicabilità dell'art. 181, comma primo, e, segnatamente, l'operatività della sentenza della Corte costituzionale n. 56/2016, osservando come la sola sussistenza della piscina abusivamente edificata trasmoda dai limiti di applicabilità previsti dalla norma come oggetto di declaratoria di incostituzionalità.
Tanto premesso, è ben vero che nella sentenza d'appello non si rinvengono argomenti a confutazione della tesi, sostenuta in sede di appello, volti a sostenere la qualificabilità degli interventi come di ristrutturazione edilizia o come inoffensivi, ma è altrettanto vero che il silenzio della Corte territoriale sul punto, tenuto conto delle emergenze processuali, risulta del tutto privo di effetti ai fini della denuncia dell'omessa motivazione sul punto.
Ed invero -premesso che affinché sia necessaria l'autorizzazione è sufficiente un vulnus anche minimo del paesaggio, mentre al contrario essa non è necessaria per le opere interne, che non sono neppure astrattamente idonee a pregiudicare il bene paesaggistico-ambientale, né per le modifiche di destinazione del bene- si deve anzitutto in questa sede ricordare come non è prospettabile una valutazione atomistica degli interventi edilizi, allorché gli stessi facciano parte di un disegno sostanzialmente unitario di realizzazione di una determinata complessiva opera, risultante priva di titolo (cfr., per tutte, di recente Tar Campania, sentenza 29.05.2018 n. 3545: "
Ne consegue che non è ammissibile una loro considerazione astratta ed atomistica, ma deve necessariamente predicarsene una valutazione unitaria sintetica e complessiva, in quanto divenute parti di un più ampio quadro di illecito sostanzialmente unitario dal quale attingono il medesimo regime giuridico di illegittimità"; detto principio è enunciato, proprio in materia di pertinenze, anche da questa Suprema Corte di Cassazione, secondo cui un intervento edilizio deve essere considerato nel suo complesso e le opere realizzate non possono essere valutate autonomamente e separatamente come pertinenze: Cass. pen., sez. III, 01/10/2013 n. 45598 e, in termini generali, sez. III, 16/03/2010 n. 20363)".
8. Nella specie, è evidente che gli interventi edilizi quali contestati, privi di qualsiasi titolo abilitativo, consistevano nella costruzione di una struttura di 100 mq costituita da pilastri in ferro sul lato nord ovest del fondo, di una struttura a p.t. di 200 mq., di una struttura di 60 mq. sul lato sud ovest del fondo, di una piscina interrata oltre che nella realizzazione della recinzione del fondo in conglomerato cementizio.
Orbene, ribadendo l'avviso sulla necessità di una valutazione unitaria, è evidente che dette opere comportassero la trasformazione permanente del suolo inedificato, trasformazione che necessitava del permesso di costruire ex art. 10 del D.P.R. n. 380 del 2001, titolo abilitativo necessario per tutti gli "interventi di nuova costruzione". Tali interventi, come è noto, sono definiti dal precedente art. 3, primo comma, lettera e), con riferimento a quegli interventi che, non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti, comportano la "trasformazione edilizia e urbanistica del territorio". Quest'ultima è quindi arrecata da ogni intervento che non è annoverato alle lettere da a) a d), anche se non compreso nell'elencazione di cui ai singoli punti della lettera e), la quale non può ritenersi esaustiva (come denota l'utilizzo dell'avverbio "comunque").
E' quindi evidente che, considerata la rilevanza unitaria di tutti gli interventi, indubbiamente si assiste ad un superamento della "soglia" indicata dall'art. 181, comma 1-bis, d.lgs. n. 42 del 2004 (750 mc.) ai fini della qualificazione dell'intervento edilizio come rientrante nella previsione sopravvissuta alla dichiarazione di incostituzionalità e, nel contempo, ad una qualificazione degli interventi edilizi come di nuova costruzione, non certo di ristrutturazione edilizia.
Sul punto, l'affermazione dei giudici di appello riferita alla piscina (che, considerate le sue dimensioni, determinava lo "sforamento" della predetta soglia) è assolutamente logica e giuridicamente corretta, atteso che sia la pavimentazione laterale dell'area circostante la piscina, sia la costruzione della piscina stessa (con superficie tutt'altro che modesta), conducevano necessariamente all'approdo cui sono pervenuti i giudici di appello, essendo pacifico che anche la realizzazione di una piscina crea un aumento di volumetria (v., in termini: Sez. 3, n. 12104 del 24/09/1999 - dep. 22/10/1999, Iorio, Rv. 215521; nella giurisprudenza amministrativa, TAR Campania Napoli Sez. VII, 19.02.2018, n. 1087; TAR Campania Napoli Sez. VII, 05.01.2018, n. 97, che espressamente afferma come la realizzazione di una piscina interrata e di locali annessi in zona vincolata necessitano il previo rilascio del permesso di costruire nonché dell'autorizzazione paesaggistica e non sono suscettibili di accertamento di compatibilità paesaggistica ai sensi dell'art. 167 del D.lgs. n. 42/2004 in quanto hanno determinato la creazione di nuova volumetria. In particolare la realizzazione di una piscina interrata deve qualificarsi come intervento di nuova costruzione non suscettibile di accertamento di compatibilità paesaggistica ex art. 167 del D.lgs. n. 42/2004) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 16.01.2019 n. 1913).

ottobre 2018

EDILIZIA PRIVATA: In termini generali costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia quegli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possano portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente.
In tale prospettiva, la ristrutturazione ‒nelle forme dell’intervento “conservativo” o “ricostruttivo”‒ si pone in continuità con tutti gli altri interventi edilizi cosiddetti minori (manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo), che hanno per finalità il recupero del patrimonio edilizio esistente.
Ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera c), del TUE, le opere di ristrutturazione edilizia necessitano di permesso di costruire se consistenti in interventi che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino, modifiche del volume, dei prospetti, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d’uso (ristrutturazione edilizia).
In via residuale, la SCIA assiste invece i restanti interventi di ristrutturazione c.d. «leggera» (compresi gli interventi di demolizione e ricostruzione che non rispettino la sagoma dell’edificio preesistente). In relazione, invece, agli immobili sottoposti a vincolo ai sensi del d.lgs. n. 42 del 2004 sono soggetti a SCIA solo gli interventi che non alterano la sagoma dell’edificio.
L’art. 22, comma 3, del TUE prevede tre diverse tipologie di interventi edificatori ‒di cui la prima è costituita proprio da quelli di ristrutturazione, come individuati dal precedente art. 10, comma 1, lettera c)‒ sottoposti al regime del permesso di costruire, per i quali, per ragioni di carattere acceleratorio, si consente all’interessato di optare per la presentazione della DIA (c.d. “super DIA”). Tale facoltà di opzione esaurisce i propri effetti sul piano prettamente procedimentale, atteso che su quello sostanziale (dei presupposti), penale e contributivo resta ferma l’applicazione della disciplina dettata per il permesso di costruire.
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Il rilascio del permesso di costruire per la realizzazione di una tettoia è necessario solo quando, per le sue caratteristiche costruttive, essa sia idonea ad alterare la sagoma dell’edificio.
L’installazione della tettoia è invece sottratta al regime del permesso di costruire ove la sua conformazione e le ridotte dimensioni ne rendano evidente e riconoscibile la finalità di mero arredo e di riparo e protezione dell’immobile cui accedono.
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1.– Il presente giudizio di appello riguarda il provvedimento del Comune di Roma prot. n. 16018, notificato il 26.04.2006, recante demolizione d’ufficio di una tettoia di 64 mq e di un bagno di 4 mq, collocati su un plateatico in calcestruzzo, realizzati su terreno di proprietà degli odierni appellanti, ubicato in Roma, via ... n. 32, gravato da vincolo paesaggistico.
2.– Secondo il Collegio, la sentenza appellata ha correttamente rilevato che per la realizzazione delle opere in contestazione sarebbe stato necessario il previo rilascio del permesso di costruire.
2.1.– In termini generali costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia quegli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possano portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente.
In tale prospettiva, la ristrutturazione ‒nelle forme dell’intervento “conservativo” o “ricostruttivo”‒ si pone in continuità con tutti gli altri interventi edilizi cosiddetti minori (manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo), che hanno per finalità il recupero del patrimonio edilizio esistente.
Ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera c), del TUE, le opere di ristrutturazione edilizia necessitano di permesso di costruire se consistenti in interventi che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino, modifiche del volume, dei prospetti, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d’uso (ristrutturazione edilizia).
In via residuale, la SCIA assiste invece i restanti interventi di ristrutturazione c.d. «leggera» (compresi gli interventi di demolizione e ricostruzione che non rispettino la sagoma dell’edificio preesistente). In relazione, invece, agli immobili sottoposti a vincolo ai sensi del d.lgs. n. 42 del 2004 sono soggetti a SCIA solo gli interventi che non alterano la sagoma dell’edificio.
L’art. 22, comma 3, del TUE prevede tre diverse tipologie di interventi edificatori ‒di cui la prima è costituita proprio da quelli di ristrutturazione, come individuati dal precedente art. 10, comma 1, lettera c)‒ sottoposti al regime del permesso di costruire, per i quali, per ragioni di carattere acceleratorio, si consente all’interessato di optare per la presentazione della DIA (c.d. “super DIA”). Tale facoltà di opzione esaurisce i propri effetti sul piano prettamente procedimentale, atteso che su quello sostanziale (dei presupposti), penale e contributivo resta ferma l’applicazione della disciplina dettata per il permesso di costruire.
2.2.– Il rilascio del permesso di costruire per la realizzazione di una tettoia è necessario solo quando, per le sue caratteristiche costruttive, essa sia idonea ad alterare la sagoma dell’edificio (Consiglio di Stato, sez. VI, 16.02.2017, n. 694). L’installazione della tettoia è invece sottratta al regime del permesso di costruire ove la sua conformazione e le ridotte dimensioni ne rendano evidente e riconoscibile la finalità di mero arredo e di riparo e protezione dell’immobile cui accedono (Consiglio di Stato, sez. V, 13.03.2014 n. 1272).
2.3.– Nel caso in esame, la realizzazione di una tettoia di rilevanti dimensioni e di un nuovo volume (il bagno), avendo innovato il preesistente fabbricato, sia dal punto di vista morfologico che funzionale, era soggetta al regime autorizzatorio. Peraltro, l’esecuzione delle opere in discorso è avvenuta all’interno del Parco di Veio, istituito per l’elevato valore paesaggistico dell’area (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 19.10.2018 n. 5983 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2018

EDILIZIA PRIVATAL'apertura di "pareti finestrate" sulla facciata di un edificio, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato previsto dall'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, poiché si tratta di un intervento edilizio comportante una modifica dei prospetti non qualificabile come ristrutturazione edilizia "minore", e per il quale, quindi, non è sufficiente la mera denuncia di inizio attività.
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3.6.Resta, dunque, il fatto così come descritto nella sentenza impugnata che si iscrive a pieno titolo nella fattispecie di reato contestata atteso che, secondo l'interpretazione sistematica degli artt. 3, lett. d), 10, comma 1, lett. c), 22, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 380 del 2001, come modificati dall'art. 30, comma 1, lett. a), c) ed e), dl. 21.06.2013, n. 69, convertito con modificazioni dalla legge n. 98 del 2013, e, da ultimo dall'art. 17, comma 1, lett. d), d.l. n. 133 del 2014, convertito con modificazioni dalle legge n. 164 del 2014, e 3, comma 1, lett. f), n. 2), d.l. n. 222 del 2016, gli interventi edilizi che, come nel caso di specie, comportano l'ampliamento della volumetria preesistente all'esterno della sagoma esistente l'apertura di nuovi pareti finestrate, possono essere realizzati solo con permesso di costruire o altro titolo equipollente trattandosi di interventi classificabili come di "nuova costruzione" ai sensi della lettera e.1) dell'art. 3, d.P.R. n. 380 del 2001 (Sez. 3, n. 38632 del 31/05/2017, Molari, Rv. 270826) e comunque non di ristrutturazione cd. "minore" (Sez. 3, n. 30575 del 20/05/2014, Limongi, Rv. 259905, secondo cui, l'apertura di "pareti finestrate" sulla facciata di un edificio, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato previsto dall'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, poiché si tratta di un intervento edilizio comportante una modifica dei prospetti non qualificabile come ristrutturazione edilizia "minore", e per il quale, quindi, non è sufficiente la mera denuncia di inizio attività; nello stesso senso, da ultimo, Sez. 3, n. 921 del 10/10/2017, dep. 2018, Carenza, n.m.; Sez. 3, n. 38853 del 05/04/2017, Zizzi, n.m.) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 25.09.2018 n. 41256).

EDILIZIA PRIVATA: Se la pavimentazione del giardino, per una superficie di 35 metri quadrati, rientri -o meno- nell’attività edilizia libera.
Le previsioni dell’articolo 6 del d.P.R. n. 380 del 2001 sono da ritenere di stretta interpretazione, in quanto dirette ad affermare l’irrilevanza urbanistica ed edilizia delle opere in essi contemplate, con la conseguente sottrazione alla regola del regime di controllo pubblico sugli interventi edilizi.
Ne deriva che le opere indicate possono ritenersi effettivamente rientranti nel perimetro di applicazione della previsione normativa soltanto laddove, per le loro caratteristiche in concreto, siano del tutto inidonee a influire in modo rilevante sullo stato dei luoghi, e quindi non determinino una significativa trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio.
In questa prospettiva, deve escludersi che, nell’assoggettare al regime di edilizia libera la realizzazione di interventi di pavimentazione di spazi esterni, entro i prescritti limiti di permeabilità del fondo, il legislatore abbia inteso consentire la facoltà di coprire liberamente e senza alcun titolo qualunque estensione di suolo inedificato, salvo soltanto il rispetto di tali limiti. E ciò in quanto la pavimentazione di aree esterne:
   (i) è di per sé idonea a trasformare permanentemente porzioni di suolo inedificato;
   (ii) riduce la superficie filtrante, con la conseguenza che –anche se contenuta nei prescritti limiti di permeabilità– incide comunque sul regime del deflusso delle acque dal terreno;
   (iii) è percepibile esteriormente, per cui presenta una potenziale rilevanza sotto il profilo dell’inserimento delle opere nel contesto urbano;
   (iv) determina la creazione di una superficie utile, benché non di nuova volumetria.
Un’interpretazione della previsione normativa sopra richiamata diretta ad assicurarne la coerenza con il fondamentale canone di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione impone perciò di ritenere che gli interventi di pavimentazione, anche ove contenuti entro i limiti di permeabilità del fondo, siano realizzabili in regime di edilizia libera soltanto laddove presentino una entità minima, sia in termini assoluti, che in rapporto al contesto in cui si collocano e all’edificio cui accedono.
Solo in presenza di queste condizioni tali opere possono infatti ritenersi realmente irrilevanti dal punto di vista urbanistico ed edilizio, e quindi sottratte al controllo operato dal Comune attraverso il titolo edilizio.
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13.2 La parte ricorrente afferma, poi, che la pavimentazione del giardino del signor La., per una superficie di 35 metri quadrati, rientrerebbe nell’attività edilizia libera, in quanto sarebbe dimostrato, in base alla relazione tecnica depositata agli atti del giudizio, che le opere non ostacolano la permeabilità del fondo.
13.2.1 Al riguardo, occorre tenere presente che l’articolo 6, comma 2, lett. c), del d.P.R. n. 380 del 2001, nel testo vigente al tempo dell’adozione dell’ordinanza impugnata, assoggettava al regime dell’edilizia libera, subordinandole a una mera comunicazione dell’inizio dei lavori, “le opere di pavimentazione e di finitura di spazi esterni, anche per aree di sosta, che siano contenute entro l’indice di permeabilità, ove stabilito dallo strumento urbanistico comunale, ivi compresa la realizzazione di intercapedini interamente interrate e non accessibili, vasche di raccolta delle acque, locali tombati”.
13.2.2 Ciò posto, deve anzitutto rilevarsi che l’osservanza delle prescrizioni in tema di permeabilità non risulta effettivamente dimostrata, atteso che nella relazione tecnica della parte ricorrente si afferma bensì il rispetto dell’indice di permeabilità stabilito per l’intervento di lottizzazione, ma si evidenzia anche che, in base all’articolo 71 del Regolamento edilizio comunale, le pavimentazioni non carrabili devono essere almeno parzialmente permeabili e filtranti (v. doc. 3 della parte ricorrente, p. 3).
Nel caso oggetto del presente giudizio, la pavimentazione risulta essere stata realizzata con piastrelle, secondo quanto affermato nel ricorso, e non risulta, invece, allegato, né dimostrato, l’impiego di materiali filtranti. Né può assumere rilievo il fatto che sia stata lasciata una striscia di terreno libera lungo il perimetro della proprietà e sia stato realizzato un pozzo perdente per le acque reflue. Tali accorgimenti, infatti, non equivalgono a quanto prescritto dalla richiamata previsione regolamentare, la quale richiede che le superfici pavimentate debbano risultare almeno in parte permeabili dalle acque.
13.2.3 In ogni caso, le previsioni dell’articolo 6 del d.P.R. n. 380 del 2001 sono da ritenere di stretta interpretazione, in quanto dirette ad affermare l’irrilevanza urbanistica ed edilizia delle opere in essi contemplate, con la conseguente sottrazione alla regola del regime di controllo pubblico sugli interventi edilizi. Ne deriva che le opere indicate possono ritenersi effettivamente rientranti nel perimetro di applicazione della previsione normativa soltanto laddove, per le loro caratteristiche in concreto, siano del tutto inidonee a influire in modo rilevante sullo stato dei luoghi, e quindi non determinino una significativa trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio.
In questa prospettiva, deve escludersi che, nell’assoggettare al regime di edilizia libera la realizzazione di interventi di pavimentazione di spazi esterni, entro i prescritti limiti di permeabilità del fondo, il legislatore abbia inteso consentire la facoltà di coprire liberamente e senza alcun titolo qualunque estensione di suolo inedificato, salvo soltanto il rispetto di tali limiti. E ciò in quanto la pavimentazione di aree esterne:
   (i) è di per sé idonea a trasformare permanentemente porzioni di suolo inedificato;
   (ii) riduce la superficie filtrante, con la conseguenza che –anche se contenuta nei prescritti limiti di permeabilità– incide comunque sul regime del deflusso delle acque dal terreno;
   (iii) è percepibile esteriormente, per cui presenta una potenziale rilevanza sotto il profilo dell’inserimento delle opere nel contesto urbano;
   (iv) determina la creazione di una superficie utile, benché non di nuova volumetria.
Un’interpretazione della previsione normativa sopra richiamata diretta ad assicurarne la coerenza con il fondamentale canone di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione impone perciò di ritenere che gli interventi di pavimentazione, anche ove contenuti entro i limiti di permeabilità del fondo, siano realizzabili in regime di edilizia libera soltanto laddove presentino una entità minima, sia in termini assoluti, che in rapporto al contesto in cui si collocano e all’edificio cui accedono. Solo in presenza di queste condizioni tali opere possono infatti ritenersi realmente irrilevanti dal punto di vista urbanistico ed edilizio, e quindi sottratte al controllo operato dal Comune attraverso il titolo edilizio.
13.2.3 Nel caso oggetto del presente giudizio, la pavimentazione esterna realizzata non può ritenersi di modesta entità, perché consiste nella copertura di una porzione di suolo libero di circa 35 metri quadrati. E tale superficie, oltre a essere di per sé non trascurabile, risulta rilevante anche in rapporto all’unità immobiliare interessata, atteso che dalla relazione tecnica della parte ricorrente si evince l’eliminazione di una porzione significativa del giardino della villetta, attuata in modo da lasciare libera solo una striscia di terreno inedificato sul perimetro della proprietà (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 06.09.2018 n. 2049 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

agosto 2018

EDILIZIA PRIVATAEsposizione di auto smantellata.
Il comune che accerta l'occupazione abusiva di un'area da parte di un concessionario di autoveicoli deve ordinare l'immediata cessazione dell'esposizione a cielo aperto. Anche se si tratta di una porzione di terreno posizionata in una zona periferica degradata che è stata curata negli anni grazie all'intervento del commerciante di automobili.

Lo ha chiarito il TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, con la sentenza 09.08.2018 n. 8949.
Un concessionario della periferia romana si è allargato recintando un'area confinante con la sua e posizionando negli anni in questo spazio una vera e propria esposizione di veicoli a cielo aperto.
A seguito di un controllo della polizia municipale di Roma capitale il dirigente capitolino ha ordinato l'immediata cessazione dell'occupazione abusiva e l'interessato ha proposto ricorso contro questa determinazione. Ma senza successo.
Non interessa tanto il fatto che i veicoli in questione siano solo in esposizione e non in vendita, specifica il collegio. Quello che rileva è il fatto che senza alcun titolo il commerciante abbia posizionato dei veicoli su una porzione di terreno per esercitare la sua attività commerciale
(articolo ItaliaOggi del 25.08.2018).
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MASSIMA
Rileva il Collegio che il presupposto in fatto delle censure dedotte –secondo il quale la ricorrente avrebbe ottenuto l’area in questione in affidamento in custodia a seguito di eventi di rilievo per l’ordine pubblico puntualmente descritti in ricorso– è del tutto recessivo rispetto all’oggetto del provvedimento impugnato, che è rivolto a determinare la cessazione dell’attività di deposito a cielo aperto di autoveicoli, questione che attiene all’utilizzazione in atto dell’area, non alla sua titolarità in capo alla ricorrente stessa.
Quest’ultima trascura di considerare che
la collocazione di autoveicoli in area a cielo aperto in uso all’azienda comporta la qualificazione dell’attività come di deposito, senza che rilevi lo specifico scopo commerciale (che può variare a seconda della natura dell’attività di impresa) ai fini del quale l’esposizione degli automezzi è rivolta e finalizzata (in ordine al rapporto tra il deposito a cielo aperto, l’attività di tipo imprenditoriale cui è riferita e la necessità della SCIA, si veda TAR Lazio, II-ter, 18.01.2018 nr. 651; per il rapporto tra l’attività in parola ed il regime del titolo edilizio, si veda, della stessa Sezione, sentenza nr. 11090 del 07.11.2017), con la conseguenza che, ai fini dell’odierno giudizio, l’asserita locazione finanziaria degli autoveicoli medesimi non implica la qualificazione del relativo esercizio in termini di attività finanziaria sottratta all’applicazione dell’art. 19 della l. 241/1990 (quanto al regime delle attività semplificate, però, non nei termini della possibilità di esercitare senza alcun titolo).
In ogni caso, non sussiste dimostrazione alcuna né della titolarità dell’affidamento dell’area in custodia che parte ricorrente afferma, ma non comprova, di avere ricevuto (peraltro da funzionari di altra amministrazione, non proprietaria dell’area, né titolare di poteri di amministrazione attiva di tipo territoriale); né della circostanza, del pari meramente affermata, secondo la quale sarebbe stata comunicata l’attività di collocazione della recinzione (ciò rileva sia ai fini della decorrenza dei termini di cui alla seconda censura,
sia al fine di valutare la regolarità edilizia della recinzione, che, pertanto, allo stato va ritenuta insussistente, dal momento che il relativo regime dipende dalle caratteristiche tipologiche e rimane esclusa la necessità di un titolo solo in caso di modesta consistenza senza opere murarie di alcun genere, vedasi da ultimo Consiglio di Stato, IV 15.12.2017, n. 5908).
Nessuna delle censure dedotte può quindi trovare accoglimento, stante l’irrilevanza della natura finanziaria o meno dell’attività, nonché essendo palese l’insussistenza di qualsiasi legittimo affidamento (difettando un provvedimento di assegnazione dell’area come pure un titolo per la sua trasformazione), ed avendo riguardo alla completezza dell’istruttoria condotta dall’ufficio (che aveva richiesto di dimostrare il titolo dell’assegnazione dell’area).
Quanto agli ulteriori profili inerenti le spese eseguite dalla ricorrente sull’area, deve affermarsi che l’espletamento di fatto dell’attività sull’area ed il relativo possesso, ancorché prolungato, non costituiscono titolo per il permanere dell’occupazione dell’area pubblica ai fini del deposito a cielo aperto; ogni questione inerente il rapporto economico tra il valore e l’utilità dell’occupazione, anche sotto il profilo della tutela di ordine pubblico della zona, si colloca in fase esecutiva della determinazione impugnata ed attiene allo stato a poteri non ancora esercitati (non risultando avanzata dalla ricorrente alcuna richiesta di indennizzo o di risarcimento, né, di converso, adottata alcuna determinazione in merito da parte dell’Amministrazione), con conseguente impossibilità per il giudice di pronunciarsi al riguardo.
Resta salva, naturalmente, l’azione della PA cui compete di valutare, nel procedimento amministrativo, ogni eventuale istanza che il privato riterrà di proporre ai fini della valutazione del valore delle opere eseguite.
Il ricorso è quindi infondato e come tale va respinto, con ogni conseguenza in ordine alle spese di lite che si liquidano come in dispositivo.

luglio 2018

EDILIZIA PRIVATA: Asfaltatura di una strada vicinale.
Quanto alla legittimità dell’asfaltatura di una strada vicinale eseguita in assenza di titolo edilizio, ogni attività di trasformazione del territorio assume rilevanza se risulta idonea a modificarlo in modo permanente e significativo; difatti, vanno ricondotti alla categoria della trasformazione edilizia urbanistica le opere che modificano significativamente la realtà urbanistica e territoriale, indipendentemente dal fatto che la loro realizzazione richieda attività edificatoria in senso stretto.
Più precisamente, devono ritenersi inclusi in tale categoria gli interventi di trasformazione del suolo, quali, ad esempio, la sua cementificazione o lo spianamento di un terreno al fine di ottenerne un piazzale, in quanto anche essi creano un nuovo assetto urbanistico: tali mutamenti di destinazione possono avere luogo solo se siano stati espressamente consentiti da una previsione urbanistica.
Da ciò discende l’illegittimità dell’asfaltatura di una strada sterrata senza alcun permesso, considerato che, trattandosi di una significativa trasformazione del contesto urbanistico ed edilizio, per la sua realizzazione è richiesto il previo rilascio di un permesso di costruire
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.07.2018 n. 1886 - commento tratto da
https://camerainsubria.blogspot.com).
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MASSIMA
2. Con la prima doglianza si assume l’illegittimità del provvedimento comunale demolitorio, atteso che la strada vicinale che consente l’accesso al sito produttivo di proprietà della ricorrente sarebbe esistente da un rilevante lasso di tempo e la posa di asfalto sulla stessa sarebbe conforme alla normativa edilizia, richiedendosi al limite la presentazione di una s.c.i.a., non sanzionabile con la demolizione ma soltanto con pena pecuniaria.
2.1. La doglianza è infondata.
Appare opportuno premettere che l’ordinanza comunale, sebbene in maniera non del tutto perspicua, ha inteso sanzionare l’asfaltatura della strada vicinale e non la realizzazione dell’arteria viaria in se considerata. Ne discende che la parte del motivo di ricorso relativo alla legittimità della costruzione della predetta strada risulta inconferente ai fini della soluzione del contenzioso in essere.
2.2. Quanto alla legittimità dell’asfaltatura della strada vicinale senza la necessità di alcun titolo edilizio, va evidenziato che
ogni attività di trasformazione del territorio assume rilevanza se risulta idonea a modificarlo in modo permanente e significativo.
Difatti, secondo la giurisprudenza, condivisa dal Collegio,
vanno ricondotti «alla categoria della trasformazione edilizia urbanistica le opere che modificano significativamente la realtà urbanistica e territoriale, indipendentemente dal fatto che la loro realizzazione richieda attività edificatoria in senso stretto.
Più precisamente, devono ritenersi inclusi in tale categoria gli interventi di trasformazione del suolo, quali, ad esempio, la sua cementificazione
(Cons. St., Sez. V., n. 1442 del 2001) o lo spianamento di un terreno al fine di ottenerne un piazzale (Cons. St., Sez. IV, n. 5035 del 2007), in quanto anche essi creano un nuovo assetto urbanistico: tali mutamenti di destinazione possono avere luogo solo se siano stati espressamente consentiti da una previsione urbanistica.
In particolare (…) rileva anche il principio
(Cons. St., Sez. V, n. 7343 del 2005) secondo cui: un intervento di spargimento di ghiaia su un’area che ne era precedentemente priva rappresenta attività urbanisticamente rilevante nella misura in cui “appaia preordinata alla modifica della precedente destinazione d’uso”
» (Consiglio di Stato, VI, 03.07.2018, n. 4066).
Da ciò discende l’illegittimità dell’asfaltatura di una strada sterrata senza alcun permesso, considerato che, trattandosi di una significativa trasformazione del contesto urbanistico ed edilizio, per la sua realizzazione è richiesto il previo rilascio di un permesso di costruire.

EDILIZIA PRIVATA: Quand'anche si ritenesse di poter qualificare come strada poderale la realizzata pista “off-road” per test drive dei veicoli, appare evidente che tale intervento non rientrerebbe comunque nella citata fattispecie, in quanto sono sottratte all’obbligo di titolo abilitativo esclusivamente quelle strade poderali e interpoderali finalizzate all’attività agro-silvo-pastorale.
Al riguardo la giurisprudenza consolidata ha affermato che l'esecuzione di movimenti terra, finalizzati ad usi diversi da quelli agricoli, richieda il titolo abilitativo, anche in mancanza di finalità edilizie degli scavi o dei movimenti di terra allorquando la notevole entità dell'intervento sul territorio sia tale da connotarlo come di rilevanza urbanistica.
In particolare, è stato di recente ribadito che “ai fini della necessità o meno del permesso di costruire relativamente a lavori di sbancamento del terreno, occorre distinguere tra gli scavi finalizzati ad utilizzo edilizio e le consimili attività non connesse all'edificazione. Soltanto nella prima ipotesi essi sono da ritenersi compresi nell'intervento complessivo e non richiedono uno specifico titolo autorizzativo, mentre i lavori di sbancamento in assenza di opere in muratura necessitano del permesso di costruire ove modifichino in modo durevole l'ambiente circostante.
In particolare, quindi, l'esecuzione di questo tipo di lavori richiede il titolo abilitativo, anche in mancanza di finalità edilizie degli scavi o dei movimenti di terra, allorquando la notevole entità dell'intervento sul territorio sia tale da connotarlo come di rilevanza urbanistica.
Anche secondo la giurisprudenza penale questa tipologia di lavori necessita del permesso di costruire quando la notevole entità dell'intervento sul territorio sia tale da connotarli come di rilevanza urbanistica, ovverosia allorché la morfologia del territorio venga alterata in conseguenza di rilevanti opere di scavo, sbancamenti, livellamenti finalizzati ad usi diversi da quelli agricoli, compresi quelli turistici o sportivi”.
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1. La materia del contendere attiene alla legittimità degli provvedimenti posti in essere dal Comune di Perugia a seguito della presentazione da parte dell’odierna ricorrente di una S.C.I.A. per la realizzazione di una pista “off-road” per test drive dei veicoli.
Gli interventi compiuti dall’odierna ricorrente consistono in movimenti terra e riporti di materiale inerte e nella realizzazione di un dosso avente altezza massima di 4 metri dal piano di campagna ed altri accumuli di terra di altezza variabile, per un totale stimato di circa 300 mc.
L’opera in esame, come detto, insiste su un sedime destinato dal vigente piano urbanistico a fascia di igiene ambientale ove, ai sensi dell’art. 139 del T.U.N.A., “è fatto obbligo del loro mantenimento allo stato naturale” consentendo la norma in commento solo alcuni limitati interventi.
...
3. Ciò posto, le residue censure riferibili all’ordinanza n. 23 del 13.06.2017 sono infondate.
L’ordinanza di demolizione è adottata ai sensi dell’art. 143 della l.r. n. 1 del 2015 e contesta la realizzazione di opere in assenza di permesso di costruire ed in contrasto con la normativa di piano regolatore.
Rinviando al punto precedente per quanto attiene al secondo aspetto, in merito all’individuazione del titolo abilitativo edilizio necessario per l’intervento realizzato va rilevato, in primo luogo, che non appare condivisibile l’affermazione del ricorrente secondo la quale le suddette opere andrebbero ricondotte al novero dell’edilizia libera.
Ai sensi dell’art. 118, comma 1, della l.r. n. 1 del 2015, nell’elencare gli interventi che possono essere eseguiti senza titolo abilitativo edilizio, include alla lett. f) “la realizzazione di strade poderali e interpoderali, i movimenti di terra strettamente pertinenti all'esercizio dell'attività agricola, effettuati con compensazione tra scavo e riporto e senza asportazione di terreno o di altro materiale al di fuori dell'azienda agricola interessata dagli interventi, da effettuare comunque nel rispetto dell'assetto morfologico e paesaggistico locale”.
Anche qualora si ritenesse di poter qualificare come strada poderale la realizzata pista per il test drive delle autovetture, appare evidente che tale intervento non rientrerebbe comunque nella citata fattispecie, in quanto sono sottratte all’obbligo di titolo abilitativo esclusivamente quelle strade poderali e interpoderali finalizzate all’attività agro-silvo-pastorale, come ricordato anche dalla giurisprudenza di questo Tribunale (cfr. TAR Umbria, 09.03.2017, n. 201).
Allo stesso modo la finalità agricola –palesemente assente nel caso in esame– è determinante anche per la sottrazione al titolo abilitativo dei movimenti di terra; l’art. 118, comma 1, lett. f), l.r. n. 1 del 2015 espressamente richiama, infatti, “i movimenti di terra strettamente pertinenti all'esercizio dell'attività agricola”.
Al riguardo la giurisprudenza consolidata, dalla quale questo Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi, ha affermato che l'esecuzione di movimenti terra, finalizzati ad usi diversi da quelli agricoli, richieda il titolo abilitativo, anche in mancanza di finalità edilizie degli scavi o dei movimenti di terra allorquando la notevole entità dell'intervento sul territorio sia tale da connotarlo come di rilevanza urbanistica.
In particolare, è stato di recente ribadito che “ai fini della necessità o meno del permesso di costruire relativamente a lavori di sbancamento del terreno, occorre distinguere tra gli scavi finalizzati ad utilizzo edilizio e le consimili attività non connesse all'edificazione (TAR Campania, Napoli, sez. IV, 01.06.2010, n. 11362; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 13.05.2008, n. 4263). Soltanto nella prima ipotesi essi sono da ritenersi compresi nell'intervento complessivo e non richiedono uno specifico titolo autorizzativo, mentre i lavori di sbancamento in assenza di opere in muratura necessitano del permesso di costruire (TAR Piemonte, Torino, sez. I, 14.12.2005, n. 4057) ove modifichino in modo durevole l'ambiente circostante (TAR Campania, Napoli, sez. IV, 13.05.2008, n. 4261; TAR Campania, Napoli, 20.10.2003, n. 12922; TAR Piemonte, Torino, sez. I, 14.12.2005, n. 4057).
In particolare, quindi, l'esecuzione di questo tipo di lavori richiede il titolo abilitativo, anche in mancanza di finalità edilizie degli scavi o dei movimenti di terra, allorquando la notevole entità dell'intervento sul territorio sia tale da connotarlo come di rilevanza urbanistica (TAR Sicilia, Palermo, sez. III, 25.05.2005, n. 883, Consiglio Stato, sez. V, 21.12.1989, n. 877).
Anche secondo la giurisprudenza penale questa tipologia di lavori necessita del permesso di costruire quando la notevole entità dell'intervento sul territorio sia tale da connotarli come di rilevanza urbanistica (Cass. pen., sez. III, 05.06.2001, n. 30833), ovverosia allorché la morfologia del territorio venga alterata in conseguenza di rilevanti opere di scavo, sbancamenti, livellamenti finalizzati ad usi diversi da quelli agricoli, compresi quelli turistici o sportivi (Cass. pen., sez. III, 30.09.2002, n. 38055)
” (TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 18.04.2018 n. 2520).
Per quanto attiene il caso in esame, l’Amministrazione ha, seppur succintamente, motivato in merito alla rilevanza edilizia degli interventi realizzati, qualificando l’intervento in oggetto come nuova costruzione “in quanto comportante modificazione rilevante e duratura dello stato dei luoghi e, pertanto, la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio”.
Non appare, infine, rilevante ai fini di un eventuale affidamento della ricorrente il nulla osta rilasciato dall’ufficio mobilità del Comune, in quanto attinente a profili diversi da quelli edilizi.
4. Per quanto esposto, i residui motivi di ricorso devono essere respinti (TAR Umbria, sentenza 25.07.2018 n. 469 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Con riferimento alla ristrutturazione edilizia cd. ricostruttiva, l’unico limite ora previsto è quello della identità di volumetria, rispetto al manufatto demolito, salve le “innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”, e ad eccezione degli immobili sottoposti a vincolo ex d.lgs. n. 42/2004, per i quali è altresì prescritto il rispetto della “medesima sagoma di quello preesistente”.
Comunque, occorre osservare che il nuovo manufatto se può sottrarsi ai limiti, precedentemente previsti, del rispetto dell’area di sedime e della sagoma, non di meno anche in tali casi è certamente tenuto al rispetto del limite delle distanze dal confine e/o da altri fabbricati, nel rispetto sia delle norme del codice civile sia di quelle previste dai regolamenti edilizi e dalla pianificazione urbanistica.
In sostanza:
   - nel caso in cui il manufatto che costituisce il risultato di una ristrutturazione edilizia venga comunque ricostruito con coincidenza di area di sedime e di sagoma, esso –proprio perché “coincidente” per tali profili con il manufatto preesistente– potrà sottrarsi al rispetto delle norme sulle distanze innanzi citate, in quanto sostitutivo di un precedente manufatto che già non rispettava dette distanze (e magari preesisteva anche alla stessa loro previsione normativa). Ed infatti, “la disposizione dell’art. 9 n. 2 D.M. n. 1444 riguarda “nuovi edifici”, intendendosi per tali gli edifici (o parti e/o sopraelevazioni di essi) “costruiti per la prima volta” e non già edifici preesistenti, per i quali, in sede di ricostruzione, non avrebbe senso prescrivere distanze diverse”;
   - invece, nel caso in cui il manufatto venga ricostruito senza il rispetto della sagoma preesistente e dell’area di sedime, come pure consentito dalle norme comunali, occorrerà comunque il rispetto delle distanze prescritte, proprio perché esso –quanto alla sua collocazione fisica– rappresenta un novum, come tale tenuto a rispettare –indipendentemente dalla sua qualificazione come ristrutturazione edilizia o nuova costruzione– le norme sulle distanze. Ed in questo senso depone altresì la stessa pronuncia n. 237/2017 di questo Tar secondo cui, se non è in discussione la possibilità di modificare la sagoma preesistente nel caso di ristrutturazione, quando l’intervento fuoriesce dall’originario contorno (orizzontale o verticale) ne deve essere verificata la conformità ai parametri fissati dalla normativa urbanistica.
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4.4 Quanto alla dedotta inapplicabilità del regime delle distanze rispetto al progettato intervento di ristrutturazione edilizia, occorre precisare in quali casi di ristrutturazione edilizia è richiesto comunque il rispetto della normativa sulle distanze tra le costruzioni.
Con specifico riferimento alla successione di norme del tempo (per la parte che rileva nella presente sede), occorre ricordare che l’art. 3, co. 1, lett. d), nel suo testo originario, prevedeva che fossero interventi di “ristrutturazione edilizia”, quelli:
   - “rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e successiva fedele ricostruzione di un fabbricato identico, quanto a sagoma, volumi, area di sedime e caratteristiche dei materiali, a quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica”.
Nel testo originario, erano presenti, due tipologie di ristrutturazione edilizia, identiche quanto alla finale realizzazione di un “organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”, ma distinte dalla presenza (o meno) della demolizione (anche parziale) del fabbricato preesistente. Quest’ultima, ove effettuata, per poter rientrare nel campo della ristrutturazione edilizia (e non già della nuova costruzione), doveva concludersi con la “fedele ricostruzione di un fabbricato identico”, al punto da avere identità di sagoma, volume, area di sedime e, in generale, caratteristiche dei materiali.
Il successivo DPR 27.12.2002 n. 301 ha apportato alla definizione (di cui all’art. 3) alcune modifiche, con il risultato di affermare che, nel caso di demolizione e ricostruzione, per potersi definire l’intervento quale “ristrutturazione edilizia”, lo stesso doveva portare ad un manufatto “con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica”.
Come è dato osservare, con il nuovo testo il legislatore ha abbandonato sia lo specifico riferimento alla identità di area di sedime e di caratteristiche dei materiali, sia il più generale concetto di “fedele ricostruzione” (non potendo quest’ultimo, a tutta evidenza, essere più ribadito una volta che non sono più richieste le predette caratteristiche).
Infine, il legislatore è nuovamente intervenuto sulla disposizione in esame, in particolare con l'art. 30, comma 1, lett. a), d.l. 21.06.2013, n. 69, convertito dalla L. 09.08.2013, n. 98.
Attualmente, quindi, sono "interventi di ristrutturazione edilizia" quelli rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza.
Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente.
Come è dato osservare, con particolare riferimento alla ristrutturazione edilizia cd. ricostruttiva, l’unico limite ora previsto è quello della identità di volumetria, rispetto al manufatto demolito, salve le “innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”, e ad eccezione degli immobili sottoposti a vincolo ex d.lgs. n. 42/2004, per i quali è altresì prescritto il rispetto della “medesima sagoma di quello preesistente”.
Tanto precisato in ordine alla definizione di “ristrutturazione edilizia”, occorre osservare che il nuovo manufatto, se può sottrarsi ai limiti, precedentemente previsti, del rispetto dell’area di sedime e della sagoma, non di meno anche in tali casi è certamente tenuto al rispetto del limite delle distanze dal confine e/o da altri fabbricati, nel rispetto sia delle norme del codice civile sia di quelle previste dai regolamenti edilizi e dalla pianificazione urbanistica.
In sostanza:
   - nel caso in cui il manufatto che costituisce il risultato di una ristrutturazione edilizia venga comunque ricostruito con coincidenza di area di sedime e di sagoma, esso –proprio perché “coincidente” per tali profili con il manufatto preesistente– potrà sottrarsi al rispetto delle norme sulle distanze innanzi citate, in quanto sostitutivo di un precedente manufatto che già non rispettava dette distanze (e magari preesisteva anche alla stessa loro previsione normativa). Ed infatti (Cons. Stato, sez. IV, 14.09.2017 n. 4337), “la disposizione dell’art. 9 n. 2 D.M. n. 1444 riguarda “nuovi edifici”, intendendosi per tali gli edifici (o parti e/o sopraelevazioni di essi: Cons. Stato, sez. IV, 04.08.2016 n. 3522) “costruiti per la prima volta” e non già edifici preesistenti, per i quali, in sede di ricostruzione, non avrebbe senso prescrivere distanze diverse”;
   - invece, nel caso in cui il manufatto venga ricostruito senza il rispetto della sagoma preesistente e dell’area di sedime, come pure consentito dalle norme innanzi indicate, occorrerà comunque il rispetto delle distanze prescritte, proprio perché esso –quanto alla sua collocazione fisica– rappresenta un novum, come tale tenuto a rispettare –indipendentemente dalla sua qualificazione come ristrutturazione edilizia o nuova costruzione– le norme sulle distanze. Ed in questo senso depone altresì la stessa pronuncia n. 237/2017, richiamata in atti, di questo Tar secondo cui, se non è in discussione la possibilità di modificare la sagoma preesistente nel caso di ristrutturazione, quando l’intervento fuoriesce dall’originario contorno (orizzontale o verticale) ne deve essere verificata la conformità ai parametri fissati dalla normativa urbanistica.
Al fine della verifica del rispetto delle distanze, secondo i principi innanzi enunciati, mentre non rileva che non vi sia incremento di volumetria, ciò che rileva è che si rispetti l’allineamento della preesistente copertura, e che si sia inteso demolire e ricostruire quella preesistente modificandone la sagoma in altezza, ed incrementando l’ingombro volumetrico tramite innalzamento delle pareti perimetrali.
Non può quindi sostenersi che nel caso di edificio situato nella fascia di rispetto autostradale, devono intendersi precluse solo quelle modifiche che comportano un avvicinamento del fronte al tracciato viario, mentre sono consentiti gli interventi rispettosi del "filo" edilizio preesistente.
La tesi del ricorrente non può essere accolta in quanto urta contro l'inequivoco disposto dell'art. 28 del d.p.r. n. 495 del 1992 il quale vieta l'ampliamento di edifici preesistenti, che siano ubicati nella fascia di rispetto dell'autostrada.
Trattandosi di norma assolutamente cogente, in quanto finalizzata alla tutela del bene primario della sicurezza del traffico, la ristrutturazione progettata dall'appellante -comportando pacificamente una modificazione della sagoma di un edificio che già è sito all'interno della fascia- non poteva quindi essere in alcun modo autorizzata. Di qui l’irrilevanza del motivo con cui si contesta l’assenza di una specifica valutazione del pregiudizio alla circolazione stradale connesso all’ampliamento contestato, stante la natura assoluta del vincolo come sopra enunciata.
Alla luce di quanto esposto, prescindendosi dalla qualificazione giuridica dell’opera, ed anche a voler parlare di ristrutturazione edilizia, va ribadito che le opere in edifici preesistenti costituenti modifiche di sagoma, ampliamenti e sopraelevazioni siano soggette al rispetto delle distanze legali (TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 23.07.2018 n. 252 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2018

EDILIZIA PRIVATAOGGETTO: Interpello n. 904-686/2018 - Istanza di Interpello art. 11 legge 212/2000 - COMUNE DI CISANO BERGAMASCO (Agenzia delle Entrate, Direzione Regionale della Lombardia, interpello 13.06.2018 n. 86936 di prot.).
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QUESITO
Il Comune di Cisano Bergamasco, per il tramite del rappresentante legale, chiede chiarimenti in merito all'esatta definizione degli interventi di ristrutturazione edilizia disciplinati dall'art. 3, comma 1, lett. d), del DPR n. 380 del 2001.
In particolare, l'ente locale istante -dopo aver illustrato le modifiche legislative che hanno interessato la norma recata dal predetto art. 3, comma 1, lett. d), evidenzia che l'intervento di demolizione e ricostruzione di un fabbricato è qualificabile come intervento di ristrutturazione edilizia secondo la normativa di settore, solo nel caso in cui venga rispettata la volumetria originaria (non la sagoma) dell'unità immobiliare demolita.
In proposito, viene richiamata la risoluzione n. 34/E del 27.04.2018, con la quale, sulla base di un parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, è stato ribadito che "rientrano tra gli interventi di ristrutturazione edilizia quelli di demolizione e ricostruzione di un edificio con la stessa volumetria di quello preesistente".
Ciò posto,
l'ente locale istante, in qualità di soggetto preposto al rilascio del titolo abilitativo alla realizzazione dell'intervento, chiede di specificare:
   · cosa si intende per "stessa volumetria di quello preesistente";
   · se i lavori edilizi di demolizione e successiva ricostruzione di un fabbricato con una volumetria inferiore a quella preesistente possano essere definiti come interventi di ristrutturazione edilizia.
Più specificatamente, il comune interpellante chiede di sapere se nel caso di errata qualificazione dell'intervento edilizio (esempio intervento di nuova costruzione come intervento di ristrutturazione edilizia e viceversa) da parte dell'Ufficio tecnico del Comune, lo stesso ente sia responsabile dell'indebita fruizione delle detrazioni di imposta previste dall'art. 16-bis del TUIR.
...
Contrariamente alle previsioni appena richiamate, il quesito rappresentato nell'istanza in esame non riguarda l'interpretazione di una norma tributaria i cui effetti ricadono nella sfera giuridica del Comune istante, ma concerne una problematica di carattere non fiscale, ovvero la riconducibilità o meno di un determinato intervento edilizio nell'ambito della "nuova costruzione" ovvero della "ristrutturazione edilizia".
Detta qualificazione, richiesta ai fini del rilascio da parte dell'ufficio tecnico del Comune del titolo abilitativo ai lavori, comporta valutazioni tecniche -che attengono l'interpretazione della normativa urbanistica di settore recata dal DPR n. 380 del 2001- che esulano dalla competenza dell'Agenzia delle entrate.
Si rappresenta, ad ogni buon fine, che per quanto concerne la riconducibilità dei lavori di demolizione e ricostruzione di un fabbricato nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia, si ribadiscono i chiarimenti forniti con i documenti di prassi richiamati dall'istante (da ultimo circolare 7/E del 2018).
Si rileva, inoltre, che
in virtù delle modifiche normative intervenute in materia, è stata altresì avviata, tramite le strutture centrali dell'Agenzia delle Entrate, un'apposita istruttoria presso il Ministero competente, il cui esito verrà prontamente reso noto.
Si fa presente, infine, che
l'unico soggetto responsabile di fronte l'Agenzia delle Entrate dell'indebita fruizione delle detrazioni di imposta di cui all'art. 16-bis del TUIR, fatte salve eventuali responsabilità di tipo civilistico, è il contribuente che ha illegittimamente beneficiato della detrazione Iperf per le spese sostenute per la realizzazione di intervento edilizio erroneamente qualificato come ristrutturazione edilizia dall'Ufficio comunale competente.

maggio 2018

EDILIZIA PRIVATA: Gli interventi di scavo e sbancamento per usi diversi da quelli agricoli, qualora siano tali da comportare un’evidente mutazione dello stato dei luoghi, devono essere assentiti con permesso di costruire e, se eseguiti in zona sottoposta a vincolo paesistico, necessitano, altresì, dell’autorizzazione paesaggistica.
Lo scavo è, infatti, da intendersi come un nuovo volume tale da incidere sul tessuto urbanistico, qualificabile, ordinariamente, come nuova costruzione ai sensi dell’art. 3, c. 1, lett. e), del D.P.R. 380/2001.
Va rilevato che la giurisprudenza più volte ha affermato tale principio con riferimento ai lavori di scavo e di livellamento, realizzati anche mediante l’installazione di un muro di contenimento o al fine di realizzare un piazzale.
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4 - Va detto che gli interventi di scavo e sbancamento per usi diversi da quelli agricoli, qualora siano tali da comportare un’evidente mutazione dello stato dei luoghi, devono essere assentiti con permesso di costruire e, se eseguiti in zona sottoposta a vincolo paesistico, necessitano, altresì, dell’autorizzazione paesaggistica (cfr. Consiglio Stato sez. IV, 27.12.2006, n. 7924; Consiglio di Stato, sez. IV, 02/11/2009, n. 6784; TAR Campania, sez. VI, n. 5228/2013; TAR Napoli, sez. III, 04/05/2012, n. 2044; v., anche, in questo senso per la configurabilità del reato di costruzione senza permesso di costruire, Cassazione penale sez. III, 02.12.2008, n. 8064; Cassazione penale sez. III, 05.03.2008, n. 14243; Cassazione penale, sez. III, 29/01/2014, n. 19845).
Lo scavo è, infatti, da intendersi come un nuovo volume tale da incidere sul tessuto urbanistico, qualificabile, ordinariamente, come nuova costruzione ai sensi dell’art. 3, c. 1, lett. e), del D.P.R. 380/2001.
Va rilevato che la giurisprudenza più volte ha affermato tale principio con riferimento ai lavori di scavo e di livellamento, realizzati anche mediante l’installazione di un muro di contenimento o al fine di realizzare un piazzale (v., ex multis, Consiglio di Stato, sez. VI, 06/02/2018, n. 753; TAR Napoli, sez. III, 31/01/2017, n. 677; TAR Napoli, sez. VII, 28/12/2017, n. 6110; TAR Torino, sez. II, 07/02/2018, n. 160).
Nel caso specifico, peraltro, lo scavo, così come le murature descritte, sono adiacenti al preesistente fabbricato e, quindi, correttamente l’intervento è stato qualificato come ristrutturazione cd. “pesante” e, quindi, parimenti bisognevole del titolo edilizio (analogamente a quanto si afferma, ad es., per le verande).
Lo scavo e la corrispondente realizzazione delle murature di cui alle lettere sub b) e c) comportano, infatti, una evidente modifica del prospetto del fabbricato di talché il complesso delle opere va, appunto, inteso quale ristrutturazione che richiede il permesso di costruire ai sensi dell’art. 10, lett. c), del D.P.R. 380/2001 («Costituiscono interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio e sono subordinati a permesso di costruire: …c) gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti…»).
5 – L’opera non era, quindi, assentibile con D.I.A., diversamente da quanto sostiene il ricorrente nella prima censura, con la conseguenza che, in mancanza di titolo edilizio, si debba far luogo alla demolizione del fabbricato ai sensi dell’art. 33 D.P.R. 380/2001 che assume i caratteri del provvedimento vincolato.
6a - La conclusione appena raggiunta dimostra l’infondatezza della seconda censura e consente di esaminare le ulteriori due censure che sono, parimenti, infondate (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 18.05.2018 n. 3281 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2018

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Interpello art. 11, legge 27.07.2000, n. 212- Riconducibilità degli interventi di demolizione e ricostruzione tra gli interventi relativi alla adozione di misure antisismiche per le quali è possibile fruire della detrazione di imposta ai sensi dell’art. 16 del Decreto Legge 04.06.2013, n. 63 (Agenzia delle Entrate, risoluzione 27.04.2018 n. 34/E).
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QUESITO
I Sig.ri Alfa, Beta e Gamma, comproprietari, ciascuno per un terzo, di una unità immobiliare sita nel Comune X, dichiarata inagibile a seguito del terremoto verificatosi nelle Marche nel 1972, volendo procedere alla demolizione e alla fedele ricostruzione dell’immobile, pongono i seguenti quesiti:
   1) se spetti la detrazione di imposta di cui all’art. 1-quater del D.L. n. 63 del 2013, consistente nella detrazione dell’80 per cento, con tetto massimo di spesa incentivabile di 96.000 euro, in relazione a spese per l’intervento di demolizione e fedele ricostruzione, con riduzione di due classi di rischio sismico, di unità immobiliare attualmente censita nella categoria catastale F/2 (unità collabenti), in quanto danneggiata dal sisma;
...
Ciò premesso, relativamente al quesito rappresentato al punto 1), la scrivente fa presente che
il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, con il parere n. 27/2018, ha precisato che rientrano tra gli interventi di “ristrutturazione edilizia” di cui all’art. 3, comma 1, lett. d) del D.P.R. n. 380 del 2001 (Testo Unico dell’Edilizia) quelli di demolizione e ricostruzione di un edificio con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, e, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli, di cui al d.lgs. n. 42 del 2004, gli interventi di demolizione e ricostruzione che rispettino la medesima sagoma dell’edificio preesistente.
Con il medesimo parere, il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha ritenuto che gli interventi di demolizione e ricostruzione come sopra rappresentati, progettati ed eseguiti in conformità alle vigenti norme tecniche per le costruzioni, rappresentino una efficace strategia di riduzione del rischio sismico su una costruzione non adeguata alle norme tecniche medesime e, pertanto, “dal punto di vista tecnico, detti interventi possono certamente rientrare fra quelli di cui all’art. 16-bis, comma 1, lett. i), del TUIR, relativi all’adozione di misure antisismiche”.
Ciò posto, sulla base del predetto parere,
si ritiene che gli interventi consistenti nella demolizione e ricostruzione di edifici adibiti ad abitazioni private o ad attività produttive possono essere ammessi alla detrazione di cui al citato art. 16 del decreto legge n. 63 del 2013, nel rispetto di tutte le condizioni previste dalla norma agevolativa, sempre che concretizzino un intervento di ristrutturazione edilizia e non un intervento di nuova costruzione.

EDILIZIA PRIVATA - VARIOGGETTO: Guida alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche relativa all’anno d’imposta 2017: spese che danno diritto a deduzioni dal reddito, a detrazioni d’imposta, crediti d’imposta e altri elementi rilevanti per la compilazione della dichiarazione e per l’apposizione del visto di conformità (Agenzia delle Entrate, circolare 27.04.2018 n. 7/E).
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Di particolare interesse, si legga da pag. 215 in avanti:
  
Spese per interventi di recupero del patrimonio edilizio (Righi E41/E53, quadro E, sez. IIIA e IIIB) - Art. 16-bis del TUIR - decreto interministeriale 18.02.1998
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Aspetti generali
Dall’imposta lorda si detrae un importo pari al 36 per cento (elevato, dal 26.06.2012, al 50 per cento) delle spese sostenute per interventi di recupero del patrimonio edilizio realizzati su parti comuni di edifici residenziali e su singole unità immobiliari residenziali di qualsiasi categoria catastale e relative pertinenze. La detrazione, introdotta dall’art. 1, comma 1, della legge n. 449 del 1997, è stata resa permanente dall’art. 4 del DL n. 201 del 2011 che ha previsto l’introduzione nel TUIR dell’art. 16-bis.
La detrazione spetta anche nel caso di interventi di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie che provvedano entro diciotto mesi (fino al 31.12.2014 erano sei mesi) dal termine dei lavori alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile.
La detrazione è ripartita in dieci rate annuali di pari importo.
In applicazione del criterio di cassa, la detrazione spetta nel periodo in cui le spese sono sostenute. La detrazione compete, pertanto, anche se il pagamento delle spese è eseguito in un periodo d’imposta antecedente a quello in cui sono iniziati i lavori o successivo a quello in cui i lavori sono completati (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 4).
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Interventi che danno diritto alla detrazione
L’agevolazione riguarda le spese sostenute nel corso dell’anno per interventi effettuati su singole unità immobiliari residenziali e su parti comuni di edifici residenziali situati nel territorio dello Stato. Sono esclusi gli edifici a destinazione produttiva, commerciale e direzionale.
Per l’individuazione delle abitazioni residenziali ammesse all’agevolazione, non deve essere utilizzato un principio di prevalenza delle unità immobiliari destinate ad abitazione rispetto a quelle destinate ad altri usi ed è, quindi, ammessa al beneficio fiscale l’abitazione, realmente utilizzata come tale, ancorché unica all’interno di un edificio (ad esempio, l’unità immobiliare adibita ad alloggio del portiere per le cui spese di ristrutturazione i singoli condòmini possono calcolare la detrazione in ragione delle quote millesimali di proprietà) (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.1).
Sono compresi nell’ambito applicativo della disposizione tutti gli interventi, anche innovativi, realizzati su pertinenze o su aree pertinenziali (senza alcun limite numerico) già dotate del vincolo di pertinenzialità con l’unità immobiliare principale (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.3).
In caso di interventi realizzati sulle parti comuni di un edificio, le relative spese possono essere considerate, ai fini del calcolo della detrazione, soltanto se riguardano un edificio residenziale considerato nella sua interezza. Qualora la superficie complessiva delle unità immobiliari destinate a residenza ricomprese nell’edificio sia superiore al 50 per cento, è possibile ammettere alla detrazione anche il proprietario e il detentore di unità immobiliari non residenziali che sostengano le spese per le parti comuni. Se tale percentuale risulta inferiore, è comunque ammessa la detrazione per le spese realizzate sulle parti comuni da parte dei possessori o detentori di unità immobiliari destinate ad abitazione comprese nel medesimo edificio (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.2).
La detrazione per gli interventi realizzati sulle parti comuni spetta anche ai proprietari di soli box o cantine.
Gli interventi edilizi agevolabili, sotto il profilo tecnico e nei loro contenuti, sono classificati e dettagliatamente definiti dall’art.3 del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con DPR n. 380 del 2001. In sostanza, al fine di definire ciò che beneficia dell’agevolazione fiscale, il legislatore rimanda alla legge quadro sull’edilizia.
Interventi edilizi di cui alle lettere a), b), c) e d), dell’art. 3 del DPR n. 380 del 2001
Per gli interventi effettuati sulle parti comuni, la detrazione spetta per le spese di:
    manutenzione ordinaria (lett. a) ;
    manutenzione straordinaria (lett. b);
    restauro e di risanamento conservativo (lett. c);
    ristrutturazione edilizia (lett. d).
Per gli interventi effettuati sulle singole unità immobiliari e/o sulle relative pertinenze, la detrazione compete per le medesime spese, ad eccezione di quelle relative alla manutenzione ordinaria. L’agevolazione è riferita ad interventi eseguiti su singole unità immobiliari residenziali, di qualsiasi categoria catastale, anche rurali e sulle loro pertinenze, accatastate o in via di accatastamento.
Gli interventi devono essere eseguiti su edifici esistenti e non devono realizzare una nuova costruzione (Circolare 11.05.1998 n. 121, paragrafo 4). Fanno eccezione gli interventi relativi ai parcheggi pertinenziali nonché quelli di demolizione e “fedele ricostruzione”, sempre che dal titolo abilitativo risulti che rientrano nella categoria della ristrutturazione edilizia.
Gli interventi previsti in ciascuna delle categorie sopra richiamate sono, di norma, integrati o correlati ad interventi di categorie diverse; ad esempio, negli interventi di manutenzione straordinaria sono necessarie, per completare l’intervento edilizio nel suo insieme, opere di pittura e finitura ricomprese in quelle di manutenzione ordinaria.
Pertanto, al fine dell’esatta individuazione degli interventi da realizzare e della puntuale applicazione delle disposizioni agevolative, occorre tener conto del carattere assorbente della categoria “superiore” rispetto a quella “inferiore” (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.4).
...
Ristrutturazione edilizia - Art. 3, comma 1, lett. d), del DPR n. 380 del 2001
Gli interventi di ristrutturazione edilizia sono quelli volti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino e la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di elementi ed impianti che possono portare ad un edificio parzialmente o completamente diverso dal preesistente. Gli effetti di tale trasformazione sono tali da incidere sui parametri urbanistici al punto che l’intervento stesso è considerato di “trasformazione urbanistica” e, come tale, soggetto al relativo titolo abilitativo (Circolare 24.02.1998 n. 57, paragrafo 3.4).
È possibile, ad esempio, fruire della detrazione d’imposta, in caso di lavori in un fienile che risulterà con destinazione d’uso abitativo solo a seguito dei lavori di ristrutturazione che il contribuente intende realizzare purché nel provvedimento amministrativo che autorizza i lavori risulti chiaramente che gli stessi comportano il cambio di destinazione d’uso del fabbricato, già strumentale agricolo, in abitativo (Risoluzione 08.02.2005 n. 14).
Attraverso gli interventi di ristrutturazione edilizia è possibile aumentare la superficie utile, ma non il volume preesistente.
Nell’ipotesi di ristrutturazione con demolizione e ricostruzione, la detrazione compete solo in caso di fedele ricostruzione, nel rispetto della volumetria dell’edificio preesistente (fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, di cui all’articolo 3, lettera d), del DPR n. 380 del 2001); conseguentemente, in caso di demolizione e ricostruzione con ampliamento della volumetria preesistente, la detrazione non spetta in quanto l’intervento si considera, nel suo complesso, una “nuova costruzione. Qualora, invece, la ristrutturazione avvenga senza demolizione dell’edificio esistente e con ampliamento dello stesso, la detrazione compete solo per le spese riferibili alla parte esistente in quanto l’ampliamento configura, comunque, una “nuova costruzione”. Tali criteri sono applicabili anche agli interventi di ampliamento previsti in attuazione del Piano Casa (Risoluzione 4.01.2011 n. 4).
Il contribuente ha l’onere di mantenere distinte, in termini di fatturazione, le due tipologie di intervento o, in alternativa, essere in possesso di un’apposita attestazione che indichi gli importi riferibili a ciascuna tipologia di intervento, rilasciata dall’impresa di costruzione o ristrutturazione sotto la propria responsabilità, utilizzando criteri oggettivi. In caso di ristrutturazione con ampliamento di un box pertinenziale la detrazione spetta anche per le spese relative all’ampliamento a condizione che lo stesso sia funzionale alla creazione di un nuovo posto auto.
L’art. 3, comma 1, lett. d), del DPR n. 380 del 2001, così come riformulato dall’art. 30, comma 1, lett. a), del DL n. 69 del 2013, ridefinisce la fattispecie degli interventi di ristrutturazione edilizia eliminando il riferimento al rispetto della “sagoma” per gli interventi di demolizione e successiva ricostruzione ed imponendo il solo rispetto della volumetria preesistente fatte salve le innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica.
Poiché la nozione di sagoma edilizia è intimamente legata anche all’area di sedime del fabbricato e considerato che il legislatore ha eliminato il riferimento al rispetto della sagoma per gli immobili non vincolati, la detrazione è ammessa anche se l’intervento di ristrutturazione edilizia consistente nella demolizione e ricostruzione comporti anche lo spostamento di lieve entità rispetto al sedime originario (risposta all’Interrogazione a risposta immediata in commissione 5-01866 del 14.01.2014).

gennaio 2018

EDILIZIA PRIVATA: In ordine al rapporto tra il deposito a cielo aperto di veicoli, l’attività di tipo imprenditoriale cui è riferita e la necessità della SCIA.
Ai fini del decidere appaiono rilevanti i presupposti di fatto e le determinazioni assunti con l’ordinanza impugnata e, quindi, gli aspetti qualificanti la specifica attività svolta sul terreno, consistente in un deposito a cielo aperto di veicoli che “non può essere esercitata senza la prescritta autorizzazione amministrativa, o senza aver presentato la relativa Scia ai sensi dell’art. 19 della L. 241/1990” .
Orbene, partendo dalla qualificazione dell’attività come descritta da parte ricorrente -stazionamento temporaneo di automezzi di proprietà da destinare all’attività del servizio di raccolta e trasporto rifiuti in adempimento del contratto di appalto in essere con il Comune e non deposito di veicoli quali merce per l’esercizio tipico dell’attività svolta– occorre rilevare che dall’esame delle modalità di esecuzione del servizio, come indicate nell’allegato contratto di appalto, e dalla descrizione del servizio e delle modalità di svolgimento dello stesso, come indicata nel capitolato d’appalto, l’attività di deposito-stazionamento degli automezzi adibiti al servizio (con caratteristiche di impiego indicate nell’art. 8 del capitolato) costituisce componente necessaria per l’esercizio dell’attività del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti in questione svolta dalla società ed è attività ad essa strettamente funzionale, anche se autonoma (trattandosi di mezzi propri o di cui abbia la disponibilità).
Sicché, non è possibile equiparare l’attività della ricorrente riguardo il deposito-stazionamento degli automezzi da adibire per il predetto servizio a quella del soggetto privato che parcheggia la propria vettura nel garage di casa o su un terreno in locazione per tale scopo, come sostenuto, ipotesi non necessarie di autorizzazione.
Nella specie, va rilevato che la società ricorrente agisce quale esercente un’attività imprenditoriale ossia quella oggetto del servizio espletato di raccolta e trasporto dei rifiuti realizzata con automezzi (che dovranno riportare in evidenza, su ciascun lato, un pannello o adesivo con la scritta “Raccolta differenziata per conto AMA Spa – Roma Capitale”) e il deposito-stazionamento di tali mezzi rientra nella articolazione del servizio svolto e dunque nel complesso dei beni organizzati per l’esercizio dell’attività di impresa, come tale soggetto ad autorizzazione amministrativa ovvero a Scia, per effetto della deprovvedimentalizzazione dell'attività amministrativa a seguito delle norme di c.d. Liberalizzazioni.
La Scia, com'è oramai da ritenersi acquisito, rappresenta un atto soggettivamente e oggettivamente privato ossia uno strumento di massima semplificazione quale manifestazione di autonomia privata con cui l’interessato certifica la sussistenza dei presupposti in fatto e in diritto allegati a presupposto del legittimo esercizio dell’attività segnalata ammessa dalla legge e, come tale, libera, ancorché assoggettata a un regime amministrativo di controllo ex post.
Riguardo a ciò non sono condivisibili le censure relative alla violazione della normativa in materia di c.d. Liberalizzazioni e disapplicazione delle norme regolamentari comunali, attesa la posizione costante della giurisprudenza in materia secondo cui il principio della liberalizzazione prelude a una razionalizzazione della regolazione, che elimini, da un lato, gli ostacoli al libero esercizio dell'attività economica che si rivelino inutili o sproporzionati e, dall'altro, però mantenga “le normative necessarie a garantire che le dinamiche economiche non si svolgano in contrasto con l'utilità sociale” tenuto conto altresì delle espresse deroghe contemplate nella relativa legislazione a tutela del bene “salute” e della “sicurezza dei lavoratori”.
E d’altro canto è indubbio che nella specie si tratta di attività che necessita di un pubblico controllo ed involge la cura di interessi pubblici (in disparte comunque che dagli atti di causa non risulta in modo evidente che nell’area adibita a deposito si svolga anche lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti essendo in tal caso indiscutibile la necessità di apposito titolo e di autorizzazione sanitaria).
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2. La controversa vicenda è volta all’annullamento dell’ordinanza n. 9 del 29.07.2016 emessa dal Comune di Fiumicino nei confronti della società ricorrente nonché della successiva nota prot. n. 21802 del 12.08.2016 di rigetto dell’istanza di riesame proposta dalla società.
In particolare con l’ordinanza il Comune ha disposto a carico della società ricorrente la cessazione dell’attività abusivamente intrapresa di deposito a cielo aperto di veicoli (mezzi Ama) su terreno in locazione, in quanto attività sprovvista della prescritta autorizzazione amministrativa o segnalazione certificata di inizio attività Scia ex art. 19 della legge n. 241 del 1990, previa contestazione con nota n. 28020/16 della violazione dell’art. 33 del Reg. di P.U.
2.1. Osserva il Collegio che la contestazione di fondo della ricorrente, come sopra riportato, verte sul profilo della carenza di motivazione, sul travisamento dei fatti e la carenza di istruttoria e sulla erronea valutazione del Comune riguardo la pretesa Scia per il deposito dei veicoli, in quanto non si tratterebbe di attività abusiva di deposito di veicoli da considerare “merce” per l’esercizio dell’attività, come tale soggetta a Scia, ma di uno stazionamento temporaneo di automezzi di proprietà da destinare all’attività del servizio di raccolta e trasporto rifiuti in adempimento del contratto di appalto in essere con il Comune di Roma.
Preliminarmente occorre perimetrare l’oggetto del contendere che non attiene ai profili urbanistico-edilizi del terreno, abusivamente modificato da lavori eseguiti sullo stesso, risultando ininfluenti i riportati tratti del parallelo contenzioso presso il g.o., puntualmente svolti in fatto dalla ricorrente, in quanto ai fini del decidere appaiono rilevanti i presupposti di fatto e le determinazioni assunti con l’ordinanza impugnata e, quindi, gli aspetti qualificanti la specifica attività svolta sul terreno, consistente in un deposito a cielo aperto di veicoli che “non può essere esercitata senza la prescritta autorizzazione amministrativa, o senza aver presentato la relativa Scia ai sensi dell’art. 19 della L. 241/1990” .
Orbene partendo dalla qualificazione dell’attività come descritta da parte ricorrente -stazionamento temporaneo di automezzi di proprietà da destinare all’attività del servizio di raccolta e trasporto rifiuti in adempimento del contratto di appalto in essere con il Comune di Roma e non deposito di veicoli quali merce per l’esercizio tipico dell’attività svolta– occorre rilevare che dall’esame delle modalità di esecuzione del servizio, come indicate nell’allegato contratto di appalto, e dalla descrizione del servizio e delle modalità di svolgimento dello stesso, come indicata nel capitolato d’appalto, l’attività di deposito-stazionamento degli automezzi adibiti al servizio (con caratteristiche di impiego indicate nell’art. 8 del capitolato) costituisce componente necessaria per l’esercizio dell’attività del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti in questione svolta dalla società ed è attività ad essa strettamente funzionale, anche se autonoma (trattandosi di mezzi propri o di cui abbia la disponibilità).
Diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente non è possibile equiparare l’attività della ricorrente riguardo il deposito-stazionamento degli automezzi da adibire per il predetto servizio a quella del soggetto privato che parcheggia la propria vettura nel garage di casa o su un terreno in locazione per tale scopo, come sostenuto, ipotesi non necessarie di autorizzazione; nella specie, va rilevato che la società ricorrente agisce quale esercente un’attività imprenditoriale ossia quella oggetto del servizio espletato di raccolta e trasporto dei rifiuti realizzata con automezzi (che dovranno riportare in evidenza, su ciascun lato, un pannello o adesivo con la scritta “Raccolta differenziata per conto AMA Spa – Roma Capitale”) e il deposito-stazionamento di tali mezzi rientra nella articolazione del servizio svolto e dunque nel complesso dei beni organizzati per l’esercizio dell’attività di impresa, come tale soggetto ad autorizzazione amministrativa ovvero a Scia, per effetto della deprovvedimentalizzazione dell'attività amministrativa a seguito delle norme di c.d. Liberalizzazioni.
La Scia, com'è oramai da ritenersi acquisito, rappresenta un atto soggettivamente e oggettivamente privato ossia uno strumento di massima semplificazione quale manifestazione di autonomia privata con cui l’interessato certifica la sussistenza dei presupposti in fatto e in diritto allegati a presupposto del legittimo esercizio dell’attività segnalata ammessa dalla legge e, come tale, libera, ancorché assoggettata a un regime amministrativo di controllo ex post (cfr. Tar Lazio, Roma, sez. II, 05.07.2016, n. 7707; idem, 02.11.2016, n. 10809; Tar Campania, Napoli, sez. II, 25.07.2016, n. 3869; Tar Puglia, Lecce, sez. I, 09.02.2017, n. 203).
Riguardo a ciò non sono condivisibili le censure relative alla violazione della normativa in materia di c.d. Liberalizzazioni e disapplicazione delle norme regolamentari comunali, attesa la posizione costante della giurisprudenza in materia secondo cui il principio della liberalizzazione prelude a una razionalizzazione della regolazione, che elimini, da un lato, gli ostacoli al libero esercizio dell'attività economica che si rivelino inutili o sproporzionati e, dall'altro, però mantenga “le normative necessarie a garantire che le dinamiche economiche non si svolgano in contrasto con l'utilità sociale” tenuto conto altresì delle espresse deroghe contemplate nella relativa legislazione a tutela del bene “salute” e della “sicurezza dei lavoratori” (cfr. Corte Cost. 23.01.2013, n. 8).
E d’altro canto è indubbio che nella specie si tratta di attività che necessita di un pubblico controllo ed involge la cura di interessi pubblici (in disparte comunque che dagli atti di causa non risulta in modo evidente che nell’area adibita a deposito si svolga anche lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti essendo in tal caso indiscutibile la necessità di apposito titolo e di autorizzazione sanitaria).
Per quanto riguarda, infine, il difetto di motivazione dell’impugnato provvedimento il Collegio osserva che l’atto de quo non presenta deficit motivazionale in ragione dell’indicato presupposto di fatto accertato (attivazione di attività con deposito senza autorizzazione o Scia) nonché dei richiami normativi contenuti; inoltre la natura vincolata del provvedimento fa sì che lo stesso sconti in sede procedimentale la sola verifica di conformità al paradigma normativo di riferimento; sicché, ogni vizio di carattere formale e/o procedimentale non assume nella fattispecie valore viziante (art. 21-octies, L. n. 241 del 1990).
In definitiva, il ricorso è infondato e va, dunque, respinto (TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 18.01.2018 n. 651 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Con riguardo all'apertura delle finestre nel muro perimetrale, questa Corte ha costantemente affermato trattarsi di un intervento che necessita del preventivo rilascio del permesso di costruire, non essendo sufficiente la mera denuncia d'inizio attività, configurando un'opera comportante la modifica dei prospetti, in quanto tale non qualificabile come ristrutturazione edilizia minore.
Ciò, peraltro, in adesione alla lettera dell'art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 380 del 2001, in tema di interventi subordinati a permesso di costruire, in forza del quale lo stesso provvedimento è richiesto -tra l'altro- per quelli di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti.

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4. Manifestamente infondata, poi, risulta anche la seconda doglianza del Ca., relativa alle cd. opere minori.
Premesso che l'intero motivo -in esito ad una completa disamina delle norme di riferimento in punto di titoli abilitativi- pare concernere soltanto la realizzazione del bagno nel sottoscala, per la quale la Corte di appello ha pronunciato sentenza di assoluzione, escludendo il mutamento di destinazione d'uso; ciò premesso, si osserva comunque che, con riguardo all'apertura delle finestre nel muro perimetrale, questa Corte ha costantemente affermato trattarsi di un intervento che necessita del preventivo rilascio del permesso di costruire, non essendo sufficiente la mera denuncia d'inizio attività, configurando un'opera comportante la modifica dei prospetti, in quanto tale non qualificabile come ristrutturazione edilizia minore (tra le altre, Sez. 3, n. 30575 del 20/05/2014, Limongi, Rv. 259905; Sez. 3, n. 38338 del 21/05/2013, Cataldo, Rv. 256381).
Ciò, peraltro, in adesione alla lettera dell'art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 380 del 2001, in tema di interventi subordinati a permesso di costruire, in forza del quale lo stesso provvedimento è richiesto -tra l'altro- per quelli di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti.
E ferma restando, infine, la violazione paesaggistica comunque riscontrata anche nel caso di specie, tale da integrare anche la violazione dell'art. 181 di cui alla rubrica. In ordine, infine, all'abbattimento del muro di confine, la Corte di appello -non espressamente contestata al riguardo, in assenza di considerazioni sul punto- ha evidenziato ancora non solo il necessario titolo abilitativo, assente, ma anche l'incidenza dell'intervento sul bene paesaggistico tutelato (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 12.01.2018 n. 921).

EDILIZIA PRIVATA:  La previsione di cui all'art. 6, comma 2, lett. e), T.U. 380/2001, che ha liberalizzato la realizzazione delle aree ludiche di pertinenza degli edifici, non può mai estendersi all'installazione di piscine.
Per quanto concerne la piscina, la previsione di cui all'art. 6, 2° comma, lett. e), T.U. 380/2001, che ha liberalizzato la realizzazione delle aree ludiche di pertinenza degli edifici, non può mai estendersi all'installazione di piscine,  occorrendo per esse lavori di scavo, rivestimento e dotazione di impianti tecnologici.
A fortiori da escludersi allorquando si verta, come nel caso di specie, dell'installazione di una piscina fuori terra, peraltro di superficie considerevole (50 mq.), cui si aggiunge quella della pedana di legno che la circonda (estesa circa 60 mq.), che, in quanto destinata a creare volume, così come la struttura in legno annessa alla stessa, nonché idonea alla durevole trasformazione del tessuto urbanistico ed edilizio nel quale è inserita, va ricompresa nell'ambito delle costruzioni, ovverosia dei manufatti che, elevandosi al di sopra del suolo, necessitano del permesso di costruire.
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Il ricorso non si confronta con la puntuale motivazione resa dal provvedimento impugnato che ha accertato il carattere permanente dei manufatti, attesa la dotazione di impianto elettrico ed idraulico che ne implica lo stabile ancoraggio al suolo, nonché la loro attitudine alla modifica dello stato dei luoghi in quanto ubicati in area sottoposta vincolo paesaggistico del Parco Metropolitano delle colline di Napoli.
Al riguardo non vale a scriminare il ricorrente la pregressa comunicazione inoltrata al Comune per l'installazione di un'area ludica, peraltro del tutto irrilevante ai fini del contestato reato paesaggistico, non costituendo i manufatti in questione, stanti le loro stesse caratteristiche strutturali tali da escluderne la precarietà ed il conseguente utilizzo temporaneo limitato alla stagione estiva, elementi di arredo delle aree ludiche sussumibili tra gli interventi cd. di edilizia libera, non richiedenti cioè alcun titolo abilitativo.
Per quanto in particolare concerne la piscina, la previsione di cui all'art. 6, 2° comma, lett. e), T.U. 380/2001, che ha liberalizzato la realizzazione delle aree ludiche di pertinenza degli edifici, non può mai estendersi all'installazione di piscine,  occorrendo per esse lavori di scavo, rivestimento e dotazione di impianti tecnologici (Sez. 3, 18.06.2003 n. 26197, Agresti), a fortiori da escludersi allorquando si verta, come nel caso di specie, dell'installazione di una piscina fuori terra, peraltro di superficie considerevole (50 mq.), cui si aggiunge quella della pedana di legno che la circonda (estesa circa 60 mq.), che, in quanto destinata a creare volume, così come la struttura in legno annessa alla stessa, nonché idonea alla durevole trasformazione del tessuto urbanistico ed edilizio nel quale è inserita, va ricompresa nell'ambito delle costruzioni, ovverosia dei manufatti che, elevandosi al di sopra del suolo, necessitano del permesso di costruire (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 09.01.2018 n. 264).

dicembre 2017

EDILIZIA PRIVATA: Regime edilizio per delle strutture metalliche destinate all’esposizione e al deposito della merce in vendita (nella fattispecie si trattava di scaffalature metalliche destinate all’esposizione e al deposito della merce in vendita; di altezze e dimensioni variabili, aperte su quattro lati, in taluni casi sormontate da lastre in plexiglas a protezione delle merci collocate nella parte superiore, fissate alla pavimentazione esterna, per ragioni di sicurezza, mediante tasselli).
Le strutture metalliche destinate all’esposizione e al deposito della merce in vendita all’interno di un’area adibita alla vendita all’ingrosso e al dettaglio dei prodotti per l’edilizia e al ricevimento e allo stoccaggio delle merci sono nuove costruzioni ai fini edilizi.
In realtà, la giurisprudenza ritiene che la trasformazione debba essere intesa in senso funzionale e non strutturale, ossia assume rilievo decisivo non la natura del manufatto o i suoi caratteri costruttivi, ma la tipologia di esigenze che tale manufatto è destinato a soddisfare.
L’astratta rimovibilità delle opere infatti non impedisce di considerarle come nuove costruzioni ai fini edilizi e quindi necessitanti di un titolo autorizzativo.
Difatti, i manufatti funzionali a soddisfare esigenze stabili nel tempo vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la potenziale rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie.
Le strutture metalliche sono strettamente collegate e serventi rispetto all’attività imprenditoriale svolta della ricorrente e non sono certamente destinate ad un utilizzo temporaneo e contingente.
Secondo la consolidata giurisprudenza, “la ‘precarietà’ dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera e.5, D.P.R. n. 380 del 2001, postula infatti un uso specifico e temporalmente delimitato del bene e non ammette che lo stesso possa essere finalizzato al soddisfacimento di esigenze (non eccezionali e contingenti, ma) permanenti nel tempo. Non possono, infatti, essere considerati manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati a un’utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l’alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante”
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In presenza di una pavimentazione debitamente autorizzata, non è possibile ritenere che possa poi liberamente procedersi alla realizzazione sulla stessa di ulteriori manufatti, che magari creano anche nuova volumetria, senza ottenere, volta per volta, il necessario e pertinente titolo edilizio.
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Quanto all’asserita natura pertinenziale dei manufatti, va chiarito che in ambito urbanistico la nozione di pertinenza è più limitata di quella afferente all’ambito civilistico; un’opera può definirsi accessoria rispetto a un’altra, da considerarsi principale, solo quando la prima sia parte integrante della seconda, in modo da non potersi le due cose separare senza che ne derivi l’alterazione dell’essenza e della funzione dell’insieme.
Inoltre, come si può ricavare dalla descrizione delle opere realizzate si tratta di interventi che da un punto di vista dimensionale e costruttivo danno vita ad una nuova edificazione, alterando in modo significativo l’assetto del territorio, e quindi per essere realizzati richiedono il rilascio di un permesso di costruire, indipendentemente dalla loro proporzione rispetto all’opera che si può considerare come principale.
Del resto, ‘la qualifica di pertinenza urbanistica è (…) applicabile soltanto ad opere di modesta entità e accessorie rispetto ad un’opera principale, quali ad esempio i piccoli manufatti per il contenimento di impianti tecnologici “et similia”, ma non anche opere che, dal punto di vista delle dimensioni e della funzione, si connotino per una propria autonomia rispetto all’opera cosiddetta principale e non siano coessenziali alla stessa, tale, cioè, che non ne risulti possibile alcuna diversa utilizzazione economica’.
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1. Con ricorso introduttivo, notificato in data 20.07.2016 e depositato il 27 luglio successivo, la società ricorrente ha impugnato l’ordinanza del Responsabile del Settore Urbanistica ed Edilizia Privata del Comune di Caronno Pertusella n. 86 del 16.06.2016, avente ad oggetto la demolizione di manufatti e il rispristino dello stato dei luoghi, unitamente alla comunicazione prot. n. 23899/2015 del 04.11.2015, recante avviso di avvio del procedimento di emanazione dell’ordinanza.
La ricorrente è una società operante nel settore del commercio ed è locataria di un complesso commerciale denominato “Br.” in Caronno Pertusella, Viale ... n. 2095; la struttura commerciale è composta da due edifici e da aree pertinenziali destinate, oltre che a parcheggio, alla vendita all’ingrosso e al dettaglio dei prodotti per l’edilizia (c.d. drive) e al ricevimento e allo stoccaggio delle merci.
Con un permesso di costruire rilasciato il 17.06.2015 (n. 2015-PER/0006) si è provveduto a riqualificare l’area convertendo all’uso commerciale anche uno dei due edifici in precedenza destinato ad altra funzione e sono state altresì riorganizzate le aree pertinenziali, ampliando l’area di vendita (drive) e sistemandola in maniera più razionale e sicura.
Sia nell’area drive che in quelle di stoccaggio sono state installate delle scaffalature metalliche destinate all’esposizione e al deposito della merce in vendita; tali scaffalature sono delle strutture metalliche di altezze e dimensioni variabili, aperte su quattro lati, in taluni casi sormontate da lastre in plexiglas a protezione delle merci collocate nella parte superiore, fissate alla pavimentazione esterna, per ragioni di sicurezza, mediante semplici tasselli, facilmente smontabili e agevolmente amovibili.
Il Comune di Caronno Pertusella, nell’ambito di un’attività di controllo, ha accertato che l’installazione di strutture metalliche adibite a deposito per l’immagazzinaggio delle merci nelle aree pertinenziali del complesso commerciale non era stata dichiarata in alcun tipo di pratica edilizia, né risultava prevista in alcun modo dal piano attuativo, pur trattandosi di manufatti idonei a produrre nuova superficie coperta e incidenti anche sulla sicurezza antincendio, in quanto collocati altresì in corrispondenza delle aree previste per i parcheggi pertinenziali; quindi con nota n. 23889/2015 del 04.11.2015, la ricorrente è stata avvisata dell’avvio del procedimento di emanazione di un’ordinanza di demolizione.
In data 13.11.2015 la ricorrente ha controdedotto alla nota comunale, sottolineando come le problematiche antincendio fossero state risolte e che le scaffalature non fossero da qualificare quali manufatti da assoggettare al rilascio di un titolo edilizio. Il Comune non ha condiviso la prospettazione della ricorrente e, sul presupposto di essere al cospetto di interventi di nuova costruzione, ha ordinato la demolizione delle scaffalature metalliche attraverso il provvedimento impugnato con il ricorso introduttivo.
...
3. Con la prima censura del ricorso si assume l’illegittimità dell’ordinanza di demolizione, in quanto il Responsabile Tecnico comunale avrebbe erroneamente qualificato come “terreni” le aree in cui sono state installate le scaffalature metalliche, mentre in realtà si tratterebbe di aree dotate di pavimentazione e quindi già perfettamente edificate.
3.1. La doglianza è infondata.
L’ordinanza impugnata evidenzia con chiarezza che l’abuso edilizio oggetto di sanzione risulta essere l’insieme dei “manufatti con struttura in tubolari di metallo di varie altezze e dimensioni con copertura in lastre di plexiglass”, ovvero le strutture metalliche installate nelle aree pertinenziali del complesso commerciale, in relazione alle quali la pavimentazione, pur regolarmente assentita, non assume alcun rilievo determinante da un punto di vista edilizio.
Difatti, in presenza di una pavimentazione debitamente autorizzata, non è possibile ritenere che possa poi liberamente procedersi alla realizzazione sulla stessa di ulteriori manufatti, che magari creano anche nuova volumetria, senza ottenere, volta per volta, il necessario e pertinente titolo edilizio.
3.2. Pertanto, la prima censura va respinta.
4. Con le tre successive doglianze, da scrutinare congiuntamente in quanto strettamente connesse, si assume che la posa delle strutture metalliche, peraltro facilmente amovibili, sarebbe intrinsecamente collegata all’attività commerciale svolta dalla ricorrente e debitamente autorizzata, giacché si tratterebbe di attrezzature strumentali necessarie e funzionali alle attività di vendita (drive) e di stoccaggio delle merci, implicitamente ricomprese nel progetto, approvato dal Comune, con cui sono state realizzate le aree destinate alle predette attività.
In ogni caso, le scaffalature potrebbero al più essere qualificate alla stregua di interventi sottoposti a s.c.i.a. e giammai quali nuove costruzioni, con il pertinente regime sanzionatorio; in via subordinata, si tratterebbe di manufatti di natura pertinenziale che, non concorrendo alla creazione di un volume superiore al 20% di quello degli edifici cui accedono, sarebbero assoggettabili a s.c.i.a., con l’esclusiva applicabilità, in caso di violazioni, di una sanzione di natura pecuniaria.
4.1. Le doglianze sono infondate.
In primo luogo, va evidenziato come la stessa parte ricorrente ammetta che le strutture metalliche oggetto del presente contenzioso non risultano rappresentate negli elaborati di progetto presentati all’Amministrazione comunale (ma solo nelle planimetrie inoltrate ai Vigili del Fuoco). A ciò consegue che non può ritenersi che i predetti manufatti siano stati assentiti per via implicita, tranne che non si voglia qualificarli come interventi di edilizia libera, ai sensi della normativa edilizia.
A tale proposito, la ricorrente ritiene che le scaffalature metalliche non possano rientrare nel novero degli interventi di cui all’art. 3, comma 1, lett. e.7), del D.P.R. n. 380 del 2001, proprio perché non vi è trasformazione permanente di suolo inedificato (rientrano negli “interventi di nuova costruzione […] la realizzazione di depositi di merci o di materiali, la realizzazione di impianti per attività produttive all’aperto ove comportino l’esecuzione di lavori cui consegua la trasformazione permanente del suolo inedificato”).
In realtà, la giurisprudenza ritiene che la trasformazione debba essere intesa in senso funzionale e non strutturale, ossia assume rilievo decisivo non la natura del manufatto o i suoi caratteri costruttivi, ma la tipologia di esigenze che tale manufatto è destinato a soddisfare.
L’astratta rimovibilità delle opere infatti non impedisce di considerarle come nuove costruzioni ai fini edilizi e quindi necessitanti di un titolo autorizzativo.
Difatti, i manufatti funzionali a soddisfare esigenze stabili nel tempo vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la potenziale rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie.
Le strutture metalliche sono strettamente collegate e serventi rispetto all’attività imprenditoriale svolta della ricorrente e non sono certamente destinate ad un utilizzo temporaneo e contingente.
Secondo la consolidata giurisprudenza, “la ‘precarietà’ dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera e.5, D.P.R. n. 380 del 2001, postula infatti un uso specifico e temporalmente delimitato del bene e non ammette che lo stesso possa essere finalizzato al soddisfacimento di esigenze (non eccezionali e contingenti, ma) permanenti nel tempo. Non possono, infatti, essere considerati manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati a un’utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l’alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante” (Consiglio di Stato, VI, 04.09.2015, n. 4116; altresì 01.04.2016, n. 1291; 03.06.2014, n. 2842; TAR Emilia Romagna-Bologna, I, 28.06.2016, n. 655).
4.2. Quanto all’asserita natura pertinenziale dei manufatti, va chiarito che in ambito urbanistico la nozione di pertinenza è più limitata di quella afferente all’ambito civilistico; un’opera può definirsi accessoria rispetto a un’altra, da considerarsi principale, solo quando la prima sia parte integrante della seconda, in modo da non potersi le due cose separare senza che ne derivi l’alterazione dell’essenza e della funzione dell’insieme (Consiglio di Stato, VI, 04.01.2016, n. 19; TAR Emilia-Romagna, Bologna, I, 28.06.2016, n. 655).
Inoltre, come si può ricavare dalla descrizione delle opere realizzate –percepibile agevolmente anche dalle numerose fotografie prodotte in giudizio dalle parti– si tratta di interventi che da un punto di vista dimensionale e costruttivo danno vita ad una nuova edificazione, alterando in modo significativo l’assetto del territorio, e quindi per essere realizzati richiedono il rilascio di un permesso di costruire, indipendentemente dalla loro proporzione rispetto all’opera che si può considerare come principale (sulla rilevanza dell’aspetto dimensionale, cfr. TAR Campania, Napoli, VI, 21.06.2017, n. 3377); del resto, ‘la qualifica di pertinenza urbanistica è (…) applicabile soltanto ad opere di modesta entità e accessorie rispetto ad un’opera principale, quali ad esempio i piccoli manufatti per il contenimento di impianti tecnologici “et similia”, ma non anche opere che, dal punto di vista delle dimensioni e della funzione, si connotino per una propria autonomia rispetto all’opera cosiddetta principale e non siano coessenziali alla stessa, tale, cioè, che non ne risulti possibile alcuna diversa utilizzazione economica’ (Consiglio di Stato, VI, 10.11.2017, n. 5180).
4.3. Quindi anche tali doglianze vanno respinte.
5. In conclusione, il ricorso introduttivo deve essere dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, mentre il ricorso per motivi aggiunti deve essere respinto (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 15.12.2017 n. 2395 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Qualora l’intervento di demolizione e ricostruzione ricada in area vincolata ed ecceda il limite della sagoma, esso non potrà qualificarsi alla stregua di intervento di ristrutturazione edilizia, ma andrà ascritto alla categoria della nuova costruzione.
Ad avviso del Collegio la locuzione “…immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42…” non può che essere inteso nel senso ampio ritenuto dall’ufficio regionale, non coincidendo con il singolo edificio ma comprendendo anche le aree e i terreni oggetto di tutela.
Più precisamente, vista la genericità della previsione, non possano operarsi distinzioni a seconda della fonte e della natura del vincolo; ne consegue che essa si applicherà anche nei casi di beni vincolati ai sensi della Parte terza del Codice dei beni culturali e del paesaggio, nonché nei casi in cui detti vincoli comportino un regime di inedificabilità non già assoluta ma solo relativa.
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La questione centrale sottoposta al Collegio concerne la qualificazione dell’intervento proposto dalla ricorrente, ossia se lo stesso vada classificato come ristrutturazione (ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. d), del DPR n. 380/2001 oppure come nuova costruzione (ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. e), del medesimo decreto).
In particolare costituisce punto nodale della questione la portata dell’inciso di cui al citato art. 3, comma 1, lett. d), del DPR n. 380/2001 in punto di definizione degli interventi di ristrutturazione edilizia per il quale “Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Nel caso di specie, infatti, si è in presenza di un intervento di demolizione e ricostruzione senza aumento di volumetria ma con modifica della sagoma, da realizzarsi su un immobile ricadente in zona E agricola, con destinazione commerciale giusto provvedimento di condono del 2010, non specificamente vincolato ma ricadente in zona genericamente vincolata ai sensi del DM 30.11.1965 (modificato nel 1968) di tutela paesaggistica del territorio del Comune di Olbia, oltre che nell’ambito del PPR che comprende il Comune di Olbia.
Occorre dunque stabilire, anzitutto, se la disposizione che esclude l’ammissibilità degli interventi di demolizione e ricostruzione con modifica di sagoma di immobili non specificamente vincolati ma ricadenti nelle zone agricole ricomprese in ambito vincolato debba trovare applicazione nel caso di specie.
Orbene, l’art. 3, comma 1, lett. d), del d.P.R. n. 380 del 2001 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) stabilisce che rientrano nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia quelli consistenti nella demolizione e, successiva, ricostruzione, con la stessa volumetria, del fabbricato preesistente.
La norma è il risultato di una recente modifica introdotta dall’articolo 30, comma 1, lett. a), del decreto legge 21.06.2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito, con modificazioni, dalla legge 09.08.2013, n. 98.
Prima di questa modifica, la disposizione specificava che, per poter essere considerati ristrutturazione edilizia, gli interventi di demolizione e ricostruzione dovevano rispettare il vincolo della sagoma.
La nuova norma, a differenza della precedente, non fa più menzione della sagoma; sicché deve ritenersi che, attualmente, possono considerarsi interventi di ristrutturazione anche quelli che si limitano semplicemente al rispetto della preesistente volumetria.
Sennonché, come detto, l’ultimo periodo della disposizione specifica a sua volta che “Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione […] costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Come si vede questa norma prevede un’eccezione alla regola generale sancita dal primo periodo della lett. d), eccezione che riguarda specificamente i beni ricadenti in aree sottoposte a vincolo ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio.
Per questi immobili, dunque, continua a permanere il vincolo della sagoma; pertanto, qualora l’intervento di demolizione e ricostruzione ricada in area vincolata ed ecceda il limite della sagoma, esso non potrà qualificarsi alla stregua di intervento di ristrutturazione edilizia, ma andrà ascritto alla categoria della nuova costruzione, con necessaria applicazione applicati sia dell’art. 26 della LR 8/2015 che detta disposizioni generali di salvaguardia dei territori rurali, sia dell’art. 83 delle NTA del PPR.
Ad avviso del Collegio la locuzione “…immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42…” non può che essere inteso nel senso ampio ritenuto dall’ufficio regionale, non coincidendo con il singolo edificio ma comprendendo anche le aree e i terreni oggetto di tutela (in termini: Cass. Pen., Sez. III, 08.03.2016 n. 33043).
Più precisamente, vista la genericità della previsione, non possano operarsi distinzioni a seconda della fonte e della natura del vincolo; ne consegue che essa si applicherà anche nei casi di beni vincolati ai sensi della Parte terza del Codice dei beni culturali e del paesaggio, nonché nei casi in cui detti vincoli comportino un regime di inedificabilità non già assoluta ma solo relativa.
L’interpretazione della norma in esame, condotta sulla base della sua lettera, porta dunque a ritenere che l’intervento di cui è causa –che incide su un’area soggetta a vincolo paesaggistico e che pacificamente non rispetta il limite della sagoma preesistente– va correttamente qualificato come intervento di nuova costruzione.
Sotto questo profilo non è decisiva la circostanza che l’immobile fosse stato oggetto di un provvedimento di condono anche in ordine alla destinazione commerciale.
Il condono edilizio è infatti un istituto eccezionale che consente al richiedente il mantenimento e la conservazione di un fabbricato abusivamente realizzato ma non lo sottrae alla disciplina urbanistica applicabile in ragione della sua localizzazione.
Pertanto –con riguardo al caso di specie- l’eventuale demolizione dell’immobile in questione comporterà –per il caso di riedificazione con modifica della sagoma- l’applicazione della disciplina della nuova costruzione in zona agricola, con conseguente verifica, ai fini del rilascio del titolo edilizio, del possesso dei requisiti oggettivi e soggettivi previsti dalla normativa vigente.
Ciò, del resto, è confermato dall’art. 39, comma 5, della legge regionale n. 8/2015 in punto di rinnovo del patrimonio edilizio con interventi di demolizione e ricostruzione, che all’ultimo alinea precisa che “Nelle zone urbanistiche E ed H non è ammessa deroga alle vigenti disposizioni regionali”.
La qualificazione nei termini predetti di nuova costruzione dell’intervento proposto dalla ricorrente conduce quindi alla reiezione del ricorso che, a ben vedere, muove interamente dal presupposto non fondato che i lavori oggetto della DUAAP avessero natura di ristrutturazione edilizia.
In conclusione, quindi, il ricorso si rivela infondato e va respinto (TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 05.12.2017 n. 772).

novembre 2017

EDILIZIA PRIVATA: Sulla quaestio juris se l’intervento di ricostruzione di un immobile demolito possa essere -o meno- qualificato come “ristrutturazione edilizia” o come nuova costruzione.
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Fino alle innovazioni apportate alla lett. d) dell’art. 3 TUED dalla novella del 2013, in sintesi, “sotto la unitaria definizione di ristrutturazione edilizia sono ricomprese due distinte ipotesi (il cui elemento basilare di differenza è dato dalla integrale demolizione del fabbricato preesistente)", differenziate sotto il profilo del titolo edilizio necessario per procedervi legittimamente:
   a)
quella contemplata dalla prima parte della norma (c.d. intervento conservativo o risanamento conservativo o restauro conservativo), normalmente assoggettato a DIA/SCIA, che può comportare anche l'inserimento di nuovi volumi o modifiche della sagoma, nel qual caso necessita del permesso di costruire;
   b)
quella (c.d. intervento ricostruttivo) attuata mediante demolizione e ricostruzione, nel rispetto del volume e della sagoma dell'edificio preesistente.
Giova precisare che è con riferimento alla ipotesi di ristrutturazione "ricostruttiva" che è richiesta -almeno fino alla novella del 2013- oltre alla preesistenza certa del fabbricato identificabile nella sue componenti strutturali, (c.d. demoricostruzione), anche identità di volumetria e di sagoma, affermandosi altresì che, in difetto, si configura una nuova costruzione, con la conseguente applicabilità anche delle norme sulle distanze.
Si è ulteriormente precisato che
la ristrutturazione è possibile anche nei casi in cui, pur non portando essa ad una ricostruzione "fedele" del preesistente (non più richiesta dopo il DPR n. 301/2002), si mostri però rispettosa della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente.
Con la novella del 2013, alle due ipotesi sopra illustrate si è aggiunta una terza tipologia, rappresentata dagli interventi “volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
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Ad oggi,
il legislatore ha definitivamente inquadrato nel genus della ristrutturazione edilizia la ricostruzione di edifici diruti o crollati o demoliti, purché sia possibile accertarne la pregressa consistenza, con ciò ampliando, di fatto, il concetto “c.d. intervento ricostruttivo”, che, secondo la giurisprudenza costante, ben poteva consistere in una demolizione e ricostruzione purché ricorresse la contiguità temporale delle opere.
La novella del 2013, riferendosi agli edifici crollati o demoliti, elimina definitivamente la necessità che a presupposto di un intervento qualificabile come “ristrutturazione edilizia” vi sia la suddetta contiguità di tempi tra demolizione e ricostruzione.
Parimenti,
è altresì rilevante che la ricostruzione venga condizionata all’accertamento della preesistente consistenza dell’immobile crollato o demolito.
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... per l'annullamento della disposizione dirigenziale del Comune di Napoli prot. n. 935 del 07/11/2016, notificata in data 29/11/2016, con la quale il Comune di Napoli ha rigettato l'istanza di accertamento di conformità in sanatoria presentata dai ricorrenti relativa all'immobile sino in Napoli alla Via ... n. 18/21.
...
2. Il nucleo fondamentale della controversia consiste nel dato, inconfutabile, che il Comune di Napoli ha denegato la sanatoria ex art. 36 TUED sostenendo che l’intervento realizzato sarebbe privo della cd. doppia conformità, sia sotto il profilo della normativa vigente al momento della realizzazione dei lavori, per violazione dell’art. 16 della Variante di Salvaguardia del 1998, sia sotto l’ulteriore aspetto della normativa vigente al momento della presentazione della domanda (2012) in quanto non conforme all’art. 125 delle NTA della variante Generale al PRG.
2.1. Il Collegio ritiene che entrambe le motivazioni poste dal Comune a fondamento della propria decisione non possano essere condivise e che, pertanto, debbano essere accolti sia il secondo che il terzo motivo di ricorso.
3. Il secondo motivo ha ad oggetto la pretesa violazione dell’art. 36 TUED in relazione all’art. 125 della Variante Generale al PRG del comune di Napoli (approvata l’11.06.2004) in base al quale “trascorsi 5 anni dalla data di approvazione del piano, ove non sia intervenuto il cantieramento degli interventi di cui al precedente comma 2, i sedimi interessati sono destinati ad attrezzature pubbliche previste dal DM del 02.04.1968 n. 1444.”
Il Comune, come detto, ritiene che detto “cantieramento” non sia avvenuto legittimamente entro i cinque anni su richiamati (quindi, entro l’11.06.2009), sicché alla data della domanda di sanatoria (2012) l’area non sarebbe stata più edificabile da privati, ma solo adibibile ad attrezzature pubbliche.
3.1. La motivazione del Comune va disattesa e va quindi accolto il secondo motivo di ricorso.
Il Comune avrebbe dovuto attenersi alle sentenze del Consiglio di Stato di accoglimento parziale dei ricorsi per revocazione (nn. 2878/2016 e ss.), le quali hanno accertato l’illegittimità del diniego di sanatoria in forza di un errore di fatto della decisione d’appello, che ha considerato, ai fini del decorso dei cinque anni di cui all’art. 125 NTA, non la data del cantieramento dei lavori bensì quella (sbagliata) di ultimazione dei lavori.
Dovendosi invece tener conto della data di cantieramento degli interventi (avvenuta nel 2004, a seguito di presentazione della DIA n. 701/2004), è evidente che al decorso del quinquennio dall’entrata in vigore delle NTA (2009, essendo le NTA entrate in vigore anch’esse nel 2004) si era da tempo realizzata la condizione che impediva, in via definitiva, la trasformazione dell’area di sedime dell’immobile da “edificabile” da parte dei privati a “destinata a pubbliche attrezzature”.
3.1.1. Peraltro, le sentenze di revocazione (vedi in particolare par. 4 della parte in diritto) non fanno alcun riferimento al “legittimo cantieramento” dei lavori, come invece sostenuto dal Comune nel provvedimento impugnato e ribadito nelle memorie difensive, ma incentrano la loro attenzione esclusivamente sull’errore revocatorio commesso dal giudice d’appello, che ha tenuto conto di un fatto (l’ultimazione dei lavori) non previsto dall’art. 125 NTA.
Non è chiaro da dove il Comune tragga la conclusione che il cantieramento non era legittimo, anche se, in ragione del contenuto del provvedimento impugnato e delle difese presentate in giudizio, è possibile ritenere che l’ente ritenesse illegittima la messa in opera dei lavori (cantieramento) in quanto posta in essere in base ad una DIA che è successivamente venuta meno per effetto della pronuncia 1426/2015 del Consiglio di Stato (la quale, come detto, ha ritenuto legittima la declaratoria di decadenza d.d. n. 1995/2010).
3.1.2. Tale prospettazione si rivela, tuttavia, errata, sia perché il requisito della “legittimità” del cantieramento non è previsto dall’art. 125 NTA, ed il Comune lo ha arbitrariamente dedotto, sia perché, anche a voler concedere che la DIA fosse illegittima, certamente non lo era alla data di presentazione della istanza di sanatoria (2012), posto che la sentenza 1426 del Consiglio di Stato è stata resa solamente nel 2015.
In ogni caso, è dirimente, sul punto, il passaggio della decisione 1878/2016 quando, nell’esame del contenuto rescissorio del ricorso per revocazione, ha affermato che “alla luce di quanto risultante dagli atti, per un verso, vi era titolo edilizio, rappresentato dalla d.i.a. (posto che la declaratoria di decadenza presuppone la “esistenza” precedente del titolo edilizio) (….).”
È quindi proprio il giudice di secondo grado a confermare che, a prescindere dal suo successivo annullamento, la DIA nel 2012 esisteva a pieno titolo, e quindi il cantieramento era legittimamente avvenuto.
4. Anche il terzo motivo va accolto.
La questione della conformità dell’intervento all’art. 16 della Variante di Salvaguardia approvata con DPGRC del 29/06/1998 n. 9297 era stata oggetto di approfondimento da parte di questa Sezione con la sentenza del 27.11.2013 n. 5418, alla quale sono seguite tutte le altre di cui si ampiamente dato conto nel Fatto della odierna decisione.
Va precisato da subito che, sotto questo aspetto, la sentenza di questo Tar n. 5418/2013 non è stata in alcun modo riformata dalla decisione del Consiglio di Stato n. 1426/2015, sia perché comunque non prospettato dal Comune appellante nell’atto di appello (lo si deduce dal contenuto della sentenza 1426/2015, che non lo riporta quale motivo di ricorso), sia perché l’unica, e dirimente, motivazione posta dal Consiglio di Stato alla base della decisione di accoglimento dell’appello (e, quindi, di conferma della legittimità del provvedimento di decadenza della DIA 701/2004 (d.d. 1995/2010) è consistita nel ritenere la DIA decaduta “non per il mancato inizio o compimento dei lavori (di demolizione e ricostruzione) nel termine della sua validità, bensì per l’eccessivo lasso di tempo corso tra la demolizione dell’edificio (1984) e la dichiarazione (2004) di inizio di attività edilizia volta alla sua ricostruzione” (cfr. decisione Cons. St., 1426/2015).
La CTU depositata nel giudizio di primo grado aveva accertato che, effettivamente, nel PRG approvato del 1972 l’area oggetto d’intervento ricadeva in zona A2 per la maggiore consistenza e nella zona C2 per la restante parte, nelle quali, fino al 1998, era vietata qualsiasi attività edilizia diversa dalla manutenzione ordinaria in assenza di pianificazione di dettaglio.
Con l’approvazione, in data 20.07.1998, della Variante di Salvaguardia che lasciava in essere per l’area la medesima classificazione di zona ma eliminava il vincolo della preventiva approvazione del PUA per eseguire sia interventi di ristrutturazione edilizia che di nuova costruzione, la disciplina dell’area in questione, al momento della presentazione della DIA da parte degli eredi Pe. (25.03.2004) era assoggettata all’art. 16 delle NTA della Variante di Salvaguardia, che, come detto, rinviando all’art. 31, lett. d), della l. 457/1978, consentiva la “ristrutturazione edilizia”.
La questione di fondo, dunque, è se l’intervento di ricostruzione di un immobile demolito, posto in essere dalla parte privata, possa essere o meno qualificato come “ristrutturazione edilizia” (ammessa, come detto, dall’art. 16 NTA della Variante di Salvaguardia, vigente al momento della presentazione della DIA) o come nuova costruzione, quest’ultima non consentita.
Infatti, una volta accertato (dalla sentenza Cons. St., n. 1426/2015) che l’intervento non era eseguibile tramite una DIA (sia pure previo pagamento di oneri concessori), giocoforza sarebbe stato necessario il permesso di costruire anche in caso di ristrutturazione edilizia.
Il diniego di sanatoria, infatti, non ha avuto riguardo alla tipologia di titolo richiesta ex post, ma alla mancata conformità dell’intervento all’art. 16 della NTA qualificandosi l’intervento quale “nuova costruzione”.
Ai fini del decidere diventa quindi necessario ascrivere l’edificazione dell’immobile di via ... all’una o all’altra tipologia di intervento edilizio, ed in particolare chiarire se la ricostruzione ex novo di un fabbricato già demolito (quindi, preesistente ma successivamente abbattuto) possa essere considerata, come sostengono i Ricorrenti (e come ha sostenuto la sentenza di primo grado n. 5418/2013), una vera e propria “ristrutturazione edilizia” (ammessa, come detto, dall’art. 16).
4.1.
Sull’istituto della “ristrutturazione edilizia” la giurisprudenza amministrativa ha editato centinaia di sentenze, tenuto anche conto delle modifiche normative che spesso hanno riguardato questa tipologia di interventi.
Per comodità,
il Collegio si riporta alla recente e dettagliatissima decisione del Consiglio di Stato, sez. IV, n. 443 del 02.02.2017, che è opportuno illustrare sinteticamente anche al fine di offrire certezza in ordine al corretto inquadramento normativo della fattispecie in questione.
Dopo aver ricordato che l’art. 31, lett. d), della l. 457/1978 era stato implicitamente sostituito, a partire dall’entrata in vigore, nel 2003, dall’art. art. 3, co. 1, lett. d), del TUED (DPR n. 380/2001), e con l’aggiunta di ulteriori riferimenti nell'art. 10, lett. c), del medesimo Testo Unico, il Consiglio di Stato ha evidenziato che
già dal testo originario erano presenti due tipologie di ristrutturazione edilizia, identiche quanto alla finale realizzazione di un "organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente", ma distinte dalla presenza (o meno) della demolizione del fabbricato preesistente, che, ove effettuata, per poter rientrare nel campo della ristrutturazione edilizia (e non già della nuova costruzione), doveva concludersi con la "fedele ricostruzione di un fabbricato identico", al punto da avere identità di sagoma, volume, area di sedime e, in generale, caratteristiche dei materiali.
L’altra tipologia, non rilevante nel presente giudizio, comprendeva il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti.
Secondo la decisione 443/2017,
a tale definizione di cui all’art. 3, lett. d), TUED andava affiancato il disposto dell’art. 10 TUED, il quale, nel disciplinare gli interventi "subordinati a permesso di costruire", ricomprendeva tra questi (co. 1, lett. c): "gli interventi di ristrutturazione edilizia che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso".
Tra le due norme (la prima di definizione della ristrutturazione edilizia, la seconda relativa agli interventi soggetti a concessione edilizia) non vi era contraddizione “poiché il legislatore nazionale -a fronte delle due tipologie di ristrutturazione edilizia- non ha affatto escluso che quest'ultima (che, si ricordi, comporta la realizzazione di un organismo "in tutto o in parte diverso dal precedente") possa comportare (anche) modifiche di volume o di sagoma, ma più precisamente ha escluso che possano aversi queste ultime modifiche solo nel caso di ristrutturazione caratterizzata da integrale demolizione e successiva ricostruzione del fabbricato, unico caso in cui è richiesta la "fedele ricostruzione di un fabbricato identico".” (cfr. decisione 443/2017, par. 7.3.1.)
4.1.1. Con il successivo DPR 27.12.2002 n. 301 il legislatore ha apportato alla definizione alcune modifiche, rimaste immutate sino al 2013, di modo che,
nel caso di demolizione e ricostruzione, per potersi definire l'intervento quale "ristrutturazione edilizia", lo stesso doveva portare ad un manufatto "con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica".” (Cons. St. 443/2017, par. 7.4).
Le vere novità consistono nell’abbandono del riferimento alla identità di area di sedime e di caratteristiche dei materiali, e soprattutto al più generale concetto di "fedele ricostruzione", non potendo quest'ultimo essere più ribadito una volta escluse le caratteristiche ora riportate. Di conseguenza, anche l’art. 10, co. 1, lett. c), mutava contenuto, potendo, coerentemente, ascrivere la ristrutturazione anche agli interventi “che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”, sia nel caso di integrale demolizione (nel qual caso resta ferma la necessaria identità di volume e di sagoma), sia nel caso in cui non vi sia demolizione e vi siano invece modifiche di volume, di sagoma, di prospetti o superfici.
4.1.2. Infine, l'art. 30, comma 1, lett. a), d.l. 21.06.2013, n. 69, convertito dalla l. 09.08.2013, n. 98, ha ulteriormente innovato la lett. d) del co. 1 dell’art. 3 TUED, confermando che
sono "interventi di ristrutturazione edilizia" quelli “rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti”, nonché quelli “consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica" nonché –ed è questa la novità– “quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. (…)”.
4.1.3. In sintesi,
sotto la unitaria definizione di ristrutturazione edilizia sono ricomprese, fino alle innovazioni apportate alla lett. d) dell’art. 3 TUED dalla novella del 2013, due distinte ipotesi (il cui elemento basilare di differenza è dato dalla integrale demolizione del fabbricato preesistente) (par. 7.5.), differenziate sotto il profilo del titolo edilizio necessario per procedervi legittimamente:
   a)
quella contemplata dalla prima parte della norma (c.d. intervento conservativo o risanamento conservativo o restauro conservativo), normalmente assoggettato a DIA/SCIA, che può comportare anche l'inserimento di nuovi volumi o modifiche della sagoma, nel qual caso necessita del permesso di costruire (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 28.04.2014, n. 2194; Id. sez. IV, 23.04.2014, n. 2060);
   b)
quella (c.d. intervento ricostruttivo) attuata mediante demolizione e ricostruzione, nel rispetto del volume e della sagoma dell'edificio preesistente (Cons. Stato, sez. V, 05.12.2014 n. 5988).
Anche alla luce di quanto innanzi esposto,
giova precisare che è con riferimento alla ipotesi di ristrutturazione "ricostruttiva" che è richiesta -almeno fino alla novella del 2013- oltre alla preesistenza certa del fabbricato identificabile nella sue componenti strutturali, (c.d. demoricostruzione, su cui v. Cons. Stato, sez. VI, 05.12.2016, n. 5106), anche identità di volumetria e di sagoma (Cons. Stato, sez. IV, 07.04.2015 n. 1763; 09.05.2014 n. 2384; 06.07.2012 n. 3970), affermandosi altresì che, in difetto, si configura una nuova costruzione, con la conseguente applicabilità anche delle norme sulle distanze (Cons. Stato, sez. IV, 23.04.2014, n. 2060; sez. IV, 30.05.2013 n. 2972; 12.02.2013 n. 844; in termini Cass. civ., sez. un., 19.10.2011, n. 21578).
Si è ulteriormente precisato che
la ristrutturazione è possibile anche nei casi in cui, pur non portando essa ad una ricostruzione "fedele" del preesistente (non più richiesta dopo il DPR n. 301/2002), si mostri però rispettosa della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente (da ultimo, Cons. St., sez. IV, 12.05.2014 n. 2397; id., sez. IV, 30.05.2013 n. 2972; id., sez. IV, 29.05.2014 n. 2781, che indica la necessità di rispetto delle linee essenziali della sagoma).
4.1.4.
Con la novella del 2013, alle due ipotesi sopra illustrate si è aggiunta una terza tipologia, rappresentata dagli interventi “volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza (così Cons. St., 443/2017, cit, par. 7.6.1).
4.2. Anche se non applicabile al caso concreto ratione temporis,
la novità legislativa del 2013 riveste un’importanza fondamentale ai fini della decisione della controversia.
È infatti noto al Collegio che in materia di ristrutturazione edilizia esiste una copiosa giurisprudenza, sia penale che amministrativa, volta a distinguerla dalla nuova costruzione [prevista dalla lettera e) dell’art. 3 TUED].
Si è infatti affermato che la ristrutturazione edilizia si caratterizza per la diversità dell'organismo edilizio prodotto dall'intervento di trasformazione rispetto al precedente (Cons. Stato, sez. VI, 14.10.2016 n. 4267 e 27.04.2016 n. 1619; sez. V, 12.11.2015 n. 5184) e che essa si distingue dalla nuova costruzione perché mentre quest'ultima presuppone una trasformazione del territorio, la ristrutturazione è invece caratterizzata dalla preesistenza di un manufatto, in quanto tale trasformazione vi è in precedenza già stata (Cons. Stato, sez. IV, 07.04.2015 n. 1763; id., 12.05.2014 n. 2397; id., 06.12.2013 n. 5822; id., 30.05.2013, n. 2972).
Inoltre,
si è in presenza di nuova costruzione, non di una ristrutturazione edilizia, anche quando il rifacimento ha ad oggetto edifici demoliti da lungo tempo (ex multis, Cass. pen., sez. III, 09.04.2010 n. 13492; id., 20.02.2001, n. 13982; Cons. St., sez. VI, 05.12.2016, n. 5106; id., sez. V, 15.03.2016 n. 1025; Id., 21.10.2014 n. 5174; Id., Sez. IV, 15.09.2006 n. 5375; Id., Sez. V, 10.02.2004 n. 475; Id., sez. V, 15.04.2004, n. 2142).
Tuttavia,
riveste un’importanza notevole sotto un profilo sistematico, la circostanza che il legislatore abbia definitivamente inquadrato nel genus della ristrutturazione edilizia la ricostruzione di edifici diruti o crollati o demoliti, purché sia possibile accertarne la pregressa consistenza, con ciò ampliando, di fatto, il concetto “c.d. intervento ricostruttivo”, che, secondo la giurisprudenza costante, ben poteva consistere in una demolizione e ricostruzione purché ricorresse la contiguità temporale delle opere.
La novella del 2013, riferendosi agli edifici crollati o demoliti, elimina definitivamente la necessità che a presupposto di un intervento qualificabile come “ristrutturazione edilizia” vi sia la suddetta contiguità di tempi tra demolizione e ricostruzione.
Parimenti,
è altresì rilevante che la ricostruzione venga condizionata all’accertamento della preesistente consistenza dell’immobile crollato o demolito (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 14.11.2017 n. 5360 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer aversi "ristrutturazione edilizia" la demolizione e la ricostruzione devono essere contestuali nell’ambito di un unico intervento, dovendo essere la demolizione strumentale e funzionale alla successiva ricostruzione, circostanze che non sono riscontrabili nel caso in esame.
Invero, nella fattispecie si osserva che risulta mancante il nesso di unitarietà tra la demolizione dell’immobile in questione e la chiesta ricostruzione atteso che, da un lato, la demolizione è stata effettuata da soggetti diversi dai richiedenti per ragioni che in questa sede non rilevano e, dall’altro, che risulta mancante anche l’elemento della contestualità, considerato che la demolizione è avvenuta (quanto meno) in data 09.11.2015, mentre la domanda al Comune è stata presentata dai ricorrenti solo in data 27.05.2016, con la conseguenza che l’intervento non può essere ascritto alla categoria della "ristrutturazione edilizia".
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In relazione al primo motivo di ricorso, preliminarmente si rileva che la stessa istanza presentata al Comune dai ricorrenti qualifica l’intervento come “nuova costruzione” e non come “ricostruzione previa demolizione”.
In ogni caso –e ciò costituisce il punto centrale della controversia-, anche a voler considerare la domanda dei ricorrenti non come richiesta per nuova costruzione ma diretta alla ricostruzione di quanto demolito, con conseguente applicazione dei principi invocati in ricorso, si osserva che risulta mancante il nesso di unitarietà tra la demolizione dell’immobile in questione e la chiesta ricostruzione atteso che, da un lato, la demolizione è stata effettuata da soggetti diversi dai richiedenti per ragioni che in questa sede non rilevano e, dall’altro, che risulta mancante anche l’elemento della contestualità, considerato che la demolizione è avvenuta (quanto meno) in data 09.11.2015, mentre la domanda al Comune è stata presentata dai ricorrenti solo in data 27.05.2016, con la conseguenza che l’intervento non può essere ascritto alla categoria della ristrutturazione edilizia (su tali principi, Consiglio di Stato, sez. IV, 29.03.2017, n. 1433).
In altre parole, per aversi ristrutturazione, la demolizione e la ricostruzione devono essere contestuali nell’ambito di un unico intervento, dovendo essere la demolizione strumentale e funzionale alla successiva ricostruzione, circostanze che non sono riscontrabili nel caso in esame.
Il primo motivo di ricorso, pertanto, è infondato e va respinto (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 14.11.2017 n. 1348 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In ordine al rapporto tra il deposito a cielo aperto, l’attività di tipo imprenditoriale cui è riferita ed il regime del titolo edilizio.
La regolarità urbanistica ed edilizia dell’immobile che ospita l’attività commerciale è una delle condizioni oggettive di quest’ultima, in assenza della quale l’Amministrazione esercita i propri poteri di intervento conseguenti alla mancanza dei requisiti dell’attività privata.
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La trasformazione di un manufatto ai fini dell’individuazione della corretta disciplina edilizia ed urbanistica, va apprezzata nella sua globalità e nell’assetto finale della sua consistenza, senza che sia possibile scindere il risultato unitario nelle singole operazioni che lo compongono (così da sostituire il permesso a costruire con la somma di singole operazioni edilizie da assoggettarsi a DIA o SCIA), con conseguente insufficienza della DIA relativa alla sola recinzione a consentire l’uso dell’intera area come deposito.
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Pacifica, secondo la giurisprudenza, è la circostanza che la realizzazione di un deposito-merci, che, a norma dell'art. 3, comma primo, lett. e, 5) e 7), d.P.R. n. 380/2001, sia diretto a soddisfare esigenze non meramente temporanee e comporti la trasformazione permanente dello stato dei luoghi, necessita del permesso di costruire, non essendo riconducibile al regime delle pertinenze.
Irrilevante è la circostanza che le trasformazioni dell’area siano o meno imputabili a gestioni precedenti dell’immobile: le condizioni di conformità urbanistica ed edilizia del manufatto che ospita l’attività commerciale vanno riferite al momento della presentazione della SCIA di avvio e se queste difettano perché –in tesi– sono state operate trasformazioni del bene senza il prescritto titolo dalla precedente proprietà dell’immobile, la SCIA va egualmente dichiarata priva di efficacia perché ciò consegue alla condizione dell’immobile e non si verte intorno a provvedimenti sanzionatori che presuppongono l’accertamento della responsabilità del soggetto agente.
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Nell’odierno giudizio, parte ricorrente agisce per l’annullamento degli atti impugnati con i quali l’Amministrazione intimata ha dichiarato l’inefficacia della SCIA di avviamento dell’attività commerciale della ricorrente stessa, nel presupposto della mancanza di conformità urbanistica dell’immobile nel quale è condotta.
Prima di procedere all’esame delle ragioni di censura, è bene premettere che la regolarità urbanistica ed edilizia dell’immobile che ospita l’attività commerciale è una delle condizioni oggettive di quest’ultima, in assenza della quale l’Amministrazione esercita i propri poteri di intervento conseguenti alla mancanza dei requisiti dell’attività privata (da ultimo, vedasi TAR Lazio, II-ter, 16.06.2017, nr. 07097 e 19.09.2017, nr. 9820/2017, nonché richiami ivi contenuti).
Nel caso di specie, secondo l’Amministrazione l’uso dell’area utilizzata dalla ricorrente per l’esposizione a cielo aperto di veicoli destinati alla vendita avrebbe necessitato di un permesso a costruire, a mente del combinato disposto di cui all’art. 3, punto 1- lett. 7 del DPR 380/2001 (applicabile ratione temporis), sussistendo trasformazione del suolo.
L’effettiva sussistenza di tale ultima condizione è stata l’oggetto dell’indagine svolta a seguito della fase cautelare.
Alla luce delle risultanze di giudizio, il ricorso si rivela infondato e come tale va respinto.
Dagli atti depositati da parte di Roma Capitale, emerge che, con DD del 17.01.2005, a seguito di sopralluogo dell’08.11.2004 e con DD n. 53 del 13.01.2006 era stata riscontrata la realizzazione abusiva di un manufatto prefabbricato in legno di circa mq 30 (uso ufficio); un secondo manufatto, sempre prefabbricato, di circa 16,00 mq, con antistante veranda (uso ufficio); una tettoia in legno e pilastri infissi a terra per circa 72 mq, adibita a lavorazione del legno; un box prefabbricato in legno, adibito a magazzino, per circa 15,0 mq.
Sull’area di interesse sussisteva, dunque, una pregressa situazione di abusivismo che ha comportato l’emanazione della DD di demolizione e ripristino nr. 53 del 13.01.2006, di cui però non si conosce l’esito.
Dal sopralluogo effettuato il 26.10.2016 emerge la presenza di un primo manufatto di circa 28,00 mq, che la parte ricorrente dichiara di aver chiesto di sanare, producendo poi, da ultimo, il relativo provvedimento nr. 383540 del 23.06.2017.
Quanto a tale aspetto, deve convenirsi con Roma Capitale circa l’irrilevanza della sanatoria del fabbricato, posto che si tratta di un elemento della fattispecie sopravvenuto rispetto agli atti impugnati (e dunque dovrà eventualmente tenersene conto in esito all’eventuale riproposizione di una istanza da parte della ricorrente, in quella sede verificando la pertinenza o meno del manufatto rispetto all’area di interesse); in ogni caso, dal confronto tra la descrizione degli abusi edilizi oggetto dei provvedimenti di demolizione sopra indicati e la descrizione degli abusi oggetto del provvedimento di sanatoria da ultimo intervenuto, non si evince una perfetta corrispondenza, e dalle risultanze del sopralluogo emerge la presenza di un secondo manufatto (di mt. 1,50 x 1,50), del quale non risultano i titoli edilizi. Altresì risulta, sempre dal sopralluogo, la realizzazione di un impianto di illuminazione e l’adeguamento del selciato con collocazione di materiale inerte, opere che implicano, di per sé, trasformazione del suolo.
Si aggiunga che –differenza di quanto dichiarato dalla ricorrente nell’apposita asseverazione– l’area è gravata dal vincolo paesaggistico ed archeologico (nota prot. 194799/2015 del 10.11.2015), circostanza in ordine alla quale non risultano efficaci controdeduzioni sostanziali.
Pertanto, anche ad attenersi alla sola situazione descritta nel sopralluogo da ultimo svolto in contraddittorio (dal momento che, per quanto sopra indicato, non è chiaro se i manufatti oggetto degli accertamenti operati nel 2004 sono stati demoliti a seguito della DD nr. 53/2006 e, laddove persistano, siano inclusi nell’area oggetto della SCIA), è infondata la principale censura di gravame secondo cui non sarebbe stato necessario il permesso di costruire ai fini della regolarità urbanistica dell’immobile, rendendosi invece necessario quest’ultimo.
Secondo la giurisprudenza della Sezione, peraltro, la trasformazione di un manufatto ai fini dell’individuazione della corretta disciplina edilizia ed urbanistica, va apprezzata nella sua globalità e nell’assetto finale della sua consistenza, senza che sia possibile scindere il risultato unitario nelle singole operazioni che lo compongono (così da sostituire il permesso a costruire con la somma di singole operazioni edilizie da assoggettarsi a DIA o SCIA; vedasi TAR Lazio, II-ter, 13.07.2016, nr. 8058 e 16.06.2017, nr. 7092; v. anche TAR Napoli, VIII 08.11.2012 n. 4496), con conseguente insufficienza della DIA relativa alla sola recinzione a consentire l’uso dell’intera area come deposito.
Nessuna delle censure o degli argomenti dedotti a sostegno, può quindi trovare condivisione.
Pacifica, secondo la giurisprudenza, è la circostanza che la realizzazione di un deposito-merci, che, a norma dell'art. 3, comma primo, lett. e, 5) e 7), d.P.R. n. 380/2001, sia diretto a soddisfare esigenze non meramente temporanee e comporti la trasformazione permanente dello stato dei luoghi necessita del permesso di costruire, non essendo riconducibile al regime delle pertinenze (vedasi, tra le tante, Cass. pen. Sez. III, sent. n. 6593 del 24.11.2011; Sez. III, n. 8064 del 02.12.2008; Tar Piemonte, Torino, 18.01.2017, n. 134).
Irrilevante è la circostanza che le trasformazioni dell’area siano o meno imputabili a gestioni precedenti dell’immobile: le condizioni di conformità urbanistica ed edilizia del manufatto che ospita l’attività commerciale vanno riferite al momento della presentazione della SCIA di avvio e se queste difettano perché –in tesi– sono state operate trasformazioni del bene senza il prescritto titolo dalla precedente proprietà dell’immobile, la SCIA va egualmente dichiarata priva di efficacia perché ciò consegue alla condizione dell’immobile e non si verte intorno a provvedimenti sanzionatori che presuppongono l’accertamento della responsabilità del soggetto agente (TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 07.11.2017 n. 11090 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2017

EDILIZIA PRIVATA: Definizione di “ristrutturazione edilizia” e distanze dal confine.
Nel caso in cui il manufatto venga ricostruito senza il rispetto della sagoma preesistente e dell’area di sedime, occorre comunque il rispetto delle distanze prescritte.
  
Nel caso in cui il manufatto che costituisce il risultato di una ristrutturazione edilizia venga comunque ricostruito con coincidenza di area di sedime e di sagoma, esso –proprio perché “coincidente” per tali profili con il manufatto preesistente– potrà sottrarsi al rispetto delle norme sulle distanze dal confine e/o da altri fabbricati, in quanto sostitutivo di un precedente manufatto che già non rispettava dette distanze (e magari preesisteva anche alla stessa loro previsione normativa).
La disposizione dell’art. 9, n. 2, D.M. n. 1444/1968 riguarda infatti “nuovi edifici”, intendendosi per tali gli edifici (o parti e/o sopraelevazioni di essi) “costruiti per la prima volta” e non già edifici preesistenti, per i quali, in sede di ricostruzione, non avrebbe senso prescrivere distanze diverse.
  
Invece, nel caso in cui il manufatto venga ricostruito senza il rispetto della sagoma preesistente e dell’area di sedime, come pure consentito dall’art. 30, comma 1, lett. a), D.L. 21.06.2013, n. 69, convertito dalla L. 09.08.2013, n. 98, occorrerà comunque il rispetto delle distanze prescritte, proprio perché esso –quanto alla sua collocazione fisica– rappresenta un novum, come tale tenuto a rispettare –indipendentemente dalla sua qualificazione come ristrutturazione edilizia o nuova costruzione– le norme sulle distanze.
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... per la riforma della sentenza 15.11.2016 n. 1410 del TAR PIEMONTE – SEZ. II, resa tra le parti, concernente permesso di costruzione di edificio residenziale;
...
1. Con l’appello in esame, il signor An.Or. impugna la sentenza 15.11.2016 n. 1410, con la quale il TAR per il Piemonte, sez. II, ha rigettato il suo ricorso proposto avverso il permesso di costruire 18.08.2015 n. 8954/2012, rilasciato dal Comune di Settimo Torinese alla società Mo. s.r.l., per la realizzazione di una nuova costruzione di tipo residenziale.
La sentenza impugnata ha affermato, in particolare:
   - ai fini della qualificazione di un intervento come ristrutturazione edilizia, “non rileva in senso negativo l’intervallo di tempo intercorso tra il crollo accidentale dell’edificio e l’avvio della ricostruzione” (nel caso di specie nel 2009, circa sei anni prima del rilascio del permesso di costruire);
   - in presenza di un edificio coincidente quanto a volume con quello crollato, e con superficie lievemente inferiore a quella preesistente, “la modesta traslazione lineare verso ovest dell’edificio ricostruito (per circa cinque metri) non impedisce di qualificare la ricostruzione come “ristrutturazione edilizia”, non soggetta al rispetto delle distanze minime prescritte dallo strumento urbanistico per le nuove edificazioni”.
...
2. L’appello è fondato e deve essere, pertanto, accolto, con conseguente riforma della sentenza impugnata, per le ragioni di seguito esposte.
2.1.
Questa Sezione ha più volte, e di recente, affermato –anche in relazione ai successivi mutamenti normativi e con considerazioni che si intendono riportate e confermate nella presente sede– quali siano i tratti caratterizzanti dell’intervento qualificabile come “ristrutturazione edilizia”, ai sensi dell’art. 3, lett. d), DPR n. 380/2001 (Cons. Stato, sez. IV, 02.02.2017 n. 443; Id, 20.04.2017 n. 1847).
Occorre comunque ricordare che
il legislatore nazionale -riprendendo una anteriore definizione contenuta nell’art. 31, co. 1, lett. d), della l. n. 457/1978 ha dedicato alla ristrutturazione edilizia l’art. 3, co. 1, lett. d), del Testo Unico dell’edilizia (DPR n. 380/2001), “aggiungendo” ulteriori riferimenti nell’art. 10, lett. c), del medesimo Testo Unico.
Tali disposizioni, tuttavia, sono state oggetto di plurimi interventi modificativi ed integrativi, di modo che,
al fine di verificare la rispondenza del concreto intervento edilizio al tipo normativo, occorre di volta in volta individuare la norma vigente al momento del conseguimento del titolo edilizio.
Giova immediatamente precisare che,
nel corpus normativo dedicato alla “ristrutturazione edilizia” (almeno fino alla novella del 2013), sono presenti due distinti tipi di ristrutturazione:
  
- la ristrutturazione edilizia cd. “conservativa”, che può comportare anche l’inserimento di nuovi volumi o modifica della sagoma;
   - la ristrutturazione edilizia cd. “ricostruttiva”, attuata mediante demolizione, anche parziale, e ricostruzione, nel rispetto del volume e della sagoma dell’edificio preesistente, con la conseguenza che, in difetto, viene a configurarsi una nuova costruzione
(Cons. Stato, sez. V, 05.12.2014 n. 5988).
Tali due distinte figure di ristrutturazione edilizia trovano la loro fonte entrambe nel citato art. 3, co. 1, lett. d), DPR n. 380/2001, risolvendosi il successivo art. 10, lett. c), solo in una norma di indicazione dei casi di ristrutturazione sottoposti a permesso di costruire.
La giurisprudenza amministrativa ha analizzato la tipologia della “ristrutturazione edilizia” (anche al fine di distinguerla dalla ipotesi di nuova costruzione, di cui alla successiva lett. e) dell’art. 3, co. 1, DPR n. 380/2001), tenendo innanzi tutto presenti le distinte (ed innanzi riportate) ipotesi di ristrutturazione indicate dal legislatore.
In generale,
si è affermato che la ristrutturazione edilizia si caratterizza per la diversità dell’organismo edilizio prodotto dall’intervento di trasformazione rispetto al precedente (Cons. Stato, sez. VI, 14.10.2016 n. 4267 e 27.04.2016 n. 1619; sez. V, 12.11.2015 n. 5184) e che essa si distingue dalla nuova costruzione perché mentre quest’ultima presuppone una trasformazione del territorio, la ristrutturazione è invece caratterizzata dalla preesistenza di un manufatto, in quanto tale trasformazione vi è in precedenza già stata (Cons. Stato, sez. IV, 07.04.2015 n. 1763; 12.05.2014 n. 2397; 06.12.2013 n. 5822; 30.05.2013, n. 2972).
In particolare,
è con riferimento alla ipotesi di ristrutturazione “ricostruttiva che è richiesta identità di volumetria e di sagoma (Cons. Stato, sez. IV, 07.04.2015 n. 1763; 09.05.2014 n. 2384; 06.07.2012 n. 3970), affermandosi altresì che, in difetto, si configura una nuova costruzione, con la conseguente applicabilità anche delle norme sulle distanze (Cons. Stato, sez. IV, 30.05.2013 n. 2972; 12.02.2013 n. 844).
2.2.
Con specifico riferimento alla successione di norme del tempo (per la parte che rileva nella presente sede), occorre ricordare che l’art. 3, co. 1, lett. d), nel suo testo originario, prevedeva che fossero interventi di “ristrutturazione edilizia”, quelli “rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e successiva fedele ricostruzione di un fabbricato identico, quanto a sagoma, volumi, area di sedime e caratteristiche dei materiali, a quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica”.
Già dal testo originario, dunque, erano presenti, come si è detto, due tipologie di ristrutturazione edilizia, identiche quanto alla finale realizzazione di un “organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”, ma distinte dalla presenza (o meno) della demolizione (anche parziale) del fabbricato preesistente. Quest’ultima, ove effettuata, per poter rientrare nel campo della ristrutturazione edilizia (e non già della nuova costruzione), doveva concludersi con la “fedele ricostruzione di un fabbricato identico”, al punto da avere identità di sagoma, volume, area di sedime e, in generale, caratteristiche dei materiali.
Il successivo DPR 27.12.2002 n. 301 ha apportato alla definizione (di cui all’art. 3) alcune modifiche, con il risultato di
affermare che, nel caso di demolizione e ricostruzione, per potersi definire l’intervento quale “ristrutturazione edilizia”, lo stesso doveva portare ad un manufatto “con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica”.
Come è dato osservare,
con il nuovo testo il legislatore ha abbandonato sia lo specifico riferimento alla identità di area di sedime e di caratteristiche dei materiali, sia il più generale concetto di “fedele ricostruzione” (non potendo quest’ultimo, a tutta evidenza, essere più ribadito una volta che non sono più richieste le predette caratteristiche).
Infine, il legislatore è nuovamente intervenuto sulla disposizione in esame, in particolare con l'art. 30, comma 1, lett. a), D.L. 21.06.2013, n. 69, convertito dalla L. 09.08.2013, n. 98.
Attualmente, quindi, sono "interventi di ristrutturazione edilizia", gli interventi "rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
2.3. Come è dato osservare,
con particolare riferimento alla ristrutturazione edilizia cd. ricostruttiva, l’unico limite ora previsto è quello della identità di volumetria, rispetto al manufatto demolito, salve “innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”, e ad eccezione degli immobili sottoposti a vincolo ex d.lgs. n. 42/2004, per i quali è altresì prescritto il rispetto della “medesima sagoma di quello preesistente”.
2.4. Tanto precisato in ordine alla definizione di “ristrutturazione edilizia”, occorre osservare che
il nuovo manufatto, se può sottrarsi ai limiti, precedentemente previsti, del rispetto dell’area di sedime e della sagoma, non di meno anche in tali casi è certamente tenuto al rispetto del limite delle distanze dal confine e/o da altri fabbricati, nel rispetto sia delle norme del codice civile sia di quelle previste dai regolamenti edilizi e dalla pianificazione urbanistica.
In sostanza:
   -
nel caso in cui il manufatto che costituisce il risultato di una ristrutturazione edilizia venga comunque ricostruito con coincidenza di area di sedime e di sagoma, esso –proprio perché “coincidente” per tali profili con il manufatto preesistente– potrà sottrarsi al rispetto delle norme sulle distanze innanzi citate, in quanto sostitutivo di un precedente manufatto che già non rispettava dette distanze (e magari preesisteva anche alla stessa loro previsione normativa).
Come questa Sezione ha avuto modo di osservare (Cons. Stato, sez. IV, 14.09.2017 n. 4337), “
la disposizione dell’art. 9, n. 2, D.M. n. 1444 riguarda “nuovi edifici”, intendendosi per tali gli edifici (o parti e/o sopraelevazioni di essi: Cons. Stato, sez. IV, 04.08.2016 n. 3522) “costruiti per la prima volta” e non già edifici preesistenti, per i quali, in sede di ricostruzione, non avrebbe senso prescrivere distanze diverse”.
   - invece,
nel caso in cui il manufatto venga ricostruito senza il rispetto della sagoma preesistente e dell’area di sedime, come pure consentito dalle norme innanzi indicate, occorrerà comunque il rispetto delle distanze prescritte, proprio perché esso –quanto alla sua collocazione fisica– rappresenta un novum, come tale tenuto a rispettare –indipendentemente dalla sua qualificazione come ristrutturazione edilizia o nuova costruzione– le norme sulle distanze.
3. Nel caso di specie, la eliminazione della tettoia dell’edificio ad ovest, con traslazione dell’edificio medesimo di modo che “dove prima era la tettoia ora è prevista la parte terminale a ovest dell’edificio” (v. memoria Mo. del 22.05.2017, pag. 3), comporta che vi sia “nuovo” volume, nei sensi innanzi descritti, dove prima vi era la tettoia.
Se, come sostenuto dall’appellata, “non vi è sostituzione della tettoia con locali chiusi con incremento di volumetria etc. ma semplice traslazione dell’edificio che si sviluppa come prima m. 5 più ad ovest senza più realizzazione di tettoia”, ciò comporta che vi è un nuovo volume, laddove prima lo stesso non era esistente.
Al fine della verifica del rispetto delle distanze, secondo i principi innanzi enunciati, mentre non rileva che non vi sia incremento di volumetria, o che si rispetti l’allineamento della preesistente tettoia e della sua proiezione al suolo, ciò che rileva è che un volume “chiuso”, e quindi pienamente utilizzabile, prima arretrato (ancorché non rappresentante incremento del volume complessivo preesistente) si trovi ora posizionato dove prima non era, essendovi in precedenza al suo posto lo “spazio aperto” sottostante alla tettoia.
Ciò è ammesso anche dal Comune di Settimo Torinese che, mentre esclude che si sia inteso realizzare un fabbricato diverso “ma ripristinare la struttura precedente, senza alcuna variazione rispetto alle originarie dimensioni dell’edificio e, in particolare, senza aumenti delle volumetrie né delle superfici occupate in relazione alla originaria sagoma di ingombro”, nondimeno precisa che quest’ultima costituisce “unicamente oggetto di una minimas traslazione” (v. memoria 19.05.2017, pag. 3).
Alla luce di quanto esposto, risulta quindi fondato il primo motivo di appello (sub lett. a) dell’esposizione in fatto), laddove con lo stesso (sub lett. a2), prescindendosi dalla qualificazione giuridica dell’opera, ed anche a voler parlare di ristrutturazione edilizia, si afferma che “le opere in edifici preesistenti costituenti modifiche di sagoma, ampliamenti e sopraelevazioni siano soggette al rispetto delle distanze legali” (ovviamente, nei sensi innanzi precisati).
Pertanto, risulta sussistente la violazione delle distanze (da ultimo indicata nella memoria appellante del 26.05.2017, in particolare, pag. 5), e sostanzialmente non contestata, nella sua oggettività, dalle altre parti.
4. Per tutte le ragioni esposte, l’appello deve essere accolto, con riferimento al primo motivo di impugnazione (nei sensi innanzi precisati), il che dispensa il Collegio dall’esame degli ulteriori motivi proposti.
Da ciò consegue che, in riforma della sentenza impugnata, e per le ragioni innanzi esposte, deve essere accolto il ricorso instaurativo del giudizio di I grado, con conseguente annullamento del provvedimento con il medesimo impugnato (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 12.10.2017 n. 4728 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2017

EDILIZIA PRIVATA: E' pacifico in giurisprudenza che la ricostruzione dei ruderi vada considerata come realizzazione di una nuova costruzione, quando la parte dell’opera muraria ancora esistente non permette l’individuazione certa dei connotati essenziali del manufatto originario (muri perimetrali, strutture orizzontali e copertura), attesa la mancanza di elementi sufficienti a testimoniare le dimensioni e le caratteristiche dell’edificio da recuperare.
E’ stato affermato in proposito che <<La ristrutturazione edilizia presuppone come elemento indispensabile la preesistenza del fabbricato nella consistenza e con le caratteristiche planivolumetriche ed architettoniche proprie del manufatto che si vuole ricostruire. Non è sufficiente che si dimostri che un immobile in parte poi crollato o demolito è esistente, ma è necessario che si dimostri oltre all’an anche il quantum e cioè l’esatta consistenza dell'immobile preesistente del quale si chiede la ricostruzione.
Occorre, quindi, la possibilità di procedere, con un sufficiente grado di certezza, alla ricognizione degli elementi strutturali dell’edificio, in modo tale che, seppur non necessariamente “abitato” o “abitabile”, esso possa essere comunque individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione (in casi analoghi la giurisprudenza ha preteso che l’immobile esista quanto meno in quelle strutture essenziali che, assicurandogli un minimo di consistenza, possano farlo giudicare presente nella realtà materiale).
Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza, la c.d. demo-ricostruzione –ovvero un’incisiva forma di recupero di preesistenze comunque assimilabile alla ristrutturazione edilizia– tradizionalmente pretende la pressoché fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello già esistente, dalla cui strutturale identificabilità, come organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, non si può dunque, in ogni caso, prescindere.
L'attività di ricostruzione di ruderi è stata invece concordemente considerata, a tutti gli effetti, realizzazione di una nuova costruzione, avendo questi perduto i caratteri dell’entità urbanistico-edilizia originaria sia in termini strutturali che funzionali>>.
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La ricostruzione di un rudere non è riconducibile nell’alveo della ristrutturazione edilizia e neppure in quello del risanamento conservativo, integrando in sostanza un'attività di nuova costruzione, attesa la mancanza di elementi sufficienti a testimoniare le dimensioni e le caratteristiche dell'edificio da recuperare: in particolare, un manufatto costituito da alcune rimanenze di mura perimetrali, ovvero un immobile in cui sia presente solo parte della muratura predetta, e sia privo di copertura e di strutture orizzontali, non può essere riconosciuto come edificio allo stato esistente, ad avviso del quale ciò avviene per l’evidente ragione riconducibile al carattere derogatorio rispetto all’ordinaria disciplina che consente l’estrinsecazione dello ius aedificandi connesso al diritto di proprietà, che può svolgersi in via ordinaria solo in presenza di norme urbanistiche attuative e di dettaglio).
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Il ricorrente censura i provvedimenti comunali che hanno inibito il recupero (restauro e ristrutturazione) di un edificio ridotto a rudere, che egli intendeva ricostruire unitamente a un più ampio complesso edilizio.
Il gravame è infondato e deve essere respinto.
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3. Anche il terzo motivo è infondato.
3.1 In primo luogo, l’unitarietà dell’intervento non è avvalorata dal materiale probatorio depositato agli atti del giudizio. Al contrario, come ha correttamente messo in luce il Comune, i resti dell’edificio non permettono di comprovare un’aderenza tra edifici, essendo il rudere separato e distanziato dal fabbricato limitrofo (fotografie - doc. 6 Comune).
3.1 In punto di diritto, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera d), del T.U. edilizia per tempo vigente, gli interventi di ristrutturazione comprendono “il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica …”.
3.2 Questo TAR (cfr. sez. I – 27/03/2017 n. 418) ha già avuto modo di sottolineare che è pacifico in giurisprudenza che la ricostruzione dei ruderi vada considerata come realizzazione di una nuova costruzione, quando la parte dell’opera muraria ancora esistente non permette l’individuazione certa dei connotati essenziali del manufatto originario (muri perimetrali, strutture orizzontali e copertura), attesa la mancanza di elementi sufficienti a testimoniare le dimensioni e le caratteristiche dell’edificio da recuperare (TAR Campania Napoli, sez. III – 27/02/2017 n. 1169).
3.3 E’ stato affermato in proposito che <<La ristrutturazione edilizia presuppone come elemento indispensabile la preesistenza del fabbricato nella consistenza e con le caratteristiche planivolumetriche ed architettoniche proprie del manufatto che si vuole ricostruire (Cons. Stato Sez. IV 15.09.2006 n. 5375). Non è sufficiente che si dimostri che un immobile in parte poi crollato o demolito è esistente, ma è necessario che si dimostri oltre all’an anche il quantum e cioè l’esatta consistenza dell'immobile preesistente del quale si chiede la ricostruzione.
Occorre, quindi, la possibilità di procedere, con un sufficiente grado di certezza, alla ricognizione degli elementi strutturali dell’edificio, in modo tale che, seppur non necessariamente “abitato” o “abitabile”, esso possa essere comunque individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione (in casi analoghi la giurisprudenza ha preteso che l’immobile esista quanto meno in quelle strutture essenziali che, assicurandogli un minimo di consistenza, possano farlo giudicare presente nella realtà materiale: Cons. Stato, sez. V, 21.10.2014, n. 5174; Cons. Stato, V, 15.03.1990, n. 293 e 20.12.1985, n. 485).
Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza, la c.d. demo-ricostruzione –ovvero un’incisiva forma di recupero di preesistenze comunque assimilabile alla ristrutturazione edilizia– tradizionalmente pretende la pressoché fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello già esistente, dalla cui strutturale identificabilità, come organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, non si può dunque, in ogni caso, prescindere (Cons. Stato, sez. V, 10.02.2004, n. 475).
L'attività di ricostruzione di ruderi è stata invece concordemente considerata, a tutti gli effetti, realizzazione di una nuova costruzione (cfr. Cass. pen. 20.02.2001, n. 13982; Cons. Stato, V, 01.12.1999, n. 2021), avendo questi perduto i caratteri dell’entità urbanistico-edilizia originaria sia in termini strutturali che funzionali
>> (
Consiglio di Stato, sez. VI - 05/12/2016, n. 5106).
3.4 La ricostruzione di un rudere non è riconducibile nell’alveo della ristrutturazione edilizia e neppure in quello del risanamento conservativo, integrando in sostanza un'attività di nuova costruzione, attesa la mancanza di elementi sufficienti a testimoniare le dimensioni e le caratteristiche dell'edificio da recuperare: in particolare, un manufatto costituito da alcune rimanenze di mura perimetrali, ovvero un immobile in cui sia presente solo parte della muratura predetta, e sia privo di copertura e di strutture orizzontali, non può essere riconosciuto come edificio allo stato esistente (TAR Toscana, sez. I – 16/05/2017 n. 692, ad avviso del quale ciò avviene per l’evidente ragione riconducibile al carattere derogatorio rispetto all’ordinaria disciplina che consente l’estrinsecazione dello ius aedificandi connesso al diritto di proprietà, che può svolgersi in via ordinaria solo in presenza di norme urbanistiche attuative e di dettaglio).
3.5 Nel caso all’esame, come ammesso dalla stessa ricorrente, non si rinvengono tracce del fabbricato preesistente successivamente al 1937, e l’unica possibile testimonianza della sua esistenza fisica è costituita da una planimetria datata, dalla quale si può evincere al massimo la probabile pianta dell’edificio.
Né appare possibile attribuire rilievo, in assenza di altri riscontri documentali, all’edificio attiguo, difettando totalmente elementi fattuali –dotati di un sufficiente grado di certezza– sull’ingombro planivolumetrico del manufatto di cui si discute, con le misure dimensionali invocate dalla parte ricorrente.
Ciò che manca, in definitiva, è la dimostrazione di quale fosse, in concreto, la consistenza della costruzione nei suoi tratti essenziali, al di là delle dimensioni perimetrali soltanto suggerite dai ruderi documentati nelle fotografie.
4. E’ infine inammissibile la censura afferente all’avvenuta formazione del silenzio-assenso, formulata nella memoria finale del ricorrente e non ritualmente notificata a controparte (cfr. per tutte TAR Veneto, sez. I – 31/05/2017 n. 546). La doglianza avrebbe dovuto essere veicolata nel ricorso originario ovvero introdotta con motivi aggiunti ritualmente notificati, non essendo possibile ampliare con semplice memoria la materia del contendere.
5. In conclusione, il gravame deve essere rigettato (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 26.09.2017 n. 1167 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

agosto 2017

EDILIZIA PRIVATAL'esecuzione di interventi comportanti la modifica dei prospetti non rientra nelle tipologie delle ristrutturazioni edilizie "minori" e, come tale, richiede il preventivo rilascio di permesso a costruire, non essendo sufficiente il mero rilascio della denuncia di inizio attività.
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1. I ricorsi sono solo parzialmente fondati e, dunque, devono essere accolti per quanto di ragione.
2. Muovendo dal primo motivo di censura, con il quale i ricorrenti si dolgono di una serie di profili concernenti la ritenuta illegittimità degli atti amministrativi emessi da Ba.Zi., giova preliminarmente rilevare l'infondatezza della tesi difensiva secondo cui l'intervento edilizio de quo, consistito nella realizzazione, in luogo di una finestra, di una porta di accesso/uscita al primo piano, protetta da un anta in metallo e pennellatura in vetro, posta a circa due metri di altezza dalla sede stradale, avrebbe potuto essere eseguito attraverso una super-D.I.A. ai sensi dell'art. 22, comma 3, lett. a), del d.p.r. n. 380 del 2001.
Infatti, secondo il consolidato indirizzo interpretativo di questa Corte, l'esecuzione di interventi comportanti, come nel caso in esame, la modifica dei prospetti, non rientra nelle tipologie delle ristrutturazioni edilizie "minori" e come tale richiede il preventivo rilascio di permesso a costruire, non essendo sufficiente il mero rilascio della denuncia di inizio attività (Sez. 3, n. 30575 del 20/05/2014, dep. 11/07/2014, Limongi, Rv. 259905; Sez. 3, n. 38338 del 21/05/2013, dep. 18/09/2013, Cataldo, Rv. 256381; Sez. 3, n. 834/2009 del 04/12/2008 dep. 13/01/2009, P.M. in proc. Della Monica, Rv. 242160; Sez. 3, n. 1893/2007 del 14/12/2006, dep. 23/01/2007, Cristiano, Rv. 235871).
Rilascio del permesso di costruire che, nel caso di specie, si imponeva, secondo quanto correttamente riferito dalle sentenze di merito, anche alla luce dell'art. 10, lett. h), del regolamento edilizio comunale, a mente del quale dovevano ritenersi assoggettate a licenza di costruzione le opere seguenti: "aperture, chiusura modifica di ingressi esterni, finestre balconi" (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.08.2017 n. 38853).

luglio 2017

EDILIZIA PRIVATA: La ricostruzione di un edificio esistente in altro sito, seppur nello stesso lotto, ma non nella stessa area di sedime, non è un'ipotesi di ristrutturazione ma di nuova costruzione.
Come rilevato dalla giurisprudenza, l’inizio dei lavori segna il dies a quo della tempestiva proposizione del ricorso soltanto laddove si contesti l’an della edificazione (cioè laddove si sostenga che nessun manufatto poteva essere edificato sull’area), mentre laddove si contesti il quomodo (distanze, consistenza ecc.) il dies a quo va fatto coincidere con il completamento dei lavori ovvero con il grado di sviluppo degli stessi, ove renda palese l’esatta dimensione, consistenza, finalità, dell’erigendo manufatto, ferma restando la possibilità, da parte di chi solleva l’eccezione di tardività, di provare, anche in via presuntiva, la concreta anteriore conoscenza del provvedimento lesivo in capo al ricorrente.
In particolare è stato affermato che:
   a) il termine per impugnare il permesso di costruire decorre dalla piena conoscenza del provvedimento, che si intende realizzata al completamento dei lavori, a meno che sia data prova di una conoscenza anticipata; una simile prova va addossata a chi eccepisce la tardività del ricorso, e può essere desunta anche da elementi presuntivi che evidenzino la potenziale lesione portata all'interesse del ricorrente (in quest’ambito giuoca un ruolo importante l’eventuale presenza del cartello dei lavori ex art. 27, co. 4, t.u. edilizia);
   b) l’obbligo di esposizione del cartello dei lavori, penalmente sanzionato, è posto a presidio, anche secondo la giurisprudenza penale, della esigenza di consentire ad eventuali controinteressati di far valere le proprie doglianze innanzi all'autorità amministrativa.
La presenza del cartello, pertanto, costituisce un indizio grave preciso e concordante ai fini della integrazione della prova presuntiva della conoscenza del provvedimento da parte del ricorrente;
   c) la richiesta di accesso non è comunque idonea ex se a far differire i termini di proposizione del ricorso in quanto la data del permesso di costruire pubblicata sul cartello di cantiere fissa la decorrenza del termine entro il quale deve essere presentata l'impugnativa; termine che non può essere dilazionato dalla richiesta di accesso agli atti. Ed infatti, se da un lato deve essere assicurata al vicino la tutela in sede giurisdizionale dei propri interessi nei confronti di un intervento edilizio ritenuto illegittimo, dall'altro lato deve parimenti essere salvaguardato l'interesse del titolare del permesso di costruire a che l'esercizio di detta tutela venga attivato senza indugio e non irragionevolmente differito nel tempo, così determinando una situazione di incertezza delle situazioni giuridiche contraria ai principi ordinamentali.
Quanto al concetto stesso di “piena conoscenza” (ed alla sua idoneità a costituire il dies a quo di decorrenza del termine per l’impugnazione dell’atto), occorre ricordare che la giurisprudenza della Sezione ha già avuto modo di osservare che la “piena conoscenza” del provvedimento impugnabile non deve essere intesa quale “conoscenza piena ed integrale” del provvedimento stesso, ovvero di eventuali atti endoprocedimentali, la cui illegittimità infici, in via derivata, il provvedimento finale.
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Come correttamente rilevato dal Tar, il progetto assentito con i permessi di costruire impugnati, prevedendo la realizzazione di un intervento di demolizione e ricostruzione con sagoma, volumi e collocazione diversi rispetto al fabbricato preesistente, non può configurare una ristrutturazione edilizia ma è da inquadrare tra le nuove costruzioni.
La ricostruzione di un edificio esistente in altro sito, seppur nello stesso lotto, ma non nella stessa area di sedime, integra infatti a tutti gli effetti un nuovo edificio. La giurisprudenza è costante nel ritenere ciò ed il Collegio concorda con tale orientamento.
D’altra parte, anche le successive modifiche al DPR n. 380 del 2001, ascrivibili al c.d. “Decreto del fare” (D.L. n. 69 del 2013 convertito in nella legge n. 98 del 2013), hanno eliminato il vincolo della sagoma di fatto ampliando il concetto di ristrutturazione, ma non hanno modificato l’obbligo che l’edificio ricostruito/ristrutturato insista nella stessa area di sedime.
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... per la riforma della sentenza 12.06.2009 n. 1480 del Tar per la Puglia, sede staccata di Lecce, Sez. III, resa tra le parti, concernente i permessi di costruire rilasciati dal comune di Laterza al signor Ar.Ta..
...
1. Con provvedimento del 25.08.2004 n. 104 il comune di Laterza ha rilasciato al signor An.Ta. un permesso di costruire avente ad oggetto la realizzazione di lavori di demolizione e ricostruzione di un fabbricato di civile abitazione e di un locale commerciale.
2. Il permesso è stato tuttavia impugnato dinanzi al Tar per la Puglia, sede staccata di Lecce, dai signori Gi.Ma., Mi.Ma., Ro.Ma. e Cr.Ta., proprietari ed usufruttuari di un immobile confinante con quello oggetto dell’intervento assentito.
3. In particolare, questi ultimi hanno contestato l’intervento edilizio in quanto lo hanno ritenuto:
   - in contrasto con il piano di lottizzazione, approvato con deliberazione del Consiglio Comunale del 07.05.2002, n. 18, che consentiva la realizzazione di nuove opere edilizie e non interventi di ristrutturazione edilizia con demolizione e ricostruzione di un nuovo fabbricato difforme dal precedente per sagoma e volumi;
   - in violazione dell’art. 10 delle norme tecniche del piano di lottizzazione ai sensi del quale i nuovi fabbricati avrebbero dovuto essere posti ad una distanza minima di 10 metri dal ciglio delle strade esterne alla maglia (il fabbricato in questione è posto sul ciglio della strada che delimita la maglia sul lato nord);
   - in violazione dell’art. 872 c.c. in quanto il fabbricato non è posto a distanza legale dal muro di fabbrica, alto 3 metri e 40 centimetri, che delimita la proprietà dei ricorrenti (l’art. 9 del piano di lottizzazione prevede una distanza minima tra gli edifici pari alla semisomma dell’altezza degli stessi e comunque non inferiore a 10 metri, mentre l’intervento assentito dista solo 5 metri dal muro);
   - in violazione della distanza minima prevista dal PRG per le nuove costruzioni dalle pareti finestrate degli edifici esistenti.
4. Successivamente, con permesso di costruire del 14.04.2006 n. 3, il comune di Laterza ha accolto l’istanza di sanatoria presentata dal sig. Ar.Ta. con riferimento alla diversa collocazione del fabbricato nel lotto rispetto a quanto previsto nel permesso di costruire originario.
5. Anche quest’ultimo provvedimento è stato impugnato con motivi aggiunti.
6. Il Tar per la Puglia, con la sentenza indicata in epigrafe, ha accolto il ricorso ed i motivi aggiunti, rilavando che il progetto assentito con i permessi di costruire impugnati, prevedendo la realizzazione di un intervento di demolizione e ricostruzione con sagoma, volumi e collocazione diversi rispetto al fabbricato preesistente, non si poteva configurare come una ristrutturazione edilizia, ma doveva essere inquadrato tra le nuove costruzioni. Di conseguenza, ha ritenuto fondati i motivi di censura relativi alla violazione delle distanze, soprattutto con riferimento a quelle previste dal ciglio stradale.
7. Il signor Ar.Ta. ha quindi impugnato la predetta sentenza, prospettando i seguenti motivi di gravame.
7.1. Il Tar ha erroneamente respinto l’eccezione di tardività del ricorso di primo grado.
7.1.1. I signori Gi.Ma., Mi.Ma., Ro.Ma. e Cr.Ta., secondo l’appellante, erano infatti a conoscenza del permesso di costruzione già dal momento della posa delle fondazioni. In particolare, il termine decadenziale per la proposizione del ricorso avrebbe dovuto decorrere dalla data del 28.08.2004 di inizio dei lavori, soprattutto considerando la contestata violazione delle distanze del fabbricato assentito rispetto agli immobili di loro proprietà, mentre il ricorso è stato poi notificato in data 14.01.2005. Gli stessi ricorrenti avevano in ogni caso proposto istanza di accesso agli atti il 15.10.2004.
7.2. Il giudice di primo grado ha accolto il ricorso sulla base della inesatta circostanza che la riedificazione avrebbe dovuto rispettare la distanza di 10 metri dal confine stradale prevista dal piano di lottizzazione e dal PRG.
7.2.1. Il Tar ha infatti erroneamente ritenuto che una minore distanza del fabbricato dal ciglio della strada avrebbe potuto essere consentita solo laddove si fosse ricostruito un edificio corrispondente, sotto il profilo planovolumetrico, a quello preesistente. Tale tesi, secondo l’appellante, non può ritenersi fondata tenuto conto che il piano di lottizzazione non regola affatto il caso di specie.
La disciplina urbanistica dello stesso piano riguarderebbe solo le nuove edificazioni consentite nelle aree libere della maglia, lasciando non disciplinati gli interventi diretti sull’edilizia esistente. Ed anche le norme di attuazione al PRG, in particolare il comma 2 dell’art. 2.26 delle NTA richiamato dal Tar, non conterrebbero alcuna disciplina sugli interventi relativi all’edilizia esistente, limitandosi a prevedere il contenuto dei piani esecutivi per le nuove edificazioni nella maglia.
Per l’appellante, invece, la demolizione e ricostruzione di un edificio esistente, autorizzabile con un assenso diretto, avrebbe trovato una più corretta disciplina nel richiamo al comma 7 dello stesso art. 2.26.
8. I signori Gi.Ma., Mi.Ma., Ro.Ma. e Cr.Ta. si sono costituiti in giudizio il 14.09.2009, chiedendo il rigetto dell’appello, ed hanno depositato ulteriori scritti difensivi, per ultimo una memoria di replica il 04.05.2017.
9. Anche l’appellante ha depositato documenti e una memoria il 24.04.2017 nella quale ha anche richiamato l’intervenuta sentenza della Corte di Appello di Taranto n. 138 del 24.03.2014 resa tra le parti sul tema delle distanze tra gli edifici.
10. Questa Sezione con ordinanza cautelare n. 4649 del 18.09.2009, ha respinto motivatamente l’istanza di sospensione dell’esecutività della sentenza impugnata, presentata contestualmente al ricorso in appello (per completezza si segnala che già durante il corso del giudizio di primo grado questa Sezione, con ordinanza n. 4588 del 2005, aveva accolto l’istanza cautelare proposta dagli originari ricorrenti, odierni appellati, signori Matera).
11. La causa è stata infine trattenuta in decisione all’udienza del 25.05.2017.
12. L’appello non è fondato.
13. In primo luogo, deve ritenersi condivisibile la conclusione del Tar per la Puglia in ordine alla infondatezza della eccezione di irricevibilità del ricorso di primo grado.
14. Lo stesso gravame, notificato il 14.01.2015, non può infatti ritenersi tardivo in quanto la effettiva e piena conoscenza del provvedimento da parte degli appellati in un momento anteriore rispetto a quello di decorrenza del termine decadenziale (rappresentato dal completamento dei lavori), avrebbe dovuto essere provata in modo rigoroso.
Non è infatti sufficiente, come ha fatto la parte appellante, né il riferimento all’istanza di accesso, né quello all’inizio dei lavori edilizi, essendo invece necessaria la loro ultimazione o quantomeno il raggiungimento di uno stato di avanzamento tale che non si potesse avere più alcun dubbio in ordine alla consistenza ed alla reale portata delle opere.
15. D’altra parte, dalla documentazione fotografica allegata all’istanza di condono edilizio del signor Ta. del 10.12.2014 si ricava in modo evidente che a quella data erano state realizzate solo le opere interrate con la conseguenza che sarebbe stato impossibile comprendere quale fosse la sagome, il volume e l’effettiva distanza dagli altri edifici e dalla strada dell’erigendo edificio; neppure è stata provata la presenza del cartello lavori.
16. In ogni caso, come rilevato dalla giurisprudenza di questa Sezione (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 21.03.2016, n. 2782; 21.03.2016 n. 1135; 15.11.2016, n. 4701), l’inizio dei lavori segna il dies a quo della tempestiva proposizione del ricorso soltanto laddove si contesti l’an della edificazione (cioè laddove si sostenga che nessun manufatto poteva essere edificato sull’area), mentre laddove si contesti il quomodo (distanze, consistenza ecc.) il dies a quo va fatto coincidere con il completamento dei lavori ovvero con il grado di sviluppo degli stessi, ove renda palese l’esatta dimensione, consistenza, finalità, dell’erigendo manufatto, ferma restando la possibilità, da parte di chi solleva l’eccezione di tardività, di provare, anche in via presuntiva, la concreta anteriore conoscenza del provvedimento lesivo in capo al ricorrente (cfr., ex multis, Consiglio di Stato, Sez. IV 28.10.2015, n. 4910 e n. 4909; Sez. IV, 22.12.2014 n. 6337; Sez. V, 16.04.2013, n. 2107; Sez. VI, 18.04.2012, n. 2209, che si conformano sostanzialmente all’insegnamento dell'Adunanza Plenaria n. 15 del 2011 sviluppandone i logici corollari).
17. In particolare è stato affermato che:
   a) il termine per impugnare il permesso di costruire decorre dalla piena conoscenza del provvedimento, che si intende realizzata al completamento dei lavori, a meno che sia data prova di una conoscenza anticipata; una simile prova va addossata a chi eccepisce la tardività del ricorso, e può essere desunta anche da elementi presuntivi che evidenzino la potenziale lesione portata all'interesse del ricorrente (in quest’ambito giuoca un ruolo importante l’eventuale presenza del cartello dei lavori ex art. 27, co. 4, t.u. edilizia);
   b) l’obbligo di esposizione del cartello dei lavori, penalmente sanzionato, è posto a presidio, anche secondo la giurisprudenza penale, della esigenza di consentire ad eventuali controinteressati di far valere le proprie doglianze innanzi all'autorità amministrativa (ex aliis Cass. pen., Sez. III, 22.05.2012, n. 40118).
La presenza del cartello, pertanto, costituisce un indizio grave preciso e concordante ai fini della integrazione della prova presuntiva della conoscenza del provvedimento da parte del ricorrente;
   c) la richiesta di accesso non è comunque idonea ex se a far differire i termini di proposizione del ricorso in quanto la data del permesso di costruire pubblicata sul cartello di cantiere fissa la decorrenza del termine entro il quale deve essere presentata l'impugnativa; termine che non può essere dilazionato dalla richiesta di accesso agli atti.
Ed infatti, se da un lato deve essere assicurata al vicino la tutela in sede giurisdizionale dei propri interessi nei confronti di un intervento edilizio ritenuto illegittimo, dall'altro lato deve parimenti essere salvaguardato l'interesse del titolare del permesso di costruire a che l'esercizio di detta tutela venga attivato senza indugio e non irragionevolmente differito nel tempo, così determinando una situazione di incertezza delle situazioni giuridiche contraria ai principi ordinamentali.
18. Quanto al concetto stesso di “piena conoscenza” (ed alla sua idoneità a costituire il dies a quo di decorrenza del termine per l’impugnazione dell’atto), occorre ricordare che la giurisprudenza della Sezione ha già avuto modo di osservare (tra le altre, Cons. Stato, Sez. IV, 06.10.2015 n. 6242; 28.05.2012 n. 3159) che la “piena conoscenza” del provvedimento impugnabile non deve essere intesa quale “conoscenza piena ed integrale” del provvedimento stesso, ovvero di eventuali atti endoprocedimentali, la cui illegittimità infici, in via derivata, il provvedimento finale.
19. Tanto premesso in rito, deve ritenersi condivisibile, nel merito, anche quanto rilevato dal Tar nella sentenza impugnata in ordine alla natura dell’intervento edilizio di cui è causa e alla sua concreta disciplina.
20. L’art. 2.25 del PRG del comune di Laterza prevede che “nelle zone di espansione C, articolate in sottozone di “espansione di recupero CR” e “sottozone di espansione C” ogni intervento edilizio o urbanizzativo è subordinato alla approvazione di strumenti urbanistici esecutivi”.
21. L’intervento edilizio assentito dal comune di Laterza si colloca in zona CR 6 e rientra nell’ambito di applicazione della predetta disposizione. Di conseguenza soggiace, come rilevato dal giudice di primo grado, alle previsioni del successivo art. 2.26 delle NTA (che si riferisce esplicitamente alla zona CR 6) e al piano di lottizzazione approvato con delibera del Consiglio Comunale n. 18 del 07.05.2002.
22. In sostanza, il fabbricato avrebbe dovuto rispettare la distanza minima di 10 m. dal ciglio delle strade perimetrali della maglia in quanto nuova costruzione.
23. Non è fondata infatti la prospettazione di parte appellante secondo cui tali disposizioni non trovano applicazione nel caso di specie in quanto relative alla realizzazione di nuove costruzioni e non alla ristrutturazione di edifici già esistenti.
24. Come correttamente rilevato dal Tar, il progetto assentito con i permessi di costruire impugnati, prevedendo la realizzazione di un intervento di demolizione e ricostruzione con sagoma, volumi e collocazione diversi rispetto al fabbricato preesistente, non può configurare una ristrutturazione edilizia ma è da inquadrare tra le nuove costruzioni.
25. La ricostruzione di un edificio esistente in altro sito, seppur nello stesso lotto, ma non nella stessa area di sedime, integra infatti a tutti gli effetti un nuovo edificio. La giurisprudenza è costante nel ritenere ciò (cfr. ex multis, Cons. Stato, sez. IV, 01.08.2016, n. 3466; successivamente sez. IV, n. 447 del 2017 cui si rinvia a mentre dell’art. 74 e 88, co. 2, lett. d), c.p.a.) ed il Collegio concorda con tale orientamento. D’altra parte, anche le successive modifiche al DPR n. 380 del 2001, ascrivibili al c.d. “Decreto del fare” (D.L. n. 69 del 2013 convertito in nella legge n. 98 del 2013), hanno eliminato il vincolo della sagoma di fatto ampliando il concetto di ristrutturazione, ma non hanno modificato l’obbligo che l’edificio ricostruito/ristrutturato insista nella stessa area di sedime.
26. Ciò detto, e ribadito che la valutazione sulla legittimità del progetto sottoposto all’autorità comunale và effettuata alla stregua della disciplina vigente al momento dell’adozione dei provvedimenti impugnati, l’intervento edilizio comunque si colloca, come risulta dagli atti del giudizio, in posizione diversa da quella occupata dall’immobile demolito e ricostruito, tant’è che per questa ragione si contestano le distanze dal ciglio della strada e dalla proprietà dei confinanti (prima collocato a 12 metri dalla strada perimetrale della maglia, poi a 2 metri in base al permesso di costruire n. 3 del 2006, rilasciato per la diversa ubicazione del fabbricato sul lotto).
27. Di conseguenza, se la conservazione della distanza preesistente può ritenersi consentita solamente nelle ipotesi di demolizione seguita da fedele ricostruzione, nel caso in cui, previa demolizione di un edificio preesistente, venga ricostruito un fabbricato diverso, devono essere rispettate tutte le previsioni previste dal piano di lottizzazione prescritto per l’area e dal PRG e dalle sue norme tecniche.
28. Né può essere applicabile in via analogica, come invocato dall’appellante, il comma 7 dell’art. 2.26 delle NTA in quanto si tratta di una disposizione che non riguarda la maglia CR 6 (in cui ricade l’intervento assentito), bensì la maglia CR5. Nell’area CR6 è necessario, ai fini dell’edificazione, l’esistenza di un piano esecutivo (nel caso di specie ad iniziativa privata) ed è esclusa la realizzabilità di interventi diretti salvo la ristrutturazione degli immobili esistenti con medesima sagoma, volume e collocazione.
29. Quanto, infine, al motivo proposto dagli appellati in primo grado sulla distanza della nuova costruzione dalla loro parete finestra, va rilevato che lo stesso è stato assorbito dal Tar. L’appellante, con la memoria depositata il 24.04.2017, ne contesta esplicitamente la fondatezza, richiamando l’intervenuta sentenza della Corte di Appello di Taranto n. 138 del 24.03.2014 che ha accertato la violazione delle norme sulle distanze, condannandolo all'arretramento della propria costruzione.
30. Tale statuizione tuttavia non influisce sui profili di illegittimità degli atti impugnati sopra descritti, rilevando invece sul tema della distanza con la parete finestra, profilo ritenuto condivisibilmente assorbito dal Tar.
31. Per le ragioni sopra esposte, l’appello va respinto e per l’effetto va confermata la sentenza impugnata (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.07.2017 n. 3763 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costituisce principio fondamentale tratto dalla legislazione statale quello per cui la constatazione dell'aumento di volumetria di un fabbricato preesistente è sufficiente a rendere l'intervento edilizio non riconducibile al paradigma normativo della ristrutturazione atteso che questa, nell'attuale sistema normativo, trova il suo limite nella necessità di rispettare il volume preesistente del manufatto su cui si interviene, nel senso che un intervento che determini un incremento di volume non può essere qualificato come ristrutturazione anche quando sia preordinato all'inserimento o alla realizzazione di servizi o impianti.
Ciò trova una implicita ma inequivoca conferma nella disciplina della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione che richiede appunto il rispetto (o meglio il non superamento) della preesistente volumetria, senza la quale si è in presenza di un diverso fabbricato e, quindi, di nuova costruzione.
In materia di interventi edilizi sono legittimamente considerati esorbitanti rispetto alla semplice ristrutturazione quelli che modifichino il volume.

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Nel merito il ricorso è fondato in ordine a due dei profili dedotti, il primo ed il quinto.
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Sul secondo versante, costituisce principio fondamentale tratto dalla legislazione statale quello per cui la constatazione dell'aumento di volumetria di un fabbricato preesistente è sufficiente a rendere l'intervento edilizio non riconducibile al paradigma normativo della ristrutturazione atteso che questa, nell'attuale sistema normativo, trova il suo limite nella necessità di rispettare il volume preesistente del manufatto su cui si interviene, nel senso che un intervento che determini un incremento di volume non può essere qualificato come ristrutturazione anche quando sia preordinato all'inserimento o alla realizzazione di servizi o impianti; ciò trova una implicita ma inequivoca conferma nella disciplina della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione che richiede appunto il rispetto (o meglio il non superamento) della preesistente volumetria, senza la quale si è in presenza di un diverso fabbricato e, quindi, di nuova costruzione. In materia di interventi edilizi sono legittimamente considerati esorbitanti rispetto alla semplice ristrutturazione quelli che modifichino il volume (cfr. ex multis Tar Molise 116/2016 e Cons. St., sez. IV, 17.11.2015, n. 5227).
Sulla prevalenza dei principi di cui alla legislazione statale ed in tema di illegittimità di una diversa disciplina regionale ancora di recente è intervenuta la Consulta, non a caso sulla legge ligure (cfr. Corte Costituzionale, 03/11/2016, n. 231): “è dichiarato costituzionalmente illegittimo —per violazione dell'art. 117, comma terzo, Cost.— l'art. 6, comma 11, secondo trattino, della legge della Regione Liguria n. 12 del 2015, con cui è stata sostituita la lett. e) dell'art. 21-bis, comma l, della legge reg. Liguria n. 16 del 2008. La disposizione impugnata dal Governo —che assoggetta a segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA) gli interventi di ristrutturazione edilizia comportante incrementi della superficie all'interno delle singole unità immobiliari o dell'edificio «con contestuali modifiche all'esterno»— si pone in evidente contrasto con l'art. 10, comma 1, lett. c), del TUE, costituente principio fondamentale della materia «governo del territorio», il quale assoggetta a permesso di costruire o a DIA alternativa (art. 22, comma 3, lett. a, del TUE) gli interventi di ristrutturazione edilizia comportanti modifiche «dei prospetti» (ovvero, del fronte o della facciata) e dunque modifiche «all'esterno» dell'edificio. Né può ritenersi —secondo l'interpretazione riduttiva proposta dalla Regione, ma non corrispondente al tenore letterale— che la disposizione impugnata assoggetti alla SCIA solo le modifiche di dettaglio delle facciate esistenti” (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 18.07.2017 n. 626 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Secondo una consolidata giurisprudenza, i lavori di rifacimento di un edificio diruto (c.d. rudere) sono qualificabili come un intervento di nuova costruzione, con conseguente necessità di un’apposita concessione edilizia, e tale principio vale senz’altro in caso di rifacimento di un organismo edilizio costituito da baracche costruite in lamiere e mattoni, al quale non è applicabile la disciplina degli interventi di ristrutturazione edilizia, che ricomprende anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica.
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5. Ciò premesso, seppure tale questione fosse ritenuta fondata, tuttavia la stessa non potrebbe assumere alcuna concreta rilevanza con riferimento alla fattispecie in esame in quanto -tenuto conto di quanto riferito dalla stessa ricorrente in merito ai lavori di consolidamento eseguiti nel 2009, nonché dell’attuale stato del manufatto, risultante dalla documentazione fotografica in atti- vi è motivo di ritenere che l’Amministrazione non fosse comunque tenuta a motivare in ordine alla sussistenza dell’interesse pubblico, concreto ed attuale, alla repressione dell’abuso, non potendosi comunque configurare un affidamento meritevole di tutela in capo alla ricorrente per le seguenti ragioni.
Innanzi tutto si deve rammentare che -secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis, TAR Molise Campobasso, Sez. I, 12.02.2016, n. 64), meritevole di essere condivisa- i lavori di rifacimento di un edificio diruto (c.d. rudere) sono qualificabili come un intervento di nuova costruzione, con conseguente necessità di un’apposita concessione edilizia, e tale principio vale senz’altro in caso di rifacimento di un organismo edilizio costituito da baracche costruite in lamiere e mattoni, al quale non è applicabile la disciplina degli interventi di ristrutturazione edilizia, che ricomprende anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica.
Ciò posto, dal confronto tra la documentazione fotografica prodotta dalla ricorrente per dimostrare l’anno di realizzazione del manufatto e quella allegata al verbale di sopralluogo, che attesta l’attuale stato dei luoghi, si desume che il manufatto, a seguito dell’intervento di consolidamento eseguito nel 2009, non si configura più come una semplice baracca in legno adibita a deposito di attrezzi agricoli, bensì come una costruzione in muratura e legno, munita di arredi interni, in relazione alla quale non v’è dubbio che la ricorrente avrebbe dovuto preventivamente richiedere il rilascio di un nuovo ed ulteriore titolo abilitativo (TRGA Trentino Alto Adige-Trento, sentenza 12.07.2017 n. 231 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ricostruzione di edificio in zona con vincolo paesaggistico.
Non c'è dubbio che rientrino nella nozione di ristrutturazione edilizia anche gli interventi di demolizione e ricostruzione dell'organismo edilizio preesistente purché con le medesime "caratteristiche" (l'art. 3, comma 1, lett. d, d.P.R. 380 del 2001, nella formulazione precedente, faceva riferimento alla "stessa volumetria e sagoma di quello preesistente").
Ne consegue che, ove il risultato finale dell'attività demolitoria-ricostruttiva non coincida con il manufatto preesistente, l'intervento deve essere qualificato come "
nuova costruzione" e necessita del permesso di costruire, non essendo sufficiente la semplice denuncia di inizio attività.
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L'art. 30 del di. 21/06/2013 n. 69, conv. dalla legge n. 98 del 09/08/2013 ha parzialmente modificato la normativa precedente, essendo stata espunta dalla definizione datane dall'art. 3, comma 1, lett. d), la parola "sagoma" (vanno quindi ricompresi negli interventi di ristrutturazione edilizia quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione dell'edificio preesistente anche se non con la stessa sagoma).

Inoltre,
quanto ai ruderi, la norma fa riferimento anche agli interventi consistenti nel ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, sempre che sia possibile accertarne la precedente consistenza. In ogni caso, per gli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del D.L.vo n. 42/2004, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto se sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente.
Questa Corte ha già avuto modo di affermare che, alla luce dell'art. 30 cit., è possibile qualificare come "ristrutturazione edilizia" l'intervento di ripristino o di ricostruzione di un edificio o di parte di esso, eventualmente crollato o demolito, anche in caso di modifica della sagoma dello stesso ove insistente su zona non vincolata, a condizione, però, che sia possibile accertarne, in base a riscontri documentali o altri elementi certi e verificabili e non, quindi, ad apprezzamenti meramente soggettivi, la preesistente "consistenza", intesa come il complesso di tutte le caratteristiche essenziali dell'edificio (volumetria, altezza, struttura complessiva), con la conseguenza che la mancanza anche uno solo di tali elementi, necessari per la dovuta attività ricognitiva, impedisce di ritenere sussistente il requisito che la citata disposizione richiede per escludere, in ragione della anzidetta qualificazione, la necessità di preventivo permesso di costruire.
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Per quanto riguarda gli interventi eseguiti in zona vincolata, perché possa applicarsi il regime semplificato della s.c.i.a, oltre ad accertare l'esistenza dei connotati essenziali dell'edificio preesistente (pareti, solai tetti) o, in alternativa, la preesistente consistenza dell'immobile in base a riscontri documentali, è necessario, in ogni caso, verificare il rispetto anche della sagoma della precedente struttura; sicché gli interventi di demolizione e ricostruzione o di ripristino di edifici o parti di essi crollati o demoliti, debbono ritenersi assoggettati a permesso di costruire ove non sia possibile accertare la preesistente volumetria delle opere che, qualora ricadano in zona paesaggisticamente vincolata, hanno l'obbligo di rispettare anche la precedente sagoma.
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1. La Corte di Appello di Trento, con sentenza del 11/05/2016, confermava la sentenza del G.u.p. del Tribunale di Trento, emessa in data 05/03/2015, con la quale Pa.Vi., applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, era stato condannato alla pena di mesi quattro di arresto ed euro 28.000,00 di ammenda per i reati di cui agli artt. 44, lett. c), e 72 DPR 380/2001, per avere, in assenza di concessione edilizia, in area soggetta a tutela paesaggistico ambientale, proceduto alla demolizione completa dell'edificio preesistente, ricostruendolo con nuove fondazioni e sottostante intercapedine aerata, con realizzazione di opere in cemento armato in difetto di denuncia presso il competente ufficio; pena sospesa e non menzione.
Rilevava la Corte territoriale che il solo intervento consentito nella zona in cui ricadeva l'edificio (E2) era quello di risanamento conservativo (come risultante dalla d.i.a. iscritta al protocollo del Comune di Lardaro come "risanamento particella CC Lardaro", ma non rinvenuta), mentre si era proceduto, come emergeva dagli atti processuali alla realizzazione di un diverso edificio, tra l'altro su diverso sedime.
Tale intervento era, altresì, completamente diverso dalle fattispecie prese in considerazione dall'art. 99, lett. e), L.P. n. 1/2008 che, comunque, prevede la conservazione dei muri perimetrali, o dall'art. 32, comma 1, lett. d), del DPR 380/2001, che disciplina le variazioni essenziali, essendo stato realizzato un immobile completamente diverso.
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1. Il ricorso è manifestamente infondato e va, pertanto, dichiarato inammissibile.
2.
Non c'è dubbio che rientrino nella nozione di ristrutturazione edilizia anche gli interventi di demolizione e ricostruzione dell'organismo edilizio preesistente purché con le medesime "caratteristiche" [l'art. 3, comma 1, lett. d), d.P.R. 380 del 2001, nella formulazione precedente, faceva riferimento alla "stessa volumetria e sagoma di quello preesistente"]. Ne consegue che, ove il risultato finale dell'attività demolitoria-ricostruttiva non coincida con il manufatto preesistente, l'intervento deve essere qualificato come "nuova costruzione" e necessita del permesso di costruire, non essendo sufficiente la semplice denuncia di inizio attività.
L'art. 30 del di. 21/06/2013 n. 69, conv. dalla legge n. 98 del 09/08/2013 ha parzialmente modificato la normativa precedente, essendo stata espunta dalla definizione datane dall'art. 3, comma 1, lett. d), la parola "sagoma" (vanno quindi ricompresi negli interventi di ristrutturazione edilizia quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione dell'edificio preesistente anche se non con la stessa sagoma).

Inoltre,
quanto ai ruderi, la norma fa riferimento anche agli interventi consistenti nel ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, sempre che sia possibile accertarne la precedente consistenza. In ogni caso, per gli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del D.L.vo n. 42/2004, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto se sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente.
Questa Corte ha già avuto modo di affermare che, alla luce dell'art. 30 cit., è possibile qualificare come "ristrutturazione edilizia" l'intervento di ripristino o di ricostruzione di un edificio o di parte di esso, eventualmente crollato o demolito, anche in caso di modifica della sagoma dello stesso ove insistente su zona non vincolata, a condizione, però, che sia possibile accertarne, in base a riscontri documentali o altri elementi certi e verificabili e non, quindi, ad apprezzamenti meramente soggettivi, la preesistente "consistenza", intesa come il complesso di tutte le caratteristiche essenziali dell'edificio (volumetria, altezza, struttura complessiva), con la conseguenza che la mancanza anche uno solo di tali elementi, necessari per la dovuta attività ricognitiva, impedisce di ritenere sussistente il requisito che la citata disposizione richiede per escludere, in ragione della anzidetta qualificazione, la necessità di preventivo permesso di costruire (Cass. pen. sez. 3 n. 45147 del 08/10/2015, Rv. 265444).
Per quanto riguarda gli interventi eseguiti in zona vincolata, perché possa applicarsi il regime semplificato della s.c.i.a, oltre ad accertare l'esistenza dei connotati essenziali dell'edificio preesistente (pareti, solai tetti) o, in alternativa, la preesistente consistenza dell'immobile in base a riscontri documentali, è necessario, in ogni caso, verificare il rispetto anche della sagoma della precedente struttura; sicché gli interventi di demolizione e ricostruzione o di ripristino di edifici o parti di essi crollati o demoliti, debbono ritenersi assoggettati a permesso di costruire ove non sia possibile accertare la preesistente volumetria delle opere che, qualora ricadano in zona paesaggisticamente vincolata, hanno l'obbligo di rispettare anche la precedente sagoma (Sez. 3 n. 40342 del 03/06/2014, Rv. 260552).
3. La Corte territoriale, con accertamento in fatto adeguatamente e logicamente argomentato, come tale non sindacabile in questa sede di legittimità, ha ritenuto, innanzitutto, sulla base di tutti gli atti di indagine, e, in particolare, del verbale di accertamenti urgenti della Polizia locale, che vi sia stata totale demolizione dell'edificio preesistente con ricostruzione di un nuovo edificio.
Risultando che l'intervento è stato eseguito in zona sottoposta a tutela paesaggistico ambientale, era consentita, come si è visto in precedenza, la demolizione e ricostruzione a condizione che venisse rispettata anche la sagoma del preesistente edificio.
Ma, nel caso di specie, non solo non è stato possibile accertare la "consistenza" e "caratteristiche" dell'edificio preesistente, ma è risultato anche il diverso sedime occupato (pag. 8 sent.).
Il ricorrente, invero, non ha fornito alcuna prova in ordine alla preesistente consistenza dell'immobile ed al rispetto della sagoma della precedente struttura, assumendo assertivamente che l'intervento era consistito nel rinnovo delle relative strutture murarie perimetrali con la metodica del c.d."cuci e scuci" (pag. 13 ricorso), venendo smentito, peraltro, dallo stesso verbale di accertamento urgente sui luoghi, allegato al ricorso, in cui si dà atto che "si è riscontrata la totale demolizione dell'edificio preesistente con realizzazione di un nuovo edificio con realizzazione di nuove fondazioni continue e sottostante intercapedine areata". E dall'ingiunzione di rimessa in pristino, ugualmente allegata al ricorso, emerge l'assenza di riscontri "relativi al profilo originario del terreno naturale e della localizzazione spaziale del sedime dell'edificio preesistente".
Per di più, come ha evidenziato la medesima Corte territoriale, il solo intervento compatibile con la zona in cui ricadeva l'edificio (E2) comportava la conservazione delle strutture murarie esterne (prevedendo anche l'art. 99, lett. e), della L.P. n.1/2008 la conservazione di muri perimetrali).
Correttamente, pertanto, la Corte territoriale ha ritenuto che, per eseguire l'intervento di cui alla contestazione, occorresse permesso di costruire. Conseguentemente è del tutto fuor di luogo il richiamo del disposto di cui all'art. 44, comma 2-bis, d.P.R. 380/2001 (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 06.07.2017 n. 32899).

giugno 2017

EDILIZIA PRIVATA: Anche gli interventi di ristrutturazione costituiscono “nuova costruzione”.
Rientrano nella nozione di nuova costruzione, di cui all'art. 41-sexies della legge 17.08.1942 n. 1150, anche ai fini dell'applicabilità dell'articolo 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 per il computo delle distanze legali dagli altri edifici, non solo l'edificazione di un manufatto su un'area libera, ma anche gli interventi di ristrutturazione che, in ragione dell'entità delle modifiche apportate al volume ed alla collocazione del fabbricato, rendano l'opera realizzata nel suo complesso oggettivamente diversa da quella preesistente.
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2. - Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione degli artt. 112 e segg. c.p.c.. in relazione all'art. 360, comma 1, nn. 4 e 5.
Secondo parte ricorrente, la Corte d'appello ha erroneamente indicato che le parti, in primo grado, non avrebbero allegato che l'opera dei convenuti integrasse gli estremi di una "nuova costruzione" ma si sarebbero limitate a qualificare il fatto di causa come "ampliamento e ristrutturazione", allegando la circostanza della nuova costruzione per la prima volta soltanto nel giudizio d'appello, risultando così preclusa in quanto elemento nuovo.
Al contrario, si deduce che la fattispecie della radicale trasformazione era stata già indicata nell'atto di citazione, avendo il fabbricato della controparte subito una modificazione nella volumetria, con l'aumento della sagoma di ingombro, in modo da incidere sulle distanze tra gli edifici esistenti.
3. - Con il terzo motivo di ricorso si prospetta la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 873 c.c., dell'art. 9 D.M. n. 1444/1968 e dell'art. 22 delle N.T.A. del Piano Regolatore del Comune di Ghedi, in materia di distanze tra edifici e tra pareti finestrate (art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 c.p.c.).
In particolare, si deduce che le lamentate modificazioni strutturali non potevano in alcun modo essere considerate come una semplice ristrutturazione, bensì avrebbero dovuto essere ritenute come nuova costruzione, con il conseguente dovere di rispettare le distanze previste dal D.M. n. 1444/1968 per l'apertura delle vedute.
4. - Il secondo ed il terzo motivo, da esaminare insieme e con priorità, sono fondati.
Infatti,
rientrano nella nozione di nuova costruzione, di cui all'art. 41-sexies della legge 17.08.1942 n. 1150, anche ai fini dell'applicabilità dell'articolo 9 del D.M. 02.04.1968 n. 1444 per il computo delle distanze legali dagli altri edifici, non solo l'edificazione di un manufatto su un'area libera, ma anche gli interventi di ristrutturazione che, in ragione dell'entità delle modifiche apportate al volume ed alla collocazione del fabbricato, rendano l'opera realizzata nel suo complesso oggettivamente diversa da quella preesistente (così, Cass. n. 5741/2008, che nella fattispecie al suo esame ha ritenuto legittima l'applicazione delle distanze dettata dalla suddetta disposizione ministeriale per i nuovi edifici, perché il confinante fabbricato era stato oggetto oltre che di concessione di ristrutturazione, anche di ampliamento, e ricostruito in posizione diversa da quella preesistente; in senso conforme v. Cass. nn. 9637/2006 e 14128/2000).
La Corte distrettuale non si è attenuta né a tale principio di diritto, né alla corretta interpretazione del divieto del novum in appello, lì dove non ha considerato che rispetto alla radicale ristrutturazione dell'immobile di proprietà Ar.-Pe., sin dall'inizio lamentata dall'attore (v. pag. 3 della sentenza d'appello), l'affermazione che il relativo manufatto edilizio costituisse una nuova costruzione non introduce in causa un fatto storico nuovo e diverso, ma qualifica giuridicamente quello originario ed immutato ai tini dell'applicazione ad esso della disciplina in materia di distanze.
E poiché la qualificazione giuridica dei fatti tempestivamente allegati non soggiace a preclusioni di sorta, perché esprime una difesa tecnica e non una deduzione assertiva, la ritenuta tardività di tale difesa costituisce falsa applicazione del divieto dei uova in appello.
5. - L'accoglimento del secondo e del terzo motivo assorbe l'esame del primo motivo, inerente al regolamento delle spese (Corte di
 Cassazione, Sez. II civile, sentenza 30.06.2017 n. 16268).

EDILIZIA PRIVATA: Il permesso di costruire in esame è stato richiesto per l’effettuazione sull’immobile esistente di opere di ristrutturazione (e non di nuova costruzione) da realizzare, per parte dell’edificio, mediante demolizione e ricostruzione, sicché ai fine dell’autorizzabilità dell’intervento, ex art. 3, comma 1, lettera d), del DPR n. 380 del 2001, risulta comunque necessario verificare il rispetto del vincolo della pari volumetria, parametro non rispettato dal progetto per cui è causa che prevede una variazione, sebbene in diminuzione, del volume dell’edificio preesistente.
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La ricorrente ha impugnato l’atto indicato in epigrafe con il quale il Comune di Martina Franca ha comunicato il diniego definitivo sull’istanza di permesso di costruire, depositata in data 02.09.2013, per la realizzazione di opere di ristrutturazione su di un immobile di proprietà della società Sc.Im., già oggetto di condono edilizio ex art. 31 della Legge n. 47 del 1985.
La ricorrente ha esposto in fatto che sull’istanza in questione, oltre ai pareri favorevoli degli uffici competenti (Sportello Unico per l’Edilizia, Commissione Paesaggio e Soprintendenza), il Comune aveva rilasciato l’autorizzazione paesaggistica n. 98 del 2015, senza tuttavia poi concludere il procedimento mediante il rilascio del titolo autorizzativo; con atto depositato il 27.05.2016 la Sc.Im., ritenendo formato sulla domanda il silenzio-assenso ex art. 20 del DPR n. 380 del 2001, aveva quindi notiziato il Comune che in data 03.06.2016 avrebbe iniziato i lavori; a fronte di tale comunicazione, l’Ente civico aveva dapprima comunicato ex art. 10-bis della legge n. 241 del 1990 i motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza e, successivamente, nonostante le osservazioni fatte pervenire dall’interessata, negato definitivamente il permesso di costruire.
Il Comune, alla base del diniego di permesso di costruire ha, da un lato, contestato l’applicabilità dell’istituto del silenzio assenso, ricadendo l’immobile in questione su area vincolata; dall’altro, ha articolato i seguenti motivi ostativi: il progetto risulta in contrasto con l’art. 4 delle NTA del PRG che espressamente prevede “gli edifici in contrasto con le destinazioni di zona ed i tipi previsti dal presente PRG non potranno essere trasformati né ampliati” e l’intervento previsto in progetto di “ristrutturazione edilizia” è qualificato, ex art. 3, comma 1, lettera d), del DPR n. 380 del 2001 quale “intervento rivolto a trasformare gli organismi edilizi”; l’istanza presentata è carente della dichiarazione ex art. 20, comma 1, del DPR n. 380 del 2001 del progettista abilitato, avendo il tecnico attestato la sola conformità del progetto alle norme igienico sanitarie e non anche “agli strumenti urbanistici approvati ed adottati”; la destinazione d’uso residenziale del fabbricato in progetto contrasta con la destinazione di zona a viabilità; l’intervento di ristrutturazione non rispetta la volumetria e la sagoma dell’edificio esistente.
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In ordine, invece, all’altro motivo fondante il diniego opposto dall’Amministrazione (mancato rispetto del carico volumetrico e della sagoma dell’immobile esistente), la ricorrente ne eccepisce, da un lato, la genericità e, dall’altro, l’infondatezza in quanto il progetto prevedere la mera diminuzione della volumetria esistente e la sagoma dell’edificio non sarebbe a suo dire intaccata dalla proposta progettuale.
La censura va respinta.
Invero, il permesso di costruire in esame, come correttamente replicato dal Comune, è stato richiesto per l’effettuazione sull’immobile esistente di opere di ristrutturazione (e non di nuova costruzione) da realizzare, per parte dell’edificio, mediante demolizione e ricostruzione, sicché ai fine dell’autorizzabilità dell’intervento, ex art. 3, comma 1, lettera d), del DPR n. 380 del 2001, risulta comunque necessario verificare il rispetto del vincolo della pari volumetria, parametro non rispettato dal progetto per cui è causa che prevede una variazione, sebbene in diminuzione, del volume dell’edificio preesistente; né può essere condivisa la tesi secondo cui non vi sarebbe mutamento della sagoma (limite tutt’ora permanente, anche dopo le modifiche introdotte dall’art. 30 del D.L. n. 69 del 2013, nelle ristrutturazioni con demolizione e ricostruzione degli immobili vincolati), tenuto conto di quanto precisato al riguardo dall’Ente, in modo tutt’altro che generico, al punto 4 del preavviso di diniego ex art. 10-bis della legge n. 241 del 1990 dell’01.06.2016.
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Sulla base di tali motivi e considerata, quindi, l’infondatezza di tutte le censure articolate in ricorso, l’impugnazione va respinta (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 22.06.2017 n. 1025 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: Si possono installare antenne per radioamatori su tetti condominiali senza titolo edilizio.
Le antenne come quella di cui si è dotato il ricorrente possono essere installate senza che sia necessario il rilascio di un titolo edilizio, una nozione che si può derivare con maggiore precisione dopo l’entrata in vigore del d.lvo 2003, n. 259.
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A diversa conclusione non può indurre la menzione operata in motivazione di due norme del regolamento edilizio comunale che imporrebbero l’acquisizione di un titolo edilizio per legittimare l’installazione del manufatto di che si tratta.
Al riguardo va considerato innanzitutto che l’art. 3, comma 2, del dpr 06.06.2001, n. 380 spiega un effetto sulla gerarchia delle fonti del diritto in materia edilizia che inibisce la possibilità di ritenere che un regolamento locale possa considerare un’attività costruttiva in modo differente rispetto ai principi generali posti dalla norma di legge citata.
Oltre a ciò il collegio deve richiamare adesivamente la motivazione della propria ordinanza cautelare (2000, n. 1167) nella parte in cui essa evidenziava l’impossibilità di derivare dalla lettura delle norme di regolamento l’obbligo di acquisizione del titolo edilizio per l’installazione dell’antenna.
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L’impugnazione è relativa ad un atto con cui il comune di Genova ha ingiunto all’interessato la rimozione dell’antenna per radioamatore installata sulla copertura dell’immobile condominiale ubicato in via ... 19. Il bene si eleva per circa undici metri.
In relazione alle censure proposte il collegio deve premettere una considerazione generale e assorbente in ordine alla situazione soggettiva dedotta: risulta infatti dall’esame della prevalente giurisprudenza in argomento (tar Lazio, Latina, 2011/861, tar Abruzzo, Pescara, 2009, n. 207, tar Piemonte, 2002, n. 2156) che le antenne come quella di cui si è dotato il ricorrente possono essere installate senza che sia necessario il rilascio di un titolo edilizio, una nozione che si può derivare con maggiore precisione dopo l’entrata in vigore del d.lvo 2003, n. 259.
La tesi è poi corroborata e non già smentita dalla giurisprudenza citata dalla difesa comunale, posto che le pronunce allegate presuppongono l’intervento autorizzativo della p.a. solo nel caso in cui l’impianto riguardi un sito paesisticamente rilevante, cosa che l’atto in questione non allega si sia verificato.
Ne deriva che, al di là delle censure dedotte, il provvedimento è carente nel presupposto che lo fonda, posto che esso non specifica la ragione per cui in una zona paesisticamente non significativa sarebbe necessario munirsi di un titolo edilizio per installare un’antenna da radioamatore.
A diversa conclusione non può indurre la menzione operata in motivazione di due norme del regolamento edilizio comunale che imporrebbero l’acquisizione di un titolo edilizio per legittimare l’installazione del manufatto di che si tratta.
Al riguardo va considerato innanzitutto che l’art. 3, comma 2, del dpr 06.06.2001, n. 380 spiega un effetto sulla gerarchia delle fonti del diritto in materia edilizia che inibisce la possibilità di ritenere che un regolamento locale possa considerare un’attività costruttiva in modo differente rispetto ai principi generali posti dalla norma di legge citata. Oltre a ciò il collegio deve richiamare adesivamente la motivazione della propria ordinanza cautelare (2000, n. 1167) nella parte in cui essa evidenziava l’impossibilità di derivare dalla lettura delle norme di regolamento l’obbligo di acquisizione del titolo edilizio per l’installazione dell’antenna.
Il ricorso è pertanto fondato e va accolto, conseguendo da ciò la condanna del comune soccombente alle spese di lite sostenute dall’interessato, oneri che vengono liquidati equamente date la natura della controversia e la lontananza nel tempo dei fatti per cui è lite (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 20.06.2017 n. 540 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Parere in merito all'interpretazione della nozione di originaria destinazione d'uso di cui all'art. 3, comma 1, lett. b), del d.P.R. 380/2001 – Comune di Tuscania (Regione Lazio, nota 15.06.2017 n. 305403 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Nozione urbanistica di "costruzione" - Interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio - Permesso di costruire - Artt. 10, 44, 53, 54, 62, 64, 65, 71, 72 e 75, 93, 94 e 95, d.P.R. n. 380/2001.
Costituiscono interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio e sono subordinati a permesso di costruire gli interventi di nuova costruzione. In tema di tutela del territorio, costituisce "costruzione" in senso tecnico-giuridico qualsiasi manufatto tridimensionale, comunque realizzato, che comporti una ben definita occupazione del terreno e dello spazio aereo (Sez. 3, n. 5624 del 17/11/2011 - dep. 14/02/2012, Trovato) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 15.06.2017 n. 30157 - tratto da e link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Tettoia di copertura su un terrazzo di un immobile - Necessità del preventivo rilascio del permesso di costruire - Presupposti - Art. 44, c. 1, lett. b), d.P.R. n. 380/2001.
Integra il reato previsto dall'art. 44, lett. b), del d.P.R. n. 380 del 2001 la realizzazione, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, di una tettoia di copertura che, non rientrando nella nozione tecnico-giuridica di pertinenza per la mancanza di una propria individualità fisica e strutturale, costituisce parte integrante dell'edificio sul quale viene realizzata (Sez. 3, n. 42330 del 26/06/2013, Salanitro e altro, Rv. 257290).
Tettoia di copertura di un terrazzo - Pertinenza - Requisito della individualità fisica e strutturale - Nozione tecnico-giuridica di pertinenza in urbanistica.
La costruzione di una tettoia di copertura di un terrazzo di un immobile non può infatti qualificarsi come pertinenza, in quanto si tratta di un'opera priva del requisito della individualità fisica e strutturale propria della pertinenza, costituendo parte integrante dell'edificio sul quale viene realizzata, rappresentandone un ampliamento. Essa pertanto, in difetto del preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato di cui all'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001 (Sez. 3, n. 40843 del 11/10/2005, Daniele).
Infatti, deve ritenersi che la tettoia di un edificio non rientra nella nozione tecnico-giuridica di pertinenza, ma costituisce piuttosto parte dell'edificio cui aderisce: ciò in quanto in urbanistica il concetto di pertinenza ha caratteristiche sue proprie, diverse da quelle definite dal codice civile, riferendosi ad un'opera autonoma dotata di una propria individualità, in rapporto funzionale con l'edificio principale, laddove la parte dell'edificio appartiene senza autonomia alla sua struttura (Sez. 3, n. 17083 del 07/04/2006, Miranda e altro).
Costituisce quindi nuova costruzione ai sensi del d.P.R. n. 380 del 2001 qualsiasi manufatto edilizio fuori terra o interrato. Né può farsi ricorso alla nozione di ampliamento dell'edificio preesistente, trattandosi di nuova costruzione, sia pure accessoria a detto edificio (così, complessivamente, Sez. 3, n. 21351 del 06/05/2010, Savino).
Natura precaria delle opere di chiusura e di copertura di spazi e superfici - Esclusione di concessione e/o autorizzazione - Criterio strutturale e non funzionale - Facile rimovibilità dell'opera - Presupposti e limiti - Art. 20 L.R. Sicilia n. 4/2003 - Giurisprudenza.
La natura precaria delle opere di chiusura e di copertura di spazi e superfici, per le quali l'art. 20 della legge Regione Sicilia n. 4 del 2003 non richiede concessione e/o autorizzazione, va intesa secondo un criterio strutturale, ovvero nel senso della facile rimovibilità dell'opera, e non funzionale, ossia con riferimento alla temporaneità e provvisorietà dell'uso, sicché tale disposizione, di carattere eccezionale, non può essere applicata al di fuori dei casi ivi espressamente previsti (Sez. 3, n. 48005 del 17/09/2014, Gulizzi; conf. Sez. 3, n. 16492 del 16/03/2010, Pennisi; Sez. 3, n. 35011 del 26/04/2007, Camarda).
Ed in specie, proprio per le accertate dimensioni non trascurabili del manufatto posto alla sommità dell'edificio, la normativa regionale non deve ritenersi applicabile (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 15.06.2017 n. 30121 - tratto da e link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La possibilità di procedere ad interventi ricadenti nell’ambito della c.d. ‘attività edilizia libera’ non opera in modo incondizionato, ma resta pur sempre subordinata (in base al comma 1 dell’articolo 6 del d.P.R. 380, cit.) al rispetto “[delle] prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali, e comunque [al] rispetto delle altre normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività edilizia (…)”.
La conformità urbanistica costituisce dunque un presupposto per l’esecuzione degli interventi di attività edilizia libera, e non una conseguenza della mera astratta riconducibilità dell’opera, in base alle sue caratteristiche tipologiche, nell’elencazione contenuta all’articolo 6 del d.P.R. n. 380 del 2001.

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12. Con il terzo motivo, infine, la ricorrente sostiene –in estrema sintesi– la conformità urbanistica delle opere.
La prospettazione della parte, tuttavia, non convince.
12.1 Sotto un primo profilo, la società allega che le opere consisterebbero nella mera pavimentazione dell’area e sarebbero, quindi, riconducibili nell’ambito dell’attività edilizia libera, ai sensi dell’articolo 6 del d.P.R. n. 380 del 2001. Secondo la parte, dall’applicazione di quest’ultima disposizione deriverebbe la possibilità di realizzare tali opere in qualunque porzione del territorio comunale, a prescindere dalla destinazione urbanistica. Conseguentemente, il Comune non avrebbe dovuto ordinare la rimessione in pristino, ma soltanto comminare la sanzione pecuniaria, per l’omessa comunicazione dell’intervento, secondo quanto prescritto dalla disciplina vigente al tempo della realizzazione dell’intervento.
Rileva il Collegio che –come ben evidenziato dalla difesa comunale– la medesima questione attinente all’interpretazione dell’articolo 6, sopra richiamato, è già stata affrontata in una pronuncia del Consiglio di Stato, peraltro relativa a un caso del tutto analogo a quello oggetto del presente giudizio. Si trattava infatti parimenti di opere di pavimentazione realizzate nel territorio del medesimo Comune di Seregno, in area destinata a standard d’uso pubblico (in quel caso “S/SA – massa boscata”).
E in quel precedente si è ritenuto –affermando un principio che il Collegio condivide e fa proprio– che “la possibilità di procedere ad interventi ricadenti nell’ambito della c.d. ‘attività edilizia libera’ non opera in modo incondizionato, ma resta pur sempre subordinata (in base al comma 1 dell’articolo 6 del d.P.R. 380, cit.) al rispetto “[delle] prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali, e comunque [al] rispetto delle altre normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività edilizia (…)” (Cons. Stato, Sez. VI, 27.07.2015, n. 3667).
La conformità urbanistica costituisce dunque un presupposto per l’esecuzione degli interventi di attività edilizia libera, e non una conseguenza della mera astratta riconducibilità dell’opera, in base alle sue caratteristiche tipologiche, nell’elencazione contenuta all’articolo 6 del d.P.R. n. 380 del 2001 (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.06.2017 n. 1351 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' oneroso l'intervento edilizio di ricostruzione di una porzione di un edificio condominiale andata distrutta a seguito di incendio.
L’intervento di ricostruzione, di una porzione di edificio andata distrutta a seguito di incendio, è stato qualificato, sia dai ricorrenti che dal comune, come intervento di ristrutturazione edilizia.
Ciò premesso, si deve osservare che, ai sensi dell’art. 43, primo comma, della legge della Regione Lombardia 11.03.2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio), gli interventi di ristrutturazione edilizia sono espressamente assoggettati al pagamento del contributo di costruzione, sia con riferimento agli oneri di urbanizzazione che con riferimento al costo di costruzione.
A fronte del chiaro dettato normativo, all’interprete sembra sottratta la possibilità di effettuare specifiche valutazioni atte a rilevare se il singolo intervento di ristrutturazione abbia o meno comportato un aumento del carico urbanistico o possa essere considerato alla stregua di un indice di capacità contributiva.
Né a diverse conclusioni può portare la circostanza che, nel caso specifico, l’intervento di ricostruzione è stato reso necessario a causa dell’incendio che in precedenza aveva distrutto il bene, atteso che l’art. 17, terzo comma, del d.P.R. n. 380 del 2001 -nel disciplinare le ipotesi di esenzione dall’obbligo di versamento del contributo di costruzione- prende in considerazione, alla lett. d), anche le cause di forma maggiore, circoscrivendo tuttavia l’esenzione ai soli casi di interventi realizzati in attuazione di norme o provvedimenti emanati a seguito di pubbliche calamità.
In tale quadro, si deve anche escludere che il Comune di Milano fosse tenuto a fornire una specifica motivazione, posto che, come visto, nella fattispecie, l’obbligo di versamento del contributo di costruzione discende dalla piana applicazione della vigente normativa.

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1. Con il ricorso in esame, viene impugnato il permesso di costruire n. 2/2016 del 15.01.2016, rilasciato dal Comune di Milano ai sigg.ri Ga.Al., Lu.Fr.Ce. e An.Pa., nella parte in cui assoggetta l’intervento assentito al pagamento del contributo di costruzione, per un ammontare complessivo pari ad euro 58.514,02.
2. L’intervento oggetto dell’atto impugnato consiste nella ricostruzione di una porzione di un edificio condominiale sito in Milano, Via ... n. 6, andata a distrutta a seguito di un incendio.
3. Si è costituito in giudizio, per resistere al ricorso, il Comune di Milano.
4. La Sezione, con ordinanza 18.03.2016 n. 328, ha accolto l’istanza cautelare.
5. Tenutasi la pubblica udienza in data 30.03.2017, la causa è stata trattenuta in decisione.
6. Con il primo motivo, i ricorrenti sostengono che, nel caso di specie, non vi sarebbero i presupposti necessari per esercitare la pretesa di pagamento del contributo di costruzione, e ciò in quanto l’intervento oggetto del permesso di costruire del 15.01.2016 non comporterebbe alcun aumento del carico urbanistico (presupposto necessario per la pretesa degli oneri di urbanizzazione) né sarebbe indice di incremento patrimoniale (requisito necessario per la pretesa del costo di costruzione).
7. Con il secondo motivo, viene dedotta la violazione dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990, in quanto, a dire dei ricorrenti, proprio in considerazione della specificità del caso in esame, il Comune avrebbe dovuto indicare, nel provvedimento impugnato, le ragioni per le quali si è ritenuto che l’intervento che ne costituisce oggetto abbia determinato un aumento del carico urbanistico.
8. I due motivi sono infondati per le ragioni di seguito esposto.
9. Come anticipato, l’intervento oggetto del permesso di costruire impugnato consiste nella ricostruzione di una porzione di un edificio condominiale andata distrutta a seguito di incendio.
10. L’intervento è stato qualificato, sia dai ricorrenti che dal Comune di Milano, come intervento di ristrutturazione edilizia.
11. Ciò premesso, si deve osservare che, ai sensi dell’art. 43, primo comma, della legge della Regione Lombardia 11.03.2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio), gli interventi di ristrutturazione edilizia sono espressamente assoggettati al pagamento del contributo di costruzione, sia con riferimento agli oneri di urbanizzazione che con riferimento al costo di costruzione.
12. A fronte del chiaro dettato normativo, all’interprete sembra sottratta la possibilità di effettuare specifiche valutazioni atte a rilevare se il singolo intervento di ristrutturazione abbia o meno comportato un aumento del carico urbanistico o possa essere considerato alla stregua di un indice di capacità contributiva.
13. Né a diverse conclusioni può portare la circostanza che, nel caso specifico, l’intervento di ricostruzione è stato reso necessario a causa dell’incendio che in precedenza aveva distrutto il bene, atteso che l’art. 17, terzo comma, del d.P.R. n. 380 del 2001 -nel disciplinare le ipotesi di esenzione dall’obbligo di versamento del contributo di costruzione- prende in considerazione, alla lett. d), anche le cause di forma maggiore, circoscrivendo tuttavia l’esenzione ai soli casi di interventi realizzati in attuazione di norme o provvedimenti emanati a seguito di pubbliche calamità (cfr., TAR Lombardia Milano, sez. II, 25.05.2016, n. 1079).
14. In tale quadro, si deve anche escludere che il Comune di Milano fosse tenuto a fornire una specifica motivazione, posto che, come visto, nella fattispecie, l’obbligo di versamento del contributo di costruzione discende dalla piana applicazione della vigente normativa.
15. Per tutte queste ragioni, il ricorso deve essere respinto (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 12.06.2017 n. 1319 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' del tutto inconciliabile con la finalità agricola, e non può essere ammissibile, la realizzazione in area agricola di opere di battitura del terreno, riporto di sabbia e di materiali inerti con asfaltatura per la realizzazione di una pavimentazione per uno spessore di circa 50 cm.
La realizzazione del piazzale-deposito altera lo stato dei luoghi e costituisce un intervento di permanente trasformazione edilizia e urbanistica del territorio disciplinato dall'art. 3, d.P.R. n. 380 del 2001 che, essendo subordinato al permesso di costruire, deve necessariamente rispettare le tipologie e le destinazioni d'uso funzionali consentite per la zona agricola.

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Il Collegio ritiene che il ricorso sia infondato.
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Riguardo, invece, al terzo motivo di diritto, l’opera di asfaltatura è stata realizzata su area agricola.
In proposito, riguardo ad altre fattispecie analoghe a quella in questione la realizzazione di un parcheggio scoperto è stata riconosciuta assolutamente fuori dalle ipotesi di legittima utilizzazione che il proprietario poteva fare del proprio terreno ed è stato, in particolare, affermato che: “E' del tutto inconciliabile con la finalità agricola, e non può essere ammissibile, la realizzazione in area agricola di opere di battitura del terreno, riporto di sabbia e di materiali inerti con asfaltatura per la realizzazione di una pavimentazione per uno spessore di circa 50 cm. La realizzazione del piazzale-deposito altera lo stato dei luoghi e costituisce un intervento di permanente trasformazione edilizia e urbanistica del territorio disciplinato dall'art. 3, d.P.R. n. 380 del 2001 che, essendo subordinato al permesso di costruire, deve necessariamente rispettare le tipologie e le destinazioni d'uso funzionali consentite per la zona agricola” (cfr. TAR Campania, sez. VIII, 10.03.2016, n. 1397; 07.11.2016, n. 5116) (TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 01.06.2017 n. 1231 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

maggio 2017

EDILIZIA PRIVATA: Questo Consiglio di Stato ha già avuto modo di chiarire come, pur nella successione di modifiche interessanti le norme in tema di ristrutturazione edilizia, quest’ultima tipologia di intervento edilizio ricomprenda, nel proprio ambito generale, tipologie differenti, solo per alcune delle quali il legislatore prevede la necessità del permesso di costruire; da un lato, dunque, vi è la generale definizione di ristrutturazione edilizia (art. 3, co. 1, lett. d); dall’altro, le specifiche “species” del genus ristrutturazione edilizia per le quali occorre il permesso di costruire (art. 10, co. 1, lett. c).
Si è, in particolare, affermato: “Per effetto della modifica introdotta dall'art. 30, comma 1, lett. a), D.L. 21.06.2013, n. 69, convertito dalla L. 09.08.2013, n. 98, ... vi sono ora tre distinte ipotesi di intervento rientranti nella definizione di “ristrutturazione edilizia”, che possono portare “ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”:
   - la prima, non comportante demolizione del preesistente fabbricato e comprendente (dunque, in via non esaustiva) “il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti”;
   - la seconda, caratterizzata da demolizione e ricostruzione, per la quale è richiesta “la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica” (ed in questo caso, rispetto al testo previgente, non è più richiesta l’identità di sagoma);
   - la terza, rappresentata dagli interventi “volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
Inoltre, qualora la seconda e la terza delle ipotesi innanzi indicate riguardino immobili sottoposti a vincoli di cui al d.lgs. n. 42/2004, potrà parlarsi di ristrutturazione edilizia solo in presenza, nell’immobile ricostruito, della identità di sagoma dell’edificio preesistente".
Per effetto della lett. c) del medesimo articolo, anche l’art. 10, co. 1, lett. c), del DPR n. 380/2001 è stato modificato, di modo che è necessario il permesso di costruire per “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni”.
Infine, con modifica introdotta dall’art. 17, co. 1, lett. d), d.l. 12.09.2014 n. 133, conv. in l. 11.11.2014 n. 164, alla necessità di permesso di costruire per i casi in cui il nuovo fabbricato comporti anche “aumento di unità immobiliari” e “modifica del volume”, si è sostituita la più limitata ipotesi di “modifiche della volumetria complessiva degli edifici” (eliminando, dunque, il caso dell’aumento delle unità immobiliari).
E’ appena il caso di osservare che il legislatore, in sede di elencazione delle ipotesi di ristrutturazione edilizia con necessità di permesso di costruire, ha ricompreso anche quella comportante modifiche di sagoma di edifici vincolati ex d.lgs. n. 42/2004, ipotesi da riferirsi ai soli casi in cui la ristrutturazione riguardi edifici vincolati, ma senza abbattimento, poiché, in tale ultima ipotesi, ai sensi del precedente art. 3, co. 1, lett. d), si fuoriesce dalla definizione di “
ristrutturazione edilizia”.
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In definitiva, non tutti gli interventi di ristrutturazione edilizia necessitano del rilascio del permesso di costruire, ma solo quelli specificamente indicati dall’art. 10, co. 1, lett. c) e, per quel che interessa nella presente sede, quelli che “portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti”, posto che le ulteriori due ipotesi contemplate dalla norma (mutamenti di destinazione d’uso di immobili in zona A, interventi che modificano la sagoma di immobili sottoposti a vincolo ai sensi del d.lgs. n. 42/2004), non interessano il caso di specie.
Occorre, dunque, perché sia necessario il rilascio del permesso di costruire una modifica (parziale o totale) dell’organismo edilizio preesistente ed un aumento della volumetria complessiva; solo in questi casi, d’altra parte, l’intervento si caratterizza (in ossequio alla prescrizione normativa) come “trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio”.
Nelle ipotesi, invece, di “
ristrutturazione ricostruttiva” (come definita dalla giurisprudenza), a maggior ragione se con invarianza, oltre che di volume, anche di sagoma e di area di sedime, non vi è necessità di permesso di costruire e, dunque, ai sensi dell’art. 16 DPR n. 380/2001, manca il presupposto per la richiesta e corresponsione del contributo di costruzione.
Infine, giova osservare che, del tutto coerentemente, il legislatore, all’art. 22, co. 1, lett. c), DPR n. 380/2001, prevede, tra gli interventi sottoposti a segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA), anche i casi di ristrutturazione edilizia per i quali non è necessario il permesso di costruire, fermo restando la possibilità per l’interessato (co. 7) di richiedere comunque il permesso di costruire “senza obbligo del pagamento del contributo di costruzione di cui all’art. 16” (con esclusione dei casi in cui, ai sensi dell’art. 23, la SCIA è sostitutiva del permesso di costruire).
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Con il terzo motivo di appello, la società appellante lamenta, in sostanza, il difetto di motivazione in ordine alle ragioni di fatto e di diritto che hanno indotto l’amministrazione a determinare il contenuto dell’atto oggetto di censura, non considerando la “peculiarità della fattispecie”.
Giova osservare, in punto di fatto, che è pacifico tra le parti che l’intervento per il quale la società ricorrente ha richiesto il permesso di costruire non comporta modifica della sagoma, della superficie esistente ed autorizzata, dei volumi e della destinazione d’uso (v. pagg. 11-12 app.; pag. 13 memoria Comune di Monza del 11.01.2017).
Inoltre, il permesso di costruire n. 91 del Comune di Monza, oggetto di (parziale) impugnazione, è stato emesso il 13.01.2015, ed è, dunque, a tale data che occorre fare riferimento onde individuare la normativa urbanistico-edilizia concretamente applicabile.
5.1. Tanto precisato, occorre osservare che l’art. 16 DPR n. 380/2001 prevede che, salvi i casi di esenzione di cui all’art. 17, co. 3, “il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione”.
Come appare evidente, la norma collega il pagamento del contributo di costruzione al rilascio del permesso di costruire; in altre parole, è per quelle opere per la cui realizzazione la legge prevede tale titolo autorizzatorio che il contributo di costruzione è dovuto.
Il precedente art. 10 prevede che il permesso di costruire è necessario per gli “interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio”, espressamente indicando, tra questi, (comma 1) gli interventi di nuova costruzione (lett. a), gli interventi di ristrutturazione urbanistica (lett. b), e gli interventi di ristrutturazione edilizia (lett. c).
Il comma 2 prevede, inoltre, che le Regioni possono stabilire con legge “quali mutamenti, connessi o non connessi a trasformazioni fisiche, dell’uso di immobili o di loro parti, sono subordinati a permesso di costruire o a denuncia di inizio attività”.
In sostanza, il legislatore statale collega la necessità di permesso di costruire a fenomeni di “trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio” e, in primo luogo, qualifica tali la nuova costruzione, la ristrutturazione urbanistica e la ristrutturazione edilizia; in secondo luogo, demanda alle Regioni di individuare quali interventi (diversi da quelli precedentemente indicati) comportanti trasformazione urbanistica (ma non necessariamente edilizia), richiedano il permesso di costruire in ragione della loro natura ed incidenza, in particolare, sul carico urbanistico.
In ambedue le ipotesi innanzi considerate, appare evidente come il permesso di costruire si colleghi sempre ad interventi che incidono sul territorio, trasformandolo sul piano urbanistico–edilizio, o anche su uno solo dei due.
5.2. Più in particolare, per il caso di ristrutturazione edilizia, l’art. 10, co. 1, lett. c) –nel testo vigente al momento del rilascio del titolo edilizio- prevede la necessità del permesso di costruire non già per tutti i casi di ristrutturazione edilizia, bensì, più precisamente, per quelli che “portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d’uso, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004 n. 42 e successive modificazioni”.
Al contempo, l’art. 3, co. 1, lett. d), del DPR n. 380/2001 “gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Questo Consiglio di Stato ha già avuto modo di chiarire, con considerazioni che qui si intendono completamente riportate (v. Cons. Stato, sez. IV, 02.02.2017 n. 443, e giurisprudenza ivi richiamata), come, pur nella successione di modifiche interessanti le norme in tema di ristrutturazione edilizia, quest’ultima tipologia di intervento edilizio ricomprenda, nel proprio ambito generale, tipologie differenti, solo per alcune delle quali il legislatore prevede la necessità del permesso di costruire; da un lato, dunque, vi è la generale definizione di ristrutturazione edilizia (art. 3, co. 1, lett. d); dall’altro, le specifiche “species” del genus ristrutturazione edilizia per le quali occorre il permesso di costruire (art. 10, co. 1, lett. c).
Si è, in particolare, affermato: “Per effetto della modifica introdotta dall'art. 30, comma 1, lett. a), D.L. 21.06.2013, n. 69, convertito dalla L. 09.08.2013, n. 98, ... vi sono ora tre distinte ipotesi di intervento rientranti nella definizione di “ristrutturazione edilizia”, che possono portare “ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”:
   - la prima, non comportante demolizione del preesistente fabbricato e comprendente (dunque, in via non esaustiva) “il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti”;
   - la seconda, caratterizzata da demolizione e ricostruzione, per la quale è richiesta “la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica” (ed in questo caso, rispetto al testo previgente, non è più richiesta l’identità di sagoma);
   - la terza, rappresentata dagli interventi “volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
Inoltre, qualora la seconda e la terza delle ipotesi innanzi indicate riguardino immobili sottoposti a vincoli di cui al d.lgs. n. 42/2004, potrà parlarsi di ristrutturazione edilizia solo in presenza, nell’immobile ricostruito, della identità di sagoma dell’edificio preesistente
".
Per effetto della lett. c) del medesimo articolo, anche l’art. 10, co. 1, lett. c), del DPR n. 380/2001 è stato modificato, di modo che è necessario il permesso di costruire per “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni”.
Infine, con modifica introdotta dall’art. 17, co. 1, lett. d), d.l. 12.09.2014 n. 133, conv. in l. 11.11.2014 n. 164, alla necessità di permesso di costruire per i casi in cui il nuovo fabbricato comporti anche “aumento di unità immobiliari” e “modifica del volume”, si è sostituita la più limitata ipotesi di “modifiche della volumetria complessiva degli edifici” (eliminando, dunque, il caso dell’aumento delle unità immobiliari).
E’ appena il caso di osservare che il legislatore, in sede di elencazione delle ipotesi di ristrutturazione edilizia con necessità di permesso di costruire, ha ricompreso anche quella comportante modifiche di sagoma di edifici vincolati ex d.lgs. n. 42/2004, ipotesi da riferirsi ai soli casi in cui la ristrutturazione riguardi edifici vincolati, ma senza abbattimento, poiché, in tale ultima ipotesi, ai sensi del precedente art. 3, co. 1, lett. d), si fuoriesce dalla definizione di “ristrutturazione edilizia”.
In definitiva, non tutti gli interventi di ristrutturazione edilizia necessitano del rilascio del permesso di costruire, ma solo quelli specificamente indicati dall’art. 10, co. 1, lett. c) e, per quel che interessa nella presente sede, quelli che “portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti”, posto che le ulteriori due ipotesi contemplate dalla norma (mutamenti di destinazione d’uso di immobili in zona A, interventi che modificano la sagoma di immobili sottoposti a vincolo ai sensi del d.lgs. n. 42/2004), non interessano il caso di specie.
Occorre, dunque, perché sia necessario il rilascio del permesso di costruire una modifica (parziale o totale) dell’organismo edilizio preesistente ed un aumento della volumetria complessiva; solo in questi casi, d’altra parte, l’intervento si caratterizza (in ossequio alla prescrizione normativa) come “trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio”.
Nelle ipotesi, invece, di “ristrutturazione ricostruttiva” (come definita dalla giurisprudenza: Cons. Stato, sez. IV, 07.04.2015 n. 1763; 09.05.2014 n. 2384; 06.07.2012 n. 3970), a maggior ragione se con invarianza, oltre che di volume, anche di sagoma e di area di sedime, non vi è necessità di permesso di costruire e, dunque, ai sensi dell’art. 16 DPR n. 380/2001, manca il presupposto per la richiesta e corresponsione del contributo di costruzione.
Infine, giova osservare che, del tutto coerentemente, il legislatore, all’art. 22, co. 1, lett. c), DPR n. 380/2001, prevede, tra gli interventi sottoposti a segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA), anche i casi di ristrutturazione edilizia per i quali non è necessario il permesso di costruire, fermo restando la possibilità per l’interessato (co. 7) di richiedere comunque il permesso di costruire “senza obbligo del pagamento del contributo di costruzione di cui all’art. 16” (con esclusione dei casi in cui, ai sensi dell’art. 23, la SCIA è sostitutiva del permesso di costruire).
5.3. Le conclusioni alle quali si è innanzi pervenuti non contrastano con quanto previsto, per la Regione Lombardia, dall’art. 44 l.reg. 11.03.2005 n. 12, posto che, nel definire le modalità di determinazione degli oneri di urbanizzazione per gli interventi di ristrutturazione edilizia, tale disposizione non impone una generalizzata onerosità dell’intervento, come si evince dall’inciso “se dovuti”, riferito agli oneri e più volte ripetuto (v. co. 8, 10, 10-bis).
Inoltre –diversamente considerando rispetto alla sentenza impugnata (pag. 10)- è solo nei sensi e limiti innanzi esposti, che può trovare applicazione quanto previsto dalla delibera della Giunta comunale di Monza 03.11.2008 n. 43, laddove la stessa prevede il pagamento di oneri di urbanizzazione per gli interventi di ristrutturazione comportanti demolizione e ricostruzione, in misura pari a quelli previsti per le nuove costruzioni
6. Alla luce delle considerazioni esposte, l’appello è fondato:
   - sia in relazione al primo profilo del secondo motivo (sub lett. b1), poiché, in presenza di interventi che non comportano “trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio”, nei sensi e limiti normativamente considerati ed innanzi esposti, non è dovuto il contributo di cui all’art. 16, co. 1, DPR n. 380/2001;
   - sia in relazione al terzo motivo di appello (sub lett. c), posto che l’amministrazione, lungi dal procedere ad una “automatica” applicazione dell’art. 16, co. 1, cit. ai casi di ristrutturazione edilizia, avrebbe dovuto congruamente motivare le ragioni per le quali, in presenza della (affatto particolare) tipologia di intervento oggetto di istanza di permesso di costruire, riteneva di procedere all’adozione del permesso di costruire con corrispondente onerosità dell’intervento e, dunque, imposizione degli oneri a carico del richiedente.
Da quanto esposto consegue, in riforma della sentenza di I grado, ed in corrispondenza della domanda formulata con il ricorso instaurativo del giudizio, l’annullamento del permesso di costruire 13.01.2015 n. 91, nella parte in cui con il medesimo è stato richiesto il versamento del contributo di costruzione per un importo di Euro 257.377,54.
Resta fermo il potere del Comune di Monza di verificare che il progetto presentato ed oggetto di istanza, presenti tutte le caratteristiche innanzi indicate che, ove esistenti, comportano la non corresponsione di oneri ai sensi dell’art. 16 DPR n. 380/2001 (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.05.2017 n. 2567 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In presenza di un intervento di ristrutturazione edilizia attuato mediante sostituzione dell’opera preesistente lo stesso soggiace, ai sensi dell'art. 44 della l.r. Lombardia n. 12/2005, alla corresponsione per intero degli oneri di urbanizzazione.
I commi da 8 a 10 dell’articolo 44 della l.r. 11.03.2005, n. 12 hanno previsto speciali criteri di calcolo degli oneri di urbanizzazione solo con riferimento alle ristrutturazioni edilizie “non comportanti demolizione e ricostruzione”. Ne deriva, a contrario, che gli interventi di ricostruzione preceduti da demolizione totale o parziale siano assoggettati al contributo concessorio previsto per le nuove costruzioni.
Tale conclusione è, oggi, ulteriormente avvalorata dal nuovo comma 10-bis dell’articolo 44 della legge regionale n. 12 del 2005 –introdotto dall’articolo 17, comma 3, della legge regionale 18.04.2012, n. 7– il quale prevede che “i comuni, nei casi di ristrutturazione comportante demolizione e ricostruzione ed in quelli di integrale sostituzione edilizia possono ridurre, in misura non inferiore al cinquanta percento, ove dovuti, i contributi per gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria”.
La disposizione –introdotta successivamente alle d.i.a. oggetto del presente giudizio, e dunque non applicabile in ogni caso in questa sede– si fonda infatti sull’evidente presupposto che gli interventi in questione siano, in linea di principio, soggetti all’integrale assolvimento della quota di contributo di costruzione commisurata agli oneri di urbanizzazione, e prevede, per il futuro, la possibilità per i Comuni di ridurre la misura della relativa quota di contributo di costruzione.
Essa, quindi, comprova ulteriormente la soggezione degli interventi di ricostruzione previa demolizione dell’esistente, realizzati anteriormente alla novella, all’integrale corresponsione degli oneri di urbanizzazione.
In senso contrario non può assumersi come legittimo un calcolo degli oneri di urbanizzazione limitato al solo incremento di superficie traslata dai piani inferiori tenuto conto dell’avvenuta integrale demolizione dei piani interessati (quinto, sesto e settimo) e della loro ricostruzione con altra forma.
Ne è quindi derivata la realizzazione di un organismo edilizio, per quella parte, del tutto nuovo, avente non solo un diverso aspetto esteriore, ma anche caratteristiche completamente diverse di fruibilità interna, derivanti dalla nuove modalità costruttive e dalla superficie aggiunta. L’opera, per quella parte, va quindi considerata unitariamente, e non può invece ritenersi qualificabile come un mero incremento di superficie attraverso un sistema di traslazione di s.l.p..
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1. Il ricorso introduttivo non è meritevole di accoglimento.
2. La società ricorrente contesta la rideterminazione degli oneri di urbanizzazione effettuata dal Comune di Milano attraverso la nota P.G. n. 580848/2015 del 29.10.2015, in quanto a suo giudizio l’intervento di traslazione di superficie dai piani inferiori a quelli superiori (quinto, sesto e settimo piano), dando luogo ad una parziale ristrutturazione con demolizione e successiva ricostruzione, avrebbe potuto determinare l’applicazione della correlata tariffa soltanto alla parte di superficie che si è aggiunta a quella originaria e non anche alla superficie preesistente, da assoggettare alla tariffa prevista per gli interventi di sola ristrutturazione.
Di conseguenza, la somma individuata dagli Uffici comunali a titolo di conguaglio non sarebbe dovuta nella sua integralità, ma soltanto in parte (nella misura di € 127.273,45 piuttosto che di € 281.814,96).
2.1. La prospettazione fornita dalla parte ricorrente non può essere condivisa.
In punto di fatto va evidenziato che dalla documentazione versata in giudizio emerge come l’intervento edilizio relativo ai piani quinto, sesto e settimo dell’immobile abbia avuto quale presupposto la demolizione (della preesistente struttura) fino al terzo piano e la realizzazione dei solai dal quarto piano e oltre in struttura metallica (cfr. Relazione struttura ultimata edificio, in parte ripresa dal Certificato di collaudo statico: all. 10 e 11 del Comune): quindi può convenirsi con la difesa comunale laddove assume che la parte ricorrente abbia eseguito una ristrutturazione di tipo pesante tramite demolizione e (non fedele) ricostruzione dei piani quinto, sesto e settimo.
Di conseguenza, il predetto intervento deve essere assoggettato all’integrale corresponsione degli oneri di urbanizzazione, come già sostenuto da questa Sezione in una fattispecie similare.
Infatti, i commi da 8 a 10 dell’articolo 44 della legge regionale 11.03.2005, n. 12 hanno previsto speciali criteri di calcolo degli oneri di urbanizzazione solo con riferimento alle ristrutturazioni edilizie “non comportanti demolizione e ricostruzione”. Ne deriva, a contrario, che gli interventi di ricostruzione preceduti da demolizione totale o parziale siano assoggettati al contributo concessorio previsto per le nuove costruzioni (cfr. Consiglio di Stato, IV, 22.05.2012, n. 2969, che conferma la sentenza 18.05.2010, n. 1566 di questa Sezione).
Tale conclusione è, oggi, ulteriormente avvalorata dal nuovo comma 10-bis dell’articolo 44 della legge regionale n. 12 del 2005 –introdotto dall’articolo 17, comma 3, della legge regionale 18.04.2012, n. 7– il quale prevede che “i comuni, nei casi di ristrutturazione comportante demolizione e ricostruzione ed in quelli di integrale sostituzione edilizia possono ridurre, in misura non inferiore al cinquanta percento, ove dovuti, i contributi per gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria”.
La disposizione –introdotta successivamente alle d.i.a. oggetto del presente giudizio, e dunque non applicabile in ogni caso in questa sede– si fonda infatti sull’evidente presupposto che gli interventi in questione siano, in linea di principio, soggetti all’integrale assolvimento della quota di contributo di costruzione commisurata agli oneri di urbanizzazione, e prevede, per il futuro, la possibilità per i Comuni di ridurre la misura della relativa quota di contributo di costruzione.
Essa, quindi, comprova ulteriormente la soggezione degli interventi di ricostruzione previa demolizione dell’esistente, realizzati anteriormente alla novella, all’integrale corresponsione degli oneri di urbanizzazione.
In senso contrario non può assumersi come legittimo un calcolo degli oneri di urbanizzazione limitato al solo incremento di superficie traslata dai piani inferiori tenuto conto dell’avvenuta integrale demolizione dei piani interessati (quinto, sesto e settimo) e della loro ricostruzione con altra forma.
Ne è quindi derivata la realizzazione di un organismo edilizio, per quella parte, del tutto nuovo, avente non solo un diverso aspetto esteriore, ma anche caratteristiche completamente diverse di fruibilità interna, derivanti dalla nuove modalità costruttive e dalla superficie aggiunta. L’opera, per quella parte, va quindi considerata unitariamente, e non può invece ritenersi qualificabile come un mero incremento di superficie attraverso un sistema di traslazione di s.l.p..
Deve perciò concludersi nel senso che, nel caso di specie, si sia in presenza di un intervento di ristrutturazione edilizia attuato mediante sostituzione dell’opera preesistente, con conseguente soggezione, ai sensi del richiamato articolo 44 della legge regionale n. 12 del 2005, alla corresponsione per intero degli oneri di urbanizzazione (cfr., in tal senso, TAR Lombardia, Milano, II, 23.03.2015, n. 780) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.05.2017 n. 1218 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Parere in merito all'ammissibilità, ai sensi dell'art. 9 del d.P.R. 380/2001, degli interventi di ristrutturazione edilizia all'esterno del perimetro del centro abitato nei comuni sprovvisti di strumento urbanistico generale – Comune di Atina (Regione Lazio, nota 26.05.2017 n. 270034 di prot.).

EDILIZIA PRIVATALa sostituzione o il rinnovamento di serramenti e, quindi, anche di infissi o di serrande, rientra nel concetto di finiture di edifici, come tale configurabile in termini di manutenzione ordinaria ai sensi dell’art. 31, lett. a), della l. 05.08.1978, n. 457, vigente all’epoca della contestazione dell’abuso ed (anche) oggi ai sensi dell'art. 3, lett. a), D.P.R. 06.06.2001, n. 380, disposizione ultima secondo la quale tale intervento costituisce attività libera e non soggetta a denuncia di inizio attività ai sensi dell'art. 6, lett. a), dello stesso decreto, e ciò sia che vengano impiegati gli stessi materiali componenti, sia che la sostituzione o il rinnovamento venga effettuata con materiali diversi.
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5. – Anche il secondo motivo di ricorso, nella sequenza proposta nell’atto introduttivo del presente giudizio, si presenta fondato.
Con il secondo motivo di ricorso, infatti, si sostiene correttamente che la sostituzione dell’infisso costituirebbe intervento di “manutenzione ordinaria”, di talché si presenta illegittima la sanzione demolitoria inflitta dal Comune.
Sul punto va rammentato, in aderenza ad una diffusa giurisprudenza, che la sostituzione o il rinnovamento di serramenti e, quindi, anche di infissi o di serrande, rientra nel concetto di finiture di edifici, come tale configurabile in termini di manutenzione ordinaria ai sensi dell’art. 31, lett. a), della l. 05.08.1978, n. 457, vigente all’epoca della contestazione dell’abuso ed (anche) oggi ai sensi dell'art. 3, lett. a), D.P.R. 06.06.2001, n. 380, disposizione ultima secondo la quale tale intervento costituisce attività libera e non soggetta a denuncia di inizio attività ai sensi dell'art. 6, lett. a), dello stesso decreto, e ciò sia che vengano impiegati gli stessi materiali componenti, sia che la sostituzione o il rinnovamento venga effettuata con materiali diversi (cfr. TAR Piemonte, Sez. I, 12.04.2010 n. 1761; TAR Campania, Napoli, Sez. IV, 18.10.2005 n. 16667 e TAR Lazio, Sez. II, 09.05.2005 n. 3438) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-quater, sentenza 08.05.2017 n. 5541 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Rispetto alla normativa precedente, il nuovo art. 3 del DPR n. 380 del 2001 siccome modificato dall’art. 30, comma 1°, lett. a), del DL n. 69/2013, al fine di qualificare un intervento edilizio realizzato mediante demolizione e ricostruzione dell’edificio come “ristrutturazione edilizia”, non richiede più la verifica dell’identità di “sagoma”, essendo sufficiente il rispetto del vincolo della medesima volumetria, con l’unica eccezione degli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, in relazione ai quali continua a permanere anche il vincolo di sagoma.
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Con ricorso tempestivamente notificato la Ma.Co. snc ha impugnato la nota indicata in epigrafe con la quale il Comune di Leverano ha respinto l’istanza di permesso di costruire relativa ad un intervento di ristrutturazione edilizia ex art. 3, comma 1, lett. d), DPR n. 380 del 2001.
La ricorrente ha esposto in fatto di avere presentato, in data 13.01.2016, istanza di permesso di costruire per la ristrutturazione edilizia mediante demolizione e ricostruzione di un immobile esistente; dopo tale istanza la Marino Congedo aveva ottenuto il permesso di costruire n. 6 del 2015; in seguito, l’interessata aveva presentato un’ulteriore istanza di permesso di costruire inerente lo stesso edificio, al fine di poter procedere alla ristrutturazione edilizia con una differente soluzione progettuale rispetto a quella inizialmente assentita, beneficiando delle modalità più “liberali” introdotte dall’art. 30, comma 1°, lett. a), del DL n. 69 del 2013, emendativo della precedente disciplina contenuta nell’art. 3 del DPR n. 380 del 2001 in ordine alla vincolo della sagoma; l’Ente, tuttavia, con le note impugnate, aveva respinto l’istanza, ritenendo necessario il mantenimento del vincolo della sagoma, per la tipicità dell’immobile interessato (masseria).
La ricorrente ha contestato la decisione assunta dall’Amministrazione in quanto, a suo dire, nel caso in esame non ricorrerebbe nessuna delle eccezioni introdotte dal legislatore con il DL n. 69 del 2013 per imporre il mantenimento del vincolo della sagoma, in deroga alla “liberalizzazione” prevista sul punto dalla nuova normativa.
Nel corso del giudizio si sono costituiti il Comune di Leverano e il controinteressato Fe.Ve. i quali hanno contestato le avverse doglianze e chiesto il rigetto dell’impugnazione.
All’esito del giudizio, stante la nuova disciplina introdotta dal DL n. 69 del 2013 in materia di ristrutturazione edilizia, il ricorso va accolto.
Invero, il legislatore con tale ultima modifica normativa, all’art. 30, comma 1, ha così disposto: “Fermo restando quanto previsto dall'articolo 22, comma 6, del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380, al medesimo decreto sono apportate le seguenti modificazioni: a) all'articolo 3, comma 1, lettera d), ultimo periodo, le parole: «e sagoma» sono soppresse e dopo la parola "antisismica" sono aggiunte le seguenti: «nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Pertanto, a seguito di tale intervento legislativo, l’art. 3, comma 1, lettera d), del DPR n. 380 del 2001 in rilievo in questa sede, definisce gli interventi di ristrutturazione edilizia, come tutti “gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
In altri termini, rispetto alla normativa precedente, il nuovo art. 3 del DPR n. 380 del 2001, al fine di qualificare un intervento edilizio realizzato mediante demolizione e ricostruzione dell’edificio come “ristrutturazione edilizia”, non richiede più la verifica dell’identità di “sagoma”, essendo sufficiente il rispetto del vincolo della medesima volumetria, con l’unica eccezione degli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, in relazione ai quali continua a permanere anche il vincolo di sagoma.
Nel caso in esame l’immobile oggetto della domanda di permesso di costruire articolata dal ricorrente non risulta sottoposto ad alcuno dei vincoli di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, ma nel provvedimento impugnato il Comune di Leverano ha ritenuto che il vincolo di sagoma operi comunque, per la c.d. “tipicità” dell’edificio da ristrutturare, qualificato nello strumento urbanistico comunale come “masseria” e tale conclusione, ad avviso dell’Ente, sarebbe legittima in forza di quanto statuito nell’art. 23-bis, comma 4, del DPR n. 380 del 2001.
Tale norma così recita: “All'interno delle zone omogenee A) di cui al decreto del Ministro dei lavori pubblici 02.04.1968, n. 1444, e in quelle equipollenti secondo l'eventuale diversa denominazione adottata dalle leggi regionali, i comuni devono individuare con propria deliberazione, da adottare entro il 30.06.2014, le aree nelle quali non e' applicabile la segnalazione certificata di inizio attività per interventi di demolizione e ricostruzione, o per varianti a permessi di costruire, comportanti modifiche della sagoma. […] Nelle more dell'adozione della deliberazione di cui al primo periodo e comunque in sua assenza, non trova applicazione per le predette zone omogenee A) la segnalazione certificata di inizio attività con modifica della sagoma”.
Ad avviso del Comune da tale disposizione deriverebbe la possibilità per gli Enti locali di introdurre delle eccezioni ulteriori (rispetto a quella dei vincoli ex D.Lgs. n. 42 del 2004 già prevista dall’art. 3 del DPR n. 380 del 2001) all’applicabilità della “liberalizzazione” introdotta dal DL n. 69 del 2013; in altri termini, secondo l’Amministrazione, anche in presenza di immobili non vincolati ai sensi del D.Lgs. n. 42 del 2004 (per i quali il legislatore nazionale ha previsto il permanere del vincolo della sagoma nelle ristrutturazioni), i Comuni, nelle zone omogenee A), potrebbero prevedere nei propri strumenti urbanistici altre ipotesi nelle quali imporre a chi intenda ristrutturare un edificio, il mantenimento della stessa sagoma preesistente; pertanto, del tutto legittima sarebbe la decisione contenuta nel provvedimento impugnato di richiedere al signor Lezzi di rispettare tale parametro nella ristrutturazione della sua “masseria”.
La tesi non può essere condivisa.
Invero, dalla lettura della norma, dalla sua collazione sistematica (nell’ambito del titolo II riguardante i “titoli abilitativi” da richiedere per le diverse attività edilizie elencate nella parte generale) e dall’oggetto della disposizione (autorizzazioni preliminari alla segnalazione certificata di inizio attività e alla comunicazione dell'inizio dei lavori) si evince chiaramente che la ratio di tale previsione non è quella di consentire ai Comuni di restringere la portata innovativa dell’art. 30 del DL n. 69 del 2013, introducendo altre ipotesi nelle quali imporre il vincolo della sagoma nelle ristrutturazioni, bensì quello di demandare a tali Enti locali la scelta, nelle zone omogenee di tipo A), di quale titolo edilizio richiedere (segnalazione certificata di inizio attività ovvero permesso di costruire) per interventi di demolizione e ricostruzione, o per varianti a permessi di costruire, comportanti modifiche della sagoma, ferma restando la disciplina dettata dal legislatore nazionale in ordine ai casi riconducibili agli interventi di ristrutturazione.
Peraltro, tale conclusione trova conferma nello stesso art. 3, comma 2, del DPR n. 380 del 2001 dove si legge: “Le definizioni di cui al comma 1 prevalgono sulle disposizioni degli strumenti urbanistici generali e dei regolamenti edilizi” e risulta coerente con l’esigenza di garantire che il principio generale contenuto nell’art. 3 del DPR n. 380 del 2001 trovi applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale.
Pertanto, non ricorrendo nel caso in esame nessuna delle ipotesi derogatorie all’eliminazione del vincolo della sagoma contenute nell’art. 3 del DPR n. 380 del 2001, il provvedimento impugnato, motivato con riferimento a tale ragione ostativa, va senz’altro ritenuto illegittimo, fermo restando l’obbligo per l’Amministrazione, nel ripronunciarsi sull’istanza del ricorrente, di valutare ogni altro aspetto rilevante della questione, compreso il rispetto del vincolo della medesima volumetria, sul quale ha insistito il controinteressato Ve., ma che non può essere analizzato in questa sede, trattandosi di profilo non espressamente utilizzato dal Comune per fondare la decisione assunta con il provvedimento impugnato (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 04.05.2017 n. 675 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

marzo 2017

EDILIZIA PRIVATA: E' pacifico in giurisprudenza che la ricostruzione dei ruderi vada considerata come realizzazione di una nuova costruzione, quando la parte dell’opera muraria ancora esistente non permette l’individuazione certa dei connotati essenziali del manufatto originario (mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura), attesa la mancanza di elementi sufficienti a testimoniare le dimensioni e le caratteristiche dell’edificio da recuperare.
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E’ stato sottolineato in proposito che <<La ristrutturazione edilizia presuppone come elemento indispensabile la preesistenza del fabbricato nella consistenza e con le caratteristiche planivolumetriche ed architettoniche proprie del manufatto che si vuole ricostruire.
Non è sufficiente che si dimostri che un immobile in parte poi crollato o demolito è esistente, ma è necessario che si dimostri oltre all’an anche il quantum e cioè l’esatta consistenza dell'immobile preesistente del quale si chiede la ricostruzione. Occorre, quindi, la possibilità di procedere, con un sufficiente grado di certezza, alla ricognizione degli elementi strutturali dell’edificio, in modo tale che, seppur non necessariamente “abitato” o “abitabile”, esso possa essere comunque individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione (in casi analoghi la giurisprudenza ha preteso che l’immobile esista quanto meno in quelle strutture essenziali che, assicurandogli un minimo di consistenza, possano farlo giudicare presente nella realtà materiale).
Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza, la c.d. demo-ricostruzione –ovvero un’incisiva forma di recupero di preesistenze comunque assimilabile alla ristrutturazione edilizia– tradizionalmente pretende la pressoché fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello già esistente, dalla cui strutturale identificabilità, come organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, non si può dunque, in ogni caso, prescindere.
L'attività di ricostruzione di ruderi è stata invece concordemente considerata, a tutti gli effetti, realizzazione di una nuova costruzione, avendo questi perduto i caratteri dell’entità urbanistico-edilizia originaria sia in termini strutturali che funzionali>>.
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Il ricorrente censura la deliberazione comunale di approvazione definitiva del PGT, nella parte in cui ha disposto l’accoglimento dell’osservazione sull’inserimento in cartografia di un fabbricato di sua proprietà (rudere), condizionando la ricostruzione al riscontro di una testimonianza materiale del 75% dei muri perimetrali e di un’altezza di 1,5 metri.
Il gravame è fondato e merita accoglimento.
1. Ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera d), del T.U. edilizia, gli interventi di ristrutturazione comprendono “il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
2. Sotto altro profilo, è pacifico in giurisprudenza che la ricostruzione dei ruderi vada considerata come realizzazione di una nuova costruzione, quando la parte dell’opera muraria ancora esistente non permette l’individuazione certa dei connotati essenziali del manufatto originario (mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura), attesa la mancanza di elementi sufficienti a testimoniare le dimensioni e le caratteristiche dell’edificio da recuperare (TAR Campania-Napoli, sez. III – 27/02/2017 n. 1169).
2.1 E’ stato sottolineato in proposito che <<La ristrutturazione edilizia presuppone come elemento indispensabile la preesistenza del fabbricato nella consistenza e con le caratteristiche planivolumetriche ed architettoniche proprie del manufatto che si vuole ricostruire (Cons. Stato Sez. IV 15.09.2006 n. 5375).
Non è sufficiente che si dimostri che un immobile in parte poi crollato o demolito è esistente, ma è necessario che si dimostri oltre all’an anche il quantum e cioè l’esatta consistenza dell'immobile preesistente del quale si chiede la ricostruzione. Occorre, quindi, la possibilità di procedere, con un sufficiente grado di certezza, alla ricognizione degli elementi strutturali dell’edificio, in modo tale che, seppur non necessariamente “abitato” o “abitabile”, esso possa essere comunque individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione (in casi analoghi la giurisprudenza ha preteso che l’immobile esista quanto meno in quelle strutture essenziali che, assicurandogli un minimo di consistenza, possano farlo giudicare presente nella realtà materiale: Cons. Stato, sez. V, 21.10.2014, n. 5174; Cons. Stato, V, 15.03.1990, n. 293 e 20.12.1985, n. 485).
Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza, la c.d. demo-ricostruzione –ovvero un’incisiva forma di recupero di preesistenze comunque assimilabile alla ristrutturazione edilizia– tradizionalmente pretende la pressoché fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello già esistente, dalla cui strutturale identificabilità, come organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, non si può dunque, in ogni caso, prescindere (Cons. Stato, sez. V, 10.02.2004, n. 475).
L'attività di ricostruzione di ruderi è stata invece concordemente considerata, a tutti gli effetti, realizzazione di una nuova costruzione (cfr. Cass. pen. 20.02.2001, n. 13982; Cons. Stato, V, 01.12.1999, n. 2021), avendo questi perduto i caratteri dell’entità urbanistico-edilizia originaria sia in termini strutturali che funzionali
>> (Consiglio di Stato, sez. VI – 05/12/2016 n. 5106).
3. Posto che (come appena visto) la giurisprudenza in materia di recupero dei ruderi ha elaborato principi idonei ad affrontare le singole fattispecie fattuali, la previsione impugnata appare affetta da un evidente eccesso di potere. In effetti, se non appare precluso al singolo Ente l’esercizio della potestà pianificatoria in materia, nel rispetto della previsione legislativa evocata e delle regole generali elaborate dalla giurisprudenza, il Comune ha deliberatamente introdotto vincoli rigidi proprio in occasione del riscontro dell’istanza di parte ricorrente, diretta a ottenere il riconoscimento cartografico del fabbricato preesistente di sua proprietà.
3.1 Il vizio di eccesso di potere per sviamento consiste nell'effettiva e comprovata divergenza fra l'atto e la sua funzione tipica, ovvero nell'esercizio del potere per finalità diverse da quelle enunciate dal legislatore con la norma attributiva dello stesso: ciò si verifica, in particolare, allorquando l'atto posto in essere sia stato determinato da un interesse diverso da quello pubblico (cfr. TAR Toscana, sez. I – 30/03/2016 n. 535; Consiglio di Stato, sez. V – 01/12/2014 n. 519).
Tuttavia è stato anche precisato che la censura predetta deve essere supportata da precisi e concordanti elementi di prova, idonei a dar conto delle divergenze dell'atto dalla sua tipica funzione istituzionale, non essendo a tal fine sufficienti semplici supposizioni o indizi che non si traducano nella dimostrazione dell'illegittima finalità perseguita in concreto dall'organo amministrativo; né il vizio in questione è ravvisabile allorquando –come nella specie– l'atto asseritamente viziato risulta comunque adottato nel rispetto delle norme che ne disciplinano la forma e il contenuto e risulta in piena aderenza al fine pubblico al quale è istituzionalmente preordinato (TAR Piemonte, sez. I – 02/08/2016 n. 1102; 17/03/2016 n. 364; TAR Emilia Romagna-Bologna, sez. I – 30/07/2015 n. 701).
3.2 Alla luce di quanto precede, affiora nel caso esaminato l’introduzione di una norma urbanistica ad hoc che –a fronte dell’istanza del privato interessato– impedisce il recupero del rudere nella misura dal medesimo rappresentata. L’inserimento in cartografia, sollecitato dal Sig. Ba., è stato accompagnato da una disposizione di piano immediatamente penalizzante nei suoi confronti, che appare in diretta correlazione con la singola aspettativa concreta, che viene platealmente frustrata.
3.3 L’accoglimento del ricorso non comporta il riconoscimento della possibilità di procedere al recupero del manufatto nel senso prospettato dal ricorrente. L’istanza, tuttavia, dovrà essere esaminata alla luce del T.U. dell’Edilizia, dei principi giurisprudenziali e delle altre eventuali regole urbanistiche di cui il Comune sia dotato.
4. In conclusione, il ricorso deve essere accolto (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 27.03.2017 n. 418 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Dispone l’art. 3, co. 1, lett. d), TUE che per interventi di ristrutturazione edilizia si intendono “gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria … di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Emerge pertanto da tale previsione normativa che, al fine dell’attuazione degli interventi di ristrutturazione, nella forma di ricostruzione di edifici crollati o demoliti, è necessario procedere a preventivo accertamento della preesistente consistenza dell’immobile. In particolare, per gli immobili sottoposti a vincolo ex d.lgs. n. 42/2004 occorre che “… sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.

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4.2. Tanto premesso, e venendo ora al caso di specie, rileva il Collegio che il diniego in esame si fonda sul contrasto del progetto sia con le NTA del Piano di recupero, sia con la previsione di cui all’art. 3 TUE.
4.3. Orbene, per quel che attiene a tale ultimo aspetto, dispone l’art. 3, co. 1, lett. d), TUE che per interventi di ristrutturazione edilizia si intendono “gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria … di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
4.4. Emerge pertanto da tale previsione normativa che, al fine dell’attuazione degli interventi di ristrutturazione, nella forma di ricostruzione di edifici crollati o demoliti, è necessario procedere a preventivo accertamento della preesistente consistenza dell’immobile. In particolare, per gli immobili sottoposti a vincolo ex d.lgs. n. 42/2004 –tale dovendosi ritenere l’immobile in esame– occorre che “… sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
5. Ciò premesso, e venendo ora al caso di specie, si legge nel ricorso (cfr. p. 10) che l’intervento proposto dal ricorrente consiste nella rimozione di infissi e serramenti, sanitari e rivestimenti esistenti, nonché nell’effettuazione di interventi comportanti la “…demolizione del solaio esistente, ad esclusione del locale destinato a servizio igienico”. Trattasi pertanto, di interventi di ristrutturazione edilizia, ai sensi del cennato art. 3, lett. d), TUE.
6. Ciò chiarito, si legge nell’impugnato provvedimento che il diniego si è fondato, tra l’altro, sulla impossibilità di definire la reale consistenza del manufatto.
Orbene, tale rilievo è rimasto insuperato.
Da un lato, infatti, devono ritenersi del tutto irrilevanti gli atti di compravendita 02.11.1919 e 09.01.1955, trattandosi di elementi assolutamente datati nel tempo, e pertanto del tutto inidonei ad individuare la “…sagoma dell'edificio preesistente” (art. 3 lett. d) TUE).
Alla stessa stregua, del tutto irrilevanti devono ritenersi gli estremi catastali dell’immobili, non essendo essi idonei a definire la sagoma dell’immobile.
Sarebbe stato utile, invece, individuare la sagoma attuale dell’immobile mediante illustrazione fotografica dello stesso. Sennonché, tale corredo fotografico non è stato prodotto in giudizio. In particolare, il ricorrente non ha prodotto alcuna fotografia attestante lo stato attuale dell’immobile, la qual cosa deve ritenersi del tutto inspiegabile, trattandosi di adempimento non implicante alcun particolare sacrificio, essendo nella sua immediata disponibilità.
In definitiva, non solo la preesistente, ma anche l’attuale sagoma dell’immobile in esame, deve ritenersi elemento del tutto generico e fumoso, e soprattutto giammai provato dal ricorrente.
In questa situazione di “deserto probatorio”, devono allora ritenersi insuperate le considerazioni dell’Amministrazione circa la natura “diruta” dell’immobile in esame, e l’impossibilità di accertarne l’esatta consistenza.
Pertanto, in difetto di uno specifico requisito richiesto ai fini della ristrutturazione edilizia (individuazione della sagoma dell’edificio preesistente), del tutto legittimamente l’Amministrazione ha negato il rilascio del chiesto atto abilitativo.
7. E poiché tale motivazione assume carattere “autoreggente”, essendo ex se idonea a supportare il disposto diniego, del tutto irrilevante si appalesa l’esame dell’ulteriore profilo di criticità dedotto dall’Amministrazione, e relativo al contrasto del progettato intervento con le NTA del Piano di recupero.
8. Alla luce di tali considerazioni, il ricorso è infondato (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.03.2017 n. 393 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2017

EDILIZIA PRIVATA: L’intervento edilizio di nuova costruzione si distingue dalla “ristrutturazione edilizia” perché presuppone una trasformazione del territorio mentre la ristrutturazione è caratterizzata dalla preesistenza di un manufatto in quanto tale trasformazione vi è già stata in precedenza.
E nelle due distinte ipotesi di ristrutturazione, il c.d. intervento conservativo (o risanamento conservativo o restauro conservativo) e il c.d. intervento ricostruttivo, come individuabili ai sensi dell’art. 3, co. 1, lett. d), DPR n. 380/2001, almeno fino alla novella del 2013, è solo con riferimento all’ipotesi di
ristrutturazione “ricostruttiva”, attuabile mediante demolizione e ricostruzione, nel rispetto del volume e della sagoma dell’edificio preesistente che è richiesta, oltre alla preesistenza certa del fabbricato identificabile nella sue componenti strutturali, c.d. demoricostruzione, anche l’identità di volumetria e di sagoma.
In mancanza di tali elementi, si configura una “nuova costruzione”, con la conseguente applicabilità delle norme sulle distanze oltre a quella dei parametri urbanistici.
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Ad oggi, dopo la novella del 2013, vi sono tre distinte ipotesi di intervento rientranti nella definizione di “
ristrutturazione edilizia”, che possono portare “ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”:

   - la prima,
non comportante demolizione del preesistente fabbricato e comprendente (dunque, in via non esaustiva) “il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti”;
   - la seconda,
caratterizzata da demolizione e ricostruzione, per la quale è richiesta “la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica” (ed in questo caso, rispetto al testo previgente, non è più richiesta l’identità di sagoma);
   - la terza,
rappresentata dagli interventi “volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
Inoltre,
qualora la seconda e la terza delle ipotesi innanzi indicate riguardino immobili sottoposti a vincoli di cui al d.lgs. n. 42/2004, potrà parlarsi di ristrutturazione edilizia solo in presenza, nell’immobile ricostruito, della identità di sagoma dell’edificio preesistente.
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7.2. La questione centrale, ai fini della presente controversia, è rappresentata dalla qualificazione dell’intervento edilizio realizzato dalla società VE. s.r.l., intervento che il permesso di costruire (e la sentenza impugnata) ritengono di “ristrutturazione edilizia”, laddove l’appellante (in particolare con il secondo motivo di impugnazione: sub lett. b) dell’esposizione in fatto), ritiene invece consistere in una costruzione del tutto nuova (e dunque “soggetta al rispetto dei parametri urbanistici”), non essendovi stato il rispetto, quantomeno, della volumetria e della sagoma preesistente.
Più precisamente, la sentenza impugnata afferma che gli interventi di ristrutturazione edilizia, di cui agli artt. 3, co. 1, lett. d) e 10, lett. c), DPR n. 380/2001, “possono consistere anche nella modificazione del volume, delle altezze o della sagoma, pur richiedendo in tal caso, non una semplice DIA ma il rilascio di un titolo edilizio oneroso – così come è avvenuto nella fattispecie in esame”.
7.3. Come è noto,
le definizioni in materia edilizia, ed in particolare la definizione di “ristrutturazione edilizia”, sono state soggette nel tempo ad interventi modificativi ed integrativi da parte del legislatore.
Quanto alla citata “ristrutturazione edilizia” (che rileva nella presente sede), il legislatore nazionale ha ad essa dedicato (riprendendo una anteriore definizione contenuta nel’
art. 31, co. 1, lett. d), della l. 457/1978) l’art. 3, co. 1, lett. d), del Testo Unico dell’edilizia (DPR n. 380/2001), “aggiungendo” ulteriori riferimenti nell’art. 10, lett. c), del medesimo Testo Unico.
7.3.1. Orbene, l’art. 3, co. 1, lett. d), nel suo testo originario, prevedeva che fossero interventi di “ristrutturazione edilizia”, quelli “rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e successiva fedele ricostruzione di un fabbricato identico, quanto a sagoma, volumi, area di sedime e caratteristiche dei materiali, a quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica”.
Già dal testo originario, dunque, erano presenti due tipologie di ristrutturazione edilizia, identiche quanto alla finale realizzazione di un “organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”, ma distinte dalla presenza (o meno) della demolizione del fabbricato preesistente, che, ove effettuata, per poter rientrare nel campo della ristrutturazione edilizia (e non già della nuova costruzione), doveva concludersi con la “fedele ricostruzione di un fabbricato identico”, al punto da avere identità di sagoma, volume, area di sedime e, in generale, caratteristiche dei materiali.
A fronte di tale definizione, l’art. 10, nel disciplinare gli interventi “subordinati a permesso di costruire”, ricomprendeva tra questi (co. 1, lett. c): “gli interventi di ristrutturazione edilizia che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso”.
Orbene, il Collegio rileva come non vi sia contraddizione tra la prima norma (di definizione della ristrutturazione edilizia) e la seconda (relativa agli interventi soggetti a concessione edilizia), poiché il legislatore nazionale –a fronte delle due tipologie di ristrutturazione edilizia– non ha affatto escluso che quest’ultima (che, si ricordi, comporta la realizzazione di un organismo “in tutto o in parte diverso dal precedente”) possa comportare (anche) modifiche di volume o di sagoma, ma più precisamente ha escluso che possano aversi queste ultime modifiche solo nel caso di ristrutturazione caratterizzata da integrale demolizione e successiva ricostruzione del fabbricato, unico caso in cui è richiesta la “fedele ricostruzione di un fabbricato identico”.
7.4. Il successivo
DPR 27.12.2002 n. 301 ha apportato alla definizione alcune modifiche, di modo che, nel caso di demolizione e ricostruzione, per potersi definire l’intervento quale “ristrutturazione edilizia”, lo stesso doveva portare ad un manufatto “con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica”.
Come è dato osservare, con il nuovo testo il legislatore abbandona sia lo specifico riferimento alla identità di area di sedime e di caratteristiche dei materiali, sia il più generale concetto di “fedele ricostruzione”, non potendo quest’ultimo essere più ribadito una volta escluse le caratteristiche ora riportate.
A fronte della modifica della definizione, il legislatore è intervenuto anche sull’art. 10, co. 1, lett. c), prevedendo la necessità del permesso di costruire per: “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso”.
Ancora una volta, la lettura delle due disposizioni rende le stesse di non difficile coordinamento: la nuova disciplina -una volta che, con l’intervento correttivo, si è rinunciato (per la seconda delle due tipologie di ristrutturazione), alla esigenza della “fedele ricostruzione di un fabbricato identico”- estende la necessità del permesso di costruire a tutti i casi in cui si realizzi un fabbricato “in tutto o in parte diverso dal precedente”, sia nel caso di integrale demolizione (nel qual caso resta ferma la necessaria identità di volume e di sagoma), sia nel caso in cui non vi sia demolizione e –come si è già detto– possono esservi (nel rispetto della disciplina urbanistico-edilizia), modifiche di volume, di sagoma, di prospetti o superfici.
7.5. In definitiva, tenendo presente che, sotto la unitaria definizione di “ristrutturazione edilizia” sono ricomprese due distinte ipotesi (il cui elemento basilare di differenza è dato dalla integrale demolizione del fabbricato preesistente), il legislatore nazionale precisa in quali ipotesi di ristrutturazione è necessario, ai fini della legittimità dell’intervento, il permesso di costruire:
   - per il DPR n. 380/2001, nel testo originario, il permesso di costruire è necessario tutte le volte che vi siano “aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso”;
   - per il medesimo DPR (come modificato dal DPR n. 301/2002), il permesso di costruire è necessario per “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso”.
Come è evidente, le due distinte disposizioni non comportano affatto due diverse (e contraddittorie) definizioni di “ristrutturazione edilizia”, ma –posto che vi sono due distinti tipi di ristrutturazione, e che la loro definizione è data dall’art. 3, co. 1, lett. d)-, il successivo art. 10, co. 1, lett. c) –lungi dall’incidere sulla predetta definizione– indica i casi in cui, tra quelli innanzi definiti, occorre il permesso di costruire.
7.6.
Per completezza argomentativa (trattandosi di sopravvenienze normative non applicabili ratione temporis al caso in esame), è appena il caso di ricordare che il legislatore è nuovamente intervenuto sulle disposizioni in esame.
7.6.1. Per effetto della modifica introdotta dall'
art. 30, comma 1, lett. a), d.l. 21.06.2013, n. 69, convertito dalla l. 09.08.2013, n. 98, sono ora "interventi di ristrutturazione edilizia": “gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Alla luce della nuova modifica,
vi sono ora tre distinte ipotesi di intervento rientranti nella definizione di “ristrutturazione edilizia”, che possono portare “ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”:
   - la prima,
non comportante demolizione del preesistente fabbricato e comprendente (dunque, in via non esaustiva) “il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti”;
   - la seconda,
caratterizzata da demolizione e ricostruzione, per la quale è richiesta “la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica” (ed in questo caso, rispetto al testo previgente, non è più richiesta l’identità di sagoma);
   - la terza,
rappresentata dagli interventi “volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
Inoltre,
qualora la seconda e la terza delle ipotesi innanzi indicate riguardino immobili sottoposti a vincoli di cui al d.lgs. n. 42/2004, potrà parlarsi di ristrutturazione edilizia solo in presenza, nell’immobile ricostruito, della identità di sagoma dell’edificio preesistente.
Per effetto della lett. c) del precitato articolo 30, co. 1, anche l’art. 10, co. 1, lett. c), del DPR n. 380/2001 è stato modificato, di modo che è necessario il permesso di costruire per “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni”.
7.6.2. Infine, con modifica introdotta dall’art. 17, co. 1, lett. d), d.l. 12.09.2014 n. 133, conv. in l. 11.11.2014 n. 164, alla necessità di permesso di costruire per i casi in cui il nuovo fabbricato comporti anche “aumento di unità immobiliari” e “modifica del volume”, si è sostituita la più limitata ipotesi di “modifiche della volumetria complessiva degli edifici” (eliminando, dunque, il caso dell’aumento delle unità immobiliari).
E’ appena il caso di osservare che
il legislatore, in sede di elencazione delle ipotesi di ristrutturazione edilizia con necessità di permesso di costruire, ha ricompreso anche quella comportante modifiche di sagoma di edifici vincolati ex d.lgs. n. 42/2004, ipotesi da riferirsi ai soli casi in cui la ristrutturazione riguardi edifici vincolati, ma senza abbattimento, poiché, in tale ultima ipotesi, ai sensi del precedente art. 3, co. 1, lett. d), si fuoriesce dalla definizione di “ristrutturazione edilizia”.
In questo senso si è assestata la giurisprudenza penale (cfr. da ultimo Cass. pen., sez. III, 21.07.2015, n. 31618), secondo la quale,
a seguito della riforma del 2014, è stata ampliata la categoria degli interventi qualificabili in termini di manutenzione straordinaria (per i quali non è più necessario il permesso di costruire con tutte le conseguenze penali del caso), ed è stata al contempo e coerentemente ridotta la categoria della ristrutturazione edilizia, caratterizzata ora da interventi edilizi che alterano la volumetria complessiva e l’originaria destinazione d’uso.
8.
La giurisprudenza amministrativa ha analizzato la tipologia della “ristrutturazione edilizia (anche al fine di distinguerla dalla ipotesi di nuova costruzione, di cui alla successiva lett. e) dell’art. 3, co. 1 DPR n. 380/2001), tenendo innanzi tutto presenti le distinte ipotesi di ristrutturazione indicate dal legislatore.
In generale,
si è affermato che la ristrutturazione edilizia si caratterizza per la diversità dell’organismo edilizio prodotto dall’intervento di trasformazione rispetto al precedente (
Cons. Stato, sez. VI, 14.10.2016 n. 4267 e 27.04.2016 n. 1619; sez. V, 12.11.2015 n. 5184) e che essa si distingue dalla nuova costruzione perché mentre quest’ultima presuppone una trasformazione del territorio, la ristrutturazione è invece caratterizzata dalla preesistenza di un manufatto, in quanto tale trasformazione vi è in precedenza già stata (Cons. Stato, sez. IV, 07.04.2015 n. 1763; 12.05.2014 n. 2397; 06.12.2013 n. 5822; 30.05.2013, n. 2972).
E si è altresì precisato come siano rinvenibili, nell’ambito del citato art. 3, co. 1, lett. d) -almeno fino alla novella del 2013- due distinte ipotesi di ristrutturazione edilizia:
   a)
quella contemplata dalla prima parte della norma (c.d. intervento conservativo o risanamento conservativo o restauro conservativo), che può comportare anche l'inserimento di nuovi volumi o modifiche della sagoma, nel qual caso abbisogna del permesso di costruire (cfr.
Cons. Stato, sez. IV, 28.04.2014, n. 2194; sez. IV, 23.04.2014, n. 2060);
   b)
quella (c.d. intervento ricostruttivo) attuata mediante demolizione e ricostruzione, nel rispetto del volume e della sagoma dell'edificio preesistente (
Cons. Stato, sez. V, 05.12.2014 n. 5988).
Anche alla luce di quanto innanzi esposto, giova precisare che
è con riferimento alla ipotesi di ristrutturazione “ricostruttiva che è richiesta –almeno fino alla novella del 2013- (oltre alla preesistenza certa del fabbricato identificabile nella sue componenti strutturali, c.d. demoricostruzione, su cui v. da ultimo
Cons. Stato, sez. VI, 05.12.2016, n. 5106), identità di volumetria e di sagoma (Cons. Stato, sez. IV, 07.04.2015 n. 1763; 09.05.2014 n. 2384; 06.07.2012 n. 3970), affermandosi altresì che, in difetto, si configura una nuova costruzione, con la conseguente applicabilità anche delle norme sulle distanze (Cons. Stato, sez. IV, 23.04.2014, n. 2060; sez. IV, 30.05.2013 n. 2972; 12.02.2013 n. 844; in termini Cass. civ., sez. un., 19.10.2011, n. 21578).
La giurisprudenza ha tuttavia precisato, in talune ipotesi:
   c) per un verso,
che la ristrutturazione è possibile anche nei casi in cui, pur non portando essa ad una ricostruzione “fedele” del preesistente (non più richiesta dopo il DPR n. 301/2002), si mostri però rispettosa della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente (da ultimo,
Cons. St., sez. IV, 12.05.2014 n. 2397; id., sez. IV, 30.05.2013 n. 2972; sez. IV, 29.05.2014 n. 2781, che indica la necessità di rispetto delle linee essenziali della sagoma);
   d) per altro verso,
che occorre comunque verificare quanto disposto, nel rispetto delle disposizioni di legge, dalle specifiche disposizioni regolamentari edilizie (
Cons. Stato, sez. IV, 09.05.2014 n. 2384).
9. Nel caso di specie, la prima concessione edilizia n. 8016/2002, riguarda la riqualificazione edilizia mediante ristrutturazione e sostituzione edilizia del complesso immobiliare cd. ex Montaboldi legnami, intervento che non comporta la integrale demolizione delle preesistenze, come si evince da quanto riportato dallo stesso appellante (che cita sul punto la relazione prof. Pr., secondo il quale “nelle relazioni e nei disegni non è mai dichiarata la completa demolizione e ricostruzione ...”. (v. pag. 29 app.).
L’intervento è ubicato in zona B, sottozona b3) del Comune di Viterbo, dove, ai sensi dell’art. 7 delle NTA del PRG –rimasto confermato nella sua validità e dunque necessariamente applicabile alla fattispecie per cui è causa- è ammessa tra l’altro la riqualificazione edilizia mediante la sostituzione di fabbricati preesistenti con altri di migliore livello architettonico e funzionale, con conservazione dei volumi edilizi, in ogni caso nel rispetto di un’altezza massima non eccedente 14, 5 m.; inoltre non è richiesto un indice volumetrico di 3 mc/mq (come erroneamente ritenuto dalla parte appellante), espressamente stabilito per la sola zona B2 (come si dirà meglio in prosieguo al § 10.3.).
Tali argomenti sono ex se dirimenti ai fini del rigetto del gravame.
9.1. Orbene, pur ritenendosi applicabile ratione temporis all’intervento de quo il primo testo dell’art. 3, co. 1, lett. d), DPR n. 380/2001, non può concordarsi, alla luce delle considerazioni innanzi esposte, con quanto sostenuto dall’appellante, secondo il quale la ristrutturazione edilizia richiede “fedele riproduzione di quella preesistente e (sia) identica quanto a sagoma, volume, area di sedime e caratteristiche dei materiali” (pag. 25 app.), posto che tale esigenza è normativamente richiesta (dall’originario testo della disposizione) solo per le ristrutturazioni caratterizzate da integrale demolizione e ricostruzione; così come –contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante: v. pag. 28 app.), il rispetto del volume e della sagoma preesistenti è richiesto –dopo il DPR n. 301/2002– solo nel medesimo caso di ristrutturazione ricostruttiva.
Né è possibile interpretare l’art. 10 DPR n. 380/2001 come norma volta a consentire “soltanto incrementi volumetrici modesti o modeste modifiche della sagoma”, posto che tale disposizione, come si è innanzi osservato, non incide sulla qualificazione della ristrutturazione edilizia, bensì individua, tra i vari tipi di essa, quali siano quelli da sottoporre a permesso di costruire.
Ovviamente, le considerazioni che precedono riguardano la legittimità del permesso di costruire rilasciato, esulando dal presente giudizio ogni verifica di corrispondenza tra quanto assentito e quanto realizzato, oggetto non già di potere autorizzatorio bensì di potere di controllo del Comune.
Da quanto esposto consegue che l’intervento di cui al permesso di costruire n. 8016/2002 è da qualificarsi come di “ristrutturazione edilizia”, in ciò condividendo, con le precisazioni fin qui effettuate (e con i limiti indicati), quanto affermato dalla sentenza impugnata, con conseguente infondatezza e reiezione del secondo motivo di appello (sub lett. b) dell’esposizione in fatto) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 02.02.2017 n. 443 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2017

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 30, lett. a), del d.l. n. 69 del 2013 convertito con l. 08.08.2013 n. 98 ha avuto il solo effetto, all’insegna dell’incentivazione delle attività edilizia di ristrutturazione, di dilatare la nozione di ristrutturazione edilizia attuabile mediante d.i.a. e poi s.c.i.a., fino a comprendervi la demolizione e successiva ricostruzione con la stessa volumetria ma con sagoma diversa e gli interventi di ricostruzione di immobili già demoliti o crollati se sia possibile accertarne la preesistente consistenza.
Ha poi precisato che relativamente agli immobili sottoposti ai vincoli di tutela di cui al d.lgs. n. 42 del 2004, gli interventi di demolizione e ricostruzione e quelli di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono ristrutturazione edilizia solo ove sia rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente; il rispetto della sagoma rimane quindi ancora necessario, per rientrare nell’alveo della ristrutturazione edilizia assoggettata a s.c.i.a, per gli edifici esistenti su aree sottoposte ai vincoli di cui al Codice dei beni culturali e del paesaggio.
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La riforma di cui al c.d. decreto del fare ha operato solo sul piano della definizione della categoria edilizia della ristrutturazione e sul correlativo livello del regime edilizio cui la stessa è assoggettata, che resta quello della s.c.i.a. se viene conservata la stessa sagoma dell’immobile preesistente allorché l’immobile modificato insista su area vincolata ovvero, in caso di immobile sito in area non vincolata, malgrado sia modificata la sagoma stessa pur rimanendo inalterata la volumetria ovvero, nel caso di interventi di ripristino di edifici già crollati o demoliti, allorché, pur modificandosene la sagoma, sia possibile accertarne la preesistente consistenza.
Invero, l’art. 30, co. 1, lett. a), del d.lgs. n. 69 del 2013 testualmente dispone “a) all'articolo 3, comma 1, lettera d), ultimo periodo, le parole: «e sagoma» sono soppresse e dopo la parola "antisismica" sono aggiunte le seguenti: «nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente»".
La novella è quindi intervenuta unicamente a modificare la definizione di ristrutturazione edilizia riportata all’art. 3, lett. d), del Testo unico sull’edilizia; correlativamente, la lett. c) del medesimo comma 1 dell’art. 30 in disamina, ha operato la modifica dell’art. 10 del Testo unico, dedicato alla indicazione degli interventi edilizi assoggettati a permesso di costruire, stabilendo infatti che “c) all'articolo 10, comma 1, lettera c) le parole: "della sagoma," sono soppresse; dopo le parole «comportino mutamenti della destinazione d'uso» sono aggiunte le seguenti: «, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni»".
A seguito della modifica dell’art. 10 del D.P.R. n. 380 del 2001 sono quindi interventi soggetti a permesso di costruire, “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti e delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A comportino mutamenti della destinazione d’uso, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni”.
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Che questo sia il portato della modifica degli artt. 3, lett. d) e 10, lett. c), del D.P.R. n. 380 del 2001 è confermato dalla giurisprudenza della Cassazione penale, secondo la quale “Anche in seguito alle modifiche introdotte dall'art. 30 d.l. 21.06.2013 n. 69 (c.d. "decreto del fare"), conv. nella l. 09.08.2013 n. 98, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti per i quali non sia possibile accertare la preesistente consistenza non sono qualificabili come ristrutturazione edilizia ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. d), t.u. edilizia, e sono assoggettati al regime del permesso di costruire, fermo restando che con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del d.lgs. n. 42 del 2004 s.m.i., i medesimi interventi non sono assimilabili alla ristrutturazione edilizia ove non sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”, ulteriormente precisando che “gli interventi di "
ristrutturazione edilizia", consistenti nel ripristino o nella ricostruzione di edifici o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, debbono ritenersi assoggettati a permesso di costruire se non è possibile accertare la preesistente volumetria delle opere che, qualora ricadono in zona paesaggisticamente vincolata, hanno l'obbligo di rispettare anche la precedente sagoma dell'edificio, e, invece, alla procedura semplificata della SCIA, se si tratta di opere che non rientrano in zona paesaggisticamente vincolata e rispettano la preesistente volumetria, anche quando implicano una modifica della sagoma dell'edificio”.
Anche il giudice amministrativo ha precisato che “Ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. d), d.P.R. 06.06.2001 n. 380, come modificato dall'art. 30, comma 1, lett. a), d.l. 21.06.2013 n. 69, convertito nella l. 09.08.2013 n. 98, costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia anche quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, mediante la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza, con inderogabilità soltanto della preesistente volumetria mentre può essere modificata la sagoma anteriore, tranne che non si tratti di immobili sottoposti a vincolo paesistico ex d.lgs. 22.01.2004 n. 42”.
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3. Ad avviso del Collegio la censura è infondata e va disattesa.
L’art. 30, lett. a), del d.l. n. 69 del 2013 convertito con l. 08.08.2013 n. 98 ha una portata precettiva più limitata rispetto a quella pretesa dalla ricorrente, avendo avuto il solo effetto, all’insegna dell’incentivazione delle attività edilizia di ristrutturazione, di dilatare la nozione di ristrutturazione edilizia attuabile mediante d.i.a. e poi s.c.i.a., fino a comprendervi la demolizione e successiva ricostruzione con la stessa volumetria ma con sagoma diversa e gli interventi di ricostruzione di immobili già demoliti o crollati se sia possibile accertarne la preesistente consistenza.
Ha poi precisato che relativamente agli immobili sottoposti ai vincoli di tutela di cui al d.lgs. n. 42 del 2004, gli interventi di demolizione e ricostruzione e quelli di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono ristrutturazione edilizia solo ove sia rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente; il rispetto della sagoma rimane quindi ancora necessario, per rientrare nell’alveo della ristrutturazione edilizia assoggettata a s.c.i.a, per gli edifici esistenti su aree sottoposte ai vincoli di cui al Codice dei beni culturali e del paesaggio.
3.1. La riforma di cui al c.d. decreto del fare ha cioè operato solo sul piano della definizione della categoria edilizia della ristrutturazione e sul correlativo livello del regime edilizio cui la stessa è assoggettata, che resta quello della s.c.i.a. se viene conservata la stessa sagoma dell’immobile preesistente allorché l’immobile modificato insista su area vincolata ovvero, in caso di immobile sito in area non vincolata, malgrado sia modificata la sagoma stessa pur rimanendo inalterata la volumetria ovvero, nel caso di interventi di ripristino di edifici già crollati o demoliti, allorché, pur modificandosene la sagoma, sia possibile accertarne la preesistente consistenza.
Invero, l’art. 30, co. 1, lett. a), del d.lgs. n. 69 del 2013 testualmente dispone “a) all'articolo 3, comma 1, lettera d), ultimo periodo, le parole: «e sagoma» sono soppresse e dopo la parola "antisismica" sono aggiunte le seguenti: «nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente»".
La novella è quindi intervenuta unicamente a modificare la definizione di ristrutturazione edilizia riportata all’art. 3, lett. d), del Testo unico sull’edilizia; correlativamente, la lett. c) del medesimo comma 1 dell’art. 30 in disamina, ha operato la modifica dell’art. 10 del Testo unico, dedicato alla indicazione degli interventi edilizi assoggettati a permesso di costruire, stabilendo infatti che “c) all'articolo 10, comma 1, lettera c) le parole: "della sagoma," sono soppresse; dopo le parole «comportino mutamenti della destinazione d'uso» sono aggiunte le seguenti: «, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni»".
A seguito della modifica dell’art. 10 del D.P.R. n. 380 del 2001 sono quindi interventi soggetti a permesso di costruire, “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti e delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A comportino mutamenti della destinazione d’uso, nonché gli interventi che comportino modificazioni della sagoma di immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni”.
3.2. Che questo sia il portato della modifica degli artt. 3, lett. d) e 10, lett. c), del D.P.R. n. 380 del 2001 è confermato dalla giurisprudenza della Cassazione penale, secondo la quale “Anche in seguito alle modifiche introdotte dall'art. 30 d.l. 21.06.2013 n. 69 (c.d. "decreto del fare"), conv. nella l. 09.08.2013 n. 98, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti per i quali non sia possibile accertare la preesistente consistenza non sono qualificabili come ristrutturazione edilizia ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. d), t.u. edilizia, e sono assoggettati al regime del permesso di costruire, fermo restando che con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del d.lgs. n. 42 del 2004 s.m.i., i medesimi interventi non sono assimilabili alla ristrutturazione edilizia ove non sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”, ulteriormente precisando che “gli interventi di "ristrutturazione edilizia", consistenti nel ripristino o nella ricostruzione di edifici o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, debbono ritenersi assoggettati a permesso di costruire se non è possibile accertare la preesistente volumetria delle opere che, qualora ricadono in zona paesaggisticamente vincolata, hanno l'obbligo di rispettare anche la precedente sagoma dell'edificio, e, invece, alla procedura semplificata della SCIA, se si tratta di opere che non rientrano in zona paesaggisticamente vincolata e rispettano la preesistente volumetria, anche quando implicano una modifica della sagoma dell'edificio” (Cassazione penale, Sez. III, 03/06/2014, n. 40342).
Anche il giudice amministrativo ha precisato che “Ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. d), d.P.R. 06.06.2001 n. 380, come modificato dall'art. 30, comma 1, lett. a), d.l. 21.06.2013 n. 69, convertito nella l. 09.08.2013 n. 98, costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia anche quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, mediante la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza, con inderogabilità soltanto della preesistente volumetria mentre può essere modificata la sagoma anteriore, tranne che non si tratti di immobili sottoposti a vincolo paesistico ex d.lgs. 22.01.2004 n. 42” (TAR Basilicata, 11.09.2014, n. 642) (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 11.01.2017 n. 291 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2016

EDILIZIA PRIVATA: La ristrutturazione edilizia presuppone come elemento indispensabile la preesistenza del fabbricato nella consistenza e con le caratteristiche planivolumetriche ed architettoniche proprie del manufatto che si vuole ricostruire.
Non è sufficiente che si dimostri che un immobile in parte poi crollato o demolito è esistente, ma è necessario che si dimostri oltre all’an anche il quantum e cioè l’esatta consistenza dell'immobile preesistente del quale si chiede la ricostruzione.
Occorre, quindi, la possibilità di procedere, con un sufficiente grado di certezza, alla ricognizione degli elementi strutturali dell’edificio, in modo tale che, seppur non necessariamente “abitato” o “abitabile”, esso possa essere comunque individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione (in casi analoghi la giurisprudenza ha preteso che l’immobile esista quanto meno in quelle strutture essenziali che, assicurandogli un minimo di consistenza, possano farlo giudicare presente nella realtà materiale).
Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza, la c.d. demo-ricostruzione –ovvero un’incisiva forma di recupero di preesistenze comunque assimilabile alla ristrutturazione edilizia– tradizionalmente pretende la pressoché fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello già esistente, dalla cui strutturale identificabilità, come organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, non si può dunque, in ogni caso, prescindere.
L'attività di ricostruzione di ruderi è stata invece concordemente considerata, a tutti gli effetti, realizzazione di una nuova costruzione, avendo questi perduto i caratteri dell’entità urbanisitco-edilizia originaria sia in termini strutturali che funzionali.
Sicché, nulla rileva che, attraverso complesso attività tecniche, si riesca a risalire all’originaria consistenza dell’edificio, considerato che quest’ultimo non esista più come entità edilizia nell’attualità e dunque la sua ricostruzione si configura, comunque, come una nuova costruzione.
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11. Infondato, infine, il motivo di appello diretto a sostenere che la ricostruzione del rudere sia intervento qualificabile come ristrutturazione edilizia tutte le volte in cui sia possibile risalire comunque alla originaria consistenza del manufatto.
La ristrutturazione edilizia presuppone come elemento indispensabile la preesistenza del fabbricato nella consistenza e con le caratteristiche planivolumetriche ed architettoniche proprie del manufatto che si vuole ricostruire (Cons. Stato Sez. IV 15.09.2006 n. 5375).
Non è sufficiente che si dimostri che un immobile in parte poi crollato o demolito è esistente, ma è necessario che si dimostri oltre all’an anche il quantum e cioè l’esatta consistenza dell'immobile preesistente del quale si chiede la ricostruzione.
Occorre, quindi, la possibilità di procedere, con un sufficiente grado di certezza, alla ricognizione degli elementi strutturali dell’edificio, in modo tale che, seppur non necessariamente “abitato” o “abitabile”, esso possa essere comunque individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione (in casi analoghi la giurisprudenza ha preteso che l’immobile esista quanto meno in quelle strutture essenziali che, assicurandogli un minimo di consistenza, possano farlo giudicare presente nella realtà materiale: Cons. Stato, sez. V, 21.10.2014, n. 5174; Cons. Stato, V, 15.03.1990, n. 293 e 20.12.1985, n. 485).
Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza, la c.d. demo-ricostruzione –ovvero un’incisiva forma di recupero di preesistenze comunque assimilabile alla ristrutturazione edilizia– tradizionalmente pretende la pressoché fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello già esistente, dalla cui strutturale identificabilità, come organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, non si può dunque, in ogni caso, prescindere (Cons. Stato, sez. V, 10.02.2004, n. 475).
L'attività di ricostruzione di ruderi è stata invece concordemente considerata, a tutti gli effetti, realizzazione di una nuova costruzione (cfr. Cass. pen. 20.02.2001, n. 13982; Cons. Stato, V, 01.12.1999, n. 2021), avendo questi perduto i caratteri dell’entità urbanisitco-edilizia originaria sia in termini strutturali che funzionali.
Sicché, come correttamente ha rilevato la sentenza appellata, a nulla rileva che, attraverso complesso attività tecniche, si riesca a risalire all’originaria consistenza dell’edificio, considerato che quest’ultimo non esista più come entità edilizia nell’attualità e dunque la sua ricostruzione si configura, comunque, come una nuova costruzione.
Non risulta dirimente, in senso contrario il richiamo fatto dall’appellante all’art. 7, comma 8-bis, della legge regionale Campania n. 19 del 2009, ai sensi del quale “E’ consentito il recupero edilizio […] in deroga agli strumenti urbanistici vigenti, mediante intervento di ricostruzione in sito, di edifici diruti e ruderi, purché sia comprovata la preesistenza […] nonché la consistenza e l’autonomia funzionale, con obbligo di destinazione del manufatto ad edilizia residenziale […]”.
La norma non è applicabile al caso di specie, in quanto l’immobile oggetto della presente controversia non viene ricostruito in sito (ma è delocalizzato rispetto all’originaria aria di sedime) ed inoltre non è destinato ad edilizia residenza ma a bar gelateria. In relazione a tale circostanza ostativa all’applicazione della norma peraltro l’appello non contiene specifiche censure.
12. Alla luce delle considerazioni che precedono l’appello deve, pertanto, essere respinto (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.12.2016 n. 5106 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

novembre 2016

EDILIZIA PRIVATA: Stabilisce l’art. 3, comma 1, lett. d), del d.P.R. n. 380 del 2001 che rientrano nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia quelli consistenti nella demolizione e, successiva, ricostruzione, con la stessa volumetria, del fabbricato preesistente.
La norma è il risultato di una recente modifica introdotta dall’articolo 30, comma 1, lett. a), del decreto legge 21.06.2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito, con modificazioni, dalla legge 09.08.2013, n. 98.
Prima di questa modifica, la disposizione specificava che, per poter essere considerati ristrutturazione edilizia, gli interventi di demolizione e ricostruzione dovevano rispettare il vincolo della sagoma. La nuova norma, a differenza della precedente, non fa più menzione della sagoma; sicché deve ritenersi che, attualmente, possono considerarsi interventi di ristrutturazione anche quelli che si limitano al rispetto della preesistente volumetria.
Sennonché, l’ultimo periodo della disposizione specifica a sua volta che “Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione […] costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Come si vede, questa norma prevede un’eccezione alla regola generale sancita dal primo periodo della lett. d), eccezione che riguarda specificamente i beni ricadenti in aree sottoposte a vincolo ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Per questi immobili, dunque, continua a permanere il vincolo della sagoma; pertanto, qualora l’intervento di demolizione e ricostruzione ricada in area vincolata ed ecceda il limite della sagoma, esso non potrà qualificarsi alla stregua di intervento di ristrutturazione edilizia, ma andrà ascritto alla categoria della nuova costruzione.
E’ opinione del Collegio che, vista la genericità della previsione, non possano operarsi distinzioni a seconda della fonte e della natura del vincolo; ne consegue che essa si applicherà anche nei casi di beni vincolati ai sensi della Parte terza del Codice dei beni culturali e del paesaggio, nonché nei casi in cui detti vincoli comportino un regime di inedificabilità non già assoluta ma solo relativa.

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Nella fattispecie, proprio perché trattasi intervento di nuova costruzione, e non di intervento di ristrutturazione edilizia, esso avrebbe dovuto rispettare le norme sulle distanze.
In realtà, la qualificazione giuridica dell’intervento non sempre è decisiva per stabilire quando si imponga il rispetto delle succitate norme.
Va difatti evidenziato che la giurisprudenza sembra più che altro far riferimento al grado di innovatività della nuova opera rispetto alla precedente: la deroga è, in particolare, ammessa quando si tratti di interventi che comportino il recupero di un bene esistente già collocato a distanza inferiore a quella legale.
Quando invece l’intervento, in ragione dell'entità delle modifiche apportate al fabbricato, renda l'opera realizzata nel suo complesso oggettivamente diversa da quella preesistente, l’osservanza delle disposizioni sulle distanze recate dall’articolo 9 del d.m. n. 1444 del 1968 si rende comunque necessaria, e ciò in ragione dell’interesse protetto da dette disposizioni volte alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, che potrebbero venire irrimediabilmente compromesse dalla creazione di malsane intercapedini.
In base a questo orientamento, dunque, anche gli interventi ristrutturazione edilizia che determinano la creazione di un fabbricato del tutto diverso debbono essere realizzati nel rispetto delle norme dettate in materia di distanze.
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Il nuovo fabbricato (demolizione con successiva ricostruzione) è del tutto diverso dal precedente. Da ciò discende che, in applicazione dei principi sopra illustrati, la sua realizzazione avrebbe dovuto effettuarsi nel rispetto delle distanze legali imposte dall'articolo 9 del d.m. n. 1444 del 1968.
Nel caso concreto, tali prescrizioni non sono state rispettate, in quanto è pacifico che l’immobile ricostruito è collocato ad una distanza inferiore a dieci metri dalla parete finestrata dell’edificio di proprietà della ricorrente e a meno di cinque metri dal confine.
A contrario non vale dedurre che è solo la parte dell’immobile ricostruita sulla sagoma preesistente (quella collocata al piano terra) a non rispettare le norme sulle distanze, mentre la parte che si discosta dalla preesistente sagoma è stata realizzata nello scrupoloso rispetto delle predette norme.
Va difatti osservato che, una volta stabilito che l’opera realizzata è completamente diversa da quella preesistente, essa deve rispettare nella sua interezza le suddette disposizioni, non potendosi, a parere del Collegio, effettuare valutazioni parcellizzate riguardanti le singole porzioni.
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9. Esaurita la trattazione delle questioni preliminari, può ora passarsi all’esame del merito del ricorso.
10. Con il primo motivo, la ricorrente sostiene che l’intervento oggetto della DIA del 30.01.2014 andrebbe qualificato non già come ristrutturazione edilizia, ma come intervento di nuova costruzione. E ciò sia in applicazione dell’articolo 3, comma 1, lett. d), del d.P.R. n. 380 del 2001, in quanto trattasi di intervento di demolizione e ricostruzione, con sagoma diversa, di un immobile situato in area vincolata ai sensi del decreto legislativo n. 42 del 2004; sia perché trattasi di intervento di sostituzione edilizia da ricondurre, ai sensi dell’articolo 27, comma 1, lett. e), punto 7-bis, della legge regionale n. 12 del 2005, proprio alla categoria della nuova costruzione.
L’Amministrazione –che ha invece qualificato l’intervento come ristrutturazione edilizia– sarebbe dunque incorsa in un evidente errore che determinerebbe l’illegittimità degli atti impugnati.
Questa censura viene ripresa e sviluppata nel primo motivo dei motivi aggiunti (rubricato sub 5), nel quale la ricorrente ribadisce che l’intervento di cui è causa andrebbe correttamente ascritto alla categoria della nuova costruzione.
La parte evidenzia che nessun rilievo, ai fini della qualificazione, potrebbe avere la circostanza –evidenziata nella nota del Commissario prefettizio del Comune di Sant’Angelo Lodigiano– che l’area in cui è collocato l’immobile non rientra fra quelle previste e disciplinate dalla Parte I (rectius: nella Parte II, dedicata ai “Beni culturali”) del Codice dei beni culturali e del paesaggio, così come nessun rilievo potrebbe avere la circostanza che non trattasi di vincolo assoluto ma relativo. Secondo la ricorrente, infatti, l’articolo 3, comma 1, lett. d), del d.P.R. n. 380 del 2001 escluderebbe genericamente la possibilità di ascrivere alla categoria della ristrutturazione edilizia tutti gli interventi che consistono nella demolizione e nella successiva ricostruzione di immobili ricadenti in aree sottoposte a vincolo ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004, senza operare distinzione alcuna in ordine alla fonte ed alla natura del vincolo.
Né a dire della parte potrebbe avere rilievo il fatto che il Soprintendente abbia espresso parere positivo alla realizzazione dell’intervento, giacché non è compito di tale organo operare la qualificazione dell’intervento stesso sotto il profilo prettamente urbanistico.
Le censure appena illustrate sono strettamente connesse con quelle contenute nel terzo motivo del ricorso introduttivo e nei motivi sub 6) e 7) dei motivi aggiunti, per mezzo delle quali la ricorrente deduce che la non corretta qualificazione dell’intervento ha indotto il Comune a non ritenere violate le norme sulle distanze fra pareti finestrate e quelle sulle distanze dai confini sancite dall’articolo 9 del d.m. n. 1444 del 1968 e dall’art. 24 delle NTA del PGT.
Secondo la parte, infatti, una volta ascritto l’intervento di cui è causa alla categoria della nuova costruzione, imprescindibile sarebbe il dovuto rispetto delle suindicate norme, derogabili solo per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio esistente. Rileva in subordine la ricorrente che, anche se si dovesse ascrivere l’intervento di cui è causa alla categoria della ristrutturazione edilizia, cionondimeno le norme sulle distanze di cui al citato articolo 9 del d.m. n. 1444 del 1968 andrebbero, nel caso concreto, comunque rispettate.
10.1 In proposito il Collegio osserva quanto segue.
Stabilisce l’articolo 3, comma 1, lett. d), del d.P.R. n. 380 del 2001 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) che rientrano nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia quelli consistenti nella demolizione e, successiva, ricostruzione, con la stessa volumetria, del fabbricato preesistente.
La norma è il risultato di una recente modifica introdotta dall’articolo 30, comma 1, lett. a), del decreto legge 21.06.2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito, con modificazioni, dalla legge 09.08.2013, n. 98.
Prima di questa modifica, la disposizione specificava che, per poter essere considerati ristrutturazione edilizia, gli interventi di demolizione e ricostruzione dovevano rispettare il vincolo della sagoma. La nuova norma, a differenza della precedente, non fa più menzione della sagoma; sicché deve ritenersi che, attualmente, possono considerarsi interventi di ristrutturazione anche quelli che si limitano al rispetto della preesistente volumetria.
Sennonché, l’ultimo periodo della disposizione specifica a sua volta che “Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione […] costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell'edificio preesistente”.
Come si vede, questa norma prevede un’eccezione alla regola generale sancita dal primo periodo della lett. d), eccezione che riguarda specificamente i beni ricadenti in aree sottoposte a vincolo ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Per questi immobili, dunque, continua a permanere il vincolo della sagoma; pertanto, qualora l’intervento di demolizione e ricostruzione ricada in area vincolata ed ecceda il limite della sagoma, esso non potrà qualificarsi alla stregua di intervento di ristrutturazione edilizia, ma andrà ascritto alla categoria della nuova costruzione.
E’ opinione del Collegio che, vista la genericità della previsione, non possano operarsi distinzioni a seconda della fonte e della natura del vincolo; ne consegue che essa si applicherà anche nei casi di beni vincolati ai sensi della Parte terza del Codice dei beni culturali e del paesaggio, nonché nei casi in cui detti vincoli comportino un regime di inedificabilità non già assoluta ma solo relativa.
L’interpretazione della norma in esame, condotta sulla base della sua lettera, porta dunque a ritenere che l’intervento di cui è causa –che incide su un’area soggetta a vincolo paesaggistico (cfr. doc. 8 di parte ricorrente) e che pacificamente non rispetta il limite della sagoma preesistente– va correttamente qualificato come intervento di nuova costruzione.
10.2 A questo punto, va però evidenziato che la non corretta qualificazione dell’intervento non è di per sé rilevante ai fini della valutazione della legittimità del provvedimento impugnato, in quanto ciò che rileva sono le conseguenze che da tale qualificazione si traggono in termini di disciplina applicabile.
Potrebbe dunque rilevare il fatto che, proprio perché trattasi intervento di nuova costruzione, e non di intervento di ristrutturazione edilizia, esso avrebbe dovuto rispettare le norme sulle distanze.
Il Collegio deve tuttavia osservare che, in realtà, la qualificazione giuridica dell’intervento non sempre è decisiva per stabilire quando si imponga il rispetto delle succitate norme.
Va difatti evidenziato che la giurisprudenza sembra più che altro far riferimento al grado di innovatività della nuova opera rispetto alla precedente: la deroga è, in particolare, ammessa quando si tratti di interventi che comportino il recupero di un bene esistente già collocato a distanza inferiore a quella legale. Quando invece l’intervento, in ragione dell'entità delle modifiche apportate al fabbricato, renda l'opera realizzata nel suo complesso oggettivamente diversa da quella preesistente, l’osservanza delle disposizioni sulle distanze recate dall’articolo 9 del d.m. n. 1444 del 1968 si rende comunque necessaria, e ciò in ragione dell’interesse protetto da dette disposizioni volte alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, che potrebbero venire irrimediabilmente compromesse dalla creazione di malsane intercapedini. In base a questo orientamento, dunque, anche gli interventi ristrutturazione edilizia che determinano la creazione di un fabbricato del tutto diverso debbono essere realizzati nel rispetto delle norme dettate in materia di distanze (cfr. Cass. civ., Sez. II, 03.03.2008, n. 5741; Cons. Stato, Sez. IV, 12.06.2014, n. 2995; Id. 12.07.2002, n. 3929; TAR Sardegna, Sez. II, 05.07.2016, n. 566).
10.3 Per dare soluzione alla presente controversia si può pertanto prescindere dalla qualificazione giuridica dell’intervento; e ciò anche perché, nel caso concreto, si potrebbe discutere se –una volta appurato che l’intervento di cui è causa rientra senz’altro nella categoria della nuova costruzione– sia giustificato riservare ad esso un trattamento differenziato in materia di norme sulle distanze rispetto agli interventi del tutto analoghi che ricadono in aree non vincolate (e che per questo unico motivo sono ascrivibili alla categoria della ristrutturazione edilizia), tenuto conto che, come si è detto, le predette norme hanno una finalità (quella di preservare la salubrità dei luoghi) che appare del tutto neutra in rapporto all’interesse volto alla tutela paesaggistica.
10.4 Ciò premesso si deve rilevare che, nel caso specifico, non è contestato (cfr. docc. 9, 13, 14, 15 e 16 di parte ricorrente) che l’intervento oggetto della DIA del 30.01.2014 ha comportato:
   a) la demolizione di un edificio che –seppur, a seguito del rilascio del permesso di costruire del 18.12.2012, risultava destinato a funzioni residenziali– conservava ancora nel concreto le caratteristiche strutturali di un immobile adibito a deposito e fienile (il suddetto permesso di costruire ha infatti assentito un mutamento di destinazione d’uso meramente funzionale);
   b) la conseguente ricostruzione di un fabbricato, con sagoma diversa, avente funzione residenziale ed ospitante ben cinque unità abitative.
Il nuovo fabbricato è, quindi, del tutto diverso dal precedente. Da ciò discende che, in applicazione dei principi sopra illustrati, la sua realizzazione avrebbe dovuto effettuarsi nel rispetto delle distanze legali imposte dall'articolo 9 del d.m. n. 1444 del 1968.
Nel caso concreto, tali prescrizioni non sono state rispettate, in quanto è pacifico che l’immobile ricostruito è collocato ad una distanza inferiore a dieci metri dalla parete finestrata dell’edificio di proprietà della ricorrente e a meno di cinque metri dal confine.
A contrario non vale dedurre che è solo la parte dell’immobile ricostruita sulla sagoma preesistente (quella collocata al piano terra) a non rispettare le norme sulle distanze, mentre la parte che si discosta dalla preesistente sagoma è stata realizzata nello scrupoloso rispetto delle predette norme.
Va difatti osservato che, una volta stabilito che l’opera realizzata è completamente diversa da quella preesistente, essa deve rispettare nella sua interezza le suddette disposizioni, non potendosi, a parere del Collegio, effettuare valutazioni parcellizzate riguardanti le singole porzioni (cfr., sul punto, Cons. Stato, Sez. IV, 12.02.2013, n. 844).
10.5 Per tutte queste ragioni, le censure in esame meritano condivisione
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.11.2016 n. 2274 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le conclusioni valutative del C.T.U. non possono in alcun modo vincolare il Collegio sul piano giuridico.
Vale sul punto rammentare l'insegnamento giurisprudenziale secondo il quale le perizie giurate depositate non sono dotate di efficacia probatoria assoluta, potendo il giudice discostarsi dalla risultanze in esse contenute sempre che ne motivi adeguatamente la forza probatoria che intende loro assegnare.
A maggior ragione è possibile discostarsi dalle valutazioni giuridiche espresse (impropriamente) dal CTU, dovendo le stesse essere attentamente vagliate in sede di decisione ed il cui apprezzamento è affidato alla valutazione discrezionale del giudice; anzi, l’organo decidente non è obbligato affatto a tenerne conto e, per converso, ove ritenga di farvi riferimento, deve autonomamente dare conto del percorso logico-giuridico adottato.

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L'art. 10, 1° comma - lett. c), del T.U. n. 380/2001, come modificato dal D.Lgs. n. 301/2002, assoggetta a permesso di costruire quegli interventi di ristrutturazione edilizia «che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici», ovvero si connettano a mutamenti di destinazione d'uso, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A). Di converso l'art. 22, 3° comma - lett. a), dello stesso T.U., come modificato dal D.Lgs. n. 301/2002, prevede, però, che -a scelta dell'interessato- tali interventi possono essere realizzati anche in base a semplice denunzia di inizio attività.
Dalla lettura combinata delle due disposizioni emerge che sono sempre realizzabili previa mera denunzia di inizio dell'attività le ristrutturazioni edilizie di portata minore: quelle, cioè, che determinano una semplice modifica dell'ordine in cui sono disposte le diverse parti che compongono la costruzione, in modo che, pur risultando complessivamente innovata, questa conserva la sua iniziale consistenza urbanistica (diverse da quelle, descritte nell'art. 10, 1° comma — lett. c, che possono incidere sul carico urbanistico).
Il T.U. n. 380/2001 ha introdotto, in sostanza, uno sdoppiamento della categoria delle ristrutturazioni edilizie come disciplinata, in precedenza, dall'art. 31, 1° comma — lett. d), della legge n. 457/1978, riconducendo ad essa anche interventi che ammettono integrazioni funzionali e strutturali dell'edificio esistente, pure con incrementi limitati di superficie e di volume. Ed invero, a seguito della novella del 2002, pur essendo stato eliminato il riferimento alla "fedele" ricostruzione, resta inteso che la ricostruzione a seguito di demolizione costituisce ristrutturazione se il risultato finale coincide nella volumetria e nella sagoma con il preesistente edificio demolito; mentre l'identità della volumetria e della sagoma non costituisce, invece, un limite per gli interventi di ristrutturazione che non comportino la previa demolizione dell'edificio.
Dunque la ristrutturazione edilizia non è necessariamente vincolata al rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'edificio esistente e differisce sia dalla manutenzione straordinaria (che non può comportare aumento della superficie utile o del numero delle unità immobiliari, né modifica della sagoma o mutamento della destinazione d'uso) sia dal restauro e risanamento conservativo (che non può modificare in modo sostanziale l'assetto edilizio preesistente e consente soltanto variazioni d'uso "compatibili" con l'edificio conservato).
Deve ritenersi, però, che le modifiche del "volume", ora previste dall'art. 10 del T.U., possono consistere in diminuzioni o traslazioni dei volumi preesistenti ed in incrementi volumetrici modesti, poiché, qualora si ammettesse la possibilità di un sostanziale ampliamento dell'edificio, verrebbe meno la linea di distinzione tra "ristrutturazione edilizia" e "nuova costruzione".
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5a - Passando al merito, va osservato che la Sezione si è già pronunziata sui ricorsi relativi alla medesima fattispecie con sentenze 25.10.2016 n. 4920 e 28.10.2016 n. 5009. A tali pronunce, involgenti le medesime problematiche giuridiche sottese al presente ricorso, si opereranno ampi riferimenti nel prosieguo di questa decisione.
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6b - Il Collegio ritiene che il meccanismo di traslazione volumetrica, accertato dal CTU e quantificato secondo gli analitici calcoli eseguiti nella perizia, non possa essere addotto a giustificazione delle cospicue volumetrie configurate al nono piano e parte dell’ottavo, con conseguenti aumenti di superficie.
Al riguardo va ribadito che le conclusioni valutative del consulente tecnico non possono in alcun modo vincolare il Collegio sul piano giuridico. Vale sul punto rammentare l'insegnamento giurisprudenziale secondo il quale le perizie giurate depositate non sono dotate di efficacia probatoria assoluta, potendo il giudice discostarsi dalla risultanze in esse contenute sempre che ne motivi adeguatamente la forza probatoria che intende loro assegnare (Tar Lazio, sez. III-quater, 23.01.2014 n. 855; in argomento anche Cons. Stato, sez. IV, 24.04.2009 n. 2579).
A maggior ragione è possibile discostarsi dalle valutazioni giuridiche espresse (impropriamente) dal CTU, dovendo le stesse essere attentamente vagliate in sede di decisione ed il cui apprezzamento è affidato alla valutazione discrezionale del giudice; anzi, l’organo decidente non è obbligato affatto a tenerne conto e, per converso, ove ritenga di farvi riferimento, deve autonomamente dare conto del percorso logico-giuridico adottato.
Vale premettere che l'art. 10, 1° comma - lett. c), del T.U. n. 380/2001, come modificato dal D.Lgs. n. 301/2002, assoggetta a permesso di costruire quegli interventi di ristrutturazione edilizia «che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici», ovvero si connettano a mutamenti di destinazione d'uso, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A). Di converso l'art. 22, 3° comma - lett. a), dello stesso T.U., come modificato dal D.Lgs. n. 301/2002, prevede, però, che -a scelta dell'interessato- tali interventi possono essere realizzati anche in base a semplice denunzia di inizio attività.
Dalla lettura combinata delle due disposizioni emerge che sono sempre realizzabili previa mera denunzia di inizio dell'attività le ristrutturazioni edilizie di portata minore: quelle, cioè, che determinano una semplice modifica dell'ordine in cui sono disposte le diverse parti che compongono la costruzione, in modo che, pur risultando complessivamente innovata, questa conserva la sua iniziale consistenza urbanistica (diverse da quelle, descritte nell'art. 10, 1° comma — lett. c, che possono incidere sul carico urbanistico).
Il T.U. n. 380/2001 ha introdotto, in sostanza, uno sdoppiamento della categoria delle ristrutturazioni edilizie come disciplinata, in precedenza, dall'art. 31, 1° comma — lett. d), della legge n. 457/1978, riconducendo ad essa anche interventi che ammettono integrazioni funzionali e strutturali dell'edificio esistente, pure con incrementi limitati di superficie e di volume. Ed invero, a seguito della novella del 2002, pur essendo stato eliminato il riferimento alla "fedele" ricostruzione, resta inteso che la ricostruzione a seguito di demolizione costituisce ristrutturazione se il risultato finale coincide nella volumetria e nella sagoma con il preesistente edificio demolito; mentre l'identità della volumetria e della sagoma non costituisce, invece, un limite per gli interventi di ristrutturazione che non comportino la previa demolizione dell'edificio.
Dunque la ristrutturazione edilizia non è necessariamente vincolata al rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'edificio esistente e differisce sia dalla manutenzione straordinaria (che non può comportare aumento della superficie utile o del numero delle unità immobiliari, né modifica della sagoma o mutamento della destinazione d'uso) sia dal restauro e risanamento conservativo (che non può modificare in modo sostanziale l'assetto edilizio preesistente e consente soltanto variazioni d'uso "compatibili" con l'edificio conservato).
Deve ritenersi, però, che le modifiche del "volume", ora previste dall'art. 10 del T.U., possono consistere in diminuzioni o traslazioni dei volumi preesistenti ed in incrementi volumetrici modesti, poiché, qualora si ammettesse la possibilità di un sostanziale ampliamento dell'edificio, verrebbe meno la linea di distinzione tra "ristrutturazione edilizia" e "nuova costruzione" (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 14.11.2016 n. 5248 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa definizione delle categorie di interventi edilizi a cui si collega il regime dei titoli abilitativi costituisce principio fondamentale della materia concorrente del «governo del territorio», vincolando la legislazione regionale di dettaglio.
Cosicché, pur non essendo precluso al legislatore regionale di esemplificare gli interventi edilizi che rientrano nelle definizioni statali, tale esemplificazione, per essere costituzionalmente legittima, deve essere coerente con le definizioni contenute nel testo unico dell’edilizia. 
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Non è ragionevole ritenere che il legislatore statale abbia reso cedevole l’intera disciplina dei titoli edilizi, spogliandosi del compito, proprio del legislatore dei principi fondamentali della materia, di determinare quali trasformazioni del territorio siano così significative da soggiacere comunque a permesso di costruire. Lo spazio attribuito alla legge regionale si deve quindi sviluppare secondo scelte coerenti con le ragioni giustificatrici che sorreggono, secondo le previsioni dell’art. 6 del d.P.R. n. 380 del 2001, le specifiche ipotesi di sottrazione al titolo abilitativo.
Il limite assegnato al legislatore regionale dall’art. 6, comma 6, lettera a), del d.P.R. n. 380 del 2001 sta, dunque, nella «possibilità di estendere i casi di attività edilizia libera ad ipotesi non integralmente nuove, ma “ulteriori”, ovvero coerenti e logicamente assimilabili agli interventi di cui ai commi 1 e 2 del medesimo art. 6».

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Le regioni possono sì estendere la disciplina statale dell’edilizia libera ad interventi “ulteriori” rispetto a quelli previsti dai commi 1 e 2 dell’art. 6 del TUE, ma non anche differenziarne il regime giuridico, dislocando diversamente gli interventi edilizi tra le attività deformalizzate, soggette a cil e cila.
L’omogeneità funzionale della comunicazione preventiva (asseverata o meno) rispetto alle altre forme di controllo delle costruzioni (permesso di costruire, DIA, SCIA), deve indurre a riconoscere alla norma che la prescrive ‒al pari di quelle che disciplinano i titoli abilitativi edilizi‒ la natura di principio fondamentale della materia del «governo del territorio», in quanto ispirata alla tutela di interessi unitari dell’ordinamento e funzionale a garantire un assetto coerente su tutto il territorio nazionale, limitando le differenziazioni delle legislazioni regionali.
Sicché, è precluso al legislatore regionale di discostarsi dalla disciplina statale e di rendere talune categorie di opere totalmente libere da ogni forma di controllo, neppure indiretto mediante denuncia.

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Secondo la giurisprudenza costituzionale, la definizione delle categorie di interventi edilizi a cui si collega il regime dei titoli abilitativi costituisce principio fondamentale della materia concorrente del «governo del territorio», vincolando la legislazione regionale di dettaglio (sentenza n. 303 del 2003; in seguito, sentenze n. 259 del 2014, n. 171 del 2012; n. 309 del 2011).
Cosicché, pur non essendo precluso al legislatore regionale di esemplificare gli interventi edilizi che rientrano nelle definizioni statali, tale esemplificazione, per essere costituzionalmente legittima, deve essere coerente con le definizioni contenute nel testo unico dell’edilizia. 
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2.2.– Con riguardo al profilo di impugnazione concernente le opere di arredo, va precisato che l’art. 6, comma 3, della legge reg. Liguria n. 12 del 2015 riconduce nella nozione di manutenzione ordinaria ‒e, quindi, al regime giuridico della edilizia libera, ai sensi dell’art. 21, comma 1, lettera a) della legge reg. n. 16 del 2008‒ l’installazione di «elementi di arredo urbano e privato pertinenziali non comportanti creazione di volumetria» (art. 6, comma 2, lettera i, della legge reg. n. 16 del 2008 come novellato).
Nel contempo, l’art. 6, commi 8, secondo trattino, e 11, terzo trattino, della legge reg. Liguria n. 12 del 2015 ha incluso nel novero delle attività edilizie “libere” l’«installazione di opere di arredo pubblico e privato, anche di natura pertinenziale, purché non comportanti creazione di nuove volumetrie, anche interrate» (art. 21, comma 1, lettera i-bis, della legge reg. n. 16 del 2008 come novellato). Le due tipologie di intervento non sembrano presentare significative differenze: né l’utilizzo del termine «elementi» in luogo di «opere», né l’aggiunta dell’esclusione delle volumetrie «anche interrate», appaiono in grado di segnare una apprezzabile diversità dei rispettivi connotati edilizi.
Poiché il Governo lamenta l’illegittima inclusione delle opere in questione tra gli interventi edilizi eseguibili liberamente, senza necessità di titolo abilitativo, occorre verificare se il legislatore regionale, nel precisare l’ambito riservato all’attività edilizia libera, si sia mantenuto nei limiti di quanto gli è consentito.
L’art. 6, comma 6, del TUE prevede che le regioni a statuto ordinario possano estendere tale disciplina a «interventi edilizi ulteriori» (lett. a), nonché disciplinare «le modalità di effettuazione dei controlli» (lett. b). Nel definire i limiti del potere così assegnato alle regioni, questa Corte ha escluso «che la disposizione appena citata permetta al legislatore regionale di sovvertire le “definizioni” di “nuova costruzione” recate dall’art. 3 del d.P.R. n. 380 del 2001» (sentenza n. 171 del 2012).
L’attività demandata alla Regione si inserisce pur sempre nell’ambito derogatorio definito dall’art. 6 del d.P.R. n. 380 del 2001, attraverso la enucleazione di interventi tipici da sottrarre a permesso di costruire e SCIA (segnalazione certificata di inizio attività).
«Non è perciò ragionevole ritenere che il legislatore statale abbia reso cedevole l’intera disciplina dei titoli edilizi, spogliandosi del compito, proprio del legislatore dei principi fondamentali della materia, di determinare quali trasformazioni del territorio siano così significative da soggiacere comunque a permesso di costruire. Lo spazio attribuito alla legge regionale si deve quindi sviluppare secondo scelte coerenti con le ragioni giustificatrici che sorreggono, secondo le previsioni dell’art. 6 del d.P.R. n. 380 del 2001, le specifiche ipotesi di sottrazione al titolo abilitativo» (sentenza n. 139 del 2013).
Il limite assegnato al legislatore regionale dall’art. 6, comma 6, lettera a), del d.P.R. n. 380 del 2001 sta, dunque, nella «possibilità di estendere i casi di attività edilizia libera ad ipotesi non integralmente nuove, ma “ulteriori”, ovvero coerenti e logicamente assimilabili agli interventi di cui ai commi 1 e 2 del medesimo art. 6» (così ancora la sentenza n. 139 del 2013).
Su queste basi, si deve ritenere che il legislatore regionale ligure, nell’includere nel novero delle attività edilizie “libere” l’installazione di opere di arredo privato, anche di natura pertinenziale, purché non comportanti creazione di nuove volumetrie, non abbia esteso i casi di attività edilizia libera a un’ipotesi integralmente nuova, non coerente e logicamente assimilabile agli interventi già previsti ai commi 1 e 2 dell’art. 6 del TUE.
Come si può desumere anche dalla diversa disciplina riservata dallo stesso legislatore regionale alle «opere di sistemazione e di arredo» di natura pertinenziale (art. 17 della legge reg. n. 16 del 2008) assoggettate a DIA “obbligatoria” (ai sensi dell’art. 23 della stessa legge), la tipologia di arredo incluso tra gli interventi non subordinati a titoli abilitativi corrisponde a manufatti che, per le loro caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale, sono destinati a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo, e non sono pertanto idonei a configurare un aumento del volume e della superficie coperta, né ad alterare il prospetto o la sagoma dell’edificio.
Si tratta dunque di opere assimilabili a quelle previste all’art. 6, comma 6, del TUE, che alla lettera e) considera gli «elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici». La legge regionale appare anzi più restrittiva, perché precisa (a differenza della legge statale) che tali opere non possono comportare la creazione di volumetria. Sussiste, tuttavia, un profilo rispetto al quale il legislatore regionale ha ecceduto dalla sfera della competenza concorrente assegnata dall’art. 117, terzo comma, Cost.
Mentre il citato art. 6, comma 2, lettera e), del TUE, subordina gli «elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici» alla previa comunicazione dell’inizio dei lavori da parte dell’interessato al comune, la previsione regionale impugnata accomuna la disciplina dell’arredo su area pertinenziale e di quello sugli spazi “scoperti” dell’edificio, ma non impone per il primo lo stesso onere formale.
Le regioni possono sì estendere la disciplina statale dell’edilizia libera ad interventi “ulteriori” rispetto a quelli previsti dai commi 1 e 2 dell’art. 6 del TUE, ma non anche differenziarne il regime giuridico, dislocando diversamente gli interventi edilizi tra le attività deformalizzate, soggette a cil e cila.
L’omogeneità funzionale della comunicazione preventiva (asseverata o meno) rispetto alle altre forme di controllo delle costruzioni (permesso di costruire, DIA, SCIA), deve indurre a riconoscere alla norma che la prescrive ‒al pari di quelle che disciplinano i titoli abilitativi edilizi‒ la natura di principio fondamentale della materia del «governo del territorio», in quanto ispirata alla tutela di interessi unitari dell’ordinamento e funzionale a garantire un assetto coerente su tutto il territorio nazionale, limitando le differenziazioni delle legislazioni regionali.
Essendo precluso al legislatore regionale di discostarsi dalla disciplina statale e di rendere talune categorie di opere totalmente libere da ogni forma di controllo, neppure indiretto mediante denuncia, l’art. 6 della legge reg. Liguria n. 12 del 2015 deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo limitatamente ai commi 3, 8, secondo trattino, e 11, terzo trattino
(Corte Costituzionale, sentenza 03.11.2016 n. 231).

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 10, comma l, lettera c), del TUE, subordina a permesso di costruire la realizzazione delle opere di ristrutturazione edilizia sugli immobili compresi nelle zone omogenee A, che comportino mutamenti della destinazione d’uso.
Per la stessa tipologia di opere, l’art. 22, comma 3, del TUE consente all’interessato, per ragioni di carattere acceleratorio, di optare per la presentazione della DIA (cosiddetta “super DIA”).
Tale facoltà esaurisce i propri effetti sul piano esclusivamente procedimentale, mentre sul piano sostanziale dei presupposti, nonché su quello penale e contributivo, resta ferma l’applicazione della disciplina dettata per il permesso di costruire.
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5.‒ È fondata anche la questione di legittimità costituzionale dell’art. 6, comma 15, della legge reg. Liguria n. 12 del 2015, nella parte in cui assoggetta obbligatoriamente a DIA gli «interventi [di ristrutturazione edilizia] comportanti mutamenti della destinazione d’uso aventi ad oggetto immobili compresi nelle zone omogenee A o nelle zone o ambiti ad esse assimilabili e non rientranti nei casi di cui al ridetto articolo 21-bis, comma 1, lettera f)», per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost., in riferimento all’art. 10, comma l, lettera c), del TUE.
L’art. 10, comma l, lettera c), del TUE, subordina a permesso di costruire la realizzazione delle opere di ristrutturazione edilizia sugli immobili compresi nelle zone omogenee A, che comportino mutamenti della destinazione d’uso. Per la stessa tipologia di opere, l’art. 22, comma 3, del TUE consente all’interessato, per ragioni di carattere acceleratorio, di optare per la presentazione della DIA (cosiddetta “super DIA”). Tale facoltà esaurisce i propri effetti sul piano esclusivamente procedimentale, mentre sul piano sostanziale dei presupposti, nonché su quello penale e contributivo, resta ferma l’applicazione della disciplina dettata per il permesso di costruire
(Corte Costituzionale, sentenza 03.11.2016 n. 231).

ottobre 2016

EDILIZIA PRIVATA: Apertura di pareti finestrate - Permesso di costruire - Necessità - Intervento edilizio comportante una modifica dei prospetti - Ristrutturazione edilizia "minore" - Esclusione - Artt. 3, 10, 34, 44, lett. e), d.P.R. n. 380/2001 - Artt. 167, 181, c. 1­bis, D.Lgs. n. 42/2004.
L'apertura di "pareti finestrate" sulla facciata di un edificio, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato previsto dall'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, poiché si tratta di un intervento edilizio comportante una modifica dei prospetti non qualificabile come ristrutturazione edilizia "minore", e per il quale, quindi, non è sufficiente la mera denuncia di inizio attività (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.10.2016 n. 44319 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAAnche la semplice realizzazione di un soppalco, pur senza modifiche volumetriche, determina un incremento della superficie utile calpestabile, con necessità di permesso di costruire e conseguente configurabilità del reato edilizio.
Ed invero, questa Corte ha affermato che
le cosiddette "opere interne" non sono più previste nel d.P.R. 06.06.2001, n. 380, come categoria autonoma di intervento edilizio sugli edifici esistenti, e rientrano negli interventi di ristrutturazione edilizia quando comportino aumento di unità immobiliari o modifiche dei volumi, dei prospetti e delle superfici ovvero mutamento di destinazione d'uso.
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L'apertura di "pareti finestrate" sulla facciata di un edificio, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato previsto dall'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, poiché si tratta di un intervento edilizio comportante una modifica dei prospetti non qualificabile come ristrutturazione edilizia "minore", e per il quale, quindi, non è sufficiente la mera denuncia di inizio attività.
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5. Tanto premesso, è sufficiente, nell'affrontare il primo motivo, ripercorrere sinteticamente la motivazione della sentenza impugnata per rendersi conto dell'inammissibilità dei relativi profili di doglianza.
Dall'istruttoria era infatti emerso quanto segue:
a) all'interno dell'immobile di proprietà dell'imputato era stato creato -in difformità della d.i.a. presentata, che aveva per oggetto opere di manutenzione ordinaria e straordinaria, con sostituzione del solaio preesistente- un nuovo piano ammezzato, suddiviso in due stanze e due bagni mediante realizzazione di un soppalco "intermedio" -così definito dal tecnico comunale assunto quale teste ex art. 603 c.p.p. all'udienza tenutasi davanti alla Corte d'appello- nella realizzazione di una scala interna che conduceva al soppalco medesimo e di due finestre, definite come "luci" dal predetto tecnico, nonché, soprattutto, di un innalzamento del solaio di copertura preesistente;
b) il tecnico, sentito dalla Corte d'appello al fine di fornire gli opportuni chiarimenti rispetto a quanto era stato argomentato nella sentenza assolutoria del primo giudice, aveva precisato categoricamente:
   - che il solaio di copertura era stato innalzato, rispetto alla posizione originaria indicata nei grafici allegati al progetto, di 50 cm; che dai resti del solaio preesistente, ancora presenti sui luoghi al momento dell'accertamento, era stato possibile accertare che nei grafici la quota del solaio esistente era stata falsamente rappresentata ad un'altezza di 80 cm., maggiore rispetto a quella effettivamente esistente prima dei lavori, cosicché alla fine l'altezza del nuovo solaio di copertura risultava di fatto maggiore di 130 cm. rispetto a quello originario;
   - che la maggiore altezza di 25 cm. del nuovo solaio realizzato, la quale aveva tratto in inganno il primo giudice, non lo era rispetto alla posizione del solaio originario così come indicata nei grafici, bensì rispetto all'altezza del solaio dell'edificio viciniore.
Pertanto, precisavano i giudici di appello, la sopraelevazione del solaio di copertura realizzata -anche a voler limitare ai soli 50 cm. indicati in contestazione- unitamente all'apertura delle due luci ed alla creazione del solaio intermedio (opere che nel loro insieme avevano permesso di ricavare all'interno dell'immobile due nuove stanze e due bagni) si presentava idonea ad integrare i reati oggetto di contestazione.
6. La Corte d'appello, in particolare, con riferimento al reato edilizio, ha correttamente ricordato come, secondo la giurisprudenza di questa Corte
anche la semplice realizzazione di un soppalco, pur senza modifiche volumetriche, determina un incremento della superficie utile calpestabile, con necessità di permesso di costruire e conseguente configurabilità del reato edilizio; ed invero, questa Corte ha affermato che le cosiddette "opere interne" non sono più previste nel d.P.R. 06.06.2001, n. 380, come categoria autonoma di intervento edilizio sugli edifici esistenti, e rientrano negli interventi di ristrutturazione edilizia quando comportino aumento di unità immobiliari o modifiche dei volumi, dei prospetti e delle superfici ovvero mutamento di destinazione d'uso (Sez. 3, n. 47438 del 24/11/2011 - dep. 21/12/2011, Truppi, Rv. 251637; fattispecie relativa proprio alla realizzazione di un soppalco all'interno di un'unità immobiliare nella quale questa Corte ha affermato che per la sua esecuzione è necessario il permesso di costruire o, in alternativa, la denuncia di inizio attività).
7. I giudici di appello hanno poi correttamente affrontato il tema, sollevato e sostanzialmente replicato nel primo motivo di ricorso, relativo alla applicabilità della novella introdotta con il decreto-legge n. 133 del 2014; a tal proposito correttamente la Corte d'appello evidenzia la irrilevanza di tale modifica legislativa rispetto al caso in esame, non essendovi stata solo creazione di nuova superficie utile interna mediante la realizzazione di un solaio intermedio, ma anche l'apertura di luci ed una sopraelevazione del solai di copertura preesistente pari ad almeno 50 cm; vi è stato dunque, in aggiunta al mero aumento di superficie utile, anche un aumento di volumetria e una modifica dei prospetti.
A tal proposito correttamente richiamando la Corte territoriale la giurisprudenza di questa Corte secondo cui
l'apertura di "pareti finestrate" sulla facciata di un edificio, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato previsto dall'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, poiché si tratta di un intervento edilizio comportante una modifica dei prospetti non qualificabile come ristrutturazione edilizia "minore", e per il quale, quindi, non è sufficiente la mera denuncia di inizio attività (Sez. 3, n. 30575 del 20/05/2014 - dep. 11/07/2014, Limongi, Rv. 259905, relativa a fattispecie in cui l'intervento era consistito, come nel caso in esame, nella realizzazione di alcune "luci" su di una parete verso l'esterno).
8. Afferma dunque correttamente la Corte d'appello come nel caso in esame si rientri nell'ambito di quegli interventi di ristrutturazione edilizia per i quali è necessario il permesso di costruire anche a seguito delle modifiche introdotte dal predetto decreto-legge n. 133 del 2014; sul punto, inoltre, correttamente i giudici d'appello evidenziano come il predetto aumento di volumetria fosse ostativo anche a far rientrare quanto realizzato nell'ambito degli interventi di manutenzione straordinaria, così confutando la identica doglianza riproposta in sede di ricorso per cassazione; a tal proposito la Corte d'appello confuta la tesi difensiva secondo cui detto aumento volumetrico non sussisterebbe a seguito di una d.i.a. in precedenza presentata, nell'intero immobile all'interno del quale si trova anche la proprietà dell'imputato nel quale è stata innalzata la quota del calpestio di 25 cm., motivo per cui l'aumento di altezza del solaio di copertura avrebbe compensato la volumetria conseguente all'innalzamento del piano di calpestio.
Trattasi di doglianza suggestiva ma infondata, come correttamente evidenziato dai giudici d'appello, in quanto la formulazione dell'art. 10, lett. c), d.P.R. n. 380 del 2001, si riferisce alla volumetria complessiva esistente al momento dell'intervento e non a quella esistente in un qualsiasi altro precedente momento della vita del fabbricato e che però, al momento del nuovo intervento da effettuare, si era già ridotta, come appunto avvenuto nel caso in esame; puntualizza correttamente peraltro la Corte d'appello come, nel caso di specie, vi fosse stata anche la modifica dei prospetti a seguito della realizzazione delle luci, e ciò stato sarebbe sufficiente a rendere necessario il permesso di costruire anche in base al novellato articolo 10 del testo unico dell'edilizia (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.10.2016 n. 44319).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Richiesta di parere in merito all'intervento di ripristino di un edificio alla luce delle modifiche apportate all'art. 3, comma 1, lett. d) del d.P.R. 380/2001 da parte del d.l. 69/2013, come convertito dalla legge 98/2013 - Comune di Cassino (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nota 15.06.2016 n. 5772 di prot.).

maggio 2016

EDILIZIA PRIVATA: La ricostruzione di una porzione edificio crollata a seguito di incendio (quale ristrutturazione edilizia) sconta il versamento del contributo di costruzione.
L'intervento in discorso è volto unicamente alla ricostruzione del fabbricato totalmente crollato a causa dell'incendio accidentale e non comporta alcuna alterazione di sagoma e di superficie, né la modifica della destinazione d'uso di cui all'originaria concessione edilizia (e successive varianti).
Tuttavia, non coglie nel segno il primo motivo, con cui la ricorrente ha dedotto che l’incendio verificatosi sarebbe da annoverare tra le “pubbliche calamità” individuate dalla lett. d) dell’art. 17, comma 3, del DPR 380/2001 come motivo di esenzione dal pagamento del contributo di costruzione, e ciò in relazione all’ordinanza emessa dal dirigente del settore edilizia.
Tale provvedimento, all’opposto, è stato adottato alla luce del fatto che i fabbricati risultavano “ammalorati ed interessati da dissesto strutturale”: il che ha prospettato “condizioni che non consentono l’utilizzo in sicurezza delle unità immobiliari costituenti le porzioni di capannone in lato nord/ovest ed il lato nord/est, poste in aderenza alla porzione di capannone all’interno del quale si è sviluppato l’incendio”.
Si è, pertanto, disposto il “ripristino delle condizioni minime di sicurezza delle unità immobiliari interessate dall’incendio mediante eliminazione delle macerie e delle parti pericolanti, con delimitazione della zona mediante opportune opere provvisionali atte ad interdire l’accesso alle zone pericolose”, nonché la “verifica degli impianti elettrici e di adduzione gas, e di tutte le eventuali diramazioni interessanti le unità immobiliari”.
Si è, quindi, trattato di un episodio grave e dannoso per l’impresa, ma non certo catastrofico, le cui conseguenze nocive sono risultate arginabili mediante l’attuazione di normali operazioni di messa in sicurezza; né, tantomeno, risultano essere stati adottati piani di emergenza o evacuazione dei residenti, a conferma del fatto che non è stata messa a immediato repentaglio –se non in via del tutto potenziale– la pubblica incolumità.

Peraltro, l’infondatezza del primo motivo è, indirettamente, avvalorata dal tenore della seconda censura proposta, anch’essa infondata, con cui la ricorrente ha dedotto che l’assentito intervento integrerebbe (solo) una manutenzione straordinaria.
La Sezione ha più volte ribadito che nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella “demolizione e ricostruzione parziale o totale nel rispetto della volumetria preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”, e ciò ai sensi dell’art. 27, comma 1, della legge regionale 12/2005, ai quali, inoltre, è direttamente correlata, ai fini del calcolo del costo di costruzione, la disciplina di cui al successivo art. 44, con eventuali riduzioni in funzione delle modalità esecutive della ristrutturazione.

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... per l'annullamento del provvedimento emesso in data 11.04.2015 dal responsabile del settore governo del territorio del Comune di Monza -sportello unico dell’edilizia– con cui è stato comunicato il rilascio del permesso di costruire (a seguito di domanda presentata dalla ricorrente in data 26.11.2014), e ciò nella parte in cui è stato richiesto il versamento del contributo di costruzione di importo pari a € 257.377,54; della comunicazione di conclusione del procedimento del 13.01.2015 e della deliberazione di Giunta comunale n. 43 del 03.11.2008, con cui è stato approvato l’aggiornamento degli oneri di urbanizzazione e del costo base di costruzione.
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Con ricorso ritualmente proposto la società Nu.Gu. e Ra. s.r.l. ha impugnato, chiedendone l’annullamento, il provvedimento emesso in data 11.04.2015 dal responsabile del settore governo del territorio del Comune di Monza –sportello unico dell’edilizia– con cui è stato comunicato il rilascio del permesso di costruire (a seguito di domanda presentata dalla ricorrente in data 26.11.2014), e ciò nella parte in cui è stato richiesto il versamento del contributo di costruzione di importo pari a € 257.377,54, nonché la comunicazione di conclusione del procedimento del 13.01.2015 e la deliberazione di Giunta comunale n. 43 del 03.11.2008, con cui è stato approvato l’aggiornamento degli oneri di urbanizzazione e del costo base di costruzione.
La società ricorrente ha esposto di essere “proprietaria di una parte dell’edificio sito nel Comune di Monza, in Via ... n. 1-5”, avente “destinazione produttiva –inserito dall'attuale PGT in Area D1 “Area per insediamenti produttivi esistenti, di contenimento della capacità edificatoria”– realizzato in virtù di concessione edilizia n. 102 del 16/07/1985 rilasciata dall'Amministrazione comunale sia alla società Nu.Gu. e Ra. s.r.l. sia al signor Ed.Fo., a cui hanno avuto seguito due concessioni edilizie in variante” (cfr. pag. 2).
Ha soggiunto che “in data 20/09/2012, proprio presso i locali dell'edificio produttivo in discorso, è divampato accidentalmente un incendio che ha comportato il crollo della porzione di fabbricato”, il che ha reso necessaria, da parte dell’Amministrazione, l’adozione, in data 24.09.2012, di un’ordinanza di ripristino delle condizioni minime di sicurezza delle unità interessate dall’incendio “per scongiurare pericoli per la pubblica incolumità, in considerazione della gravità dell'evento che ha comportato l'assoluta inagibilità dei locali” (cfr. pag. 3).
Al termine dei lavori di bonifica e rimozione dei rifiuti, la ricorrente, “conformemente alle disposizioni dirigenziali, ha presentato in data 26.11.2014, presso lo Sportello Unico Edilizia del Comune di Monza, istanza di permesso di costruire per la (ricostruzione di porzione di fabbricato produttivo esistente della superficie coperta di mq. 3468,96 oltre una tettoia della superficie di mq 363.68” (cfr., ancora, pag. 3), cui è seguito il rilascio del permesso di costruire oggetto di impugnazione nella parte relativa alla prescritta corresponsione del costo di costruzione.
La legittimità di tale prescrizione è stata contestata sull’assunto che “l’intervento in discorso è volto unicamente alla ricostruzione del fabbricato totalmente crollato a causa dell'incendio del 20.09.2012 e non comporta alcuna alterazione di sagoma e di superficie, né la modifica della destinazione d'uso di cui all'originaria concessione edilizia (e successive varianti). A ciò si aggiunga che le realizzazioni in argomento prevedono il mantenimento della rete fognaria esistente, con il semplice adeguamento della stessa alla normativa attuale” (cfr. pag. 4).
A fondamento dell’impugnazione sono stati dedotti i seguenti motivi:
   - 1°) violazione degli artt. 16, comma 1 e 17, comma 3 del DPR 380/2001; eccesso di potere per travisamento dei presupposti di fatto e di diritto, ingiustizia manifesta.
Ad avviso della ricorrente “posto che, secondo la disciplina generale, il contributo di costruzione è eventuale e commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione, come meglio si vedrà in seguito, l’art. 17, comma 3, lett. d), del D.P.R. 380/2001 lo esclude, in ogni caso, per gli interventi da realizzare in attuazione di norme o provvedimenti emanati a seguito di pubbliche calamità. Come precisato dalla disposizione normativa appena richiamata, in conseguenza di eventi calamitosi (ovverosia di eventi con effetti disastrosi) che coinvolgono la collettività –quale è, per l'appunto, l’incendio accidentale verificatosi presso i locali del fabbricato produttivo, che ha condotto l'Amministrazione ad adottare immediati provvedimenti a tutela della sicurezza e della pubblica incolumità– i successivi interventi effettuati e da effettuare sono, per legge, esonerati dal carico contributivo” (cfr. pag. 5).
   - 2°) violazione degli artt. 44 e 45 della legge regionale 12/2005, degli artt. 16, 17, comma 3 e 22, comma 7 del DPR 380/2001; eccesso di potere per travisamento dei presupposti di fatto e di diritto, difetto d’istruttoria e illogicità manifesta.
La ricorrente ha censurato il fatto che l’Amministrazione avrebbe chiesto il pagamento di oneri per un intervento di ripristino di parte dell’edificio crollato, “in relazione al quale la società proprietaria in passato ha già provveduto alla relativa corresponsione per la sua realizzazione” (cfr. pagg. 6–7), ignorando che il “criterio discretivo (…) per stabilire l’assoggettabilità o meno di una realizzazione edilizia al pagamento degli oneri di urbanizzazione è la tipologia di intervento e i riflessi che lo stesso ha sull’area coinvolta, in termini di trasformazione o aggravio del carico urbanistico della stessa” (cfr. pag. 7).
In altri termini, l’ordinamento positivo non prevedrebbe alcun automatismo nell’applicazione degli oneri concessori, tale principio trovando conferma negli “incisi “se dovuti” contenuti nella disposizione di cui all’art. 44 della L.R. Lombardia n. 12/2005” oltre che nell’art. 22 del testo unico dell’edilizia, che al comma 7 ammette l’esenzione dall’obbligo di pagamento per gli interventi qualificabili come “manutenzione straordinaria” ai sensi dell’art. 3 del citato testo unico, come modificato dal D.L. 133/2014, convertito nella legge 164/2014: fattispecie che si attaglierebbe al caso di specie (cfr. pag. 8).
   - 3°) violazione dell’art. 3 della legge 241/1990, degli artt. 41 e 43 della Costituzione e dei principi di buona Amministrazione.
La ricorrente ha, infine, dedotto che l’impugnato provvedimento “non contiene nemmeno l’espressa indicazione delle operazioni di calcolo che hanno condotto all'individuazione di quel determinato ammontare ed in presenza delle quali la giurisprudenza ritiene adempiuto l'onere motivazionale” (cfr. pag. 11).
Si è costituito in giudizio il Comune di Monza (01.07.2015), eccependo, nella memoria del 20.7.2015, l’inammissibilità del ricorso in riferimento agli ulteriori provvedimenti impugnati in via presupposta, i quali non sarebbero lesivi della sfera giuridica della società ricorrente; nel merito ha opposto che “l’evento definito dal ricorrente come "calamitoso" non è né tale né, tantomeno, "pubblico" in quanto, come si evidenzia dagli atti di controparte, non ha assunto proporzioni tali da coinvolgere una pluralità indefinita di soggetti, ma è rimasto circoscritto al capannone della ricorrente ed a quello confinante, ed è stato fronteggiato con gli ordinari mezzi di intervento dei VV.FT., Polizia, ecc., senza che fosse necessario far intervenire, ad esempio, la Protezione Civile la quale, invece, è sempre chiamata a svolgere la propria funzione laddove vi siano eventi effettivamente riconducibili alla pubblica calamità”, e che, comunque, la messa in sicurezza oggetto dell’ordinanza comunale rientrerebbe nell’ordinaria amministrazione (cfr. pag. 6); ha, inoltre, contestato “il tentativo di controparte di qualificare come manutenzione straordinaria l'intervento per il quale è stata presentata dalla stessa ricorrente, domanda di permesso di costruire” (cfr. pag. 10), che, invece, integrerebbe una ristrutturazione edilizia; che, infine, la ricorrente sarebbe stata “perfettamente a conoscenza delle previsioni normative che impongono il versamento del contributo di costruzione nei casi di rilascio di permesso di costruire. nonché della deliberazione di Consiglio Comunale n. 43 del 03/11/2008 di aggiornamento degli oneri di urbanizzazione e aggiornamento del costo base di costruzione” (cfr. pag. 14).
Con ordinanza 27.07.2015 n. 977 la Sezione ha ritenuto di riservarsi nel merito sulle questioni oggetto del giudizio, concedendo “la misura cautelare subordinatamente alla prestazione, da parte della ricorrente, di una garanzia bancaria o assicurativa con clausola “a prima richiesta” in favore del Comune di Monza, per un importo pari a quello indicato nel provvedimento impugnato”.
...
Nel merito, il ricorso è infondato e va, pertanto, respinto.
Non coglie nel segno il primo motivo, con cui la ricorrente ha dedotto che l’incendio verificatosi in data 20.09.2012 sarebbe da annoverare tra le “pubbliche calamità” individuate dalla lett. d) dell’art. 17, comma 3, del DPR 380/2001 come motivo di esenzione dal pagamento del contributo di costruzione, e ciò in relazione all’ordinanza emessa in data 24.09.2012 dal dirigente del settore edilizia.
Tale provvedimento, all’opposto, è stato adottato alla luce del fatto che i fabbricati risultavano “ammalorati ed interessati da dissesto strutturale”: il che ha prospettato “condizioni che non consentono l’utilizzo in sicurezza delle unità immobiliari costituenti le porzioni di capannone in lato nord/ovest ed il lato nord/est, poste in aderenza alla porzione di capannone all’interno del quale si è sviluppato l’incendio”.
Si è, pertanto, disposto il “ripristino delle condizioni minime di sicurezza delle unità immobiliari interessate dall’incendio mediante eliminazione delle macerie e delle parti pericolanti, con delimitazione della zona mediante opportune opere provvisionali atte ad interdire l’accesso alle zone pericolose”, nonché la “verifica degli impianti elettrici e di adduzione gas, e di tutte le eventuali diramazioni interessanti le unità immobiliari”.
Si è, quindi, trattato di un episodio grave e dannoso per l’impresa, ma non certo catastrofico, le cui conseguenze nocive sono risultate arginabili mediante l’attuazione di normali operazioni di messa in sicurezza; né, tantomeno, risultano essere stati adottati piani di emergenza o evacuazione dei residenti, a conferma del fatto che non è stata messa a immediato repentaglio –se non in via del tutto potenziale– la pubblica incolumità.
Peraltro, l’infondatezza del primo motivo è, indirettamente, avvalorata dal tenore della seconda censura proposta, anch’essa infondata, con cui la ricorrente ha dedotto che l’assentito intervento integrerebbe (solo) una manutenzione straordinaria.
La Sezione ha più volte ribadito (cfr., tra le tante, la sentenza 18.05.2010, n. 1566) che nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella “demolizione e ricostruzione parziale o totale nel rispetto della volumetria preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”, e ciò ai sensi dell’art. 27, comma 1, della legge regionale 12/2005, ai quali, inoltre, è direttamente correlata, ai fini del calcolo del costo di costruzione, la disciplina di cui al successivo art. 44, con eventuali riduzioni in funzione delle modalità esecutive della ristrutturazione.
Nella specie, poi, il Comune di Monza si è dato una puntuale regolamentazione mediante l’aggiornamento degli oneri di urbanizzazione e del costo base di costruzione, approvato con la deliberazione di G.C. n. 43 del 03.11.2008 (impugnata dalla società ricorrente, ma senza articolare alcuna specifica censura), la quale ha previsto che per gli interventi di ristrutturazione comportanti demolizione e ricostruzione si applichino gli oneri di urbanizzazione relativi alle nuove costruzioni (dettagliati nell’allegato B).
Conseguentemente, l’espressione contenuta nella nota del 13.01.2015 (in cui il responsabile dello sportello unico dell’edilizia ha fatto cenno al “calcolo dell’eventuale contributo di costruzione”) non può essere enfatizzata alla luce della piana applicazione della normativa primaria e secondaria, richiamata dall’Amministrazione nella motivazione del permesso di costruire (il che determina l’infondatezza del terzo motivo di ricorso).
In conclusione, il ricorso va respinto (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 25.05.2016 n. 1079 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La definizione di “restauro scientifico” esclude l’ammissibilità di incrementi volumetrici, né può diversamente ritenersi, in considerazione del fatto che la detta tipologia di intervento consente “l’inserimento degli impianti tecnologici e igienico-sanitari essenziali”.
E’ vero, infatti, che la collocazione dei detti impianti può richiedere la realizzazione di appositi volumi destinati ad ospitarli, ma si tratta di volumi c.d. tecnici, che, com’è noto, nulla hanno a che vedere con la volumetria, quale quella di che trattasi, destinata a soddisfare esigenze diverse da quella concernente il ricovero di siffatti impianti.

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Le censure delle due parti appellanti, rivolte a contestare l’ipotizzato aumento di volumetria derivante dalla chiusura del porticato, sono palesemente infondate e si prestano ad una trattazione congiunta.
Occorre preliminarmente rilevare che la lex specialis della gara non consentiva incrementi volumetrici, né, contrariamente a quanto sostenuto dal Comune di Sassuolo, questi ultimi potevano ritenersi ammessi in considerazione della tipologia degli interventi da progettare.
In base al bando di gara il concorso di progettazione per cui è causa, aveva ad oggetto interventi di “recupero funzionale” e “restauro scientifico”.
Diversamente da quanto sostenuto dall’amministrazione comunale, dalla definizione di “restauro scientifico” contenuta nell’allegato alla L.R. 25/11/2002, n. 31, non si ricava affatto l’ammissibilità di aumenti di cubatura.
Si legge nel citato allegato: <<Ai fini della presente legge si intendono per:

“restauro scientifico", gli interventi che riguardano le unità edilizie che hanno assunto rilevante importanza nel contesto urbano territoriale per specifici pregi o caratteri architettonici o artistici. Gli interventi di restauro scientifico consistono in un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici formali e strutturali dell'edificio, ne consentono la conservazione, valorizzandone i caratteri e rendendone possibile un uso adeguato alle intrinseche caratteristiche. Il tipo di intervento prevede:
   c.1) il restauro degli aspetti architettonici o il ripristino delle parti alterate, cioè il restauro o ripristino dei fronti esterni ed interni, il restauro o il ripristino degli ambienti interni, la ricostruzione filologica di parti dell'edificio eventualmente crollate o demolite, la conservazione o il ripristino dell'impianto distributivo-organizzativo originale, la conservazione o il ripristino degli spazi liberi, quali, tra gli altri, le corti, i larghi, i piazzali, gli orti, i giardini, i chiostri;
   c.2) consolidamento, con sostituzione delle parti non recuperabili senza modificare la posizione o la quota dei seguenti elementi strutturali:
- murature portanti sia interne che esterne;
- solai e volte;
- scale;
- tetto, con ripristino del manto di copertura originale;
   c.3) l'eliminazione delle superfetazioni come parti incongrue all'impianto originario e agli ampliamenti organici del medesimo;
   c.4) l'inserimento degli impianti tecnologici e igienico-sanitari essenziali
>>.
La trascritta definizione di “restauro scientifico”, esclude, dunque, chiaramente l’ammissibilità di incrementi volumetrici, né può diversamente ritenersi, in considerazione del fatto che la detta tipologia di intervento consente “l’inserimento degli impianti tecnologici e igienico-sanitari essenziali”. E’ vero, infatti, che la collocazione dei detti impianti può richiedere la realizzazione di appositi volumi destinati ad ospitarli, ma si tratta di volumi c.d. tecnici, che, com’è noto, nulla hanno a che vedere con la volumetria, quale quella di che trattasi, destinata a soddisfare esigenze diverse da quella concernente il ricovero di siffatti impianti.
Nel caso di specie, la proposta progettuale del RTP capeggiato dalla arch. Ve. prevedeva indubbiamente la realizzazione di volumetria aggiuntiva non classificabile come mero volume tecnico (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 05.05.2016 n. 1822 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'installazione di pannelli in vetro atti a chiudere integralmente un porticato che si presenti aperto su tre lati, determina, senz’altro, la realizzazione di un nuovo locale autonomamente utilizzabile, con conseguente incremento della preesistente volumetria.
Ciò vale anche nell’ipotesi in cui le vetrate siano facilmente amovibili e siano destinate a chiudere il manufatto, solo per un determinato periodo nell’arco dell’anno, atteso che:
   a) le modalità di installazione e rimozione di una struttura sono indifferenti rispetto alla sua funzione (nella specie quella di realizzare un vano chiuso);
   b) l’utilizzo stagionale delle vetrate non vale a conferire all’opera che ne risulta natura precaria, atteso che al fine di affermare siffatta natura occorre che la struttura sia oggettivamente inidonea a soddisfare esigenze prolungate nel tempo.
La giurisprudenza ha ritenuto, che la natura precaria di un manufatto non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente assegnatagli dal costruttore, rilevando l’idoneità dell’opera a soddisfare un bisogno non provvisorio attraverso la perpetuità della funzione.
Coerentemente è stato affermato che nemmeno l’eventuale intendimento di utilizzare la struttura stagionalmente, può consentire di attribuire alla stessa carattere precario.

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Ed invero l'installazione di pannelli in vetro atti a chiudere integralmente un porticato che si presenti aperto su tre lati, determina, senz’altro, la realizzazione di un nuovo locale autonomamente utilizzabile, con conseguente incremento della preesistente volumetria (Cons. Stato, Sez. VI, 05/08/2013 n. 4089; Sez. V, 08/04/1999, n. 394; 26/10/1998 n. 1554).
Ciò vale anche nell’ipotesi in cui le vetrate siano facilmente amovibili e siano destinate a chiudere il manufatto, solo per un determinato periodo nell’arco dell’anno, atteso che:
   a) le modalità di installazione e rimozione di una struttura sono indifferenti rispetto alla sua funzione (nella specie quella di realizzare un vano chiuso);
   b) l’utilizzo stagionale delle vetrate non vale a conferire all’opera che ne risulta natura precaria, atteso che al fine di affermare siffatta natura occorre che la struttura sia oggettivamente inidonea a soddisfare esigenze prolungate nel tempo.
La giurisprudenza ha ritenuto, che la natura precaria di un manufatto non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente assegnatagli dal costruttore, rilevando l’idoneità dell’opera a soddisfare un bisogno non provvisorio attraverso la perpetuità della funzione (Cass. Pen., Sez. III, 08/02/2007 n. 5350).
Coerentemente è stato affermato che nemmeno l’eventuale intendimento di utilizzare la struttura stagionalmente, può consentire di attribuire alla stessa carattere precario (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 05.05.2016 n. 1822 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2016

EDILIZIA PRIVATAPuò parlarsi di ristrutturazione e restauro conservativo in tutte le ipotesi di lavori afferenti a edifici già esistenti e individuabili nella loro struttura e caratteristiche, anche se in parte diruti, mentre solo nei casi in cui non sia affatto possibile individuare il manufatto originario, quantomeno nei suoi connotati essenziali, deve parlarsi di nuova costruzione.
Il concetto di costruzione esistente postula, invero, la possibilità di individuazione della stessa come identità strutturale, in modo da farla giudicare presente nella realtà materiale quale specifica entità urbanistico-edilizia esistente nell'attualità, sicché l'intervento edificatorio non costituisce trasformazione urbanistico edilizia del territorio rilevante in termini di nuova costruzione. Deve, pertanto, trattarsi di manufatto che, a prescindere dalla circostanza che sia abitato o abitabile, possa comunque essere individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione.

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Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa, può parlarsi di ristrutturazione e restauro conservativo in tutte le ipotesi di lavori afferenti a edifici già esistenti e individuabili nella loro struttura e caratteristiche, anche se in parte diruti, mentre solo nei casi in cui non sia affatto possibile individuare il manufatto originario, quantomeno nei suoi connotati essenziali, deve parlarsi di nuova costruzione (Tar Napoli, Sez. IV, sent. 25.07.2014 n. 4321; Tar Latina, Sez. I, sent. 30.09.2014, n. 762).
Il concetto di costruzione esistente postula, invero, la possibilità di individuazione della stessa come identità strutturale, in modo da farla giudicare presente nella realtà materiale quale specifica entità urbanistico-edilizia esistente nell'attualità, sicché l'intervento edificatorio non costituisce trasformazione urbanistico edilizia del territorio rilevante in termini di nuova costruzione. Deve, pertanto, trattarsi di manufatto che, a prescindere dalla circostanza che sia abitato o abitabile, possa comunque essere individuato nei suoi connotati essenziali, come identità strutturale, in relazione anche alla sua destinazione” (cfr. Cons. Stato, V, 10.02.2004, n. 475; V, 15.03.1990, n. 293, Tar Salerno, Sez I, sent. 09.12.2012 n. 2436) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 04.04.2016 n. 796 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

marzo 2016

EDILIZIA PRIVATA: Casa galleggiante sul Tevere, serve il permesso di costruire. Chi vuole realizzare il sogno di avere una casa sul fiume deve ottenere il permesso di costruire perché non basta la sola concessione.
Per la Corte di Cassazione (Sez. III penale, sentenza 15.03.2017 n. 12387) i cosiddetti fiumaroli che seguono la moda della casa galleggiante, senza essersi prima messi in regola con il testo unico sull'edilizia (Dpr 380/2001) commettono il reato di abuso edilizio.
La vicenda
Partendo da questa premessa respinge il ricorso dell'imputato, un architetto-imprenditore, che aveva realizzato sul Tevere, e dunque in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico, un edificio galleggiante di due piani, composto da otto appartamenti e vari terrazzi in forza di una concessione e di un parere tecnico della Ausl ma senza il permesso di costruire.
Secondo il proprietario della houseboat infatti, i galleggianti che stazionano sul biondo fiume della città eterna sarebbero sottratti alla disciplina urbanistica, anche quando come nel suo caso, c'era stato un cambio di destinazione da attività ricreativa ad abitazione. In subordine invocava il riconoscimento della sua buona fede, considerando le autorizzazioni già ottenute dalla pubblica amministrazione e l'oggettiva difficoltà di interpretare la legge sul punto.
La decisione
La Cassazione non è d'accordo. I via libera ricevuti, per lo più riferiti ad aspetti prettamente idraulici, avevano lasciato impregiudicata la necessità di ulteriori permessi e fatto salve altre disposizioni vigenti. Inoltre l'imputato aveva il dovere, anche “rafforzato” in virtù della sua doppia qualifica di architetto e imprenditore, di contattare gli uffici comunali per avere chiarimenti sugli atti amministrativi. Spiegazioni che intanto fornisce la Suprema corte.
Per la Cassazione le caratteristiche qualificavano la casa galleggiante come intervento di nuova costruzione (Dpr 380/2001) perché comportavano una trasformazione edilizia e urbanistica del territorio. L'abitazione sul fiume rientrava tra le opere definite, a titolo di esempio dalla norma (articolo 3, comma 1, lettera e5) e in particolare, tra le «strutture o imbarcazioni utilizzate come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini o simili non diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee». I giudici della terza sezione penale sottolineano che la necessità del permesso di costruire per le strutture galleggianti ancorate alle sponde del Tevere è stata riconosciuta dalla giurisprudenza amministrativa, in casi analoghi.
Anche i fondali subacquei, infatti, vanno considerati come suolo, in questo caso demaniale e le strutture stabilmente installate sull'acqua sono assoggettabili al testo unico sull'edilizia (articoli 3, 10 e 35). Il principio dettato dalla Cassazione non vale soltanto per chi sul fiume vuole vivere ma anche per chi crea un luogo di lavoro: ristoranti, ritrovi, depositi, magazzini, studi ecc. Per tutti c'è bisogno del permesso di costruire a meno che le strutture non siano destinate a soddisfare delle esigenze in un tempo limitato (articolo Quotidiano Enti Locali & Pa del 16.03.2017).

EDILIZIA PRIVATA: Gli interventi di cui al comma 1, lettere a), b), c), d), contemplano, rispettivamente, gli "interventi di manutenzione ordinaria", gli "interventi di manutenzione straordinaria", gli "interventi di restauro e di risanamento conservativo", gli "interventi di ristrutturazione edilizia", ma non quelli comportanti incremento dei volumi edilizi che rientrano nella categoria residuale degli "interventi di nuova costruzione" di cui alla lettera e) che vi ricomprende tutti “quelli di trasformazione edilizia e urbanistica del territorio non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti”.
La giurisprudenza amministrativa ha precisato al riguardo che “la semplice constatazione dell'aumento di superficie e di volumetria è sufficiente a rendere l'intervento edilizio non riconducibile al paradigma normativo della ristrutturazione”.
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Nell'attuale sistema normativo la ristrutturazione trova il suo limite nella necessità di rispettare il volume preesistente del manufatto su cui si interviene, nel senso che un intervento che determini un incremento di volume non può essere qualificato come ristrutturazione anche quando sia preordinato all'inserimento o alla realizzazione di servizi o impianti.
Ciò trova una implicita ma inequivoca conferma nella disciplina della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione che richiede appunto il rispetto (o meglio il non superamento) della preesistente volumetria; nella fattispecie, essendo pacifico che il progetto della ricorrente prevede la realizzazione di nuovi volumi, per quanto modesti e per quanto preordinati a munire dei servizi igienici un preesistente e diverso fabbricato, si tratta quindi di un intervento di nuova costruzione.

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Come noto gli interventi di cui al comma 1, lettere a), b), c), d), contemplano, rispettivamente, gli "interventi di manutenzione ordinaria", gli "interventi di manutenzione straordinaria", gli "interventi di restauro e di risanamento conservativo", gli "interventi di ristrutturazione edilizia", ma non quelli comportanti incremento dei volumi edilizi che rientrano nella categoria residuale degli "interventi di nuova costruzione" di cui alla lettera e) che vi ricomprende tutti “quelli di trasformazione edilizia e urbanistica del territorio non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti”.
Contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, la giurisprudenza amministrativa ha precisato al riguardo che “la semplice constatazione dell'aumento di superficie e di volumetria è sufficiente a rendere l'intervento edilizio non riconducibile al paradigma normativo della ristrutturazione” (cfr. Cons. Stato, V, 08.04.2014, n. 1653; Cons. Stato, IV, 17.11.2015, n. 5227).
Inoltre in fattispecie simile a quella oggetto della presente controversia è stato affermato che “nell'attuale sistema normativo la ristrutturazione trova il suo limite nella necessità di rispettare il volume preesistente del manufatto su cui si interviene, nel senso che un intervento che determini un incremento di volume non può essere qualificato come ristrutturazione anche quando sia preordinato all'inserimento o alla realizzazione di servizi o impianti; ciò trova una implicita ma inequivoca conferma nella disciplina della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione che richiede appunto il rispetto (o meglio il non superamento) della preesistente volumetria; nella fattispecie, essendo pacifico che il progetto della ricorrente prevede la realizzazione di nuovi volumi, per quanto modesti e per quanto preordinati a munire dei servizi igienici un preesistente e diverso fabbricato, si tratta quindi di un intervento di nuova costruzione” (così TAR Latina, 11.06.2015, n. 472) (TAR Molise, sentenza 11.03.2016 n. 116 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2016

AMBIENTE-ECOLOGIA - CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATAFogne, allaccio senza permessi. Tar Campania. Non serve l’autorizzazione del condominio.
L’ente locale non deve acquisire l’assenso del condominio o degli altri condòmini, se l’opera che il singolo vuole realizzare riguarda parti comuni dell’edificio strettamente pertinenziali alla propria unità immobiliare. Tali opere, del resto, rientrano negli interventi che il condòmino, titolare del provvedimento abilitativo, ha piena facoltà di eseguire.
Lo puntualizza il TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, con la sentenza 26.02.2016 n. 1077.
Apre il caso, il proprietario di un appartamento che –comunicata al Comune l’intenzione di voler effettuare interventi di ordinaria manutenzione relativi alla ritinteggiatura, sostituzione e riparazione dei rivestimenti di cucina e bagno, con sostituzione degli igienici– collegava, in realtà, l’impianto igienico-sanitario al sottoservizio fognario nel cortile condominiale. Di qui, il provvedimento comunale di sospensione dei lavori e ripristino dello stato dei luoghi, seguito dall’ordine di sgombero.
Provvedimenti impugnati dal condòmino in quanto l’intervento consiste nella posa di una tubatura in Pvc per collegare un impianto igienico alla rete fognaria preesistente senza l’esecuzione di opere murarie, e in quanto tale non è soggetto al regime della Dia, rientrando nell’attività libera edilizia che non necessita di alcun titolo abilitativo.
Ricorso accolto. Il provvedimento gravato –afferma il Tribunale– è illegittimo. La posa in opera della conduttura in Pvc per il collegamento di un impianto igienico alla rete fognante rientra nell’ambito dell’attività libera di cui all’articolo 6 del Dpr 380/2001.
E dato che ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera b), della stessa norma si trattava di manutenzione straordinaria, che non aveva inciso su parti strutturali dell’edificio, né comportato l’aumento delle unità immobiliari o l’incremento dei parametri urbanistici, l’opera non necessitava di Dia.
Irrilevante, anche la critica mossa dal Comune circa l’assenza di previa autorizzazione degli altri condòmini. Consenso che, concludono i giudici amministrativi, non occorreva: «esclusa la necessità di un titolo abilitativo edilizio, l’indispensabilità del consenso dei condòmini per la realizzazione dell’opera diviene una questione relativa all’esercizio del diritto di proprietà o, comunque, inerente ai rapporti civilistici tra condòmini»
(articolo Il Sole 24 Ore del 23.08.2016).
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MASSIMA
La posa in opera della conduttura in PVC per il collegamento di un impianto igienico alla rete fognante rientra nell’ambito dell’attività libera ex art. 6 D.P.R. n. 380/2001.
Ai sensi dell'articolo 3, comma 1, lettera b), di quest’ultimo D.P.R., sono ricomprese nella categoria degli interventi di manutenzione straordinaria “
le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche delle destinazioni di uso”.
L’opera posta in essere rientra in quest’ultima categoria. La stessa è, infatti, volta a realizzare o integrare i servizi igienico-sanitari e non ha alterato volumi o superfici.
Il citato art. 6 del D.P.R. n. 380/2001, nel testo vigente ratione temporis, prevedeva che potessero essere eseguiti senza alcun titolo abilitativo “gli interventi di manutenzione straordinaria di cui all'articolo 3, comma 1, lettera b), ivi compresa l'apertura di porte interne o lo spostamento di pareti interne, sempre che non riguardino le parti strutturali dell'edificio, non comportino aumento del numero delle unità immobiliari e non implichino incremento dei parametri urbanistici”.
Nel caso di specie l’intervento non riguarda parti strutturali dell'edificio, né comporta aumento del numero delle unità immobiliari o incremento dei parametri urbanistici.
L’opera in esame non necessitava, pertanto, della D.I.A., e risulta, pertanto, illegittima la sanzione comminata ex art. 37 D.P.R. n. 380/2001, riservata all’omissione di tale titolo edilizio.
Inoltre, il Collegio rileva per completezza come, in ogni caso, l’omissione della D.I.A. avrebbe potuto comportare l’applicazione della sanzione pecuniaria ma non di quella ripristinatoria adottata invece dal Comune, peraltro sommandola a quella pecuniaria.
Fermo quanto indicato,
si rileva ancora come da accogliere risulti anche la censura relativa alla mancanza della necessità del consenso di tutti i condomini per l’esecuzione dell’opera.
Ciò in primo luogo perché, una volta esclusa la necessità di un titolo abilitativo edilizio,
l’indispensabilità del consenso dei condomini per la realizzazione dell’opera diviene una questione relativa all’esercizio del diritto di proprietà o, comunque, inerente ai rapporti civilistici tra condomini.
L’eventuale necessità del consenso, e la pretesa alla stessa connessa, sarà quindi nel caso tutelabile ad opera degli interessati dinanzi alla competente autorità giudiziaria ordinaria, ma non riguarderà l’esercizio del potere autorizzatorio o sanzionatorio del Comune in materia di governo del territorio e, in particolare, in materia urbanistica ed edilizia.
Il Collegio, inoltre, ritiene di poter applicare quella giurisprudenza amministrativa secondo cui,
in caso di realizzazione di un'opera da parte di un singolo sulle parti comuni dell'edificio, ma strettamente pertinenziale alla propria unità immobiliare, l'ente locale non è tenuto a richiedere il previo assenso del condominio interessato, ovvero degli altri condomini (TAR Campania-Salerno, Sez. II, Sent., 28.02.2011, n. 367), assumendosi che il singolo condomino ha facoltà di eseguire opere che, ancorché incidano su parti comuni dell'edificio, siano strettamente pertinenti alla sua unità immobiliare, sotto i profili funzionale e spaziale, con la conseguenza che egli va considerato come soggetto avente titolo per ottenere il provvedimento abilitativo e che il mancato assenso del condominio concerne esclusivamente tematiche privatistiche, cui resta estranea l'amministrazione (Cons. Stato Sez. VI, 09.02.2009, n. 717).
Il suddetto principio costituisce evidentemente applicazione della norma contenuta nell'articolo 1102 c.c., in base al quale "
ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto".
Il ricorso principale va quindi accolto.

EDILIZIA PRIVATA: Gli interventi, consistenti nella realizzazione di tettoie e di altre strutture non comprese entro coperture volumetriche previste in un progetto assentito, possono ritenersi sottratte al regime del permesso di costruire soltanto ove la loro conformazione e le loro ridotte dimensioni rendono evidente e riconoscibile la loro finalità di semplice decoro o arredi o di riparo e protezione (anche da agenti atmosferici) della parte dell’immobile cui eventualmente accedono. Tali strutture non possono, viceversa, ritenersi installabili senza permesso di costruire, allorquando le loro dimensioni sono di entità tali da arrecare una visibile alterazione dello stato dei luoghi.
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È incontestata, in vicenda, l’assenza di titolo abilitativo e la consistenza degli abusi edilizi, a nulla rilevando, ai fini della qualificazione dell'abuso, il carattere precario o temporaneo dei manufatti eseguiti, con riferimento ai quali, peraltro, non viene allegata documentazione tecnica comprovante tale asserita precarietà.
Assume, invece, significato la perdurante modificazione strutturale e funzionale dello stato dei luoghi, nella specie, peraltro, in zona di vincolo, atteso che il manufatto è finalizzato all’uso costante (ricovero di attrezzature edili) proprio di un'attività imprenditoriale.
Peraltro, la giurisprudenza amministrativa è da tempo consolidata nel ritenere che la precarietà di un manufatto, che ne giustificherebbe il non assoggettamento a permesso di costruire per ogni attività comportante la trasformazione urbanistica del territorio, non dipende dai materiali utilizzati o dai sistemi di ancoraggio al suolo, bensì dalla obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell’opera.

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Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto da RI.Do., RI.Ma., RI.Ar., RI.Ma., per l’annullamento, previa sospensiva, dell’ordinanza del Comune di San Sebastiano al Vesuvio (NA) n. 39 del 01.06.2010, con cui è stata ingiunta ai ricorrenti, in qualità di proprietari del terreno, la demolizione delle opere abusive rilevate presso tale terreno, nonché (con ulteriore ricorso straordinario) del verbale di accertamento di ottemperanza all’ordinanza di demolizione impugnata, elevata dalla Polizia Municipale dello stesso Comune, prot. n. 1372 del 14.10.2010 .
...
Il ricorsi sono infondati.
Come emerge dalla descrizione dell’abuso sanzionato, nella specie non si è trattato di un intervento di modeste dimensioni, ma di un manufatto in muratura di circa 36 mq ad uso ufficio, con copertura in lamiere coibentate ed attigua tettoia poggiante su pilastrini in ferro, per una superficie di circa 115 mq.
In proposito, è stato rilevato in giurisprudenza che gli interventi, consistenti nella realizzazione di tettoie e di altre strutture non comprese entro coperture volumetriche previste in un progetto assentito, possono ritenersi sottratte al regime del permesso di costruire soltanto ove la loro conformazione e le loro ridotte dimensioni rendono evidente e riconoscibile la loro finalità di semplice decoro o arredi o di riparo e protezione (anche da agenti atmosferici) della parte dell’immobile cui eventualmente accedono. Tali strutture non possono, viceversa, ritenersi installabili senza permesso di costruire, allorquando le loro dimensioni sono di entità tali da arrecare una visibile alterazione dello stato dei luoghi (Consiglio di Stato, Sez. V, 13.03.2001, n. 1442).
È incontestata, in vicenda, l’assenza di titolo abilitativo e la consistenza degli abusi edilizi, a nulla rilevando, ai fini della qualificazione dell'abuso, il carattere precario o temporaneo dei manufatti eseguiti, con riferimento ai quali, peraltro, non viene allegata documentazione tecnica comprovante tale asserita precarietà. Assume, invece, significato la perdurante modificazione strutturale e funzionale dello stato dei luoghi, nella specie, peraltro, in zona di vincolo, atteso che il manufatto è finalizzato all’uso costante (ricovero di attrezzature edili) proprio di un'attività imprenditoriale (Consiglio di Stato, Sez. I, 10.04.2013, n. 666/2013).
Peraltro, la giurisprudenza amministrativa è da tempo consolidata nel ritenere che la precarietà di un manufatto, che ne giustificherebbe il non assoggettamento a permesso di costruire per ogni attività comportante la trasformazione urbanistica del territorio, non dipende dai materiali utilizzati o dai sistemi di ancoraggio al suolo, bensì dalla obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell’opera (Cons. St., Sez. IV, 02.10.2012, n. 5183; Sez. III, 12.09.2012, n. 4850; Sez. V, 20.12.1999, n. 2125) (Consiglio di Stato, Sez. II, parere 25.02.2016 n. 522 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: chiarimenti su onerosità per interventi di ristrutturazione edilizia attinenti ai prospetti (Regione Emilia Romagna, parere 22.02.2016 n. 113406 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: La fattispecie di demolizione e ricostruzione di un fabbricato, che costituisce una delle tre tipologie della ristrutturazione edilizia delineate dall’art. 3, primo comma, lett. d), del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 e ss.mm. (ristrutturazione “leggera”, “pesante” e mediante demolizione e ricostruzione), può rientrare in tale ambito nei soli casi in cui ricostruzione è sostanzialmente conforme alla precedente struttura oggetto di demolizione.
A tal fine, l’insegnamento giurisprudenziale consolidatosi in “subiecta materia” (sino alla modifica normativa del 2013) ha chiarito che l'elemento che, in linea generale, contraddistingue la ristrutturazione dalla nuova edificazione deve rinvenirsi nella già avvenuta trasformazione del territorio, mediante una edificazione di cui si conservi la struttura fisica (sia pure con la sovrapposizione di un "insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente": art. 3, primo comma, lett. d, T.U.) ovvero la cui stessa struttura fisica venga del tutto sostituita, ma -in quest'ultimo caso- con ricostruzione, se non "fedele" (per effetto della modifica apportata al Testo Unico dal DLGS 27.12.2002 n. 301), comunque rispettosa della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente.
Ancora più in dettaglio, si è notato che, ai sensi della lettera d), primo comma, dell'art. 3 del T.U. in materia edilizia, sono inclusi nella definizione di "ristrutturazione edilizia", gli interventi di demolizione e ricostruzione con identità di volumetria e di sagoma rispetto all'edificio preesistente; la successiva lettera e) classifica come interventi di "nuova costruzione" quelli di "trasformazione edilizia e urbanistica del territorio non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti".
In base alla menzionata disposizione normativa nel testo vigente sino al 2013, quindi, un intervento di demolizione e ricostruzione che non rispetti la volumetria o la sagoma dell'edificio preesistente -intesa quest'ultima come la conformazione planivolumetrica della costruzione e il suo perimetro considerato in senso verticale e orizzontale- è stato costantemente qualificato come un intervento di nuova costruzione e non di ristrutturazione edilizia.
Ora, se è vero che in forza delle modifiche normative al testo dell’art. 3, primo comma, lett. d), del D.P.R. 06.06.2001 n. 380, recentemente introdotte dall’art. 30, primo comma, del DL 21.06.2013 n. 69, c.d. “Decreto del Fare”, (convertito dalla Legge 09.08.2013 n. 98), la ristrutturazione edilizia realizzata tramite demolizione e ricostruzione di un fabbricato non presuppone più il rispetto dalla sagoma preesistente (ma solo della preesistente volumetria), non può però essere trascurato che, nella fattispecie concreta oggetto del presente giudizio, risulta “per tabulas” che si è in presenza di un progetto di demolizione (pressoché completa) dell’edificio esistente a piano terra al fine di realizzare una civile abitazione di maggior consistenza volumetrica con tipologia duplex disposta su due livelli di piano, e quindi (oltre che di una modifica della precedente sagoma) di un sicuro ampliamento volumetrico (lo stesso progettista parla nella relazione tecnica illustrativa di “ristrutturazione al piano terra e di realizzazione di un ampliamento al primo piano”, ossia -in pratica- dell’edificazione “ex novo” di un ulteriore piano del fabbricato demolito), che si pone -con ogni evidenza- al di fuori della nozione attualmente delineata dall’art. 3, primo comma, lett. d), del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 e ss.mm., statuente che: “Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria dell’edificio preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
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... per l'annullamento del provvedimento prot. n. 6621 del 18.05.2015, pervenuto in data 22.05.2015, con il quale il Responsabile della IV Struttura del Comune di Latiano ha disposto il diniego della domanda di permesso di costruire presentata dalla ricorrente il 16.10.2014;
...
Il ricorso è manifestamente infondato nel merito e va respinto.
E’ necessario, innanzitutto, rammentare –in punto di fatto– che l’impugnato provvedimento di diniego di permesso di costruire è del seguente tenore: “…..Rilevata l’entità e la tipologia dell’intervento edilizio in progetto, dagli elaborati progettuali redatti dall’Arch. Profilo (Tav. Unica Bis - relazione tecnica), consistente nell’esecuzione delle seguenti opere: - demolizione della totalità delle strutture orizzontali e verticali dell’impianto originale dell’edificio esistente a piano terra ad eccezione di alcuni residui della muratura di prospetto; - ampliamento volumetrico dell’edificio esistente a piano terra al fine di realizzare una civile abitazione di maggior consistenza con tipologia duplex disposta su due livelli di piano;
Vista la comunicazione preventiva di motivi ostativi all’accoglimento della domanda formulata da questo U.T.C. con nota prot. n. 3890 in data 16.03.2015 ai sensi della Legge n. 241/1990; Rilevate le osservazioni trasmesse del Tecnico progettista Arch. Ca.Pr. con note acquisite al protocollo generale comunale……;
Considerato che le osservazioni prodotte non superano le motivazioni che ostano all’accoglimento della domanda;…………. DISPONE il diniego della domanda di permesso di costruire di cui in oggetto per le seguenti motivazioni già espresse nella comunicazione preventiva prot. n. 3890/2015: L’intervento edilizio in progetto, così come proposto e descritto nelle premesse, si configura come un intervento di nuova costruzione definito dall’art. 3, primo comma, lett. e), del D.P.R. n. 380/2001, e pertanto soggetto al rispetto delle N.T.A. prescritte dal vigente Programma di Fabbricazione per le nuove costruzioni
”.
Ciò premesso, il Collegio osserva –in diritto– che tutte le censure formulate nel ricorso (con cui, in buona sostanza, si sostiene che le opere edilizie in questione rientrerebbero nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia, anziché di nuova costruzione) si rivelano palesemente prive di giuridico fondamento, ove si consideri che il progetto edilizio presentato (il 16.10.2014) dalla odierna ricorrente prevedeva la realizzazione di un edificio del tutto diverso rispetto al preesistente e, quindi, incompatibile con il concetto di ristrutturazione edilizia per demolizione e ricostruzione.
A tal fine, va evidenziato come la fattispecie di demolizione e ricostruzione di un fabbricato, che costituisce una delle tre tipologie della ristrutturazione edilizia delineate dall’art. 3, primo comma, lett. d), del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 e ss.mm. (ristrutturazione “leggera”, “pesante” e mediante demolizione e ricostruzione), può rientrare in tale ambito nei soli casi in cui ricostruzione è sostanzialmente conforme alla precedente struttura oggetto di demolizione.
A tal fine, l’insegnamento giurisprudenziale consolidatosi in “subiecta materia” (sino alla modifica normativa del 2013) ha chiarito che l'elemento che, in linea generale, contraddistingue la ristrutturazione dalla nuova edificazione deve rinvenirsi nella già avvenuta trasformazione del territorio, mediante una edificazione di cui si conservi la struttura fisica (sia pure con la sovrapposizione di un "insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente": art. 3, primo comma, lett. d, T.U.) ovvero la cui stessa struttura fisica venga del tutto sostituita, ma -in quest'ultimo caso- con ricostruzione, se non "fedele" (per effetto della modifica apportata al Testo Unico dal Decreto Legislativo 27.12.2002 n. 301), comunque rispettosa della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente (cfr: “ex multis”: Consiglio di Stato, IV Sezione, 12.05.2014 n. 2397).
Ancora più in dettaglio, si è notato (Consiglio di Stato, IV Sez., 06.12.2013 n. 5822) che, ai sensi della lettera d), primo comma, dell'art. 3 del T.U. in materia edilizia, sono inclusi nella definizione di "ristrutturazione edilizia", gli interventi di demolizione e ricostruzione con identità di volumetria e di sagoma rispetto all'edificio preesistente; la successiva lettera e) classifica come interventi di "nuova costruzione" quelli di "trasformazione edilizia e urbanistica del territorio non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti".
In base alla menzionata disposizione normativa nel testo vigente sino al 2013, quindi, un intervento di demolizione e ricostruzione che non rispetti la volumetria o la sagoma dell'edificio preesistente -intesa quest'ultima come la conformazione planivolumetrica della costruzione e il suo perimetro considerato in senso verticale e orizzontale- è stato costantemente qualificato come un intervento di nuova costruzione e non di ristrutturazione edilizia.
Ora, se è vero che in forza delle modifiche normative al testo dell’art. 3, primo comma, lett. d), del D.P.R. 06.06.2001 n. 380, recentemente introdotte dall’art. 30, primo comma, del Decreto Legge 21.06.2013 n. 69, c.d. “Decreto del Fare”, (convertito dalla Legge 09.08.2013 n. 98), la ristrutturazione edilizia realizzata tramite demolizione e ricostruzione di un fabbricato non presuppone più il rispetto dalla sagoma preesistente (ma solo della preesistente volumetria), non può però essere trascurato che, nella fattispecie concreta oggetto del presente giudizio, risulta “per tabulas” che si è in presenza di un progetto di demolizione (pressoché completa) dell’edificio esistente a piano terra al fine di realizzare una civile abitazione di maggior consistenza volumetrica con tipologia duplex disposta su due livelli di piano, e quindi (oltre che di una modifica della precedente sagoma) di un sicuro ampliamento volumetrico (lo stesso progettista parla nella relazione tecnica illustrativa di “ristrutturazione al piano terra e di realizzazione di un ampliamento al primo piano”, ossia -in pratica- dell’edificazione “ex novo” di un ulteriore piano del fabbricato demolito), che si pone -con ogni evidenza- al di fuori della nozione attualmente delineata dall’art. 3, primo comma, lett. d), del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 e ss.mm., statuente che: “Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria dell’edificio preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
Appare assurda, poi, la pretesa della parte ricorrente di distinguere (ai fini di causa) la ristrutturazione edilizia del solo piano terra demolito dalla (contestuale) realizzazione dell’ampliamento al primo piano, in quanto la domanda di permesso di costruire di che trattasi è da intendersi richiesta, ai sensi dell’art. 10, primo comma, lett. c), del D.P.R. 06.06.2001 n. 380, per l’unitario intervento (definito dall’istante di ristrutturazione edilizia) consistente nella demolizione dell’edificio preesistente a piano terra al fine di realizzare una civile abitazione di maggior consistenza volumetrica con tipologia duplex disposta su due livelli di piano; pertanto, anche ai sensi dell’art. 21-octies secondo comma della Legge 07.08.1990 n. 241 e ss.mm., l’impugnato provvedimento di diniego si configura come atto dovuto (risultando irrilevante, nel caso di specie, il denunciato difetto di adeguata motivazione).
Per le ragioni sopra sinteticamente illustrate il ricorso deve essere respinto (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 03.02.2016 n. 233 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non esiste una differenza di ordine qualitativo tra ampliamento e nuova costruzione.
L'ampliamento, infatti, costituisce una “modalità” di realizzazione di una nuova costruzione che si concreta essenzialmente nella realizzazione di nuovi manufatti che si aggiungono alla struttura edilizia preesistente modificandone l'estensione e la consistenza, con incremento del valore originario; pertanto, il detto intervento si traduce nella costruzione di corpi aggiunti, il cui inserimento modifica la fisionomia strutturale e accresce la consistenza volumetrica dell'edificio sul quale si interviene, che risulta trasformato dalla realizzazione della nuova opera.
In sostanza, ciò che distingue l'ampliamento dalla nuova costruzione è l’iniziale relazione di accessorietà tra un manufatto nuovo ed uno preesistente principale.
Pertanto il concetto di “nuova costruzione” riguarda non solo la realizzazione di un manufatto su un'area libera, ma anche ogni intervento di ristrutturazione che rende un manufatto oggettivamente diverso da quello preesistente, in considerazione dell'entità delle modifiche; tenendo presente che l'oggettiva diversità del manufatto, come emerge dall'articolo 8 della legge 28.02.1985 n. 47 (relativo alla determinazione delle variazioni essenziali), si ha per il solo fatto che sussiste "il mutamento della destinazione d'uso che implichi la variazione degli standard".
In buona sostanza, ciò che distingue l'ampliamento dalla nuova costruzione è la natura totalmente autonoma del manufatto realizzato su un terreno inedificato ovvero radicalmente innovativa rispetto alla costruzione preesistente che caratterizza la seconda rispetto al primo.
Tali tipologie di intervento restano quindi assoggettate al medesimo regime urbanistico senza che possa dunque ritenersi legittimo introdurre in sede di pianificazione comunale, con riguardo ad ampliamenti di notevole portata (fino al 40%) e al fine di assoggettarli ad una diversa disciplina urbanistica, una diversa qualificazione giuridica di interventi edilizi sostanzialmente omogenei.
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E – Regolamento Edilizio – art. 16 – Violazione principi giurisprudenziali consolidati in materia – Contrasto con l’orientamento giurisprudenziale consolidato in materia: analogamente a quanto sopra rilevato sub C), la censura va respinta senza necessità di alcuna argomentazione non essendo stato individuato da parte della ricorrente alcun parametro normativo violato dal Comune di Tortoli.
F) – Regolamento Edilizio – articoli 21 e 27 – Violazione art. 3 del DPR n. 380/2001 e ss.mm.: con riguardo alla modifica delle definizioni contenute nell’anzidetta normativa statale, in particolare la definizione di “manutenzione straordinaria” non può essere diversa da quella prevista dalla lettera b) e la definizione di “ampliamento” non può essere diversa da quella prevista dalla lettera e.1) dello stesso DPR, secondo cui è “nuova costruzione” ogni ampliamento realizzato all’esterno della sagoma esistente, e non solo quello che supera il 40% del volume.
Quanto al primo profilo, in mancanza del benché minimo argomento dal quale ricavare quale sia il profilo di contrasto con l’art. 3 del DPR n. 380/2001 individuato dalla Regione (né aiuta il verbale n. 8 del CTRU a pag. 10, parimenti generico), la definizione di “manutenzione straordinaria” di cui all’art. 21 del R.E. appare coerente con quanto previsto dalla normativa statale, con conseguente reiezione della censura.
Merita invece accoglimento il secondo rilievo relativo all’art. 27, comma 1 e 2, del R.E. per il quale “Si definisce ampliamento di edificio esistente l’intervento che comporta un incremento fino ad un massimo del 40% delle superfici esistenti…; 2. Per incrementi superiori l’intervento si considera di nuova costruzione”.
Va anzitutto premesso che non esiste una differenza di ordine qualitativo tra ampliamento e nuova costruzione.
L'ampliamento, infatti, costituisce una “modalità” di realizzazione di una nuova costruzione che si concreta essenzialmente nella realizzazione di nuovi manufatti che si aggiungono alla struttura edilizia preesistente modificandone l' estensione e la consistenza, con incremento del valore originario; pertanto, il detto intervento si traduce nella costruzione di corpi aggiunti, il cui inserimento modifica la fisionomia strutturale e accresce la consistenza volumetrica dell' edificio sul quale si interviene, che risulta trasformato dalla realizzazione della nuova opera..
In sostanza, ciò che distingue l'ampliamento dalla nuova costruzione è l’iniziale relazione di accessorietà tra un manufatto nuovo ed uno preesistente principale.
Pertanto il concetto di “nuova costruzione” riguarda non solo la realizzazione di un manufatto su un'area libera, ma anche ogni intervento di ristrutturazione che rende un manufatto oggettivamente diverso da quello preesistente, in considerazione dell'entità delle modifiche; tenendo presente che l'oggettiva diversità del manufatto, come emerge dall'articolo 8 della legge 28.02.1985 n. 47 (relativo alla determinazione delle variazioni essenziali), si ha per il solo fatto che sussiste "il mutamento della destinazione d'uso che implichi la variazione degli standard" (Cons. St., Sez. V, 03.02.1999, n. 98; Sez. V, 22.06.1998, n. 921).
In buona sostanza, ciò che distingue l'ampliamento dalla nuova costruzione è la natura totalmente autonoma del manufatto realizzato su un terreno inedificato ovvero radicalmente innovativa rispetto alla costruzione preesistente che caratterizza la seconda rispetto al primo.
Tali tipologie di intervento restano quindi assoggettate al medesimo regime urbanistico senza che possa dunque ritenersi legittimo introdurre in sede di pianificazione comunale, con riguardo ad ampliamenti di notevole portata (fino al 40%) e al fine di assoggettarli ad una diversa disciplina urbanistica, una diversa qualificazione giuridica di interventi edilizi sostanzialmente omogenei.
Di qui l’accoglimento della censura e l’annullamento dell’art. 27, comma 1 e 2, del R.E. (TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 03.02.2016 n. 98 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2016

EDILIZIA PRIVATA: La nozione di pertinenza urbanistica contiene elementi differenti e propri rispetto alla nozione civilistica: il manufatto pertinenziale deve essere preordinato ad una oggettiva esigenza dell’edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, da ciò consegue che lo stesso non ha valore di mercato autonomo, ed è dotato comunque di un volume modesto rispetto all’edificio principale.
La realizzazione di una tettoia di mq. 25 circa con copertura in lamiera e struttura in paletti metallici in alluminio, imbullonata alla recinzione dell’area privata, va qualificata come intervento di nuova costruzione ex art. 3, lett. e), del t.u. n. 380 del 2001, con il consequenziale assoggettamento dell’intervento medesimo, di trasformazione edilizia, al permesso di costruire.
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Diversamente da quanto ritiene parte appellante, non viene in rilievo una pertinenza, essendo stata realizzata un’opera edilizia autonoma, opera che, comportando un mutamento nell’assetto dei luoghi e una trasformazione del territorio, necessitava del permesso di costruire.
In termini generali va rammentato che l’art. 817 cod. civ. definisce pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un’altra cosa.
La nozione di pertinenza accolta dalla giurisprudenza amministrativa è però meno ampia di quella civilistica.
La giurisprudenza è generalmente orientata a ritenere che gli elementi che caratterizzano le pertinenze siano, da un lato, l’esiguità quantitativa del manufatto, nel senso che il medesimo deve essere di entità tale da non alterare in modo rilevante l’assetto del territorio; dall’altro, l’esistenza di un collegamento funzionale tra tali opere e la cosa principale, con la conseguente incapacità per le medesime di essere utilizzate separatamente ed autonomamente.
Un’opera può definirsi accessoria rispetto a un'altra, da considerarsi principale, solo quando la prima sia parte integrante della seconda, in modo da non potersi le due cose separare senza che ne derivi l'alterazione dell'essenza e della funzione dell'insieme.
Tale vincolo di accessorietà deve desumersi dal rapporto oggettivo esistente fra le due cose e non dalla semplice utilità che da una di esse possa ricavare colui che abbia la disponibilità di entrambe:
- la nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità sue proprie, che la differenziano da quella civilistica dal momento che il manufatto deve essere non solo preordinato ad una oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, ma deve essere anche sfornito di autonomo valore di mercato e dotato comunque di un volume modesto rispetto all'edificio principale, in modo da evitare il c.d. carico urbanistico;
- ed ancora, i beni che nel diritto civile assumono senz'altro natura pertinenziale non sono tali ai fini dell'applicazione delle regole che governano l'attività edilizia, ogniqualvolta assumono autonomia rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime concessorio. Ne discende, dunque, che in materia edilizia sono qualificabili come pertinenze solo le opere che siano prive di autonoma destinazione e che esauriscano la loro destinazione d'uso nel rapporto funzionale con l'edificio principale, così da non incidere sul carico urbanistico.
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Nella specie, si tratta di un manufatto, avente una superficie non irrilevante, forse minore dei 25 mq., ma comunque di certo non irrilevante, con copertura in lamiera e struttura in paletti metallici, imbullonato alla recinzione dell’area privata e dunque tutt’altro che agevolmente rimovibile, destinato, sotto l’aspetto funzionale, a soddisfare esigenze prolungate nel tempo e in ogni caso tutt’altro che temporanee, con la conseguenza che, per la realizzazione di opere come il manufatto medesimo, occorre conseguire il permesso di costruire.
La natura strutturalmente, e funzionalmente, non precaria della tettoia, o baracca, di cui si discute, risulta dunque sussistere, al di là delle considerazioni difensive rivolte –comprensibilmente, ma infondatamente- a minimizzare l’entità dell’intervento realizzato.
Alla luce delle considerazioni su esposte è da ritenere che le caratteristiche e la funzione della struttura, realizzata con l’impiego di paletti metallici e avente, come detto, una superficie non irrilevante, non consentano di qualificare l’opera stessa come pertinenza.

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1. Ma.Da. ha impugnato, davanti al TAR del Lazio, la determinazione dirigenziale di Roma Capitale n. 1858 del 21.11.2014 con la quale gli è stata ingiunta la demolizione di un’opera edilizia abusiva consistente nella realizzazione di una tettoia di mq. 25 circa con copertura in lamiera e struttura in paletti metallici in alluminio, imbullonata alla recinzione dell’area privata, in sostituzione di precedente tettoia in ondulato metallico.
Con la sentenza impugnata il Tribunale amministrativo ha respinto il ricorso –con la condanna del ricorrente alle spese a favore di Roma Capitale- con la motivazione che segue: il ricorrente assume l’illegittimità del provvedimento in ragione del carattere pertinenziale dell’opera rispetto al bene principale cui accede…il concetto di pertinenza, previsto dal diritto civile, va distinto dal più ristretto concetto di pertinenza inteso in senso edilizio e urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime del permesso di costruire, come nel caso di una tettoia in ferro delle dimensioni quali quelle per cui è causa e ancorata con pali fissi di metallo…per tali ragioni la realizzazione di una tettoia di tal genere, comportando la trasformazione edilizia del territorio ex art. 3 comma 1 lett. e) del D.P.R. n. 380/2001, si caratterizza, secondo la prevalente giurisprudenza amministrativa, in termini di "nuova costruzione", tale da necessitare del previo rilascio del pertinente titolo abilitativo… (segue la citazione di precedenti giurisprudenziali per i quali la realizzazione di manufatti e di tettoie con struttura metallica e copertura in lamiere zincate simili a quello per cui è causa costituisce nuova costruzione per la quale occorre il permesso di costruire).
2. Il Da. ha proposto appello contestando statuizioni e argomentazioni della sentenza e deducendo, con un unico, articolato motivo, violazione dell’art. 26 della legge n. 1034/1971 per insufficiente motivazione, in relazione al fatto che il richiamo a precedenti giurisprudenziali non risulta nella specie integrato dalle insopprimibili specificità del caso concreto.
Il percorso motivazionale –si legge tra l’altro nell’atto d’appello- risulta insufficiente a sorreggere la decisione gravata, mentre il riferimento ai precedenti giurisprudenziali è scarno e lacunoso non avendo, la sentenza, motivato circa l’applicabilità, al caso in esame, dei precedenti giurisprudenziali relativi alla necessità del permesso di costruire per la realizzazione di tettoie.
L’opera realizzata, di dimensioni modestissime, in lamierato ondulato, destinata al ricovero di piccoli oggetti, non sarebbe né stabile né permanente e avrebbe carattere di pertinenza dell’edificio principale.
Come tale, non sarebbe soggetta a permesso di costruire, con conseguente illegittimità dell’ingiunzione di demolizione.
3. Resiste Roma Capitale.
4.L’appello è infondato e va respinto.
La sentenza breve di rigetto del Tar va confermata essenzialmente perché risulta corretta –pur nella oggettiva concisione della motivazione della pronuncia, coerente, del resto, con la natura semplificata della decisione di primo grado- la qualificazione data all’opera abusiva realizzata come intervento di nuova costruzione ex art. 3, lett. e), del t.u. n. 380 del 2001, con il consequenziale assoggettamento dell’intervento medesimo, di trasformazione edilizia, al permesso di costruire.
Diversamente da quanto ritiene parte appellante, non viene in rilievo una pertinenza, essendo stata realizzata, in base agli atti e ai documenti di causa, un’opera edilizia autonoma, opera che, comportando un mutamento nell’assetto dei luoghi e una trasformazione del territorio, necessitava del permesso di costruire.
In termini generali va rammentato che l’art. 817 cod. civ. definisce pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un’altra cosa.
La nozione di pertinenza accolta dalla giurisprudenza amministrativa è però meno ampia di quella civilistica.
La giurisprudenza è generalmente orientata a ritenere che gli elementi che caratterizzano le pertinenze siano, da un lato, l’esiguità quantitativa del manufatto, nel senso che il medesimo deve essere di entità tale da non alterare in modo rilevante l’assetto del territorio; dall’altro, l’esistenza di un collegamento funzionale tra tali opere e la cosa principale, con la conseguente incapacità per le medesime di essere utilizzate separatamente ed autonomamente.
Un’opera può definirsi accessoria rispetto a un'altra, da considerarsi principale, solo quando la prima sia parte integrante della seconda, in modo da non potersi le due cose separare senza che ne derivi l'alterazione dell'essenza e della funzione dell'insieme.
Tale vincolo di accessorietà deve desumersi dal rapporto oggettivo esistente fra le due cose e non dalla semplice utilità che da una di esse possa ricavare colui che abbia la disponibilità di entrambe (conf., ex plurimis, Cons. Stato, IV, n. 5509/2009 –e, ivi, numerosi riferimenti giurisprudenziali ulteriori-, secondo cui la nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità sue proprie, che la differenziano da quella civilistica dal momento che il manufatto deve essere non solo preordinato ad una oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, ma deve essere anche sfornito di autonomo valore di mercato e dotato comunque di un volume modesto rispetto all'edificio principale, in modo da evitare il c.d. carico urbanistico; conf. inoltre Cons. Stato, sez. IV, n. 4636/2009: i beni che nel diritto civile assumono senz'altro natura pertinenziale non sono tali ai fini dell'applicazione delle regole che governano l'attività edilizia, ogniqualvolta assumono autonomia rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime concessorio. Ne discende, dunque, che in materia edilizia sono qualificabili come pertinenze solo le opere che siano prive di autonoma destinazione e che esauriscano la loro destinazione d'uso nel rapporto funzionale con l'edificio principale, così da non incidere sul carico urbanistico; v. anche Cons. Stato, n. 2549/2011).
Nella specie, ad avviso di questo Consiglio, dalla descrizione dell’opera contenuta nell’atto impugnato, dalla fotografia in atti e in generale dalla documentazione prodotta emerge che, sul piano strutturale, si tratta di un manufatto, avente una superficie non irrilevante, forse minore dei 25 mq. ai quali si fa riferimento nella determina impugnata in primo grado, ma comunque di certo non irrilevante, con copertura in lamiera e struttura in paletti metallici, imbullonato alla recinzione dell’area privata e dunque tutt’altro che agevolmente rimovibile, destinato, sotto l’aspetto funzionale, a soddisfare esigenze prolungate nel tempo e in ogni caso tutt’altro che temporanee, con la conseguenza che, per la realizzazione di opere come il manufatto medesimo, occorre conseguire il permesso di costruire.
In modo condivisibile in sentenza è stata negata natura pertinenziale al manufatto, considerandolo intervento che implica una trasformazione urbanistico–edilizia del territorio.
La natura strutturalmente, e funzionalmente, non precaria della tettoia, o baracca, di cui si discute, risulta dunque sussistere, al di là delle considerazioni difensive rivolte –comprensibilmente, ma infondatamente- a minimizzare l’entità dell’intervento realizzato.
Alla luce delle considerazioni su esposte è da ritenere che le caratteristiche e la funzione della struttura, realizzata con l’impiego di paletti metallici e avente, come detto, una superficie non irrilevante, non consentano di qualificare l’opera stessa come pertinenza.
Di qui il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza impugnata (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.01.2015 n. 19 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2015

EDILIZIA PRIVATA: Un intervento di demolizione e ricostruzione con volumetria non superiore a quella complessiva preesistente e, dunque, certamente non incidente sul carico urbanistico, quale elemento considerato dalla norma evidentemente determinante, non può oggi –atteso che si prescinde, per gli immobili non sottoposti a vincoli, anche dalla modifica della sagoma-, non rientrare nelle ristrutturazioni edilizie “leggere”, come tali assoggettabili a mera segnalazione certificata di attività, ove siano stati rispettati gli ulteriori requisiti contemplati dall’art. 22 d.P.R. n. 380 del 2001.
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3. Va anzitutto osservato che l’assunto in base al quale il Tribunale di Asti è pervenuto ad assoluzione dell’imputato non è, in adesione alle ragioni puntualmente sviluppate dal P.M. ricorrente, condivisibile.
E’ incontroverso il fatto che, nella specie, ricevuta nel 2010 un’ordinanza comunale con cui lo si invitava a sostituire la copertura in fibra d’amianto di un manufatto di sua proprietà, l’imputato decideva di abbattere integralmente l’edificio e di ricostruirlo in blocchi di calcestruzzo; era stato così edificato un nuovo manufatto, con sagoma inferiore e volume totale inferiore rispetto a quello precedente, in totale assenza di titolo abilitativo.
4. Ciò posto, la sentenza impugnata ha ritenuto che l’attività posta in essere debba essere qualificata come “intervento di manutenzione straordinaria” e non già come intervento di “ristrutturazione edilizia”, sì da non essere soggetta al rilascio del permesso a costruire: infatti, a seguito delle modifiche operate al testo dell’articolo 3, comma 1, lettera b), del Decreto del Presidente della Repubblica cit., dal Decreto Legge 12.09.2014, n. 133, articolo, convertito in Legge 11.11.2014, n. 164 (il cui originario contenuto era nel senso che dovessero intendersi per interventi di manutenzione straordinaria “le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico–sanitari e tecnologici, sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche delle destinazioni di uso” e il cui contenuto successivo e’, invece, ora, nel senso che per interventi di manutenzione straordinaria debbono intendersi “le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico–sanitari e tecnologici, sempre che non alterino la volumetria complessiva degli edifici e non comportino modifiche delle destinazioni di uso”), si sarebbe ampliata la definizione di “interventi di manutenzione straordinaria”; infatti, ha continuato la sentenza, per effetto della nuova definizione, sarebbero incluse in essa tutte le attività manutentive che, pur incidendo sulle superfici di un edificio, non abbiano tuttavia determinato un aumento del volume complessivo della costruzione (come nella specie avvenuto).
5. Va di contro osservato, però, che, come correttamente sottolineato dal P.M. ricorrente, l’articolo 3, comma 1, lettera d), dello stesso Decreto del Presidente della Repubblica, come modificato dal Decreto Legge n. 69 del 2013, articolo 30 comma 1, lettera a), convertito con modificazioni nella Legge n. 98 del 2013, prevede che
rientrino all’interno degli interventi di ristrutturazione edilizia “anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”; sicché deve ritenersi che il legislatore, come segnalato dall’inequivoco riferimento alla “demolizione e ricostruzione” del preesistente edificio, quand’anche di uguale volumetria, abbia inteso comunque ricomprendere l’intervento di specie in quello di ristrutturazione edilizia e non già di manutenzione edilizia, non potendo ritenersi che l’ambito applicativo della disposizione, rimasta sul punto significativamente inalterata anche a seguito della modifica impressa alla Legge n. 164 del 2014, articolo 3, comma 1, lettera b), abbia subito riduzioni anche solo di carattere interpretativo tali da escluderne appunto la attività, tipicamente considerata, di abbattimento e ricostruzione.
E ciò, a maggior ragione, ove si consideri che il tratto essenziale degli interventi di manutenzione straordinaria continua a consistere nella finalizzazione degli stessi alla “rinnovazione e sostituzione di parti anche strutturali degli edifici”, di per sé non compatibile con una condotta, ben diversa, di abbattimento e ricostruzione dell’intero edificio.

6. Ritenuto dunque che l’intervento posto in essere dall’imputato rientrava in quello di ristrutturazione edilizia, va però osservato che lo stesso, per gli elementi di fatto incontroversi che lo hanno caratterizzato, ovvero, in particolare, il mancato aumento della volumetria, non richiedeva il rilascio del permesso a costruire, bensì, al momento dei fatti, di una mera d.i.a., ovvero, alla data odierna, di una s.c.i.a..
Va infatti osservato che,
secondo quanto previsto dall’articolo 10, comma 1, lettera c), del Decreto del Presidente della Repubblica cit., come modificato, da ultimo, dal Decreto Legge n. 133 del 2014, articolo 17, convertito in Legge n. 164 del 2014, sono assoggettati a permesso di costruire “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici e dei prospetti”, ovvero che si connettano a mutamenti di destinazione d’uso, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A), mentre, ai sensi dell’articolo 22, comma 1, del medesimo Decreto del Presidente della Repubblica, “sono realizzabili mediante segnalazione certificata di inizio attività (in precedenza, denuncia di inizio di attività) gli interventi non riconducibili all’elenco di cui all’articolo 10, e all’articolo 6, che siano conformi alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico-edilizia vigente”.
E questa Corte ha più volte precisato, in concordanza con tali previsioni, ancor prima delle modifiche da ultimo intervenute, che
devono ritenersi realizzabili, previa mera denunzia di attività (non alternativa al permesso di costruire, equivalente come detto alla odierna S.c.i.a.), le ristrutturazioni edilizie di portata minore: quelle, cioè, che determinano una semplice modifica dell’ordine in cui sono disposte le diverse parti che compongono la costruzione, in modo che, pur risultando complessivamente innovata, questa conserva la sua iniziale consistenza urbanistica, nel senso, cioè, di diversa da quelle descritte dall’articolo 10, comma 1, lettera c), che possono incidere, invece, sul carico urbanistico (Sez. 3, n. 20350 del 16/03/2010, Magistrati, Rv. 247177; Sez. 3, n. 16393 del 17/02/2010, Cavallo, Rv. 246757); e, da ultimo, sempre questa Corte è pervenuta ad affermare che, per effetto delle più recenti modifiche (Decreto Legge 21.06.2013, n. 69, articolo 30, conv. in Legge 09.08.2013, n. 98), gli interventi di “ristrutturazione edilizia”, consistenti nel ripristino o nella ricostruzione di edifici o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, debbono ritenersi assoggettati alla procedura semplificata della S.c.i.a., se si tratta di opere che non rientrano in zona paesaggisticamente vincolata e rispettano la preesistente volumetria, anche quando implicano una modifica della sagoma dell’edificio (Sez. 3, n. 40342 del 03/06/2014, Quarta, Rv. 260551).
Ne consegue che
un intervento di demolizione e ricostruzione con volumetria non superiore, come nella specie, a quella complessiva preesistente, e dunque certamente non incidente sul carico urbanistico, quale elemento considerato dalla norma evidentemente determinante, non poteva (già prima delle ultime modifiche intervenute) e non può, a maggior ragione oggi, atteso che si prescinde, per gli immobili non sottoposti a vincoli, anche dalla modifica della sagoma, non rientrare nelle ristrutturazioni edilizie “leggere”, come tali assoggettabili a mera segnalazione certificata di attività, ove siano stati rispettati gli ulteriori requisiti contemplati dall’articolo 22 cit..
E, nella specie, non risulta, né dalla contestazione di cui all’imputazione né dalla sentenza impugnata né, infine, dal ricorso che l’intervento non sia stato conforme alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico–edilizia vigente ovvero abbia riguardato immobile vincolato.
Ne consegue che, integrando comunque il fatto materiale contestato, sia pure per ragioni diverse da quelle illustrate dalla sentenza impugnata, un mero illecito amministrativo, il ricorso del P.M. va rigettato (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.12.2015 n. 48947).

novembre 2015

EDILIZIA PRIVATA: Grandi distributori automatici con licenza edilizia.
Per installare dei distributori automatici di alimenti e bevande di grandi dimensioni sulle strade con caratteristiche di ingombro non dissimili da quelle di un chiosco serve la licenza edilizia.

Lo ha chiarito il Consiglio di Stato, Sez. VI, con la sentenza 06.11.2015 n. 5064.
Un esercente titolare di concessione per l'occupazione di suolo pubblico con distributori automatici è entrato in conflitto con il comune di Crotone a causa del posizionamento di un impianto nel centro abitato.
In sede di contenzioso amministrativo il Tar ha confermato in parte la decisione del comune stabilendo l'irregolarità urbanistico edilizia dell'installazione. E i giudici di palazzo Spada hanno confermato questa decisione.
In pratica i distributori automatici di alimenti e bevande se hanno caratteristiche dimensionali importanti sono assimilabili a un chiosco quindi l'impatto visivo del manufatto determina una effettiva trasformazione dello stato dei luoghi.
Quindi al di là di tutte le altre considerazioni di carattere amministrativo per il posizionamento degli impianti più grandi su una strada o una piazza comunale serve un permesso di costruire (articolo ItaliaOggi del 12.01.2016).
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MASSIMA
... per la riforma della sentenza del TAR CALABRIA–CATANZARO, SEZIONE II, n. 478/2015, resa tra le parti, concernente demolizione di opere abusivamente realizzate consistenti nell'installazione di due distributori automatici di bevande e alimenti;
...
... il Collegio ritiene che l’appello non possa trovare accoglimento, per ragioni di merito che consentono di assorbire qualsiasi questione preliminare.
Appare infatti necessario sottolineare, in primo luogo, che il ricordato regolamento TOSAP –nel prescrivere i pareri del servizio dei Lavori pubblici e del Servizio urbanistica– non avrebbe potuto derogare alle prescrizioni, di rango superiore, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 (Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), che nell’art. 3, comma 1, lettera e), punto e.5, definisce “interventi di nuova costruzione” –soggetti a permesso di costruire, a norma del successivo art. 10– “l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee, salvo che siano installati, con temporaneo ancoraggio al suolo, all’interno di strutture ricettive all’aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta e il soggiorno di turisti”.
L’art. 6 “attività edilizia libera”, comma 1, lettera e), a sua volta, esclude l’esigenza di titolo abilitativo per “le aree ludiche senza fini di lucro e gli elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici”.
I distributori automatici di alimenti e bevande potrebbero essere inseriti, in effetti, nell’una o nell’altra categoria, a seconda della relativa collocazione e delle effettive dimensioni (che solo ove molto ridotte giustificherebbero l’assimilazione degli stessi a meri arredi, se situati all’interno o nelle aree pertinenziali degli edifici).
Nella situazione in esame, tuttavia,
la documentazione anche fotografica in atti mostra un manufatto a sé stante di dimensioni non irrisorie, destinato ad occupare circa tre metri quadrati di suolo pubblico, con caratteristiche non dissimili da quelle di un chiosco e di impatto visivo tale da determinare una effettiva trasformazione dello stato dei luoghi, con conseguente necessità di permesso di costruire.
Non appare possibile sostenere, in senso contrario, che la struttura di cui trattasi –in quanto oggetto di una concessione temporanea per l’occupazione di suolo pubblico– non fosse destinata al soddisfacimento di esigenze stabili, in quanto confermano la necessità del titolo edilizio la non manifesta temporaneità dell’installazione, nonché la prevista proroga tacita della concessione ad ogni scadenza e la stessa impostazione difensiva dell’appellante (che postula la trasformazione in diritto quesito dell’affidamento, maturato in ordine ad una determinata collocazione).
La documentazione depositata dal Comune, inoltre, non conferma alcune prospettazioni dell’appellante, che aveva affermato di avere accettato solo un temporaneo spostamento, in coincidenza di lavori di sistemazione dell’intero piazzale e della relativa pavimentazione, con l’aspettativa di riottenere il medesimo posizionamento al termine dei lavori stessi.
Tali affermazioni potrebbero apparire avallate da una nota del Comune di Crotone del 23.06.2011 (n. prot. 34135), in cui –dato l’imminente inizio delle opere di sistemazione– il dirigente comunale di settore, con atto a firma anche del responsabile unico del procedimento, comunicava la necessità e l’urgenza di spostare il manufatto di cui trattasi “e contestualmente di definire un nuovo e più idoneo posizionamento nell’ambito dello stesso piazzale”: a tale comunicazione si riferiva, appunto, la medesima appellante nel richiedere, con nota protocollata presso il Comune il 06.05.2013 (n. prot. 20130021541) il riposizionamento della struttura nella piazza di originaria collocazione, in base alla concessione di occupazione permanente di suolo pubblico n. 31 del 30.04.2009.
Veniva ignorata, tuttavia, la comunicazione della già citata società concessionaria Ak. s.p.a. n. 373/2011 del 25.10.2011, con cui si escludeva il rinnovo della predetta concessione n. 31 del 2009 “alla scadenza naturale del 31.12.2011”, con disposta rimozione del manufatto.
Tale comunicazione faceva seguito, peraltro, al provvedimento della medesima Ak. n. 83/2010 del 16.03.2010, che escludeva il tacito rinnovo di detta concessione (in conformità alle clausole, contenute nella medesima), con affermata disponibilità ad esaminare con la ditta interessata nuove zone di posizionamento (in effetti successivamente individuate, con concessione n. 5 del 2012).
Di tali pregresse disposizioni non sembra sia stata data notizia al commissario ad acta, che registrava solo una comunicazione del Comune di non poter rilasciare “ulteriori” concessioni di occupazione di suolo pubblico nel piazzale di cui trattasi (in quanto interessato da un nuovo progetto di sistemazione), rilevando al riguardo che la ditta Spina sarebbe già stata “attualmente titolare della predetta concessione”.
Il Collegio non è chiamato, in ogni caso, a valutare la pronuncia del commissario ad acta, né i presupposti e gli effetti della revoca (che non risulta impugnata) dell’originaria concessione di suolo pubblico, in quanto il successivo ordine di rimozione d’ufficio (n. 12 del 13.01.2015) risulta emesso per assenza di titolo abilitativo, a norma dell’art. 27 (vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia) del d.P.R. n. 380 del 2001, che disciplina l’esecuzione di opere senza titolo su aree di proprietà pubblica, nonché in ogni caso di difformità dalle norme urbanistiche.
Nel ritenere che tale determinazione sia stata legittimamente emessa, il giudice di primo grado ha espresso considerazioni condivisibili, per le ragioni già in precedenza illustrate, né può sostenersi che tale giudizio violasse l’art. 112 Cod. proc. civ., non potendosi esaminare le argomentazioni difensive della ricorrente senza un necessario raffronto con la motivazione dell’atto impugnato, ovvero con la necessità (anche se per il passato non rilevata) che il manufatto in questione richiedesse l’apposito permesso di costruire.
Ugualmente condivisibile, pertanto, in assenza di tale necessario presupposto, non poteva che ritenersi l’esito negativo della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) n. prot. 2281 del 16.01.2015.
Indipendentemente quindi da ogni considerazione sulla tutela, invocata dall’appellante, del suo affidamento, sta di fatto che nella situazione in esame –posto che per “concessione permanente” si intende un titolo stabile, ma non irrevocabile alle scadenze, soprattutto in presenza di superiori interessi pubblici (nel caso di specie: ragioni di decoro della piazza oggetto di restauro)– l’unica circostanza ai presenti riguardi addebitabile all’Amministrazione appare, in conclusione, quella di non essersi pronunciata –ferma la sua autonoma valutazione al riguardo- sull’istanza di riposizionamento, pervenuta il 06.05.2013.
Non può tuttavia ignorarsi che detta istanza non teneva in alcun conto due successive comunicazioni (nn. 83 del 2010 e 373 del 2011), con cui la società concessionaria del Comune per le occupazioni di suolo pubblico escludeva il rinnovo, alla scadenza, della concessione di cui trattasi.
In tale contesto il Collegio ritiene che debba disporsi il rigetto dell’appello, poiché la documentazione in atti esclude comunque sia un reale affidamento dell’istante, sia le conseguenze risarcitorie per il c.d. “danno da ritardo”; tale ritardo dell’Amministrazione, nell’esplicitare le ragioni di rigetto dell’istanza del 2013, costituisce però, ad avviso del Collegio stesso, ragione sufficiente per disporre la compensazione delle spese giudiziali.

ottobre 2015

EDILIZIA PRIVATALa realizzazione di una tettoia, anche se in aderenza a preesistenze edificate e pur in assenza di opere murarie, comporta l’introduzione di un elemento strutturale dell’edificio stesso che non solo modifica il prospetto ma determina altresì una duratura modifica dello stato dei luoghi, con trasformazione edilizia del territorio mediante l’ampliamento del relativo manufatto all’esterno della sua sagoma originaria, costituendo un intervento edificatorio che richiede il previo rilascio di permesso di costruire.
La stessa, infatti, non può essere considerata un intervento di manutenzione straordinaria ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera b) del d.P.R. n. 380 del 2001, in quanto non consiste nella rinnovazione o nella sostituzione di un elemento architettonico, ma nell’aggiunta di un elemento strutturale dell'edificio, con modifica del prospetto.
La sua costruzione, pertanto, necessita del previo rilascio di permesso di costruire e non è assentibile mediante semplice denuncia di inizio di attività, anche attesa la perdurante modifica dello stato dei luoghi che produce sul tessuto urbano: la mancanza del previo assenso legittima, quindi, l’applicazione della sanzione demolitoria, che costituisce atto dovuto per l’Amministrazione comunale, a prescindere dal lasso di tempo intercorso dalla realizzazione abusiva.
Il che, pacificamente, è vieppiù a predicarsi quando l’abuso incide su un immobile sottoposto a vincolo paesaggistico: come qui accade, ovvero quando l’ordine di ripristino, sempre come qui accade e come innanzi riferito, è stato impartito espressamente anche per “violazione dell’art. 167 del d.l.vo n. 42 del 2004”.
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La sanzione demolitoria è stata -legittimamente, anzi doverosamente- ingiunta (anche) espressamente ex ripetuto art. 167 del d.l.vo n. 42 del 2004, il cui esercizio non soffre di limitazioni temporali, fermo peraltro che, come sostenuto da condivisa giurisprudenza, “ove carenti della (presupposta) autorizzazione paesaggistica il titolo abilitativo edilizio non si forma, ovvero l’attività non può essere intrapresa”.

13- A diversa conclusione deve invece pervenirsi rispetto ai restanti interventi indicati nel Capo C) al vaglio.
La c. detta “baracca” (o “tettoia”), per come contestato interessante una superficie di mq. 60, al di sotto della quale è stato realizzato un locale definito tecnico dal perito di parte, per ammissione dello stesso tecnico è priva di titoli abilitativi.
Né può farsi luogo a frazionamento degli interventi (modesto volume tecnico per alloggiarvi la caldaia in una nuova sistemazione; tettoia/baracca di piccole dimensioni per ricovero di attrezzi agricoli, costituente opera precaria) e/o farsi leva su di una loro dimensione inferiore a quella indicata dal tecnico comunale.
Ed invero, anche ove, come sostenuto nella ripetuta perizia tecnica di parte, si fosse in presenza di una superficie totale di mq. 33,00 e non di 60,00 (discordanze che peraltro appaiono frutto del frazionamento operato dal perito), non ne risulterebbe, comunque per ciò solo, comprovata la legittimità degli interventi: questi esterni ed incidenti sul territorio assoggettato a vincolo paesaggistico, come indicato nella parte motiva del provvedimento assunto per violazione sia delle “norme urbanistiche” che di quelle “sulla tutela delle bellezze naturali e paesaggistiche”, ovverosia in testuale applicazione (anche) “dell’art. 167 del d.l.vo n. 42 del 2004”, che obbliga l’amministrazione ad ordinare “la remissione in pristino” in presenza di violazioni degli obblighi recati dal Titolo I, parte terza, dello stesso decreto (id est: in assenza dell’autorizzazione paesaggistica).
Né, infine, ancora quanto ai profili sostanziali, la necessitata conclusione di doversi ritenere, per questa parte, legittimo l’intervento sanzionatorio dell’amministrazione può esser contrastata con profitto sostenendo la natura precaria della baracca/tettoia “aperta su tre lati e realizzata con pali di castagno e lamiera di copertura”.
13a- Tale prospettazione/giustificazione -al di anche del fatto che al di sotto della stessa è stato realizzato un locale- non si appalesa comunque utile alla bisogna, alla stregua degli approdi cui è pervenuta la condivisa giurisprudenza secondo cui “La realizzazione di una tettoia, anche se in aderenza a preesistenze edificate e pur in assenza di opere murarie, comporta l’introduzione di un elemento strutturale dell’edificio stesso che non solo modifica il prospetto ma determina altresì una duratura modifica dello stato dei luoghi, con trasformazione edilizia del territorio mediante l’ampliamento del relativo manufatto all’esterno della sua sagoma originaria, costituendo un intervento edificatorio che richiede il previo rilascio di permesso di costruire. La stessa, infatti, non può essere considerata un intervento di manutenzione straordinaria ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera b), del d.P.R. n. 380 del 2001, in quanto non consiste nella rinnovazione o nella sostituzione di un elemento architettonico, ma nell’aggiunta di un elemento strutturale dell'edificio, con modifica del prospetto (per tutte, Cons. Stato,sez. VI, 05.08.2013, n. 4086). La sua costruzione, pertanto, necessita del previo rilascio di permesso di costruire e non è assentibile mediante semplice denuncia di inizio di attività, anche attesa la perdurante modifica dello stato dei luoghi che produce sul tessuto urbano: la mancanza del previo assenso legittima, quindi, l’applicazione della sanzione demolitoria, che costituisce atto dovuto per l’Amministrazione comunale, a prescindere dal lasso di tempo intercorso dalla realizzazione abusiva” (Cons. Stato, sezione sesta, 26.01.2015, n. 319 e, omisso medio, 02.06.2000, n. 3184; Tar Campania, questa settima sezione, 07.05.2015, n. 2681, sezione terza, 29.04.2015, n. 2444); il che, pacificamente, è vieppiù a predicarsi quando l’abuso incide su un immobile sottoposto a vincolo paesaggistico: come qui accade, ovvero quando l’ordine di ripristino, sempre come qui accade e come innanzi riferito, è stato impartito espressamente anche per “violazione dell’art. 167 del d.l.vo n. 42 del 2004”.
14- Quanto innanzi osservato, argomentato e statuito si appalesa del tutto sufficiente a dare risposta ai primi cinque mezzi di impugnazione (cfr. precedente punto 8), ivi compresa quindi (per quanto ancora a valere all’esito delle statuizioni già rese) la denuncia della sopravvenienza del provvedimento oltre i trenta giorni previsti dall’art. 19, comma 6-bis, della l. 241 del 1990, qui ribadendosi che la sanzione demolitoria è stata -legittimamente, anzi doverosamente- ingiunta (anche) espressamente ex ripetuto art. 167 del d.l.vo n. 42 del 2004, il cui esercizio non soffre di limitazioni temporali, fermo, peraltro, che, come sostenuto da condivisa giurisprudenza, “ove carenti della (presupposta) autorizzazione paesaggistica il titolo abilitativo edilizio non si forma, ovvero l’attività non può essere intrapresa” (Tar Campania, sesta sezione, ex multis, sentenze n. 2291 del 18.05.2012, n. 1114 del 05.03.2012 cit., n. 5805 del 14.12.2011 e n. 16995 del 27.07.2010) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 14.10.2015 n. 4821 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa collocazione su un'area di una «casa mobile» con stabile destinazione abitativa, in assenza di permesso di costruire, configura il reato di cui all'art. 44, lett. b), d.P.R. 380/2001, rilevando esclusivamente, ai fini dell'esclusione contenuta nell'ultima parte dell'art. 3, comma 1, lett. e5), del d.P.R. 380/2001, la contestuale sussistenza dei requisiti indicati e, segnatamente, la collocazione all'interno di una struttura ricettiva all'aperto, il temporaneo ancoraggio al suolo, l'autorizzazione alla conduzione dell'esercizio da effettuarsi in conformità della normativa regionale di settore e la destinazione alla sosta ed al soggiorno, necessariamente occasionali e limitati nel tempo, di turisti.
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1. Il ricorso è infondato.
Va rilevato, con riferimento al primo motivo di ricorso, che dei rapporti tra la disciplina regionale della Sicilia e la normativa statale contenuta nel d.P.R. 380/2001 si è ripetutamente occupata la giurisprudenza di questa Corte.
Si è così avuto modo di chiarire che,
in ogni caso, le disposizioni introdotte da leggi regionali devono rispettare i principi generali fissati dalla legislazione nazionale e, conseguentemente, devono essere interpretate in modo da non collidere con i detti principi (Sez. 3, n. 28560 del 26/03/2014, Alonzo, Rv. 259938; Sez. 3, n. 2017 del 25/10/2007 (dep. 2008), Giangrasso, Rv. 238555; Sez. 3, n. 33039 del 15/06/2006, P.M. in proc. Moltisanti, Rv. 234935. Conf., ma con riferimento ad altre disposizioni normative della Regione siciliana, Sez. 3, n. 28560 del 26/03/2014, Alonzo, Rv. 259938; Sez. 3, n. 4861 del 09/12/2004 (dep. 2005), Garufí, Rv. 230914; Sez. 3, n. 6814 del 11/01/2002, Castiglia V, Rv. 221427).
Le richiamate pronunce riguardano, nello specifico, proprio la concreta applicazione dell'art. 44 d.P.R. 380/2001 e sono ritenute pienamente condivisibili dal Collegio, che intende pertanto ribadire la sussistenza dei rilevati limiti alla potestà legislativa regionale.
2. Fatta tale premessa, occorre osservare che l'articolo 10, lett. a), del d.P.R. 380/2001 individuava, nella sua originaria formulazione, tra gli interventi edilizi soggetti a permesso di costruire, gli interventi di nuova costruzione, la cui descrizione è fornita dall'articolo 3 dello stesso T.U., ove viene tra l'altro specificato che sono comunque da considerarsi come interventi di nuova costruzione, tra l'altro, anche «l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee».
Con l'art. 41, comma 4, del d.l. 21.06.2013, n. 69, convertito con modificazioni dalla L. 09.08.2013, n. 98, al testo suddetto è stata aggiunta la frase «ancorché siano installati, con temporaneo ancoraggio al suolo, all'interno di strutture ricettive all'aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta ed il soggiorno di turisti».
Successivamente, con l'art. 10-ter, comma 1 del d.l. 28.03.2014, n. 47, convertito con modificazioni dalla L. 23.05.2014, n. 80, la parola «ancorché» è stata sostituita con le parole «e salvo che». Infine, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 189 del 24.07.2015, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del già citato art. 41, comma 4, d.l. 21.06.2013, n. 69.
La Corte ha infatti rilevato che
la norma individua «(...) specifiche tipologie di interventi edilizi, realizzati nell'ambito delle strutture turistico-ricettive all'aperto, molto peculiari, che peraltro contraddicono i criteri generali (della trasformazione permanente del territorio e della precarietà strutturale e funzionale degli interventi) forniti, dallo stesso legislatore statale, ai fini dell'identificazione della necessità o meno del titolo abilitativo. In tal modo, la norma impugnata sottrae al legislatore regionale ogni spazio di intervento, determinando la compressione della sua competenza concorrente in materia di governo del territorio, nonché la lesione della competenza residuale del medesimo in materia di turismo, strettamente connessa, nel caso di specie, alla prima».
3. L'art. 3, comma 1, lett. e5), del d.P.R. 380/2001 si riferisce dunque, attualmente, alla «installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee e salvo che siano installati, con temporaneo ancoraggio al suolo, all'interno di strutture ricettive all'aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta ed il soggiorno di turisti».
L'esplicita menzione di detta tipologia di interventi nel Testo Unico ha, di fatto,
codificato la figura giuridica di «costruzione» elaborata dalla giurisprudenza prima dell'entrata in vigore del T.U. e nella quale rientravano tutti quei manufatti che, comportando una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale, modificavano lo stato dei luoghi in quanto, difettando obiettivamente del carattere di assoluta precarietà, erano destinati almeno potenzialmente a perdurare nel tempo, non avendo peraltro alcun rilievo a riguardo la distinzione tra opere murarie e di altro genere, né il mezzo tecnico con cui fosse assicurata la stabilità del manufatto al suolo (o al muro perimetrale di quello esistente), in quanto la stabilità non va confusa con l'irrevocabilità della struttura o con la perpetuità della funzione ad essa assegnata dal costruttore, ma si estrinseca nell'oggettiva destinazione dell'opera a soddisfare un bisogno non temporaneo (così Sez. 3, n. 9138 del 7/7/2000, P.M. in proc. Migliorini T ed altro, Rv. 217217 ed altre prec. conf.).
Si è successivamente avuto modo di precisare che, ai fini della individuazione della nozione di costruzione urbanistica, non è determinante l'incorporazione nel suolo indispensabile per identificare, a norma dell'art. 812 c.c., il bene immobile, essendo sufficiente la destinazione del bene ad essere utilizzato come bene immobile, con la conseguenza che l'elencazione contenuta nel menzionato articolo 3, lettera e), non può considerarsi esaustiva, giacché i parametri indicati possono essere analogicamente applicati ad opere simili (Sez. 3, n. 37766 del 7/7/2005, Terrin, non massimata).
In seguito,
si è ritenuto configurabile il reato di costruzione edilizia abusiva in ogni ipotesi di installazione su un terreno, senza permesso di costruire, di strutture mobili quali camper, roulotte e case mobili, sia pure montate su ruote e non incorporate al suolo, aventi una destinazione duratura al soddisfacimento di esigenze abitative (Sez. 3, n. 25015 del 23/03/2011, Di Rocco, Rv. 250601. V. anche Sez. 3, n. 41479 del 24/09/2013, Valle, Rv. 257734; Sez. 3, n. 37572 del 14/05/2013, RM. in proc. Doppiu e altro, Rv. 256511. Sulla nozione di installazione v. Sez. 3, n. 7047 del 04/12/2014 (dep. 2015), Gaiotto, non massimata sul punto).
4. I richiamati principi, formulati prima degli interventi modificativi di cui si è dato conto in precedenza, devono ritenersi ancora attuali, atteso che l'evidente eccezione introdotta, riferita alle sole «strutture ricettive all'aperto», trova la sua ragion d'essere, come si ricava anche dalla menzionata sentenza della Corte costituzionale (e da quella, in essa richiamata, n. 278/2010), nel fatto che la collocazione dei manufatti indicati al loro interno, in ragione della destinazione, non determina una permanente trasformazione del territorio tale da richiedere il permesso di costruire.
5. Pare tuttavia opportuno precisare che
le modifiche apportate alla disposizione in esame non ne hanno in alcun modo ampliato l'ambito di operatività, limitandosi a fornire un contributo esplicativo perfettamente coerente con i principi generali fissati dalla disciplina urbanistica e, sostanzialmente, fondato sul fatto che interventi del tipo di quelli descritti non comportano una stabile trasformazione rilevante sotto il profilo urbanistico.
È dunque in quest'ottica che la disposizione deve essere interpretata, avendo specifico riguardo alla precarietà oggettiva e funzionale dell'intervento, cui fa riferimento anche la Corte Costituzionale nella sentenza 278/2010.
Andrà quindi tenuto conto del fatto che la disposizione in esame richiede alcuni specifici requisiti:
- il temporaneo ancoraggio la suolo, cosicché ogni collocazione di tali manufatti che abbia natura permanente, desumibile non soltanto dal dato temporale ma anche da ogni altro elemento significativo, quale, ad esempio, la presenza di parti accessorie fisse o di stabili allacciamenti alle reti elettriche, idrica o fognaria;
- i manufatti devono trovarsi all'interno di strutture ricettive all'aperto e l'uso della specifica locuzione induce a ritenere che il riferimento riguardi esclusivamente quelle individuate dall'art. 13 del d.lgs. 23.05.2011, n. 79 (c.d. Codice del turismo) e, segnatamente, i villaggi turistici i campeggi, i campeggi nell'ambito delle attività agrituristiche ed i parchi di vacanza;
- tali strutture dovranno essere debitamente autorizzate e condotte in conformità alla normativa regionale di settore;
- la destinazione dei manufatti è quella della sosta ed il soggiorno di turisti.
A tale ultimo proposito deve osservarsi che, anche in altra occasione (Sez. 3, n. 41479 del 24/09/2013, Valle, Rv. 257734) si è affermato, con riferimento ai campeggi, che il riferimento alla «sosta» ed al «soggiorno», i quali presuppongono una permanenza temporanea, porta ad escludere ogni forma di stabile residenza, così come il riferimento alla figura del «turista», il quale è individuabile, secondo il significato della parola stessa, come un soggetto che viaggia e soggiorna in località diverse dalla sua residenza abituale per un periodo di tempo limitato per piacere, affari o altri scopi, ricordando come tale definizione coincida sostanzialmente con quella data dalla Organizzazione Mondiale del Turismo, agenzia delle Nazioni Unite (WTO, Ottawa Conference on Travel and Tourism Statistics, 1991).
Rileva dunque, in particolare, la natura meramente occasionale e, comunque, limitata nel tempo, del soggiorno.
Pare superfluo rilevare, poi, che la formulazione della disposizione è inequivoca nel richiedere la compresenza di tutte le condizioni in precedenza indicate.
6. Va conseguentemente affermato il principio secondo il quale
la collocazione su un'area di una «casa mobile» con stabile destinazione abitativa, in assenza di permesso di costruire, configura il reato di cui all'art. 44, lett. b), d.P.R. 380/2001, rilevando esclusivamente, ai fini dell'esclusione contenuta nell'ultima parte dell'art. 3, comma 1, lett. e5), del d.P.R. 380/2001, la contestuale sussistenza dei requisiti indicati e, segnatamente, la collocazione all'interno di una struttura ricettiva all'aperto, il temporaneo ancoraggio al suolo, l'autorizzazione alla conduzione dell'esercizio da effettuarsi in conformità della normativa regionale di settore e la destinazione alla sosta ed al soggiorno, necessariamente occasionali e limitati nel tempo, di turisti
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.10.2015 n. 41067).

EDILIZIA PRIVATALa realizzazione in area sottoposta a vincolo paesaggistico opere consistenti in sbancamento del terreno, realizzazione di manufatti, di un marciapiede, di uno «scannafosso», di un riporto di terra e materiali di risulta e di muro di contenimento in pietra abbisognano del permesso di costruire, trattandosi di opere che, considerate nel loro complesso, obiettivamente comportano una trasformazione del territorio, quanto meno per ciò che riguarda quelle non accessorie, quali i singoli edifici.
Certamente, per tutti gli interventi, nessuno escluso, è necessaria l'autorizzazione paesaggistica.
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La giurisprudenza di questa Corte riconosce ormai pacificamente, per ciò che riguarda la disciplina urbanistica, la legittimità della sospensione condizionale subordinata alla demolizione, che appare, peraltro, giustificata dalla circostanza che la presenza sul territorio di un manufatto abusivo rappresenta, indiscutibilmente, una conseguenza dannosa o pericolosa del reato, da eliminare
.
Analoghi principi sono stati affermati con riferimento alla rimessione in pristino, cui pure può essere subordinata la sospensione condizionale della pena, atteso che la non autorizzata immutazione dello stato dei luoghi, in zona sottoposta a vincolo, può comportare conseguenze dannose o pericolose e che la sanzione specifica della rimessione ha una funzione direttamente ripristinatoria del bene offeso.
Si è ulteriormente specificato che la subordinazione della sospensione condizionale della pena alla demolizione del manufatto abusivo non è impedita dall'eventuale acquisizione del manufatto al patrimonio del comune a seguito dell'inottemperanza all'ordinanza di demolizione, salvo che l'autorità comunale abbia dichiarato l'esistenza di interessi pubblici prevalenti rispetto a quello del ripristino dell'assetto urbanistico violato.
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I principi appena richiamati, tuttavia, riguardano il proprietario o comunque colui che materialmente dispone delle opere e che, pertanto, può provvedere all'adempimento della condizione apposta alla concessione del beneficio, mentre per altri soggetti coinvolti, quali il direttore dei lavori o gli esecutori materiali, la possibilità di adempiere sarebbe necessariamente subordinata alla volontà del proprietario.

Di tale evenienza ha già tenuto conto questa Corte, che ha infatti chiarito come
il giudice, nel disporre la condanna dell'esecutore e/o del direttore dei lavori per il reato di cui all'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, non può subordinare il beneficio della sospensione condizionale della pena alla effettiva eliminazione delle opere abusive, in quanto solo il proprietario, ai sensi dell'art. 31 del citato d.P.R., può ritenersi soggetto passivamente legittimato rispetto all'ordine di demolizione.

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RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di appello di Firenze, con sentenza del 21/11/2014 ha confermato la decisione con la quale, in data 27/11/2012, il Tribunale di Grosseto - Sezione Distaccata di Orbetello aveva affermato la responsabilità penale di Em.FA. e Do.TU. in ordine ai reati di cui agli artt. 44, lett. c), d.P.R. 380/2001 e 181, comma 1-bis, d.lgs. 42/2004, perché, quali esecutori materiali, realizzavano (unitamente al proprietario del terreno), in area sottoposta a vincolo paesaggistico ed in assenza del permesso di costruire e dell'autorizzazione dell'ente preposto alla tutela del vincolo, opere consistenti in sbancamento del terreno, realizzazione di manufatti, di un marciapiede, di uno «scannafosso», di un riporto di terra e materiali di risulta e di muro di contenimento in pietra (Monte Argentario 11/10/2010).
Avverso tale pronuncia i predetti propongono congiuntamente ricorso per cassazione tramite il loro difensore di fiducia.
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CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è solo in parte fondato.
Va rilevato, con riferimento al primo ed al secondo motivo dì ricorso, che la sentenza impugnata è immune da censure per ciò che riguarda la natura delle opere, la necessità dei titoli abilitativi, che si è accertato non essere stati richiesti e la datazione degli interventi.
La mera descrizione degli interventi contenuta nel capo di imputazione ne evidenzia la assoggettabilità al permesso di costruire, trattandosi di opere che, considerate nel loro complesso, obiettivamente comportano una trasformazione del territorio, quanto meno per ciò che riguarda quelle non accessorie, quali i singoli edifici.
Certamente, per tutti gli interventi, nessuno escluso, era necessaria l'autorizzazione paesaggistica.

Per ciò che concerne la loro datazione, la Corte del merito ha rilevato che, all'atto dell'accertamento, le opere erano in corso di esecuzione e che i due manufatti in muratura non risultano preesistenti non essendo neppure censiti in catasto, osservando anche che tale tesi difensiva era stata prospettata solo nel giudizio di appello e non anche nel corso del giudizio abbreviato.
A fronte di tali affermazioni, che non presentano cedimenti logici o manifeste contraddizioni, i ricorrenti oppongono generiche censure prive di ogni correlazione con la decisione, cosicché i motivi di ricorso devono ritenersi inammissibili per difetto di specificità.
2. A conclusioni diverse deve pervenirsi per ciò che concerne il terzo motivo di ricorso.
Il Tribunale ha infatti subordinato il beneficio della sospensione condizionale della pena, nei confronti di tutti gli imputati, alla riduzione in pristino dei luoghi entro novanta giorni dal passaggio in giudicato della sentenza, disponendo la restituzione delle opere in sequestro agli aventi diritto al fine di consentire lo spontaneo adempimento a quanto disposto.
La Corte territoriale ha confermato la statuizione sul punto, respingendo le censure degli appellanti, rilevando che la destinazione ad abitazione dei manufatti non assumeva rilievo ai fini della riduzione in pristino, osservando anche come il proprietario, sebbene destinatario di un ordine di demolizione emesso dal Comune di Porto Santo Stefano (n. 57/2010), non vi avesse comunque adempiuto e che tale evenienza rafforzava l'esigenza di subordinare la concessione del beneficio della sospensione condizionale alla rimessione in pristino.
3. Ciò posto, occorre preliminarmente ricordare che
la giurisprudenza di questa Corte riconosce ormai pacificamente, per ciò che riguarda la disciplina urbanistica, la legittimità della sospensione condizionale subordinata alla demolizione, che appare, peraltro, giustificata dalla circostanza che la presenza sul territorio di un manufatto abusivo rappresenta, indiscutibilmente, una conseguenza dannosa o pericolosa del reato, da eliminare (cfr. Sez. 3, n. 3685 del 11/12/2013 (dep .2014), Russo, Rv. 258517; Sez. 3, n. 28356 del 21/05/2013, Farina Rv. 255466; Sez. 3, n. 38071 del 19/9/2007, Terminiello, Rv. 237825; Sez. 3, n. 18304 del 17/01/2003, Guido, Rv. 22471; Sez. 3, n. 4086 del 17/12/1999 (dep. 2000), Pagano, Rv. 216444).
Analoghi principi sono stati affermati con riferimento alla rimessione in pristino, cui pure può essere subordinata la sospensione condizionale della pena, atteso che la non autorizzata immutazione dello stato dei luoghi, in zona sottoposta a vincolo, può comportare conseguenze dannose o pericolose e che la sanzione specifica della rimessione ha una funzione direttamente ripristinatoria del bene offeso (Sez. 3, n. 48984 del 21/10/2014, Maresca, Rv. 261164; Sez. 3, n. 38739 del 28/05/2004, Brignone, Rv. 229612; Sez. 3, n. 29667 del 14/06/2002, Arrostuto S, Rv. 222115; Sez. 3, n. 23766 del 23/03/2001, Capraro A, Rv. 219930).
Si è ulteriormente specificato che la subordinazione della sospensione condizionale della pena alla demolizione del manufatto abusivo non è impedita dall'eventuale acquisizione del manufatto al patrimonio del comune a seguito dell'inottemperanza all'ordinanza di demolizione, salvo che l'autorità comunale abbia dichiarato l'esistenza di interessi pubblici prevalenti rispetto a quello del ripristino dell'assetto urbanistico violato (cfr. Sez. 3, n. 4444 del 12/01/2012, Seoni, Rv. 251972. V. anche Sez. 3, n. 26149 del 9/6/2005, Barbadoro, Rv. 231941; Sez. 3, n. 37120 del 08/07/2003, Bommarito e altro, Rv. 226321).
4.
I principi appena richiamati, tuttavia, riguardano il proprietario o comunque colui che materialmente dispone delle opere e che, pertanto, può provvedere all'adempimento della condizione apposta alla concessione del beneficio, mentre per altri soggetti coinvolti, quali il direttore dei lavori o gli esecutori materiali, la possibilità di adempiere sarebbe necessariamente subordinata alla volontà del proprietario.
Di tale evenienza ha già tenuto conto questa Corte, che ha infatti chiarito come
il giudice, nel disporre la condanna dell'esecutore e/o del direttore dei lavori per il reato di cui all'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, non può subordinare il beneficio della sospensione condizionale della pena alla effettiva eliminazione delle opere abusive, in quanto solo il proprietario, ai sensi dell'art. 31 del citato d.P.R., può ritenersi soggetto passivamente legittimato rispetto all'ordine di demolizione (Sez. 3, n. 17991 del 21/01/2014, Ciccone e altri, Rv. 261497).
A tale principio, pienamente condiviso dal Collegio, deve essere dunque data continuità, rilevando come, nel caso in esame, la subordinazione della condizionale alla rimessione in pristino sia stata erroneamente disposta nei confronti dei ricorrenti.
Invero sebbene la decisione del giudice del merito risulti corretta per ciò che concerne il proprietario del terreno -il quale potrà comunque provvedervi, per quanto si è detto in precedenza, anche a seguito dell'acquisizione ope legis della proprietà dell'abuso e dell'area di sedime all'amministrazione comunale in conseguenza dell'inottemperanza all'ordinanza di demolizione (cfr. ex pl. Sez. 3, n. 22237 del 22/4/2010, Gotti, Rv. 247653)- ma non anche per soggetti diversi che, come nel caso di ricorrenti, meri esecutori materiali, non dispongono liberamente dell'area e dei manufatti abusivi (Corte di Cassazione, Sez. III, penale, sentenza 13.10.2015 n. 41051).

settembre 2015

EDILIZIA PRIVATA: Modifica dei prospetti.
Appartengono al novero delle ristrutturazioni (e non delle semplici manutenzioni) le opere anche solamente interne che alterano, anche sotto il semplice profilo della diversa distribuzione dei vani, l'originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l'inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi.
E tali
opere, per costante giurisprudenza anche amministrativa, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano -a pieno titolo e come da contestazione- nell'ambito della ristrutturazione edilizia.
Perché sia ravvisabile un intervento del genere, è sufficiente che siano modificati la distribuzione della superficie interna e dei volumi ovvero l'ordine in cui risultavano disposte le diverse porzioni dell'edificio, per il solo fine di rendere più agevole la destinazione d'uso esistente.
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L'esecuzione di interventi comportanti la modifica dei prospetti non rientra nelle tipologie delle ristrutturazioni edilizie "minori" e come tale richiede il preventivo rilascio di permesso a costruire.
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I
n tema di reati urbanistici, il mutamento di destinazione d'uso di un immobile previa esecuzione di opere edilizie, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato di cui all'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, essendo irrilevanti le modifiche apportate dall'art. 17 del D.L. n. 133 del 2014 (conv. in legge n. 164 del 2014) all'art. 3 del citato d.P.R. che, nell'estendere la categoria degli interventi di manutenzione straordinaria al frazionamento o accorpamento di unità immobiliari con esecuzione di opere, se comportante variazione di superficie o del carico urbanistico, richiede comunque che rimangano immutate la volumetria complessiva e la originaria destinazione d'uso.
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Le cosiddette opere interne, di cui al previgente art. 26 L. 47/1985, non sono più previste nel D.P.R. 06.06.2001 n. 380 come categoria autonoma di intervento edilizio sugli edifici esistenti di talché esse rientrano negli interventi di ristrutturazione edilizia quando comportino aumento di unità immobiliari o modifiche dei volumi, dei prospetti e delle superfici ovvero mutamento di destinazione d'uso.
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D
eve escludersi che, entrato in vigore il D.P.R. 06.06.2001 n. 380, gli interventi de quibus, di ristrutturazione edilizia, siano senz'altro eseguibili in forza di dichiarazione di inizio di attività, in conformità all'art. 22, comma 3, lett. a), D.P.R. n. 380, cit., pure ottenuta.
Tale disposizione, infatti, realizza solo una semplificazione procedurale nel senso che gli interventi di cui trattasi sono eseguibili a mezzo di DIA, purché conformi alle disposizioni dello strumento urbanistico generale, come dimostra la circostanza che essa dev'essere accompagnata da asseverazione circa la conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e la loro non contrarietà con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti.

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Gli interventi di ristrutturazione edilizia, anche se soggetti a denuncia di inizio attività ai sensi dell'art. 22, commi primo e secondo, d.P.R. 06.06.2001, n. 380, non possono essere eseguiti su immobili originariamente abusivi.
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Gli interventi di ristrutturazione edilizia, sia se eseguibili mediante "semplice" denuncia di inizio attività ai sensi dell'art. 22, commi primo e secondo, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, sia se eseguibili in base alla cosiddetta super DIA, prevista dal comma terzo della citata disposizione, laddove insistenti in area paesaggisticamente vincolata, necessitano del preventivo rilascio dell'autorizzazione paesaggistica da parte dell'autorità preposta alla tutela del vincolo.
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7. Chiave di volta della decisione è, infatti, la qualità dei lavori eseguiti sull'immobile del Sarno con la direzione dei lavori dell'ing. Ca.: se lavori di manutenzione per lo più ordinaria e solo in parte straordinaria ovvero se lavori di ristrutturazione interna, come si legge nell'imputazione.
La conclusione del giudice di prime cure, a cui dire le opere edilizie de quibus, in quanto assentibili con semplice DIA e da qualificare di manutenzione straordinaria, piuttosto che di ristrutturazione interna, come nel capo, non costituirebbero illecito penale, ma solo amministrativo, sanzionabile a mente dell'art. 37 piuttosto che dell'art. 44 del D.P.R. 380/2001 non può essere condivisa secondo la Corte territoriale in quanto non considera né la tipologia di intervento praticato, né il fatto che il principio invocato è valido esclusivamente in caso di loro conformità agli strumenti urbanistici vigenti nel comune di San Giorgio a Cremano.
Così si evince, fuori da ogni dubbio, secondo i giudici del gravame del merito, dalla piana lettura dell'art. 22 del precitato testo normativo il cui I comma recita testualmente "Sono realizzabili mediante denuncia di inizio attività gli interventi non riconducibili all'elenco di cui all'articolo 10 e all'articolo 6, che siano conformi alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico-edilizia vigente", risulta integrata la fattispecie penalmente sanzionata.
In primo luogo, secondo quanto si legge nella motivazione del provvedimento impugnato, vanno qualificati gli interventi edilizi in parola, atteso che, ancorché senza aumento volumetrico,
appartengono al novero delle ristrutturazioni (e non delle semplici manutenzioni) le opere anche solamente interne che alterano, anche sotto il semplice profilo della diversa distribuzione dei vani, l'originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l'inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi.
Corretta è l'affermazione secondo cui queste ultime, per costante giurisprudenza anche amministrativa, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano -a pieno titolo e come da contestazione- nell'ambito della ristrutturazione edilizia.
Perché sia ravvisabile un intervento del genere, è sufficiente che siano modificati la distribuzione della superficie interna e dei volumi ovvero l'ordine in cui risultavano disposte le diverse porzioni dell'edificio, per il solo fine di rendere più agevole la destinazione d'uso esistente.

Ebbene, proprio dalla lettura della DIA -rileva la Corte territoriale- si acquisisce la certezza che si versi in tale ipotesi, essendo stati gli interventi giustificati dalla necessità di una diversa distribuzione degli spazi interni alfine di adeguare gli impianti igienici alle regole comunitarie, a nulla rilevando il fatto che non sia stata interessata la struttura portante del fabbricato e che il volume e le superfici dello stesso siano rimaste immutate.
La modifica delle aperture sui muri di tompagno, invero, viene ricordato nella sentenza impugnata, ha comunque modificato i prospetti, alterando la sagoma. E sul punto non va dimenticato che questa Corte di legittimità ha precisato che
l'esecuzione di interventi comportanti la modifica dei prospetti non rientra nelle tipologie delle ristrutturazioni edilizie "minori" e come tale richiede il preventivo rilascio di permesso a costruire (sez. 3, n. 38338 del 21.05.2013, Cataldo, rv. 256381, fattispecie in cui è stato ritenuto integrato il reato dì cui all'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001; conf. sez. 3, n. 48478 del 07.11.2013, Cottone, rv. 258352).
Questa Corte di legittimità ha anche precisato che,
in tema di reati urbanistici, il mutamento di destinazione d'uso di un immobile previa esecuzione di opere edilizie, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato di cui all'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, essendo irrilevanti le modifiche apportate dall'art. 17 del D.L. n. 133 del 2014 (conv. in legge n. 164 del 2014) all'art. 3 del citato d.P.R. che, nell'estendere la categoria degli interventi di manutenzione straordinaria al frazionamento o accorpamento di unità immobiliari con esecuzione di opere, se comportante variazione di superficie o del carico urbanistico, richiede comunque che rimangano immutate la volumetria complessiva e la originaria destinazione d'uso (sez. 3, n. 3953 del 16.10.2014 dep. il 28.1.2015, Statuto, rv. 262018, fattispecie relativa a trasformazione, attraverso opere interne ed esterne, di un immobile da deposito ad uso residenziale).
8. Né giova, secondo il condivisibile opinare dei giudici di appello, il riferimento alla conservazione del procedimento amministrativo per le cosiddette opere interne di cui al previgente art. 26 L. 47/1985 le quali non sono più previste nel D.P.R. 06.06.2001, n. 380 come categoria autonoma di intervento edilizio sugli edifici esistenti di talché
esse rientrano negli interventi di ristrutturazione edilizia quando comportino aumento di unità immobiliari o modifiche dei volumi, dei prospetti -com'è nel caso di specie- e delle superfici ovvero mutamento di destinazione d'uso (corretto è il richiamo al dictum di questa Corte Suprema di cui a sez. 3 n. 47438 del 24/11/2011 , Truppi, rv. 251637; vedasi anche in senso conf. sez. 3, n. 27713 del 20.5.2010, Olivieri ed altro, rv. 247919; sez. 3, n. 35177 del 12.7.2001 dep. 21.10.2002, Cinquegrani, rv. 222740).
Come ricorda in sentenza la Corte napoletana
deve escludersi che, entrato in vigore il D.P.R. 06.06.2001 n. 380, gli interventi de quibus, di ristrutturazione edilizia, siano senz'altro eseguibili in forza di dichiarazione di inizio di attività, in conformità all'art. 22, comma 3, lett. a), D.P.R. n. 380, cit., pure ottenuta. Tale disposizione, infatti, realizza solo una semplificazione procedurale nel senso che gli interventi di cui trattasi sono eseguibili a mezzo di DIA, purché conformi alle disposizioni dello strumento urbanistico generale, come dimostra la circostanza che essa dev'essere accompagnata da asseverazione circa la conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e la loro non contrarietà con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti.
...
9. La Corte territoriale analizza in maniera approfondita e corretta i risvolti normativi che giustificavano la necessità del permesso di costruire per l'opera realizzata.
E fa buon governo della giurisprudenza di questa Corte di cui alla richiamata sez. 3, n. 8739 del 21.01.2010:
gli interventi di ristrutturazione edilizia, anche se soggetti a denuncia di inizio attività ai sensi dell'art. 22, commi primo e secondo, d.P.R. 06.06.2001, n. 380, non possono essere eseguiti su immobili originariamente abusivi (sez. 3, n. 8739 del 21.01.2010, Perna, rv. 246217, relativa ad un caso di un intervento di demolizione e ricostruzione, eseguito in base a D.I.A., di un preesistente manufatto abusivamente realizzato).
Nella stessa sentenza 8739/2014 si precisa, peraltro, che
gli interventi di ristrutturazione edilizia, sia se eseguibili mediante "semplice" denuncia di inizio attività ai sensi dell'art. 22, commi primo e secondo, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, sia se eseguibili in base alla cosiddetta super DIA, prevista dal comma terzo della citata disposizione, necessitano del preventivo rilascio dell'autorizzazione paesaggistica da parte dell'autorità preposta alla tutela del vincolo (in motivazione la Corte ha precisato che solo per gli interventi di restauro e risanamento conservativo e per quelli di manutenzione straordinaria non comportanti alterazione dello stato dei luoghi o dell'aspetto esteriore degli edifici, la D.I.A. non deve essere preceduta dall'autorizzazione paesaggistica)
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 21.09.2015 n. 38139 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA