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dossier MURO DI CINTA/RECINZIONE, DI CONTENIMENTO/SOSTEGNO, ECC.
anno 2016

EDILIZIA PRIVATANon può sostenersi che le opere eseguite (da considerare unitariamente) rientrassero nell’ambito di applicazione della S.C.I.A., cosicché per esse non sarebbe prevista la sanzione demolitoria. Si tratta, invece, di opere necessitanti del previo permesso di costruire, perché comportano una permanente e significativa trasformazione del territorio.
Invero, ad avviso della giurisprudenza assolutamente prevalente, la realizzazione di un muro di recinzione in muratura necessita del permesso di costruire, non essendo sufficiente, a tal proposito, la presentazione di una D.I.A./S.C.I.A..
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Nel caso di specie, i ricorrenti hanno presentato istanza di permesso di costruire, che, però, ad oggi non risulta rilasciato, né al riguardo è ipotizzabile la formazione del silenzio-assenso, ricadendo l’area oggetto di intervento in zona sottoposta a vincolo paesaggistico (v. art. 20, comma 8, del d.P.R. n. 380/2001);
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L’accertamento di compatibilità paesaggistica delle opere, ex art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, non ha nulla a che vedere con la legittimità di queste sotto l’aspetto edilizio, trattandosi di profili che sono e debbono restare del tutto distinti.
Pertanto, sono infondate le pretese dei ricorrenti che la P.A. non desse seguito al procedimento sanzionatorio edilizio in pendenza del procedimento ex art. 167 cit., e che l’accoglimento dell’istanza di accertamento della compatibilità paesaggistica comporterebbe la caducazione della demolizione irrogata dal Comune per la verificata mancanza del titolo abilitativo edilizio, e la sua sostituzione con la sanzione pecuniaria.
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Per giurisprudenza consolidata, l’ordinanza di demolizione rappresenta un atto dovuto e rigorosamente vincolato, che può dirsi sorretto da adeguata e sufficiente motivazione, ove la stessa sia rinvenibile già solo nella compiuta descrizione delle opere abusive, nella constatazione della loro esecuzione in mancanza del necessario titolo abilitativo edilizio e nell’individuazione della norma applicata, ogni altra indicazione esulando dal contenuto tipico del provvedimento;
Ancora di recente si è precisato che per i provvedimenti di ingiunzione di demolizione di opere edilizie non è necessaria una specifica motivazione, in aggiunta alla descrizione dell’abuso commesso ed alla sua identificazione oggettiva, la quale dia conto anche della valutazione delle ragioni di interesse pubblico sottese alla demolizione, o della comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: ciò non comporta violazione dell’art. 3 della l. n. 241/1990, atteso che il provvedimento deve considerarsi sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico attuale e concreto alla sua rimozione, sicché, ricorrendo tali circostanze, la P.A. deve senza indugio emettere l’ordine di demolizione per il solo fatto di aver riscontrato opere abusive.
Questa Sezione, del resto, ha già avuto modo di osservare che l’interesse pubblico in re ipsa alla rimozione degli abusi edilizi consiste nel ripristino dell’assetto urbanistico violato.

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Richiede un ulteriore approfondimento la questione del rapporto tra procedimento di rilascio del parere di compatibilità paesaggistica ex art. 167, commi 4 e 5, del d.lgs. n. 42/2004 e procedimento di conformità edilizia delle opere eseguite.
Dalla lettura dell’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, infatti, si evince che la compatibilità delle opere sotto il profilo paesaggistico –comportando l’applicazione di una sanzione pecuniaria– preclude la rimessione in pristino di esse, prevista per il caso in cui l’autorizzazione paesaggistica manchi o sia negata, ma, certo, non preclude la demolizione dei manufatti ex artt. 27 e 31 del d.P.R. n. 380/2001, per l’abusività degli stessi sotto l’aspetto edilizio.
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... per l’annullamento, previa sospensione dell’esecuzione, dell’ordinanza del Comune di Fondi n. 31 del 09.03.2015, notificata il 17.03.2015, recante ingiunzione di demolire le opere abusive ivi descritte, realizzate in loc. Torre Canneto;
...
1. I sigg.ri Gi.Ma. e Pa.Lu. espongono di essere proprietari di un fondo rustico in Fondi, loc. Torre Canneto, ubicato in zona soggetta a vincolo paesaggistico, e di aver richiesto al Comune di Fondi il rilascio del permesso di costruire per la realizzazione di una recinzione di detto fondo.
1.1. In data 06.08.2013 il Comune rilasciava il nulla osta paesaggistico per la realizzazione della recinzione con muretto e rete soprastante su un solo lato (dalla parte di via L. Cristini), mentre per gli altri confini veniva autorizzata la messa in opera di paletti e rete metallica.
1.2. Gli esponenti in data 21.03.2014 comunicavano all’Amministrazione comunale l’inizio di lavori di manutenzione ordinaria, costituiti dalla sistemazione del giardino e dalla realizzazione del muro di cinta con cancello, e di seguito davano corso ai lavori.
1.3. In particolare, procedevano a realizzare la recinzione con cordolo in muratura per tutti i lati del lotto, nonché ad appoggiare sul terreno piastre precompresse da giardino (senza stabilità alcuna) ed a porre cancelli di entrata.
1.4. Con ordinanza n. 71 del 31.03.2014 la P.A. ingiungeva l’immediata sospensione dei lavori, cui faceva poi seguito l’ordinanza n. 31 del 09.03.2015, recante ingiunzione di demolizione delle opere eseguite (recinzione in muratura e paletti di ferro del terreno; al suo interno, pavimentazione in marmette prefabbricate di circa mq. 130, delimitata con cigli; due tratti di delimitazione dell’area, con all’interno parziale posa di brecciame), in quanto abusive.
...
3.3. Va premesso che, come già osservato in sede cautelare, è indiscutibile la difformità delle opere eseguite rispetto ai titoli vantati dai ricorrenti: questi, infatti, da un lato hanno presentato istanza di permesso di costruire in data 10.01.2013, ma ad oggi siffatto permesso non risulta rilasciato e, nonostante ciò, le opere sono state ugualmente realizzate.
Dall’altro, hanno ottenuto dal Comune di Fondi l’autorizzazione paesaggistica n. 365 del 06.08.2013, che però riguarda la realizzazione di un cordolo e del muro di recinzione solo dal lato di via L. Cristini, mentre per gli altri confini della proprietà consente soltanto la messa in opera di paletti e rete.
In terzo luogo, hanno presentato il 21.03.2014 comunicazione di inizio lavori di “manutenzione ordinaria”, ma è evidente che i lavori effettivamente eseguiti –per come descritti nella stessa comunicazione (riparazione della corte nel giardino; sostituzione del mattonato appoggiato senza malta cementizia, né leganti; realizzazione di muro di cinta con cancello)– esorbitano dalla manutenzione ordinaria.
3.4. Ciò premesso, le doglianze dedotte dai ricorrenti si rivelano destituite di fondamento giuridico, per le seguenti ragioni:
- non può sostenersi che le opere eseguite (da considerare unitariamente) rientrassero nell’ambito di applicazione della S.C.I.A., cosicché per esse non sarebbe prevista la sanzione demolitoria. Si tratta, invece, di opere necessitanti del previo permesso di costruire, perché comportano una permanente e significativa trasformazione del territorio;
- ed invero, ad avviso della giurisprudenza assolutamente prevalente, la realizzazione di un muro di recinzione in muratura necessita del permesso di costruire, non essendo sufficiente, a tal proposito, la presentazione di una D.I.A./S.C.I.A. (cfr., ex multis, TAR Puglia, Lecce, Sez. III, 25.09.2013, n. 2017; TAR Campania, Napoli, Sez. IV, 03.04.2012, n. 1542; TAR Lazio, Roma, Sez. II, 11.09.2009, n. 8644);
- nel caso di specie, come detto, i ricorrenti hanno presentato istanza di permesso di costruire, che, però, ad oggi non risulta rilasciato, né al riguardo è ipotizzabile la formazione del silenzio-assenso, ricadendo l’area oggetto di intervento in zona sottoposta a vincolo paesaggistico (v. art. 20, comma 8, del d.P.R. n. 380/2001);
- nessuna censura (di contraddittorietà o altro) può essere avanzata nei confronti dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata ai ricorrenti dal Comune di Fondi nel 2013, che “copre” la costruzione della recinzione in cordolo e muratura soltanto dal lato di via L. Cristini, non avendo detta autorizzazione formato oggetto di impugnativa da parte dei ricorrenti;
- l’accertamento di compatibilità paesaggistica delle opere, ex art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, non ha nulla a che vedere con la legittimità di queste sotto l’aspetto edilizio, trattandosi di profili che sono e debbono restare del tutto distinti. Pertanto, sono infondate le pretese dei ricorrenti che la P.A. non desse seguito al procedimento sanzionatorio edilizio in pendenza del procedimento ex art. 167 cit., e che l’accoglimento dell’istanza di accertamento della compatibilità paesaggistica comporterebbe la caducazione della demolizione irrogata dal Comune per la verificata mancanza del titolo abilitativo edilizio, e la sua sostituzione con la sanzione pecuniaria;
- per giurisprudenza consolidata (cfr., ex plurimis, TAR Lazio, Latina, Sez. I, 22.12.2014, n. 1100; TAR Puglia, Bari, Sez. III, 06.06.2013, n. 956; TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, 03.09.2010, n. 17302), l’ordinanza di demolizione rappresenta un atto dovuto e rigorosamente vincolato, che può dirsi sorretto da adeguata e sufficiente motivazione, ove la stessa sia rinvenibile già solo nella compiuta descrizione delle opere abusive, nella constatazione della loro esecuzione in mancanza del necessario titolo abilitativo edilizio e nell’individuazione della norma applicata, ogni altra indicazione esulando dal contenuto tipico del provvedimento;
- ancora di recente si è precisato (C.d.S., Sez. V, 11.07.2014, n. 3568) che per i provvedimenti di ingiunzione di demolizione di opere edilizie non è necessaria una specifica motivazione, in aggiunta alla descrizione dell’abuso commesso ed alla sua identificazione oggettiva, la quale dia conto anche della valutazione delle ragioni di interesse pubblico sottese alla demolizione, o della comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: ciò non comporta violazione dell’art. 3 della l. n. 241/1990, atteso che il provvedimento deve considerarsi sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico attuale e concreto alla sua rimozione, sicché, ricorrendo tali circostanze, la P.A. deve senza indugio emettere l’ordine di demolizione per il solo fatto di aver riscontrato opere abusive.
Questa Sezione, del resto, ha già avuto modo di osservare che l’interesse pubblico in re ipsa alla rimozione degli abusi edilizi consiste nel ripristino dell’assetto urbanistico violato (cfr., ex plurimis, TAR Lazio, Latina, Sez. I, 08.09.2015, n. 603; id., 11.12.2013, n. 963).
4. Richiede un ulteriore approfondimento la questione del rapporto tra procedimento di rilascio del parere di compatibilità paesaggistica ex art. 167, commi 4 e 5, del d.lgs. n. 42/2004 e procedimento di conformità edilizia delle opere eseguite. Ciò, in ragione del rilascio da parte della Regione Lazio, con determinazione n. 400597 del 29.01.2016, del parere positivo circa la compatibilità delle opere stesse sotto il profilo paesaggistico.
4.1. L’assunto del Collegio poc’anzi illustrato –secondo cui i due procedimenti in questione sono e devono restare distinti ed autonomi– trova conferma, anzitutto, nel dato normativo di riferimento e cioè nello stesso art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, nonché, in secondo luogo, nella determinazione della Regione Lazio del 29.01.2016, ora citata.
4.2. Dalla lettura dell’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, infatti, si evince che la compatibilità delle opere sotto il profilo paesaggistico –comportando l’applicazione di una sanzione pecuniaria– preclude la rimessione in pristino di esse, prevista per il caso in cui l’autorizzazione paesaggistica manchi o sia negata, ma, certo, non preclude la demolizione dei manufatti ex artt. 27 e 31 del d.P.R. n. 380/2001, per l’abusività degli stessi sotto l’aspetto edilizio.
In questo senso è, poi, decisiva la determinazione della Regione Lazio n. 400597 del 29.01.2016, la quale, nell’accertare la compatibilità dal lato paesaggistico delle opere, al par. 2 del dispositivo recita: “la presente determinazione è rilasciata ai soli fini paesaggistici. Il Comune dovrà accertare, nella propria competenza, l’ammissibilità o meno del progetto in ordine alle vigenti norme urbanistiche ed edilizie e a vincoli di altra natura, nonché alle previsioni degli strumenti urbanistici comunali e sovra comunali”.
4.3. Alla luce di quanto appena visto, non può perciò ammettersi una ricaduta del parere favorevole della Regione (e di quello altrettanto favorevole emesso dalla Soprintendenza) sulla qualificazione dell’intervento sotto l’aspetto edilizio: qualificazione che resta rimessa in via esclusiva alla sfera di attribuzioni del Comune e che, nel caso di specie, appare corretta e condivisibile, visto che le opere eseguite non possono certo ritenersi dei semplici lavori di manutenzione ordinaria rispetto a quanto autorizzato nel 2013.
Dal punto di vista edilizio, appare evidente l’abuso commesso dai ricorrenti, i quali hanno eseguito opere che incidono sull’assetto del territorio, senza alcun titolo edilizio ed anzi in contrasto con l’autorizzazione del 2013: il richiamo, nell’ordinanza impugnata, alla possibilità di chiedere una sanatoria (evidentemente riferito alla sanatoria ex art. 36 del d.P.R. n. 380/2001), lungi dal denotare un’ulteriore incongruità del provvedimento, come lamentato dai ricorrenti, è invece del tutto coerente con la normativa di settore, poiché l’ottenimento della sanatoria edilizia ex art. 36 cit. precluderebbe i successivi sviluppi del procedimento sanzionatorio, ed in particolare l’acquisizione gratuita.
5. In definitiva, pertanto, il ricorso è nel suo complesso infondato e da respingere (TAR Lazio-Latina, sentenza 18.05.2016 n. 317 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il Collegio considera che il detto muretto si caratterizzi come vero e proprio muro di cinta in quanto posto sul confine ed avente una evidente funzione di separazione e difesa dei distinti lotti di proprietà (tale qualificazione fa venir meno –per quanto mai possa in questa sede rilevarsi e considerarsi, e ferme comunque le autonome valutazioni del giudice civile, competente a quei fini- la questione dell’obbligo di rispettare le distanze legali ai sensi del combinato disposto degli artt. 873 e 878 Cod. civ.).
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In ordine alla verifica di quale titolo edilizio fosse richiesto per la realizzazione va precisato che il Testo unico dell’edilizia (approvato con d.P.R. 06.06.2001, n. 380) non contiene indicazioni dirimenti: non vi è detto se il muro di cinta necessiti del permesso di costruire in quanto intervento di nuova costruzione (ai sensi degli articoli 3, comma 1, lettera e), e 10 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380) ovvero se sia sufficiente la denuncia di inizio di attività di cui all'articolo 22 del medesimo d.P.R. n. 380 del 2001 (in seguito: segnalazione certificata di inizio di attività, ai sensi dell' articolo 19 della legge 07.08.1990, n. 241, nel testo introdotto dal comma 4-bis dell'articolo 49 d.l. 31.05.2010, n. 78, come convertito con modificazioni dalla l. 30.07.2010, n. 122).
L’orientamento prevalente di questo Consiglio di Stato, dal quale non si ravvisano ragioni per discostarsi, è nel senso che più che all’astratto genus o tipologia di intervento edilizio (sussumibile nella categoria delle opere funzionali a chiudere i confini sui fondi finitimi) occorrere far riferimento all’impatto effettivo che le opere a ciò strumentali generano sul territorio: con la conseguenza che si deve qualificare l’intervento edilizio quale nuova costruzione (con quanto ne consegue ai fini del previo rilascio dei necessari titoli abilitativi) quante volte abbia l'effettiva idoneità di determinare significative trasformazioni urbanistiche e edilizie.
Sulla base di tale approccio attento al rapporto effettivo dell’innovazione con la preesistenza territoriale, e che prescinde dal mero e astratto nomen iuris utilizzato per qualificare l’opus quale muro di recinzione (o altre simili), la realizzazione di muri di cinta di modesti corpo e altezza è generalmente assoggettabile al solo regime della denuncia di inizio di attività di cui all'articolo 22 e, in seguito, al regime della segnalazione certificata di inizio di attività di cui al nuovo articolo 19 della l. n. 241 del 1990.
Non contraddice quanto appena detto la circostanza che, nel caso specifico, la precitata sentenza di questa Sezione n. 3408 del 2014, il Collegio abbia invece ritenuto necessario il permesso di costruire per la realizzazione di un muro di cinta con altezza al colmo pari a 1,70 mt., tenuto conto del fatto che la ratio decidendi era nel senso che quel singolo intervento aveva determinato un'incidenza sull'assetto complessivo del territorio di entità ed impatto tali da produrre un'apprezzabile trasformazione urbanistica o edilizia.
Era quella una motivazione puntuale, adattata al caso di specie, confermativa dell’approccio sostanzialista (e non nominalistico) che attribuisce in ogni caso rilievo alla consistenza quali-quantitativa del concreto intervento edilizio sul territorio.
Ciò detto, deve essere conseguentemente qui puntualmente confermato l'orientamento secondo cui, in linea generale, la realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate rimane assoggettata al regime della d.i.a. (in seguito: s.c.i.a.) ove dette opere non superino in concreto la soglia della trasformazione urbanistico-edilizia, occorrendo -invece- il permesso di costruire, ove detti interventi superino tale soglia.
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Il muro divisorio di che trattasi, in quanto assoggettato a semplice d.i.a. (ora s.c.i.a.), non era passibile di ordinanza di demolizione, atteso che per le opere sottoposte a d.i.a. la sanzione applicabile è unicamente la sanzione pecuniaria (cfr. art. 37 T.U. cit., che fa salve le ipotesi degli interventi eseguiti su beni culturali ovvero in zona tipizzata come “A” dallo strumento urbanistico).

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1.- Ba.Lo., in proprio e quale titolare della ditta Lo., impugna la sentenza del Tribunale amministrativo regionale dell’Emilia-Romagna, sezione di Parma, 15.01.2015 n. 7 che ha respinto il ricorso dallo stesso proposto avverso il provvedimento 16.01.2014 n. 398 dell’Unione Bassa Est Parmense, recante l’ordine di demolizione di opere edilizie (sostanzialmente, di un muretto divisorio in cemento armato) realizzate sine titulo lungo il confine nord del lotto posto all’interno del piano particolareggiato per insediamenti produttivi denominato “Parma Nord” a confine con la proprietà Ca..
L’appellante insiste anche in questo grado nell’assumere la legittimità dell’intervento edilizio, come semplice muretto di recinzione a supporto della rete metallica posta a divisione dei lotti, legittimato dal permesso di costruire n. 17 del 20.06.2003 rilasciato per la realizzazione del capannone e dalla delibera del Comune di Mezzano 27.06.2002, n. 27 recante l’approvazione delle opere dell’intero comparto a destinazione artigianale-industriale.
Conclude l’appellante per l’accoglimento, con l’appello, del ricorso di primo grado e per l’annullamento dell’atto in quella sede gravato, in riforma della impugnata sentenza.
Si è costituita in giudizio l’Unione Bassa Est Parmense per resistere all’appello e per chiederne la reiezione.
Le parti hanno scambiato memorie illustrative e memorie di replica in vista dell’udienza di discussione.
All’udienza pubblica del 01.12.2015 la causa è stata trattenuta per la sentenza.
2.- L’appello è fondato e va accolto.
3.- L’ordine di demolizione impugnato in primo grado riguarda un muretto in cemento armato posto sul lato nord del lotto in titolarità dell’odierna società appellante, a confine con proprietà Ca..
La demolizione è stata disposta dall’odierna amministrazione appellata sull’assunto che quel muro sia stato realizzato dagli originari titolari del lotto (M.. L. & F. s.p.a.) senza la previa acquisizione del permesso di costruire.
Gli argomenti qui controversi riguardano:
a) la natura giuridica del muro, se in particolare si tratti di muro di cinta ovvero di muro di contenimento del terreno (in quella parte ad andamento declive) e, in quest’ultima ipotesi, se superi o non superi in altezza il piano di campagna;
b) le connesse questioni inerenti il tipo di titolo legittimante l’intervento e la corretta sanzione da applicare, ove fosse mai stata necessaria la previa acquisizione di un titolo. In sostanza, se la sanzione reale della riduzione in pristino impugnata con il ricorso di primo grado sia sanzione appropriata in relazione al profilo di pretesa abusività contestato.
Il giudice di primo grado è pervenuto all’adozione della gravata sentenza reiettiva ritenendo che il muro divisorio non potesse qualificarsi come muro di solo contenimento del terreno: e tanto vuoi perché il riempimento della scarpata sarebbe ascrivibile ad opera dell’uomo (e quindi non si tratterebbe di un terrapieno “naturale”), vuoi perché il muro risulterebbe eretto ad una quota, al colmo, senz’altro superiore al piano di campagna. Di qui la ritenuta congruità della sanzione demolitoria dell’opera, qualificata come nuova costruzione e come tale priva di titolo edilizio in quanto mai assentita con permesso di costruire.
4.- Il Collegio ritiene che tali conclusioni non siano da condividere e che non resistano alle censure dedotte dalla appellante.
In particolare, il Collegio considera che il detto muretto si caratterizzi come vero e proprio muro di cinta (come del resto accertato dalla relazione di consulenza tecnica nel giudizio civile dinanzi al Tribunale di Parma promosso dal confinante Ca. nei confronti dell’odierno appellante) in quanto posto sul confine ed avente una evidente funzione di separazione e difesa dei distinti lotti di proprietà (tale qualificazione fa venir meno –per quanto mai possa in questa sede rilevarsi e considerarsi, e ferme comunque le autonome valutazioni del giudice civile, competente a quei fini- la questione dell’obbligo di rispettare le distanze legali ai sensi del combinato disposto degli artt. 873 e 878 Cod. civ.).
Si può prescindere, sulla base delle considerazioni in diritto che si svolgeranno più avanti, dall’approfondire qui la questione in fatto se detto muro sia svolga anche la funzione pratica di muro di contenimento di un terreno naturalmente in declivio (assunto che varrebbe, secondo la prospettazione, ad escludere la rilevanza della previa acquisizione di un titolo legittimante la sua erezione).
Ciò posto in termini di qualificazione giuridica, il Collegio ritiene che prima di affrontare la questione della legittimità dell’ordinanza di demolizione vada preliminarmente verificato quale titolo edilizio fosse richiesto per la realizzazione.
Il Testo unico dell’edilizia (approvato con d.P.R. 06.06.2001, n. 380) non contiene indicazioni dirimenti: non vi è detto se il muro di cinta necessiti del permesso di costruire in quanto intervento di nuova costruzione (ai sensi degli articoli 3, comma 1, lettera e), e 10 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380) ovvero se sia sufficiente la denuncia di inizio di attività di cui all'articolo 22 del medesimo d.P.R. n. 380 del 2001 (in seguito: segnalazione certificata di inizio di attività, ai sensi dell'articolo 19 della legge 07.08.1990, n. 241, nel testo introdotto dal comma 4-bis dell' articolo 49 d.l. 31.05.2010, n. 78, come convertito con modificazioni dalla l. 30.07.2010, n. 122).
5.- L’orientamento prevalente di questo Consiglio di Stato, dal quale non si ravvisano ragioni per discostarsi, è nel senso che più che all’astratto genus o tipologia di intervento edilizio (sussumibile nella categoria delle opere funzionali a chiudere i confini sui fondi finitimi) occorrere far riferimento all’impatto effettivo che le opere a ciò strumentali generano sul territorio: con la conseguenza che si deve qualificare l’intervento edilizio quale nuova costruzione (con quanto ne consegue ai fini del previo rilascio dei necessari titoli abilitativi) quante volte abbia l'effettiva idoneità di determinare significative trasformazioni urbanistiche e edilizie (es. Cons. Stato, VI, 04.07.2014 n. 3408).
Sulla base di tale approccio attento al rapporto effettivo dell’innovazione con la preesistenza territoriale, e che prescinde dal mero e astratto nomen iuris utilizzato per qualificare l’opus quale muro di recinzione (o altre simili), la realizzazione di muri di cinta di modesti corpo e altezza è generalmente assoggettabile al solo regime della denuncia di inizio di attività di cui all'articolo 22 e, in seguito, al regime della segnalazione certificata di inizio di attività di cui al nuovo articolo 19 della l. n. 241 del 1990 (in tal senso: Cons. Stato, IV, 03.05.2011, n. 2621).
Non contraddice quanto appena detto la circostanza che, nel caso specifico, la precitata sentenza di questa Sezione n. 3408 del 2014, il Collegio abbia invece ritenuto necessario il permesso di costruire per la realizzazione di un muro di cinta con altezza al colmo pari a 1,70 mt., tenuto conto del fatto che la ratio decidendi era nel senso che quel singolo intervento aveva determinato un'incidenza sull'assetto complessivo del territorio di entità ed impatto tali da produrre un'apprezzabile trasformazione urbanistica o edilizia.
Era quella una motivazione puntuale, adattata al caso di specie, confermativa dell’approccio sostanzialista (e non nominalistico) che attribuisce in ogni caso rilievo alla consistenza quali-quantitativa del concreto intervento edilizio sul territorio.
Ciò detto, deve essere conseguentemente qui puntualmente confermato l'orientamento secondo cui, in linea generale, la realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate rimane assoggettata al regime della d.i.a. (in seguito: s.c.i.a.) ove dette opere non superino in concreto la soglia della trasformazione urbanistico-edilizia, occorrendo -invece- il permesso di costruire, ove detti interventi superino tale soglia.
6.- Venendo al caso che ne occupa, si deve anzitutto rilevare che il muro divisorio di che trattasi risulta di altezza tanto modesta da essere visivamente percepito solo dal lato della proprietà Ca., essendo dall’altra parte completamente neutralizzato, sul piano dell’impatto visivo, dal terrapieno che copre il muro per quasi tutta la sua altezza.
Per conseguenza, l'impatto sortito dal manufatto in parola sul piano urbanistico-edilizio risulta di scarsa incidenza sole che si consideri che -come emerge dal materiale fotografico acquisito- lo stesso manufatto supera di poco (al di là della sua maggiore o minore percezione visiva a seconda del versante prospettico) il piano di campagna; e che l’effettiva funzione divisoria dei distinti lotti di proprietà è in concreto assicurata da una rete metallica infissa sul predetto muro (sulla legittimità del titolo alla apposizione della rete metallica non si è fatta qui questione, l’ordine di abbattimento avendo riguardato il solo muro portante).
Nel caso in esame, pertanto, il manufatto non rappresenta un’opera comportante un’apprezzabile trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio: tanto più se si considera che il giudizio è necessariamente relazionale rispetto al concreto contesto e che, nella specie, queste opere sono state realizzate contestualmente ed in funzione complementare a quelle di urbanizzazione di una vasto comparto a destinazione artigianale-industriale.
La rilevanza di cui si verte, ai fini della rammentata capacità trasformativa, va invero considerata in modo proporzionale: cioè dopo essere stata rapportata non alla consistenza in assoluto dell’innovazione, bensì alla condizione del contesto in cui è inserita. Sicché un manufatto di minimo impatto che in un certo contesto può risultare necessitante del massimo titolo edilizio, può non risultarlo altrove. E non vi è dubbio che un contesto come quello di un comparto a destinazione artigianale- industriale attenuti il rilievo di fatto che avrebbe la medesima opera in un contesto abitativo.
Da quanto sopra consegue che il muro divisorio di che trattasi, in quanto assoggettato a semplice d.i.a. (ora s.c.i.a.), non era passibile di ordinanza di demolizione, atteso che per le opere sottoposte a d.i.a. la sanzione applicabile è unicamente la sanzione pecuniaria (cfr. art. 37 T.U. cit., che fa salve le ipotesi, qui non ricorrenti, degli interventi eseguiti su beni culturali ovvero in zona tipizzata come “A” dallo strumento urbanistico).
Alla luce dei rilievi che precedono, l’appello va accolto e, in riforma della impugnata sentenza, va accolto il ricorso di primo grado, con conseguenziale annullamento degli atti in quella sede gravati (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.01.2016 n. 10 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2015

EDILIZIA PRIVATA: Tar Campania. Muri cinta. Distanze in libertà.
Muro di cinta o di contenimento? C'è una bella differenza: il primo rappresenta una mera recinzione e non risulta soggetto alle distanze minime fra costruzioni, il secondo serve a contenere il dislivello fra due fondi e dunque costituisce un'opera vera e propria, assoggettata al regime di concessione edilizia, con obbligo di demolizione in caso di inosservanza.

È quanto emerge dalla sentenza 11.09.2015 n. 1992, che è stata pubblicata dalla II Sez. del TAR Campania-Salerno.
Tutela del territorio
Non ha buon gioco il proprietario del fondo nel tentativo di far demolire le opere realizzate dal vicino. È vero: soltanto il muro di cinta può essere considerato una mera pertinenza dell'immobile e dunque risultare sottratto al rispetto delle distanze legali. E ciò perché non altera la conformazione del terreno ma serve soltanto a delimitare e proteggere la proprietà privata, con eventuali abbellimenti.
Il muro di contenimento, invece, può ben essere utilizzato come recinzione ma costituisce comunque un'opera autonoma perché nasce per evitare danni in caso di frane.
Nella specie, tuttavia, la distinzione non è utile a dirimere la controversia: anche il muro di contenimento può sorgere sul confine se il terreno del vicino risulta «inedificato» e le norme di attuazione del piano urbanistico comunale sono ispirate al principio della prevenzione per la tutela del territorio rimandando alle disposizioni del codice civile. Spese di giudizio compensate per la peculiarità della questione (articolo ItaliaOggi del 30.09.2015).
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MASSIMA
2.- Il gravame è, per contro, tempestivo in relazione ai profili di doglianza attinenti l’autorizzazione alla variatio del progetto edificatorio, non essendo stata dimostrata (giusta il consueto canone probatorio, gravante sulla parte eccipiente) la effettiva risalenza temporale della relativa e piena percezione della concreta e specifica lesività delle opere assentite.
Siffatte doglianze si appuntano, in sostanza, sulla autorizzazione alla realizzazione, in asserita violazione del regime legale delle distanze, di un muro posto al confine con la proprietà del ricorrente.
Sul punto, l’intero apparato critico si fonda sul presupposto –diffusamente argomentato– della distinzione tra “muro di cinta” o “di recinzione” (concretante pertinenza dell’unità immobiliare e, come tale, sottratto, in assenza di autonomia sotto il profilo costruttivo, al rispetto delle distanze legali) e “muro di contenimento”.
Nella specie, a dispetto della qualificazione effettuata dall’interessato, si tratterebbe di un muro della seconda specie, in quanto finalizzato a contenere un dislivello non preesistente, ma frutto della contestata iniziativa edificatoria.
È noto, invero, giusta il diffuso orientamento giurisprudenziale in subiecta materia, che per muro di cinta, nella dizione contenuta nell'art. 4, comma 7, lett. c), d.l. 05.10.1993 n. 398, convertito con modificazioni in l. 04.12.1993 n. 493, e sostituito per effetto dell'art. 2, comma 60, l. 23.12.1996 n. 662, devono intendersi le opere di recinzione, non suscettibili di modificare o alterare sostanzialmente la conformazione del terreno, che assumono natura pertinenziale in quanto hanno esclusivamente la funzione di delimitare, proteggere o eventualmente abbellire la proprietà; ben diversa è invece la consistenza e la funzione dei cc.dd. “muri di contenimento”, i quali si differenziano sostanzialmente dalle mere recinzioni non solo per la funzione, ma anche perché servono a sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso e quindi devono necessariamente presentare una struttura a ciò idonea per consistenza e modalità costruttive.
Di conseguenza il muro di contenimento, pur potendo assolvere, in rapporto alla situazione dei luoghi, anche una concomitante funzione di recinzione, sotto il profilo edilizio è un'opera ben più consistente di una recinzione in quanto non esclusivamente preordinata a recingere la proprietà e, soprattutto, è dotata di propria specificità ed autonomia, in relazione alla sua funzione principale; il che esclude la sua riconducibilità al concetto di pertinenza, conseguendone sia la necessità del suo assoggettamento al regime concessorio, sia la legittimità della sanzione della demolizione prevista per il caso di assenza di concessione
(cfr. Cons. Stato, sez. V, 08.04.2014, n. 1651).
Ne discende che,
in caso di dislivello derivante dall'opera dell'uomo, sono da considerare costruzioni in senso tecnico-giuridico, rientranti nell'art. 873 c.c., il terrapieno ed il relativo muro di contenimento, che lo abbiano prodotto, o che abbiano accentuato quello già esistente per la natura dei luoghi; è pertanto illegittimo il provvedimento di accertamento di conformità richiesto con d.i.a. a sanatoria in relazione a lavori oggetto di d.i.a. in variante al permesso di costruire, ove venga in rilievo un muro di fabbrica -di altezza superiore a tre metri, e dunque non considerabile quale muro di cinta ex art. 878 c.c.- recante sostegno di un terrapieno e posto a una distanza dal confine laterale inferiore ai mt. 3 prescritta dall'art. 873 c.c. (in termini, TAR Lazio Latina, sez. I, 05.05.2014, n. 324).
Così posta la questione, la controversia andrebbe, in tesi astratta, risolta sull’accertamento, in punto di fatto, della effettiva natura e consistenza del muro oggetto del contestato provvedimento abilitativo (che parte ricorrente –assumendo artificialmente mutato il dislivello tra i fondi finitimi– ritiene, per l’appunto, muro di contenimento).
Tuttavia, osserva il Collegio come il punto, in concreto, non appaia nella specie decisivo, in quanto, ai sensi dell’art. 10 delle norme tecniche di attuazione del PUC di Caposele, per le zone B2, di completamento del tessuto urbano moderno la distanza dal confine risulta regolata con espresso richiamo alle disposizioni dettate in materia dal codice civile, le quali si ispirano e valorizzano il c.d. principio della prevenzione.
Con il che, in buona sostanza –essendo in concreto incontestato che il fondo di proprietà del ricorrente è, allo stato, inedificato– il muro in contestazione, quand’anche dovesse qualificarsi, per le sua concrete caratteristiche, nuova costruzione, potrebbe legittimamente essere collocato, come dal titolo, in contestazione, sulla linea di confine tra i fondi.

EDILIZIA PRIVATAE' necessaria la preventiva acquisizione del permesso di costruire per la realizzazione di un muro di recinzione allorquando, avuto riguardo alla sua struttura e all'estensione dell'area relativa, lo stesso sia tale da modificare, come nel caso di specie sia per dimensioni che per materiali impiegati (muro alto 1,10 m. con sovrastante ringhiera in metallo di metri 0,80), l'assetto urbanistico del territorio, rientrando nel novero degli interventi di nuova costruzione di cui all'art. 3, comma 1, lett. e), d.P.R. 06.06.2001 n. 380.
Per quel che concerne, infine, le opere di cui al punto 3, il Collegio non può che riaffermare, tenuto conto della consistenza dell’opere di recinzione (muro alto 1,10 m. con sovrastante ringhiera in metallo di metri 0,80) la necessaria preventiva acquisizione del permesso di costruire, tenuto conto che la realizzazione di un muro di recinzione necessita del previo rilascio del permesso a costruire allorquando, avuto riguardo alla sua struttura e all'estensione dell'area relativa, lo stesso sia tale da modificare, come nel caso di specie sia per dimensioni che per materiali impiegati, l'assetto urbanistico del territorio, rientrando nel novero degli interventi di nuova costruzione di cui all'art. 3, comma 1, lett. e), d.P.R. 06.06.2001 n. 380 (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 12.05.2015 n. 6886 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza è consolidata nel ritenere che soltanto la realizzazione di una recinzione che presenti un elevato impatto urbanistico debba essere preceduta da provvedimento concessorio da parte dell’amministrazione comunale. Atto che non risulta necessario solo in presenza di una trasformazione che per l’utilizzo di materiale di scarso impatto visivo e per le dimensioni dell’intervento non comportino un’apprezzabile alterazione ambientale, estetica e funzionale. La distinzione tra esercizio dello jus aedificandi e dello jus excludendi alios va rintracciata quindi nella verifica concreta delle caratteristiche del manufatto.
Sotto questo profilo appare utile rammentare la decisione di Cons. Stato Sez. V, 26.10.1998, n. 1537, secondo la quale: “La concessione edilizia non è necessaria per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, (e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo "jus excludendi alios"; occorre, invece, la concessione, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica”.
Nello stesso senso la più recente Cons. St., Sez. V, 23.02.2012, n. 976: “Necessita di concessione edilizia la recinzione di un fondo rustico realizzata con installazioni permanenti, in quanto produce una significativa trasformazione urbanistica del territorio, a prescindere dalla realizzazione di volumetrie di qualunque natura” (cfr. in aggiunta, sez. VI, 23.05.2011, n. 3046; sez. IV, 30.06.2005, n. 3555 secondo cui <<la nozione di manutenzione ordinaria è di per sé incompatibile con la realizzazione di nuovi e consistenti manufatti, quand’anche vengano destinati ad integrare o mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti, fermo restando che si tratta comunque di attività edilizie in senso proprio, ossia di attività di trasformazione del territorio mediante un’attività antropica tesa alla formazione di un opus espressione di ius utendi più che di ius aedificandi; l’elemento ontologico qualificante dell’attività di manutenzione ordinaria fa sì che gli elementi da rinnovare, integrare e mantenere in efficienza possono anche risultare diversi da quelli oggetto di intervento, con il limite che il nuovo elemento non risulti né tipologicamente né funzionalmente diverso dal precedente, non potendosi dare origine ad un quid novi>>).
Uniforme appare anche la giurisprudenza della Suprema Corte (a far data da Cass. pen., 30.09.1988), secondo la quale: “La recinzione di un fondo rustico non necessita di concessione edilizia solo nel caso in cui la stessa venga attuata con opere non permanenti; il provvedimento autorizzativo è, invece, richiesto quando venga realizzata con materiale tipicamente edilizio tra cui rientra la zoccolatura in calcestruzzo”.

... per l'annullamento ordinanza prot. n. 510 del 17/02/2014 a firma del responsabile dell'ufficio tecnico del comune di Laurino, recante ingiunzione di demolizione/rimozione della recinzione consistente in 5 paletti in ferro collegati da tre file di catena metallica, realizzata sulla particella n. 903 del foglio 8 di proprietà del ricorrente; di ogni atto connesso.
...
5.- Il ricorso è fondato e merita accoglimento alla stregua delle considerazioni che seguono.
La giurisprudenza è consolidata nel ritenere che soltanto la realizzazione di una recinzione che presenti un elevato impatto urbanistico debba essere preceduta da provvedimento concessorio da parte dell’amministrazione comunale. Atto che non risulta necessario solo in presenza di una trasformazione che per l’utilizzo di materiale di scarso impatto visivo e per le dimensioni dell’intervento non comportino un’apprezzabile alterazione ambientale, estetica e funzionale. La distinzione tra esercizio dello jus aedificandi e dello jus excludendi alios va rintracciata quindi nella verifica concreta delle caratteristiche del manufatto.
Sotto questo profilo appare utile rammentare la decisione di Cons. Stato Sez. V, 26.10.1998, n. 1537, secondo la quale: “La concessione edilizia non è necessaria per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, (e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo "jus excludendi alios"; occorre, invece, la concessione, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica”.
Nello stesso senso la più recente Cons. St., Sez. V, 23.02.2012, n. 976: “Necessita di concessione edilizia la recinzione di un fondo rustico realizzata con installazioni permanenti, in quanto produce una significativa trasformazione urbanistica del territorio, a prescindere dalla realizzazione di volumetrie di qualunque natura” (cfr. in aggiunta, sez. VI, 23.05.2011, n. 3046; sez. IV, 30.06.2005, n. 3555 secondo cui <<la nozione di manutenzione ordinaria è di per sé incompatibile con la realizzazione di nuovi e consistenti manufatti, quand’anche vengano destinati ad integrare o mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti, fermo restando che si tratta comunque di attività edilizie in senso proprio, ossia di attività di trasformazione del territorio mediante un’attività antropica tesa alla formazione di un opus espressione di ius utendi più che di ius aedificandi; l’elemento ontologico qualificante dell’attività di manutenzione ordinaria fa sì che gli elementi da rinnovare, integrare e mantenere in efficienza possono anche risultare diversi da quelli oggetto di intervento, con il limite che il nuovo elemento non risulti né tipologicamente né funzionalmente diverso dal precedente, non potendosi dare origine ad un quid novi>>).
Uniforme appare anche la giurisprudenza della Suprema Corte (a far data da Cass. pen., 30.09.1988), secondo la quale: “La recinzione di un fondo rustico non necessita di concessione edilizia solo nel caso in cui la stessa venga attuata con opere non permanenti; il provvedimento autorizzativo è, invece, richiesto quando venga realizzata con materiale tipicamente edilizio tra cui rientra la zoccolatura in calcestruzzo” (cfr. in aggiunta Cass. pen., sez. III, 02.10.2010, n. 41518; sez. III, 13.12.2007).
Nella fattispecie, come risulta dall’atto impugnato “siamo in presenza di una recinzione, senza opere murarie, costituita da tre file di catena metallica sorrette da 05 paletti in ferro, rientrante nella categoria delle opere precarie…in zona classificata “B” – completamento dal vigente Programma di Fabbricazione, che non incide sull’assetto del territorio e priva di impatto ambientale” e cioè di un’opera che per l’utilizzo di materiale di scarso impatto visivo e per le dimensioni dell’intervento non comporta un’apprezzabile alterazione ambientale, estetica e funzionale.
Da qui l’accoglimento della prima censura, nonché della seconda censura, a mente delle cui indicazioni la modesta recinzione in questione, siccome caratterizzata dalla finalità di azionare lo ius excludendi omnes alios e non anche lo ius aedificandi, non poteva essere sanzionata con l’ingiunzione di demolizione, bensì con una sanzione pecuniaria ex art. 37 dpr n. 380/2001.
Può concludersi per l’accoglimento del ricorso, previa reiezione della terza ed ultima censura, relativa alla invocata motivazione in ordine al lasso di tempo intercorso tra la sua realizzazione ed il suo accertamento, per le considerazioni espresse da Cons. St. Sez. V 09.09.2013 n. 4470 (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 22.04.2015 n. 887 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’esenzione dal rispetto delle distanze fra costruzioni di cui all'art. 878 cod.civ. si applica anche ai muri di cinta quando l'altezza sia superiore a tre metri.
L'esenzione dal rispetto delle distanze tra costruzioni, prevista dall'art. 878 c.c., si applica sia ai muri di cinta, qualificati dalla destinazione alla recinzione di una determinata proprietà, dall'altezza non superiore a tre metri, dall'emersione dal suolo nonché dall'isolamento di entrambe le facce da altre costruzioni, sia ai manufatti che, pur carenti di alcuni dei requisiti indicati, siano comunque idonei a delimitare un fondo ed abbiano ugualmente la funzione e l'utilità di demarcare la linea di confine e di recingere il fondo.
Per "costruzione", dunque, si intende qualsiasi manufatto dotato di stabilità, solidità ed immobilizzazione al suolo che abbia caratteristiche comunque tali da non poter rientrare nella qualifica di "muro di conta". Questi ultimi infatti sono connotati dall'avere una altezza massima di tre metri da misurarsi dal piano di campagna, altezza che, nella fattispecie, risultava superata
(massima tratta da www.e-glossa.it).
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1.- Il primo motivo, lamentando violazione degli artt. 873 e 878 cod. civ., censura la decisione gravata che, nell'escludere la natura di costruzione del muro realizzato nella proprietà della ricorrente, non aveva tenuto conto che si trattava di un muro di altezza superiore ai tre metri e Che, come tale, non poteva qualificarsi come muro di cinta, che non viene considerato al fine dell'osservanza delle distanze legali.
2.- Il secondo motivo, lamentando violazione degli artt. 873 e 934 cod. civ., deduce che, una volta accertato che il muro-costruzione era di proprietà della convenuta, perché edificato all'interno della sua proprietà, non avrebbero potuto trovare applicazione le norme sulle distanze legali in relazione a un opera -la tettoia- che era stata realizzata all'interno di costruzione preesistente.
3. - Il terzo motivo, lamentando violazione degli artt. 115, 2729 e 950 cod. civ., censura la sentenza impugnata laddove avrebbe ritenuto che il muro de quo non sarebbe all'interno della proprietà di essa ricorrente, facendo riferimento alle mappe catastali, senza peraltro esaminarle in relazione agli altri elementi probatori e in particolare quanto emerso dalla descrizione compiuta dal consulente tecnico.
4.- Il quarto motivo denuncia sotto il profilo del vizio di omessa o insufficiente motivazione le doglianze formulate con il terzo motivo.
5.- I motivi -che, per la stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente- sono infondati.
La sentenza, nel verificare l'inosservanza delle distanze dal confine prescritte dallo strumento urbanistico locale della tettoia edificata dalla convenuta, ha respinto la tesi dell'appellante secondo cui la tettoia non sarebbe soggetta al rispetto del distacco, in quanto collocata all'interno del muro-costruzione di proprietà della stessa convenuta; al riguardo i Giudici hanno escluso:
a) innanzitutto che fosse stata fornita la prova che detto muro ricadesse all'interno della proprietà attorea;
b) in ogni caso, anche ove si fosse accolta tale tesi, che lo stesso potesse essere considerato costruzione, dovendo piuttosto qualificarsi come muro di cinta, attesa la funzione di delimitazione dei fondi; pertanto, il manufatto edificato all'interno avrebbe dovuto rispettare la distanza dal confine.
Orbene, la decisione è corretta, posto che
un muro può essere qualificato come muro di cinta quando ha determinate caratteristiche: destinazione a recingere una determinata proprietà, altezza non superiore a tre metri, emergere dal suolo ed avere entrambe le facce isolate dalle altre costruzioni; in presenza di tali caratteristiche è applicabile la disciplina prevista dall'art. 878 cod. civ. e dalle norme di esso integrative, in ordine all'esenzione dal rispetto delle distanze tra costruzioni; tuttavia, tale normativa si applica anche nel caso in cui si abbia un manufatto in tutto o in parte carente di alcune di esse, purché sia idoneo a delimitare un fondo e gli possa ugualmente essere riconosciuta la funzione e l'utilità di demarcare la linea di confine e di recingere il fondo (Cass. 8671/2001; 2940/1992).
Ne consegue che correttamente la sentenza impugnata ha escluso che il muro de quo potesse essere considerato costruzione al fine del calcolo delle distanze
(Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 16.02.2015 n. 3037).

EDILIZIA PRIVATAIl muro di contenimento di un terrapieno artificiale deve essere considerato ai fini del rispetto delle distanze previste dal c.c. come nuova costruzione.
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Invero, nella specie è accaduto che la modifica intervenuta tra il muretto originariamente previsto e quello poi realizzato ha mutato la natura giuridica del manufatto edilizio, facendolo passare da elemento esteriore di recinzione della proprietà (che non pone un problema di rispetto delle distanze dal confine) a “muro di contenimento” qualificabile come “costruzione” e che deve quindi rispettare la distanza dal confine di proprietà, secondo la disciplina di cui all’art. 104 del R.E.; quest’ultima norma prevede che la distanza minima degli edifici dai confini “dovrà essere pari alla metà della distanza prevista tra gli edifici dalle norme di zona e potrà essere variata solamente nel caso in cui tra i confinanti si stabilisca una convenzione, per atto pubblico, in base alla quale venga assicurato il rispetto della distanza prescritta tra gli edifici”, norma di zona che (per stessa ammissione di parte ricorrente) deve essere individuata nell’art. 28 delle NTA al RE, relativo alla zone di completamento B1, che richiama l’art. 9 del DM 1444 del 1968 (quindi distanza tra edifici di 10 metri e distanza dai confini pari a 5 metri), con il risultato che la suddetta distanza sicuramente non è rispettata nel caso di specie, essendo l’opera realizzata sul confine.

Con la censura in esame i ricorrenti contestano il punto centrale della motivazione dell’Amministrazione e cioè si dolgono della qualificazione del muro così come realizzato quale “fabbricato” e quindi come opera chiamata a rispettare le distanze dai confini di proprietà.
La censura è infondata.
La Sezione ha avuto modo di affermare recentemente (sentenza 12.06.2014, n. 1028), con statuizione che il Collegio ribadisce, che “il muro di contenimento di un terrapieno artificiale debba essere considerato ai fini del rispetto delle distanze previste dal c.c. come nuova costruzione (TAR Genova sez. I, 21/11/2013 n. 1406; Cassazione civile sez. II 13.05.2013 n. 11388)”; dunque nella specie è accaduto che la modifica intervenuta tra il muretto originariamente previsto e quello poi realizzato ha mutato la natura giuridica del manufatto edilizio, facendolo passare da elemento esteriore di recinzione della proprietà (che non pone un problema di rispetto delle distanze dal confine) a “muro di contenimento” qualificabile come “costruzione” e che deve quindi rispettare la distanza dal confine di proprietà, secondo la disciplina di cui all’art. 104 del R.E.; quest’ultima norma prevede che la distanza minima degli edifici dai confini “dovrà essere pari alla metà della distanza prevista tra gli edifici dalle norme di zona e potrà essere variata solamente nel caso in cui tra i confinanti si stabilisca una convenzione, per atto pubblico, in base alla quale venga assicurato il rispetto della distanza prescritta tra gli edifici”, norma di zona che (per stessa ammissione di parte ricorrente) deve essere individuata nell’art. 28 delle NTA al RE, relativo alla zone di completamento B1, che richiama l’art. 9 del DM 1444 del 1968 (quindi distanza tra edifici di 10 metri e distanza dai confini pari a 5 metri), con il risultato che la suddetta distanza sicuramente non è rispettata nel caso di specie, essendo l’opera realizzata sul confine
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 22.01.2015 n. 122 - link a www.giustizia-amminitrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl manufatto per cui è causa non può ricondursi alla nozione del muro di cinta, atteso che non assolve la mera funzione di delimitare la proprietà ma anche quella di contenimento del terreno, tale da consentire l'edificazione ad una quota diversa rispetto a quella naturale.
Invero, per muro di cinta, nella dizione contenuta nell'art. 4, comma 7, lett. c), D.L. 05.10.1993 n. 398, convertito con modificazioni in L. 04.12.1993 n. 493, e sostituito per effetto dell'art. 2, comma 60, L. 23.12.1996 n. 662, devono intendersi le opere di recinzione, non suscettibili di modificare o alterare sostanzialmente la conformazione del terreno, che assumono natura pertinenziale in quanto hanno esclusivamente la funzione di delimitare, proteggere o eventualmente abbellire la proprietà; ben diversa è invece la consistenza e la funzione dei cc.dd. “muri di contenimento”, i quali si differenziano sostanzialmente dalle mere recinzioni non solo per la funzione, ma anche perché servono a sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso e quindi devono necessariamente presentare una struttura a ciò idonea per consistenza e modalità costruttive.
Di conseguenza il muro di contenimento, pur potendo assolvere, in rapporto alla situazione dei luoghi, anche una concomitante funzione di recinzione, sotto il profilo edilizio è un'opera ben più consistente di una recinzione in quanto non esclusivamente preordinata a recingere la proprietà e, soprattutto, è dotata di propria specificità ed autonomia, in relazione alla sua funzione principale; il che esclude la sua riconducibilità al concetto di pertinenza, conseguendone sia la necessità del suo assoggettamento al regime concessorio, sia la legittimità della sanzione della demolizione prevista per il caso di assenza di concessione.

In altri termini il tecnico del ricorrente riferisce che esisteva un dislivello fra i due terreni: circostanza che trova conferma nelle foto n. 9 e n. 13 allegate alla relazione.
Risulta, dunque, documentata per tabulas la preesistenza del dislivello successivamente colmato con terreno di riporto fino a rendere pianeggiante la quota di calpestio del terreno del ricorrente.
Da ciò discende che il manufatto per cui è causa non può ricondursi alla nozione del muro di cinta, atteso che non assolve la mera funzione di delimitare la proprietà ma anche quella di contenimento del terreno, tale da consentire l'edificazione ad una quota diversa rispetto a quella naturale.
Invero, “per muro di cinta, nella dizione contenuta nell'art. 4, comma 7, lett. c), D.L. 05.10.1993 n. 398, convertito con modificazioni in L. 04.12.1993 n. 493, e sostituito per effetto dell'art. 2, comma 60, L. 23.12.1996 n. 662, devono intendersi le opere di recinzione, non suscettibili di modificare o alterare sostanzialmente la conformazione del terreno, che assumono natura pertinenziale in quanto hanno esclusivamente la funzione di delimitare, proteggere o eventualmente abbellire la proprietà; ben diversa è invece la consistenza e la funzione dei cc.dd. “muri di contenimento”, i quali si differenziano sostanzialmente dalle mere recinzioni non solo per la funzione, ma anche perché servono a sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso e quindi devono necessariamente presentare una struttura a ciò idonea per consistenza e modalità costruttive. Di conseguenza il muro di contenimento, pur potendo assolvere, in rapporto alla situazione dei luoghi, anche una concomitante funzione di recinzione, sotto il profilo edilizio è un'opera ben più consistente di una recinzione in quanto non esclusivamente preordinata a recingere la proprietà e, soprattutto, è dotata di propria specificità ed autonomia, in relazione alla sua funzione principale; il che esclude la sua riconducibilità al concetto di pertinenza, conseguendone sia la necessità del suo assoggettamento al regime concessorio, sia la legittimità della sanzione della demolizione prevista per il caso di assenza di concessione” (Cons. Stato, sez. V, 08.04.2014, n. 1651; v. anche TAR Abruzzo, L'Aquila, sez. I, 14.02.2013, n. 145; TAR Lombardia, Milano, sez. II, 08.11.2012, n. 2687; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 26.10.2012, n. 4275)
(TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 15.01.2015 n. 7 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2014

EDILIZIA PRIVATALa valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione.
Pertanto se per la posa in opera di una semplice recinzione con paletti in ferro, non infissi in muratura nel terreno, o per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie non è necessaria alcuna richiesta di provvedimento concessorio, per la realizzazione di una recinzione in muratura (come quella in questione che è peraltro sovrapposto da barriere metalliche e munita di cancello d'accesso) è necessario il permesso di costruire, incidendo l’opera in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.

Infine, quanto al muretto di cinta frontale sovrapposto da barriere metalliche, al cancello d'accesso, e al muro divisorio centrale, sempre stante quanto indicato, il Collegio aderisce a quell’orientamento giurisprudenziale secondo cui opere simili necessitano del permesso di costruire.
In particolare, la giurisprudenza cui ci si richiama afferma che la valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione (TAR Lazio Roma, sez. II, 03.07.2007, n. 5968).
Pertanto se per la posa in opera di una semplice recinzione con paletti in ferro, non infissi in muratura nel terreno, o per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie non è necessaria alcuna richiesta di provvedimento concessorio (TAR Campania Napoli, sez. IV, 08.05.2007, n. 4821; TAR Lazio Roma, sez. II, 05.11.2004, n. 12554; TAR Puglia Lecce, sez. I, 23.09.2003, n. 6196), per la realizzazione di una recinzione in muratura (come quella in questione che è peraltro sovrapposto da barriere metalliche e munita di cancello d'accesso) è necessario il permesso di costruire, incidendo l’opera in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio (TAR Basilicata Potenza, 19.09.2003, n. 897; TAR Liguria Genova, Sez. I, 11.09.2002, n. 961) (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 24.07.2014 n. 4205 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non sfugge al Collegio un orientamento secondo cui la realizzazione di muri di cinta di altezza inferiore a tre metri (articolo 878 del Codice civile) sarebbe in ogni caso assoggettabile al solo regime della denuncia di inizio di attività di cui all’articolo 22 e, in seguito, al regime della segnalazione certificata di inizio di attività di cui al nuovo articolo 19 della l. n. 241 del 1990.
Il Collegio, tuttavia, osserva anzitutto che la norma di cui all’art. 878 del Codice civile attiene ai rapporti interprivati nelle costruzioni (non di cognizione del giudice amministrativo), mentre qui si tratta di identificare il tipo di titolo edilizio in rapporto all’interesse pubblico all’ordinato assetto del territorio; e ritiene che prevalenti ragioni sistematiche inducano a coniugare il richiamato orientamento con quello secondo cui la configurabilità di un intervento edilizio quale ‘nuova costruzione’ (con quanto ne consegue ai fini del previo rilascio dei necessari titoli abilitativi) debba essere valutata secondo un’ottica sostanziale, avendo prioritario riguardo all’effettiva idoneità del singolo intervento a determinare significative trasformazioni urbanistiche e edilizie del territorio.
In particolare, indipendentemente dal dato meramente quantitativo relativo all’altezza del manufatto (nel caso di specie l’appellante riferisce un’altezza al colmo pari a 1,70 mt.), appare necessario il permesso di costruire nelle ipotesi in cui il singolo intervento determini un’incidenza sull’assetto complessivo del territorio di entità ed impatto tali da produrre un’apprezzabile trasformazione urbanistica o edilizia.
Si tratta di un’evenienza che ricorre nel caso in esame, dal momento che –come condivisibilmente osservato dal primo giudice– il muro di cinta qui non assume una mera funzione di difesa della proprietà da ingerenze materiali, vale a dire una funzione strumentale all’esercizio del ius excludendi alios (il che sarebbe stato possibile anche attraverso la realizzazione di una semplice cancellata), ma dà luogo a una significativa e permanente trasformazione territoriale attraverso un consistente manufatto caratterizzato da un rilevante ingombro visivo e spaziale, incidente sul deflusso delle acque e condizionante il passaggio dell’aria, di per sé non indispensabile in relazione alla dichiarata funzione di semplice protezione della proprietà.
Sotto questo aspetto, deve essere qui puntualmente confermato l’orientamento secondo cui se è vero che la realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate rimane assoggettata al regime della d.i.a. (in seguito: s.c.i.a.) laddove non superi in concreto la soglia della trasformazione urbanistico-edilizia, occorre –invece- il permesso di costruire, ove detti interventi superino (come nel caso in esame) tale soglia.

2. L’appello è infondato.
2.1. Risulta dirimente ai fini della presente decisione stabilire se l’intervento edilizio rientrasse fra quelli di nuova costruzione (di cui agli articoli 3, comma 1, lettera e) e 10 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380) per i quali è richiesto il rilascio del permesso di costruire ovvero fra quelli per i quali è richiesta unicamente la denuncia di inizio di attività di cui all’articolo 22 del medesimo d.P.R. n. 380 del 2001 (in seguito: segnalazione certificata di inizio di attività ai sensi dell’articolo 19 della l. 07.08.1990, n. 241, nel testo introdotto dal comma 4-bis dell’articolo 49 del decreto-legge 31.05.2010, n. 78, come convertito con modificazioni dalla l. 30.07.2010, n. 122).
Al riguardo non sfugge al Collegio un orientamento secondo cui la realizzazione di muri di cinta di altezza inferiore a tre metri (articolo 878 del Codice civile) sarebbe in ogni caso assoggettabile al solo regime della denuncia di inizio di attività di cui all’articolo 22 e, in seguito, al regime della segnalazione certificata di inizio di attività di cui al nuovo articolo 19 della l. n. 241 del 1990 (in tal senso: Cons. Stato, IV, 03.05.2011, n. 2621).
Il Collegio, tuttavia, osserva anzitutto che la norma di cui all’art. 878 del Codice civile attiene ai rapporti interprivati nelle costruzioni (non di cognizione del giudice amministrativo), mentre qui si tratta di identificare il tipo di titolo edilizio in rapporto all’interesse pubblico all’ordinato assetto del territorio; e ritiene che prevalenti ragioni sistematiche inducano a coniugare il richiamato orientamento con quello secondo cui la configurabilità di un intervento edilizio quale ‘nuova costruzione’ (con quanto ne consegue ai fini del previo rilascio dei necessari titoli abilitativi) debba essere valutata secondo un’ottica sostanziale, avendo prioritario riguardo all’effettiva idoneità del singolo intervento a determinare significative trasformazioni urbanistiche e edilizie del territorio.
In particolare, indipendentemente dal dato meramente quantitativo relativo all’altezza del manufatto (nel caso di specie l’appellante riferisce un’altezza al colmo pari a 1,70 mt.), appare necessario il permesso di costruire nelle ipotesi in cui il singolo intervento determini un’incidenza sull’assetto complessivo del territorio di entità ed impatto tali da produrre un’apprezzabile trasformazione urbanistica o edilizia.
Si tratta di un’evenienza che ricorre nel caso in esame, dal momento che –come condivisibilmente osservato dal primo giudice– il muro di cinta qui non assume una mera funzione di difesa della proprietà da ingerenze materiali, vale a dire una funzione strumentale all’esercizio del ius excludendi alios (il che sarebbe stato possibile anche attraverso la realizzazione di una semplice cancellata), ma dà luogo a una significativa e permanente trasformazione territoriale attraverso un consistente manufatto caratterizzato da un rilevante ingombro visivo e spaziale, incidente sul deflusso delle acque e condizionante il passaggio dell’aria, di per sé non indispensabile in relazione alla dichiarata funzione di semplice protezione della proprietà.
Sotto questo aspetto, deve essere qui puntualmente confermato l’orientamento secondo cui se è vero che la realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate rimane assoggettata al regime della d.i.a. (in seguito: s.c.i.a.) laddove non superi in concreto la soglia della trasformazione urbanistico-edilizia, occorre –invece- il permesso di costruire, ove detti interventi superino (come nel caso in esame) tale soglia.
Si aggiunga al riguardo che l’impatto quali-quantitativo sortito dal manufatto in parola risulta tanto più rilevante laddove si osservi che è posto su un’affollata zona litoranea sul cui complessivo equilibrio il manufatto in questione incide in senso certamente sensibile.
2.1.2. Né può in alcun modo essere condivisa la tesi dell’appellante il quale sottolinea che l’intervento in questione si sarebbe limitato al mero ripristino di una porzione di muro già esistente già al momento dell’acquisto dell’area (e successivamente crollato), nonché a una modesta sopraelevazione della recinzione sul lato nord e ovest.
In particolare, anche ad ammettere in punto di fatto la circostanza per cui l’appellante avrebbe realizzato la mera ricostruzione di un muro in larga parte già esistente, ciò non esclude la configurabilità dell’intervento in questione quale ‘nuova costruzione’ ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera e) del d.P.R. n. 380 del 2001., sussistendone tutti relativi presupposti.
In particolare, le opere realizzate dall’odierno appellante, in quanto sostitutive di interventi edilizi mai in precedenza assistiti da alcun titolo abilitativo, erano da qualificarsi comunque quali interventi di ‘nuova costruzione’, irrilevante essendo –ai fini dell’individuazione della disciplina applicabile- il dato solo materiale relativo alla preesistenza fisica delle opere
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.07.2014 n. 3408 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per recinzione deve intendersi un manufatto essenzialmente destinato a delimitare una determinata proprietà allo scopo di separarla dalle altre, di custodirla e difenderla da intrusioni, secondo la nozione elaborata dalla giurisprudenza civile in materia di muro di cinta ex art. 878 c.c..
Sotto il profilo amministrativo, si è ritenuto che la posa di una recinzione, anche in muratura, da parte del proprietario, non ha di per sé il fine di imprimere all'area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche, essendo solo diretta a far valere lo ius excludendi alios che costituisce contenuto tipico del diritto di proprietà. Secondo detta linea interpretativa, anche la presenza di un vincolo di P.R.G. non può incidere di per sé negativamente sulla potestà del dominus di chiudere in qualunque tempo il proprio fondo ai sensi dell'art. 841 c.c., tramite la costruzione di una recinzione.
La descritta facoltà è legittimamente sacrificabile solamente quando ricorrano le condizioni previste dall'ordinamento in funzione di superiori interessi pubblici, dei quali va dato conto nella motivazione attraverso il loro bilanciamento con le opposte ragioni di cui sono portatori i soggetti privati coinvolti: così il P.R.G. -in materia di recinzioni della proprietà privata- può dettare particolari prescrizioni ispirate a fini di tutela ambientale, ad esempio individuando particolari modalità costruttive da adottare e disponendo l'uso di specifici materiali, purché ciò avvenga nel rispetto del principio generale di buona amministrazione, sancito dall'art. 97 della Carta costituzionale, e dei canoni di logicità, equità, imparzialità ed economicità, nonché delle norme di diritto positivo di carattere inderogabile.
È di conseguenza inammissibile un generalizzato divieto di recinzione dei fondi, perché esso sostanzialmente elimina un attributo essenziale tipico del diritto di proprietà, espressamente confermato dalla richiamata disciplina codicistica. In questo senso, neppure la presenza del vincolo espropriativo derivante da una previsione di piano regolatore priva il proprietario di tale diritto, né è con esso incompatibile, posto che tale previsione si limita ad attribuire al fondo una qualità giuridica, esponendolo all’acquisizione alla mano pubblica, ma non lo sottrae alla disponibilità del proprietario fino a quando non vengano emessi idonei atti ablativi (di espropriazione o di occupazione d’urgenza) previa dichiarazione di pubblica utilità dell’opera.
Né, d’altra parte, la realizzazione della recinzione costituisce fattore ostativo -sul piano giuridico o materiale- alla futura ed eventuale attuazione del vincolo.

Va premesso che per recinzione deve intendersi un manufatto essenzialmente destinato a delimitare una determinata proprietà allo scopo di separarla dalle altre, di custodirla e difenderla da intrusioni, secondo la nozione elaborata dalla giurisprudenza civile in materia di muro di cinta ex art. 878 c.c. (cfr. Cass. civ., sez. II 03.09.1991 n. 9348 e 15.11.1986 n. 6737).
Sotto il profilo amministrativo, si è ritenuto -con impostazione già condivisa da questa sezione (TAR Piemonte, sez. I - sentenza 22.05.2013 n. 617)- che la posa di una recinzione, anche in muratura, da parte del proprietario, non ha di per sé il fine di imprimere all'area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche, essendo solo diretta a far valere lo ius excludendi alios che costituisce contenuto tipico del diritto di proprietà. Secondo detta linea interpretativa, anche la presenza di un vincolo di P.R.G. non può incidere di per sé negativamente sulla potestà del dominus di chiudere in qualunque tempo il proprio fondo ai sensi dell'art. 841 c.c., tramite la costruzione di una recinzione (TAR Napoli, sez. II 04.02.2005 n. 803; TAR Milano, sez. II, 11.02.2005, n. 367).
La descritta facoltà è legittimamente sacrificabile solamente quando ricorrano le condizioni previste dall'ordinamento in funzione di superiori interessi pubblici, dei quali va dato conto nella motivazione attraverso il loro bilanciamento con le opposte ragioni di cui sono portatori i soggetti privati coinvolti: così il P.R.G. -in materia di recinzioni della proprietà privata- può dettare particolari prescrizioni ispirate a fini di tutela ambientale, ad esempio individuando particolari modalità costruttive da adottare e disponendo l'uso di specifici materiali, purché ciò avvenga nel rispetto del principio generale di buona amministrazione, sancito dall'art. 97 della Carta costituzionale, e dei canoni di logicità, equità, imparzialità ed economicità, nonché delle norme di diritto positivo di carattere inderogabile (TAR Friuli Venezia Giulia, 23.07.2001, n. 421).
È di conseguenza inammissibile un generalizzato divieto di recinzione dei fondi, perché esso sostanzialmente elimina un attributo essenziale tipico del diritto di proprietà, espressamente confermato dalla richiamata disciplina codicistica. In questo senso, neppure la presenza del vincolo espropriativo derivante da una previsione di piano regolatore priva il proprietario di tale diritto, né è con esso incompatibile, posto che tale previsione si limita ad attribuire al fondo una qualità giuridica, esponendolo all’acquisizione alla mano pubblica, ma non lo sottrae alla disponibilità del proprietario fino a quando non vengano emessi idonei atti ablativi (di espropriazione o di occupazione d’urgenza) previa dichiarazione di pubblica utilità dell’opera (TAR Milano, sez. II, 11.02.2005, n. 367; TAR Brescia, sez. I, 05.02.2008, n. 40; TAR Bari sez. III, 22.02.2006, n. 572).
Né, d’altra parte, la realizzazione della recinzione costituisce fattore ostativo -sul piano giuridico o materiale- alla futura ed eventuale attuazione del vincolo (TAR Milano, sez. II, 19.06.2009, n. 4072)
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 27.06.2014 n. 1142 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione.
In base a tale criterio, dunque, non è necessario il permesso per costruire per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno, in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o comunque la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Occorre, invece, il permesso, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.
Per la posa in opera di una semplice recinzione con paletti in ferro, non infissi in muratura nel terreno, non è necessaria alcuna richiesta di provvedimento concessorio, trattandosi di installazione precaria e rientrando tale opera tra le attività di mera manutenzione.

Sulla scorta delle risultanze della suindicata istruttoria si può, quindi, affermare:
- che in relazione alla strada in questione sussiste una presunzione iuris tantum di uso pubblico della stessa discendente dalla sua iscrizione nell’elenco delle strade pubbliche, presunzione che non risulta superata da quanto emerso a seguito della verificazione, e dalla inclusione di tale strada, a tutto il 1948, tra le “strade non rotabili” nelle planimetrie dell’Istituto Geografico Militare;
- che effettivamente la recinzione insiste su un tratto di strada comunale, quale risulta dalle mappe catastali, e che allo stato attuale la strada risulta deviata dal suo tracciato originario e occupa un’area di proprietà della ricorrente (mappale 1 foglio 9).
Né tali conclusioni possono essere inficiate sostenendo, sulla base della nota esplicativa redatta dal consulente tecnico di parte, che “la strada, già all’epoca della realizzazione della recinzione, non coincideva più con il tracciato catastale a seguito di uno slittamento verso sud verificatosi “in modo del tutto naturale””, spostamento, “oggi visibile in loco”, che avrebbe comportato un’invasione della proprietà della ricorrente esterna all’area del campeggio recintata; che, pertanto, non potrebbe essere contestata sulla scorta delle risultanze catastali una difformità tra lo stato realizzato e quello concessionato, dal momento che le risultanze catastali già all’epoca non avrebbero rispecchiato l’esatto stato dei luoghi.
Infatti, tali affermazioni, oltre a non essere adeguatamente supportate sul piano probatorio, non sarebbero comunque in grado di superare il contrasto esistente tra quanto realizzato e quanto concessionato, sulla base di quanto risulta, con un adeguato grado di attendibilità, per espressa ammissione della stessa ricorrente, dalla planimetria allegata alla concessione edilizia n. 30 del 28.05.1980; è, infatti, la stessa ricorrente (pg. 8 del ricorso) ad asserire che, nella suindicata planimetria, “Nella parte meridionale (quella che qui interessa) la recinzione è affiancata da una doppia riga tratta dalla mappa catastale e volta, probabilmente, a rappresentare la strada vicinale” -che, aggiunge, “non è più esistente”- riconoscendo in tal modo che, secondo la rappresentazione catastale della strada, questa correva esternamente alla recinzione così come concessionata.
Quand’anche, infatti, il tracciato stradale risultante dalle mappe catastali non fosse stato all’epoca fedelmente riproduttivo dello stato dei luoghi, come sostenuto dalla ricorrente, tale circostanza non avrebbe comunque legittimato la ricorrente a modificare unilateralmente le prescrizioni della concessione.
Né si può fondatamente sostenere che per la realizzazione della recinzione di cui si discute, tenuto conto delle caratteristiche costruttive della stessa, quali emergono dal provvedimento impugnato e dal verbale di accertamento n. 03/96 del 21.12.2012, nello stesso richiamato, non fosse necessaria la concessione edilizia.
Infatti, si è in presenza di un intervento di trasformazione del territorio (ex art. 1 della legge 10/1977, che subordinava a concessione ogni attività comportante trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale), realizzato con installazione di un muro in calcestruzzo con pali e rete metallica.
Sul punto la giurisprudenza è concorde; si veda, fra le tante, TAR Lazio Roma, sez. II, 11.09.2009, n. 8644, secondo cui “la valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione; in base a tale criterio, dunque, non è necessario il permesso per costruire per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno, in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o comunque la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà; occorre, invece, il permesso, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio. Per la posa in opera di una semplice recinzione con paletti in ferro, non infissi in muratura nel terreno, non è necessaria alcuna richiesta di provvedimento concessorio, trattandosi di installazione precaria e rientrando tale opera tra le attività di mera manutenzione” (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 02.05.2014 n. 668 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' illegittima l'inibizione ovvero l'ordinanza di demolizione di opere volte alla sostituzione -tal quale- di una recinzione esistente da tempo ancorché a distanza inferiore a mt. 3 dal confine stradale.
L’articolo 26 del d.p.r. 16.12.1992, n. 495, che costituisce il regolamento di attuazione del codice della strada, posto dall’amministrazione alla base dei provvedimenti impugnati, pur prevedendo il necessario rispetto di una distanza non inferiore a m. 3 dal confine stradale per le recinzioni di altezza superiore a m. 1 dal terreno, precisa, al comma nono, che tali prescrizioni non si applicano alle opere preesistenti.
Nel caso in esame è incontestato che la recinzione è risalente nel tempo e che l’intervento in parola non è diretto a costruirne una nuova, con caratteristiche diverse rispetto a quella preesistente, bensì ad effettuare una manutenzione mediante la sostituzione della rete e dei pali in legno mantenendone, tuttavia, tutte le caratteristiche sia per quanto riguarda la tipologia (pali distanziati tra loro e rete metallica plastificata di maglie flessibili, senza modifica del passo carrabile) sia per quanto riguarda la collocazione.
Conseguentemente non possono trovare applicazione i commi settimo ed ottavo del citato articolo 26, bensì il comma nono, in quanto la recinzione è preesistente e sono state semplicemente sostituiti i pali e la rete metallica evidentemente usurati dal tempo.
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Non può ritenersi insito un pericolo nella esistenza di una recinzione, senza il rispetto dei m. 3 dal confine stradale, in quanto il legislatore ha proprio ritenuto di salvaguardarle, se preesistenti rispetto all’entrata in vigore del regolamento di attuazione del codice della strada.

... per l'annullamento:
● quanto al ricorso introduttivo:
   - del provvedimento del comune di Cesena del 26/3/2012 PGN 19155 di annullamento della pratica 528/SCIA/2011 avente per oggetto una recinzione;
● quanto ai primi motivi aggiunti:
   - del provvedimento del comune di Cesena prot. 0089417/72/EA/NC del 17.12.2012 di demolizione;
● quanto ai secondi motivi aggiunti:
   - del provvedimento del comune di Cesena del 30/12/2013, P.G. 99793 di rettifica ed annullamento parziale della pratica 528/SCIA/2011 avente per oggetto una recinzione;
   - del provvedimento del comune di Cesena del 30/12/2013, P.G. 99794 di rettifica dell’ingiunzione di demolizione prot. 0089417/72/EA/NC del 17.12.2012
...
In linea di fatto va osservato che la recinzione, oggetto del presente giudizio, è costituita da pali in legno e da una rete metallica posti in essere in sostituzione di una pre-esistente recinzione del tutto analoga e risalente nel tempo e collocata nella medesima posizione.
3. Ciò premesso il ricorso è fondato.
L’articolo 26 del d.p.r. 16.12.1992, n. 495, che costituisce il regolamento di attuazione del codice della strada, posto dall’amministrazione alla base dei provvedimenti impugnati, pur prevedendo il necessario rispetto di una distanza non inferiore a m. 3 dal confine stradale per le recinzioni di altezza superiore a m. 1 dal terreno, precisa, al comma nono, che tali prescrizioni non si applicano alle opere preesistenti.
Nel caso in esame è incontestato che la recinzione è risalente nel tempo e che l’intervento in parola non è diretto a costruirne una nuova, con caratteristiche diverse rispetto a quella preesistente, bensì ad effettuare una manutenzione mediante la sostituzione della rete e dei pali in legno mantenendone, tuttavia, tutte le caratteristiche sia per quanto riguarda la tipologia (pali distanziati tra loro e rete metallica plastificata di maglie flessibili, senza modifica del passo carrabile) sia per quanto riguarda la collocazione.
Conseguentemente non possono trovare applicazione i commi settimo ed ottavo del citato articolo 26, bensì il comma nono, in quanto la recinzione è preesistente e sono state semplicemente sostituiti i pali e la rete metallica evidentemente usurati dal tempo.
4. Né risultano indicate nel provvedimento impugnato concrete ragioni di pericolo tali da giustificare l’annullamento in autotutela del titolo edilizio (SCIA) già perfezionato.
4.1. Non può, infatti, ritenersi insito un pericolo nella esistenza di una recinzione, senza il rispetto dei m. 3 dal confine stradale, in quanto il legislatore ha proprio ritenuto di salvaguardarle, se preesistenti rispetto all’entrata in vigore del regolamento di attuazione del codice della strada.
4.2. Era, pertanto, necessario motivare con riferimento a circostanze specifiche e concrete per giustificare l’affermazione dell’esistenza di un pericolo per la pubblica incolumità tali da non consentire l’applicazione dell’articolo 26 del codice della strada che, invece, come sopra precisato, ha inteso salvaguardare le recinzioni preesistenti alla sua entrata in vigore.
5. Per tali ragioni il ricorso va accolto e, per l’effetto, vanno annullati tutti gli atti impugnati con il ricorso introduttivo e con i motivi aggiunti di ricorso (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 04.04.2014 n. 372 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: Lo sbancamento di un terreno, l’arretramento del muro di contenimento e la pavimentazione cortilizia non costituiscono interventi effettuati sull’edificio contiguo e pertanto non sono configurabili come lavori di manutenzione del medesimo.
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Il muro di contenimento, determinando una durevole trasformazione dell’area dallo stesso impegnata, non rappresenta intervento di mera manutenzione.

Sennonché lo sbancamento di un terreno, l’arretramento del muro di contenimento e la pavimentazione cortilizia non costituiscono interventi effettuati sull’edificio contiguo e pertanto non sono configurabili come lavori di manutenzione del medesimo.
Peraltro è stato chiarito che il muro di contenimento, determinando una durevole trasformazione dell’area dallo stesso impegnata, non rappresenta intervento di mera manutenzione (cfr. Cass., sez. pen. III, 03/03/2010, 15370) (TAR Campania-Napoli, Sez. I, sentenza 13.11.2013 n. 5076 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Muro di recinzione - Permesso a costruire – Necessità – Presupposto - Modificazione dell'assetto urbanistico del territorio.
La realizzazione di un muro di recinzione necessita del previo rilascio del permesso a costruire allorquando avuto riguardo alla sua struttura e all'estensione dell'area relativa, lo stesso sia tale da modificare l'assetto urbanistico del territorio (Cass. Sez. 3 n. 4755 del 13/12/2007) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 18.09.2013 n. 38338 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' richiesto il permesso di costruire quando la recinzione determina un’irreversibile trasformazione dello stato dei luoghi, come nel caso di recinzione costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo.
Anche per quanto concerne l’istallazione dell’inferriata, la censura secondo cui tale intervento non necessita del permesso di costruire non può essere accolta. Infatti, per costante giurisprudenza di questo Tribunale, è richiesto il permesso di costruire quando la recinzione determina un’irreversibile trasformazione dello stato dei luoghi, come nel caso di recinzione costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo (Tar Campania, Napoli, sez. VII, n. 4261/2012).
Nel caso di specie, come si evince dal provvedimento impugnato, è stata istallata un’inferriata su m.l. 30 su un muro, sicché anche tale intervento era subordinato al previo rilascio del permesso di costruire (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 18.09.2013 n. 4345 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il muro di confine deve rispettare le distanze tra edifici? E' una costruzione vera e propria?
Il Decreto Fare ha modificato le distanze tra edifici. La realizzazione di un muro scatena la lite tra vicini. Muro di contenimento o sostegno? Il Decreto Fare: derogabilità del D.M. 1444/1968 da parte della Regione.
Il motivo è infondato.
La Corte di Appello ha accertato che i due muri realizzati dalla Edilvalsugana, costituenti un'unica costruzione, "che consente il riempimento con nuovo terreno del volume creato tra il profilo originale del pendio ed il parametro interno della muratura", non rappresentano il contenimento di un versante franoso a tutela del fondo sottostante, ma sono destinati al sostegno della parte allargata del piazzale superiore.
Tale accertamento non può essere riposto in discussione in questa sede, costituendo espressione di un apprezzamento in fatto riservato al giudice di merito ed essendo sorretto da una motivazione immune da vizi logici, con cui è stato fatto riferimento alle risultanze della consulenza tecnica d'ufficio.
Poiché, dunque, i muri in questione non hanno la funzione di mero contenimento di un dislivello naturale, il giudice del gravame ha ritenuto che essi costituiscono una "costruzione" in senso tecnico-giuridico, soggetta alla distanza regolamentare di cinque metri dal confine prescritta dallo regolamento locale, senza che in relazione a tali opere possano trovare applicazione le minori distanze previste, con riferimento ai "muri di cinta e muri di contenimento", dallo
ius superveniens invocato dalle ricorrente, rappresentato dall'art. 12 del nuovo regolamento edilizio del Comune di Trento.
Così decidendo, la Corte di Appello si è uniformata ai principi più volte enunciati dalla giurisprudenza, secondo cui,
in caso di fondi a dislivello, mentre non può considerarsi costruzione, agli effetti delle norme sulle distanze, il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale, destinato ad impedirne smottamenti o frane, devono invece considerarsi costruzioni in senso tecnico-giuridico il terrapieno ed il relativo muro di contenimento dovuti all'opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (cfr. Cass. 10.01.2006 n. 145; Cass. 21.05.1997 n. 4511; Cass. 11.01.1992 n. 243; Cass. 06.05.1987 n. 4196).
Nel caso di specie, essendosi in presenza di un manufatto creato artificialmente dalla convenuta per consentire l'ampliamento del piazzale sovrastante di sua proprietà e fargli da sostegno, non par dubbio che tale opera debba essere considerata una vera e propria "costruzione", come tale assoggettata al rispetto delle ordinarie distanze legali dettate in materia dall'art. 873 c.c. e dalle norme integrative locali.
Sotto altro profilo, si osserva che appare altrettanto evidente che, al fine di valutare la conformità dell'opera realizzata dalla Edilvalsugana alle prescrizioni regolamentari, si debba tener conto della situazione dei luoghi quale si presentava all'epoca della costruzione, e non di quella, risalente a circa 20 anni prima, esistente al momento della edificazione effettuata dal Condominio XXXX. È alle condizioni attuali dei luoghi, di conseguenza, che la ricorrente avrebbe dovuto adeguare la sua costruzione; sicché essa non può pretendere di sottrarsi all'osservanza della normativa locale sulle distanze in considerazione delle modifiche apportate alla originaria pendenza del terreno in occasione dei pregressi lavori eseguiti dall'attore. La convenuta, infatti, ove si fosse ritenuta danneggiata dagli abusi commessi dalla controparte, avrebbe potuto eventualmente avvalersi di altri strumenti, ma non avrebbe certo potuto sentirsi autorizzata ad eseguire costruzioni a distanza inferiore a quella prescritta dalle norme legali e regolamentari.
Non sussistono, pertanto, le violazioni di legge e i vizi di motivazione denunciati dalla ricorrente, essendo la decisione impugnata sorretta da argomentazioni corrette sul piano logico e giuridico, con cui è stato fatto buon governo dei principi affermati in materia di distanze delle costruzioni dalla giurisprudenza.

(Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 17.09.2013 n. 21192 - link a www.avvocatocivilista.net).

EDILIZIA PRIVATAIl muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi costruzione, agli effetti delle norme sulle distanze, per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento.
La parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento dovuti all'opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente.

Con particolare riguardo al muro, sussunto, nel provvedimento impugnato, nella categoria del muro di contenimento, la giurisprudenza di legittimità, condivisa dal Collegio, ha statuito che "il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi costruzione, agli effetti delle norme sulle distanze, per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento dovuti all'opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente" (Corte di Cassazione, sentenza n. 243 del 11/01/1992; sentenza n. 12763 del 28/11/1991) (TAR Marche, sentenza 13.09.2013 n. 634 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di un muretto di recinzione, accompagnata dall'apposizione di ringhiere e cancelli metallici, non rientra nel novero delle opere soggette a concessione edilizia, bensì, per il suo carattere pertinenziale, nell'ambito delle opere assentibili con autorizzazione gratuita, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1 della Legge n. 10/1977 e 7, comma 2, lett. a), del D.L. n. 9/1982, convertito nella Legge n. 94/1982.
Ne discende che il regime sanzionatorio appropriato non consiste nell'irrogazione dell'ingiunzione di demolizione, ma nella comminatoria di una sanzione pecuniaria. (…) Il Collegio osserva che le opere di recinzione in questione ben possono essere ricomprese nell'ambito delle "opere costituenti pertinenze od impianti tecnologici al servizio di edifici già esistenti", di cui all'art. 7 del D.L. n. 9/1982 cit..
Invero, esse sembrano possedere tutte le caratteristiche che la consolidata elaborazione giurisprudenziale connette al concetto di pertinenza edilizia:
a) un nesso oggettivo strumentale e funzionale con la cosa principale;
b) il mancato possesso, per natura e struttura, di una pluralità di destinazioni;
c) un carattere durevole;
d) la non utilizzabilità economica in modo diverso;
e) una ridotta dimensione;
f) una individualità fisica e strutturale propria;
g) l'accessione ad un edificio preesistente edificato legittimamente (…).
Ne deriva che la sanzione irrogabile per le recinzioni aventi natura pertinenziale, effettuate in assenza della prescritta autorizzazione gratuita, si concreta in una misura di carattere pecuniario e non nell'ordine di demolizione.

A non diverse conclusioni deve poi pervenirsi in relazione all'ulteriore opera interessata dall'impugnato ordine di demolizione, rappresentata da un "muretto divisorio posto circa a metà del terrazzo composto da muro di altezza m. 0,90 e inferriata di altezza m. 1,10, di lunghezza circa m. 9,00, con cancelletto metallico m. 1,10".
Invero, è stato affermato dalla giurisprudenza, in relazione a siffatta tipologia di opere (cfr. TAR per la Calabria, Catanzaro, Sez. II, 10.06.2008, n. 647), che "la realizzazione di un muretto di recinzione, accompagnata dall'apposizione di ringhiere e cancelli metallici, non rientra nel novero delle opere soggette a concessione edilizia, bensì, per il suo carattere pertinenziale, nell'ambito delle opere assentibili con autorizzazione gratuita, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1 della Legge n. 10/1977 e 7, comma 2, lett. a), del D.L. n. 9/1982, convertito nella Legge n. 94/1982.
Ne discende che il regime sanzionatorio appropriato non consiste nell'irrogazione dell'ingiunzione di demolizione, ma nella comminatoria di una sanzione pecuniaria. (…) Il Collegio osserva che le opere di recinzione in questione ben possono essere ricomprese nell'ambito delle "opere costituenti pertinenze od impianti tecnologici al servizio di edifici già esistenti", di cui all'art. 7 del D.L. n. 9/1982 cit..
Invero, esse sembrano possedere tutte le caratteristiche che la consolidata elaborazione giurisprudenziale connette al concetto di pertinenza edilizia:
a) un nesso oggettivo strumentale e funzionale con la cosa principale;
b) il mancato possesso, per natura e struttura, di una pluralità di destinazioni;
c) un carattere durevole;
d) la non utilizzabilità economica in modo diverso;
e) una ridotta dimensione;
f) una individualità fisica e strutturale propria;
g) l'accessione ad un edificio preesistente edificato legittimamente (…).
Ne deriva che la sanzione irrogabile per le recinzioni aventi natura pertinenziale, effettuate in assenza della prescritta autorizzazione gratuita, si concreta in una misura di carattere pecuniario e non nell'ordine di demolizione
" (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 21.06.2013 n. 1377  - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le opere di recinzione del terreno non si configurano come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire, quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Tale è il caso della recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, la quale costituisce installazione precaria e non incide in modo permanente sull'assetto edilizio del territorio.
Diversamente, è invece richiesto il permesso di costruire quando la recinzione determina una irreversibile trasformazione dello stato dei luoghi, come nel caso di recinzione costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica o addirittura inferriata sovrastante il muro al quale poi s'incardinano cancelli.

La prima argomentazione a supporto del provvedimento impugnato fa riferimento al mancato rispetto delle formalità previste dal t.u. edilizia n. 380 del 2001 e al mancato rilascio del titolo abilitativo (autorizzazione) asseritamente occorrente per l'intervento.
Tali considerazioni non valgono a fondare la legittimità del provvedimento impugnato.
La mancanza di autorizzazione edificatoria non costituisce, in ogni caso, valida giustificazione dell'impugnato ordine di rimozione.
Le opere di recinzione del terreno non si configurano, infatti, come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire, quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Tale è il caso della recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, la quale costituisce installazione precaria e non incide in modo permanente sull'assetto edilizio del territorio (cfr., fra le ultime, Tar Liguria I, 20.09.2010 n. 1174; Tar Toscana III, 09.06.2011 n. 1005, Tar Piemonte I, 15.02.2010 n. 950; TAR Lazio, Roma, sez. II, 11.09.2009, n. 8644).
L'intervento in questione rientra, piuttosto nella portata residuale degli interventi realizzabili con il regime semplificato della d.i.a., a mente dell'art. 22 del t.u. dell'edilizia, la cui mancanza non è sanzionabile con la rimozione o la demolizione, previsti dall'art. 31 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, per l'esecuzione di interventi in assenza del permesso di costruire, in totale difformità del medesimo, ovvero con variazioni essenziali, ma con l'applicazione della sanzione pecuniaria prevista dal successivo art. 37 per l'esecuzione di interventi in assenza della prescritta denuncia di inizio di attività.
Diversamente, è invece richiesto il permesso di costruire quando la recinzione determina una irreversibile trasformazione dello stato dei luoghi, come nel caso di recinzione costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica o addirittura inferriata sovrastante il muro al quale poi s'incardinano cancelli.
Nel caso di specie l’intervento si sostanzia esclusivamente nell’apposizione di una rete metallica con paletti di ferro e senza alcun tipo di opera muraria, con caratteristiche di precarietà e senza trasformazione effettiva dello stato dei luoghi.
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Un secondo ordine di considerazioni fa riferimento alla mancanza di autorizzazione paesaggistica.
Si osserva preliminarmente che non è contestata l'esistenza del vincolo.
Ciò premesso, appare irrilevante che la recinzione in esame (costituita, si ribadisce, da una semplice rete metallica e da paletti infissi nel terreno e senza opere murarie) sia stata eseguita senza nulla osta in area vincolata, trattandosi di opera priva di apprezzabile impatto ambientale (cfr., in analoga fattispecie, Tar Piemonte I, 15.02.2010 n. 950; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 08.05.2007, n. 4821)
(TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 27.05.2013 n. 5276 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il muro di contenimento non è pertinenza.
Secondo giurisprudenza consolidata il muro di contenimento non può essere considerato pertinenza, mentre il muro di recinzione necessita del permesso di costruire quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, o da opera muraria.
La realizzazione ex novo di un muro di recinzione in cemento armato di rilevanti dimensioni, con sovrastante ringhiera in ferro e un muro di contenimento, in quanto strutture autonome e indipendenti e, comunque, di rilevanti dimensioni non possono configurarsi come opere pertinenziali, né quale interventi di restauro e risanamento conservativo.
In particolare, secondo giurisprudenza, il muro di contenimento non può essere considerato pertinenza (TAR Lombardia Brescia Sez. II, 02.07.2012, n. 1265; TAR Liguria Genova Sez. I, 31.12.2009, n. 4131) mentre il muro di recinzione necessita del permesso di costruire quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica (TAR Basilicata Potenza, 19.09.2003, n. 897) o da opera muraria (Cassazione penale, sez. III, 13.12.2007, n. 4755) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 22.05.2013 n. 2677 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'apposizione di condizioni al rilascio di un titolo edilizio è ammissibile soltanto quando si vada ad incidere su aspetti legati alla realizzazione dell'intervento costruttivo, sia da un punto di vista tecnico che strutturale, e ciò trovi un fondamento diretto o indiretto in una norma di legge o regolamento.
Diversamente, non è possibile apporre condizioni al titolo edilizio che siano estranee alla fase di realizzazione dell'intervento edilizio, stante la natura di accertamento costitutivo a carattere non negoziale della concessione stessa. Concedendo spazio al perseguimento di finalità estranee a quelle sottese al potere esercitato -legato allo svolgimento dell'attività edificatoria– si finirebbe infatti per funzionalizzare l'attività amministrativa ad interessi avulsi rispetto a quelli tipizzati dal legislatore.
La giurisprudenza ha già avuto modo di dichiarare illegittime le condizioni che subordinano la validità della concessione edilizia alla cessione gratuita di aree destinate alla realizzazione di opere pubbliche, in quanto condizionare l’assenso all’intervento edilizio a fattori diversi da quelli di stretta conformità ai richiesti parametri normativi, appare non in linea con la natura e le finalità dei poteri dell’amministrazione in materia edilizia, trattandosi di attività vincolata da specifiche norme e funzionale al solo accertamento della corrispondenza degli interventi e dei relativi elaborati progettuali con tali prescrizioni normative.
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La recinzione di un fondo non può essere ostacolata dall'esistenza di una previsione vincolistica del piano regolatore, in quanto il legittimo esercizio dello jus excludendi, di per sé, non contrasta con la detta previsione, non avendo per fine quello di imprimere all'area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche e non limitando in alcun modo l'amministrazione nell'esercizio dei poteri, eventualmente ablativi, che dal vincolo discendono.
Le censure svolte dal ricorrente appaiono fondate sotto plurimi profili.
Innanzitutto, il provvedimento di diniego opposto dal Comune alla richiesta di concessione edilizia non reca adeguata motivazione in merito all’intervenuta cessazione del vincolo espropriativo che in precedenza destinava parte dell’area privata a viabilità pubblica.
L’intenzione palesata dall’amministrazione di condizionare il rilascio del titolo abilitativo alla previa cessione della fascia di terreno inscritta nell’ambito dei viabilità pubblica, non trova infatti giustificazione nella pianificazione urbanistica all’epoca vigente.
Il punto è di evidente rilievo se si considera che lo "ius aedificandi" costituisce facoltà insita nel diritto di proprietà, comprimibile esclusivamente per un contrasto con esigenze di pubblico interesse recepite nelle prescrizioni urbanistiche. Se, pertanto, un provvedimento di diniego presuppone necessariamente che siano evidenziate ipotesi di contrasto tra l'elaborato progettuale e le prescrizioni urbanistiche, senza possibilità di limitazioni non strettamente pertinenti all'aspetto urbanistico, nel caso di specie tale condizione di contrasto non è rinvenibile, atteso che all’epoca della presentazione dell’istanza di concessione, in data 20.04.2006, era già pacificamente decaduto il vincolo espropriativo potenzialmente configgente con l’intervento edificatorio.
L’operato della pubblica amministrazione si è svolto, inoltre, in contrasto con il principio -costantemente affermato dalla giurisprudenza- secondo il quale l'apposizione di condizioni al rilascio di un titolo edilizio è ammissibile soltanto quando si vada ad incidere su aspetti legati alla realizzazione dell'intervento costruttivo, sia da un punto di vista tecnico che strutturale, e ciò trovi un fondamento diretto o indiretto in una norma di legge o regolamento. Diversamente, non è possibile apporre condizioni al titolo edilizio che siano estranee alla fase di realizzazione dell'intervento edilizio, stante la natura di accertamento costitutivo a carattere non negoziale della concessione stessa. Concedendo spazio al perseguimento di finalità estranee a quelle sottese al potere esercitato -legato allo svolgimento dell'attività edificatoria– si finirebbe infatti per funzionalizzare l'attività amministrativa ad interessi avulsi rispetto a quelli tipizzati dal legislatore (cfr. TAR Milano sez. IV, 10.09.2010, n. 5655; TAR Trentino Alto Adige, Trento sez. I, 04.01.2011, n. 2; TAR Lecce sez. III, 28.09.2012, n. 1623).
La giurisprudenza ha già avuto modo di dichiarare illegittime le condizioni che subordinano la validità della concessione edilizia alla cessione gratuita di aree destinate alla realizzazione di opere pubbliche (cfr. Cons. St. sez. V, 24.03.2001, n. 1702; TAR Milano sez. II, 18.02.1984, n. 77), in quanto condizionare l’assenso all’intervento edilizio a fattori diversi da quelli di stretta conformità ai richiesti parametri normativi, appare non in linea con la natura e le finalità dei poteri dell’amministrazione in materia edilizia, trattandosi di attività vincolata da specifiche norme e funzionale al solo accertamento della corrispondenza degli interventi e dei relativi elaborati progettuali con tali prescrizioni normative.
Sotto diverso profilo, correttamente la difesa di parte ricorrente richiama il principio giurisprudenziale secondo il quale la recinzione di un fondo non può essere ostacolata dall'esistenza di una previsione vincolistica del piano regolatore (nel caso di specie peraltro assente), in quanto il legittimo esercizio dello jus excludendi, di per sé, non contrasta con la detta previsione, non avendo per fine quello di imprimere all'area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche e non limitando in alcun modo l'amministrazione nell'esercizio dei poteri, eventualmente ablativi, che dal vincolo discendono (cfr. TAR Bari sez. III, 22.02.2006, n. 572; TAR Catanzaro sez. II, 24.02.2003, n. 351; TAR Milano, sez. II, 20.05.1993 n. 334 e 24.10.1991 n. 1247) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 22.05.2013 n. 617 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nell'attività repressiva in tema di opere edilizie abusive non è necessaria la previa comunicazione dell' avvio procedimentale di cui all'art. 7 l. 241/1990, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato; sicché l'ordinanza di demolizione è sufficientemente motivata con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera edilizia e, proprio in quanto atto vincolato, l'ordinanza medesima non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione.
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Avuto riguardo alla natura tipicamente vincolata dell’ordine di demolizione in esame, l’impugnato provvedimento non necessitava di una particolare motivazione, diversa da quella consistente nell’indicazione del tipo di abuso realizzato dal ricorrente, e delle norme da lui violate.
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La giurisprudenza prevalente considera che la valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione vada effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione.
Di conseguenza, si ritengono esenti dal regime del permesso di costruire solo le recinzioni che non configurino un'opera edilizia permanente, bensì manufatti di precaria installazione e di immediata asportazione (quali ad esempio recinzioni in rete metalliche, sorretta da paletti di ferro o di legno e senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la posa in essere di una recinzione rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione delle singole proprietà.
Viceversa, è necessario il permesso di costruire, quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo durevole e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica.

Si legge nell’impugnato provvedimento che i ricorrenti hanno realizzato “… una recinzione in c.a. dell’altezza fuori terra di mt. 3,50 circa, dal livello della strada privata che fronteggia l’area, con tre accessi chiusi da un portone in ferro. Sul lato della recinzione … è stato realizzato un muro di contenimento in c.a. dell’altezza variabile tra mt 3,00 e mt. 5,00 con una lunghezza di mt. 38 circa”.
Tale essendo la ricostruzione in fatto operata dall’amministrazione, e considerato altresì che l’impugnato provvedimento dà conto che “trattasi di opere realizzate in assenza di permesso di costruire”, occorre ora stabilire se tale impianto motivazionale soddisfa il relativo obbligo di cui all’art. 3 l. n. 241/1990.
A tal riguardo, premette il Collegio che, per condivisa giurisprudenza amministrativa, “nell'attività repressiva in tema di opere edilizie abusive non è necessaria la previa comunicazione dell' avvio procedimentale di cui all'art. 7 l. 241/1990, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato; sicché l'ordinanza di demolizione è sufficientemente motivata con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera edilizia e, proprio in quanto atto vincolato, l'ordinanza medesima non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione” (TAR Campania, Salerno, II, 28.11.2012, n. 2161. In senso confermativo, cfr. altresì, ex multis, TAR Campania, Napoli, III, 04.12.2012, n. 4913; TAR Friuli Venezia Giulia, I, 20.12.2012, n. 498; TAR Lazio, II, 05.09.2012, n. 7570; TAR Liguria, I, 24.07.2012, n. 1073; TAR Sardegna, II, 23.07.2012, n. 747).
Tanto chiarito, e venendo ora al caso di specie, reputa il Collegio che, avuto riguardo alla natura tipicamente vincolata dell’ordine di demolizione in esame, l’impugnato provvedimento non necessitava di una particolare motivazione, diversa da quella consistente nell’indicazione del tipo di abuso realizzato dal ricorrente, e delle norme da lui violate. E poiché l’impugnata ordinanza reca compiute indicazioni in entrambi i sensi or ora menzionati, essa si sottrae senz’altro alle censure lamentate in parte qua dal ricorrente.
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Con il secondo motivo di ricorso, deducono i ricorrenti l’illegittimità dell’impugnato provvedimento, in quanto assunto sul falso presupposto dell’assenza di permesso di costruire. A tal riguardo, deducono i ricorrenti che la presentazione, in data 15.06.2006, di denuncia di inizio di attività, sia sufficiente a ritenere integrata la sussistenza di regolare titolo edilizio.
L’assunto è infondato.
La giurisprudenza prevalente, cui il Collegio aderisce, considera che la valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione vada effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione (TAR Lazio Roma, sez. II, 03.07.2007, n. 5968; TAR Puglia Lecce, sez. I, 23.09.2003, n. 6196).
Di conseguenza, si ritengono esenti dal regime del permesso di costruire solo le recinzioni che non configurino un'opera edilizia permanente, bensì manufatti di precaria installazione e di immediata asportazione (quali ad esempio recinzioni in rete metalliche, sorretta da paletti di ferro o di legno e senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la posa in essere di una recinzione rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione delle singole proprietà (TAR Campania Napoli, sez. VII, 04.07.2007, n. 6458; TAR Campania Napoli, sez. IV, 08.05.2007, n. 4821; TAR Emilia Romagna, sez. II, 26.01.2007, n. 82; TAR Veneto Venezia, sez. II, 07.03.2006, n. 533).
Viceversa, è necessario il permesso di costruire, quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo durevole e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica (TAR Campania, Napoli, IV, 03.04.2012, n. 1542; TAR Basilicata Potenza, 19.09.2003, n. 897) o da opera muraria (Cassazione penale , sez. III, 13.12.2007, n. 4755).
Ciò chiarito, e venendo ora al caso di specie, si legge nell’impugnato provvedimento che l’abuso in esame consiste in una recinzione in c.a. dell’altezza fuori terra di mt. 3,50 circa, con tre accessi chiusi da un portone in ferro. Inoltre, sul lato della recinzione è stato realizzato un muro di contenimento in c.a. dell’altezza variabile tra mt. 3,00 e mt. 5,00, con una lunghezza di mt. 38 circa.
Avuto riguardo a tale descrizione delle opere in esame, è pertanto di tutta evidenza che i ricorrenti hanno realizzato non già una struttura precaria, ma un’opera che, per natura e dimensioni, può senz’altro definirsi permanente, incidendo in maniera durevole sull’assetto del territorio.
Ne discende che i ricorrenti avrebbero dovuto premunirsi di permesso di costruire, non essendo sufficiente una mera denuncia di inizio attività. E poiché essi non hanno in tal senso operato, del tutto legittimamente l’amministrazione ha ordinato la demolizione delle opere da loro abusivamente realizzate
(TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 10.05.2013 n. 714 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza ha da tempo individuato un corretto discrimine tra le costruzioni che si definiscono “muro”, in base alla destinazione del manufatto.
Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia unicamente la delimitazione della proprietà, si ricade nell'ipotesi della “pertinenza”, per cui non è normalmente necessario il rilascio della concessione ai sensi di quanto previsto, a contrario, dall’art. 3, comma 1, lett. e.6, del d.P.R. n. 380 del 2001.
Nel caso in cui il muro sia invece destinato non solo a recingere un fondo, ma anche a contenere o a sostenere esso stesso dei volumi ulteriori, l’opera è tale da presentare una funzione autonoma, sia dal punto di vista edilizio che da quello economico, con la conseguenza che fuoriesce dalla nozione edilizia di “pertinenza” e necessita del permesso di costruire.
In ogni caso ciò che più conta è “l’impegno visivo” dell’opera, ossia la sua concreta idoneità ad incidere sulla trasformazione del suolo: beninteso, purché però tale “impegno” (che deve formare, evidentemente, oggetto di valutazione da parte dell’amministrazione) sia adeguatamente valorizzato come parte integrante della motivazione dell’ordine di ripristino, nel senso che l’amministrazione deve preoccuparsi di offrire ragionevoli indicazioni (derivanti, ad esempio, dalle notevoli dimensioni o dalle modalità costruttive dell’opera) in ordine alla ritenuta trasformazione del suolo, tali da giustificare il più severo regime edilizio applicato.

Osserva il Collegio che la giurisprudenza, anche di questo TAR (cfr. TAR Piemonte, sez. I, n. 657 del 2003), ha da tempo individuato un corretto discrimine tra le costruzioni che si definiscono “muro”, in base alla destinazione del manufatto.
Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia unicamente la delimitazione della proprietà, si ricade nell'ipotesi della “pertinenza”, per cui non è normalmente necessario il rilascio della concessione ai sensi di quanto previsto, a contrario, dall’art. 3, comma 1, lett. e.6, del d.P.R. n. 380 del 2001. Nel caso in cui il muro sia invece destinato non solo a recingere un fondo, ma anche a contenere o a sostenere esso stesso dei volumi ulteriori, l’opera è tale da presentare una funzione autonoma, sia dal punto di vista edilizio che da quello economico, con la conseguenza che fuoriesce dalla nozione edilizia di “pertinenza” e necessita del permesso di costruire (cfr., più di recente, TAR Campania, Napoli, sez. IV, n. 4275 del 2012).
In ogni caso –è stato anche aggiunto– ciò che più conta è “l’impegno visivo” dell’opera, ossia la sua concreta idoneità ad incidere sulla trasformazione del suolo (cfr. TAR Sicilia, Catania, sez. I, n. 3847 del 2010): beninteso, purché però tale “impegno” (che deve formare, evidentemente, oggetto di valutazione da parte dell’amministrazione) sia adeguatamente valorizzato come parte integrante della motivazione dell’ordine di ripristino, nel senso che l’amministrazione deve preoccuparsi di offrire ragionevoli indicazioni (derivanti, ad esempio, dalle notevoli dimensioni o dalle modalità costruttive dell’opera) in ordine alla ritenuta trasformazione del suolo, tali da giustificare il più severo regime edilizio applicato.
Nel caso di specie non appare dubbio, in base sia agli atti versati in giudizio sia alla motivazione dell’ordinanza di demolizione, che la funzione del muro edificato è unicamente quella di recingere l’area adibita a deposito e stoccaggio di materiali industriali, anche al fine di assicurare idonee condizioni di sicurezza dello stabilimento. Sotto altro profilo, poi, la motivazione dell’atto, nella sua estrema sinteticità, non si è preoccupata di individuare i profili che potevano indurre a ritenere integrata una vera e propria trasformazione urbanistica del suolo, in modo da giustificare l’applicazione del regime edilizio della concessione, in luogo di quello tipico delle opere pertinenziali.
Emerge, in definitiva, ed allo stato degli atti, un’oggettiva destinazione pertinenziale dell’opera de qua a servizio della proprietà, senza particolari problematiche di compatibilità urbanistica (se non un fugace, e del tutto generico, accenno –compiuto nell’ordinanza impugnata– a non meglio definite “difformità da quanto previsto dalle norme di attuazione del vigente PRGC”), con un quadro di risulta tale quindi da determinare l’applicazione del più blando regime edilizio della d.i.a., e la conseguente inapplicabilità della sanzione ripristinatoria ai sensi dell’art. 37 del d.P.R. n. 380 del 2001 (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 09.05.2013 n. 590 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Accesso carrabile e pedonale da un’area privata su strada ad uso pubblico senza il consenso del proprietario.
L’amministrazione comunale non può, in sede di rilascio di un permesso di costruire, consentire l’accesso carrabile e pedonale, da un’area privata su una strada ad uso pubblico, qualora tale strada sia di proprietà di un altro soggetto privato e qualora manchi il consenso da parte del proprietario.
La compressione delle prerogative del proprietario conseguenti all’assoggettamento del bene al pubblico passaggio non può spingersi (per evidente eterogeneità di ratio) sino ad ammettere l’adozione di atti abilitativi (nel caso di specie: il permesso di costruire) i quali comportino un’ulteriore forma di compressione volta al soddisfacimento di un interesse squisitamente privato ed individuale, quale l’accesso alla strada di uso pubblico.
Se si ammettesse che in sede di rilascio del permesso di costruire all’autorità amministrativa sia consentito costituire sull’area di un terzo un peso (nel caso si specie: l’obbligo di consentire il passaggio) indipendentemente dal consenso del proprietario, si giungerebbe ad ammettere un modo surrettizio di costituzione di una servitù sostanziale (quale quella che consente il passaggio attraverso e sul fondo del vicino) al di fuori dei tassativi modi di costituzione espressamente richiamati dall’articolo 1032 del Codice civile e in assenza della corresponsione dell’indennità dovuta ai sensi degli articoli 1032 e 1053 del medesimo Codice.

Giunge alla decisione del Collegio il ricorso in appello proposto da una società cooperativa edilizia avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale dell’Abruzzo con cui è stato accolto il ricorso proposto da una società cooperativa controinteressata e, per l’effetto, è stato disposto l’annullamento del titolo edilizio rilasciato in suo favore nel dicembre del 2004 per la parte in cui le ha consentito di realizzare un accesso carrabile su una strada privata (ma ad uso pubblico) di proprietà della ricorrente in primo grado.
Il thema decidendum consiste nello stabilire se legittimamente l’amministrazione comunale possa, in sede di rilascio di un permesso di costruire, consentire l’accesso –carrabile e pedonale– da un’area privata su una strada ad uso pubblico, qualora tale strada sia di proprietà di un altro soggetto privato e qualora manchi il consenso (anzi: vi sia l’espresso dissenso) da parte del proprietario
Ad avviso del Collegio, la sentenza è meritevole di conferma laddove ha ritenuto che al quesito debba essere fornita risposta in senso negativo.
Al riguardo si osserva in primo luogo:
- che è pacifico in atti che la via Ateleta è un’arteria viaria in parte di proprietà comunale e in parte di proprietà della cooperativa edilizia appellata e che essa si configura –almeno in parte– come strada privata di suo pubblico in quanto consente il collegamento fra due strade piuttosto importanti per la viabilità cittadina (la Via Abruzzo e la Via della Scuola);
- è parimenti pacifico che l’accesso pedonale e carrabile che il Comune ha ammesso da e per il complesso immobiliare della società appellante ricade in toto nella porzione della via Ateleta di proprietà della cooperativa appellata (in tal senso depone, oltretutto, la relazione tecnica che il primo giudice ha demandato al dirigente del Settore Viabilità – Mobilità della provincia dell’Aquila).
Ora, risulta in atti che sia sorta fra le parti private una controversia avente ad oggetto la delimitazione della consistenza dei reciproci diritti sulla strada in questione e che essa sia stata definita con sentenza del Tribunale civile dell’Aquila n. 202 del 2009, il quale si è espresso nei termini che seguono: “l’utilizzazione di una strada privata per il transito di veicoli da parte di una pluralità indeterminata di persone, se da un lato vale ad evidenziare l’assoggettamento del bene ad uso pubblico di passaggio, non può dall’altro legittimare il proprietario del fondo confinante all’apertura di accesso alla strada stessa, nemmeno in forza di concessione amministrativa, trattandosi di facoltà che esorbita dai limiti del predetto uso pubblico del bene privato e che correlativamente non può essere neppure oggetto di concessione, essendo a tal fine necessario un più ampio titolo di acquisto del bene rispetto al contenuto minimo qualificante del diritto “uso pubblico”; pertanto, [l’assoggettamento] ad uso pubblico della strada Ateleta (…) non poteva certamente legittimare la resistente, una volta acquistato il fondo confinante, ad aprire un accesso sulla strada stessa e ad esercitarvi il passaggio per accedere al proprio fondo; ciò a prescindere dalla presenza di concessione edilizia, che nulla vale a questi fini in mancanza di atti costitutivi di una servitù di passaggio”.
Ritiene il Collegio le conclusioni cui è pervenuto il giudice civile siano condivisibili e applicabili anche ai fini della definizione della presente controversia, nel cui ambito la questione relativa alla delimitazione dei diritti e degli obblighi delle parti private in lite viene in rilievo in quanto incide sulla legittimità degli atti abilitativi rilasciati dall’amministrazione comunale.
In particolare, la sentenza civile è condivisibile laddove ha osservato che la compressione delle prerogative del proprietario conseguenti all’assoggettamento del bene al pubblico passaggio non può spingersi (per evidente eterogeneità di ratio) sino ad ammettere l’adozione di atti abilitativi (nel caso di specie: il permesso di costruire) i quali comportino un’ulteriore forma di compressione volta al soddisfacimento di un interesse squisitamente privato ed individuale, quale l’accesso alla strada di uso pubblico.
Si osserva, d’altronde, che se si ammettesse che in sede di rilascio del permesso di costruire all’autorità amministrativa sia consentito costituire sull’area di un terzo un peso (nel caso si specie: l’obbligo di consentire il passaggio) indipendentemente dal consenso del proprietario, si giungerebbe ad ammettere un modo surrettizio di costituzione di una servitù sostanziale (quale quella che consente il passaggio attraverso e sul fondo del vicino) al di fuori dei tassativi modi di costituzione espressamente richiamati dall’articolo 1032 del Codice civile e in assenza della corresponsione dell’indennità dovuta ai sensi degli articoli 1032 e 1053 del medesimo Codice.
Si osserva, inoltre, che le conclusioni richiamate non sono in contrasto con i princìpi enucleati dalla sentenza di questo Consiglio di Stato, quinta sezione, 09.06.2008, n. 2864 (espressamente richiamata nell’atto di appello).
Si osserva al riguardo:
- che quella sentenza ha compendiato i princìpi giurisprudenziali in tema di presupposti e condizioni per l’assoggettamento all’uso pubblico di una strada privata, ma non ha trattato la questione (che qui viene in rilievo) relativa al se tale assoggettamento ad uso pubblico comporti altresì che l’amministrazione possa –in assenza o in contrasto con la volontà del proprietario– consentire un accesso ad uso esclusivamente privato sull’area;
- che, se per un verso è vero che la sentenza in parola ha affermato che l’assoggettamento ad uso pubblico di una strada privata comporta che questa diviene soggetta alla normale disciplina stradale “e la proprietà privata si riduce al fatto che l'area ritornerebbe nella piena disponibilità del proprietario quando cessasse la destinazione stradale”, per altro verso essa non ha affatto affermato che ciò comporti necessariamente la possibilità di adottare in modo legittimo atti di carattere abilitativo quale quello impugnato in primo grado. Anzi, se si portasse alle estreme conseguenze di sistema l’assunto dell’appellante, si giungerebbe alla conclusione (invero inammissibile) secondo cui, anche una volta venute meno le condizioni che hanno comportato l’assoggettamento ad uso pubblico della strada, non verrebbe meno l’impropria forma di servitù in tal modo costituita (lo si ripete: in assenza di una fonte legale o volontaria di costituzione ai sensi dell’articolo 1032 del Codice civile) (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 06.05.2013 n. 2416 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il muro di contenimento non è una costruzione.
La CORTE D'APPELLO di Venezia, Sez. II civile, nella sentenza 23.04.2013 n. 969, chiarisce che il muro di contenimento e la sua (eventuale) sopraelevazione non costituiscono una costruzione atteso che il concetto di costruzione non si identifica con quella di edificio poiché “si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato avente i caratteri della solidità, stabilità ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio o incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica contestualmente realizzato o preesistente, e ciò indipendentemente dal livello di posa ed elevazione dell’opera stessa (Cass. Sentenza n. 15972 del 27/07/2011).
In tema di distanze legali, il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi “costruzione” agli effetti della disciplina di cui all’art. 873 cod. civ. per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l’altezza della parte naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento (Sentenza n. 14 del 10/01/2006).
La parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche (Sentenza n. 145 del 10/01/2006); rappresentano, invece, certamente costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell’uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (Cass. Sentenza n. 1345 del 10/01/2006; Cass. Sentenza n. 1217 del 22/01/2010)
”.
Di conseguenza: “ritiene questa Corte che per la parte in cui il muro costituisce contenimento della parete naturale o scarpata lo stesso non è qualificabile come costruzione, mentre la parte in sopraelevazione rappresenta “muro di cinta” ex art. 878 c.c. che non costituisce costruzione ai fini delle distanze legali perché di altezza inferiore a tre metri (la sopraelevazione è di circa 83 cm.)”.
La sentenza in commento, per la parte che ivi interessa, riforma quanto sancito dal TRIBUNALE di Vicenza, Sez. II civile, con la sentenza 21.11.2008 n. 1834, che aveva considerato come costruzione la parte del muro di contenimento costruita in sopraelevazione: “tale distanza nella fattispecie non risulta osservata, come con divisibilmente affermato dal consulente tecnico d’ufficio, posto che il c.d. muro di contenimento, per le illustrate caratteristiche costruttive, costituisce, quanto meno per la parte superiore, una vera e propria costruzione.
Dal punto di vista edilizio e civilistico, per integrare il concetto normativo di costruzione, come più volte affermato dalla Cassazione, vengono in rilievo tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della stabilità e dell’immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti ed oggetti di modeste dimensioni con funzioni meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabili.
Anche la migliore dottrina include nella nozione di “costruzione” non solo l’opera che abbia le caratteristiche di un edificio o di altra fabbrica in muratura, ma anche qualsiasi altra opera edilizia che presenti carattere di solidità, stabilità e di immobilizzazione rispetto al suolo, ancorché manchi di propria individualità ed autonomia in quanto costituente un semplice accessorio del fabbricato.
Per quanto più specificamente concerne la problematica del muro c.d. di contenimento, la giurisprudenza di legittimità afferma che “in tema di distanze legali, il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi “costruzione” agli effetti della disciplina di cui all’art. 873 c.c. per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l’altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte di muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati dall’opera dell’uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente” (Cassazione civ., sez. II, 10.01.2006 n. 145; in senso sostanzialmente conforme Cassazione n. 8144/2005)
” (tratto da  e link a http://venetoius.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le opere di recinzione di un edificio rientrano nel concetto di pertinenza, attesa la destinazione a scopo di protezione e delimitazione della cosa principale, senza che alle stesse possa essere riconosciuta alcuna sostanziale autonomia funzionale.
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Non possono svolgersi opere di ristrutturazione o di manutenzione straordinaria su un manufatto abusivo, mai oggetto di sanatoria edilizia; né tale ulteriore attività costruttiva può spiegare effetto preclusivo sulla potestà di reprimere l'opera abusiva nella sua interezza.
Infatti, «in presenza di manufatti abusivi non sanati, né condonati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche), ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicché non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione».

Invero, le opere di recinzione di un edificio rientrano nel concetto di pertinenza, attesa la destinazione a scopo di protezione e delimitazione della cosa principale, senza che alle stesse possa essere riconosciuta alcuna sostanziale autonomia funzionale (TAR Napoli Campania sez. II 11.09.2009 n. 4935).
Di conseguenza, ferma restando la natura abusiva del fabbricato, colpito da più ordinanze di demolizione citate nell’atto impugnato, nella fattispecie deve applicarsi il principio secondo cui «non possono svolgersi opere di ristrutturazione o di manutenzione straordinaria su un manufatto abusivo, mai oggetto di sanatoria edilizia; né tale ulteriore attività costruttiva può spiegare effetto preclusivo sulla potestà di reprimere l'opera abusiva nella sua interezza» (TAR Campania Napoli, sez. VI, 12.11.2010 n. 24017); infatti, «in presenza di manufatti abusivi non sanati, né condonati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche), ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicché non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione» (TAR Napoli Campania sez. VI 06.02.2013 n. 760 TAR Napoli Campania sez. VI 02.01.2013 n. 10; TAR Napoli Campania sez. VI 02.05.2012 n. 2000; TAR Napoli Campania sez. VI 02.05.2012 n. 2006).
Nel caso in esame, non risultando istanze o provvedimenti di condono, si rivela legittimo il diniego opposto dal Comune di Marcianise oggetto della presente impugnazione (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 11.04.2013 n. 1955 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’imponenza della recinzione che si estende per una lunghezza di circa 346 metri di lunghezza con altezza di metri 2,50 non lascia dubbi al fatto che si sia in presenza di un manufatto che necessita di apposita provvedimento edilizio abilitativo.
La realizzazione di una recinzione che presenti un elevato impatto urbanistico deve essere preceduta ex l. 10/1977 da provvedimento concessorio da parte dell’amministrazione comunale. Atto che non risulta necessario solo in presenza di una trasformazione che per l’utilizzo di materiale di scarso impatto visivo e per le dimensioni dell’interevento non comportino un’apprezzabile alterazione ambientale, estetica e funzionale.
La distinzione tra esercizio dello jus aedificandi e dello jus excludendi alios va rintracciata quindi nella verifica concreta delle caratteristiche del manufatto. Sotto questo profilo appare utile rammentare la decisione secondo la quale: “La concessione edilizia non è necessaria per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo "jus excludendi alios"; occorre, invece, la concessione, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica”.
Nello stesso senso la più recente secondo cui “Necessita di concessione edilizia la recinzione di un fondo rustico realizzata con installazioni permanenti, in quanto produce una significativa trasformazione urbanistica del territorio, a prescindere dalla realizzazione di volumetrie di qualunque natura” (cfr. in aggiunta, sez. VI, 23.05.2011, n. 3046; sez. IV, 30.06.2005, n. 3555 secondo cui <<la nozione di manutenzione ordinaria è di per sé incompatibile con la realizzazione di nuovi e consistenti manufatti, quand’anche vengano destinati ad integrare o mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti, fermo restando che si tratta comunque di attività edilizie in senso proprio, ossia di attività di trasformazione del territorio mediante un’attività antropica tesa alla formazione di un opus espressione di ius utendi (come nel caso di specie) più che di ius aedificandi; l’elemento ontologico qualificante dell’attività di manutenzione ordinaria fa sì che gli elementi da rinnovare, integrare e mantenere in efficienza possono anche risultare diversi da quelli oggetto di intervento, con il limite che il nuovo elemento non risulti né tipologicamente né funzionalmente diverso dal precedente, non potendosi dare origine ad un quid novi>>).
Uniforme appare anche la giurisprudenza della Suprema Corte secondo la quale: “La recinzione di un fondo rustico non necessita di concessione edilizia solo nel caso in cui la stessa venga attuata con opere non permanenti; il provvedimento autorizzativo è, invece, richiesto quando venga realizzata con materiale tipicamente edilizio tra cui rientra la zoccolatura in calcestruzzo”.

Ad ogni modo, risulta corretta la ricostruzione giuridica operata dal primo Giudice in ordine alla necessità che la recinzione de qua fosse preceduta da titolo edilizio, atteso che la giurisprudenza sia di questo Consiglio che della Suprema Corte di Cassazione ritiene che la realizzazione di una recinzione che presenti un elevato impatto urbanistico debba essere preceduta ex l. 10/1977 da provvedimento concessorio da parte dell’amministrazione comunale. Atto che non risulta necessario solo in presenza di una trasformazione che per l’utilizzo di materiale di scarso impatto visivo e per le dimensioni dell’interevento non comportino un’apprezzabile alterazione ambientale, estetica e funzionale.
La distinzione tra esercizio dello jus aedificandi e dello jus excludendi alios va rintracciata quindi nella verifica concreta delle caratteristiche del manufatto. Sotto questo profilo appare utile rammentare la decisione di questa Sezione (Cons. Stato Sez. V, 26-10-1998, n. 1537), secondo la quale: “La concessione edilizia non è necessaria per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo "jus excludendi alios"; occorre, invece, la concessione, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica”.
Nello stesso senso la più recente Cons. St., Sez. V, 23.02.2012, n. 976: “Necessita di concessione edilizia la recinzione di un fondo rustico realizzata con installazioni permanenti, in quanto produce una significativa trasformazione urbanistica del territorio, a prescindere dalla realizzazione di volumetrie di qualunque natura” (cfr. in aggiunta, sez. VI, 23.05.2011, n. 3046; sez. IV, 30.06.2005, n. 3555 secondo cui <<la nozione di manutenzione ordinaria è di per sé incompatibile con la realizzazione di nuovi e consistenti manufatti, quand’anche vengano destinati ad integrare o mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti, fermo restando che si tratta comunque di attività edilizie in senso proprio, ossia di attività di trasformazione del territorio mediante un’attività antropica tesa alla formazione di un opus espressione di ius utendi (come nel caso di specie) più che di ius aedificandi; l’elemento ontologico qualificante dell’attività di manutenzione ordinaria fa sì che gli elementi da rinnovare, integrare e mantenere in efficienza possono anche risultare diversi da quelli oggetto di intervento, con il limite che il nuovo elemento non risulti né tipologicamente né funzionalmente diverso dal precedente, non potendosi dare origine ad un quid novi>>).
Uniforme appare anche la giurisprudenza della Suprema Corte (a far data da Cass. pen., 30.09.1988), secondo la quale: “La recinzione di un fondo rustico non necessita di concessione edilizia solo nel caso in cui la stessa venga attuata con opere non permanenti; il provvedimento autorizzativo è, invece, richiesto quando venga realizzata con materiale tipicamente edilizio tra cui rientra la zoccolatura in calcestruzzo” (cfr. in aggiunta Cass. pen., sez. III, 02.10.2010, n. 41518; sez. III, 13.12.2007).
Nella fattispecie l’imponenza della costruzione che si estende per una lunghezza di circa 346 metri di lunghezza con altezza di metri 2,50 non lascia dubbi al fatto che si sia in presenza di un manufatto che necessita di apposita provvedimento edilizio abilitativo (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 09.04.2013 n. 1922 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl Comune può certamente dettare prescrizioni circa le modalità tecniche da osservare nella realizzazione delle recinzioni, nell'ambito della propria potestà pianificatoria, ma non può precluderne in toto l'edificazione, essendo pertanto illegittimo un generalizzato divieto di recinzione dei fondi.
Sono parimenti fondate le censure rivolte avverso gli artt. 31.3.6 e 32.5.1 delle N.T.A., nella parte in cui vietano qualsiasi tipo di recinzione delle proprietà nelle zone agricole E1 ed E2.
Il Comune può certamente dettare prescrizioni circa le modalità tecniche da osservare nella realizzazione delle recinzioni, nell'ambito della propria potestà pianificatoria, ma non può precluderne in toto l'edificazione, essendo pertanto illegittimo un generalizzato divieto di recinzione dei fondi (TAR Lombardia, Brescia, Sez. I, 05.02.2008 n. 40), come invece avvenuto nel caso di specie (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 21.03.2013 n. 751 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn forza dell’art. 878 del codice civile “il muro di cinta e ogni altro muro isolato che non abbia un'altezza superiore ai tre metri non è considerato per il computo della distanza indicata dall'articolo 873 cod. civ.”.
In linea generale tuttavia quando un intervento edilizio determini (o faccia venir meno) un dislivello rispetto al fondo interessato, si realizza una modifica del terreno normalmente assimilata a una nuova costruzione, ed il muro che delimita il terrapieno perde la qualificazione di muro di cinta per assumere quella di muro di sostegno.
In tal senso la Corte di Cassazione ha affermato che “In tema di muri di cinta tra fondi a dislivello, qualora l'andamento altimetrico del piano di campagna -originariamente livellato sul confine tra due fondi- sia stato artificialmente modificato, deve ritenersi che il muro di cinta abbia la funzione di contenere un terrapieno creato "ex novo" dall'opera dell'uomo, e vada, per l'effetto, equiparato a un muro di fabbrica, come tale assoggettato al rispetto delle distanze legali tra costruzioni”.

In forza dell’art. 878 del codice civile “il muro di cinta e ogni altro muro isolato che non abbia un'altezza superiore ai tre metri non è considerato per il computo della distanza indicata dall'articolo 873 cod. civ.”. In linea generale tuttavia quando un intervento edilizio determini (o faccia venir meno) un dislivello rispetto al fondo interessato, si realizza una modifica del terreno normalmente assimilata a una nuova costruzione, ed il muro che delimita il terrapieno perde la qualificazione di muro di cinta per assumere quella di muro di sostegno (cfr. sentenza Sezione 24/08/2012 n. 1462).
In tal senso la Corte di Cassazione (sez. II civile – 04/06/2010 n. 13628) ha affermato che “In tema di muri di cinta tra fondi a dislivello, qualora l'andamento altimetrico del piano di campagna -originariamente livellato sul confine tra due fondi- sia stato artificialmente modificato, deve ritenersi che il muro di cinta abbia la funzione di contenere un terrapieno creato "ex novo" dall'opera dell'uomo, e vada, per l'effetto, equiparato a un muro di fabbrica, come tale assoggettato al rispetto delle distanze legali tra costruzioni”.
Nel caso di specie, tuttavia, parte ricorrente ha argomentato in fatto (fornendo in proposito documentazione probante) la preesistenza di un manufatto in muratura che cingeva le proprietà laterali, il quale è stato ripristinato come in origine, sistemando il terreno alla stessa quota di quelli limitrofi; né in giudizio sono stati esibiti elementi di prova in senso contrario, stante la mancata costituzione dell’amministrazione e della controinteressata.
Il Collegio deve quindi applicare l’art. 64 del codice del processo amministrativo il quale statuisce che “Spetta alle parti l’onere di fornire gli elementi di prova che siano nella loro disponibilità riguardanti i fatti posti a fondamento delle domande e delle eccezioni” (comma 1) e che “Salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti nonché i fatti non specificamente contestati dalle parti costituite” (comma 2). In effetti, a fronte del ripristino di un muro già esistente e posizionato in loco, deve ritenersi che la modifica artificiale abbia ricondotto la situazione dei luoghi allo stadio originario, recuperando il muro stesso al suo andamento “storico” e naturale. In presenza di tale peculiare condizione non è applicabile l’orientamento giurisprudenziale di cui si è dato conto al precedente paragrafo, e l’opera deve ritenersi ammissibile in quanto rispondente alle condizioni introdotte dall’art. 878 del c.c. (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 19.03.2013 n. 273 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANon può affermarsi che i terrapieni trattenuti dai muri in questione abbiano prodotto un dislivello oppure abbiano aumentato il dislivello già esistente per la natura dei luoghi, presupposto che deve invece sussistere perché i muri possano qualificarsi quali costruzioni.
Esclusa la natura di costruzioni delle opere realizzate ed attesa la funzione svolta, di sostenere il terreno al fine evitare movimenti franosi, esse non sono computabili ai fini delle distanze e non violano la destinazione impressa dal p.r.g. all’area in questione, né sono, tantomeno, soggette alle disposizioni che regolano le recinzioni.

Con il primo ed il secondo motivo di ricorso, il ricorrente lamenta la violazione dell'art. 34 delle n.t.a. in relazione all'art. 1, l. n. 10/1977, essendo i terreni inseriti in zona F1 ed inedificabili ed in quanto la norma tecnica di attuazione consentirebbe la realizzazione di recinzioni e non di terrazzamenti con relativi muri di sostegno.
Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 5 delle n.t.a., la quale prescrive la distanza minima delle costruzioni di cinque metri dal confine: a suo avviso, i muri in questione ed i retrostanti terrapieni, che sarebbero stati realizzati artificialmente, sarebbero delle costruzioni, tenute al rispetto delle distanze legali.
I motivi, che possono essere trattati congiuntamente perché strettamente connessi sul piano logico e giuridico, sono privi di fondamento.
Il Collegio è dell’avviso che l’attività istruttoria compiuta nel corso del giudizio civile che si è svolto tra le medesime parti -e che si è concluso con la sentenza del Tribunale di Milano n. 607/2007 del 17.04.2007, parzialmente riformata dalla Corte d’Appello di Milano con la sentenza n. 500/12 del 09.02.2012- sia esaustiva e che possa, pertanto, disattendersi ogni richiesta di consulenza tecnica d’ufficio avanzata dal ricorrente.
La consulenza tecnica d’ufficio disposta dalla Corte d’Appello di Milano –al fine di ottenere chiarimenti in merito alle conclusioni espresse dalla consulenza tecnica depositata nel giudizio di primo grado- ha accertato la funzione di contenimento dei muri e la loro necessità al fine di evitare “il denudamento, il franamento e/o lo scivolamento della terra naturale”.
Queste valutazioni sono state recepite nella sentenza della Corte d’Appello n. 500/2012 del 09.02.2012, che ha escluso la natura di "costruzioni", agli effetti della disciplina di cui all'art. 873 c.c., dei muri e dei terrazzamenti realizzati dai sig.ri Luigi Pietroboni e Silvio Pietroboni e quindi la violazione della distanza dal confine, quale prescritta dallo strumento urbanistico vigente.
Il Collegio condivide le conclusioni cui è giunta la Corte d’Appello, ritenendo che -alla luce di quanto accertato dalle consulenze tecniche rese nel corso del giudizio civile- non possa affermarsi che i terrapieni trattenuti dai muri in questione abbiano prodotto un dislivello oppure abbiano aumentato il dislivello già esistente per la natura dei luoghi, presupposto che deve invece sussistere perché i muri possano qualificarsi quali costruzioni (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579).
Né assume rilievo, ai fini della qualificazione dell’intervento, la circostanza che l’amministrazione abbia rilasciato un permesso di costruire in sanatoria: il rilascio di un permesso di costruire è previsto all’art. 10 d.P.R. n. 380/2001 anche per la realizzazione di interventi diversi dalle nuove costruzioni e, comunque, non incide sulla qualificazione delle opere con esso assentite.
Esclusa la natura di costruzioni delle opere realizzate ed attesa la funzione svolta, di sostenere il terreno al fine evitare movimenti franosi, esse non sono computabili ai fini delle distanze e non violano la destinazione impressa dal p.r.g. all’area in questione, né sono, tantomeno, soggette alle disposizioni che regolano le recinzioni.
Non sussiste quindi la violazione degli artt. 5 e 34 delle n.t.a. (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 12.03.2013 n. 645 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non è necessaria la concessione edilizia (oggi permesso di costruire) per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno e senza muretto di sostegno.
Entro tali limiti, infatti, la recinzione rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo “ius excludendi alios”, e non comporta di norma trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, a differenza di altre e diverse ipotesi in cui la recinzione stessa non assume solo la funzione ora descritta ma dà luogo ad una trasformazione ulteriore mediante installazione di elementi non strettamente necessari alla sua primaria funzione, quali, ad esempio, un muretto di sostegno in calcestruzzo lungo tutto il perimetro.
Tale conclusione deve ritenersi applicabile anche ai relativi cancelli, che ugualmente, se inseriti nella recinzione non costituita da una semplice rete, dà luogo a trasformazione urbanistica tale da richiedere la concessione edilizia (oggi permesso di costruire), con conseguente legittima irrogazione della sanzione ripristinatoria di cui all’art. 7 della legge n. 47/1985, ove tale concessione non sia stata rilasciata.

Privo di pregio è anche l'ulteriore motivo, con cui il ricorrente sostiene che “la recinzione in rete metallica di un fondo con cancello di ingresso incorporato”, non raggiungendo la soglia di rilevanza urbanistica, non necessiterebbe di titolo concessorio e, conseguentemente, l’abusiva realizzazione della stessa non sarebbe suscettibile di sanzione ripristinatoria, ex art. 7 della legge n. 47/1985, ma solo di sanzione pecuniaria; la questione, peraltro, sarebbe stata definitivamente risolta dal D.L. 22.07.1996, n. 388, vigente al momento dell’adozione dell’impugnato diniego, che avrebbe sottoposto le recinzioni, muri di cinta e cancellate a semplice denuncia di inizio di attività, prevedendo, in assenza della DIA, l’irrogazione della sola sanzione pecuniaria.
Va, innanzitutto, rilevato a riguardo che la recinzione per cui è causa, secondo la descrizione fattane nella dichiarazione allegata alla domanda di condono e nella diffida a demolire, è in muratura (“costruzione dei muri di recinzione del lotto con cancello su strada”), e che, la sussistenza del vincolo di inedificabilità assoluta -per sua natura incompatibile con ogni manufatto, che alteri lo stato dei luoghi e sia destinato a soddisfare esigenze costanti nel tempo, a prescindere dai materiali usati e dalle tecniche costruttive– è di per sé sufficiente a giustificarne la demolizione, unitamente al cancello nella stessa incorporato.
Va, comunque, precisato, che, secondo la prevalente giurisprudenza, condivisa dal Collegio, non è necessaria la concessione edilizia (oggi permesso di costruire) per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno e senza muretto di sostegno (cfr., ex multis, TAR Veneto, sez. II, 07.03.2006, n. 533; TAR Campania, sez. VII, 04.07.2007, n. 6458; TAR Emilia Romagna, sez. II, 26.01.2007, n. 82).
Entro tali limiti, infatti, la recinzione rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo “ius excludendi alios”, e non comporta di norma trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, a differenza di altre e diverse ipotesi in cui la recinzione stessa non assume solo la funzione ora descritta ma dà luogo ad una trasformazione ulteriore mediante installazione di elementi non strettamente necessari alla sua primaria funzione, quali, ad esempio, un muretto di sostegno in calcestruzzo lungo tutto il perimetro (cfr., ex multis, TAR Basilicata, 19.09.2003, n. 897; TAR Liguria, I, 11.09.2002, n. 961; TAR Toscana, I, 26.03.2009, n. 521; TAR Toscana, II, 13.10.2009, n. 1532).
Tale conclusione deve ritenersi applicabile anche ai relativi cancelli, che ugualmente, se inseriti nella recinzione non costituita da una semplice rete, dà luogo a trasformazione urbanistica tale da richiedere la concessione edilizia (oggi permesso di costruire) (cfr., TAR Lombardia, Brescia, n. 574/2011; TAR Campania, VII, n. 1222/2009; TAR Lazio, II, n. 8777/2008), con conseguente legittima irrogazione della sanzione ripristinatoria di cui all’art. 7 della legge n. 47/1985, ove tale concessione non sia stata rilasciata.
Né può fondatamente invocarsi l’applicazione del D.L. n. 388/1996, essendo l’ambito di operatività dello stesso circoscritto alle nuove costruzioni e non a quelle già realizzate oggetto di istanza di condono
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 12.03.2013 n. 405 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASi ritengono esenti dal regime del permesso di costruire solo le recinzioni che non configurino un'opera edilizia permanente, bensì manufatti di precaria installazione e di immediata asportazione (quali ad esempio recinzioni in rete metalliche, sorretta da paletti di ferro o di legno e senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la posa in essere di una recinzione rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione delle singole proprietà.
Al contrario, occorre il permesso di costruire quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica o da opera muraria.

- che invero, come costantemente ritenuto dalla giurisprudenza, si ritengono esenti dal regime del permesso di costruire solo le recinzioni che non configurino un'opera edilizia permanente, bensì manufatti di precaria installazione e di immediata asportazione (quali ad esempio recinzioni in rete metalliche, sorretta da paletti di ferro o di legno e senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la posa in essere di una recinzione rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione delle singole proprietà (TAR Campania Napoli, sez. VII, 04.07.2007, n. 6458; TAR Campania Napoli, sez. IV, 08.05.2007, n. 4821; TAR Emilia Romagna, sez. II, 26.01.2007, n. 82; TAR Veneto Venezia, sez. II, 07.03.2006, n. 533); al contrario occorre il permesso di costruire, quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica (TAR Basilicata Potenza, 19.09.2003, n. 897) o da opera muraria (Cassazione penale, sez. III, 13.12.2007, n. 4755);
- atteso che nel caso di specie, la natura e le dimensioni della recinzione realizzata abusivamente dal ricorrente, costituita da muretto di base e sovrastante cancellata, richiedeva il permesso di costruire;
- ne consegue che, respinta la sanatoria, l’ordine di demolizione impartito risulta legittimo (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 15.02.2013 n. 223 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATA: Il muro di contenimento non è costruzione ex art. 873 c.c..
Come costantemente affermato dalla Suprema Corte in tema di distanze legali: <<…il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina di cui all'art. 873 c.c. per la parte che adempie alla sua specifica funzione e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento>> (cfr. da ultimo Cassazione civile, sez. VI, 13.09.2012, n. 15391).
Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi per la parte di muro sopraelevata sul muro di contenimento a scopo di recinzione, che non può, ai sensi dell’art. 878, co. 1 c.c., essere considerata ai fini del computo delle distanze, laddove l’altezza complessiva sia contenuta nei limiti fissati dalla normativa comunale (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.11.2012 n. 2687 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per “muro di cinta”, nella dizione di cui alla legge n. 662/1996, possono intendersi quelle opere di recinzione, non suscettibili di modificare o alterare sostanzialmente la conformazione del terreno, che assumono natura pertinenziale in quanto hanno esclusivamente la funzione di delimitare, proteggere o eventualmente abbellire la proprietà. Esse in quanto aventi natura pertinenziale sono assoggettate, nel sistema vigente all’epoca della adozione dell’atto impugnato, della denuncia di inizio attività prevista e disciplinata dall’art. 62 della legge n. 662/1996.
Diversa è invece la consistenza e la funzione dei c.d. "muri di contenimento", che si differenziano sostanzialmente dalle mere recinzioni non solo per funzione, ma anche, come innanzi precisato, perché servono a sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso. Per assolvere a siffatta funzione, i muri di contenimento devono presentare necessariamente una struttura idonea, per consistenza e modalità costruttive, ad assolvere alla funzione di contenimento.
Pertanto, il muro di contenimento, pur potendo avere, in rapporto alla situazione dei luoghi, anche concomitante funzione di recinzione, è, tuttavia, sotto il profilo edilizio, un'opera più consistente di una recinzione (non essendo preordinata a recingere) e soprattutto è dotata di propria specificità ed autonomia, in relazione ai profili dianzi evidenziati. Il che esclude la sua riconducibilità al concetto di pertinenza, conseguendone, data la rilevanza delle modifiche che esso produce sia la necessità della concessione edilizia, sia la legittimità, a torto contestata, dell'applicazione della misura demolitoria prevista per il caso di assenza di concessione.

Ed infatti, dal contenuto del verbale di sopralluogo citato, e dalle risultanze della CTU si ricava che il muro in questione non può qualificarsi quale “muro di cinta”, ma, risulta costruito per “evitare l’ulteriore dilavamento del terreno”. Da tali dichiarazioni si ricava quindi che il muro in questione è stato realizzato dalla ricorrente, asseritamente, quale opera muraria al fine di prevenire possibili smottamenti del terreno.
Da tali risultanze si ricava che l’opera in questione va qualificata come “muro di contenimento” le cui caratteristiche lo differenziano sostanzialmente dal muro c.d. “di cinta” .
A parere del Collegio, per “muro di cinta”, nella dizione di cui alla legge n. 662/1996, possono intendersi quelle opere di recinzione, non suscettibili di modificare o alterare sostanzialmente la conformazione del terreno, che assumono natura pertinenziale in quanto hanno esclusivamente la funzione di delimitare, proteggere o eventualmente abbellire la proprietà. Esse in quanto aventi natura pertinenziale sono assoggettate, nel sistema vigente all’epoca della adozione dell’atto impugnato, della denuncia di inizio attività prevista e disciplinata dall’art. 62 della legge n. 662/1996.
Diversa è invece la consistenza e la funzione dei c.d. "muri di contenimento", che si differenziano sostanzialmente dalle mere recinzioni non solo per funzione, ma anche, come innanzi precisato, perché servono a sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso. Per assolvere a siffatta funzione, i muri di contenimento devono presentare necessariamente una struttura idonea, per consistenza e modalità costruttive, ad assolvere alla funzione di contenimento.
Pertanto, il muro di contenimento, pur potendo avere, in rapporto alla situazione dei luoghi, anche concomitante funzione di recinzione, è, tuttavia, sotto il profilo edilizio, un'opera più consistente di una recinzione (non essendo preordinata a recingere) e soprattutto è dotata di propria specificità ed autonomia, in relazione ai profili dianzi evidenziati. Il che esclude la sua riconducibilità al concetto di pertinenza, conseguendone, data la rilevanza delle modifiche che esso produce sia la necessità della concessione edilizia, sia la legittimità, a torto contestata, dell'applicazione della misura demolitoria prevista per il caso di assenza di concessione.
Nella specie, la scrupolosa indagine del CTU consente di ritenere che, per entità, estensione, tipologia, la serie di muri realizzata –a prescindere da una effettiva idoneità concreta- non può considerarsi una mera recinzione del fondo, ma si propone anche una funzione di contenimento, e come tale va assoggettata all’obbligo di preventivo rilascio del titolo edilizio, anche in considerazione della sua esecuzione in zona vincolata paesaggisticamente
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 26.10.2012 n. 4275 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opera pertinenziale al servizio di edifici già esistenti - recinzione - è soggetta non a concessione edilizia, bensì ad autorizzazione gratuita - è soggetta non a concessione edilizia, bensì ad autorizzazione gratuita - il potere sanzionatorio in materia edilizia.
La giurisprudenza è univoca e costante nell’affermare che, ai sensi dell’art. 7 del d.l. n. 9 del 1982, ogni opera pertinenziale al servizio di edifici già esistenti, tra le quali rientra anche una recinzione, nella misura in cui se ne accerti l’effettiva funzione pertinenziale nei riguardi di un fabbricato già esistente, è soggetta non a concessione edilizia, bensì ad autorizzazione gratuita.
Pertanto, poiché nel provvedimento si fa riferimento ad una mera recinzione -e non già ad una opera più complessa, quale una recinzione composta da muro di sostegno con sovrastante rete metallica, che costituendo una vera e propria costruzione idonea a modificare l’assetto urbanistico-edilizio del territorio, avrebbe comportato il previo rilascio del titolo concessorio- si appalesa illegittimo il provvedimento con il quale il Sindaco ha ordinato la demolizione della recinzione dell’edificio, in base al presupposto che si trattasse di opera soggetta a concessione.
Né il provvedimento potrebbe essere giustificato dalla rilevata circostanza che la recinzione di cui trattasi graverebbe su tratto di strada mulattiera, perché al fine di rimuovere tale situazione il sindaco non avrebbe dovuto esercitare il potere sanzionatorio in materia edilizia, ma, tempestivamente, a suo tempo (allorché lo stato di fatto preesistente, come sembra emergere dalle planimetrie allegate alla perizia tecnica, alla quale si è in precedenza accennato, era stato pregiudicato non dalla recinzione, ma dallo stesso edificio, che aveva invaso con il piano seminterrato l’angolo sud/est della strada mulattiera, impedendone il transito), avrebbe dovuto ordinare la rimessa in pristino della strada ritenuta di uso pubblico, ai sensi degli artt. 378, L. 20.3.1865 n. 2248, all. F e 15, d.l.lgt. 01.09.1918 n. 1446 (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 16.10.2002 n. 5610 - massima tratta da www.ambientediritto.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il muro medesimo, assolvendo a mere finalità di recinzione e non eccedendo i 3 metri (ma, anzi, essendo di altezza considerevolmente inferiore a tale misura), non può essere configurato quale “costruzione” al fine della disciplina regolamentare ec art. 9, comma 2, del D.M. 1444/1968.
Per quanto attiene alla dedotta violazione dell’art. 29-bis delle N.T.A. del P.R.G., già illustrata in primo grado e riproposta in appello, va evidenziato che il Della Giovampaola afferma che il muro costruito dal Comune al fine di delimitare l’area dove è sta realizzata la stazione ecologica dista dal confine della proprietà del medesimo appellante ricorrente soltanto m. 1,5 e non già m. 5.
Come emerso in sede di giudizio di primo grado, ad una determinata distanza da tale muro sono in effetti i cassonetti di raccolta dei rifiuti.
L’art. 29-bis delle N.T.A., che ha per oggetto “Attrezzature e servizi speciali a gestione pubblica e privata (S4),” prevede che “in tali aree possono insediarsi, su iniziativa pubblica, privata o mista, attività di servizio (compresa la commercializzazione) per il deposito, il trattamento ed il trasporto di rifiuto liquidi e solidi.”, con contestuale obbligo per gli edifici ivi realizzati, sia per servizi che per le residenze di servizio per il gestore o il custode dell’attività insediata, di articolarsi in due piani al massimo, di avere un’altezza massima di m. 12, di avere una copertura a capanna, a padiglione, o piana, di collocarsi ad una distanza dai confini di zona e di proprietà privata di m. 5, di rispettare la distanza dalle strade prevista dal Codice della Strada e –da ultimo– di estendersi per una superficie territoriale coperta massima del 40%.
Come rettamente rilevato da giudice di primo grado, la surriportata disciplina di piano contempla distanze dai confini e dalla proprietà previste che ragionevolmente non possono che riferirsi alle costruzioni e non già ai muri di cinta, quale è -per l’appunto- quello la cui realizzazione è segnatamente contestata da Della Giovampaola.
In tal senso, deve pertanto concludersi che la realizzazione del muro medesimo è comunque conforme a quanto disposto dall’art. 878 cod. civ., in forza del quale –per l’appunto– “il muro di cinta e ogni altro muro isolato che non abbia un’altezza superiore ai tre metri non è considerato per il computo della distanza indicata dall’articolo 873” dello stesso codice: e, poiché il muro di cui trattasi è alto soltanto m. 1,20, ne consegue l’irrilevanza, nell’economia della presente causa, di tutta la giurisprudenza della Corte di Cassazione che il medesimo Della Giovampaola cita a preteso conforto delle proprie tesi.
Va anche respinto il motivo d’appello con il quale il Della Giovampaola afferma che “il muro funzionale alla stazione ecologica” sarebbe stato realizzato a distanza minore di dieci metri dal capannone di proprietà del ricorrente stesso (posto a sette metri dal detto muro), così violando la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti prevista in dieci metri dall’art. 9, comma 2, del D.M. n. 1444 del 1968: e ciò in quanto il muro medesimo, assolvendo a mere finalità di recinzione e non eccedendo i 3 metri (ma, anzi, essendo di altezza considerevolmente inferiore a tale misura), non può essere configurato quale “costruzione” al fine della disciplina regolamentare testé richiamata (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 04.09.2012 n. 4672 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di un muro di recinzione, peraltro di consistenza piuttosto limitata, il quale non comporta alcuna trasformazione urbanistica del territorio, né ha alcuna particolare incidenza sul carico urbanistico e sulla conformazione dei luoghi, esprime una facoltà accessoria al diritto dominicale, consistente nel potere di escludere l'accesso indebito di terzi nell'area di proprietà e non risulta soggetto ad alcun titolo abilitativo.
Invero, qualora la recinzione, collocata in zona non urbana, abbia una ridotta incidenza e consistenza, non altera sensibilmente il territorio e costituisce solo minimale espressione del diritto di proprietà: detto manufatto apparendo non idoneo a mutare l'aspetto del territorio in essere non richiede il titolo abilitativo edilizio.

Deduce il ricorrente difetto di motivazione del provvedimento impugnato poiché, a fronte di una DIA finalizzata alla mera costruzione di un muro di recinzione nei pressi del fabbricato di proprietà del ricorrente sito in località Case Campoli (area PEEP), il provvedimento di inammissibilità della DIA non risulta sufficientemente motivato.
La censura è fondata posto che la realizzazione di un muro di recinzione, peraltro di consistenza piuttosto limitata, il quale non comporta alcuna trasformazione urbanistica del territorio, né ha alcuna particolare incidenza sul carico urbanistico e sulla conformazione dei luoghi, esprime una facoltà accessoria al diritto dominicale, consistente nel potere di escludere l'accesso indebito di terzi nell'area di proprietà e non risulta soggetto ad alcun titolo abilitativo.
A tal proposito il TAR Brescia Lombardia sez. I, 15.02.2012, n. 234 ha affermato che “Qualora la recinzione, collocata in zona non urbana, abbia una ridotta incidenza e consistenza, non altera sensibilmente il territorio e costituisce solo minimale espressione del diritto di proprietà: detto manufatto apparendo non idoneo a mutare l'aspetto del territorio in essere non richiede il titolo abilitativo edilizio” (TAR Lazio-Latina, sentenza 02.08.2012 n. 637 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Muovendo dall'art. 878 c.c., è muro di cinta, quello che non ha un'altezza superiore a tre metri e che solo per un manufatto di queste dimensioni è ravvisabile la possibilità di applicare l'art. 4 del D.L. 05.10.1993, n. 398 (convertito dalla L. 04.12.1993 n. 493, modificato dall'art. 5 D.P.R. 22.04.1994, n. 425, sostituito dall'art. 2, comma 60, L. 23.12.1996, n. 662, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall'art. 10 del T.U. 06.06.2001 n. 380).
In tali limiti va, pertanto, interpretato il comma 7 dell’art. 4 sopracitato, il quale ha subordinato alla denunzia d'inizio d'attività gli interventi ivi indicati (tra i quali "recinzioni, mura di cinta e cancellate").
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Nel caso in cui la funzione del muro sia quella di sostenere, il muro stesso deve essere autorizzato mediante il rilascio di una concessione edilizia.
I muri di contenimento, invero, hanno una consistenza diversa dalle recinzioni, dalle quali si differenziano per funzione (che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma, essenzialmente, di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso) e struttura (che deve, appunto, essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento).
Ne consegue che mentre il muro di cinta può essere ricondotto alla categoria delle pertinenze, il muro di contenimento, destinato a contenere o sostenere esso stesso dei volumi ulteriori, invece, viene assimilato alla categoria delle costruzioni: in tal caso, infatti, il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico.

La giurisprudenza del Consiglio di Stato (cfr. di recente sez. IV, 03.05.2011, n. 2621) è nel senso che, muovendo dall'art. 878 c.c., è muro di cinta, quello che non ha un'altezza superiore a tre metri e che solo per un manufatto di queste dimensioni è ravvisabile la possibilità di applicare l'art. 4 del D.L. 05.10.1993, n. 398 (convertito dalla L. 04.12.1993 n. 493, modificato dall'art. 5 D.P.R. 22.04.1994, n. 425, sostituito dall'art. 2, comma 60, L. 23.12.1996, n. 662, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall'art. 10 del T.U. 06.06.2001 n. 380); in tali limiti va, pertanto, interpretato il comma 7 dell’art. 4 sopracitato, il quale ha subordinato alla denunzia d'inizio d'attività gli interventi ivi indicati (tra i quali "recinzioni, mura di cinta e cancellate") e che erroneamente -in punto di fatto- il ricorrente invoca a proprio vantaggio.
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In proposito, è sufficiente richiamare, ex multis, la sentenza del C.G.A. 05.05.1993, n. 165, secondo la quale, nel caso in cui la funzione del muro sia quella di sostenere, il muro stesso deve essere autorizzato mediante il rilascio di una concessione edilizia.
I muri di contenimento, invero, hanno una consistenza diversa dalle recinzioni, dalle quali si differenziano per funzione (che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma, essenzialmente, di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso) e struttura (che deve, appunto, essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento).
Ne consegue che mentre il muro di cinta può essere ricondotto alla categoria delle pertinenze, il muro di contenimento, destinato a contenere o sostenere esso stesso dei volumi ulteriori, invece, viene assimilato alla categoria delle costruzioni: in tal caso, infatti, il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico (cfr. TAR Emilia Romagna, Parma, 12.03.2001, n. 106; 27.04.2001, n. 246; TAR Piemonte 07.05.2003, n. 657; TAR Liguria, sez. I, 14.11.1996, n. 492; 19.10.1994, n. 345)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 02.07.2012 n. 1265 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Solo una sanzione pecuniaria e non la demolizione se la recinzione viene realizzata in difformità all’autorizzazione comunale.
Nella vicenda attenzionata dal TAR si controverte della legittimità di un’ordinanza di demolizione di un capannone abusivo, nonché di un muro di cinta e di un cancello in ferro, realizzati in difformità dell’autorizzazione.
Il Collegio facendo leva sulla natura vincolata dell’ordinanza di demolizione ha affermato che non è necessaria la previa adozione di un atto di sospensione dei lavori, dal momento che risponde meramente ad un’esigenza esclusiva dell’amministrazione. (Cons. st. V 05.06.1997 n. 603).
Viene, inoltre, precisato che per quanto concerne la realizzazione di recinzioni e del cancello, in difformità all’autorizzazione all'uopo rilasciata, la misura della demolizione risulta eccessiva in quanto è sufficiente l’adozione di una sanzione pecuniaria ai sensi dell’art.10 della legge n. 47/1985 (e successive modifiche) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 12.04.2012 n. 693 - massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' soggetta a concessione edilizia l'edificazione del muro di contenimento.
Nel caso in cui la funzione del muro sia quella di sostenere, il muro stesso deve essere autorizzato mediante il rilascio di una concessione edilizia.
I muri di contenimento, invero, hanno una consistenza diversa dalle recinzioni, dalle quali si differenziano per funzione (che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma, essenzialmente, di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso) e struttura (che deve, appunto, essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento).
Ne consegue che mentre il muro di cinta può essere ricondotto alla categoria delle pertinenze, il muro di contenimento, destinato a contenere o sostenere esso stesso dei volumi ulteriori, invece, viene assimilato alla categoria delle costruzioni: in tal caso, infatti, il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico.

Contrariamente a quanto dedotto da parte ricorrente, la giurisprudenza è, da tempo, attestata nel ritenere soggetta a concessione edilizia l'edificazione del muro di contenimento.
In proposito è sufficiente richiamare, ex multis, la sentenza del C.G.A. 05.05.1993, n. 165, secondo la quale, nel caso in cui la funzione del muro sia quella di sostenere, il muro stesso deve essere autorizzato mediante il rilascio di una concessione edilizia.
I muri di contenimento, invero, hanno una consistenza diversa dalle recinzioni, dalle quali si differenziano per funzione (che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma, essenzialmente, di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso) e struttura (che deve, appunto, essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento).
Ne consegue che mentre il muro di cinta può essere ricondotto alla categoria delle pertinenze, il muro di contenimento, destinato a contenere o sostenere esso stesso dei volumi ulteriori, invece, viene assimilato alla categoria delle costruzioni: in tal caso, infatti, il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico (cfr. TAR Emilia Romagna, Parma, 12.03.2001, n. 106; 27.04.2001, n. 246; TAR Piemonte 07.05.2003, n. 657; TAR Liguria, sez. I, 14.11.1996, n. 492; 19.10.1994, n. 345) (TAR Sicilia-Palermo, Sez. III, sentenza 06.04.2012 n. 742 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La Cassazione chiarisce i significati di volume tecnico e pertinenza urbanistica. Il titolo edilizio non può essere eluso parcellizzando l’attività.
Costituisce orientamento consolidato che, “mentre il muro di cinta può essere ricondotto alla categoria delle pertinenze, non così il muro di contenimento che viene assimilato alla categoria delle costruzioni”.
Infatti “Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia la delimitazione della proprietà si ricade nell’ipotesi della pertinenza, per cui non è necessario il rilascio della concessione. Diversa è la situazione, allorché il muro è destinato non solo a recingere un fondo, ma contiene o sostiene esso stesso dei volumi ulteriori; in tal caso il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico”, “si eleva al di sopra del suolo ed è destinato a trasformare durevolmente l’area impegnata, come tale qualificabile intervento di nuova costruzione”, con conseguente necessità del permesso di costruire.

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Con la
sentenza 14.02.2012 n. 5618 la Corte di Cassazione, Sez. III penale, fa nuovamente il punto su alcune importanti questioni in materia di titoli abilitativi edilizi e di inerenti fattispecie criminose, con particolare riguardo a quelle realizzate mediante pratiche elusive.
Le questioni rilevanti.
Vengono in rilevo, segnatamente, le seguenti questioni:
- l’individuazione dell’ambito di riferimento del permesso di costruire, se come intervento complessivo ovvero come singole opere in cui esso si estrinseca, con quanto ne consegue in ordine al fenomeno della parcellizzazione dell’attività edificatoria;
- la nozione di “volume tecnico” e la sua riferibilità o meno alle parti di edificio destinate all’assolvimento di funzioni complementari;
- la puntualizzazione del concetto di “pertinenza urbanistica”, con particolare riferimento ai profili della strumentalità funzionale e della individualità strutturale rispetto all’edificio principale.
Le soluzioni.
La pronuncia in commento riafferma, ponendosi in linea di continuità con una consolidata giurisprudenza sia di legittimità che amministrativa, la rilevanza penale degli interventi edilizi che non trovino abilitazione in un corrispondente permesso di costruire, nonché l’approccio sostanziale che deve guidare tali riscontri.
La suddivisione dell’attività edificatoria.
Viene ribadito, segnatamente, che la realizzazione di opere riguardanti un preesistente fabbricato necessita sempre di un permesso di costruire, la cui valenza abilitativa va riferita all’intervento complessivo, al fine di evitare che i vincoli urbanistici possano essere aggirati per il tramite di pratiche elusive consistenti nella artificiosa parcellizzazione dell’attività edificatoria.
Invero, il regime dei titoli abilitativi edilizi non può essere eluso attraverso la suddivisione dell’attività edificatoria finale nelle singole opere che concorrono a realizzarla, facendo leva sul fatto che le stesse sono astrattamente suscettibili di forme di controllo preventivo più limitate, in ragione della loro più modesta incisività sull’assetto territoriale. Per contro, l’opera deve essere sempre “considerata unitariamente nel suo complesso, senza che sia consentito scindere e considerare separatamente i suoi singoli componenti” (Cass., sez. III, sent. 29.01.2003; sent. 11.10.2005).
Al citato fine antielusivo, la Cassazione puntualizza inoltre i contenuti di alcune nozioni urbanistiche che sovente sono invocate al fine, per l’appunto stigmatizzato dal Giudice della legittimità, di reperirvi una pretesa giustificazione in ordine a interventi edilizi sostanzialmente ampliativi dei fabbricati preesistenti.
Il volume tecnico.
Un primo concetto in tal senso esaminato è quello di volume tecnico. La Cassazione ne ribadisce una interpretazione restrittiva, rigorosamente ancorata al dato funzionale e perimetrata in termini di effettiva indispensabilità tecnica. In questa prospettiva, richiamandosi la risalente e consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato (sez. V, sent. n. 6038 del 16.09.2004), vengono individuati come tali esclusivamente i volumi che siano “strettamente necessari a consentire l’eccesso di quelle parti degli impianti tecnici che non possono, per esigenze tecniche di funzionalità degli impianti stessi, trovare allocazione all’interno della parte abitativa dell’edificio realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche”.
Trattasi, in altri termini, di volumi “che, per funzione e dimensione, si pongono rispetto alla costruzione come elementi tecnici essenziali per l’utilizzazione della stessa” (Cons. Stato, sez. V, sent. n. 239/1982; sez. V, sent. n. 44/1991) e ai quali, soltanto e nella misura delineata dalla necessità tecnica ineludibile, è consentito eccedere rispetto ai limiti urbanistici posti alla parte abitativa, la quale, diversamente, si vedrebbe pregiudicata con riferimento a profili funzionali essenziali.
Dalle esposte premesse discende una serie di più articolate conseguenze. In primis, quella per cui i volumi tecnici, quali “parti di edificio destinate a comprendere gli impianti tecnici che, per la loro funzionalità, non possono essere contenuti entro i limiti volumetrici previsti dalla legge” (Cass., sez. III, sent. 28.10.1981), non possono mai fare riferimento all’intero edificio, legittimandone indifferenziati e generalizzati aumenti di volume, bensì soltanto a porzioni ben individuate dell’edificio stesso, la cui eccedenza rispetto ai limiti urbanistici non può che essere commisurata e perimetrata in ragione di quanto necessario e sufficiente ad assicurare la funzionalità degli impianti.
Ne discende, ancora, che possono qualificarsi come volumi tecnici soltanto quelli destinati a ospitare “le parti degli impianti tecnici che non possono, per esigenze tecniche di funzionalità degli impianti stessi, trovare allocazione all’interno della parte abitativa dell’edificio realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche”, con esclusione dunque di ogni ampliamento volumetrico che fosse invece finalizzato a contenere parti di impianti
che ben potrebbero, senza alcun pregiudizio funzionale, essere localizzate e contenute all’interno della parte abitativa.
Ulteriore corollario attiene al fatto che i volumi tecnici “non sono utilizzabili né adattabili a uso abitativo” (Cons. Stato, sez. V, sent. n. 638/2004, richiamata da Cass., sez. III, sent. n. 5618/2012 in commento), non potendosi, in buona sostanza, approfittare della copertura offerta dal regime abilitativo di favore consentito, in via di stretta eccezione, per fronteggiare le necessità tecniche essenziali ineludibili degli impianti al fine distorto ed elusivo dei vincoli urbanistici e, come tale, illecito di espandere il volume della parte abitativa oltre quanto obiettivamente indispensabile in relazione alle necessità tecniche suddette.
Un’altra importante conseguenza è quella per cui i volumi tecnici “non ricomprendono quelli suscettibili di assolvere a funzioni complementari” (Cons. Stato, sez. V, sent. n. 239 del 19.03.1982; sez. V, sent. n. 44 del 14.01.1991). Ciò è connesso al carattere di “funzionalità essenziale” che il volume tecnico deve rivestire, dovendo trattarsi, ai fini dell’esclusione del calcolo della volumetria ammissibile, di spazi destinati e “strettamente necessari a contenere o a consentire l’accesso a quelle parti degli impianti (es. idrico, termico, elevatoio, televisivo, di parafulmine, di ventilazione ecc.)” che pur non potendo “per esigenze tecniche di funzionalità degli impianti stessi, trovare luogo entro il corpo dell’edificio realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche” “si pongono rispetto alla costruzione come elementi tecnici essenziali per l’utilizzazione della stessa”, il cui difetto ne pregiudicherebbe pertanto l’obiettiva attitudine all’uso essenziale (abitativo) cui essa è destinata (Cons. Stato, sent. n. 6038/2004). Non può quindi invocarsi il regime di favore in relazione ad ampliamenti volumetrici connessi alla realizzazione di finalità complementari, stante la non essenzialità ad assicurare la funzionalità del fabbricato, attenendo piuttosto gli stessi a una maggiore valorizzazione del costrutto che non trova giustificazione in termini di ineludibile necessità e che, come tale, è soggetta all’ordinario regime abilitativo.
La suddetta caratteristica di strumentalità necessaria è inoltre presidiata per il tramite della remissione dell’individuazione della tipologia e della volumetria delle parti di impianti qualificabili come volumi tecnici, cui consegue l’ammissione al regime derogatorio di favore, alle specifiche elencazioni e ai relativi indici come definiti, per ciascuna zona, a opera dei competenti strumenti urbanistici. Elencazioni e prescrizioni alle quali la giurisprudenza riconosce “natura tassativa” (Cons. Stato, sent. n. 6038/2004), con conseguente esclusione della invocabilità del favorevole regime derogatorio di non computo del volume tecnico con riferimento sia a tipologie di impianti che esulino da quelle tassativamente elencate e sia a volumi eccedenti rispetto agli indici altrettanto tassativamente prescritti.
In tale prospettiva, è stato escluso dalla sentenza penale in commento che l’insediamento di tipologia di impianto esulante dalla tassativa elencazione contenuta nello strumento urbanistico potesse giustificare la maggiore altezza di tutto l’edificio in termini di destinazione al volume tecnico, ritenendosi piuttosto che si trattasse di una vera e propria sopraelevazione, assolvente a funzioni complementari all’abitazione e non invece “alla necessaria funzionalità degli impianti del fabbricato preesistente”.
A tale ultimo riguardo va sottolineata l’importanza del riferimento della funzionalità necessaria al fabbricato preesistente, che sottende l’esclusione del beneficio della scomputabilità del volume tecnico con riferimento alla sopraelevazione o ultraedificazione a beneficio di parte del fabbricato che non sia sorretta da un corrispondente titolo abilitante. In altri termini, il volume tecnico può riferirsi soltanto agli spazi eccedentari che sono necessari ad assicurare la funzionalità degli impianti a servizio essenziale del preesistente fabbricato, sul presupposto e nella misura in cui lo stesso sia conforme alle abilitazioni edilizie, dovendo invece escludersi che lo scomputo volumetrico possa invocarsi anche con riferimento agli spazi destinati a servire la sopraelevazione o ultraedificazione illegittima.
Ciò in quanto l’illiceità della stessa, conseguente al difetto ab origine di un idoneo titolo abilitante, si estende automaticamente e conseguenzialmente anche a ogni opera che sia servente rispetto a quella abusiva. In tal senso la giurisprudenza ha precisato che “Il regime delle pertinenze urbanistiche … non è applicabile allorché l’accessorio acceda a un manufatto principale abusivo non sanato ex art. 13 della legge n. 47/1985 e non condonato. […] Infatti: il regime pertinenziale è un regime eccezionale di favore che non può essere esteso a situazioni non corrispondenti alla sua ratio; l’accessorio è intimamente connesso al principale, per cui se quest’ultimo è abusivo non vi è alcuna ragione per agevolare la costruzione di altra opera destinata a produrre una compromissione del territorio ulteriore rispetto a quella causata dal manufatto principale; la non conformità, o comunque la mancata verifica di conformità allo strumento urbanistico dell’opera principale, realizzata in assenza di concessione edilizia, priva il comune del parametro di legalità in relazione al quale può essere esercitato il potere di autorizzare opere pertinenziali che costituiscono completamento di quanto conserva caratteristiche di contrarietà all’assetto urbanistico del territorio” (Cass. pen., sez. VI, sent. n. 4164 del 19.07.1995, richiamata da Cass. pen., sez. III, sent. n. 4087 del 28.01.2008).
La pertinenza urbanistica.
L’ulteriore nozione disaminata dalla sentenza penale in commento, con il fine di puntualizzarne i contenuti in senso antielusivo, è quella di pertinenza urbanistica, anch’essa sovente invocata nella prassi quale possibile escamotage, per l’appunto stigmatizzato dal giudice della legittimità, per la pretesa giustificazione di abusi edilizi. Anche per le pertinenze urbanistiche nonché per le costruzioni di natura accessoria è previsto un regime di favore, potendo le stesse essere sottratte alle disposizioni degli strumenti urbanistici relative ai fabbricati e alle norme sulle distanze integrative del codice civile sulla base e nei limiti delle espresse previsioni derogatoria che siano in tal senso eventualmente sancite dagli strumenti urbanistici (Cass. civ., sez. II, sent. n. 4208 del 06.05.1987).
La giurisprudenza ha meglio delineato i tratti distintivi della pertinenza urbanistica rispetto alla nozione civilistica.
Quest’ultima è fornita dall’art. 817 c.c., che definisce tali “le cose destinate in modo durevole a servizio od ornamento di un’altra cosa”; il nesso funzionale stabile che contrassegna ontologicamente il rapporto pertinenziale si traduce nella regola generale, salvo diversa disposizione legislativa o contrattuale, dell’assoggettamento della pertinenza al medesimo regime e destino giuridico del bene principale (artt. 818, 819 c.c.).
Più articolato è il concetto di pertinenza urbanistica, che riflette “il preminente rilievo che nel settore urbanistico hanno le esigenze di tutela del territorio”. In tale prospettiva, “mentre nella pertinenza civilistica rilevano sia l’elemento obiettivo che quello soggettivo, nella pertinenza urbanistica acquista rilevanza solo l’elemento oggettivo”.
Proprio con riferimento all’elemento oggettivo il Legislatore, “con il Testo unico dell’edilizia approvato con Dpr n. 380/2001, per superare le incertezze derivanti dal criterio quantitativo indicato dalla giurisprudenza per le pertinenze, ha fissato due criteri per precisare quando l’intervento perde le caratteristiche della pertinenza per assumere i caratteri della nuova costruzione: il primo rinvia alla determinazione delle norme tecniche degli strumenti urbanistici, che dovranno tenere conto della zonizzazione e del pregio ambientale e paesistico delle aree; il secondo, alternativo al primo, qualifica come nuova opera gli interventi che comportino la realizzazione di un volume superiore al 20% di quello dell’edificio principale” (Cass. pen., sez. III, sent. n. 28504 del 18.07.2007).
A ogni modo, va precisato che “una trasformazione urbanistica e/o edilizia per essere assoggettata all’intervento
autorizzatorio in senso ampio dell’autorità amministrativa non deve essere ‘precaria’: un’opera oggettivamente finalizzata a soddisfare esigenze improvvise o transeunti non è destinata a produrre, infatti, quegli effetti sul territorio che la normativa urbanistica è rivolta a regolare.
Restano esclusi, pertanto, dal regime del permesso di costruire i manufatti di assoluta ed evidente precarietà, destinati cioè a soddisfare esigenze di carattere contingente e a essere presto eliminati
” (Cass. pen., sez. III, sent. n. 24241 del 24.06.2010).
Anche con riferimento al profilo della precarietà, l’approccio valutativo, trattandosi di “tutela del territorio”, deve essere sempre “oggettivo e non soggettivo”. Segnatamente, detta caratteristica “non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell’opera a un uso realmente precario e temporaneo per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente possibilità di successiva e sollecita eliminazione” (Cass., sez. III, sentenze n. 26573 del 26.06.2009; n. 25965 del 22.06.2009; n. 22054 del 25.02.2009; tutte richiamate da sent. n. 24241 del 24.06.2010).
Inoltre “la natura precaria di una costruzione non dipende dalla natura dei materiali adottati e quindi dalla facilità
della rimozione, ma dalle esigenze che il manufatto è destinato a soddisfare e cioè dalla stabilità dell’insediamento indicativa dell’impegno effettivo e durevole del territorio
”. La precarietà va esclusa “quando trattasi di struttura destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo, indipendentemente dalla facilità della sua rimozione, a nulla rilevando la temporaneità della destinazione data all’opera del proprietario, in quanto occorre valutare la stessa alla luce della sua obiettiva e intrinseca destinazione naturale” (Cons. Stato, sez. V, sent. n. 3321 del 15.06.2000; sent. n. 97 del 23.01.1995).
Anche a tale fine, l’approccio valutativo deve essere globale e non parcellizzato: invero, “l’opera deve essere considerata unitariamente e non nelle sue singole componenti” (Cass., sez. III, sent. del 27.05.2004). “La stabilità non va confusa con l’irremovibilità della struttura o con la perpetuità della funzione a essa assegnata, ma si estrinseca nell’oggettiva destinazione dell’opera a soddisfare bisogni non provvisori, ossia nell’attitudine a una utilizzazione che non sia temporanea e contingente” (Cass., sez. III, sent. del 07.06.2006).
È stato anche precisato che “la precarietà non va confusa con la stagionalità, vale a dire con l’utilizzo annualmente ricorrente della struttura, poiché un utilizzo siffatto non esclude la destinazione del manufatto al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo” (Cass., sez. III, sent. n. 24241 del 24.06.2010).
Proseguendo nel solco tracciato dagli esposti orientamenti giurisprudenziali, la pronuncia n. 5618/2012 in commento, individua la pertinenza urbanistica nella “opera che abbia comunque una propria individualità fisica e una propria conformazione strutturale e non sia parte integrante o costitutiva di altro fabbricato preordinata a un’oggettiva esigenza dell’edificio principale, funzionalmente e oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o comunque dotata di un volume minimo tale da non consentire, in relazione anche alle caratteristiche dell’edificio principale, una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell’immobile cui accede” (artt. 22, 100 e 101 del Dpr n. 380/2001; Cass. pen., sez. III, sent. n. 32939/2010, sent. n. 4134/1998). Due, in sostanza, i requisiti, uno di carattere strutturale e l’altro di carattere funzionale.
Sotto il profilo strutturale, l’opera deve essere dotata di una individualità sua propria, che sia distinta, autonoma e separata dall’edificio principale, così come da ogni altro fabbricato; in relazione al detto requisito strutturale, la pronuncia in commento esclude la qualificabilità in termini pertinenziali di ogni opera che sia fisicamente parte integrante o costitutiva di altro fabbricato nonché dell’“ampliamento di un edificio che per la relazione di connessione fisica costituisce parte di esso quale elemento che attiene all’essenza dell’immobile e lo completa affinché soddisfi i bisogni cui è destinato” (in tal senso anche Cass. pen., sez. III, sent. n. 36941/2007, e 40843/2005 e Cass. pen., sez. III, n. 24241/2010, che ha escluso la natura pertinenziale della edificazione di una tettoia-portico, che, per la relazione di connessione fisica con l’edificio, ne costituisce parte integrante, attenendo all’essenza dell’immobile e completandola affinché lo stesso soddisfi i bisogni cui è destinato, dovendo pertanto qualificarsi in termini di ampliamento).
Invero, è incompatibile con la nozione di pertinenza che la stessa possa essere parte integrante della cosa principale ovvero rappresentare un elemento indispensabile per la sua esistenza. In tal senso, “L’elemento distintivo tra la parte e la pertinenza non consiste solo in una relazione di congiunzione fisica, normalmente presente nella prima e assente nella seconda, ma anche e soprattutto in un diverso atteggiamento del collegamento funzionale della parte al tutto e della pertinenza alla cosa principale: tale collegamento si esprime per la parte come necessità di questa per completare la cosa affinché essa soddisfi ai bisogni cui è destinata: la parte quindi è elemento della cosa. Nella pertinenza, invece, il collegamento funzionale consiste in un servizio od ornamento che viene realizzato in una cosa già completa e utile di per sé: la funzione pertinenziale attiene non all’essenza della cosa ma alla sua gestione economica e alla sua forma estetica. Inoltre […] la pertinenza si riferisce a un’opera autonoma dotata di propria individualità mentre la parte di un edificio è compresa nella struttura di esso ed è quindi priva di autonomia” (Cass. pen., sez. III, sent. n. 28504/2007).
Per quanto concerne il profilo funzionale, l’unità pertinenziale, strutturalmente separata da quella principale, deve essere caratterizzata da una destinazione servente alle obiettive esigenze dell’edificio principale, “allo scopo di renderne più agevole e funzionale l’uso (carattere di strumentalità funzionale)”. Tale destinazione funzionale servente deve essere ineludibile e trovare rispondenza, da un lato, nella congruità della struttura della pertinenza rispetto alle obiettive esigenze della struttura principale e, dall’altro lato, nella altrettanto oggettiva impossibilità di destinare la pertinenza stessa, proprio in relazione alla sua conformazione strutturale inevitabilmente servente, ad alcuna destinazione autonoma o diversa da quella a servizio dell’immobile cui accede.
L’esposta configurazione funzionale ineludibilmente servente della pertinenza urbanistica si riflette nella sua non negoziabilità in via autonoma e nella conseguente assenza di un autonomo valore di mercato, che sola può giustificare, unitamente alla modestia dimensionale del volume rispetto all’edificio principale “in modo da evitare il cosiddetto carico urbanistico”, la non valutabilità della stessa in termini di cubatura e la diversità di regime abilitativo (Cons. Stato, sez. VI, sent. n. 1174/2000; sez. V, sent. n. 2325/2001; sez. V, sent. n. 7822/2003). In assenza invece degli esposti stringenti requisiti strutturali e funzionali, la nozione di pertinenza urbanistica, nonché il corrispondente regime derogatorio di non computo volumetrico, non sono invocabili e torna quindi a riespandersi la regola generale della necessità del permesso di costruire.
Resta a ogni modo fermo che il regime agevolato delle pertinenze non può mai trovare applicazione in caso di contrasto con gli strumenti urbanistici (Cass. pen., sez. III, sent. n. 32939/2010).
Una chiara concretizzazione dei principi suesposti la si ha, ad esempio, in relazione alla diversa disciplina che la giurisprudenza ha individuato con riferimento al muro di contenimento ovvero al muro di cinta, che costituisce specifico oggetto della pronuncia n. 5618/2012 in commento.
In proposito, costituisce orientamento consolidato che, “mentre il muro di cinta può essere ricondotto alla categoria delle pertinenze, non così il muro di contenimento che viene assimilato alla categoria delle costruzioni”.
Infatti “Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia la delimitazione della proprietà si ricade nell’ipotesi della pertinenza, per cui non è necessario il rilascio della concessione (Tar Emilia Romagna, Parma, n. 106/2001; Tar Liguria, sez. I, sent. n. 492/1996; Tar Liguria, sent. n. 345/1994). Diversa è la situazione, allorché il muro è destinato non solo a recingere un fondo, ma contiene o sostiene esso stesso dei volumi ulteriori (Tar Emilia Romagna, Parma, sent. n. 246/2001; Tar Lazio, sez. II, sent. n. 8923/2000); in tal caso il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico” (Tar Piemonte, sent. n. 657/2003)”, “si eleva al di sopra del suolo ed è destinato a trasformare durevolmente l’area impegnata, come tale qualificabile intervento di nuova costruzione”, con conseguente necessità del permesso di costruire (Tar Liguria, sez. I, sent. n. 4131/2009; Cass., sez. III, sent. n. 35898/2008) (commento tratto da Diritto e Pratica Amministrativa n. 4/2012 -
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.02.2012 n. 5618 - tratto da www.lexambiente.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATA: Il manufatto oggetto della presente controversia rientra fra le opere di recinzione legittimamente realizzabili dal proprietario, in adesione all’orientamento espresso dalla costante giurisprudenza in materia.
La recinzione, infatti, è manufatto essenzialmente destinato a delimitare una determinata proprietà allo scopo di separarla dalle altre, a custodirla e difenderla da intrusioni, nozione che può essere tratta dalla giurisprudenza civile in materia di muro di cinta, come da art. 878 c.c.; mentre, sotto il versante più propriamente amministrativo, la recinzione da parte del proprietario non comporta di per sé una diversa utilizzazione urbanistica dell'area, essendo solo diretta a far valere quello ius excludendi alios costituente tipico contenuto del diritto di proprietà e legittimamente sacrificabile solo quando ricorrano le condizioni previsti dall'ordinamento in funzioni di superiori interessi pubblici, da adeguatamente motivarsi nel bilanciamento degli interessi pubblici e privati coinvolti; in definitiva, la tipologia di intervento in questione non implica ex se una trasformazione del territorio incompatibile con la previsione urbanistica della zona.

Con il presente ricorso l’istante impugna il provvedimento indicato in epigrafe, con il quale gli è stata ingiunta la demolizione di una recinzione assunta dal comune come realizzata abusivamente, oltre al ripristino dello stato dei luoghi.
...
Il ricorso è fondato e merita accoglimento.
L’intervento realizzato dalla ricorrente sull’area di sua proprietà destinata all’esercizio di attività produttiva ha la consistenza di una recinzione, realizzata al posto di una cancellata prima preesistente, spostata in alta posizione.
Il comune ha ordinato la demolizione di tale manufatto, ritenendo la natura abusiva del medesimo in relazione alla sussistenza di un vincolo dell’area per destinazioni pubbliche ad uso degli insediamenti.
Successivamente la ricorrente, nonostante l’accoglimento dell’istanza cautelare dalla stessa avanzata, ha presentato istanza di sanatoria di tale manufatto, ma il comune non ha fornito alcun riscontro, come risulta dalla documentazione versata in atti.
Il vincolo di destinazione è, poi, decaduto, avendo l’area attualmente integrale destinazione industriale.
Il collegio non ritiene di discostarsi dall’opinione espressa in sede cautelare, nella quale è stato evidenziato come il manufatto oggetto della presente controversia rientra fra le opere di recinzione legittimamente realizzabili dal proprietario, in adesione all’orientamento espresso dalla costante giurisprudenza in materia.
La recinzione, infatti, è manufatto essenzialmente destinato a delimitare una determinata proprietà allo scopo di separarla dalle altre, a custodirla e difenderla da intrusioni, nozione che può essere tratta dalla giurisprudenza civile in materia di muro di cinta, come da art. 878 c.c.; mentre, sotto il versante più propriamente amministrativo, la recinzione da parte del proprietario non comporta di per sé una diversa utilizzazione urbanistica dell'area, essendo solo diretta a far valere quello ius excludendi alios costituente tipico contenuto del diritto di proprietà e legittimamente sacrificabile solo quando ricorrano le condizioni previsti dall'ordinamento in funzioni di superiori interessi pubblici, da adeguatamente motivarsi nel bilanciamento degli interessi pubblici e privati coinvolti; in definitiva, la tipologia di intervento in questione non implica ex se una trasformazione del territorio incompatibile con la previsione urbanistica della zona (cfr. TAR Campania, sez. II, 11.09.2009, n. 4935).
Tale recinzione era, infatti, volta a sostituire il cancello preesistente nonché ad impedire l’accesso indisturbato all’area industriale da parte di estranei, costituendo esercizio del cosiddetto “ius excludendi alios”, in alcun modo precluso dalla concreta destinazione urbanistica dell’area.
Per le suesposte considerazioni, il ricorso va accolto, disponendosi l’annullamento del provvedimento impugnato (TAR Lombardia, Sez. IV, sentenza 22.11.2011 n. 2834 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Gli interventi edilizi soggetti al permesso di costruire non sono sanabili, pur se realizzati dall'interessato con una denuncia di inizio attività alternativa al permesso di costruire (art. 22, comma terzo, d.P.R. 06.06.2001, n. 380), mediante la presentazione di una D.I.A. in sanatoria, ma richiedono la procedura di accertamento di conformità prevista per la sanatoria edilizia dall'art. 36 del citato decreto (fattispecie relativa alla realizzazione di un muro di contenimento).
Svolgimento del processo
Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di L'Aquila ha confermato la dichiarazione di colpevolezza di C.E.E. in ordine ai reati: a) di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b); b) di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, artt. 64 e 71, a lui ascritti per avere realizzato un muro a in calcestruzzo armato dell'altezza di mt. 4 e della lunghezza di mt. 10, nonché una gabbionata con riempimento in pietrame dell'altezza di mt. 1 e la lunghezza di mt. 9 ed un altro muro in pietrame senza il permesso di costruire e senza avere fatto la prescritta denuncia per le opere in cemento armato.
La Corte territoriale ha rigettato i motivi di gravame con i quali l'appellante aveva dedotto che le opere di cui alla contestazione potevano essere realizzate in base a DIA, la cui carenza non costituisce reato, e dedotto che, in ogni caso, i reati dovevano dichiararsi estinti per effetto di una DIA in sanatoria.
Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore dell'imputato, che la denuncia per violazione di legge e vizi di motivazione.
Motivi della decisione
Con il primo mezzo di annullamento il ricorrente denuncia violazione ed errata applicazione di legge.
Si deduce che la sentenza impugnata ha erroneamente escluso che il muro di contenimento di cui alla contestazione fosse assentibile mediante DIA, in base al rilievo che lo stesso si eleva al di sopra del suolo, poiché tale accertamento deve essere riferito alla posizione del muro a monte e non a valle, da cui soltanto si nota la parete in sopraelevazione.
Si deduce, poi, che, anche se si ritenesse il manufatto soggetto a permesso di costruire, l'interessato può, con scelta discrezionale, optare, ai sensi del D.P.R n. 380 del 2001, art. 22, comma 2, per la richiesta di permesso di costruire o edificare previa denuncia di inizio attività, la cui mancanza è sanzionabile penalmente per il disposto di cui al citato D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, u.c..
Si inferisce da tale disposto normativo che l'abuso può essere sanato mediante il rilascio di DIA in sanatoria, che l'imputato aveva ottenuto nel caso in esame. Sul punto si richiamano anche le disposizioni del codice civile che non considerano costruzione, ai fini dell'osservanza delle distanze legali, i muri di contenimento.
Con il secondo mezzo di annullamento si denuncia carenza di motivazione in ordine alla destinazione dell'opera a servizio dell'edificio principale, essendo finalizzata a impedire smottamenti della scarpata con la conseguente natura pertinenziale della stessa.
Con l'ultimo mezzo di annullamento si denuncia carenza e illogicità della motivazione con riferimento alla interpretazione della DIA in sanatoria.
Si deduce che la sentenza impugnata ha affermato erroneamente che la DIA in sanatoria non è conforme allo strumento urbanistico, in quanto quest'ultimo prevede il ricorso alla DIA per opere provvisionali ed indifferibili, nonché carenza di motivazione con riferimento alle dichiarazioni del tecnico comunale esaminato come teste, che aveva ritenuto la sanatoria legittima. Il ricorso non è fondato.
E' stato già affermato da questa Suprema Corte che "In materia edilizia, è necessario il permesso di costruire per la realizzazione di un muro di contenimento, in quanto si tratta di un manufatto che si eleva al di sopra del suolo ed è destinato a trasformare durevolmente l'area impegnata, come tale qualificabile intervento di nuova costruzione". (sez. 3^, 14.05.2008 n. 35898, Russo e altro, RV 241075).
E' evidente che tale massima si riferisce a qualsiasi muro di contenimento, in considerazione delle rilevanti dimensioni che l'opera in genere assume ed alla modificazione edilizia permanente del territorio che essa determina, non in considerazione de fatto che l'opera si elevi al di sopra del suolo a monte o a valle, trattandosi di una distinzione che non ha senso in relazione alla funzione del manufatto.
Quanto alla DIA in sanatoria, anche se il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3, consente per gli interventi di nuova costruzione conformi agli strumenti urbanistici, nei casi previsti dalle lett. b) e c) del terzo comma, l'esecuzione dei lavori a seguito di denuncia di inizio di attività, l'art. 36 dello stesso testo unico stabilisce che la legittimazione dei manufatti già realizzati possa avvenire solo mediante il rilascio del permesso di costruire in sanatoria.
Sicché per le opere soggette a permesso di costruire, anche se l'interessato ha optato per l'esecuzione dei lavori mediante denuncia di inizio attività, ai sensi del citato art. 22, comma 3, non è affatto prevista la possibilità di sanatoria di dette opere mediante DIA, in considerazione del più pregnante controllo richiesto alla pubblica amministrazione nell'ipotesi di sanatoria di costruzioni originariamente abusive, evidenziato dalla necessità che si proceda ad una valutazione di doppia conformità agli strumenti urbanistici e dalla previsione del rigetto tacito della richiesta di sanatoria nell'ipotesi di mancato accoglimento entro il termine di sessanta giorni (terzo comma dell'art. 36).
Nel caso in esame, peraltro, la sentenza impugnata ha rilevato che il muro di contenimento non risultava neppure conforme al PRG, in quanto detto strumento urbanistico prevede esclusivamente l'esecuzione di "opere provvisionali di assoluta urgenza, indispensabili per evitare pericoli e danni", mentre le opere incriminate, secondo la sentenza impugnata, non possono assolutamente essere considerate tali, essendo di tipo "durevole e permanente".
Il richiamo alle norme civilistiche in materia di distanze è del tutto improprio con riferimento alla disciplina edilizia ed urbanistica sotto il profilo penale.
E' noto che rientrano nella nozione di pertinenza solo manufatti di modeste dimensioni posti durevolmente a servizio di un edificio principale.
Tale certamente non può essere ritenuto il muro di contenimento di cui all'imputazione considerate le notevoli dimensioni dell'opera e la naturale destinazione del muro di contenimento ad una più ampia funzione di prevenzione in relazione alle eventuali modificazioni naturali del territorio.
Sull'ultimo motivo la sentenza ha correttamente osservato che le diverse valutazioni degli organi amministrativi non possono avere incidenza su quella del giudice ordinario e quanto affermato in punto di diritto in relazione al primo motivo di gravame risulta assorbente di qualsivoglia diversa opinione espressa dal tecnico comunale quale teste (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.11.2011 n. 41425).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di un muro di contenimento lungo circa mt. 16,00 ed alto circa mt. 1,30, con relativa scala di collegamento con il terrazzamento sovrastante rientra tra gli interventi per i quali la disposizione dell’art. 167, comma 4, del decreto legislativo n. 42/2004 preclude radicalmente il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria.
Contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, la realizzazione del muro di contenimento di cui trattasi (ndr: nello specifico, muro di contenimento lungo circa mt. 16,00 ed alto circa mt. 1,30, con relativa scala di collegamento con il terrazzamento sovrastante) rientra tra gli interventi per i quali la disposizione dell’art. 167, comma 4, del decreto legislativo n. 42/2004 preclude radicalmente il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria. In particolare:
A) l’art. 146, comma 4, del decreto legislativo n. 42/2004 esclude dal divieto di rilasciare ex post l’autorizzazione paesaggistica i casi previsti dal predetto articolo 167, comma 4, costituiti -oltre che dall’impiego di materiali in difformità dall’autorizzazione paesaggistica e dai lavori comunque configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria- dai “lavori, realizzati in assenza o difformità dall’autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”, fermo restando che l’interpretazione teleologica di tale disposizione induce a ritenere che, nonostante l’utilizzo della particella disgiuntiva “o” nella frase “che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi”, il duplice riferimento alle nuove superfici utili e ai nuovi volumi costituisca un’endiadi, ossia una modalità di esprimere un concetto unitario con due termini coordinati (TAR Campania Napoli, Sez. VII, 15.12.2010, n. 27380; 03.04.2009, n. 1748).
In altri termini, la necessità di interpretare le eccezioni al divieto di rilasciare l’autorizzazione paesistica in sanatoria in coerenza con la ratio dell’introduzione di tale divieto induce a ritenere che esulino dall’eccezione prevista dall’articolo 167, comma 4, gli interventi che abbiano contestualmente determinato la realizzazione di nuove superfici utili e di nuovi volumi;
B) ciò posto in termini generali, il Collegio osserva, da un lato, che nel caso in esame la ricorrente non contesta la situazione di fatto descritta nella motivazione del provvedimento impugnato -ossia la circostanza che il muro di contenimento sia stato realizzato al fine di creare ex novo (in luogo di una preesistente scarpata) un terrazzamento, mediante il riporto di terreno- e, dall’altro, che un intervento di tal genere non può non essere incluso tra quelli per i quali è radicalmente precluso il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria, perché la costruzione del terrazzamento ha determinato, contestualmente, la realizzazione di una nuova superficie utile, in quanto destinata alla coltivazione (come implicitamente ammette la stessa ricorrente quando riconduce l’intervento di cui trattasi tra quelli di “riordino colturale”), e di nuovo volume, costituito dal terrapieno ottenuto mediante il riporto di terreno
(TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 01.09.2011 n. 4260 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il muro di contenimento tra due aree poste a livello differente va considerato costruzione, se il dislivello deriva dall'opera dell'uomo o è stato artificialmente accentuato; in quanto costruzione, esso è soggetto all'osservanza delle norme sulle distanze.
La disciplina delle distanze ex D.M. n. 1444/1968 è applicabile anche ai beni e alle opere pubblici, secondo quanto affermato (tra l'altro con specifico riferimento alle distanze tra pareti finestrate ex art. 9) dal TAR Liguria, sez. I, nella recente sentenza 26.03.2010 n. 1235 che richiama la decisione del Consiglio di Stato, sez. V, 03.11.2000 n. 5907; e d'altra parte, tenuto conto che la norma citata è volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario ed è perciò ineludibile non si vede perché le opere pubbliche dovrebbero sottrarsi alla sua osservanza.

In proposito si osserva quanto segue:
- come evidenziato al precedente punto 3.2), la realizzazione della nuova strada è prevista ad una quota superiore di oltre 3 metri rispetto al piano terreno dell’abitazione dei ricorrenti; ciò presuppone la realizzazione di un rilevato artificiale e di muri di contenimento, come risulta chiaro dalla planimetria doc. 20 depositata dal Comune resistente il 27/04/2011;
- la giurisprudenza è orientata a ritenere che il muro di contenimento tra due aree poste a livello differente va considerato costruzione, se il dislivello deriva dall'opera dell'uomo o è stato artificialmente accentuato, come nel caso in esame; in quanto costruzione, esso è soggetto all'osservanza delle norme sulle distanze (cfr. Cass. Civile, sez. II, 22.01.2010 n. 1217; TAR Marche 10.02.2009 n. 18);
- contrariamente a quanto sostenuto dalle controparti la disciplina delle distanze ex D.M. n. 1444/1968 è applicabile anche ai beni e alle opere pubblici, secondo quanto affermato (tra l'altro con specifico riferimento alle distanze tra pareti finestrate ex art. 9) dal TAR Liguria, sez. I, nella recente sentenza 26.03.2010 n. 1235 che richiama (oltre a precedenti del medesimo Tribunale) la decisione del Consiglio di Stato, sez. V, 03.11.2000 n. 5907; e d'altra parte, tenuto conto che la norma citata è volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario ed è perciò ineludibile (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV, 02.11.2010 n. 7731 e 05.12.2005 n. 6909; TAR Toscana, sez. III, 04.12.2001 n. 1734) non si vede perché le opere pubbliche dovrebbero sottrarsi alla sua osservanza;
- perché debba trovare applicazione il citato art. 9 in tema di "pareti finestrate" è sufficiente che sia tale anche una sola delle due pareti frontistanti (TAR Milano, sez. IV, 19.05.2011 n. 1282): e questo è proprio il caso di cui controverte, in cui la norma in questione risulta dunque violata (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 20.07.2011 n. 1251 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Debbono ritenersi costruzioni, ai fini dell’art. 873 c.c., anche il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell’uomo per accentuare il naturale dislivello esistente tra i fondi.
Per costante giurisprudenza debbono ritenersi costruzioni, ai fini dell’art. 873 c.c., anche il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell’uomo per accentuare –come nel caso di specie– il naturale dislivello esistente tra i fondi (Cass., II, 22.01.2010, n. 1217; id., 10.01.2006, n. 145; id., 15.06.2001, n. 8144; TAR Marche, I, 10.02.2009, n. 18).
Né può ritenersi che, in ragione dell’art. 16 delle N.T.A. del P.R.G. del comune di Sanremo, le norme sulle distante stabilite dal piano si applichino soltanto alle costruzioni aventi la consistenza di veri e propri edifici.
La parola fabbricato deve infatti intendersi non già secondo l’uso comune, bensì secondo il significato proprio della parola, significato che, in materia di proprietà fondiaria e di distanze nelle costruzioni, è quello risultante dall’opera nomofilattica della Suprema Corte, più sopra richiamata.
Donde l’illegittimità del permesso di costruire in sanatoria 30.06.2006, nella parte in cui ha inteso legittimare l’innalzamento del terrapieno e del muro a confine dei due fondi oltre il naturale dislivello preesistente, in contrasto con la norma di P.R.G. relativa alla zona agricola E1a, che fissa in 5 metri dal confine la distanza minima per le nuove costruzioni (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 11.07.2011 n. 1087 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In materia edilizia, è necessario il permesso di costruire per la realizzazione di un muro di contenimento, in quanto si tratta di un manufatto che si eleva al di sopra del suolo ed è destinato a trasformare durevolmente l'area impegnata, come tale qualificabile intervento di nuova costruzione.
Quanto alla realizzazione del muro, la Corte di merito ha ricordato che, contrariamente, all'assunto degli appellanti, esso non poteva certo ritenersi di modeste o piccole dimensioni. Era stato accertato, infatti, che era lungo circa 15 mt., largo 35 cm., ed alto da un minimo di 0,60 mt. ad un massimo di mt. 2,50. Ha, inoltre, evidenziato che, anche a voler ritenere più corrette e conformi alla situazione dei luoghi le misurazioni effettuate dal consulente della difesa (secondo cui il muro aveva una larghezza di cm. 30 ed un'altezza da mt. 0,60 a mt. 1,90), era, comunque, necessario permesso di costruire.
Infatti, secondo la giurisprudenza di questa Corte, cui si è uniformata la Corte di merito, "In materia edilizia, è necessario il permesso di costruire per la realizzazione di un muro di contenimento, in quanto si tratta di un manufatto che si eleva al di sopra del suolo ed è destinato a trasformare durevolmente l'area impegnata, come tale qualificabile intervento di nuova costruzione" (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 3 n.35898 del 14.05.2008)
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 23.06.2011 n. 25227).

EDILIZIA PRIVATA: In tema di distanze legali il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina di cui all'art. 873 c.c. per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente.
Per giurisprudenza ormai consolidata, in tema di distanze legali il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina di cui all'art. 873 c.c. per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (cfr., ex multis, Cass. Civ., sez. II, 10.01.2006, n. 145; Cons. St., Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579; Cons. St, Sez. V, 28.06.2000, n. 3637)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 01.02.2011 n. 185 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: Il muro di contenimento, quale entità corrispondente senza alcuna variazione al dislivello naturale dei fondi, non può essere presa in considerazione nel calcolo dell'altezza della costruzione, da misurarsi dal piano di campagna al fine di determinarne la distanza da osservare rispetto alle costruzioni del vicino, sia perché le costruzioni sottostanti al piano di campagna che separa i fondi in dislivello non può per definizione considerarsi <frontistante> e quindi in violazione del disposto della norma di cui all'art. 17 della legge n. 765 del 1967 come inteso a distanziare le costruzioni in rapporto alla reciproca altezza.
Il muro di contenimento, quale entità corrispondente senza alcuna variazione al dislivello naturale dei fondi, non può essere presa in considerazione nel calcolo dell'altezza della costruzione, da misurarsi dal piano di campagna al fine di determinarne la distanza da osservare rispetto alle costruzioni del vicino, sia perché le costruzioni sottostanti al piano di campagna che separa i fondi in dislivello non può per definizione considerarsi <frontistante> e quindi in violazione del disposto della norma di cui all'art. 17 della legge n. 765 del 1967 come inteso a distanziare le costruzioni in rapporto alla reciproca altezza” (Cass. Civ., sez. II, 17.10.1992, n. 11435).
Come emerge dagli atti processuali, trattasi di costruzione completamente interrata con coronatura di muro a secco, avente unica ed esclusiva funzione di contenimento del terreno esistente nel dislivello, nella fattispecie necessitato proprio dalla significativa acclività del suolo, assolvendo così alla specifica finalità di protezione del fondo da smottamenti del terreno ovvero da possibili movimenti franosi
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 27.11.2010 n. 8260 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Permesso di Costruire - Distanze tra i fabbricati - Art. 878 c.c. - Caratteristiche della costruzione - Sopravvenuta carenza di interesse.
2. Permesso di Costruire - D.I.A. in variante - Art. 41 L.R. n. 12/2005 - Interpretazione.
1. Considerato l'art. 878 c.c. secondo cui il muro di cinta con altezza inferiore ai tre metri non è considerato per il computo delle distanze di cui all'art. 873 c.c., e le caratteristiche del manufatto (modificate con D.I.A.) si deve escludere la rilevanza, ai fini delle distanze, di una costruzione (muro di cinta, appunto) avente le caratteristiche di cui alla citata norma del codice civile, risultando conseguente improcedibile il gravame per sopravvenuta carenza di interesse.
2. L'art. 41 L.R. n. 12/2005 deve essere interpretata nel senso che la facoltà di presentare D.I.A. senza interruzione dei lavori per le varianti minori non esclude comunque nel rispetto del principio generale sull'alternatività tra D.I.A. e permesso di costruire di cui all'art. 41, c. 1, L.R. n. 12/2005, la facoltà per il titolare di permesso di costruire di presentare D.I.A. anche per varianti sostanziali, con la precisazione però che, non trattandosi dell'ipotesi di cui al comma 2 dello stesso articolo, per tali D.I.A. non è possibile la presentazione dopo l'ultimazione dei lavori, ma prima degli stessi, secondo il regime per così dire ordinario della denuncia di inizio attività (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 09.11.2010 n. 7236 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quando il muro divisorio è comune “la distanza va calcolata dalla parete esterna del muro più vicina ai manufatti, per l'assorbente e decisiva considerazione che, in tal ipotesi, il confine tra il fondo di proprietà esclusiva in cui si trovano le opere per le quali è prescritta la distanza e quello di proprietà aliena, è costituito dal detto muro e non dalla sua linea mediana, perché l'intero muro, essendo indiviso, si considera anche altrui rispetto al proprietario del fondo nel quale sono state sistemate le opere in questione.
La Giurisprudenza ha avuto occasione di osservare che quando il muro divisorio è comune “la distanza va calcolata dalla parete esterna del muro più vicina ai manufatti, per l'assorbente e decisiva considerazione che, in tal ipotesi, il confine tra il fondo di proprietà esclusiva in cui si trovano le opere per le quali è prescritta la distanza e quello di proprietà aliena, è costituito dal detto muro e non dalla sua linea mediana, perché l'intero muro, essendo indiviso, si considera anche altrui rispetto al proprietario del fondo nel quale sono state sistemate le opere in questione (Cassazione civile, sez. II, 10.03.1987, n. 2479)”.
Per cui, quand’anche il muro si ritenesse comune, in ogni caso la erigenda costruzione avrebbe dovuto arretrarsi di 5 mt. rispetto la parete esterna del muro, senza considerarne lo spessore, atteso che nell’ipotesi di muro comune, giustamente osserva la giurisprudenza, l’intero muro, in quanto in proprietà indivisa, dev’essere considerato alieno rispetto al proprietario del fondo che deve costruire
(C.G.A.R.S., sentenza 04.11.2010 n. 1369 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Individuazione bene culturale (fattispecie relativa al cimitero comunale) ex art. 10 D.Lgs. n. 42/2004.
DOMANDA 1: nel caso prospettato, del cimitero nella sua dimensione originaria avente più di 50 anni, per “bene culturale” si intende l’intero complesso edificato, comprensivo di ogni singolo manufatto ivi presente qualunque esso sia oppure si devono intendere i singoli manufatti (edicole funerarie, cappella, loculi, tomba singola e/o di famiglia, ecc.) che hanno più di 50 anni ed il cui autore non sia più vivente??
La risposta è necessaria conoscere al fine di capire se per l’intervento edilizio –che si vorrebbe realizzare- di posa pannelli fotovoltaici sopra la copertura di una campata di loculi, costruiti 10 anni or sono, necessiti –o meno- acquisire preliminarmente l’autorizzazione del Soprintendente ex art. 21, comma 4, del Codice.
DOMANDA 2: la parte di cimitero ampliata 10 anni or sono, ed annessa alla parte originaria demolendo/modificando il muro di cinta, deve intendersi anch’essa “bene culturale” oppure lo diverrà decorsi 50 anni dalla sua costruzione e sempre che l’autore non sia più vivente??
Lo stesso dicasi per i singoli manufatti (edicole funerarie, cappella, loculi, tomba singola e/o di famiglia, ecc.) ivi costruiti nel frattempo (Soprintendenza di Milano, nota 02.11.2010 n. 14123 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: In genere, viene considerata una costruzione, rilevante ai fini delle distanze legali dai confini, anche un terrapieno, se creato artificialmente al di sopra del livello medio del piano di campagna originario.
Costituisce orientamento consolidato che, ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che producono un dislivello o aumentano quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni, idonee a incidere sulla osservanza delle norme in tema di distanze dal confine (così, Consiglio Stato, Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579; Consiglio Stato, Sez. V, 28.06.2000, n. 3637).
Ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni (Cons. Stato, Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579).
In genere, viene considerata una costruzione, rilevante ai fini delle distanze legali, anche un terrapieno, se creato artificialmente al di sopra del livello medio del piano di campagna originario (così Cassazione civile, Sez. II, 11.11.2003, n. 1695; Consiglio Stato, Sez. V, 26.06.2000, n. 3637; anche Cassazione Sez. II, 15.06.2001, n. 8144, secondo cui, ai fini della applicazione delle distanze legali, il muro di sostegno costituisce costruzione)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 02.11.2010 n. 7731 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che producono un dislivello o aumentano quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni, idonee a incidere sulla osservanza delle norme in tema di distanze dal confine.
Ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni.
Viene considerata una costruzione, rilevante ai fini delle distanze legali, anche un terrapieno, se creato artificialmente al di sopra del livello medio del piano di campagna originario.

Costituisce orientamento consolidato che, ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che producono un dislivello o aumentano quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni, idonee a incidere sulla osservanza delle norme in tema di distanze dal confine (così, Consiglio Stato, Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579; Consiglio Stato, Sez. V, 28.06.2000, n. 3637).
Ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni (Cons. Stato, Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579).
In genere, viene considerata una costruzione, rilevante ai fini delle distanze legali, anche un terrapieno, se creato artificialmente al di sopra del livello medio del piano di campagna originario (così Cassazione civile, Sez. II, 11.11.2003, n. 1695; Consiglio Stato, Sez. V, 26.06.2000, n. 3637; anche Cassazione Sez. II, 15.06.2001, n. 8144, secondo cui, ai fini della applicazione delle distanze legali, il muro di sostegno costituisce costruzione)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 02.11.2010 n. 7731 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La Giurisprudenza dominante ritiene che le opere di recinzione del terreno non si configurano come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire, quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Sicché, la valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione.
Sulla scorta dei detti condivisibili principi, poi, la Giurisprudenza è giunta a varie soluzioni.
A titolo esemplificativo, è stato ritenuto che la realizzazione di una recinzione in rete metallica su muro costituisce opera di carattere permanente che richiede la concessione edilizia, incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.
Altre decisioni, invece, ritengono che la recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, costituendo installazione precaria non incide in modo permanente sull'assetto edilizio del territorio.
Altre pronunce, infine, hanno evidenziato un’altra differenza fondata sul corretto discrimine tra le costruzioni che si definiscono muro: la differenziazione viene istituita movendo dalla destinazione del manufatto.
Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia la delimitazione della proprietà si ricade nell'ipotesi della pertinenza, per cui non è necessario il rilascio della concessione, con le note conseguenze in tema di legittimità dell'eventuale ordinanza di demolizione adottata al riguardo.
Diversa è la situazione, allorché il muro è destinato non solo a recingere un fondo, ma contiene o sostiene esso stesso dei volumi ulteriori; in tal caso il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico. Tuttavia, la medesima decisione, posto che il muro aveva una estensione di 30 mt., ha ritenuto che la funzione della costruzione si ricava dalla sua estensione.
Secondo altre analoghe impostazione, nel concetto di pertinenza possono essere ricomprese le recinzioni, certamente configurabili come opere poste a servizio ed ornamento della cosa principale, giusta l'art. 817 c.c., ciò non può dirsi per i muri di contenimento che hanno una consistenza diversa dalle recinzioni, dalle quali si differenziano per funzione (che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma, essenzialmente, di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso) e struttura (che deve, appunto, essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento).
Il muro di contenimento, pur potendo avere, in rapporto alla situazione dei luoghi, anche concomitante funzione di recinzione, è, tuttavia, sotto il profilo edilizio, un'opera più consistente di una recinzione (non essendo preordinata a recingere) e soprattutto è dotata di propria specificità ed autonomia, in relazione ai profili dianzi evidenziati.
Il che esclude la sua riconducibilità al concetto di pertinenza, conseguendone, data la rilevanza dell'immutazione che esso produce sullo stato dei luoghi, sia la necessità della concessione edilizia, sia la legittimità, a torto contestata, dell'applicazione della misura sanzionatoria prevista dall'art. 7 della legge n. 47/1985.
Ciò premesso, asserisce parte ricorrente che il muro in questione, al più, rientrerebbe tra le ipotesi di opere soggette ad autorizzazione e, quindi, secondo la previsione contenuta nell’art. 10 della L. 47/1985, la sua realizzazione abusiva consentirebbe soltanto l’irrogazione di una sanzione pecuniaria e non già la demolizione.
La ricostruzione appare corretta.
Occorre, però, verificare se la realizzazione del muro rientri nelle fattispecie previste dal detto art. 5 della l.r. 37/1985.
Premesso che il regime autorizzatorio costituisce l’eccezione rispetto a quello concessorio per le opere di trasformazione del suolo, in Sicilia il vigente art. 5 della l.r. 10.08.1985, n. 37, così stabilisce: "l'autorizzazione del sindaco sostituisce la concessione per gli interventi di manutenzione straordinaria e di restauro conservativo, così come definiti dall'art. 20 della legge regionale 27.12.1978, n. 71, per le opere costituenti pertinenze o impianti tecnologici al servizio di edifici già esistenti per l'impianto di prefabbricati ad una sola elevazione non adibiti ad uso abitativo, per le occupazioni di suolo mediante deposito di materiali o esposizioni di merci a cielo libero, per le demolizioni, per l' escavazione di pozzi e per le strutture ad essi connesse, per la costruzione di recinzioni, con esclusione di quelle dei fondi rustici di cui all'art. 6, per la costruzione di strade interpoderali o vicinali, nonché per i rinterri e gli scavi che non riguardino la coltivazione di cave o torbiere.".
Per quanto rileva nel presente giudizio, quindi, rientra tra le opere di trasformazione del suolo soggetta a mera autorizzazione la costruzione di recinzioni, non potendosi accedere alla tesi sostenuta in ricorso circa la riferibilità del muro in questione alla realizzazione di strade poderali e sistemazione dei suoli agricoli, in quanto, nel caso in esame la funzione dello stesso non è ascrivibile a dette ipotesi.
Ed invero, la Giurisprudenza dominante ritiene che le opere di recinzione del terreno non si configurano come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire, quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà (cfr. TAR Piemonte Torino, sez. I, 15.02.2010, n. 950).
Sicché, la valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione (cfr. TAR Lazio Roma, sez. II, 03.07.2007, n. 5968; TAR Lombardia Milano, sez. IV, 29.12.2009, n. 6266; TAR Campania Napoli, sez. VIII, 14.01.2010, n. 95).
Sulla scorta dei detti condivisibili principi, poi, la Giurisprudenza è giunta a varie soluzioni.
A titolo esemplificativo, è stato ritenuto che la realizzazione di una recinzione in rete metallica su muro costituisce opera di carattere permanente che richiede la concessione edilizia, incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio (cfr., TAR Lazio ult. cit, dove vengono riportate le seguenti conformi decisioni: Cons. Stato, Sez. V, 26 ottobre 1998, n. 1537; TAR Emilia-Romagna, Parma, 31.07.2001, n. 651; TAR Basilicata Potenza, 19.09.2003, n. 897).
Altre decisioni, invece, ritengono che la recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, costituendo installazione precaria non incide in modo permanente sull'assetto edilizio del territorio (cfr. TAR Piemonte Torino, sez. I, 15.02.2010, n. 950, cit.; TAR Lombardia Milano, sez. IV, 29.12.2009, n. 6266 cit.).
Altre pronunce, infine, hanno evidenziato un’altra differenza (cfr. TAR Piemonte Torino, sez. I, 07.05.2003, n. 657) fondata sul corretto discrimine tra le costruzioni che si definiscono muro: la differenziazione viene istituita movendo dalla destinazione del manufatto.
Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia la delimitazione della proprietà si ricade nell'ipotesi della pertinenza, per cui non è necessario il rilascio della concessione, con le note conseguenze in tema di legittimità dell'eventuale ordinanza di demolizione adottata al riguardo (tar Emilia Romagna, Parma, 12.03.2001, n. 106; tar Liguria, sez. I, 14.11.1996, n. 492; Id, 19.10.1994, n. 345).
Diversa è la situazione, allorché il muro è destinato non solo a recingere un fondo, ma contiene o sostiene esso stesso dei volumi ulteriori (tar Emilia Romagna, Parma, 27.04.2001, n. 246; tar Lazio, sez. II, 04.11.2000, n. 8923); in tal caso il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico.
Tuttavia, la medesima decisione, posto che il muro aveva una estensione di 30 mt., ha ritenuto che la funzione della costruzione si ricava dalla sua estensione.
Secondo altre analoghe impostazione (cfr. TAR Lazio Latina, 07.03.2002, n. 285), nel concetto di pertinenza possono essere ricomprese le recinzioni, certamente configurabili come opere poste a servizio ed ornamento della cosa principale, giusta l'art. 817 c.c., ciò non può dirsi per i muri di contenimento che hanno una consistenza diversa dalle recinzioni, dalle quali si differenziano per funzione (che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma, essenzialmente, di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso) e struttura (che deve, appunto, essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento).
Il muro di contenimento, pur potendo avere, in rapporto alla situazione dei luoghi, anche concomitante funzione di recinzione, è, tuttavia, sotto il profilo edilizio, un'opera più consistente di una recinzione (non essendo preordinata a recingere) e soprattutto è dotata di propria specificità ed autonomia, in relazione ai profili dianzi evidenziati.
Il che esclude la sua riconducibilità al concetto di pertinenza, conseguendone, data la rilevanza dell'immutazione che esso produce sullo stato dei luoghi, sia la necessità della concessione edilizia, sia la legittimità, a torto contestata, dell'applicazione della misura sanzionatoria prevista dall'art. 7 della legge n. 47/1985.
Sulla scorta dei detti principi, il Collegio ritiene che dai rilievi fotografici esibiti dalle parti se è pur vero che la funzione apparente di parte del muro è di contenimento di aiuole, per altra parte appare avere la funzione di delimitazione della proprietà.
In ogni caso, ciò che più conta è che l’impegno visivo (che, in definitiva, è quello che rileva per definire l’incidenza sulla trasformazione del suolo), stante l’estensione non contestata dell’opera, pari a ben 25 mt., non pare possa considerarsi trascurabile o avente una funzione meramente subordinata pertinenziale, sicché, se ne deve inferire che la mera autorizzazione, al di là della modalità di esecuzione (conglomerato cementizio o meno), non sembra sufficiente
(TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 27.09.2010 n. 3847 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' soggetta a concessione edilizia (oggi permesso di costruire) l’edificazione sia di un muro di recinzione, con specifiche caratteristiche, sia l’edificazione di un muro di contenimento.
La giurisprudenza è, da tempo, attestata nel ritenere soggetta a concessione edilizia (oggi permesso di costruire), l’edificazione sia del muro di recinzione, con specifiche caratteristiche, sia l’edificazione del muro di contenimento.
In proposito basterà richiamare, ex multis, Cons. St. Sez. V, 15.06.2000, n. 3320, a mente delle cui statuizioni, per la recinzione di un fondo rustico, è necessaria la concessione edilizia, se realizzata con opere edilizie permanenti, mentre non lo è nel caso di semplici paletti conficcati nel terreno o di ogni altro manufatto che, per le sue caratteristiche di precaria installazione, ha insito il concetto della precarietà e sua facile asportazione in caso di necessità.
In merito ai muri di contenimento, risulterà sufficiente richiamare, ex multis, C.G.A. 05.05.1993 n. 165, orientato a ritenere che un muro di sostegno di cemento armato non può considerarsi recinzione in quanto non ogni muro esistente al confine è opera di recinzione per cui, nel caso in cui in concreto la funzione del muro non sia quella di recingere ma di sostenere, il muro stesso deve essere autorizzato mediante il rilascio di una concessione edilizia.
A chiusura delle considerazioni espresse, appare opportuno riportarsi a quanto sinteticamente e chiaramente espresso da Tar Lazio–Latina n. 285 del 2002 che di seguito si trascrive, in quanto condiviso: “Ritiene il Collegio che se nel concetto di pertinenza possono essere ricomprese le recinzioni, certamente configurabili come opere poste a servizio ed ornamento della cosa principale, giusta l’art. 817 c.c., ciò non può dirsi per i muri di contenimento che hanno una consistenza diversa dalle recinzioni, dalle quali si differenziano per funzione (che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma, essenzialmente, di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso) e struttura (che deve, appunto, essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento). Il muro di contenimento, pur potendo avere, in rapporto alla situazione dei luoghi, anche concomitante funzione di recinzione, è, tuttavia, sotto il profilo edilizio, un’opera più consistente di una recinzione (non essendo preordinata a recingere) e soprattutto è dotata di propria specificità ed autonomia, in relazione ai profili dianzi evidenziati.
Il che esclude la sua riconducibilità al concetto di pertinenza, conseguendone, data la rilevanza dell’immutazione che esso produce sullo stato dei luoghi, sia la necessità della concessione edilizia, sia la legittimità, a torto contestata, dell’applicazione della misura sanzionatoria prevista dall’art. 7 della legge n. 47/1985
.”.
L’autonoma rilevanza dell’opera in questione esclude che esso possa essere ricondotto nella figura del risanamento conservativo che presuppone l’esistenza dell’organismo edilizio su cui intervenire (ex multis Cons. St. Sez. V 24.09.1999 n. 1154)
(TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 29.06.2010 n. 9845 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione.
Non è necessario il permesso per costruire per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno.
La concessione edilizia (oggi permesso di costruire) è, invece, necessaria, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.

La valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione; in base a tale criterio, dunque, non è necessario il permesso per costruire per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno, in quanto, entro tali limiti, la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o comunque la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Alla stregua di tali coordinate, per giurisprudenza consolidata alla quale il Collegio aderisce, la concessione edilizia (oggi permesso di costruire) è, invece, necessaria, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.
Nel caso di specie, di conseguenza, non si può qualificare l'opera abusiva come meramente precaria, essendo invece stabilmente infissa al suolo attraverso il muro di calcestruzzo (cfr., TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 29.12.2009, n. 6266)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 21.05.2010 n. 2124 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' soggetto a concessione edilizia ogni intervento sul territorio sia quando vi sia la realizzazione di opere murarie, sia quando si intenda realizzare un intervento sul territorio che, pur non richiedendo opere in muratura, comporti la perdurante modifica dello stato dei luoghi con materiale posto sul suolo.
In relazione allo spargimento di ghiaia su un'area che ne era in precedenza priva e preordinata alla modifica della precedente destinazione d'uso, va affermata la necessarietà della concessione edilizia.
Deve ritenersi soggetto a concessione lo spianamento di un terreno agricolo ed il riporto di sabbia e ghiaia, al fine di ottenerne un piazzale per deposito e smistamento di autocarri e containers.
Non è necessario il permesso per costruire modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno.
La realizzazione di una recinzione metallica collocata lungo il confine di proprietà, di un piazzale per la sosta degli automezzi creato mediante sbancamento e riporto di ghiaia nonché di una vasca per la raccolta delle acque di risulta del lavaggio non costituiscono pertinenze e richiedono la preventiva emissione del titolo abilitativo, determinando un consistente impatto sull'assetto del territorio, tenuto conto che l'incidenza è sensibilmente accresciuta dalla loro realizzazione in un contesto tipicamente agricolo.
La L. n. 28.1.1977 n. 10, vigente all’epoca dei fatti, all’art. 1 -“Trasformazione urbanistica del territorio e concessione di edificare”- disponeva che: “Ogni attività comportante trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale partecipa agli oneri ad essa relativi e la esecuzione delle opere è subordinata a concessione da parte del sindaco, ai sensi della presente legge”.
L'interpretazione di tale norma aveva dato luogo a contrasti, dato che la giurisprudenza e la dottrina avevano elaborato due indirizzi ermeneutici: secondo il primo, avrebbero dovuto essere assoggettati a titolo abilitativo solo gli interventi di portata -simultaneamente- urbanistica ed edilizia. Invero, osservavano i fautori della tesi in esame, l'uso congiunto delle due espressioni (urbanistica ed edilizia) nel citato articolo escluderebbe l'assoggettamento al previo rilascio del titolo degli interventi che, pur non mancando di impatto urbanistico, siano privi di consistenza materiale di opere edilizie.
Secondo l'opposto indirizzo, l'art. 1 l. 28.01.1977 n. 10 sulla edificabilità dei suoli, che pone la regola della soggezione a concessione di ogni attività comportante trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, non comprende le sole attività di edificazione, ma tutte quelle consistenti in una modificazione dello stato materiale e della conformazione del suolo per adattarlo ad un impiego diverso da quello che gli è proprio in relazione alla sua condizione naturale ed alla sua qualificazione giuridica (cfr.: Cons. St., Sez. V, 31.01.2001, n. 343; Cons. St., Sez. V, 20.12.1999, n. 2125; Cons. St., Sez. V, 01.03.1993, n. 319; tale orientamento è condiviso anche dalla giurisprudenza ordinaria: cfr. Cass. pen., 14.10.1988; Cass. pen., sez. III, 24.10.1997, n. 10709; Cass. pen., sez. VI, 24.07.1997, n. 8520). La giurisprudenza favorevole a tale tesi ha aggiunto che l'art. 1 l. 28.01.1977 n. 10 imponeva al soggetto attuatore di munirsi di concessione edilizia per ogni attività che comporti la trasformazione del territorio attraverso l'esecuzione di opere comunque attinenti agli aspetti urbanistici ed edilizi, ove il mutamento e l'alterazione abbiano un qualche rilievo ambientale ed estetico, o solo funzionale (cfr. Cons. St., Sez. VI, 26.09.2003, n. 5502).
La Sezione, condividendo quanto rilevato dal Cons. St. Sez. V con la decisione n. 7325 dell’11.11.2004, opta per la seconda interpretazione, dovendosi affermare che è soggetto a concessione edilizia ogni intervento sul territorio sia quando vi sia la realizzazione di opere murarie, sia quando si intenda realizzare un intervento sul territorio che, pur non richiedendo opere in muratura, comporti la perdurante modifica dello stato dei luoghi con materiale posto sul suolo (cfr. Cons. St., Sez. V, 14.12.1994, n. 1486; Cons. St., Sez. VI, 27.01.2003, n. 419; Cons. St., Sez. V, 06.04.1998, n. 415).
Alla stregua di tale generale principio, in relazione allo spargimento di ghiaia su un'area che ne era in precedenza priva e preordinata alla modifica della precedente destinazione d'uso, va affermata (cfr. Cons. St. Sez. V, 22.12.2005 n. 7343) la necessarietà della concessione edilizia.
Tale indirizzo, peraltro, risulta corroborato dalla risalente interpretazione del Giudice penale, secondo cui deve ritenersi soggetto a concessione lo spianamento di un terreno agricolo ed il riporto di sabbia e ghiaia, al fine di ottenerne un piazzale per deposito e smistamento di autocarri e containers (cfr. Cass. pen., 09.06.1982).
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Passando ad esaminare la connessa questione, relativa alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione, va posto in luce che occorre distinguere le differenti situazioni alla stregua di due parametri: la natura e le dimensioni delle opere e la loro destinazione e funzione (cfr. TAR Lombardia, Sez. IV, 29.12.2009, n. 6266; TAR Lazio, Sez. II, 11.09.2009, n. 8644).
In base a tale criterio, può affermarsi che non è necessario il permesso per costruire modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno, in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o comunque la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà. Al contrario, la concessione è necessaria quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.
Applicando siffatti principi alla fattispecie all’esame, va affermato che l’opera realizzata (la costruzione di un muro di cinta, alto circa m. 0,80 e lungo m. 120, con soprastanti paletti in ferro atti a fissare una rete di protezione) non integra un’ipotesi di mero esercizio dello ius excludendi alios, ma una modifica dell’assetto del territorio. Altrettanto è a dirsi dello spandimento di uno strato di ghiaia rullato sul manto erboso.
Siffatta conclusione risulta in linea con quanto già affermato dalla Sezione (cfr. sentenza n. 32 dell’11.01.2006) laddove ha rilevato che “La realizzazione di una recinzione metallica collocata lungo il confine di proprietà, di un piazzale per la sosta degli automezzi creato mediante sbancamento e riporto di ghiaia nonché di una vasca per la raccolta delle acque di risulta del lavaggio non costituiscono pertinenze e richiedono la preventiva emissione del titolo abilitativo, determinando un consistente impatto sull'assetto del territorio, tenuto conto che l'incidenza è sensibilmente accresciuta dalla loro realizzazione in un contesto tipicamente agricolo
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 30.04.2010 n. 1626 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Comune di Fontechiari - Parere in merito alla possibilità di rilasciare permesso di costruire in sanatoria per muro di contenimento finalizzato alla messa in sicurezza di opere abusive (Regione Lazio, parere 03.03.2010 n. 117282 di prot.).

EDILIZIA PRIVATALe opere di recinzione del terreno non si configurano come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Tale è il caso della recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, la quale costituisce installazione precaria e non incide in modo permanente sull’assetto edilizio del territorio.
L’intervento in questione rientra, piuttosto nella portata residuale degli interventi realizzabili con il regime semplificato della d.i.a., a mente dell'art. 22 del t.u. dell'edilizia, la cui mancanza non è sanzionabile con la rimozione o la demolizione, previsti dall'art. 31 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, per l'esecuzione di interventi in assenza del permesso di costruire, in totale difformità del medesimo, ovvero con variazioni essenziali, ma con l’applicazione della sanzione pecuniaria prevista dal successivo art. 37 per l'esecuzione di interventi in assenza della prescritta denuncia di inizio di attività.

La prima argomentazione a supporto dei provvedimenti impugnati fa riferimento al mancato rispetto delle formalità previste dal t.u. edilizia n. 380 del 2001 e al mancato rilascio del titolo abilitativo (autorizzazione) asseritamente occorrente per l’intervento.
Tali considerazioni non valgono a fondare la legittimità dei provvedimenti impugnati.
Va rilevata, innanzitutto, la genericità della motivazione del diniego di installazione (“l’intervento oggetto di comunicazione deve essere presentato come richiesta ai sensi del DPR 380/2001”) la quale, peraltro, appare incoerente rispetto al contenuto dispositivo dell’atto che considera la comunicazione dei proprietari come vera e propria istanza di parte (“per le motivazioni di cui sopra, la vostra richiesta è respinta”).
La mancanza di autorizzazione edificatoria non costituisce, in ogni caso, valida giustificazione dell’impugnato ordine di rimozione.
Le opere di recinzione del terreno non si configurano, infatti, come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire, quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Tale è il caso della recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, la quale costituisce installazione precaria e non incide in modo permanente sull’assetto edilizio del territorio (cfr., fra le ultime, TAR Lazio, Roma, sez. II, 11.09.2009, n. 8644).
L’intervento in questione rientra, piuttosto nella portata residuale degli interventi realizzabili con il regime semplificato della d.i.a., a mente dell'art. 22 del t.u. dell'edilizia, la cui mancanza non è sanzionabile con la rimozione o la demolizione, previsti dall'art. 31 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, per l'esecuzione di interventi in assenza del permesso di costruire, in totale difformità del medesimo, ovvero con variazioni essenziali, ma con l’applicazione della sanzione pecuniaria prevista dal successivo art. 37 per l'esecuzione di interventi in assenza della prescritta denuncia di inizio di attività
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 15.02.2010 n. 950 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAppare irrilevante che la recinzione in esame (costituita da una semplice rete metallica e da paletti infissi nel terreno) sia stata eseguita senza nulla-osta in area vincolata, trattandosi di opera priva di apprezzabile impatto ambientale.
Un secondo ordine di considerazioni fa riferimento alla mancanza di autorizzazione paesaggistica.
Si osserva preliminarmente che non è contestata l’esistenza del vincolo, atteso che l’area interessata dall’intervento è pacificamente inclusa nella fascia di rispetto di 150 metri dalle sponde del torrente Orco.
Va quindi precisato, a confutazione dei rilievi di legittimità svolti dalla parte ricorrente, che l’erroneo riferimento normativo contenuto in entrambi i provvedimenti impugnati (è stato richiamato l’abrogato d.lgs. n. 490 del 1999, in luogo del vigente d.lgs. n. 42 del 2004) non vale certo ad inficiarne la legittimità, poiché i presupposti dei provvedimenti stessi sono riconducibili senza margini di incertezza alle disposizioni legislative che li regolano (cfr., ex multis, TAR Lombardia, Milano, sez. II, 19.12.2006, n. 2997).
Ciò premesso, appare irrilevante che la recinzione in esame (costituita, si ribadisce, da una semplice rete metallica e da paletti infissi nel terreno) sia stata eseguita senza nulla-osta in area vincolata, trattandosi di opera priva di apprezzabile impatto ambientale (cfr., in analoga fattispecie, TAR Campania, Napoli, sez. IV, 08.05.2007, n. 4821)
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 15.02.2010 n. 950 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere di recinzione del terreno - Permesso di costruire - Necessità - Esclusione - Condizioni - Fattispecie.
Le opere di recinzione del terreno non si configurano come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire, quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Tale è il caso della recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, la quale costituisce installazione precaria e non incide in modo permanente sull’assetto edilizio del territorio (cfr., fra le ultime, TAR Lazio, Roma, sez. II, 11.09.2009, n. 8644) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 15.02.2010 n. 950 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanze legali - Muro di contenimento - Natura di “costruzione” ai fini di cui all’art. 873 c.c. - Parte compresa tra le fondamenta e il livello del fondo superiore - Esclusione - Parte del muro realizzata oltre il piano del fondo sovrastante - Costruzione in senso tecnico-giuridico.
In tema di distanze legali, il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina di cui all'art. 873 c.c. per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (cfr., ex multis, Cass. Civ., sez. II, 10.01.2006, n. 145) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 11.02.2010 n. 453 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nella distanza tra fabbricati frontistanti una strada a fondo cieco, quest'ultima non deve essere tenuta in considerazione, trovando applicazione il disposto di cui all'art. 9, comma 2, del DM 1444/1968.
Parte ricorrente insiste nel ritenere applicabile l’ultimo comma dell’art. 9 del DM 1444/1968, secondo cui “qualora le distanze tra fabbricati, come sopra computate, risultino inferiori all'altezza del fabbricato più alto, le distanze stesse sono maggiorate fino a raggiungere la misura corrispondente all'altezza stessa. Sono ammesse distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche.” Pertanto, secondo i calcoli di parte ricorrente, il nuovo edificio sarebbe tenuto a rispettare una distanza pari alla sua progettata altezza dalle costruzioni.
Secondo le difese avversarie la disposizione va invece letta unitamente al capoverso precedente, dettato per la disciplina delle distanze tra fabbricati tra i quali siano interposte strade destinate al traffico, ad esclusione della viabilità a fondo cieco al servizio di singoli edifici e di insediamenti.
E’ emerso dall’istruttoria che Via Mocchetti è una strada a fondo cieco, il fabbricato erigendo dista dagli altri fabbricati rispettivamente mt. 10,05 a sud e 10,75 a nord, mentre l’altezza prevista nel permesso di costruire è di 11,70, a fronte di quella massima consentita di 12,50.
Ad avviso del Collegio la distanza è rispettata, dovendo trovare applicazione nel caso de quo l’art. 9, punto 2), che prescrive la distanza di 10 mt..
Gli ultimi due capoversi invece contengono una disciplina, tra loro integrativa, per il calcolo delle distanze nel caso di edifici tra i quali sono interposte strade, con la chiara ipotesi di esclusione delle strade a fondo cieco, che è stata accertata nel caso de quo.
Anche la disposizione secondo cui va calcolata la distanza va maggiorata fino al raggiungimento della misura corrispondente all’altezza del fabbricato più alto si applica solo nell’ipotesi di edifici tra i quali sono interposte strade destinate al traffico dei veicoli.
Quanto alla distanza dal box e dal muro, si osserva che correttamente il box non è stato considerato, in quanto lo stesso è interrato e pertanto non integra, ai fini delle distanze, la nozione di costruzione.
Rispetto al muro di sostegno, parte ricorrente afferma la violazione della distanza in quanto disterebbe mt. 8,10 dal suddetto muro, da considerarsi come muro di fabbrica e non di cinta e quindi assoggettato al rispetto delle distanze legali.
Il Comune ha invece qualificato il muro come muro di sostegno del terreno di proprietà del ricorrente, in quanto ha la funzione di contenimento del dislivello naturale; pertanto è corretta la scelta di non considerare detto manufatto rilevante ai fini delle distanze ai fini dell'art. 9 del d.m. 1444/1968, dal momento che la norma presuppone che le pareti siano «costruzioni» in senso edilizio, non mere opere di contenimento del declivio naturale (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 27.01.2010 n. 191 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Un muro di contenimento tra due fondi posti a differenti livelli, ove il dislivello sia stato creato artificialmente, è da considerarsi costruzione a tutti gli effetti e come tale soggetta agli obblighi delle distanze previste dall’art. 873 Cc, e dalle eventuali disposizioni integrative.
Un muro di contenimento tra due fondi posti a differenti livelli, ove il dislivello sia stato creato artificialmente, è da considerarsi costruzione a tutti gli effetti e come tale soggetta agli obblighi delle distanze previste dall’art. 873 Cc, e dalle eventuali disposizioni integrative (v. Cass. 4511/1997, 4196/1987), principio dal quale non può che derivare tale assoggettamento, anche nell’ipotesi di accentuazione del preesistente livello naturale, per la parte eccedente quello preesistente (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 22.01.2010 n. 1217).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: Muro di cinta e muro di contenimento - Differenza - Assimilabilità del muro di cinta alle pertinenze - Assimilabilità del muro di contenimento alle costruzioni - Necessità di titolo abilitativo edilizio - Rispetto delle distanze dai confini.
Mentre il muro di cinta può essere ricondotto alla categoria delle pertinenze, non così il muro di contenimento che viene assimilato alla categoria delle costruzioni. Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia la delimitazione della proprietà si ricade infatti nell'ipotesi della pertinenza, per cui non è necessario il rilascio della concessione (TAR Emilia Romagna, Parma, 12.03.2001, n. 106; TAR Liguria, sez. I, 14.11.1996, n. 492; TAR Liguria, 19.10.1994, n. 345).
Diversa è la situazione, allorché il muro è destinato non solo a recingere un fondo, ma contiene o sostiene esso stesso dei volumi ulteriori (TAR Emilia Romagna, Parma, 27.04.2001, n. 246; TAR Lazio, sez. II, 04.11.2000, n. 8923); in tal caso il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico (TAR Piemonte 07.05.2003 n. 657).
Avendo il muro di contenimento la natura di costruzione, deve, tendenzialmente, rispettare le distanze dai confini stabilite dalle n.t.a. del p.r.g. (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 31.12.2009 n. 4131 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per natura dei luoghi costituiscono costruzioni.
Si richiama l'indirizzo di questo Consiglio che ha avuto modo di osservare come ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per natura dei luoghi costituiscono costruzioni (Cons. St., sez. V, 12.04.2005, n. 1619; id., n. 2000, n. 3637; Cass. civ., sez. II, 01.03.1995, n. 2342; id., 28.11.1991, n. 12763) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 24.04.2009 n. 2579 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Realizzazione muro di recinzione.
Anche la realizzazione di un muro di recinzione necessita del previo rilascio del permesso a costruire allorquando, avuto riguardo alla sua struttura e all’estensione dell’area relativa, lo stesso sia tale da modificare l’assetto urbanistico del territorio, così rientrando nel novero degli "interventi di nuova costruzione" di cui all’art. 3, lett. e), del d. P.R. n. 380 del 2001 (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.05.2009 n. 20131 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Muro di sostegno e distanze.
La circostanza che una concessione limiti l’altezza di un muro a tre metri non elide affatto la sua natura di costruzione ed impone in ogni caso il rispetto dei cinque metri dal confine (TAR Abruzzo-Aquila, sez. I, sentenza 10.03.2009 n. 140 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Muri di cinta tra fondi a dislivello - Modifica dello stato naturale dei luoghi - Idoneità a creare intercapedini nocive con le altrui costruzioni - Distanze legali - Equiparazione ai muri di fabbrica - Necessità di verifica di ciascuna concreta fattispecie.
I muri di cinta tra fondi a dislivello che, oltre ad essere destinati alla delimitazione e alla difesa del fondo, assolvono anche all’ulteriore funzione di contenere e sostenere la scarpata o il terrapieno, e che danno luogo al dislivello tra i due fondi limitrofi non rientrano, come accade normalmente per i muri di cinta, nella categoria dei muri isolati o liberi da entrambe le facce.
Essi, pertanto, facendo corpo con il terreno che contengono e modificando, in particolare, attraverso l’opera dell’uomo, lo stato naturale dei luoghi con la costruzione di un manufatto, sono idonei a creare intercapedini nocive con l’altrui costruzione, con conseguente necessità di verificare in ciascuna concreta fattispecie se, avuto riguardo allo loro particolari caratteristiche strutturali e dimensioni, siano da considerare o meno alla stregua di un muro di fabbrica agli effetti delle distanze legali (Cass. 15.10.1983, n. 6060) (TAR Abruzzo-L’Aquila, Sez. I, sentenza 10.03.2009 n. 140 - link a www.
ambientediritto.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATA: In tema di distanze legali, solo il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina delle distanze per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente.
I requisiti essenziali del muro di cinta, che a norma dell'art. 878 c.c. non va considerato nel computo delle distanze legali, sono costituiti dall'isolamento delle facce, l'altezza non superiore a metri 3, la sua destinazione alla demarcazione della linea di confine e alla separazione e chiusura della proprietà; mentre quando non si è in presenza di un dislivello naturale, ma si tratta di un dislivello di origine artificiale deve essere considerato costruzione in senso tecnico-giuridico il muro che assolve in modo permanente e definitivo anche alla funzione di contenimento di un terrapieno creato dall'opera dell'uomo.

L’intervento assentito con l’impugnato permesso di costruire consiste nella realizzazione di un terrapieno artificiale con mura di tamponamento, necessario per portare “a livello” della strada il terreno adiacente all’immobile degli appellanti e consentire così la creazione di un parcheggio scoperto e di un muretto che lo delimita.
Tale intervento costituisce una “nuova costruzione” e non può essere qualificato come manutenzione straordinaria (semplice sistemazione di spazi aperti comportante modifica alle quote dei terreni), come affermato dagli appellanti e ritenuto dal Comune (cfr., Cons. Stato, V, n. 1835/1999).
La giurisprudenza è pacifica nel ritenere che in tema di distanze legali, solo il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina delle distanze per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (Cass. civ, II, n. 145/2006; n. 243/1992; n. 12763/1991; Cons. Stato, n. 5213/2007).
E’ stato anche precisato che i requisiti essenziali del muro di cinta, che a norma dell'art. 878 c.c. non va considerato nel computo delle distanze legali, sono costituiti dall'isolamento delle facce, l'altezza non superiore a metri 3, la sua destinazione alla demarcazione della linea di confine e alla separazione e chiusura della proprietà; mentre quando non si è in presenza di un dislivello naturale, ma si tratta di un dislivello di origine artificiale deve essere considerato costruzione in senso tecnico-giuridico il muro che assolve in modo permanente e definitivo anche alla funzione di contenimento di un terrapieno creato dall'opera dell'uomo (Cass. civ., II, n. 8144/2001)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 13.06.2008 n. 2954- link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanze dal muro di cinta e valutazione delle scelte estetiche.
Il muro di cinta di altezza non superiore ai tre metri, pur essendo una costruzione in senso materiale, non è considerato tale ai fini delle distanze legali per la sua mancanza di autonomia strutturale, costituendo una semplice protezione del fondo: per il computo delle distanze tra costruzioni vanno quindi presi in considerazione gli edifici che si trovano rispettivamente al di qua e al di là del muro di cinta, come se questo non esistesse, per cui la distanza di legge va computata tra l’edificio preesistente e la nuova costruzione ovvero ampliata. Ne consegue, nello specifico, che la distanza minima da rispettare tra i porticati ed il confine non è quella stabilita dall’art. 873 c.c., ma quella tra sagoma limite e confine.
Dal momento che il Giudice amministrativo non può sindacare il merito delle scelte estetico-funzionali dell’amministrazione se non nei limiti della illogicità, quando si discute di concreti valori estetico-tipologici riservati all’amministrazione medesima, è sufficiente appurare che le norme edilizie in vigore ammettono l’intervento di interesse con le caratteristiche morfologiche e strutturali desumibili anche dalla documentazione fotografica agli atti processuali
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.03.2008 n. 931 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Costruzione di un muro di contenimento in cemento armato.
La costruzione di un muro di contenimento in cemento armato, a fronte della linea di battigia, già nella vigenza della legge n. 47/1985 era assoggettata a concessione edilizia, in quanto "attività comportante la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale" ai sensi dell'art. 1 della legge n. 10/1977. Attualmente le categorie di interventi che comportano una "trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio" e che sono soggetti al preventivo rilascio del permesso di costruire sono definite dall’ art. 10 del T.U. n. 380/2001 e ricomprendono "gli interventi di nuova costruzione". La definizione delle opere di nuova costruzione è data, a sua volta, dall'art. 3, lett, e), dello stesso T.U., con indicazione di carattere residuale comprendente tutti quegli interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio non rientranti nelle categorie della manutenzione, del restauro o del risanamento conservativo (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 11.02.2008 n. 6428 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Muro di recinzione - Necessità di permesso a costruire - Presupposti - Fattispecie.
La realizzazione di un muro di recinzione necessita del previo rilascio del permesso a costruire allorquando, avuto riguardo alla sua struttura e all'estensione dell'area relativa, lo stesso sia tale da modificare l'assetto urbanistico del territorio, così rientrando nel novero degli "interventi di nuova costruzione" di cui all'art. 3 lett. e) del d. P.R. n. 380 del 2001 (fattispecie relativa ad un muro di altezza pari a metri 2,5 con struttura in blocchi di lapillo e pilastri in cemento armato di sostegno, relativo ad un'area di circa mq. 1200) (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 30.01.2008 n. 4755 - link a www.lexambiente.it).

anno 2007

EDILIZIA PRIVATA: Sopraelevare un muro di cinta: il titolo edilizio è l’autorizzazione.
Il fatto che il territorio del Comune sia assoggettato a vincoli di carattere paesistico, di per sé non comporta l'assoggettamento di qualsiasi intervento al regime concessorio, ma solo l'inapplicabilità della procedura cosiddetta di denuncia dell’inizio dell'attività, sempre che si dimostri l'esistenza di uno specifico vincolo gravante sull'immobile oggetto dell'intervento.
Il giudizio sulla assoggettabilità o meno dell'intervento in questione al regime concessorio deve essere condotto alla stregua della natura dell'opera ed in particolare sulla riconducibilità della stessa alla nozione di pertinenza, che l'art. 7 d.l. 23.01.1982 n. 9, convertito in l. 25.03.1982 n. 94, assoggetta al regime autorizzatorio.
La sopraelevazione del muro di cinta, di circa 1 metro di altezza per la lunghezza di 20 metri, realizzato per sostituire la barriera metallica preesistente e quindi conferire una migliore protezione alla proprietà, senza alterare l’altezza complessiva della recinzione medesima, non solo conferma il già acquisito vincolo pertinenziale ma rappresenta un intervento modesto che non viene ad incidere sul carico urbanistico
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 22.10.2007 n. 5515 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di una recinzione costituita da semplice rete metallica e paletti infissi nel terreno non necessita di concessione edilizia, dal momento che non configura un’opera edilizia permanente, ma un manufatto di precaria installazione e di immediata asportazione.
Si tratta invece di opera sottoposta a semplice regime di Denuncia Inizio Attività, come tra l’altro espressamente stabilito dall’art. 4 L. n. 493/1993 (L. n. 662/1996).
Nessuno rilievo può avere, poi, il fatto che, nella specie, l’opera in questione sia stata realizzata in area vincolata, sia perché le richiamate disposizioni non pongono alcuna distinzione al riguardo (che pertanto non può essere posta dall’interprete), sia perché si tratta comunque di opere, per quanto sopra, prive di impatto ambientale.

Preliminarmente occorre chiarire, in punto di fatto, che le opere in questione consistono (alla luce della stessa istruttoria tecnica espletata dal Comune resistente) nella realizzazione, in area vincolata paesaggisticamente, di <<una recinzione costituita con 11 putrelle in ferro piantate nel terreno e recintate con 10 pannelli di rete elettrosaldata, legata alle putrelle con filo di ferro per una lunghezza totale di 15 metri circa>>.
Non si tratta quindi tout court di “pannelli” (come affermato in memoria dal Comune), ma di “pannelli di rete elettrosaldata”, come tali privi di qualsiasi impatto ambientale, posti unicamente a delimitazione della proprietà privata (come si evince altresì dalla perizia e dalla relativa documentazione fotografica allegata al ricorso).
Tanto chiarito, il Collegio ritiene, conformemente alla giurisprudenza formatasi sul punto, che la realizzazione di una recinzione costituita da semplice rete metallica e paletti infissi nel terreno (come appunto avvenuto nel caso di specie) non necessiti di concessione edilizia, dal momento che non configura un’opera edilizia permanente, ma un manufatto di precaria installazione e di immediata asportazione (cfr. TAR Emilia Romagna, Sez. II, n. 82/2007).
Si tratta invece di opera sottoposta a semplice regime di Denuncia Inizio Attività, come tra l’altro espressamente stabilito dall’art. 4 L. n. 493/1993 (L. n. 662/1996), nonché dall’art. 35 del Regolamento Edilizio del Comune di Napoli.
Nessuno rilievo può avere, poi, il fatto che, nella specie, l’opera in questione sia stata realizzata in area vincolata, sia perché le richiamate disposizioni non pongono alcuna distinzione al riguardo (che pertanto non può essere posta dall’interprete), sia perché si tratta comunque di opere, per quanto sopra, prive di impatto ambientale.
Il Comune avrebbe dovuto quindi applicare la diversa sanzione prevista per la mancanza di Denuncia Inizio Attività (
TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 08.05.2007 n. 4821 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Reati edilizi - Condono - Opere non residenziali - Esclusione della condonabilità - Fattispecie: muro di contenimento - Art. 4 D. L. n. 398/1993 conv. L. n. 493/1993 - L. n. 662/1996.
Sono escluse dal condono edilizio tutte le opere a destinazione non residenziale. Pertanto, la costruzione di un terrapieno, costituito da un muro con funzione di contenimento con notevoli dimensioni (così come nella specie) non è soggetta alla semplice denuncia di inizio dei lavori, ai sensi dell'art. 4 del D.L.. 05.10.1993 n. 398, convertito in L. 04.12.1993 n. 493, come sostituito dall'art. 2, comma 60, della legge 23.12.1996 n. 662 (Cass., Sez. III, 17.07.1999-29.09.1999, n. 11126).
In conclusione, per la realizzazione di un terrapieno costituito da un muro con funzione di contenimento di notevoli dimensioni è necessario il permesso di costruire.
Condono edilizio - Nuove costruzioni non residenziali - Esclusione - Procedimenti penali per violazioni edilizie - L. n. 326/2003 - Art. 44 L. n.47/1985.
I procedimenti penali per violazioni edilizie relative a nuove costruzioni non residenziali non possono essere sottoposti, durante la pendenza dei termini di presentazione del cd. condono edilizio, alla sospensione prevista dall'art. 44 della legge 28.02.1985 n. 47, cui rinviano le disposizioni di cui al decreto legge 30.09.2003 n. 269, convertito con legge 24.11.2003 n. 326, atteso che l'art. 32 del citato decreto n. 289 limita l'applicabilità del condono edilizio alle sole nuove costruzioni residenziali Cass., Sez. III, 17.02.2004-24.03.2004, n. 14436, (Conf. Cass., Sez. 3, 18.11.2003-29.01.2004, n. 3358).
Né rileva la conservazione degli effetti penali perché comunque non risulta un'oblazione ritualmente perfezionata con il pagamento della somma dovuta.
Reati urbanistici - Abusivismo edilizio - Condono - Sospensione - Limiti - Requisiti per la condonabilità - Necessità.
In materia di reati edilizi, la sospensione di cui all'art. 44 della legge 28.02.1985 n. 47 non è automatica e non va applicata a tutti i procedimenti per reati urbanistici astrattamente interessati al condono, ma solo a quelli aventi ad oggetto opere che abbiano oggettivamente i requisiti per la condonabilità ex art. 32 del D.L. 30.09.2003 n. 326 (nella specie l'opera abusiva non risultava suscettibile di sanatoria, in quanto costruzione di tipo non-residenziale, realizzata in assenza del titolo abilitativo) (Cass. Pen. Sez. III, 06.04.2004-07.05.2004, Sentenza n. 21679) (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 27.02.2007 n. 8067 - link a www.ambientediritto.it).

anno 2006

EDILIZIA PRIVATA: Costruire un muro di recinzione in mattoni in luogo della rete metallica è un intervento di ristrutturazione edilizia.
Le nozioni di “manutenzione straordinaria”, “ristrutturazione” e “nuova costruzione” [art. 3, comma 1, lett. b), d), e), DPR n. 380/2001], invero, sono riferite agli interventi edilizi “tipici” e comportano “rinnovazione e/o sostituzione di parti strutturali senza modifiche di destinazione d’uso, alterazione dei volumi e superfici” (manutenzione straordinaria), “trasformazione dell’organismo edilizio anche in parte diverso da quello iniziale, con sostituzione di elementi costitutivi” (ristrutturazione), “la realizzazione di un <quid novi>, ovvero di una trasformazione edilizia” (nuova costruzione).
Adeguando tali nozioni al muro di recinzione, la nuova muratura, in sostituzione della rete metallica, è conforme alla destinazione d’uso (recinzione), che non è modificata, ma la manutenzione straordinaria implica che la “rinnovazione e/o sostituzione delle parti strutturali”, non dovendo alterare i volumi e le superfici, abbia una identità e/o similarietà con la struttura precedente, poiché i mattoni hanno consistenza e dimensioni diverse rispetto alla rete metallica, che era l’elemento costitutivo precedente, la cui sostituzione fa rientrare l’intervento nell’ambito della ristrutturazione, per sostituzione di un elemento costitutivo
(TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 30.05.2006 n. 334 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il diritto del proprietario di chiudere il proprio fondo non può essere impedito dall’esistenza di una previsione vincolistica interessante l’area in questione (nella specie verde pubblico), atteso che il legittimo esercizio dello “ius escludendi alios”, laddove attuato mediante l’apposizione di una recinzione costituita da una rete metallica -senza l’uso di materiali ad elevato impatto ambientale quali cemento, mattoni e simili- non contrasta, di per sé, con detta previsione, non avendo per fine quello di imprimere all’area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche.
- Considerato che il diritto del proprietario di chiudere il proprio fondo non può essere impedito dall’esistenza di una previsione vincolistica interessante l’area in questione (nella specie verde pubblico), atteso che il legittimo esercizio dello “ius escludendi alios”, laddove attuato mediante l’apposizione di una recinzione costituita da una rete metallica -senza l’uso di materiali ad elevato impatto ambientale quali cemento, mattoni e simili- non contrasta, di per sé, con detta previsione, non avendo per fine quello di imprimere all’area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche (TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 22.02.2006 n. 572 -
link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nozione di costruzione e distanze legali.
In tema di distanze legali, il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina di cui all'art. 873 c.c. per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (massima tratta da www.lavatellilatorraca.it - Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 10.01.2006 n. 145).

anno 2004

EDILIZIA PRIVATA: Una costruzione può essere realizzata sul confine del vicino limitatamente all’altezza del preesistente muro di fabbrica, mentre una volta superata tale altezza debbono essere rispettate le distanze previste tra le costruzioni dalla disciplina urbanistica.
Come correttamente evidenziato dal TAR, il ricorrente stava realizzando una costruzione che era solo in parziale aderenza con quanto costruito in precedenza dal Sig. Greco, con superamento in altezza del muro di confine, con la conseguenza che parte della nuova costruzione era stata edificata ad una distanza di circa 5 metri dalla preesistente parete finestrata del confinante, mentre il limite minimo in questi casi era stabilito in 10 metri dalla locale normativa urbanistica.
L’appellante non contesta detta situazione di fatto ma sostiene che essendoci un muro di confine tra i due fabbricati non occorreva rispettare alcuna distanza per la nuova costruzione.
Occorre invece tener presente che una costruzione può essere realizzata sul confine del vicino limitatamente all’altezza del preesistente muro di fabbrica, mentre una volta superata tale altezza debbono essere rispettate le distanze previste tra le costruzioni dalla disciplina urbanistica (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 29.11.2004 n. 7746 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2003

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza ha da tempo individuato un corretto discrimine tra le costruzioni che si definiscono muro: la differenziazione viene istituita movendo dalla destinazione del manufatto.
Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia la delimitazione della proprietà si ricade nell’ipotesi della pertinenza, per cui non è necessario il rilascio della concessione, con le note conseguenze in tema di legittimità dell’eventuale ordinanza di demolizione adottata al riguardo.
Diversa è la situazione, allorché il muro è destinato non solo a recingere un fondo, ma contiene o sostiene esso stesso dei volumi ulteriori; in tal caso il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico.

Il giudice osserva che la giurisprudenza ha da tempo individuato un corretto discrimine tra le costruzioni che si definiscono muro: la differenziazione viene istituita movendo dalla destinazione del manufatto.
Nel caso in cui lo scopo della realizzazione sia la delimitazione della proprietà si ricade nell’ipotesi della pertinenza, per cui non è necessario il rilascio della concessione, con le note conseguenze in tema di legittimità dell’eventuale ordinanza di demolizione adottata al riguardo (TAR Emilia Romagna, Parma, 12.03.2001, n. 106; TAR Liguria, sez. I, 14.11.1996, n. 492; Id, 19.10.1994, n. 345).
Diversa è la situazione, allorché il muro è destinato non solo a recingere un fondo, ma contiene o sostiene esso stesso dei volumi ulteriori (tar Emilia Romagna, Parma, 27.04.2001, n. 246; tar Lazio, sez. II, 04.11.2000, n. 8923); in tal caso il manufatto ha una funzione autonoma, dal punto di vista edilizio e da quello economico.
Nel caso in questione il muro svolge la funzione di contenimento (si intenda, del terreno) per circa trenta metri, al di là della recinzione preesistente, ed è connesso ad un porticato che si estende per una superficie di circa 105 metri quadrati. La funzione della costruzione si ricava dalla sua estensione, per cui non può ritenersi che il ricorrente abbia inteso soltanto recingere la proprietà, allorché realizzò quanto indicato.
Ne consegue che il manufatto avrebbe dovuto essere edificato in forza di una concessione, sì che i motivi dedotti al riguardo sono infondati e vanno respinti (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 07.05.2003 n. 657 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il completamento della recinzione di un fondo non può essere impedito dall’esistenza di una previsione vincolistica del piano regolatore, in quanto il legittimo esercizio dello jus excludendi alios, di per sé, non contrasta con la detta previsione, non avendo per fine quello di imprimere all’area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche e non limitando in alcun modo l’amministrazione nell’esercizio dei poteri, eventualmente ablativi, che dal vincolo discendono.
Il ricorso è fondato e va accolto.
Ed invero, il completamento della recinzione di un fondo non può essere impedito dall’esistenza di una previsione vincolistica del piano regolatore, in quanto il legittimo esercizio dello jus excludendi alios, di per sé, non contrasta con la detta previsione, non avendo per fine quello di imprimere all’area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche e non limitando in alcun modo l’amministrazione nell’esercizio dei poteri, eventualmente ablativi, che dal vincolo discendono (cfr. TAR Milano, sez. II, 20.05.1993 n. 334 e 24.10.1991 n. 1247) (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 24.02.2003 n. 351 -
link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2002

EDILIZIA PRIVATAPremesso il diritto del proprietario di un’area di recintare la stessa allo scopo di delimitarne i confini, essendo tale attività espressione dell’esercizio del diritto di proprietà implicante lo ius excludendi alios, detto comportamento non può ritenersi in contrasto con le previsioni di utilizzo pubblico dell’area, ogni qual volta detta recinzione non costituisca ostacolo alla destinazione alla stessa impressa.
Ne consegue che, premesso il diritto del proprietario di un’area di recintare la stessa allo scopo di delimitarne i confini, essendo tale attività espressione dell’esercizio del diritto di proprietà implicante lo ius excludendi alios, detto comportamento non può ritenersi in contrasto con le previsioni di utilizzo pubblico dell’area, ogni qual volta detta recinzione non costituisca ostacolo alla destinazione alla stessa impressa (TAR Lombardia-Brescia, sentenza 14.06.2002 n. 968 - link a www.giustizia-amministrativa).

anno 2001

EDILIZIA PRIVATA: Una recinzione in manufatti di cemento che si sviluppa per una lunghezza di circa m. 346 con altezza di m. 2,50 costituisce intervento che comporta, per le sue rilevanti dimensioni, quella “trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale” per la quale è necessario, ex art. 1 L. n. 10 del 1977, il previo rilascio della concessione edilizia da parte della competente amministrazione comunale.
Il Tribunale deve osservare, infatti, che non è assolutamente condivisibile la tesi della ricorrente secondo cui la realizzazione della recinzione di cui trattasi, non sarebbe stata soggetta al rilascio di alcun titolo edilizio, costituendo tale intervento una semplice estrinsecazione dello “jus excludendi alios” insito nel diritto di proprietà.
Invero, a confutazione di quanto precede, basta sottolineare che una recinzione in manufatti di cemento che si sviluppa per una lunghezza di circa m. 346 con altezza di m. 2,50 costituisce intervento che comporta, per le sue rilevanti dimensioni, quella “trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale” per la quale è necessario, ex art. 1 L. n. 10 del 1977, il previo rilascio della concessione edilizia da parte della competente amministrazione comunale (v. TAR Puglia –LE- sez. 1^, 04/05/1999 n. 481; TAR Lazio –RM- sez. 2^, 10/03/1999 n. 829; TAR Piemonte, sez. 1^, 06/11/1997 n. 738).
E’ inoltre infondata l’ulteriore argomentazione contenuta nell’atto introduttivo del giudizio secondo la quale, per tali interventi di recinzione, non sarebbe richiesto titolo edilizio alcuno a norma dell’art. 23, comma 1, del P.R.G. comunale.
La citata norma, infatti, anche secondo quanto affermato dalla stessa ricorrente, richiede l’autorizzazione edilizia per le recinzioni riguardanti lotti edificati e, pertanto, risulta del tutto legittimo il provvedimento comunale che ha irrogato, ex art. 10 L. n. 47 del 1985, la sanzione pecuniaria di cui si discute, sul presupposto che fosse quantomeno sottoposto a regime autorizzatorio l’intervento di recinzione di un’area sulla quale insiste lo stabilimento industriale della società ricorrente (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 27.04.2001 n. 246 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Anche la realizzazione ex novo di un muro di contenimento rientra tra gli interventi soggetti a semplice autorizzazione edilizia.
Ciò premesso, risulta che i lavori in questione rientrassero a pieno titolo tra quelli di manutenzione straordinaria, assentibili dall’Autorità Comunale con semplice titolo autorizzatorio e non con concessione edilizia, atteso che, secondo un orientamento giurisprudenziale condiviso dal Collegio, anche la realizzazione ex novo di un muro di contenimento rientra tra gli interventi soggetti a semplice autorizzazione edilizia (v. TAR Liguria, sez. 1^, 14/11/1996 n.492; 19/10/1994 n. 345).
In tale ottica, quindi, mentre l’intervento sul muretto non risultava in alcun modo difforme dall’autorizzazione edilizia legittimamente rilasciata dal Comune, l’ulteriore intervento, contestato alla ricorrente con l’ordinanza impugnata e costituito dalla sostituzione della recinzione in rete metallica sovrastante il muretto con una recinzione in legno, ben poteva essere qualificato quale opera eseguita in difformità dall’autorizzazione edilizia ed essere conseguentemente sanzionato con la pena pecuniaria prevista per tali violazioni dall’art. 10 L. n. 47 del 1985.
Risulta pertanto illegittima, per violazione della suddetta disposizione, l’ordinanza impugnata, con la quale il Sindaco ha ordinato alla ricorrente, con avvertimento di comminatoria dell’acquisizione al patrimonio indisponibile del Comune delle opere e dell’area di sedime in caso di inadempimento, la demolizione di opere che, risultando (solo per una di esse) difformi dall’autorizzazione edilizia precedentemente rilasciata, dovevano essere sanzionate con l’irrogazione della pena pecuniaria prevista dall’art. 10 L. n.47 del 1985 (v. TAR Abruzzo –PE- 05/12/1997 n. 671; TAR Piemonte, sez. 1^, 16/10/1996 n. 714) (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 12.03.2001 n. 106 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2000

EDILIZIA PRIVATA: Non ogni muro che sia collocato ai limiti di un’area su cui insistono costruzioni edilizie può considerarsi come “recinzione” allorquando, come nel caso in esame, la funzione dello stesso non sia quella di recingere bensì di sostenere altri volumi ovvero, più precisamente, di contenere il terreno di un’area di livello superiore suscettibile di smottamenti: infatti in tale ultima ipotesi non soccorre più il regime semplificato istituito per la realizzazione delle vere e proprie opere di recinzione di edifici preesistenti, restando invero anche il muro di contenimento assoggettato al regime del rilascio della concessione edilizia.
Nel caso di specie l’opera realizzata dalla attuale istante per la sua collocazione, che la medesima indica nel ricorso come situata immediatamente a ridosso non già del preesistente edifici per abitazione bensì di due capannoni installati nell’area adiacente, non può certo ritenersi come un’opera muraria di conservazione delle strutture o di altre parti dell’organismo edilizio abitativo, essendo stata posta per fornire un riparo da smottamenti di terreno ad un’area circostante la proprietà edilizia della stessa istante.
A tale opera le medesima assegna anche la funzione costitutiva della dotazione di un “muro di cinto” a quella parte della sua proprietà, sulla quale, come sopra riferito, si trovano installati due capannoni (vedasi al riguardo le precisazioni che la stessa esponente fornisce nella memoria depositata in data 16.06.1999).
Va tuttavia osservato che deve escludersi che le finalità di recinzioni che la istante intenderebbe ritenere riconoscibili nel suo intervento murario, possano far considerare tale muro rientrante tra quelle opere (“recinzioni”) che restano escluse dal regime della concessione edilizia per restare soggette a quello, semplificato, della c.d. “denunzia di inizio dei lavori”, previsto dall’art. 4 della legge n. 493/1993 come sostituito dall’art. 2 -comma 60- della legge 23.12.1996 n. 662.
La funzione della stessa opera come muro di contenimento, benché posto su una pretesa linea di cinta di una parte della proprietà immobiliare della ricorrente, non la rende annoverabile tra le “recinzioni” cui si riferisce la suindicata disposizione.
Va al riguardo osservato che non ogni muro che sia collocato ai limiti di un’area su cui insistono costruzioni edilizie può considerarsi come “recinzione” allorquando, come nel caso in esame, la funzione dello stesso non sia quella di recingere bensì di sostenere altri volumi ovvero, più precisamente, di contenere il terreno di un’area di livello superiore suscettibile di smottamenti: infatti in tale ultima ipotesi non soccorre più il regime semplificato istituito per la realizzazione delle vere e proprie opere di recinzione di edifici preesistenti, restando invero anche il muro di contenimento assoggettato al regime del rilascio della concessione edilizia (cfr. sul punto in fattispecie pressoché analoga C.S.I. 05.05.1993, n. 165)
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 04.11.2000 n. 8923 - link a www.giustizia-amministrativa.it).