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dossier INCARICHI LEGALI e/o RESISTENZA IN GIUDIZIO
dicembre 2016

INCARICHI PROFESSIONALI: Sulla natura del conferimento della difesa legale da parte della pubblica amministrazione a liberi professionisti.
Sussiste
un terzo orientamento, maggiormente condiviso in giurisprudenza secondo il quale occorre partire dalla differenza ontologica tra l’affidamento di un incarico di patrocinio legale “occasionato da puntuali esigenze di difesa dell’ente in giudizio” e l’attività di assistenza e consulenza giuridica “caratterizzata dalla sussistenza di una specifica organizzazione, dalla complessità dell’oggetto e dalla predeterminazione della durata”.
Solo quest’ultimo affidamento, caratterizzato da “un quid pluris per prestazione o modalità organizzativa” rispetto al patrocinio legale, e che richiede l’inserimento nell’apparato amministrativo dell’Ente, rientra nel novero del “servizio legale” di cui al punto 21 dell’allegato B del d.lgs. 163/2006 e, in quanto tale, è soggetto alla disciplina dell’appalto dei servizi.
Per converso,
il contratto di conferimento di incarico legale, finalizzato esclusivamente alla difesa tecnica dell’ente in giudizio, rientra nel contratto di prestazione d’opera intellettuale disciplinato dall’art. 2230 del c.c., e, in quanto tale, non soggiace alla normativa dell’evidenza pubblica.
Esplicativa, in proposito, è la deliberazione 03.04.2009 n. 19 resa dalla Sezione Regionale di controllo per la Basilicata, ove è affermato “
Appare senz’altro preferibile, pur tra le varie opzioni scrutinabili dall’interprete, la tesi che riconduce il contratto di patrocinio legale –tanto circoscritto alla rappresentanza in giudizio, quanto esteso anche alla difesa giudiziale- nell’ambito del contratto d’opera intellettuale regolato dall’art. 2230 c.c. e ss.".
Detta interpretazione è preferibile anche a parere di questo Collegio, ove si consideri che
il patrocinio legale è occasionato da esigenze contingenti di difesa in giudizio, che non è predeterminabile nei suoi aspetti temporali, economici e sostanziali della prestazione, che è sempre un’obbligazione di mezzi. A ciò si aggiunga anche la natura strettamente fiduciaria della prestazione che non è compatibile con una procedura concorsuale e/o comparativa per la scelta del difensore.
Queste considerazioni trovano peraltro conforto nella direttiva 2014/24/UE relativa ai contratti di appalto ove al punto 25 del considerato viene evidenziato che “Taluni servizi legali….. comportano la rappresentanza dei clienti in procedimenti giudiziari da parte di avvocati,……. Tali servizi legali sono di solito prestati da organismi o persone selezionate o designate secondo modalità che non possono essere disciplinate da norme di aggiudicazione degli appalti (….). Tali servizi legali dovrebbero pertanto essere esclusi dall'ambito di applicazione della presente direttiva”.
Così come l’art. 10, alla lettera i), esclude l’applicazione della disciplina degli appalti nei confronti della rappresentanza legale di un cliente da parte di un avvocato ai sensi dell’art. 1 della direttiva 77/249/CEE del Consiglio:
— in un arbitrato o in una conciliazione tenuti in uno Stato membro, un paese terzo o dinanzi a un'istanza arbitrale o conciliativa internazionale; oppure
— in procedimenti giudiziari dinanzi a organi giurisdizionali o autorità pubbliche di uno Stato membro o un paese terzo o dinanzi a organi giurisdizionali o istituzioni internazionali.

Tutto ciò considerato
l’affidamento di incarichi legali per la difesa in giudizio non è soggetto alla normativa del codice degli appalti e, segnatamente, ai richiamati articoli 20 e 27 del d.lgs. 163/2006.

---------------
La SS.RR. della Corte dei conti
, in sede di controllo, con la delibera 15.02.2005 n. 6/2005, relativa alle modalità per il conferimento degli incarichi di studio, ricerca ovvero di consulenza,
ha chiarito che dagli stessi restano esclusi “gli incarichi di rappresentanza in giudizio ed il patrocinio dell’amministrazione” in quanto “conferiti per gli adempimenti obbligatori per legge, mancando, in tali ipotesi, qualsiasi facoltà discrezionale dell’amministrazione”.
Ma anche in questo senso si è espressa la Sezione delle Autonomie con la deliberazione 24.04.2008 n. 6/2008; peraltro, così come evidenziato dal
parere 03.04.2009 n. 8 della Sezione Basilicata “Si aggiunge in questa sede, inoltre, con riferimento ai presupposti di legittimità indicati dall’art. 7, comma 6, del D.Lgs. n. 165/2001, che la prestazione di patrocinio legale per la difesa giudiziale dell’Ente non sembra possa essere ricondotta nell’ambito delle competenze istituzionali attribuite all’ente stesso dall’ordinamento, né (soprattutto per le ipotesi di incarichi episodici) possa costituire obiettivo o progetto specifico e determinato, come richiesto dalla norma. In effetti, la difesa giudiziale rappresenta l’esercizio di un diritto-dovere mediante il quale affermare, di regola, la rispondenza degli atti (negoziali e provvedimentali), attraverso i quali si estrinseca l’attività funzionalizzata dell’ente, ai paradigmi di liceità e legittimità fissati dalla norma, che quel potere attribuisce. Per lo stesso motivo, pur essendo astrattamente possibile ricondurre la locazione d’opera intellettuale nell’ambito delle attività di cooperazione, non appare configurabile il mero patrocinio legale alla stregua del contratto di collaborazione autonoma, al quale fa riferimento il citato art. 46, comma 2, del D.L. n. 112/2008, tale essendo quello riferibile alle attività istituzionali stabilite dalla legge o dall’apposito programma, approvato dal Consiglio dell’Ente ai sensi dell’art. 42, comma 2, del T.U.E.L.“.
Tutto ciò premesso,
questo Collegio ritenendo la natura fiduciaria e personale del rapporto che intercorre tra assistito e difensore e la non riconducibilità della difesa legale tra le funzioni istituzionali dell’Asp, esclude che tale tipo di incarico rientri nella categoria di cui all’art. 46 del d.l. 112/2008 e quindi alla procedura comparativa di cui all’art. 7, comma 6-bis, del d.lgs. 165/2001.
---------------

Ebbene, rispetto ai conferimenti legali, la Procura contesta ai convenuti, in primo luogo, di non aver seguito alcuna procedura comparativa o di evidenza pubblica, in violazione degli art. 20 e 27 del d.lgs. 163/2006, ma di aver affidato gli incarichi con modalità strettamente fiduciaria.
Detto assunto non è condiviso dal Collegio.
Invero,
sulla natura del conferimento degli incarichi professionali, e, segnatamente, del conferimento della difesa legale da parte della pubblica amministrazione a liberi professionisti, vi sono difformi indirizzi giurisprudenziali.
- Secondo un primo orientamento, non definibile come prevalente, tutte le prestazioni rese dagli avvocati in favore delle amministrazioni sono da considerarsi come “servizi”, quindi riconducibili, tutti, nel settore indicato al punto 21 dell’allegato II B del d.lgs. 163/2006 (codice degli appalti).
Tale impostazione scaturisce dall’ampia definizione offerta dall’art. 1, comma 1, del d.lgs. 59 del 26.03.2010, secondo la quale il servizio è qualunque attività economica, imprenditoriale o professionale svolta senza vincolo di subordinazione, diretta alla fornitura anche di prestazione intellettuale.
E’ evidente che, in tale ottica, costituisce affidamento di un servizio anche l’affidamento di incarico ad avvocato per la difesa in giudizio dell’amministrazione. Conseguentemente, secondo questo orientamento, l’amministrazione è tenuta, anche per il patrocinio legale, alla necessaria osservanza delle disposizioni contenute negli art. 20, 65, 68, 225 e 27 del codice degli appalti (si veda TAR Lazio, Latina, sez. I, sentenza n. 606/2011, TAR Calabria, Reggio Calabria, sentenza n. 330/2008, TAR Puglia, Lecce, sentenza 25.10.2006).
- Ma in giurisprudenza si è affermato, invero occasionalmente, anche un opposto orientamento secondo il quale, tutte le prestazioni professionali degli avvocati in favore delle amministrazioni, e quindi sia la difesa legale che l’affidamento di rapporti più complessi che presuppongono l’inserimento del prestatore nella struttura amministrativa, sono da qualificarsi come opera intellettuale ex art. 2230 del c.c.; tale esegesi scaturisce dalla considerazione che l’appaltatore deve essere per forza un imprenditore e non un libero professionista iscritto negli appositi albi (si veda TAR Campania, sentenza n. 4855/2008).
- Vi è, infine, un
terzo orientamento, maggiormente condiviso in giurisprudenza, e anche da questo Collegio, secondo il quale, occorre partire dalla differenza ontologica tra l’affidamento di un incarico di patrocinio legaleoccasionato da puntuali esigenze di difesa dell’ente in giudizio” e l’attività di assistenza e consulenza giuridicacaratterizzata dalla sussistenza di una specifica organizzazione, dalla complessità dell’oggetto e dalla predeterminazione della durata”.
Solo quest’ultimo affidamento, caratterizzato da “un quid pluris per prestazione o modalità organizzativa” rispetto al patrocinio legale, e che richiede l’inserimento nell’apparato amministrativo dell’Ente, rientra nel novero del “servizio legale” di cui al punto 21 dell’allegato B del d.lgs. 163/2006 e, in quanto tale, è soggetto alla disciplina dell’appalto dei servizi (determinazione n. 4 del 07.07.2011 dell’Autorità per a Vigilanza dei contratti Pubblici di Lavori Servizi e Forniture, al punto 4.3).
Per converso,
il contratto di conferimento di incarico legale, finalizzato esclusivamente alla difesa tecnica dell’ente in giudizio, rientra nel contratto di prestazione d’opera intellettuale disciplinato dall’art. 2230 del c.c., e, in quanto tale, non soggiace alla normativa dell’evidenza pubblica.
Esplicativa, in proposito, è la deliberazione 03.04.2009 n. 19 resa dalla Sezione Regionale di controllo per la Basilicata, ove è affermato “
Appare senz’altro preferibile, pur tra le varie opzioni scrutinabili dall’interprete, la tesi che riconduce il contratto di patrocinio legale –tanto circoscritto alla rappresentanza in giudizio, quanto esteso anche alla difesa giudiziale- nell’ambito del contratto d’opera intellettuale regolato dall’art. 2230 c.c. e ss.".
Detta interpretazione è preferibile anche a parere di questo Collegio, ove si consideri che
il patrocinio legale è occasionato da esigenze contingenti di difesa in giudizio, che non è predeterminabile nei suoi aspetti temporali, economici e sostanziali della prestazione, che è sempre un’obbligazione di mezzi. A ciò si aggiunga anche la natura strettamente fiduciaria della prestazione che non è compatibile con una procedura concorsuale e/o comparativa per la scelta del difensore.
Queste considerazioni trovano peraltro conforto nella direttiva 2014/24/UE relativa ai contratti di appalto ove al punto 25 del considerato viene evidenziato che “Taluni servizi legali….. comportano la rappresentanza dei clienti in procedimenti giudiziari da parte di avvocati,……. Tali servizi legali sono di solito prestati da organismi o persone selezionate o designate secondo modalità che non possono essere disciplinate da norme di aggiudicazione degli appalti (….). Tali servizi legali dovrebbero pertanto essere esclusi dall'ambito di applicazione della presente direttiva”.
Così come l’art. 10, alla lettera i), esclude l’applicazione della disciplina degli appalti nei confronti della rappresentanza legale di un cliente da parte di un avvocato ai sensi dell’art. 1 della direttiva 77/249/CEE del Consiglio:
— in un arbitrato o in una conciliazione tenuti in uno Stato membro, un paese terzo o dinanzi a un'istanza arbitrale o conciliativa internazionale; oppure
— in procedimenti giudiziari dinanzi a organi giurisdizionali o autorità pubbliche di uno Stato membro o un paese terzo o dinanzi a organi giurisdizionali o istituzioni internazionali.

Tutto ciò considerato
l’affidamento di incarichi legali per la difesa in giudizio non è soggetto alla normativa del codice degli appalti e, segnatamente, ai richiamati articoli 20 e 27 del d.lgs. 163/2006.
Né tale conclusione può essere revocata dal fatto che gli incarichi affidati all’avv. Ni. siano stati numerosi.
In proposito si evidenzia che al suddetto difensore, così come ad altri numerosi professionisti, sono stati affidati incarichi di patrocinio solo in occasione di esigenze contingenti di difese in giudizio, che, seppure numerosi, gli incarichi non erano predeterminabili sotto il profilo temporale ed economico.
Infine, il numero cospicuo non ne modifica la natura intellettuale e fiduciaria.
IV) La Procura contesta altresì ai convenuti di non aver osservato, nella scelta del difensore, le disposizioni contenute negli art.li 6-bis e 7 del d.lgs. 165/2001.
Anche detto assunto non è condiviso.
Invero, indubbiamente, il fatto di inquadrare il contratto di patrocinio (inteso appunto come quello volto solo a soddisfare il circoscritto bisogno di difesa giudiziale dell’ente) nell’ambito del contratto di prestazione d’opera intellettuale, pone un ulteriore problema e cioè se detto rapporto rientri o meno nella disciplina delle collaborazioni autonome, come da ultimo disciplinate dall’art. 46 del d.l. 112/2008; e conseguentemente se l’affidamento del patrocinio legale debba sottostare al conferimento procedimentalizzato e dalla previa procedura comparativa prevista dall’art. 7, comma 6, e 6-bis del d.lgs. 165/2001.
A tale legittimo quesito ha risposto
la SS.RR. della Corte dei conti, in sede di controllo, con la delibera 15.02.2005 n. 6/2005, relativa alle modalità per il conferimento degli incarichi di studio, ricerca ovvero di consulenza, ove ha chiarito che dagli stessi restano esclusi “gli incarichi di rappresentanza in giudizio ed il patrocinio dell’amministrazione” in quanto “conferiti per gli adempimenti obbligatori per legge, mancando, in tali ipotesi, qualsiasi facoltà discrezionale dell’amministrazione”.
Ma anche in questo senso si è espressa la Sezione delle Autonomie con la deliberazione 24.04.2008 n. 6/2008; peraltro, così come evidenziato dal
parere 03.04.2009 n. 8 della Sezione Basilicata “Si aggiunge in questa sede, inoltre, con riferimento ai presupposti di legittimità indicati dall’art. 7, comma 6, del D.Lgs. n. 165/2001, che la prestazione di patrocinio legale per la difesa giudiziale dell’Ente non sembra possa essere ricondotta nell’ambito delle competenze istituzionali attribuite all’ente stesso dall’ordinamento, né (soprattutto per le ipotesi di incarichi episodici) possa costituire obiettivo o progetto specifico e determinato, come richiesto dalla norma. In effetti, la difesa giudiziale rappresenta l’esercizio di un diritto-dovere mediante il quale affermare, di regola, la rispondenza degli atti (negoziali e provvedimentali), attraverso i quali si estrinseca l’attività funzionalizzata dell’ente, ai paradigmi di liceità e legittimità fissati dalla norma, che quel potere attribuisce. Per lo stesso motivo, pur essendo astrattamente possibile ricondurre la locazione d’opera intellettuale nell’ambito delle attività di cooperazione (Cass. Civ., III, 26.07.2005, n. 15607), non appare configurabile il mero patrocinio legale alla stregua del contratto di collaborazione autonoma, al quale fa riferimento il citato art. 46, comma 2, del D.L. n. 112/2008, tale essendo quello riferibile alle attività istituzionali stabilite dalla legge o dall’apposito programma, approvato dal Consiglio dell’Ente ai sensi dell’art. 42, comma 2, del T.U.E.L.“.
Tutto ciò premesso,
questo Collegio ritenendo la natura fiduciaria e personale del rapporto che intercorre tra assistito e difensore e la non riconducibilità della difesa legale tra le funzioni istituzionali dell’Asp, esclude che tale tipo di incarico rientri nella categoria di cui all’art. 46 del d.l. 112/2008 e quindi alla procedura comparativa di cui all’art. 7, comma 6-bis, del d.lgs. 165/2001.
V) Le considerazioni innanzi evidenziate inducono ad escludere anche l’assunta violazione dell’art. 16 della l. 9/2007 a cagione del quale “nelle aziende del servizio sanitario regionale l'indizione e l’espletamento di concorsi, le assunzioni, anche a tempo determinato, i trasferimenti, la mobilità, i comandi ed ogni altra forma di copertura di posti della dotazione organica anche mediante forme di lavoro flessibile, collaborazione coordinata e continuativa o a progetto, sono soggette a preventiva autorizzazione regionale”.
E’ evidente, infatti, che
l’affidamento di incarichi legali non rientra nelle ipotesi disciplinate dalla disposizione in esame (Corte dei Conti, Sez. giurisdiz. Calabria, sentenza 27.12.2016 n. 344).

INCARICHI PROFESSIONALIGli incarichi legali costituiscono mere prestazioni di lavoro autonomo professionale essendo l’affidamento caratterizzato dall’elemento della fiduciarietà il quale preclude la riconduzione della fattispecie negoziale all’appalto di servizi (che potrebbe sussistere, con obbligo di gara pubblica, solo ove la prestazione richiesta al professionista non si esaurisca nel patrocinio legale a favore dell’ente, configurandosi quale modalità organizzativa di un servizio più complesso ed articolato.
Tale interpretazione tesa all’esclusione dell’obbligo di gara pubblica è stata avallata dall’art. 17, comma 1, d.lgs. 18.04.2016, n. 50, il quale ha escluso che si possano applicare le disposizioni del Codice gli appalti persino agli incarichi legali qualificabili come appalti di servizi.
Dunque gli incarichi legali non sono equiparabili alle mere consulenze esterne, con conseguenziale inapplicabilità dei limiti per esse previsti, tra cui i presupposti di legittimità per il ricorso nonché l’obbligo di procedura ad evidenza pubblica.

---------------

3. Venendo al merito del ricorso l’azione è solo parzialmente fondata nei limiti di seguito indicati.
...
3.2. Attribuzione di incarichi all’Avv. Cu. in relazione alle controversie relative alla stabilizzazione del personale stagionale
Si è contestato al Ma. e al Da., nella qualità di commissario straordinario e di direttore generale firmanti, l’attribuzione di incarichi di difesa legale all’Avv. Cu. in relazione a controversie aventi ad oggetto richieste di stabilizzazione di operai avventizi assunti a tempo determinato (pag. 5, 6, e 24 della citazione).
Come emerge dal corpo dell’atto di citazione la responsabilità potrebbe essere ascritta al funzionario esecutivo che non avrebbe fatto sottoscrivere i contratti di lavoro a tempo determinato per gli operai che avevano lavorato da maggio a novembre senza contratto.
In più la scelta di difendersi in giudizio non può essere, in ragione delle circostanze del caso concreto, imputata a colpa grave dei convenuti i quali hanno cercato di evitare gli effetti prodotti dalla decisione dell’A.G.O., anche alla luce dei gravi problemi finanziari in cui versava l’ente, mentre la responsabilità amministrativa non può sorgere secundum eventum litis, essendo la valutazione in ordine all’elemento soggettivo essere effettuata ex ante alla luce delle circostanze di fatto e di diritto esistenti al tempo dell’azione.
A ciò si aggiunga che al tempo del conferimento dell’incarico non poteva effettuarsi un affidamento cumulativo trattandosi di ricorsi incardinati come cause isolate, solo successivamente riunite dal giudicante. Del resto i problemi evidenziati con l’Avv. De Ro., dal quale deriva la denuncia di danno erariale, che hanno condotto al licenziamento confermato dalla magistratura ordinaria, avevano fatto venir meno ogni relazione fiduciaria con il legale interno.
Né gli incarichi legali sono equiparabili alle c.d. consulenze esterne alle quali si applica il regime degli art. 7, comma 6, d.lgs. 165/2001 e 110, comma 6, d.lgs. 267/2000.
Sia la giurisprudenza del Consiglio di Stato (sez. V, sentenza 11.05.2012 n. 2730) che gli indirizzi dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici (determinazione 07.07.2011, n. 4) hanno affermato che
gli incarichi legali costituiscono mere prestazioni di lavoro autonomo professionale essendo l’affidamento caratterizzato dall’elemento della fiduciarietà il quale preclude la riconduzione della fattispecie negoziale all’appalto di servizi (che potrebbe sussistere, con obbligo di gara pubblica, solo ove la prestazione richiesta al professionista non si esaurisca nel patrocinio legale a favore dell’ente, configurandosi quale modalità organizzativa di un servizio più complesso ed articolato – così C. conti, sez. contr. Basilicata, deliberazione 03.04.2009 n. 19; C. conti., sez. contr. Umbria, parere 19.12.2013 n. 137).
Tale interpretazione tesa all’esclusione dell’obbligo di gara pubblica è stata avallata dall’art. 17, comma 1, d.lgs. 18.04.2016, n. 50, il quale ha escluso che si possano applicare le disposizioni del Codice gli appalti persino agli incarichi legali qualificabili come appalti di servizi.
Dunque gli incarichi legali non sono equiparabili alle mere consulenze esterne, con conseguenziale inapplicabilità dei limiti per esse previsti, tra cui i presupposti di legittimità per il ricorso nonché l’obbligo di procedura ad evidenza pubblica
(aspetto comunque non contestato dalla Procura regionale; del resto i vari incarichi in questione sono certamente sotto soglia).
La sentenza 11.05.2012 n. 2730 del Consiglio di Stato, Sez. V (in termini TAR Campania, Napoli, n. 1197/2015),
pur escludendo l’obbligo di gara, ha comunque precisato che l’affidamento dell’incarico legale è comunque soggetto ai principi generali dell’azione amministrativa in materia di imparzialità, trasparenza e adeguata motivazione onde rendere possibile la decifrazione della congruità della scelta fiduciaria posta in atto rispetto al bisogno di difesa da appagare.
Nella specie le difese dei convenuti hanno fatto emergere le ragioni chiare dell’affidamento degli incarichi ad avvocati esterni alla luce delle criticità che connotavano i rapporti tra consorzio e Avv. De Ro. (le quali avrebbero condotto al licenziamento del legale interno) con pieno rispetto dei sovra menzionati principi.
Ciò premesso, tuttavia, il Collegio ritiene che
la liquidazione delle parcelle all’Avv. Cu. avrebbe dovuto tenere conto del carattere seriale delle controversie, con la conseguente applicazione dell’art. 5, comma 4, d.m. 127/2004 (aumento sull’onorario unico della controversia pilota).
Tale danno deve essere equitativamente (art. 1226 c.c.) liquidato in € 15.000,00, anche tenendo conto della compensatio lucri cum damno nonché esercitando ampiamente il potere riduttivo dell’addebito, e posto a carico del solo Ma. (non avendo il direttore generale alcuna competenza al riguardo) (Corte dei Conti, Sez. giurisdiz. Campania, sentenza 14.12.2016 n. 635).

INCARICHI PROFESSIONALICodice appalti, due strade per i servizi degli avvocati. Alcuni dicono che serve una mini gara, altri sostengono l'affidamento diretto dell'incarico.
La nuova disciplina dei contratti pubblici sulla rappresentanza e difesa in giudizio della p.a..

Pasticciaccio sugli incarichi agli avvocati da parte delle p.a. dopo il nuovo codice degli appalti. C'è chi dice che bisogna fare una mini gara perché sono contratti di appalto, anche se si escludono le procedure più pesanti (gara pubblica) e c'è chi dice che è un contratto d'opera, assolutamente estraneo al campo di applicazione del codice dei contratti pubblici (dlgs 50/2016).
Tutto sta nel fatto che proprio il nuovo codice dei contratti pubblici indica la rappresentanza e difesa in giudizio come «servizio escluso». Con questa classificazione, però, si apre la strada alla applicazione delle mini gare: se siamo di fronte a un contratto escluso dall'applicazione dei procedimenti ordinari, è pur vero che questo presupporrebbe che siamo nel campo della normativa sui contratto di appalto. Per stare al di fuori di questa logica, bisogna qualificare il contratto con l'avvocato incaricato della difesa in giudizio non come contratto di appalto di servizi, ma come contratto d'opera intellettuale.
Ma analizziamo le due impostazioni, mentre le p.a. vanno a tentoni e aspettano un chiarimento dalla giurisprudenza.
Appalto. Una tesi sostiene che gli incarichi ad avvocati sono appalto di servizio, per cui è escluso l'affidamento diretto su basi fiduciarie (in latino «intuitu personae»).
Questa tesi si appoggia sull'art. 17 del codice dei contratti, che inserisce, tra i contratti cosiddetti esclusi, i servizi legali, anche quelli concernenti la rappresentanza legale di un cliente da parte di un avvocato in un arbitrato o conciliazione, nei procedimenti giudiziari.
Secondo questa impostazione l'esclusione non significa che le amministrazioni hanno mano libera. Anzi è nuova la classificazione di queste attività come servizi ed è quindi preclusa la strada dell'affidamento dell'incarico ai sensi del codice civile, che vale solo per i committenti privati. Il risultato di questa impostazione è che bisogna applicare i principi generali degli appalti, tra cui l'economicità, la trasparenza, la par condicio tra i concorrenti.
Ci vorrebbe un avviso pubblico, precisando le caratteristiche del servizio, magari richiedendo particolari esperienze o specializzazioni. Si può acquisire le manifestazioni di interesse e poi passare a un confronto concorrenziale. Non si esclude la possibilità di una scelta diretta, ma solo se motivata da urgenza delle procedure.
Opera intellettuale. La tesi diametralmente opposta fa leva sull'articolo 4 del codice degli appalti. Questo articolo definisce l'ambito di applicazione dei dlgs 50/2016 ai soli contratti di appalto, tra cui non può essere inserito il mandato difensivo. L'appalto, infatti, è un contratto con cui l'appaltatore si assume il rischio connesso al compimento dell'opera o del servizio; nel mandato difensivo manca questa caratteristica, anzi l'articolo 2230 del codice civile esprime una regola del tutto diversa (tanto che si parla di obbligazione di mezzi e non di risultato).
Peraltro sarebbe opinabile una norma che impedisse a un soggetto giuridico di scegliersi il difensore, prerogativa certamente connaturata al diritto di difesa costituzionalmente garantito.
E non si potrebbe dire che il codice dei contratti del 2016 abbia abrogato implicitamente le disposizioni del codice civile sull'attività professionale. Infine viene ricordata la giurisprudenza del consiglio di stato che si era pronunciata nel senso di escludere le gare per gli affidamenti ai legali in vigenza del vecchio codice dei contratti pubblici (dlgs 163/2006).
Secondo il Consiglio di stato, Sez. V, 11.05.2012 n. 2730 la scelta dell'avvocato per la difesa in giudizio dell'amministrazione costituisce prestazione intellettuale, estranea all'applicazione dell'obbligo di gara per i servizi legali.
Da ultimo ci si chiede come si possa fare a imbastire le procedure di mini gara quando scadono i termini processuali e si rischia di incaricare l'avvocato a ridosso delle scadenze. Ci si chiede altresì come possa sostenersi la necessità di rispettare il principio di economicità (prendere l'avvocato che offre il prezzo più basso) quando in giudizio vale la regola dell'accollo delle spese in base alla soccombenza in giudizio (articolo ItaliaOggi Sette del 05.12.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
novembre 2016

INCARICHI PROFESSIONALILa necessità di un preventivo di massima che indichi la misura del compenso, oltre ad essere oggetto di specifica previsione da parte della normativa che ha abrogato le tariffe professionali (art. 9, D.L. n. 1/2012, convertito dalla L. n. 27/2012) e che attualmente disciplina i compensi, tra l’altro, degli avvocati, viene espressamente contemplata dal Principio contabile applicato concernente la contabilità finanziaria (All. n. 4/2 al D.lgs. n. 118/2011), il quale, al paragrafo 5.2, lett. g), proprio “al fine di evitare la formazione di debiti fuori bilancio”, non solo prevede, in deroga al principio della competenza potenziata, l’imputabilità dell’impegno assunto con il conferimento dell’incarico all’esercizio in cui il contratto è firmato, garantendo, in tal modo, la copertura della spesa, ma impone, altresì, all’ente di chiedere ogni anno al legale di confermare o meno il preventivo di spesa sulla scorta del quale è stato assunto l’impegno originario (ciò in considerazione della probabile reimputazione ad altro.
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La carenza iniziale nella stima del costo della prestazione, che espone l’ente al rischio (o anche certezza) della formazione di oneri a carico del bilancio privi della necessaria copertura, in contrasto con i canoni della sana gestione finanziaria, non può influire sulla esistenza ed entità dell’obbligazione sorta per effetto dell’espletamento dell’incarico, che deve trovare, ovviamente nei limiti della effettiva spettanza e nel rispetto delle norme e dei principi che regolano il riconoscimento dei debiti fuori bilancio, la dovuta rappresentazione contabile nelle scritture dell’ente, allo scopo di consentirne il regolare adempimento.

Ove la stima non sia stata adeguata ed effettivamente i compensi maturati dal legale eccedano l’impegno assunto, l’alternativa è il riconoscimento del debito, secondo la procedura disciplinata dall’art. 194 TUEL ovvero, nell’ipotesi di non riconoscibilità del rapporto obbligatorio per la accertata assenza dei presupposti ivi previsti, l’imputazione diretta del rapporto medesimo all’amministratore, funzionario o dipendente che abbiano consentito l’acquisizione della prestazione in assenza dell’impegno e della necessaria copertura (art. 191, 4° comma, TUEL).
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Nella richiesta di parere, il Sindaco del Comune di Bussolengo (VR) chiede se sia legittimo “liquidare parcelle di un avvocato relative a cause per le quali lo stesso era stato incaricato con delibera di Giunta, senza aver preventivamente acquisito preventivo di spesa” ed, in caso di risposta affermativa, in che misura, tenuto conto di quanto affermato, da un canto, dalla Suprema Corte in merito alla sussistenza, in capo all’ente, dell’obbligazione, esclusivamente per la somma impegnata in bilancio e, dall’altro, dalla Corte dei conti (tra l’altro, nella deliberazione della Sezione regionale di controllo per la Campania n. 110/2015/PAR) in merito al ricorso alla procedura del riconoscimento del debito fuori bilancio, ex art. 194, comma 1, lett. e), del TUEL.
...
Nel merito, esso ha ad oggetto la possibilità di liquidare, in favore di professionista formalmente incaricato dall’ente (nella specie, avvocato) e per la prestazione resa, un importo maggiore di quello impegnato, ove questo, determinato in assenza di apposito preventivo di spesa, risulti “significativamente inferiore rispetto all’attività svolta e documentata da parcella professionale per la quale sono stati applicati i tariffari previsti dai decreti ministeriali in materia di onorari e diritti professionali”.
In sostanza, l’ente chiede a questa Sezione se l’assunzione dell’impegno di spesa costituisca un limite rispetto all’obbligazione civilistica sorta per effetto del conferimento dell’incarico al professionista ed, in caso di risposta negativa, quale sia la procedura corretta da seguire sotto il profilo contabile ai fini della liquidazione dell’importo eccedente la previsione.
Il problema ovviamente si pone nei casi in cui la “stima” del valore della prestazione richiesta al professionista sia inadeguata e determini, quindi, l’insufficienza dell’impegno assunto al momento del conferimento.
Deve precisarsi, in merito, che
la necessità di un preventivo di massima che indichi la misura del compenso, oltre ad essere oggetto di specifica previsione da parte della normativa che ha abrogato le tariffe professionali (art. 9, D.L. n. 1/2012, convertito dalla L. n. 27/2012) e che attualmente disciplina i compensi, tra l’altro, degli avvocati, viene espressamente contemplata dal Principio contabile applicato concernente la contabilità finanziaria (All. n. 4/2 al D.lgs. n. 118/2011), il quale, al paragrafo 5.2, lett. g), proprio “al fine di evitare la formazione di debiti fuori bilancio”, non solo prevede, in deroga al principio della competenza potenziata, l’imputabilità dell’impegno assunto con il conferimento dell’incarico all’esercizio in cui il contratto è firmato, garantendo, in tal modo, la copertura della spesa, ma impone, altresì, all’ente di chiedere ogni anno al legale di confermare o meno il preventivo di spesa sulla scorta del quale è stato assunto l’impegno originario (ciò in considerazione della probabile reimputazione ad altro esercizio, ossia quello nel quale l’obbligazione viene effettivamente a scadenza, del residuo passivo formatosi proprio per effetto del meccanismo di imputazione previsto dal principio suddetto).
Analogamente, prima della entrata in vigore della normativa sull’armonizzazione dei sistemi contabili appena richiamata, era previsto che i compensi per prestazioni professionali dovessero trovare copertura in bilancio già dal momento del conferimento, in base ad una stima del relativo costo, in modo da evitare il più possibile la formazione di debiti fuori bilancio (Principio contabile n. 2 per gli enti locali formulato dall’Osservatorio per la finanza e la contabilità degli Enti Locali).
Posto ciò,
la carenza iniziale nella stima del costo della prestazione, che espone l’ente al rischio (o anche certezza) della formazione di oneri a carico del bilancio privi della necessaria copertura, in contrasto con i canoni della sana gestione finanziaria, non può influire sulla esistenza ed entità dell’obbligazione sorta per effetto dell’espletamento dell’incarico, che deve trovare, ovviamente nei limiti della effettiva spettanza e nel rispetto delle norme e dei principi che regolano il riconoscimento dei debiti fuori bilancio, la dovuta rappresentazione contabile nelle scritture dell’ente, allo scopo di consentirne il regolare adempimento.
Come correttamente rilevato dalla Sezione regionale di controllo per la Campania nel parere 01.04.2015 n. 110), richiamata nella richiesta di parere, infatti,
ove la stima non sia stata adeguata ed effettivamente i compensi maturati dal legale eccedano l’impegno assunto, l’alternativa è il riconoscimento del debito, secondo la procedura disciplinata dall’art. 194 TUEL ovvero, nell’ipotesi di non riconoscibilità del rapporto obbligatorio per la accertata assenza dei presupposti ivi previsti, l’imputazione diretta del rapporto medesimo all’amministratore, funzionario o dipendente che abbiano consentito l’acquisizione della prestazione in assenza dell’impegno e della necessaria copertura (art. 191, 4° comma, TUEL).
In quest’ottica, deve essere risolto il dubbio manifestato dall’ente circa la possibilità di limitare il vincolo derivante dal detto rapporto obbligatorio all’importo dell’impegno di spesa originario.
In primo luogo, deve rilevarsi che la pronuncia della Suprema Corte da ultimo richiamata nella richiesta di parere (SS.UU., sentenza n. 10798/2015) non consente affatto di ipotizzare, sic et simpliciter, “che sia sorta un’obbligazione per l’ente solo ed esclusivamente per la somma impegnata in bilancio”.
Oltre a ribadire il carattere di sussidiarietà dell’azione di indebito arricchimento (art. 2042 c.c.), la sentenza si limita ad affermare il principio secondo cui il riconoscimento, da parte della p.a., dell’utilità della prestazione o dell’opera non costituisce un requisito dell’azione di indebito arricchimento e rileva soltanto “in funzione probatoria e, precisamente, ai soli fini del riscontro dell’imputabilità dell’arricchimento all’ente pubblico”, ma non esime la pubblica amministrazione dall’attivazione della procedura di riconoscimento del debito, “nei limiti degli accertati e dimostrati utilità ed arricchimento”, atteso che la responsabilità diretta del o dei dipendenti che hanno consentito la fornitura sorge soltanto per la (e se vi sia una) ”parte non riconoscibile ai sensi dell’articolo 194, 1° comma, lett. e)” del TUEL (art. 191, 4° comma, cit.).
La sussidiarietà dell’azione di indebito arricchimento, che comporta la non esperibilità dell’azione medesima nell’ipotesi in cui il danneggiato disponga di un altro rimedio per farsi indennizzare il pregiudizio subito (art. 2042 c.c.), infatti, oltre ad attenere ad un ambito processuale e di tutela giurisdizionale –del tutto diverso da quello, di natura contabile, al quale è riconducibile la problematica della gestione della spesa pubblica, oggetto di esame– comunque non esclude l’imputabilità dell’obbligazione direttamente all’ente, qualora si sia verificato un arricchimento, percepibile come tale e suscettibile di riconoscimento.
Diversamente, si consentirebbe di riversare indebitamente sui dipendenti che agiscono in nome e per conto dell’ente anche il costo di prestazioni dalle quali quest’ultimo abbia tratto un obiettivo (e consapevole) beneficio e di arricchirsi, quindi, ingiustamente, a scapito di terzi (professionista ovvero dipendenti), in violazione del generale principio secondo cui nemo lucupletari potest cum aliena iactura (Corte dei Conti, Sez. controllo Veneto, parere 29.11.2016 n. 375).

INCARICHI PROFESSIONALI: Quali limiti alla parcella dell’avvocato?
Alla fine della causa l’avvocato mi ha presentato una parcella che raggiunge quasi la metà di quanto l’avversario mi dovrà dare: è legittimo oppure c’è un limite massimo per il suo compenso?
Così come non esistono limiti minimi alle tariffe degli avvocati, la legge non prevede neanche limiti massimi: la parcella dell’avvocato viene quantificata sulla base di quanto le parti hanno convenuto all’atto del conferimento del mandato. In pratica, anche in tema di compensi dovuti all’avvocato vale il principio generale del nostro ordinamento della libera trattativa tra le parti.
Come, del resto, un negoziante è libero di venderci un vestito a un prezzo dieci volte superiore al valore del bene, altrettanto può fare il professionista. Ecco perché è sempre bene concordare in anticipo la parcella. Peraltro, se richiesto dal cliente, il preventivo va messo per iscritto, salvi eventuali «correttivi» in aumento qualora il giudizio dovesse presentare difficoltà o costi sopravvenuti, comunque da giustificare. (...continua) (21.11.2016 - link a www.laleggepertutti.it).

INCARICHI PROFESSIONALILegali, parcella per ogni atto. Compenso dovuto anche per comunicazioni e trasferte. La Cassazione definisce il perimetro delle competenze economiche degli avvocati.
La Corte di Cassazione (VI Sez. civile) con ordinanza 10.11.2016 n. 22951, ha ribadito che all'avvocato è dovuto un compenso per l'esame del dispositivo di ogni sentenza e di ogni decreto o ordinanza, anche se emessi in udienza. Sono, altresì, dovuti i compensi chiesti a titolo di corrispondenza informativa ed anche quelli per indennità di trasferta.
La Corte di appello aveva parzialmente accolto il ricorso proposto da Caio, avvocato, e riliquidato le spese di primo grado in somma diversa da quella richiesta, avuto riguardo al minimo tariffario previsto dal dm 08/04/2004 n. 127 per lo scaglione di riferimento in considerazione della minima complessità della controversia, detraendo l'importo chiesto a titolo di onorari per la discussione orale e per i diritti di procuratore le voci relative all'esame della documentazione di controparte, l'esame di tre ordinanze non risultando altra ordinanza se non quella di nomina del Ctu già presente in udienza, quella relativa alla corrispondenza informativa con il cliente mancando documentazione al riguardo e le somme chieste a titolo di indennità di trasferta per tre udienze mancandone la prova necessaria.
Inoltre i giudici della Suprema corte hanno anche evidenziato come bisogna ritenere per ciò stesso assolto da parte del difensore il dovere di informare il cliente per invitarlo a parteciparvi, con la conseguenza che per la liquidazione della corrispondente voce non è richiesta la prova.
L'attribuzione di ulteriori competenze per tale titolo è subordinata, invece, in ossequio a un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, alla documentazione e, comunque, alla prova certa dell'effettività della prestazione professionale come specificamente indirizzata a tenere informato il cliente di eventi processuali rilevanti (si veda, tra le altre, Cass. 17/10/2007 n. 8152). Sembra quindi opportuno evidenziare come il tenore letterale della voce n. 15 dell'allegato B al dm n. 127 dell'08.04.2004, sia chiaro nel disporre che è dovuto un compenso «per l'esame del dispositivo di ogni sentenza e di ogni decreto o ordinanza, anche se emessi in udienza».
Quanto all'indennità di trasferta i giudici della Cassazione hanno rilevato che la voce n. 57 della citata tabella prevede che «Per il trasferimento fuori dal proprio domicilio sono dovute le spese e l'indennità così come previste nella tabella degli onorari stragiudiziali».
L'art. 8 della Tabella D prevede che «all'avvocato che, per l'esecuzione dell'incarico ricevuto, debba trasferirsi fuori dal proprio domicilio professionale, sono dovute le spese di viaggio e di soggiorno -pernottamento in albergo 4 stelle e vitto- rimborsate nel loro ammontare documentato, con una maggiorazione del 10% a titolo di rimborso delle spese accessorie; in caso di utilizzo di autoveicolo proprio è dovuta un'indennità chilometrica pari ad un quinto del costo del carburante a litro, oltre alle spese documentate per pedaggio autostradale e parcheggio. Sono in ogni caso dovuti gli onorari relativi alla prestazione effettuata e un'indennità di trasferta da un minimo di euro 10,00 a un massimo di euro 30,00 per ogni ora o frazione di ora, con un massimo di otto ore giornaliere» (articolo ItaliaOggi Sette del 21.11.2016).

INCARICHI PROFESSIONALIL'errore dell'avvocato non basta. Cassazione.
L'avvocato non è responsabile per il solo fatto di aver commesso un errore o un'omissione nello svolgimento del suo incarico. Per accertare la responsabilità professionale, infatti, è necessario che il cliente, dopo aver mosso specifiche censure, dimostri la ragionevole probabilità di un diverso e più favorevole esito in assenza della condotta asseritamente dannosa.

Così la Corte di Cassazione, Sez. III civile, con la sentenza 10.11.2016 n. 22882.
Il caso è quello di un'azione di responsabilità professionale promossa da una società operante nella sanità privata, nei confronti di due legali, fondata su presunti errori commessi nel fornire assistenza in relazione ad alcune fasi di una complessa procedura di licenziamento collettivo dei propri dipendenti, che, rivelatasi poi illegittima, si è tradotta in un danno consistente.
Gli Ermellini hanno ritenuto che l'impugnazione promossa dalla Casa di cura avverso le sentenze di primo e secondo grado, che avevano escluso la responsabilità dei legali, fosse essenzialmente priva di pregio, per diverse ragioni. Con specifico riferimento ai criteri di valutazione dell'operato dei professionisti, la Corte ha condiviso l'impianto motivazionale adottato dai Giudici di merito, fondato su due aspetti: la “marginalità” della condotta dei professionisti nella produzione del danno e l'esclusione della colpevolezza.
Quanto al primo, hanno escluso la rilevanza causale di detta condotta dei legali, atteso che l'incarico era stato loro conferito “in corso d'opera”, vale a dire in epoca successiva all'avvio delle procedure amministrative di licenziamento. Quanto al secondo, hanno valorizzato la circostanza per cui l'incarico atteneva a questione resa controversa da una giurisprudenza ambigua, peraltro complicata da sopraggiunti interventi normativi.
In ogni caso, il “cuore” della sentenza attiene ad un aspetto di carattere prettamente processuale, che si traduce, sostanzialmente, in una severa interpretazione dell'onere della prova a carico del cliente asseritamente danneggiato (articolo ItaliaOggi del 17.11.2016).

INCARICHI PROFESSIONALI: Per il nuovo codice il patrocinio legale è un appalto di servizi.
Le attività di rappresentanza legale in giudizio sono appalti di servizi, compresi tra quelli esclusi dall'applicazione del codice dei contratti ma assoggettati al rispetto dei principi dell'ordinamento comunitario.

L'Autorità nazionale anticorruzione fornisce con il Parere sulla Normativa 09.11.2016 n. 1158 - rif. AG 45/2016/AP una prima indicazione interpretativa sulla qualificazione del patrocinio legale alla luce delle previsioni contenute nel Dlgs 50/2016.
Tra vecchie e nuove regole
L'Anac ricostruisce il quadro formatosi nell'ordinamento previgente, che aveva condotto alla qualificazione del patrocinio come contratto di prestazione d'opera intellettuale, pertanto interamente sottratto alle regole del Dlgs 163/2006, quindi delinea l'impatto delle nuove disposizioni.
Rilevando come il nuovo codice dei contratti abbia mantenuto i servizi legali tra quelli (elencati nell'Allegato IX) cui si applica il regime alleggerito delineato dagli articoli 140 e seguenti, l'Autorità evidenzia come l'articolo 17 del Dlgs 50/2016, recependo l'articolo 10 della direttiva 2014/24/Ue, abbia annoverato tra gli appalti esclusi dall'applicazione del Codice gli appalti di servizi concernenti cinque tipologie di servizi legali.
In questa classificazione, definita dalla lettera d) dello stesso articolo 17, rientrano infatti la rappresentanza legale di un cliente da parte di un avvocato in un arbitrato o in una conciliazione nonché in procedimenti giudiziari dinanzi a organi giurisdizionali o autorità pubbliche.
I princìpi applicabili
Secondo l'Anac, la disposizione del Dlgs 50/2016, pur volta a sottrarre dall'ambito oggettivo di applicazione del codice alcuni servizi legali, vale tuttavia a qualificare il patrocinio legale come un appalto di servizi.
La riconducibilità del patrocinio legale tra gli appalti di servizi (benché esclusi dall'ambito di applicazione del nuovo codice) comporta il necessario rispetto dei principi generali che informano l'affidamento degli appalti pubblici, esplicitati nell'articolo 4 del Dlgs 50/2016, e la conseguente impossibilità di procedere attraverso affidamenti fiduciari.
Per l'applicazione dei principi dell'ordinamento comunitario l'Anac richiama la Comunicazione interpretativa della Commissione Ue 2006/C-179/02, nella quale si stabilisce che la stazione appaltante deve garantire una procedura di aggiudicazione equa e imparziale, nonché con adeguata pubblicizzazione.
La comunicazione interpretativa richiede che siano garantiti l'uguaglianza di accesso per gli operatori economici di tutti gli Stati membri, termini adeguati per la presentazione della manifestazione d'interesse o dell'offerta e un approccio trasparente e oggettivo, in modo che tutti i concorrenti conoscano in anticipo le regole applicabili e abbiano la certezza che tali regole saranno applicate nello stesso modo a tutti gli operatori.
L'Anac, rilevando come la finalità perseguita con l'applicazione dei principi dell'ordinamento comunitario sia l'apertura del mercato alla concorrenza, evidenzia come la Commissione ammetta espressamente che le amministrazioni aggiudicatrici possono prevedere di applicare sistemi di qualificazione, come la redazione di un elenco di operatori qualificati mediante una procedura trasparente e aperta oggetto di adeguata pubblicità da cui selezionare, su una base non discriminatoria, gli operatori che saranno invitati a presentare offerta.
L'iscrizione all'elenco
Rispetto a questo quadro l'Autorità precisa (richiamando le proprie linee-guida sugli affidamenti sottosoglia) che l'iscrizione all'elenco dei soggetti interessati provvisti dei requisiti richiesti dovrebbe essere consentita senza limitazioni temporali e di numero (massimo) degli avvocati, in quanto incidenti sulla concorrenza.
In relazione ai requisiti per l'iscrizione al sistema di qualificazione, l'Anac evidenzia come in capo ai soggetti interessati non debbano sussistere i motivi di esclusione previsti dall'articolo 80 del codice, nonché distingue nettamente tra il potenziale conflitto di interessi regolato dall'articolo 42 del Dlgs 50/2016 (che deve essere verificato caso per caso e non impedisce l'iscrizione) e quello disciplinato dall'articolo 24 del Codice deontologico forense, in quanto si tratta di una causa di esclusione che recepisce il principio di prevenzione dei conflitti tra interessi contrapposti.
Tale disposizione, infatti, impone all'avvocato di astenersi dal prestare attività professionale quando questa possa determinare un conflitto con gli interessi della parte assistita e del cliente o interferire con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale, risultando quindi ostativa, quando sussistente, all'iscrizione in un elenco dell'amministrazione (articolo Quotidiano Enti Locali & PA dell'08.12.2016).
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MASSIMA

Servizi legali – patrocinio legale – appalto di servizi – esclusione dall’ambito oggettivo di applicazione del Codice – rispetto dei principi generali dell’art. 4 del d.lgs. n. 50/2016 – elenco di professionisti per l’affidamento di incarichi di rappresentanza e difesa in giudizio.

Il patrocinio legale è un appalto di servizi escluso dall’ambito di applicazione del Codice e va affidato nel rispetto dei principi di cui all’art. 4 del d.lgs. n. 50 del 2016.
Non è conforme ai richiamati principi l’affidamento tramite elenco di professionisti per il quale è congiuntamente previsto un numero massimo di iscritti, un termine di 60 gg. per la presentazione delle richieste di iscrizione e la durata triennale dell’iscrizione.
Articoli 4 e 17 del d.lgs. 50/2016.
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Considerato in fatto
Con nota acquisita al prot. n. 108546 del 14.07.2016, Equitalia S.p.A. ha chiesto all’Autorità di esprimere il proprio avviso su alcuni profili dell’adottando sistema di affidamento di incarichi di rappresentanza e difesa in giudizio tramite costituzione di elenco di professionisti, al fine di verificarne il rispetto dei principi fondamentali della normativa europea in materia di appalti, ai sensi dell’art. 41 del d.lgs. n. 50 del 2016, in quanto servizi esclusi dall’ambito oggettivo di applicazione del Codice.
Il “Regolamento per la costituzione dell’elenco dei professionisti per l’affidamento di incarichi di rappresentanza e difesa in giudizio da parte delle società del gruppo Equitalia", che l’istante è in procinto di emanare, disciplina la costituzione dell’elenco e ne stabilisce i requisiti e i criteri per l’iscrizione, le modalità di utilizzo e di eventuale aggiornamento.
In estrema sintesi, il sistema prevede la formazione di un elenco, di durata triennale -strutturato in sei sezioni, ciascuna con un numero massimo di iscritti- tramite l’iscrizione dei soggetti in possesso dei requisiti richiesti (paragrafo 6) «fino al raggiungimento del numero massimo dei soggetti iscrivibili per ciascuna sezione/area geografica dell’Elenco» ed, eventualmente, tramite sorteggio pubblico, nel caso in cui il numero delle domande ammesse sia superiore al numero massimo dei soggetti iscrivibili per ciascuna sezione/area geografica (paragrafi 4 e 5).
Il Regolamento dispone che l’affidamento degli incarichi agli iscritti nell’Elenco, cui si può ricorrere solo dopo «l’avvenuto accertamento preliminare dell’impossibilità oggettiva di utilizzare dipendenti interni» (paragrafo 3), avvenga sulla base del criterio di rotazione, derogabile solo in alcune ipotesi predefinite, di modo che «i professionisti potranno essere destinatari di un nuovo affidamento solo una volta che sia stato completato il giro di rotazione» (paragrafo 7).
Più in dettaglio, il paragrafo 5 dedicato alla struttura dell’Elenco, dopo avere chiarito che «l’inserimento nell’Elenco non comporta l’attribuzione di alcun diritto e/o interesse del professionista in ordine a eventuali conferimenti di incarichi né conseguentemente, l’assunzione di alcun obbligo da parte delle Società del Gruppo», precisa che, con esclusivo riferimento alla sezione V.a (contenzioso della riscossione che include tutte le Autorità Giudiziarie competenti in materia di contenzioso della riscossione con esclusione della Corte di Cassazione), «si stima che ad ogni professionista potranno essere affidati un numero annuo di incarichi pari a circa centocinquanta per un compenso stimato pari a circa 35.000 euro oltre accessori», con l’ulteriore precisazione che, «trattandosi di una stima, il numero degli incarichi e l’importo dei compensi potrà variare a seconda delle effettive esigenze del Gruppo Equitalia».
Il primo quesito verte sulla conformità ai principi di cui all’art. 4 del Codice, con particolare riferimento ai principi di proporzionalità, economicità, imparzialità e parità di trattamento, della previsione di un numero annuo medio di incarichi e di un compenso minimo.
Il paragrafo 4 del Regolamento prevede che sia pubblicato un avviso sul profilo del committente per 60 giorni, termine entro il quale gli interessati devono presentare le domande di iscrizione all’Elenco. Il paragrafo 5 individua le sezioni in cui è articolato l’Elenco, una delle quali è ulteriormente suddivisa in sottosezioni geografiche, e il numero massimo di iscritti per ogni sezione e sottosezione.
Con il secondo quesito, l’istante chiede se la previsione di un elenco aperto solo per un periodo predeterminato, unitamente alla previsione di un numero massimo di iscritti per ciascuna sezione (che l’istante valuta proporzionato all’entità del contenzioso e al numero di incarichi tale da assicurare la remuneratività dei servizi legali affidati), risponda ai principi di cui all’art. 4 del Codice.
Il paragrafo 6 elenca i requisiti di carattere generale e speciale che devono essere posseduti ai fini dell’iscrizione nell’Elenco. Tra questi,
   (a) inesistenza di cause di incompatibilità con lo svolgimento dell’incarico professionale affidato e di situazioni anche potenziale di conflitti di interesse (è vietato l’affidamento dell’incarico a familiari, entro il secondo grado, di dipendenti del Gruppo Equitalia assegnati alle strutture del contenzioso);
   (b) non avere in corso, in qualità di difensore di altre parti, il patrocinio per cause promosse contro le Società del Gruppo, Agenzia delle Entrate e INPS;
   (c) avere conseguito negli ultimi tre anni solari un volume di affari pari ad almeno 120.000 euro di cui la quota costituita da servizi resi al Gruppo Equitalia non potrà essere superiore al 30% del volume d’affari complessivo;
   (d) avere conseguito negli ultimi tre anni solari un fatturato specifico in attività analoghe a quelle oggetto della specifica sezione per la quale si chiede l’iscrizione pari ad almeno 50.000,00 euro, ovvero, ai soli fini dell’iscrizione nelle sezioni V.a (contenzioso della riscossione che include tutte le Autorità Giudiziarie competenti in materia di contenzioso della riscossione con esclusione della Corte di Cassazione) e V.b (contenzioso della riscossione davanti alla Corte di Cassazione), avere svolto almeno 50 incarichi in attività analoghe;
   (e) avere svolto nell’ultimo anno solare almeno tre incarichi in attività analoghe a quelle oggetto della specifica sezione per la quale si chiede l’iscrizione:
   (f) possesso di adeguata polizza assicurativa a copertura dei rischi derivanti dall’attività professionale con impegno del professionista ad adeguare il massimale ove richiesto, o, in alternativa, possesso di una polizza di “responsabilità professionale” con massimale non inferiore a 2 milioni di euro.
Il terzo quesito verte sulla conformità ai principi di cui all’art. 4 del Codice dei requisiti sopra indicati e,con particolare riferimento al requisito di cui alla lettera (a) –cause di incompatibilità e conflitti di interesse– è volto a verificare se esso non introduca una restrizione della libertà di iniziativa economica incompatibile con i principi di proporzionalità, efficacia, imparzialità e parità di trattamento. Viene inoltre chiesto se l’eventuale previsione di una polizza assicurativa con massimale non inferiore a 2 milioni di euro sia proporzionale al compenso minimo stimato di 35.000,00 euro.
Il paragrafo 7 prevede che non saranno conferiti incarichi ai professionisti iscritti nell’Elenco per i quali dovessero risultare cartelle di pagamento complessivamente di importo superiore a 1.000,00 euro per le quali risulti morosità.
Con il quarto quesito l’istante chiede l’avviso dell’Autorità in ordine al rispetto dei principi di cui all’art. 4 del Codice della richiamata previsione, tenuto conto che essa introduce una disciplina più stringente rispetto alla specifica causa di esclusione di cui all’art. 80, comma 4, del Codice.
Ritenuto in diritto
L’analisi dei singoli quesiti presuppone la sintetica ricostruzione del quadro normativo di riferimento inerente l’affidamento dei servizi legali e, in particolare, del patrocinio legale, che, con l’entrata in vigore del nuovo Codice, appare significativamente mutato.
Sotto la vigenza del d.lgs. n. 163/2006, i servizi legali, in quanto ricompresi nell’Allegato IIB, erano sottratti alla disciplina puntuale del Codice, se non per gli articoli 65, 68 e 225, ed erano soggetti al regime di affidamento semplificato risultante dal combinato disposto dell’art. 20 e dell’art. 27.
Tuttavia, parte della giurisprudenza distingueva dalla categoria generale dei servizi legali l’incarico di patrocinio legale conferito singolarmente, ritenendo sussistente una differenza ontologica tra l’attività di assistenza e consulenza giuridica, caratterizzata dalla presenza di una specifica organizzazione -riconducibile ad un servizio oggetto di appalto affidabile tramite procedura ad evidenza pubblica- e il conferimento del singolo incarico di patrocinio legale, ritenuto integrante un contratto d’opera intellettuale e quindi non rientrante nell’ambito oggettivo di applicazione della disciplina codicistica in materia di appalti.
Veniva conseguentemente ritenuto che la scelta fiduciaria del patrocinatore legale fosse esclusivamente soggetta ai principi generali dell’azione amministrativa in materia di imparzialità, trasparenza e adeguata motivazione (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 11.05.2012 n. 2730).
La stessa Autorità, nella determinazione 07.07.2011 n. 4, aveva ritenuto che il patrocinio legale, cioè il contratto volto a soddisfare il solo e circoscritto bisogno di difesa giudiziale del cliente, fosse inquadrabile nell’ambito della prestazione d’opera intellettuale, in base alla considerazione per cui il servizio legale, per essere oggetto di appalto, richieda qualcosa in più, “un quid pluris per prestazione o modalità organizzativa” (cfr. Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Basilicata, deliberazione n. 19/2009/PAR).
Il nuovo Codice dei contratti ha mantenuto i “servizi legali” tra quelli - elencati nell’Allegato IX - cui si applica il regime alleggerito delineato dagli artt. 140 e ss.
L’art. 17 del d.lgs. n. 50/2016, tuttavia, recependo l’art. 10 della dir. 2014/24/UE, ha annoverato tra gli appalti esclusi dall’applicazione del Codice gli appalti di servizi concernenti cinque tipologie di servizi legali, tra cui, alla lettera d), n. 1), la rappresentanza legale di un cliente da parte di un avvocato ai sensi dell’art. 1 della legge 09.02.1982, n. 31, (1.1 in un arbitrato o in una conciliazione tenuti in uno Stato membro dell’Unione europea, un paese terzo o dinanzi a un’istanza arbitrale o conciliativa internazionale; 1.2 in procedimenti giudiziari dinanzi a organi giurisdizionali o autorità pubbliche di uno Stato membro dell’Unione europea o un Paese terzo o dinanzi a organi giurisdizionali o istituzioni internazionali).
La richiamata disposizione, volta a sottrarre dall’ambito oggettivo di applicazione del Codice taluni servizi legali, vale tuttavia a qualificare il patrocinio legale (sicuramente identificabile nella richiamata lettera d), n. 1), dell’art. 17, comma 1), come un appalto di servizi. La riconducibilità del patrocinio legale tra gli appalti di servizi (benché esclusi dall’ambito di applicazione del Codice) comporta il necessario rispetto dei principi generali che informano l’affidamento degli appalti pubblici, esplicitati nell’art. 4 del d.lgs. n. 50/2016, e la conseguente impossibilità di procedere attraverso affidamenti fiduciari.
I principi generali che presiedono all’affidamento dei contratti pubblici sono richiamati nel considerando n. (1) della direttiva 2014/24/UE che sancisce la necessità che l’aggiudicazione degli appalti pubblici da o per conto di autorità degli Stati membri rispetti i principi del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e in particolare la libera circolazione delle merci, la libertà di stabilimento e la libera prestazione di servizi, nonché i principi che ne derivano, come la parità di trattamento, la non discriminazione, il mutuo riconoscimento, la proporzionalità e la trasparenza.
L’assunto è recepito dal legislatore nazionale nel combinato disposto dell’art. 30, comma 1, e dell’art. 4 del d.lgs. n. 50/2016 dove, con riferimento agli appalti e alle concessioni soggette al Codice (art. 30) e ai contratti esclusi, in tutto o in parte, dall’ambito di applicazione oggettiva del Codice (art. 4), sono fissati i principi discendenti dal TFUE che devono presiedere all’affidamento.
Fondamentali indicazioni, anche operative, circa l’applicazione dei richiamati principi nel caso di affidamento di contratti esclusi dall’applicazione delle direttive sono stati fornite dalla Commissione europea nella Comunicazione interpretativa 2006/C 179/02.
Con specifico riferimento alle procedure di aggiudicazione dell’appalto, cui si riferiscono i primi due quesiti, la Commissione ha chiarito che, a corollario dell’obbligo di garantire una pubblicità trasparente, la stazione appaltante deve garantire una procedura di aggiudicazione equa e imparziale. Nella specie, secondo le indicazioni della Commissione, occorre garantire, tra le altre, l’uguaglianza di accesso per gli operatori economici di tutti gli Stati membri, termini adeguati per la presentazione della manifestazione d’interesse o dell’offerta e un approccio trasparente e oggettivo, di modo che tutti i concorrenti conoscano in anticipo le regole applicabili e abbiano la certezza che tali regole saranno applicate nello stesso modo a tutti gli operatori. La finalità perseguita è l’apertura del mercato alla concorrenza.
Circa le modalità pratiche attraverso cui dare attuazione ai richiamati principi, la Commissione ammette espressamente che le amministrazioni aggiudicatrici possono prevedere di applicare sistemi di qualificazione, ovvero «la redazione di un elenco di operatori qualificati mediante una procedura trasparente e aperta oggetto di adeguata pubblicità» da cui selezionare, su una base non discriminatoria, gli operatori che saranno invitati a presentare offerta.
Rientra nella descritta tipologia il sistema di selezione che l’istante ha deliberato di adottare.
La peculiarità dell’elenco in esame risiede nel fatto che Equitalia ha fissato per ciascuna sezione dell’elenco un numero massimo di iscritti. Tale numero massimo, nel caso della sezione V.a, risulta calcolato, sulla base dei dati storici, in modo da garantire tendenzialmente l’affidamento di un numero annuo di incarichi pari a circa centocinquanta per un compenso stimato pari a circa 35.000 euro oltre accessori. A corollario del sistema, il regolamento prevede che le richieste di iscrizione all’elenco possano essere presentate solo nell’arco dei 60 giorni durante i quali l’avviso è pubblicato sul profilo del committente e che l’elenco ha durata triennale.
Al riguardo, si osserva che la combinazione delle richiamate disposizioni (numero massimo degli iscritti, termine di 60 gg. per la presentazione dell’istanza e durata triennale dell’iscrizione) determina un indubbio effetto restrittivo della concorrenza finendo per comprimere l’effettiva contendibilità dell’affidamento del servizio di patrocinio legale da parte dei soggetti potenzialmente interessati.
L’iscrizione dei soggetti interessati provvisti dei requisiti richiesti dovrebbe essere consentita senza limitazioni temporali (cfr. proposta di Linee guida Procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato e formazione e gestione degli elenchi di operatori economici). Qualora le difficoltà gestionali paventate dall’istante legate al rilevante numero di domande che verosimilmente potrebbero essere ricevute si rivelassero non superabili attraverso l’adozione di opportune misure organizzative, l’effetto restrittivo derivante dalla limitazione temporale della presentazione delle istanze dovrebbe essere contemperato dalla riduzione del termine di validità dell’iscrizione, che potrebbe essere portata a un anno, in modo da rendere più frequenti le finestre temporali entro le quali i soggetti qualificati possono manifestare l’interesse all’iscrizione nell’elenco (60 giorni ogni anno e non 60 giorni ogni tre anni).
Quanto alla limitazione del numero dei soggetti che possono iscriversi a ciascuna sezione dell’Elenco, si tratta di una misura tendenzialmente contraria all’interesse dell’amministrazione che dovrebbe, in linea di principio, tendere a poter disporre della platea più ampia possibile di soggetti qualificati tra cui selezionare, in questo caso sulla base del criterio di rotazione, gli affidatari del servizio.
L’imposizione di un numero massimo di iscritti, inoltre, è di fatto limitativa della concorrenza perché equivale a contingentare il numero dei soggetti che possono accedere ad un sistema di qualificazione prodromico all’affidamento di servizi. Non pare neppure sostenibile che la misura in esame possa essere legittimata dall’intento di “garantire” a ciascun professionista qualificato un certo numero di incarichi annuo, trattandosi di una logica estranea (e contraria) ai principi informatori –concorrenza e par condicio su tutti– dell’affidamento dei contratti pubblici.
Il terzo e il quarto quesito riguardano i requisiti generali e speciali richiesti ai fini dell’iscrizione nell’Elenco.
Al riguardo, si evidenzia che costituisce ius receptum il principio secondo cui tutti i soggetti che a qualunque titolo concorrono all’esecuzione di appalti pubblici devono essere in possesso dei requisiti di moralità previsti dal Codice dei contratti. Il possesso di inderogabili requisiti di moralità rappresenta un fondamentale principio di ordine pubblico economico che trova applicazione anche nelle gare riguardanti appalti in tutto o in parte esclusi dall’applicazione del Codice (Parere sulla Normativa 11.07.2012 - rif. AG 10/12, Parere sulla Normativa 03.07.2013 - rif. AG 8/13, Parere di Precontenzioso 17.07.2013 n. 128 - rif. PREC 119/13/F, Parere di Precontenzioso 29.07.2014 n. 14 - rif. PREC 56/14/S).
Vi è infatti l’imprescindibile esigenza che il soggetto che contratta con la pubblica amministrazione sia affidabile e quindi in possesso dei requisiti di carattere generale attualmente tipizzati dall’art. 80 del d.lgs n. 50/2016. Se dunque, nell’ambito delle richiamate procedure, la stazione appaltante può non esigere il medesimo rigore formale di cui all’art. 80 e gli stessi vincoli procedurali, essa ha comunque l’obbligo di verificare in concreto il possesso da parte dei concorrenti dei requisiti di moralità indicati nell’art. 80.
Si rileva, inoltre, che la giurisprudenza ha precisato, con riferimento al previgente Codice ma sulla base di principi applicabili anche alla vigente normativa, «che nessuna delle norme del codice dei contratti pubblici (…) sembra impedire alle Amministrazioni che, come nel caso in esame, intendono predisporre un elenco di operatori economici da interpellare per procedure negoziate per l’affidamento di lavori di subordinare l’inserimento dei candidati nell'elenco stesso al possesso dei requisiti soggettivi di cui all’art. 38, comma 1, del predetto codice( …); un anticipato accertamento (rispetto alle singole procedure) del possesso dei requisiti in questione non solo non è espressamente vietato, ma anzi può risultare utile a prevenire il rischio per le Amministrazioni pubbliche di intrattenere rapporti o comunque di entrare in contatto con soggetti nei cui confronti sussistono cause ostative alla partecipazione alle procedure ad evidenza pubblica e alla stipulazione dei relativi contratti; ferma comunque la necessità di operare puntuali verifiche nei confronti dei soggetti inclusi nell’elenco in occasione delle specifiche procedure per cui siano interpellati» (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 24.03.2011 n. 498).
Se dunque appare corretta la richiesta dell’insussistenza dei motivi di esclusione di cui all’art. 80, la richiesta di ulteriori requisiti va vagliata alla luce del principio generale di tassatività della cause di esclusione.
Con riferimento al requisito dell’insussistenza di cause di incompatibilità con lo svolgimento dell’incarico professionale affidato e di situazioni anche potenziali di conflitto di interesse (di cui alla lettera (a) del richiamato elenco), si rappresenta che il comma 5, lett. d), dell’art. 80 reca già la disciplina delle indicate fattispecie prevedendo il divieto di partecipazione alla gara dell’operatore economico qualora determini una situazione di conflitto di interesse ai sensi dell’art. 42, comma 2, non sia diversamente risolvibile.
L’art. 42, comma 2, definisce il conflitto di interesse come la situazione in cui il personale di una stazione appaltante che interviene nello svolgimento della procedura di aggiudicazione degli appalti e delle concessioni o può influenzarne, in qualsiasi modo, il risultato, ha, direttamente o indirettamente, un interesse finanziario, economico o altro interesse personale che può essere percepito come una minaccia alla sua imparzialità e indipendenza nel contesto della procedura di appalto o di concessione.
In particolare, costituiscono situazione di conflitto di interesse quelle che determinano l’obbligo di astensione previste dall’art. 7 del d.P.R. 16.04.2013, n. 62, ovvero i casi in cui l’adozione di decisioni o ad attività possono coinvolgere interessi del dipendente, ovvero di suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi, oppure di persone con le quali abbia rapporti di frequentazione abituale, ovvero, di soggetti od organizzazioni con cui egli o il coniuge abbia causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito significativi, ovvero di soggetti od organizzazioni di cui sia tutore, curatore, procuratore o agente, ovvero di enti, associazioni anche non riconosciute, comitati, società o stabilimenti di cui sia amministratore o gerente o dirigente. Qualora ciò si verifica, l’art. 42, comma 3, impone l’obbligo di astensione del personale dalla partecipazione alla procedura di aggiudicazione.
Pertanto l’operatività della causa di esclusione di cui al comma 5, lett. d), dell’art. 80 scatta unicamente quando la situazione di conflitto di interessi non sia risolvibile o non sia risolta tramite la misura prevista dall’art. 42 di astensione del personale della stazione appaltante coinvolto in tale situazione.
Ritenuto dunque che, alla luce della disciplina dell’art. 80, peraltro richiamata dal Regolamento in esame, il conflitto di interessi porta all’esclusione del concorrente solo come extrema ratio, si reputa che la clausola del Regolamento che sancisce il divieto di partecipazione nei casi di conflitto di interesse anche potenziale, oltre a contrastare con il comma 5, lett. d), dell’art. 80, violi i principi di proporzionalità e parità di trattamento di cui all’art. 4 del Codice.
Diverso è il caso del requisito di cui alla lettera (b) del richiamato elenco (non avere in corso, in qualità di difensore di altre parti, il patrocinio per cause promosse contro le Società del Gruppo, Agenzia delle Entrate e INPS), trattandosi di causa di esclusione che recepisce il principio di prevenzione dei conflitti tra interessi contrapposti sancito dal Codice deontologico forense -che impone all’avvocato di astenersi dal prestare attività professionale quando questa possa determinare un conflitto con gli interessi della parte assistita e del cliente o interferire con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale (art. 24)- e che dunque è connaturato alla peculiare qualifica professionale degli operatori economici interessati alla procedura di selezione in esame.
Quanto al requisito dell’insussistenza di cartelle di pagamento complessivamente di importo superiore a 1.000,00 euro per le quali risulti morosità (dove per morosità si intende la sussistenza di cartella di pagamento o avviso di accertamento esecutivo o avviso di addebito scaduto ed impagato per debiti complessivi superiori a 1.000,00 euro), si rappresenta che il “livello di moralità” che il contraente con la pubblica amministrazione deve possedere è già stato stabilito dal legislatore, per ciò che concerne la regolarità contributiva, con i parametri di cui al comma 4 dell’art. 80. Richieste più stringenti, se non previste da altre disposizioni di legge vigenti, sono da ritenersi sproporzionate e lesive della par condicio.
Infine, per ciò che concerne i requisiti speciali, si evidenzia che le stazioni appaltanti, anche nel caso di appalti esclusi, hanno facoltà di richiedere, nel rispetto dei principi di ragionevolezza e proporzionalità, requisiti minimi di idoneità tecnica ed economica, anche diversi da quelli previsti dal Codice, al fine di garantire un determinato livello di affidabilità dell’aggiudicatario sul piano economico-finanziario e tecnico-organizzativo (Parere sulla Normativa 27.05.2015 - rif. AG 37/2015/AP).
Deve ovviamente trattarsi di requisiti individuati «tenendo conto della natura del contratto ed in modo proporzionato al valore dello stesso; in ogni caso, detti requisiti non devono essere manifestamente irragionevoli, irrazionali, sproporzionati, illogici ovvero lesivi della concorrenza» (determinazione 10.10.2012 n. 4). Alla stregua dei richiamati parametri, il requisito di cui alla lettera (c) del richiamato elenco (volume di affari negli ultimi tre anni di 120.000,00 euro) potrebbe apparire sproporzionato e potenzialmente discriminatorio nei confronti di soggetti che abbiano maturato una esperienza specifica nel settore del contenzioso della riscossione che, per stessa ammissione dell’istante, è caratterizzato da elevata numerosità degli incarichi con compensi non rilevanti.
Il Consiglio
ritiene, nei limiti di cui in motivazione, che:
il patrocinio legale è un appalto di servizi escluso dall’ambito di applicazione del Codice e va affidato nel rispetto dei principi di cui all’art. 4 del d.lgs. n. 50 del 2016.
Non è conforme ai richiamati principi l’affidamento tramite elenco di professionisti per il quale è congiuntamente previsto un numero massimo di iscritti, un termine di 60 gg. per la presentazione delle richieste di iscrizione e la durata triennale dell’iscrizione
(Parere sulla Normativa 09.11.2016 n. 1158 - rif. AG 45/2016/AP - link a www.anticorruzione.it).

agosto 2016

INCARICHI PROFESSIONALI: D.Lgs. 18.04.2016, n. 50, art. 17. Affidamento di servizi legali.
Il decreto legislativo 18.04.2016, n. 50, nell'innovare la disciplina dell'affidamento degli incarichi legali, li definisce come appalti di servizi ed opera una classificazione individuando sostanzialmente due categorie di servizi legali, differenziate in base alla loro natura:
1) i servizi elencati all'art. 17, comma 1, lett. d), (per lo più connessi alla gestione del contenzioso) che soggiacciono alla disciplina codicistica soltanto per il rispetto dei principi generali delineati all'art. 4;
2) le prestazioni legali diverse da quelle lì individuate, che rientrano invece nei servizi di cui all'allegato IX, per il cui affidamento è necessario applicare il Codice dei contratti (con alcune differenziazioni in tema di pubblicità).

Il Comune chiede un parere con riferimento alla procedura da seguire per l'affidamento dei servizi legali di cui all'art. 17 del decreto legislativo 18.04.2016, n. 50, nell'ambito delle previsioni contenute nel nuovo Codice degli appalti, che ha apportato significative modifiche alla disciplina di tale settore.
Sentito il Servizio centrale unica di committenza di questa Direzione centrale, si esprimono le seguenti considerazioni.
Preliminarmente pare utile ricordare che in base alla normativa previgente, rinvenibile nel decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, i servizi legali (non meglio specificati) erano ricompresi nei servizi elencati all'allegato II B; di conseguenza a tali affidamenti, considerati parzialmente esclusi, si applicavano soltanto alcune norme del D.Lgs. 163/2006
[1].
Al riguardo, la giurisprudenza
[2] e l'AVCP [3] distinguevano il conferimento del singolo incarico di patrocinio legale, che configurava un contratto d'opera intellettuale sottratto alla disciplina del codice, dalla attività di assistenza e consulenza giuridica a carattere complesso, che costituiva invece un appalto di servizi.
Con il nuovo Codice dei contratti il legislatore ha innanzitutto definito i servizi legali come appalti di servizi (art. 17, comma 1), ed ha quindi operato una sorta di classificazione di tali servizi legali, determinando il superamento della distinzione in base alla funzione degli affidamenti (prestazioni complesse e strutturate o incarichi di patrocinio/difesa legale, collegati a necessità contingenti).
L'art. 17, comma 1, lettera d), elenca una serie di servizi legali che non soggiacciono all'applicazione delle disposizioni del Codice (fatto salvo il rispetto, come si dirà nel prosieguo, dei principi di cui all'art. 4); tutti gli altri servizi legali lì non individuati rientrano invece nei servizi di cui all'allegato IX, per i quali trova applicazione il Codice, con alcune differenziazioni in tema di pubblicità.
Nel dettaglio, non sottostanno alla disciplina codicistica i servizi di:
'1) rappresentanza legale di un cliente da parte di un avvocato ai sensi dell'articolo 1 della legge 09.02.1982, n. 31, e successive modificazioni:
   1.1) in un arbitrato o in una conciliazione tenuti in uno Stato membro dell'Unione europea, un Paese terzo o dinanzi a un'istanza arbitrale o conciliativa internazionale;
   1.2) in procedimenti giudiziari dinanzi a organi giurisdizionali o autorità pubbliche di uno Stato membro dell'Unione europea o un Paese terzo o dinanzi a organi giurisdizionali o istituzioni internazionali;
2) consulenza legale fornita in preparazione di uno dei procedimenti di cui al punto 1.1), o qualora vi sia un indizio concreto e una probabilità elevata che la questione su cui verte la consulenza divenga oggetto del procedimento, sempre che la consulenza sia fornita da un avvocato ai sensi dell'articolo 1 della legge 09.02.1982, n. 31, e successive modificazioni;
3) servizi di certificazione e autenticazione di documenti che devono essere prestati da notai;
4) servizi legali prestati da fiduciari o tutori designati o altri servizi legali i cui fornitori sono designati da un organo giurisdizionale dello Stato o sono designati per legge per svolgere specifici compiti sotto la vigilanza di detti organi giurisdizionali;
5) altri servizi legali che sono connessi, anche occasionalmente, all'esercizio dei pubblici poteri; (...)
'.
Tutti gli altri servizi legali non indicati all'articolo citato, e riferibili sostanzialmente alle prestazioni di un avvocato non connesse al contenzioso, vengono invece ricompresi, come anticipato, nei servizi di cui all'allegato IX, per i quali è previsto l'affidamento con l'applicazione quasi integrale del Codice.
Infatti l'art.35, comma 1, lett. d), del D.Lgs. 50/2016 prevede l'applicazione ai servizi indicati all'allegato IX delle norme del nuovo Codice al superamento della soglia prevista di 750.000 euro e introduce un regime differenziato soltanto per quanto concerne la pubblicazione degli avvisi (art. 142).
[4]
Per quanto riguarda invece le procedure di affidamento dei contratti sotto soglia, compresi quelli relativi ai servizi specifici elencati all'allegato IX per i quali, come detto, la soglia prevista è di 750.000 euro, si rinvia alle Linee guida fornite dall'ANAC, approvate dal Consiglio dell'Autorità nell'adunanza del 28.06.2016.
Per contro, con riferimento ai servizi legali elencati all'art. 17, comma 1, lett. d), è opportuno tenere presente che l'affidamento dei contratti esclusi (in tutto o in parte) deve comunque avvenire nel rispetto dei principi di 'economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità pubblicità (...)' richiamati dall'art. 4.
Ne deriva che le amministrazioni sono tenute a definire le procedure di affidamento dei servizi legali di gestione del contenzioso garantendo adeguate forme di pubblicità e di tutela della concorrenza.
[5]
---------------
[1] L'art. 20, comma 1, del D.Lgs. 163/2006 così recitava: 'L'aggiudicazione degli appalti aventi per oggetto i servizi elencati nell'allegato II B è disciplinata esclusivamente dall'articolo 68 (specifiche tecniche), dall'articolo 65 (avviso sui risultati della procedura di affidamento), dall'articolo 225 (avvisi relativi agli appalti aggiudicati).' Parimenti, agli affidamenti di contratti aventi ad oggetto servizi esclusi, in tutto od in parte, dall'ambito di applicazione del Codice, si applicava anche l'art. 27, il cui comma 1 disponeva il rispetto dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza e proporzionalità.
[2] Nella sentenza n. 2730 dell'11.05.2012, la Quinta Sezione del Consiglio di Stato rimarcava l'esistenza di una 'differenza ontologica che, ai fini della qualificazione giuridica delle fattispecie e delle ricadute ad essa conseguenti in materia di soggezione alla disciplina recata dal codice dei contratti pubblici, connota l'espletamento del singolo incarico di patrocinio legale, occasionato da puntuali esigenze di difesa dell'ente locale, rispetto all'attività di assistenza e consulenza giuridica, caratterizzata dalla sussistenza di una specifica organizzazione, dalla complessità dell'oggetto e dalla predeterminazione della durata. Tali elementi di differenziazione consentono, infatti, di concludere che, diversamente dall'incarico di consulenza e di assistenza a contenuto complesso, inserito in un quadro articolato di attività professionali organizzate sulla base dei bisogni dell'ente, il conferimento del singolo incarico episodico, legato alla necessità contingente, non costituisca appalto di servizi legali ma integri un contatto d'opera intellettuale che esula dalla disciplina codicistica in materia di procedure di evidenza pubblica'.
[3] L'AVCP (ora ANAC), nella determinazione n. 4 del 07.07.2011, affermava che 'il patrocinio legale, cioè il contratto volto a soddisfare il solo e circoscritto bisogno di difesa giudiziale del cliente, sia inquadrabile nell'ambito della prestazione d'opera intellettuale, in base alla considerazione per cui il servizio legale, per essere oggetto di appalto, richieda qualcosa in più, 'un quid pluris per prestazione o modalità organizzativa' (cfr. Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Basilicata, deliberazione n. 19/2009/PAR)'.
[4] Si veda ANAC, FAQ sul D.Lgs. 50/2016 nel periodo transitorio, allegate al Comunicato del Presidente dell'08.06.2016, con riferimento ai servizi sociali rientranti nell'allegato IX.
[5] Si vedano, in dottrina, A. BARBIERO, 'Appalti: per gli incarichi agli avvocati serve la «mini-gara» pubblica' su Il Sole 24 Ore di lunedì 16.05.2016; L. OLIVERI, 'Servizi legali, il nuovo codice dei contratti chiarisce che sono appalti - no intuitu personae' su luigioliveri.blogspot.it; G. PISANO, 'L'affidamento dei servizi legali. Prime considerazioni alla luce del nuovo codice degli appalti (d.lgs. 19.04.2016, n 50)' su www.gianlucapisano.it
(10.08.2016 -
link a www.regione.fvg.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Sulla possibilità da parte del Comune, privo di un servizio interno di avvocatura, di affidare annualmente un appalto per l’affidamento dello svolgimento del servizio di assistenza legale “che si sostanzi in un servizio di consulenza legale oltre che di patrocinio dell’ente nelle possibili vertenze che possano coinvolgere l’Ente in sede civile, amministrativa, tributaria ed anche penale".
Questa Sezione
non può fornire indicazioni puntuali sul versante gestionale, esprimendosi sul quesito nei termini formulati dall’Ente, per dirimere il dubbio relativo alla conferibilità in concreto di appalti annuali per l’affidamento dei servizi di rappresentanza e consulenza legale al di fuori delle garanzie previste dal codice dei contratti pubblici per i servizi “non esclusi”, trattandosi di questione la cui soluzione si presenta prodromica all’adozione di concreti atti gestionali, la cui valutazione spetta alla specifica attribuzione dei competenti organi comunali (organi politici coadiuvati ex art. 97 del T.U.E.L. dagli organi gestionali dell’Ente).
----------------

PREMESSO
che con nota indicata in epigrafe, non inoltrata a questa Sezione tramite il C.A.L., il Sindaco del Comune di Bracciano (RM) formulava richiesta di parere in ordine alla possibilità da parte del Comune, privo di un servizio interno di avvocatura, di affidare annualmente un appalto per l’affidamento dello svolgimento del servizio di assistenza legale “che si sostanzi in un servizio di consulenza legale oltre che di patrocinio dell’ente nelle possibili vertenze che possano coinvolgere l’Ente in sede civile, amministrativa, tributaria ed anche penale là dove si configuri l’opportunità che il Comune di Bracciano si costituisca parte civile nell’ambito di procedimenti penali.
A tal fine precisava che l’art. 17 del D.Lgs. n. 50/2016 (codice dei contratti pubblici) esclude gli appalti concernenti i servizi legali anche di consulenza dall’applicazione delle disposizioni del codice e, trattandosi di servizi “esclusi”, pare consentire il conferimento del patrocinio e della consulenza legale attraverso un appalto di servizio, da effettuarsi in applicazione dell’art. 4 del D.Lgs. n. 50/2016 e nel rispetto dei principi da esso elencati.
Concludeva, pertanto, chiedendo se fosse legittimo per l’Ente procedere all’affidamento di un appalto annuale di servizi di rappresentanza e consulenza legali in applicazione dell’art. 4 del D.Lgs. n. 50/2016, al fine di velocizzare e semplificare l’azione amministrativa, “senza incorrere nel rischio di successive censure e/o contenziosi.
CONSIDERATO
che le Sezioni Regionali di controllo della Corte dei Conti sono investite, ex art. 7, comma 8, della L. n. 131/2003, del potere di rendere pareri, ma che l’esercizio di siffatta funzione consultiva è subordinato alla previa verifica in concreto della coesistenza di due noti requisiti di ammissibilità: la legittimazione soggettiva dell’organo richiedente, che deve essere il legale rappresentante pro tempore di uno degli Enti previsti dalla L. n. 131 del 2003 e, sotto il profilo oggettivo, l’attinenza del quesito prospettato alle materie di contabilità pubblica.
Nel caso di specie, relativamente alla sussistenza del profilo soggettivo, la richiesta di parere è ammissibile, in quanto presentata a firma del Sindaco pro-tempore, soggetto munito di generali poteri di rappresentanza politico-istituzionale e dunque legittimato ad esprimere la volontà e ad impegnare l’Ente locale verso l’esterno (art. 50 TUEL).
Occorre comunque segnalare che la richiesta di parere è stata inoltrata a codesta Sezione direttamente dal Comune a mezzo PEC, senza seguire la vigente procedura, che ne prescrive l’invio di norma per il tramite del Consiglio delle Autonomie Locali (C.A.L.), previsto dall’art. 123, comma 4, Cost. ed istituito dall’art. 66 dello Statuto della Regione Lazio, nonché disciplinato -nei suoi profili attuativi- dalla legge regionale n. 1/2007, organo del quale -da tempo- la Sezione sollecita il concreto svolgimento della funzione di “filtro” attribuitagli a livello ordinamentale e ribadita dalla Sezione delle Autonomie (delib. n. 13/AUT/07), per agevolare la pronta ed omogenea risoluzione delle questioni interpretative di contabilità pubblica nell’ambito del territorio regionale di riferimento.
Sotto il profilo oggettivo, invece, la richiesta di parere verte su questione avente per oggetto l’interpretazione di due norme del codice dei contratti pubblici: gli articoli 4 e 17 del D.Lgs. n. 15 del 2016, di cui appare quanto meno dubbia la riconducibilità alla materia della “contabilità pubblica”, al fine di poter ritenere esercitabile la funzione consultiva, pur essendo foriera la loro applicazione in termini diversi da parte dell’Ente di probabili effetti finanziari riflessi.
Occorre preliminarmente ricordare che la nozione di contabilità pubblica che rileva nell’esercizio della funzione consultiva è, com’è noto, più ristretta di quella generale, anche considerato che la funzione consultiva di cui al comma 8 dell’art. 7 della legge n. 131/2003 deve essere in ogni caso ricollegata al precedente comma 7, che attribuisce alla Corte dei conti la funzione di verificare il rispetto degli equilibri di bilancio, il perseguimento degli obiettivi posti da leggi statali e regionali di principio e di programma, nonché la sana gestione finanziaria degli Enti locali. Sul punto, sono anzitutto di ausilio gli indirizzi ed i criteri generali elaborati dalla Sezione delle Autonomie della Corte dei conti ed esplicitati, in particolare, nell’atto di indirizzo del 27.04.2004, nonché nella deliberazione n. 5/AUT/2006 del 10.03.2006.
In quest’ultima, premesso che la funzione consultiva della Corte non può “investire qualsiasi attività degli enti che abbia comunque riflessi di natura finanziaria-patrimoniale…con l’ulteriore conseguenza che le sezioni regionali di controllo della Corte dei conti diventerebbero organi di consulenza generale delle autonomie locali”, si è voluto restringere l’ambito oggettivo della nozione di contabilità pubblica, limitandolo alla normativa disciplinante, in generale, l’attività finanziaria che precede o che segue i distinti interventi di settore, compresi, in particolare, la disciplina dei bilanci ed i relativi equilibri, l’acquisizione delle entrate, l’organizzazione finanziario-contabile, la disciplina del patrimonio, la gestione delle spese, l’indebitamento, la rendicontazione ed i relativi controlli.
Al riguardo, le Sezioni Riunite della Corte dei conti, intervenendo qualche anno dopo con una pronuncia in sede di coordinamento della finanza pubblica ai sensi dell’art. 17, co. 31, del D.L. 01.07.2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 03.08.2009, n. 102, hanno delineato un concetto unitario di contabilità pubblica, incentrato sulla tradizionale nozione di “sistema di principi e di norme che regolano l’attività finanziaria e patrimoniale dello Stato e degli Enti pubblici”, da integrarsi in senso dinamico, ossia da intendersi “in continua evoluzione in relazione alle materie che incidono direttamente sulla sana gestione finanziaria dell’Ente e sui pertinenti equilibri di bilancio”.
Tale accezione dinamica della “contabilità pubblica” pare consentire un ampliamento dell’angolo visuale rispetto al tradizionale contesto della gestione del bilancio, giungendo ad attrarre nell’orbita dell’attività consultiva della Corte ulteriori materie, che ne resterebbero altrimenti estranee, ma che vengono ad esservi ricomprese, in quanto afferenti ad aspetti che implicano problematiche interpretative inerenti a statuizioni recanti limiti e divieti “strumentali al raggiungimento degli specifici obiettivi di contenimento della spesa ed idonei a ripercuotersi sulla sana gestione finanziaria dell’Ente e sui relativi equilibri di bilancio” (SS.RR. delibera n. 54, del 17.11.2010).
Ne discende che –allo stato– sono suscettibili di essere esaminate in sede consultiva, non soltanto le questioni tradizionalmente riconducibili al concetto di contabilità pubblica intesa come sistema di principi e di norme che regolano l’attività finanziaria e patrimoniale dello Stato e degli Enti pubblici, ma “anche quelle materie che risultano connesse alle modalità di utilizzo delle risorse pubbliche nel quadro di specifici obiettivi di contenimento della spesa sanciti dai principi di coordinamento della finanza pubblica ed in grado di ripercuotersi direttamente sulla sana gestione finanziaria dell’Ente e sui pertinenti equilibri di bilancio” (come ribadito, anche successivamente, da SS.RR., delibera n. 14 dell’08.03.2011).
La Sezione Autonomie ha operato ulteriori precisazioni rilevando come, pur costituendo la materia della contabilità pubblica “una categoria concettuale estremamente ampia”, i criteri utilizzabili per valutare ammissibile, sotto il profilo oggettivo, una richiesta di parere possono essere, oltre al “riduttivo ed insufficiente…criterio dell’eventuale riflesso finanziario di un atto…sul bilancio dell’ente”, anche l’attinenza del quesito proposto “ad una competenza tipica della Corte dei conti in sede di controllo sulle autonomie territoriali” (deliberazione n. 3/2014/SEZAUT). Competenza tipica che -in relazione alla materia degli appalti pubblici disciplinata dall’apposito codice (D.Lgs. n. 15/2016)- non si rinviene, trattandosi di profili pertinenti e riconducibili ad altri organi e plessi giudiziari.
È appena il caso di osservare che il sindacato di legittimità sulle delibere di conferimento di servizi legali, anche in assenza di selezione pubblica è devoluto alla giurisdizione del G.A. (in tal senso, espressamente, Tar Campania, Salerno, sez. II – Sentenza 16.07.2014 n. 1383), per cui ove si opinasse diversamente si creerebbe anche il rischio di interferenza nel senso che, ove fosse reso, il parere potrebbe giungere ad interferire con l’esercizio delle funzioni giurisdizionali demandate per legge ad altri ordini magistratuali.
Ciò posto, deve anche ribadirsi che la funzione consultiva non può svolgersi in ordine a quesiti concreti che implichino valutazioni di comportamenti amministrativi riservati al giudizio discrezionale dell’Ente e ciò all’evidente fine sia di tutelare l’autonomia decisionale dell’amministrazione, sia di mantenere la necessaria posizione di neutralità e di indipendenza della Corte dei conti.
Possono rientrare nella funzione consultiva della Corte dei Conti le sole questioni volte ad ottenere l’esame, da un punto di vista astratto e generale, di una normativa contabile al fine di dirimerne un dubbio ermeneutico, dovendo quindi ritenersi inammissibili le richieste concernenti valutazioni su casi o atti gestionali specifici o in cui difetta -come nel caso specifico- la sussistenza di un dubbio ermeneutico da sciogliere sotto il profilo giuscontabilistico.
Non è possibile, pertanto, scendere in valutazioni suscettibili di determinare un’ingerenza nella discrezionale attività dell’Ente, né l’ausilio consultivo può tramutarsi in una sorta di autorizzazione preventiva a provvedere idonea ad esonerare da responsabilità amministrativo-contabile o di altro genere. Ciò in quanto è d’uopo ribadire che il limite conformativo della funzione consultiva esclude qualsiasi possibilità di interferenza con la concreta attività gestionale ed amministrativa ricadente nell’esclusiva competenza dell’Ente locale.
Questa Sezione, perciò, non può fornire indicazioni puntuali sul versante gestionale, esprimendosi sul quesito nei termini formulati dall’Ente, per dirimere il dubbio relativo alla conferibilità in concreto di appalti annuali per l’affidamento dei servizi di rappresentanza e consulenza legale al di fuori delle garanzie previste dal codice dei contratti pubblici per i servizi “non esclusi”, trattandosi di questione la cui soluzione si presenta prodromica all’adozione di concreti atti gestionali, la cui valutazione spetta alla specifica attribuzione dei competenti organi comunali (organi politici coadiuvati ex art. 97 del T.U.E.L. dagli organi gestionali dell’Ente) (Corte dei Conti, Sez. controllo Lazio, parere 01.08.2016 n. 97).

luglio 2016

INCARICHI PROFESSIONALI: Parcelle, non serve nota spese. Per dimostrare che il compenso è al di sotto dei minimi. AVVOCATI/ Per la Cassazione è sufficiente descrivere in modo succinto le prestazioni.
Nel caso in cui a un avvocato vengano liquidati compensi al di sotto dei minimi, per verificare tale violazione in appello non sarà necessario produrre la nota spese.

Lo hanno stabilito i giudici della VI-2 Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 13.07.2016 n. 14342.
Nel processo di appello del caso sottoposto all'attenzione dei giudici di piazza Cavour, il giudice si era espresso in questi termini: «la parte appellante non produce alcuna nota spese e non specifica le voci e gli importi considerati in ordine ai quali il giudice di merito sarebbe incorso in onore (...) tale difetto vale a giustificare la statuizione di inammissibilità dell'appello, in ragione della inidoneità delle censure a consentire, comunque, la rideterminazione dei compensi professionali».
Gli Ermellini hanno, quindi, osservato come dal punto di vista sostanziale l'avvocato che si era rivolto alla Cassazione si era doluto con l'appello dell'evidente inadeguatezza della liquidazione delle spese operata dal primo giudice, effettuata globalmente e palesemente al di sotto dei minimi tariffari applicabili.
Pertanto, a parere dei giudici della suprema corte, dall'evidenza di tali doglianze sarebbe stato possibile consentire all'appellante di «prospettare le censure in termini sintetici, senza ulteriormente dettagliare le attività svolte, avendo sufficientemente descritto nello svolgimento del processo (risultante comunque dagli atti), le attività che necessariamente erano state espletate per giungere alla pronuncia della sentenza di primo grado».
Inoltre, nel caso di specie, tutte le indicazioni necessarie per individuare il valore della causa erano state fornite dall'avvocato in sede di appello, ed era apparso chiaro come la selezione della tariffa professionale applicabile (e dei relativi importi quanto meno nella loro misura minima) fosse attuabile in modo del tutto agevole attraverso il tipo di controversia e le date di inizio e di fine del giudizio.
Né, secondo i giudici della Cassazione, era necessario depositare una nota spese, che avrebbe invece imposto al giudice di operare l'ulteriore analitico esame di tutte le voci esposte. Pertanto, gli Ermellini hanno concluso osservando che il giudice d'appello, a fronte di censure che in sintesi indicavano la liquidazione effettuata al di sotto dei minimi e in modo largamente insufficiente, avrebbe dovuto verificare se, applicando i minimi inderogabili alle attività necessariamente svolte per l'espletamento della causa, sussistesse o meno la violazione indicata.
Qualora la verifica avesse dato esito positivo (in pratica la violazione dei minimi inderogabili) e in assenza di notula lo stesso giudici di appello avrebbe poi dovuto procedere ad una liquidazione secondo tariffa e con riguardo alle attività effettivamente e necessariamente svolte con esclusione di tutte le altre non documentate (articolo ItaliaOggi Sette del 25.07.2016).

maggio 2016

INCARICHI PROFESSIONALI: L’applicazione di qualunque regola di finanza pubblica impone di definire, a priori, l’ambito oggettivo di applicazione della norma, nel caso di specie della corretta qualificazione di un incarico affidato a un professionista esterno.
Quest’ultimo, infatti, è generalmente riconducibile, per il diritto civile, al contratto d’opera (art. 2222 cod. civ.) e, più di preciso, al contratto d’opera intellettuale (art. 2229 cod. civ.).
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Il confine fra contratto d’opera intellettuale (artt. 2222 e 2229 del codice civile) e contratto d’appalto di servizi (art. 1665 del codice civile) è individuabile, in base al codice civile, nel carattere personale o intellettuale delle prestazioni, nel primo caso, e nella natura imprenditoriale del soggetto esecutore, nel secondo.
L’appalto di servizi, pur presentando elementi di affinità con il contratto d’opera (autonomia rispetto al committente), si differenzia da quest’ultimo in ordine al profilo dell’organizzazione, atteso che l’appaltatore esegue la prestazione con mezzi e personale che fanno ritenere sussistente, assieme al requisito della gestione a proprio rischio, la qualità di imprenditore commerciale (art. 2195 cod. civ.). Il prestatore d’opera, di converso, pur avendo anch’egli l’obbligo di compiere, dietro corrispettivo, un servizio a favore del committente, senza vincolo di subordinazione e con assunzione del relativo rischio, si obbliga ad eseguirlo con lavoro prevalentemente proprio, senza una necessaria organizzazione.
La delimitazione fra contratto d’opera intellettuale e contratto d’appalto di servizi sfuma, come accennato, in sede di applicazione della disciplina, di derivazione comunitaria, sui contratti pubblici (d.lgs. n. 50 del 2016 e, in precedenza, d.lgs. n. 163 del 2006), che, come noto, impone predeterminate procedure amministrative, ad evidenza pubblica, prodromiche alla stipulazione dei contratti da parte delle pubbliche amministrazioni (o dei soggetti, anche privati, a queste ultime assimilati).
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Secondo una parte della giurisprudenza amministrativa (TAR Lazio, Latina, sentenza 20.07.2011 n. 604), infatti, il codice dei contratti pubblici attrae nella nozione di appalto di servizi anche le prestazioni d’opera intellettuale, imponendo di considerare appaltatore non solo chi è tale in base alla nozione civilistica, ma anche il professionista che partecipa ad una gara pubblica per l’affidamento di un servizio di natura intellettuale. Altra giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 11.05.2012 n. 2730) valorizza, invece, le differenze fra i due contratti ai fini delle conseguenti ricadute in materia di soggezione al codice dei contratti pubblici. In tale prospettiva, è stato ritenuto elemento qualificante dell’appalto di servizi, oltre alla complessità dell’oggetto, la circostanza che l’affidatario dell’incarico necessiti, per l’espletamento, di apprestare una specifica organizzazione finalizzata a soddisfare i bisogni dell’ente.
Il codice dei contratti pubblici adotta certamente una nozione ampia di appalto di servizi, che comprende, in alcuni casi, anche l’attività del professionista intellettuale. Si tratta di nozione finalizzata ad estendere l’ambito di applicazione oggettivo della disciplina di cui al d.lgs. n. 50 del 2016 (in aderenza, da ultimo, alle direttive comunitarie del 26.02.2014, n. 2014/23/UE, n. 2014/24/UE e n. 2014/25/UE, tese a favorire il confronto concorrenziale fra operatori economici, la libera circolazione di servizi ed il diritto di stabilimento).
Tale nozione, come accennato,
non si ripercuote, tuttavia, sulle definizioni di contratto di prestazione d’opera, di prestazione d’opera intellettuale o di appalto di servizi, come delineate dal codice civile, posto che il codice dei contatti pubblici è teso a disciplinare le procedure di affidamento di un’ampia gamma di contratti, che, pur definiti come “appalto”, comprendono una serie eterogena di negozi civilistici (per esempio, somministrazione, mandato, trasporto, assicurazione etc., cfr. art. 1, comma 1, lett. dd), ii) ed ss) del d.lgs. n. 50 del 2016).
Con riferimento alla fattispecie concreta, va tuttavia ribadito come spetti al Comune istante valutare se, in concreto, ricorrano i presupposti per qualificare gli incarichi tecnico-professionali che intende affidare in termini di contratto d’opera intellettuale o di appalto di servizi.
Attenendosi ai soli elementi desumibili dalla richiesta di parere, la Sezione osserva che
la prestazione sembra necessitare di competenze tecniche (e, come tale, deve essere resa da soggetto qualificato e regolarmente iscritto nell’albo professionale), ma non pare ravvisarsi la necessità di un’organizzazione aggiuntiva (tipica dell’appalto).
La necessità di utilizzare, da parte di un professionista, mezzi compresi fra gli ordinari strumenti cognitivi ed operativi a disposizione di qualunque lavoratore del settore, non è sufficiente a ritenere che, per il diritto civile, il contratto debba essere inquadrato nell’appalto di servizi.
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La Sezione ricorda che i principi di unità e universalità, propri dei bilanci degli enti locali (cfr. Allegato 1 al d.lgs. n. 118 del 2011), come di tutte le pubbliche amministrazioni, comportano che tutte le entrate e le spese sostenute da un ente transitino per il bilancio (mentre le gestioni fuori bilancio o le contabilità separate sono ammesse solo nei casi previsti dalla legge), imponendo, pertanto, che l’eventuale contributo finanziario di un qualunque terzo (concretante un atto di liberalità) debba essere accertato e incassato dal Comune beneficiario e, successivamente, finalizzato all’assunzione dell’impegno di spesa per il pagamento del professionista incaricato.
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Il Sindaco del Comune di Grassobbio (BG), con nota del 06.05.2016, ha formulato una richiesta di parere avente ad oggetto i limiti finanziari agli incarichi di consulenza.
Premette che il Comune ha un cospicuo fondo cassa (euro 13.562.052), un congruo avanzo d'amministrazione (euro 4.891.491) ed una spesa di personale (euro 1.061.538) peri a circa un quarto di quella corrente. Tuttavia, nel 2009, aveva sostenuto spese per consulenze per soli euro 3.182.
Nel 2016, l’Ente riferisce di avere la necessità d'incaricare alcuni avvocati per la predisposizione delle norme della variante del Piano di governo del territorio e di altre specifiche e delicate regolamentazioni, ma, riferisce il Sindaco, secondo il segretario ed il revisore dei conti, queste spese sono da includere fra quelle di consulenza (e non di appalti di servizi), per le quali occorre osservare il limite del 20% della spesa sostenuta nel 2009 allo stesso titolo.
L’istanza ricorda, altresì, come la Sezione delle Autonomie, con deliberazione n. 26/2013/QMIG, abbia stabilito, richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 139 del 2012, che è possibile prendere in esame non le varie tipologie di spese soggette a limite, ma la loro somma totale.
Il quesito richiama, inoltre, un ulteriore limite finanziario, in base al quale le spese per consulenze devono comunque essere contenute nella percentuale del 4,2% di quelle per il personale (tetto che, per il Comune istante, ammonterebbe, nel 2016, a circa 42.000 euro). Tuttavia, secondo il segretario ed il revisore, prosegue il Sindaco, questo limite concorre con quello del 20% del 2009, per cui il tetto per l’Ente sarebbe di euro 636 (20% di euro 3.182).
Il Sindaco istante ritiene evidente che si tratti di una situazione imbarazzante ed ingiusta, posto che gli enti locali che, negli anni precedenti, sono stati più virtuosi vengono penalizzati.
Sulla base di tali premesse, in relazione al potenziale conferimento di incarichi legali per la predisposizione delle norme della variante del Piano di governo del territorio e di altre specifiche regolamentazioni, pone quattro quesiti:
   1) con il primo, se gli incarichi in discorso siano qualificabili come consulenze o appalti di servizi;
   2) con il secondo, quali siano le spese soggette a limite da prendere in esame e se, tra esse, vanno inserite anche le spese per collaborazioni continuative;
   3) con il terzo, quali siano i limiti finanziari da rispettare;
   4) con il quarto, se sia possibile per il Sindaco, previo conferimento in base alle procedure di legge, pagare i professionisti incaricati direttamente di tasca propria ovvero rimborsare al Comune, sempre di tasca propria, le spese sostenute. Quest’ultima eventuale iniziativa, al fine di non incorrere in danni erariali.
...
   I. La distinzione fra contratti d’opera e contratti di appalto di servizi
Come più volte ribadito nelle pronunce della magistratura contabile (da ultimo, si rinvia a SRC Liguria, deliberazioni n. 54/2015/PAR e n. 79/2015/PAR),
l’applicazione di qualunque regola di finanza pubblica impone di definire, a priori, l’ambito oggettivo di applicazione della norma, nel caso di specie della corretta qualificazione di un incarico affidato a un professionista esterno. Quest’ultimo, infatti, è generalmente riconducibile, per il diritto civile, al contratto d’opera (art. 2222 cod. civ.) e, più di preciso, al contratto d’opera intellettuale (art. 2229 cod. civ.).
Le norme di finanza pubblica, tuttavia, fanno consueto riferimento (si rinvia, appunto, all’art. 6, comma 7, del decreto-legge 31.05.2010, n. 78, convertito dalla legge 30.07.2010, n. 122 o all’art. 1, comma 5, del decreto-legge 31.08.2013, n. 101, convertito dalla legge 30.10.2013, n. 125), nel definire divieti o limitazioni di spesa, ai “contratti di consulenza” (spesso affiancati a quelli di studio o di ricerca) o, in altri casi, ai “contratti conferibili ai sensi dell’art. 7, comma 6, del d.lgs. 30.03.2001, n. 165” (cfr., per esempio, art. 17, comma 30, del decreto-legge 01.07.2009, n. 78, convertito dalla legge 03.08.2009, n. 122), norma che disciplina i presupposti e la procedura per il conferimento di incarichi a soggetti terzi mediante contratti di lavoro autonomo, di natura occasionale o coordinata e continuativa.
Appare anche opportuno precisare che alcuni rapporti negoziali, qualificabili, per il diritto civile, come contratti d’opera o di opera intellettuale, sono stati attratti, in punto di procedure per l’affidamento, alla disciplina dettata dal codice dei contratti pubblici (dlgs 19.04.2016, n. 50), che, in esecuzione a specifiche direttive comunitarie, nel delineare l’ambito oggettivo di applicazione, contiene una definizione di “contratto di appalto di servizi” (cfr. art. 3, comma 1, lett. dd), ii) ed ss) del d.lgs. n. 50 del 2016 e, in precedenza, art. 3, commi 3, 6 e 10 del d.lgs. n. 163 del 2006) molto più ampia di quella del codice civile, attraendo anche negozi qualificabili come contratti d’opera o di opera intellettuale.
Sul punto, si rinvia, per gli aspetti di carattere generale, alle numerose pronunce rese in materia dalla magistratura contabile, fra le quali possono ricordarsi, senza pretesa di esaustività, Sezioni Riunite in sede di controllo, deliberazione n. 6/CONTR/2005 del 15.02.2005; Sezione delle Autonomie, deliberazione n. 6/AUT/2008; Sezione regionale di controllo la Lombardia, deliberazioni n. 355/2012/PAR, n. 51/2013/PAR, n. 236/2013/PAR e n. 178/2014/PAR.
Il confine fra contratto d’opera intellettuale (artt. 2222 e 2229 del codice civile) e contratto d’appalto di servizi (art. 1665 del codice civile) è individuabile, in base al codice civile, nel carattere personale o intellettuale delle prestazioni, nel primo caso, e nella natura imprenditoriale del soggetto esecutore, nel secondo.
L’appalto di servizi, pur presentando elementi di affinità con il contratto d’opera (autonomia rispetto al committente), si differenzia da quest’ultimo in ordine al profilo dell’organizzazione, atteso che l’appaltatore esegue la prestazione con mezzi e personale che fanno ritenere sussistente, assieme al requisito della gestione a proprio rischio, la qualità di imprenditore commerciale (art. 2195 cod. civ.). Il prestatore d’opera, di converso, pur avendo anch’egli l’obbligo di compiere, dietro corrispettivo, un servizio a favore del committente, senza vincolo di subordinazione e con assunzione del relativo rischio, si obbliga ad eseguirlo con lavoro prevalentemente proprio, senza una necessaria organizzazione.
La delimitazione fra contratto d’opera intellettuale e contratto d’appalto di servizi sfuma, come accennato, in sede di applicazione della disciplina, di derivazione comunitaria, sui contratti pubblici (d.lgs. n. 50 del 2016 e, in precedenza, d.lgs. n. 163 del 2006), che, come noto, impone predeterminate procedure amministrative, ad evidenza pubblica, prodromiche alla stipulazione dei contratti da parte delle pubbliche amministrazioni (o dei soggetti, anche privati, a queste ultime assimilati).

Secondo una parte della giurisprudenza amministrativa (TAR Lazio, Latina, sentenza 20.07.2011 n. 604), infatti,
il codice dei contratti pubblici attrae nella nozione di appalto di servizi anche le prestazioni d’opera intellettuale, imponendo di considerare appaltatore non solo chi è tale in base alla nozione civilistica, ma anche il professionista che partecipa ad una gara pubblica per l’affidamento di un servizio di natura intellettuale. Altra giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 11.05.2012 n. 2730) valorizza, invece, le differenze fra i due contratti ai fini delle conseguenti ricadute in materia di soggezione al codice dei contratti pubblici. In tale prospettiva, è stato ritenuto elemento qualificante dell’appalto di servizi, oltre alla complessità dell’oggetto, la circostanza che l’affidatario dell’incarico necessiti, per l’espletamento, di apprestare una specifica organizzazione finalizzata a soddisfare i bisogni dell’ente.
Il codice dei contratti pubblici adotta certamente una nozione ampia di appalto di servizi, che comprende, in alcuni casi, anche l’attività del professionista intellettuale. Si tratta di nozione finalizzata ad estendere l’ambito di applicazione oggettivo della disciplina di cui al d.lgs. n. 50 del 2016 (in aderenza, da ultimo, alle direttive comunitarie del 26.02.2014, n. 2014/23/UE, n. 2014/24/UE e n. 2014/25/UE, tese a favorire il confronto concorrenziale fra operatori economici, la libera circolazione di servizi ed il diritto di stabilimento).
Tale nozione, come accennato, non si ripercuote, tuttavia, sulle definizioni di contratto di prestazione d’opera, di prestazione d’opera intellettuale o di appalto di servizi, come delineate dal codice civile, posto che il codice dei contatti pubblici è teso a disciplinare le procedure di affidamento di un’ampia gamma di contratti, che, pur definiti come “appalto”, comprendono una serie eterogena di negozi civilistici (per esempio, somministrazione, mandato, trasporto, assicurazione etc., cfr. art. 1, comma 1, lett. dd), ii) ed ss) del d.lgs. n. 50 del 2016).
Con riferimento alla fattispecie concreta, posta all’odierno esame della Sezione, va tuttavia ribadito (cfr. SRC Liguria, deliberazione n. 79/2015/PAR) come spetti al Comune istante valutare se, in concreto, ricorrano i presupposti per qualificare gli incarichi tecnico-professionali che intende affidare in termini di contratto d’opera intellettuale o di appalto di servizi.
Attenendosi ai soli elementi desumibili dalla richiesta di parere, la Sezione osserva che
la prestazione sembra necessitare di competenze tecniche (e, come tale, deve essere resa da soggetto qualificato e regolarmente iscritto nell’albo professionale), ma non pare ravvisarsi la necessità di un’organizzazione aggiuntiva (tipica dell’appalto).
Come evidenziato in precedenti pareri (cfr., per esempio, SRC Lombardia, parere 20.05.2014 n. 178),
la necessità di utilizzare, da parte di un professionista, mezzi compresi fra gli ordinari strumenti cognitivi ed operativi a disposizione di qualunque lavoratore del settore, non è sufficiente a ritenere che, per il diritto civile, il contratto debba essere inquadrato nell’appalto di servizi.
   II. Gli aggregati di spesa oggetto di limitazione
Con il secondo ed il terzo quesito, trattabili unitariamente, il Sindaco istante chiede di conoscere quali siano le spese vincolate da prendere in esame e se, tra esse, debbano essere inserite anche quelle per le collaborazioni coordinate e continuative. Di conseguenza, anche per queste ultime, chiede quali siano i limiti finanziari da rispettare.
   II.a) La Sezione evidenzia, in primo luogo, come i contratti di collaborazione coordinata e continuativa siano soggetti ad una differente norma limitativa di finanza pubblica, precisamente l’art. 9, comma 28, del citato decreto-legge n. 78 del 2010.
La ridetta norma dispone, infatti, che, dal 2011, le pubbliche amministrazioni possono avvalersi di personale assunto a tempo determinato o con altri contratti c.d. flessibili (fra i quali annovera, espressamente, quelli di collaborazione coordinata e continuativa) nel limite del 50 per cento della spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009. Tale disposizione costituisce principio generale ai fini del coordinamento della finanza pubblica ai quali si adeguano le regioni, le province autonome, gli enti locali e quelli del servizio sanitario nazionale.
In particolare,
per gli enti locali, l’art. 11, comma 4-bis, del decreto-legge 24.06.2014, n. 90, introdotto dalla legge di conversione 11.08.2014, n. 114, ha inserito, nel citato comma 28, un ulteriore periodo, in base al quale le limitazioni ivi previste non si applicano agli enti locali in regola con l'obbligo di riduzione delle spese di personale, di cui ai commi 557 e 562 dell'articolo 1 della legge 27.12.2006, n. 296, e successive modificazioni. La spesa complessiva non può, comunque, essere superiore a quella sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009 (sul punto, si rinvia alla deliberazione della Sezione delle Autonomine n. 2/2015/QMIG).
Le limitazioni poste agli enti locali alla spesa per il personale assunto a tempo determinato o con altri contratti c.d. flessibili sono state oggetti di svariate pronunce da parte delle Sezioni regionali e centrali (alle cui motivazioni e conclusioni può farsi rinvio), anche riguardo le modalità di applicazione da parte degli enti di minori dimensioni (si rinvia, per esempio, alla deliberazione delle Sezioni riunite n. 11/CONTR/2012).
   II.b)
Per quanto riguarda, invece, i contratti d’opera e di opera intellettuale (definiti nelle esaminate norme di finanza pubblica, come “incarichi di consulenza e studio”), l’art. 6, comma 7, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito dalla legge n. 122 del 2010, come accennato nel precedente paragrafo, stabilisce che, a decorrere dal 2011, la spesa annua non possa essere superiore al 20% di quella sostenuta nel 2009.
Circa le concrete modalità applicative della norma, tuttavia, sia in sede consultiva (cfr., per esempio, SRC Liguria deliberazione n. 54/2015/PAR), che di verifica dei rendiconti consuntivi (cfr., per esempio, SRC Lombardia deliberazione n. 379/2013/PRSE), la magistratura contabile, al fine di valutare la misura e le modalità con cui la disciplina vincolistica influisce sullo spazio di autonomia gestionale proprio degli enti locali, ha richiamato la sentenza della Corte Costituzionale n. 139 del 04.06.2012, nella quale è stato precisato che,
per questi ultimi, le disposizioni dell’art. 6 del decreto-legge n. 78 del 2010 "non operano in via diretta, ma solo come disposizioni di principio”.
In particolare, dette disposizioni
non impongono al sistema delle autonomie l’adozione di tagli puntuali alle singole voci di spesa considerate dal legislatore, bensì costituiscono il riferimento per la determinazione dell’ammontare complessivo dell’obiettivo di riduzione, che ciascun ente locale può discrezionalmente rimodulare tra i diversi aggregati oggetto di limitazione.
Pertanto, nell'esercizio della propria autonomia, ove vi sia capienza di bilancio, gli enti locali conservano la facoltà anche di mantenere inalterata (o di incrementare) la spesa per consulenze, purché riducano, per percentuali superiori, le altre voci contemplate nell'art. 6 del decreto-legge n. 78 del 2010 (missioni; formazione; relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza; etc.).

In seguito, la Sezione delle autonomie di questa Corte, con la deliberazione n. 26/QMIG del 30.12.2013, ha ulteriormente esteso la possibilità, per gli enti locali, di operare compensazioni fra le spese costituenti i c.d. consumi intermedi, ammettendola con riferimento a tutte le norme di finanza pubblica ponenti dei limiti al ridetto aggregato (nell’occasione il problema afferiva all’inclusione, fra le riduzioni passibili di compensazione, dei limiti posti alla spesa per mobili e arredi dall’art. 1, commi 141 e 142, della legge 24.12.2012, n. 228). Il principio è stato poi ripreso dalle Sezioni regionali (da ultimo, si può far rinvio a SRC Sardegna, deliberazione n. 5/2016/PAR).
   II.c) L’art. 14, comma 1, del decreto legge n. 66 del 2014, convertito con la legge n. 89 del 23.06.2014, ha introdotto un diverso limite, che si aggiunge a quelli sopra esaminati.
La norma dispone, infatti, che, fermi restando i limiti derivanti dalle vigenti disposizioni, e in particolare dall’art. 6, comma 7, del decreto-legge n. 78 del 2010 e dall’art. 1, comma 5, del decreto-legge n. 101 del 2013,
le amministrazioni pubbliche …, a decorrere dall’anno 2014, non possono conferire incarichi di consulenza, studio e ricerca quando la spesa complessiva sostenuta nell’anno per tali incarichi è superiore rispetto alla spesa per il personale dell’amministrazione che conferisce l’incarico, come risultante dal conto annuale del 2012, al 4,2% per le amministrazioni con spesa di personale pari o inferiore a 5 milioni di euro, e all’1,4% per le amministrazioni con spesa di personale superiore a 5 milioni di euro”.
Analoga limitazione è stata introdotta, dal legislatore, per i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, precludendone il conferimento “
quando la spesa complessiva per tali contratti è superiore rispetto alla spesa del personale dell'amministrazione che conferisce l'incarico come risultante dal conto annuale del 2012, al 4,5% per le amministrazioni con spesa di personale pari o inferiore a 5 milioni di euro, e all'1,1% per le amministrazioni con spesa di personale superiore a 5 milioni di euro”.
Va, tuttavia, ricordato, come il comma 4-ter della medesima disposizione, introdotto dalla legge di conversione n. 89 del 2014, consente alle regioni, alle province, alle città metropolitane ed ai comuni di rimodulare o adottare misure alternative di contenimento della spesa corrente, al fine di conseguire risparmi non inferiori a quelli derivanti dall'applicazione delle due sopraesposte limitazioni finanziarie agli incarichi di consulenza, studio e ricerca e di collaborazione.
In proposito, nell’istanza di parere il Sindaco evidenzia come, in base a quest’ultima limitazione normativa, il Comune potrebbe sostenere spese annuali per consulenze fino a 42.000 euro (onere che, in base ai dati di bilancio sinteticamente esposti, appare anche finanziariamente sostenibile). Tuttavia, questo vincolo, come sopra accennato, concorre con quello del 20% dell’impegnato 2009 (che il legislatore ha, espressamente, fatto salvo), per cui il tetto per l’Ente si riduce a soli euro 636 (il 20% di euro 3.182).
   II.d) Per quanto riguarda il profilo dell’assenza di spesa nell’anno base di riferimento preso in considerazione dalla norma statale di finanza pubblica (nel caso di specie, il 2009), la Sezione, poco dopo l’introduzione della norma in questione (cfr.
parere 29.04.2011 n. 227), ha osservato che la ratio sottesa alla legge è di rendere operante, a regime, una riduzione della spesa per gli incarichi di consulenza e di studio. Tuttavia, il legislatore non ha inteso vietare agli enti locali la possibilità di conferire i ridetti incarichi esterni, quando ne ricorrono i presupposti. Pertanto, valorizzandone la ridetta finalità, di riduzione dell’incidenza di questa tipologia di spesa sui bilanci degli enti locali e non di divieto, si era giunti alla conclusione che per gli enti locali che, nel corso dell’anno 2009, non hanno sostenuto alcuna spesa a titolo di incarichi per studi e consulenze, andasse individuato un diverso, ma congruo e razionale, parametro di riferimento.
Era stato evidenziato che, ove non si fosse adottata questa interpretazione, la riduzione lineare prevista dal citato art. 6, comma 7, avrebbe finito per premiare proprio gli enti meno virtuosi, che, nel corso dell’anno 2009 (o in altri presi a riferimento dal legislatore statale), hanno sostenuto una spesa rilevante per consulenze (al contrario, il vincolo finanziario si tradurrebbe in un divieto assoluto per gli enti più virtuosi che, in quello stesso anno, non hanno sostenuto spese).
Pertanto, si era concluso nel senso che
il limite da osservare fosse quello della “spesa strettamente necessaria” che l’ente locale deve sostenere per conferire un incarico di consulenza o di studio. Quest’ultimo limite, a sua volta, diverrà il parametro finanziario per gli anni successivi.
In seguito, questo orientamento è stato ripreso dalla Sezione in relazione ad altre norme di finanza pubblica. Può farsi rinvio, per esempio, alla fattispecie dell’assenza di parametro di spesa nel caso dei limiti ai compensi agli amministratori di società partecipate (cfr. deliberazione n. 1/2015/PAR) o delle assunzioni a tempo determinato o con altri contratti c.d. flessibili (cfr. deliberazioni n. 157/2014/PAR e n. 215/2014/PAR).
Tuttavia,
la riferita interpretazione non è stata seguita nel caso in cui l’ente abbia sostenuto una spesa, anche se minima, nell’anno base di riferimento (in tema di consulenze, può farsi rinvio al
parere 28.03.2012 n. 88) o nell’ipotesi in cui la norma di finanza pubblica preveda essa stessa un parametro alternativo (cfr., in materia di assunzioni a tempo determinato, i citati parere 18.04.2013 n. 157 e n. 215/2014/PAR).
In questi ultimi casi, infatti, la difficoltà per l’interprete di stabilire fino a che punto una “spesa minima” possa essere assimilata ad una “spesa assente”, unitamente agli elementi di flessibilità applicativa affermati, per le autonomie locali, dalla Corte costituzionale nella citata sentenza n. 139/2012, hanno indotto la Sezione, in attesa di auspicabili interventi chiarificatori o correttivi da parte del legislatore, a non estendere il principio di diritto affermato in caso di mancanza di spesa nell’anno base di riferimento.
   III. La possibilità di pagamento al consulente con fondi privati
Con il quarto quesito il Sindaco istante chiede se sia possibile, previo conferimento in base alle procedure di legge (il richiamo, implicito, è ai presupposti ed alle procedure comparative previste dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. 165 del 2001, ovvero, qualora l’incarico sia qualificabile come appalto di servizi, a quelle di gara poste dal d.lgs. n. 50 del 2016), pagare i professionisti direttamente di tasca propria o rimborsare al Comune le spese sostenute.
Sul punto, va premesso, in primo luogo, come
costituisca approdo ormai consolidato della giurisprudenza contabile il principio secondo cui, dal computo delle spese per consulenza (come dalle altre elencate dall’art. 6 del decreto-legge n. 78 del 2010 o da ulteriori norme di finanza pubblica), vadano escluse quelle coperte mediante finanziamenti finalizzati o risorse provenienti (per esempio, sponsorizzazioni) da altri soggetti, pubblici o privati (cfr., ex multis, le deliberazioni delle Sezioni regionali di controllo per l’Emilia Romagna, n. 233/2014/PAR, per la Lombardia, n. 398/2012/PAR, per il Piemonte, n. 40/2011/PAR).
Come affermato, infatti, nella deliberazione delle Sezioni riunite in sede di controllo n. 7/CONTR del 07.02.2011,
in cui il principio era stato formulato proprio con riferimento alle spese per studi e consulenze, l’obiettivo comune di tali disposizioni finanziarie non è di limitare tout court i servizi e le funzioni realizzate a mezzo di determinate spese, bensì quello di ridurne l’impatto sul bilancio degli enti. Pertanto, ove tale incidenza non sussista o sia neutralizzata da una fonte esterna, la norma limitativa di spesa non trova applicazione.
Per quanto riguarda le specifiche modalità alternative proposte dal Sindaco istante, la Sezione ricorda che i principi di unità e universalità, propri dei bilanci degli enti locali (cfr. Allegato 1 al d.lgs. n. 118 del 2011), come di tutte le pubbliche amministrazioni, comportano che
tutte le entrate e le spese sostenute da un ente transitino per il bilancio (mentre le gestioni fuori bilancio o le contabilità separate sono ammesse solo nei casi previsti dalla legge), imponendo, pertanto, che l’eventuale contributo finanziario di un qualunque terzo (concretante un atto di liberalità) debba essere accertato e incassato dal Comune beneficiario e, successivamente, finalizzato all’assunzione dell’impegno di spesa per il pagamento del professionista incaricato (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 30.05.2016 n. 162).

INCARICHI LEGALI: Legali in gara, quantum deciso dalla p.a..
Nel caso di partecipazione di un avvocato a una commissione di gara per un appalto pubblico non vanno applicate le tariffe professionali, bensì il compenso fissato dall'amministrazione.

Questo è quanto ha precisato la Corte di Cassazione, Sez. II civile, con la sentenza 11.05.2016 n. 9659.
I giudici della Suprema corte, infatti, hanno rilevato come le tariffe professionali degli avvocati siano applicabili solo per quelle attività tecniche, o comunque collegate con prestazioni di carattere tecnico, che siano considerate nella tariffa, oggettivamente proprie della professione legale.
Tali attività devono essere specificamente riferite alla consulenza o assistenza delle parti in affari giudiziari o extragiudiziari e non possono essere, quindi, applicate, solo perché rese da un professionista iscritto all'albo, alle prestazioni svolte nell'ambito di una commissione mista, i cui atti siano imputabili esclusivamente all'organo collegiale.
Alla luce di queste considerazioni ne deriva che, nel caso in esame, in caso di commissione composta dal presidente dell'Ufficio regionale per i pubblici appalti, da tre professionisti ingegneri e/o architetti e da un professionista esperto in materie giuridiche, il compenso di quest'ultimo componente deve essere liquidato, sebbene avvocato, non applicando le tariffe professionali forensi, bensì secondo la misura stabilita dall'assessore regionale per i lavori pubblici, al quale, per legge regionale, spetta provvedere alla relativa determinazione (articolo ItaliaOggi Sette del 16.05.2016).

INCARICHI PROFESSIONALIPareri pure senza motivazione. Discrezionalità al Consiglio dell'Ordine degli avvocati. PARCELLE/ Il Tar Umbria sui compensi contenuti tra minimi e massimi tariffari.
I pareri di congruità espressi dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati sulla liquidazione delle parcelle professionali, contenuta tra i minimi ed i massimi tariffari, non richiedono specifica motivazione.

Lo ha precisato il TAR Umbria con la sentenza 10.05.2016 n. 395.
Nel caso in esame era stato chiesto l'annullamento del provvedimento con cui l'Ordine degli avvocati di Perugia aveva disposto la liquidazione di un compenso professionale pari a euro 16 mila per l'attività svolta da un avvocato nel corso di una controversia civile al fine di fare accertare il mancato rispetto delle distanze legali tra costruzioni e di chiedere la conseguente condanna a porre in essere le opere necessarie a eliminare il manufatto illecitamente realizzato.
Il ricorrente, sebbene la causa si fosse conclusa positivamente, a suo favore, aveva lamentato che tale provvedimento di liquidazione impugnato non conteneva alcuna motivazione.
I giudici amministrativi respingono il ricorso.
Il Collegio osserva, infatti, come il parere di congruità sulle parcelle professionali reso dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati sia un atto soggettivamente e oggettivamente amministrativo. Tale atto non si esaurisce in una mera certificazione della rispondenza del credito alla tariffa professionale, ma implica una valutazione di congruità della prestazione.
Dal momento che tale valutazione di congruità non si esaurisce in un mero riscontro di conformità alla tariffa delle prestazioni professionali degli avvocati, la liquidazione così effettuata interviene nell'esercizio di un potere ampiamente discrezionale che -secondo i giudici amministrativi- se contenuta tra i minimi e i massimi tariffari non richiede alcuna precisa motivazione (articolo ItaliaOggi Sette del 16.05.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
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MASSIMA
Ciò precisato, va ricordato che secondo il costante indirizzo giurisprudenziale,
il parere di congruità sulle parcelle professionali reso dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati è atto soggettivamente ed oggettivamente amministrativo, che non si esaurisce in una mera certificazione della rispondenza del credito alla tariffa professionale, ma implica una valutazione di congruità della prestazione.
Non esaurendosi dunque siffatta valutazione di congruità in un mero riscontro di conformità alla tariffa delle prestazioni professionali degli avvocati, la liquidazione così effettuata interviene nell’esercizio di un potere ampiamente discrezionale e, se contenuta tra i minimi ed i massimi tariffari
(il che non è contestato nella fattispecie), non richiede specifica motivazione, spettando al contrario al professionista che lo contesti dedurre e provare che il giudizio stesso si sia tradotto in una determinazione, che finisce con il prescindere dal considerare l’effettiva realtà delle prestazioni professionali rese (in termini Cons. Stato, Sez. IV, 23.12.2010, n. 9352; Sez. IV, 24.12.2009, n. 8749).
La liquidazione della parcella del ricorrente non è dunque inficiata da vizio motivazionale, tanto più che, nella vicenda in esame, vi è stata la nota dell’Ordine degli Avvocati di Perugia in data 11.05.2015 che ha esplicitato al ricorrente come «le valutazioni di merito sono […] da ritenersi incorporate nelle annotazioni e nei depennamenti posti a margine della Sua nota, che prevedeva uno scaglione di riferimento differente rispetto a quanto dichiarato negli atti di causa».
Piuttosto, esaminando le censure del ricorrente, il Consiglio ha legittimamente preso a parametro lo scaglione di valore indeterminabile (alto), mentre il ricorrente aveva applicato quello del valore tra euro 500.000,00 ed euro 1.500.000,00; ed invero la domanda di accertamento della realizzazione di un edificio in violazione delle norme sulle distanze tra le costruzioni non consente di individuare il valore effettivo della controversia, e, del resto, lo stesso ricorrente aveva indicato un valore indeterminato ai fini del contributo unificato.
Il “pro-memoria” esplicativo del valore della causa, ipotizzante un intervento di demolizione e di consolidamento, anche a prescindere dalla sua attendibilità, non ha valore, in quanto attiene alla fase di esecuzione della sentenza.

INCARICHI PROFESSIONALI: Legali, niente tetto agli onorari nelle controversie sulle multe.
Il tetto per spese, competenze e onorari dei difensori nelle cause davanti al giudice di pace, introdotto dal decreto Salva Italia non opera nelle controversie di opposizione a ordinanza-ingiunzione, a verbale di accertamento per le violazioni al codice della strada e a cartella di pagamento laddove si denuncia la mancata notifica della multa.
E ciò perché deve ritenersi che la soglia introdotta dal dl 212/2011 operi soltanto nelle liti in cui il giudice di pace decide secondo equità, mentre nelle controversie inerenti le sanzioni amministrative si possono porre questioni complesse che implicano decisioni secondo diritto, anche se la parte opponente e la stessa amministrazione possono stare in giudizio di persona.

È quanto emerge dalla sentenza 05.05.2016 n. 8961 della VI Sez. civile della Corte di Cassazione.
È stato accolto il ricorso del trasgressore, dopo la sconfitta in sede di merito, quanto alla liquidazione di competenze e onorari. Anche secondo il tribunale se si litiga davanti al Gdp per una multa di 73 euro le spese di giustizia non potrebbero essere liquidate in misura superiore a 70. E invece no.
Il Salva Italia ha modificato l'art. 91 cpc introducendo il tetto alle spese di giustizia pari al valore della lite con un rinvio alle «cause previste dall'art. 82, comma 1 cpc»: quest'ultima norma dispone che «davanti al Gdp le parti possono stare in giudizio personalmente nelle cause il cui valore non eccede euro 1.100».
Il legislatore, dunque, ha voluto mettere una soglia solo per le controversie che sono attribuite alla giurisdizione equitativa del Gdp: deve, infatti, ricordarsi l'art. 113 Cpc, comma 2, secondo cui il Gdp decide secondo equità le cause il cui valore non eccede 1.100 euro, salvo quelle derivanti da rapporti giuridici relativi a contratti conclusi secondo le modalità di cui all'articolo 1342 cc.
La limitazione delle spese, quindi, riguarda le controversie nelle quali si può stare in giudizio da soli, mentre nelle cause sulle multe la difesa tecnica non solo è giustificata ma, in certi casi, indispensabile (articolo ItaliaOggi del 06.05.2016).

aprile 2016

INCARICHI PROFESSIONALIL'avvocato ha un tris di doveri. Sollecitazione, dissuasione e informazione al cliente. La Corte di cassazione passa in rassegna le modalità operative del professionista.
L'avvocato è tenuto ad assolvere, sia all'atto del conferimento del mandato, sia nel corso dello svolgimento del rapporto, ai doveri di sollecitazione, dissuasione e informazione del cliente, visto che lo stesso avvocato è tenuto a rappresentare all'assistito tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi.
È quanto ribadito dai giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 19.04.2016 n. 7708.
Inoltre, secondo una ormai consolidata giurisprudenza della stessa Cassazione (Cass., sez. 2ª, sentenza n. 14597 del 2004), è facoltà dell'avvocato quella di richiedere al cliente gli elementi necessari o utili in suo possesso; di sconsigliarlo dall'intraprendere o proseguire un giudizio dall'esito probabilmente sfavorevole.
I giudici hanno anche osservato che sarà onere dell'avvocato fornire la prova della condotta mantenuta e che al riguardo non potrà considerarsi sufficiente il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all'esercizio dello ius postulandi, «trattandosi di elemento che non è idoneo a dimostrare l'assolvimento del dovere di informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l'assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull'opportunità o meno di iniziare un processo o intervenire in giudizio».
Secondo gli Ermellini, poi, l'attività del professionista legale tesa a persuadere il cliente al compimento o meno di un atto, ulteriore rispetto all'assolvimento dell'obbligo informativo, sarà concretamente inesigibile, oltre che contrastante, con il principio secondo cui l'obbligazione informativa dell'avvocato è un'obbligazione di mezzi e non di risultato.
Il difensore è tenuto a informare i clienti sui diversi punti della causa, e ciò si configura come dovere di diligenza (articolo ItaliaOggi Sette del 09.05.2016).
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MASSIMA
1.2.2. - La motivazione resa dalla Corte territoriale risulta esente da censura.
Non può ritenersi che il difensore avesse il dovere di insistere per ottenere il consenso della parte alla chiamata in causa del terzo: la diligenza cui era tenuto il difensore nell'esercizio del suo mandato era stata assolta nel momento in cui il cliente era stato informato sul punto (ex plurimis, Cass., sez. 3^, sentenza n. 24544 del 2009).
Vero che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, l'obbligo di diligenza, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 1176, secondo comma, e 2236 cod. civ., impone all'avvocato di assolvere -sia all'atto del conferimento del mandato, sia nel corso dello svolgimento del rapporto- anche ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo il professionista tenuto a rappresentare a quest'ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; di sconsigliarlo dall'intraprendere o proseguire un giudizio dall'esito probabilmente sfavorevole.
E' vero, di conseguenza, che incombe sul professionista l'onere di fornire la prova della condotta mantenuta, e che al riguardo non è sufficiente il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all'esercizio dello ius postulandi, trattandosi di elemento che non è idoneo a dimostrare l'assolvimento del dovere di informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l'assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull'opportunità o meno di iniziare un processo o intervenire in giudizio
(Cass., sez. 2^, sentenza n. 14597 del 2004).
Ciò detto,
è altresì vero che l'attività di persuasione del cliente al compimento o non di un atto, ulteriore rispetto all'assolvimento dell'obbligo informativo, è concretamente inesigibile, oltre che contrastante con il principio secondo cui l'obbligazione informativa dell'avvocato è un'obbligazione di mezzi e non di risultato (ex plurimis, Cass., sez. 3^, sentenza n. 10289 del 2015).
1.2.3. - Nel caso di specie la scelta del cliente, di non chiamare in garanzia il terzo, era riconducibile a ragioni fattuali e non giuridiche, non esplicitate dal cliente al difensore, mentre la consapevolezza delle conseguenze giuridiche della mancata chiamata in garanzia, ossia l'impossibilità di  rivalersi sul garante, era contenuta nell'informazione resa in merito alla facoltà di chiamata in causa del terzo.
E del resto, il difensore non poteva prospettare in modo certo al proprio cliente la responsabilità della ditta installatrice dell'impianto di allarme, a fronte della pronuncia di merito che aveva ritenuto non accertato il nesso causale tra inidoneità o malfunzionamento dell'impianto e perpetrazione del furto.
Non sussiste, pertanto, la dedotta violazione di legge.
2. - Con il secondo motivo è dedotto vizio di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all'art. 360, primo coma, n. 5, cod. proc. civ., per avere la Corte d'appello ritenuto che l'eventualità della chiamata in garanzia del terzo non implicasse la risoluzione di specifiche questioni processuali o di diritto sostanziale, ma fosse rimessa ad una valutazione di opportunità spettante al cliente e non sindacabile dal difensore.
2.1. - La doglianza è infondata.
2.1.1. - Il dovere di informazione del difensore si arrestava dinanzi alla prospettazione della possibilità di chiamare in garanzia la società che aveva installato l'impianto antifurto -peraltro, verificato pochi giorni prima del furto e risultato non manomesso dopo la perpetrazione del furto- e non residuavano altri oneri informativi o di sollecitazione che il difensore avrebbe potuto fornire, alla stregua di specifiche cognizioni giuridiche di cui disponeva, tanto più che la scelta della Sh.Te. di non chiamare in causa l'installatore era riconducibile a ragioni di opportunità, sulle quali il difensore non avrebbe potuto sindacare.

INCARICHI PROFESSIONALI: L'obbligo di diligenza, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 1176, secondo comma, e 2236 cod. civ., impone all'avvocato di assolvere -sia all'atto del conferimento del mandato, sia nel corso dello svolgimento del rapporto- anche ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo il professionista tenuto a rappresentare a quest'ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; di sconsigliarlo dall'intraprendere o proseguire un giudizio dall'esito probabilmente sfavorevole.
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1. - Il ricorso è infondato.
1.1. - Con il primo motivo è dedotta violazione degli artt. 1176, 1218, 1375, 2229 e 2236 cod. civ., in relazione all'art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., per avere la Corte d'appello ritenuto che -a fronte di uno specifico dovere informazione nei confronti del proprio cliente in ordine all'opportunità di chiamare in causa il terzo- non era fonte di responsabilità professionale il comportamento omissivo dell'avvocato, che non aveva sollecitato il cliente dopo che questi aveva rifiutato l'ipotesi di effettuare la chiamata in causa del terzo.
1.2. - La doglianza è infondata.
1.2.1. - La Corte d'appello ha osservato che dalle prove raccolte (prova testimoniale diretta, testi Ro. e Ve.) emergeva con certezza che l'amministratore della Sh.Te. era stato informato dall'avvocato Pa., codifensore insieme all'avvocato Mi., dell'opportunità di chiamare in causa -oltre all'istituto incaricato della sorveglianza del capannone nel quale era stato perpetrato il furto- anche la società che aveva installato l'impianto di allarme, ed inoltre che, all'esito dell'informazione, la Sh.Te. aveva scelto di non dare seguito alla predetta chiamata.
Tale valutazione di opportunità, secondo la Corte d'appello, era rimessa al cliente e non era sindacabile dal difensore.
1.2.2. - La motivazione resa dalla Corte territoriale risulta esente da censura.
Non può ritenersi che il difensore avesse il dovere di insistere per ottenere il consenso della parte alla chiamata in causa del terzo:
la diligenza cui era tenuto il difensore nell'esercizio del suo mandato era stata assolta nel momento in cui il cliente era stato informato sul punto (ex plurimis, Cass., sez. 3^, sentenza n. 24544 del 2009).
Vero che, secondo la giurisprudenza di questa Corte,
l'obbligo di diligenza, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 1176, secondo comma, e 2236 cod. civ., impone all'avvocato di assolvere -sia all'atto del conferimento del mandato, sia nel corso dello svolgimento del rapporto- anche ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo il professionista tenuto a rappresentare a quest'ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; di sconsigliarlo dall'intraprendere o proseguire un giudizio dall'esito probabilmente sfavorevole.
E' vero, di conseguenza, che
incombe sul professionista l'onere di fornire la prova della condotta mantenuta, e che al riguardo non è sufficiente il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all'esercizio dello ius postulandi, trattandosi di elemento che non è idoneo a dimostrare l'assolvimento del dovere di informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l'assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull'opportunità o meno di iniziare un processo o intervenire in giudizio (Cass., sez. 2^, sentenza n. 14597 del 2004).
Ciò detto, è altresì vero che
l'attività di persuasione del cliente al compimento o non di un atto, ulteriore rispetto all'assolvimento dell'obbligo informativo, è concretamente inesigibile, oltre che contrastante con il principio secondo cui l'obbligazione informativa dell'avvocato è un'obbligazione di mezzi e non di risultato (ex plurimis, Cass., sez. 3^, sentenza n. 10289 del 2015) (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 19.04.2016 n. 7708).

INCARICHI PROFESSIONALI: Cliente è chi fa procura. Tra gli effetti, l'obbligo di pagare il legale. La Cassazione pone una parola chiarificatrice sulla qualificazione.
La I Sez. civile della Corte di Cassazione con una sentenza 14.04.2016 n. 7382 ha posto una parola chiarificatrice circa la qualificazione del cliente nei rapporti con un avvocato: cliente, cioè colui che sarà tenuto al pagamento del compenso professionale, dovrà essere considerato chi ha materialmente rilasciato la procura alle liti.
I giudici di piazza Cavour nella sentenza in commento hanno altresì evidenziato come un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale abbia chiarito che l'accertamento di quale sia la situazione ricorrente di volta in volta nel caso concreto -cioè se la procura al legale che chieda il pagamento del compenso sia stata conferita dal legale che abbia ricevuto la procura alle liti dal cliente (ex art. 2232 c.c.) oppure (come nel nostro caso) direttamente dallo stesso cliente finale- sia una questione di fatto che, essendo rimessa alla valutazione del giudice di merito, si sottrae al vaglio di legittimità della Cassazione.
Il caso sottoposto all'attenzione degli Ermellini vedeva un avvocato, Tizio, che proponeva diversi decreti ingiuntivi per il pagamento di alcuni compensi nei confronti di alcuni clienti, alcuni dei quali pienamente accordati, altri ridotti e la Corte d'appello aveva rigettato i motivi di gravame con i quali alcuni dei destinatari dei decreti avevano dedotto l'insussistenza di un rapporto professionale tra loro e l'avvocato Tizio, ma solo con l'avvocato Caio al quale avevano corrisposto il compenso.
Secondo i giudici della Corte d'appello era, comunque, dimostrato con il rilascio della procura alle liti il conferimento di specifici mandati professionali anche a Tizio, che li aveva espletati in aggiunta al mandato conferito all'altro avvocato.
I giudici di merito avevano accertato che la procura all'avvocato Tizio era stata conferita direttamente dai ricorrenti e avevano precisato che l'opera da lui svolta non rientrava tra le attività costituenti oggetto della collaborazione professionale in esclusiva con Caio e che il primo non faceva parte dello studio del secondo.
L'affermazione secondo la quale non ci sarebbero stati contatti diretti tra i ricorrenti e l'avv. Tizio non scalfisce, secondo i giudici della Cassazione, la portata del suddetto accertamento, dal quale i giudici di merito hanno tratto la conclusione del conferimento al medesimo avv. G. del mandato di patrocinio professionale.
Questa conclusione, secondo la Suprema corte, è conforme a diritto, poiché «se è vero che per la conclusione del contratto di patrocinio con il cliente non occorre il rilascio della procura ad litem, che è necessaria solo per il compimento dell'attività processuale (v., da ultimo, Cass. n. 13927/2015), e se è anche vero (...) che obbligato al pagamento del compenso potrebbe essere chi non ha dato la procura, è però anche vero che, in mancanza di una prova del conferimento dell'incarico professionale da parte di altro soggetto, si deve «presumere che il cliente è colui che ha rilasciato la procura» e, quindi, è tenuto al pagamento (v. Cass. n. 13401/2015, n. 26060/2013, n. 4959/2012)» (articolo ItaliaOggi Sette del 25.04.2016).

marzo 2016

INCARICHI PROFESSIONALI: Corresponsione, da parte del Comune, degli onorari al proprio legale. Necessità o meno che la parcella sia vistata dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati. Passività pregresse.
1) La parcella del legale è svincolata dalla liquidazione compiuta dal giudice; pertanto il difensore della parte vittoriosa potrebbe richiedere un compenso diverso da quello liquidato giudizialmente.
2) Quanto alla maggior somma richiesta dal legale al proprio cliente si tratta di verificare se tali importi costituiscano somme conseguenti alla sentenza o di maggiore parcella legata ad attività ulteriori non conosciute né conoscibili dal giudice.
3) L'Ente locale prima di procedere al pagamento della parcella presentata dal proprio difensore ha il dovere di esaminare la documentazione relativa all'attività svolta dal difensore per valutarne la congruità.
4) Circa quale sia la corretta procedura per l'imputazione in bilancio dei maggiori oneri relativi ad una parcella professionale presentata, a conclusione di un giudizio, dall'avvocato incaricato della difesa del Comune si contrappongono la teoria la quale afferma che la maggiore spesa tra quanto originariamente impegnato dall'Ente e l'importo finale della parcella presentata dal professionista costituisce debito fuori bilancio e quella che, invece, ritiene sufficiente, per sanare la maggiore spesa, effettuare un impegno residuale nell'esercizio in cui viene richiesto il pagamento (teoria delle passività pregresse).

Il Comune, sentito anche per le vie brevi, chiede un parere in merito alle spese da corrispondere al legale che lo ha assistito in una causa giudiziale ed a come le stesse debbano essere contabilizzate.
Più in particolare, riferisce che il giudice d'appello ha condannato le controparti alla rifusione delle spese di lite per entrambi i gradi di giudizio in favore dell'amministrazione comunale. A seguito di un tanto il legale ha emesso la relativa fattura di importo corrispondente alle spese come liquidate dal giudice, maggiorate di una ulteriore somma. Precisa l'Ente che quanto richiesto dal legale è di importo superiore alla cifra impegnata all'origine della causa dall'amministrazione comunale. Tale somma, rispetto al preventivo di massima rilasciato dall'avvocato in sede di attribuzione dell'incarico e sulla cui base era stato fatto l'impegno di spesa, era stata adeguata in corso di causa agli importi come successivamente comunicati dal difensore del Comune.
[1]
Atteso un tanto, l'Ente chiede se vada riconosciuto l'intero importo richiesto dal legale; se la parcella dell'avvocato debba o meno essere vistata dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati e se la maggiore somma da liquidare, rispetto a quella già impegnata, costituisca passività pregressa.
Sentito il Servizio finanza locale, per la parte di relativa competenza, si esprimono le seguenti considerazioni.
In via preliminare, si osserva che, ai sensi dell'articolo 91, comma 1, c.p.c., il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell'altra parte, liquidandone l'ammontare insieme con gli onorari di difesa.
In linea generale si rileva, altresì, che la parcella del legale è svincolata dalla liquidazione compiuta dal giudice. Il difensore della parte vittoriosa potrebbe richiedere un compenso diverso da quello liquidato giudizialmente. A sostegno di un tanto depone l'articolo 2 del D.M. 08.04.2004, n. 127 (Regolamento recante determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni giudiziali, in materia civile, amministrativa, tributaria, penale e stragiudiziali', il quale recita: 'Gli onorari e i diritti sono sempre dovuti all'avvocato dal cliente indipendentemente dalle statuizioni del giudice sulle spese giudiziali' nonché l'articolo 61, secondo comma, del r.d.l. 27.11.1933, n. 1578, il quale prevede espressamente la possibilità che venga richiesto al cliente un onorario maggiore di quello liquidato a carico della parte soccombente.
[2]
Quanto alla maggior somma richiesta dal legale al proprio cliente si tratta di verificare se tali importi costituiscano somme conseguenti alla sentenza o di maggiore parcella legata ad attività ulteriori non conosciute né conoscibili dal giudice.
Nel primo caso, si tratta di somme che non possono essere liquidate dal giudice al momento della pronuncia essendo esse consequenziali alla stessa. Tra queste spese rientrano, ad esempio, quelle per la carta bollata adoperata e per i diritti relativi alla pubblicazione della sentenza nonché quelle relative al rilascio di copie o alla eventuale apposizione della formula esecutiva. Vi rientrano, altresì, quelle che la parte affronta per la registrazione della sentenza le quali, sebbene successive alla pronuncia, ne dipendono direttamente e non possono non seguire le sorti delle spese del giudizio. Come affermato dalla giurisprudenza, tali spese 'rientrano automaticamente tra quelle conseguenti alla decisione, senza che sia necessaria al riguardo un'espressa statuizione del giudice'.
[3] Tali somme vanno ricomprese tra le spese di lite e sono dovute al legale che le ha sostenute. Dette somme, oltretutto, vanno poste a carico della parte soccombente proprio in quanto spese conseguenti alla sentenza. [4]
Nel caso in cui, invece, l'importo richiesto dall'avvocato costituisca una maggiore parcella, rispetto a quanto liquidato dal giudice, al fine di valutare se lo stesso sia o meno dovuto dal cliente, bisogna, in primis, valutare se, all'inizio dell'incarico, l'amministrazione abbia stipulato un contratto sul compenso con l'avvocato, e quale tenore abbia lo stesso. Qualora, manchi tale accordo sopperiscono i criteri di legge.
[5] A tale ultimo riguardo, si ricorda che la legge 31.12.2012, n. 247 (Nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense) stabilisce, all'articolo 13, che la pattuizione dei compensi è libera e indica una serie di tipologie di accordi utilizzabili dalle parti.
Il comma 6 dell'indicato articolo prevede, poi, che, 'quando all'atto dell'incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale, in caso di liquidazione giudiziale dei compensi e nei casi in cui la prestazione professionale è resa nell'interesse di terzi o per prestazioni officiose previste dalla legge' si fa riferimento ai parametri indicati nel decreto emanato dal Ministero della Giustizia, su proposta del Consiglio Nazionale Forense, ogni due anni.
[6]
Per quanto riguarda l'acquisizione del visto del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati competente sulla parcella del legale, si osserva che la Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Lombardia, intervenuta di recente con proprio parere posto su analogo quesito,
[7] ha affermato che: «L'ente locale prima di procedere al pagamento della parcella presentata dal proprio difensore ha il dovere di esaminare la documentazione relativa all'attività svolta dal difensore per valutarne la congruità. Detta valutazione di congruità (a prescindere che venga svolta dall'Avvocatura dello Stato come nella particolare fattispecie prevista dall'art. 18, comma 1, del D.L. 25/03/1997, n. 67, convertito, con modificazioni, nella Legge 23/05/1997, n. 135) risponde all'esigenza di garantire una "attenta e prudente gestione della spesa pubblica", pertanto deve tenere conto, "da un lato dell'incertezza dell'esatta individuazione delle voci che potrebbero concorrere alla determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità dovute agli avvocati per l'esercizio della loro attività professionale e dei relativi parametri legali, dall'altro della necessità di scongiurare il rischio di annoverare nella parcella spese oggettivamente superflue o non proporzionali all'opera prestata" (C. Conti, sez. reg. Piemonte del. n. 35/2011). Inoltre, anche quando non è richiesto dalla legge il parere dell'Avvocatura dello Stato, la valutazione di congruità deve "riguardare, non solo la conformità della parcella alla tariffa forense, ma anche il rapporto fra l'importanza e delicatezza della causa e le somme spese per la difesa (C. Conti, sez. reg. Piemonte del. n. 35/2011 che richiama Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sent. 23.01.2007, n. 1418)». [8]
Per completezza espositiva si fa presente che la legge 247/2012, all'articolo 13, comma 9, relativo alla disciplina dei compensi spettanti agli avvocati, prevede che: 'In mancanza di accordo tra avvocato e cliente, ciascuno di essi può rivolgersi al consiglio dell'ordine affinché esperisca un tentativo di conciliazione. In mancanza di accordo il consiglio, su richiesta dell'iscritto, può rilasciare un parere sulla congruità della pretesa dell'avvocato in relazione all'opera prestata'.
Passando a trattare dell'ultima questione posta, ovvero quale sia la corretta procedura per l'imputazione in bilancio dei maggiori oneri relativi ad una parcella professionale presentata, a conclusione di un giudizio, dall'avvocato incaricato della difesa del Comune, si rileva come tale questione sia stata esaminata dalla giurisprudenza contabile e dalla dottrina nel precedente sistema di contabilità basato sul principio della competenza finanziaria 'semplice', prima dell'entrata in vigore del decreto legislativo 23.06.2011, n. 118 e, con riferimento alla Regione Friuli Venezia Giulia, della legge regionale 17.07.2015, n. 18. I principi in quella sede elaborati sono stati esplicitati in un parere rilasciato dallo scrivente Ufficio (prot. n. 15066 del 26.09.2007) al quale si rinvia.
[9] In questa sede preme riportare succintamente i due diversi orientamenti formatisi sull'argomento alla luce dei pronunciamenti avutisi più di recente da parte della giurisprudenza nonché in considerazione delle evoluzioni normative che condizionano la soluzione della questione posta.
In particolare, si contrapponevano la teoria la quale affermava che la maggiore spesa tra quanto originariamente impegnato dall'Ente e l'importo finale della parcella presentata dal professionista costituisce debito fuori bilancio e quella che, invece, riteneva sufficiente, per sanare la maggiore spesa, effettuare un impegno residuale nell'esercizio in cui viene richiesto il pagamento (teoria delle passività pregresse)
[10].
Premessa l'attuale permanenza della duplicità di ricostruzione della fattispecie, si ritiene interessante riportare l'orientamento espresso, sull'argomento, dalla Corte dei Conti, sezione di controllo della regione Friuli Venezia Giulia.
[11] In particolare, essa dopo aver ripercorso entrambe le ricostruzioni, ha espressamente ritenuto di non volersi discostare dall'orientamento, ampiamente seguito in seno alla Corte dei Conti, che riconduce la fattispecie all'istituto del debito fuori bilancio.
Al contempo, tuttavia, la Corte compie una serie di considerazioni sull'onere di diligenza che l'Ente pubblico deve osservare, non solo al momento del conferimento dell'incarico al professionista ma anche durante tutto il periodo di svolgimento dell'incarico professionale, che si ritengono interessanti, specie in relazione al comportamento tenuto dal Comune nella fattispecie in esame.
In particolare, la Sezione friulana afferma che: 'La difficoltà di determinazione ex ante della parcella, infatti, giustificata dall'imprevedibilità dell'evoluzione del procedimento contenzioso, non significa impossibilità assoluta di pervenire ad un preventivo ancorato a parametri certi, in considerazione delle caratteristiche di difficoltà e di impegno professionali richiesti'.
La Magistratura contabile afferma, ancora, che: «È infatti [...] necessario che l'Ente verifichi periodicamente l'andamento della causa e adotti i conseguenti provvedimenti di revisione dei relativi impegni. In sostanza, l'Ente deve amministrare il proprio contenzioso, informando -anche in questo ambito- il suo operato a canoni di prudenza, accortezza, veridicità, attendibilità, proporzionalità ed equilibrio, nel preminente interesse di evitare 'sopravvenienze passive'».
Sulla scia di tali ultime considerazioni si pone anche un recente parere della Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Campania,
[12] nel quale si afferma che: «L'obbligo di procurarsi un congruo preventivo del corrispettivo, oltre a gravare sulla p.a. e discendere da principi di sana gestione contabile, è oggi un espresso obbligo gravante sullo stesso professionista per effetto dell'art. 9, D.L. n. 1 del 2012: tale norma ha abrogato le tariffe professionali e ha stabilito che "Il compenso per le prestazioni professionali è pattuito al momento del conferimento dell'incarico professionale. Il professionista deve rendere noto al cliente il grado di complessità dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell'incarico [...]".
In altri termini: l'ente, da un lato, è tenuto in sede d'incarico a concordare nel titolo il corrispettivo affinché il suo ammontare risulti definito o, quantomeno, sufficientemente determinabile, di modo che, a scadenza, la liquidazione dell'onorario e della spesa trovi preventiva e sufficiente provvista nella contabilità dell'ente, evitando la formazione di debiti fuori bilancio. Per contro, in caso d'impegni "irrisori", sarebbero state violate le norme contabili che presidiano la corretta imputazione in bilancio della spesa; il titolo e la fattispecie generativa dell'obbligazione, inoltre, riguarderebbero integralmente un esercizio precedente nel quale l'ammontare della spesa non è stato correttamente rilevato.
Per tale ragione, in tali circostanze, l'unica procedura contabile adottabile è una formale delibera di riconoscimento del debito fuori bilancio, che consente la verifica sull'utilità del patrocinio, e d'attivare il controllo in relazione a possibili profili di responsabilità erariale, stante l'obbligo di trasmissione delle delibere di riconoscimento dei debiti fuori bilancio alla Corte dei conti. Il procedimento di riconoscimento dei debiti fuori bilancio è lo strumento giuridico per riportare un'obbligazione giuridicamente perfezionata all'interno della sfera patrimoniale dell'ente, ricongiungendo il debito insorto con la volontà amministrativa; il procedimento mira a consentire al Consiglio di vagliare la legittimità del titolo e a reperire modalità di copertura finanziaria.
La possibilità di procedere alla contabilizzazione del maggior debito per maggiori costi sopravvenuti tramite un mero adeguamento dello stanziamento in bilancio, dev'essere collegabile, anche nel contesto dei nuovi principi contabili, a cause oggettive e imprevedibili e non a pregresse, soggettive, sottovalutazioni della spesa.
Da ultimo, si riportano le recenti considerazioni espresse dalla Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Lombardia, nel parere del 20.05.2015, n. 200, ove si afferma che: «L'impegno di spesa per prestazioni professionali a tutela dell'ente può dirsi assunto correttamente quando in presenza di un eventuale maggior onere (emergente dall'imprevedibile lunga durata della causa), al fine di garantire la copertura finanziaria, l'ente adegua lo stanziamento iniziale integrando l'originario impegno di spesa. Ne consegue che se l'importo legittimamente impegnato si riveli insufficiente, la differenza non realizza automaticamente un debito fuori bilancio, ex art. 194, comma 1, lett. e), TUEL. Detta indicazione è confermata nella nuova disciplina sull'armonizzazione dei sistemi contabili, ove all'Allegato 4/2, D.Lgs. n. 118 del 2011, si afferma che "gli impegni derivanti dal conferimento di incarico a legali esterni, la cui esigibilità non è determinabile, sono imputati all'esercizio in cui il contratto è firmato, in deroga al principio della competenza potenziata, al fine di garantire la copertura della spesa"; poi si aggiunge "al fine di evitare la formazione di debiti fuori bilancio, l'ente chiede ogni anno al legale di confermare o meno il preventivo di spesa sulla base della quale è stato assunto l'impegno e, di conseguenza, provvede ad assumere gli eventuali ulteriori impegni"».
Volendo fare una sintesi di quanto sopra espresso, specie in considerazione del fatto che il Comune, come riferito, si è fatto rilasciare, in sede di attribuzione dell'incarico, un preventivo di massima da parte dell'avvocato e ha, successivamente, adeguato tale importo agli incrementi comunicatigli dal legale in corso di causa e motivati da lungaggini processuali o complessità della causa successivamente intervenute, e del fatto che l'eccedenza di spesa rispetto a quanto già impegnato, secondo quanto riferito, risulta essere di non eccessiva entità, parrebbero potersi ritenere integrati i presupposti per considerare tale maggiore spesa quale 'passività pregressa' con conseguente possibilità per l'Ente di procedere ad adottare un ulteriore impegno di spesa a copertura della minima eccedenza rispetto all'impegno contabile precedente.
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[1] Il legale aveva, infatti, comunicato all'Ente che l'importo di massima pattuito poteva essere oggetto di variazione in relazione alla durata prolungata del processo nonché in connessione alla complessità e impegno della causa da instaurare.
[2] In questo senso si veda, altresì, Cassazione civile, sez. I, sentenza del 22.04.2010, n. 9633.
[3] TAR Sicilia, Catania, sez. II, sentenza del 27.07.2015, n. 2052. Nello stesso senso, tra le altre, TAR Sicilia, Catania, sez. II, sentenza del 27.02.2015, n. 618 e sez. III, del 25.03.2015, n. 854; Tribunale Salerno, sez. III, sentenza dell'11.05.2015.
[4] In questo senso si vedano Cassazione civile, ordinanza del 29.07.2010, n. 17698; Tribunale de L'Aquila, sentenza dell'08.06.2013.
[5] Nel caso in esame si rientra in questa seconda ipotesi, attesa l'assenza di un contratto ad hoc tra le parti sulla determinazione del compenso. Secondo quanto riferito dal Comune, al momento del conferimento dell'incarico, è stato predisposto dal legale un 'preventivo di massima' cui hanno fatto seguito, nel corso del giudizio, degli adeguamenti degli importi legati, tra l'altro, alla complessità e durata della causa.
[6] Attualmente il riferimento è al D.M. 10.03.2014, n. 55.
[7] Corte dei Conti, sez. reg. contr. Lombardia, parere del 20.05.2015, n. 200.
[8] Si ricorda che, ai sensi dell'articolo 29, comma 1, della legge 247/2012 il consiglio, tra l'altro, 'dà pareri sulla liquidazione dei compensi spettanti agli iscritti' [lett. l)]. L'articolo 14, primo comma, del R.D.L. 1578/1933 nel declinare le competenze dei Consigli degli ordini, alla lett. d), prevede che essi 'danno il parere sulla liquidazione degli onorari di avvocato nel caso preveduto dall'art. 59 e negli altri casi in cui è richiesto a termini delle disposizioni vigenti'.
[9] Si segnala, altresì, un parere dell'ANCI dell'01.05.2013 che distingue, sulla falsariga di quanto contenuto nel parere reso dallo scrivente Ufficio 15066/2007, i casi in cui la somma da liquidare ad un professionista per maggiori spese integri un debito fuori bilancio dai casi in cui è possibile procedere all'integrazione ed alla liquidazione a saldo della somma ulteriore non precedentemente impegnata.
[10] Con l'espressione di 'passività pregresse' o arretrate si suole fare riferimento a quelle spese che riguardano debiti per cui si è proceduto a regolare impegno (amministrativo, ai sensi dell'articolo 183 TUEL) ma che, per fatti non prevedibili, di norma collegati alla natura della prestazione, hanno dato luogo ad un debito in assenza di copertura (mancanza o insufficienza dell'impegno contabile ai sensi dell'articolo 191 TUEL). Così Corte dei Conti, sezione di controllo per la Lombardia, deliberazione del 22.07.2013, n. 339.
[11] Corte dei Conti, sez. regionale controllo Friuli Venezia Giulia, deliberazione del 17.01.2012, n. 25.
[12] Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Campania, parere del 25.03.2015
(17.03.2016 -
link a www.regione.fvg.it).

febbraio 2016

INCARICHI PROFESSIONALI: Compensi solo a causa chiusa. Per la liquidazione serve la sentenza di fine giudizio. AVVOCATI/ Cassazione sui calcoli per le prestazioni antecedenti ai nuovi parametri.
Per la liquidazione delle spese all'avvocato, occorre attendere che l'attività sia conclusa e quindi è necessaria una sentenza che chiuda il giudizio.

Lo hanno affermato i giudici della VI Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 11.02.2016 n. 2748.
Nella medesima sentenza in commento gli Ermellini hanno, altresì, evidenziato come in tema di spese processuali, ai sensi di legge, i nuovi parametri, cui devono essere commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del dm 140/2012 e si riferisca al compenso spettante a un avvocato che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, benché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, anche perché secondo l'accezione onnicomprensiva di «compenso» si tratterebbe di un corrispettivo unitario per l'opera complessivamente prestata.
I giudici di piazza Cavour hanno, però, evidenziato che tale principio non potrà assolutamente essere esteso all'attività professionale relativa ad un grado del giudizio che si è concluso con sentenza e in relazione al quale, il Giudice dell'appello, tenuto conto dell'esito complessivo del giudizio, rideterminerà il regolamento delle spese, anche per il primo grado del giudizio, perché l'attività professionale deve ritenersi conclusa, con la sentenza che chiude il giudizio, sia pure relativamente ad una fase dello stesso.
Anche le sezioni unite hanno sottolineato che i nuovi parametri professionali vanno applicati ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, e, secondo la Cassazione, l'attività professionale si deve ritenere conclusa ed espletata tutte le volte in cui sia intervenuta una sentenza che chiude una fase del giudizio anche con la liquidazione delle spese (articolo ItaliaOggi Sette del 22.02.2016).

INCARICHI PROFESSIONALIDalle spese di lite non si sfugge. C'è la condanna. Anche se la domanda è stata ridotta. CASSAZIONE/ La mancata statuizione è omissione censurabile in sede di legittimità.
Ci sarà comunque la condanna alle spese di lite, anche nel caso in cui l'autorità giudicante avrà ridotto la domanda.

A sostenerlo sono stati i giudici della VI Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 11.02.2016 n. 2709.
I giudici della Cassazione hanno evidenziato come in materia di spese processuali la parte, già soccombente nei precedenti gradi di giudizio di merito, ma poi vittoriosa all'esito del giudizio di rinvio conseguente a quello di cassazione, avrà certamente diritto a ottenere la liquidazione non solo delle spese processuali relative al giudizio di rinvio e a quello di cassazione, ma anche di quelle sostenute nei precedenti gradi di merito. Pertanto nel caso in cui la parte ne abbia fatto richiesta, la mancata statuizione, sul punto, del giudice del rinvio integra un'omissione censurabile in sede di legittimità.
Inoltre se il giudice di appello, procede con la riforma, in tutto o in parte, la sentenza impugnata, dovrà procedere d'ufficio, quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, ad un nuovo regolamento delle spese processuali, e l'onere andrà attribuito e ripartito tenendo presente l'esito complessivo della lite, poiché la valutazione della soccombenza opera, ai fini della liquidazione delle spese, in base ad un criterio unitario e globale,
Nel caso sottoposto all'attenzione dei giudici di piazza Cavour, il ricorrente era risultato vincitore all'esito della precedente sentenza pronunciata dalla Cassazione stessa e, di conseguenza, avrebbe avuto diritto alla liquidazione delle spese di giudizio anche in relazione ai precedenti gradi di merito. La Corte d'appello, invece, dopo aver accolto la domanda nel giudizio di rinvio, aveva liquidato le spese soltanto a quanto quel giudizio e a quello di cassazione; il che configurava, secondo gli Ermellini, una sicura omissione in considerazione dell'esistenza di una forma richiesta in tal senso.
Inoltre, per quanto riguarda i giudizi di equa riparazione per violazione della durata ragionevole del processo, proposti ai sensi della legge 24.03.2001, n. 89, questi non si sottraggono all'applicazione delle regole poste, in tema di spese processuali, dagli artt. 91 e ss. cod. proc. civ., trattandosi di giudizi destinati a svolgersi dinanzi al giudice secondo le disposizioni processuali dettate dal codice di rito.
Ne consegue, che la compensazione delle spese, anche nel giudizio di equa riparazione, postula che il giudice motivi adeguatamente la propria decisione in tal senso (articolo ItaliaOggi Sette del 29.02.2016).

gennaio 2016

INCARICHI PROFESSIONALI: La procura alle liti sopperisce al contratto. Effetti del conferimento da parte di un ente pubblico.
Se a un avvocato viene conferita una procura alle liti da un ente pubblico, questa sarà idonea a sopperire alla formale sottoscrizione del contratto di patrocinio e pertanto all'avvocato spetterà il compenso.

A stabilirlo sono stati i giudici della VI Sez. civile della Corte di Cassazione con l'ordinanza 29.01.2016 n. 1795.
In sede di commento sembra opportuno premettere che sulla questione dell'idoneità del rilascio della procura ad lites, quando seguita dall'atto difensivo sottoscritto dall'avvocato, a sopperire alla formale sottoscrizione del contratto di patrocinio, sono intervenute numerose pronunce della stessa corte di Cassazione, tra l'altro in giudizi tra le stesse parti (si vedano, tra le tante, sez. VI-3, 16.04.2015, n. 7796; sez. VI-3, 22.05.2015, n. 10674; sez. VI-3, 25.05.2015, n. 10753; sez. VI-3, 22.07.2015, n. 15454; sez. VI-3, 28.07.2015, n. 15925).
A parere dei giudici di piazza Cavour, per quanto riguarda i contratti della pubblica amministrazione, che devono essere stipulati ad substantiam per iscritto, il requisito della forma del contratto di patrocinio sarà soddisfatto con il rilascio al difensore, a mezzo di atto pubblico, di procura generale alle liti ai sensi dell'art. 83 cod. proc. civ., qualora sia puntualmente fissato l'ambito delle controversie per le quali opera la procura stessa (nel caso sottoposto all'attenzione degli Ermellini: tutte le cause attive e passive promosso e da promuoversi, innanzi a qualsiasi Autorità giudiziaria, esclusa la Suprema corte di cassazione, aventi ad oggetto il solo recupero dei crediti della stessa Camera di commercio mandante, con espressa autorizzazione, a tal fine, di intraprendere azioni esecutive, intervenire in quelle da altri iniziate e dare loro impulso).
Pertanto, secondo tale principio, il giudice del merito sarà chiamato ad esaminare il fatto decisivo costituito dall'idoneità della predetta procura, quale negozio unilaterale di conferimento della rappresentanza processuale, e dell'atto difensivo in concreto redatto e sottoscritto dal difensore, a integrare la proposta e la correlativa accettazione di un contratto di patrocinio tra l'avvocato e l'ente pubblico, valido anche sotto il profilo formale (articolo ItaliaOggi Sette del 22.02.2016).
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MASSIMA
- Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 15.04.2015, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell'art. 380-bis cod. proc. civ.:
«Il Giudice di pace di Cassino, nel decidere sull'opposizione proposta dalla Camera di commercio di Frosinone avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti, su istanza dell'Avv. Gi.Sa., ha dichiarato il diritto di quest'ultimo ad ottenere il pagamento dei compensi professionali in dipendenza di prestazioni concretizzatesi in atti di intervento in procedure esecutive a carico di debitori dell'Ente.
La pronuncia, gravata di appello dalla Camera di commercio, è stata riformata dal Tribunale di Cassino che in accoglimento della proposta impugnazione, con sentenza n. 812 del 14.10.2013, ha dichiarato non dovuta la somma oggetto del decreto monitorio.
Il giudice di merito ha ritenuto la procura generale conferita all'Avv. Sa. dall'allora segretario generale della Camera di commercio di Frosinone inidonea a soddisfare le prescrizioni di legge. Ha segnatamente osservato che la procura de qua, conferita al professionista affinché rappresentasse e difendesse la Camera di commercio, non individuava con esattezza l'oggetto del contratto, essendo genericamente riferita a tutte le cause di recupero crediti, di talché difettava il necessario collegamento tra la stessa e l'atto di difesa sottoscritto dal difensore.
Per la cassazione di tale sentenza l'Avv. Sa. ha proposto ricorso, con atto notificato il 01.12.2014, formulando due motivi.
La Camera di commercio ha resistito con controricorso.
Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione degli artt. 16 e 17 del regio decreto 18.11.1923, n. 2440, 1325, 1326 e ss. e 1346 ss cod. civ., nonché 83 cod. proc. civ..
Secondo il ricorrente, il Tribunale avrebbe fatto malgoverno della giurisprudenza di legittimità, secondo cui è ben possibile il perfezionamento di contratto di patrocinio, in forma scritta, attraverso, da un lato, il rilascio di procura alle liti, generale o speciale, e, dall'altro, la redazione del singolo atto di difesa sottoscritto dal difensore, e cioè, nello specifico, degli atti con i quali l'Avv. Sa. aveva espletato il mandato professionale ricevuto per il recupero dei crediti della Camera di commercio.
Con il secondo mezzo l'impugnante lamenta nullità della sentenza e del procedimento, violazione degli artt. 116 e 132 cod. proc. civ., 1325 e 1346 cod. civ. e 83 cod. proc. civ., ovvero omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti. Il ricorrente critica l'affermazione del giudice di merito secondo cui la procura non individuava con esattezza l'oggetto del contratto, essendo stata genericamente riferita a tutte le cause di recupero crediti.
I due motivi, che si prestano ad essere esaminati congiuntamente per la loro connessione, appaiono fondati, alla luce del precedente specifico di questa Corte rappresentato da Sez. VI-3, 24.02.2015, n. 3721.
Ad avviso del relatore, la doglianza relativa alla omessa considerazione che lo ius postulandi era stato espressamente conferito anche per "intraprendere azioni esecutive, intervenire in quelle da altri iniziate e dare loro impulso" e che il Sa. aveva utilizzato la procura proprio per costituirsi in un processo esecutivo, coglie un deficit motivazionale che è ragionevolmente frutto di un corrispondente deficit nell'iter cognitivo del decidente, il quale ha ritenuto generica la procura senza valutarne un profilo essenziale sia in astratto, sia, quel che più conta, in concreto, in relazione, cioè, all'attività difensiva svolta e posta a base della domanda di pagamento.
Il ricorso appare pertanto destinato all'accoglimento, alla luce del principio di diritto enunciato -in controversia tra le stesse parti- dalla citata Cass., Sez. VI-3, 24.02.2015, n. 3721.
Infatti,
in tema di contratti della P.A., che devono essere stipulati ad substantlam per iscritto, il requisito della forma del contratto di patrocinio è soddisfatto con il rilascio al difensore, a mezzo di atto pubblico, di procura generale alle liti ai sensi dell'art. 83 cod. proc. civ., qualora sia puntualmente fissato l'ambito delle controversie per  e quali opera la procura stessa (nella specie: "tutte le cause attive e passive promosso e da promuoversi, innanzi a qualsiasi Autorità Giudiziaria, esclusa la Suprema Corte di cassazione, aventi ad oggetto il solo recupero dei crediti della stessa Camera di commercio mandante", con espressa autorizzazione, a tal fine, di "intraprendere azioni esecutive, intervenire in quelle da altri iniziate e dare loro impulso").
In relazione a tale principio, il giudice del merito sarà chiamato ad esaminare il fatto decisivo costituito dall'idoneità della predetta procura, quale negozio unilaterale di conferimento della rappresentanza processuale, e dell'atto difensivo in concreto redatto e sottoscritto dal difensore, a integrare la proposta e la correlativa accettazione di un contratto di patrocinio tra l'ente pubblico e il professionista, valido anche sotto il profilo formale.

Il ricorso può essere avviato alla trattazione in camera di consiglio, per esservi accolto
».
- Letta la memoria di parte controricorrente.
- Considerato che il Collegio condivide la proposta di definizione contenuta nella relazione ex art. 380-bis cod. proc. civ.;
- che non ricorrono le ragioni previste dall'art. 374 cod. proc. civ. per la rimessione della causa alle Sezioni Unite, giacché va registrato che, sulla questione dell'idoneità del rilascio della procura ad lites, quando seguita dall'atto difensivo sottoscritto dall'avvocato, a sopperire alla formale sottoscrizione del contratto di patrocinio, sono già intervenute numerose pronunce di questa Corte, tra l'altro in giudizi tra le stesse parti, che hanno ribadito il principio richiamato nella relazione ex art. 380-bis cod. proc. civ. (si vedano, tra le tante, Sez. VI-3, 16.04.2015, n. 7796; Sez. VI-3, 22.05.2015, n. 10674; Sez. VI-3, 25.05.2015, n. 10753; Sez. VI-3, 22.07.2015, n. 15454; Sez. V-3, 28.07.2015, n. 15925);
- che la memoria non offre argomenti nuovi che giustifichino il discostamento dall'indirizzo consolidato;
- che, pertanto, il ricorso deve essere accolto e la sentenza impugnata cassata;
- che la causa deve essere rinviata al Tribunale di Cassino, che la deciderà in persona di diverso magistrato;
- che il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, al Tribunale di Cassino, in persona di diverso magistrato.

INCARICHI PROFESSIONALI: Sulla non conformità del regolamento comunale ai parametri normativi individuati da questa Sezione, relativamente alla mancata previsione che il conferimento dell’incarico legale debba essere comunque preceduto da procedure comparative ed adeguatamente pubblicizzato, senza distinzione tra soglie d’importo dell’affidamento.
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La Sezione ha stabilito alcuni criteri omogenei per l’esame dei regolamenti e delle delibere a carattere generale trasmesse dai Comuni in materia di affidamento di incarichi di collaborazione e di consulenze.
Nell’autodeterminare le linee guida per la propria attività,
la Sezione ha richiamato i propri precedenti pareri
in relazione ai quali individua i seguenti principi:
   1) La disciplina dettata dall’art. 3, commi da 55 a 57, della legge 244/2007 stabilisce
l’obbligo di normazione regolamentare dei limiti, criteri modalità di affidamento degli incarichi di collaborazione, studio e ricerca nonché di consulenza a soggetti estranei all’amministrazione.
   2) L’art. 46 del D.L. n. 112/2008 convertito nella legge n. 133/2008
unifica gli incarichi di collaborazione ad alto contenuto professionale e gli incarichi di studio e consulenza, riconducendoli all’interno della tipologia generale di collaborazione autonoma (da conferire perciò con contratti di lavoro autonomo) tutti caratterizzati dal grado di specifica professionalità richiesta. Questo tipo di collaborazione è diverso dalle collaborazioni “normali” il cui uso è vietato per lo svolgimento delle funzioni ordinarie dell’ente.
   3)
Quanto alla locuzione “particolare e comprovata specializzazione universitaria” questa Sezione, ha già chiarito che con essa si intende il possesso di conoscenze specialistiche equiparabile a quello che si otterrebbe con un percorso formativo di tipo universitario basato, peraltro, su conoscenze specifiche inerenti al tipo di attività professionale oggetto dell’incarico. Inoltre la specializzazione richiesta, per essere “comprovata” deve essere oggetto di accertamento in concreto condotto sull’esame di documentati curricula. Il mero possesso formale di titoli non sempre è necessario o sufficiente a comprovare l’acquisizione delle richieste capacità professionali.
   4) Il nuovo testo dell’art. 7 del D.L. n. 165/2001, introdotto con l’art. 46 del D.L. n. 112/2008 convertito nella l. n. 133/2008, qualifica poi
come presupposti di legittimità tutti i requisiti già ritenuti dalla giurisprudenza contabile necessari per il ricorso ad incarichi di collaborazione o di studio.
In particolare,
il requisito della corrispondenza della prestazione alla competenza attribuita dall’ordinamento all’amministrazione conferente è determinato dal poter ricorrere a contratti di collaborazione autonoma solo con riferimento alle attività istituzionali stabilite dalla legge o previste dal programma approvate dal Consiglio dell’ente locale ai sensi dell’art. 42 del D.Lgs. 267/2000.
   5) Quanto all’oggetto delle collaborazioni autonome
si richiamano le considerazioni contenute nel punto 6 del
parere 11.03.2008 n. 37 di questa Sezione sull’inapplicabilità della nuova disciplina a materia già autonomamente regolamentata e sulla distinzione tra incarico professionale ed appalto di servizi.
   6)
Il conferimento dell’incarico deve essere preceduto da procedure selettive di natura comparativa ed adeguatamente pubblicizzata. Si è posto il problema del se ed in quali limiti sia consentito l’affidamento diretto dell’incarico senza ricorrere a procedure concorsuali, in taluni casi facendo riferimento ai limiti previsti nel codice degli appalti pubblici.
Come già detto la materia è del tutto estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi, pertanto non può farsi ricorso neppure per analogia a detti criteri.
Deve invece affermarsi che il ricorso a procedure comparative deve essere generalizzato e che da esse può prescindersi solo in circostanze del tutto particolari, e cioè: procedura concorsuale andata deserta; unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo; assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale.

Così, anche recentemente, la Corte dei Conti in sede di controllo ha ribadito che
anche gli incarichi di consulenza legale “devono comunque essere affidati nel pieno rispetto dei principi di imparzialità, trasparenza e motivazione, a seguito di una procedura comparativa aperta a tutti i possibili interessati”.
   7)
L’atto di incarico deve contenere tutti gli elementi costitutivi ed identificativi previsti per i contratti della Pubblica Amministrazione ed in particolare oggetto della prestazione, durata dell’incarico, modalità di determinazione del corrispettivo e del suo pagamento, ipotesi di recesso, verifiche del raggiungimento del risultato.
Quest’ultima verifica è peraltro indispensabile in ipotesi di proroga o rinnovo dell’incarico.
   8) In ogni caso
tutti i presupposti che legittimano il ricorso alla collaborazione debbono trovare adeguata motivazione nelle delibere di incarico.

   9) Infine, l’art. 15 del d.lgs. n. 33 del 14.03.2013 (c.d. “decreto trasparenza”) nel disciplinare gli “obblighi di pubblicazione concernenti i titolari di incarichi dirigenziali e di collaborazione o consulenza”,
ha dettato nuove disposizioni per le pubbliche amministrazioni, tenute a pubblicare e aggiornare le informazioni relative ai titolari di incarichi amministrativi di vertice e di incarichi dirigenziali, a qualsiasi titolo conferiti, nonché di collaborazione o consulenza (la precedente disciplina, di cui all’art. 3, comma 54, della l. 24.12.2007, n. 244 -che aveva modificato l’art. 1, comma 127, della legge 23.12.1996, n. 662-, è stata abrogata dal citato d.lgs. n. 33/2013, art. 53, comma 1, lett. b).
In particolare,
è stato previsto, dal comma 1, l’obbligo di pubblicare le seguenti informazioni: estremi dell’atto; curriculum vitae; dati relativi allo svolgimento di incarichi o la titolarità di cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dalla pubblica amministrazione, o lo svolgimento di attività professionali; i compensi percepiti, comunque denominati.
Il comma 2 dell’art. 15 stabilisce inoltre, che
gli obblighi di pubblicazione e comunicazione costituiscono condizioni per l’acquisizione di efficacia dell’atto e per la liquidazione dei relativi compensi. In caso di omessa pubblicazione, il pagamento del corrispettivo determina la responsabilità del dirigente che l’ha disposto (art. 15 cit., comma 3).
Nel caso in esame,
il regolamento trasmesso dal Comune non si pone in linea con i criteri stabiliti dal
parere 11.03.2008 n. 37 e parere 06.11.2008 n. 224 di questa Sezione e parere 11.02.2009 n. 37 quanto all’inclusione nei casi di affidamento diretto dell’incarico di collaborazione autonoma dell’ipotesi in cui l’incarico per il rilascio di pareri legati per casistiche di particolare complessità, in assenza di una struttura legale interna, preveda un compenso entro una determinata soglia, con conseguente possibilità di pretermissione della necessaria procedura comparativa.
Ebbene,
è utile ricordare che detti incarichi devono comunque essere affidati nel pieno rispetto dei principi di imparzialità, trasparenza e motivazione, a seguito di una procedura comparativa aperta a tutti i possibili interessati.

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Questa Sezione in sede di esame del Regolamento per il conferimento di incarichi di studio, ricerca e consulenza a soggetti esterni all’Amministrazione, adottato dal Comune di Ripalta Arpina (CR), ai sensi dell’art. 3, commi da 54 a 57, della legge 24.12.2007, n. 244, approvato con deliberazione di Giunta comunale n. 49 del 07.08.2015 ha accertato la non conformità di alcune parti dello stesso Regolamento ai parametri normativi prefissati.
In particolare la previsione regolamentare risulta non rispondente al dettato legislativo di cui all’art. 46 del D.L. n. 112/2008 riguardo alla possibilità di prescindere dal ricorso a procedure comparative per procedere all’affidamento di incarichi esterni aventi ad oggetto il rilascio di pareri legali qualora il compenso annuo complessivo netto per questi incarichi non superi l’importo di Euro 10.000,00 (art. 8, comma 1, lett. h).
Alla luce della predetta difformità del regolamento dai criteri enunciati dalla Sezione con il
parere 11.03.2008 n. 37, parere 06.11.2008 n. 224 e parere 11.02.2009 n. 37, il magistrato istruttore ritiene che sussistano i presupposti per deferire la questione all’esame collegiale della Sezione.
DIRITTO
La legge finanziaria per il 2008 (l. 24.12.2007, n. 244) nel dettare regole alle quali gli enti locali debbono conformarsi per il conferimento di incarichi di collaborazione, di studio e di ricerca nonché di consulenze a soggetti estranei all’amministrazione, ha previsto la necessaria emanazione da parte di ciascun ente locale di norme regolamentari in materia, il cui testo deve essere trasmesso alla competente Sezione regionale della Corte dei conti entro trenta giorni dall’adozione, anche nell’ipotesi di modifiche future a testi già approvati.
Questa Sezione ha già individuato con il proprio
parere 11.03.2008 n. 37 e parere 06.11.2008 n. 224 i criteri interpretativi della nuova normativa al fine di stabilire nell’esame dei regolamenti pervenuti uniformi parametri di verifica, nonché l’alveo giuridico in cui si sostanzia la funzione di controllo della Corte dei conti.
I. Natura del controllo sui regolamenti ex comma 57 dell’art. 3 della l. n. 244/2007.
Il comma 57 dell’art. 3, della legge n. 244/2007, obbliga gli enti locali a trasmettere alla Corte dei conti in un breve termine prefissato le disposizioni regolamentari di cui si tratta. La norma in discorso non contiene alcuna previsione sulle ricadute dell’obbligo; conseguentemente, va chiarita la natura di questa forma di controllo facendo applicazione dei principi generali.
Secondo orientamento consolidato di questa Sezione, il dato testuale dell’art. 3, comma 57, della legge n. 244/2007 esclude che l’efficacia delle disposizioni regolamentari sia subordinata al loro esame da parte della Corte dei conti. Deve escludersi quindi l’effetto tipico del controllo preventivo di legittimità che, per sua natura, è integrativo dell’efficacia dell’atto. Nella logica di sistema l’obbligatoria trasmissione in termini temporali ravvicinati ad un organo di controllo esterno come la Corte dei conti va finalizzata all’esercizio di competenze desumibili dalle norme che regolano l’attività della istituzione.
Fatta questa premessa, si evidenzia che la funzione tipica delle Sezioni regionali della Corte dei conti rispetto agli enti locali è quella di esercitare un controllo di tipo “collaborativo”. In particolare, la Corte costituzionale ha affermato che il legislatore è libero di assegnare alla Corte dei conti qualsiasi forma di controllo, purché questo abbia un suo fondamento costituzionale, rinvenendo, peraltro, detto fondamento in una lettura adeguatrice al nuovo assetto della Repubblica di norme originariamente dettate per lo Stato, quali gli artt. 100, 81, 97, primo comma, e 28 della Costituzione (cfr. sentenza Corte Cost. n. 179/2007).
In quest’ottica, la Sezione delle autonomie della Corte dei conti, con deliberazione 24.04.2008 n. 6/2008, ha dettato le linee di indirizzo e i criteri interpretativi dell’articolo 3, commi 54-57, della legge 24.12.2007, n. 244 in materia di regolamenti degli enti locali per l’affidamento di incarichi di collaborazione, studio, ricerca e consulenza, chiarendo che la trasmissione del regolamento deve ritenersi strumentale all’esame da parte della Sezione, in un’ottica di controllo collaborativo.
In questo quadro di rapporti istituzionali l’obbligo di trasmissione alla Corte dei conti di atti e documenti da parte degli enti locali non può essere fine a se stesso ma deve essere finalizzato allo svolgimento di funzioni (cfr. in proposito la deliberazione di questa Sezione n. 11 del 26.10.2006).
La trasmissione di regolamenti deve, pertanto, ritenersi strumentale al loro esame e ad una pronuncia della Corte dei conti. Stante la natura dell’atto regolamentare, in questo caso il controllo della Corte dei conti è ascrivibile alla categoria del riesame di legalità e regolarità, dovendosi assumere a parametro delle disposizioni regolamentari lo statuto dell’ente, i criteri deliberati dal Consiglio, i limiti normativi di settore ed in particolare l’art. 7 del D.Lgv. n. 165/2001 e l’art. 110 del D.Lgv. n. 267/2000.
Va ricordato che le norme da ultimo richiamate hanno un particolare valore perché hanno positivizzato principi affermati da una giurisprudenza ormai univoca quali presupposti essenziali per il ricorso agli incarichi esterni; essi costituiscono regole di organizzazione non derogabili da disposizioni regolamentari ed in gran parte neppure da norme di rango superiore in quanto trovino fondamento in principi costituzionali.
II. Effetti del controllo sul regolamento per l’affidamento di incarichi esterni.
Fissati i parametri di raffronto per le verifiche demandate alla Corte dei conti, si debbono stabilire gli effetti del controllo.
Al riguardo va ricordato che la Corte costituzionale, ricostruendo il quadro complessivo dell’attività di controllo della Corte dei conti nei confronti degli enti locali, ha ritenuto che anche il riesame di legalità e regolarità –a cui si ascrivono le verifiche previste dall’art. 1, comma 166 e seguenti, della legge n. 166/2005 per accertare il raggiungimento degli obiettivi del Patto di stabilità e degli equilibri finanziari, così come il controllo ex art. 3, comma 57, della legge n. 244/2007- va effettuato in una prospettiva non più statica (come era il tradizionale controllo di legalità regolarità), ma dinamica per consentire all’ente destinatario del controllo di adottare misure correttive conformi ai parametri normativi individuati in sede di riesame.
Strumento per raggiungere siffatto risultato in una tipologia di controllo di natura collaborativa può essere individuato nell’applicazione dei principi e dell’iter procedurale dettati dall’art. 1, comma 168, della legge n. 266/2005, norma che prevede specifiche pronunce da indirizzare all’ente controllato, rimettendo ad esso l’adozione delle necessarie misure correttive nonché la vigilanza sulla effettiva adozione delle misure stesse.
Si aggiunga che l’esame della Corte sulle norme regolamentari riguarda solo detta materia e non va perciò estesa ad altre norme, anche nella ipotesi nella quale l’ente trasmetta l’intero regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi.
III. Parametri normativi che conformano il controllo sui regolamenti de quibus.
Con
parere 11.02.2009 n. 37 la Sezione ha stabilito alcuni criteri omogenei per l’esame dei regolamenti e delle delibere a carattere generale trasmesse dai Comuni in materia di affidamento di incarichi di collaborazione e di consulenze.
Nell’autodeterminare le linee guida per la propria attività,
la Sezione ha richiamato i propri precedenti
parere 11.03.2008 n. 37 e parere 06.11.2008 n. 224, in relazione ai quali individua i seguenti principi:
   1) La disciplina dettata dall’art. 3, commi da 55 a 57, della legge 244/2007 stabilisce
l’obbligo di normazione regolamentare dei limiti, criteri modalità di affidamento degli incarichi di collaborazione, studio e ricerca nonché di consulenza a soggetti estranei all’amministrazione. La competenza ad adottare regolamenti degli uffici e dei servizi appartiene alla Giunta nel rispetto dei criteri generali stabiliti dal Consiglio (art. 48, terzo comma, ed art. 42, secondo comma, lett. A del T.U.E.L.).
   2) L’art. 46 del D.L. n. 112/2008 convertito nella legge n. 133/2008
unifica gli incarichi di collaborazione ad alto contenuto professionale e gli incarichi di studio e consulenza, riconducendoli all’interno della tipologia generale di collaborazione autonoma (da conferire perciò con contratti di lavoro autonomo) tutti caratterizzati dal grado di specifica professionalità richiesta. Questo tipo di collaborazione è diverso dalle collaborazioni “normali” il cui uso è vietato per lo svolgimento delle funzioni ordinarie dell’ente.
   3)
Quanto alla locuzione “particolare e comprovata specializzazione universitaria questa Sezione, ha già chiarito con il
parere 12.05.2008 n. 28 e parere 12.05.2008 n. 29, che con essa si intende il possesso di conoscenze specialistiche equiparabile a quello che si otterrebbe con un percorso formativo di tipo universitario basato, peraltro, su conoscenze specifiche inerenti al tipo di attività professionale oggetto dell’incarico. Inoltre la specializzazione richiesta, per essere “comprovata” deve essere oggetto di accertamento in concreto condotto sull’esame di documentati curricula. Il mero possesso formale di titoli non sempre è necessario o sufficiente a comprovare l’acquisizione delle richieste capacità professionali.
   4) Il nuovo testo dell’art. 7 del D.L. n. 165/2001, introdotto con l’art. 46 del D.L. n. 112/2008 convertito nella l. n. 133/2008, qualifica poi
come presupposti di legittimità tutti i requisiti già ritenuti dalla giurisprudenza contabile necessari per il ricorso ad incarichi di collaborazione o di studio.
In particolare,
il requisito della corrispondenza della prestazione alla competenza attribuita dall’ordinamento all’amministrazione conferente è determinato dal poter ricorrere a contratti di collaborazione autonoma solo con riferimento alle attività istituzionali stabilite dalla legge o previste dal programma approvate dal Consiglio dell’ente locale ai sensi dell’art. 42 del D.Lgs. 267/2000.
   5) Quanto all’oggetto delle collaborazioni autonome
si richiamano le considerazioni contenute nel punto 6 del
parere 11.03.2008 n. 37 di questa Sezione sull’inapplicabilità della nuova disciplina a materia già autonomamente regolamentata e sulla distinzione tra incarico professionale ed appalto di servizi.
   6)
Il conferimento dell’incarico deve essere preceduto da procedure selettive di natura comparativa ed adeguatamente pubblicizzata. Si è posto il problema del se ed in quali limiti sia consentito l’affidamento diretto dell’incarico senza ricorrere a procedure concorsuali, in taluni casi facendo riferimento ai limiti previsti nel codice degli appalti pubblici.
Come già detto la materia è del tutto estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi, pertanto non può farsi ricorso neppure per analogia a detti criteri.
Deve invece affermarsi che il ricorso a procedure comparative deve essere generalizzato e che da esse può prescindersi solo in circostanze del tutto particolari, e cioè: procedura concorsuale andata deserta; unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo; assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale.

Così, anche recentemente, la Corte dei Conti in sede di controllo ha ribadito che
anche gli incarichi di consulenza legaledevono comunque essere affidati nel pieno rispetto dei principi di imparzialità, trasparenza e motivazione, a seguito di una procedura comparativa aperta a tutti i possibili interessati (C. Conti, sez. contr. Emilia Romagna, deliberazione 18.11.2015 n. 145).
   7)
L’atto di incarico deve contenere tutti gli elementi costitutivi ed identificativi previsti per i contratti della Pubblica Amministrazione ed in particolare oggetto della prestazione, durata dell’incarico, modalità di determinazione del corrispettivo e del suo pagamento, ipotesi di recesso, verifiche del raggiungimento del risultato.
Quest’ultima verifica è peraltro indispensabile in ipotesi di proroga o rinnovo dell’incarico.
   8) In ogni caso
tutti i presupposti che legittimano il ricorso alla collaborazione debbono trovare adeguata motivazione nelle delibere di incarico.
   9) Infine, l’art. 15 del d.lgs. n. 33 del 14.03.2013 (c.d. “decreto trasparenza”) nel disciplinare gli “obblighi di pubblicazione concernenti i titolari di incarichi dirigenziali e di collaborazione o consulenza”,
ha dettato nuove disposizioni per le pubbliche amministrazioni, tenute a pubblicare e aggiornare le informazioni relative ai titolari di incarichi amministrativi di vertice e di incarichi dirigenziali, a qualsiasi titolo conferiti, nonché di collaborazione o consulenza (la precedente disciplina, di cui all’art. 3, comma 54, della l. 24.12.2007, n. 244 -che aveva modificato l’art. 1, comma 127, della legge 23.12.1996, n. 662-, è stata abrogata dal citato d.lgs. n. 33/2013, art. 53, comma 1, lett. b).
In particolare,
è stato previsto, dal comma 1, l’obbligo di pubblicare le seguenti informazioni: estremi dell’atto; curriculum vitae; dati relativi allo svolgimento di incarichi o la titolarità di cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dalla pubblica amministrazione, o lo svolgimento di attività professionali; i compensi percepiti, comunque denominati.
Il comma 2 dell’art. 15 stabilisce inoltre, che
gli obblighi di pubblicazione e comunicazione costituiscono condizioni per l’acquisizione di efficacia dell’atto e per la liquidazione dei relativi compensi. In caso di omessa pubblicazione, il pagamento del corrispettivo determina la responsabilità del dirigente che l’ha disposto (art. 15 cit., comma 3).
Nel caso in esame,
il regolamento trasmesso dal Comune di Ripalta Arpina non si pone in linea con i criteri stabiliti dal
parere 11.03.2008 n. 37 e parere 06.11.2008 n. 224 di questa Sezione e parere 11.02.2009 n. 37 quanto all’inclusione nei casi di affidamento diretto dell’incarico di collaborazione autonoma dell’ipotesi in cui l’incarico per il rilascio di pareri legati per casistiche di particolare complessità, in assenza di una struttura legale interna, preveda un compenso entro una determinata soglia, con conseguente possibilità di pretermissione della necessaria procedura comparativa.
Ebbene,
è utile ricordare che detti incarichi devono comunque essere affidati nel pieno rispetto dei principi di imparzialità, trasparenza e motivazione, a seguito di una procedura comparativa aperta a tutti i possibili interessati.
P.Q.M.
La Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per la Regione Lombardia:
1)
Accerta la non conformità del regolamento inviato ai parametri normativi individuati da questa Sezione nelle delibere richiamate in premessa, relativamente alla mancata previsione che il conferimento dell’incarico debba essere comunque preceduto da procedure comparative ed adeguatamente pubblicizzato, senza distinzione tra soglie d’importo dell’affidamento;
2) Invita l’amministrazione comunale a modificare il predetto regolamento nelle parti indicate;
3) Dispone che la presente deliberazione sia trasmessa al Presidente del Consiglio comunale e al Sindaco del comune di Ripalta Arpina al fine di procedere alle necessarie modifiche del regolamento.
4) Dispone che l’amministrazione comunale trasmetta entro il termine di legge di 30 giorni dalla delibera di modifica, il nuovo regolamento aggiornato (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, deliberazione 21.01.2016 n. 16).

novembre 2015

INCARICHI PROFESSIONALIRicorso bocciato, sì al taglio dell’onorario del legale d’ufficio. Difesa in giudizio. Il carattere pubblico dell’importo lascia ampia discrezionalità al magistrato.
Il compenso del difensore d’ufficio, nominato al fine di fornire assistenza tecnica a un contribuente ammesso ai benefici del patrocinio gratuito, può essere legittimamente ridotto dal giudice tributario. La liquidazione degli onorari costituisce, infatti, espressione di un potere discrezionale.
È quanto emerge dalla sentenza 23.09.2015 n. 7543/1/15 della Ctp di Milano (giudice Paolo Roggero), con la quale è stato rigettato il ricorso presentato dal difensore d’ufficio del contribuente contro il provvedimento con il quale altro collegio giudicante, con precedente sentenza, aveva liquidato compensi inferiori a quelli da lui richiesti.
Il legale rappresentante di una Srl aveva ottenuto dalla commissione per l’assistenza tecnica a spese dello Stato l’ammissione ai benefici del patrocinio gratuito in quanto, seppur priva di mezzi, aveva la necessità di difendersi in giudizio dagli avvisi di accertamento emessi dall’ufficio per anni dal 2005 al 2008.
Il patrocinio veniva assunto da un avvocato che redigeva il ricorso, dichiarato poi inammissibile dai giudici di primo grado in quanto tardivo.
Il difensore d’ufficio della ricorrente presentava, così, la nota spese con la quale chiedeva, a titolo di compenso per la prestazione svolta, la liquidazione dell’importo complessivo di 5.124,6 euro, oltre agli oneri accessori. Il collegio adito, con provvedimento del 06.02.2015, liquidava al difensore 1.800 euro.
Il difensore presentava ricorso contro il decreto di pagamento (in base agli articoli 84 e 170, legge 115/2002), eccependo che la sua nota spesa rispettava i parametri ministeriali, già abbattuti del 50% ai sensi dell’articolo 130 del Testo unico sulle spese di giustizia. Lamentava altresì il fatto che il collegio avesse provveduto a ridimensionare fortemente il proprio compenso, senza tuttavia motivare al riguardo e violando, in ogni caso, la tariffa regolamentata dalla vigente normativa.
Il ministero dell’Economia e delle finanze si costituiva in giudizio, resistendo al ricorso. In conclusione, la Ctp di Milano respingeva l’atto impugnato dal difensore d’ufficio.
Pur rilevando come lo stesso legale avesse depositato una nota spese rispettosa dei parametri ministeriali (abbattuti del 50%), la liquidazione poteva dar luogo a un importo inferiore, tenuto conto del caso concreto e non dovendosi comunque fare esclusivo riferimento alla media delle tariffe. Infatti, il carattere pubblico del compenso e il fatto che l’importo gravasse, di fatto, sull’intera collettività, consentivano un’ampia discrezionalità al giudice. L’obiettivo è assicurare che l’onorario sia effettivamente commisurato all’importanza e alla qualità della prestazione professionale svolta, nonché ai risultati ottenuti.
Sulla base di tali principi, la Ctp ha ritenuto corretta la liquidazione effettuata dal collegio giudicante di primo grado, in quanto basata su ragioni valide quali l’operato del difensore e sul fatto che il ricorso fosse stato dichiarato inammissibile
 (articolo Il Sole 24 Ore del 02.11.2015).

luglio 2015

INCARICHI PROFESSIONALISpese legali a parere vincolato. Pa e giudici devono liquidare la somma stabilita dall’avvocatura dello Stato.
Pubblico impiego. Le Sezioni Unite fissano i criteri di rimborso delle parcelle professionali dei difensori.

Nel liquidare le spese legali a favore del dipendente finito a processo, la Pa deve attenersi alla valutazione di congruità espressa dall’avvocatura dello Stato, valutazione che guiderà anche il giudice dell’eventuale ricorso. Nessun ruolo in questa partita può giocare il parere dell’Ordine forense competente, poiché qui non si controverte sul compenso professionale, bensì su un rimborso di spese legali già anticipate.
Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, con la sentenza 06.07.2015 n. 13861 depositata ieri, fanno chiarezza sui criteri per tenere indenni i dipendenti pubblici sottoposti a procedimento penale - e dal quale siano ovviamente usciti con archiviazione o assoluzione nel merito.
La questione era stata sollevata da un sottufficiale di Marina siciliano, sottoposto negli anni ’90 a un processo per fatti inerenti la funzione costatogli -quantomeno dal solo punto di vista patrimoniale- circa 20 mila euro attuali. Il rimborso era stato però decurtato esattamente di due terzi dall’avvocatura erariale, cui si era rivolta l’amministrazione della Marina prima della liquidazione, “taglio” che aveva poi superato anche due gradi di giudizio di merito davanti al giudice ordinario.
Tuttavia la stessa avvocatura dello Stato aveva eccepito la competenza del tribunale ordinario, eccezione portata al grado di legittimità come controricorso incidentale -subordinato- rispetto all’impugnazione del militare. La Terza civile aveva infine rimesso il fascicolo alle Sezioni Unite che ieri hanno sciolto il solo quesito principale respingendo tutte le richieste del militare. A cominciare da un sospetto (generico) di incostituzionalità sollevato dal ricorrente circa la mancanza di un corrispondente parere -obbligatorio- di congruità dei Consigli dell’ordine nelle parcelle verso i privati.
Per le Sezioni unite l’equiparazione è arbitraria (rimborso da una parte, parcella dall’altra), e anche la lamentazione circa una presunta diminutio dell’esercizio di difesa (articolo 24 della Costituzione) è fuori luogo, considerato tra l’altro che qui i parametri della Carta che vengono in gioco sono semmai quelli legati alla «buona amministrazione» (art. 81). In sostanza, argomenta la Corte, le esigenze di finanza pubblica «impongono di non far carico all’erario di oneri eccedenti quanto è necessario, e al contempo sufficiente, per soddisfare gli interessi generali e i doveri giuridici che presidiano l’istituto del rimborso spese».
Pertanto, se il vaglio del rimborso cadesse a carico dei (soli) consigli forensi ciò «toglierebbe qualsiasi rilevanza pubblicistica alla spesa e ai relativi doveri di governo di essa», equiparando di fatto «il debito del cliente verso il professionista e quello di protezione del dipendente, che è a carico dello Stato». Equiparazione improponibile, perché tra l’altro renderebbe il cliente “arbitro” della spesa pubblica attraverso scelte di difesa personali talvolta anche ultronee.
Proprio per questo «prudentemente il legislatore ha previsto che (tali oneri, ndr) siano vagliati, sotto il profilo della congruità, dall’avvocatura dello Stato». Congruità, appunto, che significa bilanciare il diritto di difesa del dipendente della Pa con il ragionevole contenimento della spesa pubblica per avvocati difensori privati.
In questo senso il criterio dello «strettamente necessario» riferito alle spese di difesa deve essere inteso come «contemperamento» e bilanciamento tra principi costituzionali in parte confliggenti
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.07.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

giugno 2015

INCARICHI PROFESSIONALI: Per il compenso serve l'incarico. L'avvocato deve dimostrare il titolo.
Il compenso può essere richiesto dall'avvocato, solo se quest'ultimo dimostra l'avvenuto conferimento dell'incarico.

È quanto hanno affermato i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 24.06.2015 n. 13106.
Il thema decidendum
Un avvocato conveniva in giudizio i propri clienti, padre e figlio, per i quali aveva svolto un incarico stragiudiziale, denunciando il disinteresse dei clienti medesimi e chiedeva, quindi, la liquidazione dei compensi spettanti.
Il Tribunale adito rigettava le richieste di condanna.
La Corte d'appello confermava quanto pronunciato dal Tribunale, poiché da quanto portato in giudizio non si evinceva alcun conferimento di incarichi professionali all'avvocato.
Il ricorso in Cassazione: il conferimento dell'incarico.
L'avvocato ricorreva in Cassazione, che evidenziava come la decisione della Corte territoriale fosse logica e congruente nell'osservare come l'espletamento dell'attività professionale di cui il ricorrente chiedeva la remunerazione non trovava alcun fondamento, in termini di conferimento di incarico.
Appello e nuove prove
Nella medesima sentenza in commento, i giudici di piazza Cavour hanno ribadito che esiste il divieto di nuove prove in appello. L'avvocato affermava che il divieto di prove nuove in appello si applicherebbe solo alle prove costituende e non a quelle precostituite come nel caso di specie.
Si osserva che l'articolo 345 cpc, comma 3, nel subordinare l'ammissione di nuovi mezzi di prova in grado di appello alla condizione che il collegio li ritenga indispensabili ai fini della decisione ovvero, in via alternativa, che la parte dimostri di non averli potuti proporre in primo grado per causa ad essa non imputabile, stabilisce il principio dell'inammissibilità di mezzi di prova nuovi, cioè di mezzi di prova la cui ammissione non sia stata richiesta in precedenza.
Gli Ermellini hanno, altresì escluso, ogni differenza tra prove precostituite e prove costituende ai fini del divieto di cui all'art. 345 c.p.c. e, inoltre, nel caso di specie, l'eventuale lesione del diritto di difesa, lamentata dall'avvocato, non ha formato oggetto di appello (articolo ItaliaOggi Sette del 20.07.2015).

INCARICHI PROFESSIONALI: Spese legali nel caso di soccombenza: rimborso forfettario e riconoscimento del debito fuori bilancio.
È riconoscibile come debito fuori bilancio, in caso di sentenza esecutiva, il rimborso forfetario delle spese riconosciuto all'avvocato (nella misura massima del 15% del compenso) sulla base di quanto stabilito dalla legge 27/2012 e dal successivo Dm attuativo n. 140/2012.
Tali somme, in particolare, mirano a ristorare l'avvocato di quelle voci di spesa (ad esempio, quelle relative alla gestione dello studio, costo segreteria, fitto studio, abbonamenti riviste, acquisto libri), che sono effettive, ma che non possono essere riferite ed imputate ad una singola pratica.
Secondo il citato decreto «nei compensi non sono comprese le spese da rimborsare secondo qualsiasi modalità, compresa quella concordata in modo forfettario» e, di conseguenza, sulla base dell'art. 13, comma 10, della legge 247/2012 «oltre al compenso per la prestazione professionale, all'avvocato è dovuta, sia dal cliente in caso di determinazione contrattuale, sia in sede di liquidazione giudiziale, oltre al rimborso delle spese effettivamente sostenute e di tutti gli oneri e contributi eventualmente anticipati nell'interesse del cliente, una somma per il rimborso delle spese forfettarie, la cui misura massima è determinata dal decreto di cui al comma 6, unitamente ai criteri di determinazione e documentazione delle spese vive».
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Il Dm 55/2014 ha previsto che il rimborso spese forfettarie "di regola" avviene nella misura (massima) del 15% del compenso. Tale rimborso deve essere contabilizzato, ove dovuto, secondo le ordinarie regole giuscontabili dell'impegno, della liquidazione, dell'ordinazione e del pagamento ovvero del riconoscimento di debito.
Nelle ipotesi in cui nell'anno di competenza finanziaria non sia stata attivata la procedura di spesa ordinaria, l'unico modo di ricondurre il debito nella contabilità dell'ente (con effetto vincolante per l'amministrazione) è avviare, nei casi eccezionali ivi tipicamente indicati, la procedura del riconoscimento di debito, ex articolo 194 del Tuel.
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Il Sindaco del Comune di Anagni, con nota acquisita al prot. n. 5700 del 10.12.2014, ha chiesto a questa Sezione la seguente richiesta di parere in materia di rimborso forfettario spettante agli avvocati per sentenze pronunciate dopo il 03.04.2014.
Premessa una breve ricostruzione del quadro ordinamentale, ha, in particolare, chiesto:
1. Se in caso di soccombenza, con condanna dell’Ente a pagare le spese di giudizio, ove il Giudice si limiti a liquidare le stesse con la formula «condanna parte soccombente alle spese di giudizio, liquidate in … oltre IVA e CPA», se sia dovuto anche il rimborso spese delle spese forfettarie ex art 13, comma 10, della legge n. 247/2012 e in quale misura”;
2. Se detto rimborso forfettario, debba formare oggetto di formale riconoscimento di debito, ex art. 194, comma 1, lett. a) del D.Lgs 267/2000, da parte del Competente Consiglio Comunale unitamente alla sentenza di condanna esecutiva, o se possa procedersi al pagamento di tale rimborso, mediante determinazione di impegno e successiva liquidazione, ex art. 183 e 184 TUELL”.
...
Quanto all’ammissibilità sotto il profilo oggettivo, l’inerenza dei quesiti a materia di contabilità pubblica, nel contesto sistematico nel quale l’art. 7, comma 8, è inserito, va correttamente intesa -alla stregua dei principi enunciati dalla Sezione delle Autonomie con deliberazione n. 3/SEZAUT/2014/QMIG e dalle Sezioni Riunite con deliberazione 17.11.2010, n. 54- secondo una nozione unitaria della materia della contabilità pubblica, oggetto della funzione di consulenza attribuita alle Sezioni regionali di controllo.
In base a tale orientamento
la richiesta di parere, riguardante il primo quesito -se in caso di soccombenza sia dovuto anche il rimborso spese delle spese forfettarie- è da ritenere inammissibile, in quanto non attiene a profili di contabilità pubblica.
Nel caso all’esame appare evidente che l’intervento di questa Sezione risulta essere finalizzato non ad acquisire un parere tecnico sull’interpretazione di specifiche disposizioni normative, quanto piuttosto alla definizione dell’an debeatur.
La richiesta di parere, riguardante il primo quesito, è da ritenere, quindi, inammissibile sotto il profilo oggettivo.
Al fine di fornire, comunque, un ausilio all’Ente, è bene evidenziare che
le spese forfettarie mirano a ristorare l'avvocato di quelle voci di spesa (ad esempio, quelle relative alla gestione dello studio, costo segreteria, fitto studio, abbonamenti riviste, acquisto libri), che sono effettive, ma che non possono essere riferite ed imputate ad una singola pratica (invece le spese effettuate specificamente per un singolo atto processuale o atto in genere -es. raccomandata- non ricadono nelle spese forfettarie, essendo il singolo atto posto in essere riferito ad una specifica pratica).
Nell'ambito del previgente sistema tariffario di cui all'art. 14, D.M. n. 127/2004, il rimborso spettava automaticamente all'avvocato, anche in assenza di allegazione specifica e di espressa richiesta, dovendosi quest'ultima ritenersi implicita nella domanda di condanna al pagamento del compenso giudiziale (in termini, con riferimento alla previgente disciplina; Cass. 03.04.2007, n. 8238; Cass. 10.01.2006, n. 146; Cass. 20.10.2005, n. 20321).
Al rimborso si riconosceva la natura di credito che conseguiva per legge (e la cui misura era determinata nel 12,5 per cento), sicché spettava automaticamente al professionista, anche in assenza di allegazione specifica e di domanda, dovendosi quest'ultima ritenere implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali (Cass. 22.05.2013, n. 12579; Cass. 19.08.2009, n. 18424). L'omessa liquidazione in favore dell'avvocato della parte vittoriosa delle somme dovute per spese forfettarie, si diceva costituisse un errore materiale della sentenza, che può essere corretto con il procedimento di cui agli artt. 287 e seguenti cpc (Cass. 02.08.2013, n. 18518).
L'art. 9, commi 1 e 2, del decreto legge 24.01.2012, n. 1, convertito con legge n. 27/2012, ha disposto l'abrogazione delle tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico. "Ferma restando l'abrogazione di cui al comma 1, nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del Ministro vigilante, da adottare nel termine di centoventi giorni successivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Entro lo stesso termine, con decreto del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sono anche stabiliti i parametri per oneri e contribuzioni alle casse professionali e agli archivi precedentemente basati sulle tariffe".
L'art. 1, comma 2, del d.m. 20.07.2012, n. 140, adottato in esecuzione del predetto art. 9 della legge n. 27/2012, ha stabilito che "Nei compensi non sono comprese le spese da rimborsare secondo qualsiasi modalità, compresa quella concordata in modo forfettario".
L'art. 13, comma 10, del legge n. 247/2012 ha, poi, previsto che "Oltre al compenso per la prestazione professionale, all'avvocato è dovuta, sia dal cliente in caso di determinazione contrattuale, sia in sede di liquidazione giudiziale, oltre al rimborso delle spese effettivamente sostenute e di tutti gli oneri e contributi eventualmente anticipati nell'interesse del cliente, una somma per il rimborso delle spese forfettarie, la cui misura massima è determinata dal decreto di cui al comma 6, unitamente ai criteri di determinazione e documentazione delle spese vive".
L'art. 2, comma 2, del D.M. 10.03.2014, n. 55, adottato in esecuzione dell'art. 13, comma 16, della predetta legge n. 247/2012, ha stabilito che
all'avvocato é dovuta -in ogni caso ed anche in caso di determinazione contrattuale- una somma per rimborso spese forfettarie "di regola" nella misura del 15 per cento del compenso.
Nella relazione illustrativa al D.M. 55/2014 si legge che
l'individuazione nella misura del 15 per cento del rimborso forfettario è frutto del recepimento del parere espresso dalla Commissione giustizia della camera e che essa "dà attuazione all'art. 13, comma 10, della legge 247/2012 che rimette proprio al d.m. la determinazione della misura massima del rimborso forfettario".
Ne consegue che
l'entità del rimborso deve essere compresa tra l'1 per cento e il 15 per cento del compenso da liquidare, e che il tetto massimo (15 per cento) può essere liquidato solo a fronte di una istanza dell'avvocato adeguatamente motivata.
La precisazione da parte dell'art. 2, comma 2, del d.m. 55/2014 che il riconoscimento della percentuale del 15 per cento deve avvenire "di regola" non vale ad individuare un importo massimo vincolante per il giudice, atteso che la legge non prevede un simile vincolo.
Si tratta, infatti, in ogni caso, di valutazioni rimesse al libero apprezzamento del giudice sulla base delle istanze e delle motivazioni addotte dalla parte.
Per quanto riguarda, invece, il secondo quesito, relativo alle modalità di contabilizzazione del rimborso, ove dovuto, la Sezione fa presente che
il procedimento segue le ordinarie regole giuscontabili dell’impegno, della liquidazione, dell’ordinazione e del pagamento ovvero del riconoscimento di debito.
All’assunzione dell’impegno di spesa segue, ai sensi degli artt. 183 e 184 TUEL, la liquidazione a valere sul fondo rischi e oneri, laddove istituito, o su capitolo di spesa nei limiti degli stanziamenti autorizzati (art. 191 TUEL).
In corso di esercizio, tale procedura può essere accompagnata da una variazione di bilancio volta a reperire le risorse ove queste siano insufficienti (art. 193 TUEL).

Nelle ipotesi in cui nell’anno di competenza finanziaria non sia stata attivata la procedura di spesa ordinaria, l’unico modo di ricondurre il debito nella contabilità dell’ente (con effetto vincolante per l’amministrazione) è avviare nei casi eccezionali ivi tipicamente indicati la procedura del riconoscimento di debito, ex art. 194 TUEL.
L’assunzione del debito fuori bilancio, ex art. 194, comma 1, lett. a), del D.Lgs. 267/2000, esula dalla regolare procedura di spesa, per il pagamento di somme accertate con sentenza di condanna esecutiva.
La procedura per il riconoscimento di debiti fuori bilancio è lo strumento giuridico per riportare un’obbligazione giuridicamente perfezionata ed esistente, all’interno della sfera patrimoniale dell’ente, ricongiungendo debito e volontà amministrativa sul piano dell’adempimento.

Il procedimento mira, da un lato, a consentire al Consiglio di vagliare la legittimità del titolo medesimo (in termini di “pertinenza”, cioè inerenza alle competenze di legge attribuite all’ente, e di “continenza”, vale a dire, di esercizio delle stesse in modo conforme all’ordinamento) e di reperimento dei mezzi di copertura finanziaria (procedura ex art. 194 T.U.E.L.). La funzione di tale procedura è quella di consentire a debiti sorti al di fuori della legittima procedura di spesa e di stanziamento di rientrare nella contabilità dell’ente (Corte dei Conti, Sez. controllo Lazio, parere 22.06.2015 n. 110).

INCARICHI PROFESSIONALI: COMPENSI AVVOCATI/ Onorario: è credito di valuta, non valore. Lo dice un'ordinanza.
Nel caso in cui si crei una controversia tra l'avvocato ed il cliente per il compenso dovuto al primo, il cliente sarà ritenuto in mora dopo la liquidazione del debito in seguito all'ordinanza di conclusione del procedimento ex art. 28, legge 13.06.1942 n. 794.
Gli interessi decorreranno, nei limiti della somma liquidata dal giudice, da quella data.

Lo hanno affermato i giudici della VI Sez. civile della Corte di Cassazione con l'ordinanza 04.06.2015 n. 11587.
In caso di onorari professionali, quello dell'avvocato è un credito di valuta e non di valore, poiché ha ad oggetto una somma di denaro.
Pertanto, è stato osservato dagli Ermellini, la sopravvenuta svalutazione monetaria non consente una rivalutazione d'ufficio di esso, occorrendo una domanda del creditore di riconoscimento del maggior danno nei limiti previsti dall'art. 1224, secondo comma, cod. civ. e il soddisfacimento del relativo onere probatorio, ed essendo applicabile l'art. 429 cod. proc. civ., come modificato dalla legge n. 533/1973, solo quando l'opera dell'avvocato si configuri come attività continuativa e coordinata tipica dei cosiddetti rapporti di «parasubordinazione».
I giudici di piazza Cavour hanno osservato, inoltre, come secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale in tema di liquidazione di diritti ed onorari di avvocato e procuratore a carico del cliente, la disposizione comune alle tre tariffe forensi (civile, penale e stragiudiziale contenuta nel dm 14.02.1992, n. 238) prevede che gli interessi di mora decorrano dal terzo mese successivo all'invio della parcella, tuttavia quando insorge controversia tra l'avvocato ed il cliente circa il compenso per prestazioni professionali, il debitore non può essere ritenuto in mora prima della liquidazione del debito, che avviene con l'ordinanza che conclude il procedimento della L. 13.06.1942, n. 794, ex art. 28, sicché è da quella data - e nei limiti di quanto liquidato dal giudice, e non da prima, che va riportata la decorrenza degli interessi (si vedano: Cass. n. 2431 del 2011; I1777del 2005, 5240 del 1999, 13586/1991, 5004 del 1993 3995 del 1988) (articolo ItaliaOggi Sette del 22.06.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: COMPENSI AVVOCATI/ Corte di cassazione. Gli importi liquidati a misura di decreto.
Per la liquidazione dell'onorario dell'avvocato, il valore della controversia che ha per oggetto l'opposizione a decreto ingiuntivo, deve essere determinato con riferimento all'importo del decreto opposto.

Lo hanno affermato i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 03.06.2015 n. 11454.
È stato, poi, evidenziato che la somma risultante dal decreto non dovrà sommarsi a quella chiesta dagli opponenti in restituzione di quanto versato per la provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo, né, tantomeno, a quella precedentemente versata sempre in esecuzione del medesimo decreto.
I giudici di piazza Cavour sono stati chiamati ad esprimersi su un caso che vedeva una controversia relativa al pagamento degli onorari richiesti da un avvocato per l'attività svolta. Il cliente si opponeva avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti, munito di provvisoria esecuzione, ed otteneva l'accoglimento della domanda e la restituzione delle somme versate.
I giudici di merito hanno infatti ritenuto che, in base al tenore letterale della quietanza emessa dall'avvocato, risultava che egli avesse già ricevuto il pagamento della prestazione eseguita solo parzialmente. L'avvocato impugnava la pronuncia con ricorso in Cassazione, denunciando, oltre ad infondati vizi procedurali, l'omessa o contraddittoria motivazione in ordine all'estensione della quietanza di pagamento a tutte le prestazioni effettuate e la violazione dei criteri ermeneutici a tal fine applicati dai giudici di merito.
Secondo gli Ermellini il primo profilo di doglianza risultava inammissibile per la mancata formulazione del momento di sintesi con indicazione del fatto controverso e del quesito di diritto, mentre in merito all'interpretazione delle convenzioni intervenute tra le parti, la Corte di legittimità affermava che la sentenza impugnata aveva opportunamente considerato le espressioni letterali usate, traendone l'univocità della dichiarazione del creditore ed escludendo qualsiasi dubbio in ordine al fatto che la somma indicata fosse stata corrisposta e riscossa a titolo di saldo finale delle prestazioni effettivamente realizzate (articolo ItaliaOggi Sette del 22.06.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

maggio 2015

INCARICHI PROFESSIONALI: Sulla liquidazione delle parcelle legali.
Quando la difesa legale non riguarda la particolare fattispecie di giudizio per l’accertamento della eventuale responsabilità dei propri dipendenti, l’ente locale prima di procedere al pagamento della parcella presentata dal proprio difensore ha il dovere di esaminare la documentazione relativa all’attività svolta dal difensore per valutarne la congruità.
Detta valutazione di congruità
risponde all’esigenza di garantire una “attenta e prudente gestione della spesa pubblica”, pertanto deve tenere conto, “da un lato dell’incertezza dell’esatta individuazione delle voci che potrebbero concorrere alla determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità dovute agli avvocati per l’esercizio della loro attività professionale e dei relativi parametri legali, dall’altro della necessità di scongiurare il rischio di annoverare nella parcella spese oggettivamente superflue o non proporzionali all’opera prestata”.
Inoltre, anche quando non è richiesto dalla legge il parere dell’Avvocatura dello Stato, la valutazione di congruità deve “riguardare, non solo la conformità della parcella alla tariffa forense, ma anche il rapporto fra l'importanza e delicatezza della causa e le somme spese per la difesa”.
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Nell'ipotesi di soccombenza laddove "
nel dispositivo della sentenza si legge sempre l'ammontare della parcella dovuta al legale della controparte, mentre nulla è stabilito dal giudice per quella dovuta al legale che ha assistito l'Amministrazione” detta liquidazione può rappresentare un parametro di congruità (per pagare il proprio legale) in relazione al valore della causa, al numero di udienze alle quali hanno partecipato i difensori delle parti in giudizio, nonché al numero di atti processuali redatti e depositati in corso di causa.
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Circa la necessità -o meno- di avviare “la procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio per quella parte della parcella eccedente il preventivo impegno di spesa” si osserva quanto segue.

Il riconoscimento degli oneri spettanti ad un legale per l’attività svolta a favore dell’ente rientra nel novero delle acquisizioni di servizi per i quali in astratto può essere attivata legittimamente la procedura prevista dalla lettera e) dell’art. 194 D.lgs. 267/2000”.
Tuttavia, vengono in rilievo anche i principi contabili in tema di contratti di prestazione d'opera intellettuale laddove affermano che “
l'ente deve determinare compiutamente, anche in fasi successive temporalmente, l'ammontare del compenso (esempio gli incarichi per assistenza legale) al fine di evitare la maturazione di oneri a carico del bilancio non coperti dall'impegno di spesa inizialmente assunto. Il regolamento di contabilità dell'ente potrà disciplinare l'assunzione di ulteriore impegno, per spese eccedenti l'impegno originario, dovute a cause sopravvenute ed imprevedibili”.
La Magistratura contabile ha affrontato il caso in cui l’impegno di spesa per un incarico legale non fosse risultato adeguato rispetto alla parcella presentata dal professionista e si è chiesta se in questi casi l’ente locale debba ricorrere alla procedura del debito fuori bilancio per liquidare la differenza rispetto al preventivo.
La fattispecie è stata risolta richiamando il principio secondo cui “
pur in presenza di difficoltà nella individuazione della somma esatta relativa alla parcelle del professionista, l’Ente è tenuto al rispetto dei canoni di buona amministrazione (fra gli altri a quello del prudente apprezzamento), delle regole giuscontabili in materia di spesa e dei principi che caratterizzano la corretta gestione dei pubblici bilanci”.
Così,
con riferimento alla determinazione dell’impegno di spesa per attività professionale legale, va acquisito “dall’avvocato, al quale è stata affidata la rappresentanza in giudizio del Comune, un preventivo di massima relativo agli onorari, alle competenze ed alle spese che presuntivamente deriveranno dall’espletamento dell’incarico stesso ai fini di predisporre un adeguata copertura finanziaria".
D’altra parte,
se si verificano casi in cui è difficile quantificare l’impegno finanziario al momento dell’ordinazione della prestazione ai sensi dell’art. 191 TUEL, in ragione dell’imprevedibile andamento della causa, “la difficoltà di determinazione dell’esatto ammontare di una spesa non esime l’ente dall’obbligo di effettuarne una stima quanto più possibile veritiera e prudenziale, al fine di una corretta imputazione a bilancio del costo complessivo presunto della prestazione. L’importo così determinato dovrà essere impegnato in bilancio nella sua interezza anche se verrà corrisposto, quanto meno in parte, in epoca successiva all’esercizio di competenza".
Dunque,
nell’ordinamento contabile degli enti locali (art. 162 TUEL) vigente prima dell’entrata a regime dell’armonizzazione dei sistemi contabili, è corretta l’assunzione dell’impegno di spesa quando il sottostante contratto (nella specie, mandato d’opera) viene stipulato con il professionista incaricato della tutela legale secondo una prudente e oculata previsione della durata e dell’importo complessivo dell’incarico, al fine di predisporre un’adeguata copertura finanziaria.
In questo caso, l’impegno di spesa per prestazioni professionali a tutela dell’ente può dirsi assunto correttamente quando in presenza di un eventuale maggior onere (emergente dall’imprevedibile lunga durata della causa), l’ente al fine di garantire la copertura finanziaria procede ad adeguare lo stanziamento iniziale integrando l’originario impegno di spesa
.
In altri termini, “
fatti successivi, non prevedibili al momento dell’originario impegno di spesa quali il protrarsi della durata del processo, costituiscono una legittima causa giuridica per la spesa da sostenere e consentono, quindi, di assumere il relativo impegno in bilancio. In questa ipotesi, anzi, il ricorso all’istituto del riconoscimento del debito fuori bilancio contrasterebbe con i principi di contabilità pubblica”. Ne consegue che “qualora l’importo legittimamente impegnato si riveli insufficiente, la differenza non realizza automaticamente una fattispecie di debito fuori bilancio, da legittimare ai sensi dell’art. 194, co. 1, lett. e TUEL”.
Con l’attuazione dell’armonizzazione dei sistemi contabili e, in particolare, l’applicazione del principio della competenza finanziaria potenziata, i richiamati principi elaborati dalla giurisprudenza contabile trovano ulteriore conferma.
Infatti, “
gli impegni derivanti dal conferimento di incarico a legali esterni, la cui esigibilità non è determinabile, sono imputati all'esercizio in cui il contratto è firmato, in deroga al principio della competenza potenziata, al fine di garantire la copertura della spesa. In sede di predisposizione del rendiconto, in occasione della verifica dei residui prevista dall'articolo 3, comma 4 del presente decreto, se l'obbligazione non è esigibile, si provvede alla cancellazione dell'impegno ed alla sua immediata re-imputazione all'esercizio in cui si prevede che sarà esigibile, anche sulla base delle indicazioni presenti nel contratto di incarico al legale.
Al fine di evitare la formazione di debiti fuori bilancio, l'ente chiede ogni anno al legale di confermare o meno il preventivo di spesa sulla base della quale è stato assunto l'impegno e, di conseguenza, provvede ad assumere gli eventuali ulteriori impegni. Nell'esercizio in cui l'impegno è cancellato si iscrive, tra le spese, il fondo pluriennale vincolato al fine di consentire la copertura dell'impegno nell'esercizio in cui l'obbligazione è imputata.
Al riguardo si ricorda che l'articolo 3, comma 4, del presente decreto prevede che le variazioni agli stanziamenti del fondo pluriennale vincolato e dell'esercizio in corso e dell'esercizio precedente necessarie alla reimputazione delle entrate e delle spese reimputate sono effettuate con provvedimento amministrativo della giunta entro i termini previsti per l'approvazione del rendiconto
”.
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Il Sindaco del Comune di Erbusco chiede alla Sezione un “parere:
- circa la necessità, prima di procedere al pagamento: di sottoporre, o meno, la parcella del legale al parere di congruità della spesa della competente Avvocatura distrettuale dello Stato o, in alternativa, del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati;
- di avviare, o meno, la procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio per quella parte della parcella eccedente il preventivo impegno di spesa
”.
...
Venendo al merito della richiesta, il Sindaco del Comune di Erbusco chiede alla Sezione un “parere circa la necessità, prima di procedere al pagamento: di sottoporre, o meno, la parcella del legale al parere di congruità della spesa della competente Avvocatura distrettuale dello Stato o, in alternativa, del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati; di avviare ,o meno, la procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio per quella parte della parcella eccedente il preventivo impegno di spesa”.
Primo quesito: è necessario sottoporre “la parcella del legale al parere di congruità della spesa della competente Avvocatura distrettuale dello Stato o, in alternativa, del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati”?
Alla stregua del tenore letterale della richiesta di parere occorre, preliminarmente, chiarire che la Sezione, nell’ambito dell’attività consultiva, non può interferire sulla valutazione dell’amministrazione circa la congruità della parcella presentata dal difensore in relazione all’attività svolta per conto e nell’interesse del Comune, trattandosi di valutazione che deve svolgere in concreto l’ente locale nell’esercizio della piena ed esclusiva discrezionalità che per legge gli spetta.
Tenendo a mente questa premessa, in merito al primo quesito, la Sezione richiama i principi generali ai quali potrà orientarsi l’ente locale nel compiere la valutazione di congruità della parcella presentata dal difensore.
Nella richiesta
l’ente cita il precedente parere deliberato dalla Sezione regionale di controllo per il Piemonte (delibera n. 35/2011) che, tuttavia, si occupa della particolare fattispecie di spese di patrocinio legale relative a giudizi per l’accertamento delle responsabilità civili, penali ed amministrative promossi nei confronti di dipendenti ed amministratori dell’ente locale (ipotesi tra l’altro di cui si è occupata, non solo la richiamata delibera della Sezione regionale per il Piemonte, ma anche la Sezione regionale di controllo per il Molise, con la delibera n. 6/2007, e la Sezione regionale di controllo per la Basilicata, con la delibera n. 4/2007).
Questa Sezione ritiene che,
quando la difesa legale non riguarda questa particolare fattispecie di giudizio per l’accertamento della eventuale responsabilità dei propri dipendenti -se così fosse si rinvia integralmente a quanto affermato nella delibera n. 35/2011 della Sezione regionale di controllo per il Piemonte di cui l’ente locale istante ha già contezza-, l’ente locale prima di procedere al pagamento della parcella presentata dal proprio difensore ha il dovere di esaminare la documentazione relativa all’attività svolta dal difensore per valutarne la congruità.
Detta valutazione di congruità (a prescindere che venga svolta dall’Avvocatura dello Stato come nella particolare fattispecie prevista dall’art. 18, comma 1, del D.L. 25/03/1997, n. 67, convertito, con modificazioni, nella Legge 23/05/1997, n. 135) risponde all’esigenza di garantire una “attenta e prudente gestione della spesa pubblica”, pertanto deve tenere conto, “da un lato dell’incertezza dell’esatta individuazione delle voci che potrebbero concorrere alla determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità dovute agli avvocati per l’esercizio della loro attività professionale e dei relativi parametri legali, dall’altro della necessità di scongiurare il rischio di annoverare nella parcella spese oggettivamente superflue o non proporzionali all’opera prestata (C. Conti, sez. reg. Piemonte del. n. 35/2011).
Inoltre, anche quando non è richiesto dalla legge il parere dell’Avvocatura dello Stato, la valutazione di congruità deve “riguardare, non solo la conformità della parcella alla tariffa forense, ma anche il rapporto fra l'importanza e delicatezza della causa e le somme spese per la difesa (C. Conti, sez. reg. Piemonte del. n. 35/2011 che richiama Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sent. 23.01.2007, n. 1418).
L’ente locale istante nella richiesta di parere, nell’esporre le difficoltà che incontra l’Amministrazione nel valutare la congruità della parcella, aggiunge quando l’Amministrazione medesima è “parte soccombente, nel dispositivo della sentenza si legge sempre l'ammontare della parcella dovuta al legale della controparte, mentre nulla è stabilito dal giudice per quella dovuta al legale che ha assistito l'Amministrazione”.
In proposito, questa Sezione osserva che,
nell’ipotesi rappresentata dall’ente, anche se la sentenza che definisce il contenzioso quantifica le spese legali sostenute da controparte (e non dall’Amministrazione soccombente) detta liquidazione può rappresentare un parametro di congruità in relazione al valore della causa, al numero di udienze alle quali hanno partecipato i difensori delle parti in giudizio, nonché al numero di atti processuali redatti e depositati in corso di causa.
* * *

Secondo quesito: è necessario avviare “la procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio per quella parte della parcella eccedente il preventivo impegno di spesa”?
Con riferimento al procedimento che l’ente locale istante deve seguire per contabilizzare in bilancio la spesa che l’Amministrazione comunale è chiamata a sostenere a titolo di corrispettivo per la prestazione professionale svolta dall’avvocato nel suo interesse, si richiamano i principi generali più volte affermati da questa Sezione con riferimento alla disciplina antecedente all’attuazione dell’armonizzazione dei sistemi contabili (ex del d.lgs. n. 118/2011 e succ. mod.).
Questa Sezione, sia in sede di esercizio delle funzioni di controllo sulla sana gestione finanziaria degli enti locali (Lombardia/322/2012/PRSE dell’11.07.2012) sia in sede consultiva (Lombardia/441/2012/PAR del 23.10.2012), ha già avuto modo di affermare che “
il riconoscimento degli oneri spettanti ad un legale per l’attività svolta a favore dell’ente rientra nel novero delle acquisizioni di servizi per i quali in astratto può essere attivata legittimamente la procedura prevista dalla lettera e) dell’art. 194 D.lgs. 267/2000”.
Tuttavia, vengono in rilievo anche i principi contabili in tema di contratti di prestazione d'opera intellettuale laddove affermano che “
l'ente deve determinare compiutamente, anche in fasi successive temporalmente, l'ammontare del compenso (esempio gli incarichi per assistenza legale) al fine di evitare la maturazione di oneri a carico del bilancio non coperti dall'impegno di spesa inizialmente assunto. Il regolamento di contabilità dell'ente potrà disciplinare l'assunzione di ulteriore impegno, per spese eccedenti l'impegno originario, dovute a cause sopravvenute ed imprevedibili” (Testo approvato dall'Osservatorio il 18.11.2008, princ. Cont. n. 2 cpv. 108).
La Magistratura contabile ha affrontato il caso in cui l’impegno di spesa per un incarico legale non fosse risultato adeguato rispetto alla parcella presentata dal professionista e si è chiesta se in questi casi l’ente locale debba ricorrere alla procedura del debito fuori bilancio per liquidare la differenza rispetto al preventivo.
La fattispecie è stata risolta richiamando il principio secondo cui “
pur in presenza di difficoltà nella individuazione della somma esatta relativa alla parcelle del professionista, l’Ente è tenuto al rispetto dei canoni di buona amministrazione (fra gli altri a quello del prudente apprezzamento), delle regole giuscontabili in materia di spesa e dei principi che caratterizzano la corretta gestione dei pubblici bilanci”.
Così,
con riferimento alla determinazione dell’impegno di spesa per attività professionale legale, va acquisito “dall’avvocato, al quale è stata affidata la rappresentanza in giudizio del Comune, un preventivo di massima relativo agli onorari, alle competenze ed alle spese che presuntivamente deriveranno dall’espletamento dell’incarico stesso ai fini di predisporre un adeguata copertura finanziaria (cfr. C. Conti, sez. contr. Campania, par. n. 8 del 04.02.2009; la delibera della Sezione Campana richiama il principio già espresso dalle Sezioni Riunite, in sede di Controllo, per la Regione Sicilia n. 2 del 27.01.2007).
D’altra parte,
se si verificano casi in cui è difficile quantificare l’impegno finanziario al momento dell’ordinazione della prestazione ai sensi dell’art. 191 TUEL, in ragione dell’imprevedibile andamento della causa, “la difficoltà di determinazione dell’esatto ammontare di una spesa non esime l’ente dall’obbligo di effettuarne una stima quanto più possibile veritiera e prudenziale, al fine di una corretta imputazione a bilancio del costo complessivo presunto della prestazione. L’importo così determinato dovrà essere impegnato in bilancio nella sua interezza anche se verrà corrisposto, quanto meno in parte, in epoca successiva all’esercizio di competenza (sul punto Corte dei conti, Sez. contr. reg. Sardegna, parere n. 2/2007).
Dunque,
nell’ordinamento contabile degli enti locali (art. 162 TUEL) vigente prima dell’entrata a regime dell’armonizzazione dei sistemi contabili, è corretta l’assunzione dell’impegno di spesa quando il sottostante contratto (nella specie, mandato d’opera) viene stipulato con il professionista incaricato della tutela legale secondo una prudente e oculata previsione della durata e dell’importo complessivo dell’incarico, al fine di predisporre un’adeguata copertura finanziaria.
In questo caso, l’impegno di spesa per prestazioni professionali a tutela dell’ente può dirsi assunto correttamente quando in presenza di un eventuale maggior onere (emergente dall’imprevedibile lunga durata della causa), l’ente al fine di garantire la copertura finanziaria procede ad adeguare lo stanziamento iniziale integrando l’originario impegno di spesa
(in senso conforme, Sez. Contr. reg. Campania, parere n. 9/2007, che richiama il principio contabile n. 2 punto 52 dei “principi contabili per gli enti locali”, emanati dall’Osservatorio per la finanza e la contabilità degli enti locali del Ministero Interno, gennaio 2004).
In altri termini, “
fatti successivi, non prevedibili al momento dell’originario impegno di spesa quali il protrarsi della durata del processo, costituiscono una legittima causa giuridica per la spesa da sostenere e consentono, quindi, di assumere il relativo impegno in bilancio. In questa ipotesi, anzi, il ricorso all’istituto del riconoscimento del debito fuori bilancio contrasterebbe con i principi di contabilità pubblica” (LOMBARDIA/19/2009/PAR del 05.02.2009). Ne consegue che “qualora l’importo legittimamente impegnato si riveli insufficiente, la differenza non realizza automaticamente una fattispecie di debito fuori bilancio, da legittimare ai sensi dell’art. 194, co. 1, lett. e TUEL (LOMBARDIA/19/2009/PAR del 05.02.2009).
Con l’attuazione dell’armonizzazione dei sistemi contabili (ex del d.lgs. n. 118/2011 e succ. mod.) e, in particolare, l’applicazione del principio della competenza finanziaria potenziata, i richiamati principi elaborati dalla giurisprudenza contabile trovano ulteriore conferma.
Infatti, nell’allegato 4/2 del d.lgs. n. 118/11 relativo al principio generale di competenza finanziaria, si afferma che “
gli impegni derivanti dal conferimento di incarico a legali esterni, la cui esigibilità non è determinabile, sono imputati all'esercizio in cui il contratto è firmato, in deroga al principio della competenza potenziata, al fine di garantire la copertura della spesa. In sede di predisposizione del rendiconto, in occasione della verifica dei residui prevista dall'articolo 3, comma 4 del presente decreto, se l'obbligazione non è esigibile, si provvede alla cancellazione dell'impegno ed alla sua immediata re-imputazione all'esercizio in cui si prevede che sarà esigibile, anche sulla base delle indicazioni presenti nel contratto di incarico al legale.
Al fine di evitare la formazione di debiti fuori bilancio, l'ente chiede ogni anno al legale di confermare o meno il preventivo di spesa sulla base della quale è stato assunto l'impegno e, di conseguenza, provvede ad assumere gli eventuali ulteriori impegni. Nell'esercizio in cui l'impegno è cancellato si iscrive, tra le spese, il fondo pluriennale vincolato al fine di consentire la copertura dell'impegno nell'esercizio in cui l'obbligazione è imputata.
Al riguardo si ricorda che l'articolo 3, comma 4, del presente decreto prevede che le variazioni agli stanziamenti del fondo pluriennale vincolato e dell'esercizio in corso e dell'esercizio precedente necessarie alla reimputazione delle entrate e delle spese reimputate sono effettuate con provvedimento amministrativo della giunta entro i termini previsti per l'approvazione del rendiconto
” (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 20.05.2015 n. 200).

aprile 2015

INCARICHI PROFESSIONALI: La regola secondo cui i debiti per incarichi a legali esterni, ove maggiori rispetto a quelli contabilizzati senza una causa di oggettiva imprevedibilità, con una non ingiustificata “irrisorietà” o “non congruità” dell’importo contabilizzato, devono essere riconosciuti attraverso la procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio deve essere confermata anche nel mutato quadro normativo, per effetto dell’entrata in vigore, dal 01.01.2015, della nuova contabilità pubblica (Dlgs. n. 118/2011).
Nel caso di impegni per incarichi a legali esterni risalenti ad annualità anteriori al 2015, per cui la prestazione per il corrispettivo non sia ancora esigibile, il residuo va riaccertato ai sensi dell’articolo 3, comma 4, del D.lgs. n. 118/2011 per addivenire alla ricollocazione temporale dello stesso secondo il principio della competenza finanziaria rafforzata: infatti, «se l’obbligazione non è esigibile, si provvede alla cancellazione dell’impegno ed alla sua immediata re-imputazione all’esercizio in cui si prevede che sarà esigibile, anche sulla base delle indicazioni presenti nel contratto di incarico al legale».
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In pratica,
a partire dal 2015, ove l’impegno sia stato in origine sottostimato, per cause oggettive, in sede di bilancio preventivo, annualmente, deve essere adeguato l’’importo stanziato, di modo che vi siano risorse sufficienti per l’impegno ed il pagamento del corrispettivo, consentendo al Consiglio di controllare costantemente l’evolversi della spesa a fronte di fatti nuovi e imprevedibili.
Ove peraltro emergesse una non congruità dell’impegno originario imputabile a circostanze soggettive, imputabili al professionista o al funzionario che ha consentito alla spesa, la maggior somma dovrà invece essere oggetto della procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio ai sensi dell’art. 194, comma 1, lett. e), nei limiti del valutato “arricchimento” per l’ente.
Altrimenti opinando, infatti, il funzionario che ha operato in modo incauto o non diligente potrebbe facilmente sottrarsi alla responsabilità diretta (art. 191, comma 4, TUEL) e al filtro valutativo che la legge prevede che il Consiglio eserciti in sede di riconoscimento del debito per prestazioni per beni e servizi, a garanzia della propria competenza autorizzativa delle spesa.

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Con la nota richiamata in epigrafe il Sindaco di Santa Maria La Carità (NA) ha chiesto alla Sezione un parere in ordine alla corretta procedura per l’imputazione in bilancio dei maggiori oneri per parcelle professionali presentate a conclusione di un giudizio da parte degli avvocati incaricati della difesa tecnica del Comune.
L’Ente fa l’ipotesi di un impegno a suo tempo assunto in bilancio all’atto del conferimento dell’incarico in una misura “irrisoria”, «senza pattuire condizioni e modalità di espletamento dell'incarico e senza indicare i criteri di determinazione della parcella da presentare a saldo, a conclusione del giudizio».
Chiede pertanto di sapere, nel caso in cui «la parcella presentata dal professionista incaricato, a conclusione del giudizio, si [discostasse] significativamente dall'impegno iniziale assunto» quale sia la procedura corretta da seguire tra:
«a) attivazione del procedimento per il riconoscimento del debito fuori bilancio ai sensi dell'art. 194, comma 1, lett. e), del T.U.E.L 18.08.2000, n. 267, per provvedere al pagamento della quota della spesa eccedente l'impegno assunto al momento del conferimento dell'incarico, "nei limiti degli accertati e dimostrali utilità e arricchimento per l'ente, nell’ambito dell’espletamento di pubbliche funzioni e servizi di competenza";
b) la semplice integrazione dell'impegno assunto per la quota di spesa eccedente
».
Il Comune soggiunge un ulteriore quesito, subordinato al primo sopra esposto. Segnatamente, nel caso in cui si ritenesse corretto procedere nel senso del riconoscimento del debito fuori bilancio (ipotesi sub. a), «chiede di conoscere come debba essere determinato il requisito dell'arricchimento. In particolare, si chiede di conoscere se l'arricchimento deve essere stabilito secondo i valori minimi dei nuovi parametri professionali approvati con D.M. n. 55/2014 e se, dunque, qualora la parcella presentata dal professionista (tenuto conto dell'esito positivo del giudizio, del numero delle udienze, del valore della causa prossimo al limite massimo dello scaglione) superi tali valori minimi, il Comune sia legittimato a rideterminarla d'ufficio secondo i minimi tariffari senza correre il rischio di essere citato in giudizio dal professionista ed essere condannato al pagamento della parcella così come dallo stesso redatta con l'ulteriore aggravio della rifusione delle spese legali».
...
1. Il thema quaestionandi riguarda la corretta procedura contabile da seguire nel caso in cui emerga un debito per parcelle professionali emesse da legali a conclusione di un giudizio, in misura superiore al quantum a suo tempo impegnato al momento del conferimento dell’incarico, impegno poi confluito tra i residui del bilancio dell’ente locale.
In particolare si chiede di sapere se, in tal caso, la maggiore prestazione, debba ritenersi un debito contabilmente nuovo, da impegnarsi, per competenza, nell’esercizio finanziario di presentazione della parcella sul pertinente capitolo di bilancio, nei limiti dello stanziamento (con la procedura ordinaria di cui all’art. 191 TUEL), ovvero debba ritenersi lo stesso un debito per competenza riferibile all’esercizio in cui è stato conferito l’incarico che, pertanto, non può che essere riconosciuto con l’eccezionale procedura dei debiti fuori bilancio (ex art. 194 TUEL, sub specie di debito per prestazioni e servizi ai sensi della lett. e).
Il tema è stato abbondantemente esaminato dalla giurisprudenza contabile (cfr., ex plurimis, SCRC Emilia Romagna parere 25.07.2013 n. 256 e 311/2012/PAR nonché SRC Campania nn. 261/2014/PAR, 241/2014/PRSP e 35/2014/PRSP) nel precedente sistema di contabilità basato sul principio della competenza finanziaria “semplice”, prima dell’entrata in vigore, per tutti gli enti locali, del D.lgs. n. 118/2011, a partire dal 01.01.2015. Tale giurisprudenza, peraltro, per i principi che esprime rimane per gran parte attuale, salvo le precisazioni che seguono.
2. Secondo tale pregressa giurisprudenza,
i debiti per prestazioni professionali devono essere imputati nell’esercizio in cui è stato conferito l’incarico legale, nel rispetto del principio di prudenza e di sana gestione finanziaria, in una misura pari ad una stima, la più precisa possibile, del costo finale della prestazione. Ciò in aderenza al principio contabile n. 2, cpv. 108, del Testo approvato dall’Osservatorio del Ministero dell’Interno il 12.03.2008, ai sensi del quale «l’ente deve determinare compiutamente, anche in fasi successive temporalmente, l’ammontare del compenso (esempio gli incarichi per assistenza legale) al fine di evitare la maturazione di oneri a carico del bilancio non coperti dall’impegno di spesa inizialmente assunto. Il regolamento di contabilità dell’ente potrà disciplinare l’assunzione di ulteriore impegno, per spese eccedenti l’impegno originario, dovute a cause sopravvenute ed imprevedibili».
L’obbligo di procurarsi un congruo preventivo del corrispettivo, oltre a gravare sulla pubblica amministrazione e discendere da principi di sana gestione contabile, è oggi un espresso obbligo gravante sullo stesso professionista per effetto delle innovative disposizioni di cui all’art. 9 del D.L. n. 1/2012 conv. L. n. 27/2012. Tale norma ha abrogato le tariffe professionali e ha stabilito che «Il compenso per le prestazioni professionali è pattuito al momento del conferimento dell'incarico professionale. Il professionista deve rendere noto al cliente il grado di complessità dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell'incarico […]».
Detto in altri termini,
l’ente, da un lato, è tenuto in sede di incarico a concordare nel titolo il corrispettivo affinché il suo ammontare risulti definito o, quantomeno, sufficientemente determinabile, di modo che, a scadenza, la liquidazione dell’onorario e della spesa trovi preventiva e sufficiente provvista nella contabilità dell’ente, evitando la formazione di debiti fuori bilancio.
Nel vecchio sistema contabile, in base al principio della competenza finanziaria “semplice”, tale stima preventiva si traduceva, di norma, nell’impegno nell’anno d’incarico e nella traslazione di tale impegno in conto residui negli anni successivi.
Diversamente
la sottostima del compenso, la mancanza assoluta di stima o la sua contabilizzazione per importi irrisori non poteva che comportare e comporta la formazione di un debito extra-bilancio.
Infatti,
in caso di stima mancante in assoluto o oggettivamente inadeguata in relazione alle caratteristiche della causa (mediante l’impegno di una somma “irrisoria” o comunque ingiustificatamente incongrua), l’unica via perseguibile per la riconduzione del debito al bilancio dell’ente è quella del ricorso alla procedura del riconoscimento del debito fuori bilancio ai sensi dell’art. 194, comma 1, lett. e) (sussistendo il debito, in alternativa, direttamente in capo al funzionario che ha consentito la prestazione, ex art. 191, comma 4, TUEL).
In tale ipotesi, infatti, sarebbero state violate le norme contabili che presidiano la corretta imputazione in bilancio della spesa; il titolo e la fattispecie generativa dell’obbligazione, inoltre, riguarderebbero integralmente un esercizio precedente nel quale l’ammontare della spesa non è stato correttamente rilevato.
In definitiva,
l'adozione di una formale deliberazione di riconoscimento consente la verifica sull'utilità del patrocinio, nonché di attivare il controllo in relazione a possibili profili di responsabilità erariale, stante l'obbligo di trasmissione delle deliberazioni di riconoscimento dei debiti fuori bilancio alla competente Procura presso la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti (art. 23 della Legge n. 289/2002).
Infatti, come è noto,
il procedimento di riconoscimento dei debiti fuori bilancio è lo strumento giuridico per riportare un’obbligazione giuridicamente perfezionata all’interno della sfera patrimoniale dell’ente, ricongiungendo il debito insorto con la volontà amministrativa (SRC Lombardia parere 22.07.2013 n. 339 e n. 482/2013/PAR). Il procedimento mira, da un lato, a consentire al Consiglio di vagliare la legittimità del titolo (verificando, in primo luogo, la sussunzione in una delle fattispecie tipizzate dall’art. 194 TUEL) e, dall’altro, a reperire modalità di copertura finanziaria (indicate sempre nell’art. 194 TUEL).
Si ricorda poi come la giurisprudenza contabile (SRC Lombardia n. 65/2013 e n. 436/2013, SCR Liguria n. 122/2010 e n. 56/2011) abbia costantemente ritenuto eccezionale la disciplina dell’art. 194 TUEL, salva l’interpretazione estensiva delle ipotesi ivi considerate quando funzionale al non aggravamento della situazione debitoria dell’ente (ad esempio in tema di provvedimenti giurisdizionali legittimanti il riconoscimento, cfr. SRC Campania n. 42/2014/PRSP).
Per altro verso, eccezionalmente, la giurisprudenza ha talvolta ammesso che eventuali maggiori oneri successivamente liquidati, esclusivamente per fatti sopravvenuti ed imprevedibili, quali lo sviluppo del processo in termini di maggiore tempo e complessità procedimentale causata dalla peculiarità della causa, avrebbero potuto essere impegnati per competenza nell’esercizio di manifestazione degli stessi, secondo l’ordinaria procedura di spesa (art. 191 TUEL), integrando l’originario impegno a residuo, con un nuovo impegno nel pertinente capitolo di spesa (cfr. Sez. Lombardia, deliberazioni nn. 19/2009/PAR e 441/2012/PAR; SRC Campania n. 9/2007/PAR; SRC Sardegna deliberazione n. 2/2007/PAR).
La ratio di tale orientamento, da un lato, è che l’ente, ricorrendo tali eccezionali presupposti (fatti sopravvenuti ed imprevedibili) non avrebbe violato le norme che presidiano la procedura di spesa e, per altro verso, il titolo giuridico alla base del residuo originario rimarrebbe immutato e non coinciderebbe con la “causa” del nuovo debito; detto in altri termini, si sarebbe in presenza di una nuova obbligazione giuridica, sorta in un esercizio successivo a fronte di fatti nuovi, imputabili secondo il principio della competenza finanziaria in un esercizio finanziario diverso da quello in cui l’incarico è stato assunto.
In relazione a queste tipologie di debiti sopravvenuti, scaturenti da un titolo a suo tempo regolarmente registrato e imputato ma che, per fatti oggettivamente non preventivabili, si fossero manifestati in sede di liquidazione in un importo superiore a quello a suo tempo impegnato, la giurisprudenza contabile ha parlato di “passività pregresse
(cfr. SRC Lombardia parere 22.07.2013 n. 339 e n. 482/2013/PAR).
3.
La regola secondo cui i debiti per incarichi a legali esterni, ove maggiori rispetto a quelli contabilizzati senza una causa di oggettiva imprevedibilità, con una non ingiustificata “irrisorietà” o “non congruità” dell’importo contabilizzato, devono essere riconosciuti attraverso la procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio deve essere confermata anche nel mutato quadro normativo, per effetto dell’entrata in vigore, dal 01.01.2015, della nuova contabilità pubblica (Dlgs. n. 118/2011).
Peraltro, i sopra richiamati principi elaborati in sede ermeneutica vanno arricchiti dal sistema di regole oggi espressamente previsto per gli incarichi a legali eterni, in adattamento al nuovo principio della competenza finanziaria “potenziata” o “rafforzata”, articolatamente disciplinato negli allegati di cui al richiamato decreto, sia in sede di principi generali (Allegato 1, punto 16) che in sede di principi “applicati” (Allegato 4.2, §2).
Secondo tali principi, come è noto, le obbligazioni devono essere registrate in bilancio tenendo conto non solo del perfezionamento del titolo, ma anche della scadenza (esigibilità) della prestazione che, nel caso di spesa per l’acquisto di beni e servizi, di norma, coincide con l’adempimento della prestazione da parte del fornitore (Allegato 4.2, al § 5.2., lett. b).
Nel caso di impegni per incarichi a legali esterni risalenti ad annualità anteriori al 2015, per cui la prestazione per il corrispettivo non sia ancora esigibile, il residuo va riaccertato ai sensi dell’articolo 3, comma 4, del D.lgs. n. 118/2011 per addivenire alla ricollocazione temporale dello stesso secondo il principio della competenza finanziaria rafforzata: infatti, «se l’obbligazione non è esigibile, si provvede alla cancellazione dell’impegno ed alla sua immediata re-imputazione all’esercizio in cui si prevede che sarà esigibile, anche sulla base delle indicazioni presenti nel contratto di incarico al legale».
Inoltre, in deroga al principio secondo cui nel fondo pluriennale vincolato confluiscono solo entrate correnti vincolate ed entrate destinate al finanziamento di investimenti (Allegato 4.2., § 5.4) «Nell’esercizio in cui l’impegno è cancellato si iscrive, tra le spese, il fondo pluriennale vincolato al fine di consentire la copertura dell’impegno nell’esercizio in cui l’obbligazione è imputata».
Cionondimeno, il richiamato principio subisce una deroga (in sostanza continuando ad applicare il pregresso criterio della competenza finanziaria “semplice”) nel caso di incarichi a legali esterni dal cui contesto non sia possibile desumere la scadenza: ai sensi del principio contabile applicato di cui all’Allegato 4.2, al § 5.2., lett. g), infatti, «gli impegni derivanti dal conferimento di incarico a legali esterni, la cui esigibilità non è determinabile, sono imputati all’esercizio in cui il contratto è firmato, in deroga al principio della competenza potenziata, al fine di garantire la copertura della spesa».
Tale imputazione, peraltro, presuppone la necessità che la spesa sia stata congruamente stimata «al fine di evitare la formazione di debiti fuori bilancio». Tale necessità viene resa costante, imponendo un obbligo di verifica annuale; il § 5.2, lett. c), infatti, prevede che l’ente chieda «ogni anno al legale di confermare o meno il preventivo di spesa sulla base della quale è stato assunto l’impegno e, di conseguenza, provvede ad assumere gli eventuali ulteriori impegni».
In pratica,
a partire dal 2015, ove l’impegno sia stato in origine sottostimato, per cause oggettive, in sede di bilancio preventivo, annualmente, deve essere adeguato l’’importo stanziato, di modo che vi siano risorse sufficienti per l’impegno ed il pagamento del corrispettivo, consentendo al Consiglio di controllare costantemente l’evolversi della spesa a fronte di fatti nuovi e imprevedibili.
Ove peraltro emergesse una non congruità dell’impegno originario imputabile a circostanze soggettive, imputabili al professionista o al funzionario che ha consentito alla spesa, la maggior somma dovrà invece essere oggetto della procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio ai sensi dell’art. 194, comma 1, lett. e), nei limiti del valutato “arricchimento” per l’ente.
Altrimenti opinando, infatti, il funzionario che ha operato in modo incauto o non diligente potrebbe facilmente sottrarsi alla responsabilità diretta (art. 191, comma 4, TUEL) e al filtro valutativo che la legge prevede che il Consiglio eserciti in sede di riconoscimento del debito per prestazioni per beni e servizi, a garanzia della propria competenza autorizzativa delle spesa
(Corte dei Conti, Sez. controllo Campania, parere 01.04.2015 n. 110).

gennaio 2015

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: Negli enti locali, vigente la L. 08/06/1990 n. 142, il potere di rilasciare l’autorizzazione a stare in giudizio era di competenza della Giunta Comunale e il potere di conferire la procura del Sindaco.
Dopo l'entrata in vigore del Testo Unico Enti Locali (D.Lgs. 18/08/2000 n. 267), la giurisprudenza ha affermato che la rappresentanza in giudizio dell'ente locale spetta al Sindaco o al Presidente della Provincia, senza necessità di preventiva autorizzazione a stare in giudizio, e ciò salvo diversa previsione dello Statuto, il quale può sia prevedere la necessità della persistenza dell'autorizzazione, attribuendone il relativo potere, sia affidare la rappresentanza dell'ente ad un dirigente, o anche al dirigente dell'ufficio legale, con riferimento all'intero contenzioso.

In via pregiudiziale va esaminata l’eccezione con cui, in pubblica udienza, il ricorrente ha dedotto che la resistenza in giudizio dell’intimato comune deve ritenersi sfornita di idonea autorizzazione, atteso che la delibera di Giunta con la quale la stessa è stata data, non individua correttamente il procedimento giudiziale al quale la medesima si riferisce.
L’eccezione è infondata.
Negli enti locali, vigente la L. 08/06/1990 n. 142, il potere di rilasciare l’autorizzazione a stare in giudizio era di competenza della Giunta Comunale e il potere di conferire la procura del Sindaco (Cass. Civ., Sez. I, 21/12/2002 n. 18224 e 10/09/2003 n. 13218).
Dopo l'entrata in vigore del Testo Unico Enti Locali (D.Lgs. 18/08/2000 n. 267), la giurisprudenza ha affermato che la rappresentanza in giudizio dell'ente locale spetta al Sindaco o al Presidente della Provincia, senza necessità di preventiva autorizzazione a stare in giudizio, e ciò salvo diversa previsione dello Statuto, il quale può sia prevedere la necessità della persistenza dell'autorizzazione, attribuendone il relativo potere, sia affidare la rappresentanza dell'ente ad un dirigente, o anche al dirigente dell'ufficio legale, con riferimento all'intero contenzioso (Cons. Stato, Sez. IV, 10/02/2012 n. 701; Sez. V, 07/09/2007 n. 4721; Cass. Civ., Sez. I, 13/01/2010 n. 387; Sez. III, 05/08/2010 n. 18158; SS.UU., 27/06/2005 n. 13710; TAR Campania-Salerno 24/09/2012 n. 1674).
Ne consegue che, in difetto di prova in ordine alla persistenza, nell'ambito dell'ordinamento proprio del Comune di Arbus, dell'autorizzazione a stare in giudizio, l'eccezione non può essere accolta
(TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 28.01.2015 n. 244 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2014

INCARICHI PROFESSIONALI: Servizi legali.
Domanda
Per l'affidamento di un servizio legale in un ente locale è necessario avviare una selezione pubblica o è possibile un affidamento in via fiduciaria?
Risposta
L'affidamento dei servizi legali deve avvenire nel rispetto di una procedura di selezione pubblica, ai sensi dell'art. 7, comma 6, del dlgs 165/2001 – Testo Unico sul Pubblico Impiego.
L'oggetto del servizio legale non si esaurisce nel patrocinio legale a favore dell'Ente, ma rientra nella nozione più ampia di consulenza legale che presuppone una procedura comparativa idonea a consentire, a tutti gli aventi diritto, di partecipare alla selezione per la scelta del miglior contraente.
Il Tar Campania, sez. II, con sentenza del 16/07/014 n. 1383 ha ribadito la distinzione tra patrocinio e servizio legale: il primo è un contratto volto a soddisfare il bisogno di difesa giudiziale dell'ente, inquadrabile nell'ambito della prestazione d'opera intellettuale, il servizio legale, invece, costituisce, per organizzazione e complessità, un'attività più articolata che giustifica la previsione di una selezione pubblica (articolo ItaliaOggi Sette dell'01.12.2014).

ottobre 2014

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALILa rappresentanza legale e la legittimazione processuale delle Regioni a statuto ordinario compete unicamente al Presidente della Giunta regionale e non certo ai dirigenti.
Invero, anche la Suprema Corte, in materia di rappresentanza processuale degli enti locali, si è posta sul medesimo indirizzo, avendo precisato che “Nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto della Provincia -ed anche il regolamento della Provincia, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare- può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell'ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero ad esponenti apicali della struttura burocratico-amministrativa dell'ente locale, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, il sindaco (ovvero una figura omologa nella Provincia e nella Regione) conserva l'esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale dell'Amministrazione”.

- considerato che il ricorso non è stato notificato alla Regione Campania –non per nulla non costituita– in persona del Presidente, legale rappresentante pro–tempore bensì al dirigente pro tempore del’A.C.G. 18 settore 01 Assistenza sociale, unico soggetto evocato in giudizio;
- ritenuto che la rappresentanza legale e la legittimazione processuale delle Regioni a statuto ordinario compete unicamente al Presidente della Giunta regionale e non certo ai dirigenti;
- rammentato che anche la Suprema Corte, in materia di rappresentanza processuale degli enti locali, si è posta sul medesimo indirizzo, avendo precisato che “Nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto della Provincia -ed anche il regolamento della Provincia, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare- può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell'ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero ad esponenti apicali della struttura burocratico-amministrativa dell'ente locale, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, il sindaco (ovvero una figura omologa nella Provincia e nella Regione) conserva l'esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale dell'Amministrazione” (Cassazione civile sez. VI 08.10.2014 n. 21270) e tenuto conto che una siffatta derogatoria disposizione, che conferisca la rappresentanza processuale ai dirigenti, non è stata allegata né invocata;
- ritenuto, conseguentemente, che il ricorso all’esame va dichiarato inammissibile per non essere stata correttamente evocata in giudizio l’Autorità emanante il provvedimento gravato (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 10.12.2014 n. 6473 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALIPer difendere il Comune basta la procura. Tar Lecce. Il compenso deve essere proporzionato all'importanza dell'incarico.
Per difendere un Comune non occorre un contratto: all'avvocato basta la procura rilasciata dal sindaco.
Lo afferma il TAR Puglia-Lecce, Sez. II, con la sentenza 14.10.2014 n. 2500.
Un legale chiedeva compensi per oltre un decennio di liti gestite per l'amministrazione: il Comune ha riconosciuto l'esistenza dei crediti, inserendo le somme tra i debiti fuori bilancio, ma ha quantificato il dovuto utilizzando i minimi tariffari (all'epoca in vigore). L'ente affermava infatti che la mancanza di un contratto di patrocinio o di altro atto scritto non potesse generare un debito superiore ai minimi.
Il Tribunale arriva a diversa conclusione esaminando i principi sui contratti tra professionisti ed enti pubblici: primo punto fermo è che il contratto deve avere forma scritta (Cassazione 7297/2009), perché è inapplicabile la norma sui contratti conclusi a distanza con imprese commerciali. Occorre poi distinguere l'affidamento dei servizi legali (che esige una gara: Tar di Salerno, 1383/2014) dal conferimento di incarichi individuali.
Nel secondo caso basta la procura alla lite, cioè la firma del sindaco a margine della procura sull'atto giudiziario. La procura è infatti un negozio unilaterale: quando è conferita per iscritto dal cliente, ex articolo 83 del Codice di procedura civile, è accettata dal professionista con il concreto esercizio della rappresentanza in giudizio mediante atti difensivi e soddisfa il requisito della forma scritta ad substantiam, perché sono presenti tutti i requisiti necessari: a) incontro di volontà tra ente pubblico e difensore; b) funzione economico-sociale (causa) del negozio; c) oggetto e, d) forma scritta, consentendo di identificare il contenuto negoziale e di rendere possibili i controlli dell'autorità tutoria.
Il contratto di patrocinio, invece, è un negozio bilaterale con il quale il Comune dà incarico al professionista per un'attività extragiudiziaria svolta, con la logica del mandato, sulla base di un rapporto interno di natura extraprocessuale (Cassazione 18450/2014).
Una volta superato lo scoglio della forma scritta, il Tar di Lecce ha poi annullato la delibera comunale nella parte in cui riconosceva solo i minimi tariffari: tutti gli incarichi conferiti per un decennio, infatti, avevano uno specifico spessore e corrispondevano a specifiche utilità conseguite dal Comune, senza che vi fossero ragioni per reputare gli importi richiesti come incongrui, trattandosi oltretutto di controversie non seriali e ultradecennali.
Con questo ragionamento si supera l'indirizzo espresso dalla Corte dei conti, sezione Basilicata, nella sentenza 180/2011, secondo la quale vi è responsabilità contabile dell'ente che paghi una parcella legale sovrastimata rispetto alla reale utilità della prestazione resa: se –come nel caso deciso a Lecce– l'incarico giudiziale è conferito con la semplice procura, senza prevedere specifici limiti minimi, il professionista può far valere il diritto a un compenso adeguato all'importanza dell'opera (articolo 2233 Cc) sulla base della tariffa professionale (Cassazione 10190/2014) e avendo riguardo al valore della causa (articoli 9 Dl 1/2012 e 13 legge 247/2012, Dm 10.03.2014, n. 55)
(articolo Il Sole 24 Ore del 29.10.2014).
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Il formale conferimento della procura alla lite ed il concreto esercizio della rappresentanza processuale della parte configurano anche il perfezionamento in forma scritta del sottostante contratto di patrocinio nell’ipotesi in cui parte conferente sia l’organo rappresentativo di un ente pubblico -il sindaco-, determinatosi in merito secondo conforme Deliberazione dell’organo collegiale -giunta municipale- preposto allo scopo.
La procura alla lite, infatti, quale negozio unilaterale di conferimento della rappresentanza in giudizio, si distingue sì dal contratto di patrocinio, negozio bilaterale, con il quale viene conferito l’incarico al professionista, ma, quando la stessa, conferita per iscritto dal cliente, ai sensi dell’art. 83 c.p.c., è accettata dal professionista con il concreto esercizio della rappresentanza giudiziale tramite atto difensivo sottoscritto, può configurare il contratto di patrocinio tra ente pubblico e professionista, soddisfacendone anche il requisito della forma scritta ad substantiam, perché del contratto di patrocinio con la pubblica Amministrazione sono presenti tutti i requisiti necessari: dall’incontro di volontà tra ente pubblico e difensore alla funzione economico-sociale (causa) del negozio, all’oggetto e alla forma scritta, requisito proprio di tutti i contratti stipulati dalla P.A., che risponde all’esigenza di identificarne il contenuto negoziale e di rendere possibili i controlli dell’autorità tutoria. Esigenza che, nella specie, è soddisfatta dal collegamento necessario, funzionale e di contenuto tra la procura alla lite, sottoscritta dal rappresentante dell’Ente, e l’atto di difesa (citazione, ricorso o comparsa) sottoscritto dal difensore.
Può, quindi, essere affermato il seguente principio: In tema di contratti della P.A., che devono essere stipulati ad substantiam per iscritto, il requisito della forma del contratto di patrocinio è soddisfatto con il rilascio al difensore della procura ex art. 83 cod. proc. civ., atteso che, il relativo esercizio della rappresentanza giudiziale, tramite la redazione e la sottoscrizione dell’atto difensivo perfeziona -con l’incontro di volontà fra le parti l’accordo contrattuale in forma scritta, che, rendendo possibile l’identificazione del contenuto negoziale e i controlli dell’Autorità tutoria, risponde ai requisiti previsti per i contratti della P.A..

Con riguardo, poi, al tema concernente l’assenza, ritenuta dal Comune, della ‘forma scritta’, il Collegio osserva che la questione deve reputarsi anch’essa ‘superata’ in ragione dei principi più volte espressi, sul punto, dalla S.C., secondo la quale <<il formale conferimento della procura alla lite ed il concreto esercizio della rappresentanza processuale della parte configurano anche il perfezionamento in forma scritta del sottostante contratto di patrocinio nell’ipotesi in cui parte conferente sia l’organo rappresentativo di un ente pubblico -il sindaco-, determinatosi in merito secondo conforme Deliberazione dell’organo collegiale -giunta municipale- preposto allo scopo (Cass. 16.06.2006 n. 13963; cass. 05.05.2004 n. 8500).
La procura alla lite, infatti, quale negozio unilaterale di conferimento della rappresentanza in giudizio, si distingue sì dal contratto di patrocinio, negozio bilaterale, con il quale viene conferito l’incarico al professionista, ma, quando la stessa, conferita per iscritto dal cliente, ai sensi dell’art. 83 c.p.c., è accettata dal professionista con il concreto esercizio della rappresentanza giudiziale tramite atto difensivo sottoscritto, può configurare il contratto di patrocinio tra ente pubblico e professionista, soddisfacendone anche il requisito della forma scritta ad substantiam, perché del contratto di patrocinio con la pubblica Amministrazione sono presenti tutti i requisiti necessari: dall’incontro di volontà tra ente pubblico e difensore alla funzione economico-sociale (causa) del negozio, all’oggetto e alla forma scritta, requisito proprio di tutti i contratti stipulati dalla P.A., che risponde all’esigenza di identificarne il contenuto negoziale e di rendere possibili i controlli dell’autorità tutoria. Esigenza che, nella specie, è soddisfatta dal collegamento necessario, funzionale e di contenuto tra la procura alla lite, sottoscritta dal rappresentante dell’Ente, e l’atto di difesa (citazione, ricorso o comparsa) sottoscritto dal difensore.
Può, quindi, essere affermato il seguente principio: In tema di contratti della P.A., che devono essere stipulati ad substantiam per iscritto, il requisito della forma del contratto di patrocinio è soddisfatto con il rilascio al difensore della procura ex art. 83 cod. proc. civ., atteso che, il relativo esercizio della rappresentanza giudiziale, tramite la redazione e la sottoscrizione dell’atto difensivo perfeziona -con l’incontro di volontà fra le parti l’accordo contrattuale in forma scritta, che, rendendo possibile l’identificazione del contenuto negoziale e i controlli dell’Autorità tutoria, risponde ai requisiti previsti per i contratti della P.A. (v. anche Cass. 05.05.2004 n. 8500; Cass. 18.07.2002 n. 10454)
>> (Cassazione civile, VI, 16.02.2012, n. 2266).

INCARICHI PROFESSIONALI: Divieto quota lite circoscritto. L'argine si applica solo alle attività di tipo difensivo. La Corte di cassazione ammette l'accordo del cliente con un semplice consulente.
Il divieto del patto di quota lite si applica solo ai difensori e non anche ai consulenti del lavoro che prestino attività amministrativo-contabile volta all'accertamento del diritto del cliente a godere di agevolazioni fiscali e al recupero di eventuali somme indebitamente versate all'erario.
Lo ha stabilito la II Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 02.10.2014 n. 20839.
La vicenda controversa trae origine da un contratto stipulato tra un consulente del lavoro e una società del Mezzogiorno. In base all'accordo, il professionista si è impegnato a verificare la presenza di eventuali indebiti versati dalla società all'erario in rapporto all'introduzione, per via normativa, di alcune agevolazioni fiscali; la provvigione per l'attività in questione è stata indicata nel 25% delle somme che il consulente avrebbe recuperato in favore del cliente.
Ebbene, il professionista, nell'adempiere il suo incarico, è riuscito a spuntare in favore della società una somma pari a quasi un miliardo del vecchio conio. E tuttavia, quando è stato il momento di dividere il «tesoretto», il cliente ha eccepito un secco diniego. Di più, questi si è rivolto al tribunale per ottenere l'annullamento del contratto di consulenza a cagione del patto di quota lite in esso previsto. Il giudice di primo grado, e tanto ha ritenuto anche la Corte d'appello, ha accolto, non prima di averla riqualificata, la domanda della società dichiarando la nullità parziale dell'accordo, e riconoscendo al consulente una somma di gran lunga inferiore all'originario 25% del «recuperato». Secondo i giudici di merito, infatti, il contratto intervenuto tra i litiganti si poneva in contrasto col «divieto di patto di quota lite», di cui all'art. 2233, terzo comma, del codice civile.
Il professionista si è dunque rivolto in ultima istanza alla Corte di cassazione, ivi censurando l'apprezzamento svolto dai giudici della Corte territoriale nella parte in cui ebbero a ritenere applicabile al caso di specie il divieto di strutturare il compenso in percentuale ai risultati ottenuti.
La Corte, nell'accogliere il ricorso, ha fatto chiarezza sul perimetro della norma, relegandone l'applicazione ai soli difensori (avvocati, procuratori o patrocinatori legali) e, comunque, ai soli soggetti che assumano le vesti di difensore.
Spiegano i giudici come l'art. 2233, terzo comma, codice civile, già prima dell'intervento di riforma a opera dell'art. 2, comma 2-bis, del dl n. 223/2006, convertito in legge n. 248/2006, disponeva che «gli avvocati, i procuratori e i patrocinanti non possono, neppure per interposta persona, stipulare con i loro clienti alcun patto relativo ai beni che formano oggetto delle controversie affidate al loro patrocinio sotto pena di nullità e dei danni». Secondo la Corte, la norma in questione riguardava e riguarda tuttora «l'attività difensiva prestata nell'ambito di una controversia, e cioè, non ogni attività professionale, ma esclusivamente l'esercizio dell'attività di patrocinio affidata a un difensore in una controversia o in vista di una controversia».
La nullità (parziale) del contratto è stata concepita solo per il «negozio bilaterale stipulato dal professionista investito del patrocinio legale con il cliente relativamente ai beni oggetto della controversia a lui affidata»; e integra un'«eccezione al principio generale della libertà negoziale», fondata sull'esigenza di assoggettare a disciplina il contenuto patrimoniale di un peculiare rapporto di opera intellettuale, al dichiarato intento di tutelare l'interesse del cliente e la dignità e la moralità della professione forense, la quale risulterebbe lesa tutte le volte in cui nella convenzione concernente il compenso possano ravvisarsi forme di partecipazione del professionista agli interessi economici finali ed esterni alla prestazione, giudiziale o stragiudiziale, richiestagli.
Da ultimo, la Corte non manca di fornire una precisazione importante: è vero, come ha osservato la difesa della società, che la norma in passato è stata ritenuta applicabile anche a ragionieri e commercialisti; tuttavia, in quelle ipotesi detti professionisti avevano pur sempre svolto attività di patrocinio dinnanzi alle commissioni tributarie.
Sulla base di quanto premesso, gli ermellini hanno ritenuto legittima la clausola contrattuale inserita dal consulente del lavoro proprio alla luce dell'attività prestata, di tipo amministrativo-contabile e non già difensiva. Per l'effetto hanno annullato la sentenza della Corte d'appello e riconosciuto il pieno diritto del professionista a ricevere il compenso nella sua interezza (articolo ItaliaOggi Sette del 27.10.2014).

INCARICHI PROFESSIONALIDivieto di quota lite solo per i difensori. Professionisti. La modalità di determinazione del compenso.
Il divieto del patto di quota lite, già previsto dal Codice civile e poi reintrodotto dalla riforma dell'ordinamento forense, si riferisce a chi svolge un'attività difensiva. Ne è pertanto escluso il consulente del lavoro che punta a ottenere un risparmio per la società sua cliente e che non svolge certo un'attività di assistenza e rappresentanza in giudizio.

Lo chiarisce la Corte di Cassazione con la sentenza 02.10.2014 n. 20839 della II Sez. civile.
Il patto di quota lite prevede che l'avvocato o il professionista percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione professionale. Il divieto era prima previsto dal Codice civile (momento cui si riferisce la pronuncia della Cassazione), poi rivisto nel l'ambito delle "lenzuolate" del l'allora ministro Pier Luigi Bersani e infine reintrodotto dal nuovo ordinamento forense.
Il consulente era stato ingaggiato da una società per l'individuazione di soluzioni giuridiche che permettessero alla stessa di godere del beneficio delle agevolazioni (sgravio degli oneri sociali sui contributi Inps) previste per le aziende industriali del Mezzogiorno. A titolo di compenso veniva previsto il 25% dei contributi già pagati e recuperati. Ottenuta l'agevolazione, però, la società aveva citato il consulente per vedere annullato il contratto di prestazione d'opera professionale sostenendo il divieto del patto di quota lite. Sia in primo grado sia in appello il professionista aveva visto sconfitta la propria tesi e negato il compenso.
Ora la Cassazione ribalta i verdetti e precisa che il divieto, anche nella vecchia versione del Codice civile, si riferiva solo al professionista che svolge attività difensiva. Non solo l'avvocato, ma anche il dottore commercialista, il ragioniere e il consulente quando svolgono attività di patrocinio davanti alle commissioni tributarie.
La prestazione svolta dal consulente del lavoro, nel caso esaminato dalla Cassazione, non rientrava certo nell'attività di assistenza e di rappresentanza in giudizio della società, quanto piuttosto in un impegno a ottenere dall'Inps il riconoscimento in via amministrativo contabile del diritto della società a ottenere lo sgravio
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).
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MASSIMA
Il divieto del cosiddetto patto di quota lite tra l’avvocato ed il cliente, sancito dalla norma di cui all’art. 2233 cod. civ., trova il suo fondamento nell’esigenza di assoggettare a disciplina il contenuto patrimoniale di un peculiare rapporto di opera intellettuale, al fine di tutelare l’interesse del cliente e la dignità e la moralità della professione forense, che risulterebbe pregiudicata tutte le volte in cui, nella convenzione concernente il compenso, sia, comunque, ravvisabile la partecipazione del professionista agli interessi economici finali ed esterni alla prestazione, giudiziale o stragiudiziale, richiestagli.
Ne consegue che detto patto (legittimamente ravvisabile anche sotto forma di promessa unilaterale, costituendo questa una fattispecie negoziale ove l’astrazione della causa risulta limitata all’ambito processuale) va rinvenuto non soltanto nella ipotesi in cui il compenso del legale consista in parte dei beni o crediti litigiosi, secondo l’espressa previsione della norma (che costituisce, in relazione alla ratio della tutela, soltanto la tipizzazione dell’ipotesi di massimo coinvolgimento del legale e che, pertanto, non esaurisce il divieto), ma anche qualora tale compenso sia stato, comunque, convenzionalmente correlato al risultato pratico dell’attività svolta, realizzandosi, cosi, quella (non consentita) partecipazione del professionista agli interessi pratici esterni della prestazione.
Ne consegue che la nullità di quel patto, sancita dall’art. 2233 terzo comma cod. civ., prescinde dalla circostanza del verificarsi di un indebito lucro per il professionista, e può essere fatta valere da ciascuno dei contraenti, senza che si richieda la deduzione e dimostrazione di uno specifico interesse a rimuoverne gli effetti
(tratta da http://renatodisa.com).

settembre 2014

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati, onorari ingabbiati. Conta il valore della lite, non quello della domanda. CASSAZIONE/ I giudici sottolineano l'orientamento consolidato in giurisprudenza.
Circa le modalità di determinazione dell'onorario dell'avvocato, il giudice deve rapportarsi al valore effettivo della controversia e non a quello della domanda azionata in giudizio.

Lo hanno sottolineato i giudici della I Sez. della Corte di Cassazione, con sentenza 25.09.2014 n. 20302.
I giudici di piazza Cavour hanno sottolineato come l'applicazione del predetto criterio trova conforto nell'orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, secondo cui, a differenza di quanto accade nella liquidazione delle spese a carico della parte soccombente (ai fini della quale il comma primo dell'art. 6 della tariffa forense allegata al dm n. 585/1994, impone di avere riguardo al valore della causa determinato a norma del codice di procedura civile, ferma restando, nei giudizi aventi a oggetto il pagamento di somme o la liquidazione di danni, la necessità di fare riferimento alla somma attribuita alla parte vincitrice piuttosto che a quella domandata), nei rapporti tra l'avvocato e il cliente sussiste sempre la possibilità di un concreto adeguamento degli onorari al valore effettivo e sostanziale della controversia, ove sia ravvisabile una manifesta sproporzione rispetto a quello determinato in base alle norme del codice di rito.
Tale orientamento, a parere della Suprema corte «trova giustificazione in un'interpretazione sistematica dei commi secondo e quarto dell'art. 6, conforme al principio generale di proporzionalità e adeguatezza degli onorari di avvocato alla opera professionale effettivamente prestata, in virtù della quale il richiamo della prima disposizione al valore presunto a norma del codice di procedura civile, da intendersi riferito a tutte le regole da quest'ultimo dettate per la determinazione del valore della controversia, non esclude l'attribuzione al giudice di una generale facoltà discrezionale di adeguare la misura dell'onorario all'effettiva importanza della prestazione (...). L'esercizio della predetta facoltà non incontra un limite nella diversità della funzione esercitata dal giudice delegato al fallimento rispetto a quella svolta dal giudice chiamato a decidere una controversia tra avvocato e cliente, trattandosi in entrambi i casi di procedere alla liquidazione del corrispettivo dovuto per l'attività svolta in esecuzione del contratto di prestazione d'opera professionale, per la quale la tariffa non prevede criteri differenziati a seconda del soggetto in favore del quale sia stata prestata la predetta attività» (articolo ItaliaOggi Sette del 27.10.2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: Per il compenso del legale pesa l'interesse del cliente.
Quando si valuta il compenso professionale spettante al legale, per l'incarico svolto, non si deve tener conto solo del valore complessivo dell'affare convenzionalmente stabilito nel contratto, ma è opportuno considerare anche l'interesse della parte, che ha accordato l'incarico, rispetto al risultato da raggiungere.

Lo hanno affermato i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione, con sentenza 15.09.2014 n. 19406.
I giudici di piazza Cavour si sono espressi circa il caso in cui una società si opponeva al decreto ingiuntivo chiesto e ottenuto da un avvocato per il pagamento degli onorari, a seguito dell'attività stragiudiziale regolarmente svolta. La società deduceva che il legale non aveva effettuato tutte le prestazioni indicate. In primo grado il tribunale accoglieva l'opposizione. In secondo grado i giudici accoglievano, poi, il gravame proposto dal legale, stabilendo che il compenso doveva essere commisurato al valore complessivo delle opere quale poteva ricavarsi dalla lettera di conferimento.
La società, lamentando l'errore della Corte d'appello che non aveva condiviso l'individuazione dell'oggetto, proponeva ricorso per cassazione, considerando sufficiente e necessaria la sola prospettazione della lettera di incarico, indicante il valore convenzionale dell'affare. Secondo la Suprema corte, la Corte d'appello «non ha mai in alcun modo affrontato la questione posta circa la determinazione del valore dell'oggetto dell'incarico, essendosi limitata a considerare che la sola indicazione dell'importo di 3 miliardi contenuta nell'oggetto della lettera d'incarico riguardasse il valore convenzionale attribuito all'oggetto del contratto, prescindendo da ogni ulteriore valutazione in ordine alla situazione nella quale si trovava la lottizzazione e al relativo iter, così da poter meglio definire quale fosse l'effettivo e specifico interesse della parte che conferiva l'incarico rispetto al risultato dello stesso».
Pertanto al fine del calcolo dell'onorario del professionista si deve valutare non soltanto l'importanza della prestazione svolta ma anche i risultati e i vantaggi che il cliente ha ottenuto (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: Sulle parcelle la parola va al Tar.
Spetta al giudice amministrativo la giurisdizione circa le controversie aventi ad oggetto i pareri di congruità sulle parcelle professionali degli avvocati.

Lo hanno sostenuto i giudici della III Sez. del TAR Lombardia-Milano, con sentenza 11.09.2014 n. 2345.
Appare opportuno precisare che in relazione alle controversie aventi ad oggetto i pareri di congruità sulle parcelle professionali si sono registrati orientamenti contrastanti: un parte della giurisprudenza (si vedano Tar Venezia sez. I n. 183/2014 e n. 1110/2014; Cons. stato sez. VI n. 4942/2013; Tar Milano sez. III n. 1047/2012; Tar Roma sez. III-quater n. 196/2012; Cons. Stato sez. IV n. 9352/2010) –che, sottolineano i giudici amministrativi lombardi, appare maggioritaria– ritiene la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo in ordine alla controversia instaurata da un privato nei confronti del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati in relazione al parere dal medesimo rilasciato sulla liquidazione degli onorari di un proprio iscritto, stante la natura di ente pubblico non economico del medesimo Consiglio e il carattere di tale parere, da ritenere un atto soggettivamente ed oggettivamente amministrativo, emesso nell'esercizio di poteri autoritativi, che non si esaurisce in una mera certificazione della rispondenza del credito alla tariffa professionale ma implica la valutazione di congruità del quantum (si vedano Cass. ss.uu. n. 6534/2008; n. 1874/2009; n. 14812/2009).
Altra parte della giurisprudenza invece (si vedano Tar Venezia sez. I n. 113/2013; idem n. 1801/2011; Tar Napoli sez. VIII n. 3496/2009) risulta essere incline a ritenere la sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario.
Il Tar ha aderito al primo orientamento.
Appare opportuno in questa sede sottolineare che, ai sensi di legge, le prestazioni professionali forensi sono distinte in attività stragiudiziale e attività giudiziale: le attività giudiziali sono distinte in attività penale e attività civile, amministrativa e tributaria. L'attività giudiziale civile, amministrativa e tributaria è distinta nelle seguenti fasi: fase di studio della controversia; fase di introduzione del procedimento; fase istruttoria; fase decisoria; fase esecutiva.
L'attività stragiudiziale, invece, viene liquidata tenendo conto del valore e della natura dell'affare, del numero e dell'importanza delle questioni trattate, del pregio dell'opera prestata, dei risultati e dei vantaggi, anche non economici, conseguiti dal cliente, dell'eventuale urgenza della prestazione (articolo ItaliaOggi Sette del 22.09.2014).

agosto 2014

INCARICHI PROFESSIONALI: Avvocati. Parcelle solo con la procura.
Circa le prestazioni svolte in giudizio dall'avvocato, al fine del riconoscimento dell'eventuale compenso spettante, è necessario accertare, anche d'ufficio, la validità della procura conferita.

Ad affermarlo sono stati i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione, con sentenza 29.08.2014 n. 18450.
Ne consegue che non può una eventuale invalidità della procura alle liti, da conferirsi nelle forme di legge, essere superata, ai fini del riconoscimento di detto compenso professionale, dal contratto di patrocinio che può riferirsi solo a un'attività extragiudiziaria, svolta dal professionista legale in favore del proprio cliente, sulla base di un rapporto interno, di natura extraprocessuale, con il cliente stesso, rapporto ben distinto, quindi, dal mandato «ad litem».
Inoltre sembra opportuno rammentare che, mentre la procura «ad litem» costituisce un negozio unilaterale con il quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio con le forme previste dall'art. 83 c.p.c., il mandato sostanziale costituisce un negozio bilaterale (contratto di patrocinio) con cui il professionista viene incaricato di svolgere la sua opera professionale in favore della parte, secondo la schema proprio del mandato (Cass. n. 13963/2006; n. 10454/2002).
Va, innanzitutto, rammentato in via del tutto preliminare e in ossequio anche con la giurisprudenza della Cassazione stessa, che la procura alle liti costituisce il presupposto della valida instaurazione del rapporto processuale e può essere conferita, con effetti retroattivi, solo nei limiti stabiliti dall'art. 125 c.p.c. il quale prevede che la procura al difensore può essere rilasciata in data posteriore alla notificazione dell'atto, purché anteriormente alla costituzione della parte rappresentata (Cass. s.u. n. 10706/2006; Cass. n. 9464/2012).
Infine, in difetto di un conferimento di una procura alle liti per la rappresentanza e difesa in giudizio, non insorgendo un rapporto professionale tra patrono e cliente, non è neppure consentito determinare il contento economico del compenso professionale, secondo le norme inderogabili di cui alla legge n. 794/1942 in materia di prestazioni giudiziali degli avvocati in sede civile (Cass. n. 28718/2008) (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014.

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: In via ordinaria -ai sensi degli art. 35 e 36 della legge 08.06.1990, n. 142, poi trasfusi negli artt. 48 e 50 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267- la decisione di agire e resistere in giudizio e il conferimento al difensore del mandato alle liti spettano al rappresentante legale dell'ente (cioè al Sindaco), senza bisogno di autorizzazione della Giunta o del dirigente competente ratione materiae.
All’autonomia statutaria (legittimata a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell'ente, anche in giudizio) è però conservata la possibilità di prevedere l'autorizzazione della Giunta ovvero di richiedere una preventiva determinazione del dirigente ovvero ancora di postulare l'uno e l'altro intervento.

La società appellata contesta l’ammissibilità dell’appello, perché non preceduta da una conforme deliberazione della Giunta comunale.
L’eccezione non ha pregio.
In via ordinaria -ai sensi degli art. 35 e 36 della legge 08.06.1990, n. 142, poi trasfusi negli artt. 48 e 50 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267- la decisione di agire e resistere in giudizio e il conferimento al difensore del mandato alle liti spettano al rappresentante legale dell'ente (cioè al Sindaco), senza bisogno di autorizzazione della Giunta o del dirigente competente ratione materiae. All’autonomia statutaria (legittimata a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell'ente, anche in giudizio) è però conservata la possibilità di prevedere l'autorizzazione della Giunta ovvero di richiedere una preventiva determinazione del dirigente ovvero ancora di postulare l'uno e l'altro intervento (cfr. Cons. Stato, sez. V, 07.02.2012, n. 650).
Tale è appunto il caso di specie, perché il Comune ha potuto dimostrare che -secondo la propria normativa (in particolare: l’art. 42, comma 5, dello statuto), non contestata e tanto meno impugnata- ferma restando la legale rappresentanza in giudizio dell’ente in capo al Sindaco, sono di competenza dei dirigenti le decisioni in materia di “promozione e resistenza alle liti di qualsiasi tipo”. Nessuna delibera di Giunta avrebbe dunque dovuto precedere la proposizione dell’appello.
Dal canto suo, l’Amministrazione rinnova un’eccezione già formulata in primo grado e disattesa dal TAR: nella misura in cui avrebbe a oggetto situazioni bensì analoghe, ma sostanzialmente del tutto distinte, il ricorso introduttivo, proposto uno actu contro i due provvedimenti comunali di autorizzazione in precario, ricordati in narrativa, sarebbe inammissibile (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.08.2014 n. 4277 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

luglio 2014

INCARICHI PROFESSIONALI: Il Collegio osserva che, nella fattispecie in esame, l’incarico affidato ai legali esterni consisteva nella complessiva attività di assistenza e consulenza legale da espletarsi in favore del Comune, ovvero nella gestione di tutto il servizio di attività legale dell’amministrazione, comprensivo, come specificato nello schema di convenzione, di attività di consultazioni orali, scritte, e di redazione di pareri.
In sostanza, non si trattava, nello specifico, dell’affidamento, in via fiduciaria, di un singolo incarico o di una singola attività afferente ad una specifica vertenza legale, ma, piuttosto, della organizzazione di una complessiva attività di assistenza in favore dell’ente locale, da farsi rientrare, a pieno titolo, nella nozione ampia di consulenza legale.
Per tali ragioni, il Collegio ritiene che il Comune avrebbe dovuto attivare una procedura comparativa allo scopo di selezionare, secondo logiche concorrenziali, il proprio contraente.
A sostegno di tale conclusione, soccorre anche quanto previsto nello stesso Regolamento per la disciplina degli incarichi esterni, approvato dal Comune con delibera n. 102/2010 che, allo scopo di garantire la trasparenza e pubblicità dell’azione amministrativa, unitamente alla professionalità degli incarichi, ammette, all’art. 6, la possibilità di procedere al conferimento diretto di incarichi legali a professionisti esterni nelle sole e limitate ipotesi di rappresentanza e difesa in giudizio e di particolari consulenze, laddove l’ente locale reputi che la scelta di un determinato professionista risulti utile al buon esito della lite, prevedendo, negli altri casi, l’utilizzo di procedure selettive per la scelta del professionista esterno.
Il tutto in conformità con quanto previsto, in via generale, dall’art. 7, comma 6, del D. Lgs n. 165/2001, come modificato dall’art. 32 del D.L. n. 223/2006, conv. in legge n. 248/2006, a mente del quale le amministrazioni pubbliche disciplinano e rendono pubbliche, secondo i propri ordinamenti, le procedure comparative per il conferimento degli incarichi di collaborazione a professionisti esterni, potendo procedere al conferimento di incarichi individuali solo per soddisfare esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, ed alle condizioni e con i presupposti specificamente individuati dal legislatore.
Giova, inoltre, ricordare quanto espresso di recente dalla giurisprudenza contabile (Corte Conti, Sez. Reg. Controllo Basilicata, parere n. 8/2009) e dall’autorevole orientamento della giurisprudenza amministrativa, secondo la quale occorre distinguere la nozione di servizio legale da quella di singolo incarico difensivo, caratterizzandosi il servizio legale per un quid pluris, sotto il profilo dell’organizzazione, della continuità e della complessità, rispetto al singolo contratto d’opera intellettuale.
Mentre il patrocinio legale, infatti, costituendo il contratto volto a soddisfare il solo e circoscritto bisogno di difesa giudiziale del cliente, deve essere inquadrato nell’ambito della prestazione d’opera intellettuale, il servizio legale presenta qualcosa in più, per prestazione o modalità organizzativa, che giustifica il suo assoggettamento alla disciplina concorsuale.
L’affidamento di servizi legali è, a questa stregua, configurabile allorquando l’oggetto del servizio non si esaurisce nel patrocinio legale a favore dell’Ente, ma si configura quale modalità organizzativa di un servizio, affidato a professionisti esterni, più complesso e articolato, che può anche comprendere la difesa giudiziale ma in essa non si esaurisce.
Esso, quindi, soggiace alle regole delle procedure concorsuali di stampo selettivo, incompatibili con il solo contratto di conferimento del singolo e puntuale incarico legale, vista la struttura della fattispecie contrattuale, qualificata, alla luce dell’aleatorietà dell’iter del giudizio, dalla non predeterminabilità degli aspetti temporali, economici e sostanziali della prestazioni e dalla conseguente assenza di basi oggettive sulla scorta delle quali fissare i criteri di valutazione necessari in forza della disciplina recata dal codice dei contratti pubblici.

L’avv.to B.L.A., titolare di uno studio legale in Calabritto ed avvocato iscritto all’Albo del Foro di S. Angelo dei Lombardi (AV), ha impugnato la delibera n. 1 del 11.06.2013 con la quale il Comune di Caposele ha conferito agli avv.ti P.M. e T.R. l’incarico di collaborazione esterna ad alto contenuto di professionalità da svolgersi per la consulenza legale, giudiziale e stragiudiziale, a tutti gli organi comunali, per la durata di un anno.
Il ricorrente ha dedotto l’illegittimità di tale delibera per violazione dell’art. 7 del D.Lgs. n. 165/2001, dell’art. 100 del T.U. n. 267/2000, del Regolamento sugli incarichi esterni del Comune di Caposele, approvato con delibera n. 102/2010, e dell’art. 33 del R.O. del Comune.
Ha, inoltre, censurato la delibera per illegittimità derivata dalla violazione degli artt. 21 e 23 della Carta Europea dei diritti dell’Uomo, dell’art. 51 della Costituzione, dell’art. 6 del T.U. n. 267/2000 e degli artt. 9 e 40 dello Statuto Comunale.
Da ultimo, ha censurato la violazione degli artt. 78 e 49 del T.U. n. 267/2000.
In sostanza, a detta del ricorrente, il Comune, vista la natura dell’incarico in questione, non avrebbe potuto procedere al suo diretto conferimento agli avv.ti M. e R. ma avrebbe dovuto porre in essere una procedura concorsuale di tipo selettivo, aperta alla partecipazione di tutti coloro che, in possesso dei titoli e requisiti richiesti, aspiravano al conseguimento dell’incarico.
Nella formazione della seduta consiliare del 10.06.2013, poi, non erano state rispettate le c.d. quote rosa, ed il Sindaco non si era astenuto, proponendo e affidando l’incarico al coniuge di un parente entro il quarto grado, sottoscrivendo, altresì, il parere tecnico sulla proposta di delibera impugnata.
Per tali ragioni la delibera andava annullata.
...
Passando, ora, al merito delle censure proposte, il Collegio ritiene che il ricorso sia fondato.
Il Collegio osserva che, nella fattispecie in esame, l’incarico affidato ai legali esterni consisteva nella complessiva attività di assistenza e consulenza legale da espletarsi in favore del Comune, ovvero nella gestione di tutto il servizio di attività legale dell’amministrazione, comprensivo, come specificato nello schema di convenzione, di attività di consultazioni orali, scritte, e di redazione di pareri. In sostanza, non si trattava, nello specifico, dell’affidamento, in via fiduciaria, di un singolo incarico o di una singola attività afferente ad una specifica vertenza legale, ma, piuttosto, della organizzazione di una complessiva attività di assistenza in favore dell’ente locale, da farsi rientrare, a pieno titolo, nella nozione ampia di consulenza legale.
Per tali ragioni, il Collegio ritiene che il Comune avrebbe dovuto attivare una procedura comparativa allo scopo di selezionare, secondo logiche concorrenziali, il proprio contraente.
A sostegno di tale conclusione, soccorre anche quanto previsto nello stesso Regolamento per la disciplina degli incarichi esterni, approvato dal Comune di Caposele con delibera n. 102/2010 che, allo scopo di garantire la trasparenza e pubblicità dell’azione amministrativa, unitamente alla professionalità degli incarichi, ammette, all’art. 6, la possibilità di procedere al conferimento diretto di incarichi legali a professionisti esterni nelle sole e limitate ipotesi di rappresentanza e difesa in giudizio e di particolari consulenze, laddove l’ente locale reputi che la scelta di un determinato professionista risulti utile al buon esito della lite, prevedendo, negli altri casi, l’utilizzo di procedure selettive per la scelta del professionista esterno.
Il tutto in conformità con quanto previsto, in via generale, dall’art. 7, comma 6, del D. Lgs n. 165/2001, come modificato dall’art. 32 del D.L. n. 223/2006, conv. in legge n. 248/2006, a mente del quale le amministrazioni pubbliche disciplinano e rendono pubbliche, secondo i propri ordinamenti, le procedure comparative per il conferimento degli incarichi di collaborazione a professionisti esterni, potendo procedere al conferimento di incarichi individuali solo per soddisfare esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, ed alle condizioni e con i presupposti specificamente individuati dal legislatore.
Giova, inoltre, ricordare quanto espresso di recente dalla giurisprudenza contabile (Corte Conti, Sez. Reg. Controllo Basilicata, parere n. 8/2009) e dall’autorevole orientamento della giurisprudenza amministrativa, secondo la quale occorre distinguere la nozione di servizio legale da quella di singolo incarico difensivo, caratterizzandosi il servizio legale per un quid pluris, sotto il profilo dell’organizzazione, della continuità e della complessità, rispetto al singolo contratto d’opera intellettuale.
Mentre il patrocinio legale, infatti, costituendo il contratto volto a soddisfare il solo e circoscritto bisogno di difesa giudiziale del cliente, deve essere inquadrato nell’ambito della prestazione d’opera intellettuale, il servizio legale presenta qualcosa in più, per prestazione o modalità organizzativa, che giustifica il suo assoggettamento alla disciplina concorsuale.
L’affidamento di servizi legali è, a questa stregua, configurabile allorquando l’oggetto del servizio non si esaurisce nel patrocinio legale a favore dell’Ente, ma si configura quale modalità organizzativa di un servizio, affidato a professionisti esterni, più complesso e articolato, che può anche comprendere la difesa giudiziale ma in essa non si esaurisce (Autorità per la Vigilanza sui Contratti, determina n. 4 del 07.07.2011).
Esso, quindi, soggiace alle regole delle procedure concorsuali di stampo selettivo, incompatibili con il solo contratto di conferimento del singolo e puntuale incarico legale, vista la struttura della fattispecie contrattuale, qualificata, alla luce dell’aleatorietà dell’iter del giudizio, dalla non predeterminabilità degli aspetti temporali, economici e sostanziali della prestazioni e dalla conseguente assenza di basi oggettive sulla scorta delle quali fissare i criteri di valutazione necessari in forza della disciplina recata dal codice dei contratti pubblici (Cons. Stato, sez. V. 11.05.2012 n. 2730).
Alla luce di tali argomentazioni, deve concludersi che, vista la natura e complessità dell’incarico conferito dal Comune di Caposele, la mancata attivazione di una procedura comparativa di tipo concorsuale, da parte dell’Ente locale, per la scelta del miglior contraente, abbia determinato l’illegittimità della delibera gravata, che, per tale ragione, deve essere annullata (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 16.07.2014 n. 1383 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALIPec, costa caro non controllare. L'avvocato è il responsabile della gestione dell'utenza. Per la Cassazione il legale non può farsi schermo della mancata apertura della posta.
Non verificare il contenuto della propria casella di posta elettronica certificata può costare caro. Infatti, dal momento in cui il legale riceve l'abilitazione all'utilizzo del sistema di posta elettronica certificata, diventa responsabile della gestione della propria utenza, nel senso che ha l'onere di procedere alla verifica delle comunicazioni regolarmente inviategli dagli uffici giudiziari e non può far valere la circostanza della mancata apertura della posta per ottenere la concessione di nuovi termini per compiere attività processuali.

È quanto ha statuito la Corte di Cassazione, Sez. lavoro, nel testo della sentenza 02.07.2014 n. 15070, con cui ha respinto la doglianza di un legale il quale lamentava che nel giudizio di secondo grado non aveva potuto conoscere l'emissione di un decreto di fissazione udienza in quanto trasmesso esclusivamente al proprio indirizzo di posta elettronica certificata indicato nel ricorso.
Casella di posta inaccessibile allo stesso avvocato che non aveva potuto accedervi in quanto sprovvisto, al momento, della password di accesso. A detta del professionista, infatti, in questi casi la comunicazione avrebbe dovuto essere accompagnata da un successivo inoltro a mezzo fax o per il tramite di un ufficiale giudiziario.
Per la Corte, la motivazione di cui sopra non regge e deve essere disattesa. Con le novità introdotte in materia di notificazioni via Pec (valga su tutti il decreto del ministro della Giustizia 21/02/2011), si stabilisce che i cancellieri sono tenuti a trasmettere le comunicazioni alle parti costituite in giudizio a mezzo dello strumento della posta certificata, all'indirizzo che il professionista deve obbligatoriamente indicare nel ricorso. In pratica, una volta ottenuta da parte dell'ufficio giudiziario interessato l'abilitazione alla Pec, ogni avvocato diventa responsabile della gestione della propria casella di posta certificata.
Questo comporta che l'eventuale negligenza che consiste nella mancata apertura della casella e la successiva lettura delle comunicazioni ivi contenute, non può costituire mezzo per richiedere una declaratoria di nullità dei documenti correttamente trasmessi da parte degli uffici giudiziari. Né può invocarsi il mancato inoltro delle comunicazioni a mezzo fax o ufficiale giudiziario, in quanto tali modalità di notifica, in base all'articolo 136, terzo comma del codice di procedura civile, sono efficaci soltanto quando non è possibile procedere a mezzo Pec e non quando dipendono da problemi di gestione della Pec da parte del relativo titolare (articolo ItaliaOggi Sette del 22.09.2014).

gennaio 2014

INCARICHI PROFESSIONALIParcelle sotto il minimo. Se la causa risulta di facile trattazione. CASSAZIONE/ Il giudice deve adeguatamente motivare la scelta
Liquidazione delle spese di lite: quando la causa risulta di facile trattazione (non presenta, cioè, elementi di difficoltà tale né esplicita né implicita) il giudice può deliberare importi inferiori al minimo tariffario per il legale, sempre che la riduzione non sia inferiore alla metà (ex art. 4, legge n. 794/1942) e la decisione venga adeguatamente motivata.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, Sez. III civile, nella sentenza 29.01.2014 n. 1972.
Secondo i giudici della III Sezione civile quando, come nel caso di specie, la controversia ha «ad oggetto una fattispecie tipicamente seriale, che non presenta alcuna difficoltà né teorica, né pratica», il giudice di merito in sede di liquidazione delle spese di lite deve attenersi ad «alcuni generali principi e regole operative», quali quelle contenute nell'art. 75 disp. att. c.p.c., integrato con l'art. 60 rdl 27/11/1933, n. 1578 (convertito, con modificazioni, nella legge 22.01.1934, n. 36), recante l'ordinamento della professione di avvocato, applicabile ratione temporis ai sensi dell'art. 1, comma 1, dlgs 01/12/2009, n. 179.
La controversia sulla quale era stato chiamato ad intervenire il collegio giudicante aveva ad oggetto il risarcimento del danno da circolazione stradale, materia sulla quale esistono orientamenti giurisprudenziali sostanzialmente concordanti: più precisamente, una donna era rimasta coinvolta in un sinistro stradale causato dal «difettoso funzionamento di un semaforo, il quale proiettava contemporaneamente luce verde in due direzioni tra loro ortogonali, creando così una insidia per gli automobilisti». In primo grado, la domanda di parte attrice veniva accolta; in appello, viceversa, riformata, in quanto il tribunale aveva ridotto sia il risarcimento accordato che le spese di soccombenza.
Anche in Cassazione i giudici di legittimità, decidendo nel merito, hanno ridotto le spese di liquidazione rammentando come «lo iato tra petitum e decisum può costituire un valido motivo per la compensazione delle spese, in base alla massima d'esperienza secondo cui meno esose pretese del creditore favoriscono di norma l'adempimento spontaneo del debitore, e di conseguenza evitano la necessità della lite» (articolo ItaliaOggi Sette del 17.02.2014).

dicembre 2013

INCARICHI PROFESSIONALISecondo un recente arresto della giurisprudenza amministrativa, che questa Sezione condivide, gli enti locali non hanno l’obbligo di esperire una “gara” per affidare un singolo incarico di patrocinio legale, poiché sussistono profonde differenze tra i generici servizi legali e l’incarico di patrocinio/difesa legale, cioè tra l’attività continuativa o comunque non episodica di assistenza e consulenza giuridica, caratterizzata dalla complessità dell’oggetto, da una specifica organizzazione rapportata alla predeterminazione della durata, dalla predeterminazione del compenso, e l’espletamento del singolo incarico di patrocinio legale.
Con la decisione sopra indicata, il giudice amministrativo di appello, ribaltando la decisione del tribunale di prime cure, ha infatti ritenuto che
il conferimento del singolo incarico episodico non costituisce un appalto di servizi, ma integra un contratto d’opera intellettuale che esula dalla disciplina codicistica in materia di procedure di evidenza pubblica, precisando in particolare: “...il servizio legale, per essere oggetto di appalto, richiede un elemento di specialità, per prestazione e per modalità organizzativa, rispetto alla mera prestazione di patrocinio legale. L’affidamento di servizi legali è, a questa stregua, configurabile allorquando oggetto del servizio non si esaurisca nel patrocinio legale a favore dell’Ente, ma si configuri quale modalità organizzativa di un servizio, affidato a professionisti esterni, più complesso e articolato, che può anche comprendere la difesa giudiziale ma in essa non si esaurisce....”.
Al contrario,
il contratto di conferimento del singolo e puntuale incarico legale, presidiato dalle specifiche disposizioni comunitarie volte a tutelare la libertà di stabilimento del prestatore in quanto lavoratore, non può soggiacere, neanche nei sensi di cui all’articolo 27 del codice dei contratti pubblici, ad una procedura concorsuale di stampo selettivo che si appalesa incompatibile con la struttura della fattispecie contrattuale, qualificata, alla luce dell’aleatorietà dell’iter del giudizio, della non predeterminabilità degli aspetti temporali, economici e sostanziali della prestazioni e della conseguente assenza di basi oggettive sulla scorta delle quali fissare i criteri di valutazione necessari in forza della disciplina recata dal codice dei contratti pubblici.
Su posizioni analoghe si era già attestata la Sezione Autonomie della Corte di conti, osservando, tra l’altro, come “
appare possibile ricondurre la rappresentanza/patrocinio legale nell'ambito dell'appalto di servizi, dovendosi fare in generale riferimento alla tipologia dei "servizi legali" di cui all'allegato 2B del d.lgs. n. 163/2006, che costituisce, ai sensi dell'art. 20 del decreto, uno dei contratti d'appalto di servizi cosiddetti "esclusi", assoggettato alle sole norme del codice dei contratti pubblici richiamate dal predetto art. 20, nonché i principi indicati dal successivo art. 27 (trasparenza, efficacia, non discriminazione)”.
Nella medesima linea interpretativa si colloca l’indirizzo consolidato della giurisprudenza di legittimità secondo il quale “
il conferimento dell'incarico di patrocinio legale comprende normalmente anche quello di prestare assistenza stragiudiziale alla medesima parte, in relazione alle medesime vicende cui si riferisce l'incarico di patrocinio; che anche nell'ambito di una procedura giudiziale civile il professionista può prestare, in relazione alla stessa pratica, sia attività giudiziale sia attività stragiudiziale, comprendendosi in quest'ultima quelle prestazioni che non risultino strettamente connesse e strumentali all'attività propriamente processuale”, nonché la giurisprudenza amministrativa, la quale ha ritenuto che “Il conferimento all'avvocato di incarico di patrocinio giudiziale comprende normalmente anche quello di prestare assistenza stragiudiziale alla medesima parte, in relazione alle medesime vicende cui si riferisce l'incarico di patrocinio”.
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Il ricorso alle collaborazioni esterne (nella specie, ad un avvocato del libero foro, già avvocato capo del Comune) per la difesa e la rappresentanza in giudizio dell’ente locale, anche presso le magistrature superiori, per la gestione di un contenzioso vasto e non limitato nel tempo, è sottoposto dalla legge (D.Lgs. 165/2001 e altre leggi sopra indicate) a precisi limiti e condizioni.
A tale riguardo
le SS..RR. della Corte dei conti in sede di controllo hanno elaborato i seguenti criteri per valutare la legittimità degli incarichi e delle consulenze esterni:
   a) rispondenza dell’incarico agli obiettivi dell’amministrazione;
   b) inesistenza, all’interno della propria organizzazione, della figura professionale idonea allo svolgimento dell’incarico, da accertare per mezzo di una reale ricognizione;
   c) indicazione specifica dei contenuti e dei criteri per lo svolgimento dell’incarico;
   d) indicazione della durata dell’incarico;
   e) proporzione fra il compenso corrisposto all’incaricato e l’utilità conseguita dall’amministrazione.

In conclusione,
il conferimento ad un avvocato del libero foro dell’intero contenzioso dell’ente già curato dal medesimo professionista in qualità di capo dell’avvocatura comunale, trattandosi di attività non riconducibile ad un incarico di studio, ricerca o consulenza, non soggiace alla normativa vincolistica contenuta nell’art. 5, comma 9, del D.L. 95 del 2011, ma è subordinata alla sussistenza dei succitati presupposti di legittimità nonché alla disciplina dettata dal D.Lgs. 163/2006, Allegato II B, per gli appalti dei servizi compresi nei cosiddetti settori esclusi.
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Con la nota indicata in premessa il Sindaco del Comune di Terni, dopo aver premesso che:
- oggetto della richiesta di parere concerne l'affidamento di un incarico per la rappresentanza e difesa in giudizio degli interessi dell'Ente e, in particolare, l'esatta natura giuridica di tale incarico al fine di escludere o meno l'applicazione dell'art. 5, comma 9, del D.L. 95/2011;
- l'incarico di cui trattasi avrà ad oggetto il contenzioso presso le magistrature superiori e il contenzioso già pendente e attualmente gestito dall'avvocato capo, per il periodo successivo al suo pensionamento;
- la corretta interpretazione della norma richiamata implicherà importanti riflessi sulla gestione finanziaria dell'Ente, in ragione di esigenze di contenimento della spesa del personale e di mantenimento dei livelli di efficacia, efficienza e, soprattutto, economicità dell'avvocatura comunale,
chiede di conoscere se il divieto sancito dall’art. 5, comma 9, del D.L. 95/2012, "di attribuire incarichi di studio e di, consulenza a soggetti già appartenenti ai ruoli delle stesse e collocati in quiescenza, che abbiano svolto, nel corso dell'ultimo anno di servizio, funzioni e attività corrispondenti a quelle oggetto dello stesso incarico di studio e di consulenza”, riguardi anche gli incarichi per il patrocinio legale dell'Ente e quindi gli ex dipendenti che hanno ricoperto il ruolo di avvocati comunali.
...
Quanto al merito, il Comune di Terni intende conoscere l’avviso di questa Corte in merito alla possibilità di conferire l’incarico di patrocinio legale di detto ente all’ex capo dell’avvocatura comunale, per il periodo successivo al suo pensionamento, per la gestione del contenzioso presso le magistrature superiori e il contenzioso già pendente e attualmente gestito dal medesimo avvocato, in deroga al divieto contenuto nell’art. 5, comma 9, del D.L. 95/2012, "di attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già appartenenti ai ruoli delle stesse e collocati in quiescenza, che abbiano svolto, nel corso dell'ultimo anno di servizio, funzioni e attività corrispondenti a quelle oggetto dello stesso incarico di studio e di consulenza”.
La risposta al quesito induce il Collegio ad approfondire natura e contenuto dell’incarico di patrocinio legale e la sua riconducibilità o meno allo schema normativo dell’incarico di studio o di consulenza, come disciplinato dall’art. 5, comma 9, del citato D.L. 95/2012, il quale recita “È fatto divieto alle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001 nonché alle pubbliche amministrazioni inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della legge 31.12.2009, n. 196 nonché alle autorità indipendenti ivi inclusa la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) di attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti, già appartenenti ai ruoli delle stesse e collocati in quiescenza, che abbiano svolto, nel corso dell'ultimo anno di servizio, funzioni e attività corrispondenti a quelle oggetto dello stesso incarico di studio e di consulenza”.
Detto decreto legge chiude un percorso legislativo, avviato con l’art. 110, comma 6, del TUEL (D.Lgs. 18.08.2000, n. 267) e proseguito con il D.Lgs. 165 del 2001, con svariate leggi finanziarie, a partire dalla legge finanziaria per il 2005 (legge 311 del 2004) passando per la legge finanziaria per il 2008 e successive, volto a porre vincoli sempre più stringenti alle pubbliche amministrazioni, compresi gli enti locali, per ovvie esigenze di contenimento della spesa pubblica, nel fare ricorso a collaborazioni esterne per l’assolvimento delle funzioni istituzionali.
L’art. 110, co. 6, del Tuel stabilisce, infatti, che le province e i comuni possono inserire, nei propri regolamenti sull’ordinamento degli uffici e dei servizi, disposizioni che prevedano “per obiettivi determinati e con convenzioni a termine” il ricorso a collaborazioni esterne “ad alto contenuto di professionalità”. Gli enti locali perciò, oltre al conferimento degli incarichi esterni ai sensi dell’articolo 7, comma 6, d.lgs. n. 165/2001, possono ricorrere a collaborazioni esterne, nei casi in cu sia necessario avvalersi di un contributo d’alta professionalità, a condizione che la facoltà sia stata prevista nei loro regolamenti.
La legge finanziaria per il 2005 (legge 311 del 2004, art. 1, commi 11 e 42) consente alle amministrazioni pubbliche, comprese le regioni, le province e i comuni, di conferire, ai sensi dell’articolo 7, comma 6, del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165, corrispondente all’articolo 7 d.lgs. n. 29/1993 e successive modificazioni, incarichi individuali ad esperti di “provata competenza” per “esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio”.
La legge finanziaria per il 2008 (legge n. 244 del 2007, art. 3, comma 55) prevede che l'affidamento da parte degli enti locali di incarichi di studio o di ricerca, ovvero di consulenze a soggetti estranei all'amministrazione può avvenire solo nell'ambito di un programma approvato dal Consiglio ai sensi dell'art. 42, comma 2, lett. b), T.U.E.L.
Con particolare riferimento all’incarico di patrocinio legale da conferire ad un avvocato libero professionista, esterno all'Amministrazione, il Collegio non può che condividere l’orientamento espresso dalla Sezione delle Autonomie di questa Corte dei conti con la deliberazione 24.04.2008 n. 6/2008, nella quale viene nettamente distinta l'ipotesi della richiesta di una consulenza, studio o ricerca, destinata sostanzialmente a sfociare in un parere legale, rispetto alla rappresentanza e patrocinio giudiziale.
Secondo l’autorevole avviso di detta Sezione, la prima ipotesi rientra sicuramente nell'ambito di previsione dell'art. 3, commi da 54 a 57, della legge 244/2007 (legge finanziaria per il 2008), che disciplina gli incarichi di studio, ricerca e consulenza. La seconda, invece, esorbita concettualmente dalla nozione di consulenza, e quindi ad essa non potrà applicarsi la disciplina della sopra indicata legge finanziaria.
Nella richiesta di parere oggetto di esame si evince chiaramente che l’Amministrazione comunale di Terni intende conferire all’attuale capo dell’Avvocatura comunale, per il periodo successivo al suo pensionamento, l’intero contenzioso presso le magistrature superiori e il contenzioso già pendente e attualmente gestito dal medesimo. Sicché non si tratta all’evidenza di un incarico episodico od occasionale, bensì di un vero e proprio rapporto di collaborazione professionale destinato a durare, presumibilmente, fino alla conclusione, processuale ed extraprocessuale, di tutto il contenzioso attualmente gestito dall’avvocato capo del comune.
Ritiene la Sezione che
un incarico di siffatta portata, sebbene non riconducibile, per quanto sopra detto, alla tipologia della consulenza, essendo in esso del tutto preminente l’attività di rappresentanza e difesa in giudizio, non possa comunque prescindere dall’osservanza delle norme e delle procedure previste dal codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 163/2006, Allegato II B) per l’affidamento dell’appalto di servizi nei ccdd. settori esclusi, nei quali sono compresi i servizi legali.
Secondo un recente arresto della giurisprudenza amministrativa (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.05.2012 n. 2730), che questa Sezione condivide,
gli enti locali non hanno l’obbligo di esperire una “gara” per affidare un singolo incarico di patrocinio legale, poiché sussistono profonde differenze tra i generici servizi legali e l’incarico di patrocinio/difesa legale, cioè tra l’attività continuativa o comunque non episodica di assistenza e consulenza giuridica, caratterizzata dalla complessità dell’oggetto, da una specifica organizzazione rapportata alla predeterminazione della durata, dalla predeterminazione del compenso, e l’espletamento del singolo incarico di patrocinio legale.
Con la decisione sopra indicata, il giudice amministrativo di appello, ribaltando la decisione del tribunale di prime cure, ha infatti ritenuto che
il conferimento del singolo incarico episodico non costituisce un appalto di servizi, ma integra un contratto d’opera intellettuale che esula dalla disciplina codicistica in materia di procedure di evidenza pubblica, precisando in particolare: “...il servizio legale, per essere oggetto di appalto, richiede un elemento di specialità, per prestazione e per modalità organizzativa, rispetto alla mera prestazione di patrocinio legale. L’affidamento di servizi legali è, a questa stregua, configurabile allorquando oggetto del servizio non si esaurisca nel patrocinio legale a favore dell’Ente, ma si configuri quale modalità organizzativa di un servizio, affidato a professionisti esterni, più complesso e articolato, che può anche comprendere la difesa giudiziale ma in essa non si esaurisce....”.
Al contrario,
il contratto di conferimento del singolo e puntuale incarico legale, presidiato dalle specifiche disposizioni comunitarie volte a tutelare la libertà di stabilimento del prestatore in quanto lavoratore, non può soggiacere, neanche nei sensi di cui all’articolo 27 del codice dei contratti pubblici, ad una procedura concorsuale di stampo selettivo che si appalesa incompatibile con la struttura della fattispecie contrattuale, qualificata, alla luce dell’aleatorietà dell’iter del giudizio, della non predeterminabilità degli aspetti temporali, economici e sostanziali della prestazioni e della conseguente assenza di basi oggettive sulla scorta delle quali fissare i criteri di valutazione necessari in forza della disciplina recata dal codice dei contratti pubblici.
Su posizioni analoghe si era già attestata la Sezione Autonomie della Corte di conti con la richiamata deliberazione 24.04.2008 n. 6/2008, osservando, tra l’altro, come “
appare possibile ricondurre la rappresentanza/patrocinio legale nell'ambito dell'appalto di servizi, dovendosi fare in generale riferimento alla tipologia dei "servizi legali" di cui all'allegato 2B del d.lgs. n. 163/2006, che costituisce, ai sensi dell'art. 20 del decreto, uno dei contratti d'appalto di servizi cosiddetti "esclusi", assoggettato alle sole norme del codice dei contratti pubblici richiamate dal predetto art. 20, nonché i principi indicati dal successivo art. 27 (trasparenza, efficacia, non discriminazione)”.
Nella medesima linea interpretativa si colloca l’indirizzo consolidato della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., Sez. II, sent. 16016/2003; Cass., sent. 4411/1979) secondo il quale “
il conferimento dell'incarico di patrocinio legale comprende normalmente anche quello di prestare assistenza stragiudiziale alla medesima parte, in relazione alle medesime vicende cui si riferisce l'incarico di patrocinio; che anche nell'ambito di una procedura giudiziale civile il professionista può prestare, in relazione alla stessa pratica, sia attività giudiziale sia attività stragiudiziale, comprendendosi in quest'ultima quelle prestazioni che non risultino strettamente connesse e strumentali all'attività propriamente processuale”, nonché la giurisprudenza amministrativa (cfr. C.d.S., Sez. IV, sent. 825/2007), la quale ha ritenuto che “Il conferimento all'avvocato di incarico di patrocinio giudiziale comprende normalmente anche quello di prestare assistenza stragiudiziale alla medesima parte, in relazione alle medesime vicende cui si riferisce l'incarico di patrocinio”.
Va, inoltre, evidenziato che il ricorso alle collaborazioni esterne (nella specie, ad un avvocato del libero foro, già avvocato capo del Comune) per la difesa e la rappresentanza in giudizio dell’ente locale, anche presso le magistrature superiori, per la gestione di un contenzioso vasto e non limitato nel tempo, è sottoposto dalla legge (D.Lgs. 165/2001 e altre leggi sopra indicate) a precisi limiti e condizioni.
A tale riguardo
le SS..RR. della Corte dei conti in sede di controllo, con la delibera 15.02.2005 n. 6/2005, hanno elaborato i seguenti criteri per valutare la legittimità degli incarichi e delle consulenze esterni:
   a) rispondenza dell’incarico agli obiettivi dell’amministrazione;
   b) inesistenza, all’interno della propria organizzazione, della figura professionale idonea allo svolgimento dell’incarico, da accertare per mezzo di una reale ricognizione;
   c) indicazione specifica dei contenuti e dei criteri per lo svolgimento dell’incarico;
   d) indicazione della durata dell’incarico;
   e) proporzione fra il compenso corrisposto all’incaricato e l’utilità conseguita dall’amministrazione.

In conclusione,
il conferimento ad un avvocato del libero foro dell’intero contenzioso dell’ente già curato dal medesimo professionista in qualità di capo dell’avvocatura comunale, trattandosi di attività non riconducibile ad un incarico di studio, ricerca o consulenza, non soggiace alla normativa vincolistica contenuta nell’art. 5, comma 9, del D.L. 95 del 2011, ma è subordinata alla sussistenza dei succitati presupposti di legittimità nonché alla disciplina dettata dal D.Lgs. 163/2006, Allegato II B, per gli appalti dei servizi compresi nei cosiddetti settori esclusi (Corte dei Conti, Sez. controllo Umbria, parere 19.12.2013 n. 137).

INCARICHI PROFESSIONALI: AVVOCATI/ Un parere del Cnf dopo due sentenze emanate dal Tribunale di Verona.
Parcelle vidimate dall'Ordine. Strada obbligata per l'emissione di decreti ingiuntivi. Il recupero del compenso dell'avvocato passa ancora dall'ordine forense di appartenenza.

Il Consiglio nazionale forense fa chiarezza in merito all'iter procedurale volto a recuperare onorari e spese impagati dei legali, ribadendo la sussistenza del potere di «opinamento» delle parcelle in capo agli Ordini forensi (parere del 23.10.2013 in risposta al quesito n. 330, Unione Triveneta, Rel. Cons. Perfetti).
La pronuncia del Cnf nasce da due recenti sentenze del Tribunale di Verona, secondo le quali l'art. 9 del cd. decreto legge n. 1/2012 (cd. «Cresci-Italia»), che ha mandato in soffitta le tariffe forensi, avrebbe tacitamente abrogato anche gli articoli 633, comma 1 n. 2 e 3, e 636 del Codice procedura civile, facendo così venire meno la necessità di rivolgersi al competente ordine professionale per il prescritto parere sul quantum richiesto.
Le conseguenze pratiche delle pronunce sono evidenti: per ottenere un decreto ingiuntivo i professionisti avrebbero dovuto allegare al ricorso il contratto sottoscritto dal cliente, con l'indicazione analitica del compenso pattuiti. Secondo questo orientamento, insomma, i legali, per avvalersi dello strumento più veloce e snello del procedimento monitorio, avrebbero dovuto fornire la prova scritta dell'accordo con il cliente, come previsto dal primo comma n. 1 dell'art. 633 cpc.
La mancanza del contratto sarebbe stata supplita dalla liquidazione del giudice, operata sulla scorta dei parametri stabiliti con decreto dal ministero della giustizia.
Divenuta superflua la vidimazione della parcella, per effetto delle pronunce in questione, il Coa scaligero ha invitato i propri iscritti ad astenersi dal richiedere pareri di congruità delle parcelle. Da qui il quesito che la presidenza dell'Unione Triveneta ha posto al Consiglio nazionale forense e il conseguente parere reso dagli esperti romani lo scorso 23 ottobre. Per il vertice istituzionale delle toghe, l'interpretazione che i giudici di merito veneti hanno dato alla norma non può essere condivisa. «La portata abrogativa della norma», chiarisce il Cnf, «riguarda le tariffe come criterio di determinazione del compenso, e dunque incide sui criteri attraverso cui è esercitato il potere di opinamento, e non investe la sua persistenza in capo al Consiglio dell'Ordine forense». Dunque, gli avvocati che intendono chiedere l'emissione di un decreto ingiuntivo devono continuare a munire le proprie parcelle dell'obbligatorio parere di conformità dei consigli dell'ordine.
Qualche problema in più sorge nel caso in cui il credito fatto valere del professionista sia contestato. In caso di opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dal legale, questi dovrà provare in giudizio, non solo il conferimento dell'incarico, ma anche l'attività effettivamente svolta. È quanto ha affermato la Suprema corte (Corte di cassazione, sentenza n. 2456831 del 31.10.2013), in merito al credito di un professionista la cui attività, limitatasi alla fase stragiudiziale, non era stata adeguatamente documentata e provata in giudizio (articolo ItaliaOggi Sette del 02.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

novembre 2013

INCARICHI PROFESSIONALI: Avvocato non può divulgare fatti appresi nell’esercizio della professione.
L’art. 51 codice deontologico forense (assunzione di incarichi contro ex clienti) oltre a tutelare l’esigenza di non far conoscere all'esterno fatti personali, che l'avvocato difensore apprenda per ragioni legate all'esercizio della sua professione, impedisce all'avvocato di divulgare e/o comunque adoperare in maniera scorretta informazioni che, a prescindere dal fatto che siano o meno note all'opinione pubblica, comunque non possono essere rivelate da un soggetto tenuto al segreto professionale.
In tal senso si sono espresse le Sezioni Unite civili, della Corte di Cassazione, nella sentenza 18.11.2013 n. 25795.
Nel caso all’esame della Suprema Corte, un avvocato aveva assistito un lavoratore, imputato, a distanza di anni, in un procedimento penale, in cui il professionista stesso difendeva ora il querelante. Durante il dibattimento, l’avvocato in questione aveva rivolto all’ex cliente una domanda sui fatti riferibili alla causa nella quale aveva prestato assistenza.
L’ex cliente, allora, aveva chiesto al Consiglio dell’Ordine degli avvocati se tale condotta integrasse o meno l’illecito disciplinare, di cui all’art. 51 ut supra citato.
Il Consiglio dell’Ordine di appartenenza censurava l’avvocato per aver violato gli obblighi di segretezza, riservatezza, correttezza e fedeltà propri dell’attività forense, in quanto la domanda rivolta all’ex cliente durante il processo penale aveva il precipuo scopo di denigrarlo, utilizzando fatti conosciuti a causa della difesa precedentemente svolta (seppur già divulgati dagli organi di stampa).
Il Consiglio Nazionale Forense confermava la decisione, sostituendo la sanzione della censura con quella meno grave dell'avvertimento, sulla base del rilievo che la diffusione della notizia del licenziamento a mezzo stampa aveva determinato una riduzione dell’offensività della condotta.
A questo punto, l’avvocato proponeva ricorso per cassazione, lamentando, in particolare, la genericità del capo d’incolpazione, con conseguente lesione del diritto di difesa, “perché in esso si faceva riferimento ai fatti del 2002, mentre in quell'anno egli aveva prestato la propria attività defensionale … in due cause”.
Osservano le Sezioni Unite, però, che, come la Corte stessa ha avuto modo di chiarire in altre pronunce in materia, “nel procedimento disciplinare a carico degli esercenti la professione forense, la contestazione degli addebiti non esige una minuta, completa e particolareggiata esposizione dei fatti che integrano l'illecito, essendo, invece, sufficiente che l'incolpato, con la lettura dell'imputazione, sia posto in grado di approntare la propria difesa in modo efficace, senza rischi di essere condannato per fatti diversi da quelli ascrittigli”.
Inoltre, la Suprema Corte ha riaffermato il principio, già espresso dal CNF nel provvedimento impugnato, che fa divieto all'avvocato di divulgare e/o comunque adoperare in maniera scorretta informazioni apprese nell’esercizio della professione, ancorché già divulgate dagli organi di stampa (link a www.altalex.com).

ottobre 2013

INCARICHI PROFESSIONALIPer l'avvocato niente rimborso a «spese forfetarie».
Nuovi principi in tema di liquidazione degli onorari spettanti agli avvocati, all'indomani dei parametri (Dm 20 140/2012) e della legge professionale n. 247 dello stesso anno.

Con sentenza 22.10.2013 n. 43143 la Corte di Cassazione, Sez. II penale, applica i parametri (invece delle tariffe, che vigevano prima) ogni qualvolta la liquidazione da parte del giudice intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del decreto 140. In altri termini, ricadono nella disciplina dei "parametri" le prestazioni professionali che alla data del 23.08.2012 non risultino ancora completate.
È quindi irrilevante che una prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, in quanto il termine generico di "compenso" (che si legge nella legge professionale, articolo 13, comma 10) richiama la nozione di un corrispettivo unitario per l'opera complessivamente prestata. Un secondo principio affermato nella sentenza 43143 riguarda il "rimborso delle spese forfetarie" (previsto sempre dall'articolo 13). Nella vicenda decisa dalla Cassazione, il difensore non ha ottenuto la liquidazione di tale voce, a causa dell'assenza (ancor oggi perdurante) di un Dm sulla misura massima del rimborso spese forfetarie.
È la legge professionale (articolo 13, comma 6) che esige tale decreto, sicché non basta la generica previsione di una voce denominata "spese forfetarie": manca infatti l'unità di misura in base alla quale quantificare gli importi relativi. La situazione attuale vede quindi non liquidabili dal giudice le "spese forfetarie", sottraendo alla liquidazione del compenso degli avvocati quelle che, prima della legge 247/2012, erano denominate "spese generali" (12,5%).
Meno frequente, ma rilevante ai fini della professione, è il caso deciso dalla Cassazione con la sentenza 2389 sempre depositata ieri, relativa a un avvocato il quale aveva ricevuto l'incarico di iniziare una lite con specifica procura dalla parte, ma aveva iniziato il contenzioso dopo la morte del suo cliente. Per legge (articolo 1387 del Codice civile) la procura viene meno con la persona che affida l'incarico, e le liti non dovrebbero essere iniziate (se non ancora attive) o vanno continuate dagli eredi (se già pendenti). La Cassazione chiede alle Sezioni unite di rivedere un orientamento del 2006 (sentenza 10706), che poneva le spese per la gestione della lite a carico, comunque, degli eredi inconsapevoli.
Si trattava in particolare delle spese che il giudice liquida a favore della parte vittoriosa, cioè, in caso di mancanza di procura, a favore di chi è stato coinvolto in una lite iniziata da un avvocato privo di adeguata procura. Nel 2013 la Cassazione ha il dubbio che il professionista possa essere in proprio responsabile anche delle spese legali da pagare all'avversario, tutte le volte che agisca senza procura
(articolo Il Sole 24 Ore del 23.10.2013).

INCARICHI PROFESSIONALII nuovi «parametri» premiano gli avvocati. Compensi medi più alti - Torna il rimborso spese forfettario.
DOPO LE TARIFFE/ I valori sono utilizzabili come riferimento quando non c'è accordo tra le parti sulla somma dovuta.

Compensi più elevati per (quasi) tutti i gradi e le fasi di giudizio. Un taglio meno deciso per il gratuito patrocinio. E il ritorno del rimborso delle spese forfettarie, che si aggiunge al "prezzo" della prestazione e alla restituzione dei costi sostenuti.
È con questi interventi che lo schema di regolamento sui nuovi parametri –messo a punto dal ministero della Giustizia per dare attuazione alla riforma dell'avvocatura e ora inviato al Consiglio di Stato e al Consiglio nazionale forense per i pareri– supera i valori previsti dal Dm 140/2012 e premia le parcelle dei legali.
Attenzione, però: si tratta di importi che possono essere utilizzati come guida per definire i compensi –in primo luogo dal giudice, se manca l'accordo delle parti– ma che non sono vincolanti. Resta ferma, infatti, l'abrogazione delle tariffe, cancellate dal decreto legge 1 del 2012.
Importi rivisti
Alla prova di alcuni casi concreti (si vedano gli schemi pubblicati a fianco), i nuovi parametri si rivelano quasi sempre più generosi rispetto ai vecchi importi: ad esempio, cresce di oltre il doppio (da 495 a 1.197 euro) il compenso minimo che può spettare al legale che difende un imputato ammesso al gratuito patrocinio di fronte al tribunale monocratico; mentre aumenta di più del 20% (da 6.336 a 7.767 euro) la parcella massima che può essere liquidata per un giudizio tributario in secondo grado, se include anche il rimborso delle spese di trasferta.
Si tratta di risultati a cui contribuiscono più fattori. Intanto, il nuovo schema di regolamento eleva, rispetto al Dm 140, quasi tutti i compensi medi per le singole fasi. Peraltro, gli importi individuati dal ministero –come chiarisce la relazione illustrativa dello schema di provvedimento– sono inferiori rispetto a quelli che erano stati proposti dal Cnf.
Inoltre, il nuovo regolamento rimodula la forbice delle riduzioni e delle maggiorazioni sul compenso medio del giudizio: per ogni fase, si prevedono aumenti fino all'80% e sconti fino al 50%, tranne che per la fase istruttoria dei riti civili, tributari e amministrativi, per cui sono fissati incrementi fino al doppio e riduzioni fino al 70 per cento.
I nuovi parametri riducono poi la sforbiciata ai compensi per gli avvocati che difendono i clienti ammessi al patrocinio a spese dello Stato: mentre il Dm 140 prevedeva un taglio del 50%, lo schema di regolamento mantiene la riduzione per esigenze di bilancio, ma la ferma al 30 per cento.
Ma i nuovi parametri non portano in dote solo aumenti. Ad esempio, nei giudizi di fronte al giudice di pace i compensi medi vengono ridotti in modo significativo rispetto a quelli previsti dal Dm 140. Così, il compenso medio per il legale che difende un cittadino che impugna una multa può scendere di oltre il 70% (da 850 a 265 euro).
Le spese forfettarie
La bozza di regolamento i reintroduce una voce di rimborso autonoma rispetto ai compensi per l'attività svolta e alle spese documentate. Si tratta delle «spese generali» già previste dalle tariffe, vale a dire un rimborso spese forfettario, che mira a coprire i costi effettivi ma non documentabili (come quelli per la gestione dello studio).
Il rimborso forfettario, cancellato dal Dm 140, viene ora reintrodotto «di regola nella misura tra il 10 e il 20% del compenso per la prestazione». Così, lo schema di regolamento dà attuazione alla norma della riforma forense per cui le spese forfettarie sono dovute al legale «oltre al compenso per la prestazione professionale» e «al rimborso delle spese effettivamente sostenute».
I giudizi tributari
Il nuovo schema di regolamento introduce parametri ad hoc per i giudizi tributari, con tabelle autonome (per i procedimenti in commissione tributaria provinciale e regionale) rispetto a quelle previste per la difesa civile in tribunale.
Ma i compensi più alti sono stati stabiliti per la fase istruttoria e/o di trattazione, che nel rito tributario è pressoché inesistente, dato che non è prevista la possibilità di sentire testimoni o di espletare l'interrogatorio formale. Piuttosto, sarebbe opportuno che i valori indicati nella fase istruttoria fossero riconosciuti nella fase decisionale, sicuramente più delicata nel processo tributario (articolo Il Sole 24 Ore del 14.10.2013).

INCARICHI PROFESSIONALISugli onorari non si discute. L'importo è nel range? Il giudice non deve motivare. È quanto emerge da una sentenza della Corte di cassazione sui compensi dei legali.
Onorari dell'avvocato: il giudice non è tenuto a dare alcuna motivazione se l'importo è contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa.

È quanto emerge nella sentenza 09.10.2013 n. 22982. Secondo i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione infatti: «La determinazione degli onorari di avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice, che, se contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa, non richiede specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità a meno che l'interessato specifichi le singole voci della tariffa che assume essere state violate».
Così argomentando, hanno quindi respinto il ricorso di un avvocato, il quale, in primo grado, aveva chiesto (e solo in parte ottenuto, vedendosi negare il riconoscimento dei maggiori importi dovuti dagli interessi moratori) ingiunzione di pagamento a titolo di compenso per le prestazioni professionali rese al Comune: in particolare, tra i motivi di censura il legale lamentava la violazione dell'art. 115 c.p.c. per avere il tribunale riconosciuto come «non dovuti i diritti indicati nel provvedimento impugnato, voci peraltro disconosciute senza articolare una puntuale motivazione».
Anche in sede di legittimità, tuttavia, il motivo è stato ritenuto «privo di pregio» e dunque respinto: è sul ricorrente –spiegano all'uopo gli ermellini– che ricade «l'onere dell'analitica specificazione delle voci della tariffa professionale che ritiene violate e degli importi considerati, al fine di consentire il controllo [_] senza bisogno di procedere alla diretta consultazione degli atti» e questo anche perché l'eventuale violazione delle tariffe professionali integrerebbe un'ipotesi di error in iudicando e non in procedendo.
Il tribunale avrebbe, dunque, correttamente motivato le proprie determinazioni «sia indicando le voci della parcella da escludere sia provvedendo alla liquidazione del compenso».
Quanto, poi, al problema degli interessi, il collegio giudicante ha avuto modo di precisare che il debitore può essere ritenuto in mora solo a seguito di liquidazione, la quale «avviene con l'ordinanza che conclude il procedimento» (ex art. 28, legge 794/1942) (articolo ItaliaOggi Sette del 04.11.2013).

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati. Parcella contestata, sospesi gli interessi.
Non scattano gli interessi moratori sulla parcella che l'avvocato invia al cliente, se quest'ultimo la contesta.

Lo afferma la Corte di Cassazione (
sentenza 09.10.2013 n. 22982) decidendo su una lite tra professionista e un Comune sulla congruità del compenso la cui contestazione è iniziata nel 2005.
La Suprema Corte afferma che quando il compenso professionale viene contestato dal cliente, proponendo opposizione al decreto ingiuntivo, non decorrono gli interessi moratori di cui all'articolo 1224 del Codice civile. Ciò in quanto in queste ipotesi è il giudice a liquidare con ordinanza l'onorario per la prestazione professionale (legge 794/1942). Liquidazione che avviene in base alla natura e al valore della controversia, alla complessità delle questione trattate, all'attività prestata e all'esito del giudizio.
Ne consegue che prima della quantificazione giudiziale del compenso per il professionista non scattano gli interessi moratori poiché il credito non è «certo nel suo ammontare». Ciò è coerente all'allegato 2 del decreto ministeriale 22.06.1982 che fa decorrere gli interessi di mora e la svalutazione monetaria sugli onorari dell'avvocato dopo tre mesi dall'invio della parcella al cliente, sempre se l'importo non venga contestato. Ciò va coordinato con l'articolo 4 del Dlgs 231/2002, modificato dal Dlgs 192/2012, che fa scattare gli interessi di mora dal giorno successivo alla scadenza del termine per il pagamento del debito in tutte le transazioni commerciali in cui una parte non è un privato.
Se il cliente è un imprenditore o altro professionista, per l'avvocato gli interessi moratori lievitano in modo automatico dopo la scadenza del termine per provvedere, senza che sia necessaria la "costituzione in mora" (cioè la raccomandata). Se invece il cliente è un privato, il professionista deve attendere che il giudice liquidi il suo onorario e solo da quel momento e nei limiti di quell'importo può chiedere anche gli interessi al cliente moroso (oggi l'8,75%).
Per le controversie sorte dal febbraio 2012 occorre considerare le disposizioni della legge 247/2012 sul compenso e sui meccanismi di conciliazione per avvocati. L'articolo 13 prevede che il compenso dell'avvocato va pattuito per iscritto al conferimento dell'incarico. In mancanza di accordo sia il professionista che il cliente possono rivolgersi al Consiglio dell'ordine al fine di raggiungere un'intesa.
Se il contrasto non si compone il professionista può comunque chiedere all'Ordine di appartenenza di rilasciare un parere di congruità della parcella richiesta e contestata dal cliente. Le novità legislative prevedono anche un rito accelerato (articolo 702-bis del Codice di procedura civile) per la liquidazione giudiziale del compenso (articolo Il Sole 24 Ore dell'11.10.2013).

settembre 2013

INCARICHI PROFESSIONALI: G. Manfredi, Appunti sull’affidamento degli incarichi legali delle pubbliche amministrazioni: competenza, procedimento, forma (Urbanistica e appalti n. 8-9/2013 - tratto da www.ipsoa.it).

agosto 2013

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati, gli onorari passano dal giudice.
La determinazione degli onorari di avvocato e dei diritti di procuratore costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice che, qualora sia contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa, non richiede una specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità.

È di questo avviso la Sez. III civile della Corte di Cassazione che con la sentenza n. 18906/2013 torna sul nodo tariffe, anche se il riferimento è relativo al tariffario del 2004 (nel frattempo abrogato).
Tuttavia la sentenza ritorna di attualità in quanto rimette al giudice il potere di definire il compenso, che poi è il nuovo sistema che il legislatore ha scelto qualora professionista e cliente non trovino un accordo. Con unico motivo la ricorrente aveva fatto presente la violazione degli articoli 91, 92 del Cpc, e delle tariffe professionali del 05.01.1991, dell'01.04.1995 e del 02.06.2004, in relazione all'articolo 360, 1° comma, n. 5, del Cpc.
La ricorrente contestava che la Corte di merito aveva liquidato le spese del doppio grado di giudizio riducendo «senza alcuna giustificazione e motivazione gli importi esposti nelle due notule con analitica specificazione delle singole partite con riferimento alle prestazioni effettuate nel corso di entrambi i giudizi», violando i minimi tariffari e riducendo «molte voci dalle due notule senza indicarle», a tale stregua non consentendole di «esaminarle e di riscontrare se gli importi liquidati fossero stati congrui» (tratto da ItaliaOggi del 14.08.2013).

luglio 2013

INCARICHI PROFESSIONALI: Il maggior onere finanziario che l’ente locale deve sostenere per il pagamento, a saldo, di parcelle di avvocati esterni che hanno assunto il patrocinio dell’ente in un giudizio non costituisce una fattispecie di debito fuori bilancio, ex art. 191, lett. e), TUEL, tutte le volte in cui, essendoci la capienza del capitolo di bilancio relativo al pagamento delle spese legali, possa essere disposta una integrazione dell’originario atto di impegno registrato nel momento di conferimento dell’incarico professionale.
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Il Sindaco del Comune di Parma ha formulato alla Sezione una richiesta di parere con la quale intende conoscere quale sia il corretto procedimento di natura contabile da seguire per poter assumere il maggior onere finanziario relativo al pagamento, a saldo, delle parcelle di avvocati esterni incaricati della difesa giudiziale dell’Ente originato, rispetto alle previsioni iniziali, da imprevedibili complessità e peculiarità del giudizio penale.
In particolare, vengono posti i seguenti quesiti:
1) se, in ipotesi di inadeguata previsione di spesa da parte di un professionista incaricato della difesa dell’Ente –motivata dalla difficoltà di apprezzamento “a priori” delle prestazioni richieste, in ragione della peculiarità, complessità ed imprevedibilità del giudizio penale– la richiesta di pagamento della somma residua “non impegnata” costituisca -una volta intervenuta la sentenza che definisce il giudizio– un debito fuori bilancio;
2) "se, diversamente, in caso di capienza del capitolo destinato al pagamento delle spese legali, sia possibile procedere all’impegno della somma residua richiesta dal professionista a titolo di saldo parcella -quest’ultima regolarmente opinata dall’ordine forense-, facendola gravare, con determinazione dirigenziale di liquidazione, su esercizio finanziario successivo rispetto a quello in cui l’incarico si sia concluso.
...
Ai fini della soluzione del quesito posto occorre preliminarmente richiamare la deliberazione n. 311/2012/PAR nella quale questa Sezione si è ampiamente occupata del rapporto tra la procedura contabile “ordinaria” per l’assunzione di spese che gravano sui bilanci degli enti locali e la procedura per il riconoscimento dei cd. debiti fuori bilancio.
In tale pronuncia la Sezione ha rilevato, che gli enti locali, al pari di tutte le altre pubbliche amministrazioni, per poter legittimamente assumere a carico del proprio bilancio obbligazione giuridiche nei confronti dei terzi, devono seguire una procedura, articolata in più fasi, prevista e disciplinata negli articoli 182-185 e 191 TUEL. Tale ultima disposizione, al comma 1, stabilisce che gli enti locali possono effettuare spese solo a seguito dell’assunzione, da parte del responsabile del servizio finanziario, dell’atto di impegno da registrarsi sul pertinente intervento o capitolo di bilancio, munito dell’attestazione della relativa copertura finanziaria.
Il rispetto di tale procedura, oltre a garantire l’obbligo della copertura finanziaria degli atti da cui derivano impegni di spesa e la salvaguardia degli equilibri di bilancio, consente di evitare la formazione di debiti originati in via extracontabile.
Pur tuttavia, qualora vengano in essere obbligazioni giuridiche al di fuori della descritta procedura ordinaria, l’ordinamento giuscontabile prevede, comunque, la possibilità di ricondurle nella contabilità ordinaria dell’ente, purché si tratti di obbligazioni rientranti nelle fattispecie tassativamente elencate nell’articolo 191 TUEL e purché venga adottato un atto di riconoscimento del debito da parte dell’organo consiliare.
Ciò premesso, la Sezione rileva che,
in ossequio ai principi di prudenza e di sana gestione finanziaria, nel momento in cui l’ente locale assume obbligazioni giuridiche nei confronti dei terzi deve, contestualmente, procedere a determinare, secondo la stima più precisa possibile, le somme da corrispondere al fine di poter adottare i relativi atti della procedura contabile, evitando la formazione di debiti che si originano con una procedura extracontabile.
Per le ipotesi di assunzione di atti di impegno derivanti da contratti di prestazione d’opera intellettuale si richiama il principio contabile n. 2, cpv. 108, del Testo approvato dall’Osservatorio del Ministero dell’Interno il 12.03.2008, ai sensi del quale <l’ente deve determinare compiutamente, anche in fasi successive temporalmente, l’ammontare del compenso (esempio gli incarichi per assistenza legale) al fine di evitare la maturazione di oneri a carico del bilancio non coperti dall’impegno di spesa inizialmente assunto. Il regolamento di contabilità dell’ente potrà disciplinare l’assunzione di ulteriore impegno, per spese eccedenti l’impegno originario, dovute a cause sopravvenute ed imprevedibili>.
Ne deriva, pertanto, che
è onere dell’ente trovare, nel momento del conferimento dell’incarico professionale, la copertura finanziaria della spesa per gli onorari da pagare quale compenso per la prestazione resa che tenga conto non solo degli acconti, ma anche del saldo in modo da coprire la spesa complessiva e nella sua interezza.
Ciò nonostante
nell’ipotesi in cui vi sia uno scostamento tra la previsione di spesa iniziale (ricompresa nel formale atto di impegno) e quella finale, il cui superiore ammontare sia derivato, nella specie, da fatti sopravvenuti ed imprevedibili, quali la peculiarità, complessità e imprevedibilità del giudizio penale, questa Sezione, in conformità all’orientamento già formatosi presso altre Sezioni regionali di controllo (cfr. Sez. Lombardia, deliberazioni nn. 19/2009/PAR e 441/2012/PAR; Sez. Campania, deliberazione n. 9/2007; Sez. Sardegna deliberazione n. 2/2007), ritiene che il maggior onere di imprevedibile quantificazione debba essere coperto integrando l’originario atto di impegno di spesa, poiché è necessario solo aumentare l’importo delle somme da corrispondere al professionista, restando invariati il titolo giuridico e gli altri elementi dell’obbligazione assunta dall’Ente (atto di conferimento dell’incarico professionale, soggetto creditore).
Si rileva, infine, che,
pur potendo il conferimento di incarichi di natura professionale astrattamente rientrare nell’ipotesi di cui alla lettera e) all’articolo 191 TUEL, in quanto trattasi di acquisizione di un servizio, ritiene la Sezione che non sia necessario utilizzare la procedura di riconoscimento di debito fuori bilancio nell’ipotesi, quale quella in esame, nei limiti dell’ipotesi di maggiori oneri di imprevedibile quantificazione, poiché l’incarico era stato regolarmente conferito ed il relativo impegno era stato assunto secondo la ordinaria procedura di spesa di cui all’art. 183 TUEL, seppur con un importo inferiore rispetto a quello necessario a soddisfare interamente la pretesa creditoria del professionista esterno.
Il presente parere ed i principi in esso espressi vengono resi dalla Sezione prescindendo dalla verifica, rimessa all’amministrazione istante, del rispetto della procedura di conferimento dell’incarico professionale, della valutazione circa la convenienza e congruità del compenso pattuito, nonché delle ragioni che non hanno consentito l’utilizzazione di risorse interne all’amministrazione (Corte dei Conti, Sez. controllo Emilia Romagna, parere 25.07.2013 n.
256).

giugno 2013

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALI: Affidamento di incarichi di difesa legale.
Alla Giunta (artt. 48 e 107 del T.U. 18.08.2000, n. 267), in quanto organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, non spettano funzioni di gestione quale è da annoverare quella di attribuzione di un incarico professionale.
Invero, la scelta del contraente per l’affidamento di un incarico per lo svolgimento di una prestazione d’opera intellettuale (art. 2230 cod. civ.), a seguito di una gara formale o informale, o anche per trattativa privata, è atto di gestione, privo di qualsiasi contenuto di indirizzo per gli uffici, risolvendosi nella individuazione del soggetto o dei soggetti che appaiono più quotati, secondo regole obbiettive e prefissate, per il conseguimento dei fini della P.A..

... per l'annullamento, previa sospensione dell’efficacia, della nota prot. 371/2013 recante la comunicazione della delibera n. 58/2013 avente ad oggetto la scelta del vincitore della selezione per l’affidamento di incarico di difesa dell’ente dinanzi alle giurisdizioni superiori e non.
...
- Considerato che alla Giunta (artt. 48 e 107 del T.U. 18.08.2000, n. 267), al pari della Commissione Straordinaria con i poteri della Giunta Comunale, in quanto organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, non spettano funzioni di gestione quale è da annoverare quella di attribuzione di un incarico professionale;
- Ritenuto, infatti, che, come ha affermato la giurisprudenza condivisa dal Collegio, la scelta del contraente per l’affidamento di un incarico per lo svolgimento di una prestazione d’opera intellettuale (art. 2230 cod. civ.), a seguito di una gara formale o informale, o anche per trattativa privata, è atto di gestione, privo di qualsiasi contenuto di indirizzo per gli uffici, risolvendosi nella individuazione del soggetto o dei soggetti che appaiono più quotati, secondo regole obbiettive e prefissate, per il conseguimento dei fini della P.A. (CdS V 4654/2005, che conferma TAR Lazio–Sez. staccata di Latina n. 00604/2011, cfr. per una analoga procedura TAR Napoli Campania sez. II, 26.05.2011, n. 2854);
- Considerato che nel caso di specie l’individuazione del professionista al quale affidare l’incarico e la sua nomina è avvenuta ad opera della Commissione Straordinaria con i poteri della Giunta comunale, come si legge nella delibera impugnata, e non ad opera dei dirigenti, ai quali spetta per esplicito disposto dell’art. 107 dlgs 267/2001;
- Ritenuto che l’art. 22 dello Statuto, ove conferisce alla Giunta il potere di autorizzare l’introduzione o la resistenza in giudizio non abbia riguardo alla ben diversa ipotesi di conferimento di incarico di attività di difesa dell’ente in una serie indeterminata di controversie e per un determinato periodo di tempo (cfr. CdS V 2730/2012);
- Considerato altresì che il profilo di illegittimità evidenziato supera le eccezioni di inammissibilità del ricorso, in quanto comporta la rinnovazione della procedura in conformità al bando ad opera del dirigente, come peraltro previsto dall’art. 3 del bando medesimo ove si legge che “la valutazione dei candidati sarà effettuata dal Responsabile del Settore A.A.”
(TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 24.06.2013 n. 1405 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Debiti fuori bilancio - Fattispecie - L’integrazione dell’impegno originario in alcuni casi è possibile.
Relativamente ad incarichi legali di difesa in giudizio dell’ente, qualora fatti successivi all’originario impegno di spesa determinino un aumento della spesa prevista inizialmente in termini non rilevanti ma ‘‘fisiologici’’, l’ente locale può non ricorrere alla procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio ma potrà procedere ad adeguare lo stanziamento iniziale integrando l’originario impegno di spesa per garantire la copertura finanziaria della parcella professionale qualora, verificata la congruità dell’impegno originario, siano già disponibili le risorse finanziarie a tal fine necessarie, e l’acquisizione del servizio sia stata effettuata nel rispetto delle procedure contabili. (1)
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(1) Si tratta di questione controversa che ha trovato soluzioni opposte nella giurisprudenza contabile.
Hanno stabilito che è sempre necessaria la procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio: sez. reg. contr. Veneto, n. 7 del 2008; sez. reg. contr. Sardegna, n. 2 del 2007.
Hanno ritenuto, invece, che sia possibile integrare l’originario impegno, qualora circostanze sopravvenute, quali ad es. la durata del contenzioso rendano insufficiente l’impegno originario: Sez. reg. contr. Campania, n. 9 del 2007; Sez. reg. contr. Lombardia 05.02.2009, n. 19; 12.10.2011, n. 511; 11.07.2012, n. 322; 23.10.2012, n. 441).
Per una ricostruzione della questione in relazione alla complessiva disciplina dei debiti fuori bilancio: G. Astegiano, I debiti fuori bilancio, in G. Astegiano (a cura di), Ordinamento e gestione contabile-finanziaria degli Enti locali, Ipsoa, 2012, 810 e segg.
 (Corte dei Conti, Sez. controllo Liguria, parere 17.06.2013 n. 55 - commento tratto da Azienditalia, Enti Locali, n. 8-9/2013).
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Il Sindaco del Comune di Ronco Scrivia chiede alla Sezione di controllo un parere in merito alla corretta liquidazione di compensi a favore di professionisti in conseguenza del conferimento di incarichi legali, formulando due distinti quesiti.
In riferimento al primo il Sindaco chiede di sapere se le parcelle di liquidazione dell’attività professionale del legale incaricato dall’Ente (attività stragiudiziale e giudiziale) commissionata negli anni 2002, 2003 e 2005 possano essere liquidate secondo le previgenti tariffe professionali anche se le relative parcelle di liquidazione sono state emesse nell’anno 2012 a seguito della conclusione dei contenziosi.
Con il secondo quesito il Sindaco chiede di sapere se per la liquidazione di compensi relativi a prestazioni professionali legali, connesse alla difesa in giudizio dell’Ente eccedenti gli impegni contabili assunti, si debba ricorrere alla procedura di cui all’art.194 del TUEL ossia al previo riconoscimento di legittimità del debito fuori bilancio ai sensi del comma 1, lettera e) o se invece sia sufficiente, disponendo dell’intera somma richiesta, adottare una determina dirigenziale di integrazione della spesa e successivamente di liquidazione anche considerando l’imprevedibile lunga durata dei contenziosi in oggetto. Ciò anche alla luce dei diversi orientamenti osservati dalle Sezioni regionali della Corte dei conti.
...
La fattispecie all’esame di questo Collegio concerne la liquidazione di compensi relativi a prestazioni professionali di natura legale eccedenti gli impegni contabili assunti e più precisamente quale sia la corretta procedura di liquidazione della spesa in esame. Sul punto si sono creati due contrapposti indirizzi giurisprudenziali.
Secondo il primo orientamento, sostenuto principalmente dalla Sezione di controllo lombarda, in situazioni come quella all’esame di questo Collegio non necessariamente occorre ricorrere alla procedura di riconoscimento di debito fuori bilancio di cui all’art. 194, comma 1, lett. e) del TUEL, in quanto “
si ritiene che l’impegno di spesa per prestazioni professionali a tutela dell’ente può dirsi assunto correttamente quando in presenza di un eventuale maggior onere (emergente dall’imprevedibile lunga durata della causa), l’ente al fine di garantire la copertura finanziaria procede ad adeguare lo stanziamento iniziale integrando l’originario impegno di spesa. In altri termini, fatti successivi, non prevedibili al momento dell’originario impegno di spesa quali il protrarsi della durata del processo, costituiscono una legittima causa giuridica per la spesa da sostenere e consentono, quindi, di assumere il relativo impegno in bilancio. In questa ipotesi, anzi, il ricorso all’istituto del riconoscimento del debito fuori bilancio contrasterebbe con i principi di contabilità pubblica. Ne consegue che qualora l’importo legittimamente impegnato si riveli insufficiente, la differenza non realizza automaticamente una fattispecie di debito fuori bilancio, da legittimare ai sensi dell’art. 194, co. 1, lett. e TUEL" (Sez. reg. contr. Lombardia delibere n. 19/2009, n. 322/2012, n. 441/2012).
Secondo un diverso orientamento, sostenuto, tra le altre, dalle Sezioni Veneto, Puglia, Sardegna,
anche in situazioni come quella in esame è necessario ricorrere alla procedura di cui all’art. 194 del TUEL. La liquidazione di una spesa può, infatti, avvenire ai sensi dell’art. 184, primo comma del T.U.E.L. nei limiti dell’impegno definitivo assunto: “ogni qualvolta si verifichi questo scostamento tra impegno contabile assunto a tempo debito e somma definitiva da pagare ad operazione conclusa, si incorre in un’ipotesi di debito fuori bilancio che introduce un elemento di imprevedibilità potenzialmente idoneo a creare uno squilibrio nelle previsioni di spesa del bilancio (Sez. reg. contr. Veneto, delibera n. 7/2008).
Pertanto “
nel caso che l’importo impegnato si riveli insufficiente, la differenza tra quanto impegnato e quanto richiesto dalla controparte contrattuale –a parte ogni considerazione sulla valutazione della congruità della parcella, sulla effettiva realizzazione delle attività fatturate e sulla corretta applicazione degli scaglioni tariffari– costituisce debito fuori bilancio e come tale deve essere riconosciuto dal Consiglio comunale, ai sensi dell’art. 194 TUEL. Precisamente si tratta di riconoscimento ai sensi della lettera e) del comma 1: acquisizione di beni e servizi, in violazione degli obblighi di cui ai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 191, nei limiti degli accertati e dimostrati utilità ed arricchimento per l’ente, nell’ambito dell’espletamento di pubbliche funzioni e servizi di competenza” (Sez. reg. contr. Sardegna delibera n. 2/2007).
Entrambi gli orientamenti evidenziati hanno però una base comune: ferma restando la necessità del rispetto delle regole per il conferimento dell’incarico (determina a contrarre, stipula del contratto, ecc.), in osservanza del principi di prudenza, buona amministrazione, sana gestione finanziaria
l’Ente, nel caso di conferimento di incarico legale, ha il dovere di acquisire dall’avvocato un preventivo di massima che si avvicini il più possibile alla spesa che sarà definitivamente sostenuta, ciò al fine di quantificare correttamente l’impegno di spesa necessario e predisporre adeguata copertura finanziaria. Ciò pur in presenza di variabili, connaturali al tipo di incarico in esame, che possono determinare incertezza sulla quantificazione dell’impegno finanziario al momento dell’ordinazione della prestazione ai sensi dell’art. 191 TUEL (lunghezza del giudizio, esito dello stesso, ecc.). In tal modo si realizza una corretta imputazione di bilancio, se pur non precisa nel suo ammontare definitivo, e si salvaguarda la sana e prudente gestione finanziaria. Inoltre si consente all’Ente, ad all’organo Consiliare, di valutare correttamente l’utilità ed il vantaggio della prestazione professionale.
Diversamente qualora la previsione iniziale ed il relativo impegno siano non veritieri in quanto la spesa preventivata si discosta in modo sensibile dalla spesa effettivamente sostenuta (senza che ricorrano magari situazioni eccezionali ed imprevedibili), si crea un vulnus alla sana e prudente gestione finanziaria in quanto, di fatto, la spesa per l’incarico legale si sottrae alle ordinarie procedure di spesa determinando (o potendo determinare) squilibri finanziari. In tale circostanza è doveroso, rectius, obbligatorio ricorrere alla procedura di riconoscimento di debito fuori bilancio al fine di ricondurre la spesa in esame all’interno della gestione di bilancio individuando le risorse necessarie alla copertura finanziaria, valutando l’utilità della prestazione (lo scostamento significativo tra impegno iniziale e spesa definitiva può anche essere sintomatico di un non corretto ricorso all’incarico legale).
In tal senso sembrano concordare, implicitamente, entrambi gli orientamenti giurisprudenziali sopra ricordati.
Diverso appare il caso in cui l’impegno iniziale non si discosti significativamente dalla spesa definitiva. Come detto la tipologia di incarico si presta ad una determinazione della spesa non puntuale. Ciò non toglie che una quantificazione dell’esborso finanziario impegnato il più vicino possibile al compenso realmente fatturato dal professionista consenta di rispettare la sana e prudente gestione finanziaria, ricorrendo ad adeguata copertura finanziaria della spesa senza che la fattispecie in esame si sottragga, di fatto, alla gestione di bilancio.
Nel caso di specie viene meno l’utilità della procedura di cui all’art. 194 del TUEL in quanto non si è in presenza di un’acquisizione di servizio in assenza di impegno contabile (cosa di cui si potrebbe dubitare, come già detto, qualora vi fosse uno scostamento significativo tra impegno iniziale e compenso definitivo), l’utilità della prestazione è stata già valutata al momento del conferimento dell’incarico se affidato nel rispetto delle procedure di legge (determina a contrarre, stipula del contratto, ecc.) ed, infine, ricorre la copertura finanziaria in quanto sono già disponibili le risorse destinate al pagamento del compenso professionale.
Pertanto ritiene questo Collegio che,
relativamente ad incarichi legali di difesa in giudizio dell’Ente, qualora fatti successivi all’originario impegno di spesa determinino un aumento della spesa prevista inizialmente in termini non rilevanti ma “fisiologici”, l’Ente potrà procedere ad adeguare lo stanziamento iniziale integrando l’originario impegno di spesa per garantire la copertura finanziaria della parcella professionale qualora, verificata la congruità dell’impegno originario, siano già disponibili le risorse finanziarie a tal fine necessarie, e l’acquisizione del servizio sia stata effettuata nel rispetto delle procedure contabili.

INCARICHI PROFESSIONALI - PROGETTUALI: INDAGINE CAMPIONARIA INCARICHI ESTERNI AFFIDATI DAGLI ENTI LOCALI VENETI NEL TRIENNIO 2009–2011.
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L'indagine della Corte dei Conti del Veneto la possiamo definire un utilissimo vademecum sul come, quando e perché affidare legittimamente incarichi professionali/progettuali all'esterno dell'Ente senza incappare nel possibile risarcimento del danno circa il modus operandi non conforme alla legge.
Buona lettura e, soprattutto, memorizzate ogni singola parola ...
02.12.2013 - LA SEGRETERIA PTPL

INDICE
SEZIONE I
PREMESSA E QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO

§1. Quadro normativo di riferimento
§2. Affidamento di incarico, sana gestione e comportamenti elusivi
§3. La distinzione con la fattispecie del contratto di lavoro subordinato
§4. La distinzione con l’ appalto di servizi
§5. Presupposti e disciplina dell’affidamento di incarichi esterni

   5.1 Presupposti di legittimità di carattere sostanziale
     5.1.1 Il preliminare accertamento dell'impossibilità oggettiva di utilizzare le risorse umane disponibili al suo interno
     5.1.1.1 Le caratteristiche dell’accertamento
     5.1.1.2 Il problema delle competenze specifiche e delle funzioni ordinarie
     5.1.1.3 La necessaria caratteristica oggettiva dell’impossibilità
     5.1.2 La corrispondenza della prestazione alle competenze attribuite dall'ordinamento all’ente
     5.1.3 La corrispondenza dell’oggetto della prestazione ad obiettivi e progetti specifici e determinati
     5.1.4 L’alta qualificazione della prestazione
     5.1.5 La preventiva determinazione della durata, luogo, oggetto e compenso della collaborazione
     5.1.5.1 Durata
     5.1.5.2 Oggetto
     5.1.5.3 Luogo
     5.1.5.4 Compenso
     5.1.5.5 Forma
   5.2 Presupposti di legittimità di carattere procedimentale
     5.2.1 L’obbligo di motivazione della determinazione (o in generale del provvedimento) con cui viene affidato l’incarico esterno
     5.2.2 L’obbligo di effettuare una procedura comparativa per la selezione dell’affidatario
     5.2.3 La previa approvazione di un apposito regolamento (art. 3, c. 56, L. 24-12-2007 n. 244, art. 89 del T.U.E.L)
     5.2.4 Il vincolo quantitativo di spesa
     5.2.5 I limiti di spesa stabiliti dalla legge
     5.2.6 Il possibile superamento del limite di spesa
     5.2.7 L’obbligo di pubblicazione sul sito web
     5.2.8 Le novità introdotte dalla Legge 190/2012 e dal D.Lgs. 33/2013
     5.2.9 La valutazione dell’organo di revisione
     5.2.10 Gli obblighi di comunicazione degli atti di spesa susseguenti al conferimento di incarichi esterni
   5.3 Conclusioni
§6. L’orientamento interpretativo assunto dalla Sezione
§7. Tipologie di incarico

   7.1 Contratti di studio, ricerca e consulenza
   7.2 Collaborazione coordinata e continuativa
§8. Particolare tipologie di rapporti
   8.1 Portavoce e Ufficio stampa
   8.2 Direttore generale e dirigenti a contratto
   8.3 Personale con incarichi all’interno dello staff di organi di governo
   8.4 Incarichi esterni a personale in quiescenza
   8.5 L’incarico all’assistente sociale
   8.6 L’incarico di responsabile del servizio prevenzione e protezione ex D.Lgs. 09.04.2008, n. 81
   8.7 L’affidamento al broker
   8.8 L’affidamento degli incarichi legali
   8.9 Servizi di formazione professionale

SEZIONE II
ANALISI GENERALE DEI DATI RICEVUTI

§9. Premessa metodologica
§10. Analisi generale dei dati pervenuti

SEZIONE III
LE RISULTANZE DELL’INDAGINE: ANALISI DELLA DOCUMENTAZIONE

§11. Le criticità rilevate. Premessa
§12. Criticità derivanti dalla distinzione del concetto di lavoro subordinato con quello di affidamento di incarico
§13. Criticità generate da carenze o violazioni dei presupposti dei contratti d’opera
§14. Criticità generate dalla distinzione tra la fattispecie del contratto d’opera e quello di appalto di servizi
§15. Altre criticità

SEZIONE IV
CONCLUSIONI E SUGGERIMENTI OPERATIVI

§16. Gli esiti collaborativi dell’indagine
§17. L’applicazione necessaria del principio di concorsualità
§18. L’indispensabile utilizzo del controllo interno successivo di regolarità amministrativa (art. 147-bis del Tuel)
(Corte dei Conti, Sez. controllo Veneto, deliberazione 11.06.2013 n. 146).

ATTI AMMINISTRATIVI - INCARICHI PROFESSIONALI: Sindaco in tribunale solo con l'ok della giunta. La Cassazione interviene sulla legittimazione a stare in giudizio.
Il sindaco di un comune può legittimamente stare in un giudizio (civile, amministrativo e anche tributario) solo in presenza di una delibera della giunta comunale che ne autorizzi la rappresentanza processuale, laddove tale delibera sia prevista nel regolamento o nello statuto del comune.
Il sindaco del comune (o il presidente della provincia), ove non sia prevista dal regolamento o dallo statuto alcuna autorizzazione della giunta dell'ente locale, può comunque stare in giudizio personalmente in quanto ha piena legittimità processuale attiva.

La riflessione su tale argomento ci viene suggerita dalla recentissima sentenza 07.06.2013 n. 14389 della Corte di Cassazione, emessa ai fini di un contenzioso relativo ad un rimborso Ici promosso da un contribuente, che aveva eccepito che la norma dell'art. 50 Tuel, non consentisse al dirigente o al sindaco di impugnare la sentenza di una commissione tributaria provinciale in assenza di una delibera della giunta, in quanto nel caso in esame, lo statuto comunale attribuiva invece in via esclusiva alla giunta comunale la competenza ad autorizzare il sindaco a stare in giudizio anche dinanzi agli organi tributari.
In via generale, i giudici della Cassazione hanno ritenuto che nel nuovo quadro delle autonomie locali, ai fini della rappresentanza in giudizio del comune, l'autorizzazione a essere parte della controversia da parte della giunta comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all'azione. Occorre, però, ad avviso della Cassazione, verificare se lo statuto comunale - competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell'ente, anche in giudizio («ex» art. 6, comma 2, del Testo unico delle leggi sull'ordinamento delle autonomie locali, approvato con il dlgs 18.08.2000, n. 267) - preveda l'autorizzazione della giunta, ovvero una preventiva determinazione del competente dirigente. Se così fosse, per costituire validamente la legittimazione a stare in giudizio in capo al sindaco o al dirigente amministrativo, occorre una delibera della giunta in tal senso.
Invece, in mancanza di una disposizione statutaria che la preveda espressamente, l'autorizzazione alla lite da parte della giunta municipale, non costituisce atto necessario ai fini della promozione di azioni o della resistenza in giudizio da parte del sindaco. Nel silenzio quindi del regolamento o dello statuto dell'ente a tale riguardo, il sindaco, infatti, sempre secondo la sentenza in commento, trae la propria investitura direttamente dal corpo elettorale e costituisce, esso stesso, fonte di legittimazione dei componenti della giunta municipale, nel quadro di un sistema costituzionale e normativo di riferimento profondamente influenzato dalle modifiche apportate al Titolo V della Costituzione dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, nonché di quelle introdotte dalla legge n. 131 del 2003 con ripercussioni anche sull'impianto del Testo unico sugli enti locali.
Quest'ultimo, all'art. 50, infatti indica il sindaco quale organo responsabile dell'amministrazione comunale e gli attribuisce la rappresentanza, in via generale, dell'ente locale. Nel caso in esame, invece lo statuto del comune indicava chiaramente che la giunta «autorizza il sindaco a stare in giudizio come attore o come convenuto, dinanzi alla magistratura ordinaria, amministrativa, agli organi amministrativi o tributari, approva transazioni o rinuncia alle liti».
Tale organo, quindi, effettua un processo di valutazione sull'opportunità di costituirsi in giudizio sulla base della tutela degli interessi pubblici alla proposizione dell'azione (o alla resistenza alla lite) e la sua delibera costituisce un atto necessario, secondo l'espressa previsione statutaria, ai fini della legittimazione processuale dell'organo investito della rappresentanza. Al di fuori di tale autorizzazione, la parte (ente locale) non può costituirsi in giudizio, né può proseguire il contenzioso, in quanto appare priva del potere di rappresentanza dello stesso ente locale, con tutte gli effetti processuali che conseguono a questa carenza.
Per completezza si consideri che dal punto di vista tributario, l'art. 11 del dlgs 546/1992, è relativo alla capacità di stare in giudizio (legitimatio ad processum).
La disposizione, infatti, prevede al comma 3 dello stesso art. 11, che «l'ente locale nei cui confronti è proposto il ricorso sta in giudizio mediante l'organo di rappresentanza previsto dal proprio ordinamento», con ciò rinviando alle leggi speciali in materia di enti locali, appena rammentate.
Conseguentemente i giudici, in questo, come negli altri casi citati nella giurisprudenza della Suprema corte, precedenti che ormai rappresentano un andamento consolidato, hanno accolto le ragioni del contribuente, condannando alle spese di lite il comune resistente (articolo ItaliaOggi del 05.07.2013).

maggio 2013

INCARICHI PROFESSIONALILa parcella vistata non è intangibile. Avvocati. Il giudice può diminuirla.
Il visto di conformità dell'Ordine non è vincolante nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo sull'ammontare della parcella del legale.

Lo ha stabilito la II Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 31.05.2013 n. 13858.
La controversia riguardava la liquidazione delle spettanze di un professionista che aveva patrocinato un comune laziale davanti al Consiglio di Stato, compenso ridotto della metà (circa 45mila euro), rispetto a quanto "vistato" dal consiglio dell'ordine, in sede di opposizione al decreto ingiuntivo da lui stesso richiesto, decisione poi confermata dalla Corte d'appello di Roma.
Proprio questa Corte, nel disattendere le conclusioni del professionista, aveva stabilito che il parere dell'associazione professionale sul quantum è vincolante soltanto per la pronuncia del decreto ingiuntivo e non anche del giudizio di opposizione, e che in questo contesto non è rilevante il fatto che il comune avesse chiesto il parere per avviare la procedura di liquidazione della parcella. A giudizio della Cassazione, che ha avallato questa tesi, la richiesta di preventivo al consiglio dell'ordine non perfeziona in alcun caso un accordo contrattuale fuori e prima del giudizio, e meno ancora rappresenta l'individuazione di un terzo super partes cui rimettere la valutazione dell'ammontare della parcella.
Un ulteriore motivo di ricorso era relativo all'individuazione del momento di cessazione dell'incarico professionale, considerato che anche dopo la rinuncia al mandato il legale aveva svolto altre attività di difesa, compresa la partecipazione a un'udienza in regime di prorogatio. In sostanza, secondo il professionista, la rinuncia al mandato sarebbe una fattispecie a formazione progressiva che si completerebbe solo con l'atto di nomina di un nuovo difensore, «persistendo il dovere del rinunciante a compiere atti nell'interesse della parte» fino a quel momento.
Ma secondo la Cassazione la rinuncia al mandato è un atto a effetto immediato anche se il difensore conserva, fino alla sua sostituzione, la legittimazione a ricevere gli atti indirizzati dalla controparte al suo assistito, e nulla più. Quindi nel calcolo della parcella si potrò semmai tener conto, secondo tariffe, della sola attività di ricezione degli atti (articolo Il Sole 24 Ore dell'01.06.2013).

INCARICHI PROFESSIONALIAVVOCATI/ A breve al ministero della giustizia i nuovi parametri elaborati dal Cnf.
Tutti i compensi in 40 tabelle. Fino a 25 mila euro per l'intero giudizio in tribunale.

Tra i mille e i 25 mila euro. È il parametro per la determinazione, da parte del giudice, del compenso di un avvocato che segue il cliente dall'inizio alla fine in un giudizio ordinario innanzi al tribunale, che varia a seconda del valore della controversia: per una causa di un valore medio tra i 5.200 e i 26 mila euro il cliente, in mancanza di accordo, dovrà pagare l'avvocato che l'ha seguito in tutte le fasi di giudizio circa 7.500 euro.
Sono i nuovi parametri degli avvocati approvati dal Consiglio nazionale forense (si veda ItaliaOggi del 7 maggio scorso). In tutto 40 tabelle che, allegate alla parte normativa, saranno inviate a breve al ministro della giustizia, Anna Maria Cancellieri, per il via libera definitivo. Dal giudice di pace, alla Corte d'appello, all'arbitrato, si tratta di valori tabellari ad hoc per ogni tipo di procedimento, di cui dovrà tenere conto il giudice nel momento in cui liquida il compenso dell'avvocato, in mancanza di accordo tra il legale e il cliente. Da questi valori, si potrà discostare in aumento fino al 70% e in diminuzione fino al 30%, tenendo conto «delle caratteristiche, dell'urgenza e del pregio dell'attività prestata».
Entriamo nel dettaglio delle tabelle, considerando che riguardano il settore civile e corrispondono ciascuna al tipo di procedimento (comprese la materia stragiudiziale, la mediazione, le procedure concorsuali, quelle arbitrali, i processi amministrativi e tributari, i processi davanti alle giurisdizioni superiori). Mentre una tabella riguarda il settore penale.
Giudice di pace. Le tabelle elaborate dal Cnf sono suddivise in fasi e per valore della controversia. Per quanto riguarda i giudici di pace, le fasi sono cinque: studio della controversia, fase introduttiva del giudizio, istruttoria o trattazione, fase decisionale e compenso per prestazioni post decisione. Per una causa del valore fino ai 1.100 euro, il compenso dell'avvocato, considerando tutte le fasi di giudizio, sarà di 550 euro. Mentre per una controversia di valore tra i 5.200 e i 26 mila euro sarà di 3.250 euro.
Tribunale. I valori tabellari dei giudizi ordinari e sommari di cognizione innanzi al tribunale, invece, sono suddivisi sempre in cinque fasi ma in sei classi di valore. Si va di circa mille euro previsti per una controversia fino ai 1.100 euro ai 25 mila per una causa seguita dalla A alla Z dall'avvocato di valore tra i 260 mila e i 520 mila euro.
Giudizi di lavoro. Anche per i giudizi di lavoro le fasi processuali sono cinque, mentre gli scaglioni sono sei. Per un giudizio di valore medio, tra i 5.200 e i 26 mila euro, il parametro del compenso dell'avvocato di cui dovrà tenere conto il giudice, considerando tutte le fasi, è di otto mila euro.
Giudizi di previdenza. Stessa suddivisione di fasi e valore per i giudizi di previdenza, dove si va dai mille euro che il giudice dovrà considerare come riferimento per il compenso dell'avvocato che ha seguito tutte le fasi di una causa fino ai 1.100 euro, ai 27.500 per una controversia che invece va dai 260 mila ai 520 mila euro.
Corte d'appello. Per i giudizi innanzi alla Corte d'appello i parametri per la definizione del compenso dell'avvocato che dovrà pagare il cliente in caso di mancato accordo, oscilla tra i mille euro per lo scaglione base considerando tutte le fasi di giudizio, ai 29.500 euro per l'ultima classe di valore. Per una controversia che invece va dai 5.200 ai 26 mila euro il valore derivante dalla somma di tutte le fasi è pari a 8.700 euro.
Tar e Consiglio di stato. Per quanto riguarda il Tribunale amministrativo regionale, invece, le fasi previste sono sei, con in più la fase cautelare. Considerando anche in questo caso lo scaglione base, il valore tabellare che dovrà tenere in considerazione il giudice, sommando tutte le fasi, è pari a 1.400 euro. Una causa di valore medio può costare invece al cliente 8.900 euro. Stesso discorso per i giudizi innanzi al Consiglio di stato, dove il compenso dell'avvocato che segue la controversia in tutte le sue fasi di giudizio va dai 1.200 euro per una causa rientrante nel primo scaglione ai 24.600 euro per l'ultimo scaglione.
Arbitrato. Per il collegio arbitrale, invece, il compenso è unico ed è suddiviso in quattro scaglioni. Si va dai 6.400 euro per una causa di valore fino ai 26 mila euro, ai 54 mila previsti per l'ultimo scaglione che va dai 260 ai 520 mila euro (articolo ItaliaOggi del 09.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Il Cnf ha approvato i parametri per la liquidazione delle spese legali. La parola al mingiustizia.
Nuovi compensi per gli avvocati. Sarà il valore della causa a determinare minimi e massimi.

Elaborati i nuovi parametri per i compensi degli avvocati. Per il giudice, in mancanza di accordo tra legale e cliente, saranno determinanti le caratteristiche, l'urgenza e il pregio dell'attività prestata. Con tabelle dettagliate per ogni tipo di giudizio, valore della controversia e fasi dell'attività processuale.
È la bozza di decreto ministeriale approvata dal Consiglio nazionale forense, in base alla delega conferita dalla riforma forense (legge n. 247/2012), e che sarà inviata a giorni al ministero della giustizia per il via libera definitivo, così da superare i vecchi parametri stabiliti dal dm n. 140/2012.
Il meccanismo per la determinazione del compenso si rifà a quello dei minimi e massimi tariffari: per un giudizio ordinario innanzi al tribunale si va, infatti, dai 190 euro previsti per la fase di studio di una causa (del valore massimo di 1100 euro) ai 5000 euro (per la stessa attività prestata però per una causa dal valore compreso fra i 260 e i 520 mila euro). Ma il giudice potrà discostarsi dai valori tabellari. Vediamo nel dettaglio la proposta del Cnf, presentata alla categoria nell'assemblea unitaria di sabato scorso, 4 maggio.
La determinazione del compenso. L'articolo 5 riporta i «criteri generali per la determinazione dei compensi». In pratica, in caso di liquidazione del compenso dell'avvocato da parte del giudice, in mancanza di accordo tra avvocato e cliente, il giudice dovrà tenere conto «delle caratteristiche, dell'urgenza e del pregio dell'attività prestata». Come l'importanza dell'opera, la natura e il valore della pratica, la quantità delle attività compiute in relazione alla posizione processuale e all'impulso dell'azione, le condizioni soggettive del cliente, i risultati conseguiti, il numero delle questioni trattate, i contrasti giurisprudenziali, la quantità e il contenuto della corrispondenza intrattenuta dall'avvocato con il cliente e con gli altri soggetti nel corso della pratica. Il giudice dovrà obbligatoriamente tenere conto dei parametri di cui alle tabelle e, ove ricorressero i presupposti, «nella liquidazione potrà motivatamente discostarsi in aumento fino al 70% ovvero in diminuzione fino al 30%».
Le tabelle dei parametri riguardano il settore civile e corrispondono ciascuna al tipo di procedimento (compresi la materia stragiudiziale, la mediazione, le procedure concorsuali, quelle arbitrali, i processi amministrativi e tributari, i processi davanti alle giurisdizioni superiori). Una tabella riguarda invece il penale.
La proposta del Consiglio nazionale forense «supera il decreto Parametri 140/2012», si legge in una nota diffusa dal Cnf, «in relazione non solo agli ingiustificati abbattimenti dei compensi che giungono fino alla metà per le attività di difesa previste dalla legge a carico dei legali, ma anche in relazione a gravi lacune, peraltro puntualmente segnalate in note inviate sin dalla predisposizione del decreto 140 al ministero della giustizia» (articolo ItaliaOggi del 07.05.2013).

INCARICHI PROFESSIONALI Avvocati. Contro le Sezioni unite. Il compenso segue sempre i parametri.
I compensi degli avvocati, dopo l'abrogazione delle vecchie tariffe, devono essere sempre quantificati secondo i nuovi parametri.

Lo ha stabilito il Tribunale per i minori di Catania (ordinanza 10.04.2013) decidendo sull'opposizione proposta dal difensore di un imputato ammesso al gratuito patrocinio che chiedeva invece l'applicazione delle tariffe perché aveva esaurito la sua attività nel 2010, prima della loro abrogazione. Si levano dunque le prime voci di dissenso dei giudici di merito dopo la decisione delle Sezioni unite della Cassazione che, invece, lasciava spiragli all'applicazione delle vecchie norme.
Le tariffe sono state cancellate dal decreto legge 1/2012 ma, nei casi di liquidazione del compenso da parte del giudice, sono rimaste operanti fino a che il decreto 140/2012, emanato dal ministro della Giustizia, non ha stabilito i nuovi parametri. In particolare, l'articolo 41 del decreto dispone che dal 23.08.2012 tutte le liquidazioni dei compensi ai legali devono seguire le nuove regole; ma le Sezioni unite, con la sentenza 17406/2012, hanno escluso dagli effetti di questa norma i compensi per le prestazioni concluse entro quella data, anche se liquidate in seguito.
I giudici catanesi disattendono consapevolmente l'orientamento della Cassazione sostenendo che il decreto 140 ha ancorato l'operatività dei nuovi parametri al momento della «liquidazione», ossia alla decisione sulla determinazione del compenso, e non a quello dell'effettuazione della «prestazione». Inoltre, la conclusione del rapporto di prestazione d'opera avverrebbe solo con la precisazione del corrispettivo; fino alla liquidazione dell'onorario, il rapporto non esaurito subirebbe gli effetti dei mutamenti normativi.
Ma i nodi da sciogliere nel passaggio dalle tariffe ai parametri non si fermano qui. Come si deve comportare il giudice d'appello che riforma una sentenza pronunciata quando erano in vigore le tariffe professionali e che deve regolamentare di nuovo le spese di primo grado? Sulla risposta grava una non uniforme presa di posizione della Cassazione: con la sentenza 5426/2005 ha affermato che «la liquidazione degli onorari va riferita all'intera fase di merito», mentre con la sentenza 17059/2007 ha invece ritenuto che per la liquidazione degli onorari si deve avere riguardo «ai singoli gradi in cui si è svolto il giudizio, e quindi al momento della pronunzia che chiude ciascun grado».
Aderendo alla prima impostazione si dovrebbe tener conto, per entrambi i gradi del giudizio, delle sole disposizioni del decreto 140, mentre la sentenza del 2007 porterebbe a concludere che le spese processuali vanno determinate in base alla norme in vigore al momento della chiusura di ogni grado. A favore di quest'ultima impostazione sembra essere l'articolo 83, comma 2, del Dpr 115/2002, per il quale la liquidazione dell'onorario dell'ausiliario del magistrato è fatta al termine di ciascun grado del processo.
Appare ragionevole che il giudice proceda analogamente nel liquidare le spese di lite. E dunque: ricorso alle tariffe del 2004 per il primo grado, applicazione dei parametri del 2012 per l'appello (articolo Il Sole 24 Ore del 06.05.2013).

aprile 2013

INCARICHI PROFESSIONALI: Ritiene questo Collegio che, con riferimento all’incarico conferito ad un libero professionista, avvocato esterno all’Amministrazione, destinato sostanzialmente a sfociare in un parere legale, questo rientra sicuramente nell’ambito di previsione dell’art. 3, commi da 54 a 57, della legge finanziaria per il 2008.
Peraltro,
appare possibile ricondurre solo la rappresentanza/patrocinio legale nell’ambito dell’appalto di servizi, dovendosi fare in generale riferimento alla tipologia dei “servizi legali” di cui all’allegato 2B del d.lgs. n. 163/2006, che costituisce, ai sensi dell’art. 20 del decreto, uno dei contratti d’appalto di servizi cosiddetti “esclusi”, assoggettato alle sole norme del codice dei contratti pubblici richiamate dal predetto art. 20, nonché i principi indicati dal successivo art. 27 (trasparenza, efficacia, non discriminazione).
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Con la richiamata nota il Sindaco del Comune di Nocciano (PE) sottopone al parere della scrivente Sezione diversi quesiti:
1. se al servizio di consulenza legale, consistente nella redazione di pareri, in valutazioni, in espressione di giudizi utili per orientare le scelte dell'amministrazione su problematiche in materia amministrativa, civile o penale, debba applicarsi la normativa di cui all'art. 7, comma 6 e ss., del D.lgs 165/2001 o se invece debba applicarsi la normativa di cui al D.lgs 263/2006, allegato 118 ed in particolare quella sul cottimo fiduciario (art. 125, comma 11) mediante affidamento diretto;
2. se qualora la normativa applicabile risulti essere quella sugli incarichi esterni, l'ente sia tenuto alla liquidazione delle spettanze in favore del professionista e debba successivamente, -posto che la norma statuisce che in caso di omessa pubblicazione la liquidazione del corrispettivo per gli incarichi di collaborazione o consulenza di cui al presente comma costituisce illecito disciplinare e determina responsabilità erariale del dirigente preposto- attivare procedura di rivalsa nei confronti di chi, in assenza della pubblicazione, ha dato seguito ad un contratto inefficace, o se invece l'inosservanza di quanto stabilito dall'art. 3, comma 18, legge 244/2007 determina l'assoluta impossibilità dell'ente a provvedere alla liquidazione del compenso in favore del professionista che ha reso la propria prestazione professionale sulla base di un contratto valido ma inefficace.
In particolare, il Sindaco fa presente che,
• con delibera G.C. n. 29/2009 veniva affidato ad avvocato il servizio di assistenza legale in merito a problematiche, di diritto amministrativo, civile e penale, che non abbiano assunto la forma di contenzioso, per 1 anno, al fine di fornire un supporto sia agli amministratori che ai funzionari, con la stessa delibera veniva approvato apposito disciplinare di incarico;
• con successiva determina il responsabile competente provvedeva ad assumere impegno di spesa per € 5.000 oltre iva e cap;
• allo scadere del primo anno con delibera di G.C. n. 35/2010 veniva affidato, per un ulteriore anno, il servizio di assistenza legale al medesimo professionista;
In ottemperanza a detto incarico il professionista forniva la propria prestazione professionale rilasciando pareri sia scritti che verbali sia su richiesta degli organi politici che dei responsabili di servizio, per i periodi stabiliti e richiedeva il pagamento del corrispettivo pattuito.
L'attuale responsabile, nell'eseguire l'istruttoria per la liquidazione delle spettanze del prefato professionista, e ritenendo applicabile alla fattispecie la normativa sugli incarichi ad esterni, rileva quanto segue:
1. il conferimento dell'incarico in oggetto sembrerebbe avvenuto in assenza di procedura comparativa in ossequio dei principi di pubblicità, trasparenza e obiettività e comunque senza confronto fra più curricula.
2. L'attività di cui è stato incaricato il professionista, oggetto dell'incarico, non ha un contenuto dettagliato.
3. Non risulta adottata dall'ente una disciplina regolamentare della materia ai sensi dei commi 55 e ss. dell'art. 3 della Legge finanziaria 2008.
4. risulta una inosservanza dell'obbligo di pubblicazione sul sito web del provvedimento di incarico, secondo quanto stabilito dall'art. 3, comma 18, legge 244/2007, in forza del quale: "I contratti relativi a rapporti di consulenza con le pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165, sono efficaci a decorrere dalla data di pubblicazione del nominativo del consulente, dell'oggetto dell'incarico e del relativo compenso sul sito istituzionale dell'amministrazione stipulante."
La norma in esame non specifica quando deve essere pubblicato l'incarico sul sito internet, ma di fatto rende inefficace un contratto che (pur giuridicamente valido) non è stato ancora reso pubblico, tuttavia nel caso di specie non è stato provveduto ad inserire sul proprio sito web nominativo, oggetto e compenso previsto per l'incarico né prima della stipula del disciplinare né dopo.
...
L’art. 3, commi da 54 a 57, della legge 24.12.2007, n. 244 ha fissato regole di carattere procedimentale e sostanziale alle quali gli enti locali debbono conformarsi per il conferimento di incarichi di collaborazione, di studio e di ricerca nonché di consulenze a soggetti estranei all’amministrazione.
Il dato di maggiore rilievo della disciplina dettata dalla legge finanziaria 2008 è, da una parte, l’obbligo di normazione regolamentare dei limiti, criteri e modalità di affidamento degli incarichi di cui sopra nonché del tetto di spesa annua, dall’altro la subordinazione del conferimento dell’incarico e delle consulenze ad un documento programmatico approvato dal Consiglio.
Le disposizioni operano su piani diversi.
Le norme regolamentari dettano una disciplina generale ed astratta per l’affidamento dell’incarico, disciplina alla quale deve uniformarsi ciascun provvedimento in concreto adottato dall’amministrazione.
Il primo contenuto precettivo del comma 56 dell’art. 3 della legge finanziaria per il 2008 è l’obbligo, posto in capo all’ente locale, di dettare norme regolamentari compiute in materia (debbono essere infatti fissati limiti, modalità e criteri per l’affidamento dell’incarico o della consulenza).
Prima della emanazione del citato comma 56, art. 3, legge 244/2007 non necessariamente l’ente locale era munito di una disciplina regolamentare degli incarichi. E’ sufficiente ricordare in proposito il quarto comma dell’art. 89 del T.U.E.L.
L’adozione delle norme regolamentari deve avvenire nel rispetto delle competenze e delle procedure previste dal T.U.E.L.
Va allora posta in evidenza l’autonomia statutaria degli enti locali, con la conseguenza che lo statuto è il punto di riferimento primario nell’adozione dei regolamenti, sia per quanto riguarda la dislocazione delle competenze per la loro emanazione, sia per quanto riguarda i principi ai quali deve conformarsi il testo normativo.
In mancanza di norme statutarie derogatorie la competenza ad adottare regolamenti degli uffici e dei servizi appartiene alla Giunta, nel rispetto però dei criteri generali stabiliti dal consiglio (art. 48, terzo comma, ed art. 42, secondo comma, lett. a, del T.U.E.L.)
Altro punto di riferimento relativamente al contenuto delle norme regolamentari sono i criteri generali fissati dal Consiglio. Il testo del comma 56 citato sembra in ogni caso presupporre la necessità di comunque rivalutare in sede regolamentare la materia degli incarichi e delle consulenze per stabilire più stringenti criteri ed in ogni caso il limite massimo della spesa (complessiva).
Può, pertanto, affermarsi che, sia nella ipotesi in cui non siano state precedentemente inserite nel regolamento di organizzazione disposizioni sul conferimento di incarichi e consulenze, sia nella ipotesi in cui sia necessario modificare “in parte qua” detto regolamento, il Consiglio comunale deve previamente fissare i criteri ai quali la Giunta dovrà attenersi nell’adozione delle norme regolamentari.
Le attività da regolamentare secondo le disposizioni contenute nell’art. 3, commi 54-57, della legge finanziaria per il 2008 riguardano una pluralità di ipotesi non omogenee, in quanto la disciplina ivi prevista si applica sia agli incarichi di collaborazione sia a quelli di studio e ricerca, sia alle consulenze.
In particolare gli incarichi di collaborazione attengono a due finalità diverse, e cioè integrare gli organi di staff del sindaco o degli assessori ovvero supportare l’attività degli ordinari uffici dell’ente. Le differenze non sono irrilevanti.
Nella prima ipotesi gli incarichi di collaborazione possono essere conferiti dal Sindaco o dagli assessori competenti “intuitu personae” a soggetti che rispondono a determinati requisiti di professionalità entro i limiti, anche di spesa, secondo i criteri e con le modalità previste nel regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi e fermo restando il limite massimo di durata dell’incarico da conformarsi alla permanenza in carica del soggetto competente.
Nella seconda ipotesi il discorso è più complesso.
Va innanzitutto ricordato che le norme regolamentari intese a disciplinare detti incarichi debbono adeguarsi, in forza dell’art. 34, comma 6-ter, della legge n. 248/2006 di conversione del D.l. n. 223/2006, ai principi contenuti nell’art. 32 della medesima legge, dettati a fini di contenimento della spesa e del coordinamento della finanza pubblica. La vicenda, peraltro, si inserisce nel più complesso discorso della provvista di personale a tempo determinato per lo svolgimento dell’attività dell’ente. Le disposizioni regolamentari vanno, pertanto, coordinate con le norme di cui all’art. 3, commi da 90 a 96, dell’art. 3 della legge finanziaria 2008.
In ogni caso qualsiasi contratto di lavoro a tempo determinato o di collaborazione coordinata e continuativa deve essere preceduto da procedure selettive di natura concorsuale in forza dei noti principi costituzionali, oltre che delle specifiche disposizioni da ultimo richiamate (cfr., sulla esigenza di rispettare i principi costituzionali di organizzazione, la sentenza della Corte Cost. n. 27 del 21.02.2008), senza far riferimento alle soglie di ricorso alle procedure selettive previste in materia di lavori pubblici, del tutto estranee alla materia.
L’organo competente a conferire l’incarico è il dirigente preposto al settore, secondo il normale ordine delle attribuzioni.
Più ampi sono gli adempimenti previsti per l’affidamento di incarichi di studio o di ricerca, ovvero di consulenze a soggetti estranei all’amministrazione.
Infatti ai sensi dell’art. 3, comma 55, della legge finanziaria per il 2008 “l’affidamento da parte degli enti locali di incarichi di studio o di ricerca, ovvero di consulenze, a soggetti estranei all’amministrazione può avvenire solo nell’ambito di un programma approvato dal Consiglio ai sensi dell’art. 42, comma 2, lett. b), T.U.E.L.
La norma da ultimo citata comprende un’ampia tipologia di documenti programmatici di competenza del Consiglio; di conseguenza gli incarichi di cui si parla debbono essere previsti nel loro oggetto da documenti programmatici, che scontino con adeguata motivazione la necessità/opportunità di ricorrere all’incarico. La spesa prevista dovrà poi essere inserita, concorrendo al limite massimo fissato nel regolamento, nell’apposito stanziamento del bilancio annuale. Va, peraltro, precisato che il limite massimo di spesa indicato nel regolamento deve essere fissato discrezionalmente dall’ente secondo criteri di razionalità e rapportato alle dimensioni dell’ente con particolare riguardo alla spesa per il personale.
Infatti, secondo giurisprudenza amministrativa consolidata (cfr. Cons. di St., sez. IV, sentenza n. 263/2008)
l’incarico professionale (di consulenza, studio o ricerca) in linea generale si configura come contratto di prestazione d’opera ex artt. 2222-2238 c.c. riconducibile al modello della locatio operis, rispetto al quale assume rilevanza la personalità della prestazione resa dall’esecutore. Concettualmente distinto rimane, pertanto, l’appalto di servizi, il quale ha ad oggetto la prestazione imprenditoriale di un risultato resa da soggetti con organizzazione strutturata e prodotta senza caratterizzazione personale. Ciò fatto salvo quanto disposto dall’art. 91 D.Lgs. n. 163/2006 per gli incarichi di progettazione.
Esemplificativamente
con riferimento all’incarico conferito ad un libero professionista avvocato esterno all’Amministrazione, va distinta l’ipotesi della richiesta di una consulenza, studio o ricerca, destinata sostanzialmente a sfociare in un parere legale, rispetto alla rappresentanza e patrocinio giudiziale.
La prima ipotesi rientra sicuramente nell’ambito di previsione dell’art. 3, commi da 54 a 57, della legge finanziaria per il 2008.
La seconda, invece, esorbita concettualmente dalla nozione di consulenza, e quindi ad essa non potrà applicarsi la disciplina della legge finanziaria per il 2008 sopra indicata.

Peraltro, appare possibile ricondurre la rappresentanza/patrocinio legale nell’ambito dell’appalto di servizi, dovendosi fare in generale riferimento alla tipologia dei “servizi legali” di cui all’allegato 2B del D.Lgs. n. 163/2006, che costituisce, ai sensi dell’art. 20 del decreto, uno dei contratti d’appalto di servizi cosiddetti “esclusi”, assoggettato alle sole norme del codice dei contratti pubblici richiamate dal predetto art. 20, nonché i principi indicati dal successivo art. 27 (trasparenza, efficacia, non discriminazione ecc.).
Va affermato che
il legislatore, positivizzando principi di origine pretoria, segnatamente della giurisprudenza contabile, all’art. 7 del D.Lgs. n. 165/2001 ha indicato i presupposti essenziali per il ricorso agli incarichi esterni:
- l’oggetto della prestazione deve corrispondere alle competenze attribuite dall’ordinamento all’amministrazione conferente e ad obiettivi e progetti specifici e determinati;
- l’amministrazione deve avere preliminarmente accertato l’impossibilità oggettiva di utilizzare le risorse umane disponibili al suo interno;
- la prestazione deve essere di natura temporanea e altamente qualificata;
- devono essere preventivamente determinati durata, luogo, oggetto e compenso della collaborazione.

Inoltre è previsto che le amministrazioni pubbliche disciplinino e rendano pubbliche, secondo i propri ordinamenti, procedure comparative per il conferimento degli incarichi e che i regolamenti di cui all’art. 110, co. 6, del D.Lgs. n. 267/2000 si adeguino ai principi suindicati.
Le leggi finanziarie, oltre a fissare precisi limiti di spesa per gli incarichi esterni, hanno rafforzato il regime di trasparenza degli stessi, attraverso l’obbligo della pubblicità e dell’adeguata motivazione, ed il controllo sui medesimi in capo agli organi interni e alla Corte dei conti (L. n. 662/1996, D.l n. 168/2004, L. n. 311/2004, L. n. 266/2005).
Com’è noto
il D.L. n. 168/2004 ha distinto tre tipologie di incarichi esterni: di studio, di ricerca, di consulenza.
La Corte dei conti SS.RR. in sede di controllo (delib. n. 6 del 15.02.2005) ne ha fornito una definizione:
per gli incarichi di studio il riferimento è all’art. 5 D.P.R. n. 338/1994 che richiede sempre la consegna di una relazione scritta; gli incarichi di ricerca presuppongono la preventiva definizione del programma da parte dell’amministrazione; le consulenze si sostanziano nella richiesta di un parere ad un esperto esterno.
Il tratto che accomuna le differenti tipologie è, secondo le SS.RR., la sostanziale riconducibilità di tali fattispecie alla categoria del contratto di lavoro autonomo, più precisamente il contratto di prestazione d’opera intellettuale ex artt. 2229-2239 c.c.

Restano esclusi, quindi, da questo ambito i “rapporti di collaborazione coordinata e continuativa”, che, com’è noto, rappresentano una posizione intermedia fra il lavoro autonomo, proprio dell’incarico professionale, e il lavoro subordinato (art. 409, n. 3 c.p.c.). Gli incarichi di collaborazione coordinata e continuativa, infatti, per la loro stessa natura, che prevede la continuità della prestazione ed un potere di direzione dell’amministrazione, in via concettuale apparirebbero incompatibili con gli incarichi esterni, caratterizzati (di norma) dalla temporaneità e dall’autonomia della prestazione.
Resta fermo peraltro, secondo le SS.RR., che, qualora un atto rechi il nome di collaborazione coordinata e continuativa, ma, per il suo contenuto, rientri nella categoria degli incarichi di studio o di ricerca o di consulenza, il medesimo sarà soggetto al limite di spesa, alla motivazione, ai controlli ed alle altre prescrizioni imposte dalla normativa generale sugli incarichi esterni.
In particolare gli incarichi di studio possono essere conferiti a soggetti particolarmente qualificati nella materia. Essi debbono avere ad oggetto materie di interesse del soggetto che li conferisce, avere durata certa e concludersi con la presentazione di elaborati espositivi dei risultati dello studio o della ricerca. Tutti questi elementi debbono risultare dall’atto di conferimento dell’incarico di studio, che regola il rapporto tra soggetto conferente ed incaricato.
Il comma 56 dell’art. 3 della legge finanziaria per il 2008 sottopone alla dettagliata disciplina regolamentare, oltre che gli incarichi di “studio o di ricerca ovvero di consulenze”, anche quelli di “collaborazione”.
Del tutto al di fuori dell’ambito di applicazione del comma 56 risultano essere gli incarichi conferiti ex art. 90 del TUEL (Uffici di supporto agli organi di direzione politica), ossia le cosiddette “collaborazioni di staff”. Infatti l’art. 90 TUEL fa espresso riferimento a dipendenti dell’ente ovvero a “collaboratori assunti con contratto a tempo determinato” (collocati, se dipendenti da una pubblica amministrazione, in aspettativa senza assegni), cui si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro del personale degli enti locali e, quindi, a figure professionali sostanzialmente riconducibili al rapporto di lavoro subordinato.
Più complesso è il discorso relativo all’esatta delimitazione delle cosiddette “collaborazioni coordinate e continuative” (ex art. 409 n. 3 c.p.c.) e alla loro distinzione rispetto agli incarichi di consulenza.
Costituisce ormai un principio condiviso (cfr. Corte dei conti delib. SS.RR. n. 6/2005 nonché circolare Dip. Funz. Pubbl. 15.03.2005) quello secondo cui dalla lettura sistematica delle disposizioni delle leggi finanziarie più recenti (cfr. legge n. 311/2004 finanziaria per il 2005 e legge n. 266/2005 finanziaria per il 2006 le quali fissano tetti di spesa separati per incarichi di consulenza e co.co.co., in particolare conglobando contratti a termine e co.co.co. in un unico tetto di spesa) emerge l’intenzione del legislatore di stabilire una linea di demarcazione tra le collaborazioni ad alto contenuto professionale e le altre “semplici” collaborazioni coordinate e continuative. Le prime hanno ad oggetto prestazioni implicanti un’alta specializzazione (non rinvenibile nelle normali competenze del personale della P.A.) e una correlativa attività lavorativa sostanzialmente autonoma. Le altre co.co.co. sono state spesso utilizzate negli ultimi anni (analogamente ai contratti di lavoro a tempo determinato e a fronte dei tagli o blocchi delle assunzioni di lavoratori subordinati nella P.A.) per l’espletamento di prestazioni ordinarie non richiedenti un elevato grado di autonomia organizzativa.
Pertanto, il criterio per distinguere le collaborazioni ad alto contenuto professionale dalle semplici co.co.co. va ravvisato in un canone di sostanzialità, in base al contenuto della prestazione ed alle modalità di svolgimento della stessa (cfr. anche Corte conti sez. giur. reg. Umbria n. 447/2005).
Questa logica distintiva appare ancora attuale nell’impianto della legge finanziaria per il 2008, ed anzi è portata all’estreme conseguenze.
Da un lato l’utilizzo delle “ordinarie” co.co.co. appare attualmente fortemente ristretto: la logica della legge finanziaria per il 2008 è, infatti, quella di evitare il formarsi di precariato nella P.A., anche attraverso un rigido contenimento del lavoro flessibile (cfr. art. 3, comma 79), con la conseguenza che per l’espletamento delle ordinarie attività amministrative varrà il principio generale “dell’autosufficienza”.
Dall’altro lato, vengono ulteriormente fissati i limiti alle collaborazioni esterne ad elevata professionalità prevedendo, per queste ultime, gli adempimenti di cui ai commi 53-57 dell’art. 3.
L’individuazione dell’alta professionalità risulta peraltro subordinata al requisito della “particolare e comprovata specializzazione universitaria” di cui al comma 76 dell’art. 3 della legge finanziaria per il 2008.
Le collaborazioni ad elevata professionalità, pertanto, rientrano nell’ambito di applicazione del comma 56 dell’art. 3 legge finanziaria per il 2008 e quindi necessitano della disciplina ad opera del regolamento dell’ente locale. Le altre “semplici” co.co.co., al contrario, ne sono escluse; peraltro l’utilizzo di quest’ultime non risulta conforme alla logica sottostante alla legge finanziaria 2008, che è quella di limitare l’instaurazione di rapporti di lavoro parasubordinato e/o flessibile per l’esercizio di attività amministrative ordinarie.
Conseguentemente,
ritiene questo Collegio, così come previsto nelle “Linee di Indirizzo e criteri interpretativi dell’art. 3, commi 54-57 della l. 244/2007 in materia di regolamento degli enti locali per l’affidamento di incarichi di collaborazione, studio, ricerca e consulenza” emanate dalla Sezione Autonomie nell’Adunanza del 14.03.2008, che, con riferimento all’incarico conferito ad un libero professionista, avvocato esterno all’Amministrazione, destinato sostanzialmente a sfociare in un parere legale, questo rientra sicuramente nell’ambito di previsione dell’art. 3, commi da 54 a 57, della legge finanziaria per il 2008.
Peraltro,
appare possibile ricondurre solo la rappresentanza/patrocinio legale nell’ambito dell’appalto di servizi, dovendosi fare in generale riferimento alla tipologia dei “servizi legali” di cui all’allegato 2B del d.lgs. n. 163/2006, che costituisce, ai sensi dell’art. 20 del decreto, uno dei contratti d’appalto di servizi cosiddetti “esclusi”, assoggettato alle sole norme del codice dei contratti pubblici richiamate dal predetto art. 20, nonché i principi indicati dal successivo art. 27 (trasparenza, efficacia, non discriminazione).
Per ciò che concerne la richiesta relativa al comportamento del Comune ed in particolare se “l'ente sia tenuto alla liquidazione delle spettanze in favore del professionista e debba successivamente, attivare procedura di rivalsa nei confronti di chi, in assenza della pubblicazione, ha dato seguito ad un contratto inefficace, o se invece l'inosservanza di quanto stabilito dall'art. 3, comma 18, legge 244/2007 determina l'assoluta impossibilità dell'ente a provvedere alla liquidazione del compenso in favore del professionista che ha reso la propria prestazione professionale sulla base di un contratto valido ma inefficace” si ricorda che l’attività consultiva di cui all’art. 7, comma 8, della Legge 131/2003, intestata alle Sezioni regionali di controllo della Corte, non può riferirsi a scelte o a comportamenti amministrativi specifici, riconducibili all’ambito di esercizio della discrezionalità amministrativa del singolo ente.
Nei documenti d’indirizzo sopra richiamati, viene infatti precisato che possono rientrare nella funzione consultiva della Corte dei Conti le sole “questioni volte ad ottenere un esame da un punto di vista astratto e su temi di carattere generale”, dovendo quindi ritenersi inammissibili le richieste concernenti valutazioni su casi o atti gestionali specifici.
Per questo motivo,
il Collegio ritiene di non poter effettuare una valutazione sulla correttezza del comportamento dell’Ente per non incorrere nel coinvolgimento diretto di questa Sezione nell’amministrazione attiva di competenza dell’Ente interessato, non rientrante nei canoni dalla funzione consultiva demandata alla Corte dei conti (Corte dei Conti, Sez. controllo Abruzzo, parere 30.04.2013 n. 25).

ATTI AMMINISTRATIVI - CONSIGLIERI COMUNALI: Responsabilità degli amministratori locali per scelte illegittime di agire in giudizio.
Il limite della insindacabilità non sussiste, e dunque non può essere invocato dal presunto responsabile del danno, allorché le scelte discrezionali, da cui sia derivato il nocumento patrimoniale, siano contrarie alla legge o si rivelino gravemente illogiche, arbitrarie, irrazionali o contraddittorie, atteso che la predetta insindacabilità concerne la valutazione delle scelte tra più comportamenti legittimi attuati per il soddisfacimento dell’interesse pubblico perseguito e non ricomprende, al contrario, le scelte funzionalmente deviate rispetto al superiore e basilare postulato del buon andamento dell’azione amministrativa.
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Il caso
La vicenda rimessa al vaglio dei giudici contabili trova origine in una lite insorta tra un Comune piemontese e un cittadino che ha contestato -con ricorso al Capo dello Stato- la nomina a revisore contabile in favore di un terzo professionista, sotto i profili del mancato ricorso alla gara pubblica e del comportamento, a suo dire, ambiguo di alcuni amministratori dell’Ente. In particolare, il ricorrente ha censurato -con gravi affermazioni- la procedura di nomina, e ciò fino al punto da provocare un certo risentimento del Sindaco.
Quest’ultimo, ritenutosi offeso dalla espressioni utilizzate nell’atto introduttivo del ‘‘contestatore’’, ha deciso -in accordo con la Giunta dell’epoca- di depositare all’Autorità giudiziaria una denuncia per i reati di diffamazione e calunnia; parallelamente, ha avviato un processo civile volto ad ottenere una declaratoria di condanna al risarcimento dei danni patiti per lesione di immagine dell’amministrazione. Entrambi i procedimenti, tuttavia, sono culminanti in un nulla di fatto, le richieste del primo cittadino essendosi imbattute nel rigetto del giudice penale (che ha disposto l’archiviazione del caso), e di quello civile, che ha ritenuto prive di pregio tutte le pretese attrici.
Di contro, il dispendio di risorse pubbliche -l’Ente ha  conferito tre distinti mandati ad un legale esterno, per una parcella complessiva di più di 8.000 euro- finalizzato a dar fiato ad azioni giudiziarie risultate del tutto infondate, non è passato inosservato alla Procura Regionale della Corte dei conti, la quale ha prontamente avviato un procedimento per far valere la responsabilità amministrativa  degli autori dello spreco. L’addebito mosso nei confronti del Sindaco e degli altri componenti della Giunta è stato quello di aver insistito arbitrariamente e pretestuosamente alla coltivazione di azioni giudiziarie  che, già in principio, si sapevano poste in essere in mancanza di idonei presupposti, con l’evidente conseguenza  di aver generato un ingiustificabile danno erariale.
I convenuti, tra vari argomenti, hanno eccepito in loro difesa la connaturata aleatorietà del giudizio in uno all’insindacabilità piena della scelta discrezionale di intraprendere o proseguire un’azione giudiziaria, in quanto afferente alla sfera del merito amministrativo. E' sorta, di conseguenza, la necessità, per i giudici contabili investiti della vicenda, di appurare l’ammissibilità e il perimetro di un siffatto sindacato.
La soluzione
La Corte dei Conti, Sez. giurs. per la Regione Piemonte, pronunciatasi con sentenza 18.04.2013 n. 52, ha rigettato la tesi della totale insindacabilità della scelta degli amministratori pubblici di intraprendere un’azione giudiziaria, per l’effetto condannando in parte qua i convenuti al pagamento in favore del Comune della somma sostenuta per i processi avviati pretestuosamente, in virtù della provata sussistenza, nel caso di specie, di tutti i profili di responsabilità amministrativo-contabile.
Il raffronto tra costi e benefici con riferimento alla molteplicità dei processi, avviati dai convenuti in apparente difesa dell’immagine dell’Ente, non lasciava alcun dubbio -secondo i giudici- sulla diseconomicità della gestione, complessivamente considerata, in violazione del principio di buon andamento che, in virtù del dettato dell’art. 97 Cost., deve ispirare ogni componente dell’agere pubblico.
Nel merito della vicenda, peraltro, è stato escluso -in linea con quanto ritenuto dagli altri giudici chiamati a statuire sul punto- il carattere offensivo delle dichiarazioni contestate dai convenuti, e quindi la capacità stessa di ledere l’immagine dell’amministrazione, anche tenuto presente della (conclamata) fondatezza delle ragioni che l’allora ricorrente faceva valere con i motivi di legittimità contenuti nel ricorso. Ed anche a voler ritenere offensive le affermazioni del ricorrente -hanno concluso i giudici- le stesse avrebbero, in ogni caso, intaccato la sfera personale del Sindaco e dei componenti della Giunta (non essendo state rivolte direttamente all’Ente civico) dal che l’assenza dei presupposti per agire in giudizio permaneva anche sotto il profilo soggettivo.
Problemi e prospettive
La pronuncia affronta il tema controverso soffermandosi, in particolare, sui concetti di merito e discrezionalità, valutati in rapporto alla legittimità dell’azione amministrativa.
L’analisi muove, anzitutto, dalla dizione dell’art. 1, c. 1, della legge n. 20/1994, secondo cui ‘‘la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei Conti in materia di contabilità pubblica è personale e limitata ai fatti ed alle omissioni commessi con dolo e colpa grave’’, con la precisazione che è fatta salva ‘‘l’insindacabilità nel merito’’ delle scelte discrezionali operate dall’organo amministrativo.
La norma -secondo i giudici della Corte dei conti- non estromette del tutto la possibilità che le scelte, pur discrezionali, siano sottoposte al sindacato giurisdizionale.
Invero, essa non eliderebbe il controllo sul rispetto dei limiti interni ed esterni alla scelta.
Sotto il primo profilo, si osserva come l’azione amministrativa debba sempre collegarsi al perseguimento del fine pubblico, rendendola, in questi termini, teleologicamente orientata ai motivi per i quali è attribuito lo stesso esercizio del potere.
Quanto ai limiti esterni, invece, il riferimento è alla legittimità della azione, il che implica una digressione sui parametri da rispettare affinché la scelta possa ritenersi, per l’appunto, legittima: ebbene, in virtù, dell’evoluzione normativa stratificatasi negli anni -la più alta rappresentazione della procedimentalizzazione dell’agire dell’amministrazione è rappresentata dalla legge. n. 241/1990- il legislatore ha aggiunto taluni essenziali riferimenti che attuano -non già in un’ottica meramente programmatica, bensì precettiva- il canone costituzionale del buon andamento di cui all’art. 97 Cost.; più precisamente, la legge sul procedimento amministrativo prevede che le scelte dell’amministrazione, oltre che imparziali e trasparenti, siano improntate ai principi di economicità, efficienza ed efficacia, in modo da garantire un equilibrio tra i costi sostenuti e i benefici ottenuti.
Il precipitato di tale rafforzamento è quello per cui le scelte che implichino un’apprezzabile sacrificio di risorse pubbliche senza una contropartita violano non solo i parametri di opportunità e convenienza, ma anche -e soprattutto- parametri marcatamente legali.
Occorre altresì evidenziare come la verifica del rispetto dei limiti esterni debba espletarsi ancor prima di quella concernete i limiti interni. Di conseguenza, il giudice chiamato a sindacare la scelta discrezionale dell’amministrazione nei limiti di quanto sopra detto dovrà, in primo luogo, soffermarsi sull’economicità e, quindi, sulla proporzionalità della misura adottata; laddove il primo riscontro abbia esito positivo, è possibile appurare la compatibilità della scelta operata al fine pubblico indicato dalla norma attributiva. Superato positivamente quest’ultimo stadio di verifica, il sindacato del giudice deve ritenersi esaurito, ed ogni ulteriore indagine intaccherebbe inevitabilmente il merito della scelta, notoriamente svincolato da parametri giuridici ed espressamente riservato alla sola amministrazione.
Le coordinate sopra esposte implicano, dunque, l’affermazione di principio in forza del quale il limite della insindacabilità di cui al citato art. 1, c. 1, legge n. 20/1994 non può dirsi sussistente ove le scelte discrezionali da cui è scaturito il nocumento patrimoniale siano in loro contrarie alla legge, o comunque ‘‘si rivelino gravemente illogiche, arbitrarie, irrazionali o contraddittorie’’. L’insindacabilità cui si riferisce la norma, infatti, attiene alla valutazione di scelte tra più comportamenti legittimi ed attuati per il soddisfacimento dell’interesse pubblico perseguito (il sopra citato ‘‘merito’’); per cui ‘‘le scelte funzionalmente deviate rispetto al superiore e basilare postulato del buon andamento dell’azione amministrativa’’ non possono (e non devono) sfuggire al sindacato del giudice contabile posto che in questi casi, si tratta pur sempre di garantire la legittimità dell’azione amministrativa.
La ricostruzione svolta dalla Corte piemontese non rappresenta, peraltro, un caso isolato. Già in precedenza era stato perimetrato il confine del sindacato giurisdizionale del giudice contabile a fronte di scelte discrezionali dell’amministrazione poste in essere in spregio ai limiti interni ed esterni previsti dall’ordinamento (tra le decisioni degli organi di massima assise, si vedano, da ultimo, Cass., Sez. Un., n. 4283/2013 nonché, nella giurisprudenza contabile, Sez. Giur. Centr., n. 346/2008)
(Corte dei Conti, Sez. giurisdiz. Piemonte, sentenza 18.04.2013 n. 52 - commento tratto da Azienditalia, Enti Locali, n. 8-9/2013).

marzo 2013

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALI: In caso di appello proveniente da un organo di ente pubblico la leggibilità della firma è del tutto irrilevante ai fini dell’ammissibilità del gravame in quanto, fatti salvi i casi di falso materiale, la certezza dell’attribuibilità del gravame è specificamente garantita dall’apposizione dei relativi timbri e dall’intestazione dell’ente.
In tali casi non può infatti sussistere alcuna incertezza sulla persona fisica firmataria a cui fare riferimento per l’imputazione degli effetti giuridici del gravame.
La mancata indicazione del nominativo e l'illeggibilità della firma del Sindaco nella procura rilasciata dal Comune al difensore, non determina affatto l’invalidità della procura stessa, atteso che la persona fisica che riveste pro tempore detta qualità è un dato di pubblico dominio, accertabile senza alcuna difficoltà presso lo stesso ente.
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A partire dall'art. 36, comma 1, l. 08.06.1990 n. 142, recante il nuovo ordinamento delle autonomie locali, compete esclusivamente al Sindaco il potere di conferire al difensore del Comune la procura alle liti, senza alcuna necessità di autorizzazione della Giunta municipale.
La titolarità esclusiva del potere di rappresentanza processuale del Comune è dunque conferita direttamente dalla legge all'organo monocratico.
Il sindaco, quale rappresentante legale dell'ente locale, ai sensi dell'art. 50, comma 2, d.lgs. 18.08.2000 n. 267, è dunque l'organo che lo rappresenta in giudizio ed ha il potere di conferire la procura al difensore senza che occorra alcuna deliberazione di autorizzazione alla lite da parte della Giunta, fatto salvo il caso che lo Statuto la richieda espressamente.

Contrariamente a quanto sostengono gli appellati, in caso di appello proveniente da un organo di ente pubblico la leggibilità della firma è del tutto irrilevante ai fini dell’ammissibilità del gravame in quanto, fatti salvi i casi di falso materiale, la certezza dell’attribuibilità del gravame è specificamente garantita dall’apposizione dei relativi timbri e dall’intestazione dell’ente.
In tali casi non può infatti sussistere alcuna incertezza sulla persona fisica firmataria a cui fare riferimento per l’imputazione degli effetti giuridici del gravame (cfr. Consiglio Stato sez. V 21.04.2009 n. 2402).
La mancata indicazione del nominativo e l'illeggibilità della firma del Sindaco nella procura rilasciata dal Comune al difensore, non determina affatto l’invalidità della procura stessa, atteso che la persona fisica che riveste pro tempore detta qualità è un dato di pubblico dominio, accertabile senza alcuna difficoltà presso lo stesso ente.
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D
eve essere rigettata anche l’eccezione concernente l’inammissibilità dell’appello per mancata produzione dell’autorizzazione della Giunta Municipale, prevista per evitare possibili “abusi”.
A parte che, in materia di tutela dei propri interessi, è comunque difficilmente comprensibile il riferimento agli “abusi” di cui parlano gli appellati, si deve osservare che, a partire dall'art. 36, comma 1, l. 08.06.1990 n. 142, recante il nuovo ordinamento delle autonomie locali, compete esclusivamente al Sindaco il potere di conferire al difensore del Comune la procura alle liti, senza alcuna necessità di autorizzazione della Giunta municipale.
La titolarità esclusiva del potere di rappresentanza processuale del Comune è dunque conferita direttamente dalla legge all'organo monocratico (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V 11.05.2012 n. 2730).
Il sindaco, quale rappresentante legale dell'ente locale, ai sensi dell'art. 50, comma 2, d.lgs. 18.08.2000 n. 267, è dunque l'organo che lo rappresenta in giudizio ed ha il potere di conferire la procura al difensore senza che occorra alcuna deliberazione di autorizzazione alla lite da parte della Giunta, fatto salvo il caso che lo Statuto la richieda espressamente.
Di qui l’ammissibilità dell’appello sotto tale profilo
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.03.2013 n. 1700 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Avvocato e preventivo.
Domanda
Chiediamo conferma in seguito a dibattito nato tra colleghi in studio: sussiste l'obbligo per l'avvocato di proporre preventivo scritto al cliente?
Risposta
No, non esiste un obbligo generalizzato, ma solo laddove il cliente ne faccia esplicita richiesta.
Come chiarito all'art. 13, comma 5 della legge 247/2012, infatti, «il professionista è tenuto, nel rispetto del principio di trasparenza, a rendere noto al cliente il livello della complessità dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell'incarico; a richiesta è altresì tenuto a comunicare in forma scritta a colui che conferisce l'incarico professionale la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo fra oneri, spese, anche forfetarie, e compenso professionale» (articolo ItaliaOggi Sette del 25.03.2013).

febbraio 2013

INCARICHI PROFESSIONALI: A. Camarda, Incarichi professionali: consulenze o appalto di servizi? (Diritto e pratica amministrativa n. 2/2013).

INCARICHI PROFESSIONALISe l'avvocato sbaglia niente compenso. L'attività conta e deve garantire una chance di vittoria al cliente. Lo ha stabilito la suprema corte.
Avvocato pagato se garantisce almeno una chance di vittoria; non ha diritto al compenso se ha svolto attività che si rivelano a posteriori inutili per il cliente.
Con una sentenza rivoluzionaria e preoccupante per le toghe, la cassazione stravolge l'impostazione tradizionale per cui l'obbligazione professionale dell'avvocato non è un'obbligazione di risultato: in altre parole l'avvocato ha diritto ai suoi onorari anche se non può garantire un esito favorevole all'attività svolta in favore del cliente. Ma la Corte di Cassazione (sentenza 26.02.2013 n. 4781 della III Sez. civile) comincia a ribaltare il filone tradizionale e in un caso specifico non ha computato a favore del legale il valore dell'attività compiuta, considerato che la stessa si è dimostrata inutile agli interessi del cliente.
La conseguenza che si profila è che il criterio dell'utilità del cliente o almeno la chance di utilità per il cliente possa diventare un criterio discriminante il diritto al compenso, trasformando l'obbligazione dell'avvocato in una obbligazione di risultato.
Ma vediamo di analizzare la pronuncia, che può destare un certo allarme per i professionisti.
Nel caso specifico, i parenti di un uomo che ha perso la vita in un sinistro stradale hanno deciso di far causa al responsabile dell'incidente e alla sua assicurazione. Per questo motivo, si sono rivolti ad un avvocato il quale, dopo aver instaurato il processo, ha lasciato che questo venisse dichiarato estinto, per non aver notificato l'atto di citazione anche alla compagnia assicurativa, come pure avrebbe dovuto fare. Ma non solo. L'avvocato si è pure dimenticato di proporre appello contro la decisione che ha dichiarato l'estinzione.
Ne è derivata una lite, questa volta iniziata dai clienti contro gli eredi dell'ormai defunto avvocato per ottenere il risarcimento dei danni patiti a seguito degli errori commessi dal professionista.
Il tribunale civile ha dato ragione ai primi, condannando gli eredi dell'avvocato a risarcire i danni per negligenza professionale. Secondo il giudice, peraltro, gli errori commessi dal legale erano stati tali da escludere in radice ogni diritto al compenso per l'attività effettiva prestata, posto che questa non aveva prodotto nessun effetto utile per i clienti.
Nel giudizio di appello, pur essendo confermata la responsabilità professionale del legale, la decisione è stata riformata.
Secondo i giudici di secondo grado, infatti, l'unica colpa dell'avvocato sarebbe stata quella di non aver impugnato la decisione con la quale era stato dichiarato estinto il processo. Al contrario, doveva essere salvata tutta l'attività eseguita fino a quel momento: di conseguenza, si è detto che al legale (o meglio, a suoi eredi) spettava comunque il compenso per il mandato eseguito fino alla pronuncia di estinzione del processo, da portare in detrazione rispetto all'ammontare del risarcimento dovuto per la mancata impugnazione.
L'ultima parola sulla vicenda è quella della corte di cassazione, cui si sono rivolti i clienti del locale per ottenere il ribaltamento della decisione della Corte d'appello e la conferma di quella del tribunale.
Ai giudici romani è stata evidenziata l'erroneità della sentenza contestata nella parte in cui in essa non si teneva conto del fatto che i clienti del legale non avevano ricevuto nessun vantaggio dall'attività prestata dal secondo. L'aver dimenticato di notificare l'atto introduttivo del processo alla compagnia assicuratrice, infatti, aveva comportato la radicale inutilità del processo, tanto che questo si era concluso con un nulla di fatto. Da qui la richiesta di escludere l'obbligo di corrispondere agli eredi del defunto avvocato qualsiasi somma a titolo di compenso.
La Corte di cassazione, nel pronunciarsi sulla questione, ha accolto il ricorso presentato dai clienti escludendo il diritto al compenso.
Nel dettaglio, gli ermellini hanno affermato che la mancata impugnazione della decisione con la quale era stata dichiarata l'estinzione della causa assunta in rappresentanza dei clienti, aveva reso, di fatto, inutile l'intero mandato conferito al professionista. Peraltro, si è precisato, l'errore del legale risultava tale sia se l'obbligazione professionale fosse intesa come obbligazioni di risultato -quello di ottenere il risarcimento del danno per la perdita del familiare a seguito del sinistro stradale- sia come obbligazioni di mezzi, dovendosi rimproverare al professionista anche l'assenza della dovuta diligenza nell'adempiere il suo incarico (articolo ItaliaOggi Sette del 22.04.201).

INCARICHI PROFESSIONALI: Le spese legali.
DOMANDA:
Lo scrivente ente ha conferito incarico di patrocino legale ad un avvocato, determinando preventivamente, con apposito disciplinare sottoscritto tra le parti, modalità di svolgimento dell’incarico ed entità del compenso da riconoscersi a conclusione del procedimento giudiziario.
Con sentenza favorevole il giudice ha accolto l’appello incidentale del Comune condannando la controparte al pagamento delle spese processuali a favore dell’ente, e quantificandole in un importo superiore a quello inizialmente pattuito tra ente e legale.
Poiché l’avvocato ha chiesto il ristoro a proprio favore dell’intero importo liquidato dal giudice, si chiede se tale richiesta possa essere legittimamente accolta, ovvero se al legale debbano essere liquidate le sole spettanze pattuite al momento del conferimento dell’incarico.
RISPOSTA:
La Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti, con
deliberazione 24.04.2008 n. 6/2008, ha effettuato una chiara distinzione tra l’ipotesi della richiesta di una consulenza, studio o ricerca, destinata sostanzialmente a sfociare in un parere legale, rispetto a quella della rappresentanza e del patrocinio giudiziale, applicandosi alla prima ipotesi, ma non alla seconda, la normativa in materia di incarichi di cui al D.Lgs. n. 165/2001 (a norma della quale il compenso è quello pattuito nella lettera di incarico).
Come rileva la stessa Sezione delle Autonomie con la citata delibera, concettualmente distinto rimane il patrocinio giudiziale, disciplinato dalle norme del codice di rito e da quelle che disciplinano la professione forense. E' utile ricordare che il D.M. 140/2012 ha abolito le tariffe forensi e regolato la disciplina del contratto tra cliente e avvocato. Il compenso va determinato per iscritto in una apposita scrittura privata, che segue il preventivo di massima.
Il contratto scritto produce effetti vincolanti (nei rapporti avvocato-cliente) per la determinazione del compenso da parte del giudice, e può rappresentare un punto di riferimento per la determinazione, sempre giudiziale, delle spese di soccombenza. A quest’ultimo proposito va ricordato che non potendosi più elaborare una nota spese da produrre al giudice, è opportuno produrre copia del contratto, previa prudenziale autorizzazione del cliente. Il giudice, nella liquidazione delle spese, potrà tenere conto del livello del compenso pattuito documentato con il contratto stesso.
Il modello di contratto ricavabile dal decreto ministeriale stabilisce -nel caso in cui, all’esito della causa, il giudice riconosca alla parte vittoriosa il recupero delle spese legali in misura inferiore a quella pattuita dal cliente con il proprio legale- la prevalenza dell’accordo rispetto alla liquidazione del giudice: in questo caso, la parte eccedente rimane a carico del cliente.
Al contrario, e per quanto interessa nel caso di specie, se il giudice dovesse liquidare a carico della controparte una soccombenza più alta rispetto a quanto pattuito nel contratto di patrocinio, il modello di contratto attribuisce all’avvocato il maggiore importo stabilito dal Giudice (27.02.2013 - tratto da www.ancirisponde.ancitel.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Dall’esame del Regolamento comunale di organizzazione degli uffici e dei servizi, relativo al conferimento di incarichi a soggetti esterni, adottato dal Comune di Arconate (Mi), la Corte dei conti Sezione regionale di controllo per la Lombardia accerta la parziale difformità del citato atto dai criteri enunciati dalla Sezione con le delibere 37/2008, 224/2008 e 37/2009/INPR.
La criticità rilevata dalla Sezione si pone in contrasto con la necessità di garantire adeguata pubblicità alla procedura comparativa, così come previsto dalla legge (art. 7, comma 6-bis, D.Lgs. n. 165/2001): nel dettaglio, l’art. 6 permette il conferimento di incarichi, del valore non superiore a 10mila euro, mediante mera valutazione dei requisiti in possesso dei professionisti iscritti in predeterminate liste di accreditamento, formate ai sensi del successivo art. 9. Come invece evidenziato dalla giurisprudenza della Sezione, il conferimento dell’incarico deve essere sempre preceduto da procedure comparative adeguatamente pubblicizzate (né è possibile richiamare, per analogia, la disciplina in tema di affidamento diretto, posta dal D.Lgs. n. 163/2006, per gli appalti di lavori, servizi e forniture).
Può prescindersi dalla previa effettuazione di adeguate forme di pubblicità, solo in circostanze particolari, esemplificate nelle sopra richiamate delibere. Di conseguenza, ove per la limitatezza dell’importo, l’Amministrazione ritenga di procedere mediante la valutazione dei requisiti e dei curriculum di professionisti preventivamente iscritti in liste di accreditamento, la formazione di queste ultime deve necessariamente essere rispettosa dei principi di adeguata pubblicità, con conseguente formazione e aggiornamento almeno annuale.
Non pare inoltre possibile prescindere, anche nell’ipotesi di incarichi inferiori ai 10mila euro, dall’invito di un numero congruo di concorrenti.

La Sezione dispone pertanto che la presente deliberazione sia trasmessa al Sindaco e al Presidente del Consiglio comunale del Comune di Arconate, al fine di procedere alle necessarie integrazioni e modifiche del predetto Regolamento.

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La legge finanziaria per il 2008 (L. 24.12.2007, n. 244), nel dettare le regole alle quali gli enti locali debbono conformarsi per il conferimento di incarichi di collaborazione, di studio e di ricerca, nonché di consulenza, a soggetti estranei all’amministrazione, ha previsto la necessaria emanazione, da parte di ciascun ente locale, di norme regolamentari, da trasmettere alla competente Sezione regionale della Corte dei conti entro trenta giorni dall’adozione (obbligo esteso all’ipotesi di modifiche future ai testi già approvati).
Questa Sezione ha individuato, con il
parere 11.03.2008 n. 37 e parere 06.11.2008 n. 224, i criteri interpretativi della normativa al fine di stabilire, nell’esame dei regolamenti pervenuti, parametri di verifica uniformi, nonché l’alveo giuridico in cui si sostanzia la funzione di controllo.
Il comma 57 dell’art. 3 della legge n. 244/2007 obbliga gli enti a trasmettere alla Corte dei conti le disposizioni regolamentari inerenti gli incarichi di collaborazione esterna, a qualunque titolo affidati. In base al dato testuale, l’efficacia delle disposizioni regolamentari non è subordinata al loro esame da parte della Corte, che non è chiamata ad effettuare un controllo preventivo di legittimità ma, nella logica di sistema, la trasmissione è da ritenere finalizzata all’esercizio delle competenze tipiche della magistratura contabile.
Al riguardo, necessario punto di partenza è la considerazione che la funzione principale delle Sezioni regionali della Corte dei conti rispetto agli enti locali è l’esercizio di un controllo di natura “collaborativa” nell'ambito del quale il legislatore, come ha riconosciuto la Corte costituzionale, è libero di assegnare qualsiasi competenza, purché vi sia un fondamento costituzionale rinvenibile, in base ad una lettura adeguatrice, rispetto al nuovo assetto della Repubblica, delle norme originariamente dettate per lo Stato, quali gli artt. 100, 81, 97, primo comma, e 28 della Costituzione (cfr. sentenza Corte cost. n. 179/2007).
In questo quadro, l’obbligo di trasmissione alla Corte dei conti di atti e documenti, da parte degli enti locali, non può essere fine a se stesso, ma deve essere finalizzato allo svolgimento di specifiche funzioni, come messo in luce dalla Sezione in più occasioni (per tutte, la deliberazione n. 11 del 26.10.2006).
La trasmissione dei regolamenti deve ritenersi pertanto strumentale al loro esame e ad un’eventuale pronuncia della Sezione regionale. Questa forma di controllo è ascrivibile alla categoria del riesame di legalità e regolarità, dovendosi assumere a parametro delle disposizioni regolamentari lo statuto dell’ente, i limiti normativi di settore (in particolare l’art. 7 del d.lgs n. 165/2001 e l’art. 110 del d.lgs. n. 267/2000), oltre ad ogni altra disposizione legislativa che contenga indicazioni, anche di natura finanziaria, riferite a questa materia.
Fissati i parametri di raffronto, occorre verificare quali siano gli effetti del controllo.
Al riguardo va ricordato che la Corte costituzionale, ricostruendo il quadro complessivo dell’attività di controllo della Corte dei conti nei confronti degli enti locali, ha ritenuto ascrivibile al riesame di legalità e regolarità (alla stessa maniera delle verifiche previste dall’art. 1, comma 166 e seguenti, della legge n. 166/2005) anche il controllo ex art. 3, comma 57, della legge n. 244/2007, che ha la caratteristica, in una prospettiva non più statica (come era il tradizionale controllo di legalità) ma dinamica, di finalizzare il confronto tra fattispecie e parametro normativo all’adozione di misure correttive.
Lo strumento per raggiungere siffatto risultato, in una tipologia di controllo di natura collaborativa, può essere individuato nell’applicazione dell’iter procedurale dettato dall’art. 1, comma 168, della legge n. 266/2005 (ora abrogato dall’art. 3, comma 1-bis, del d.l. n. 174/2012, convertito con legge n. 213/2013 e sostituito dal nuovo art. 148-bis del TUEL, introdotto dall’art. 3 del citato d.l. n. 174/2012), norma che prevede specifiche pronunce da indirizzare all’ente controllato, rimettendo ad esso l’adozione delle necessarie misure correttive, nonché la vigilanza sull’effettiva adozione delle misure stesse.
Con il
parere 11.02.2009 n. 37 la Sezione ha stabilito alcuni criteri omogenei per l’esame dei regolamenti trasmessi dai Comuni in materia di affidamento di incarichi di collaborazione e consulenze. Nell’autodeterminare le linee guida per la propria attività, la Sezione ha richiamato le proprie precedenti deliberazioni nn. 37/2008 e 224/2008 ed individuato i seguenti principi:
1) la disciplina dettata dall’art. 3, commi da 54 a 57, della legge n. 244/2007 stabilisce l’obbligo di normazione regolamentare di limiti, criteri e modalità di affidamento degli incarichi di collaborazione, studio e ricerca, nonché di consulenza, a soggetti estranei all’amministrazione. La competenza ad adottare i regolamenti degli uffici e dei servizi appartiene alla Giunta, nel rispetto dei criteri generali stabiliti dal Consiglio (art. 48, terzo comma, e art. 42, secondo comma, lett. A del T.U.E.L.);
2) l’art. 46 del d.l. n. 112/2008, convertito nella legge n. 133/2008, ha unificato gli incarichi di collaborazione ad alto contenuto professionale e gli incarichi di studio e consulenza, riconducendoli all’interno della tipologia generale di collaborazione autonoma, tutti caratterizzati dal grado di specifica professionalità richiesta. Questi presupposti li distinguono dalle collaborazioni “normali”, il cui uso è vietato per lo svolgimento delle funzioni ordinarie dell’ente;
3) quanto alla locuzione “particolare e comprovata specializzazione universitaria”, questa Sezione ha già chiarito, con il
parere 12.05.2008 n. 28 ed il parere 12.05.2008 n. 29, che con essa si intende il possesso di conoscenze specialistiche equiparabile a quello che si otterrebbe con un percorso formativo di tipo universitario, basato su conoscenze specifiche inerenti il tipo di attività professionale oggetto dell’incarico. La specializzazione richiesta, per essere “comprovata”, deve essere oggetto di accertamento in concreto condotto sull’esame di documentati curriculari. Il mero possesso formale di titoli non sempre è sufficiente a comprovare l’acquisizione delle richieste capacità professionali;
4) il nuovo testo dell’art. 7 del d.lgs. n. 165/2001 richiede, come presupposti di legittimità, tutti i requisiti già ritenuti dalla giurisprudenza contabile necessari per il ricorso ad incarichi di collaborazione o di studio. In particolare, quello della corrispondenza della prestazione alla competenza attribuita dall’ordinamento all’amministrazione conferente comporta che si possa ricorrere a contratti di collaborazione solo con riferimento alle attività istituzionali stabilite dalla legge, oltre che previste dal programma approvato dal Consiglio ai sensi dell’art. 42 del d.lgs n. 267/2000;
5) il comma 3 dell’art. 46 del d.l. 112/2008 ha eliminato l’obbligo di individuare nel regolamento il livello massimo di spesa sostenibile, prevedendo invece la fissazione del limite massimo annuale nel bilancio preventivo. È pertanto necessario accertare, in sede di conferimento, l’esistenza di un apposito stanziamento di spesa ed il rispetto del suo limite;
6) quanto all’oggetto delle collaborazioni autonome, si richiamano le considerazioni contenute nel punto 6 della deliberazione di questa Sezione n. 37/2008 dell'11.03.2008 sull’inapplicabilità della disciplina a materia già autonomamente regolamentata e sulla distinzione tra incarico professionale ed appalto di servizi;
7) il conferimento dell’incarico deve essere preceduto da procedure selettive di natura concorsuale, adeguatamente pubblicizzate. In proposito si è posto il problema del se, ed in quali limiti, sia consentito l’affidamento diretto dell’incarico. In taluni casi, le amministrazioni fanno riferimento ai limiti previsti nel Codice dei contratti pubblici, d.lgs. n. 163/2006.
Tuttavia, la materia è estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi e, pertanto, non può farsi ricorso a detti criteri. Deve invece affermarsi che il ricorso a procedure concorsuali deve essere generalizzato e che può prescindersi solo in circostanze del tutto particolari, come per esempio procedura concorsuale andata deserta, unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo, assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale;
8) l’atto di incarico deve contenere tutti gli elementi costitutivi ed identificativi previsti per i contratti della Pubblica Amministrazione, in particolare: oggetto della prestazione, durata, modalità di determinazione del corrispettivo, termini di pagamento, verifiche del raggiungimento del risultato (indispensabile in ipotesi di proroga o rinnovo);
9) in ogni caso, tutti i presupposti che legittimano il ricorso alla collaborazione debbono trovare adeguata motivazione nelle delibere o determinazioni di incarico;
10) nel regolamento deve essere espressamente precisato che le società partecipate debbono osservare i principi e gli obblighi fissati in materia per gli enti cui appartengono, nonché i criteri per il controllo dell’ente locale sulla relativa osservanza
(Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 19.02.2013 n. 59).

INCARICHI PROFESSIONALI: Transazioni, parcelle variabili. L'indeterminatezza dovuta a due posizioni contrastanti. La Cassazione spinge verso il basso gli onorari; il dm parametri invece li eleva.
Pendolo dei compensi degli avvocati a seguito di accordo bonario. Si abbassa il valore dello scaglione che serve per determinare il compenso, anche se l'esito conciliativo può portare a un aumento.

L'altalena degli onorari è sospinta verso il basso da una sentenza della Corte di Cassazione (sentenza 14.02.2013 n. 3660) e contemporaneamente verso l'alto dal decreto sui parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi (dm 140/2012).
Secondo la sentenza della Cassazione, in una lite conclusasi con transazione, non c'è un vincitore e non c'è un perdente: ci sono due parti sullo stesso piano che si sono fatte reciproche concessioni. Conseguentemente nella determinazione degli onorari dell'avvocato la determinazione del valore della causa va compiuta conteggiando alla somma effettivamente corrisposta, e non a quella originariamente richiesta.
Le somme indicate nelle citazioni e nei ricorsi sono superate dalle successive transazioni e non possono costituire il parametro di riferimento circa la determinazione del valore del giudizio. Per la cassazione si deve ritenere più razionale e congruo tenere conto della diversa somma accettata in sede di transazione.
Stessa regola è stata dettata dalla Cassazione in un caso analogo: in tema di liquidazione degli onorari professionali a favore dell'avvocato, il principio generale secondo cui il valore della causa si determina in base alle norme del codice di procedura civile avendo riguardo all'oggetto della domanda considerato al momento iniziale della lite, trova un limite alla sua applicabilità nei casi in cui, ai momento dell'instaurazione del giudizio, non sia possibile indicare la quantificazione; ad esempio nelle controversie per risarcimento danni, per le quali, il più delle volte, la domanda di condanna è formulata con riserva di quantificazione in corso di giudizio.
Se si deve prendere a riferimento il valore della transazione finale, e non quello più alto della domanda iniziale, è evidente che la liquidazione giudiziale dei compensi subisce una decurtazione.
Quindi il livello degli onorari va verso il basso.
Quasi a compensare, va, però, sottolineato che, ai sensi del decreto ministeriale 140/2012, «quando l'affare si conclude con una conciliazione, il compenso è aumentato fino al 40% rispetto a quello altrimenti liquidabile». Quindi seppure nel scaglione relativo a un valore ridotto, il compenso può essere liquidato dal giudice computando l'incremento fino al 40%.
Il valore percentuale è un valore massimo e quindi potrebbe anche essere contenuto nei minimi termini.
Naturalmente le regole che si stanno illustrando riguardano i casi in cui l'onorario non sia stato predeterminato nel contratto tra avvocato e cliente.
La regola, nei rapporti reciproci, infatti è quella del libero mercato. A questo proposito è meglio che il legale e il proprio assistito prevedano nel contratto di incarico professionale una apposita clausola.
Seguendo le indicazioni del Consiglio nazionale forense, si può pensare a una clausola come la seguente: «In caso di accordo transattivo, oltre al compenso per l'attività effettivamente svolta, si concorda una somma pari a euro ...».
Anche per questo aspetto, l'abbandono del sistema tariffario affida al mercato e, quindi, alle parti di negoziare il compenso.
D'altro canto c'è una ragione che incentiva il professionista a stendere il contratto vincolante per il cliente: il contratto stipulato e accettato e, quindi, la clausola sui compensi in caso di transazione è vincolante anche per il magistrato.
L'articolo 1 del decreto 140/2012 prevede, infatti, che l'organo giurisdizionale che deve liquidare il compenso dei professionisti applica i parametri, ma solo in difetto di accordo tra le parti in ordine allo stesso compenso. Questo significa che il giudice deve valutare innanzitutto se sia stato stipulato un contratto valido tra le parti; in questo caso deve applicare il contratto e non può passare alla applicazione dei parametri.
L'interesse del professionista a bloccare la discrezionalità giudiziale nella determinazione del compenso è molto alto.
Si noti, infatti, che i parametri stabiliti dal decreto 140/2012 innanzitutto non sono vincolanti nemmeno per il giudice, che può discostarsene nei casi concreti; in secondo luogo i parametri sono fissati con una forbice molto ampia tra il valore più basso e il valore del maggiore incremento.
Le cose non cambiano con la legge di riforma della professione forense (legge 247/2012) che stabilisce la regola per cui il compenso spettante al professionista è pattuito di regola per iscritto all'atto del conferimento dell'incarico professionale e che la pattuizione dei compensi è libera.
Solo nel caso in cui il compenso non sia stato determinato dalle parti in forma scritta si applicheranno i parametri che dovranno essere fissati nel decreto emanato dal ministro della giustizia, su proposta del Consiglio nazionale forense, ogni due anni. Si ricorda, infine, un'altra regola prevista dalla legge di riforma forense in caso di accordo tra i litiganti: quando una controversia oggetto di procedimento giudiziale o arbitrale viene definita mediante accordi presi in qualsiasi forma, le parti sono solidalmente tenute al pagamento dei compensi e dei rimborsi delle spese a tutti gli avvocati costituiti che hanno prestato la loro attività professionale negli ultimi tre anni e che risultino ancora creditori, salvo espressa rinuncia al beneficio della solidarietà (articolo ItaliaOggi Sette del 22.04.2013).

INCARICHI PROFESSIONALIOnorari avvocato in base al valore reale della causa.
Ai fini della liquidazione degli onorari di un avvocato, la determinazione del valore della causa va compiuta avendo riguardo alla somma effettivamente corrisposta e non a quella originariamente richiesta: per i giudici della III Sez. civile della Corte di Cassazione nell'ipotesi in cui la lite si sia conclusa con una transazione, a nulla rileva che il pagamento sia a carico del cliente o dell'avversario «poiché per la sussistenza delle reciproche concessioni ciascuna parte non è né vincitrice né perdente».
È vero –si legge nella sentenza 14.02.2013 n. 3660– che secondo quanto stabilito dalla legge 794/1942 esiste «una netta distinzione tra la posizione della “parte soccombente» e quella “del cliente”» rafforzata dal richiamo contenuto nell'art. 5; ma tale principio troverebbe un ulteriore condizionamento nella posizione processuale che le parti assumono all'esito dell'emanazione di un provvedimento decisorio (es.: una sentenza). Nel caso di specie, invece, vi era stata una transazione per cui non era dato individuare né un vincitore né un soccombente.
Nel rigettare il ricorso presentato dal legale, secondo il quale il parametro di riferimento per la liquidazione delle spettanze professionali andava calcolato sulla base di quanto richiesto al momento della domanda e non di quello, successivo, dell'intervenuta transazione, gli ermellini hanno, dunque, chiarito che «il principio generale secondo cui il valore della causa si determina in base alle norme del codice di procedura civile avendo riguardo all'oggetto della domanda considerato al momento iniziale della lite trova un limite alla sua applicabilità nei casi in cui, al momento dell'instaurazione del giudizio, non sia possibile indicare il quantum –ciò verificandosi, in genere, nelle controversie per risarcimento danni, ove, il più delle volte, la domanda di condanna è formulata con riserva di quantificazione in corso di giudizio–, rendendosi in tale ipotesi, ai fini de quibus, il riferimento al valore definito e, quindi, al quantum stabilito dalle parti in altro modo –eventualmente come nella specie con transazione– sicché in definitiva il valore della causa viene ad essere determinato sulla base del predetto importo» (articolo ItaliaOggi del 28.02.2013).

gennaio 2013

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati, le spese generali tornano in parcella. Ok del cds alle correzioni dei parametri giudiziali.
Torna il rimborso delle spese generali nelle parcelle degli avvocati, che hanno diritto a un compenso specifico per la attività investigativa.

Lo prevede lo schema di decreto correttivo del decreto 140/2012 sui parametri giudiziali sui compensi professionali, su cui il Consiglio di Stato ha dato il suo parere 18.01.2013 n. 161, con alcuni rilievi critici: secondo Palazzo Spada rischia di essere intaccato il principio di omnicomprensività del compenso. Ma vediamo le modifiche più significative.
Spese forfettarie. Con la prima modifica si prevede che al compenso sia aggiunto un importo per spese forfettarie di studio, calcolato in misura compresa tra il 10 e il 20%. Per gli avvocati la vecchia tariffa prevedeva un rimborso spese forfetario del 12,5%.
Stragiudiziale. Per l'attività stragiudiziale degli avvocati viene previsto un compenso forfettizzato quantificato in una percentuale calcolata tra il 5 e il 20% del valore dell'affare. Viene, inoltre, aggiunta una disposizione, che prevede l'aumento del compenso fino ad un terzo in favore dell'avvocato che assiste una parte nel procedimento di mediazione di cui al decreto legislativo 28/2010.
Difesa di più persone. Il decreto correttivo stabilisce che l'aumento fino al doppio del compenso spettante all'avvocato, che difende più persone con la medesima posizione processuale, è sostituito dalla introduzione di un incremento fino al triplo di tale compenso.
Riduzione patrocinio stato. Viene stabilita la soppressione della possibile riduzione a metà del compenso spettante all'avvocato che presta la sua assistenza a soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento penale.
Manifesta ragione. Con una nuova disposizione si introduce la «soccombenza qualificata»: la norma prevede un aumento del compenso liquidato a carico della parte soccombente quando le difese della parte vittoriosa siano risultate manifestamente fondate.
Due nuovi scaglioni. Una ulteriore modifica introduce due ulteriori scaglioni: uno da euro 1.500.001 a euro 5 milioni, l'altro oltre euro 5 milioni. Inoltre è disposto un incremento, tra il 30% e il 50%, dei parametri per il procedimento di ingiunzione e per il precetto.
Investigazione. Per l'attività giudiziale penale lo schema introduce una nuova fase che si aggiunge alle altre: quella della investigazione.
Voci. Nel settore civile si introduce la voce «studio» per la fase esecutiva sia mobiliare sia immobiliare: la voce, inserita con riferimento a ogni scaglione, contiene valori corrispondenti al 35-50% degli importi previsti per la voce «procedimento».
Minorenne. Viene soppressa la possibilità della riduzione alla metà del compenso dell'avvocato che assiste d'ufficio un minorenne (articolo ItaliaOggi del 19.01.2013).

INCARICHI PROFESSIONALILa Cassazione sulle prestazioni legali. La nota spese è rettificabile
La nota spese inviata dall'avvocato non è vincolante per il professionista che ne può spedire una di importo molto superiore se il cliente non l'ha accettata.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, Sez. II civile, con la sentenza 18.01.2013 n. 1284.
La seconda sezione civile ha dato ragione a un professionista che, dopo aver seguito una causa ereditaria, aveva inviato una prima parcella. E in un secondo momento ne aveva spedita un'altra di importo quasi raddoppiato. La cliente non aveva pagato tanto che il legale aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per la liquidazione del compenso. La signora si era opposta ma senza successo.
Ora la Cassazione ha reso definitivo il verdetto pro-professionista. La Corte territoriale ha disatteso la tesi della difesa che rivendicava la vincolatività, per il professionista, della prima richiesta di parcella sulla base del rilievo che questa, che equivaleva ad una proposta, ex art. 1344 cod. civ., non essendo mai stata accettata dalla cliente, poteva essere validamente revocata dal legale.
Non solo. I giudici di secondo grado hanno aggiunto che il professionista aveva validamente giustificato l'invio della seconda richiesta per essere stata la prima erroneamente calcolata al di sotto dei parametri tabellari, avendo applicato lo scaglione della tariffa professionale corrispondente al valore della quota della cliente invece che a quello dell'asse ereditario, errore che la Corte ha considerato effettivamente esistente, dal momento che il legale si era occupato direttamente della stessa individuazione della massa ereditaria. Ecco perché per la Cassazione la motivazione della decisione impugnata appare esauriente e logicamente coerente tra le sue premesse e conclusioni, esponendo in modo adeguato e congruo le ragioni per cui il giudice ha ritenuto che la prima parcella non vincolasse il professionista.
Insomma ora la signora non ha più chance e dovrà pagare al professionista gli 80 mila euro che questo le ha chiesto con la seconda nota spese invece dei 42mila sollecitati con la prima parcella. Anche la Procura generale di Piazza Cavour ha sollecitato in aula il rigetto del ricorso della cliente (articolo ItaliaOggi del 22.01.2013 - link a www.corteconti.it).

INCARICHI PROFESSIONALIFuori giurisdizione il consiglio dell'Ordine degli avvocati. La sezione del Friuli sulla responsabilità erariale per una questione di parcelle. Corte conti se ne lava le mani.
Esula dalla giurisdizione della Corte dei conti il giudizio di responsabilità erariale promosso nei confronti dei membri di un Consiglio dell'Ordine degli Avvocati, per un parere di congruità espresso su parcelle professionali relative al rimborso di spese legali nei confronti degli amministratori degli Enti locali.
Lo ha precisato la stessa Corte dei Conti, Sez. Giur. Regione Friuli-Venezia Giulia con la sentenza 17.01.2013 n. 2.
Nel caso in esame l'ipotesi di danno erariale sottoposta al giudizio della Corte si fondava sul parere favorevole rilasciato dai componenti del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Gorizia, alla liquidazione delle parcelle dei difensori del Sindaco e dell'Assessore di Cormons (Go), nella parte in cui prevedevano l'aumento del triplo degli onorari in considerazione della particolare complessità e gravità della causa e dell'esito ottenuto.
La Procura Regionale aveva ritenuto sussistente la giurisdizione della Corte dei conti ipotizzando «l'interposizione di un ente pubblico non economico nel processo di attuazione dell'attività amministrativa».
Da tutti i convenuti era stata sollevata l'eccezione di difetto di giurisdizione.
L'eccezione è fondata. Secondo il Collegio non sussiste alcun rapporto funzionale tra l'ente locale e il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Gorizia cui sono stati sottoposti i preavvisi di parcella: al momento della richiesta di parere dell'Ordine, infatti, (ovvero nel 2006) non esisteva ancora l'obbligatorietà del visto dell'Ordine degli Avvocati sulla richiesta di rimborso delle spese legali da parte degli amministratori degli enti locali, poi introdotta con la lr n. 9/2008.
Solo l'art. 12, comma 30, lett. b), L. reg. Friuli-Venezia Giulia n. 9/2008, novellando l'art. 151 della L. reg. n. 53/1981, ha di fatto equiparato gli amministratori locali ai regionali, introducendo il visto di congruità dell'Ordine professionale quale garanzia di equo rimborso per chi è stato coinvolto in un «_ giudizio civile, penale o amministrativo di qualsiasi tipo_» per tutelare la continuità e la serenità dell'amministrazione attiva; quindi solamente con la L. reg. n. 9/2008, che ne ha imposto l'obbligatorietà, può ritenersi instaurato un rapporto diretto e funzionale tra l'ente locale e il Consiglio dell'Ordine che presenta il parere di congruità, rendendo effettivo il rapporto di servizio necessario per ipotizzare l'eventuale responsabilità amministrativa dei componenti dell'organo di vertice del Consiglio professionale (articolo ItaliaOggi del 28.02.2013 - tratto da www.corteconti.it).

dicembre 2012

INCARICHI PROFESSIONALI: R. Patumi, L’attribuzione degli incarichi professionali esterni da parte degli enti locali (Istituzioni del Federalismo n. 4/2012 - tratto da www.regione.emilia-romagna.it).

INCARICHI PROFESSIONALIRiforma forense. Compensi senza limiti massimi. Il preventivo dell'avvocato solo su richiesta del cliente.
ACCORDI/ Il patto di quota lite resta possibile ma il professionista non può ricevere parte del bene oggetto della causa.

La legge professionale degli avvocati tende ad eliminare le asimmetrie informative, cioè le incertezze, le difficoltà di orientamento del cliente. La scelta del professionista deve poter avvenire anche sulla base di una comparazione tra compensi, cioè circa i costi della prestazione, che in ogni caso è “obbligazione di mezzo”. L'avvocato cioè mette a disposizione i mezzi per raggiungere un risultato, non garantisce il risultato stesso. Solo in modo indiretto, e appunto in tema di compensi, vi può essere un impegno del legale a raggiungere il risultato, ancorando la retribuzione al vantaggio concreto del cliente (patto di quota lite).
Procedendo con ordine, nell'ottica dell'utente, si possono prevede situazioni di prestazione gratuita (articolo 13), ad esempio per condivisione di interessi, partecipazione a comuni ideali o per valutazione della notorietà che può derivare al professionista dalla controversia. L'avvocato infatti può esercitare l'attività anche a proprio favore, traendo un vantaggio anche indiretto, ad esempio nel caso di partecipazione all'affare (difendendo propri interessi in una lite condominiale, tra soci, tra parenti), a differenza di altre professioni, in cui è presente anche una funzione di garanzia per i terzi (ad esempio, nella revisione contabile). La prestazione gratuita, che il cliente avrà cura di pattuire espressamente, non è in contrasto con il principio della «retribuzione proporzionata e sufficiente» posto dall'articolo 36 della Costituzione (Cassazione 1223/2003).
Anche la prestazione pattuita come gratuita potrebbe, tuttavia, diventare onerosa se si altera l'equilibrio iniziale (ad esempio, la comunanza di interessi, di ideali, la potenziale parentela): di qui l'opportunità che patti su prestazioni gratuite siano redatti in forma scritta, con una clausola di invariabilità.
Le pattuizioni sul compenso possono avere varie basi di calcolo (si veda la scheda in alto), tenendo presente che non sono previsti limiti massimi. È tuttavia possibile che una pretesa eccessiva del professionista sia stata ottenuta sulla base di un errore del cliente (che pensava particolarmente difficile il risultato), o di una situazione di debolezza (infondato timore di un danno che avrebbe potuto verificarsi): in questi casi l'avvocato che risulti aver approfittato del cliente rischia anche sanzioni disciplinari. Un problema simile a quello dei limiti massimi, è posto dal patto di quota lite.
Tale patto prevede che il compenso del professionista sia collegato ad un certo risultato, coinvolgendo il professionista stesso nella tensione verso un risultato favorevole. In caso di vittoria, il compenso è ancorato al valore del bene ottenuto, anche superando quanto risulterebbe applicando un compenso medio, elevato o elevatissimo. Il patto di quota lite ha l'effetto di coinvolgere il professionista nel risultato da ottenere, e rimedia sia alla mancata anticipazione del compenso (in genere, una percentuale di quanto pattuito per l'intera vicenda) sia alla mancata anticipazione delle spese vive (consulenze, approfondimenti, studi).
La riforma forense appena approvata consente tale patto, ma pone uno specifico limite: l'articolo 13, comma 4 impedisce che l'avvocato percepisca, come compenso, una quota del beni oggetto della prestazione. Ciò significa che il professionista non può, attraverso la vittoria di una lite o la positiva gestione di una trattativa, diventare socio, quotista o comproprietario di un bene insieme al suo cliente. L'avvocato può esigere il pagamento della quota lite, ma solo in danaro, senza poter obbligare il cliente a condividere il bene. In tal modo, si applica alla professione il divieto di “patto commissorio” (articolo 2744 del Codice civile).
La legge professionale non prevede l'obbligo di forma scritta per i patti sul compenso, nemmeno nei casi di prestazione gratuita o di quota lite. È tuttavia intuitivo che, sia per le ipotesi di compensi squilibrati (gratuiti o in quota lite), sia per la generalità degli affari legali, le parti coinvolte si scambieranno corrispondenza. Se il cliente lo chiede, il professionista è tenuto a comunicare in forma scritta la prevedibile misura del costo della prestazione, con voci suddivise in spese, oneri (fiscali, previdenziali) e compenso professionale. Il cliente, in tal modo, potrà comparare i servizi offerti.
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I compensi
01 | PATTUIZIONE A TEMPO
La «Pattuizione a tempo» si applica alle prestazioni per lo più telefoniche, all'assistenza a singoli atti. Viene definita «a tempo» perché ha come unità di misura l'ora o una sua frazione di effettivo impegno
02 | PATTUIZIONE FORFETARIA
La «Pattuizione forfetaria» opera indipendentemente dal tempo e dalla difficoltà del caso. Normalmente si collega ad una specifica vicenda o ad una fase predefinita
03 | SU UNO O PIÙ AFFARI
L'indicazione «Su uno o più affari» presuppone la delimitazione di un oggetto di consulenza o di una specifica lite. Può esser collegato ad un'esclusiva o ad un numero minimo di affari da gestire
04 | IN BASE AI TEMPI DI EROGAZIONE
L'indicazione «In base ai tempi di erogazione» riguarda i tempi di risposta, immediata, dodici ore, ventiquattro ore o altra tempistica con o senza presenza fisica
05 | IN BASE ALL'ASSOLVIMENTO
L'indicazione «In base all'assolvimento» riguarda i dettagli dell'incarico: ad esempio, la possibilità di farsi sostituire da ausiliari o collaboratori
06 | PER SINGOLE FASI O PRESTAZIONI
L'indicazione «per singole fasi o prestazioni» riguarda le vicende che possono evolversi, ad esempio in primo grado, in appello, in Cassazione, urgente (cautelare) o di merito (che si conclude con sentenza)
07 | A PERCENTUALE
L'indicazione «A percentuale» sottointende sul valore economico dell'affare o sul vantaggio, anche non strettamente patrimoniale, del cliente (articolo Il Sole 24 Ore del 27.12.2012).

INCARICHI PROFESSIONALICASSAZIONE/ Legali negligenti. Avvocati, limata la responsabilità.
Per l'avvocato negligente scatta la responsabilità professionale soltanto se il cliente che si ritiene danneggiato riesce a dimostrare che il ricorso dichiarato improcedibile per l'imperizia del professionista, ove fosse stato esaminato nel merito, sarebbe stato accolto anche solo in parte. La perdita di chance risulta risarcibile unicamente quando risulta verificabile in termini di ragionevole probabilità.

È quanto emerge dalla sentenza 10.12.2012 n. 22376 della III Sez. civile della Corte di Cassazione.
Errore processuale. Bocciato il ricorso del politico condannato per responsabilità contabile: il danno all'erario consiste nell'avere concesso a prezzi inferiori a quelli di mercato gli appartamenti di un prestigioso immobile pubblico, con gli inquilini scelti con criteri discrezionali. L'errore degli avvocati, invece, consiste nella declaratoria di improcedibilità dell'appello emessa dalla sezioni riunite della Corte dei conti laddove non è stata richiesta la fissazione dell'udienza entro un anno dalla notifica delle conclusioni del procuratore generale.
Risulta tuttavia confermata la valutazione della Corte d'appello: in caso di errore processuale da parte del difensore l'obbligo risarcitorio a carico del legale soltanto se c'è una ragionevole possibilità di un esito favorevole all'impugnazione, anche soltanto in parte, laddove il ricorso fosse stato ammissibile. E nel caso specifico il politico non offre alcun elemento che possa indurre il giudice a ritenere che, qualora il ricorso fosse stato esaminato nel merito, vi sarebbero state fondate probabilità di ottenere una riduzione dell'importo liquidato a titolo di danno erariale.
Presunzione ed eziologia. La perdita di chance , ragionano infatti gli «ermellini», può risolversi in una mera entità astratta e non è di per sé risarcibile: lo diventa soltanto quando risulta altamente probabile che la perdita sia riconducibile in termini di nesso causale alla condotta del terzo.
La lesione di un diritto deve tradursi in un pregiudizio concreto: per far scattare l'obbligazione risarcitoria a carico dell'avvocato, insomma, serve la prova anche presuntiva dell'esistenza di un pregiudizio economicamente valutabile. Spese di giudizio compensate (articolo ItaliaOggi del 20.12.2012 - tratto da www.corteconti.it).

novembre 2012

INCARICHI PROFESSIONALI: L. Carbone, “PASSAGGIO” DALLA TARIFFA FORENSE AI PARAMETRI: LE PROBLEMATICHE DELLA DISCIPLINA TRANSITORIA (Il corriere giuridico n. 11/2012 - tratto da www.ipsoa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: C. Mucio, Legittimità dell’affidamento del patrocinio legale senza gara (Urbanistica e appalti n. 11/2012).

INCARICHI PROFESSIONALICASSAZIONE/ Specificata l'applicazione per i legali. I parametri? Subito.
Conta il momento della parcella.

I nuovi parametri per la liquidazione degli onorari dell'avvocato sono applicabili anche per le attività difensive svolte nel precedente regime tariffario. Quello che conta, in sostanza, ai fini dell'uso della nuova o vecchia disciplina, è il momento in cui sono liquidati i compensi.
Lo ha chiarito la Sez. lavoro della Corte di Cassazione che, con la sentenza 21.11.2012 n. 20421, che ha quantificato secondo il nuovo metodo l'onorario di un avvocato per l'intero giudizio di Cassazione anche se quasi tutte le attività difensive erano state svolte nella vigenza delle tariffe forensi.
Secondo il collegio di legittimità il riferimento testuale al momento della liquidazione contenuto nell'articolo 41 del dm 140/2012 «depone per la soluzione interpretativa che porta a ritenere applicabile la nuova disciplina anche ai casi in cui le attività difensive si siano svolte o siano comunque iniziate nella vigenza dell'abrogato sistema tariffario forense». Dunque la Cassazione, nel determinare il compenso del professionista, ha in primo luogo ritenuto che non ci fossero elementi per giustificare un discostamento dal valore medio di riferimento indicato per ciascuna delle tre fasi previste per il giudizio di Cassazione e, quindi, liquidato per le fasi di studio, introduttiva e decisoria, un importo in misura onnicomprensiva.
La vicenda riguarda un dipendente di un consorzio di bonifica che aveva chiesto senza successo all'azienda l'indennità di trasferta o chilometrica.
Ma i giudici di merito avevano respinto l'istanza sostenendo che l'uomo era stato assegnato presso la nuova sede già da tre anni e che quindi si trattava di un trasferimento a tutti gli effetti. Contro questa decisione lui ha fatto ricorso in Cassazione ma senza successo. La sezione lavoro ha confermato il verdetto di merito fornendo queste ulteriori indicazioni circa l'applicabilità dei nuovi parametri forensi. Questa volta ha ancora il discrimine dell'uso fra le vecchie tariffe e i nuovi standard al momento della liquidazione e non a quello di svolgimento dell'attività difensiva in senso stretto.
Poco più di un mese fa le Sezioni unite della Cassazione avevano decretato genericamente la retroattività dei parametri senza altre indicazioni. In particolare in quella decisione (sentenza n. 17405) è stato stabilito che parametri di cui al dm 140/2012 per i compensi dei professionisti e in particolare degli avvocati devono essere applicati ogni volta che la liquidazione sia operata da un organo giurisdizionale in epoca successiva all'entrata in vigore del regolamento (articolo ItaliaOggi del 23.11.2012).

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALI: Ai fini della rappresentanza in giudizio del Ente, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, un atto necessario ai fini dell’agire o del resistere in giudizio.
Infatti nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta, l’autorizzazione da parte di quest’ultima non ha più ragion d’essere

Si conviene con la difesa del Comune, laddove si rammenta che ai fini della rappresentanza in giudizio del Ente, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, un atto necessario ai fini dell’agire o del resistere in giudizio.
Infatti nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta (più diffusamente sul punto Tar Salerno, I, 24.09.2012 n. 1674), l’autorizzazione da parte di quest’ultima non ha più ragion d’essere (TAR Calabria-Reggio Calabria, Sez. I, sentenza 16.11.2012 n. 671 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Compensi ai professionisti a geometrie variabili.
Laddove l'attività giudiziale del difensore della parte vittoriosa è terminata prima del 23/08/2012 la liquidazione delle spese va effettuata in base alla vecchie tariffe forensi. Diversamente, quando l'opera difensiva si conclude dopo l'entrata in vigore del decreto del ministero della Giustizia 140/12, scatta l'applicazione dei nuovi parametri. E nella fissazione dell'importo non si può non tenere conto che la controversia ha natura seriale.
È quanto emerge dalla sentenza 05.11.2012 n. 18920 della Sez. lavoro della Corte di Cassazione, con cui i giudici di legittimità tornano sul tema dei compensi agli avvocati.
Nel caso concreto la Suprema corte si pronuncia su di una controversia che vede contrapposti i ragionieri contro la cassa previdenziale di categoria: si tratta di una lite piuttosto frequente negli ultimi tempi e dall'esito analogo ed è impossibile non considerarlo ai fini della «concreta fissazione» del compenso (da tempo i professionisti contabili risultano garantiti dal principio del «pro rata» nel calcolo della quota retributiva della pensione).
Quanto alla dicotomia fra vecchie tariffe e nuovi parametri, va sempre applicato il criterio secondo cui i compensi degli avvocati vanno liquidati secondo il sistema in vigore al momento in cui si esaurisce la prestazione professionale (o cessa l'incarico), «secondo una unitarietà da rapportarsi ai singoli gradi in cui si è svolto il giudizio e dunque all'epoca della pronuncia che li definisce»: è quindi esclusa l'applicazione del decreto ministeriale 140/12 a prestazioni già rese nei momenti precedenti, così come indicati dagli «ermellini».
La conseguenze sono tutt'altro che trascurabili per le tasche dei professionisti. Le tariffe forensi si applicano soltanto quando l'attività giudiziale dell'avvocato della parte vittoriosa è terminata prima del 23/08/2012 con riferimento ai singoli gradi di giudizio; se invece la conclusione dell'attività difensiva, con il compimento dell'opera professionale da parte dell'avvocato, avviene dopo l'entrata in vigore dei nuovi parametri ministeriali, la liquidazione giudiziale delle spese di soccombenza avviene in base al dm 140/12, anche se alcune attività sono state svolte nel vigore delle vecchie tariffe. Esattamente come accade nel caso specifico risolto dai giudici di legittimità (articolo ItaliaOggi del 20.12.2012).

ottobre 2012

INCARICHI PROFESSIONALI: G. Berretta, Consulenze legali ammissibili solo in casi eccezionali - I giudici contabili hanno confermato l’applicabilità della c.d. “compensatio lucri cum damno” (Diritto e Pratica Amministrativa n. 10/2012).

INCARICHI PROFESSIONALI: M. Nesi, Gli incarichi Legali, incarichi fiduciari o incarichi clientelari? (link a www.ambientediritto.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Comune commissariato se non paga l'avvocato.
Comune commissariato se non paga all'avvocato le spese di lite del decreto ingiuntivo che il legale, in qualità di procuratore antistatario, ha ottenuto per conto del cliente e che nel frattempo è divenuto esecutivo. L'ente è obbligato a conformarsi al giudicato e non può trincerarsi dietro il mero atto di liquidazione emesso, che di per sé non prova affatto l'avvenuto pagamento delle spettanze al professionista.

È quanto emerge dalla sentenza 26.10.2012 n. 4274, pubblicata dal TAR Campania-Napoli, Sez. IV.
Accolto il ricorso del legale per l'ottemperanza. Sono passati ormai quasi tre anni da quando il titolo in forma esecutiva è stato rinotificato all'amministrazione dopo che il provvedimento monitorio risulta divenuto definitivo per non essere stata proposta opposizione.
Il Comune ha riconosciuto il relativo debito fuori bilancio ed emesso l'atto di liquidazione, ma questo non dimostra che ha pagato. Ora dovrà farlo entro 60 giorni e, se non provvede, lo farà a spese dell'ente locale il commissario ad acta nominato dal giudice: il direttore della Ragioneria territoriale dello Stato, con facoltà di delega a un funzionario dell'ufficio. Unico neo per l'avvocato: i conteggi sono sbagliati, la somma proposta va depurata di quanto indicato come spese dell'atto di precetto.
Nel giudizio di ottemperanza, infatti, le ulteriori somme richieste in relazione a spese diritti e onorari successivi al decreto ingiuntivo sono dovute soltanto in relazione alla pubblicazione, all'esame ed alla notifica del medesimo, alle spese relative ad atti accessori, quali le spese di registrazione (se versate), di esame, copia e notificazione, in quanto hanno titolo nello stesso provvedimento giudiziale. Le spese, diritti e onorari accessorie successive al decreto ingiuntivo azionato sono quindi dovute, nei limiti delle voci indicate, ma in quanto funzionali all'introduzione del giudizio di ottemperanza sono liquidate, in modo omnicomprensivo, nell'ambito delle spese di lite del giudizio di esecuzione del giudicato.
Al Comune, dunque, non resta che pagare anche le spese di giudizio. Le spese per l'eventuale funzione commissariale andranno poste a carico del Comune intimato e sono liquidate fin da subito nella misura complessiva di euro 300,00. Il commissario ad acta potrà esigere la suddetta somma all'esito dello svolgimento della funzione commissariale, sulla base di adeguata documentazione fornita all'ente debitore (articolo ItaliaOggi del 13.12.2012).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALINel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in mancanza di una disposizione statutaria che la richieda espressamente, l'autorizzazione alla lite da parte della giunta municipale non costituisce atto necessario ai fini del promuovimento di azioni o della resistenza in giudizio da parte del sindaco: quest'ultimo, infatti, trae la propria investitura direttamente dal corpo elettorale e costituisce, esso stesso, fonte di legittimazione dei componenti della giunta municipale, nel quadro di un sistema costituzionale e normativo di riferimento profondamente influenzato dalle modifiche apportate al Titolo V della Parte II cost. dalla l. cost. 18.10.2001 n. 3, nonché di quelle introdotte dalla l. 05.06.2003 n. 131, con ripercussioni anche sull'impianto del d.lgs. 18.08.2000 n. 267, il cui art. 50, peraltro, indica il sindaco quale organo responsabile dell'amministrazione comunale e gli attribuisce la rappresentanza.
Nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, la rappresentanza processuale del comune spetta istituzionalmente al sindaco, cui compete, in via esclusiva, il potere di conferire al difensore la procura alle liti, senza necessità di autorizzazione della giunta municipale, salvo che una disposizione statutaria la richieda espressamente, spettando in tal caso alla parte interessata provare la carenza di tale autorizzazione producendo idonea documentazione.

Quanto poi alla asserita illegittimità del mandato conferito dal Sindaco all’avv. Cerceo il 12.03.2009, in assenza della esplicita autorizzazione della Giunta, che sarebbe tuttora richiesta dallo Statuto, in primo luogo è da ritenere che, a seguito della modifica statutaria mediante l’inserimento della disposizione secondo la quale “i dirigenti sono competenti alla promozione delle liti e alla resistenza alle stesse” sia venuta meno, per incompatibilità tra la nuova disposizione (il citato art. 44, comma 6-bis) e la precedente, vale a dire l’art. 38/s) dello statuto, proprio quest’ultima disposizione la quale, in base a quanto afferma la difesa dell’appellato, richiedeva che la Giunta autorizzasse il Sindaco a promuovere o a resistere alle liti. Si tratta, del resto, di atto gestionale e tecnico che non richiede più l’autorizzazione giuntale.
A questo proposito la Corte suprema di Cassazione (sent. n. 21330 del 2006) ha avuto occasione di statuire che “nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, in mancanza di una disposizione statutaria che la richieda espressamente, l'autorizzazione alla lite da parte della giunta municipale non costituisce atto necessario ai fini del promuovimento di azioni o della resistenza in giudizio da parte del sindaco: quest'ultimo, infatti, trae la propria investitura direttamente dal corpo elettorale e costituisce, esso stesso, fonte di legittimazione dei componenti della giunta municipale, nel quadro di un sistema costituzionale e normativo di riferimento profondamente influenzato dalle modifiche apportate al Titolo V della Parte II cost. dalla l. cost. 18.10.2001 n. 3, nonché di quelle introdotte dalla l. 05.06.2003 n. 131, con ripercussioni anche sull'impianto del d.lgs. 18.08.2000 n. 267, il cui art. 50, peraltro, indica il sindaco quale organo responsabile dell'amministrazione comunale e gli attribuisce la rappresentanza”.
Inoltre, “nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, la rappresentanza processuale del comune spetta istituzionalmente al sindaco, cui compete, in via esclusiva, il potere di conferire al difensore la procura alle liti, senza necessità di autorizzazione della giunta municipale, salvo che una disposizione statutaria la richieda espressamente, spettando in tal caso alla parte interessata provare la carenza di tale autorizzazione producendo idonea documentazione” (Cass. civ. n. 13968/2010) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 15.10.2012 n. 5277 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALILEGGE DI STABILITÀ/ Un freno alle parcelle dei legali. Il giudice non può liquidare per valori superiori alla causa. Chi vince non potrà ribaltare su chi perde somme maggiori della controversia.
Parcelle degli avvocati calmierate in giudizio. La legge di stabilità stabilisce che il giudice non può liquidare compensi giudiziali in misura maggiore del valore della causa. Se il giudizio riguarda una controversia del valore di 2 mila euro, chi vince non potrà ribaltare su chi perde una somma maggiore.
E se il compenso pattuito con il proprio avvocato fosse più alto, la parte eccedente rimarrà a carico del cliente, anche se ha vinto la causa.

Vediamo i dettagli della questione.
La legge di stabilità propone di sostituire il quarto comma dell'articolo 91 del codice di procedura civile. La nuova versione, come scritta nel disegno di legge, prevede che i compensi liquidati dal giudice e posti carico del soccombente non possono superare il valore effettivo della causa.
L'attuale quarto comma dell'articolo 91 del codice di procedura civile formula la stessa regola, ma limitatamente alle cause previste dall'articolo 82 del medesimo codice: si tratta delle cause il cui valore non eccede i 1.100 euro, di competenza del giudice di pace.
Peraltro nella versione vigente il tetto riguarda non solo i compensi per l'avvocato, ma ogni possibile voce: «spese, competenze e onorari».
Nella modifica proposta dalla legge di stabilità il tetto riguarda qualunque causa, anche se si precisa che i compensi non comprendono le spese. Quindi il giudice potrà liquidare i compensi con il tetto dell'importo del valore della causa, mentre le spese si aggiungono. Si tratta di un criterio di liquidazione delle spese di giudizio che si aggiunge a quelli previsti dal decreto 140/2012 sui cosiddetti parametri, sostitutivi delle tariffe forensi.
L'effetto di questa disposizione è un possibile vantaggio per chi perde la causa e uno svantaggio per chi vince la causa. Questo si verifica soprattutto quando il valore della causa è basso e il compenso stabilito dal giudice (che deve rispettare il tetto) è più probabile che sia minore della cifra che l'interessato e l'avvocato hanno inserito nel contratto stipulato tra di loro.
Inoltre la quantità e la qualità della prestazione professionale può essere rilevante, anche per cause di importo piccolo. Altro possibile effetto è quello di disincentivare il ricorso alla giustizia, considerata la prospettiva di non poter recuperare i soldi che si spenderanno. Si deve aggiungere che l'avvocato dovrà informare il cliente di questa regola, consentendo al cliente di agire con consapevolezza dei costi.
Il disegno di legge di stabilità interviene anche sulle entrate dei tribunali e in particolare sul contributo unificato e cioè il balzello da pagare ogni volta che ci si rivolge al sistema giustizia. Si tratta di aumenti del contributo, soprattutto nel settore della giustizia amministrativa.
Gli incrementi riguardano tutti i tipi di procedimento, anche se rispetto a una prima versione del disegno di legge c'è qualche differenza. Nella versione originaria aumentava da 300 a 350 euro il contributo per ricorsi in materia di accesso ai documenti amministrativi e quelli avverso il silenzio dell'amministrazione: l'ultimo testo disponibile non contempla più queste ipotesi.
Una ritocco (confrontando testo originario e ultimo testo disponibile) riguarda anche gli appalti.
Nel disegno di legge sulla stabilità, per queste controversie di competenza del Tar e del Consiglio di stato, si individua una scaletta in base al valore della causa: il contributo dovuto è di euro 2 mila (contro i 3 mila della prima versione) quando il valore della controversia è pari o inferiore a euro 200 mila; per quelle di importo compreso tra 200 mila e 1.000.000 euro il contributo dovuto è di euro 4.000, mentre per quelle di valore superiore a 1.000.000 euro è pari ad euro 6 mila (era 5 mila nella versione originaria). Aumenta il contributo unificato anche per tutti i processi amministrativi in materie diverse da quelle sopra elencate: si passa, infatti, da 600 a 650 euro.
Incremento sensibile si deve registrare per tutti i giudizi in cui si applica il rito abbreviato con termini ridotti a metà (materie previste dal libro IV, titolo V, del codice del processo amministrativo e altre disposizioni speciali): il contributo unificato passa da 1.500 euro a 1.800 euro.
Inoltre si pagherà un contributo doppio per i giudizi di impugnazione avanti al consiglio di stato e si paga un secondo contributo nel caso in cui le impugnazioni anche civili siano respinte o dichiarate improcedibili o inammissibili (articolo ItaliaOggi del 13.10.2012).

INCARICHI PROFESSIONALIProfessioni. Alla Camera Governo battuto sulle modalità di determinazione dei compensi: passa la linea della Commissione.
Avvocati, preventivi solo su richiesta. Mazzamuto: «escluso il ritorno alle tariffe» - Buongiorno: «indipendenza salvata».

Preventivo solo su richiesta, possibilità per il Consiglio nazionale forense di esprimere pareri sulla congruità del compenso, niente socio di capitale e riserva di consulenza stragiudiziale.
La riforma dell'ordinamento forense fa un passo avanti alla Camera, con l'esame dei primi 16 articoli e regge senza perdere pezzi sui punti fondamentali e controversi. A cominciare dall'articolo 13 sul conferimento dell'incarico e le tariffe professionali. Sul tema più caldo della riforma l'avvocatura vince il braccio di ferro con il Governo, battuto con una votazione che ha bocciato l'emendamento presentato dall'Esecutivo per chiedere l'abolizione dell'intero articolo 13.
Un parere contrario che ha indotto il sottosegretario alla Giustizia Salvatore Mazzamuto a un compromesso per salvare il salvabile. La scelta, dopo il no all'emendamento del ministero è stata quella di rimettersi all'Aula, aderendo di fatto al lavoro fatto dalla Commissione che, se da una parte esclude il ritorno delle tariffe facendo salvo il principio della libera determinazione del compenso, dall'altra concede molto ai desiderata dei legali.
«Dopo la bocciatura del nostro emendamento -spiega il sottosegretario alla Giustizia Salvatore Mazzamuto- abbiamo scelto il male minore e deciso di rimetterci all'Aula per far passare almeno le modifiche fatte dalla Commissione. Diversamente c'era il rischio che l'articolo 13 restasse com'era e che venissero ripristinate la tariffe. Il Governo aveva chiesto la soppressione dell'articolo 13 perché si tratta di una norma che non si armonizza né con il Dl professioni né con il decreto parametri. Oggi -conclude il sottosegretario- è passato "lo statuto speciale" degli avvocati. Alla categoria sono riconosciute possibilità non previste per altre professioni».
Dopo il voto della Camera, che molto difficilmente verrà ribaltato dal Senato, gli avvocati faranno il preventivo solo su richiesta e potranno usare i parametri come criterio orientativo nei rapporti con il cliente. Inoltre al Consiglio nazionale forense sarà consentito esprimere pareri sulla congruità dei compensi mentre il consiglio dell'ordine potrà tentare una conciliazione in caso di controversia .
Via libera anche alla riserva di consulenza legale stragiudiziale, purché vengano rispettate due condizioni: che si tratti di materie connesse all'attività giurisdizionale e che venga esercitata in maniera sistematica, organizzata e continuativa.
Pollice verso dell'aula anche per il socio di puro capitale. «Il Governo aveva preso atto che la governance non poteva essere in mano al socio capitalista, ma sono state respinte anche le altre soluzioni -sottolinea Salvatore Mazzamuto- per questo ci siamo rimessi all'Aula. Ora i tempi della delega sono stati ridotti da un anno a sei mesi per restare dentro la legislatura».
Tempi a cui pensa anche il presidente della commissione giustizia della Camera Giulia Bongiorno, che respinge al mittente le accuse di sostenere una legge che tutela interessi di parte. «La riforma degli avvocati ha un solo obiettivo: quello di assicurare l'indipendenza della categoria. L'iter è ancora lungo -spiega Giulia Bongiorno- ma lavoriamo per portare a casa lo statuto entro la legislatura».
Soddisfatto ma scaramantico il presidente dell'Oua Maurizio de Tilla. «Ora c'è il sole speriamo che non piova domani». Ma sul domani non c'è certezza. Almeno per quanto riguarda la data per completare l'esame del testo e passare al voto degli altri emendamenti, fermi per ora all'articolo 16 (articolo Il Sole 24 Ore del 10.10.2012).

INCARICHI PROFESSIONALI: Range di onorario adeguato per la difesa in giudizio in un ricorso al TAR.
Domanda
Si chiede di conoscere quale sia il range di onorario adeguato, come da tariffario vigente, per l'affidamento di un incarico legale per la difesa in giudizio in un ricorso al TAR presentato da una ditta per il risarcimento danni subiti per sospensione, in via di autotutela, del procedimento amministrativo di rilascio del permesso a costruire.
Risposta
L'art. 9, D.L. 24.01.2012, n. 1 stabilisce che: "1. Sono abrogate le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico.
2. Ferma restando l'abrogazione di cui al comma 1, nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del Ministro vigilante, da adottare nel termine di centoventi giorni successivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Entro lo stesso termine, con decreto del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sono anche stabiliti i parametri per oneri e contribuzioni alle casse professionali e agli archivi precedentemente basati sulle tariffe. Il decreto deve salvaguardare l'equilibrio finanziario, anche di lungo periodo, delle casse previdenziali professionali.
3. Le tariffe vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto continuano ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, fino alla data di entrata in vigore dei decreti ministeriali di cui al comma 2 e, comunque, non oltre il centoventesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
4. Il compenso per le prestazioni professionali è pattuito, nelle forme previste dall'ordinamento, al momento del conferimento dell'incarico professionale. Il professionista deve rendere noto al cliente il grado di complessità dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento fino alla conclusione dell'incarico e deve altresì indicare i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell'esercizio dell'attività professionale. In ogni caso la misura del compenso è previamente resa nota al cliente con un preventivo di massima, deve essere adeguata all'importanza dell'opera e va pattuita indicando per le singole prestazioni tutte le voci di costo, comprensive di spese, oneri e contributi. Al tirocinante è riconosciuto un rimborso spese forfettariamente concordato dopo i primi sei mesi di tirocinio.
5. Sono abrogate le disposizioni vigenti che, per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe di cui al comma 1
".
Con il D.L. 24.01.2012, n. 1 sono state pertanto abrogate le tariffe professionali.
Con D.M. 20.07.2012, n. 140 sono state introdotte nuove tabelle che prevedono, in particolare, sei diversi scaglioni di valore e cinque fasi processuali, le cui attività vengono forfettariamente considerate: fase di studio, introduttiva, istruttoria, decisoria ed esecutiva. La Tabella A del D.M. 20.07.2012, n. 140 stabilisce dei parametri di liquidazione degli onorari professionali ad opera del Giudice che possono essere tenuti presenti dall'Amministrazione anche in sede di valutazione della congruità dell'onorario.
In ogni caso la Giunta Comunale -al pari di qualunque altro cliente- può revocare la propria delibera relativa alla nomina dell'avvocato se ritiene non congruo il preventivo presentato (08.10.2012 - tratto da www.ipsoa.it).

settembre 2012

COMPETENZE GESTIONALI - INCARICHI PROFESSIONALIAi fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta comunale non costituisce più, in linea generale, requisito necessario per la proposizione della domanda o la resistenza in giudizio.
Ciò, innanzitutto, perché alla Giunta sono state conferite le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo che non siano riservate dalla legge al Consiglio, mentre spettano ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli Statuti e dai regolamenti, nonché tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’Amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo Statuto tra le menzionate funzioni di indirizzo (art. 48, 50 e 107 d.lgs. n. 267/2000).
In secondo luogo, perché nel nuovo ordinamento delle autonomie locali il Sindaco ha assunto, ancor più con la legge n. 81/1993, che ne ha previsto l'elezione diretta, un ruolo politico ed amministrativo centrale, in quanto titolare di funzioni di direzione e di coordinamento dell’esecutivo comunale; onde l’autorizzazione (del Consiglio prima e poi) della Giunta, se trovava ragione in un assetto in cui il Sindaco era eletto dal Consiglio e la Giunta costituiva espressione del Consiglio stesso, non ha più ragion d’essere in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta, cui l’art. 48 d.lgs. n. 267/2000 affida il compito di collaborare con il capo dell’Amministrazione Municipale (salva restando, ovviamente, la possibilità per lo Statuto comunale -competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio ex art. 6, secondo comma, d.lgs. n. 267/2000- di prevedere l’autorizzazione della Giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente, ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia).

Vale, con argomento assorbente, osservare come, alla luce del più recente orientamento giurisprudenziale (cfr. da ultimo TAR Sicilia, Catania, 28.05.2012, n. 1348), ai fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta comunale non costituisce più, in linea generale, requisito necessario per la proposizione della domanda o la resistenza in giudizio.
La competenza in materia della Giunta Comunale, come è noto, si fondava sull’art. 35, secondo comma, legge n. 142/1990, secondo cui a tale organo spettavano le attribuzioni residuali su tutti gli atti non riservati dalla legge o dallo Statuto alla competenza del Sindaco o del Consiglio.
Il nuovo quadro delle competenze degli organi del comune, già delineato dalla menzionata legge n. 142/1990 e completato dalle disposizioni successive fino all’approvazione del d.lgs. n. 267 del 2000, ha indotto, però, le Sezioni Unite della Corte (Cass., Sez. Un. n. 17550/2002 e n. 12868/2005) a rivedere il precedente orientamento, anche in considerazione del fatto che la modifica del titolo V della Costituzione, nonché la successiva legge n. 131/2003 di adeguamento dell’ordinamento della Repubblica al nuovo assetto costituzionale, hanno accentuato l’autonomia degli enti locali e nell’ambito di essa le potestà degli Statuti nella gerarchia delle fonti (ormai da considerarsi quali atti normativi atipici con caratteristiche di rango paraprimario o sub-primario).
La Suprema Corte ha, quindi, affermato che, ai fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della Giunta Comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all’azione (o all’impugnazione).
Ciò, innanzitutto, perché alla Giunta sono state conferite le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo che non siano riservate dalla legge al Consiglio, mentre spettano ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli Statuti e dai regolamenti, nonché tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’Amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo Statuto tra le menzionate funzioni di indirizzo (art. 48, 50 e 107 d.lgs. n. 267/2000).
In secondo luogo, perché nel nuovo ordinamento delle autonomie locali il Sindaco ha assunto, ancor più con la legge n. 81/1993, che ne ha previsto l'elezione diretta, un ruolo politico ed amministrativo centrale, in quanto titolare di funzioni di direzione e di coordinamento dell’esecutivo comunale; onde l’autorizzazione (del Consiglio prima e poi) della Giunta, se trovava ragione in un assetto in cui il Sindaco era eletto dal Consiglio e la Giunta costituiva espressione del Consiglio stesso, non ha più ragion d’essere in un sistema in cui il Sindaco trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli Assessori che compongono la Giunta, cui l’art. 48 d.lgs. n. 267/2000 affida il compito di collaborare con il capo dell’Amministrazione Municipale (salva restando, ovviamente, la possibilità per lo Statuto comunale -competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio ex art. 6, secondo comma, d.lgs. n. 267/2000- di prevedere l’autorizzazione della Giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente, ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia)
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 24.09.2012 n. 1675 e sentenza 24.09.2012 n. 1674 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: I COMPENSI DEI PROFESSIONISTI/ Dagli ordini i facsimile delle lettere di incarico. Prima regola: mettere tutto per iscritto. Niente tariffe e infinite clausole È il nuovo contratto professionale.
Fra professionista e cliente patti chiari e amicizia lunga. Sembra essere questo lo spirito che sta animando gli ordini in questi giorni che, pur non essendo previsto l'obbligo di preventivo scritto, si stanno dando da fare per dare istruzioni ai propri iscritti su come rendere chiari, e quindi evitare problemi in futuro, gli accordi sul conferimento dell'incarico.
Ed ecco quali sono i punti che non possono mai mancare in un contratto-tipo: l'oggetto e il grado di complessità dell'incarico, da esplicitare il più possibile, il compenso e gli oneri ipotizzabili, il recesso, gli estremi della polizza professionale, la clausola di mediazione. Ma comunque l'indicazione unanime degli ordini è: mettere tutto per iscritto e non lasciare nulla di sottinteso al cliente.
Riguardo la determinazione del compenso, invece, se da un lato i minimi tariffari sono stati aboliti, dall'altro, con tutta probabilità, i nuovi parametri elaborati dal ministero della giustizia per la liquidazione dei compensi da parte del giudice (dm n. 140/2012) saranno presi a riferimento dai professionisti per quantificare la propria prestazione professionale. E metterla al riparo da eventuali contenziosi. Il resto è lasciato al libero mercato. Ma vediamo meglio le indicazioni degli ordini ai professionisti alla luce del dl liberalizzazioni, del dpr di riforma delle professioni e del dm parametri.
Gli ordini giuridico-economico-contabili. Il Consiglio nazionale forense, da ultimo, ha elaborato un modello di contratto per gli iscritti (si veda ItaliaOggi del 20 settembre). Le clausole più importanti riguardano la privacy, la conciliazione, l'antiriciclaggio, la difficoltà dell'incarico, eventuali imprevisti, la quantificazione del compenso, o per fasi o per ore di attività.
Anche il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha messo a disposizione il facsimile di lettera di incarico professionale. Dove non devono mai mancare le clausole riferibili a: oggetto e grado di complessità dell'incarico, compenso e oneri ipotizzabili, recesso, estremi della polizza professionale.
«La principale indicazione da dare ai professionisti è che il conferimento dell'incarico venga fatto per iscritto», afferma Massimo Mellacina, consigliere delegato alle tariffe, «lo stesso decreto sui parametri prevede che il professionista debba dare prova del preventivo onorario pre-concordato. Quanto ai parametri, lo consideriamo uno strumento a uso esclusivo dell'organo giudiziale. Detto ciò, che poi possa essere assunto dal professionista come base di riferimento la considero un'opzione possibile e ragionevole. Chiaramente, non è più vincolante come lo era la tariffa minima».
Pure i consulenti del lavoro hanno diramato un facsimile di conferimento di incarico professionale. Gli elementi chiave sono: l'oggetto e grado di complessità del mandato, il compenso, durata e recesso, obblighi del professionista e del mandante. «In seguito all'abolizione delle tariffe è sorta l'esigenza di predisporre un facsimile di conferimento di incarico professionale», afferma il presidente, Marina Calderone, «uno strumento utile, visto che il mandato è diventato un elemento basilare del rapporto tra il professionista e il proprio cliente».
Le professioni tecniche. Il Consiglio nazionale degli ingegneri ha elaborato, tramite il proprio Centro studi, un documento con una serie di linee guida per ogni fattispecie di contratto: dall'incarico professionale con committenti privati, ai mansionari, agli incarichi per i lavori pubblici. «Ora la difficoltà, per il professionista, è individuare il compenso senza potersi riferire alle tariffe», afferma il presidente del Cni, Armando Zambrano, «si tratta di una contraddizione perché l'utente ha un'informazione in meno. Con i nuovi parametri, poi, siamo al paradosso, perché le indicazioni che utilizza il giudice alla fine del procedimento diventano il compenso del professionista, mentre non possono essere utilizzate dal professionista prima del contenzioso».
Il Consiglio nazionale dei periti industriali sta lavorando in questi giorni per predisporre un contratto tipo «che sarà molto complesso», assicura il presidente, Giuseppe Jogna, «perché abbiamo parecchie specializzazioni. Cercheremo di mettere a disposizione una sorta di scrittura privata di contratto di incarico lasciando poi ampio spazio a quella che è l'attività vera propria. Detto ciò, l'importante, per il professionista, è che il contratto sia molto chiaro ed esplicito perché le attività professionali tecniche, come quella di progettazione, hanno la particolarità di poter subire modifiche in corso d'opera. È necessario quindi che il committente ne sia ampiamente informato, perché spesso ci si nasconde dietro l'asimmetria delle conoscenze».
«Per quello che riguarda i parametri», continua Jogna, «è chiaro che il professionista non può utilizzarli. Però dico anche che se il cliente si lamenta del prezzo e non ha la capacità di individuare qual sia il meccanismo utilizzato dal professionista per determinare quella cifra, se si fa riferimento ai parametri non si sbaglia. Anche perché in un eventuale contenzioso il giudice può trovare coerente questo comportamento. In altre parole: come si fa a definire una prestazione complessa se non dando un'occhiata ai parametri, in modo tale che il contratto sia salvo in caso di contenzioso».
Anche il Consiglio nazionale degli agrotecnici sta mettendo a punto un facsimile. «Non è una semplice lettera di incarico», afferma il presidente, Roberto Orlandi, «vogliamo chiarire come costruire il contratto per evitare eventuali contenziosi. Anche perché, per quanto riguarda la determinazione del compenso, i nuovi parametri escludono molte nostre competenze. Il punto principale da chiarire, comunque, è la descrizione puntuale della prestazione» (articolo ItaliaOggi Sette del 24.09.2012).

INCARICHI PROFESSIONALI: I COMPENSI DEI PROFESSIONISTI/ L'eliminazione delle tariffe affida alle parti la negoziazione. Unico riferimento i nuovi parametri. Il prezzo lo fa il libero mercato.
Un contratto con il professionista: l'abbandono delle tariffe affida al mercato e, quindi, alle parti di negoziare il compenso. Anche se si rischia di lasciare nell'indefinito una materia che prima era regolata da decreti ministeriali. In mancanza delle tariffe, però, l'unico punto di riferimento è rappresentato dai parametri stabiliti con il decreto ministeriale n. 140/2012. Anche se non bisogna cadere in un equivoco.
I parametri del decreto 140/2012 non sono un tariffario sopravvissuto finalizzato a regolare i rapporti con la clientela; i parametri sono linee guida per il magistrato, chiamato a decidere quale sia il giusto compenso per il professionista, in una controversia con il cliente o, per gli avvocati, in sede di liquidazione giudiziale dei compensi. Non sono invece una griglia obbligatoria nei rapporti interni tra professionista e cliente. Anzi la legge vorrebbe eliminare qualsiasi griglia cogente per la determinazione delle tariffe e lasciare tutto alla libera negoziazione tra le parti.
D'altro canto c'è una ragione che incentiva il professionista a stendere il contratto vincolante per il cliente: il contratto stipulato e accettato dal cliente, infatti, è intoccabile anche dal magistrato. L'articolo 1 del decreto 140/2012 prevede che l'organo giurisdizionale che deve liquidare il compenso dei professionisti applica i parametri, ma solo in difetto di accordo tra le parti in ordine allo stesso compenso.
Questo significa che il giudice deve valutare innanzitutto se sia stato stipulato un contratto valido tra le parti; in questo caso deve applicare il contratto e non può passare alla applicazione dei parametri.
Naturalmente il cliente potrà contestare la validità del contratto e sostenerne la nullità totale o parziale; tuttavia si parte dal contratto; mentre se il contratto non c'è, allora il professionista non può che affidarsi alla discrezionalità giudiziale.
L'interesse del professionista a bloccare la discrezionalità giudiziale nella determinazione del compenso è molto alto. Si noti, infatti, che i parametri stabiliti dal decreto 140/2012 innanzitutto non sono vincolanti nemmeno per il giudice, che può discostarsene nei casi concreti; in secondo luogo i parametri sono fissati con una forbice molto ampia tra il valore più basso e il valore del maggiore incremento.
Non essendoci più un tariffario unico, seppure modulabile, considerata la forbice minimo-massimo per singole prestazioni, il professionista, per regolare i rapporti economici con la propria clientela, è, dunque, incentivato a costruire un proprio tariffario di studio.
Anzi il cliente che entra in uno studio professionale e assegna un incarico si vedrà consegnare il contratto, magari a seguito di un preventivo di massima, oltre che alcune specifiche informazioni previste da leggi di settore (dalla privacy alla conciliazione).
Secondo il disegno del legislatore l'abolizione delle tariffe e la riconduzione dei compensi ai rapporti contrattuali dovrebbe incentivare la concorrenza tra professionisti, singoli e associati, e tra società professionali.
Non a caso i compensi possono essere oggetto della pubblicità informativa (su cui si veda il dpr 07/08/2012 n. 137, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 189 del 14.08.2012, regolamento di attuazione dei principi dettati dall'articolo 3, comma 5, del decreto legge n. 138 del 2011 in materia di professioni regolamentate).
Quindi lo studio professionale potrà preparare una brochure informativa con il proprio preziario e magari diffonderlo tramite il sito internet. Così sarà data al cliente la possibilità di scelta del professionista anche sulla base del fattore compenso praticato.
A questo proposito va richiamato il decreto ministeriale n. 137/2012 sulla disciplina delle professioni regolamentate, che dedica un apposito articolo alla libera concorrenza e alla pubblicità informativa. Innanzi tutto la pubblicità informativa è ammessa con ogni mezzo purché attinente l'attività delle professioni regolamentate, le specializzazioni, i titoli posseduti attinenti alla professione, la struttura dello studio professionale e anche i compensi richiesti per le prestazioni.
La pubblicità informativa deve essere funzionale all'oggetto, veritiera e corretta, non deve violare l'obbligo del segreto professionale e non dev'essere equivoca, ingannevole o denigratoria.
Infine, così si chiude l'articolo 4 del decreto 137, la violazione della disposizione sui principi della pubblicità informativa costituisce illecito disciplinare, oltre a integrare una violazione delle disposizioni previste dal codice del consumo e dalle norme sulla pubblicità ingannevole.
Questi ultimi riferimenti potrebbero però mettere in dubbio la qualifica del professionista e spostarla sul versante imprenditoriale, esito questo fortemente avversato dagli ordini. A parte queste considerazioni generali, va sottolineato che la possibilità di mettere a confronto le tariffe pratiche attraverso le forme lecite di pubblicità comparativa è ulteriore elemento che spinge alla individuazione di un tariffario di studio e di una contrattualistica standard a uso del singolo professionista, dello studio associato e della società tra professionisti (articolo ItaliaOggi Sette del 24.09.2012 - tratto da www.corteconti.it).

INCARICHI PROFESSIONALII COMPENSI DEI PROFESSIONISTI/ Gli avvocati potranno esporre i prezzi. Via la distinzione tra diritti e onorari in nota spese. Tariffario pubblico per i legali.
Gli avvocati potranno costruirsi il tariffario di studio e pubblicizzarlo. I parametri stabiliti con il decreto 140/2012 sono certo un punto di riferimento, ma il professionista potrà discostarsene nel contratto con il cliente. La struttura della nota spese presentata al cliente non prevede più la distinzione tra diritti e onorari, come nel vecchio tariffario. Sussiste, quindi, libertà sia nella modulazione delle voci di spesa sia nella quantificazione degli importi.
Le voci di spesa potranno essere individuate per fasi di attività con un importo onnicomprensivo per singola fase; oppure si potrà ricorrere al compenso orario. Altre possibilità sono quelle del patto di quota lite o del palmario. Con il palmario il cliente attribuisce all'avvocato un compenso aggiuntivo per la favorevole conclusione della pratica. Con il patto di quota lite l'avvocato viene pagato solo in caso di esito favorevole con una quota su quanto percepito dal cliente.
Lo schema di contratto elaborato dal Consiglio nazionale forense prevede il sistema del compenso per fasi in alternativa al compenso su base oraria. Il modello contiene, poi, una limitata forma di palmario in caso di conciliazione della controversia. Il modello del consiglio nazionale forense non disciplina, invece, una forma di quota lite. La liquidazione del compenso per fasi rispecchia l'impostazione del decreto sui parametri per la liquidazione giudiziale, anche se le fasi individuate nel modello di contratto proposto dal Consiglio nazionale forense sono diverse da quelle inserite nel decreto ministeriale sui parametri. Il modello di contratto prevede queste fasi: mediazione, studio, cautelare, fase introduttiva, istruttoria, decisoria ed esecutiva.
Peraltro è possibile articolare le fasi in maniera differente, senza essere vincolati a uno schema predefinito. Una questione particolare riguarda il rapporto tra il compenso stabilito nel contratto e le spese liquidate dal giudice al termine della causa. Ad esempio Tizio accetta di pagare all'avvocato Caio la somma di 100 per la rappresentanza in un determinato giudizio; la causa va bene, ma il giudice riconosce a Tizio la somma di 50 da chiedere all'avversario che ha perso; nel modello del Cnf in questo caso Tizio rimane obbligato a pagare all'avvocato a somma di 100 e recupererà 50 da controparte (rimane, quindi, a carico di Tizio la differenza di 50).
Altra ipotesi è quella in cui il giudice liquidi spese legali per un importo superiore a quello contrattuale: la somma eccedente viene assegnata nello schema di contratto all'avvocato, che la recupererà dalla controparte soccombente. Si tratta di una clausola per la quale si prevede una doppia sottoscrizione (articolo ItaliaOggi Sette del 24.09.2012).

INCARICHI PROFESSIONALIDal Consiglio nazionale forense il modello di contratto dopo lo stop definitivo alle tariffe. Patti chiari tra avvocato e cliente. Per iscritto il compenso fissato a ore o per fasi di attività.
Compenso orario o compenso per fasi di attività. La struttura a due vie del compenso da pattuire nel conferimento di incarico all'avvocato è prevista dal modello di contratto, elaborato dal Consiglio nazionale forense. Il contratto tra cliente e avvocato, a seguito dell'abolizione delle tariffe, è necessario per stabilire l'onorario del professionista. Il compenso va determinato per iscritto in una apposita scrittura privata, che segue il preventivo di massima.
Tra l'altro il contratto scritto produce effetti vincolanti (nei rapporti avvocato-cliente) per la determinazione del compenso da parte del giudice (decreto ministeriale n. 140/2012), e può rappresentare un punto di riferimento per la determinazione, sempre giudiziale, delle spese di soccombenza. A quest'ultimo proposito va ricordato che non potendosi più elaborare una nota spese da produrre al giudice, è opportuno produrre copia del contratto, previa prudenziale autorizzazione del cliente. Il giudice, nella liquidazione delle spese, potrà tenere conto del livello del compenso pattuito documentato con il contratto.
Vediamo le clausole più rilevanti.
Privacy. Il contratto di incarico professionale è la sede in cui il cliente dichiara di avere ricevuto l'informativa prevista dall'articolo 13 del codice della privacy e di avere prestato il consenso di cui all'articolo 23 dello stesso codice. Peraltro va ricordato che il modello di contratto presuppone una separata informativa, che può essere consegnata su foglio a parte o inserita come allegato del contratto stesso.
Conciliazione. Nel modello di contratto si trova anche l'informativa sulla media-conciliazione, con espresso riferimento ai benefici fiscali conseguibili dal ricorso a questo sistema stragiudiziale di soluzione delle controversie. Peraltro va segnalato che l'informativa va allegata al primo atto difensivo (articolo 4 dlgs 28/2010), e questo significa che il contratto va depositato in tribunale.
Antiriciclaggio. Il modello di contratto del Cnf contiene l'informativa relativa agli obblighi di segnalazione delle operazioni sospette previsto dal decreto legislativo 56/2004.
Difficoltà dell'incarico. Una clausola specifica del contratto riguarda l'informazione da dare al cliente, anche per obblighi deontologici, sul grado di difficoltà dell'incarico. Viene stabilita la seguente scaletta: questione ordinaria; questione difficile; questione complessa.
Imprevisti. L'iter del giudizio potrebbe presentare sviluppi non prevedibili. Il modello di contratto, da un lato, obbliga l'avvocato a fare una prognosi delle attività e dei connessi costi prevedibili; dall'altro consente all'avvocato di far presente le circostanze non prevedibili al momento della stipulazione del contratto, che determinano un aumento dei costi. Si tratta di una valvola aperta alla possibile integrazione del contratto.
Importi. Il modello di contratto offre alcune strade alternative per la quantificazione del compenso.
In primo luogo si sceglie una strada simile a quella adottata dal decreto 140/2012 sulla liquidazione giudiziale dei compensi e cioè una quantificazione per fasi (mediazione, studio, cautelare, fase introduttiva, istruttoria, decisoria ed esecutiva). In alternativa si propone un modello di calcolo in base alle ore di attività. Questa modalità era riservata, dalle «vecchie» tariffe, solo all'attività stragiudiziale, ma ora può essere esteso anche all'attività giudiziale.
Spese. Le spese, secondo il modello, possono essere determinate in modo forfettario oppure in base alla documentazione che verrà prodotta successivamente: in questo caso il modello indica di inserire al momento della conclusione del contratto di conferimento di incarico professionale, un tetto massimo oppure dei riferimenti al tipo di mezzo di trasporto che sarà utilizzato (treno, aereo, autovettura), classe del treno o dell'aereo, categoria alberghiera per il pernottamento.
Transazione. Analogamente a quanto previsto dal decreto 140/2012 sulla liquidazione giudiziale, il contratto premia l'avvocato che favorisce una soluzione bonaria con un surplus di compenso. Il modello non offre una clausola tipo, invece, sul patto di quota lite (compenso legato al risultato, come quota di quanto incassato).
Acconti e saldo. Il modello di contratto contiene la specifica indicazione dei tempi di pagamento di acconti e saldo. Se il cliente non paga nei termini, il contratto viene dichiarato risolto.
Liquidazione del giudice. All'esito della causa il giudice potrà riconoscere alla parte vittoriosa il recupero delle spese legali, ma eventualmente in misura inferiore a quella pattuita dal cliente con il proprio legale. Per questi casi il contratto stabilisce la prevalenza dell'accordo rispetto alla liquidazione del giudice. La parte eccedente rimane a carico del cliente. Se il giudice riconoscesse di più, il modello di contratto riserva all'avvocato questa somma ulteriore.
Clausole vessatorie. Il modello di contratto prevede la doppia firma del cliente sulle clausole vessatorie (integrazione del contratto per cause imprevedibili, clausola risolutiva espressa in caso di mancato pagamento, riconoscimento al legale della cifra maggiore tra quella prevista dal contratto e quella liquidata dal giudice ecc.). Il modello precisa che non si è ritenuto opportuno prevedere il riferimento alla disciplina del contratto con il consumatore e, quindi, alla trattativa individuale delle clausole vessatorie: questo per evitare che la qualificazione di contratto con il consumatore sia lo strumento per l'applicazione al professionista dello «statuto» dell'imprenditore (articolo ItaliaOggi del 20.09.2012).

INCARICHI PROFESSIONALICausa facile? Dimezzato il compenso dell'avvocato.
Sì alla riduzione del 50% del compenso dovuto all'avvocato se la prestazione professionale è di «minima complessità».

Lo ha previsto il TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, con l'ordinanza 10.09.2012 n. 1528 riducendo a metà il compenso professionale di un legale che difendeva un cittadino extracomunitario ammesso al gratuito patrocinio.
Secondo i giudici del Tar Lombardia, infatti, il giudizio aveva a oggetto una questione sulla quale, all'epoca della proposizione del ricorso, esisteva una giurisprudenza favorevole del tutto costante e in equivoca. E cioè la possibilità di ottenere la cosiddetta «legalizzazione del cittadino straniero» irregolarmente presente sul territorio nazionale pur in presenza di una condanna per l'abolito reato di cosiddetta clandestinità, tanto che proseguono i giudici amministrativi esso è stato definito con sentenza di cessata materia del contendere per essersi la pubblica amministrazione rideterminata in via di autotutela.
In concreto, i giudici sostengono che l'avvocato abbia lavorato poco nel difendere il cittadino extracomunitario e questo è determinante ai fini della liquidazione. Quest'ultima, infatti si compie avendo riguardo alla complessità della questione come previsto dall'art. 4, comma 2, del dm giustizia 20.07.2012 n. 140, e nel caso di sentenze di rito, ai sensi dell'art. 10 dello stesso decreto, comporta un compenso ulteriormente ridotto del 50%.
I giudici amministrativi nelle motivazioni dell'ordinanza rammentano che ai sensi dell'articolo 1, comma 7 , del dm n. 140/2012 «il compenso è indicativo, e può essere diminuito al di sotto dei minimi in casi in cui, come il presente, la causa sia di minima complessità». I giudici amministrativi nella riduzione del compenso spettante all'avvocato, partono dal presupposto che l'intera materia è stata recentemente disciplinata dal dm Giustizia 20 luglio 2012 n. 140 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 22.08.2012), che «ai sensi dell'articolo 42 entra in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione e ai sensi del precedente articolo 41 si applica a tutte le liquidazioni eseguite dopo la propria entrata in vigore».
Non solo, «ai sensi degli artt. 1 ,comma 3 e 7, del dm n. 140/2012 lo stesso è comunque applicabile in via analogica a tutti i casi di liquidazione del compenso di professionisti, nella specie dell'avvocato, e impone una liquidazione onnicomprensiva, facendo quindi venir meno la pregressa distinzione fra diritti e onorari» (articolo ItaliaOggi dell'11.01.2013).

INCARICHI PROFESSIONALIProfessioni. Il Tar Brescia sul compenso di un avvocato chiamato a svolgere una difesa d'ufficio.
Cause ripetitive, parcella al 50%. Parametri derogabili per fascicoli che richiedono poco impegno.
L'INDICAZIONE/ L'onorario può essere tagliato dal giudice in caso di contenzioso non in presenza di un patto preventivo tra legale e cliente.

I compensi minimi per gli avvocati possono essere rivisti al ribasso, anche al di sotto dei parametri ministeriali, qualora l'opera professionale risulti di minima complessità.
Lo precisa il TAR Lombardia-Brescia, Sez. I (ordinanza 10.09.2012 n. 1528), dimezzando il compenso ad un legale che difendeva d'ufficio un cittadino extracomunitario ammesso al gratuito patrocinio.
La pronuncia è applicabile anche all'indomani dell'entrata in vigore della legge sulla professione forense, che dedica l'articolo 13 ai compensi.
Nella legge professionale non vi sono limiti né minimi né massimi alle pattuizioni tra cliente e legale, ma per gli incarichi che non hanno un accordo iniziale o sono affidati d'ufficio (per esempio, il gratuito patrocinio per i non abbienti o gli incarichi conferiti dal giudice) è prevista una tabella di riferimento.
Si tratta di parametri che ogni biennio saranno indicati dal ministero della Giustizia: quelli attuali sono contenuti nel Dm 20.07.2012 n. 140, e sono appunto stati derogati al ribasso dai giudici bresciani. Per altro, il ministero della Giustizia ha promesso una rivisitazione dei parametri, ma il provvedimento non è ancora stato pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale».
Il principio dell'inderogabilità dei minimi, secondo il Tar, vale per le prestazioni di normale difficoltà, mentre per le attività che sono riservate al legale, ma sono semplici e di minimo impegno, vi può essere una specifica riduzione.
Esistono infatti prestazioni professionali esclusive degli avvocati, delle quali non si può fare a meno per difendere diritti: si tratta dello ius postulandi, cioè della intermediazione tra cittadino e magistratura, non essendo prevista l'autodifesa. In conseguenza i parametri del Dm 2012, che si applicano sia alle contestazioni tra cliente e legale non risolvibili sulla base di un contratto, sia nel caso del gratuito patrocinio, possono essere ulteriormente ridotti se la lite è agevole, ripetitiva, poco impegnativa e si giova di precedenti costanti.
Osserva infatti il giudice amministrativo, con un principio valido anche per la magistratura civile e penale, che l'esistenza di una giurisprudenza favorevole, costante e inequivoca, è rilevante ai fini della liquidazione del compenso.
Nel caso specifico, si discuteva della posizione di un cittadino extracomunitario cui era stata negata la procedura di legalizzazione (sanatoria) a causa della presenza di una condanna per il reato di clandestinità.
Tuttavia, poiché il reato di clandestinità era stato già abolito all'epoca della lite, la procedura giudiziaria sulla sanatoria aveva avuto un percorso snello e agevole, di minimo impegno per l'avvocato.
Di conseguenza, la liquidazione del compenso al professionista che aveva assistito la parte ha risentito della ridotta complessità della questione, con una riduzione del compenso al 50 per cento.
L'Erario ha quindi sborsato mille euro (oltre le spese vive) al legale, invece di circa 2.500 euro, minimi dovuti secondo i parametri per una intera fase di giudizio.
Il principio posto dalla magistratura bresciana si presta a diverse applicazioni, in tutti i casi in cui tra le parti non vi sia un compenso predeterminato in forma scritta (articolo 13, comma 6, dell'ordinamento professionale legale), e non solo nei casi di liti di lieve entità. Esistono infatti procedure che si giovano di prassi consolidate, di cause seriali, che impegnano in modo modesto i professionisti.
Ad esempio, ciò accade quando il giudice procede in forma semplificata, cioè con riferimento a precedenti conformi (secondo le istruzioni del presidente della Cassazione 22.03.2011 prt. 27), o in attuazione dell'articolo 74 del decreto legislativo 104/2010 (per la giustizia amministrativa), quando al stessa questione è già stata decisa in modo conforme. In questi casi il compenso del professionista rischia di essere ridotto in caso di contenzioso, ma solo se il compenso non è stato determinato (in forma scritta o orale) (articolo Il Sole 24 Ore dell'08.01.2013).

INCARICHI PROFESSIONALIAVVOCATI/ Ordinanza del Tar Lombardia-Brescia sul nuovo regolamento sulle tariffe. Il compenso è onnicomprensivo. Nessuna distinzione tra diritti e onorari per il difensore
La determinazione del compenso professionale dovuto ai difensori a seguito dell'entrata in vigore del decreto del ministero della giustizia 20 luglio 2012 n.140 è onnicomprensiva: è venuta meno, cioè, la distinzione fra diritti e onorari.
Questo è quanto ha chiarito il Tar Lombardia-Brescia, con l'ordinanza 10.09.2012 n. 1528 la quale fornisce una prima linea interpretativa dei criteri per liquidare gli onorari di giudizio previsti dal decreto del ministero della giustizia 20.07.2012, n. 140 (in Gazzetta Ufficiale n. 195 del 22.08.2012; in vigore dal 23.08.2012) «Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della giustizia, ai sensi dell'articolo 9 del decreto legge 24.01.2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24.03.2012, n. 27».
Nel caso in esame un avvocato difensore di uno straniero, ammesso al gratuito patrocinio, aveva presentato istanza per la liquidazione del compenso a lui spettante davanti al giudice amministrativo.
In merito alla domanda i giudici amministrativi lombardi precisano, innanzitutto, che la materia è disciplinata dal sopra citato decreto ministeriale che ai sensi dell'art. 42 è entrato in vigore dal giorno successivo alla propria pubblicazione e deve essere applicato a tutte le liquidazioni eseguite dopo la sua entrata in vigore. Inoltre, con questa ordinanza, si sancisce l'applicabilità del decreto per analogia a tutti i casi di liquidazione del compenso di professionisti, compresa la fattispecie di gratuito patrocinio.
In secondo luogo il Tribunale amministrativo regionale afferma il criterio generale del compenso unico ovvero fa venir meno la pregressa distinzione fra diritti e onorari: mentre precedentemente il tariffario forense comprendeva diritti (fissi) relativi all'attività meramente esecutiva e onorari (compresi tra un minimo ed un massimo) relativi all'attività squisitamente professionale ed intellettuale, tale differenziazione viene sostituita da una liquidazione onnicomprensiva.
Altro aspetto peculiare dell'interpretazione del Tar concerne la possibilità di diminuire il compenso sotto il minimo tariffario nei casi in cui la causa sia di minima complessità dal momento che i criteri contenuti dal decreto ministeriale devono essere ritenuti solamente indicativi. Viene ad assumere così particolare rilevanza, ai fini della liquidazione del compenso professionale in favore degli avvocati, la difficoltà o meno delle questioni giuridiche trattate.
E tale complessità deve essere valutata, come nel caso oggetto dell'ordinanza, anche con riferimento all'esistenza di un orientamento giurisprudenziale costante ed univoco. Tale liquidazione, ai sensi dell'art. 10 del medesimo decreto, nel caso di sentenze di rito comporta un compenso ulteriormente ridotto del 50% (articolo ItaliaOggi del 14.09.2012).

INCARICHI PROFESSIONALI/PROGETTUALI: Mandato professionale, mai più senza l'accordo sul compenso. Gli effetti del regolamento del Mingiustizia. Parametri applicati solo in caso di dissenso.
Per il professionista è ormai indispensabile che il mandato professionale contenga anche l'accordo sul compenso.
I parametri previsti dal regolamento emanato dal ministero della giustizia verranno applicati dal giudice solo in caso di mancato accordo tra le parti sul compenso stesso. Qualora il professionista sia in grado di dimostrare che tra le parti era stato raggiunto un accordo sul compenso il giudice non potrà che prenderne atto e liquidare il compenso sulla base dell'accordo sottoscritto.
Nell'ambito delle regole generali dettate dal regolamento, viene precisato come nel compenso determinato con l'applicazione dei parametri non siano ricomprese le spese da rimborsare, «secondo qualsiasi modalità, compresa quella concordata in modo forfettario», né tantomeno non vi sono ricompresi oneri e contributi dovuti a qualsiasi titolo per lo svolgimento dell'incarico. Sono a carico del professionista i costi per le prestazioni rese dai suoi collaboratori.
Il compenso così liquidato comprende l'intero corrispettivo dovuto per la prestazione resa, ivi comprese le attività accessorie alla stessa.
In caso di incarichi collegiali il compenso, che rimane sempre unico, può essere aumentato fino al doppio; l'unicità del compenso nel caso di incarico conferito a una società tra professionisti, anche se la prestazione è stata resa da più soci.
Per gli incarichi non portati a compimento ovvero per quelli che sono prosecuzione di incarichi precedentemente affidati ad altri si dovrà tener conto dell'opera effettivamente svolta.
L'assenza di prova del preventivo di massima costituisce elemento di valutazione negativa da parte del giudice per la liquidazione del compenso.
In nessun caso le soglie numeriche indicate, sia come minimi che come massimi, sono elementi vincolanti per la liquidazione stessa: cioè i parametri costituiscono un mero riferimento per il giudice, e quindi possono essere anche disattesi.
Secondo quanto riportato dalla relazione ministeriale, quest'ultima disposizione, si è resa necessaria, per evitare che i parametri assurgessero al ruolo di tariffa.
Rimangono sul punto delle perplessità, soprattutto alla luce delle prassi che sembrano ormai prevalere da alcuni anni in alcuni tribunali, di liquidare sempre e comunque i compensi minimi, quando non addirittura sotto i minimi, per gli incarichi di ausiliario del giudice (ctu) o nelle procedure concorsuali, e ciò indipendentemente dal lavoro effettivamente svolto e dalle singole circostanze che possono aver interessato lo svolgimento dell'incarico stesso.
Sarà pertanto opportuno che l'accordo sul compenso sia trasfuso nel mandato professionale, divenuto oramai sempre più uno strumento indispensabile per il professionista e per l'organizzazione del proprio lavoro.
Rileggendo con attenzione il 4 comma dell'art. 9, dl 1/2012, nella parte che riguarda il preventivo di massima, si rileva come l'attenzione della norma sia posta alla «misura» del compenso, e non al compenso stesso inteso quale puntuale riferimento a un univoca misura di valore: oggetto della pattuizione tra il cliente ed il professionista è quindi la modalità di determinazione del compenso, cioè rendere noto al cliente come verrà determinato il compenso per la prestazione richiesta, esplicitando tutte le voci di costo relative alle singole prestazioni che si rendono necessarie o, per meglio dire, che si presume si rendano necessarie per l'adempimento dell'incarico conferito (articolo ItaliaOggi Sette del 10.09.2012).

INCARICHI PROGETTUALI: Appalti, stop ai ribassi selvaggi. Il compenso del progettista deve salvaguardare l'interesse pubblico.  In arrivo un dm giustizia-infrastrutture che rivede le liberalizzazioni in materia di tariffe.
Appalti con tariffe professionali in chiaro. Si avvia al tramonto l'era in cui le stazioni appaltanti si presentavano alle gare offrendo progettazione ed esecuzione delle opere a prezzi stracciati (con ribassi anche del 90% rispetto al prezzo iniziali) svilendo così il ruolo del professionista. Sta, infatti, per arrivare un decreto con nuovi parametri precisi: il corrispettivo del tecnico dovrà, infatti, essere composto da compenso, spese ed oneri accessori, essere congruo, salvaguardare l'interesse pubblico e garantire la qualità delle opere.
Dopo la definizione dei parametri (dm 01/08/2012) per la liquidazione dei corrispettivi in caso di contenzioso, un altro provvedimento si occuperà di comporre lo scenario complessivo di riforma delle professioni che, tra i suoi capisaldi ha visto l'abolizione delle tariffe professionali e un nuovo sistema per la definizione dei compensi: si tratta del decreto interministeriale giustizia-infrastrutture (ora all'attenzione di quest'ultimo) che dovrà definire i parametri da utilizzare per la determinazione dell'importo da porre a base di gara nell'ambito dei contratti pubblici dei servizi di ingegneria e architettura.
Un passaggio necessario dopo che il decreto legge sulle liberalizzazioni (1/12) aveva di fatto cancellato ogni riferimento tariffario, privando le stazioni appaltanti di regole per calcolare gli importi e per determinare, di conseguenza, le procedure per l'affidamento. Un'assenza di regole denunciata a gran voce dalle professioni tecniche che, tra le altre cose, rischiava di alimentare un'eccessiva discrezionalità delle stazioni appaltanti che, invece, con il nuovo regolamento avranno a disposizione un riferimento sulla base del quale impostare le gare. Ma l'assenza di riferimenti tariffari per i servizi di ingegneria e di architettura non è uno scenario nuovo per il settore già colpito in questo senso da modifiche significative nel 2006 con l'eliminazione delle tariffe minime obbligatorie, introdotta dalle lenzuolate Bersani.
Questa abolizione pur con delle eccezioni (giacché il ricorso alle tariffe non era vietato del tutto se utilizzate come parametri di riferimento) non contemplava comunque più l'obbligo per le stazioni appaltanti di applicare tariffe fisse o minime con il risultato di avere ribassi delle offerte nelle gare pubbliche anche del 90% del loro valore iniziale. Una situazione che il decreto in questione punta a correggere, pur avendo dall'altra parte abolito le tariffe per i compensi.
Il corrispettivo, si legge infatti nel dm, composto da compenso, spese ed oneri accessori, deve essere congruo, salvaguardare l'interesse pubblico e garantire la qualità delle opere. Il provvedimento richiama nella valutazione del compenso quanto stabilito nel decreto relativo ai parametri giudiziali prevedendo anche la classificazione dei servizi professionali, tenendo conto della categoria dell'opera e del grado di complessità. All'interno della stessa categoria d'opera sono qualificanti «le destinazioni funzionali delle opere con grado di complessità uguale o maggiore a quello di base di gara».
Si ottiene così un metodo che quantifica il prezzo in base alla complessità dell'incarico, all'importanza dell'opera e alle voci di costo. L'importo delle spese e degli oneri accessori, invece si legge sul dm, è determinato «forfettariamente» in una percentuale del compenso pari al 25% per importo delle opere fino a 1 milione di euro e pari al 10% per importo di opere pari o superiore a 25 mila euro; per gli importi intermedi infine dicono i ministeri le percentuali si applicano per interpolazione lineare» (articolo ItaliaOggi dell'08.09.2012).

agosto 2012

INCARICHI PROFESSIONALI: G.U. 22.08.2012 n. 195 "Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della giustizia, ai sensi dell’articolo 9 del decreto-legge 24.01.2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24.03.2012, n. 27" (Ministero della Giustizia, decreto 20.07.2012 n. 140).
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PROFESSIONI/ Un compenso per fasi di giudizio. Per gli avvocati non si fa più riferimento a singole attività. In Gazzetta il regolamento sui compensi. Che è operativo fin da oggi.
Compenso agli avvocati per fasi del giudizio e non più per singole attività. Il prontuario per i giudici per la liquidazione dei compensi ai professionisti (regolamento n. 140 del 20.07.2012) approda in G.U. (n. 195 del 22.08.2012) e si applica fin da oggi ogni volta che il magistrato deve quantificare quanto è dovuto al professionista (non solo avvocato, ma anche dottore commercialista ed esperto contabile, notaio o professionista tecnico o altro professionista).
Il regolamento (si veda ItaliaOggi del 18 agosto) si caratterizza per il fatto di costituire un indirizzo di massima, non vincolante né per il giudice né tanto meno nel rapporto tra cliente e professionista.
La liquidazione da parte del giudice, per gli avvocati, avviene all'esito della causa o al momento in cui si rilascia un decreto ingiuntivo o in altro provvedimento che per legge preveda la liquidazione delle spese. Per l'ambito forense va sottolineato che vengono riportati parametri anche per il caso in cui l'avvocato si autoliquida i compensi nell'atto di precetto, che da l'avvio all'esecuzione forzata.
Il prontuario si caratterizza per il fatto di costituire una griglia, non obbligatoria per il magistrato e tanto meno nel rapporto tra cliente e proprio avvocato.
Il prontuario non è vincolante per il magistrato, in quanto costituisce una linea di indirizzo per la determinazione del corrispettivo sia in sentenza sia negli altri provvedimenti nei quali la legge attribuisce al giudice di liquidare le spese.
Il giudice è svincolato dall'applicazione cogente delle cifre, ma è soggetto ai principi generali relativi alla determinazione del compenso in relazione alla quantità e alla qualità della prestazione effettuata.
È vero che per le singole voci del prontuario si indicano livelli minimi e livelli massimi, ma non si tratta di importi cogenti e vincolanti. D'altra parte l'abbandono del sistema delle tariffe, stabilite con decreto ministeriale, non poteva essere frustrato dalla individuazione di parametri minimi e massimi altrettanto obbligatori.
Il prontuario non è, poi, vincolante nei rapporti tra cliente e professionista singolo, associato o società professionale.
Nei rapporti interni sarà il contratto di prestazione di opera intellettuale a determinare i compensi spettanti al professionista, senza alcun obbligo di riferimento ai parametri ministeriali.
Peraltro questo non significa che non vi sia alcuna regola per la determinazione dei compensi in sede contrattuale. Si pensi per la categoria degli avvocati, per i quali rimane vigente la regola del codice deontologico forense, che impone di non stabilire compensi eccessivi o sproporzionati.
La nuova situazione (abolizione delle tariffe obbligatorie e individuazione di parametri per la liquidazione giudiziale), unita al valore del preventivo e del contratto di conferimento di incarico, potrà spingere i professionisti singoli o associati e le società professionali a costruire un proprio prezziario, da riversare nelle scritture contrattuali, e da utilizzare anche nella pubblicità informativa consentita dalle norme deontologiche. Il prontuario si caratterizza per tutte le categorie professionali per una spiccata semplificazione e onnicomprensività. Per gli avvocati si abbandona un sistema articolato in diritti e onorari rapportati alle autorità giudiziarie procedenti e al valore della causa, in cui sia i diritti che gli onorari elencavano ogni singola prestazione: dalla formazione del fascicolo alla corrispondenza con parti e controparti, dalla stesura degli atti di causa alla notificazione della sentenza, e così via.
I parametri individuano alcune fasi: di studio della controversia; di introduzione del procedimento; istruttoria; decisoria; esecutiva. In relazione a ciascuna fase il parametro è onnicomprensivo, anche se suscettibile di aumenti e diminuzioni. La semplificazione riguarda anche il procedimento di ingiunzione e il precetto. In quest'ultimo caso è l'avvocato che redige l'atto, che avvia l'esecuzione forzata: i parametri ministeriali individuano quattro scaglioni con relativo compenso onnicomprensivo. I parametri per gli avvocati mandano, dunque, in soffitta sia i diritti che gli onorari e individuano una unica voce di compenso. L'importo conteggiato dal giudice sarà comunque onnicomprensivo per la prestazione professionale, incluse le attività accessorie alla stessa.
Nei compensi, determinati dal regolamento, non sono comprese le spese da rimborsare secondo qualsiasi modalità: le parti possono anche mettersi d'accordo per il rimborso in modo forfettario. Non sono compresi oneri e contributi dovuti a qualsiasi titolo. Mentre sono compresi i costi degli ausiliari incaricati dal professionista.
Quando l'incarico professionale è conferito a una società tra professionisti, si applica il compenso spettante a uno solo di essi anche per la stessa prestazione eseguita da più soci.
Una importante novità, che vale per tutti i professionisti, riguarda il preventivo. L'assenza di prova del preventivo di massima (articolo 9, comma 4, terzo periodo, del decreto legge 1/2012) costituisce elemento di valutazione negativa da parte dell'organo giurisdizionale per la liquidazione del compenso (articolo ItaliaOggi del 23.08.2012).

INCARICHI PROFESSIONALIAbolizione dei tariffari senza riflessi per lo stato. Parere del Consiglio di stato sul dpr con i nuovi parametri.
L'abolizione delle tariffe non deve danneggiare le casse professionali e gli archivi notarili.
È quanto prevede il parere 13.08.2012 n. 3576 del Consiglio di Stato, che ha licenziato favorevolmente lo schema di Regolamento sulla determinazione dei parametri per oneri e contribuzioni dovuti alle Casse professionali e agli Archivi, in attuazione dell'articolo 9, comma 2, secondo e terzo periodo, del decreto-legge 1/2012.
Si tratta di un derivato della abolizione delle tariffe professionali e il principio generale da perseguire è salvaguardare l'equilibrio finanziario, anche di lungo periodo, delle casse previdenziali professionali; inoltre si deve evitare una riduzione delle principali entrate dell'amministrazione degli archivi notarili (tassa archivio, tassa iscrizione al Registro generale dei testamenti e diritti per i servizi resi all'utenza), basate sulla tariffa notarile.
Lo schema di regolamento mantiene un importo base di calcolo unico sia per le tasse che per i contributi; tale importo rimane graduale per gli atti di valore determinato o determinabile, mentre è stabilito in misura fissa per gli altri atti, a seconda della tipologia dell'atto.
Inoltre gli importi da indicare al repertorio per il calcolo di tasse e contributi sono stati adeguati all'andamento dell'inflazione nel periodo 2001-2011 (23%).
Il Consiglio di stato rileva che l'adeguamento non deve necessariamente essere pienamente corrispondente all'incremento Istat per le professioni liberali, soprattutto in un momento di crisi economica e finanziaria.
Anche se la misura, più bassa del tasso d'inflazione, deve essere rimessa all'amministrazione, tenuto conto anche della finalità di salvaguardare l'equilibrio finanziario, anche di lungo periodo, delle casse previdenziali professionali.
Lo schema di decreto prevede una sola tabella per i parametri determinati in misura graduale, da applicare sia per gli atti pubblici, sia per le scritture private autenticate, con allineamento agli importi previsti per gli atti pubblici.
Il Consiglio di stato suggerisce, tuttavia, di conservare una riduzione per le scritture private autenticate o, comunque, di mantenere una unica tabella con importi determinati in misura inferiore e non allineati verso l'alto.
Altro punto da rivedere è l'importo dovuto per il rilascio delle copie di atto cartaceo, raddoppiato in caso di copia esecutiva: palazzo Spada chiede di valutare la congruità degli importi, tenuto conto che si tratta di un semplice rilascio di copie (articolo ItaliaOggi del 17.08.2012 - link a www.corteconti.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALISANZIONI AMMINISTRATIVE - GIUDIZIO DI OPPOSIZIONE AI SENSI DELLA LEGGE N. 689 DEL 1981 AVVERSO ORDINANZA INGIUNZIONE EMESSA DA UN COMUNE - RAPPRESENTANZA PROCESSUALE DELL'ENTE LOCALE - NECESSITA', O MENO, DELLA AUTORIZZAZIONE DELLA GIUNTA COMUNALE - QUESTIONE RIMESSA ALLE SEZIONI UNITE.
La Sezione Seconda civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della risoluzione della questione, ritenuta di massima di particolare importanza, concernente la necessità, o meno, anche per i giudizi di cui all’art. 23 della legge n. 689 del 1981 dell’autorizzazione della giunta comunale al Sindaco, ove previsto dallo Statuto dell’ente (Corte di Cassazione, Sez. II civile, ordinanza interlocutoria 07.08.2012 n. 14219 - tratto da www.cortedicassazione.it).

luglio 2012

INCARICHI PROFESSIONALI: G. Naimo,  I “SERVIZI LEGALI”: NOZIONE E CENNI SULLA DISCIPLINA DI AFFIDAMENTO (link a www.osservatorioappalti.unitn.it).

giugno 2012

INCARICHI PROFESSIONALI: I. Di Toro, CONFERIMENTO DEL PATROCINIO LEGALE PER LA DIFESA DEGLI ENTI LOCALI: IL CONSIGLIO DI STATO AMMETTE L’AFFIDAMENTO DIRETTO (Gazzetta Amministrativa n. 2/2012).

INCARICHI PROGETTUALIParcelle più leggere per i tecnici. Spese e oneri dell'attività fuori dalla liquidazione dei compensi. Il decreto con i parametri di riferimento riduce gli onorari dei professionisti fino al 30%.
Parcelle più leggere fino al 30% per le prestazioni professionali di area tecnica. Per lo meno nel calcolo degli onorari giudiziari. Anche se, a detta di molti, i nuovi parametri per la liquidazione dei compensi diventeranno implicitamente i nuovi riferimenti tariffari nella contrattazione con i clienti.
Secondo l'atteso decreto che contiene i criteri per la liquidazione degli onorari per le professioni regolamentate (si veda ItaliaOggi di ieri), infatti, sul calcolo dovuto per esempio a un'opera di progettazione o direzione lavori, di verifica o collaudo di un impianto elettrico scompare qualsiasi rimborso delle spese e degli oneri sostenuti per svolgere l'attività. Il che significa una media di circa il 20-30% in meno dei compensi professionali dovuti fino ad ora, quando queste spese venivano calcolate a piè di lista o su base forfettaria fino a un massimo del 60% degli onorari. In sostanza se, per esempio, per una ristrutturazione edilizia del valore di 100 mila euro il professionista fino ad ora avrebbe incassato circa 13 mila euro e a queste, poi, aggiunto tutti i rimborsi e spese sostenute per l'attività, ora queste voci saranno ricomprese nel calcolo totale.
Un passaggio che ha fatto andare su tutte le furie le diverse rappresentanze delle professioni tecniche. Basti pensare, spiega Pasquale Caprio, presidente del dipartimento competenze e compensi professionale del Consiglio nazionale degli architetti, «che secondo le nostre simulazioni effettuate sulla base di questi parametri il compenso, per esempio, su una progettazione di un edificio scolastico, sarà decurtato ancora di più rispetto al criterio tariffario risalente a una vecchia legge del 1949 il cui ultimo aggiornamento risale a oltre 30 anni fa, nel 1987». Ma non solo, perché il regolamento messo a punto dal ministro della giustizia, Paola Severino, lascia anche un margine di discrezionalità nella mani del giudice che, si legge nell'articolo 36 del testo, «in considerazione della natura dell'opera, del pregio della prestazione, dei risultati e dei vantaggi anche economici, può aumentare o diminuire il compenso di regola fino al 60%».
Una norma questa che sono in molti a ritenere addirittura frutto di un svista: «mi sembra un passaggio incongruo», spiega il numero degli ingegneri Armando Zambrano, «perché se c'è una complessità specifica che nel testo è stata ricompresa in una determinata forbice di valore, allora non si capisce questo abbattimento o questa maggiorazione a cosa serva. Se, poi, si tratta di considerare l'eventuale urgenza della prestazione allora la diminuzione non ha alcun senso».
Dito puntato anche per la scomparsa di qualsiasi riferimento di un parametro legato alla prestazione a ora, quella che nei vecchi tariffari era detta a vacazione: «Il mio tempo, in sostanza non vale nulla», tuona ancora Capria, «perché qualora non si possa far riferimento ai parametri ma si debba considerare il fattore tempo, il professionista non potrà essere pagato». In tutto questo i professionisti di area tecnica, dunque, salvano solo un principio: il regolamento in questione una volta entrato in vigore diventerà il nuovo punto di riferimento per le stazioni appaltanti da utilizzare per le gare di progettazione.
«Un passaggio importante», spiega il numero uno dei periti industriali Giuseppe Jogna, «che finalmente porrà fino all'arbitrio delle amministrazioni pubbliche nel calcolo degli onorari dovuto all'assenza di riferimenti per la cancellazione delle tariffe e soprattutto alla tentazione di sottostimarne gli importi. D'ora in poi, quindi, chi determinerà il bando farà importi compatibili con tali parametri e soprattutto con la logica del lavoro» (articolo ItaliaOggi del 23.06.2012).

INCARICHI PROGETTUALIDal 13 agosto obbligo di polizza assicurativa per tutti i professionisti. Ecco i termini da conoscere prima di stipulare il contratto.
Dal 13.08.2012 architetti, ingegneri, geometri, notai, avvocati, commercialisti, ossia tutti i liberi professionisti dovranno avere una polizza assicurativa a tutela di errori professionali.
Lo stabilisce la Legge 148/2011 (di conversione del Decreto 138/2011) che prevede:
Þ l’obbligo di stipulare un’assicurazione privata per la responsabilità civile, a partire dal 13.08.2012;
Þ l’obbligo di indicare al cliente i dati della polizza assicurativa al momento del conferimento dell’incarico.
Ma cosa vuol dire franchigia, premio, massimale, claims made?
In allegato a questo articolo, oltre al testo coordinato del Decreto 138/2011, la redazione di BibLus-net propone ai propri lettori un documento contenente le definizioni principali legate ad una polizza, da conoscere assolutamente prima della stipula (21.06.2012 - link a www.acca.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Conferimento dell’incarico di patrocinio legale.
Con la presentazione della domanda di partecipazione alla gara e con la predisposizione e l’inoltro dell'offerta, i soggetti concorrenti assumono una posizione differenziata e qualificata e, di conseguenza, l’Amministrazione che ha bandito la gara, ove intenda annullarla in autotutela, deve provvedere, ai sensi degli art. 7 e 8 l. n. 241/1990, a comunicare loro l'avviso di avvio del relativo procedimento al fine di consentire la difesa del bene della vita dato dalla chance di aggiudicazione.
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La domanda di risarcimento del danno quantificata dal ricorrente in € 24.000,00 non può trovare accoglimento per mancato raggiungimento, sia sotto il profilo del danno emergente che del lucro cessante, della prova del danno lamentato, non avendo il ricorrente dimostrato, sotto il primo profilo, la perdita patrimoniale riveniente