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dossier CERTIFICATO DI DESTINAZIONE URBANISTICA
anno 2017

EDILIZIA PRIVATAIl certificato di destinazione urbanistica ha portata meramente ricognitiva di situazioni di fatto e di diritto altrove definite e, come tale, è sfornito di ogni efficacia provvedimentale e, quindi, privo di concreta lesività, il che ne rende inammissibile l’autonoma impugnazione.
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3.2 E’, invece, inammissibile –come correttamente eccepito dalla difesa comunale– l’impugnazione del certificato di destinazione urbanistica prot. n. 49489, rilasciato dal Comune di Desio in data 21.12.2007.
Sul punto, è sufficiente richiamare il consolidato orientamento giurisprudenziale per il quale il certificato di destinazione urbanistica ha portata meramente ricognitiva di situazioni di fatto e di diritto altrove definite e, come tale, è sfornito di ogni efficacia provvedimentale e, quindi, privo di concreta lesività, il che ne rende inammissibile l’autonoma impugnazione (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 04.02.2014, n. 505; TAR Lombardia Milano, Sez. I, 24.03.2016, n. 586; TAR Lazio, Latina, 22.05.2013, n. 482; TAR Lazio, Roma, Sez. II-bis, 06.03.2012, n. 2241; TAR Lombardia, Milano, Sez. II, 12.01.2010, n. 21)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 21.02.2017 n. 434 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2016

EDILIZIA PRIVATAIl certificato di destinazione urbanistica rientra nella categoria degli atti di certificazione redatti da pubblico ufficiale aventi carattere dichiarativo o certificativo del contenuto di atti pubblici preesistenti e pertanto esso non può essere sussunto nella categoria del documento amministrativo così come definito dall’art. 22 l. 07.08.1990, n. 241, costituendo l’esercizio di una funzione dichiarativa o certificativa sulla base degli atti di strumentazione urbanistica.
Pertanto, il suo rilascio non può avvenire nelle forme del diritto di accesso, ma secondo le specifiche fonti normative, legislative e regolamentari, che precipuamente riguardano tali tipi di atti amministrativi.
In sostanza, il certificato di destinazione urbanistica non è soggetto alle norme in materia di accesso ai documenti amministrativi, non essendo un “documento” già formato e “detenuto” dalla Pubblica Amministrazione –come richiesto dalla normativa di settore- ma implicando lo svolgimento di un’attività ulteriore di carattere accertativo e dichiarativo della P.A., sulla scorta delle risultanze della strumentazione urbanistica: attività inammissibile in sede di accesso agli atti, che presuppone il carattere già formato e precostituito del documento oggetto dell’istanza, suscettibile di essere osteso all’interessato attraverso una semplice attività di ricerca e di rilascio di copia
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... per l'accertamento del diritto della ricorrente ad ottenere il rilascio del certificato di destinazione urbanistica.
...
1. Con ricorso notificato il 18-22.03.2016 e depositato il 1° aprile successivo, la signora Fe.Gi., agendo in proprio ai sensi dell’art. 23 cod. proc. amm., ha premesso di aver presentato in data 21.01.2016 al Segretario Comunale del Comune di Maglione un’istanza concernente il rilascio del certificato di destinazione urbanistica (storicizzato dal 10.01.2012), relativo alle seguenti particelle catastali: Foglio 18 nn. 38 e 39; Foglio 18 nn. 24, 25 e 28; Foglio 17 nn. 87 AA e 88, autocertificandone la comproprietà con i signori Fe.Gi. e Ga. geom. Gi., a dimostrazione della titolarità di una situazione soggettiva giuridicamente rilevante all’accesso; tuttavia, l’istanza in questione sarebbe stata respinta dall’Amministrazione.
Attraverso una serie di considerazioni di carattere generale, non sempre di agevole percezione, la ricorrente ha chiesto a questo Tribunale di dichiarare il suo diritto di accedere al predetto documento, con conseguente condanna dell’amministrazione comunale a rilasciarne copia alla ricorrente.
2. Il Comune di Maglione non si è costituito in giudizio.
3. All’udienza in camera di consiglio dell’08.06.2016, nessuna delle parti presente, la causa è stata trattenuta per la decisione.
4. Il ricorso va dichiarato inammissibile, non essendo stati prodotti in giudizio né l’asserito provvedimento di diniego di accesso adottato dall’amministrazione comunale, né l’istanza di accesso asseritamente presentata dalla ricorrente in data 21.01.2016, rispetto alla quale valutare l’eventuale formazione del silenzio rigetto di cui all’art. 25 L. n. 241/1990.
5. Solo per completezza –e fermo il rilievo dell’inammissibilità– il ricorso è pure infondato nel merito.
La giurisprudenza ha infatti affermato che “Il certificato di destinazione urbanistica rientra nella categoria degli atti di certificazione redatti da pubblico ufficiale aventi carattere dichiarativo o certificativo del contenuto di atti pubblici preesistenti e pertanto esso non può essere sussunto nella categoria del documento amministrativo così come definito dall’art. 22 l. 07.08.1990, n. 241, costituendo l’esercizio di una funzione dichiarativa o certificativa sulla base degli atti di strumentazione urbanistica; pertanto, il suo rilascio non può avvenire nelle forme del diritto di accesso, ma secondo le specifiche fonti normative, legislative e regolamentari, che precipuamente riguardano tali tipi di atti amministrativi” (TAR Potenza, sez. I 29.01.2016 n. 55; TAR Lecce, sez. II 17.09.2009 n. 2121.
In sostanza, il certificato di destinazione urbanistica non è soggetto alle norme in materia di accesso ai documenti amministrativi, non essendo un “documento” già formato e “detenuto” dalla Pubblica Amministrazione –come richiesto dalla normativa di settore- ma implicando lo svolgimento di un’attività ulteriore di carattere accertativo e dichiarativo della P.A., sulla scorta delle risultanze della strumentazione urbanistica: attività inammissibile in sede di accesso agli atti, che presuppone il carattere già formato e precostituito del documento oggetto dell’istanza, suscettibile di essere osteso all’interessato attraverso una semplice attività di ricerca e di rilascio di copia (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 18.06.2016 n. 887 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Con riguardo alla richiesta di ostensione del certificato di destinazione urbanistica, il predetto atto rientra nella categoria degli atti di certificazione, redatti da pubblico ufficiale, aventi carattere dichiarativo o certificativo del contenuto di atti pubblici preesistenti e non può essere sussunto nella categoria del "documento amministrativo", così come definito dall'art. 22 lett. "d" della l. n. 241/1990 e s.m.i., in materia di accesso agli atti ("ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale"), costituendo l'esercizio di una funzione dichiarativa o certificativa sulla base degli atti di strumentazione urbanistica.
Ne consegue che, il rilascio dei certificati di destinazione urbanistica non può avvenire nelle forme del diritto di accesso, ma secondo le specifiche fonti normative, legislative e regolamentari, che precipuamente riguardano tali tipi di atti amministrativi.

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5. A diverse conclusioni deve pervenirsi con riguardo alla richiesta di ostensione del certificato di destinazione urbanistica, tenuto conto che il predetto atto rientra nella categoria degli atti di certificazione, redatti da pubblico ufficiale, aventi carattere dichiarativo o certificativo del contenuto di atti pubblici preesistenti e non può essere sussunto nella categoria del "documento amministrativo", così come definito dall'art. 22 lett. "d" della l. n. 241/1990 e s.m.i., in materia di accesso agli atti ("ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale"), costituendo l'esercizio di una funzione dichiarativa o certificativa sulla base degli atti di strumentazione urbanistica (cfr. in tal senso TAR Puglia Lecce, sez. II, 17.09.2009, n. 2121).
Ne consegue che, il rilascio dei certificati di destinazione urbanistica non può avvenire nelle forme del diritto di accesso, ma secondo le specifiche fonti normative, legislative e regolamentari, che precipuamente riguardano tali tipi di atti amministrativi.
La relativa domanda va pertanto respinta
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 13.04.2016 n. 1793 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2015

EDILIZIA PRIVATA: IPOTESI IN CUI DEVE ESSERE PRODOTTO IL CERTIFICATO DI DESTINAZIONE URBANISTICA E VALENZA DI DESTINAZIONI IN ITINERE.
Il certificato di destinazione urbanistica è necessario soltanto per la valida conclusione del contratto definitivo, posto che l’art. 18, comma 2, L. n. 47/1985 si riferisce ai soli contratti che determinano effetti reali e non anche a quelli con effetti obbligatori, come il preliminare di compravendita: se ne ha che il c.d.u. va allegato nel solo primo caso oppure -in ipotesi di azione ex art. 2932 c.c.- va prodotto nel fascicolo di giudizio, attesa la funzione sostitutiva di tale azione del contratto definitivo non concluso.
La vocazione agricola o edificatoria del terreno va scrutinata con riguardo al momento della conclusione del contratto, senza che possa avere incidenza la destinazione urbanistica in itinere, salva l’ipotesi -eccezionale e non suscettibile d’interpretazione estensiva- prevista dall’art. 8, comma 2, L. n. 590/1965 che impone di dare rilievo alle utilizzazioni future laddove lo strumento urbanistico in itinere preveda un cambio di destinazione da agricola ad urbanistica.

Sorge controversia tra alcuni privati, circa un contratto preliminare relativo all’acquisto di un appezzamento di terreno agricolo con entro-stanti fabbricati rurali, condotto in affitto per uso agricolo e zootecnico da un terzo soggetto.
Le parti previdero che -in caso di esercizio della prelazione da parte dei conduttori, aventi diritto- il preliminare si sarebbe risolto con restituzione al promissario acquirente del solo acconto versato.
Il promittente venditore comunicava che gli affittuari avevano manifestavano la volontà di esercitare la prelazione e di ritenersi perciò sciolto dal preliminare sottoscritto, manifestando disponibilità a restituire l’importo ricevuto. Il promissario acquirente, ritenendo che il terreno oggetto del contratto non avesse vocazione agricola, sicché alcun diritto di prelazione ex lege n. 590/1965, potesse spettare agli affittuari, convenne in giudizio il promittente venditore con un’azione ex art. 2932 c.c.
Il Tribunale ordinario rigettò la domanda.
La Corte territoriale viceversa accolse il gravame sul rilievo che, ai fini della configurabilità o meno del diritto di prelazione agraria e in particolare circa il requisito della natura agricola del terreno oggetto della prelazione e del riscatto, occorresse far riferimento al PRG vigente al momento della conclusione del contratto e non al successivo piano, ancora in itinere al momento della stipula del preliminare.
Insorge, contro la sentenza della Corte territoriale, l’originario convenuto e promittente venditore, con un ricorso che la Suprema Corte respinge, così confermando la statuizione finale dei giudici del merito.
In particolare, il Giudice di legittimità, ribadisce che la vocazione agricola o edificatoria del terreno va verificata al momento della conclusione del contratto. Questo, benché l’art. 8, comma 2, della L. n. 590/1965 -invocato dal ricorrente- introduca eccezione a tale principio, laddove impone di dare rilievo alle utilizzazioni future nel solo caso in cui lo strumento urbanistico in itinere preveda un cambio di destinazione. Tuttavia, osserva la Suprema Corte, non rileva a tal fine un qualsiasi cambio di destinazione, ma la sola ipotesi del cambio di destinazione da agricola ad urbanistica.
È questa un’eccezione al principio generale, che trova la sua ratio nella necessità di evitare speculazioni, realizzabili laddove - attraverso l’apparenza di voler realizzare unità produttive agricole - si miri in realtà a lucrare il prossimo incremento di valore del bene, allorché questo passerà da una utilizzazione agricola a quella edilizia.
In ragione del fatto che la norma in questione ha carattere eccezionale, essa non è suscettibile d’interpretazione estensiva sicché non può applicarsi al caso inverso, caratterizzato da un assetto di interessi del tutto differente, in mancanza di un’espressa disposizione normativa che preveda che ai fini della individuazione della natura del terreno si debba in ogni caso aver riguardo alle previsioni dello strumento urbanistico in itinere.
Attraverso l’eccezione contenuta nella norma in commento, si ripristina il principio della libera disponibilità del fondo da parte del suo proprietario, la cui compressione (che consegue alla previsione del diritto di prelazione in favore del proprietario coltivatore diretto del fondo confinante e dell’affittuario) si giustifica in virtù della particolare tutela assicurata al mantenimento e all’incentivazione delle attività agricole dalla L. n. 590/1965. Quindi, se il fondo è coltivato ma in base alle disposizioni del PRG vigente esso non ha vocazione pienamente agricola, non sussiste il diritto di prelazione e riscatto in capo all’affittuario coltivatore diretto.
La Suprema Corte respinge anche il terzo motivo, recante doglianza di violazione, tra gli altri, dell’art. 2932 c.c., e dell’art. 40 della L. n. 47/1985 e dell’art. 46, d.P.R. n. 380/2001 (T.U. Edilizia) per la mancanza del c.d.u. (certificato di destinazione urbanistica) nel contratto, preliminare, che avrebbe comportato nullità del medesimo.
Osserva, sul punto la S.C. che il certificato di destinazione urbanistico è necessario solo per la valida conclusione del contratto definitivo e non anche del preliminare, secondo un principio ormai consolidato secondo il quale la disposizione dell’art. 18, comma 2, L. 28.02.1985, n. 47, che sancisce la nullità degli atti tra vivi, aventi a oggetto trasferimento, costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali relativi a terreni, quando a essi non sia allegato il certificato di destinazione urbanistica contenente le prescrizioni urbanistiche riguardanti l’area interessata, si riferisce esclusivamente ai contratti che determinano l’effetto reale indicato dalla norma e non anche a quelli con effetti obbligatori, come il contratto preliminare di compravendita.
Per l’effetto, il preliminare è valido pur non contenendo la dichiarazione di cui agli artt. 17 e 40 della legge citata e l’allegazione del c.d.u., fatta salva l’esigenza di allegazione del detto certificato al contratto definitivo o nel caso di azione ex art. 2932 c.c., attesa la funzione sostitutiva del contratto definitivo non concluso da essa spiegata (inter alias, Cass. n. 24460/2007) (Corte di Cassazione, Sez. III civile, sentenza 12.06.2015 n. 12230 - Urbanistica e appalti n. 8-9/2015).

anno 2014

EDILIZIA PRIVATA: NON OCCORRE LA PRODUZIONE DEL CERTIFICATO DI DESTINAZIONE URBANISTICA IN CASO DI FRAZIONAMENTO DI FONDI SENZA FINALITÀ EDIFICATORIE.
L’art. 30, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001 definisce l’ipotesi di lottizzazione abusiva e il successivo comma 2 impone di allegare il certificato di destinazione urbanistica allo scopo di prevenire abusi edilizi, sicché sono nulli gli atti tra vivi, aventi ad oggetto il trasferimento di diritti reali relativi a terreni senza allegazione del certificato di destinazione urbanistica, salvo che non si verta in fattispecie negoziale in cui non sussistono finalità edificatorie.
Tra due coppie di coniugi, comproprietarie di alcuni fondi confinanti, sorgevano dissidi di natura dominicale che portarono alla sottoscrizione d’una scrittura privata transattiva con la quale era regolato l’uso delle parti comuni e ripartite le porzioni d’una strada promiscua, con rinuncia alla relativa servitù di passo.
Una delle parti, sul presupposto dell’inottemperanza dell’altra, la evocava in giudizio per ottenere l’accertamento dell’esistenza dell’obbligo di dare esecuzione alla scrittura privata transattiva, con ogni seguente pronuncia costituiva ex art. 2932 c.c. Il Tribunale accoglieva la domanda, dichiarando che la scrittura privata era da qualificarsi come un atto di divisione di proprietà del comune fondo, con attribuzione a ciascuna delle porzioni immobiliari conformemente al tenore della scrittura privata.
La convenuta appellava la decisione, dolendosi che il giudice di primo grado non avesse dichiarato la nullità della scrittura privata in ragione della mancata allegazione del certificato di destinazione urbanistica, obbligatorio ex art. 18 della L. n. 47/1985.
L’appello era reietto, sulla scorta della ritenuta infondatezza del mezzo posto che -in forza dell’art. 30, comma 4-bis, D.P.R. n. 380/2001, introdotto dalla L. n. 246/2005, applicabile anche agli atti stipulati prima dell’entrata in vigore della novella ("purché la nullità non sia stata accertata con sentenza divenuta definitiva prima di tale data")- il legislatore aveva introdotto la possibilità di sanatoria degli atti nulli (indicati dall’art. 30, comma 2, D.P.R. n. 380/2001) e che tal circostanza vanificava il motivo d’appello.
La Corte di merito aggiungeva che, nella specie, neppur ricorressero le ipotesi previste dall’art. 30, comma 2, D.P.R. n. 380/2001, perché tal norma riconduce la sanzione di nullità dell’atto alle ipotesi di lottizzazione abusiva: dal che, era irrilevante la specifica mancanza del certificato di destinazione urbanistica in questa concreta fattispecie negoziale, in cui -ad avviso della Corte- non ricorrevano finalità lottizzatorie e/o edificatorie, avendo la convenzione a oggetto una transazione sulla divisione di un fondo e l’estinzione di una servitù di passaggio, compiuta di comune accordo.
Per la cassazione di tale sentenza l’appellante soccombente propone ricorso, che il Supremo Collegio rigetta.
Osserva il Giudice di legittimità che correttamente la Corte di merito ha fatto applicazione della novella legislativa di cui all’art. 30, comma 4-bis, D.P.R. n. 380/2001. L’art. 30, comma 1, T.U. edilizia (D.P.R. n. 380/2001) definisce l’ipotesi di lottizzazione abusiva e il successivo comma 2 pone l’obbligo di allegazione del certificato di destinazione urbanistica: dalla lettura combinata delle due disposizioni si scorge la ratio sottesa alla norma che impone l’allegazione di quel certificato, quale strumento per prevenire abusi edilizi.
In tal senso si è orientata la giurisprudenza della Corte allorché ha riferito la nullità degli atti tra vivi aventi ad oggetto il trasferimento di diritti reali relativi a terreni, per mancata allegazione del certificato di destinazione urbanistica (già ex art. 18, comma 2, L. n. 47/1985), come poi anche dall’art. 30 T.U. edilizia “a tutti quegli atti negoziali che concretino consapevoli tentativi di aggirare le previsioni urbanistiche e di derogarvi” (Cass. 09.09.2013, n. 20649).
Nella stessa ottica -afferma la Corte- si pone il principio (cfr. Cass. n. 4984/2012) secondo cui, ai fini del divieto di cui all’art. 30 del D.P.R. n. 380/2001, la lottizzazione "negoziale" o "indiziaria" (cosiddetta per la necessità di ricercare la volontà di eludere le prescrizioni degli strumenti urbanistici) si configura solo quando il negozio sia accompagnato da un’ulteriore attività diretta all’inveramento dello scopo elusivo: non è sufficiente, quindi, lo scorporo di un appezzamento minore da uno maggiore (seppur nella previsione della destinazione edificatoria del lotto), in quanto la direzione della volontà verso una condotta potenzialmente lesiva deve essere indagata nelle sue manifestazioni concrete e nel suo carattere univoco.
In armonia con il richiamato orientamento si colloca, dunque, la sentenza annotata che ha affermato l’irrilevanza del certificato di destinazione urbanistica in fattispecie negoziali rispetto alle quali non sussistono finalità lottizzatorie o edificatorie, avendo la convenzione a oggetto una transazione su di una servitù di passaggio estinta di comune accordo tra i coeredi, dietro compenso
(Corte di Cassazione, Sez. III civile, sentenza 07.03.2014 n. 5419 - tratto da Urbanistica e appalti n. 5/2014).

anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: TRASFERIMENTO DI IMMOBILI EX ART. 2932 C.C. IN ASSENZA DEL CERTIFICATO DI DESTINAZIONE URBANISTICA O DEL TITOLO EDILIZIO.
Nelle controversie ex art. 2932 c.c., in applicazione di quanto previsto dagli artt. 30 e 46 del D.P.R. n. 380/2001, è necessaria l’allegazione -agli atti di trasferimento, di costituzione o di scioglimento della comunione di diritti reali relativi a terreni- del certificato di destinazione urbanistica e d’indicazione degli estremi del titolo abilitativo edilizio rilasciato dall’autorità competente.
La questione concerne un terreno con annesso rustico del quale il promissario acquirente aveva scoperto -solo dopo la firma del preliminare di compravendita e malgrado la garanzia di libertà dell’immobile da pesi, prestata dal venditore- l’inedificabilità.
Ne seguì una controversia traslativa ex art. 2932 c.c. con domanda di riduzione del prezzo ex art. 1489 c.c., in dipendenza del predetto vincolo, e di risarcimento danni.
Dopo un’originaria reiezione del Tribunale, argomentata sul fatto che il vincolo era conoscibile tanto facendo riferimento al PRG quanto ad una specifica legge regionale che lo aveva introdotto, la Corte d’appello accolse la domanda, così trasferendo la proprietà del terreno e del rustico in questione, con prezzo decurtato.
La Cassazione riforma la sentenza di merito, enunciando un importante principio valido per le controversie aventi a oggetto l’esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto preliminare di compravendita immobiliare ex art. 2932 c.c., ossia che ai sensi degli artt. 17, 18 e 40 della L. n. 47/1985, quanto -oggi- degli artt. 30 e 46 del D.P.R. n. 380/2001 deve dedursi la nullità di ogni atto di trasferimento privo, per i terreni, dell’allegazione del certificato di destinazione urbanistica, e, per gli edifici, della indicazione degli estremi della concessione edilizia.
Tale dovuta allegazione -agli atti di trasferimento, o di costituzione o di scioglimento della comunione di diritti reali relativi a terreni- del certificato di destinazione urbanistica nonché di indicazione (per gli edifici o parte di essi) degli estremi del titolo abilitativo edilizio rilasciato dall’autorità competente (ovvero di allegazione della domanda di sanatoria corredata della prova dell’avvenuto pagamento degli importi dovuti) determina l’impossibilità, anche per il giudice, come per il notaio, di pronunciare una sentenza traslativa dell’immobile ex art. 2932 c.c. (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 15.10.2013 n. 23339 - tratto da Urbanistica e appalti n. 12/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Comune di Arnara - Parere in merito al rilascio dei certificati di destinazione urbanistica nel periodo di coesistenza tra disposizioni urbanistiche approvate e disposizioni urbanistiche adottate (Regione Lazio, parere 06.02.2013 n. 340076 di prot.).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATARientra nella giurisdizione del g.o. la domanda con la quale è stata chiesta la condanna di un Comune al risarcimento dei danni subiti in conseguenza del rilascio, da parte dell'ente territoriale, del certificato di destinazione urbanistica erroneamente attestante la qualità edificatoria di un terreno risultato, in realtà, soltanto in minima parte edificabile.
In via preliminare deve essere dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo in favore del giudice ordinario.
Infatti, secondo un indirizzo giurisprudenziale consolidato, tra cui Cassazione civile sez. un., 23.09.2010, n. 20072, cui questo collegio ritiene di aderire, “Rientra nella giurisdizione del g.o. la domanda con la quale è stata chiesta la condanna di un Comune al risarcimento dei danni subiti in conseguenza del rilascio, da parte dell'ente territoriale, del certificato di destinazione urbanistica erroneamente attestante la qualità edificatoria di un terreno risultato, in realtà, soltanto in minima parte edificabile” (TAR Lazio-Latina, sentenza 01.06.2012 n. 422 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl certificato di destinazione urbanistica rientra nella categoria degli atti di certificazione, redatti da pubblico ufficiale, aventi carattere dichiarativo o certificativo del contenuto di atti pubblici preesistenti e non può essere sussunto nella categoria del "documento amministrativo", così come definito dall'art. 22 lett. "d" della l. n. 241/1990 e s.m.i., in materia di accesso agli atti ("ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale"), costituendo l'esercizio di una funzione dichiarativa o certificativa sulla base degli atti di strumentazione urbanistica.
Ne consegue che, il rilascio dei certificati di destinazione urbanistica non può avvenire nelle forme del diritto di accesso, ma secondo le specifiche fonti normative, legislative e regolamentari, che precipuamente riguardano tali tipi di atti amministrativi.

Quanto al certificato di destinazione urbanistica, possono condividersi le controdeduzioni formulate dall’amministrazione resistente, tenuto conto che il predetto atto rientra nella categoria degli atti di certificazione, redatti da pubblico ufficiale, aventi carattere dichiarativo o certificativo del contenuto di atti pubblici preesistenti e non può essere sussunto nella categoria del "documento amministrativo", così come definito dall'art. 22 lett. "d" della l. n. 241/1990 e s.m.i., in materia di accesso agli atti ("ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale"), costituendo l'esercizio di una funzione dichiarativa o certificativa sulla base degli atti di strumentazione urbanistica (cfr. in tal senso TAR Puglia Lecce, sez. II, 17.09.2009, n. 2121).
Ne consegue che, il rilascio dei certificati di destinazione urbanistica non può avvenire nelle forme del diritto di accesso, ma secondo le specifiche fonti normative, legislative e regolamentari, che precipuamente riguardano tali tipi di atti amministrativi (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 24.05.2012 n. 1317 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl certificato di destinazione urbanistica, di cui ai commi 2° e seguenti dell'art. 30 del D.Lgs. 380/2001, Testo Unico dell'Edilizia, si configura come una certificazione redatta da un pubblico ufficiale, avente natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, le quali discendono invece da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso.
Pertanto, il certificato, in quanto privo di efficacia provvedimentale, non ha alcuna concreta lesività, il che rende impossibile la sua autonoma impugnazione. Gli eventuali errori contenuti in esso potranno essere corretti dalla stessa Amministrazione, su istanza del privato, oppure quest'ultimo potrà impugnare davanti al giudice amministrativo gli eventuali successivi provvedimenti concretamente lesivi, adottati in base all'erroneo certificato di destinazione urbanistica.
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Circa la domanda di risarcimento del danno derivante dall’erronea indicazione resa nel certificato di destinazione urbanistica, vale ricordare quanto statuito con l’ordinanza 23.09.2010 n. 20072 dalle SS.UU. della Cassazione civile.
In detta ordinanza si è rilevato che “Parte ricorrente si duole della (incontroversa) erroneità del certificato di destinazione urbanistica, erroneità che ne aveva indotto una falsa rappresentazione della realtà (la legittimità di un intervento edilizio relativo all'intera area in questione) cui era conseguita la decisione di acquistare il terreno - decisione che non sarebbe mai stata adottata se fossero stata fedelmente e correttamente riportate, nella certificazione de qua, le reali condizioni del terreno quoad inaedificationis.
La controversia esula, dunque, dal campo (impropriamente evocato dal comune resistente) riservato alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, non controvertendosi, nella specie, in ordine ad alcuna ipotesi di gestione del territorio, che del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, riserva alla competenza esclusiva del G.A. Diversamente da quanto opinato dal resistente (secondo il quale il certificato in parola era un semplice attestato rilasciato a richiesta del privato, tale, pertanto, da non esonerare quest'ultimo dallo svolgimento di ulteriori attività di verifica e controllo), il rilascio della certificazione in parola integra gli estremi non già dello svolgimento di una qualsivoglia attività provvedimentale della P.A., bensì del comportamento (sicuramente colposo) del funzionario, riconducibile all'ente di appartenenza, astrattamente idoneo a risolversi in un illecito civile, con la conseguenza che spetta al giudice ordinario la cognizione (e l'accertamento in concreto) della sussistenza e della tutelabilità, sul piano risarcitorio, delle posizioni di diritto soggettivo che si assumono lese nella specie.”

... per l’accertamento del diritto della ricorrente al risarcimento del danno causato dall’emissione, da parte dell’Amministrazione convenuta, di un certificato di destinazione urbanistica dal contenuto non corrispondente alla realtà, che ha indotto la ricorrente ad acquistare un terreno qualificato erroneamente come edificabile e per la contestuale condanna dell’Amministrazione al risarcimento dei danni subiti a causa dell’illegittimo comportamento dell’Amministrazione convenuta, da quantificarsi in corso di causa.
...
La Sezione ha avuto recentemente modo di affermare (cfr. Sez. I , 21.12.2011 n. 1779) che il certificato di destinazione urbanistica, di cui ai commi 2° e seguenti dell'art. 30 del D.Lgs. 380/2001, Testo Unico dell'Edilizia, si configura -secondo l'indirizzo giurisprudenziale prevalente- come una certificazione redatta da un pubblico ufficiale, avente natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, le quali discendono invece da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso. Pertanto, il certificato, in quanto privo di efficacia provvedimentale, non ha alcuna concreta lesività, il che rende impossibile la sua autonoma impugnazione. Gli eventuali errori contenuti in esso potranno essere corretti dalla stessa Amministrazione, su istanza del privato, oppure quest'ultimo potrà impugnare davanti al giudice amministrativo gli eventuali successivi provvedimenti concretamente lesivi, adottati in base all'erroneo certificato di destinazione urbanistica.
Nel caso all’esame, si domanda il risarcimento del danno derivante dall’erronea indicazione resa nel certificato sicché la fattispecie è del tutto identica a quella sulla quale si sono pronunciate, con l’ordinanza 23.09.2010 n. 20072, le SS.UU. della Cassazione civile.
In detta ordinanza si è rilevato che “Parte ricorrente si duole della (incontroversa) erroneità del certificato di destinazione urbanistica, erroneità che ne aveva indotto una falsa rappresentazione della realtà (la legittimità di un intervento edilizio relativo all'intera area in questione) cui era conseguita la decisione di acquistare il terreno - decisione che non sarebbe mai stata adottata se fossero stata fedelmente e correttamente riportate, nella certificazione de qua, le reali condizioni del terreno quoad inaedificationis.
La controversia esula, dunque, dal campo (impropriamente evocato dal comune resistente) riservato alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, non controvertendosi, nella specie, in ordine ad alcuna ipotesi di gestione del territorio, che del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, riserva alla competenza esclusiva del G.A. Diversamente da quanto opinato dal resistente (secondo il quale il certificato in parola era un semplice attestato rilasciato a richiesta del privato, tale, pertanto, da non esonerare quest'ultimo dallo svolgimento di ulteriori attività di verifica e controllo), il rilascio della certificazione in parola integra gli estremi non già dello svolgimento di una qualsivoglia attività provvedimentale della P.A., bensì del comportamento (sicuramente colposo) del funzionario, riconducibile all'ente di appartenenza, astrattamente idoneo a risolversi in un illecito civile, con la conseguenza che spetta al giudice ordinario la cognizione (e l'accertamento in concreto) della sussistenza e della tutelabilità, sul piano risarcitorio, delle posizioni di diritto soggettivo che si assumono lese nella specie
.” (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 24.04.2012 n. 687 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAErrori nel certificato di destinazione urbanistica: il privato può presentare all'Amministrazione un'istanza di correzione o impugnare davanti al giudice amministrativo i successivi provvedimenti concretamente lesivi non potendo impugnare autonomamente il solo certificato.
Il certificato di destinazione urbanistica (di cui all’art. 30 del D.Lgs. 380 del 2001 - Testo Unico dell'Edilizia) è un atto di certificazione redatto da un pubblico ufficiale avente natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, infatti tali posizioni discendono da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso (cfr. Tar Lombardia, Milano, sez. IV, 06.10.2010, 6863).
Conseguentemente deve ritenersi che tale atto, essendo sfornito di ogni efficacia provvedimentale, è altresì privo di concreta lesività, il che non rende ammissibile la sua autonoma impugnazione. Gli eventuali asseriti errori contenuti nel certificato possono semmai essere corretti dalla stessa Amministrazione, su istanza del privato, oppure quest'ultimo potrà impugnare davanti al giudice amministrativo gli eventuali successivi provvedimenti concretamente lesivi, adottati dall’Amministrazione in base all'erroneo certificato di destinazione urbanistica, in riscontro a specifica richiesta edificatoria o ai fini della riqualificazione dell’area (cfr. TAR Lombardia, Milano, sez. II, 14.03.2011, n. 279; idem, 12.01.2010, n. 21; TAR Campania, Napoli, sez. II, 20.09.2010, n. 17479; TAR Toscana, sez. I, 28.01.2008, n. 55) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 06.03.2012 n. 2241 
- massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATA: Il certificato di destinazione urbanistica non è un provvedimento amministrativo.
Non è autonomamente impugnabile il certificato di destinazione urbanistica che, per le caratteristiche proprie, si configura come una certificazione redatta da un pubblico ufficiale, avente natura e effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche che, invero, discendono da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso.

I ricorrenti, proprietari di un compendio immobiliare costituito da una civile abitazione con annessa area di pertinenza, hanno impugnato la deliberazione della resistente P.A. con cui era stato approvato il Piano di Governo del Territorio, nella parte in cui aveva rigettato le osservazioni da essi presentate a seguito dell’adozione del P.G.T.
In particolare, hanno esposto che l’area di pertinenza era costituita da: a) una striscia di terreno consistente in una rampa di accesso carraio a ovest dell’edificio che costituisce l’unico accesso carraio alla proprietà; b) una porzione di giardino e marciapiede a nord; c) una porzione di giardino a est, a sud e a sud-ovest.
A seguito dell’adozione del P.G.T., gli stessi avevano presentato due osservazioni, con le quali rispettivamente facevano rilevare la presenza di "errori grafici" contenuti nella planimetria, nonché l’indicazione come strada di una pertinenza.
Il Consiglio comunale, tuttavia, non aveva accolto le predette osservazioni, rilevando non solo che "la cartografia di base del nuovo P.G.T. è frutto di un accurato rilievo", ma anche che "considerati i vari atti notarili di provenienza degli immobili oggetto di osservazione e i frazionamenti catastali a essi collegati, si può constatare che quanto osservato non corrisponde al vero”.
Avverso quest’ultima determinazione sono insorti gli interessati, all’uopo eccependo la violazione della L. n. 241/1990, nonché eccesso di potere per travisamento dei fatti, manifesta irragionevolezza, contraddittorietà, sviamento della causa tipica, carenza di motivazione.
Il Collegio di Brescia, in via preliminare, ha esaminato l’eccezione d’inammissibilità sollevata dal Comune che, sul punto, ha rintracciato una carenza d’interesse dei ricorrenti in quanto, già prima della proposizione del gravame, sarebbero state risolte in senso favorevole agli stessi entrambe le questioni sollevate con il ricorso (e precedentemente con le due osservazioni).
L’eccezione è stata ritenuta parzialmente fondata.
Invero, in relazione alla questione della rampa di accesso carraia indicata come strada, il TAR lombardo ha condiviso la prospettazione dell’Amministrazione comunale, dato che –accolta l’osservazione presentata dall’U.T.C finalizzata alla correzione di refusi contenuti negli elaborati cartografici- l’area in contestazione non veniva più indicata come strada, ma era stata ricondotta all’ambito residenziale consolidato.
Per quanto riguarda, invece, l’altra osservazione, non vi era stata alcuna correzione di quanto segnalato dai ricorrenti (errori grafici e mancata indicato nelle tavole del marciapiede), sicché per tale parte il ricorso è stato ritenuto ammissibile.
Tuttavia, il giudicante ha rilevato ex officio che i ricorrenti, nel corso del giudizio, avevano progressivamente ampliato l’oggetto del contendere rispetto a quello delimitato dall’atto gravato e dai motivi di ricorso contenuti nell’atto introduttivo, estendendolo a questioni ulteriori e diverse attinenti ad altri atti o a motivi nuovi rispetto a quelli originari, anche in relazione ad alcune osservazioni svolte dalla difesa del Comune.
Siffatto modus procedendi è stato ritenuto inammissibile.
Il giudicante, invero, non ha mancato di precisare che, in termini generali, l’oggetto del giudizio amministrativo impugnatorio è quello delimitato dall’individuazione dell’atto impugnato e per i motivi di censura articolati nell’atto introduttivo del giudizio, risultando inammissibili le doglianze ulteriori dedotte con semplici atti depositati e non notificati.
Di conseguenza, sono state dichiarate inammissibili le questioni sollevate mediante le memorie non notificate, con le quali erano state svolte contestazioni in ordine alla data di consegna della cartografia corretta, alle risultanze contenute nel certificato di destinazione urbanistica e all’inibizione della D.I.A. presentata dai ricorrenti per la realizzazione di un cancello.
Relativamente al certificato di destinazione urbanistica di cui ai commi 2 e ss. dell'art. 30 del D.Lgs. 380/2001, l’adito TAR, invece, richiamando un fermo indirizzo esegetico, ha rilevato come tale atto si configurasse come certificazione redatta da un pubblico ufficiale, avente natura e effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, le quali discendono invece da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso (cfr. TAR Lombardia, Milano, Sez. II, 12.01.2010, n. 21; TAR Campania, Napoli, Sez. II, 20.09.2010, n. 17479; TAR Toscana, Sez. I, 28.01.2008, n. 55; TAR Valle d'Aosta, 15.02.2008, n. 16; TAR Lombardia, Milano, Sez. II, 04.11.2004, n. 5585; TAR Lazio, Roma, Sez. I, 28.05.1999, n. 542).
Sicché ha precisato, in termini generali, che il certificato, in quanto privo di efficacia provvedimentale, non possiede alcuna concreta lesività, il che rende impossibile la sua autonoma impugnazione; gli eventuali errori in esso contenuti, ha sottolineato, possono essere corretti dalla stessa Amministrazione, su istanza del privato, oppure quest'ultimo può impugnare davanti al Giudice amministrativo gli eventuali successivi provvedimenti concretamente lesivi, adottati in base all'erroneo certificato di destinazione urbanistica.
Così perimetrato l’effettivo ambito del giudizio, il Collegio è passato alla disamina delle dedotte doglianze, con particolare riferimento alla presunta indicazione nel P.G.T. di linee e punti inesistenti o traslati.
Il rilievo, sebbene ritenuto fondato, ha indotto il TAR ad affrontare la problematica se l’erronea indicazione contenuta nelle tavole del Piano di Governo del Territorio poteva mostrarsi lesiva e impugnabile in via giurisdizionale.
Al riguardo, ha osservato che, nella specie, non assumeva rilievo l’impugnativa di mappe catastali, né la contestazione di profili proprietari, bensì la contestazione, da parte del cittadino dell’esattezza e corrispondenza alla realtà effettuale di rappresentazioni cartografiche delle tavole annesse al P.G.T..
In siffatto contesto è sembrata palese la sussistenza di un interesse del privato a chiedere la correzione di discrasie riscontrate, le quali avrebbero potuto lederlo con specifico riguardo alla tematiche urbanistico-edilizie, frapponendo ostacoli o limitazioni all’attività edificatoria in relazione all’indicazione di elementi di cui si contesta l’esistenza.
E così, in virtù dell’ammissibilità e fondatezza delle eccezioni sollevate dai ricorrenti, il gravame è stato accolto con conseguente annullamento della deliberazione consiliare nella parte in cui era stata rigettata, invece di essere accolta, l’osservazione oggetto di esame giudiziale (commento tratto da www.ipsoa.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 21.12.2011 n. 1779 - link a www.giustizia-amministrativa.it

EDILIZIA PRIVATA: Il certificato di destinazione urbanistica si configura come una certificazione redatta da un pubblico ufficiale, avente natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, le quali discendono invece da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso.
Pertanto, il certificato, in quanto privo di efficacia provvedimentale, non ha alcuna concreta lesività, il che rende impossibile la sua autonoma impugnazione. Gli eventuali errori contenuti in esso potranno essere corretti dalla stessa Amministrazione, su istanza del privato, oppure quest'ultimo potrà impugnare davanti al giudice amministrativo gli eventuali successivi provvedimenti concretamente lesivi, adottati in base all'erroneo certificato di destinazione urbanistica.

Relativamente al certificato di destinazione urbanistica (di cui ai commi 2° e seguenti dell'art. 30 del D.Lgs. 380/2001, Testo Unico dell'Edilizia), occorre rilevare che -secondo l'indirizzo giurisprudenziale prevalente (cfr. TAR Lombardia, sez. II, 12.01.2010, n. 21; TAR Campania, sez. II, 20.09.2010, n. 17479; TAR Toscana, sez. I, 28.01.2008, n. 55; TAR Valle d'Aosta, 15.02.2008, n. 16; TAR Lombardia, sez. II, 04.11.2004, n. 5585 e TAR Lazio, sez. I, 28.05.1999, n. 542)– tale atto si configura come una certificazione redatta da un pubblico ufficiale, avente natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, le quali discendono invece da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso.
Pertanto, il certificato, in quanto privo di efficacia provvedimentale, non ha alcuna concreta lesività, il che rende impossibile la sua autonoma impugnazione. Gli eventuali errori contenuti in esso potranno essere corretti dalla stessa Amministrazione, su istanza del privato, oppure quest'ultimo potrà impugnare davanti al giudice amministrativo gli eventuali successivi provvedimenti concretamente lesivi, adottati in base all'erroneo certificato di destinazione urbanistica (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 21.12.2011 n. 1779 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il certificato di destinazione urbanistica ha carattere meramente dichiarativo e non costitutivo degli effetti giuridici che dallo stesso risultano, visto che la situazione giuridica attestata nel predetto certificato è la conseguenza di altri precedenti provvedimenti che hanno provveduto a determinarla. Ciò impedisce all'amministrazione, una volta avvedutasi che la certificazione contiene un’attestazione non veritiera, di rilasciare un permesso di costruire basato su un erroneo presupposto.
Va premesso che il certificato di destinazione urbanistica ha carattere meramente dichiarativo e non costitutivo degli effetti giuridici che dallo stesso risultano, visto che la situazione giuridica attestata nel predetto certificato è la conseguenza di altri precedenti provvedimenti che hanno provveduto a determinarla (TAR Campania, Napoli, Sezione II, 20.09.2010 n. 17479; TAR Lombardia, Milano, Sezione IV, 06.10.2010 n. 6863; TAR Toscana, Sezione I, 28.01.2008, n. 55).
Ciò impedisce all'amministrazione, una volta avvedutasi che la certificazione contiene un’attestazione non veritiera, di rilasciare un permesso di costruire basato su un erroneo presupposto (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 21.03.2011 n. 1604 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Impugnazione certificato di destinazione urbanistica - Natura dichiarativa - Manca l'efficacia provvedimentale - Illegittimità.
Considerato che il certificato di destinazione urbanistica (di cui all'art. 30 D.P.R. n. 380/2001), in quanto atto di certificazione redatto da un pubblico ufficiale, ha natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche che discendono in realtà da altri provvedimenti, è privo di concreta lesività, il che rende inammissibile la sua autonoma impugnazione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.03.2011 n. 729 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Certificati di destinazione urbanistica, contestazioni al G.O..
La sentenza affronta il caso di una società che ha impugnato davanti al Tribunale Amministrativo Regionale il certificato di destinazione urbanistica, sostenendone l'illegittimità, in quanto nell'atto sarebbe erroneamente indicato come saturo un comparto edificatorio, privando così ingiustificatamente un mappale della propria volumetria e di conseguenza rendendo non attuabile un progetto edilizio proposto dalla ricorrente. La sentenza, conformandosi alla giurisprudenza assolutamente prevalente, afferma il difetto di giurisdizione in merito alla controversia, che rientra, invece, nella giurisdizione del giudice ordinario.
A favore della tesi sostenuta dal TAR militano diversi elementi.
In primo luogo deve ritenersi che il certificato in questione non sia un vero e proprio provvedimento amministrativo, bensì un mero atto.
Sin dagli inizi del secolo scorso la dottrina e la giurisprudenza amministrative distinguono la nozione di provvedimento da quella più generale di atto amministrativo.
Il primo riassume tutti i requisiti propri delle manifestazioni della funzione pubblica, è l'atto conclusivo del procedimento e produce effetti nei confronti dei destinatari: è quindi la più importante specie di atto amministrativo.
Il termine atto amministrativo in senso stretto è stato spesso utilizzato, invece, per individuare gli atti posti in essere dalla pubblica amministrazione, ma che sono privi dei caratteri propri dei provvedimenti.
Secondo la teoria classica sono atti amministrativi non provvedimentali:
a) gli atti paritetici, cioè gli atti di volontà privi del carattere dell'autoritarietà;
b) gli atti di mero accertamento (ad es. certificazioni, registrazioni, verbalizzazioni).
Secondo la dottrina prevalente i caratteri propri del provvedimento sono i seguenti:
a) unilateralità;
b) tipicità e nominatività;
c) imperatività o autoritarietà;
d) inoppugnabilità;
e) esecutività.
L'unilateralità segnala che il provvedimento non ha bisogno del concorso della volontà dei destinatari per esistere.
Ciò lo distingue dai contratti, anche di diritto pubblico, che richiedono il concorso della volontà di due parti.
Si differenzia, invece, dai negozi unilaterali di diritto privato perché, essendo espressione di un potere amministrativo, il provvedimento può modificare unilateralmente le posizioni giuridiche dei terzi anche in senso negativo, mentre gli atti unilaterali di diritto privato possono modificare la sfera giuridica dei terzi senza il loro consenso solo in senso favorevole.
La tipicità significa che i provvedimenti sono definiti nei loro elementi costitutivi dalla legge, mentre con il termine nominatività si sottolinea che essi solo quelli previsti dal legislatore.
La tipicità è espressione del principio di legalità, in quanto il potere di sacrificare unilateralmente le posizioni giuridiche dei terzi dev'essere espressamente previsto dalla legge, che ne determina anche i presupposti e gli effetti.
Il principio di tipicità comporta che il provvedimento è legittimo solo vi è corrispondenza tra potere amministrativo e provvedimento: qualora un atto sia posto in essere per perseguire un interesse, anche pubblico, diverso da quello per il quale è previsto, esso è viziato da eccesso di potere per sviamento dall'interesse pubblico o dalla causa tipica.
Ulteriore conseguenza del principio di tipicità, secondo la giurisprudenza, è che la qualificazione del provvedimento va operata in base all'esclusiva considerazione del potere effettivamente esercitato, e non in base alla qualificazione ad esso attribuita dalle parti o alle norme in esso citate.
Il requisito dell'imperatività o autoritarietà è il più discusso.
Secondo la teoria classica il provvedimento è la manifestazione di un potere d'impero della pubblica amministrazione e tale potere è l'essenza stessa del provvedimento.
Con questo termine si intende il potere di costituire, modificare ed estinguere le posizioni giuridiche dei terzi mediante un proprio atto unilaterale, esercizio di quel potere.
La dottrina della fine dell'ottocento e del primo novecento ha identificato nell'imperatività il carattere tipico del provvedimento.
Diverse erano le conseguenze che si desumevano dal requisito dell'imperatività del provvedimento.
In primo luogo il divieto del giudice ordinario di modificare il provvedimento; in secondo luogo la sua esecutorietà, cioè la possibilità di portarlo ad esecuzione forzata senza bisogno dell'intervento del giudice; in terzo luogo l'autotutela, cioè il potere della p.a. di modificare o revocare una sua precedente manifestazione di volontà unilateralmente; in quarto luogo il potere di degradare i diritti soggettivi ad interessi legittimi per assoggettarli al potere amministrativo.
Gran parte di questi poteri della p.a., oggi, però sono stati ridimensionati. In particolare, come vedremo, la L. 11.02.2005, n. 15, che ha dettato lo statuto del provvedimento amministrativo, ha escluso che tali poteri siano insiti nel potere amministrativo, ma li ha ricondotti all'unica fonte che in un regime democratico li può giustificare, cioè la legge.
Così l'esecutorietà non è più un principio generale ma si applica ai soli provvedimenti ai quali la legge la conferisce (art. 21-ter, L. n. 241 del 1990); l'autotutela trova fondamento e disciplina nella legge (artt. 21-quinquies e 21-octies, L. n. 241 del 1990); il divieto imposto al giudice ordinario di modificare e revocare il provvedimento consegue al principio di separazione dei poteri e trova nella legge diverse eccezioni; la teoria della degradazione è ormai superata a favore della teoria secondo cui le situazione soggettive di diritto e di interesse legittimo convivono dall'inizio e si manifestano a secondo del soggetto (pubblico o privato) che pone in essere l'aggressione del bene tutelato. Sembra lecito quindi concludere che l'autorità o imperatività del provvedimento consiste oggi nella sua idoneità a modificare situazioni giuridiche altrui, senza necessità dell'altrui consenso.
Il concetto di autoritatività resta, in ogni caso, centrale quale criterio di riparto di giurisdizione in quanto la Corte costituzionale (Sent. 06.07.2004, n. 204) ha affermato che una materia può essere oggetto di giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo solo se in essa la pubblica amministrazione agisce anche esercitando il suo potere autoritativo.
Ha elevato così l'autoritatività a criterio di riparto di giurisdizione.
Le certificazioni, invece, sono prive del requisito dell'imperatività in quanto non esprimono una volontà dell'amministrazione e non hanno effetto costitutivo sulle posizioni giuridiche dei privati.
Dai certificati ordinari vanno poi distinti gli atti di accertamento costitutivo i quali, pur avendo contenuto di accertamento, producono effetti costitutivi e, quindi, sono inquadrati tra i provvedimenti.
La sentenza in commento riconosce che il certificato di destinazione urbanistica è un certificato ordinario "in quanto atto di certificazione redatto da un pubblico ufficiale, ha natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, che discendono in realtà da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso. Di conseguenza, essendo sfornito di ogni efficacia provvedimentale, è altresì privo di concreta lesività, il che rende impossibile la sua autonoma impugnazione".
Parzialmente diverso, nel contenuto ma non negli effetti, è l'orientamento della Cassazione (Cass. Civile, Sez. Unite, 23.09.2010, n. 20072) la quale ha chiarito che "la controversia in merito al contenuto del certificato di destinazione urbanistica esula dal campo riservato alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, non controvertendosi, nella specie, in ordine ad alcuna ipotesi di gestione del territorio, che del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, riserva alla competenza esclusiva del G.A.
Infatti il rilascio della certificazione in parola integra gli estremi non già dello svolgimento di una qualsivoglia attività provvedimentale della P.A., bensì del comportamento (sicuramente colposo) del funzionario, riconducibile all'ente di appartenenza, astrattamente idoneo a risolversi in un illecito civile, con la conseguenza che spetta al giudice ordinario la cognizione (e l'accertamento in concreto) della sussistenza e della tutelabilità, sul piano risarcitorio, delle posizioni di diritto soggettivo che si assumono lese da un certificato errato
".
Vediamo quindi come la Cassazione abbia regredito il certificato in questione addirittura a mero comportamento amministrativo, che, in quanto tale non costituisce attività illegittima dell'amministrazione ma solo un comportamento foriero di danni lesivi di diritti soggettivi.
Questa degradazione è la conseguenza del carattere meramente compilativo dell'atto, nel quale non si rinviene alcun esercizio della funzione amministrativa, neppure vincolata.
Infatti esso è la mera sintesi di precedenti provvedimenti (le concessione edilizie che hanno disposto della volumetria) e non produce alcun effetto vincolante, neppure nei confronti dell'amministrazione che potrà discostarsene.
Si tratta quindi, secondo la Cassazione, di una mera operazione che non comporta alcuna elaborazione mentale e tecnica con la conseguenza che non rientra neppure negli atti amministrativi.
Le conseguenze sul riparto della giurisdizione sono però le medesime: degli eventuali errori del certificato conosce il giudice ordinario perché ledono una posizione di diritto soggettivo (commento tratto da www.ipsoa.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.03.2011 n. 729 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il certificato di destinazione urbanistica è privo di efficacia provvedimentale, perciò non può essere impugnato autonomamente.
Secondo l’indirizzo giurisprudenziale assolutamente prevalente, al quale aderisce anche la scrivente Sezione, il certificato di destinazione urbanistica (di cui ai commi 2° e seguenti dell’art. 30 del D.Lgs. 380/2001, Testo Unico dell’Edilizia), in quanto atto di certificazione redatto da un pubblico ufficiale, ha natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, che discendono in realtà da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso.
Di conseguenza, essendo sfornito di ogni efficacia provvedimentale, è altresì privo di concreta lesività, il che rende impossibile la sua autonoma impugnazione.
Gli eventuali errori contenuti nel certificato possono semmai essere corretti dalla stessa Amministrazione, su istanza del privato, oppure quest’ultimo potrà impugnare davanti al giudice amministrativo gli eventuali successivi provvedimenti concretamente lesivi, adottati in base all’erroneo certificato di destinazione urbanistica.
Su tali conclusioni, come già ricordato, la giurisprudenza appare largamente maggioritaria: si vedano in particolare, TAR Lombardia, Milano, sez. II, 12.01.2010, n. 21; TAR Campania, Napoli, sez. II, 20.09.2010, n. 17479; TAR Toscana, sez. I, 28.01.2008, n. 55; TAR Valle d’Aosta, 15.02.2008, n. 16; TAR Lombardia, Milano, sez. II, 04.11.2004, n. 5585 e TAR Lazio, sez. I, 28.05.1999, n. 542.
Nel Comune di Milano, tale orientamento risulta confermato dalla lettura dell’art. 114 del Regolamento Edilizio (norma espressamente richiamata nell’atto impugnato, cfr. doc. 1 della ricorrente), in forza del quale (vedesi comma 2°), il documento ivi gravato <<...ha carattere certificativo rispetto alla disciplina vigente al momento del suo rilascio, ma non vincola i futuri atti che l’Amministrazione Comunale può emanare nel rispetto delle norme vigenti in materia>>; il che esclude che un eventuale certificato erroneo possa avere effetti cogenti sulle successive determinazioni del Comune (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.03.2011 n. 729 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: CERTIFICATO DI DESTINAZIONE URBANISTICA – NATURA ED EFFICACIA – ESCLUSIVAMENTE DICHIARATIVA – CONSEGUENZE.
Il certificato di destinazione urbanistica (di cui ai commi 2° e seguenti dell’art. 30 del D.Lgs. 380/2001, Testo Unico dell’Edilizia), in quanto atto di certificazione redatto da un pubblico ufficiale, ha natura ed effetti meramente dichiarativi e non costitutivi di posizioni giuridiche, che discendono in realtà da altri provvedimenti, che hanno a loro volta determinato la situazione giuridica acclarata dal certificato stesso.
Difettando, pertanto, di efficacia provvedimentale, esso non può formare oggetto di autonoma impugnativa giurisdizionale, dovendo gli eventuali errori essere corretti dalla stessa Amministrazione, su istanza del privato, oppure quest’ultimo potrà impugnare davanti al giudice amministrativo gli eventuali successivi provvedimenti concretamente lesivi, adottati in base all’erroneo certificato di destinazione urbanistica (massima tratta da www.amministrazioneincammino.luiss.it - TAR Lombardia–Milano, Sez. II, sentenza 14.03.2011 n. 729 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: Edificazione - Indici di densità - Densità territoriale e densità fondiaria - Nozione.
L’edificazione di aree è condizionata quantitativamente, nello strumento urbanistico, dagli indici di densità.
Tra questi, la densità territoriale indica la quantità massima di volumi realizzabili in una zona territoriale omogenea, ovvero un comprensorio di terreno caratterizzato da una medesima qualità urbanistica, mentre la densità fondiaria indica il volume massimo realizzabile su uno specifico lotto, in funzione della prima.
Cessione di cubatura - Contratto di trasferimento - Conseguente inedificabilità - Qualità obiettiva del fondo - Opponibilità ai terzi - Certificato di destinazione urbanistica - Art. 30, c. 2 d.P.R. n. 380/2001.
La cubatura che un terreno esprime o possiede può essere alienata o ceduta indipendentemente dalla alienazione o dalla cessione del terreno medesimo, a determinate condizioni. Questo perché la cubatura (ossia la possibilità di edificare un determinato volume edilizio) pur se intrinsecamente collegata al terreno che la esprime, costituisce una utilità separata da questo, autonomamente valutabile e con una propria commerciabilità e patrimonialità.
La cubatura espressa dal terreno può dunque essere oggetto di un contratto di trasferimento con il quale il proprietario di un’area trasferisce a titolo oneroso parte delle sue possibilità edificatorie ad altro soggetto allo scopo di consentire a quest’ultimo di realizzare, nell’area di sua proprietà, una costruzione di maggiore cubatura, nel rispetto dell’indice di densità fondiaria.
L’area dalla quale la cubatura è stata sottratta diviene, per quella parte di cubatura alienata, inedificabile: e tale inedificabilità è una qualità obiettiva del fondo, che inerisce alla proprietà immobiliare e si trasferisce al trasferimento di questa, opponibile, dunque, anche ai terzi, sebbene la sua sussistenza non sia evincibile secondo il sistema della trascrizione immobiliare, non richiesta per la cessione in sé (fermo restando che, laddove necessaria per il negozio in seno al quale la cessione è pattuita, anche la relativa cessione risulterà dalla trascrizione).
Tuttavia, l’esistenza dell’asservimento deve risultare dal certificato di destinazione urbanistica dell’area, ex art. art. 30, comma 2, dpr 06.06.2001 n. 380.
Cessione di cubatura - Presupposti di legittimità - Omogeneità del’area territoriale - Contiguità territoriale - Condizione giuridica.
La legittimità della cessione di cubatura, ai fini dello sfruttamento della cubatura ceduta in un progetto edilizio da parte dell’acquirente, è legata a due condizioni e cioè la omogeneità dell’area territoriale entro la quale si trovano i due terreni (cedente la cubatura e ricevente la cubatura oggetto del contratto) e la contiguità dei due fondi.
Il primo requisito è volto ad assicurare che non si stravolgano le previsioni di piano, che sono legate alla rilevazione della volumetria esistente, in modo da determinare, secondo gli standard del DM 1444/1968, a quale tipologia di comparto edificabile appartiene l’area; se fosse ammessa la cessione di cubatura tra fondi aventi qualificazione urbanistica di ZTO differenti si otterrebbe che l’indice di densità territoriale potrebbe essere alterato o superato nei limiti massimi.
Il secondo requisito non è inteso dalla giurisprudenza come una condizione fisica (ossia contiguità territoriale) ma giuridica, e viene a mancare quando tra i fondi sussistano una o più aree aventi destinazioni urbanistiche incompatibili con l’edificazione.
In altri termini, è necessario che le stesse aree siano se non contigue almeno significativamente vicine, non potendosi accomunare sotto un regime urbanistico unitario aree ricadenti in zone urbanistiche non omogenee (TAR Campania, Napoli, VIII, 15.05.2008, n. 4549; Consiglio Stato, sez. V, 30.10.2003, n. 6734) (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 12.10.2010 n. 4113 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Certificato di destinazione urbanistica - Natura dichiarativa.
Il certificato di destinazione urbanistica ha carattere meramente dichiarativo e non costitutivo degli effetti giuridici che dallo stesso risultano, visto che la situazione giuridica attestata nel predetto certificato è la conseguenza di altri precedenti provvedimenti che hanno provveduto a determinarla (TAR Toscana Firenze, I, 28.01.2008, n. 55): ciò impedisce all'Amministrazione di rilasciare una certificazione contenente attestazioni non veritiere, ossia riportante una qualificazione differente da quella attribuita all'immobile dalla normativa urbanistica vigente (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 06.10.2010 n. 6863 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Certificato di destinazione urbanistica - Natura dichiarativa.
Il certificato di destinazione urbanistica ha carattere meramente dichiarativo e non costitutivo degli effetti giuridici che dallo stesso risultano, visto che la situazione giuridica attestata nel predetto certificato è la conseguenza di altri precedenti provvedimenti che hanno provveduto a determinarla (TAR Toscana Firenze, I, 28.01.2008, n. 55): ciò impedisce all’Amministrazione di rilasciare una certificazione contenente attestazioni non veritiere, ossia riportante una qualificazione differente da quella attribuita all’immobile dalla normativa urbanistica vigente (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 06.10.2010 n. 6863 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Certificato di destinazione urbanistica - Natura - Assenza di carattere provvedimentale - Impugnazione - Inammissibilità.
2. Certificato urbanistico - Danno da errate attestazioni - Risarcimento - Competenza G.A. - Non sussiste.

1. Il certificato di destinazione urbanistica, in quanto atto amministrativo di certificazione redatto da un pubblico ufficiale, ha carattere meramente dichiarativo e non costitutivo degli effetti giuridici che dallo stesso risultano, effetti che discendono da altri precedenti provvedimenti che hanno determinato la situazione giuridica acclarata con il certificato: ne consegue che esso è sprovvisto di concreta lesività ed è pertanto inammissibile la sua autonoma impugnazione (cfr. TAR Milano, sent. n. 5585/2004; TAR Firenze, sent. n. 55/2008).
2. Nel caso in cui il danno lamentato derivi dalle attestazioni contenute nel certificato urbanistico, essendo questo un atto privo di natura provvedimentale e in quanto tale non suscettibile di impugnazione, ne discende che la domanda di risarcimento conseguente al rilascio di un certificato urbanistico errato non può rientrare nella giurisdizione del GA, privo di poteri demolitori rispetto al certificato, fonte del danno (cfr. TAR Valle d'Aosta Aosta, sent. n. 16/2008) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 12.01.2010 n. 21 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: Il rilascio dei certificati di destinazione urbanistica non può avvenire nelle forme del diritto di accesso.
Il certificato di destinazione urbanistica è stato introdotto dall’art. 8 del d.l. 23.01.1982 n. 9 (Norme per l’edilizia residenziale e provvidenze in materia di sfratti), convertito, con modificazioni, con la l. 25.03.1982 n. 94, che, al comma 9, riconosce la legittimazione alla richiesta di rilascio del suddetto certificato “a chi abbia titolo alla concessione edilizia”.
Successivamente l’art. 18, comma 2, della l. 28.02.1985 n. 47, ora trasfuso nell’art. 30 del D.P.R. n. 380/2001, ha imposto l’obbligo formale di allegazione dei certificati di destinazione urbanistica agli atti tra vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi ad oggetto il trasferimento, la costituzione o lo scioglimento della comunione di diritti reali su terreni, sanzionandone la violazione con la nullità insanabile dell’atto e con l’impossibilità di procederne alla trascrizione nei pubblici registri immobiliari.
Il certificato di destinazione urbanistica contiene la indicazione della vocazione (agricola o edificatoria) di un determinato terreno, in base alla strumentazione urbanistica vigente, con la specificazione di tutte le relative prescrizioni urbanistiche ed edilizie; esso è redatto e rilasciato dagli uffici tecnici comunali, a specifica richiesta di soggetto giuridicamente legittimato (di regola, proprietario, titolare di altro diritto reale, possessore dell’entità immobiliare interessata alla richiesta), previo versamento di particolari oneri (imposta di bollo, diritti di segreteria).
Il certificato di destinazione urbanistica rientra, dunque, nella categoria degli atti di certificazione, redatti da pubblico ufficiale, aventi carattere dichiarativo o certificativo del contenuto di atti pubblici preesistenti (Consiglio di Stato, Sez. V 25.09.1998 n. 1328).
In relazione alla sua qualificazione giuridica, il certificato di destinazione urbanistica non può essere sussunto nella categoria del “documento amministrativo”, così come definito dall’art. 22, lett. “d”, della l. n. 241/1990 e s.m.i., in materia di accesso agli atti (“ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale”), costituendo l’esercizio di una funzione dichiarativa o certificativa sulla base degli atti di strumentazione urbanistica.
Ne consegue che, il rilascio dei certificati di destinazione urbanistica non può avvenire nelle forme del diritto di accesso, ma secondo le specifiche fonti normative, legislative e regolamentari, che precipuamente riguardano tali tipi di atti amministrativi (TAR Puglia-Lecce, Sez. II, sentenza 17.09.2009 n. 2121 - link a www.
giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla natura dichiarativa del certificato di destinazione urbanistica.
Il certificato di destinazione urbanistica non ha carattere costitutivo ma meramente dichiarativo e gli effetti giuridici che dallo stesso risultino discendono da altri precedenti provvedimenti che hanno determinato la situazione giuridica acclarata con il certificato. Infatti questo è una tipica dichiarazione di scienza proveniente dalla pubblica amministrazione circa il contenuto degli strumenti urbanistici.
Ne consegue che nel documento in questione deve essere riportato solo quanto risulta dagli atti, senza che possano essere compiute valutazioni circa l’attualità e l’efficacia delle prescrizioni relative all’area del richiedente (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 07.05.2009 n. 957 - link a www.
giustizia-amministrativa.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATA: Quesito 3 - Sulla sussistenza del divieto di autorizzazione paesaggistica in sanatoria anche con riferimento agli interventi, realizzati in assenza di nulla osta paesaggistico, prima del 1° maggio 2004 e sulla mancata indicazione del vincolo paesaggistico nel certificato di destinazione urbanistica (Geometra Orobico n. 6/2008).