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S.C.I.A. (Segalazione Certificata Inizio Attività)

D.I.A. (Denuncia Inizio Attività)
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dossier S.C.I.A. (Segnalazione Certificata di Inizio Attività)
anno 2016

EDILIZIA PRIVATA: In tema di reati edilizi, nel caso in cui la denuncia di inizio attività (DIA ora SCIA) si ponga quale titolo abilitativo esclusivo (art. 22, commi primo e secondo, d.P.R. 06.06.2001, n. 380), solo l'esecuzione di interventi edilizi in difformità sostanziale da quanto stabilito dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti edilizi integra il reato di cui all'art. 44, lett. a), d.P.R. n. 380 del 2001.
Diversamente,
nel caso in cui la DIA si ponga quale titolo abilitativo alternativo al permesso di costruire (cosiddetta superDIA: art. 22, comma terzo, d.P.R. n. 380/2001) è configurabile il reato di cui all'art. 44, lett. b), d.P.R. n. 380 del 2001, sia nel caso di assenza del permesso di costruire o della DIA, sia nel caso di difformità totale delle opere eseguite rispetto alla DIA presentata, restando priva di sanzione penale la sola difformità parziale.
---------------

2.1. Nella specie, la Corte territoriale non si è uniformata a tali principi, rinviando, da un lato, alla sentenza di primo grado ed agli elementi probatori acquisiti, ma non esaminando, dall'altro, le specifiche censure rivolte con l'appello a quella pronuncia.
Al ricorrente è stato contestato il reato previsto dall'art. 44, lett. b), del D.P.R. n. 380/2001 per aver realizzato lavori di esecuzione di un deposito temporaneo di rifiuti non pericolosi provenienti da demolizioni edili, con difformità rispetto alle previsioni progettuali.
E' stato accertato che, in sede di accesso, venivano riscontrate le difformità rispetto alle previsioni progettuali di cui alla denuncia di inizio lavori presentata dall'imputato al Comune di San Marco d'Alunzio in data 04.08.2011 e, cioè, occupazione di un'area della superficie pari a mq 92,82 anziché mq 79,56, realizzazione di muretti dell'altezza di m 3,20 anziché m. 2,00, aumento dell'altezza del muretto di divisione esterno lato ovest, omessa realizzazione di un adeguato sistema di canalizzazione delle acque meteoriche.
Va ricordato, in proposito, che
la DIA prevista dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3 (cd DIA alternativa o SuperDIA), non è istituto ontologicamente diverso da quello disciplinato dai due commi precedenti (cd DIA semplice, ora SCIA) dal quale non si distingue certo per il carattere dell'onerosità, che ben può essere comune e differisce da esso soltanto in relazione agli interventi assoggettabili (alternativamente) alla procedura.
Diverso, invece, è il connesso regime sanzionatorio.
Nei casi previsti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, commi 1 e 2, -in cui la DIA (ora S.C.I.A.), si pone come titolo abilitativo esclusivo (non alternativo, cioè, al permesso di costruire)- la mancanza della denunzia di inizio dell'attività o la difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA effettivamente presentata non comportano l'applicazione di sanzioni penali ma sono sanzionate soltanto in via amministrativa (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 37, comma 6). Dovendo ritenersi, però, che sia comunque punibile ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a), -pure se preceduta da rituale denuncia d'inizio- l'esecuzione di interventi sostanzialmente difformi da quanto stabilito da strumenti urbanistici e regolamenti edilizi.
Questa Corte ha, infatti, affermato che
l'esecuzione in assenza o in difformità degli interventi subordinati a denuncia di inizio attività (DIA) D.P.R. 06.06.2001, n. 380, ex art. 22, commi 1 e 2, (ora S.C.I.A.), allorché non conformi alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico-edilizia in vigore, comporta l'applicazione della sanzione penale prevista dal citato D.P.R. n. 380, art. 44, lett. a), atteso che soltanto in caso di interventi eseguiti in assenza o difformità dalla DIA (ora S.C.I.A.), ma conformi alla citata disciplina, è applicabile la sanzione amministrativa prevista dallo stesso D.P.R. n. 380 del 2001, art. 37, (Sez. 3, n. 41619 del 22/11/2006, Cariello, Rv. 235413; Sez. 3, n. 9894 del 20/01/2009, Tarallo, Rv. 243099).
Nei casi previsti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3, invece, in cui la DIA (DIA alternativa o superDIA), ai sensi del successivo art. 44, comma 2-bis, si pone come alternativa al permesso di costruire, l'assenza sia del permesso di costruire sia della denunzia di inizio dell'attività ovvero la totale difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA effettivamente presentata integrano il reato di cui al successivo art. 44, lett. b) (Sez. 5, 26.04.2005, Giordano; Sez. 3, 09.03.2006, n. 8303; 26.01.2004, n. 2579, Tollon).
La disciplina sanzionatoria penale non è correlata alla tipologia del titolo abilitativo, bensì alla consistenza concreta dell'intervento. Ciò che conta non è la qualificazione dell'intervento data dal privato nella DIA presentata ma la esatta indicazione e descrizione, in tale denuncia, delle opere, poi, effettivamente eseguite (Sez. 3, n. 47046 del 26/10/2007, Rv. 238463).
Non trova, comunque, sanzione penale la difformità parziale: le sanzioni di cui all'art. 44 d.P.R. n. 380/2001 sono applicabili soltanto in caso di assenza o totale difformità dalla DIA, atteso che la esclusione dell'ipotesi di parziale difformità dal regime sanzionatorio opera sia in caso di edificazione con permesso di costruire che nella diversa ipotesi di opzione per la DIA (Sez. 3, n.44248 del 23/09/2004, Croattini).
E' stato osservato, a tal proposito, che
le opere per le quali l'art. 1, comma 6, della legge 21.12.2001 n. 443 ha previsto la possibilità, a scelta dell'interessato, di procedere in base a DIA in alternativa al premesso di costruire (previsioni trasfuse, poi, con modificazioni nell'art. 22, comma 3, del T.U. n. 380/2001) sono rimaste soggette, rientrando in origine esclusivamente nel regime concessorio, alla sanzione di cui all'art. 44, lett. b), del T.U. n. 380/2001, con la conseguenza che integrano il reato previsto da tale norma le opere suddette, quando siano state realizzate in assenza sia del permesso di costruire sia della DIA, ovvero in totale difformità rispetto alla DIA inoltrata (Sez. 5, n. 23668 del 26/04/2005, Rv. 231905).
2.2. In definitiva, in tema di reati edilizi,
nel caso in cui la denuncia di inizio attività (DIA ora SCIA) si ponga quale titolo abilitativo esclusivo (art. 22, commi primo e secondo, d.P.R. 06.06.2001, n. 380), solo l'esecuzione di interventi edilizi in difformità sostanziale da quanto stabilito dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti edilizi integra il reato di cui all'art. 44, lett. a), d.P.R. n. 380 del 2001; diversamente, nel caso in cui la DIA si ponga quale titolo abilitativo alternativo al permesso di costruire (cosiddetta superDIA: art. 22, comma terzo, d.P.R. n. 380/2001) è configurabile il reato di cui all'art. 44, lett. b), d.P.R. n. 380 del 2001, sia nel caso di assenza del permesso di costruire o della DIA, sia nel caso di difformità totale delle opere eseguite rispetto alla DIA presentata, restando priva di sanzione penale la sola difformità parziale (Sez. 3, n. 9894 del 20/01/2009, Rv. 243099, cit.) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.11.2016 n. 47970).

EDILIZIA PRIVATALa Scia è un alert per la p.a.. Sentenza Cds.
L'amministrazione, a fronte di una denuncia da parte del terzo leso da una attività posta in essere da altro privato a seguito di una Scia, ha l'obbligo di procedere all'accertamento dei requisiti che potrebbero giustificare un suo intervento repressivo. Ma scaduti i termini per l'esercizio dei poteri inibitori subentra la discrezionalità dell'ente il quale deve tenere conto anche dell'eventuale affidamento.

Lo ha stabilito il Consiglio di Stato, Sez. VI, con sentenza 03.11.2016 n. 4610.
Decisione che assume particolare rilevanza in relazione al fatto che gli artt. 19 e 21-nonies della legge 241/1990, che disciplinano rispettivamente la Scia ed il potere di autotutela esercitato dalla p.a., sono stati di recente modificati dalla legge Madia, ovvero la legge 124/2015 e questo è uno dei primi pronunciamenti che affrontano la problematica connessa ai poteri dell'amministrazione a seguito di una azione proposta dal cosiddetto terzo.
Alla luce del fatto che il comma 6-ter dell'art. 19, ha rilevato il collegio, ha stabilito che la Scia non è provvedimento tacito direttamente impugnabile, ma gli interessati possono soltanto sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione prevista dal codice del processo amministrativo avverso il silenzio della p.a., vanno chiarite le questioni relative al tempo dell'azione esperibile dal terzo e al tipo di potere che il terzo stesso può «sollecitare».
A tale proposito il collegio, pur dando atto dell'esistenza di un orientamento il quale ritiene che il terzo possa chiedere al giudice di ordinare all'amministrazione di esercitare i poteri inibitori, anche dopo la scadenza del termine di 30 (per l'edilizia) e di 60 giorni per le altre fattispecie previsti dall'art. 19, legge 241/1990, la sezione ha ritenuto preferibile l'interpretazione della disposizione nel senso che il terzo può chiedere la condanna dell'amministrazione all'esercizio del potere ma in tal caso quest'ultimo deve comunque rispettare i requisiti che giustificano l'autotutela amministrativa per l'atto di secondo grado il quale, oggi, tiene conto anche dell'affidamento nel frattempo maturato (articolo ItaliaOggi del 16.11.2016).

EDILIZIA PRIVATASe il potere inibitorio dell’amministrazione sulla presentata SCIA, su denuncia del terzo, può essere esercitato anche oltre il termine di trenta (o sessanta) giorni previsto dall’art. 19 della legge n. 241 del 1990.
In relazione al tempo, non è perfettamente adattabile lo schema dell’azione avverso il silenzio inadempimento a quella proposto dal terzo nell’ambito della SCIA.
L’art. 31 c.p.a. prevede, infatti, che l’azione si propone entro il termine di un anno dalla conclusione del procedimento. Ma in questo caso il ricorrente, essendo titolare dell’interesse legittimo pretensivo all’adozione di un provvedimento favorevole che ha attivato con la sua istanza, è a conoscenza del momento in cui il procedimento si deve concludere e, conseguentemente, di quando inizia a decorrere il termine di un anno.
Nel caso della SCIA, invece, il terzo è titolare di un interesse legittimo pretensivo all’adozione di atti sfavorevoli per il destinatario dell’azione amministrativa. Non è, pertanto, a conoscenza “diretta” dell’andamento procedimentale della vicenda. Ne consegue che il termine decorre da quando il terzo ha avuto piena conoscenza dei fatti idonei a determinare un pregiudizio nella sua sfera giuridica.
In relazione alla natura del potere, un primo orientamento, seguito dalla sentenza impugnata, ritiene che il terzo possa chiedere al giudice di ordinare all’amministrazione di esercitare i poteri inibitori, anche nel caso in cui sia trascorso il termine di trenta (o sessanta) giorni previsto dall’art. 19.
Un secondo orientamento, che la Sezione ritiene preferibile, assume, invece, che il terzo possa chiedere la condanna dell’amministrazione all’esercizio di poteri che devono avere i requisiti che giustificano l’autotutela amministrativa.
Quest’ultima, calata nell’ambito del procedimento in esame, si connota in modo peculiare perché:
   i) essa non incide su un precedente provvedimento amministrativo e dunque si caratterizza per essere un atto di “primo grado” che deve, però, possedere i requisiti legittimanti l’atto di “secondo grado”;
   ii) l’amministrazione, a fronte di una denuncia da parte del terzo, ha l’obbligo di procedere all’accertamento dei requisiti che potrebbero giustificare un suo intervento repressivo e ciò diversamente da quanto accade in presenza di un “normale” potere di autotutela che si connota per la sussistenza di una discrezionalità che attiene non solo al contenuto dell’atto ma anche all’an del procedere.
Tale seconda opzione interpretativa è preferibile in quanto coniuga in modo più equilibrato le esigenze di liberalizzazione sottese alla SCIA con quelle di tutela del terzo.
Se quest’ultimo potesse sollecitare i poteri inibitori senza limiti temporali e di valutazione dell’incidenza sulle posizioni del privato che è ricorso a questo modulo di azione verrebbero frustrate le ragioni della liberalizzazione, in quanto l’interessato, anche molto tempo dopo lo spirare dei trenta (o sessanta) giorni previsti dalla legge per l’esercizio dei poteri in esame, potrebbe essere destinatario di atti amministrativi inibitori dell’intervento posto in essere.
La qualificazione del potere come potere di autotutela costituisce invece, da un lato, maggiore garanzia per il privato che ha presentato la SCIA, in quanto l’amministrazione deve tenere conto dei presupposti che legittimano l’esercizio dei poteri di autotutela e, in particolare, dell’affidamento ingenerato nel destinatario dell’azione amministrativa, dall’altro, non vanifica le esigenze di tutela giurisdizionale del terzo che può comunque fare valere, pur con queste diverse modalità, le proprie pretese.

---------------
... per la riforma della sentenza 11.07.2015 n. 1114 del TAR Piemonte, Torino, Sez. II.
...
1.– La questione all’esame del Collegio attiene alla natura dei poteri che l’amministrazione può esercitare a seguito di una azione proposta da un terzo leso da una attività posta in essere da altro privato a seguito di segnalazione certificata di inizio attività.
...
3.– Nel merito è necessario stabilire se è corretta l’interpretazione, seguita dal primo giudice, secondo cui il potere inibitorio dell’amministrazione, su denuncia del terzo, può essere esercitato anche oltre il termine di trenta (o sessanta) giorni previsto dall’art. 19 della legge n. 241 del 1990.
4.– Il suddetto art. 19 dispone che l’attività oggetto della segnalazione può essere iniziata dalla data della sua presentazione all’amministrazione competente.
Il comma 3 di prevede che l’amministrazione competente, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti per lo svolgimento dell’attività oggetto di SCIA, «nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della segnalazione di cui al medesimo comma, adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa, salvo che, ove ciò sia possibile, l'interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro un termine fissato dall'amministrazione, in ogni caso non inferiore a trenta giorni».
La stessa norma aggiungeva che: «è fatto comunque salvo il potere dell'amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies 21-nonies» della stessa legge 241. Il comma 6-bis dispone che «nei casi di Scia in materia edilizia, il termine di sessanta giorni di cui al primo periodo del comma 3 è ridotto a trenta giorni».
Il comma 4 prevedeva che: «decorso il termine per l'adozione dei provvedimenti di cui al primo periodo del comma 3 ovvero di cui al comma 6-bis, all'amministrazione è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente».
L’ art. 25, comma 1, lett. b-bis), del decreto-legge 12.09.2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11.11.2014, n. 164, ha modificato quest’ultimo inciso, disponendo che «è fatto comunque salvo il potere dell'amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies, nei casi di cui al comma 4 del presente articolo».
Il richiamato comma 4, anch’esso modificato, prevede che decorso il termine per l’esercizio dei poteri inibitori «all’amministrazione è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente».
La legge n. 124 del 2015 ha nuovamente modificato il comma 4, disponendo che decorso il termine per l’adozione dei provvedimenti inibitori «l'amministrazione competente adotta comunque i provvedimenti previsti dal medesimo comma 3 in presenza delle condizioni previste dall'articolo 21-nonies». Quest’ultima norma è stata anch’essa modificata dall’art. 6 della legge n. 124 del 2015, il quale ha previsto che il provvedimento illegittimo «può essere annullato d'ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole, comunque non superiore a diciotto mesi dal momento dell'adozione dei provvedimenti di autorizzazione o di attribuzione di vantaggi economici (…) e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati, dall'organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge».
Il comma 6-ter, introdotto dall’ art. 6, comma 1, lett. c), del decreto-legge 13.08.2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla l. 14.09.2011, n. 148, dispone che: «La segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili. Gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all'art. 31, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 02.07.2010, n. 104».
Il richiamo anche al terzo comma dell’art. 31 implica che il giudice amministrativo «può pronunciare sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio solo quando si tratta di attività vincolata o quando risulta che non residuano ulteriori margini di esercizio della discrezionalità e non sono necessari adempimenti istruttori che debbano essere compiuti dall’amministrazione».
5.– La non chiarezza del vigente quadro normativo ha posto le questioni –non risolte dal legislatore (cfr. Consiglio di Stato, comm. spec., parere 30.03.2016, n. 839)– relative al tempo dell’azione esperibile dal terzo e al tipo di potere che il terzo stesso può “sollecitare”.
In relazione al tempo, non è perfettamente adattabile lo schema dell’azione avverso il silenzio inadempimento a quella proposto dal terzo nell’ambito della SCIA.
L’art. 31 c.p.a. prevede, infatti, che l’azione si propone entro il termine di un anno dalla conclusione del procedimento. Ma in questo caso il ricorrente, essendo titolare dell’interesse legittimo pretensivo all’adozione di un provvedimento favorevole che ha attivato con la sua istanza, è a conoscenza del momento in cui il procedimento si deve concludere e, conseguentemente, di quando inizia a decorrere il termine di un anno.
Nel caso della SCIA, invece, il terzo è titolare di un interesse legittimo pretensivo all’adozione di atti sfavorevoli per il destinatario dell’azione amministrativa. Non è, pertanto, a conoscenza “diretta” dell’andamento procedimentale della vicenda. Ne consegue che il termine decorre da quando il terzo ha avuto piena conoscenza dei fatti idonei a determinare un pregiudizio nella sua sfera giuridica.
In relazione alla natura del potere, un primo orientamento, seguito dalla sentenza impugnata, ritiene che il terzo possa chiedere al giudice di ordinare all’amministrazione di esercitare i poteri inibitori, anche nel caso in cui sia trascorso il termine di trenta (o sessanta) giorni previsto dall’art. 19.
Un secondo orientamento, che la Sezione ritiene preferibile, assume, invece, che il terzo possa chiedere la condanna dell’amministrazione all’esercizio di poteri che devono avere i requisiti che giustificano l’autotutela amministrativa.
Quest’ultima, calata nell’ambito del procedimento in esame, si connota in modo peculiare perché:
   i) essa non incide su un precedente provvedimento amministrativo e dunque si caratterizza per essere un atto di “primo grado” che deve, però, possedere i requisiti legittimanti l’atto di “secondo grado”;
   ii) l’amministrazione, a fronte di una denuncia da parte del terzo, ha l’obbligo di procedere all’accertamento dei requisiti che potrebbero giustificare un suo intervento repressivo e ciò diversamente da quanto accade in presenza di un “normale” potere di autotutela che si connota per la sussistenza di una discrezionalità che attiene non solo al contenuto dell’atto ma anche all’an del procedere.
Tale seconda opzione interpretativa è preferibile in quanto coniuga in modo più equilibrato le esigenze di liberalizzazione sottese alla SCIA con quelle di tutela del terzo.
Se quest’ultimo potesse sollecitare i poteri inibitori senza limiti temporali e di valutazione dell’incidenza sulle posizioni del privato che è ricorso a questo modulo di azione verrebbero frustrate le ragioni della liberalizzazione, in quanto l’interessato, anche molto tempo dopo lo spirare dei trenta (o sessanta) giorni previsti dalla legge per l’esercizio dei poteri in esame, potrebbe essere destinatario di atti amministrativi inibitori dell’intervento posto in essere.
La qualificazione del potere come potere di autotutela costituisce invece, da un lato, maggiore garanzia per il privato che ha presentato la SCIA, in quanto l’amministrazione deve tenere conto dei presupposti che legittimano l’esercizio dei poteri di autotutela e, in particolare, dell’affidamento ingenerato nel destinatario dell’azione amministrativa, dall’altro, non vanifica le esigenze di tutela giurisdizionale del terzo che può comunque fare valere, pur con queste diverse modalità, le proprie pretese.
6.– Applicando le regole sopra esposte alla fattispecie all’esame del Collegio ne discende la fondatezza dell’appello.
L’appellante ha presentato la SCIA il 31.01.2014 e il terzo ha diffidato l’amministrazione ad esercitare i propri poteri il successivo 5 giugno. La fattispecie sostanziale si è, pertanto, perfezionata prima dell’entrata in vigore del decreto-legge n. 133 del 2014, con conseguente applicazione della disciplina vigente in quel dato momento.
Chiarito ciò, la Sezione rileva come l’azione del terzo non poteva ritenersi finalizzata alla sollecitazione di poteri inibitori bensì di autotutela. Il primo giudice avrebbe, pertanto, dovuto, alla luce del quadro normativo riportato, qualificare correttamente l’azione e condannare l’amministrazione ad iniziare il procedimento di “secondo grado” finalizzato a stabilire la sussistenza dei presupposti per l’adozione del provvedimento richiesto dal terzo, senza valutare, in ragione della natura discrezionale dell’attività, la fondatezza della pretesa azionata.
7.– Alla luce di quanto esposto, l’appello è fondato nei limiti indicati, senza che sia necessario esaminare l’altro motivo proposto.
8.– La fase esecutiva successiva a questo giudizio impone all’amministrazione di dare esecuzione alla presente sentenza mediante l’inizio di un procedimento di autotutela amministrativa finalizzato a verificare non soltanto l’asserita illegittimità dell’attività posta in essere dall’appellante ma anche la sussistenza degli ulteriori presupposti costituiti dalla sussistenza di un interesse concreto e attuale all’esercizio dei poteri in esame e dalla mancanza di un legittimo affidamento dell’appellante stesso.
9.– La particolarità dell’esito del presente giudizio che, pur accogliendo l’appello, impone comunque all’amministrazione di iniziare il procedimento di autotutela, unitamente alla non chiarezza del complessivo quadro normativo, giustifica l’integrale compensazione tra le parti delle spese di entrambi i gradi giudizio (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 03.11.2016 n. 4610 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Edilizia, Scia contestabile ma solo entro 30 giorni. Il Tar Marche: per interesse pubblico autotutela entro 18 mesi.
Nuovi limiti per l'impugnazione della Scia in edilizia. Alla luce dei nuovi dettami normativi la documentazione della Scia può essere contestata entro 30 giorni. Per motivi di interesse pubblico il termine per agire in autotutela è di 18 mesi.

Questo è quanto si legge nella sentenza 07.10.2016 n. 546 del TAR Marche in merito alle tempistiche per l'impugnativa della segnalazione certificata di inizio attività.
IL FATTO: venivano realizzati su un appezzamento terriero degli immobili abusivi, realizzati con Scia. Il confinante del soggetto che aveva fatto i lavori sosteneva che il comune dovesse procedere all'accertamento degli abusi ed esercitare i suoi poteri repressivi.
I giudici, dopo aver accertato che il comune aveva agito secondo le regole e che gli interventi erano legittimi , ha spiegato che, in base alle regole vigenti, erano scaduti i termini per eventuali azioni. I giudici del Consiglio di stato hanno ricordato che, in base all'articolo 19, comma 3, della legge n. 241/1990, il comune ha 30 giorni per fermare l'attività intrapresa dopo il deposito della Scia se gli interventi non rispettano quanto dichiarato nei documenti.
La Scia, sottolinea palazzo Spada, è un atto privato perché riguarda attività liberalizzate, quindi non è possibile l'impugnativa diretta. A fronte di una Scia ritenuta illegittima, quindi, i controinteressati possono solamente sollecitare l'esercizio dei poteri di controllo da parte dell'amministrazione competente, la quale è tenuta a compiere le verifiche necessarie al fine di accertare la legittimità dell'attività o dell'intervento oggetto di denuncia o segnalazione (art. 19, comma 6-ter, legge n. 241/1990).
In altri termini, in base alla normativa vigente, tre le ipotesi possibili, a fronte di una segnalazione certificata di inizio attività rispetto alla quale è decorso il termine per l'esercizio, da parte dell'amministrazione, dei poteri inibitori «ordinari»: esercizio di poteri di autotutela, esercizio di poteri sanzionatori per dichiarazioni mendaci ed esercizio dei poteri di vigilanza e inibitori in materia urbanistica.
Il potere di autotutela deve intendersi come potere sui generis, in quanto si differenzia dalla consueta autotutela decisoria, non implicando un'attività di secondo grado insistente su un precedente provvedimento amministrativo, e pur condividendo, con l'autotutela classica, i presupposti e il procedimento. In particolare, il ricorso all'autotutela (mediante annullamento d'ufficio), sia classica sia sui generis, può avvenire solamente in presenza delle condizioni di cui all'articolo 21-nonies della legge n. 241/1990 , ovvero sussistendo le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati.
Peraltro, alla luce delle modifiche introdotte dal decreto legge 12.09.2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11.11.2014, n. 164, sussiste uno sbarramento temporale all'esercizio del potere di autotutela, fissato in «18 mesi dal momento dell'adozione dei provvedimenti di autorizzazione o di attribuzione di vantaggi economici» (articolo ItaliaOggi del 14.10.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
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MASSIMA
III.1. Ciò posto, reputa il Collegio che non sussiste alcun silenzio inadempimento dell’Amministrazione rispetto alla diffida del 27.11.2015, sia perché il Comune ha ragionevolmente argomentato i motivi del proprio diniego nella citata nota prot. 36505 del 21.12.2015, sia perché quest’ultima non costituisce violazione o elusione dell’obbligo di provvedere nel senso prospettato dal ricorrente e ciò per le seguenti ragioni.
- Occorre in primo luogo precisare che con tale ultima diffida il ricorrente ha richiesto all’Amministrazione, per le opere indicate nelle segnalazioni/denunce n. 258/2013 e n. 167/2014, l’esercizio dei poteri inibitori ex art. 19, commi 3, 4, 6-bis della legge n. 241/1990, nonché di autotutela ex art. 21-nonies della medesima legge, previe le opportune e necessarie verifiche e imponendo, altresì, l’attuazione dell’ordinanza dirigenziale n. 43442 del 10.12.2008; entro tali limiti, pertanto, va accertata la sussistenza dell’obbligo di provvedere in capo al Comune di Osimo.
- Come è noto,
la nuova formulazione dell’art. 19, comma 3, della legge n. 241 del 1990, pur prevedendo un regime dei poteri di intervento dell’autorità pubblica modificato rispetto al passato, conferma il potere dell’Amministrazione di inibire motivatamente l’attività intrapresa con SCIA e rimuovere gli effetti dannosi in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di cui al comma 1 del medesimo articolo, il tutto entro sessanta giorni (trenta in materia edilizia).
Ciò che cambia è la natura di atto privato della segnalazione certificata di inizio di attività, trattandosi di attività ormai liberalizzata, dal che consegue l’affermazione circa la “non impugnabilità” diretta della SCIA (art. 19, comma 6-ter, della legge n. 241/1990). A fronte di una SCIA ritenuta illegittima, quindi, i controinteressati possono solamente sollecitare l’esercizio dei poteri di controllo da parte dell’Amministrazione competente, la quale è tenuta a compiere le verifiche necessarie al fine di accertare la legittimità dell’attività o dell’intervento oggetto di denuncia o segnalazione (art. 19, comma 6-ter, cit.).
Inoltre, “decorso il termine per l'adozione dei provvedimenti di cui al comma 3, primo periodo, ovvero di cui al comma 6-bis, l'amministrazione competente adotta comunque i provvedimenti previsti dal medesimo comma 3 in presenza delle condizioni previste dall'articolo 21-nonies” (art. 19, comma 4, della legge n. 241/1990).

In altri termini,
in base alla normativa vigente, sono tre le ipotesi possibili, a fronte di una segnalazione certificata di inizio di attività rispetto alla quale è decorso il termine per l’esercizio, da parte dell’Amministrazione, dei poteri inibitori “ordinari”: esercizio di poteri di autotutela (art. 21-nonies della legge n. 241/1990); esercizio di poteri sanzionatori per dichiarazioni mendaci (art. 19, comma 3, seconda parte e art. 21, comma 1, della legge n. 241/1990); esercizio dei poteri di vigilanza e inibitori in materia urbanistica (art. 19, comma 6-bis, e art. 21, comma 2, della legge n. 241/1990).
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Il potere di autotutela previsto dall’art. 19, comma 4 cit. deve intendersi come potere sui generis, in quanto si differenzia dalla consueta autotutela decisoria, non implicando un’attività di secondo grado insistente su un precedente provvedimento amministrativo, e pur condividendo, con l’autotutela classica, i presupposti e il procedimento (TAR Bolzano-Trentino-Alto Adige, sez. I, 18.07.2016, n. 233; TAR Firenze–Toscana, sez. III, 08.06.2016, n. 960).
In particolare,
il ricorso all’autotutela (mediante annullamento d’ufficio) -sia classica che sui generis- può avvenire solamente in presenza delle condizioni di cui all’art. 21-nonies della legge n. 241/1990, ovvero sussistendo le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati.
Peraltro, alla luce delle modifiche introdotte dal decreto-legge 12.09.2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11.11.2014, n. 164,
sussiste uno sbarramento temporale all’esercizio del potere di autotutela, fissato in “diciotto mesi dal momento dell'adozione dei provvedimenti di autorizzazione o di attribuzione di vantaggi economici”. Il Consiglio di Stato ha già avuto modo di chiarire che, pur se tale norma non sia applicabile ratione temporis, in ogni caso, essa rileva ai fini interpretativi e ricostruttivi del sistema degli interessi rilevanti (Consiglio di Stato, sez. VI, 10.12.2015, n. 5625 e 31.08.2016, n. 3762).
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Oltre ai limiti legislativamente fissati, il ricorso all’autotutela incontra l’ulteriore limite della discrezionalità amministrativa.
Anche a seguito della riforma dell’art. 19 della legge n. 241/1990, le regole cui è assoggettato il potere amministrativo di controllo e di inibizione-conformazione, decorsi sessanta (o trenta) giorni dalla presentazione della SCIA, sono sempre e comunque quelle di cui al primo comma dell’art. 21-nonies; ciò in quanto il potere inibitorio originario è comunque esaurito per decorso del termine di legge, sicché detto potere -sia che riviva per effetto dell’autonoma iniziativa dell’Amministrazione, sia che riviva per effetto dell’azione sollecitatoria del terzo e, quindi, del giudice amministrativo- resta nella sfera di disponibilità dell’Amministrazione solo a particolari condizioni (TAR Napoli-Campania, sez. IV, 05.04.2016, n. 1658).
- Facendo applicazione, al caso in esame, dei suesposti principi, se ne ricava l’infondatezza delle censure con cui il ricorrente lamenta l’elusione dell’obbligo di provvedere ai sensi dell’art. 21-nonies della legge n. 241/1990 con riferimento alla nota prot. 36505 del 21.12.2015, dal momento che tale obbligo, per i motivi innanzi detti, non sussiste in capo all’Amministrazione e può essere esercitato solo in presenza di determinate condizioni.
- Non può dirsi neppure che il Comune di Osimo abbia violato o eluso l’obbligo di provvedere rispetto all’esercizio dei poteri inibitori sine die previsti per il caso di dichiarazioni false o mendaci oppure rispetto all’esercizio dei poteri sanzionatori conseguenti alla vigilanza sull’attività edilizia, di cui all’art. 21, comma 2, della legge n. 241/1990.
Si osserva, infatti, che le incompletezze e le incongruità segnalate dal ricorrente nella diffida del 27.11.2015 rispetto alle segnalazioni n. 258/2013 e n. 167/2014 non sono tali da determinare una falsa rappresentazione della realtà o da trarre in inganno l’Amministrazione; quest’ultima, invece, da un semplice raffronto tra la documentazione già in suo possesso e la documentazione allegata alle segnalazioni certificate di inizio attività di cui si discute, avrebbe potuto agevolmente cogliere sin nei primi trenta giorni dalla loro presentazione, le lamentate difformità e omissioni, tanto più che esse attengono, per lo più, a profili di tipo formale o documentale.
In particolare, le asserite incompletezze relative alla SCIA n. 258/2013 potevano essere riscontrate dal raffronto tra la tavola n. 3 allegata alla domanda di permesso di costruire n. 42/2007 e la tavola unica allegata alla stessa SCIA n. 258/2013, entrambe in possesso dell’Amministrazione.
Analogamente, le incompletezze rilevate dal ricorrente riguardo alla SCIA n. 167/2014 sono relative all’omessa menzione di atti anch’essi già in possesso dell’Amministrazione o addirittura adottati dallo stesso Comune di Osimo, nonché di prescrizioni edilizie e regolamentari la cui eventuale violazione poteva essere comunque verificata dall’Ente sulla base della documentazione prodotta; del pari, l’omessa indicazione, nella tavola unica allegata alla suddetta SCIA n. 167/2014, della distanza del fabbricato dalla strada privata, era verificabile dal Comune, in quanto già indicata nella tavola unica allegata alla SCIA n. 258/2013.
Né il ricorrente, nella propria diffida, ha allegato atti, fatti o circostanze ulteriori su cui l’Amministrazione avrebbe potuto aprire una nuova istruttoria, essendosi limitato a riproporre le medesime questioni su cui già più volte il Comune di Osimo aveva provveduto a dare risposta e fatte oggetto di precedenti contenziosi.
III.2. In conclusione, il ricorso è infondato e va respinto.

EDILIZIA PRIVATA: Il Consiglio di Stato ha reso il parere sullo schema di regolamento in tema di individuazione dei procedimenti oggetto di autorizzazione, SCIA, silenzio-assenso e comunicazione.
I punti principali del parere del Consiglio di Stato sullo schema di “decreto scia”.
Consiglio di Stato, Commissione speciale, parere 04.08.2016 n. 1784, reso sullo "Schema di decreto legislativo in materia di individuazione di procedimenti oggetto di autorizzazione, segnalazione certificata di inizio attività (Scia), silenzio-assenso e comunicazione e di definizione dei regimi amministrativi applicabili a determinate attività e procedimenti, ai sensi dell’articolo 5 della legge 07.08.2015, n. 124".
1. La delega
Lo schema di decreto sottoposto all’esame costituisce attuazione della delega conferita dell’articolo 5 della legge 07.08.2015, n. 124 per la precisa individuazione dei procedimenti oggetto di segnalazione certificata di inizio attività o di silenzio assenso, ai sensi degli articoli 19 e 20 della legge 07.08.1990, n. 241, nonché di quelli per i quali è necessaria l’autorizzazione espressa e di quelli per i quali è sufficiente una comunicazione preventiva, sulla base dei principi e criteri direttivi desumibili dagli stessi articoli, dei principi del diritto dell’Unione europea relativi all’accesso alle attività di servizi e dei princìpi di ragionevolezza e proporzionalità.
La seconda parte di tale delega, concernente la disciplina generale della segnalazione certificata di inizio attività, era già stata attuata con il decreto legislativo 30.06.2016, n. 126. L’art. 1, comma 2 di detto provvedimento stabilisce che “Con successivi decreti legislativi, ai sensi e in attuazione della delega di cui all’articolo 5 della legge n. 124 del 2015, sono individuate le attività oggetto di procedimento di mera comunicazione o segnalazione certificata di inizio di attività (di seguito «SCIA») od oggetto di silenzio-assenso, nonché quelle per le quali è necessario il titolo espresso. Allo scopo di garantire certezza sui regimi applicabili alle attività private e di salvaguardare la libertà di iniziativa economica, le attività private non espressamente individuate ai sensi dei medesimi decreti o specificamente oggetto di disciplina da parte della normativa europea, statale e regionale, sono libere”.
2. L’oggetto del decreto legislativo
Lo schema di decreto si compone di 6 articoli e dell’allegata tabella A.
Il testo compie una duplice opera di semplificazione: in primo luogo introducendo regimi meno restrittivi in tali materie; in secondo luogo dando attuazione alla concentrazione dei regimi di cui all’art. 19-bis della legge n. 241 del 1990, introdotto dall’art. 3, comma 1, lett. c) del decreto legislativo n. 126 del 2016.
Il rapporto tra la tabella e il testo è regolato dall’art. 2 del presente decreto, il quale stabilisce le corrispondenze tra le previsioni tabellari e la disciplina normativa applicabile, nonché l’applicazione dell’art. 19-bis della legge n. 241 del 1990 alle ipotesi in cui per lo svolgimento dell’attività siano necessari diversi atti di assenso, segnalazioni o comunicazioni.
La tabella effettua una ricognizione della disciplina delle attività private in materia di edilizia, ambiente e commercio, distinguendo tra SCIA, SCIA unica, comunicazione, autorizzazione ed eventuale silenzio-assenso.
3. Le questioni generali
  
Le questioni ancora aperte
Il decreto, inoltre, non risolve alcune criticità relative al raccordo con la legge 241 del 1990, in particolare: quale sia la decorrenza del termine di diciotto mesi previsto dall’art. 21-nonies, comma 1; se il limite temporale massimo di cui all’art. 21-nonies debba applicarsi anche all’intervento in caso di sanzioni per dichiarazioni mendaci ex art. 21, comma 1; quale sia la esatta delimitazione della fattispecie di deroga ai 18 mesi prevista dall’art. 21-nonies, comma 2-bis. Il Consiglio di Stato suggerisce, pertanto, al Governo di intervenire su tali punti.
Si osserva, altresì, come risulta ancora non esercitata un’ultima parte della delega: quella relativa alla disciplina generale del silenzio assenso e della comunicazione preventiva, di cui alla parte finale del comma 1 dell’articolo 5 della legge n. 124 del 2015.
  
I problemi affrontati e le relative soluzioni
Il decreto mira a risolvere i seguenti problemi:
- difficoltà a comprendere, da parte degli operatori economici, le modalità di svolgimento del procedimento amministrativo per l’inizio di un’attività, con particolare riferimento agli adempimenti a carico del richiedente e di quelli a carico della PA;
- scarsa certezza del diritto dovuta alla mancanza di un quadro di regole chiare, tassative e comprensibili per gli operatori chiamati ad applicarle;
- sdoppiamenti procedurali e oneri non previsti;
- esistenza di regimi differenziati da Regione a Regione;
- mancata attuazione delle direttive e dei principi comunitari;
- molteplicità di atti presupposti che hanno vanificato la Scia;
- ambiguità ancora esistenti nel regime della SCIA.
Le soluzioni si articolano su quattro piani:
3.1 La semplificazione normativa
3.2 La fase attuativa della riforma: centralità di monitoraggio e VIR
3.3 Concentrazione dei regimi amministrativi
3.4 Semplificazioni in materia di edilizia, ambiente, commercio
3.1 La semplificazione normativa
La scelta del legislatore delegato nella complessa opera di individuazione dei procedimenti di regolazione delle attività economiche private è stata quella di demandare a una tabella l’elencazione di quattro elementi:
a) tipo di attività, attraverso specificazioni progressive;
b) regime amministrativo;
c) concentrazione di regimi amministrativi;
d) riferimenti normativi.
Il Consiglio di Stato commenta favorevolmente la innovativa tecnica utilizzata, che unisce esigenze di riordino/codificazione a esigenze di semplificazione sostanziale delle materie interessate, che definisce una tecnica di “codificazione soft”. Benché non appartenga letteralmente alla classe dei testi unici e non copra tutte le materie, il provvedimento in esame realizza una raccolta di tutte le discipline vigenti dell’attività privata nei settori interessati.
È sempre più forte, tanto a livello scientifico quanto nella pubblica opinione, il convincimento che l’unificazione “orizzontale” della legislazione vigente sia il principale strumento per reagire all’abnorme aumento del carico normativo, imposto da una società sempre più complessa e dall’avvento di cambiamenti strutturali che non possono restare senza regolazione.
Il parere sottolinea come il censimento effettuato attraverso la tabella e il rapporto tabella/testo, in cui le norme si adattano al contenuto della tabella e ne garantiscono l’inserimento nel sistema, non ha solo il merito di contribuire a dare certezza del diritto, ma anche quello di semplificare e liberalizzare, laddove possibile.
Si rileva, invece, criticamente, l’assenza di una effettiva Analisi di impatto della regolazione, con adeguato supporto di dati quantitativi: tale carenza, però, potrà essere effettuata in progress.
3.2 La fase attuativa della riforma: centralità di monitoraggio e VIR
In più occasioni nell’esame della riforma Madia il Consiglio di Stato ha sottolineato la rilevanza cruciale della fase attuativa di un intervento che mira a un cambiamento profondo nell’amministrazione pubblica del Paese. Strumento essenziale di tale fase è il monitoraggio, del funzionamento delle norme, volto a verificarne l’idoneità a perseguire gli obiettivi fissati dalla legge: ciò rende necessaria anche una verifica di impatto successiva all’entrata in vigore delle nuove norme (VIR).
Il parere individua sul piano tecnico-normativo quattro profili da osservare con grande attenzione:
- la possibilità di limitare o ampliare le semplificazioni previste nella tabella attraverso meri atti amministrativi;
- l’aggiornamento della tabella in relazione alle disposizioni legislative intervenute successivamente o alla necessità di completare la ricognizione delle attività;
- la regolazione di nuove attività, in particolare nel commercio, che, altrimenti, sarebbero libere, ai sensi dell’art. 1, comma 2 del decreto legislativo 30.06.2016, n. 126.
- l’analisi della fattibilità dei regimi di semplificazione introdotti.
Il Consiglio di Stato raccomanda di considerare l’individuazione e l’inquadramento giuridico delle attività private come un work in progress, sensibile, oltre che alle novità normative, ai mutamenti reali, pertanto destinato ad essere rivisto ed implementato continuativamente.
3.3 Concentrazione dei regimi amministrativi
Il Consiglio di Stato rileva con favore che il Governo, dando seguito al suo precedente parere (n. 839, sulla cd. SCIA 1), ha optato per un modello di “concentrazione procedimentale”, disciplinandolo al massimo livello, introducendo un art. 19-bis alla l. n. 241, tramite il d.lgs. n. 126 del 30.06.2016.
Il presente parere analizza approfonditamente il rapporto tra l’art. 19 della legge n. 241 del 1990 e i commi 2 e 3 del successivo art. 19-bis, che introduce la concentrazione dei regimi amministrativi rispettivamente per le ipotesi di:
- attività che necessitano di altre SCIA, comunicazioni, attestazioni, asseverazioni e notifiche (cd. SCIA unica);
- attività in cui si innestano sul modello della SCIA anche provvedimenti propedeutici (atti di assenso comunque denominati o pareri di altri uffici e amministrazioni, ovvero verifiche preventive).
Il Consiglio di Stato ha ritenuto di distinguere nettamente le due fattispecie di cui all’art. 19-bis, il cui unico elemento comune è dato dall’integrazione della SCIA con altre fattispecie legittimanti.
La SCIA unica di cui all’art. 19-bis, comma 2, è in rapporto di specialità unilaterale per aggiunta con la SCIA pura e ad essa si applica la disciplina di cui all’art. 19.
La figura (da non confondere con la precedente SCIA unica) di cui all’art. 19-bis, comma 3, è invece sui generis, poiché il meccanismo della SCIA (e, quindi, il riferimento all’art. 19) vale soltanto all’inizio del procedimento, ossia nella fase di presentazione della SCIA, e nella sua fase finale, ovvero una volta ottenute tutti gli atti di assenso, da conseguire tramite conferenza di servizi. Tra questi due momenti, si inserisce un regime provvedimentale tradizionale.
Nel parere si invita il Governo a chiarire che, quando nella tabella si fa riferimento alla SCIA unica, si intende la fattispecie di cui all’art. 19-bis, comma 2, e quale sia allora l’ambito di applicazione dell’art. 19-bis, comma 3. Va anche chiarito il regime delle cd. “autorizzazioni plurime”, in cui occorrono più autorizzazioni ma non vi è alcun elemento procedimentale della SCIA.
3.4 Semplificazioni in materia di edilizia, ambiente, commercio
Un sistema di titoli edilizi semplificato: rapporti tra CILA, SCIA e SCIA edilizia
Il parere si sofferma sul nuovo sistema dei titoli edilizi, articolato su cinque livelli (invece dei sette attuali): 1) interventi in attività edilizia libera, senza adempimenti; 2) interventi in attività libera, ma che richiedono la CILA; 3) interventi assoggettati a SCIA; 4) interventi assoggettati a permesso di costruire; 5) interventi per i quali è comunque possibile chiedere il permesso di costruire in alternativa alla SCIA.
Il nuovo sistema è caratterizzato dalla centralità della CILA, ragion per cui il Consiglio di Stato suggerisce la costruzione di una norma di carattere generale relativa all’istituto, che, da un lato ne evidenzi la linea di continuità con il modello teorico rappresentato dalla SCIA, dall’altro individui i tratti innovativi della disciplina, con particolare riferimento ai poteri sanzionatori, distinguendo le ipotesi di irregolarità (CILA mancante, incompleta o irregolare, ovvero lavori eseguiti in difformità), da quella di abusi edilizi (opere eseguite in regime di CILA invece che di permesso di costruire o di SCIA).
Ulteriore raccomandazione riguarda il coordinamento tra SCIA edilizia e SCIA ordinaria: non si è in presenza di due fattispecie diverse, ma dell’applicazione di un modello unico (quello della SCIA) anche alla materia edilizia.
  
La questione degli abusi edilizi
Sugli abusi edilizi, va chiarito che, nei casi in cui un’opera che avrebbe richiesto un permesso di costruire o una SCIA è stata eseguita dall’interessato sotto il regime di CILA, l’abuso non viene sanato con le sanzioni relative alla CILA.
Diverso è il caso in cui l’opera abusiva sia stata oggetto di SCIA e non di CILA: in tal caso, salvo espressa disposizione del legislatore, non si ravvisano ragioni per non applicare integralmente il regime dell’art. 19 della l. n. 241, ivi compreso il riferimento al meccanismo dell’art. 21-nonies.
  
La rilevanza del glossario unico in materia edilizia
Tra gli elementi di semplificazione burocratica introdotti appare meritevole di segnalazione la previsione di un glossario unico, che costituirà il parametro di riferimento per l’attività di cittadini ed imprese in questo settore, caratterizzato spesso da oscurità ed eccesso di tecnicismo.
Al riguardo il Consiglio di Stato raccomanda una maggiore definizione sul piano dei contenuti e la fissazione di un termine breve per la sua adozione, con integrale superamento di tutti gli eventuali glossari transitori approvati in sede locale.
  
La riforma della bonifica ambientale
In materia di ambiente, il Consiglio di Stato apprezza la nuova disciplina della bonifica volontaria da parte del soggetto estraneo alla contaminazione, evidenziandone le esternalità positive sul ciclo economico e invitando, anzi, il legislatore a intervenire per incentivare il ricorso a tale istituto, incoraggiandone l’uso da parte degli interessati.
  
I margini di ulteriore semplificazione in materia di commercio
In materia di commercio l’intervento appare piuttosto limitato, residuando sensibili margini di semplificazione, pur considerando che tale materia è spesso coinvolta da importanti profili di discrezionalità amministrativa.
4. Le materie non contemplate nel decreto: l’invito a proseguire con i decreti correttivi e integrativi. Le attività “libere”
Il decreto riguarda solo le materie dell’edilizia, dell’ambiente, del commercio, della pubblica sicurezza (materia, quest’ultima, che però non è oggetto della individuazione dei procedimenti di cui alla Tabella A), mentre la delega copre l’intero ordinamento delle funzioni amministrative.
Premesso che il completamento dell’operazione non può che avvenire con fonte primaria, il Consiglio di Stato invita il Governo a non interrompere l’opera di ricognizione della disciplina degli altri settori di attività private, specialmente quelle oggetto di libertà di iniziativa economica, considerando l’importanza di un progressivo completamento della riforma tramite decreti integrativi e correttivi, entro dodici mesi dalla entrata in vigore dello schema in esame, ai sensi dell’art. 5, comma 3, della legge delega.
Medio tempore, per prevenire incertezze applicative, il parere fornisce un’interpretazione chiarificatrice del citato art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30.06.2016, n. 126. Tale clausola di chiusura è applicabile ai (soli) settori oggetto del decreto e non anche ai settori rimasti al di fuori di tale opera di riordino.
Resta invece fermo che, nei tre settori interessati dalla tabella A (“Commercio”, “Edilizia” e “Ambiente”), salvo interventi correttivi, le attività non comprese nella tabella medesima devono considerarsi effettivamente “libere”.
5. Le questioni particolari
In materia edilizia si chiede al Governo la delimitazione del potere delle Amministrazioni di escludere regimi di semplificazione nelle zone di particolare pregio archeologico, storico, artistico e paesaggistico, o di ridurre il novero delle attività “libere”, poiché considerate assimilabili a quelle previste dalla tabella.
In materia di ambiente si rimarca la doverosità dell’intervento di bonifica, una volta che l’interessato abbia attivato la procedura all’uopo prevista.
In materia di commercio, il parere rileva come la classificazione delle attività contenuta nella tabella risenta di un’impostazione giuridico-formale, che origina dall’inquadramento di cui al d.lgs. n. 114/1998. Ciò implica la possibilità che le nuove attività, generate dal mercato, sfuggano a questa classificazione, ricadendo nella norma di chiusura contemplata dall’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30.06.2016, n. 126.
Il parere si conclude con alcuni rilievi, formali e sostanziali, sulle indicazioni contenute nella tabella A (commento tratto da e link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il Comune ha violato le garanzie previste dall’art. 19, comma 4, legge n. 241 del 1990 che in presenza di una s.c.i.a. illegittima, consente certamente all’Amministrazione di intervenire anche oltre il termine perentorio di 60 giorni (30 giorni in materia edilizia) previsto dal comma 3, ma solo alle condizioni -e seguendo il procedimento- cui la legge subordina l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio dei provvedimenti amministrativi e, quindi, tenendo conto, oltre che degli eventuali profili di illegittimità dell’attività assentita per effetto della s.c.i.a. ormai perfezionatasi, dell’affidamento ingeneratosi in capo al privato per effetto del decorso del tempo, e, comunque, esternando le ragioni di interesse pubblico a sostegno del provvedimento repressivo.
Invero, la d.i.a./s.c.i.a., una volta decorsi i termini per l’esercizio del potere inibitorio-repressivo, costituisce un titolo abilitativo valido ed efficace (sotto tale profilo equiparabile quoad effectum al rilascio del provvedimento espresso), che può essere rimosso, per espressa previsione legislativa, solo attraverso l’esercizio del potere di autotutela decisoria nel rispetto delle prescrizioni recate dall’art. 19, comma 4, della legge n. 241/1990.
Pertanto, scaduto il termine perentorio previsto dalla legge per verificare la sussistenza dei relativi presupposti, deve considerarsi illegittima l’adozione di un provvedimento repressivo/ripristinatorio o di autotutela adottato senza le garanzie e i presupposti richiesti dall’art. 21-nonies l. n. 241/1990 per l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio.

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Con ricorso, integrato da motivi aggiunti, la società ricorrente ha impugnato gli atti con i quali il Comune di Venezia ha rimosso in autotutela gli effetti legittimanti della s.c.i.a. presentata, in data 18.03.2015, in relazione all'attività di affittacamere esercitata in Venezia, Via... n. ..., e le ha intimato la chiusura dell’attività ricettiva.
Resiste il Comune di Venezia contrastando le avverse pretese.
Il ricorso e i motivi aggiunti meritano accoglimento per una duplice e assorbente ragione.
In primo luogo perché gli atti impugnati, ovvero il cd. annullamento in autotutela della s.c.i.a. e la successiva diffida alla chiusura dell’attività di affittacamere, diversamente da quanto sostenuto dal Comune nei propri scritti difensivi, non appaiono fondati sui verbali di accertamento conseguenti ai sopralluoghi effettuati dalla Polizia Municipale in data 9 luglio e 26.11.2015 (neppure menzionati nei provvedimenti impugnati), bensì su violazioni minori, molte delle quali risalenti al 2007.
Vi è dunque una sfasatura tra la struttura argomentativa dei provvedimenti impugnati, che non risultano incentrati sulle violazioni riscontrate dalla Polizia Municipale in data 9 luglio e 26.11.2015, e le difese svolte in giudizio dall’Ente Locale, che cercano di giustificare l’operato del Comune richiamando le violazioni accertate in esito a tali sopralluoghi.
In secondo luogo -e il rilievo è dirimente, comunque s’interpretino i provvedimenti impugnati- perché l’atto del 05.02.2016, che ha rimosso in autotutela gli effetti legittimanti della s.c.i.a. presentata dalla ricorrente il 18.03.2015, non contiene una puntuale e specifica motivazione in ordine alle ragioni d’interesse pubblico, attuale e concreto, diverse dal ripristino della legalità violata, poste a fondamento dell’esercizio del potere di autotutela decisoria.
Il Comune ha violato le garanzie previste dall’art. 19, comma 4, legge n. 241 del 1990 che in presenza di una s.c.i.a. illegittima, consente certamente all’Amministrazione di intervenire anche oltre il termine perentorio di 60 giorni (30 giorni in materia edilizia) previsto dal comma 3, ma solo alle condizioni -e seguendo il procedimento- cui la legge subordina l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio dei provvedimenti amministrativi e, quindi, tenendo conto, oltre che degli eventuali profili di illegittimità dell’attività assentita per effetto della s.c.i.a. ormai perfezionatasi, dell’affidamento ingeneratosi in capo al privato per effetto del decorso del tempo, e, comunque, esternando le ragioni di interesse pubblico a sostegno del provvedimento repressivo.
La d.i.a./s.c.i.a., una volta decorsi i termini per l’esercizio del potere inibitorio-repressivo, costituisce un titolo abilitativo valido ed efficace (sotto tale profilo equiparabile quoad effectum al rilascio del provvedimento espresso), che può essere rimosso, per espressa previsione legislativa, solo attraverso l’esercizio del potere di autotutela decisoria nel rispetto delle prescrizioni recate dall’art. 19, comma 4, della legge n. 241/1990. Pertanto, scaduto il termine perentorio previsto dalla legge per verificare la sussistenza dei relativi presupposti, deve considerarsi illegittima l’adozione di un provvedimento repressivo/ripristinatorio o di autotutela adottato senza le garanzie e i presupposti richiesti dall’art. 21-nonies l. n. 241/1990 per l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio (cfr., in questi termini, Cons. Stato, sez. VI, 22.09.2014, n. 4780; TAR Lazio-Roma, 08.01.2015, n. 192; TAR Veneto, Sez. III, 10.09.2015, n. 958).
All’accoglimento del ricorso e dei motivi aggiunti consegue l’annullamento degli atti impugnati (TAR Veneto, Sez. III, sentenza 26.07.2016 n. 893 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATARistrutturazioni thrilling. Inibitoria anche con Dia-Scia consolidata. Il Tar Lombardia accoglie il ricorso di un proprietario di immobile.
Anche se la Dia-Scia per i lavori si è consolidata, il vicino di casa può sempre ottenere l'inibitoria sul progetto di ristrutturazione della costruzione contigua alla sua se ha agito entro 60 giorni dal momento in cui si è reso conto che il titolo edilizio del confinante risulta viziato, dopo essersi procurato le relativa pratiche.

È quanto emerge dalla sentenza 15.04.2016 n. 735, pubblicata dalla II Sez. del TAR Lombardia.
Lesione e consapevolezza. Accolto il ricorso del proprietario dell'immobile preoccupato per le intenzioni del vicino, che punta ad abbattere e ricostruire un fabbricato. Secondo il confinante il progetto contiene violazioni alle norme sulle distanze minime tra fabbricati oltre che delle stesse disposizioni urbanistiche.
Per il Comune, invece, niente da segnalare: «decorsi i termini a seguito della presentazione della documentazione integrativa», spiega l'ufficio tecnico, la Dia-Scia ha ormai consolidato i suoi effetti. E invece no, perché è l'articolo 19, comma 6-ter, legge 241/1990 a imporre all'amministrazione anzitutto di riscontrare l'istanza che proviene dal terzo titolare di un situazione giuridica differenziata, come è il vicino di casa che vuole bloccare il lavori.
Ma soprattutto il Comune deve anche bloccare l'opera se risulta che il confinante ha comunque agito entro sessanta giorni da quando ha avuto notizia dei profili lesivi dell'intervento: altrimenti il terzo subirebbe una diminuzione della tutela accordatagli rispetto a chi sia leso da un permesso di costruire.
Canale unico. È vero, il riferimento ai 60 giorni di tempo non risulta dal comma 3-bis dell'articolo 19 della legge sulla trasparenza: si tratta di un'interpretazione sistematica perché la diffida prevista dalla norma costituisce l'unico «canale» percorribile dall'interessato al fine di ottenere la tutela dal giudice in un secondo momento.
Obbligo di motivazione. E se invece sono passati più di due mesi? Il terzo può sempre chiedere all'ente locale di agire in autotutela. Anche in questo caso l'amministrazione è tenuta a pronunciarsi sull'istanza del confinante spiegando i motivi per i quali non intende esercitare il potere di «rimangiarsi» il nulla osta all'opera «incriminata».
Spese di giudizio compensate per la novità della questione (articolo ItaliaOggi Sette del 13.06.2016).
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MASSIMA
8. Al fine di inquadrare correttamente la questione, si rende necessario chiarire la portata delle previsioni normative rilevanti nel presente giudizio.
In tale prospettiva, occorre prendere le mosse proprio dalla sentenza di questa Sezione n. 2799 del 2014, che ha raggiunto conclusioni che il Collegio condivide e ritiene di dover ribadire, e che tuttavia non conducono all’esito sostenuto dal controinteressato, come si dirà.
8.1 Deve anzitutto ricordarsi che
la denuncia d’inizio attività, secondo quanto autorevolmente chiarito, ormai da tempo, dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, “non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l’intenzione di intraprendere un’attività direttamente ammessa dalla legge” (Ad. Plen. n. 15 del 2011). Affermazione, questa, che ha poi trovato piena conferma da parte del legislatore, posto che l’attuale articolo 19, comma 6-ter, primo periodo della legge n. 241 del 1990 –introdotto dall'articolo 6, comma 1, lett. c) del decreto legge 13.08.2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14.09.2011, n. 148– stabilisce espressamente che “La segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili”.
L’atto non muta tale sua natura neppure dopo il decorso del termine normativamente previsto per l’esercizio delle verifiche da parte del Comune.
Conseguentemente, non può sostenersi che, una volta che il terzo sia venuto a conoscenza del titolo, ormai consolidatosi per mancato esercizio dei poteri inibitori, lo stesso terzo disponga di sessanta giorni di tempo per proporre impugnazione giurisdizionale. E’ vero infatti che la sussistenza, in tale ipotesi, di un atto impugnabile era stata autorevolmente sostenuta, sulla base del quadro normativo allora vigente, dall’Adunanza Plenaria n. 15 del 2011, che aveva ravvisato un provvedimento suscettibile di tutela giurisdizionale demolitoria nel diniego tacito di esercizio del potere inibitorio. Tuttavia, le conclusioni cui era pervenuta l’Adunanza Plenaria sono oggi superate alla luce delle successive novità legislative e, in particolare, di quanto ora disposto dal richiamato articolo 19, comma 6-ter, della legge n. 241 del 1990.
In base a quest’ultima disposizione, “
(...) Gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all'art. 31, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 02.07.2010, n. 104”. Previsione, questa, che come evidenziato dalla giurisprudenza, anche della Sezione, “vieta sostanzialmente l’impugnazione diretta della DIA o della SCIA –non costituenti provvedimenti amministrativi, neppure impliciti– ma consente la sola tutela giurisdizionale secondo il citato meccanismo di cui all’art. 31” (TAR Lombardia, Sez. II, 14.01.2014, n. 126).
9. In tale quadro si colloca il tema della tutela del soggetto che alleghi di essere stato leso dalla denuncia di inizio di attività presentata da altri.
9.1 Con la richiamata sentenza n. 2799 del 2014, la Sezione ha, anzitutto, rilevato che
i poteri inibitori spettanti all’amministrazione nei confronti degli interventi oggetto di una denuncia di inizio di attività vanno esercitati entro il termine normativamente prescritto, decorso il quale il “consolidarsi” della d.i.a. determina –di regola– l’impossibilità per il Comune di intervenire, se non nell’esercizio dei poteri di autotutela (Cons. Stato, Sez. VI, 22.09.2014 n. 4780).
Si tratta di conclusioni che trovano ormai pieno riscontro nell’attuale previsione del comma 4 dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990, come sostituito dall'articolo 6, comma 1, lett. a) della legge 07.08.2015, n. 124, in base al quale,
una volta decorso il termine per l’esercizio del controllo sulla denuncia o segnalazione certificata di inizio attività, “l'amministrazione competente adotta comunque i provvedimenti previsti dal medesimo comma 3 in presenza delle condizioni previste dall'articolo 21-nonies”.
Disposizione, questa, che è bensì inapplicabile ratione temporis nel presente giudizio, ma che ha sostanzialmente codificato gli esiti del dibattito giurisprudenziale sul punto. E ciò anche avuto riguardo alla natura dei poteri esercitati dall’amministrazione in quest’ultima ipotesi, che sono pur sempre di tipo inibitorio, ma subordinatamente al riscontro dei presupposti per l’intervento in autotutela (in coerenza con quanto già da tempo autorevolmente chiarito da Cons. Stato, Sez. VI, 09.02.2009, n. 717).
9.2 Ciò posto, la sentenza della Sezione n. 2799 del 2014 ha affermato che
l’intervento inibitorio è, tuttavia, da ritenere doveroso, e non soggetto al ricorrere dei presupposti propri del potere di autotutela, laddove la carenza dei presupposti della d.i.a. sia denunciata dal terzo, titolare di una posizione giuridica qualificata e differenziata, ai sensi del richiamato comma 6-ter del medesimo articolo 19.
E ciò –come già affermato nella sentenza richiamata– perché è anzitutto il chiaro tenore testuale della previsione normativa richiamata a non fare alcun riferimento al decorso del termine per il “consolidarsi” della denuncia di inizio di attività.
D’altra parte –come pure si è affermato nella sentenza n. 2799 del 2014– “
laddove dovesse ritenersi che il terzo, venuto a conoscenza della d.i.a. dopo il decorso del termine per il compimento delle verifiche, non possa chiedere l’esercizio dei poteri inibitori, ne deriverebbe un vulnus nei confronti della tutela offerta dall’ordinamento nei confronti di tale soggetto.” Questi, infatti, da un lato non disporrebbe di alcun provvedimento impugnabile (ostandovi il chiaro tenore del richiamato comma 6-ter dell’articolo 19) e, dall’altro, potrebbe solo invocare l’intervento in autotutela, che è però esercitabile solo in presenza di precisi presupposti, ulteriori rispetto al mero riscontro dell’illegittimità.
9.3 La posizione espressa con la sentenza di questa Sezione n. 2799 del 2014 è stata condivisa e ribadita da numerose successive pronunce di primo grado (TAR Campania, Napoli, Sez. III, 05.03.2015, n. 1410; TAR Piemonte, Sez. II, 01.07.2015, n. 1114; TAR Veneto, Sez. II, 12.10.2015, n. 1038 e n. 1039).
In particolare, la giurisprudenza ha evidenziato che “
Una tale interpretazione appare peraltro obbligata secondo una lettura costituzionalmente orientata delle norme alla luce dei principi di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale sanciti dagli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, non risultando altrimenti giustificabile, rispetto all’intento di garantire una tendenziale stabilità ai titoli abilitativi, l’eccessivo sacrificio che verrebbe imposto al diritto di azione del terzo leso dall’attività intrapresa.
Infatti il legislatore ha escluso che la denuncia e la dichiarazione di inizio attività costituiscano provvedimenti taciti direttamente impugnabili, ammettendo solo che i terzi interessati possano sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'Amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione contro il silenzio.
Poiché il terzo leso ha quest’unico rimedio a tutela della propria sfera giuridica, quando l’intervento di verifica risulti dallo stesso sollecitato e ad esso possa riconoscersi la titolarità di un interesse differenziato e qualificato, il divieto di prosecuzione dell’attività o l’inibitoria deve potersi svolgere in modo pieno e senza i limiti propri dell’autotutela avviata d’ufficio
.” (così TAR Veneto, n. 1038 del 2015, cit.).
10.
Posto quindi che, secondo la lettura qui accolta, l’articolo 19, comma 6-ter, impone all’amministrazione di esercitare pieni poteri inibitori della denuncia di inizio di attività, anche dopo il “consolidarsi” del titolo edilizio, qualora sia a ciò sollecitata da un terzo titolare di una situazione giuridica qualificata e differenziata, occorre chiedersi se tale soggetto possa sollecitare in qualunque momento l’intervento dell’amministrazione stessa, ovvero abbia l’onere di farlo entro un lasso di tempo stabilito.
10.1 Anche questa questione è stata affrontata, sia pure sinteticamente, nella richiamata sentenza n. 2799 del 2014, come correttamente rilevato, nel presente giudizio, dalla difesa del controinteressato.
In quella pronuncia, infatti, è stato esplicitamente evidenziato che il terzo che si assumeva leso dalla denuncia di inizio di attività presentata dal confinante si era rivolto all’amministrazione entro sessanta giorni dal momento in cui, accedendo agli atti della pratica edilizia, aveva preso piena conoscenza del contenuto della d.i.a. e delle esatte caratteristiche dell’intervento progettato.
La pronuncia ha, quindi, implicitamente ritenuto rilevante la circostanza che l’istanza volta a provocare l’esercizio del potere inibitorio fosse intervenuta entro il suddetto termine.
10.2 Il rilievo attribuito dalla suddetta pronuncia al momento della presentazione dell’istanza rivolta all’amministrazione non è stato condiviso da un altro orientamento giurisprudenziale recentemente emerso.
In base a tale diversa ricostruzione, il terzo leso dalla d.i.a. (o s.c.i.a.) potrebbe infatti rivolgersi in ogni tempo all’amministrazione, e ottenere comunque il pieno esercizio dei poteri inibitori, senza necessità del riscontro dei presupposti propri dell’autotutela (in questo senso: TAR Piemonte, Sez. II, n. 1114 del 2015, cit.).
Tesi, questa, che viene argomentata sia sulla base del tenore testuale del comma 3-bis dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990 –il quale non indica testualmente alcun limite temporale per la diffida diretta all’amministrazione– sia in considerazione della circostanza che la possibilità di un intervento “a tutto campo” e in ogni tempo sulla d.i.a., in presenza di una sollecitazione proveniente da un terzo che si assuma pregiudicato dall’intervento, dovrebbe ritenersi giustificata dalla natura stessa dell’istituto, che non dà luogo alla formazione di un provvedimento amministrativo e si basa sulla responsabilità del privato.
Il Collegio ritiene, tuttavia, che tali considerazioni possano essere condivise soltanto in parte, come meglio si illustrerà nel prosieguo.
10.3
Deve, anzitutto, confermarsi e ribadirsi in questa sede l’orientamento già espresso –anche in relazione al profilo inerente ai termini per la sollecitazione dei poteri inibitori– dalla sentenza della Sezione n. 2799 del 2014. E’ infatti da ritenere che le conclusioni raggiunte, sul punto, dalla pronuncia richiamata siano necessitate, alla stregua dell’interpretazione sistematica e –ancora una volta– costituzionalmente orientata del dato normativo, costituito dall’articolo 19, comma 3-ter, della legge n. 241 del 1990.
Per ciò che attiene al profilo sistematico,
l’interpretazione della disposizione deve necessariamente tenere conto della circostanza che l’intera disciplina della denuncia di inizio di attività, fino ai più recenti interventi normativi (in parte successivi alla formazione dei titoli oggetto del presente giudizio, ma comunque rilevanti ai fini interpretativi e ricostruttivi del sistema), risulta chiaramente ispirata dalla finalità di coniugare l’esigenza di incentrare il fondamento normativo della d.i.a sull’autoresponsabilità del privato con quella di assicurare comunque una sostanziale stabilità del titolo edilizio –analoga a quella propria del permesso di costruire– dopo il decorso del tempo stabilito per il suo “consolidarsi”.
In tale quadro normativo,
è certamente necessario –come sopra detto– assicurare al terzo la possibilità di ottenere piena tutela, mediante l’esercizio dei poteri inibitori dell’amministrazione, anche dopo che sia trascorso tale termine di tendenziale “stabilizzazione” del titolo edilizio.
Tuttavia,
tale possibilità non può tradursi nell’eliminazione di qualunque garanzia attinente al “consolidarsi” della d.i.a., né eccedere quanto necessario e sufficiente ad assicurare al terzo leso dalla denuncia di inizio attività una tutela equivalente a quella riconosciuta al soggetto leso da un permesso di costruire.
Per questa ragione,
deve ritenersi che il soggetto titolare di una situazione giuridica qualificata e differenziata che lamenti un pregiudizio derivante da una denuncia o segnalazione certificata di inizio attività possa ottenere il pieno e doveroso esercizio dei poteri inibitori, senza i limiti propri dell’autotutela, soltanto laddove abbia sollecitato l’intervento dell’amministrazione entro sessanta giorni dal momento in cui ha avuto conoscenza della lesione.
Il predetto termine di sessanta giorni, pur non espressamente previsto dal comma 3-bis dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990, deve infatti ricavarsi in via sistematica, tenendo conto che la diffida prevista dalla disposizione ora richiamata costituisce l’unico “canale” percorribile dall’interessato al fine di adire eventualmente, in un secondo momento, la tutela giurisdizionale. In tale prospettiva, l’esigenza di assicurare sia la pienezza della tutela (ai sensi dell’articolo 24 della Costituzione), che la parità di trattamento rispetto al soggetto leso da un permesso di costruire (in relazione all’articolo 3 della Costituzione) impone di fare applicazione del termine ordinariamente previsto per l’impugnazione dei provvedimenti amministrativi, fissato dall’articolo 29 del codice del processo amministrativo.
E’ ben vero che il termine di cui all’articolo 29 ora richiamato ha natura processuale e non procedimentale; tuttavia, come detto,
la fase procedimentale necessaria stabilita dal comma 3-bis dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990 costituisce un passaggio obbligato per l’accesso alla tutela giurisdizionale, per cui è dalla disciplina propria di quest’ultima che può e deve trarsi il dato necessario all’integrazione in via interpretativa della lacuna normativa.
Tale opzione ermeneutica risulta essere stata accolta, del resto, anche dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato, la quale non ha mancato di rimarcare, in una recente pronuncia, che “
il potere di sollecitazione del terzo non è da intendersi come esercitabile ad libitum, bensì rimane assoggettato al rispetto del termine di decadenza decorrente dalla conoscenza della D.I.A.” (così Cons. Stato, Sez. IV, 12.11.2015, n. 5161).
11. Occorre a questo punto domandarsi quid iuris nel caso in cui il terzo abbia richiesto l’intervento dell’amministrazione dopo il decorso di sessanta giorni dal momento in cui ha avuto piena conoscenza del contenuto lesivo della denuncia di inizio di attività.
La difesa del controinteressato ritiene che, in questo caso, l’impugnazione del provvedimento con cui l’amministrazione ha negato l’esercizio dei poteri relativi alla d.i.a. sia radicalmente inammissibile.
11.1 Il Collegio non ignora che tale soluzione risulta essere stata accolta dalla sentenza del Consiglio di Stato da ultimo richiamata (Cons. Stato n. 5161 del 2015, cit.), ma ritiene –su questo specifico aspetto– di dover addivenire a conclusioni in parte diverse rispetto al giudice d’appello.
Deve, infatti, tenersi presente il dato imprescindibile (ben evidenziato, come detto, da TAR Piemonte n. 1114 del 2015, cit., che però perviene a conclusioni non coincidenti con quelle qui sostenute) che
il comma 6-ter dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990 non prevede alcun termine per la sollecitazione dei poteri dell’amministrazione e per l’insorgere del correlativo obbligo, per quest’ultima, di pronunciarsi sull’istanza.
Per le ragioni già diffusamente illustrate,
laddove l’istanza sia presentata da un terzo titolare di una situazione giuridica qualificata e differenziata, entro il termine di sessanta giorni dalla conoscenza della d.i.a. o s.c.i.a., l’amministrazione non potrà esimersi dall’esercitare pienamente i propri poteri inibitori.
Ciò, però, non toglie che il terzo ben possa sollecitare l’intervento dell’amministrazione anche oltre tale termine, al fine di invocare non già il pieno esercizio dei poteri inibitori, bensì il riscontro della sussistenza dei –diversi– presupposti normativamente previsti per l’intervento in autotutela.
11.2 Al riguardo,
deve precisarsi che –anche laddove la sollecitazione debba intendersi diretta a provocare l’esercizio dei poteri di autotutela– l’amministrazione è comunque tenuta ad esprimersi sull’istanza, eventualmente illustrando le ragioni per le quali ritenga non sussistenti i presupposti per la rimozione del titolo edilizio.
E’ vero, infatti, che –secondo i principi– l’esercizio dell’autotutela è, di regola, tipicamente discrezionale nell’an, per cui l’amministrazione non è tenuta, di norma, neppure a riscontrare l’istanza di autotutela presentata da un privato (v. ex multis Cons. Stato, V, 03.05.2012 n. 2549). Tuttavia, nel caso della denuncia o segnalazione certificata di inizio attività, la sussistenza di un dovere dell’amministrazione di verificare l’esistenza dei presupposti per l’esercizio del potere è imposta dal chiaro tenore testuale del richiamato comma 3-bis dell’articolo 19, il quale attribuisce espressamente al terzo che si assuma leso dal titolo edilizio un incondizionato accesso anche alla tutela giurisdizionale avverso il silenzio.
D’altro canto, la soluzione prescelta dal legislatore è coerente con il fondamentale rilievo che, nel caso di intervento di controllo relativo alla d.i.a. o s.c.i.a., non si fa questione di esercizio di poteri di autotutela in senso proprio, poiché manca un provvedimento amministrativo rispetto al quale possa esercitarsi un potere di secondo grado. Piuttosto –come sopra detto– l’amministrazione, in questo caso, esercita pur sempre poteri di tipo inibitorio, ma subordinatamente al riscontro dei presupposti per l’intervento in autotutela.
12. In definitiva, alla luce di tutto quanto sin qui esposto,
il Collegio ritiene che la previsione del comma 6-ter dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990 imponga all’amministrazione di riscontrare motivatamente, in ogni caso, l’istanza con cui un terzo, titolare di una situazione giuridica qualificata e differenziata, abbia sollecitato l’intervento della stessa amministrazione in relazione a una denuncia o segnalazione certificata di inizio attività.
In particolare,
laddove l’istanza pervenga entro sessanta giorni dal momento in cui tale soggetto risulta aver avuto conoscenza dei profili lesivi dell’intervento, l’amministrazione sarà tenuta a esercitare, sussistendone i presupposti, pieni poteri inibitori, poiché –in difetto– il terzo subirebbe una diminuzione della tutela accordatagli rispetto a chi sia leso da un permesso di costruire.
Superati i sessanta giorni, l’amministrazione dovrà comunque a verificare, dandone conto motivatamente, unicamente la sussistenza dei presupposti per l’esercizio dell’autotutela.
Logico corollario di quanto sin qui affermato è che la circostanza che
tale terzo abbia avuto conoscenza del titolo edilizio da più di sessanta giorni non comporta conseguenze processuali, in relazione alla eventuale successiva azione giurisdizionale contro il silenzio o il provvedimento negativo emesso dall’amministrazione, ma ha unicamente conseguenze di tipo procedimentale (secondo quanto già rilevato dalla Sezione con la sentenza n. 585 del 05.03.2014).
In entrambe le ipotesi sopra enunciate, il ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento con cui l’amministrazione abbia negato il proprio intervento sarà quindi ammissibile –sussistendo, beninteso, tutte le altre condizioni dell’azione– ma la risposta dell’amministrazione dovrà essere verificata tenendo conto del diverso potere esercitato nelle due ipotesi sopra dette.

EDILIZIA PRIVATA: Il Cds boccia la riforma Scia. Ignoti i procedimenti soggetti ai diversi istituti di verifica. Palazzo Spada: al buio segnalazione, silenzio-assenso, autorizzazione e comunicazione.
Parere negativo del consiglio di stato sullo schema di dlgs relativo alla Scia approvato lo scorso 20.01.2015 dal consiglio dei ministri. In quanto manca, la «precisa individuazione» dei procedimenti soggetti a Scia, a silenzio-assenso, ad autorizzazione espressa e a comunicazione preventiva. Tale individuazione viene espressamente rinviata a successivi decreti legislativi ma, almeno dal punto di vista ricognitivo, è uno degli oggetti principali della delega.

Dopo che la Conferenza unificata del 03.03.2016 aveva espresso parere favorevole all'intesa sul decreto legislativo che riforma la «Scia» arriva adesso il parere negativo del Consiglio di stato espresso dall'adunanza della commissione speciale (parere 30.03.2016 n. 839).
La conclusione per il Consiglio di stato è che il testo del decreto legislativo vada riscritto recependo i rilievi presentati e che il nuovo testo le venga sottoposto per un nuovo parere.
Individuazione procedimenti soggetti a Scia. La commissione speciale del Consiglio di stato evidenzia che lo schema del dlgs sulla Scia, sceglie di non esercitare una parte importante della delega: manca, infatti, la «precisa individuazione» dei procedimenti soggetti a Scia, a silenzio-assenso, ad autorizzazione espressa e a comunicazione preventiva, che viene espressamente rinviata ai successivi decreti legislativi ma che, almeno dal punto di vista ricognitivo, appare come uno degli oggetti principali della delega.
Sarebbe stato auspicabile che l'attuazione della delega, preferibilmente con un unico decreto legislativo, non prescindesse dalla pur non facile opera di ricognizione e classificazione dei procedimenti, di indiscutibile utilità per il cittadino chiamato a orientarsi tra le nuove potenzialità della liberalizzazione delle attività economiche e il permanente potere di intervento delle pubbliche amministrazioni, con le sue diverse tipologie.
Un'opera che dovrà essere portata a termine, a tempo debito, tenendo conto, comunque, dei «princìpi del diritto dell'Unione europea relativi all'accesso alle attività di servizi» e di quelli di «ragionevolezza e proporzionalità», al fine di tracciare un percorso riconfigurativo del complesso delle norme regolatrici dei rapporti tra poteri delle pubbliche amministrazioni e attività private.
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regimi autorizzatori possono essere istituiti o mantenuti solo se giustificati da motivi imperativi di interesse generale, nel rispetto dei princìpi di non discriminazione, di proporzionalità», costituendo il regime autorizzatorio l'eccezione, che deve essere adeguatamente motivata.
Silenzio-assenso e comunicazione preventiva. Un'altra parte della delega che non risulta esercitata è quella relativa alla disciplina generale del silenzio assenso e della comunicazione preventiva, di cui alla parte finale del comma 1 dell'articolo 5 della legge n. 124 del 2015.
Ad essa, sostiene la commissione del Consiglio di stato, non si fa alcun riferimento nello schema di decreto legislativo (nemmeno nel titolo), ancorché anch'essa sia espressamente prevista come oggetto della delega. Manca, in particolare, la previsione dell'obbligo di comunicazione ai soggetti interessati dei «termini entro i quali l'amministrazione è tenuta a rispondere ovvero entro i quali il silenzio dell'amministrazione equivale ad accoglimento della domanda».
I giudici del Consiglio di stato invitano, pertanto, il Governo a valutare l'opportunità di intervenire, almeno limitatamente ai suddetti aspetti, integrando la modulistica e prevedendo la conoscibilità dei detti elementi per il tramite dei siti istituzionali delle pubbliche amministrazioni (articolo ItaliaOggi del 02.04.2016).

EDILIZIA PRIVATA: I punti principali del parere del Consiglio di Stato sullo schema di “decreto scia” [Schema di decreto legislativo recante attuazione della delega di cui all’articolo 5 della legge 07.08.2015, n. 124, in materia di segnalazione certificata di inizio attività (SCIA)].
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1. Le raccomandazioni generali sulla riforma di cui alla legge n. 124 del 2015
Il Consiglio di Stato riprende le considerazioni generali sulla importanza di una “riforma organica” della pubblica amministrazione di cui alla legge n. 124 del 2015 e sulla necessità di una ‘visione nuova’ della pubblica amministrazione, già esposte nel parere del 18.02.2016 (n. 343/2016), sul “decreto trasparenza”, e ribadisce soprattutto:
• la rilevanza cruciale dell’implementazione della riforma, anche dopo l’approvazione dei decreti attuativi;
• l’importanza, in particolare, della creazione di una cabina di regia per l’attuazione ‘in concreto’, che curi anche gli strumenti ‘non normativi’ di intervento (quali: la formazione dei dipendenti incaricati dell’attuazione, la comunicazione istituzionale a cittadini e imprese sui loro nuovi diritti, l’adeguata informatizzazione dei procedimenti, etc.);
• l’importanza della “manutenzione” della riforma, attraverso una fase di monitoraggio e verifica dell’impatto delle nuove regole, nonché con la definizione, se del caso, di decreti correttivi, o di quesiti attuativi da porre al Consiglio di Stato.
2. La SCIA si riferisce ad attività ‘libere’ e non richiede alcun intervento preventivo della p.a.
Il parere opera una ricostruzione dell’evoluzione dall’istituto della SCIA e ne ricava indicazioni di principio, che possono indirizzare la successiva attività attuativa e interpretativa. Si conferma che le attività soggette a SCIA:
• sono ‘libere’, ‘consentite direttamente dalla legge’ in presenza dei presupposti normativamente stabiliti, senza più spazio per alcun potere di assenso preventivo della p.a.;
• sono ‘conformate’ dalle leggi amministrative, e quindi sottoposte a successiva verifica dei requisiti da parte delle autorità pubbliche, entro un termine stabilito.
3. Le parti della delega non esercitate
Il Consiglio di Stato rileva il mancato esercizio di due profili della delega:
- la ricognizione dei procedimenti soggetti a SCIA, a silenzio-assenso, ad autorizzazione espressa e a comunicazione preventiva (indicata, invece, tra gli oggetti principali della delega). Tale “precisa individuazione” –richiesta dalla delega– va assolutamente effettuata con successivo decreto;
- la previsione dell’obbligo di comunicare ai soggetti interessati i “termini entro i quali l’amministrazione è tenuta a rispondere ovvero entro i quali il silenzio dell’amministrazione equivale ad accoglimento della domanda”. Tale adempimento può svolgersi già con il decreto in oggetto.
4. L’opportunità di novellare direttamente l’art. 19 della legge n. 241 del 1990
Il Consiglio di Stato suggerisce di introdurre le innovazioni della disciplina generale in materia di SCIA non in un decreto a sé, ma novellando direttamente l’articolo 19 della l. n. 241: la concentrazione della disciplina dello stesso istituto nella stessa legge la rende più sistematica e più facilmente conoscibile.
5. Il ‘nuovo paradigma’ nei rapporti tra cittadini e pubbliche amministrazioni: i rapporti si consolidano dopo 18 mesi
Il parere ritiene che la legge n. 124 del 2015 abbia introdotto un ‘nuovo paradigma’ nei rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione, prevedendo un limite massimo di 18 mesi all’intervento “in autotutela”, dopo il quale si consolidano le situazioni dei privati.
Secondo il Consiglio di Stato, il legislatore del 2015 ha fissato termini decadenziali di valenza nuova, non più volti a determinare l’inoppugnabilità degli atti nell’interesse dell’amministrazione, ma a stabilire limiti al potere pubblico nell’interesse dei cittadini, valorizzando il principio di affidamento.
Tale ‘regola generale’ si rinviene nel nuovo testo dell’art. 21-nonies della legge n. 241.
6. Le applicazioni di tale ‘nuovo paradigma’ in materia di SCIA
Il ‘nuovo paradigma’ si applica anche alla SCIA, ma in modo diverso.
Difatti, per la SCIA non può parlarsi di ‘autotutela’ in senso tecnico, poiché essa costituisce un provvedimento ‘di secondo grado’ ed esso appare impossibile per la SCIA, dove il provvedimento iniziale manca del tutto.
Il nuovo art. 21-nonies detta piuttosto, per la SCIA, la ‘disciplina di riferimento’ per l’esercizio del potere ex post dell’amministrazione: un potere inibitorio, repressivo o conformativo da esercitarsi solo motivando sulle ragioni di interesse pubblico e sugli interessi dei destinatari e dei controinteressati oltre che, ovviamente, entro un termine comunque non superiore a 18 mesi per adottare il provvedimento definitivo.
7. Le perduranti esigenze di coordinamento per il legislatore delegato
Questo importante principio generale impone un’opera di raccordo con il resto della disciplina in materia di SCIA, per fugare i dubbi interpretativi che iniziano a emergere in dottrina e in giurisprudenza.
Tale intervento può essere fornito sia con una integrazione dello schema in esame sia con un successivo provvedimento.
Tra le varie questioni, il Consiglio di Stato segnala la necessità di precisare:
- quale sia il dies a quo per la decorrenza dei diciotto mesi dell’art. 21-nonies;
- se il limite temporale massimo di cui all’art. 21-nonies debba applicarsi o meno anche all’intervento in caso di sanzioni per dichiarazioni mendaci ex art. 21, comma 1, della l. n. 241;
- che, in fase di prima applicazione della riforma, il termine generale dell’art. 21-nonies debba valere per tutti i provvedimenti, anche precedenti all’entrata in vigore della legge n. 124, sembrando infondata l’interpretazione di una sorta di ‘rimessione in termini’ dell’amministrazione ad opera della riforma;
- che la regola generale dell’art. 21-nonies si applichi anche a provvedimenti che non sono formalmente definiti di “annullamento”, ma di “revoca”, “risoluzione”, “decadenza” o analoghe;
- quale sia la esatta delimitazione della (unica) fattispecie di deroga ai 18 mesi prevista dall’art. 21-nonies, comma 2-bis.
8. Il ‘principio di concentrazione e di esaustività della modulistica
Il parere ritiene molto rilevante la previsione di “moduli unificati e standardizzati” per la SCIA, da pubblicare sui siti istituzionali delle amministrazioni destinatarie delle segnalazioni, che ne indichino esaustivamente i contenuti tipici, ma anche tutta la documentazione da allegare.
Se ne ricava, a livello interpretativo, un ‘principio di concentrazione e di esaustività della modulistica’, che impone che:
- i moduli siano effettivamente ‘unificati’ ed ‘esaustivi’, e non rinviino di fatto ad altri formulari presso altre amministrazioni;
- si introduca un chiaro divieto di richiesta di documentazione ulteriore rispetto a quella indicata dai moduli unificati: tutta la documentazione necessaria deve essere indicata ‘a monte’ nel modulo unificato; eventuali richieste istruttorie potranno solo evidenziare la mancata corrispondenza degli allegati presentati con quelli previsti in quella sede, non chiedere ulteriori documenti non indicati ex ante.
9. L’importanza di una ‘SCIA unica
Il parere esprime il suo apprezzamento per la scelta di regolare la fattispecie, finora non normata, di attività soggette a SCIA che, tuttavia, per il loro svolgimento, necessitano di “altre SCIA, comunicazioni, attestazioni, asseverazioni e notifiche” (cd. SCIA ‘plurima’). La disciplina si ispira correttamente alla “concentrazione dei regimi” delle SCIA presupposte presso la SCIA finale. Resta, invece, ancora non risolto il caso in cui la SCIA abbia come presupposto non soltanto ‘requisiti di fatto’, bensì uno o più provvedimenti di autorizzazione.
Il Consiglio di Stato configura tre diverse opzioni, in parte anche cumulabili fra loro, che consistono in:
- escludere espressamente tali fattispecie dalla SCIA, concentrandosi solo sulla cd. ‘SCIA pura’;
- considerare anche i casi di ‘SCIA non pura’ e imporre esplicitamente che la presentazione della SCIA possa avvenire soltanto una volta acquisito l’atto autorizzativo presupposto, ‘a cura del privato’;
- prevedere che la presentazione della SCIA attivi un meccanismo per l’ottenimento dell’autorizzazione ‘a cura dell’amministrazione ricevente’, rinviando però l’avvio dell’attività al momento di tale ottenimento (trasformando di fatto, in questi casi, la ‘segnalazione di inizio di attività’ in una sorta di ‘richiesta di inizio di attività’, che potrebbe essere un modello complementare rispetto a quello della ‘SCIA pura’).
Tutte e tre queste soluzioni richiedono comunque un intervento sul decreto in oggetto: la scelta fra queste (e la preferenza tra i rispettivi vantaggi e svantaggi) va lasciata alla potestà normativa del Governo, che deve tener conto delle esigenze pratiche dei destinatari della riforma (Consiglio di Stato, Commissione Speciale, parere 30.03.2016 n. 839 - tratto da e link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2015

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione di una SCIA in forma cartacea anziché telematica non presuppone la sua stessa configurazione ed ammissibilità.
Una Scia presentata al SUAP in modalità cartacea non può, per il solo fatto di essere stata lì depositata, ritenersi una segnalazione valida, mancando il presupposto per la sua stessa configurazione e ammissibilità, ovvero la modalità telematica.
Invero, il legislatore è stato chiaro nello stabilire che le domande, le dichiarazioni, le segnalazioni e le comunicazioni concernenti le attività produttive, di prestazione di servizi e quelle relative alle azioni di localizzazione, realizzazione, trasformazione, ristrutturazione o riconversione, ampliamento o trasferimento, e i relativi elaborati tecnici e allegati debbano presentarsi esclusivamente in modalità telematica al Suap competente per territorio (cfr. art. 2 del DPR n. 160/2010).

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... per l'annullamento, previo accoglimento dell’istanza cautelare:
- del provvedimento prot. n. 821 del 21.01.2015 a firma del Dirigente del Settore Servizi al Territorio del Comune di Santeramo in Colle;
- di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale e, in particolare ove occorra, della nota prot. n. 13278 del 02.03.2015 a firma del Responsabile Unico del Procedimento del SUAP Associato del Sistema Murgiano;
con Motivi Aggiunti depositati in data 03.06.2015:
- del provvedimento prot. n. 5875 del 12.03.2015 a firma del Dirigente del Settore Servizi al Territorio del Comune di Santeramo in Colle;
- di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale e, in particolare ove occorra, della nota prot. n. 13278 del 02.03.2015 a firma del Responsabile Unico del Procedimento del SUAP Associato del Sistema Murgiano;.
...
La Telecom Italia s.p.a., proprietaria di una stazione radio base per telefonia cellulare sita nel territorio del Comune di Santeramo in Colle, presentava, congiuntamente alla Vodafone Omnitel B.V., una segnalazione certificata di inizio attività (scia), indirizzata al Comune stesso ed acquisita in formato cartaceo, per l’implementazione di un impianto di proprietà Vodafone sulla suddetta stazione radio base.
Con provvedimento del 13.05.2014, veniva però disposta l’archiviazione dell’istanza sul rilievo che la stessa avrebbe dovuto essere presentata, a pena di inammissibilità, presso il SUAP su apposita modulistica, ai sensi del DPR 447/1998, rilevando altresì che le installazioni di nuove SRB avrebbero potuto essere realizzate esclusivamente nei siti comunali all’uopo individuati col piano di localizzazione comunale.
Il suddetto provvedimento veniva annullato da questo Tar con Sentenza n. 1267/2014, ritenendo sussistente in capo all’Amministrazione, con particolare riferimento al profilo dell’inammissibilità dell’istanza, un obbligo di trasmissione ufficiosa della domanda alla competente articolazione del proprio apparato.
Tale sentenza è stata formalmente notificata in data 05.12.2014 al Comune di Santeramo - che l’ha successivamente impugnata innanzi la Terza Sezione del Consiglio di Stato (Rg. 1129/2015).
Ritenendo da tale data decorso il termine per la formazione del silenzio assenso ai sensi dell’art. 87-bis, D.Lgs. 259/03, la ricorrente comunicava quindi all’Amministrazione comunale l’avvio dei lavori oggetto della scia.
Il Comune, con provvedimento n. 1821 del 21.01.2015, disponeva tuttavia per ragioni istruttorie la sospensione temporanea dell’efficacia della segnalazione, ai sensi degli artt. 2 e 21-quater, comma 2, l. n. 241/1990, per la durata di 60 giorni, inibendo per l’effetto, l’inizio dei lavori preannunciati.
Successivamente, il SUAP–Murgia Sviluppo s.c.a.r.l., rilevata l’improcedibilità dell’istanza sottoscritta da Telecom e Vodafone e trasmessa dall’Amministrazione comunale, ne disponeva l’archiviazione – circostanza che ha determinato in sede processuale la rinuncia alla domanda cautelare incidentalmente avanzata con l’appello suddetto, per sopravvenuto difetto di interesse.
Avverso la nota comunale del 21.01.2015, nonché il successivo provvedimento di improcedibilità e archiviazione del SUAP, l’odierna ricorrente ha quindi proposto un nuovo gravame censurando la violazione e falsa applicazione degli artt. 87 e 87-bis, D.Lgs. 259/2003 nonché dell’art. 19, L. n. 241/1990, ed eccesso di potere sotto diversi profili, chiedendone pertanto l’annullamento previa sospensione dell’efficacia.
Con controricorso del 30.04.2015, si è costituito il Comune intimato, eccependo preliminarmente l’inammissibilità e improcedibilità del ricorso sotto diversi profili - ovvero in considerazione della natura temporanea e provvisoria del provvedimento di sospensione impugnato, che avrebbe quindi già cessato di produrre effetti; della mancata notifica al SUAP; nonché della mancata impugnazione della successiva nota comunale, prot. n. 5875 del 12.03.2015, con cui nel trasmettere la nota di archiviazione del SUAP del 02.03.2015, il Comune ha preso atto dell’arresto procedimentale così determinatosi e dell’inefficacia della comunicazione di inizio dei lavori.
Alla Camera di Consiglio del 06.05.2015, avvisate le parti della possibile definizione in forma semplificata del gravame ai sensi dell’art. 60 cpa, parte ricorrente ha chiesto disporsi un rinvio per la presentazione di motivi aggiunti.
Con atto di motivi aggiunti del 19.05.2015, notificati anche al SUAP, la ricorrente ha infatti impugnato il sopra detto provvedimento n. 5875 del 12.03.2015, conosciuto in data 20 marzo, deducendo vizi in via derivata e vizi propri, quali violazione e falsa applicazione degli artt. 1, 2 e 6, l. n. 291/1990, in quanto l’Amministrazione avrebbe dovuto chiedere una regolarizzazione postuma della scia; eccesso di potere sotto diversi profili, ed elusione della Sentenza n. 1267/2014 resa da questo Tar.
Alla successiva Camera di Consiglio del 02.07.2015, avvertite nuovamente le parti ai sensi dell’art.60 c.p.a., la causa è quindi passata in decisione.
Il Collegio deve preliminarmente rilevare che il provvedimento comunale di sospensione per esigenze istruttorie, è stato superato dalla successiva nota di arresto procedimentale -impugnata con motivi aggiunti- determinando in tal modo l’improcedibilità dell’azione di annullamento proposta contro lo stesso.
Ritenute inoltre superate, con la proposizione dei motivi aggiunti, le eccezioni di inammissibilità come sollevate dalla difesa comunale, può quindi passarsi all’esame delle censure mosse dalla ricorrente avverso la nota di archiviazione Suap e la nota comunale di arresto procedimentale, che il Collegio ritiene infondate per le seguenti ragioni.
Pur condividendo in via di principio quanto affermato nella precedente pronuncia resa da questo stesso TAR, il Collegio deve tuttavia rilevare che l’applicazione nella specie dei principi ivi esposti non avrebbe potuto determinare comunque l’ammissibilità e la corretta formazione della scia.
Invero,
se in un’ottica di leale collaborazione tra la p.a. e il cittadino, la mancata trasmissione in via officiosa di una istanza alla competente articolazione amministrativa può costituire violazione dei principi di economicità ed efficacia dell’azione amministrativa, nel caso di specie l’improcedibilità dell’istanza presentata dalla ricorrente non ha concretizzato “un appello dell’Amministrazione a meri formalismi”, come tali da censurare in sede giurisdizionale, venendo invece in rilievo la possibile configurabilità, e quindi esistenza, della domanda (recte, scia) stessa.
Il legislatore è stato infatti chiaro nello stabilire che le domande, le dichiarazioni, le segnalazioni e le comunicazioni concernenti le attività produttive, di prestazione di servizi, e quelle relative alle azioni di localizzazione, realizzazione, trasformazione, ristrutturazione o riconversione, ampliamento o trasferimento, ed i relativi elaborati tecnici e allegati, debbano presentarsi esclusivamente in modalità telematica, al Suap competente per territorio (art. 2, DPR 160/2010).
Di tale modalità tiene infatti conto anche l’art. 19, l. n. 241/1990, laddove nel disciplinare la scia, prescrive che la stessa, corredata delle dichiarazioni, attestazioni e asseverazioni nonché dai relativi elaborati tecnici, possa essere presentata a mezzo posta con raccomandata con avviso di ricevimento, ad eccezione dei procedimenti per cui è previsto l’utilizzo esclusivo della modalità telematica. In tal caso la segnalazione può considerarsi presentata solo al momento della ricezione da parte dell'amministrazione.
Non è infatti estraneo all’ordinamento, tanto più nella recente ottica di semplificazione e snellimento delle procedure, un procedimento interamente informatizzato, articolato sin dalla fase di avvio in modalità esclusivamente telematica.
Pertanto,
una Scia presentata al SUAP in modalità cartacea, come nella specie, non può, per il solo fatto di essere stata lì depositata, ritenersi una segnalazione valida, mancando il presupposto per la sua stessa configurazione e ammissibilità, ovvero la modalità telematica.
Prova ne è che dalla sentenza più volte citata -che la parte assume essere stata elusa- non è derivato l’avvio del relativo iter ai sensi dell’art. 87-bis del Dlgs. n. 259, per il perfezionamento della scia, essendo stato invece statuito il mero obbligo del Comune, ottemperato nella specie, di trasmissione della domanda all’organismo competente.
Pertanto,
non può affatto ritenersi formato il silenzio-assenso, come invece asserito dalla ricorrente facendo erroneamente decorrere il termine per la sua formazione dalla notifica della sentenza all’Amministrazione, dovendosi invece considerare quale unico dies a quo il momento di recepimento dell’istanza da parte del Suap rappresentato dal rilascio dell’apposita ricevuta, come sancito espressamente dall’art. 5, DPR 160/2010.
Nella specie, il Suap si è tempestivamente espresso con un provvedimento di archiviazione in considerazione dell’inammissibilità dell’istanza, in quanto inoltrata dal Comune, e non dal soggetto richiedente, in modalità cartacea, e non telematica.
Né vale appellarsi al soccorso istruttorio, posto che tale istituto deve intervenire a fronte di irregolarità ed incompletezze sanabili, che presuppongono l’esistenza stessa dell’istanza, condizione che, per le argomentazioni suddette, non può però ritenersi verificata a fronte di una scia cartacea.
Seguendo la tesi della ricorrente infatti, si arriverebbe comunque alle medesime conclusioni del Collegio, a riprova dell’inammissibilità di una segnalazione cartacea: la parte sostiene invero che lo Sportello Unico avrebbe dovuto invitarla a presentare la scia in modalità telematica, anziché disporne l’archiviazione. Ma ripresentare la scia secondo tale modalità -si ribadisce, l’unica possibile- equivale a presentarla ex novo.
Il soccorso istruttorio invocato, è evidente, non potrebbe diversamente giovare.
Nulla ha vietato, né vieta, infatti alla società ricorrente di presentare una nuova scia nei termini previsti dalla normativa di riferimento.
Alla luce delle considerazioni su fatte, le doglianze formulate non meritano quindi accoglimento
(TAR Puglia-Bari, Sez. II, sentenza 16.10.2015 n. 1330 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' vero che il sistema delineato dall'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241, nel rafforzare la tutela di affidamento del privato che abbia presentato una dia o una scia, ha previsto la tassatività dei casi in cui alla Amministrazione é consentito di intervenire dopo la scadenza dei termini di cui al comma 3 e comma 6-bis, nel senso che fuori dalle situazioni individuate al comma 3 (falsità nelle dichiarazioni) ed al comma 4 (pericolo di danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente e la salute, per la sicurezza pubblica e la difesa nazionale), le Amministrazioni non possono intervenire; tuttavia il comma 6-ter, nel porre un obbligo all’amministrazione di provvedere su istanza del privato, ha previsto una fattispecie autonoma e diversa dal potere ufficioso previsto dai menzionati commi 3 e 4.
Una tale interpretazione appare peraltro obbligata secondo una lettura costituzionalmente orientata delle norme alla luce dei principi di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale sanciti dagli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, non risultando altrimenti giustificabile, rispetto all’intento di garantire una tendenziale stabilità ai titoli abilitativi, l’eccessivo sacrificio che verrebbe imposto al diritto di azione del terzo leso dall’attività intrapresa.
Infatti il legislatore ha escluso che la denuncia e la dichiarazione di inizio attività costituiscano provvedimenti taciti direttamente impugnabili, ammettendo solo che i terzi interessati possano sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'Amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione contro il silenzio.
Poiché il terzo leso ha quest’unico rimedio a tutela della propria sfera giuridica, quando l’intervento di verifica risulti dallo stesso sollecitato e ad esso possa riconoscersi la titolarità di un interesse differenziato e qualificato, il divieto di prosecuzione dell’attività o l’inibitoria deve potersi svolgere in modo pieno e senza i limiti propri dell’autotutela avviata d’ufficio.
Sicché, il provvedimento comunale di archiviazione del procedimento di verifica (di terzi) deve essere annullato, ed a tale annullamento consegue l’obbligo in capo all’Amministrazione di completare sollecitamente il procedimento di verifica accertando analiticamente la fondatezza o meno dei singoli rilievi proposti ed adottando i conseguenti provvedimenti che, in caso di riscontro delle illegittimità segnalate hanno carattere doveroso e non soggiacciono ai limiti previsti per le attività di verifica attivate d’ufficio dall’Amministrazione quando, come nel caso di specie, siano avviati su segnalazione del terzo leso nella propria posizione qualificata e differenziata.

Il secondo motivo, con il quale il ricorrente lamenta l’illegittimità del provvedimento di archiviazione, è invece fondato e deve essere accolto.
Il Comune di Cortina d’Ampezzo ha disposto l’archiviazione del procedimento di verifica della legittimità delle denunce di inizio attività ritenendo di per sé ostativa, e quindi senza svolgere un approfondimento istruttorio sui singoli rilievi sollevati nelle richieste di verifica, la norma di cui all’art. 19, comma 4, della legge 07.08.1990, n. 241, nel testo allora vigente.
Secondo il Comune anche a seguito della richiesta di verifica da parte di un terzo non è possibile procedere al divieto di prosecuzione dell’attività se non vi siano lesioni agli specifici interessi sensibili menzionati dall’art. 19, comma 4, della legge 07.08.1990, n. 241.
Tale norma ammette il divieto di prosecuzione dell’attività “solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale”, che nel caso di specie non ricorrono.
La tesi non è condivisibile.
La giurisprudenza, alla quale il Collegio aderisce (cfr. Tar Piemonte, Sez. II, 01.07.2015, n. 1114; Tar Campania, Napoli, Sez. III, 05.03.2015, n. 1410; Tar Lombardia, Milano, Sez. II, 21.11.2014, n. 4799), ha infatti chiarito che è vero che il sistema delineato dal citato art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241, nel rafforzare la tutela di affidamento del privato che abbia presentato una dia o una scia, ha previsto la tassatività dei casi in cui alla Amministrazione é consentito di intervenire dopo la scadenza dei termini di cui al comma 3 e comma 6-bis, nel senso che fuori dalle situazioni individuate al comma 3 (falsità nelle dichiarazioni) ed al comma 4 (pericolo di danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente e la salute, per la sicurezza pubblica e la difesa nazionale), le Amministrazioni non possono intervenire; tuttavia il comma 6-ter, nel porre un obbligo all’amministrazione di provvedere su istanza del privato, ha previsto una fattispecie autonoma e diversa dal potere ufficioso previsto dai menzionati commi 3 e 4.
Una tale interpretazione appare peraltro obbligata secondo una lettura costituzionalmente orientata delle norme alla luce dei principi di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale sanciti dagli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, non risultando altrimenti giustificabile, rispetto all’intento di garantire una tendenziale stabilità ai titoli abilitativi, l’eccessivo sacrificio che verrebbe imposto al diritto di azione del terzo leso dall’attività intrapresa.
Infatti il legislatore ha escluso che la denuncia e la dichiarazione di inizio attività costituiscano provvedimenti taciti direttamente impugnabili, ammettendo solo che i terzi interessati possano sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'Amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione contro il silenzio.
Poiché il terzo leso ha quest’unico rimedio a tutela della propria sfera giuridica, quando l’intervento di verifica risulti dallo stesso sollecitato e ad esso possa riconoscersi la titolarità di un interesse differenziato e qualificato, il divieto di prosecuzione dell’attività o l’inibitoria deve potersi svolgere in modo pieno e senza i limiti propri dell’autotutela avviata d’ufficio.
In definitiva, in accoglimento delle censure del secondo motivo, il provvedimento di archiviazione del procedimento di verifica deve essere annullato, ed a tale annullamento consegue l’obbligo in capo all’Amministrazione di completare sollecitamente il procedimento di verifica accertando analiticamente la fondatezza o meno dei singoli rilievi proposti ed adottando i conseguenti provvedimenti che, in caso di riscontro delle illegittimità segnalate, come sopra precisato, hanno carattere doveroso e non soggiacciono ai limiti previsti per le attività di verifica attivate d’ufficio dall’Amministrazione quando, come nel caso di specie, siano avviati su segnalazione del terzo leso nella propria posizione qualificata e differenziata (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 12.10.2015 n. 1039 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn termini generali, la SCIA (come la precedente DIA) non modifica la disciplina sostanziale dell’attività interessata, bensì il titolo di legittimazione, sostituendo il tradizionale provvedimento di autorizzazione da emettersi a seguito della domanda del privato, con un procedimento di verifica ad iniziativa pubblica necessaria: si inverte pertanto il meccanismo, dovendo l’autorità amministrativa esercitare un controllo ex post sulla denuncia “abilitante” presentata dal soggetto interessato.
Secondo l’art. 19, comma 3, della L. 214/1990, nel termine di sessanta giorni (o di trenta giorni in materia edilizia, ex art. 19, comma 6-bis, della stessa L. 241/1990) dal ricevimento della segnalazione, l'amministrazione competente, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di cui al comma 2, “adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa, salvo che, ove ciò sia possibile, l'interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro un termine fissato dall'amministrazione, in ogni caso non inferiore a trenta giorni”, restando salvo il potere dell'amministrazione competente "di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli artt. 21-quinquies e 21-nonies", mentre, "in caso di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell'atto di notorietà false o mendaci, l'amministrazione...può sempre e in ogni tempo adottare i provvedimenti di cui al primo periodo".
Il comma 4 prevede che, decorso il termine per l'adozione dei provvedimenti di cui al primo periodo del comma 3 (ovvero di cui al comma 6-bis in ambito edilizio), all'amministrazione è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente.
Sulla base del delineato quadro normativo, la giurisprudenza ha elaborato alcuni principi:
• è illegittimo l'operato dell'amministrazione comunale che, in presenza di una denuncia d'inizio attività (assimilabile sotto questo aspetto alla SCIA), adotta provvedimenti inibitori o sanzionatori dopo che sia decorso il termine previsto per il consolidamento del titolo, senza rispettare i limiti e le condizioni in base ai quali è possibile esercitare i poteri di autotutela ai sensi degli artt. 21-quinques e 21-nonies della L. 241/1990;
• il termine (di 60 giorni) per l'esercizio del potere inibitorio doveroso è perentorio mentre, decorso tale spazio temporale, l’autorità conserva soltanto un potere residuale di autotutela;
• quest’ultimo deve essere esercitato dall'amministrazione competente entro un termine ragionevole, e va supportato dall'esternazione di un interesse pubblico, attuale e concreto, alla rimozione del titolo tanto più quando il privato, in ragione del tempo trascorso, ha riposto, con la realizzazione del progetto, un logico affidamento sulla regolarità dell'autorizzazione;
• anche in materia di commercio, ogni atto di ordinario esercizio di pubblici poteri resta subordinato al rispetto delle regole generali che informano i rapporti tra amministrazioni e amministrati: così, è necessario comunicare l’avvio del procedimento, consentire all’interessato e a eventuali cointeressati e controinteressati di parteciparvi, dimostrare la sussistenza dei presupposti che ai sensi degli articoli 19 e 21-quinquies e 21-nonies della L. 241/1990 ne consentono l’esercizio, ivi compreso il rispetto del tempo ragionevole per porre in essere il provvedimento di secondo grado, la comparazione dell'interesse pubblico con l'aspettativa del privato, la motivazione in ordine alle ragioni di fatto che ne giustificano l’adozione;
• la valutazione comparativa, di natura discrezionale, degli interessi in rilievo, giustifica la frustrazione dell'affidamento incolpevole maturato in capo al denunciante a seguito del decorso del tempo e della conseguente consumazione del potere inibitorio.
Il ricorso è fondato e merita accoglimento.
2. Parte ricorrente ha anzitutto dedotto la violazione dell’art. 19 della L. 241/1990 e del principio di affidamento, l’eccesso di potere per carenza di istruttoria, difetto di motivazione, illogicità e ingiustizia manifesta, in quanto il potere di intervento sulla SCIA può essere esercitato entro il termine di 60 giorni dalla sua presentazione, salva la possibilità di agire ex post a tutela di preminenti interessi pubblici (pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l’ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale), che non sono stati rilevati nella fattispecie: il Comune era da oltre un anno privo del potere ordinario di inibizione degli effetti della SCIA, tenuto conto che il provvedimento dispone una semplice archiviazione, senza menzionare né motivare l’autotutela con riferimento ai requisiti contemplati all’art. 21-quinques della L. 241/1990.
Il motivo è meritevole di accoglimento, avendo l'amministrazione pacificamente adottato l'atto di controllo inibitorio oltre il termine di legge.
2.1 In termini generali, la SCIA (come la precedente DIA) non modifica la disciplina sostanziale dell’attività interessata, bensì il titolo di legittimazione, sostituendo il tradizionale provvedimento di autorizzazione da emettersi a seguito della domanda del privato, con un procedimento di verifica ad iniziativa pubblica necessaria: si inverte pertanto il meccanismo, dovendo l’autorità amministrativa esercitare un controllo ex post sulla denuncia “abilitante” presentata dal soggetto interessato.
Secondo l’art. 19, comma 3, della L. 214/1990, nel termine di sessanta giorni (o di trenta giorni in materia edilizia, ex art. 19, comma 6-bis, della stessa L. 241/1990) dal ricevimento della segnalazione, l'amministrazione competente, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di cui al comma 2, “adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa, salvo che, ove ciò sia possibile, l'interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro un termine fissato dall'amministrazione, in ogni caso non inferiore a trenta giorni”, restando salvo il potere dell'amministrazione competente "di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli artt. 21-quinquies e 21-nonies", mentre, "in caso di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell'atto di notorietà false o mendaci, l'amministrazione...può sempre e in ogni tempo adottare i provvedimenti di cui al primo periodo".
Il comma 4 prevede che, decorso il termine per l'adozione dei provvedimenti di cui al primo periodo del comma 3 (ovvero di cui al comma 6-bis in ambito edilizio), all'amministrazione è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente.
2.2 Sulla base del delineato quadro normativo, la giurisprudenza ha elaborato alcuni principi:
• è illegittimo l'operato dell'amministrazione comunale che, in presenza di una denuncia d'inizio attività (assimilabile sotto questo aspetto alla SCIA), adotta provvedimenti inibitori o sanzionatori dopo che sia decorso il termine previsto per il consolidamento del titolo, senza rispettare i limiti e le condizioni in base ai quali è possibile esercitare i poteri di autotutela ai sensi degli artt. 21-quinques e 21-nonies della L. 241/1990 (Consiglio di Stato, sez. IV – 20/02/2014 n. 788 in materia edilizia, con riflessioni che ben possono essere estese alla DIA –e alla SCIA– in materia commerciale;
• il termine (di 60 giorni) per l'esercizio del potere inibitorio doveroso è perentorio mentre, decorso tale spazio temporale, l’autorità conserva soltanto un potere residuale di autotutela (Consiglio di Stato, sez. VI – 14/11/2012 n. 5751; TAR Veneto, sez. II – 26/01/2015 n. 59);
• quest’ultimo deve essere esercitato dall'amministrazione competente entro un termine ragionevole, e va supportato dall'esternazione di un interesse pubblico, attuale e concreto, alla rimozione del titolo tanto più quando il privato, in ragione del tempo trascorso, ha riposto, con la realizzazione del progetto, un logico affidamento sulla regolarità dell'autorizzazione (sentenza TAR Campania Salerno, sez. I – 07/04/2015 n. 732, resa in ambito edilizio);
• anche in materia di commercio, ogni atto di ordinario esercizio di pubblici poteri resta subordinato al rispetto delle regole generali che informano i rapporti tra amministrazioni e amministrati: così, è necessario comunicare l’avvio del procedimento, consentire all’interessato e a eventuali cointeressati e controinteressati di parteciparvi, dimostrare la sussistenza dei presupposti che ai sensi degli articoli 19 e 21-quinquies e 21-nonies della L. 241/1990 ne consentono l’esercizio, ivi compreso il rispetto del tempo ragionevole per porre in essere il provvedimento di secondo grado, la comparazione dell'interesse pubblico con l'aspettativa del privato, la motivazione in ordine alle ragioni di fatto che ne giustificano l’adozione (TAR Friuli Venezia Giulia – 25/09/2014 n. 463).
• la valutazione comparativa, di natura discrezionale, degli interessi in rilievo, giustifica la frustrazione dell'affidamento incolpevole maturato in capo al denunciante a seguito del decorso del tempo e della conseguente consumazione del potere inibitorio (Consiglio di Stato, adunanza plenaria – 29/07/2011 n. 15).
2.3 Nella fattispecie, i 60 giorni erano abbondantemente decorsi quando l’amministrazione è intervenuta, e non affiora alcun elemento o circostanza a supporto dell’esercizio della potestà di autotutela. Non è stata neppure adombrata l’unica ipotesi derogatoria della perentorietà del predetto termine contemplata dal legislatore, ossia l’esistenza di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell'atto di notorietà "false o mendaci", che abilita l'amministrazione ad assumere i provvedimenti repressivi "sempre e in ogni tempo" (cfr. TAR Abruzzo L’Aquila – 19/03/2015 n. 163) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 20.05.2015 n. 739 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 19, comma 4, della legge 241/1990 pone significative limitazioni al potere di intervento in autotutela dell’amministrazione, una volta che la SCIA abbia conseguito efficacia per decorrenza del termine di controllo pari a 30 giorni fissato dal comma 6-bis della medesima disposizione normativa.
Tuttavia, il potere di controllo non si può tuttavia considerare esaurito nel termine breve di 30 giorni, qualora il progetto allegato alla SCIA contenga elementi di ambiguità che, pur non essendo qualificabili come dichiarazioni sostitutive false o mendaci ex art. 19, comma 3, della legge 241/1990, rendano comunque l’esame più difficoltoso, omettendo o non evidenziando a sufficienza eventuali criticità e il percorso argomentativo seguito per superarle.
In particolare, quando vengano in rilievo interventi su parti comuni, o interventi che alterano il collegamento tra edifici posti a confine, è compito del progettista dare il giusto risalto a queste situazioni, per consentire agli uffici comunali di effettuare una verifica completa del progetto. Se non vi è piena trasparenza, la sanzione appropriata consiste nella (ragionevole) dilatazione dei tempi di controllo.

Sul termine di controllo della SCIA
8. L’art. 19, comma 4, della legge 241/1990 pone significative limitazioni al potere di intervento in autotutela dell’amministrazione, una volta che la SCIA abbia conseguito efficacia per decorrenza del termine di controllo pari a 30 giorni fissato dal comma 6-bis della medesima disposizione normativa.
9. Nel caso il esame il termine è in effetti decorso (09.01.2014-17.02.2014), e il Comune non evidenzia pericoli per il patrimonio artistico e culturale o per l’ambiente (e tantomeno per la salute, la sicurezza pubblica e la difesa nazionale). Sull’edificio della ricorrente non grava un vincolo paesistico in senso proprio: l’esame paesistico è imposto dall’inquadramento del centro storico nella classe 5 di sensibilità paesistica, situazione non coincidente con quella descritta nell’art. 19, comma 4, della legge 241/1990. L’edificio, benché l’architrave in pietra collocato sopra l’ingresso riporti la data del 1706, non è neppure assoggettato a vincolo monumentale.
10. Il potere di controllo non si può tuttavia considerare esaurito nel termine breve di 30 giorni, qualora il progetto allegato alla SCIA contenga elementi di ambiguità che, pur non essendo qualificabili come dichiarazioni sostitutive false o mendaci ex art. 19, comma 3, della legge 241/1990, rendano comunque l’esame più difficoltoso, omettendo o non evidenziando a sufficienza eventuali criticità e il percorso argomentativo seguito per superarle.
In particolare, quando vengano in rilievo interventi su parti comuni, o interventi che alterano il collegamento tra edifici posti a confine, è compito del progettista dare il giusto risalto a queste situazioni, per consentire agli uffici comunali di effettuare una verifica completa del progetto. Se non vi è piena trasparenza, la sanzione appropriata consiste nella (ragionevole) dilatazione dei tempi di controllo.
11. Nel caso in esame, la relazione paesistica datata 08.01.2014 evidenzia la formazione in gronda di un “piccolo dislivello” con il tetto del vicino, senza però una precisa quantificazione. Inoltre, come viene sottolineato nel provvedimento del 07.04.2014, omette di riferire che l’intervento riguarda anche parti comuni dell’edificio. Poiché entrambe le questioni assumono importanza nell’esame della SCIA, si deve riconoscere la legittimità dell’estensione del termine di conclusione del procedimento.
Le ordinanze di sospensione e di rimessione in pristino sono quindi qualificabili come atti finali della procedura tempestivamente adottati, e non come provvedimenti in autotutela (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 20.05.2015 n. 731 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Come già ricordato da questa Sezione, per effetto dell'art. 19, ultimo comma, della L. n. 241 del 1990, in caso di presentazione di una DIA o di una SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), reputate illegittime, i soggetti che si considerano lesi dall'attività edilizia possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia di quest'ultima, esperire "esclusivamente", l'azione contro il silenzio della Pubblica Amministrazione di cui all'art. 31 del c.p.a..
Avendo questa Sezione già in precedenza affermato che la disposizione di cui al citato art. 19 vieta sostanzialmente l'impugnazione diretta della DIA o della SCIA -non costituenti provvedimenti amministrativi, neppure impliciti- ma consente la sola tutela giurisdizionale secondo il citato meccanismo di cui all'art. 31 c.p.a.; mentre, l’art. 133, comma 1, lett. a) n. 3, in tema di giurisdizione esclusiva, a chiusura del sistema dei rimedi esperibili dal terzo pregiudicato dalla D.I.A., implicitamente ammette l’impugnazione dei “provvedimenti espressi adottati in sede di verifica di segnalazione certificata, denuncia e dichiarazione d’inizio attività”.
Neppure sussistono i presupposti per dichiarare l’obbligo del Comune di ordinare il ripristino dei luoghi e la demolizione della nuova costruzione, residuando, al di là del portato motivazionale della presente sentenza, ancora margini di esercizio della discrezionalità da parte del Comune, insiti nella decisione sull’annullamento in autotutela della DIA; tenuto conto, che nel caso di specie gli interessi dei destinatari debbono ricevere adeguata considerazione, accanto all’interesse pubblico, essendo stata ultimata la costruzione del nuovo edificio.

4. Deve, invece, essere dichiarata inammissibile la domanda di accertamento della illegittimità/inefficacia della DIA del 22.10.2012 e della successiva SCIA del 02.07.2013.
Come già ricordato da questa Sezione con la sentenza n. 233 del 17.02.2013, resa nel precedente giudizio sul silenzio, infatti, per effetto dell'art. 19, ultimo comma, della L. n. 241 del 1990, in caso di presentazione di una DIA o di una SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), reputate illegittime, i soggetti che si considerano lesi dall'attività edilizia possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia di quest'ultima, esperire "esclusivamente", l'azione contro il silenzio della Pubblica Amministrazione di cui all'art. 31 del c.p.a..
Avendo questa Sezione già in precedenza affermato che la disposizione di cui al citato art. 19 vieta sostanzialmente l'impugnazione diretta della DIA o della SCIA -non costituenti provvedimenti amministrativi, neppure impliciti- ma consente la sola tutela giurisdizionale secondo il citato meccanismo di cui all'art. 31 c.p.a. (cfr. Sez. II: 05.03.2012, n. 298; 15.02.2013, n. 230); mentre, l’art. 133, comma 1, lett. a) n. 3, in tema di giurisdizione esclusiva, a chiusura del sistema dei rimedi esperibili dal terzo pregiudicato dalla D.I.A., implicitamente ammette l’impugnazione dei “provvedimenti espressi adottati in sede di verifica di segnalazione certificata, denuncia e dichiarazione d’inizio attività”.
Quello appena descritto è d’altra parte il percorso seguito dai ricorrenti, che hanno prima reagito giudizialmente al silenzio della P.A., ottenendo la condanna di quest’ultima a provvedere sulla loro diffida, e poi hanno impugnato il provvedimento del 23.04.2014 di diniego di autotutela.
5. Neppure sussistono i presupposti per dichiarare l’obbligo del Comune di Vicenza di ordinare il ripristino dei luoghi e la demolizione della nuova costruzione, residuando, al di là del portato motivazionale della presente sentenza, ancora margini di esercizio della discrezionalità da parte del Comune, insiti nella decisione sull’annullamento in autotutela della DIA; tenuto conto, che nel caso di specie gli interessi dei destinatari debbono ricevere adeguata considerazione, accanto all’interesse pubblico, essendo stata ultimata la costruzione del nuovo edificio.
Inoltre, non risulta che nel caso in esame siano state poste in essere falsità progettuali tali da legittimare un vincolato intervento sanzionatorio, venendo in rilievo, come testimoniato dalla presente motivazione, solo questioni interpretative di norme legislative e regolamentari (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 15.04.2015 n. 424 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Come è noto, nel sistema del T.U. edilizia 06.06.2001 n. 380, in forza dell’art. 22, sono realizzabili mediante SCIA quattro categorie di interventi: le prime tre, che qui non interessano riguardano le varianti a permesso di costruire (comma 2 e 2-bis), le ristrutturazioni (comma 3, lettera a) e le nuove costruzioni, in buona sostanza, già dettagliatamente disciplinate da un piano di livello superiore (comma 3, lettere b e c). Vi è poi la quarta categoria, che si definisce per differenza: esclude a valle gli interventi liberi di cui all’art. 6 e a monte gli interventi per cui, in base all’art. 10, serve il permesso di costruire (comma 1).
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Andando ad esaminare il citato art. 10, l’intervento per cui è causa (tamponamento pareti laterali di tre tettoie e, quindi, nella loro trasformazione in capannoni) non sarebbe assentibile con SCIA, ma richiederebbe il permesso di costruire, comportando quanto meno un aumento di volumetria.
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Resta da considerare che lo stesso art. 22, al comma 4, consente alla legge regionale di ampliare o restringere il campo di applicazione della SCIA.
In Lombardia, dispone in proposito l’art. 41 della l. 11.03.2005 n. 12, modificato proprio dopo l’introduzione della SCIA, che nella parte rilevante recita: “Ferma restando l’applicabilità della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) nei casi e nei termini previsti dall’articolo 19 della legge 241/1990 e dall’articolo 5, comma 2, lettera c), del d.l. 70/2011, chi ha titolo per presentare istanza di permesso di costruire ha facoltà, alternativamente e per gli stessi interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia, di inoltrare al comune denuncia di inizio attività, salvo quanto disposto dall'articolo 52, comma 3-bis”.
La norma, la cui lettera è non chiarissima, è stata, com’è noto, interpretata dagli uffici regionali, sulla scorta di conformi istruzioni ministeriali (comunicato 08.10.2010 della D.G. Territorio), che la SCIA continua ad applicarsi ai soli interventi edilizi minori, ovvero alle sole ristrutturazioni cd. leggere, ovvero non rientranti, come nella specie, nella previsione dell’art. 10 T.U..
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La ricorrente, che è titolare in Ospitaletto, alla locale via ..., di un complesso produttivo formato da vari edifici (ricorso, p. 2 § 1, fatti pacifici in causa), ha presentato a quel Comune, al fine di procedere al cd. tamponamento, ovvero alla chiusura con pareti laterali, di tre tettoie comprese nel perimetro del proprio stabilimento, una prima DIA 25.02.2014 (doc. 12 Comune, copia di essa), a fronte della quale ha ricevuto l’inibitoria di cui al provvedimento del 21.03.2014 (doc. 15 Comune, copia di essa).
Ha allora da un lato richiesto l’annullamento d’ufficio di tale inibitoria, e se lo è visto negare (doc. 3 ricorrente, copia provvedimento); dall’altro ha presentato, in data 23.04.2014, una SCIA per lo stesso intervento (doc. 19 Comune, copia di essa e memoria Comune 27.06.2014 p. 5 ultime tre righe), ed ha ricevuto una nuova inibitoria 16.05.2014 (doc. 1 ricorrente, copia di essa).
Nel ricorso principale, come si desume dal contenuto dei motivi dedotti, la ricorrente impugna in sostanza la sola inibitoria 16.05.2014, motivata unicamente con l’esistenza sulle tettoie in questione di un “vincolo unilaterale di concessione precaria che garantisce al Comune…il diritto di richiedere la demolizione delle velette [nome tecnico delle tettoie in parola]…per motivi legati a nuova viabilità…in forza dell’impegnativa [testuale] registrata il 27.12.1979 a Brescia …” e ivi trascritta nei registri immobiliari” (doc. 1 ricorrente, cit.).
A sostegno, ha dedotto cinque censure, corrispondenti in ordine logico ai seguenti tre motivi:
- con il primo di essi, corrispondente alla censura quarta a p. 8 dell’atto, deduce violazione dell’art. 7 della l. 07.08.1990 n. 241, per omissione dell’avviso di inizio del procedimento;
- con il secondo motivo, corrispondente alle censure prima e quinta alle pp. 5 e 9 dell’atto, deduce violazione del principio di tipicità dell’atto amministrativo, non essendo, in sostanza, il vincolo descritto previsto dalla legge;
- con il terzo motivo, corrispondente alla censura terza a p. 7 dell’atto, deduce eccesso di potere per difetto di motivazione, in quanto il vincolo, a tutto voler concedere, sarebbe stato posto a servizio di una viabilità allo stato da tempo realizzata, e comunque non sarebbe stato pregiudicato dalla richiesta modifica delle pensiline esistenti, che sarebbero rimaste pur sempre amovibili, come nel loro assetto precedente.
Ha resistito il Comune, con memoria 27.06.2014, ed ha chiesto la reiezione del ricorso.
Questo Tribunale, con ordinanza 04.07.2014 n. 471, ha sospeso tale provvedimento, ritenendo tale “impegnativa” in sostanza priva di efficacia, ma facendo salvi ulteriori provvedimenti dell’amministrazione relativi ad altri profili di legittimità dell’opera in questione.
Il Comune ha adottato quindi il provvedimento (doc. 11 ricorrente, copia di esso) impugnato con i motivi aggiunti, motivato con riguardo all’importanza dell’intervento consistente nella chiusura delle tettoie in questione e quindi nella loro trasformazione in capannoni e ritenuto non realizzabile con semplice SCIA.
...
... per (A – ricorso principale) l’annullamento, previa sospensiva:
- del provvedimento 16.05.2014 prot. n. 9682, conosciuto in data imprecisata, con il quale il Dirigente dell’area tecnica del Comune di Ospitaletto ha disposto nei confronti della ricorrente Aran R.E. S.r.l. il divieto di prosecuzione dell’attività di cui alla segnalazione certificata di inizio attività – SCIA edilizia 23.04.2014 prot. n. 8058;
- del provvedimento 21.03.2014 prot. n. 5617, conosciuto in data imprecisata, con il quale il Dirigente dell’area tecnica del Comune di Ospitaletto ha disposto nei confronti della medesima ricorrente il divieto di dare inizio all’attività di cui alla dichiarazione di inizio attività – DIA edilizia 25.02.2014 prot. n. 3712;
- del provvedimento 16.04.2014 prot. n. 7654, conosciuto in data imprecisata, con il quale il Dirigente dell’area tecnica del Comune di Ospitaletto ha denegato l’annullamento in autotutela del predetto provvedimento 21.03.2014 prot. n. 5617;
...
4. Infondato è poi il secondo motivo, dovendosi condividere quanto evidenziato dall’amministrazione sia nel provvedimento, sia nelle proprie difese. L’intervento per cui è causa, che in sostanza porterebbe a trasformare alcune tettoie in altrettanti capannoni chiusi, non è infatti, nei termini che ora si illustreranno, fra quelli realizzabili con semplice SCIA.
5. Come è noto, nel sistema del T.U. edilizia 06.06.2001 n. 380, in forza dell’art. 22, sono realizzabili mediante SCIA quattro categorie di interventi: le prime tre, che qui non interessano riguardano le varianti a permesso di costruire (comma 2 e 2-bis), le ristrutturazioni (comma 3, lettera a) e le nuove costruzioni, in buona sostanza, già dettagliatamente disciplinate da un piano di livello superiore (comma 3, lettere b e c). Vi è poi la quarta categoria, che si definisce per differenza: esclude a valle gli interventi liberi di cui all’art. 6 e a monte gli interventi per cui, in base all’art. 10, serve il permesso di costruire (comma 1).
6. Andando ad esaminare il citato art. 10, l’intervento per cui è causa non sarebbe assentibile con SCIA, ma richiederebbe il permesso di costruire, comportando quanto meno –come correttamente rilevato dal Comune (memoria 29.08.2014 p. 9)- un aumento di volumetria, come ritenuto da TAR Abruzzo L’Aquila 07.03.2008 n. 123 in un caso analogo.
7. Resta da considerare che lo stesso art. 22, al comma 4, consente alla legge regionale di ampliare o restringere il campo di applicazione della SCIA. In Lombardia, dispone in proposito l’art. 41 della l. 11.03.2005 n. 12, modificato proprio dopo l’introduzione della SCIA, che nella parte rilevante recita: “Ferma restando l’applicabilità della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) nei casi e nei termini previsti dall’articolo 19 della legge 241/1990 e dall’articolo 5, comma 2, lettera c), del d.l. 70/2011, chi ha titolo per presentare istanza di permesso di costruire ha facoltà, alternativamente e per gli stessi interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia, di inoltrare al comune denuncia di inizio attività, salvo quanto disposto dall'articolo 52, comma 3-bis”.
8. La norma, la cui lettera è non chiarissima, è stata, com’è noto, interpretata dagli uffici regionali, sulla scorta di conformi istruzioni ministeriali (comunicato 08.10.2010 della D.G. Territorio), che la SCIA continua ad applicarsi ai soli interventi edilizi minori, ovvero, per quanto qui interessa, alle sole ristrutturazioni cd. leggere, ovvero non rientranti, come nella specie, nella previsione dell’art. 10 T.U..
9. Da quanto sin qui esposto, risulta che l’intervento non era e non è assentibile con lo strumento della SCIA invocato dalla ricorrente: vanno quindi respinte, per difetto del requisito del danno ingiusto, tutte le domande risarcitorie proposte (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 19.02.2015 n. 321 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2014

EDILIZIA PRIVATA: La disciplina nazionale dell’attività edilizia - Guida operativa 2013.
Sommario: 1. Premessa; 2. Lo sportello unico per l’edilizia (SUE); 3. l’attività edilizia libera; 3.1. L’attività edilizia totalmente libera; 3.2. L’attività edilizia libera previa comunicazione inizio lavori; 4. L’attività edilizia soggetta a permesso di costruire; 4.1. Caratteristiche del permesso di costruire; 4.2. Efficacia temporale del permesso di costruire; 4.3. Onerosità del permesso di costruire; 4.4. Procedimento per il rilascio del permesso di costruire; 5. L’attività edilizia soggetta a S.C.I.A. o a super-D.I.A.; 5.1. L’ambito applicativo della S.C.I.A.; 5.2 L’ambito applicativo della super-D.I.A.; 5.3. La disciplina applicabile alla S.C.I.A. ed alla super-D.I.A.; 5.4. La S.C.I.A. e la super-D.I.A. e l’incidenza sulla commerciabilità dei fabbricati; 6. La demolizione e successiva ricostruzione; 7. La sanatoria ex lege delle difformità marginali; 8. L’agibilità; 8.1. La funzione del certificato di agibilità; 8.2. Il procedimento di rilascio del certificato di agibilità; 8.3. La dichiarazione di agibilità “parziale”; 8.4. La dichiarazione “alternativa” di conformità ed agibilità; 8.5. Il certificato di agibilità e riflessi sulla circolazione immobiliare; 9. Il piano nazionale per le città; 10. Il piano casa (Consiglio Nazionale del Notariato, studio 10.01.2014 n. 893-2013/C).

anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: La Scia non dribbla la verifica d'agibilità.
La verifica dell'agibilità di un locale destinato al trattenimento, anche se capace di accogliere meno di 200 persone, non può essere sostituita da una Scia e l'intervenuta abrogazione dell'art. 124 del regolamento al Tulps, disposta dal dl 5/2012, non fa venir meno gli obblighi in materia di sicurezza per bar e ristoranti che organizzano spettacoli.

Lo dice il ministero dell'interno nella circolare prot. 557/Pas/u/ 003524/13500.A (8) del 2013 diffusa dalla prefettura di Ravenna con nota n. 2013/2013.
Presupposto della Scia è la natura vincolata dell'atto autorizzativo sostituito, subordinatamente all'accertamento positivo dei requisiti di legge; e poiché il parere della commissione di vigilanza presuppone l'esercizio di una discrezionalità tecnica con un contenuto più ampio di una mera verifica del rispetto delle norme vigenti in materia di sicurezza, l'agibilità deve essere formalmente accertata.
Non sempre, peraltro, ha aggiunto il ministero, ogni spettacolo o trattenimento musicale o danzante svolto in un pubblico esercizio è soggetto agli art., 68, 69 e 80 Tulps. Sono esenti, infatti, gli spettacoli e i trattenimenti organizzati occasionalmente o per specifiche ricorrenze, sempreché rappresentino un'attività. Poco è cambiato quindi dopo l'abrogazione dell'art. 124 del rd 635/1940. Perché il legislatore non ha fatto altro che sancire a livello normativo il principio già ricavato dal dicastero a livello interpretativo.
In sostanza nessun obbligo per l'esercente quando il trattenimento è funzionale all'attività commerciale ed è lecito che l'esercente attui una maggiore attrattiva sul pubblico, ma senza quella specifica imprenditorialità nel campo dell'intrattenimento e dello spettacolo che farebbe, invece, scattare l'obbligo del rispetto delle specifiche norme (tratto da ItaliaOggi del 17.08.2013).

EDILIZIA PRIVATADECRETO DEL FARE/ Ristrutturazioni, meno vincoli. Demolizioni seguite da ricostruzione: sagoma esclusa. Via libera alla deburocratizzazione dei pareri per la Scia.
L'esclusione della sagoma, quale vincolo per considerare ristrutturazione le demolizioni seguite da ricostruzione; la sburocratizzazione dei pareri necessari per la Scia; la proroga dei termini di inizio e fine lavori; le agibilità parziali; il silenzio rigetto per i permessi di costruire in aree vincolate.

Queste alcune delle novità in materia di edilizia apportate dal pacchetto di semplificazioni contenuto nel decreto del Fare (69/2013).
Vincoli ambientali. Si passa dal silenzio-rifiuto al silenzio-rigetto, immediatamente impugnabile. Secondo il Testo unico per l'edilizia (dpr 380/2001), nel caso in cui manchi un atto di assenso per vincolo ambientale, paesaggistico e culturale, si viene a formare il silenzio rifiuto. Il decreto legge modifica il procedimento in caso di immobili vincolati nel seguente modo.
Se l'assenso dell'autorità preposta al vincolo è favorevole, il comune sarà tenuto a concludere il procedimento di rilascio del permesso di costruire con un provvedimento espresso e motivato. Se, invece, l'atto di assenso viene negato, decorso il termine per il rilascio del permesso di costruire, questo si intenderà respinto. L'atto è immediatamente impugnabile.
Pareri. Allo sportello unico per l'edilizia va il compito di acquisire i pareri anche prima della presentazione della Scia. Il testo unico edilizia non disciplina l'acquisizione, da parte dello Sportello unico per l'edilizia (Sue), degli atti di assenso presupposti all'inizio dei lavori nel caso in cui l'intervento edilizio sia soggetto alla presentazione della comunicazione di inizio lavori di attività edilizia libera o della Scia edilizia. Il decreto estende la disciplina prevista oggi solo per il permesso di costruire. Il provvedimento, infatti, dispone che l'interessato possa, prima di presentare la comunicazione o la Scia, richiedere allo sportello unico l'acquisizione di tutti gli atti di assenso necessari per l'intervento edilizio.
Lo sportello si deve attivare, come nel caso di richiesta di permesso di costruire: se non sono rilasciati gli atti di assenso delle altre amministrazioni pubbliche, o è intervenuto il dissenso di una o più amministrazioni interpellate, il responsabile dello sportello unico indice la conferenza di servizi per acquisirli. Se poi l'istanza di acquisizione di tutti gli atti di assenso è contestuale alla segnalazione certificata di inizio attività, l'interessato potrà dare inizio ai lavori solo dopo la comunicazione da parte dello sportello unico dell'avvenuta acquisizione degli atti di assenso o dell'esito positivo della conferenza di servizi. Le novità si applicano anche alla comunicazione dell'inizio dei lavori per l'attività edilizia libera, qualora siano necessari atti di assenso per la realizzazione dell'intervento edilizio.
Edilizia libera. Una dichiarazione in meno per la comunicazione di inizio lavori. Il Testo unico per l'edilizia prevede per l'attività edilizia libera l'invio di una comunicazione dell'inizio dei lavori, a cui deve essere allegata una relazione asseverata firmata da un tecnico abilitato, che dichiari di non avere rapporti di dipendenza con l'impresa né con il committente. Il decreto dispone di eliminare tale dichiarazione da parte del tecnico abilitato.
Agibilità parziale. Il decreto modifica la disciplina del certificato di agibilità, consentendone la richiesta anche per singoli edifici o singole porzioni di uno stesso stabile. Questo a condizione che le unità siano funzionalmente autonomi, qualora siano state realizzate e collaudate le opere di urbanizzazione primaria relative all'intero intervento edilizio e siano state completate e collaudate le parti strutturali connesse, nonché collaudati e certificati gli impianti relativi alle parti comuni.
L'agibilità parziale potrà essere richiesta anche per singole unità immobiliari, purché siano completate e collaudate le opere strutturali connesse, siano certificati gli impianti e siano completate le parti comuni e le opere di urbanizzazione primaria dichiarate funzionali rispetto all'edificio oggetto di agibilità parziale.
Decorrenza. Le nuove disposizioni si applicano dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (tratto da ItaliaOggi del 14.08.2013).

EDILIZIA PRIVATAIter più snello, ma niente Scia per modificare la sagoma. Semplificazione a metà sugli immobili vincolati.
Iter semplificato –ma solo in parte– per gli immobili vincolati. Il decreto del fare (Dl 69/2013, convertito in legge dal Parlamento) da un lato alleggerisce la procedura per il rilascio del permesso di costruire per gli immobili sottoposti a vincoli, mentre dall'altro continua a richiederlo –o in alternativa la Dia– quando si realizzano su edifici vincolati interventi di demolizione e ricostruzione con modifica della sagoma.
Il vincolo di sagoma
Di fatto, la deregulation sul rispetto della sagoma introdotta all'articolo 10, comma 1, lettera c), del Dpr 380/2001 (si veda l'articolo in basso) non si applica agli immobili assoggettati a vincoli previsti dal Dlgs 42/2004. Nel caso di questi immobili gli interventi di demolizione e ricostruzione per essere considerati di ristrutturazione edilizia devono conservare volumetria e sagoma preesistenti (negli immobili non vincolati è sufficiente il rispetto solo del primo vincolo).
In altri termini, quando il nuovo edificio riproduce la stessa forma di quello demolito, l'intervento può essere essere eseguito con la Scia, se la forma cambia è indispensabile chiedere il rilascio del permesso di costruire o la Dia. Peraltro, è bene ricordare che il quadro delle norme nazionali –così come modificato dal decreto "del fare"– va sempre coordinato con le norme regionali (si veda la scheda a destra).
L'iter più leggero
Relativamente alle procedure, le nuove norme intervengono sui commi 8, 9 e 10 dell'articolo 20 del Dpr 380/2001. Il comma 10 viene abrogato: disciplinava il rilascio del permesso di costruire relativo agli immobili sottoposti a vincoli la cui tutela è attribuita ad amministrazioni diverse da quella comunale. La norma abrogata prevedeva che per acquisire i pareri di quelle amministrazioni, il responsabile comunale del provvedimento dovesse convocare una conferenza di servizi. L'attivazione di questa fase procedurale non era richiesta quando i pareri erano di pertinenza del Comune oppure quando l'amministrazione comunale era stata delegata a rilasciarli dalle amministrazioni titolari della relativa competenza. Con le nuove norme l'ufficio comunale convoca la conferenza dei servizi se lo ritiene opportuno, ma non è più obbligato a farlo.
Rilevanti sono anche le modifiche introdotte al comma 9 dell'articolo 20. Nella versione precedente, questa norma prevedeva che nel caso di parere negativo delle amministrazioni competenti a esprimersi sui vincoli ricadenti sull'immobile, «decorso il termine per l'adozione del provvedimento conclusivo, sulla domanda di permesso di costruire si intende formato il silenzio-rifiuto». Se gli altri enti erano contrari, pertanto, l'amministrazione comunale non era tenuta ad assumere alcun provvedimento in risposta all'istanza presentata da un'impresa o un cittadino.
Con le nuove regole, invece, la procedura di rilascio o di diniego del permesso di costruire deve concludersi con un atto dell'amministrazione comunale, che deve essere notificato all'interessato e nel quale devono essere indicati il termine e l'autorità a cui è possibile ricorrere nel caso di non accoglimento della richiesta.
Pur senza ammettere una valutazione meno rigorosa dei vincoli paesaggistici e storico-artistici, l'eliminazione del silenzio-rifiuto introduce una maggiore tutela nei rapporti con la pubblica amministrazione dei soggetti titolari di diritti su quegli immobili: non possono accampare alcun diritto in più a vedere accolte le proprie proposte, ma hanno il diritto di conoscere le ragioni per le quali i progetti avanzati non possono essere realizzati.
Il rendimento energetico
Novità anche in fatto di applicazione del Dlgs 192/2005, relativamente alle regole sul rendimento energetico degli edifici vincolati. In sede di conversione del Dl 63/2013, si è infatti intervenuti sulla norma che escludeva dal l'applicazione del Dlgs 192/2005 gli edifici vincolati «solo nel caso in cui il rispetto della prescrizione implichi un'alterazione sostanziale del loro carattere e aspetto con particolare riferimento ai profili storici e artistici». Ora si precisa che sono le amministrazioni titolari delle autorizzazioni relative al vincolo a dover chiarire se «il rispetto della prescrizione imposta implichi un'alterazione sostanziale del carattere o aspetto» dell'edificio.
Viene quindi reintrodotto il vincolo paesaggistico tra quelli che possono far venir meno l'applicazione del Dlgs 192, ferma restando la valutazione affidata all'autorità preposta al vincolo. La sola violazione di uno dei vincoli, inoltre, dovrebbe essere sufficiente a disapplicare il decreto.
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Le altre misure. Le disposizioni per gli edifici «ordinari» fuori dai centri storici. Ricostruzione anche difforme e otto anni per finire i lavori.
Per classificare come ristrutturazione edilizia la demolizione e ricostruzione di un edificio non sarà più necessario rifarlo esattamente uguale a come era in precedenza, con la stessa sagoma. I Comuni possono, però, limitare l'applicazione di questa norma nei centri storici.

Sono alcune delle semplificazioni che il decreto legge "del fare" (Dl 69/2013) ha apportato, in materia di edilizia, al testo unico dell'edilizia.
La modifica introdotta all'articolo 10, comma 1, lettera c), del Dpr 380/2001, permette di includere la demolizione di un edificio e la sua successiva ricostruzione (anche di ruderi di consistenza certa prima del crollo) con una forma differente dalla precedente tra gli interventi di ristrutturazione edilizia, con la possibilità, quindi, di realizzare i progetti con segnalazione certificata di inizio attività (Scia). Finora questi interventi passavano per nuove costruzioni, con la conseguenza che per realizzarli occorreva il permesso di costruire o la denuncia di inizio attività (Dia). Naturalmente, tra il vecchio e il nuovo edificio deve restare invariata la volumetria.
In sede di conversione del Dl 69 è stata introdotta una limitazione all'applicazione generalizzata e automatica della semplificazione sulla sagoma. Entro il 30 giugno del prossimo anno i sindaci devono, se non vogliono che al loro posto lo faccia un commissario regionale o ministeriale, individuare le aree dei centri storici e le altre classificate come zone omogenee A dal decreto ministeriale 1444/1968 nelle quali per gli interventi di demolizione e ricostruzione con modifica della sagoma continua ad essere necessario il permesso di costruire. Nelle restanti aree delle zone A, i lavori potranno iniziare solo dopo 30 giorni dalla presentazione della Scia. In queste zone l'applicazione della Scia a interventi con modifica della sagoma è sospesa: sarà possibile solo dopo che i Comuni avranno indicato le aree assoggettate a permesso di costruire.
Questa novità si lega a un'altra disposizione del decreto, in base alla quale lo sportello unico per l'edilizia (Sue) è diventato l'ufficio del Comune che deve acquisire tutti i pareri e nullaosta anche per gli interventi realizzati con la comunicazione di inizio dei lavori e la Scia.
L'interessato può presentare la richiesta di acquisizione di parere contestualmente alla Scia o comunicazione. In alternativa può dividere in due tempi l'operazione: prima chiede al Sue di acquisire gli assensi necessari e poi, una volta ottenuti, presenta la comunicazione del titolo abilitativo.
Un'altra misura anticrisi riguarda la validità temporale dei titoli abilitativi. Con il decreto del fare non occorre più alcuna motivazione per chiedere, al Comune, di iniziare i lavori oltre il termine di un anno dal ritiro del permesso di costruire o per terminarli oltre i tre anni dalla posa della prima pietra.
D'ora in avanti per ottenere una proroga di due anni di ognuno di quei termini è sufficiente una semplice istanza, senza che l'amministrazione comunale possa sindacare sul perché.
In sostanza vengono raddoppiati da quattro a otto gli anni a disposizione degli interessati per completare gli interventi. Le imprese, quindi, hanno più tempo per realizzare gli interventi senza chiedere il rilascio di un nuovo permesso e senza pagare il contributo commisurato agli oneri di urbanizzazione e al costo di costruzione per la parte dell'opera non completata entro il termine di validità del titolo. La proroga vale anche per gli interventi realizzati con Dia e Scia. Finora solo nelle Marche operava la proroga automatica dei titoli abilitativi.
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Il recepimento.
Attività edilizia libera a geometria variabile.

Meno limiti per alcune attività di edilizia libera. È il risultato delle modifiche apportate dal decreto "del fare" al comma 2 dell'articolo 6 del Dpr 380/2001 che elenca gli interventi per la cui realizzazione è richiesta una preventiva comunicazione di inizio lavori al Comune, anche tramite internet (nel comma 1 dello stesso articolo sono riportate le attività libere per le quali non occorre nessuna comunicazione).
Per gli interventi di manutenzione che non toccano le parti strutturali dell'edificio, non comportano aumento del numero delle unità immobiliari e non implichino incremento dei parametri urbanistici –nonché per le attività edilizie relative a modifiche interne relative alla superficie coperta dei capannoni e negozi oppure per il cambio della destinazione d'uso degli immobili in cui si svolge l'attività di una impresa– è inoltre necessario trasmettere anche i dati dell'impresa incaricata dei lavori, gli elaborati progettuale e la relazione di un tecnico abilitato.
Prima dell'entrata in vigore del decreto, il sottoscrittore della relazione poteva essere solo un libero professionista indipendente sia dall'impresa esecutrice sia dal committente. Soprattutto per le imprese con propri uffici tecnici ciò costituiva un costo aggiuntivo. Ora questa condizione è superata: il tecnico può essere anche un dipendente di uno dei due soggetti interessati all'intervento.
Questi interventi, al pari di ogni altra attività di edilizia libera, possono essere realizzati senza alcun titolo abilitativo solo se rispettano gli strumenti urbanistici comunali, le norme antisismiche, sulla sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie e quelle relative all'efficienza energetica; devono anche tenere conto delle disposizioni contenute nel Dlgs 42/2004.
Dall'esame delle norme regionali che hanno recepito il contenuto del testo unico dell'edilizia (o parti di esso), si ricava che nell'elencazione delle attività di edilizia libera molte Regioni si sono attenute a quando previsto dal Dpr 380/2001. In qualche caso è stata mantenuta la distinzione tra le attività di edilizia libera per le quali è richiesta la comunicazione anticipata al Comune e quelle per le quali essa non occorre.
In Umbria la comunicazione è richiesta per i cambi d'uso di non più del 50% della superficie utile dell'unità immobiliare, entro un tetto massimo di 50 mq. In Sardegna la comunicazione è richiesta per tutti gli interventi. La lista delle attività libere è molto lunga in Friuli Venezia Giulia. Se non sono stabilmente ancorate al terreno e hanno allacciamenti mobili ai servizi anche le strutture ricettive turistiche all'aria aperta possono essere realizzate senza titolo abilitativo (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

EDILIZIA PRIVATA: Anche per le domande di SCIA in sanatoria si applica il termine di 60 giorni, prescritto dall’art. 36, comma 3, DPR n. 380/2001.
Infatti il co. 1 dello stesso art. 36 comprende nel proprio ambito oggettivo solo gli interventi realizzati “in assenza di DIA” (ora SCIA) “nelle ipotesi di cui all’art. 22, comma 3, o in difformità da essa” (cioè gli interventi sottoposti a DIA in alternativa al permesso di costruire), e quindi il termine di 30 giorni, previsto dall’art. 23 DPR n. 380/2001, si applica soltanto per l’esercizio del controllo inibitorio, cioè soltanto nel caso di SCIA, presentata prima dell’inizio dei lavori.
E poiché l’art. 37 DPR n. 380/2001, che disciplina la SCIA in sanatoria, non prevede espressamente un termine per la pronuncia sull’istanza di sanatoria, deve ritenersi applicabile analogicamente il predetto termine di 60 giorni ex art. 36, comma 3.

Sempre in via preliminare, va rilevato che i provvedimenti impugnati sono stati emanati nei termini legali, atteso che anche per le domande di SCIA in sanatoria si applica il termine di 60 giorni, prescritto dall’art. 36, comma 3, DPR n. 380/2001. Infatti il co. 1 dello stesso art. 36 comprende nel proprio ambito oggettivo solo gli interventi realizzati “in assenza di DIA” (ora SCIA) “nelle ipotesi di cui all’art. 22, comma 3, o in difformità da essa” (cioè gli interventi sottoposti a DIA in alternativa al permesso di costruire), e quindi il termine di 30 giorni, previsto dall’art. 23 DPR n. 380/2001, si applica soltanto per l’esercizio del controllo inibitorio, cioè soltanto nel caso di SCIA, presentata prima dell’inizio dei lavori.
E poiché l’art. 37 DPR n. 380/2001, che disciplina la SCIA in sanatoria, non prevede espressamente un termine per la pronuncia sull’istanza di sanatoria, deve ritenersi applicabile analogicamente il predetto termine di 60 giorni ex art. 36, comma 3
(TAR Basilicata, sentenza 21.06.2013 n. 361 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATAAl comune il compito di recuperare i pareri per la Scia. Lo sportello unico dovrà acquisire gli atti presupposti all'inizio dei lavori.
Al comune il compito di recuperare i pareri necessari per la Scia, agibilità edilizia parziale e semplificazioni nella comunicazione di inizio attività per l'attività di edilizia libera.
Sono queste alcune delle novità in materia edilizia della bozza di decreto legge sulle semplificazioni, che va oggi in Consiglio dei ministri. Partiamo proprio dai pareri per esaminare le possibili innovazioni al Testo unico per l'edilizia.
Pareri. Allo sportello unico andrebbe il compito di acquisire i pareri anche prima della presentazione della Scia. Il Testo unico edilizia non disciplina l'acquisizione, da parte dello sportello unico per l'edilizia (Sue), degli atti di assenso presupposti all'inizio dei lavori nel caso in cui l'intervento edilizio sia soggetto alla presentazione della comunicazione di inizio lavori di attività edilizia libera o della Scia edilizia. Il decreto estenderebbe la disciplina prevista oggi solo per il permesso di costruire.
Il provvedimento, infatti, propone che l'interessato possa, prima di presentare la comunicazione o la Scia, richiedere allo sportello unico l'acquisizione di tutti gli atti di assenso necessari per l'intervento edilizio. Lo sportello si deve attivare, come nel caso di richiesta di permesso di costruire, ma con termini ridotti alla metà: se entro 30 giorni dalla domanda non sono stati rilasciati gli atti di assenso delle altre amministrazioni pubbliche, o è intervenuto il dissenso di una o più amministrazioni interpellate, il responsabile dello sportello unico indice la conferenza di servizi per acquisirli.
In dettaglio si propone l'inserimento nel Testo unico dell'edilizia di un nuovo articolo che prevede che nei casi in cui si applica la disciplina della segnalazione certificata di inizio attività prima della presentazione della segnalazione, l'interessato potrà richiedere allo sportello unico di provvedere all'acquisizione di tutti gli atti di assenso, comunque denominati, necessari per l'intervento edilizio, o presentare istanza di acquisizione dei medesimi atti di assenso contestualmente alla segnalazione.
Lo sportello unico comunicherà tempestivamente all'interessato l'avvenuta acquisizione degli atti di assenso. In caso di presentazione contestuale della segnalazione certificata di inizio attività e dell'istanza di acquisizione di tutti gli atti di assenso, comunque denominati, necessari per l'intervento edilizio, l'interessato potrà dare inizio ai lavori solo dopo la comunicazione da parte dello sportello unico dell'avvenuta acquisizione dei medesimi atti di assenso o dell'esito positivo della conferenza di servizi. Le novità proposte si applicheranno anche alla comunicazione dell'inizio dei lavori per l'attività di edilizia libera qualora siano necessari atti di assenso, comunque denominati, per la realizzazione dell'intervento edilizio.
Agibilità parziale. Il decreto modificherebbe la disciplina del certificato di agibilità, consentendone la richiesta anche per singoli edifici o singole porzioni di uno stesso stabile. Questo a condizione che le unità siano funzionalmente autonome, e sempre che siano state realizzate e collaudate le opere di urbanizzazione primaria relative all'intero intervento edilizio e siano state completate le parti comuni relative al singolo edificio o singola porzione della costruzione.
L'agibilità parziale potrebbe essere richiesta anche per singole unità immobiliari (se complete delle opere strutturali, impianti, parti comuni e opere di urbanizzazione primarie ultimate o dichiarate funzionali rispetto all'edificio oggetto di agibilità parziale). Nei casi di rilascio del certificato di agibilità parziale prima della scadenza del termine entro il quale l'opera deve essere completata, lo stesso è prorogato per una sola volta di tre anni.
Attività edilizia libera. Una dichiarazione in meno per la comunicazione di inizio lavori. Il Testo unico per l'edilizia prevede per l'attività edilizia libera l'invio di una comunicazione dell'inizio dei lavori, a cui deve essere allegata una relazione asseverata firmata da un tecnico abilitato, che dichiari di non avere rapporti di dipendenza con l'impresa né con il committente.
Il decreto propone di eliminare tale dichiarazione da parte del tecnico abilitato, consentendo di conseguenza di rimuovere l'obbligo di assumere un tecnico indipendente: la prescrizione che non trova riscontro nelle altre procedure edilizie (Scia, Dia in alternativa al permesso di costruire, permesso di costruire) (articolo ItaliaOggi del 15.06.2013).

EDILIZIA PRIVATA: A. Gustapane, SCIA edilizia e responsabilità penale dei funzionari comunali (maggio 2013 - tratto da www.filodirittto.com).

EDILIZIA PRIVATALa Scia senza imposta di bollo. Le Entrate esonerano dal tributo, salvo altre certificazioni. Risoluzione dell'amministrazione finanziaria sul nullaosta in materia di prevenzione incendi.
No all'applicazione dell'imposta di bollo per la presentazione della Segnalazione certificata d'inizio attività (Scia), purché la stessa non preveda il rilascio di un provvedimento o, comunque, di certificazioni. Imposta di bollo nella misura di euro 14,62 a foglio, invece, per nulla osta di fattibilità che i titolari delle attività soggette ai controlli di prevenzione possono richiedere, al comando dei vigili del fuoco.
L'Agenzia delle entrate, con la risoluzione 08.04.2013 n. 24/E, risponde al quesito posto dal dipartimento dei vigili del fuoco in ordine al corretto trattamento da riservare, ai fini dell'imposta di bollo, su alcuni documenti. In pratica si tratta del nullaosta di fattibilità che i titolari delle attività soggette al controllo dei vigili del fuoco possono richiedere preventivamente al comando provinciale vigili del fuoco e delle richieste di verifiche in corso d'opera al fine di attestare la rispondenza delle opere alle disposizioni in materia di prevenzione incendi, anche durante la loro realizzazione.
I tecnici di prassi sostengono il nulla osta di fattibilità rientra tra gli «Atti e provvedimenti_» di cui all'articolo 4 della tariffa allegata al dpr n. 642 del 1972, «_ rilasciati (_) a coloro che ne abbiano fatto richiesta» e, pertanto, è soggetto all'imposta di bollo nella misura di euro 14,62 per ogni foglio. Nel caso delle richieste di verifiche in corso d'opera, se a seguito della effettuazione di queste visite, l'amministrazione proceda all'emanazione di un atto amministrativo, sia l'istanza presentata dall'ente o dal privato che il relativo atto rilasciato devono essere assoggettati ad imposta di bollo, ai sensi degli articoli 3 e 4 della tariffa del dpr n. 642 del 1972.
Per quanto riguarda la Scia, l'Agenzia delle entrate con la risoluzione 05.07.2001 n. 109, ha avuto modo di chiarire, con riferimento alle denunce di inizio attività di cui alla legge 07.08.1990 n. 241, che le stesse «_ non sono da assimilare alle istanze volte ad ottenere l'emanazione di un provvedimento_ Non essendo prevista l'emanazione di un provvedimento (_) non è possibile far rientrare tra le istanze_» di cui al citato articolo 3 dpr n. 642 del 1972 «_ le denunce di inizio attività (_) che sono infatti da considerare come semplici comunicazioni e pertanto non soggette ad imposta di bollo_».
Oggi, sulla base di tale risoluzione del 2001, i tecnici di prassi ritengono che la Scia, non deve essere assoggettata a imposta di bollo, sempreché la stessa non preveda il rilascio di un provvedimento o, comunque, il rilascio di certificazioni (articolo ItaliaOggi del 09.04.2013 - tratto da www.fiscooggi.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Asprone e A. Magliulo, LE AZIONI ESPERIBILI DAI TERZI CONTROINTERESSATI IN MATERIA DI SCIA ALLA LUCE DEGLI ULTIMI APPRODI NORMATIVI E GIURISPRUDENZIALI (Gazzetta Amministrativa n. 3/2013).
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Segnalazione certificata di inizio attività, SCIA. Il delicato aspetto controverso, connesso alla questione relativa alla natura giuridica e i termini entro cui proporre tale azione.
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Sommario: 1. Il dibattito, dottrinario e giurisprudenziale, sulla sanatoria giurisprudenziale. - 2. Considerazioni conclusive.

anno 2012

EDILIZIA PRIVATA: I contributi di costruzione. I chiarimenti che arrivano dal Consiglio di Stato. La data di Scia e Dia fissa il prezzo degli oneri. Niente aumenti dopo la presentazione dell'istanza.
GLI INTERVENTI MAGGIORI/ Solo per il permesso di costruire i conteggi vengono differiti fino all'approvazione del progetto.

L'obbligo di pagare gli oneri di urbanizzazione per gli interventi edilizi non dipende solo dal rilascio del provvedimento autorizzatorio, ma sorge anche in caso di presentazione di una denuncia di inizio di attività edilizia o di una Scia (segnalazione certificata di inizio attività), insieme all'inoltro della segnalazione o alla presentazione della denuncia. L'obbligo, infatti, è correlato all'aumento del carico urbanistico, quindi all'attività di trasformazione del territorio. È alla disciplina vigente al momento di presentazione della Scia o della denuncia che l'amministrazione dovrà fare riferimento per calcolare gli oneri dovuti, senza considerare mutamenti tariffari successivamente intervenuti o richiedere conguagli.
Un principio, quest'ultimo, affermato dal Consiglio di Stato, Sez. IV, con la sentenza 04.09.2012 n. 4669.
In caso di rilascio del permesso di costruire, invece, l'obbligo di pagamento sorge con l'approvazione del progetto, anche se questo passaggio avviene a distanza di anni dalla domanda, e si dovrà fare riferimento alle tariffe vigenti in questo momento e non a quelle, eventualmente più favorevoli, in vigore alla data di presentazione della domanda (Consiglio di Stato, sezione IV, pronunce n. 3116 e n. 1752 del 2011).
Le origini
Il principio di onerosità della concessione edilizia è stato introdotto dalla legge Bucalossi (la n. 10/1977) e poi trasfuso nell'articolo 16 del testo unico dell'edilizia (il Dpr 380/2001); norma della quale la giurisprudenza ha progressivamente definito i contenuti e la portata, chiarendone gli aspetti più problematici.
Per orientamento ormai consolidato (da ultimo Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 30.07.2012, n. 4320) il contributo per il rilascio del permesso di costruire ha natura di prestazione patrimoniale pubblicistica ed obbligatoria, di tipo non tributario (Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 20.04.2009, n. 2359). Si tratta di una prestazione a carattere generale, non disponibile dalle parti, poiché prescinde dalla effettiva realizzazione dell'intervento urbanizzatorio (Consiglio di Stato, sezione V, 22.02.2011, n. 1108). Ad esempio, è stato escluso che potesse omettersi il pagamento degli oneri concessori a fronte di un asserito inadempimento del Comune della "controprestazione" pattuita, che nel caso specifico consisteva nella costruzione di una strada indispensabile per assicurare l'accesso al suolo interessato dal permesso di costruire (Consiglio di Stato, sezione V, pronuncia 15.12.2005, n. 7140).
Il presupposto del contributo viene individuato nell'incremento del "carico urbanistico", quello, cioè, che viene prodotto da un nuovo insediamento o dall'ampliamento di uno preesistente, per l'aumento delle persone insediate e la correlata domanda di ulteriori strutture ed opere collettive (strade, fognature, eccetera) in una determinata area.
La quantificazione del contributo è del tutto indipendente sia dalle spese effettivamente occorrenti all'amministrazione per realizzare le opere di urbanizzazione, sia dall'immediata utilità che il proprietario dell'area riceve in conseguenza di un formale titolo edificatorio, ovvero dalla possibilità di eseguire l'intervento costruttivo in forza di Dia o Scia.
L'aggiornamento
Gli oneri di urbanizzazione devono essere aggiornati ogni cinque anni dai Comuni, in conformità alle relative disposizioni regionali e in relazione ai riscontri dei prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale. Quindi, una volta intervenuta la delibera comunale di aggiornamento, ogni trasformazione edilizia può essere assoggettata solo al pagamento degli oneri di urbanizzazione tabellari previsti dal provvedimento comunale vigente e applicati in relazione alla tipologia e localizzazione del manufatto, oppure all'entità della trasformazione urbanistica (Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 24.12.2009, n. 8757).
La delibera del Consiglio comunale con la quale vengono determinati gli oneri di urbanizzazione è considerata dalla giurisprudenza un atto autoritativo e, come tale, è soggetta all'ordinario termine di decadenza ai fini della sua impugnazione (60 giorni). Viceversa, nel caso in cui non vengano dedotte censure nei confronti della delibera, ma ci si limiti a contestare la concreta quantificazione del contributo di urbanizzazione e il suo ammontare, le controversie riguardano posizioni di diritto soggettivo e sono azionabili nel termine di prescrizione di cinque anni innanzi al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva (Consiglio di Stato, sezione V, 28.05.2012, n. 3122; sezione IV, 10.03.2011, n. 1565).
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I punti fermi della giurisprudenza
01 | L'OBBLIGO DI PAGARE SCATTA CON LA CONCESSIONE
Il rilascio della concessione edilizia si configura come fatto costitutivo dell'obbligo del concessionario di pagare il contributo per oneri di urbanizzazione. Il privato deve contribuisce così alle spese affrontate dal Comune per le opere indispensabili affinché l'area diventi idonea all'insediamento autorizzato e grazie alle quali l'area acquista un beneficio economicamente rilevante. Il contributo va calcolato secondo i parametri vigenti al momento del rilascio della concessione - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 30.07.2012, n. 4320
02 | CON LA DIA IL PAGAMENTO È IMMEDIATO
Nel caso di presentazione di una denuncia di inizio di attività edilizia (Dia), l'obbligo di pagare gli oneri di urbanizzazione e il costo di costruzione sussiste all'atto della presentazione della Dia stessa. L'importo è in relazione alla situazione esistente al momento della presentazione della domanda - Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 28.05.2012 n. 3122
03 | AL TAR I RICORSI CONTRO IL CALCOLO DEI VERSAMENTI
La delibera del Consiglio comunale con la quale vengono determinati i contributi concessori per gli interventi edilizi è da considerarsi un atto autoritativo e, come tale, è soggetta all'ordinario termine di decadenza ai fini della sua impugnazione. Al contrario, le controversie sulla contestazione degli oneri di urbanizzazione attengono a posizioni di diritto soggettivo azionabili davanti al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva nel termine di prescrizione - Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 28.05.2012 n. 3122
04 | PER STABILIRE GLI IMPORTI NON SERVE LA MOTIVAZIONE
La determinazione del contributo e degli oneri di urbanizzazione costituisce atto vincolato, che va effettuato sulla base di parametri prestabiliti e pertanto non richiede una specifica motivazione sulla determinazione delle somme
Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 01.09.2011, n. 4906
05 | VALORI DA INDIVIDUARE IN BASE ALL'ATTIVITÀ SVOLTA
L'ente locale deve necessariamente individuare e calcolare il quantum contributivo sulla base di quanto prevedono le tabelle e in relazione all'esatta qualificazione del complessivo intervento assentito. Il calcolo va quindi effettuato anche in modo corrispondente all'effettiva qualificazione dell'attività svolta nel nuovo edificio oggetto di concessione edilizia e di contribuzione urbanistica - Tar Emilia-Romagna, Bologna, sezione II, sentenza 12.09.2012, n. 557
06 | TERRAZZI, SOFFITTE E CANTINE ESCLUSI DAI CONTEGGI
Il calcolo degli oneri di urbanizzazione va effettuato tenendo conto anche delle "superfici di calpestio", ma per esse devono intendersi solo quelle utili, costituite dalla somma delle aree di pavimento dei singoli vani utilizzati per le attività e destinazioni d'uso. Vanno escluse dal conteggio le aree destinate ai porticati, ai pilotis, alle logge, ai balconi, ai terrazzi, ai locali cantina, soffitte e ai locali sottotetto non agibili.
Queste esclusioni sono coerenti con il presupposto per l'insorgenza dell'obbligo di versare gli oneri di urbanizzazione, e cioè che vi sia un effettivo aggravio del carico urbanistico dovuto alla incidenza dell'intervento edilizio, che deve essere ragionevolmente considerato non nell'insieme delle superfici "di calpestio", ma di quelle utili, le sole in grado di comportare un maggior incremento del carico urbanistico - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 15.07.2009, n. 4439
07 | ININFLUENTE LO SVILUPPO URBANISTICO DELL'AREA
Gli oneri di urbanizzazione stabiliti in via generale sono dovuti a prescindere dalla situazione urbanizzativa delle zone in cui ricadono i singoli interventi, in quanto essi adempieno all'esigenza di una partecipazione patrimoniale da parte dei privati al pregiudizio economico gravante sulla collettività comunale per effetto della trasformazione del territorio - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 24.12.2009, n. 8757
08 | SI PAGA SOLO SULLA BASE DEL PROGETTO PRESENTATO
L'imponibile per la liquidazione degli oneri d'urbanizzazione deve essere valutato sulla base delle tariffe esistenti al momento della domanda del permesso di costruire e con esclusivo riguardo all'immobile così come definito e autorizzato, risultando irrilevanti le istanze edilizie quando ad esse non abbia fatto seguito il titolo abilitativo - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 22.03.2011, n. 1752
09 | IMPORTI CONTESTABILI ANCHE SENZA IMPUGNARE L'ATTO
L'azione giudiziaria, volta alla declaratoria dell'insussistenza o di una diversa entità del debito contributivo per oneri di urbanizzazione, è esperibile a prescindere dall'impugnazione o dall'esistenza dell'atto con cui è preteso il pagamento del contributo, trattandosi di un giudizio d'accertamento di un rapporto obbligatorio pecuniario, proponibile nel termine di prescrizione - Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 22.03.2011, n. 1752 (articolo Il Sole 24 Ore del 26.11.2012).

EDILIZIA PRIVATA: W. Fumagalli, IL LAVORO DEGLI OPERATORI DELL’EDILIZIA È SEMPRE PIÙ COMPLICATO - La S.C.I.A. edilizia in Lombardia - Come se la crisi non bastasse, da Palazzo Lombardia ecco arrivare un’altra bella gatta da pelare (AL n. 9-10/2012).

EDILIZIA PRIVATASCIA, super-DIA, permesso di costruire: tutto quello che c’è da sapere, in un documento semplice e sintetico.
Per la realizzazione di interventi edilizi, dalla semplice manutenzione alla costruzione di un nuovo fabbricato, è necessario possedere opportuno titolo abilitativo.
Ma quando occorre utilizzare la SCIA o la super-DIA, oppure il permesso di costruire?
Che differenza esiste tra le diverse attività edilizie?
Quali sono le spese da sostenere per l’uno o l’altro?
Qual è la validità in termini di tempo?
In questo articolo proponiamo un documento di sintesi, contenente le definizioni relative alle diverse attività edilizie, le tipologie dei permessi previsti, le relative normative di riferimento, i costi, i vincoli, le sanzioni previste.
Il documento risulterà certamente utile a tutti i tecnici dell’edilizia e non solo (26.07.2012 - link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATALa Scia è materia riservata allo stato. Respinti i ricorsi di quattro regioni.
La Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) va ricondotta al parametro dei livelli essenziali delle prestazioni (art. 117, II comma, lettera m) Cost. e, in quanto tale, rientra nella competenza dello Stato.
È quanto ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza 27.06.2012 n. 164 respingendo i ricorsi presentati da Toscana, Liguria, Emilia Romagna, e Regione autonoma Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste.
A distanza di due anni, quindi, dalla modifica dell'articolo 19 della legge 241/1990, con l'introduzione della Scia (immediatamente efficace) in luogo della Dia (ad efficacia differita) il giudice delle leggi ha affermato che la disciplina della Scia attiene ai livelli essenziali delle prestazioni e, quindi, di competenza dello stato. Ciò in quanto tale affidamento in via esclusiva si collega al fondamentale principio di uguaglianza stabilito dall'art. 3 della Costituzione. Ciò comporta, inevitabilmente, ha osservato la Corte, una restrizione dell'autonomia legislativa delle regioni, allo scopo di assicurare un livello uniforme di godimento dei diritti civili e sociali tutelati dalla stessa Costituzione.
La Corte ha invece condiviso uno dei motivi di ricorso delle regioni, ovvero che la Scia non poteva considerarsi attinente anche alla tutela della concorrenza, così come affermato dall'art. 49, commi 4-bis e 4-ter, del dl 78/2010. Il riferimento alla «tutela della concorrenza» contenuto nella legge che ha introdotto il nuovo istituto, ha rilevato la Corte, è del tutto inappropriato. Perché detta disciplina ha un ambito applicativo diretto alla generalità dei cittadini e perciò va oltre tale materia. anche se è ben possibile che vi siano casi nei quali quella materia venga in rilievo. Uno dei motivi di ricorso delle regioni riguardava anche la Scia ed il settore dell'edilizia.
A tale proposito, la Corte ha sottolineato che ogni dubbio interpretativo circa l'applicabilità a tale settore è stato superato in forza del fatto che il legislatore è intervenuto successivamente con il dl 70/2011. Ma relativamente a tale aspetto ha precisato che «non può porsi in dubbio che le esigenze di semplificazione e di uniforme trattamento sull'intero territorio nazionale valgano anche per l'edilizia anche se questa, come l'urbanistica, rientra nel governo del territorio», materia appartenente alla competenza legislativa concorrente tra Stato e regioni» (articolo ItaliaOggi del 28.06.2012 - link a www.ecostampa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - INCARICHI PROGETTUALI: G.U. 26.06.2012 n. 147, suppl. ord. n. 129/L, "Misure urgenti per la crescita del Paese" (D.L. 22.06.2012 n. 83).
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Le disposizioni del Decreto Legge sono già in vigore; tra queste ricordiamo:
● Innalzamento della detrazione per ristrutturazione (dal 36% al 50%)
● Credito di imposta per le nuove assunzioni di profili altamente qualificati
● Tariffe minime nelle gare
● Ripristino Iva sull'invenduto
● Semplificazioni per i titoli abilitativi (SCIA e DIA)
● Sospensione del Sistri
● Finanziamenti green economy
● Possibilità di costituire “Srl semplificata” anche agli over 35
In allegato a questo articolo, oltre al testo del Decreto, riproponiamo il documento di sintesi delle principali disposizioni elaborato da BibLus-net
(commento tratto da e link a http://www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATATenuto conto del lungo tempo intercorso dalla presentazione della SCIA e delle numerose integrazioni documentali, è illegittimo il provvedimento di demolizione recante un mero richiamo alla presunta contrarietà dell’opera alle NTA vigente e senza alcun cenno ai presupposti per l’esercizio del potere di autotutela, come del resto stabilito dalla prevalente giurisprudenza in analoghe fattispecie, nelle quali l’esercizio del potere repressivo in materia edilizia non è stato preceduto dal rituale esercizio del potere ex art. 21-nonies della legge 241/1990.
L’ordinanza di demolizione concerne un’opera (box per auto), realizzata dall’esponente in esecuzione della SCIA depositata il 24.05.2011 e successivamente integrata attraverso la produzione documentale del 21.06.2011 e del 13.09.2011 (cfr. doc. 1 del ricorrente).
A fondamento della propria decisione, il Comune assume la presunta difformità dell’opera rispetto agli elaborati progettuali (distanza dal fabbricato principale di metri 4,2 anziché 5 ed altezza di metri 2,92 anziché 2,5).
L’art. 19 della legge 241/1990, nel testo attualmente vigente relativo alla SCIA, consente all’Amministrazione, in caso di accertata carenza dei requisiti di legge per la segnalazione certificata di inizio attività, di adottare provvedimenti di divieto di prosecuzione dell’attività o di rimozione degli effetti, entro 30 giorni dal ricevimento della SCIA in materia edilizia (così il combinato disposto dei commi 3 e 6-bis dell’art. 19).
Dopo la scadenza del suddetto termine, è consentito l’intervento dell’Amministrazione per la tutela di beni giuridici di particolare valore (ambiente, salute ed altri), oppure l’esercizio del potere di autotutela ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies della legge 241/1990 (così i commi 3 e 4 dell’art. 19).
Nel caso di specie, l’ordinanza di demolizione è stata adottata il 13.02.2102 (cfr. doc. 1 del ricorrente), allorché l’ultima produzione documentale integrativa da parte dell’esponente era avvenuta il 19.12.2011, come del resto ammesso anche nel provvedimento ivi impugnato.
Nell’ordinanza di demolizione, manca ogni accenno ai presupposti per l’esercizio del potere di autotutela ai sensi dell’art. 21-nonies sopra citato, né è fatto riferimento ad un eventuale pericolo di danno per il patrimonio artistico od altro, ai sensi del comma 4 dell’art. 19.
Il Comune si limita infatti, nell’ordinanza stessa, a sostenere la presunta contrarietà dell’intervento edilizio all’art. 13 delle NTA del vigente PRG, senza altro addurre per giustificare il provvedimento di carattere demolitorio adottato nei confronti della SCIA dell’esponente.
Tenuto conto del lungo tempo intercorso dalla presentazione per la prima volta della SCIA (24.05.2011) e che l’ultima delle –peraltro numerose– integrazioni documentali é stata effettuata il 19.11.2011, il provvedimento di demolizione del 13.02.2012, recante un mero richiamo alla presunta contrarietà dell’opera alle NTA vigente e senza alcun cenno ai presupposti per l’esercizio del potere di autotutela, appare illegittimo, come del resto stabilito dalla prevalente giurisprudenza in analoghe fattispecie, nelle quali l’esercizio del potere repressivo in materia edilizia non è stato preceduto dal rituale esercizio del potere ex art. 21-nonies della legge 241/1990 (cfr. TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 07.06.2011, n. 1405; TAR Marche, 27.09.2010, n. 3305 e TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 02.07.2010, n. 16562).
Si conferma pertanto l’accoglimento del ricorso, con assorbimento di ogni altra censura e con conseguente annullamento dell’ordinanza comunale del 13.02.2012 (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 01.06.2012 n. 1515 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Grisanti, SCIA in edilizia e tutela del terzo (esegesi dell’art. 19 della legge n. 241/1990 e ss.mm.ii., con invito alla chiarezza normativa rivolto al Presidente del Consiglio dei Ministri) (link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nel caso di ricorsi proposti avverso d.i.a. e s.c.i.a. anteriormente all'esercizio del potere inibitorio da parte dell’amministrazione, in virtù del principio di economia processuale, l'azione di accertamento, una volta maturato il termine per la definizione del procedimento amministrativo, si converte automaticamente in domanda di impugnazione del provvedimento sopravvenuto in ragione del fatto che la portata sostanziale del ricorso iniziale finisce per investire sia sul piano del petitum che della causa petendi la decisione della p.a. di non adottare il provvedimento inibitorio.
Dunque, è riconosciuta la possibilità di un’azione giurisdizionale di accertamento della illegittimità di d.i.a. e s.c.i.a. presentate dai privati, prima dell’esercizio da parte dell’amministrazione competente dell’azione inibitoria di divieto di prosecuzione dell’attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa nel caso in cui accerti la mancanza dei requisiti e dei presupposti per la validità delle dichiarazioni e delle segnalazioni sostitutive. Questo nella logica della garanzia di tutela giurisdizionale, che verrebbe meno laddove non fosse possibile riconoscere agli interessati la tutela in giudizio a fronte di dichiarazioni di privati sostitutive di titoli abilitanti all’esercizio di attività, nel caso di inerzia o rifiuto delle amministrazioni competenti a inibirne gli effetti a fronte della carenza dei presupposti di legittimità.

Per quanto riguarda la contestabilità in giudizio della s.c.i.a., va preliminarmente ricordato come l’istituto sia nuovo nel nostro ordinamento. Introdotte con modifica all’art. 19 della L. 07.08.1990 n. 241 dalla L. 30.07.2010 n. 122, le s.c.i.a. (segnalazioni certificate d’inizio attività edilizia) insieme alle d.i.a. s’inseriscono tra le modalità di semplificazione dell’azione amministrativa con effetto sostitutivo, a mezzo dichiarazione, di provvedimenti pubblici di autorizzazione, licenza, concessione non costitutiva, permesso o nulla osta comunque denominati, comprese le domande per le iscrizioni in albi o ruoli richieste per l'esercizio di attività imprenditoriale, commerciale o artigianale il cui rilascio dipenda esclusivamente dall'accertamento dei requisiti e presupposti di legge o di atti amministrativi a contenuto generale (art. 19, comma 1, della L. n. 241/1990).
L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con decisione 29.7.2011 n. 15, ha statuito che nel caso di ricorsi proposti avverso d.i.a. e s.c.i.a. anteriormente all'esercizio del potere inibitorio da parte dell’amministrazione, in virtù del principio di economia processuale, l'azione di accertamento, una volta maturato il termine per la definizione del procedimento amministrativo, si converte automaticamente in domanda di impugnazione del provvedimento sopravvenuto in ragione del fatto che la portata sostanziale del ricorso iniziale finisce per investire sia sul piano del petitum che della causa petendi la decisione della p.a. di non adottare il provvedimento inibitorio.
La pronuncia, dunque, riconosce la possibilità di un’azione giurisdizionale di accertamento della illegittimità di d.i.a. e s.c.i.a. presentate dai privati, prima dell’esercizio da parte dell’amministrazione competente dell’azione inibitoria di divieto di prosecuzione dell’attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa nel caso in cui accerti la mancanza dei requisiti e dei presupposti per la validità delle dichiarazioni e delle segnalazioni sostitutive. Questo nella logica della garanzia di tutela giurisdizionale, che verrebbe meno laddove non fosse possibile riconoscere agli interessati la tutela in giudizio a fronte di dichiarazioni di privati sostitutive di titoli abilitanti all’esercizio di attività, nel caso di inerzia o rifiuto delle amministrazioni competenti a inibirne gli effetti a fronte della carenza dei presupposti di legittimità
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 04.05.2012 n. 4007 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASe il comune è silente la Scia va in tribunale.
Al chi si ritiene leso dagli effetti della Dia (oggi Scia) concessa, per esempio, a un vicino di casa, non resta che esperire l'azione di cui all'articolo 31 del codice del processo amministrativo in materia di silenzio della pubblica amministrazione.

È il risultato della manovra di Ferragosto prima e del correttivo al Cpa poi che, recependo solo in parte le indicazioni dell'Adunanza plenaria del Consiglio di stato, hanno di fatto cancellato dall'ordinamento giuridico l'azione di annullamento del provvedimento tacito di diniego dei provvedimenti inibitori, introdotta solo per via giurisprudenziale da palazzo Spada. Chi si ritiene danneggiato dalla Dia-Scia, comunque, potrà agire ben prima della scadenza del termine finale assegnato all'amministrazione per l'esercizio del potere di bloccare l'iniziativa o modificare il titolo. E ciò fin da quando la Scia o la Dia sono presentate e il terzo viene a sapere della loro utilizzazione.
Lo precisa la sentenza 05.03.2012 n. 298 della II Sez. del TAR Veneto.
Unico rimedio
L'adunanza plenaria 15/2011 di palazzo Spada ha stabilito che la Dia costituisce una mera dichiarazione del privato rivolta all'amministrazione competente e non un provvedimento tacito formatosi per il decorso del termine. In base al nuovo quadro normativo, tuttavia, il legislatore recepisce sì l'indicazione proveniente dal Consiglio di stato rispetto alla Dia-Scia, in quanto atto del privato non immediatamente impugnabile, ma se ne discosta sui rimedi esperibili dal terzo controinteressato, il quale ha ora a disposizione soltanto l'azione prevista dall'articolo 31 Cpa per i casi di silenzio dell'amministrazione.
Ma l'azione, più che il silenzio, riguarderà direttamente l'accertamento dei presupposti di legge per l'esercizio dell'attività oggetto della segnalazione, con i conseguenti effetti conformativi rispetto ai provvedimenti spettanti all'amministrazione. Il rinvio all'istituto del silenzio, insomma, non riduce molto la tutela in favore del terzo: chi si ritiene leso dalla Dia-Scia concessa al vicino di casa potrà sollecitare con una diffida l'esercizio dei poteri sanzionatori e repressivi che spettano all'amministrazione in materia edilizia, oltre che l'esercizio del potere di autotutela.
Entro un anno dalla scadenza del termine per l'adempimento si potrà esperire l'azione di cui all'articolo 31 Cpa, richiamata dal comma 6-ter dell'articolo 19 della legge 241/1990 (articolo ItaliaOggi del 04.04.2012).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione di una DIA o di una SCIA, non dà luogo ad alcun procedimento amministrativo, per cui il decorso del termine di legge di 60 o 30 giorni per l’adozione di provvedimenti inibitori o repressivi da parte della Pubblica Amministrazione non configura alcuna conclusione di procedimento amministrativo né alcuna adozione di un provvedimento tacito o implicito.
L’art. 19, comma 6-ter, L. 241/1990, consente al terzo che si reputa leso dalla presentazione della DIA/SCIA una sola modalità di tutela (il comma 6-ter, secondo periodo, contiene a tale proposito la parola <<esclusivamente>>, introdotta in sede di conversione del decreto legge), vale a dire la sollecitazione all’esercizio delle verifiche spettanti all’Amministrazione e, in caso di inerzia di quest’ultima, la proposizione dell’azione prevista dall’art. 31 del D.Lgs. 104/2010, cioè l’azione contro il silenzio della Pubblica Amministrazione.
Si tratta di un’azione contro il silenzio della P.A. tutto sommato sui generis, visto che l’esperimento della stessa è consentito anche se la presentazione della DIA/SCIA non ha dato avvio ad alcun procedimento amministrativo.
Il silenzio della P.A., che consente l’azione ex art. 31 del codice del processo, presuppone, ai sensi del comma 6-ter, la “sollecitazione” del terzo all’Amministrazione, affinché quest’ultima eserciti i propri poteri di verifica.
Orbene, ritiene il Collegio che tale sollecitazione, pur non dovendo contenere formule sacramentali, debba però possedere una serie di minimi requisiti per così dire di “serietà”, che la rendano idonea a porre in capo alla P.A. l’obbligo di esercitare i propri poteri di verifica e correlativamente a configurare, in caso di inerzia della P.A. stessa, un silenzio inadempimento, giuridicamente rilevante, censurabile davanti al giudice amministrativo con l’azione di cui all’art. 31 del D.Lgs. 104/2010.
Fra questi requisiti deve senza dubbio annoverarsi la forma scritta, con l’indicazione –seppure di massima– della lamentata illegittimità dell’intervento edilizio e con la richiesta di esercizio del potere/dovere di verifica e di eventuale repressione.
In altri termini, la sollecitazione all’esercizio del potere di cui è causa non può confondersi con la generica denuncia di eventuali abusi edilizi, che può ovviamente essere effettuata da qualsivoglia cittadino anche in forma orale, ma che non appare però idonea a fondare il silenzio dell’Amministrazione di cui all’art. 31 del D.Lgs. 104/2010.
A diversa conclusione non induce la circostanza che, nel vigente ordinamento processuale amministrativo, a differenza del pregresso sistema, l’azione contro il silenzio della P.A. può essere promossa anche senza previa diffida all’Amministrazione (cfr. art. 31, comma 1°, del D.Lgs. 104/2010).
Infatti, la soluzione legislativa di cui sopra è giustificata dal fatto che la scadenza infruttuosa del termine di conclusione del procedimento amministrativo (ex art. 2, comma 1°, della legge 241/1990), equivale comunque alla formazione del silenzio inadempimento della P.A., mentre nel caso di presentazione di DIA o di SCIA, come già sopra ricordato, non viene avviato alcun procedimento amministrativo, sicché soltanto attraverso l’idonea sollecitazione di cui all’art. 19 comma 6-ter citato è possibile la formazione del silenzio inadempimento dell’Amministrazione.

Come noto, il regime della tutela giurisdizionale del terzo a fronte della presentazione di una denuncia/dichiarazione di inizio attività (DIA) o di una segnalazione certificata di inizio attività (SCIA), reputate dal terzo contra legem, è oggi contenuto nell’art. 19 della legge 241/1990, come modificato dal decreto legge 138/2011, convertito con legge 148/2011.
Il comma 6-ter dell’art. 19 citato, esclude in primo luogo che la DIA e la SCIA costituiscano provvedimenti amministrativi taciti direttamente impugnabili: si tratta di una scelta legislativa conforme alla conclusione alla quale era giunta –seppure dopo un serrato dibattito– la stessa giurisprudenza amministrativa, con la sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 15/2011, di poco anteriore alla riforma legislativa del decreto legge 138/2011.
Di conseguenza, nello schema normativo del citato comma 6-ter, la presentazione di una DIA o di una SCIA, non dà luogo ad alcun procedimento amministrativo, per cui il decorso del termine di legge di 60 o 30 giorni per l’adozione di provvedimenti inibitori o repressivi da parte della Pubblica Amministrazione non configura alcuna conclusione di procedimento amministrativo né alcuna adozione di un provvedimento tacito o implicito.
L’art. 19, comma 6-ter, consente al terzo che si reputa leso dalla presentazione della DIA/SCIA una sola modalità di tutela (il comma 6-ter, secondo periodo, contiene a tale proposito la parola <<esclusivamente>>, introdotta in sede di conversione del decreto legge), vale a dire la sollecitazione all’esercizio delle verifiche spettanti all’Amministrazione e, in caso di inerzia di quest’ultima, la proposizione dell’azione prevista dall’art. 31 del D.Lgs. 104/2010, cioè l’azione contro il silenzio della Pubblica Amministrazione.
Si tratta di un’azione contro il silenzio della P.A. tutto sommato sui generis, visto che l’esperimento della stessa è consentito anche se la presentazione della DIA/SCIA non ha dato avvio ad alcun procedimento amministrativo (a tale proposito, si comprende perché il D.Lgs. 195/2011, costituente il primo decreto correttivo al codice del processo amministrativo, abbia modificato il primo comma dell’art. 31 del codice stesso, permettendo l’azione contro il silenzio non solo dal momento della conclusione del procedimento, ma anche <<negli altri casi previsti dalla legge>>, fra cui spicca senza dubbio quello dell’art. 19, comma 6-ter, succitato).
Il silenzio della P.A., che consente l’azione ex art. 31 del codice del processo, presuppone, ai sensi del comma 6-ter, la “sollecitazione” del terzo all’Amministrazione, affinché quest’ultima eserciti i propri poteri di verifica.
Orbene, ritiene il Collegio che tale sollecitazione, pur non dovendo contenere formule sacramentali, debba però possedere una serie di minimi requisiti per così dire di “serietà”, che la rendano idonea a porre in capo alla P.A. l’obbligo di esercitare i propri poteri di verifica e correlativamente a configurare, in caso di inerzia della P.A. stessa, un silenzio inadempimento, giuridicamente rilevante, censurabile davanti al giudice amministrativo con l’azione di cui all’art. 31 del D.Lgs. 104/2010.
Fra questi requisiti deve senza dubbio annoverarsi la forma scritta, con l’indicazione –seppure di massima– della lamentata illegittimità dell’intervento edilizio e con la richiesta di esercizio del potere/dovere di verifica e di eventuale repressione.
In altri termini, la sollecitazione all’esercizio del potere di cui è causa non può confondersi con la generica denuncia di eventuali abusi edilizi, che può ovviamente essere effettuata da qualsivoglia cittadino anche in forma orale, ma che non appare però idonea a fondare il silenzio dell’Amministrazione di cui all’art. 31 del D.Lgs. 104/2010.
A diversa conclusione non induce la circostanza che, nel vigente ordinamento processuale amministrativo, a differenza del pregresso sistema, l’azione contro il silenzio della P.A. può essere promossa anche senza previa diffida all’Amministrazione (cfr. art. 31, comma 1°, del D.Lgs. 104/2010).
Infatti, la soluzione legislativa di cui sopra è giustificata dal fatto che la scadenza infruttuosa del termine di conclusione del procedimento amministrativo (ex art. 2, comma 1°, della legge 241/1990), equivale comunque alla formazione del silenzio inadempimento della P.A., mentre nel caso di presentazione di DIA o di SCIA, come già sopra ricordato, non viene avviato alcun procedimento amministrativo, sicché soltanto attraverso l’idonea sollecitazione di cui all’art. 19 comma 6-ter citato è possibile la formazione del silenzio inadempimento dell’Amministrazione (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 12.04.2012 n. 1075 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

Lombardia, Scia sì, Scia no: l'atto finale ??

     Da questo Portale ci siamo prodigati più volte (e, precisamente, lo scorso: 06.06.2011; 13.07.2011; 17.10.2011; 27.10.2011) nel cercare di far capire la bontà delle nostre ragioni secondo cui, ad oggi, in Lombardia non è possibile applicare l'istituto della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) nella materia edilizia.
     Nello specifico, lo scorso 27.10.2011 davamo conto come l'ANCI Lombardia avesse diffuso, il 21.10.2011, la bozza del Pdl “Norme per la valorizzazione del patrimonio edilizio esistente e altre disposizioni in materia urbanistico-edilizia” (testo 19.10.2011) ove, in pratica, si tratta del cosiddetto "PIANO CASA-BIS" con altre modifiche legislative di non poco conto. E, nel contempo, evidenziavamo come il Pdl lombardo NULLA dicesse in merito all'istituto della Scia edilizia, ovverosia NULLA avesse recepito per quanto disposto dal noto D.L. n. 70/2011 convertito con modificazioni dalla legge 12.07.2011 n. 106, pervenendo, per l'ennesima volta, alla conclusione che in Lombardia NON si può applicare (nella materia edilizia) l'istituto della Scia.
     Ciò premesso e ricordato, la Giunta Regionale lombarda con la recente deliberazione 09.11.2011 n. 2428 ha approvato la bozza di Pdl di cui sopra e cioè la proposta di progetto di legge recante “Norme per la valorizzazione del patrimonio edilizio esistente e altre disposizioni in materia urbanistico-edilizia", definito comunemente "PIANO CASA-BIS", già presentato l'11.11.2011 al Consiglio Regionale per il vaglio preliminare delle competenti commissioni assumendo l'identificativo "progetto di legge n. 0133". E le novità introdotte all'ultimo momento non sono di poco conto ...
     Ma andiamo con ordine.
     L'art. 14 del Pdl de quo così recita: "
Art. 14 - (Disposizioni in materia di titoli abilitativi)
1. Ai fini del rilascio del permesso di costruire si applica la disciplina di cui all’articolo 20 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) (testo A).
2. L'articolo 38 della l.r. 12/2005 è sostituito dal seguente: “Art. 38 - (Oneri di urbanizzazione afferenti il permesso di costruire)
1. L’ammontare degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria dovuti è determinato con riferimento alla data di presentazione della richiesta del permesso di costruire, purché completa della documentazione prevista. Nel caso di piani attuativi o di atti di programmazione negoziata con valenza territoriale, l’ammontare degli oneri è determinato al momento della loro approvazione, a condizione che la richiesta del permesso di costruire, ovvero la denuncia di inizio attività siano presentate entro e non oltre trentasei mesi dalla data della approvazione medesima.
2. Fatta salva la facoltà di rateizzazione, la corresponsione al comune della quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione, se dovuti, dev’essere fatta all’atto del rilascio del permesso di costruire, ovvero allo scadere del termine di trenta giorni previsto dall’articolo 20, comma 6, primo periodo, del d.P.R. 380/2001 nei casi di cui al comma 8 del medesimo articolo 20.
”.
3. All’articolo 40 della l.r. 12/2005 è apportata la seguente modifica:
a) al comma 2 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: ", nonché la destinazione d'uso.".
4. All’articolo 41 della l.r. 12/2005 sono apportate le seguenti modifiche:
a) la rubrica è sostituita dalla seguente: “(Interventi realizzabili mediante denuncia di inizio attività e segnalazione certificata di inizio attività)”;
b) al comma 1 sono inserite, all’inizio, le seguenti parole: “Ferma restando l’applicabilità della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) nei casi e nei termini previsti dall’articolo 19 della legge 241/1990 e dall’articolo 5, comma 2, lett. c), del D.L. 70/2011,
.
5.
Alla lettera a) del comma 1 dell’articolo 103 della l.r. 12/2005 sono soppressi i seguenti numeri: “20” e “21”.
".
     La relazione di accompagnamento al Pdl così spiega la portata del sopra riportato art. 14: "
L’articolo 14 chiarisce che ai fini del rilascio del permesso di costruire si applica la nuova disciplina introdotta dal D.L. n. 70/2011 (cfr. art. 5, comma 2, lett. a), punto 3), basata sul silenzio-assenso, con conseguente riscrittura dell’articolo 38 della l.r. n. 12/2005, recuperando, dal testo precedente, le sole disposizioni in materia di oneri di urbanizzazione, opportunamente integrate in relazione alla nuova procedura.
Al comma 4 del medesimo articolo si recepisce all’interno dell’ordinamento regionale lombardo la SCIA in materia edilizia.".

Avete letto bene ??

     E' la stessa Regione Lombardia a scrivere, nero su bianco, che il suddetto comma 4 "recepisce all'interno dell'ordinamento regionale lombardo la SCIA in materia edilizia": quindi, ad oggi in Lombardia NON esiste la Scia edilizia !!
     Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire ogni singolo dettaglio della questione.
     Innanzitutto, proviamo a rileggere il testo coordinato dell'articolo 41 L.R. 12/2005, siccome modificato/integrato dal Pdl de quo, che di seguito si riporta:

Art. 41. (Interventi realizzabili mediante denuncia di inizio attività) (Interventi realizzabili mediante denuncia di inizio attività e segnalazione certificata di inizio attività)
     1. Ferma restando l’applicabilità della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) nei casi e nei termini previsti dall’articolo 19 della legge 241/1990 e dall’articolo 5, comma 2, lett. c), del D.L. 70/2011, Chi ha titolo per presentare istanza di permesso di costruire ha facoltà, alternativamente e per gli stessi interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia, di inoltrare al comune denuncia di inizio attività, salvo quanto disposto dall'articolo 52, comma 3-bis. Gli interventi edificatori nelle aree destinate all’agricoltura sono disciplinati dal Titolo III della Parte II.
     2. Nel caso di interventi assentiti in forza di permesso di costruire o di denuncia di inizio attività, è data facoltà all’interessato di presentare comunicazione di eseguita attività sottoscritta da tecnico abilitato, per varianti che non incidano sugli indici urbanistici e sulle volumetrie, che non modifichino la destinazione d’uso e la categoria edilizia, non alterino la sagoma dell’edificio e non violino le eventuali prescrizioni contenute nel permesso di costruire. Ai fini dell’attività di vigilanza urbanistica ed edilizia, nonché ai fini del rilascio del certificato di agibilità, tali comunicazioni costituiscono parte integrante del procedimento relativo al titolo abilitativo dell’intervento principale e possono essere presentate al comune sino alla dichiarazione di ultimazione dei lavori.

 

Ma cosa significano le nuove parole inserite al comma 1 ??

     L'art. 19 della legge n. 241/1990 così recita:


Art. 19 (Segnalazione certificata di inizio attività - SCIA)
(articolo così sostituito dall'articolo 49, comma 4-bis, legge n. 122 del 2010) - (per l'interpretazione si veda l'articolo 5, comma 2, legge n. 106 del 2011)
     1. Ogni atto di autorizzazione, licenza, concessione non costitutiva, permesso o nulla osta comunque denominato, comprese le domande per le iscrizioni in albi o ruoli richieste per l’esercizio di attività imprenditoriale, commerciale o artigianale il cui rilascio dipenda esclusivamente dall’accertamento di requisiti e presupposti richiesti dalla legge o da atti amministrativi a contenuto generale, e non sia previsto alcun limite o contingente complessivo o specifici strumenti di programmazione settoriale per il rilascio degli atti stessi, è sostituito da una segnalazione dell’interessato, con la sola esclusione dei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali e degli atti rilasciati dalle amministrazioni preposte alla difesa nazionale, alla pubblica sicurezza, all’immigrazione, all’asilo, alla cittadinanza, all’amministrazione della giustizia, all’amministrazione delle finanze, ivi compresi gli atti concernenti le reti di acquisizione del gettito, anche derivante dal gioco, nonché di quelli previsti dalla normativa per le costruzioni in zone sismiche e di quelli imposti dalla normativa comunitaria. La segnalazione è corredata dalle dichiarazioni sostitutive di certificazioni e dell’atto di notorietà per quanto riguarda tutti gli stati, le qualità personali e i fatti previsti negli articoli 46 e 47 del testo unico di cui al d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, nonché dalle attestazioni e asseverazioni di tecnici abilitati, ovvero dalle dichiarazioni di conformità da parte dell’Agenzia delle imprese di cui all’articolo 38, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, relative alla sussistenza dei requisiti e dei presupposti di cui al primo periodo; tali attestazioni e asseverazioni sono corredate dagli elaborati tecnici necessari per consentire le verifiche di competenza dell’amministrazione. Nei casi in cui la legge prevede l’acquisizione di pareri di organi o enti appositi, ovvero l’esecuzione di verifiche preventive, essi sono comunque sostituiti dalle autocertificazioni, attestazioni e asseverazioni o certificazioni di cui al presente comma, salve le verifiche successive degli organi e delle amministrazioni competenti. La segnalazione, corredata delle dichiarazioni, attestazioni e asseverazioni nonché dei relativi elaborati tecnici, può essere presentata a mezzo posta con raccomandata con avviso di ricevimento, ad eccezione dei procedimenti per cui è previsto l’utilizzo esclusivo della modalità telematica; in tal caso la segnalazione si considera presentata al momento della ricezione da parte dell'amministrazione. (comma così modificato dall'articolo 5, comma 2, lettera b), legge n. 106 del 2011)
     2. L’attività oggetto della segnalazione può essere iniziata dalla data della presentazione della segnalazione all’amministrazione competente.
     3. L’amministrazione competente, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di cui al comma 1, nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della segnalazione di cui al medesimo comma, adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell’attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa, salvo che, ove ciò sia possibile, l’interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro un termine fissato dall’amministrazione, in ogni caso non inferiore a trenta giorni. E ' fatto comunque salvo il potere dell’amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies. In caso di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell’atto di notorietà false o mendaci, l’amministrazione, ferma restando l’applicazione delle sanzioni penali di cui al comma 6, nonché di quelle di cui al capo VI del testo unico di cui al d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, può sempre e in ogni tempo adottare i provvedimenti di cui al primo periodo.
     4. Decorso il termine per l’adozione dei provvedimenti di cui al primo periodo del comma 3 ovvero di cui al comma 6-bis, all’amministrazione è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l’ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell’impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell’attività dei privati alla normativa vigente.
(comma così modificato dall'art. 6, comma 1, decreto-legge n. 138 del 2011, convertito dalla legge n. 148 del 2011)
     4-bis. Il presente articolo non si applica alle attività economiche a prevalente carattere finanziario, ivi comprese quelle regolate dal testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e dal testo unico in materia di intermediazione finanziaria di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58. (comma introdotto dall'articolo 2, comma 1-quinquies, legge n. 163 del 2010)
     5. (comma abrogato dal n. 14 del comma 1 dell'art. 4 dell'allegato 4 al d.lgs. n. 104 del 2010)
     6. Ove il fatto non costituisca più grave reato, chiunque, nelle dichiarazioni o attestazioni o asseverazioni che corredano la segnalazione di inizio attività, dichiara o attesta falsamente l’esistenza dei requisiti o dei presupposti di cui al comma 1 è punito con la reclusione da uno a tre anni.
     6-bis. Nei casi di Scia in materia edilizia, il termine di sessanta giorni di cui al primo periodo del comma 3 è ridotto a trenta giorni. Fatta salva l'applicazione delle disposizioni di cui al comma 4 e al comma 6, restano altresì ferme le disposizioni relative alla vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia, alle responsabilità e alle sanzioni previste dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, e dalle leggi regionali.
(comma aggiunto dall'art. 5, comma 2, legge n. 106 del 2011, poi così modificato dall'art. 6, comma 1, decreto-legge n. 138 del 2011, convertito dalla legge n. 148 del 2011)
     6-ter. La segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività si riferiscono ad attività liberalizzate e non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili. Gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all'articolo 31, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104. (comma aggiunto dall'art. 6, comma 1, decreto-legge n. 138 del 2011, convertito dalla legge n. 148 del 2011)
 

     L'art. 5, comma 2, lett. c), del D.L. n. 70/2011 così recita:


c) le disposizioni di cui all'articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire. Le disposizioni di cui all'articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 si interpretano altresì nel senso che non sostituiscono la disciplina prevista dalle leggi regionali che, in attuazione dell'articolo 22, comma 4, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, abbiano ampliato l'ambito applicativo delle disposizioni di cui all'articolo 22, comma 3, del medesimo decreto e nel senso che, nei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali, la Scia non sostituisce gli atti di autorizzazione o nulla osta, comunque denominati, delle amministrazioni preposte alla tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale.

Tutto chiaro ??

     A noi sembra di sì nel senso di seguito esposto: la Regione Lombardia con le nuove parole da introdursi al comma 1 dell'art. 41 L.R. n. 12/2005 non fa altro che ribadire quanto già statuito dall'art. 5, comma 2, lett. c), del D.L. n. 70/2011 e cioè che "le disposizioni di cui all'articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire". In altri termini, e per l'ennesima volta, si ribadisce che in Lombardia -ad oggi- non si può applicare in materia edilizia l'istituto della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) e, men che meno, quando il Pdl "PIANO CASA-BIS" sarà pubblicato sul BURL siccome approvato nel testo sopra indicato.
     Se la Regione Lombardia vuole, nei fatti e non solo a parole, che l'istituto della Scia in materia edilizia sia realmente applicabile anche nel proprio ordinamento ha solo una cosa da fare:
modificare/integrare la L.R. n. 12/2005 nel senso di restringere la gamma di interventi edilizi che oggi possono essere realizzati con la DIA in alternativa al permesso di costruire.
     In altri termini, deve elencare puntualmente gli interventi edilizi che sono obbligatoriamente soggetti a DIA: magari, riprendendo pedissequamente la formulazione dell'art. 22, comma 1, del DPR n. 380/2001. Allora sì che per questi interventi si potrà applicare la Scia e, nel contempo, avrà ragion d'essere l'esposizione argomentativa di cui al
comunicato regionale 08.10.2010 (circa l'esistenza della Scia già dal lontano 31.07.2010 ... il che -ad oggi- non è affatto vero !!).
09.01.2012 - LA SEGRETERIA PTPL

anno 2011

EDILIZIA PRIVATASulle controversie in materia di DIA e SCIA decide il giudice amministrativo.
Ogni controversia avente ad oggetto il corretto e tempestivo esercizio del potere amministrativo di controllo circa la conformità dell'attività dichiarata al paradigma normativo, con conseguente adozione della misura inibitoria in caso di esito negativo del riscontro, rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo.
L’art. 133 del codice del processo amministrativo, comma 1, lett. a n. 3 e lett. f dispone che le controversie in materia di “Dia” devono essere affidate alla giurisdizione esclusiva del plesso giurisdizionale amministrativo. Muovendo dall’insegnamento dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 15/2011 (“SCIA e DIA sono dichiarazioni imputabili a manifestazione di volontà privata dalla quale scaturisce, ai sensi degli artt. 19, comma 3, legge n. 241/1990 un procedimento doveroso di verifica che, in assenza di requisiti alla continuazione o all'avvio dell'attività, si conclude con un diniego espresso o con un "diniego tacito" di adozione del provvedimento inibitorio.
Il silenzio che segue allo scadere del termine perentorio per la verifica e l'inibizione dell'attività denunciata, va equiparato, in assenza dei previsti requisiti, all'"atto tacito di diniego di provvedimento inibitorio" che rappresenta l'esito negativo del procedimento finalizzato all'adozione del provvedimento restrittivo dell'attività esercitata. La formazione dell'"atto tacito di diniego" alla scadenza del termine previsto per l'esercizio della potestà di verifica è direttamente connessa alla perentorietà del termine stabilito negli artt. 19, comma 3, legge n. 241/1990 -per la SCIA- e 23 comma 6, D.P.R. n. 380/2001 -per la DIA- , decorso il quale la competente amministrazione perde la potestà inibitoria dell'attività esercitata salva la residua potestà di autotutela.
Nei confronti dell'atto tacito di diniego di provvedimento inibitorio -espresso o tacito-, il terzo pregiudicato dispone dell'azione di annullamento a tutela dell'interesse pretensivo al corretto esercizio della potestà di verifica e controllo. Al terzo pregiudicato dall'attività proseguita o iniziata illegittimamente è altresì attribuita, congiuntamente o separatamente da quella di annullamento dell'"atto tacito di diniego", l'azione di adempimento dell'obbligo dell'amministrazione di adottare i provvedimenti interdittivi o restrittivi, da esercitare comunque nel termine di un anno previsto dall'art. 31, co. 3, cod. proc. amm. - D.Lgs. n. 104/2010 - per l'azione avverso il silenzio
.”) deve affermarsi che, quale che sia la tecnica di tutela prescelta dal controinteressato asseritamente leso, ciò non incide sul riparto della giurisdizione in subiecta materia (massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 15.12.2011 n. 6614 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

LOMBARDIA: ANCORA SULLA QUESTIONE DELLA SCIA E DEL SILENZIO-ASSENSO SULL'ISTANZA DI PERMESSO DI COSTRUIRE.

     L'ANCI Lombardia ha diffuso, lo scorso 21.10.2011, la bozza del Pdl “Norme per la valorizzazione del patrimonio edilizio esistente e altre disposizioni in materia urbanistico-edilizia” (testo 19.10.2011) ove, in pratica, si tratta del cosiddetto PIANO CASA-BIS con altre modifiche legislative di non poco conto.
     Il Pdl non è stato ancora approvato dalla Giunta Regione e, pertanto, è suscettibile di eventuali modifiche e/o integrazioni prima di essere posto al vaglio delle competenti commissioni regionali e, poi, del Consiglio regionale.
     Più volte abbiamo scritto su questo Portale [e, precisamente il 06.06.2011, il 13.07.2011 ed il 17.10.2011 (nella rubrica UTILITA')] esplicitando le motivazioni per cui
in Lombardia -ad oggi- non si può applicare in materia edilizia l'istituto della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) e non si può applicare l'istituto del silenzio-assenso alle istanze di permesso di costruire.
     Orbene, la Regione Lombardia -col nuovo PIANO CASA-BIS di cui sopra- si accinge a recepire l'istituto del silenzio-assenso sulle istanze di permesso di costruire laddove l'art. 14, comma 1, del Pdl così recita:
"Art. 14 (Procedimento per il rilascio del permesso di costruire).
1. Ai fini del rilascio del permesso di costruire si applica la disciplina di cui all’articolo 20 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) (testo A).
".
     E l'art. 20 del DPR n. 380/2011 (come sostituito dall'articolo 5, comma 2, lettera a), legge n. 106/2011) così recita al comma 8:
"
8. Decorso inutilmente il termine per l'adozione del provvedimento conclusivo, ove il dirigente o il responsabile dell'ufficio non abbia opposto motivato diniego, sulla domanda di permesso di costruire si intende formato il silenzio-assenso, fatti salvi i casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali, per i quali si applicano le disposizioni di cui ai commi 9 e 10.".
     Ciò premesso,
la bontà delle nostre argomentazioni sulla NON applicabilità -ad oggi- dell'istituto del silenzio-assenso trova conferma e tutti coloro che ancora oggi sostengono il contrario si devono ricredere senza appello.
     Sulla questione, invece, della cosiddetta Scia possiamo constatare come il Pdl lombardo NULLA dica in merito, ovverosia NULLA abbia recepito di quanto disposto dal
noto D.L. n. 70/2011 convertito con modificazioni dalla legge 12.07.2011 n. 106.
     Conseguentemente, e per l'ennesima volta, non ci resta che rimarcare come  l'odierno legislatore nazionale, col decreto-legge de quo, abbia scritto, nero su bianco, che
"... Le disposizioni di cui all’articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire.". E se è vero, come è vero, che in Lombardia la DIA è alternativa al permesso di costruire senza alcuna limitazione (a parte i nuovi fabbricati in zona agricola ed i mutamenti di destinazione d’uso di cui all’art. 52, comma 3-bis, della L.R. n. 12/2005, assoggettati unicamente al permesso di costruire) e cioè, in altri termini, non esistono interventi edilizi che sono obbligatoriamente soggetti alla DIA, ne deriva una conclusione evidente, chiara, incontrovertibile: in Lombardia NON si può applicare l'istituto della Scia!!
27.10.2011 - LA SEGRETERIA PTPL

EDILIZIA PRIVATAArmi spuntate contro la Scia. Pochi rimedi se il Comune non blocca il cantiere.
Non è facile impugnare la Scia del vicino. La proliferazione dei titoli edilizi e della relative procedure di formazione ha complicato l'attivazione dei rimedi giurisdizionali per contestare la costruzione di un nuovo edificio o l'ampliamento di quelli esistenti.
I titoli edilizi possono dividersi in due generali categorie a seconda che siano espressamente rilasciati dal Comune, oppure che si formino in ragione della mancata assunzione dell'ordine comunale di non eseguire l'intervento.
Nel primo gruppo, i titoli "espressi", ricadono così il permesso di costruire ordinario (anche in variante) e in sanatoria (tanto ordinaria, ai sensi cioè dell'articolo 36 del testo unico dell'edilizia, quanto straordinaria, il condono introdotto dalla legge 47/1985), nonché le sanzioni pecuniarie non di natura ripristinatoria (che in sostanza autorizzano il mantenimento degli abusi, per cui è imposto solo il pagamento di una somma di denaro).
Nel secondo, i titoli "taciti", si collocano invece la Dia (denuncia di inizio attività), la Scia (segnalazione certificata di inizio attività, anche edilizia) e la comunicazione di inizio lavori introdotta dal Dl 40/2010, asseverata o meno. Sempre al secondo gruppo vanno ricondotti gli interventi liberi (quelli non soggetti ad alcun titolo edilizio) che il vicino ritiene illegittimi lamentandosi per il mancato intervento repressivo del Comune.
L'impugnativa dei titoli "espressi" non pone particolari problemi: è possibile proporre ricorso al Tar entro 60 giorni dalla loro conoscenza (termine che decorre al più tardi dal momento in cui i lavori raggiungono uno stadio tale da evidenziarne la concreta lesività per il vicino), ma impugnare i titoli "taciti" è più complicato. Per un certo un periodo, la giurisprudenza amministrativa si era divisa tra la tesi secondo cui la Dia/Scia restava un atto privato, come tale non impugnabile, e la tesi che riconosceva la diretta aggredibilità al Tar della Dia/Scia (interpretazione che in sostanza afferma la natura provvedimentale del comportamento inerte mantenuto dal Comune, in questo senso). Su questo secondo punto, lo scorso 29 luglio si era assestato il Consiglio di Stato, con l'adunanza plenaria 15/2011: la situazione si è consolidata con l'articolo 6, comma 1, lettera c), del Dl 138/2011 –la manovra di Ferragosto– convertito nella legge 148 dello scorso 14 settembre.
La nuova disposizione prevede espressamente che «la segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili». Gli interessati –prosegue la norma– possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, possono impugnare al Tar il silenzio che il Comune mantenga sulla domanda volta a impedire lo svolgimento dell'attività in contestazione.
È importante rilevare che, in questi casi, l'articolo 31, commi 1, 2 e 3 del Dlgs 104/2010 (codice del processo amministrativo) assegna normalmente al giudice soltanto il potere di ordinare al Comune di provvedere sulla verifica richiesta dal privato. La possibilità di riconoscere direttamente l'illegittimità dell'attività disponendone la cessazione è infatti riconosciuta al Tar solo quando si tratti di attività vincolata o quando risulti che non residuano ulteriori margini di esercizio della discrezionalità e non siano necessari adempimenti istruttori che debbano essere compiuti dall'amministrazione. Condizioni che non sempre ricorrono in edilizia, specie rispetto ai progetti più complessi, e che rendono dunque difficile la tutela rispetto ai lavori oggetto di Dia/Scia (articolo Il Sole 24 Ore del 24.10.2011 - tratto da www.ecostampa.it).

EDILIZIA PRIVATADia e Scia stoppate subito. Istanza al Tar per accertare illegittimità in atto. È questo quanto emerso nel corso di un convegno organizzato a Torino.
Dia e Scia alla sbarra subito: il terzo, interessato a bloccare l'attività iniziata con una denuncia o una segnalazione di inizio attività, può chiedere immediatamente al Tar di accertare l'illegittimità in corso. Senza dover aspettare il termine (60 giorni) lasciato alla Pubblica Amministrazione per disporre il blocco dell'attività, quando questa è illegittima.
È quanto emerso al convegno di studi sul codice del processo amministrativo, organizzato il 13.10.2011 a Torino dal Tar Piemonte, dalla sezione piemontese della Associazione degli avvocati amministrativisti e dalla avvocatura del comune di Torino.
Al centro dell'attenzione una delle più significative della manovra di Ferragosto (decreto legge 138/2011).
Il decreto 138 ha modificato l'articolo 19 della legge 241/1990 inserendo il comma 6-ter. Questo comma prevede che la segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili e che gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione contro il silenzio dell'amministrazione (articolo 31 del codice del processo amministrativo, dlgs 104/2010).
In sostanza il problema è di individuare quali strumenti di tutela abbia, per esempio, il vicino di casa di chi sta realizzando un'opera edilizia con una Scia o con una Dia oppure il titolare di un esercizio commerciale concorrente di chi sta aprendo un negozio dall'altro lato della strada e così via. In sostanza se, da una parte, c'è l'esigenza di semplificare e sburocratizzare le attività economiche e produttive, dall'altro lato c'è l'esigenza di non trascurare la tutela dei controinteressati, nel caso vengano iniziate attività non in regola con leggi e regolamenti.
Il problema si pone soprattutto in relazione a quei casi in cui l'attività può essere iniziata subito prima dello scadere del termine assegnato all'amministrazione per fare i controlli e ordinare il blocco dell'attività.
Si prenda il caso della Scia. L'attività oggetto della segnalazione può essere iniziata già dalla data della presentazione della segnalazione all'amministrazione competente. A questo punto l'amministrazione ha sessanta giorni di tempo per adottare motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi a meno che non sia possibile ricondurre l'attività alla piena regolarità.
Ora, siccome il comma 6-ter sopra citato individua come unica possibilità di reazione contro la scia la contestazione dell'inerzia dell'amministrazione (che non adotta i provvedimenti inibitori), ci si chiede se si devono aspettare i sessanta giorni oppure se il terzo possa agire subito. Anche perché magari una volta passati i sessanta giorni il danno per il terzo si è definitivamente consumato (ad esempio l'opera edilizia è completamente terminata).
Tra l'altro c'è una complicazione ad andare dal giudice amministrativo: l'articolo 34, comma 2, del codice del processo amministrativo prescrive che in nessun caso il giudice può pronunciarsi con riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati. Dunque se si agisce prima dello scadere dei sessanta giorni lo si farebbe in un momento in cui l'amministrazione avrebbe ancora tempo per adottare i provvedimento di blocco dell'attività e allora si rischia di incorrere nel divieto dell'articolo 34.
Secondo quanto emerso al convegno torinese il controinteressato ha la possibilità di agire subito senza dovere aspettare i sessanta giorni. Questo perché in questo caso (controllo su Dia e Scia) l'amministrazione ha un dovere di attivarsi subito a colpire una scia o una dia illegittima e il termine è un termine massimo. Ma l'obbligo di adozione dei provvedimenti di blocco sorge subito.
Quindi l'inerzia matura subito e si protrae giorno per giorno. Inoltre non c'è violazione dell'articolo 34 sui poteri del giudice, perché la regola di non ingerenza rispetto a poteri non ancora esercitati vale solo nel caso di atti discrezionali e non nel caso di attività vincolata (come quella relativa ai casi in cui si può operare con Dia e Scia) (articolo ItaliaOggi del 21.10.2011 - link a www.ecostampa.it).

EDILIZIA PRIVATALa Scia a pieno titolo negli ordinamenti locali.
In Toscana e in Umbria esce di scena la Dia e per tutti gli interventi costruttivi per la cui realizzazione non è richiesto il permesso di costruire è sufficiente la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività).
Sono i principali risultati prodotti, almeno finora, dall'adesione delle Regioni alle previsioni della parte dell'articolo 5 del Dl 70/2011 sulla semplificazione delle procedure relative all'edilizia privata.
In Toscana, con la sparizione dall'ordinamento regionale della Dia (legge 40/2001), possono essere realizzati con il ricorso alla Scia –e quindi avviati appena dopo aver presentato la documentazione in Comune– interventi per l'abbattimento delle barriere architettoniche (anche se comportano un aumento delle superfici esistenti o se sono eseguiti in deroga agli indici di edificabilità), interventi di manutenzione straordinaria, di restauro e risanamento conservativo, di ristrutturazione edilizia. È sufficiente la Scia anche per particolari casi di mutamento della destinazione d'uso degli immobili, edifici e aree.
Tra la documentazione che deve essere allegata alla Scia vi è la relazione con la quale il progettista assevera che l'opera da realizzare è conforme agli strumenti urbanistico comunali. Il professionista che attesta il falso dovrà affrontare oltre al giudizio disciplinare dell'ordine professionale di appartenenza anche quello di una corte penale.
Anche in Umbria si restringe il ventaglio dei titoli abilitativi alla costruzione, con la sostituzione generalizzata della Dia con la Scia. Con un ampio provvedimento di semplificazione amministrativa dell'ordinamento regionale e di quello degli enti locali territoriali (legge 8/2011) viene recepito nella normativa regionale il comma 4-ter dell'articolo 49 del Dl 78/2010, che stabilisce che «le espressioni segnalazione certificata di inizio attività o Scia sostituiscono, rispettivamente, quelle di dichiarazione di inizio attività Dia, ovunque ricorrano, anche come parte di una espressione più ampia».
Un ribaltamento totale pure in fatto di silenzio-assenso: nella normativa previgente se il responsabile del procedimento nei 15 giorni successivi alla richiesta non rilasciava il permesso di costruire operava il silenzio-rifiuto; con la nuova legge, trascorso quello stesso periodo di tempo senza che l'amministrazione comunale «abbia adottato un provvedimento di diniego, il permesso di costruire si intende assentito».
La Regione Lazio con la legge 10/2011, di modifica del piano casa, è intervenuta per semplificare le procedure di approvazione degli strumenti urbanistici. Viene riformata la legge regionale 36/1987, sullo snellimento delle procedure urbanistiche ed edilizie, assegnando esclusivamente alla giunta regionale l'approvazione dei piani attuativi degli strumento urbanistici.
Le nuove norme elencano le modifiche che non costituiscono variante a un piano attuativo e che possono essere approvate dallo stesso organo comunale che rilascia il permesso di costruire (articolo Il Sole 24 Ore del 17.10.2011).

EDILIZIA PRIVATATitoli abilitativi. Il quadro completo dopo la manovra. Permessi edilizi su cinque livelli con la nuova Scia. Attività libera e permesso di costruire.
Il quadro è completo, ma solo a livello statale. Con la conversione in legge della manovra di Ferragosto (Dl 138/2011, ora legge 148/2011) che ha chiarito termini e modi per contestare al Tar l'illegittimità delle opere edilizie realizzate attraverso la Scia (segnalazione certificata di inizio attività) e mediante la Dia (denuncia di inizio attività) –nei limitati casi per cui essa è ancora prevista nell'ordinamento– tutte le "cinque tessere" del mosaico statale delle procedure edilizie sono al proprio posto.
Tuttavia, ai sensi del decreto Sviluppo (Dl 70/2011 convertito in legge 106/2011), manca ancora il dispiegamento delle leggi regionali, che possono ulteriormente semplificare la disciplina procedurale delle costruzioni. E questo anche in relazione al meccanismo del silenzio-assenso ora previsto sulle domande di permesso di costruire (nuovo articolo 20, comma 8, del Testo unico sull'edilizia, Dpr 380/2001) e al rilascio dei titoli in deroga anche rispetto alle destinazioni d'uso imposte dai piani regolatori (articolo 5, comma 13, Dl 70).
Sempre le Regioni, d'altra parte, sono chiamate anche a dare attuazione al cosiddetto nuovo piano casa (o piano città) finalizzato ad agevolare la riqualificazione di aree urbane degradate attraverso la concessione dei premi volumetrici. Una disposizione, quest'ultima, che non incide direttamente sul fronte dei titoli edilizi, ma che potrebbe ulteriormente modificare la situazione dei permessi edilizi, così come si è delineata nell'ultimo anno e mezzo.
La parola alla Consulta.
Il primo tema che si è posto agli operatori ha addirittura investito l'applicabilità al l'edilizia della Scia. Le incertezze anche lessicali del primo decreto (Dl 78/2010 convertito in legge 122/2010) sono state definitivamente spazzate via dalla legge di conversione del decreto Sviluppo, che ha espressamente previsto che le ultime disposizioni (cioè la nuova formulazione dell'articolo 20 della legge 241/1990) «si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380».
Resta comunque il dubbio sull'esito dei ricorsi proposti da diverse Regioni (Toscana, Emilia Romagna, Puglia) alla Corte costituzionale, che contestano soprattutto l'intrusione statale nella disciplina edilizia che, ove di dettaglio, è di competenza regionale.
La scala degli interventi.
Il sistema vigente è sicuramente articolato, si va dagli interventi liberi a quelli soggetti a comunicazione e a comunicazione asseverata, dalle opere sottoposte a Scia, a Dia (casi residuali) e a permesso di costruire (ora ottenibile anche per silentium e in deroga anche alle destinazioni d'uso e non soltanto a indici e parametri edilizi stereometrici).
Il grafico qui a fianco ricostruisce la disciplina statale, che resta valida in mancanza di specifiche disposizioni regionali e suddivide gli interventi in cinque tipologie:
- interventi liberi;
- interventi soggetti a comunicazione (semplice e asseverata a seconda dei casi);
- interventi soggetti a Scia;
- interventi soggetti a Dia;
- interventi soggetti a permesso di costruire.
L'iter della Scia.
A differenza della Dia, per la quale i lavori possono partire solo dopo il decorso di 30 giorni dalla presentazione della denuncia, nella Scia l'attività edilizia può essere avviata contestualmente al l'inoltro della segnalazione. Ecco come:
● la Scia è corredata dalle dichiarazioni sostitutive di certificazioni, nonché dalle attestazioni e asseverazioni di tecnici abilitati, oppure dalle dichiarazioni di conformità relative alla sussistenza dei requisiti e dei presupposti sulla conformità dell'intervento alle disposizioni di legge regolamentari, corredate dagli elaborati tecnici necessari per consentire le verifiche di competenza dell'amministrazione;
● l'attività oggetto può essere iniziata dalla data della presentazione della segnalazione;
● se l'immobile è vincolato, i lavori potranno cominciare dopo l'ottenimento dell'autorizzazione dell'amministrazione competente alla tutela del vincolo (Soprintendenza, Regione, Provincia, Comune, Parco);
● in caso di accertata carenza della conformità dell'intervento alla legge o ai regolamenti, il Comune –nel termine di 60 giorni dal ricevimento della segnalazione– adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione del l'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa, salvo che, ove ciò sia possibile, l'interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività e i suoi effetti entro un termine fissato dall'amministrazione, in ogni caso non inferiore a 30 giorni;
● dopo 60 giorni il Comune può intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente.
Alle violazioni di questa procedura si accompagnano poi sanzioni che variano dal livello amministrativo fino alle conseguenze penali per chi effettua false attestazioni.
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Non impugnabile il mancato diniego del Comune.
Le ultime manovre finanziarie cambiano anche il sistema delle impugnazioni, stabilendo che la Dia e la Scia non possono essere direttamente impugnate al Tar. Con la conversione in legge 111/2011 del Dl per la stabilizzazione finanziaria (98/2011) è legge la disposizione per cui Dia e Scia «non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili. Gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all'articolo 31, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 02.07.2010, n. 104» (articolo 6, comma 1, lettera c, del Dl 131/2011).
In concreto, vuol dire che i vicini lesi dall'attività edilizia o le associazioni ambientaliste possono chiedere al Comune di impedire lo svolgimento dell'attività e poi –in caso di silenzio dell'amministrazione e comunque non oltre un anno dalla scadenza del termine di conclusione del procedimento– ricorrere al Tar contro il silenzio del Comune sulla loro richiesta.
Parrebbe però un'arma spuntata, perché al giudice la norma assegna in generale solo il potere di ordinare al Comune di provvedere sulla verifica richiesta dal privato e rimasta inevasa. Il Tar, infatti, ha la possibilità di riconoscere direttamente l'illegittimità dell'attività disponendone la cessazione solo quando si tratti di attività vincolata o quando risulta che non ci sono ulteriori margini di esercizio della discrezionalità amministrativa e non siano necessari adempimenti istruttori che debbano essere compiuti dal Comune. Condizioni che non sempre ricorrono in edilizia, specie rispetto ai progetti più complessi.
La norma è stata introdotta con la rubrica «Ulteriori semplificazioni». Non pare però che l'obbiettivo della semplificazione sia stato centrato, dato che la giurisprudenza amministrativa era recentemente approdata a una soluzione molto più diretta sul tema del l'impugnabilità di Dia e Scia. L'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 15 depositata lo scorso 29 luglio aveva infatti statuito –attraverso una costruzione forse coraggiosa– che l'inerzia del Comune sulla Dia/Scia (inerzia che consente il legittimo svolgimento dell'attività privata) equivalesse a un «atto tacito di diniego del provvedimento inibitorio» direttamente impugnabile al Tar, a cui era possibile richiedere non solo l'annullamento di questa "finzione di atto", ma anche l'ordine all'amministrazione di inibire l'attività oggetto del ricorso.
L'Adunanza plenaria aveva addirittura stabilito che in caso di Scia (per cui l'attività edilizia può iniziare contestualmente al deposito della segnalazione e per cui il Comune può solo emettere sanzioni, non necessariamente inibitorie) il Tar potesse disporre subito la sospensione dei lavori appena avviati, nonostante in quel momento non esistesse alcun atto nemmeno sotto la forma del «tacito diniego di provvedimento inibitorio». Con la nuova legge, l'articolata ricostruzione del giudice amministrativo viene spazzata via e non sembra che il legislatore abbia fatto meglio del Consiglio di Stato in termini di effettività della tutela dei terzi (articolo Il Sole 24 Ore del 26.09.2011 - tratto da www.ecostampa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L. Spallino, Scia: stop alle impugnazioni dirette (link a http://studiospallino.blogspot.com).

EDILIZIA PRIVATA: T. Tessaro, Una nuova tutela dei terzi nella c.d. SCIA voluta dal d.l. 138/2011 (link a www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: MANOVRA BIS/ Interventi edilizi rapidi e indolori. C'è la Scia per i piccoli lavori. È gratis e l'attività inizia subito. Segnalazione certificata d'inizio attività al posto della Dia. Ecco cosa cambia.
La Scia (Segnalazione certificata inizio attività) manda in soffitta la Dia (Denuncia inizio attività) per gli interventi edilizi minori, espone il privato e il professionista privato a responsabilità penali e disciplinari. Inoltre è gratuita e consente di iniziare subito l'intervento edilizio, da terminare nel triennio.
La Dia rimane solo nella versione SuperDia (alternativa al permesso di costruire). Per la Scia gli uffici comunali devono correre e controllarle entro 30 giorni, anche perché dopo, di regola, si potrà bloccare i lavori solo in casi eccezionali. Tuttavia l'autotutela (annullamento e revoca) potrà essere esercitata senza termini di decadenza. Questo in sintesi l'identikit della Scia dopo le due manovre (decreto 70 e decreto 138 del 2011), che hanno revisionato il Testo unico per l'edilizia. Vediamo come.
La Scia.
La Scia sostituisce la Dia per tutti gli interventi edilizi cosiddetti minori (articolo 22, comma 1 e comma 2, del Testo unico edilizia, dpr 380/2001).
Per gli interventi edilizi di ristrutturazione o nuova costruzione si applica, la SuperDia o in alternativa, in base alla legge statale o a quella regionale, il permesso di costruire. Le regioni possono ampliare il catalogo degli interventi sottoposti a SuperDia. La Scia non sostituisce gli atti di autorizzazione o nulla osta ambientali, paesaggistici o culturali.
Termini.
Con la Scia l'attività edilizia può essere iniziata subito fin dalla data di presentazione della pratica all'ufficio tecnico del comune. Per la SuperDia bisogna, invece, aspettare 30 giorni.
Trenta giorni è anche il termine entro il quale il comune, se mancano i requisiti o i presupposti di legge, può decidere di vietare la prosecuzione dell'attività e la rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa.
Si noti che il termine di 30 giorni vale per il settore dell'edilizia, mentre in altri campi vale il termine più lungo di sessanta giorni.
Decorso il termine il potere di bloccare l'attività è limitato a casi specifici e cioè pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e comunque previo motivato accertamento dell'impossibilità far regolarizzare al private la situazione.
Il divieto di prosecuzione dell'attività è misura residuale, in quanto deve essere preferita la strada di fissare un termine all'interessato per la regolarizzazione.
L'articolo 19 della legge 241/1990, anche a seguito del decreto 138/2011, continua a fare salva la possibilità per l'amministrazione di intervenire in autotutela (con provvedimento di revoca o annullamento) anche decorso il termine di 30 giorni.
Cosa cambia.
Il privato deve assumersi la responsabilità della regolarità dell'intervento edilizio e lo deve attestare tramite il professionista. La Scia, infatti, deve essere corredata da attestazioni e asseverazioni di tecnici abilitati corredate dagli elaborati tecnici necessari per consentire le verifiche di competenza dell'amministrazione.
In sostanza il privato deve dichiarare che tutto è a posto con la normative urbanistica ed edilizia e con i parametri (costruttivi, igienico–sanitari). Questo da un lato significa che il privato avrà maggiori responsabilità, le quali ricadranno anche sul professionista ed, inoltre, che il costo del progetto e dell'assistenza del professionista risentirà di questo surplus di responsabilità.
Deve, sul punto, ricordarsi che è punita con la reclusione fino a tre anni la falsa dichiarazione o attestazione dell'esistenza dei requisiti o dei presupposti della scia. In questo caso vi sono pure strascichi penali e disciplinari, in quanto il responsabile dell'ufficio comunale deve denunciare il professionista all'autorità giudiziaria e al consiglio dell'ordine di appartenenza. L'ufficio comunale, dal canto suo, deve dedicarsi a una pronta e rapida verifica dei presupposti, organizzando la vigilanza sulle pratiche edilizi, secondo criteri di maggiore impatto degli interventi segnalati.
Efficacia.
La Scia edilizia ha efficacia limitata a tre anni dalla data della sua presentazione, anche se i lavori non ultimati possano essere completati presentando una nuova scia. A ultimazione lavori il privato deve presentare al comune un certificato di collaudo finale, attestante la conformità al progetto.
Atti.
Vi sono ricadute anche in ambito notarile. Se la scia ha per oggetto lavori che incidono sul classamento dell'immobile (stato, consistenza, classe, categoria), deve essere effettuata una variazione catastale. In caso di trasferimento di un'unità immobiliare urbana la parte deve attestare (eventualmente tramute un tecnico) la conformità del bene ai dati catastali e alle planimetrie depositate.
Oneri.
In materia è necessario consultare la legislazione regionale. In mancanza di specifica legge regionale gli interventi soggetti a scia non pagano il contributo concessorio.
Impugnabilità
Il decreto 138/2011 stabilisce che la Scia e la Dia non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili, ma veri e propri istituti di liberalizzazione e che pertanto gli interessati, dopo avere sollecitato l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione, esperiscono l'azione avverso il silenzio, ricorrendo al Tar.
Sanzioni.
La realizzazione, in assenza della o in difformità dalla Scia espone alla sanzione pecuniaria pari al doppio dell'aumento del valore venale dell'immobile conseguente alla realizzazione degli interventi stessi e comunque in misura non inferiore a € 516,00 (articolo ItaliaOggi del 24.08.2011).

EDILIZIA PRIVATAMANOVRA BIS/ Da Ferragosto la Scia è libera dai contenziosi. In base al decreto legge la segnalazione certificata di inizio attività non è più direttamente impugnabile.
Più libera la Scia da Ferragosto. Scia e Dia sono, infatti, diversi dal silenzio-assenso e non sono, quindi, direttamente impugnabili. La manovra-bis interviene sulla legge generale del procedimento amministrativo (legge 241/1990) e chiarisce una volta per tutte le modalità per gli interessati di reagire contro le iniziative assunte da chi vuole avviare un'attività, anche edilizia, sfruttando le misure di sburocratizzazione.
Il decreto legge 138/2011, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 188 del 13/08/2011, sceglie una strada già individuata dai Tar e dal Consiglio di stato (anche se non univocamente) e cioè sbarra la possibilità di ricorrere direttamente al giudice amministrativo contro Scia e Dia. Il controinteressato deve, invece, sollecitare l'intervento dell'amministrazione pubblica competente e, solo in caso di inerzia, può successivamente rivolgersi al Tribunale amministrativo regionale per ottenere l'ordine alla p.a. di bloccare l'attività.
Una soluzione di questo tipo avvantaggia chi deve iniziare l'attività, in quanto impedisce al controinteressato di rivolgersi subito al giudice amministrativo e sposta al futuro ogni possibile iniziativa giudiziaria, subordinandola all'inerzia della pubblica amministrazione sollecitata a intervenire.
Per fare un esempio: si può iniziare l'opera edilizia subito con l'invio della Scia; il controinteressato (per esempio, il vicino di casa) non può impugnare la Scia, ma deve inviare al comune una denuncia-diffida, chiedendo all'amministrazione di verificare la legittimità dell'attività. Se il comune rimane inerte, allora, il cittadino potrà rivolgersi al Tribunale amministrativo regionale, chiedendo al Tar l'accertamento dell'obbligo di provvedere in capo all'amministrazione e quindi la condanna della stessa a intervenire. Fino a che non interviene la sentenza del giudice chi ha presentato la Scia non ha alcun obbligo giuridico di bloccare o interrompere l'attività.
In dettaglio, il decreto 138/2011 aggiunge il comma 6-ter all'articolo 19 della legge 241/1990 (dedicato alla segnalazione certificata di inizio attività). La nuova disposizione precisa subito che la segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività si riferiscono ad attività liberalizzate e non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili. Ciò segna la differenza con il silenzio-assenso: in quest'ultimo caso siamo di fronte a un atto della p.a., sia pure tacito. In quanto provvedimento dell'amministrazione è autonomamente impugnabile. Dia e Scia non sono provvedimenti taciti e quindi non sono impugnabili in quanto tali.
Il comma 6-ter in commento fa riferimento sia alla Scia sia alle Dia (come dichiarazione e come denuncia) comprendendo tutte le ipotesi in cui la legge ha introdotto procedimenti liberalizzati di questo tipo, anche se con nomi diversi: averli enumerati tutti serve a non fare confusione (come è invece avvenuto per la scia in edilizia),
Chi ha interesse contrario al presentatore di Scia e Dia non è, però, sfornito di tutela: può sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire l'azione avverso il silenzio (articolo 31, commi 1, 2 e 3 del Codice del processo amministrativo, decreto legislativo 104/2010).
Fino a oggi si sono fronteggiati due orientamenti. Il primo ha sostenuto che il comportamento inerte dell'amministrazione sulla denuncia di inizio attività ha valenza di silenzio-assenso e da ciò faceva conseguire la sua impugnabilità in giudizio.
Un secondo orientamento ribatteva che la Dia è un mero atto di iniziativa privata non impugnabile davanti al giudice amministrativo.
La manovra di Ferragosto abbraccia questa seconda impostazione, con l'obiettivo di impedire intralci all'attività privata, stavolta non da lungaggini della burocrazia, ma da iniziative di privati controinteressati.
Questo, però, senza togliere, ma solo differendo nel tempo, la possibilità per il controinteressato di reagire.
Il controinteressato potrà in prima battuta sollecitare l'amministrazione ad adottare motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa e, comunque, a esercitare il potere di assumere determinazioni in via di autotutela, mediante revoca o annullamento ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies della legge 241/1990.
In seconda battuta, se l'amministrazione non fa nulla, si può chiedere al Tar l'accertamento dell'obbligo dell'amministrazione di provvedere.
Il giudice può non solo ordinare all'amministrazione di provvedere, ma può anche pronunciarsi sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio: questo solo quando si tratta di attività vincolata o quando risulta che non residuano ulteriori margini di esercizio della discrezionalità e non sono necessari adempimenti istruttori che debbano essere compiuti dall'amministrazione.
Tra l'altro a questa iniziativa può aggiungersi la richiesta di risarcimento dei danni subiti. Anche se può risultare inefficace una tutela meramente risarcitoria e a posteriori (articolo ItaliaOggi del 18.08.2011 - tratto da www.ecostampa.it).

EDILIZIA PRIVATAAttività edilizia libera. O quasi. Alcuni interventi restano soggetti a preventiva comunicazione. Uno studio del Consiglio nazionale del notariato sgombera il campo dai dubbi in tema di permessi.
Attività edilizia: un mosaico di procedure. Con le progressive modifiche che hanno interessato in questi anni il Testo unico di cui al dpr n. 380/2001 la disciplina delle costruzioni è diventata frammentaria e di difficile interpretazione.
Con uno specifico studio dello scorso mese di giugno (
circolare 08.06.2011 n. 325-11/C), il Consiglio nazionale del notariato ha quindi inteso riepilogare in modo sintetico le regole che presiedono allo svolgimento dell'attività edilizia, soprattutto alla luce del decreto sviluppo.
Le modifiche al Testo unico dell'edilizia. Il Testo unico dell'edilizia, di cui al dpr n. 380/2001, entrato in vigore il 30.06.2003, innovando rispetto al passato, nel suo testo originario distingueva tra attività edilizia libera, per la quale non era richiesto alcun titolo abilitativo, e attività edilizia subordinata, rispettivamente, al permesso di costruire e alla denuncia di inizio attività, c.d. Dia (fattispecie residuale prevista per tutti gli interventi non rientranti tra le attività di edilizia libera né tra quelli per cui era obbligatorio il permesso di costruire).
Il T.u. è successivamente stato oggetto di numerose modifiche che hanno portato, da un lato, all'ampliamento delle fattispecie di attività edilizia libera, dall'altro all'introduzione della segnalazione certificata di inizio attività, meglio nota come Scia, all'utilizzo dell'istituto del c.d. silenzio assenso per il rilascio del permesso di costruire (a eccezione dei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici e culturali) e alla previsione di una sorta di sanatoria edilizia per le difformità contenute entro il limite del 2% delle misure progettuali. Attualmente la disciplina dell'attività edilizia risulta quindi abbastanza variegata (si veda la tabella in pagina) e pone i privati e gli operatori del settore dinanzi a problemi interpretativi spesso di non facile soluzione.
L'attività edilizia libera. Uno degli spunti più interessanti della nuova disciplina dell'attività edilizia riguarda sicuramente la progressiva liberalizzazione del settore, che permette ai privati di eseguire una serie di opere senza avere rapporti con la pubblica amministrazione.
All'interno di questa categoria occorre però distinguere tra attività totalmente libere e attività soggette a preventiva comunicazione di inizio lavori. In tutti e due i casi devono comunque essere rispettate le eventuali diverse prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali, le norme antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie, nonché quelle relative all'efficienza energetica e alla tutela dei beni culturali e paesaggistici.
L'attività edilizia totalmente libera riguarda principalmente gli interventi di manutenzione ordinaria e quelli volti all'eliminazione delle barriere architettoniche che non comportino la realizzazione di rampe o di ascensori esterni, ovvero di manufatti che alterino la sagoma dell'edificio.
Bisogna, invece, previamente operare la comunicazione al comune interessato degli interventi di manutenzione straordinaria (ivi compresa l'apertura di porte interne o lo spostamento di pareti interne, sempre che non riguardino le parti strutturali dell'edificio, non comportino aumento del numero delle unità immobiliari e non implichino incremento dei parametri urbanistici), delle opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e a essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a 90 giorni, delle opere di pavimentazione e di finitura di spazi esterni, dell'installazione di pannelli solari, fotovoltaici e termici, senza serbatoio di accumulo esterno, nonché delle aree ludiche senza fini di lucro e degli elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici.
In questo secondo caso, la mancata comunicazione dell'inizio dei lavori ovvero la mancata trasmissione della relazione tecnica (nel caso di interventi di manutenzione straordinaria) comportano per il privato l'irrogazione della sanzione pecuniaria di 258 euro, che è ridotta di due terzi se la comunicazione è effettuata spontaneamente quando l'intervento è ancora in corso di esecuzione.
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Scia e superDia si dividono così il campo. Il ricorso all'una o all'altra procedura.
Sulla base della specifica norma interpretativa opportunamente introdotta nell'ordinamento dal legislatore con il dl n. 70/201, il ricorso alla Scia è previsto in via residuale per tutti gli interventi che non rientrano nel campo applicativo del permesso di costruire né in quello dell'attività edilizia libera, in entrambe le sue tipologie.
A titolo esemplificativo, si possono indicare i seguenti interventi: restauro e risanamento conservativo, mutamenti di destinazione d'uso funzionale, interventi di manutenzione straordinaria che riguardino parti strutturali dell'edificio, ampliamento di fabbricati all'interno della sagoma esistente che non determini volumi funzionalmente autonomi e semplici modifiche prospettiche (per esempio l'apertura o la chiusura di una o più finestre o di una o più porte).
Sono invece soggetti alla disciplina della superDia tutti quegli interventi per i quali è ammesso il ricorso alla Dia medesima in alternativa ovvero in sostituzione al permesso di costruire, dagli interventi di ristrutturazione di maggiore impatto a quelli di nuova costruzione o di ristrutturazione urbanistica, fino agli interventi di nuova costruzione, qualora gli stessi avvengano in diretta esecuzione di strumenti urbanistici generali recanti precise disposizioni plano-volumetriche. A queste opere devono poi aggiungersi tutte quelle ipotesi per le quali le leggi regionali prevedano la possibilità di ricorrere a questo strumento in alternativa o in sostituzione al permesso di costruire.
La superDia deve essere presentata allo sportello unico dell'ente locale 30 giorni prima dell'effettivo inizio dei lavori. Il responsabile comunale, ove entro il suddetto termine riscontri l'assenza di una o più delle condizioni stabilite dal Tu, deve notificare all'interessato l'ordine motivato di non effettuare il previsto intervento.
È comunque salva la facoltà del privato di ripresentare l'istanza con le modifiche o le integrazioni necessarie. L'attività oggetto della Scia, invece, può essere iniziata dalla data stessa di presentazione della domanda allo sportello unico, salvo che il responsabile comunale, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di legge, ne vieti la prosecuzione.
Decorso tale termine, all'amministrazione locale è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente (articolo ItaliaOggi Sette del 15.08.2011).

EDILIZIA PRIVATALa Scia edilizia dura tre anni. Scaduto il termine, per chiudere i lavori ne serve un'altra. Lo studio del Consiglio nazionale del notariato sulla disciplina dopo il decreto sviluppo.
La Scia edilizia dura tre anni. Una volta scaduti, senza completamento delle opere, per finire i lavori se ne deve chiedere un'altra.
È questa l'interpretazione data
circolare 08.06.2011 n. 325-11/C del Consiglio nazionale dei notai, che ha illustrato la disciplina edilizia dopo il decreto sullo sviluppo n. 70/2011 (si veda ItaliaOggi del 4 agosto scorso).
Vediamo, dunque, le principali in materia di segnalazione certificata di inizio attività in ambito edilizio, concentrandosi su due aspetti: efficacia del titoli e sistema sanzionatorio.
La legge non dispone esplicitamente sull'efficacia della Scia, alla quale si applica la disciplina del Testo unico per l'edilizia (dpr 380/2001).
Ne deriva che anche la scia edilizia ha tre anni di efficacia, decorrenti dalla data della sua presentazione: quindi i lavori non ultimati entro il triennio possono essere completati previa presentazione di una nuova scia. Inoltre l'interessato deve comunicare all'ufficio tecnico del comune la data di ultimazione dei lavori.
Lo studio dei notai aggiunge che, ultimato l'intervento, il progettista o un tecnico abilitato dovrà rilasciare un certificato di collaudo finale, con il quale si attesta la conformità dell'opera al progetto presentato con la scia.
Il certificato di collaudo dovrà essere presentato allo sportello unico, unitamente alla ricevuta dell'avvenuta presentazione della variazione catastale conseguente alle opere realizzate o a dichiarazione che le stesse non hanno comportato modificazioni del classamento.
Tra l'altro si deve fare molta attenzione agli aspetti catastali, considerato che il decreto legge 78/2010 ha disposto la nullità degli atto di trasferimento immobiliare, se non vi è dichiarazione di conformità tra dati catastali e le planimetrie catastali depositate in Catasto e lo stato di fatto.
Se manca il certificato di collaudo finale e la variazione catastale si applicazione della sanzione di 516 euro.
Ai fini della documentazione della regolarità edilizia, la sussistenza del titolo è provata con la copia della stessa, dalla quale risulti la data di ricevimento, l'elenco di quanto presentato a corredo del progetto, e l'attestazione del professionista abilitato, e gli atti di assenso eventualmente necessari.
Nel caso di interventi edilizi eseguiti in assenza ovvero in difformità dalla scia si applica la disciplina dettata per gli interventi eseguiti in assenza o in difformità dalla Dia (articolo 37, T.u. dpr 380/2001).
Pertanto la realizzazione di interventi edilizi rientranti nell'ambito di applicazione della Scia in assenza della o in difformità dalla scia comporterà la sanzione pecuniaria pari al doppio dell'aumento del valore venale dell'immobile conseguente alla realizzazione degli interventi stessi e comunque in misura non inferiore a 516 euro.
Quando le opere realizzate in assenza di scia consistono in interventi di restauro e di risanamento conservativo, eseguiti su immobili comunque vincolati in base a leggi statali e regionali, e dalle altre norme urbanistiche vigenti, l'autorità competente a vigilare sull'osservanza del vincolo, salva l'applicazione di altre misure e sanzioni previste da norme vigenti, potrà ordinare la restituzione in pristino a cura e spese del responsabile ed irrogherà una sanzione pecuniaria da 516 a 10.329 euro.
Qualora gli interventi di restauro e di risanamento conservativo siano eseguiti su immobili, anche non vincolati, compresi nei centri storici, il dirigente o il responsabile dell'ufficio richiederà al Ministero per i beni e le attività culturali apposito parere vincolante circa la restituzione in pristino o la irrogazione della sanzione pecuniaria pari al doppio dell'aumento del valore venale dell'immobile conseguente alla realizzazione degli interventi stessi e comunque in misura non inferiore a 516 euro. Se il parere non verrà reso entro 60 giorni dalla richiesta, il dirigente o il responsabile dell'ufficio provvederà autonomamente.
Anche per gli interventi in assenza o in difformità della scia è prevista la sanatoria.
In caso di abusi formali (mancata presentazione della Scia) e, quindi, se l'intervento realizzato risulta conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dell'intervento, sia al momento della presentazione della domanda (cosiddetta doppia conformità), il responsabile dell'abuso o il proprietario dell'immobile potranno ottenere la sanatoria dell'intervento versando la somma, non superiore a 5.164,00 euro e non inferiore a 516,00 euro, stabilita dal responsabile del procedimento in relazione all'aumento di valore dell'immobile valutato dall'Agenzia del territorio.
La presentazione spontanea della scia, effettuata quando l'intervento è in corso di esecuzione, obbliga al pagamento, a titolo di sanzione, della somma di 516 euro.
Rimane ferma la possibilità per il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti, di adottare, entro i successivi 30 giorni, motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa.
La mancata presentazione della Scia non comporta l'applicazione di sanzioni penali (articolo ItaliaOggi dell'11.08.2011).

EDILIZIA PRIVATAEdilizia, la Dia non dà certezze. Il Tar può bloccare i lavori se il comune non controlla. Per l'adunanza plenaria del Consiglio di stato la denuncia di inizio attività è un atto privatistico.
La denuncia di inizio attività (sostituita dalla Scia) non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita, ma è un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge.
Se, peraltro, la p.a. non ha esperito gli accertamenti necessari per il controllo dei presupposti, il giudice può imporre l'adozione dei provvedimenti inibitori all'esercizio dell'attività intrapresa.

È quanto ha affermato l'Adunanza plenaria del Consiglio di stato, con la sentenza 29.07.2011 n. 15.
L'intervento del Consesso era stato richiesto dal Tar del Veneto, ai sensi dell'art. 99 del codice del processo amministrativo, anche a fronte di precedenti contrasti giurisprudenziali.
Contrasti, in pratica, relativi alla natura giuridica della dichiarazione di inizio attività ed alle conseguenti tecniche di tutela sperimentabili dal terzo leso dallo svolgimento dell'attività denunciata.
L'Adunanza, come risulta dalla articolata sentenza (disponibile nel sito), non si è sottratta al compito affermando che, con la Dia, il denunciante è «titolare di una posizione soggettiva di vantaggio immediatamente riconosciuta dall'ordinamento, che lo abilita a realizzare direttamente il proprio interesse, previa instaurazione di una relazione con la pubblica amministrazione, ossia un contatto amministrativo, mediante l'inoltro dell'informativa», mentre il terzo pregiudicato dallo svolgimento dell'attività «è titolare di una posizione qualificabile come interesse pretensivo all'esercizio del potere di verifica» da parte della p.a..
Ma stando così le cose, afferma la sentenza, il sistema complessivo della tutela previsto dall'ordinamento deve consentire comunque al terzo, anche se il codice espressamente non lo prevede, di ottenere la cessazione dell'attività non consentita dalla legge, attraverso l'azione di accertamento tesa a ottenere una pronuncia che verifichi l'insussistenza dei presupposti di legge per l'esercizio dell'attività oggetto della denuncia.
In altre parole, rileva l'Adunanza, «anche per gli interessi legittimi, come pacificamente ritenuto nel processo civile per i diritti soggettivi, la garanzia costituzionale impone di riconoscere l'esperibilità dell'azione di accertamento autonomo, con particolare riguardo a tutti i casi in cui, mancando il provvedimento da impugnare, una simile azione risulti indispensabile per la soddisfazione concreta della pretesa sostanziale del ricorrente».
Ciò in quanto, afferma la sentenza, «la mancata previsione nel testo finale del codice, di una norma esplicita sull'azione generale di accertamento, non è sintomatica della volontà legislativa di sancire una preclusione di dubbia costituzionalità» e, quindi, l'azione di accertamento atipica, nelle ipotesi previste dall'art. 100 c.p.c., risulta comunque praticabile; in forza delle coordinate costituzionali e comunitarie richiamate dallo stesso art. 1 del codice oltre che dai criteri di delega di cui all'art. 44 della legge n. 69/2009 (articolo ItaliaOggi del 03.08.2011).

EDILIZIA PRIVATAAumentano le tutele dei terzi sull'applicazione della «Scia».
Da sempre, la dichiarazione d'inizio di attività (la Dia) è un animale giuridico strano che crea difficoltà applicative. Ora l'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato (sentenza 29.07.2011 n. 15) interviene a porre alcuni paletti, forse opinabili, ma che almeno fanno chiarezza.
Il fatto è piuttosto semplice. Un'impresa presenta al Comune di Venezia una Dia edilizia per rendere carrabile il transito sotto un porticato gravato da servitù di passaggio pedonale pubblico. Il comproprietario del porticato impugna la Dia in quanto produttiva di un aggravio illegittimo della servitù. Il Tar Veneto, nell'accogliere il ricorso, annulla la Dia, qualificata come provvedimento autorizzativo.
In sede di appello il Consiglio di Stato conferma la sentenza con diversa motivazione.
I giudici di Palazzo Spada, infatti, negano anzitutto che la Dia, dal 2010 sostituita dalla segnalazione certificata d'inizio di attività (Scia), possa essere assimilata a un provvedimento amministrativo impugnabile. Essa è solo una dichiarazione privata presentata a una pubblica amministrazione. La Scia attua una liberalizzazione delle attività private, in precedenza assoggettate a un regime di autorizzazione preventiva. Essa è diversa anche dal silenzio-assenso, che serve solo a equiparare l'inerzia protratta oltre un certo termine a un'autorizzazione tacita.
Il Consiglio di Stato si sofferma sul regime della Scia e ricorda che
l'amministrazione può vietare l'attività entro 30 giorni (con la Scia, 60 giorni), ove accerti che essa viola la legge. Quest'ultimo è un termine perentorio: successivamente l'amministrazione può intervenire solo con i poteri di autotutela (annullamento d'ufficio) che hanno però natura discrezionale e devono rispettare gli affidamenti creati.
E qui interviene la prima novità che ha un'implicazione pratica processuale per il terzo che vuole contestare la Scia.
La sentenza equipara l'inerzia dell'amministrazione protratta oltre il termine di 30 giorni a un «atto tacito di diniego del provvedimento inibitorio». Pertanto, in quanto atto amministrativo, il terzo può impugnarlo davanti al Tar nel termine ordinario di 60 giorni. Se il ricorso viene accolto, il giudice può, non solo annullare questa finzione di atto, ma anche ordinare all'amministrazione di inibire l'attività oggetto della Scia. Vengono così ribaltati alcuni precedenti che avevano consentito al terzo di esperire un'azione di accertamento atipica (sezione VI, n. 717/2009 e n. 2139/2010).
La sentenza si pone, poi, il problema se il terzo possa promuovere un giudizio prima dei 30 giorni, in modo da impedire l'avvio dell'attività oggetto della Scia o di farla cessare subito.
E qui, con un'ulteriore piroetta interpretativa, superando alcuni ostacoli contenuti nel Codice del processo amministrativo (articolo 34, comma 2), la sentenza ammette un'azione di accertamento atipica che consente solo la richiesta di misure cautelari immediate.
Decorso il termine di 30 giorni, se l'amministrazione emana il provvedimento inibitorio, cessa la materia del contendere e il processo si estingue. Se invece l'amministrazione resta inerte, l'azione di accertamento si converte nell'azione di annullamento dell'atto tacito di diniego di esercizio del potere inibitorio.
Insomma, la tutela del terzo è piena e completa: altro miracolo del nuovo Codice, unito alla fantasia creativa del giudice amministrativo (articolo Il Sole 24 Ore del 30.07.2011).

APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: Il "decreto sviluppo" è legge!!
Sulla Gazzetta Ufficiale 12.07.02011 n. 160 è stato pubblicato il "Testo del decreto-legge 13.05.2011, n. 70, coordinato con la legge di conversione 12.07.2011, n. 106, recante: «Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l’economia.»           
La legge di conversione ha apportato numerose modifiche/integrazioni al testo originario ma non ha interessato la parte che più ci stava a cuore ovverosia la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività).
Già lo scorso 06.06.2011 dicevamo la nostra (in maniera più esaustiva che non in questo contesto) sulle novità in materia di permesso di costruire e di Scia pervenendo alla conclusione che in Lombardia:
1- fintantoché la Regione non modificherà/integrerà (semmai lo volesse fare ...) la L.R. n. 12/2005 per recepire la novità del "silenzio-assenso" nazionale (e non solo), si dovrà continuare ad applicare l'art. 38 della medesima legge regionale in relazione alla procedura di istruttoria delle istanze di permesso di costruire;
2- in Lombardia NON si può applicare l'istituto della Scia già dal 31.07.2010.

La norma è chiara (miracolo!!), scritta in maniera leggibile e comprensibile, sicché non occorre alcuna interpretazione di sorta.
Ma se non si è ancora convinti, risulta allora utile leggere il dossier n. 299/I del giugno 2011 approntato dal Senato della Repubblica recante "Disegno di legge A.S. n. 2791 "Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13.05.2011, n. 70, concernente Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l’economia" - Vol. I - Schede di lettura" laddove a pag. 227 si legge, nero su bianco, quanto segue:
"
Comma 2, lett. b) e c) – Modifiche alla SCIA nella legge 241/1990.
Le lettere b) e c) recano alcune modifiche all’art. 19 della legge n. 241/1990 relativo alla disciplina della SCIA (Segnalazione certificata di inizio attività) che viene estesa anche alla DIA in edilizia, ad esclusione della DIA alternativa o sostitutiva del permesso di costruire.
".
E ad oggi, a distanza di 60 gg. dall'entrata in vigore del decreto-legge, la Regione Lombardia non si è ancora pronunziata in merito fornendo l'autorevole contributo interpretativo agli addetti ai lavori (comuni e liberi professionisti) ... ma va da sé che "chi tace acconsente" !!
13.07.2011 - LA SEGRETERIA PTPL

APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: G.U. 12.07.2011 n. 160 "Testo del decreto-legge 13.05.2011, n. 70, coordinato con la legge di conversione 12.07.2011, n. 106, recante: «Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l’economia.».
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N.B.: le modifiche apportate dalla legge di conversione hanno efficacia dal giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella G.U. e cioè dal 13.07.2011.
Per comodità, si veda e si legga a confronto il testo del Decreto Sviluppo prima e dopo la conversione (link a www.leggioggi.it).

EDILIZIA PRIVATA: "Decreto sviluppo": Regione Lombardia, se ci sei batti un colpo!!
E' dallo scorso 14 maggio che il D.L. 70/2011 è in vigore e da quella data (invero, prima ancora che il decreto -già di dominio pubblico- fosse pubblicato in G.U.) ci siamo posti due elementari domande e cioè:
1) nell'istruire le istanze di permesso di costruire, si applica la procedura del novellato art. 20 del D.P.R. n. 380/2001 oppure si continua ad applicare la procedura di cui all'art. 38 della L.R. n. 12/2005??
2) la Scia in materia edilizia adesso esiste??

Orbene, martedì scorso 31.05 si è tenuta a Bergamo una mezza giornata di studio (organizzata da PTPL) circa le novità introdotte in materia edilizio-urbanistica dal suddetto "decreto sviluppo" con relatore l'Avv. Mario VIVIANI del foro di Milano.
L'Amico Mario, come sempre brillante ed arguto analizzatore della norma, ha chiarito ai partecipati -seduti in platea- i dubbi di maggior interesse ed ha fornito le condivisibili risposte ai due quesiti sopra elencati ... ma restiamo, comunque, nell'attesa che la Regione Lombardia fornisca chiarimenti ufficiali, possibilmente prima di Natale p.v..
Ma andiamo con ordine ...
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1) L'art. 20 del D.P.R. n. 380/2001 titola "Procedimento per il rilascio del permesso di costruire" ed in Lombardia è stato disapplicato ad opera dell'art. 103, comma 1, della L.R. n. 12/2005 per cui l'iter istruttorio è quello di cui all'art. 38 del medesima legge regionale.
Se è vero che il legislatore nazionale ha riscritto l'iter istruttorio de quo ad opera dell'art. 5, comma 2, lett. a), del D.L. n. 70/2011 è altrettanto vero che si tratta di "materia di legislazione concorrente" di competenza regionale (ex art. 117 della Carta costituzionale) talché la Regione Lombardia dal 2005 si è dotata di una procedura speciale/differenziata da quella nazionale. La novità nazionale, non di poco conto, è l'introduzione del "silenzio-assenso" con alcune eccezioni.
Ma fintantoché la Regione Lombardia non modificherà/integrerà (semmai lo volesse fare ...) la L.R. n. 12/2005 per recepire la novità del "silenzio-assenso" nazionale (e non solo)
si dovrà continuare ad applicare l'art. 38 della medesima legge regionale in relazione alla procedura di istruttoria delle istanze di permesso di costruire.
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2) Da questo sito abbiamo sempre sostenuto come il nuovo istituto della Scia (segnalazione certificata di inizio attività) in materia edilizia non esistesse, e ciò per una serie di motivazioni tecnico-giuridiche troppo lunghe da riportare qui.
Ripercorriamo velocemente i trascorsi ...
Lo scorso 31.07.2010 è entrata in vigore la Scia (L. 122/2010 di conversione del D.L. 78/2010). Il Ministero per la Semplificazione Normativa esordiva "ufficialmente" per primo (e ultimo) con la
nota 16.09.2010 n. 1340 di prot. in risposta ad un quesito formulato dalla Regione Lombardia, circa chiarimenti sulla portata della Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) in materia edilizia.
Successivamente, anche la Regione Lombardia diceva la propria col comunicato 08.10.2010 circa la portata della Scia, in materia edilizia, nell'ordinamento regionale.
Nell'AGGIORNAMENTO AL 29.11.2010 scrivevamo la news di seguito riportata:

Il
Governo, nella settimana del’08.11.2010, ha presentato l’emendamento n. 1.500 al ddl di stabilità per il 2011 (A.C. 3778) e cioè la Finanziaria 2011, il quale all’art. 4 recita “Semplificazioni in materia di urbanistica, edilizia e di segnalazione certificata di inizio attività”.
Invero, l’art. 4 de quo è stato ritenuto “inammissibile” dal Presidente della Camera dei Deputati (si legga la "Sintesi del contenuto ed analisi degli effetti finanziari" a cura della Camera stessa).
E’ interessante, comunque, evidenziare ed approfondire il contenuto del suddetto art. 4 in ordine alla volontà del legislatore di introdurre ancòra novità nel panorama legislativo in materia di edilizia ed urbanistica. E ciò che preme qui evidenziare è l’intenzione di chiarire la portata della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) anche nell’ambito edilizio di cui al D.P.R. n. 380/2001 in virtù delle numerose prese di posizione, da più parti- in ordine alla non applicabilità della stessa in materia edilizia.
Nella fattispecie, l’art. 4, comma 10, lett. b), così recita:
«b) all’art. 19, comma 1, primo periodo, dopo le parole: “nonché di quelli”, sono aggiunte le seguenti: “previsti dalla normativa per le costruzioni in zone sismiche e di quelli” e dopo il comma 6 sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
“6-bis. Le disposizioni del presente articolo si interpretano nel senso che le stesse si applicano limitatamente alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire, e che non sostituiscano la disciplina prevista dalle leggi regionali che, in attuazione dell’articolo 22, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, abbiano ampliato l’ambito applicativo delle disposizioni di cui all’articolo 22, comma 3, del medesimo decreto.
6-ter. Nei casi di segnalazione certificata di inizio attività in materia edilizia, il termine di cui al periodo del comma 3 è ridotto a trenta giorni. Fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al comma 6, restano altresì ferme le disposizioni relative alla vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia, alle responsabilità e alle sanzioni previste dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, e delle leggi regionali.”
».

Il Ragioniere Generale dello Stato (Canzio), con nota 11.11.2010 n. 95098 di prot. di accompagnamento della relazione tecnica di finanza pubblica all'emendamento de quo, scrive -tra l'altro- che "Viene altresì specificato meglio l'ambito di applicazione della Scia, introducendo un comma aggiuntivo all'articolo 19 della legge 241 del 1990, al fine di chiarire i dubbi interpretativi emersi in sede di prima applicazione dell'istituto, precisando che esso si estende anche alla materia edilizia, con esclusione dei casi di Superdia, in linea con quanto già osservato nella nota esplicativa del Ministero per la semplificazione normativa. ...".
Ebbene,
che bisogno c'era di integrare ulteriormente il novellato art. 19 della L. n. 241/1990?? La circolare del Cons. Chinè non era sufficiente, come dallo stesso dichiarato pubblicamente, a fugare ogni sorta di dubbio??
Evidentemente NO!!
Comunque, l'emendamento alla Finanziaria 2011 che avrebbe integrato l'art. 19 della L. n. 241/1990 non è stato ammesso e, quindi, siamo al punto di partenza:
ad oggi la SCIA, in materia edilizia, NON ESISTE!!


Ora, il Governo ha emanato il noto D.L. n. 70/2011 ove, nella sostanza, ha riproposto le modifiche/integrazioni alla L. n. 241/1990 siccome avanzate lo scorso fine anno e precisamente:
"c) Le disposizioni di cui all’articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380,
con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire. Le disposizioni di cui all’articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 si interpretano altresì nel senso che non sostituiscono la disciplina prevista dalle leggi regionali che, in attuazione dell’articolo 22, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, abbiano ampliato l’ambito applicativo delle disposizioni di cui all’articolo 22, comma 3, del medesimo decreto e nel senso che, nei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali, la Scia non sostituisce gli atti di autorizzazione o nulla osta, comunque denominati, delle amministrazioni preposte alla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale." [cfr. art. 5, comma 2, lett. c), D.L. 70/2011].
Ciò detto, sovvengono le seguenti considerazioni:
1) la norma di cui alla suddetta lett. c) è, di fatto, una interpretazione autentica di quanto dispone la L. 241/1990 siccome modificata/integrata ad opera della L. 122/2010 di conversione del D.L. 78/2010 e, quindi, con effetto retroattivo (cioè dal 31.07.2010).
Ciò avvalora ancor più la tesi secondo cui
la nota 16.09.2010 n. 1340 di prot. del Ministero per la Semplificazione Normativa, non appena di dominio pubblico, non aveva per niente convinto circa l'esistenza (dal 31.07.2010) della Scia in materia edilizia, seppur con alcune limitazioni ... altrimenti, che bisogno c'era -oggi- con il D.L. 70/2011 di interpretare quella norma in maniera autentica e cioè con effetto retroattivo??
E' evidente che il legislatore nazionale si è accorto di aver "toppato" lo scorso anno nel redigere il testo della norma ed ora è corso ai ripari ... tra l'altro, il Cons. Chinè che ha sottoscritto la
nota 16.09.2010 n. 1340 di prot. in risposta ad un quesito formulato dalla Regione Lombardia, circa chiarimenti sulla portata della Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) in materia edilizia, parrebbe che sia stato "sollevato" dall'incarico di Capo Ufficio Legislativo (forse, proprio per quell'infelice ed alquanto discutibile e discussa nota??) visto che alla data del 03.05.2011 il Capo Ufficio Legislativo del Ministero della Semplificazione Normativa risulta altra persona (cfr. nota 03.05.2011 n. 810 di prot.).
2) l'odierno legislatore nazionale, col decreto-legge de quo, ha scritto, nero su bianco, che "... Le disposizioni di cui all’articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire.".
Avete capito bene??
Se è vero, come è vero, che in Lombardia la DIA è alternativa al permesso di costruire senza alcuna limitazione (a parte i nuovi fabbricati in zona agricola ed i mutamenti di destinazione d’uso di cui all’art. 52, comma 3-bis, della L.R. n. 12/2005, assoggettati unicamente al permesso di costruire) e cioè, in altri termini, non esistono interventi edilizi che sono obbligatoriamente soggetti alla DIA, ne deriva una conclusione evidente, chiara, incontrovertibile:
in Lombardia NON si può applicare l'istituto della Scia!!
Paradossalmente, potremmo dire che il Governo ha contribuito non poco ad un clamoroso "autogol" laddove si continuava a sostenere che la Scia, in Lombardia, esistesse così come nel resto del territorio nazionale ... tesi sostenuta anche e soprattutto dal Cons. Chinè (in un convegno pubblico, dello scorso anno, intervenuto quale relatore) che additava la Lombardia come caso esemplare di diffusa applicazione (ma quando mai!!) del nuovo istituto.
E paradossalmente, altresì, la Regione Lombardia se volesse far decollare sul proprio territorio l'istituto della Scia dovrebbe mettere mano alla L.R. n. 12/2005 e prevedere alcuni interventi edilizi come soggetti obbligatoriamente a DIA ... allora sì che per quest'ultimi si applicherebbe la Scia.
06.06.2011 - LA SEGRETERIA PTPL

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: NOTA DI LETTURA DECRETO-LEGGE 13.05.2011 N. 70 “SEMESTRE EUROPEO - PRIME DISPOSIZIONI URGENTI PER L'ECONOMIA” (ANCI, nota 24.05.2011).

EDILIZIA PRIVATA: La SCIA in edilizia.
L’entrata in vigore del decreto legge 13.05.2011, n. 70, noto come “decreto sviluppo”, ha esteso l’istituto della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) anche al settore degli interventi edilizi prima oggetto di denuncia di inizio attività (DIA).
Si ricorderà che la legge del 30.07.2010, n. 122, di conversione al D.l. 78/2010 (c.d. maxiemendamento), tra le diverse ed articolate novità introdotte alla sua versione originaria, all’art. 48-quater, aveva riscritto l’art. 19 della legge 07.08.1990 n. 241, riguardante la c.d. dichiarazione di inizio attività (DIA).
Tuttavia, contemporaneamente al vigore della richiamata riforma, erano stati manifestati orientamenti contrastanti circa il campo di applicazione della richiamata SCIA.
In particolare il dibattito era incentrato sulla possibilità di estendere la riforma anche al settore edilizio, ritenendo sostituita non solo la dia (dichiarazione di inizio attività) di cui al citato art. 19 della legge 241/1990, ma anche la dia (denuncia di inizio attività) di cui all’art. 22 del Dpr 380/2001.
Sul punto era intervenuta la nota esplicativa del Ministero per la semplificazione normativa, pubblicata il 16.09.2010, la quale riteneva che la “nuova” SCIA doveva ritenersi applicabile anche al settore degli interventi edilizi.
Tuttavia, nonostante tali chiarimenti e considerato il dato letterale, il dubbio restava e veniva manifestato anche dal Consiglio di Stato che, con ordinanza del 05.01.2011 n. 14, aveva rilevato il dubbio applicativo.
Come anticipato, il c.d. decreto sviluppo, all’art. 5 incide sul tema e prevede definitivamente l’estensione della SCIA agli interventi edilizi: la norma già nelle battute iniziali chiarisce che uno degli obbiettivi che intende perseguire è la “estensione della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) agli interventi edilizi precedentemente compiuti con denuncia di inizio attività (DIA);”.
In dettaglio, viene dapprima aggiunto il comma 6-bis dell’art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241, il quale prevede che “Nei casi di Scia in materia edilizia, il termine di sessanta giorni di cui al primo periodo del comma 3 è ridotto a trenta giorni. Fatta salva l'applicazione delle disposizioni di cui al comma 6, restano altresì ferme le disposizioni relative alla vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia, alle responsabilità e alle sanzioni previste dal d.P.R. 06.06.2001, n. 380, e dalle leggi regionali.”.
Il decreto sviluppo chiarisce inoltre che “Le disposizioni di cui all'articolo 19 della legge 07.08.1990, n. 241 si interpretano nel senso che le stesse si applicano alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire. Le disposizioni di cui all'articolo 19 della legge 07.08.1990, n. 241 si interpretano altresì nel senso che non sostituiscono la disciplina prevista dalle leggi regionali che, in attuazione dell'articolo 22, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380, abbiano ampliato l'ambito applicativo delle disposizioni di cui all'articolo 22, comma 3, del medesimo decreto e nel senso che, nei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali, non sostituisce gli atti di autorizzazione o nulla osta, comunque denominati, delle amministrazioni preposte alla tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale.” (tratto e link a www.professioni-imprese24.ilsole24ore.com).

APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: In merito al cosiddetto "decreto sviluppo" (D.L. 13.05.2011 n. 70) si legga anche l'interessante relazione di accompagnamento al decreto-legge per la relativa conversione in legge al fine di poter comprendere appieno la ratio dell'articolato.

APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: G.U. 13.05.2011 n. 110 "Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l’economia" (D.L. 13.05.2011 n. 70).
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In Gazzetta Ufficiale il "decreto sviluppo".
Molte le novità importanti e, tra le tante, in merito:
- agli appalti (art. 4 - Costruzione di opere pubbliche) e precisamente:
a) estensione del campo di applicazione della finanza di progetto, anche con riferimento al cosiddetto "leasing in costruendo";
b) limite alla possibilità' di iscrivere "riserve";
c) introduzione di un tetto di spesa per le "varianti";
d) introduzione di un tetto di spesa per le opere cosiddette "compensative";
e) contenimento della spesa per compensazione,in caso di variazione del prezzo dei singoli materiali di costruzione;
f) riduzione della spesa per gli accordi bonari;
g) istituzione nelle Prefetture di un elenco di fornitori e prestatori di servizi non soggetti a rischio di inquinamento mafioso;
h) disincentivo per le liti "temerarie";
i) individuazione, accertamento e prova dei requisiti di partecipazione alle gare mediante collegamento telematico alla Banca dati nazionale dei contratti pubblici;
l) estensione del criterio di autocertificazione per la dimostrazione dei requisiti richiesti per l'esecuzione dei lavori pubblici;
m) controlli essenzialmente "ex post" sul possesso dei requisiti di partecipazione alle gare da parte delle stazioni appaltanti;
n) tipizzazione delle cause di esclusione dalle gare, cause che possono essere solo quelle previste dal codice dei contratti pubblici e dal relativo regolamento di esecuzione e attuazione, con irrilevanza delle clausole addizionali eventualmente previste dalle stazioni appaltanti nella documentazione di gara;
o) obbligo di scorrimento della graduatoria, in caso di risoluzione del contratto;
p) razionalizzazione e semplificazione del procedimento per la realizzazione di infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale ("Legge obiettivo");
q) innalzamento dei limiti di importo per l'affidamento degli appalti di lavori mediante procedura negoziata;
r)
innalzamento dei limiti di importo per l'accesso alla procedura semplificata ristretta per gli appalti di lavori. Inoltre, e' elevata da cinquanta a settanta anni la soglia per la presunzione di interesse culturale degli immobili pubblici;
- al rilascio del permesso di costruire ed in  materia di SCIA (art. 5 - Costruzioni private) e precisamente:
a) introduzione del "silenzio assenso" per il rilascio del permesso di costruire, ad eccezione dei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici e culturali;
b) estensione della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) agli interventi edilizi precedentemente compiuti con denuncia di inizio attività' (DIA);
c) tipizzazione di un nuovo schema contrattuale diffuso nella prassi: la "cessione di cubatura";
d) la registrazione dei contratti di compravendita immobiliare assorbe l'obbligo di comunicazione all'autorità locale di pubblica sicurezza;
e) per gli edifici adibiti a civile abitazione l'"autocertificazione" asseverata da un tecnico abilitato sostituisce la cosiddetta relazione "acustica";
f) obbligo per i Comuni di pubblicare sul proprio sito istituzionale gli allegati tecnici agli strumenti urbanistici;
g)esclusione della procedura di valutazione ambientale strategica (VAS) per gli strumenti attuativi di piani urbanistici già sottoposti a valutazione ambientale strategica;
h)
legge nazionale quadro per la riqualificazione incentivata delle aree urbane. Termine fisso per eventuali normative regionali;
- agli adempimenti burocratici di atti amministrativi (art. 6 - Ulteriori riduzione e semplificazione degli adempimenti burocratici) e precisamente:
a) in corretta applicazione della normativa europea le comunicazioni relative alla riservatezza dei dati personali sono limitate alla tutela dei cittadini, conseguentemente non trovano applicazione nei rapporti tra imprese;
b) le pubbliche amministrazioni devono pubblicare sul proprio sito istituzionale l'elenco degli atti e documenti necessari per ottenere provvedimenti amministrativi; altri atti o documenti possono essere richiesti solo se strettamente necessari e non possono costituire ragione di rigetto dell'istanza del privato;
c) riduzione degli adempimenti concernenti l'utilizzo di piccoli serbatoi di GPL;
d) facoltà di effettuare "on line" qualunque transazione finanziaria ASL-imprese e cittadini;
e) per i trasporti eccezionali l'attuale autorizzazione prevista per ciascun trasporto e' sostituita, per i trasporti della medesima tipologia ripetuti nel tempo, da un autorizzazione periodica da rilasciarsi con modalità semplificata;
f)
riduzione degli oneri amministrativi da parte delle amministrazioni territoriali.
Orbene, evidenziamo che il decreto legge in questione è in vigore già da sabato scorso (14.05.2011) e che da oggi ci si pone il problema, uno fra tanti, di come istruire le richieste di permesso di costruire pervenute: si applica il novellato art. 20 del D.P.R. n. 380/2011 oppure l'art. 38 della L.R. n. 12/2005??
Inoltre, adesso è chiaro, certo, incontrovertibile che la SCIA si applica anche in  materia edilizia??

Abbiamo già sollecitato telefonicamente -nei giorni scorsi e non appena di dominio pubblico la bozza di decreto-legge- l'Ufficio Giuridico della Regione Lombardia affinché intervenga tempestivamente con una nota chiarificatrice al fine di non lasciare allo "sbando operativo" i 1.546 comuni lombardi così come già successo l'anno scorso con l'introduzione -nel panorama legislativo nazionale (e regionale)- della famigerata SCIA, per la quale la Regione Lombardia intervenne, fugando affatto i dubbi che ancora oggi permangono in merito alla sussistenza della stessa in materia edilizia, con il proprio comunicato 08.10.2010 dopo la bellezza di 70 giorni che la SCIA era già entrata in vigore (il 31.07.2010).
16.05.2011 - LA SEGRETERIA PTPL

EDILIZIA PRIVATA: Procedimento automatico, SCIA e prevenzione incendi. In vigore le nuove procedure dal 29.03.2011.
Il D.P.R. del 07.09.2010, n. 160 definisce il “Nuovo Regolamento per la semplificazione ed il riordino della disciplina sullo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP)” e sostituisce il DPR n. 447 del 1998 entrando in vigore in momenti diversi:
- il 29.03.2011 per i capi l, II, III, V e VI;
- il 30.09.2011 per il capo IV.
Il nuovo Regolamento stabilisce che i Comuni devono esercitare le funzioni amministrative in materia di insediamenti produttivi, affidando l’intero procedimento ad un’unica struttura, il SUAP, alla quale gli interessati si rivolgono per l'autorizzazione finalizzata alla realizzazione, ristrutturazione e ampliamento di impianti produttivi di beni e servizi.
I Comandi dei VV.F., come tutte le amministrazioni pubbliche diverse dal Comune che sono interessate dal procedimento, non possono trasmettere al richiedente nessun tipo di atto o comunicazione e sono tenute a trasmettere tutto al SUAP dandone comunicazione al richiedente.
Il regolamento è stato strutturato sulla distinzione tra due procedimenti:
1- Procedimento Automatizzato: fondato sulla SCIA, che entra in vigore il 29.03.2011;
2- Procedimento Ordinario: riguardante gli atti e i procedimenti ai quali non è applicabile la SCIA, che entra in vigore il 30.09.2011.
Il Dipartimento dei Vigili del Fuoco ha ritenuto opportuno emanare la Circolare n. 3791 del 24.03.2011 contenente le modalità applicative per il Procedimento Automatizzato.
Dal 29.03.2011 gli interventi relativi a realizzazione e modifica di impianti produttivi di beni e servizi e ad attività di impresa soggetti a SCIA devono essere presentati al SUAP, esclusivamente per via telematica e con gli standard previsti dal DPR 160/2010.
La Circolare individua le attività soggette al controllo dei Vigili del Fuoco di cui al D.M. 16/02/1982, per le quali è consentito il Procedimento Automatizzato (la SCIA). Per gli interventi di prevenzione incendi non soggetti a SCIA, che presuppongono un giudizio tecnico-discrezionale dell’organo di controllo (ad esempio attività non normate, attività particolarmente complesse, procedure secondo l’approccio ingegneristico, deroghe), continuano ad utilizzarsi in via transitoria le disposizioni del D.P.R. 447/1998 e s.m.i., sino all’entrata in vigore del Procedimento Ordinario di cui al Capo IV del regolamento SUAP, ossia il 30.09.2011.
Relativamente al Procedimento Automatizzato, il SUAP, al momento della presentazione della SCIA, dovrà verificare con modalità informatica la completezza formale della segnalazione e dei relativi allegati e, in caso di verifica positiva, rilasciare automaticamente la ricevuta che autorizza l’impresa ad iniziare l’attività. Inoltre il SUAP trasmetterà, sempre per via telematica, la segnalazione e i relativi allegati alle Amministrazioni e agli uffici competenti, quindi anche ai Comandi Provinciali.
Gli standard relativi ai formati dei file, allegati alle domande di prevenzione incendi prodotte digitalmente, sono pubblicati nel sito internet istituzionale dei Vigili del Fuoco, nella sezione prevenzione incendi on-line; le estensioni ammesse dei file da allegare sono:
- JPG;
- PDF;
- DWF.
Le domande di prevenzione incendi redatte in forma digitale devono pervenire ai Comandi attraverso il portale “impresainungiorno.gov.it”, oppure attraverso la PEC del SUAP (link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATALa segnalazione certificata di inizio attività (marzo 2011 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 12 del 22.03.2011, "Art. 19 legge n. 241/1990: la segnalazione certificata di inizio attività – Prime indicazioni applicative" (circolare regionale 21.03.2011 n. 3).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 12 del 22.03.2011, "Testo coordinato del d.d.g. 18.03.2011, n. 2481 “Adeguamento degli schemi di dichiarazione e dei relativi allegati in attuazione della l.r. 02.02.2007 n. 1, art. 5 alla disciplina SCIA di cui al d.l. 31.05.2010 e approvazione schema incarico per la loro sottoscrizione digitale e presentazione telematica”, rettificato dal d.d.g. 21.03.2011, n. 2520".
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Per comodità di utilizzo pratico, si ripropone la modulistica della SCIA senza l'intestazione del BURL:
1- modello A ---> SEGNALAZIONE CERTIFICATA INIZIO / MODIFICA ATTIVITÀ (SCIA);
2- modello B ---> SEGNALAZIONE CERTIFICATA DI SUBINGRESSO / CESSAZIONE / SOSPENSIONE E RIPRESA / CAMBIAMENTO RAGIONE SOCIALE DI ATTIVITÀ PRODUTTIVA;
3- scheda 1 ---> ATTIVITÀ DI VENDITA EX ART. 7 D.LGS. 114/1998 / FORME SPECIALI DI VENDITA EX ARTT. DA 16 A 21 D.LGS. 114/1998 / SOMMINISTRAZIONE EX ART. 68, COMMA 4, L.R. 06/2010;
4- scheda 2 ---> REQUISITI MORALI E PROFESSIONALI PER LE ATTIVITÀ DI VENDITA E SOMMINISTRAZIONE DI ALIMENTI E BEVANDE;
5- scheda 3 - REQUISITI PROFESSIONALI PER ATTIVITÀ DI SERVIZI ALLA PERSONA;
6- scheda 4 ---> ATTIVITÀ DI PRODUZIONE;
7- scheda 5 ---> COMPATIBILITÀ AMBIENTALE;
8- scheda 6 ---> ATTIVITÀ TURISTICO RICETTIVA;
9- SEGNALAZIONE CERTIFICATA DI INIZIO ATTIVITÀ PER L’ESERCIZIO ATTIVITÀ AGRITURISTICA (ai sensi L.R. n. 31/2008 art. 154) E COMUNICAZIONI VARIE;
10- allegato c ---> INCARICO PER LA SOTTOSCRIZIONE DIGITALE E PRESENTAZIONE TELEMATICA DELLA SEGNALAZIONE CERTIFICATA DI INIZIO/MODIFICA ATTIVITÀ (S.C.I.A.) PROCURA ai sensi dell’art. 1392 c.c.

EDILIZIA PRIVATASegnalazione certificata di inizio attività (Geometra Orobico n. 1/2011).

EDILIZIA PRIVATA: W. Fumagalli, La segnalazione certificata di inizio attività nell’edilizia (AL n. 01-02/2011).

EDILIZIA PRIVATATITOLI EDILIZI: Così si impugnano la Dia e la Scia.
In attesa che si pronunci il Consiglio di Stato, l'incertezza sulla natura giuridica della Dia e della Scia condiziona le contestazioni di terzi. Chi vuole opporsi ai lavori avviati in base a uno di questi due titoli, oggi deve chiedere al Comune lo stop ai lavori e, al contempo, domandare al Tar l'annullamento del provvedimento.
In attesa che il Consiglio di Stato decida sull'inquadramento della dichiarazione servono più livelli di tutela. Contro la Dia non basta il ricorso. I terzi che contestano i lavori devono rivolgersi sia al Tar sia al Comune.
La natura giuridica della denuncia di inizio di attività (Dia), della segnalazione certificata di inizio attività (Scia) e della comunicazione di inizio lavori non è solo una questione teorica: anzi, ha importante ricadute pratiche. La possibilità di contestare al Tar gli interventi edilizi realizzabili con questi titoli edilizi dipende infatti da come si definiscono le dichiarazioni con cui il privato può avviare i lavori senza dover attendere il rilascio del permesso di costruire.
Il permesso di costruire -in quanto provvedimento espresso della p.a.- è pacifico che possa essere impugnato al Tar entro Go giorni dalla sua conoscibilità, che al più tardi coincide con l'avvio dei lavori o con il momento in cui gli stessi raggiungono lo stadio che consente ai terzi di valutarne la portata lesiva.
Ma per le denunce o le segnalazioni presentate dai privati c'è più di un dubbio: è possibile impugnarle? Oppure bisogna chiedere al comune di bloccare i lavori ed eventualmente portare al giudice la decisione dell'amministrazione di lasciar correre?
La differenza è evidente: nel primo caso si può andare subito dal giudice anche per chiedere l'immediata sospensione dei lavori, nell'altro caso possono non bastare alcuni anni e si rischia di arrivare al Tar a opere finite.
L'impugnazione.
È proprio di un caso come questo che il Consiglio di Stato si è recentemente interessato per fare chiarezza in merito.
Si trattava di una Dia presentata per rendere carrabile un porticato, impugnata dal vicino e annullata dal Tar Veneto. Il costruttore ha quindi proposto appello sostenendo che la Dia non costituirebbe atto amministrativo impugnabile e suscettibile di rimedi demolitori, trattandosi di attività del privato e non assumendo valore provvedimentale; la sentenza sarebbe quindi erronea laddove ha ritenuto direttamente impugnabile la Dia.
Il Consiglio di Stato con l'ordinanza 14/2011 del 07.12.2010, alla luce del contrasto giurisprudenziale in atto addirittura all'interno della stessa sezione chiamata a dirimere la controversia, ha deciso di rimettere la questione all'Adunanza plenaria deputata a dare un univoco indirizzo che possa guidare i Tar e i cittadini.
Esistono -secondo l'ordinanza citata- almeno tre tesi ... (articolo Il Sole 24 Ore del 14.02.2011 - tratto da www.corteconti.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: Diniego di inizio attività di D.I.A. - Art. 23 D.P.R. n. 380/2001 - Volontà dell'Amministrazione - Principio di economicità del procedimento - Illegittimità.
Sebbene l'art. 23 D.P.R. n. 380/2001 non preveda parentesi procedimentali produttive di sospensione del termine di trenta giorni entro cui l'Amministrazione deve esercitare il potere inibitorio, nel caso in cui l'Amministrazione abbia espressamente rinviato l'esame della D.I.A. al momento della presentazione dell'autorizzazione per l'attività industriale, non può la stessa richiedere, in contrasto con il principio di economicità del procedimento, la presentazione della medesima D.I.A. integrata dall'autorizzazione, risultando conseguentemente illegittimo il diniego impugnato motivato sulla base di tale mancata ripresentazione della domanda (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 20.12.2010 n. 7630 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Permesso di costruire - Termine di impugnazione - Decorrenza dalla percezione della lesività dell'opera.
2. DIA - Duplice e contestuale intervento di demolizione/ricostruzione di immobile e recupero di sottotetto - Legittimità - Presupposti.
1.
In tema di tempestività dell'impugnazione della DIA -o del permesso di costruire- il termine di impugnazione decorre dall'effettiva percezione della lesività delle opere edilizie assentite (cfr. TAR Milano, sent. nn. 1147/2010, 1149/2010 e 1150/2010).
2. L'intervento conseguente ad una DIA che, in realtà, debba qualificarsi come una sorta di doppio intervento edilizio, seppure oggetto di un solo titolo abilitativo -da una parte una ristrutturazione edilizia, mediante demolizione e ricostruzione dell'immobile, ex art. 27, comma 1, lettera d) L.R. 12/2005, e dall'altra un contestuale recupero ai fini abitativi del sottotetto esistente, ex art. 63 della medesima legge regionale- è legittimo, purché sussistano i presupposti di legge per entrambi gli interventi (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.12.2010 n. 7511 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. D.I.A. - Potere della P.A. di inibire l'esecuzione dei lavori - Grado di motivazione dell'atto in autotutela - Principio di diretta proporzionalità tra la motivazione ed il trascorrere del tempo.
2. D.I.A. - Potere sanzionatorio della P.A. - Presupposti.

1. In materia di D.I.A. e di relativo annullamento in autotutela, tanto maggiore è il lasso di tempo trascorso tra l'avvio dell'attività e l'esercizio del potere di autotutela, maggiore deve, dunque, essere il grado di motivazione sulle ragioni di pubblico interesse, diverse da quelle al mero ripristino della legalità, che deve connotare il relativo provvedimento amministrativo (cfr. Cons. di Stato, sent. n. 6465/2006, n. 5622/2006, n. 846/2006).
2. In materia di DIA, una volta decorso il termine perentorio di 30 giorni previsto dall'art. 23, D.P.R. 380/2001, la P.A., per potere esercitare il potere sanzionatorio, deve, in primis, incidere sul titolo edilizio, intervenendo su di esso in autotutela, sempre che ne ricorrano i presupposti (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 03.12.2010 n. 7474 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Denuncia di inizio attività - Produzione effetti dal trentesimo giorno dalla presentazione - Presupposti.
2. Denuncia di inizio attività - Modifiche normative successive alla presentazione della DIA - Principio della sensibilità della DIA - Ratio.
3. Denuncia di inizio attività - Modifiche normative successive alla presentazione della DIA - Principio della sensibilità della DIA - Applicabilità alle disposizioni regolamentari.

1. La DIA, indipendentemente dalla qualifica giuridica assegnata -punto su cui si contrappongono due differenti orientamenti che sostengono rispettivamente la natura di autorizzazione implicita e di atto privato- produce effetti al trentesimo giorno dalla sua presentazione, purché, sia completa di tutti gli elementi richiesti dalla legge (cfr. TAR Milano, sent. n. 5737/2008).
2. Nello spatium deliberandi dei 30 giorni dalla presentazione della DIA, periodo durante il quale la P.A. ha un compito di controllo, a conclusione del quale può esercitare poteri inibitori dei lavori non ancora avviati, le eventuali modifiche normative devono trovare applicazione, in quanto il procedimento non è ancora perfezionato e la DIA non può produrre effetti: vige allora il principio del tempus regit actum, per cui la P.A. è tenuta ad applicare la normativa in vigore al momento dell'adozione del provvedimento definitivo, quand'anche sopravvenuta, e non già, salvo che espresse norme statuiscano diversamente, quella in vigore al momento dell'avvio del procedimento.
3. Il principio della "sensibilità" della DIA alle modifiche legislative nei trenta giorni tra la presentazione e l'inizio dell'efficacia, deve trovare applicazione anche rispetto ad eventuali variazioni delle disposizioni regolamentari, tra cui la disciplina pianificatoria e le tariffe degli oneri (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 02.12.2010 n. 7467 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Dissertazioni sulla SCIA.
Sul sito http://tv.architettiroma.it è possibile accedere ai video del Convegno nazionale sulla semplificazione delle procedure edilizie, tenutosi martedì 05.10.2010.
Suggeriamo di ascoltare l'intervento del Cons. Chinè, capo ufficio legislativo Ministero per la semplificazione normativa.
Intervento che non solo ignora le problematiche giuridiche sollevate da più parti (ANCI in prima linea) sulla correttezza dell'interpretazione dell'articolo 19 l. 241/1990 fornita dal Ministero, ma che rivela l'affanno e l'imbarazzo del Ministero
(minuto 21:30) nel momento in cui la platea ne contesta la posizione.
Segnaliamo che, a seguito dell'incontro con il Ministero della Semplificazione, il Consiglio Nazionale Architetti ha richiesto la riscrittura del testo legislativo sulla materia della SCIA, tenuto conto della "diffusa incertezza da parte degli operatori professionali, imprenditoriali nonché degli Enti locali nell'applicazione della nuova disciplina, oltre che della possibile disomogeneità interpretativa sul territorio nazionale, si ritiene utile suggerire la emanazione di un urgente provvedimento legislativo che consenta di dirimere i dubbi circa la applicazione del nuovo regime semplificazione".
Si ascolti, altresì, la replica sempre del Cons. Chiné a fronte di alcuni quesiti formulati in sala.
Buona visione (commento tratto dalla newsletter del sito http://studiospallino.blogspot.com).

EDILIZIA PRIVATAC'è ancora qualcuno che sia convinto dell'esistenza della SCIA in luogo della DIA in materia edilizia??
Il Governo, nella settimana del’08.11.2010, ha presentato l’emendamento n. 1.500 al ddl di stabilità per il 2011 (A.C. 3778) e cioè la Finanziaria 2011, il quale all’art. 4 recita “Semplificazioni in materia di urbanistica, edilizia e di segnalazione certificata di inizio attività”.
Invero, l’art. 4 de quo è stato ritenuto “inammissibile” dal Presidente della Camera dei Deputati (si legga la "Sintesi del contenuto ed analisi degli effetti finanziari" a cura della Camera stessa).
E’ interessante, comunque, evidenziare ed approfondire il contenuto del suddetto art. 4 in ordine alla volontà del legislatore di introdurre ancòra novità nel panorama legislativo in materia di edilizia ed urbanistica. E ciò che preme qui evidenziare è l’intenzione di chiarire la portata della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) anche nell’ambito edilizio di cui al D.P.R. n. 380/2001 in virtù delle numerose prese di posizione, da più parti- in ordine alla non applicabilità della stessa in materia edilizia.
Nella fattispecie, l’art. 4, comma 10, lett. b), così recita:
«b) all’art. 19, comma 1, primo periodo, dopo le parole: “nonché di quelli”, sono aggiunte le seguenti: “previsti dalla normativa per le costruzioni in zone sismiche e di quelli” e dopo il comma 6 sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
“6-bis. Le disposizioni del presente articolo si interpretano nel senso che le stesse si applicano limitatamente alle denunce di inizio attività in materia edilizia disciplinate dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, con esclusione dei casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire, e che non sostituiscano la disciplina prevista dalle leggi regionali che, in attuazione dell’articolo 22, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, abbiano ampliato l’ambito applicativo delle disposizioni di cui all’articolo 22, comma 3, del medesimo decreto.
6-ter. Nei casi di segnalazione certificata di inizio attività in materia edilizia, il termine di cui al periodo del comma 3 è ridotto a trenta giorni. Fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al comma 6, restano altresì ferme le disposizioni relative alla vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia, alle responsabilità e alle sanzioni previste dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, e delle leggi regionali.”
».

Il Ragioniere Generale dello Stato (Canzio), con nota 11.11.2010 n. 95098 di prot. di accompagnamento della relazione tecnica di finanza pubblica all'emendamento de quo, scrive -tra l'altro- che "Viene altresì specificato meglio l'ambito di applicazione della Scia, introducendo un comma aggiuntivo all'articolo 19 della legge 241 del 1990, al fine di chiarire i dubbi interpretativi emersi in sede di prima applicazione dell'istituto, precisando che esso si estende anche alla materia edilizia, con esclusione dei casi di Superdia, in linea con quanto già osservato nella nota esplicativa del Ministero per la semplificazione normativa. ...".
Ebbene,
che bisogno c'era di integrare ulteriormente il novellato art. 19 della L. n. 241/1990?? La circolare del Cons. Chinè non era sufficiente, come dallo stesso dichiarato pubblicamente, a fugare ogni sorta di dubbio??
Evidentemente NO!!
Comunque, l'emendamento alla Finanziaria 2011 che avrebbe integrato l'art. 19 della L. n. 241/1990 non è stato ammesso e, quindi, siamo al punto di partenza:
ad oggi la SCIA, in materia edilizia, NON ESISTE!!
Tuttavia, circola voce che l'emendamento in questione sarà riproposto, nei suoi contenuti, nel consueto decreto "milleproroghe" di fine anno ... quindi, ci riaggiorniamo.

EDILIZIA PRIVATA: E. Boscolo, La segnalazione certificata di inizio attività: tra esigenze di semplificazione ed effettività dei controlli (link a www.upel.va.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. C. Colombo, Passaggio dalla D.I.A. alla S.C.I.A. in materia edilizia: provvedimenti riguardanti le D.I.A. presentate dopo il 30.07.2010 (link a www.upel.va.it).

EDILIZIA PRIVATA: SCIA in edilizia: l'Approfondimento dell'ANCE.
L'articolo 49, comma 4-bis del D.L. 78/2010, convertito dalla L. 122/2010, ha introdotto la "segnalazione certificata di inizio attività (SCIA)", sostituendo integralmente la disciplina della dichiarazione di inizio attività contenuta nel previgente articolo 19 della legge 07.08.1990 n. 241.
I primi chiarimenti del Governo sulla Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) sono giunti attraverso una nota dell'Ufficio legislativo del ministero della Semplificazione, di concerto con i ministeri della Pubblica Amministrazione, delle Infrastrutture e dell'Economia, che ritiene applicabile la disciplina della SCIA alla materia edilizia.
Considerati i riflessi per il settore delle costruzioni, l'Ance (Associazione Nazionale dei Costruttori Edili) ha ritenuto opportuno analizzare, con una nota di approfondimento, i principali effetti derivanti dall'applicazione del nuovo istituto all'attività edilizia, anche alla luce dei recenti chiarimenti forniti dal ministero della semplificazione normativa (link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Bottone, S.C.I.A., La Strana Creatura Indubbiamente Aliena (LE PAROLE CHE NON TI HO DETTO) - 2^ parte.
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Ringraziamo il Geom. Marcellino Bottone, di Piedimonte Matese (CE), per il contributo ricevuto.

EDILIZIA PRIVATA: F. Albanese, La SCIA non sostituisce la DIA regolata dal DPR 380/2001 (link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: P. Diglio, Dalla Dia alla Scia: la segnalazione certificata di inizio attività (link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATAOggetto: comunicazioni in merito alla disciplina della segnalazione certificata di inizio attività, di cui all'art. 49 del D.L. n. 78 del 2010 convertito con modifiche dalla L. n. 122 del 2010 (Regione Emilia Romagna, nota 12.11.2010 n. 280997 di prot.).

EDILIZIA PRIVATASegnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) - Art. 49, commi 4-bis e seguenti, della Legge n. 122/2010 (Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori, Paesaggistici e Conservatori, nota 14.10.2010 n. 821 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: SCIA, La Regione Lombardia dopo la bellezza di 70 gg. -che è in vigore la SCIA- batte un colpo e dice la propria in merito. Di seguito il testo del comunicato esplicativo datato 08.10.2010.
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Comunicato della Direzione Generale Territorio e Urbanistica: Segnalazione Certificata Inizio Attività (SCIA).
La legge 30.07.2010, n. 122, di conversione del D.L. n. 78, ha introdotto una nuova disciplina in materia di semplificazione che ha posto da subito dubbi e problemi per quanto attiene specificamente al settore dell’edilizia. Ci si riferisce all'art. 49, commi 4-bis e 4-ter, inseriti dalla legge di conversione e per ciò stesso efficaci a far tempo dal 31.07.2010.
Con il comma 4-bis il legislatore, "riscrivendo" l'art. 19 della L. n. 241/1990, introduce la "Segnalazione certificata di inizio attività - SCIA", in sostituzione della "Dichiarazione di inizio attività - DIA"; con il successivo comma 4-ter, dichiara espressamente la nuova disciplina attinente alla "tutela della concorrenza" e la qualifica "livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali", così riconducendola alla competenza esclusiva statale.
In risposta ad una richiesta di chiarimenti urgenti, tempestivamente formulata da Regione Lombardia, il Ministero per la Semplificazione normativa, con un’articolata nota in data 16.09.2010, ha avuto modo di delineare l’esatto ambito di operatività del nuovo istituto in campo edilizio.
Risolta in senso positivo la prima importante questione e cioè l’applicabilità della nuova disciplina anche all'edilizia, il Ministero ha chiarito che la SCIA può sostituire solo la DIA “ordinaria”, non anche la DIA alternativa al permesso di costruire, particolarmente estesa nella nostra legislazione regionale.
Questo importante chiarimento interpretativo fornito dal Ministero sostanzialmente fa salvo il regime giuridico in materia di procedure edilizie che Regione Lombardia ha consolidato con successo da oltre un decennio e che risulta fondato, come noto, sull’alternatività pressoché totale tra permesso di costruire e DIA.
A seguito delle intervenute modifiche legislative, come sopra delineate, sono cinque le procedure edilizie operative nella nostra Regione a far tempo dal 31.07.2010 per i diversi interventi, secondo la seguente articolazione:
1. Permesso di costruire per tutti gli interventi edilizi, nonché per i mutamenti di destinazione d’uso di cui all’art. 52,comma 3 bis, della L.R. n. 12/2005;
2. Denuncia di inizio attività (DIA) alternativa al permesso di costruire di cui al punto 1), fatta eccezione per gli interventi di cui al p.to 3, assoggettati in via principale a SCIA, nonché per i nuovi fabbricati in zona agricola e per i mutamenti di destinazione d’uso di cui all’art. 52, comma 3-bis, della L.R. n. 12/2005, assoggettati unicamente al permesso di costruire;
3.
SCIA per tutti gli interventi non previsti dagli artt. 6 e 10 (per quanto, quest’ultimo, disapplicato in Regione Lombardia) del D.P.R. n. 380/2001, più precisamente:
- interventi di manutenzione straordinaria non liberalizzati, ovvero eccedenti rispetto alla previsione di cui all’art. 6, comma 2, lett. a), del D.P.R. n. 380/2001,
- interventi di restauro e di risanamento conservativo,
- interventi di ristrutturazione edilizia “leggera”, ovvero non rientranti nella fattispecie di cui all’art. 10, comma 1, lett. c), del D.P.R. n. 380/2001;
4. Comunicazione asseverata per gli interventi di manutenzione straordinaria di cui all’art. 6, comma 2, lett. a), del D.P.R. n. 380/2001;
5.
Comunicazione per le opere di cui all’art. 6, comma 2, lett. b) - c) - d) - e) del D.P.R. n. 380/2001.
Per quanto riguarda specificamente la nuova disciplina della SCIA, applicabile nell’ambito sopra delineato (p.to 3), si precisa che, nel caso di interventi da realizzarsi in zona soggetta a vincoli ambientali, paesaggistici o culturali, alla SCIA dev’essere allegato lo specifico atto di assenso dell’ente preposto alla tutela del vincolo, atto di assenso che non può essere sostituito da SCIA.
Si richiama l’attenzione sugli adempimenti dovuti nel caso di interventi da realizzarsi in ambito non sottoposto a vincolo paesaggistico e sempre che incidano sull’aspetto esteriore dei luoghi e degli edifici: i relativi progetti sono soggetti all’esame di impatto paesistico previsto dal P.T.R. (vedi artt. 35 e ss., Parte 3, Piano Paesaggistico e DGR. n. 11045/2002).
In tal caso, se il progetto rimane sotto la soglia di rilevanza, alla SCIA dev’essere allegato l’esame di impatto paesistico, sopra soglia dev’essere acquisito, preliminarmente alla presentazione della SCIA, il giudizio di impatto paesistico con parere obbligatorio della Commissione per il paesaggio.
Relativamente agli interventi previsti dalla L.R. n. 13/2009, in materia di rilancio dell’edilizia, trattandosi di iniziative contemplate da una disciplina avente carattere speciale e derogatorio, la SCIA non trova applicazione, rimanendo pertanto confermati gli specifici disposti procedurali della stessa L.R. 13 (art. 2, comma 4; art. 3, comma 8; art. 4, comma 3).
Da ultimo, per quanto riguarda le DIA edilizie presentate prima del 31.07.2010, quand’anche a tale data non risultasse decorso il termine di trenta giorni previsto per l’esercizio del potere inibitorio dal parte dell’amministrazione, il Ministero ha chiarito che rimangono operative, salva la possibilità per il privato di avvalersi degli effetti della sopraggiunta disciplina presentando per il medesimo intervento una SCIA, ovviamente se l’intervento rientra tra quelli passibili di SCIA (p.to 3 sopra dettagliato).
Daniele Belotti  - Assessore al Territorio e Urbanistica
Bruno Mori - Direttore Generale DG. Territorio e Urbanistica
Milano, 08.10.2010

EDILIZIA PRIVATA: E. Montini, L'applicabilità alla materia edilizia della Segnalazione Certificata d'Inizio Attività (Ufficio Tecnico n. 9/2010).

EDILIZIA PRIVATA: M. Bottone, S.C.I.A., La Strana Creatura Indubbiamente Aliena (LE PAROLE CHE NON TI HO DETTO) - 1^ parte.
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Ringraziamo il Geom. Marcellino Bottone, di Piedimonte Matese (CE), per il contributo ricevuto.

EDILIZIA PRIVATA: L. Spallino, La grammatica ha la sua importanza ... anche nelle leggi. Il caso della SCIA (link a www.studiospallino.it).

EDILIZIA PRIVATA: C. Rapicavoli, Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) - Applicabilità alla normativa edilizia (link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATALombardia, la "telenovela" sulla SCIA non finisce ...
Nell'aggiornamento al 18.09.2010 davamo notizia dell'emanazione della
nota 16.09.2010 n. 1340 di prot. da parte del Ministero per la Semplificazione Normativa, in risposta ad un quesito formulato dalla Regione Lombardia, circa chiarimenti sulla portata della SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) in materia edilizia.
Ebbene, la suddetta nota ministeriale l'avevamo definita come tale e non come la tanto auspicata ed invocata "circolare" chiarificatrice che sarebbe stata licenziata di lì a qualche giorno ... dobbiamo rettificare poiché quella nota, haimè, risulta essere la CIRCOLARE CHIARIFICATRICE!!
Invero, dopo averla letta chi scrive non ha le idee ben chiare sul nuovo istituto in relazione al fatto se la DIA, la SUPER-DIA e quant'altro siano stati abrogati o meno.
In un confronto dialettico con un responsabile di U.T.C. sono sortite le considerazioni che -di seguito- riproponiamo, le quali sono già state inviate, con nota comunale ufficiale, sia al Ministero della Semplificazione Normativa sia al Servizio Giuridico dell'Assessorato Territorio e Urbanistica della Regione Lombardia.
Adesso, stiamo a vedere cosa ci risponderanno ...
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La Segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) non si applica nella REGIONE LOMBARDIA.
Una recente nota del Ministero per la Semplificazione (nota 16.09.2010 n. 1340 di prot. a firma del Capo Ufficio Legislativo, Dott. Giuseppe Chinè), in risposta ad alcuni quesiti dell’Assessore al Territorio della REGIONE LOMBARDIA, chiarisce che:
• la SCIA si applica anche all’edilizia;
• la SCIA si intende quale “sostitutiva” della Dichiarazione Inizio attività (DIA);
• la SCIA non “sostituisce” né il PERMESSO DI COSTRUIRE né la DIA alternativa al PERMESSO DI COSTRUIRE.
Forse altre Regioni d'Italia hanno diversamente applicato il d.p.r. n. 380/2001 estendendo o sottraendo ambiti di applicazione della DIA, ma -nella REGIONE LOMBARDIA- non esistono due DIA cioè non esiste:
• una DIA (semplice)
• e una DIA alternativa al PERMESSO DI COSTRUIRE.
Nella REGIONE LOMBARDIA, in virtù dell’art. 41 della L.R. n. 12/2005 e s.m.i., esiste un'unica DIA che consente –appunto- di utilizzare il PERMESSO DI COSTRUIRE o la DIA alternativamente e per gli stessi interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia. In altre parole, in LOMBARDIA, la DIA è unica ed è alternativa al permesso di costruire.
Ne consegue che la citata nota del Dott. Giuseppe Chinè esclude, nella REGIONE LOMBARDIA, l’applicabilità della SCIA dall’ambito edilizio poiché –appunto- il Ministero ritiene che la SCIA si intenda unicamente “sostitutiva” della DIA ma non anche del PERMESSO DI COSTRUIRE e della DIA alternativa al PERMESSO DI COSTRUIRE.
27.09.2010 LA SEGRETERIA PTPL

EDILIZIA PRIVATA: Ancora sulla inapplicabilità della SCIA in ambito edilizio in difetto del necessario adeguamento del DPR 380/2001: postilla sulla nota ministeriale 16.09.2010 (ANCI Toscana, nota 27.09.2010).

EDILIZIA PRIVATA: Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) - Art. 49, commi 4-bis e seguenti, della Legge n. 122/2010 (Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggistici e Conservatori, nota 24.09.2010 n. 764 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Addio permessi. Con le nuove regole (SCIA) i lavori di ristrutturazione partono subito.
La Scia si applica nell'edilizia. Con il deposito in comune della Segnalazione certificata di inizio attività (Scia, appunto) si possono immediatamente avviare i lavori di restauro e risanamento conservativo, di ristrutturazione edilizia "fedele" e le varianti a permessi di costruire. La presenza di un vincolo non impedisce poi l'utilizzo della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività), fatto comunque salvo l'ottenimento, prima di avviare i lavori, dell'autorizzazione specifica in caso di vincoli.
Questa, in sintesi è l'interpretazione fornita dal ministero delle Infrastrutture al quesito posto dalla regione Lombardia sull'applicabilità al mondo delle costruzioni del nuovo testo dell'articolo 19 della legge 241/1990, introdotto dalla manovra correttiva.
Restano invece soggetti a permesso di costruire gli interventi di nuova costruzione, quelli di ristrutturazione urbanistica e le opere di ristrutturazione edilizia "infedele" che comportino cioè l'aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso.
Nulla viene quindi modificato rispetto alle opere già liberalizzate: restano soggette a semplice «comunicazione» i lavori di manutenzione straordinaria, le opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee, quelle di pavimentazione e di finitura di spazi esterni, anche per aree di sosta, gli interventi per realizzare i pannelli solari, fotovoltaici e termici, le aree ludiche senza fini di lucro e gli elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici. Restano infine del tutto libere (senza neppure la «comunicazione») le opere di manutenzione ordinaria, quelle volte all'eliminazione di barriere architettoniche che non alterano la sagoma dell'edificio, le opere temporanee per attività di ricerca nel sottosuolo i movimenti di terra pertinenti all'esercizio dell'attività agricola, le serre mobili stagionali.
Infine, una precisazione importante del ministero: restano in vita le previsioni regionali che assoggettano a Dia (la cosiddetta "superDia") le opere che secondo il Testo unico sull'edilizia richiedono il permesso di costruire. L'impatto della manovra è così fortemente ridotto in Lombardia, dove ai sensi della legge regionale 12/2005 le grandi opere continuano a essere assoggettate a Dia e quelle minori, se non liberalizzate, sono ora sottoposte a Scia.
L'assetto tracciato dal ministero (riassunto nelle schede della pagina) può dirsi definitivo? A dire il vero, sulla Scia le interpretazioni in campo sono davvero tante e, per quanto autorevole, quella ministeriale non ha valore di legge e non risolve i dubbi che, sull'utilizzabilità della nuova procedura, sono stati sollevati dagli uffici tecnici delle amministrazioni comunali quotidianamente chiamati ad applicare sul campo le nuove disposizioni.
In primo luogo è stato osservato che la natura stessa dell'attività edilizia impedirebbe l'applicabilità della Scia alle costruzioni escluse dalle previsioni dell'articolo 19 della legge 241/1990 e assoggettate alle previsioni speciali del Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2001).
A supporto dell'inapplicabilità della Scia all'edilizia sta poi la considerazione che dalla segnalazione certificata restano comunque escluse –lo prevede la manovra– le attività soggette a limiti o contingenti complessivi, ai quali sarebbero riconducibili gli indici edilizi che regolamentano tutta l'attività di trasformazione del territorio.
Sotto un altro profilo, è stato inoltre osservato che mentre l'articolo 22 del Testo unico disciplina la denuncia di inizio attività, la manovra, riscrivendo l'articolo 19 citato, ha cancellato la dichiarazione di inizio attività, per cui non vi sarebbe motivo di porre in dubbio la perdurante efficacia delle disposizioni sulla Dia edilizia: «Le espressioni "segnalazione certificata di inizio di attività" e "Scia" sostituiscono, rispettivamente, quelle di "dichiarazione di inizio di attività" e "Dia", ovunque ricorrano, anche come parte di una espressione più ampia, e la disciplina di cui al comma 4-bis sostituisce direttamente, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, quella della dichiarazione di inizio di attività recata da ogni normativa statale e regionale».
Le ragioni a favore della non applicazione della Scia all'edilizia non sono considerate dalla nota ministeriale, che porta a sostegno della sua tesi i lavori preparatori della legge di conversione del Dl 78/2010 (As 2228). In particolare, il dossier di documentazione del Servizio studi del Senato suggerisce la seguente lettura della disposizione: «La norma ha anche un profilo abrogativo della normativa statale difforme, per cui si deve intendere che a essa va ricondotta anche la denuncia di inizio di attività edilizia, disciplinata dagli articoli 22 e 23 del Dpr n. 380 del 2001».
Di fronte a posizioni così distanti, però, gli operatori del settore sono in difficoltà. Alcuni, nel dubbio, scelgono di attendere comunque il decorso dei 30 giorni previsti dal Testo unico edilizia prima di dare avvio a lavori che, in base alla Scia, potrebbero avviare subito (articolo Il Sole 24 Ore del 20.09.2010).

EDILIZIA PRIVATA: Segnalazione certificata di inizio attività (SCIA). Articolo 49, commi 4-bis e seguenti, legge n. 122 del 2010 (Ministero per la Semplificazione Normativa, Ufficio Legislativo, nota 16.09.2010 n. 1340 di prot.).
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L'Ufficio Legislativo del Ministero per la Semplificazione Normativa risponde alla Regione Lombardia in merito a chiarimenti richiesti (articolo Il Sole 24 Ore del 17.09.2010).
Ma non è la tanto auspicata ed invocata circolare chiarificatrice, a tutto campo, la quale è in fase di stesura e dovrebbe essere imminente (settimana prossima??) la sua divulgazione.

EDILIZIA PRIVATA: SCIA, Prime indicazioni sulle conseguenze della modifica dell’art. 19, legge 07.08.1990, n. 241, disposta con legge 30.07.2010, n. 122, nell’ordinamento edilizio (ANCI Toscana, nota 16.09.2010).

EDILIZIA PRIVATA: D. Meneguzzo, Non sempre la SCIA appare utilizzabile in materia edilizia (link a http://venetoius.myblog.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ancora sulla SCIA: la Regione Liguria dice no all'applicazione all'edilizia, soprattutto in ambiti vincolati.
Il 28.10.2010 la Regione Liguria ha trasmesso alle amministrazioni locali la nota 08.09.2010 n. 126099 di prot. -a firma del Vice Presidente della Giunta Regionale e Assessore alla Pianificazione Territoriale, Urbanistica- in risposta al quesito posto dal Comune di Genova relativamente alla applicabilità in materia di attività edilizia del nuovo istituto della Segnalazione certificata di inizio attività (SCIA).
Oltre a ricordare di aver proposto ricorso alla Corte Costituzionale con altre otto regioni, la Regione ha evidenziato che la procedura pare essere circoscritta alle attività di Impresa, maggiormente bisognose di "semplificazione", escludendone in ogni caso l'applicazione in casi in cui sussistono vincoli ambientali, paesaggistici o culturali (commento tratto e link a http://studiospallino.blogspot.com).

EDILIZIA PRIVATA: Ultime news sulla S.C.I.A..
Ad oggi sono già 38 gg. (dal 31.07.2010) che è in vigore il nuovo istituto della S.C.I.A. (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) e nulla di nuovo si intravede all'orizzonte ...
Invero, non si contano più le telefonate che abbiamo fatto -già dai primi giorni di agosto- sia al Ministero della Semplificazione Normativa (che ha "partorito" questa bella novità ... potremmo definirla un nuovo "Porcellum??") sia all'Assessorato Regionale Territorio e Urbanistica per avere lumi in merito e la risposta è sempre stata la stessa:
boh!!
La domanda, nell'immediato, è una sola:
la S.C.I.A. ha sostituito la D.I.A. edilizia di cui al D.P.R. n. 380/2001??
A questo semplice interrogativo nessuno (chi di dovere!!) sa rispondere e fornire certezze nell'operare quotidiano dell'ufficio tecnico comunale ... e, intanto, il tempo passa.
Ad onor del vero, venerdì 03.09.2010 abbiamo fatto
BINGO!! ... cioè?? Finalmente, dopo l'ennesima telefonata, al Ministero della Semplificazione Normativa siamo riusciti ad interloquire col Capo dell'ufficio legislativo (perché gli altri funzionari non sapevano nulla oppure erano introvabili fuori stanza oppure erano in ferie) il quale ci ha anticipato che oggi pomeriggio (06.09.2010) si terrà una riunione fra i responsabili dei Ministeri della Semplificazione Normativa (Calderoli), per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione (Brunetta) e delle Infrastrutture e Trasporti (Matteoli) al fine di pervenire -al più presto- ad un chiarimento congiunto e, forse, "partorire" l'auspicata circolare che dia risposte ai mille dubbi e quesiti sorti nel frattempo.
Comunque, da commenti ufficiosi trapelati dal Ministero, parrebbe chiaro che la S.C.I.A. abbia sostituito anche la D.I.A. in materia edilizia ... almeno, nell'intendimento del legislatore, così come si sono svolti i lavori parlamentari da cui è sortita la Finanziaria estiva.
E ciò risulta ufficialmente confermato, dal Capo ufficio legislativo -Cons. Chiné, a seguito di intervista pubblicata su "Edilizia e Territorio" del 26.07.2010, n. 29, che potete leggere qui ... tuttavia, perché al telefono il Ministero non si sbilancia ufficialmente??
Questa è l'ennesima pessima figura (tanto per usare un eufemismo) che il legislatore e, nel caso di specie, il Ministro collezionano ...
ma credete che gliene importi qualcosa?? In TV si fanno "belli" in interviste nelle quali decantano le innumerevoli semplificazioni legiferate di cui si sono fatti promotori, tutte a vantaggio del Cittadino, delle Imprese, degli Operatori economici ... tuttavia, dopo ben 38 gg. il Ministero non sa ancora dare una risposta semplice e chiara al seguente interrogativo: la S.C.I.A. ha sostituito la D.I.A. edilizia di cui al D.P.R. n. 380/2001??
VERGOGNA !!
Siamo di fronte a veri e propri "dilettanti allo sbaraglio della politica" ai quali rivolgiamo un caloroso invito a dimettersi e, successivamente, partecipare alla trasmissione televisiva "la Corrida" ... lì, forse, avranno una fulgida carriera.
Della S.C.I.A. già se ne era a conoscenza -in tempi non sospetti- con la presentazione del maxiemendamento al Senato del Ministro Tremonti prima del voto finale di fiducia alla Finanziaria estiva ... il Ministero dello Sviluppo Economico, invero, è stato abbastanza tempestivo nell'emanare la propria circolare 10.08.2010 n. 3637/C ma questa inerisce unicamente sulle attività economiche che possono essere intraprese con la S.C.I.A. e non anche sulle attività edilizie.
Perché il Ministro Calderoli ha permesso che tutti i direttori generali, dirigenti, funzionari se ne andassero bellamente in vacanza anziché restare in ufficio a redigere tempestivamente la necessaria circolare esplicativa evitando, così, di "lasciare allo sbando" gli 8.094 uffici tecnici comunali d'Italia??
Dalle nostre parti (in ufficio tecnico) una fattispecie del genere ovverosia un simile deprecabile disservizio avrebbe comportato la destituzione immediata del responsabile dalla propria P.O. perché il Sindaco non può permettersi il lusso di perdere la faccia (il consenso elettorale) coi propri amministrati!! Ma al Ministero questo ed altro ...
Nel frattempo i tecnici comunali navigano a vista nella "cacca" senza sapere che pesci pigliare -per colpa di un legislatore "analfabeta" che scrive le leggi coi piedi- e col rischio sempre incombente del risarcimento del danno per atto illegittimo (che si respingano le DIA giacenti -ove il termine di 30 gg. non sia ancora trascorso- ovvero che si accettino ancora le D.I.A. in luogo delle S.C.I.A. ...).
06.09.2010 LA SEGRETERIA PTPL

EDILIZIA PRIVATAS.C.I.A., due mesi per fare i controlli. Tempi stretti per verificare che le nuove attività siano in regola. Lo Sviluppo economico interviene sul passaggio da Dia a segnalazione certificata d'inizio attività.
Dalla Dia si passa alla Scia. Con qualche novità per la prassi: per effettuare i controlli ci saranno solo due mesi di tempo. Scaduto il termine la pubblica amministrazione avrà limitatissime possibilità per intervenire. Non solo. In sostituzione di pareri prescritti dalla norma ci potranno essere attestazioni redatte dal tecnico di fiducia. Quindi, sarà possibile conciliare la Scia con le differenti tipologie di Dia previste in origine.
Il ministero dello sviluppo economico ha fatto il punto della situazione chiarendo cosa (e come) cambia dopo la legge 122/2010. A meno di due mesi di distanza dall'entrata in vigore delle rilevanti modifiche all'art. 19 della legge 241/1990 a seguito del dlgs 59/2010 di recepimento della direttiva Bolkestein, le carte sono state nuovamente rimescolate.
Così il dicastero riscrive le regole del gioco. E lo fa con la circolare 10.08.2010 n. 3637/C; un atto attraverso cui il dipartimento impresa e internazionalizzazione, direzione generale per il mercato, la concorrenza, il consumatore, cerca di chiarire la situazione dopo che la dichiarazione d'inizio attività, la Dia per intenderci, è stata sostituita dalla segnalazione certificata di inizio attività, la Scia. Così, sono molte le novità contenute nel novellato articolo 19, a seguito della legge 122, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 luglio scorso. Legge di conversione della manovra economica d'estate, ovvero del decreto legge 78/2010. Così, l'intento del ministero è fornire alcune prime indicazioni, pur dando atto della necessità di riservare a un futuro momento, più complete e meditate istruzioni.
Quattro le sezioni in cui la circolare è articolata:
1) le considerazioni generali;
2) un'analisi dell'impatto della Scia sulla normativa per l'installazione di impianti, autoriparazione, pulizie e facchinaggio;
3) uno specifico esame dell'impatto sulla disciplina per l'attività di intermediazione, per l'agente ed il rappresentante di commercio, il mediatore marittimo e lo spedizioniere;
4) infine, una specifica sezione è dedicata alle attività di vendita e somministrazione che, più di ogni altra, sono state profondamente innovate dal dlgs 59/2010 e che, quindi, ora sono nuovamente rivoluzionate.
Per quanto riguarda gli aspetti generali, il direttore Gianfrancesco Vecchio, rileva che una delle novità contenute nel nuovo art. 19 riguarda la possibilità di corredare la Scia con le attestazioni e asseverazioni di tecnici abilitati che sostituiscono anche eventuali pareri di organi o enti appositi. Inoltre, la p.a. ha 60 giorni di tempo per esperire i controlli, dopodiché può intervenire soltanto in rigide ipotesi, tra le quali la mendacità delle dichiarazioni fornite nella Scia o per pericolo di danno al patrimonio artistico e culturale, o per l'ambiente, la salute, la sicurezza pubblica o la difesa nazionale.
Per quanto riguarda le attività di stretta competenza delle camere di commercio anche per ciò che riguarda la verifica dei requisiti previsti, il Mise evidenzia che il nuovo sistema semplifica le procedure perché la Scia potrà essere contestuale a ComUnica.
Va rilevato, peraltro, chiosa la circolare, che qualora una camera di commercio dovesse adottare provvedimenti di inibizione dell'attività, questi determineranno l'iscrizione d'ufficio della cessazione dell'attività illegittimamente svolta nella posizione Rea dell'impresa. Più articolata la sezione dedicata a commercio e somministrazione, in forza del fatto che la formulazione dell'articolo 19 della legge 241/1990 antecedente all'introduzione della Scia, prevedeva per quest'ultimo distinte ipotesi di Dia ad efficacia immediata o differita.
La circolare prende in esame le singole fattispecie per pervenire alla conclusione che laddove era prevista la Dia andrà ora la Scia, a condizione che l'ente competente non si sia dotato di uno strumento di programmazione; nel qual caso il procedimento dovrà essere sottoposto a autorizzazione.
Tra le fattispecie soggette a autorizzazione la circolare elenca l'apertura di nuovi esercizi pubblici; il trasferimento di sede degli stessi nell'ipotesi di zona tutelata dal comune attraverso lo strumento di programmazione; l'avvio dell'attività di vendita nelle medie o grandi strutture di vendita compresi i centri commerciali e, infine, il commercio su area pubblica sia se esercitato in forma fissa sia itinerante (articolo ItaliaOggi del 18.08.2010, pag. 24).

EDILIZIA PRIVATALa S.C.I.A. rischia di essere un'arma spuntata. I professionisti sono chiamati a districarsi in un groviglio di norme.
La segnalazione certificata di inizio attività (cosiddetta Scia) in edilizia rischia di essere un'arma spuntata.
Infatti nel ginepraio di norme statali, regionali, civilistiche, dei regolamenti edilizi, di igiene, di sicurezza ecc. il professionista è chiamato ad assumere il ruolo di un acrobata che si esibisce senza rete di protezione.
Il nuovo istituto, introdotto dall'articolo 49 della legge n. 122 del 30/07/2010, si applica agli interventi già soggetti a dichiarazione di inizio attività, previsti nella normativa statale e regionale, con la sola esclusione dei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali.
Per tali interventi dovrà richiedersi il permesso a costruire, posto che la nuova disciplina cancella la Dia dall'ordinamento giuridico lasciando quali titoli abilitativi soltanto la Scia ed il permesso a costruire.
Infatti il comma 4-ter dell'articolo 49, prevede che la Scia sostituisce direttamente, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, quella della dichiarazione di inizio attività recata da ogni normativa statale e regionale.
Con la segnalazione certificata di inizio attività o «Scia», i lavori inizieranno subito (e non più dopo il termine dilatorio previsto dalla Dia) sulla base di un'asseverazione di un tecnico abilitato che attesterà sotto la propria responsabilità, che il progetto è conforme alle norme vigenti. Il termine «asseverare» ha il significato di «affermare con solennità», e cioè di porre in essere una dichiarazione di particolare rilevanza formale e di particolare valore nei confronti dei terzi quanto a verità-affidabilità del contenuto. L'art. 29, comma 3, dpr n. 380/2001 dispone poi che «Per le opere realizzate dietro presentazione di denuncia di inizio attività, il progettista assume la qualità di persona esercente un servizio di pubblica necessità ai sensi degli artt. 359 e 481 c.p.» (Corte di cassazione penale, sez. III, 16/07/2010, sentenza n. 27699).
La prudenza è d'obbligo posto che in caso di dichiarazione falsa o mendace oltre alla segnalazione all'ordine professionale, è previsto un aumento della sanzione penale da uno a tre anni oltre all'eventuale interdizione dalla professione (articolo 49 commi 3 e 6). L'amministrazione competente nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della segnalazione, in caso di accertata non conformità a legge della stessa , ove ciò sia possibile, consente all'interessato di provvedere a conformare alla normativa vigente l'attività ed i suoi effetti entro un termine, in ogni caso non inferiore a 30 giorni (una sorta di accertamento di conformità cui non segue un permesso in sanatoria) e soltanto ove ciò non sia possibile, adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa , fatto salvo il potere di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies della Legge n. 241/1990.
In caso di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell'atto di notorietà false o mendaci, l'amministrazione, ferma restando l'applicazione delle sanzioni penali di cui sopra, può sempre e in ogni tempo adottare i provvedimenti in via di autotutela del titolo abilitativo tacito (così era qualificata la Dia, da Consiglio di stato sez. VI n. 6910/2004 e più di recente, da Tar Piemonte n. 1885/2006, da Tar Lombardia n. 4066/2010) in questo caso invece ci si troverebbe di fronte ad un titolo abilitativo, efficace dal momento del ricevimento della certificazione, ma condizionato dal decorso dei sessanta giorni senza che sia stato esercitato il potere inibitorio dell'amministrazione.
Se l'autotutela, come sembra, debba esercitarsi entro e non oltre i 60 giorni, posto che soltanto in caso di dichiarazioni false o mendaci ne è prevista l'adozione sempre e in ogni tempo, è questione sulla quale probabilmente si discuterà; è certo invece, che come la prassi vuole, i professionisti prima di inoltrare la Scia, per non correre rischi, consulteranno gli uffici comunali così come facevano per la Dia con buona pace della riduzione dei tempi.
Nelle regioni poi, la cui normativa prevede l'alternatività tra il Permesso a costruire e la Dia, ora Scia, la prudenza nell'utilizzo di tale istituto sarà ancora maggiore. Insomma nulla di veramente nuovo e capace di invertire la tendenza e ridurre i tempi.
Per velocizzare concretamente l'attività amministrativa connessa al rilascio o controllo dei titoli abilitativi di carattere edilizio, necessita pertanto che si crei uno vero sportello unico dell'edilizia affidando ai comuni (sotto una certa soglia in maniera associata) non soltanto la cura dei rapporti con gli altri enti interessati al procedimento (Asl, Vigili del fuoco ecc.) ma le loro attribuzioni anche attraverso il distacco del personale addetto (articolo ItaliaOggi del 13.08.2010, pag. 32).

EDILIZIA PRIVATALA MANOVRA CORRETTIVA/ Pro e contro della Segnalazione certificata di inizio attività. Scia, progettisti responsabilizzati. I professionisti dovranno assumersi i rischi delle opere edili.
Scia edilizia nelle mani dei professionisti. L'articolo 49 della manovra (decreto 78/2010), ora definitivamente approvata, manda in soffitta la Denuncia di inizio attività (Dia) prevista dal Testo Unico per l'edilizia e dalle leggi regionali e responsabilizza sempre di più i professionisti esterni.
In effetti la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) si basa su uno scambio: puoi aprire subito, oggi stesso, il cantiere, ma devi assumerti la responsabilità per intero dell'istruttoria e ti esponi ai controlli successivi degli uffici tecnici comunali. Da qui il primo rischio, e cioè che il progettista non sempre ritenga di assumere su di sé l'onere e la responsabilità dell'asseverazione dell'opera alla disciplina urbanistica.
C'è anche un secondo rischio sul piano dell'effettività dei controlli: se si impianta il cantiere il giorno stesso della presentazione della Scia al comune, può essere che gli uffici dell'amministrazione non possano verificare lo stato iniziale del manufatto, modificabile fin da subito. E ciò potrebbe essere lo stratagemma per coprire abusi: basterebbe presentare la Scia e mutare immediatamente lo stato dei luoghi.
In sostanza i parametri del successo o dell'insuccesso della Scia in edilizia dipendono dalla accettazione di rischi professionali da parte del progettista e dal regime dei controlli della pubblica amministrazione. Potrebbe aggiungersi che un parametro del successo potrebbe essere la velocità della procedura.
Tuttavia questo potrebbe non essere completamente vero se l'istruttoria svolta dal professionista (che deve preoccuparsi di vagliare in anticipo ogni possibile aspetto) si prolunga e, quindi, il tempo guadagnato per assenza di istruttoria a cura degli uffici comunali, in realtà, si perde prima nell'istruttoria del progettista privato. Altro elemento che potrà, nell'immediatezza, mettere in stand by la Scia è l'estensione agli interventi di nuova costruzione, cioè a quegli interventi per cui attualmente è previsto il permesso di costruire o la Super Dia.
Tra l'altro, l'articolo 49 citato prevede che le espressioni «segnalazione certificata di inizio attività» e «Scia» sostituiscono, rispettivamente, quelle di «dichiarazione di inizio attività» e «Dia», ovunque ricorrano, anche come parte di una espressione più ampia», e la disciplina «sostituisce direttamente, quella della dichiarazione di inizio attività recata da ogni normativa statale e regionale».
Peraltro vi è un connotato di estrema importanza relativo alla efficacia della Scia: somiglia (molto di più di quanto lo si potesse dire per la Dia) a un silenzio-assenso. Questo perché si restringono e di molto le possibilità di intervento sanzionatorio ex post (si può agire solo se c'è pericolo di un danno non riparabile per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale).
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I casi di non ammissibilità della nuova segnalazione. Il titolo edilizio non va del tutto in soffitta.
Il titolo edilizio (con un dubbio per il permesso di costruire e la super Dia) viene sostituito da una segnalazione certificata. Non sempre però. Questo potrà avvenire quando il rilascio del titolo «dipenda esclusivamente dall'accertamento di requisiti e presupposti richiesti dalla legge o da atti amministrativi a contenuto generale, e non sia previsto alcun limite o contingente complessivo o specifici strumenti di programmazione settoriale per il rilascio degli stessi».
Si tratta di un requisito che esclude la Scia ogni volta che vi sia un apprezzamento discrezionale, riservato alla p.a., da formulare in strumenti di programmazione, anch'essi riservati alla pubblica amministrazione.
Tali limiti potranno assumere valenza specifica in ambito edilizio, anche se non si può dire che ciò comporti tassativamente l'esclusione della Scia per tutte le opere per le quali è previsto il permesso di costruire. A prescindere dalla questione del titolo la Scia in edilizia non è ammessa nei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali e degli atti rilasciati.
Appurata l'ammissibilità si passa ai riscontri procedurali. La nuova disposizione pretende che la segnalazione sia corredata dalle dichiarazioni sostitutive di certificazioni e dell'atto di notorietà per quanto riguarda tutti gli stati, le qualità personali e i fatti nonché dalle attestazioni e asseverazioni di tecnici abilitati, ovvero dalle dichiarazioni di conformità da parte dell'Agenzia delle imprese (articolo 38, comma 4, del decreto-legge 112/2008), relative alla sussistenza dei requisiti e dei presupposti; inoltre tali attestazioni e asseverazioni sono corredate dagli elaborati tecnici necessari per consentire le verifiche di competenza dell'amministrazione.
L'istruttoria, che avrebbe dovuto fare il comune a seguito della richiesta del titolo, è anticipata a prima della presentazione della Segnalazione. Certo la norma consente una semplificazione. Nei casi in cui la legge prevede l'acquisizione di pareri di organi o enti appositi, o l'esecuzione di verifiche preventive, essi sono comunque sostituiti dalle autocertificazioni, attestazioni e asseverazioni o certificazioni: ma questo significa una sovraesposizione del progettista privato, che si assume tutte le responsabilità di asseverazioni e certificazioni.
La nuova disposizione precisa che chiunque, nelle dichiarazioni o attestazioni o asseverazioni che corredano la segnalazione di inizio attività, dichiari o attesti falsamente l'esistenza dei requisiti o dei presupposti è punito con la reclusione da uno a tre anni. A prescindere dai risvolti penali sono salve le verifiche successive degli organi e delle amministrazioni competenti: se c'è qualcosa che non va, la p.a. controlla a posteriori e ha più tempo per farlo.
Una volta presentata la Segnalazione, l'attività oggetto della stessa può essere iniziata subito e cioè dalla data della presentazione della segnalazione all'amministrazione competente. In edilizia non si deve aspettare il termine dilatorio iniziale di trenta giorni, previsto dal Testo unico per l'edilizia, utilizzabile dagli uffici tecnici per controllare le Dia (almeno a campione) per eventualmente ordinare di non iniziare i lavori.
A questo punto la palla passa agli uffici tecnici: l'amministrazione competente, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti, nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della segnalazione, può adottare motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa.
Si noti che l'amministrazione può intervenire a lavori già iniziati oppure a lavori da iniziare: in sostanza l'inizio dei lavori è fatto a proprio rischio e pericolo. Se poi tutto viene bloccato il danno può essere considerevole. Non a caso si può prevedere che chi non ha propensione al rischio preferirà attendere il decorso dei sessanta giorni. Ma allora i tempi che sembravano azzerati, addirittura si allungano. Se oggi dopo la presentazione della Dia bisogna aspettare trenta giorni, con la Scia potrà essere prudente aspettarne il doppio (sessanta). Anche per evitare di dover bloccare un cantiere, dopo avere effettuato spese per i materiali, ponteggi, anticipi a ditte esecutrici, ecc..
Va sottolineato che la disposizione subordina il divieto di prosecuzione dell'attività e il ripristino alla possibilità che l'interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività e i suoi effetti entro un termine fissato dall'amministrazione, in ogni caso non inferiore a trenta giorni: questo si realizzerà non senza pregiudizio, in quanto si tratta di modificare il progetto in corsa, con inevitabili strascichi di carattere economico (spese per doppia progettazione e varianti).
L'amministrazione indipendentemente dal decorso dei sessanta giorni potrà intervenire con provvedimenti di revoca e di annullamento e in caso di dichiarazioni sostitutive false o mendaci, può sempre e in ogni tempo adottare i provvedimenti di blocco cantiere e ordine di ripristino.
Il problema qui è come provare il falso: si pensi a una descrizione della consistenza iniziale del manufatto, non conforma allo stato di fatto, a fronte di una modifica intervenuta con l'apertura immediata del cantiere. Peraltro, salvo il caso della (prova di) dichiarazione inveritiera, decorso i sessanta giorni all'amministrazione è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente.
Questa limitazione del potere di intervento si applica anche all'edilizia e limita quindi il potere di revoca e annullamento a questi casi: ecco perché la Scia è un mini-silenzio assenso. Infine, il vicino di casa che vuole contestare la Scia edilizia del condomino dovrà ricorrere al giudice amministrativo (articolo ItaliaOggi del 09.08.2010, pag. 9).

EDILIZIA PRIVATA: L. Cirese, SCIA al posto della DIA … e del PdC!
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In questi primi giorni di entrata in vigore della L. 30.07.2010 n. 122, di conversione del D.L. 31.05.2010 n. 78, si sono avuti i primi orientamenti contrastanti in merito all'applicabilità -o meno- della S.C.I.A. (Segnalazione Certificata di Inizio Lavori) in materia edilizia laddove dovrebbe aver sostituito la D.I.A. di cui al DPR n. 380/2001 e L.R. n. 12/2005.
Nell'attesa della tanto auspicata circolare ministeriale che dirima, urgentemente, tale incertezza interpretativa, un contributo potrebbe pervenire dalla lettura del dossier a cura del "Servizio studi del Senato" approntato quali schede di lettura del "Disegno di legge A.S. n. 2228 - “Conversione in legge del decreto-legge 31.05.2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” Le modifiche della Commissione".
Le pagine di interesse, dalla n. 137 alla n. 142, sono esplicite nell'evidenziare  che la S.C.I.A. ha sostituito, ad ogni effetto, la D.I.A..
Comunque, aspettiamo di leggere -quanto prima- la circolare ministeriale anche al fine di capire come si esprimerà, ufficialmente, la Regione Lombardia in merito, appunto, alla D.I.A. regionale.
Invero, sul punto, la Direzione Generale Territorio e Urbanistica si è già espressa informalmente con e-mail del 06.08.2010, a seguito di richiesta di chiarimenti urgenti da parte di un Comune, come di seguito riportato:
"La nuova disciplina in materia di semplificazione, introdotta dal Parlamento in sede di esame della manovra economica varata dal Governo con il D.L. n. 78, pone non pochi dubbi e problemi.
Appare chiaro l'intento del legislatore di assicurare l'immediata applicabilità della disciplina della SCIA come istituto di carattere generale, avendola dichiarata espressamente attinente alla "tutela della concorrenza" e qualificata "livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali", così riconducendola alla competenza esclusiva statale (norma peraltro di dubbia costituzionalità).
Non altrettanto chiara e scontata è invece l'applicazione della nuova disciplina anche all'edilizia, mancando qualsivoglia richiamo al Testo unico dell'edilizia (D.P.R. n. 380/2001), ove peraltro si parla di Denuncia (non Dichiarazione) di inizio attività.
Un chiaro indirizzo sul punto, come pure circa l'esatto ambito di applicazione della nuova disciplina, se cioè la SCIA può sostituire anche il permesso di costruire ovvero solo la DIA, solo la DIA statale o anche la DIA regionale, non può che venire -si spera a breve- dal Governo (Ministero della Semplificazione), ispiratore della novità legislativa.
In ogni caso, anche al fine di valutare l'impatto della nuova disciplina sull'ordinamento regionale, la D.G. Territorio ha già avviato una riflessione congiunta con la Presidenza.
Distinti saluti.
Arch. Gian Angelo Bravo - Direttore vicario D.G. Territorio e urbanistica
".

LA SEGRETERIA PTPL - 09.08.2010

EDILIZIA PRIVATA: Con la «S.C.I.A.» l'attività parte in un giorno. Per iniziare è sufficiente la segnalazione. L'amministrazione ha 60 giorni di tempo per le verifiche.
La dichiarazione di inizio attività (Dia) -prevista e disciplinata dall'art. 19 della legge 241/1990- è sostituita dalla Segnalazione certificata di inizio attività (Scia) ... (articolo Il Sole 24 Ore del 06.08.2010, pag. 23 - link a www.corteconti.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: C. Rapicavoli, Legge 30.07.2010 n. 122. Modifiche alla Legge 241/1990 in materia di Conferenza di Servizi - Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) (link a www.ambientediritto.it).

ENTI LOCALI - VARI: G.U. 30.07.2010, suppl. ord. n. 174/L:
- "Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31.05.2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica" (Legge 30.07.2010 n. 122);
- "Testo del decreto-legge 31.05.2010, n. 78 coordinato con la legge di conversione 30.07.2010, n. 122 recante: «Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica»".

EDILIZIA PRIVATALa Scia mette il turbo alle nuove iniziative.
Norma antiburocrazia nella manovra correttiva. Con l'introduzione della Scia (segnalazione certificata inizio attività) sarà più facile iniziare un'attività d'impresa o edilizia.
La Scia sostituirà infatti la Dia, e le amministrazioni avranno 60 giorni (e non più 30), per esercitare i controlli ed eventualmente richiedere (se si accerta carenza dei requisiti necessari) la rimozione degli effetti dannosi, a cui l'impresa dovrà provvedere entro 30 giorni.
La Scia quindi consiste in un'autocertificazione che, tuttavia, non potrà essere utilizzata nei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali o nell'ambito di quei procedimenti in cui siano necessari atti rilasciati dalle amministrazioni preposte alla difesa nazionale, alla pubblica sicurezza, all'immigrazione, all'asilo, alla cittadinanza, all'amministrazione della giustizia, all'amministrazione delle finanze (compresi gli atti concernenti le reti di acquisizione del gettito, anche derivanti dal gioco, nonché quelli imposti dalla normativa comunitaria).
L'attività oggetto della segnalazione può essere iniziata dalla data della presentazione della segnalazione all'amministrazione competente, senza attendere 30 giorni, come accadeva prima della riforma con la Dia.
Il legislatore ha inteso rispondere all'esigenza di liberalizzazione dell'attività d'impresa, istituendo una «segnalazione certificata di inizio attività» che sostituisce «ogni atto di autorizzazione, licenza, concessione non costitutiva, permesso o nulla osta comunque denominato, comprese le domande per le iscrizioni in albi o ruoli richieste per l'esercizio di attività imprenditoriale, commerciale o artigianale».
Dal punto di vista normativo, infatti, il maxi-emendamento governativo ha introdotto all'articolo 49 il comma 4-bis, il quale ha sostituito integralmente l'art. 19 della legge n. 241/90 (originariamente rubricato «Dichiarazione di inizio attività»).
Correderanno la segnalazione (per quanto riguarda tutti gli stati, le qualità personali ecc.) le dichiarazioni sostitutive di certificazioni e dell'atto di notorietà, le attestazioni e le asseverazioni di tecnici abilitati, ovvero le dichiarazioni di conformità da parte delle agenzie delle imprese (di cui all'art. 38, comma 4, dl n. 112/2008, convertito dalla legge n. 133/2008), relative alla sussistenza dei requisiti e dei presupposti richiesti dalla legge o da atti amministrativi a contenuto generale.
Le autocertificazioni, attestazioni e asseverazioni o certificazioni sostituiranno anche l'acquisizione di pareri di organi o enti appositi, ovvero l'esecuzione di verifiche preventive.
Vincoli. L'applicazione della nuova disciplina è subordinata alle seguenti condizioni:
- che il rilascio dipenda esclusivamente dall'accertamento di requisiti e presupposti richiesti dalla legge o di atti amministrativi a contenuto generale;
- che non sia previsto alcun limite o contingente complessivo o specifici strumenti di programmazione settoriale per il rilascio degli atti stessi, con la sola esclusione:
a) dei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali;
b) per quei procedimenti in cui siano necessari atti rilasciati dalle amministrazioni preposte alla difesa nazionale, alla pubblica sicurezza, all'immigrazione, all'asilo, alla cittadinanza, all'amministrazione della giustizia, all'amministrazione delle finanze, compresi gli atti concernenti le reti di acquisizione del gettito, anche derivante dal gioco, nonché di quelli imposti dalla normativa comunitaria;
- che gli atti richiesti non riguardino le attività economiche a prevalente carattere finanziario, ivi comprese quelle regolate dal testo unico bancario.
Divieti. Il testo della manovra prevede anche l'adozione di motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti. Il termine è fissato in 60 giorni dal ricevimento della segnalazione e può contenere l'ordine di rimozione degli eventuali effetti dannosi.
L'amministrazione può però anche fissare un termine (in ogni caso non inferiore a 30 giorni) entro cui l'interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti.
In caso di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell'atto di notorietà false o mendaci, l'amministrazione, ferma restando la responsabilità penale, potrà sempre e in ogni tempo adottare i suddetti provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi.
Deroghe. Decorso il predetto termine di 60 giorni, l'amministrazione potrà intervenire solo in presenza del pericolo di un danno grave e irreparabile per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente.
Dia. Le nuove disposizioni stabiliscono che la disciplina sulla Scia sostituirà direttamente, dall'entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge, quella della Dia (statale e regionale). La disciplina sulla Scia che è stata introdotta, infatti, è ricondotta alla tutela della concorrenza ai sensi dell'art. 17, comma 2, lett. e), della Costituzione (materia di competenza legislativa esclusiva dello Stato), e costituisce livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali ai sensi della lettera m) del medesimo comma 2.
Ciò ha consentito di risolvere il problema del rapporto con la disciplina della dichiarazione di inizio di attività recata da ogni normativa regionale. Inoltre, le espressioni «segnalazione certificata di inizio di attività» e «Scia» sostituiranno, rispettivamente, quelle di «dichiarazione di inizio di attività» e «Dia».
Semplificazioni. In materia di semplificazione è stata introdotta una normativa a cascata che tende a ridurre gli adempimenti amministrativi gravanti sulle Pmi, al fine di promuovere lo sviluppo del sistema produttivo e la competitività delle imprese. In particolare, il governo sarà autorizzato ad adottare uno o più regolamenti di delegificazione, volti a semplificare e ridurre gli adempimenti amministrativi a carico delle pmi, in base ai seguenti principi e criteri:
a) proporzionalità degli adempimenti amministrativi in relazione alla dimensione dell'impresa e al settore di attività, nonché alle esigenza di tutela degli interessi pubblici coinvolti;
b) eliminazione di autorizzazioni, licenze, permessi, ovvero di dichiarazioni, attestazioni, certificazioni, comunque denominati, nonché degli adempimenti amministrativi e delle procedure non necessarie rispetto alla tutela degli interessi pubblici in relazione alla dimensione dell'impresa ovvero alle attività esercitate;
c) estensione dell'utilizzo dell'autocertificazione, delle attestazioni e asseverazioni dei tecnici abilitati nonché delle dichiarazioni di conformità da parte delle agenzie delle imprese (art. 38, comma 4, dl n. 112/2008);
d) informatizzazione degli adempimenti e delle procedure amministrative, secondo la disciplina del dlgs 82/2005 (codice dell'amministrazione digitale);
e) soppressione delle autorizzazioni e dei controlli per le imprese in possesso di certificazione Iso o equivalente, per le attività oggetto di tale certificazione;
f) coordinamento delle attività di controllo al fine di evitare duplicazioni e sovrapposizioni, assicurando la proporzionalità degli stessi in relazione alla tutela degli interessi pubblici coinvolti.
Entrata in vigore. I regolamenti in materia di Scia dovranno essere emanati entro 12 mesi dall'entrata in vigore della legge di conversione del dl 78/2010, ed entreranno in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione (articolo ItaliaOggi del 26.07.2010, pag. 10).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dossier D.I.A. (Denuncia di Inizio Attività)
anno 2016

EDILIZIA PRIVATA: In tema di reati edilizi, nel caso in cui la denuncia di inizio attività (DIA ora SCIA) si ponga quale titolo abilitativo esclusivo (art. 22, commi primo e secondo, d.P.R. 06.06.2001, n. 380), solo l'esecuzione di interventi edilizi in difformità sostanziale da quanto stabilito dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti edilizi integra il reato di cui all'art. 44, lett. a), d.P.R. n. 380 del 2001.
Diversamente,
nel caso in cui la DIA si ponga quale titolo abilitativo alternativo al permesso di costruire (cosiddetta superDIA: art. 22, comma terzo, d.P.R. n. 380/2001) è configurabile il reato di cui all'art. 44, lett. b), d.P.R. n. 380 del 2001, sia nel caso di assenza del permesso di costruire o della DIA, sia nel caso di difformità totale delle opere eseguite rispetto alla DIA presentata, restando priva di sanzione penale la sola difformità parziale.
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2.1. Nella specie, la Corte territoriale non si è uniformata a tali principi, rinviando, da un lato, alla sentenza di primo grado ed agli elementi probatori acquisiti, ma non esaminando, dall'altro, le specifiche censure rivolte con l'appello a quella pronuncia.
Al ricorrente è stato contestato il reato previsto dall'art. 44, lett. b), del D.P.R. n. 380/2001 per aver realizzato lavori di esecuzione di un deposito temporaneo di rifiuti non pericolosi provenienti da demolizioni edili, con difformità rispetto alle previsioni progettuali.
E' stato accertato che, in sede di accesso, venivano riscontrate le difformità rispetto alle previsioni progettuali di cui alla denuncia di inizio lavori presentata dall'imputato al Comune di San Marco d'Alunzio in data 04.08.2011 e, cioè, occupazione di un'area della superficie pari a mq 92,82 anziché mq 79,56, realizzazione di muretti dell'altezza di m 3,20 anziché m. 2,00, aumento dell'altezza del muretto di divisione esterno lato ovest, omessa realizzazione di un adeguato sistema di canalizzazione delle acque meteoriche.
Va ricordato, in proposito, che
la DIA prevista dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3 (cd DIA alternativa o SuperDIA), non è istituto ontologicamente diverso da quello disciplinato dai due commi precedenti (cd DIA semplice, ora SCIA) dal quale non si distingue certo per il carattere dell'onerosità, che ben può essere comune e differisce da esso soltanto in relazione agli interventi assoggettabili (alternativamente) alla procedura.
Diverso, invece, è il connesso regime sanzionatorio.
Nei casi previsti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, commi 1 e 2, -in cui la DIA (ora S.C.I.A.), si pone come titolo abilitativo esclusivo (non alternativo, cioè, al permesso di costruire)- la mancanza della denunzia di inizio dell'attività o la difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA effettivamente presentata non comportano l'applicazione di sanzioni penali ma sono sanzionate soltanto in via amministrativa (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 37, comma 6). Dovendo ritenersi, però, che sia comunque punibile ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a), -pure se preceduta da rituale denuncia d'inizio- l'esecuzione di interventi sostanzialmente difformi da quanto stabilito da strumenti urbanistici e regolamenti edilizi.
Questa Corte ha, infatti, affermato che
l'esecuzione in assenza o in difformità degli interventi subordinati a denuncia di inizio attività (DIA) D.P.R. 06.06.2001, n. 380, ex art. 22, commi 1 e 2, (ora S.C.I.A.), allorché non conformi alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico-edilizia in vigore, comporta l'applicazione della sanzione penale prevista dal citato D.P.R. n. 380, art. 44, lett. a), atteso che soltanto in caso di interventi eseguiti in assenza o difformità dalla DIA (ora S.C.I.A.), ma conformi alla citata disciplina, è applicabile la sanzione amministrativa prevista dallo stesso D.P.R. n. 380 del 2001, art. 37, (Sez. 3, n. 41619 del 22/11/2006, Cariello, Rv. 235413; Sez. 3, n. 9894 del 20/01/2009, Tarallo, Rv. 243099).
Nei casi previsti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3, invece, in cui la DIA (DIA alternativa o superDIA), ai sensi del successivo art. 44, comma 2-bis, si pone come alternativa al permesso di costruire, l'assenza sia del permesso di costruire sia della denunzia di inizio dell'attività ovvero la totale difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA effettivamente presentata integrano il reato di cui al successivo art. 44, lett. b) (Sez. 5, 26.04.2005, Giordano; Sez. 3, 09.03.2006, n. 8303; 26.01.2004, n. 2579, Tollon).
La disciplina sanzionatoria penale non è correlata alla tipologia del titolo abilitativo, bensì alla consistenza concreta dell'intervento. Ciò che conta non è la qualificazione dell'intervento data dal privato nella DIA presentata ma la esatta indicazione e descrizione, in tale denuncia, delle opere, poi, effettivamente eseguite (Sez. 3, n. 47046 del 26/10/2007, Rv. 238463).
Non trova, comunque, sanzione penale la difformità parziale: le sanzioni di cui all'art. 44 d.P.R. n. 380/2001 sono applicabili soltanto in caso di assenza o totale difformità dalla DIA, atteso che la esclusione dell'ipotesi di parziale difformità dal regime sanzionatorio opera sia in caso di edificazione con permesso di costruire che nella diversa ipotesi di opzione per la DIA (Sez. 3, n.44248 del 23/09/2004, Croattini).
E' stato osservato, a tal proposito, che
le opere per le quali l'art. 1, comma 6, della legge 21.12.2001 n. 443 ha previsto la possibilità, a scelta dell'interessato, di procedere in base a DIA in alternativa al premesso di costruire (previsioni trasfuse, poi, con modificazioni nell'art. 22, comma 3, del T.U. n. 380/2001) sono rimaste soggette, rientrando in origine esclusivamente nel regime concessorio, alla sanzione di cui all'art. 44, lett. b), del T.U. n. 380/2001, con la conseguenza che integrano il reato previsto da tale norma le opere suddette, quando siano state realizzate in assenza sia del permesso di costruire sia della DIA, ovvero in totale difformità rispetto alla DIA inoltrata (Sez. 5, n. 23668 del 26/04/2005, Rv. 231905).
2.2. In definitiva, in tema di reati edilizi,
nel caso in cui la denuncia di inizio attività (DIA ora SCIA) si ponga quale titolo abilitativo esclusivo (art. 22, commi primo e secondo, d.P.R. 06.06.2001, n. 380), solo l'esecuzione di interventi edilizi in difformità sostanziale da quanto stabilito dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti edilizi integra il reato di cui all'art. 44, lett. a), d.P.R. n. 380 del 2001; diversamente, nel caso in cui la DIA si ponga quale titolo abilitativo alternativo al permesso di costruire (cosiddetta superDIA: art. 22, comma terzo, d.P.R. n. 380/2001) è configurabile il reato di cui all'art. 44, lett. b), d.P.R. n. 380 del 2001, sia nel caso di assenza del permesso di costruire o della DIA, sia nel caso di difformità totale delle opere eseguite rispetto alla DIA presentata, restando priva di sanzione penale la sola difformità parziale (Sez. 3, n. 9894 del 20/01/2009, Rv. 243099, cit.) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.11.2016 n. 47970).

EDILIZIA PRIVATARistrutturazioni thrilling. Inibitoria anche con Dia-Scia consolidata. Il Tar Lombardia accoglie il ricorso di un proprietario di immobile.
Anche se la Dia-Scia per i lavori si è consolidata, il vicino di casa può sempre ottenere l'inibitoria sul progetto di ristrutturazione della costruzione contigua alla sua se ha agito entro 60 giorni dal momento in cui si è reso conto che il titolo edilizio del confinante risulta viziato, dopo essersi procurato le relativa pratiche.

È quanto emerge dalla sentenza 15.04.2016 n. 735, pubblicata dalla II Sez. del TAR Lombardia.
Lesione e consapevolezza. Accolto il ricorso del proprietario dell'immobile preoccupato per le intenzioni del vicino, che punta ad abbattere e ricostruire un fabbricato. Secondo il confinante il progetto contiene violazioni alle norme sulle distanze minime tra fabbricati oltre che delle stesse disposizioni urbanistiche.
Per il Comune, invece, niente da segnalare: «decorsi i termini a seguito della presentazione della documentazione integrativa», spiega l'ufficio tecnico, la Dia-Scia ha ormai consolidato i suoi effetti. E invece no, perché è l'articolo 19, comma 6-ter, legge 241/1990 a imporre all'amministrazione anzitutto di riscontrare l'istanza che proviene dal terzo titolare di un situazione giuridica differenziata, come è il vicino di casa che vuole bloccare il lavori.
Ma soprattutto il Comune deve anche bloccare l'opera se risulta che il confinante ha comunque agito entro sessanta giorni da quando ha avuto notizia dei profili lesivi dell'intervento: altrimenti il terzo subirebbe una diminuzione della tutela accordatagli rispetto a chi sia leso da un permesso di costruire.
Canale unico. È vero, il riferimento ai 60 giorni di tempo non risulta dal comma 3-bis dell'articolo 19 della legge sulla trasparenza: si tratta di un'interpretazione sistematica perché la diffida prevista dalla norma costituisce l'unico «canale» percorribile dall'interessato al fine di ottenere la tutela dal giudice in un secondo momento.
Obbligo di motivazione. E se invece sono passati più di due mesi? Il terzo può sempre chiedere all'ente locale di agire in autotutela. Anche in questo caso l'amministrazione è tenuta a pronunciarsi sull'istanza del confinante spiegando i motivi per i quali non intende esercitare il potere di «rimangiarsi» il nulla osta all'opera «incriminata».
Spese di giudizio compensate per la novità della questione (articolo ItaliaOggi Sette del 13.06.2016).
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MASSIMA
8. Al fine di inquadrare correttamente la questione, si rende necessario chiarire la portata delle previsioni normative rilevanti nel presente giudizio.
In tale prospettiva, occorre prendere le mosse proprio dalla sentenza di questa Sezione n. 2799 del 2014, che ha raggiunto conclusioni che il Collegio condivide e ritiene di dover ribadire, e che tuttavia non conducono all’esito sostenuto dal controinteressato, come si dirà.
8.1 Deve anzitutto ricordarsi che
la denuncia d’inizio attività, secondo quanto autorevolmente chiarito, ormai da tempo, dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, “non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l’intenzione di intraprendere un’attività direttamente ammessa dalla legge” (Ad. Plen. n. 15 del 2011). Affermazione, questa, che ha poi trovato piena conferma da parte del legislatore, posto che l’attuale articolo 19, comma 6-ter, primo periodo della legge n. 241 del 1990 –introdotto dall'articolo 6, comma 1, lett. c) del decreto legge 13.08.2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14.09.2011, n. 148– stabilisce espressamente che “La segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili”.
L’atto non muta tale sua natura neppure dopo il decorso del termine normativamente previsto per l’esercizio delle verifiche da parte del Comune.
Conseguentemente, non può sostenersi che, una volta che il terzo sia venuto a conoscenza del titolo, ormai consolidatosi per mancato esercizio dei poteri inibitori, lo stesso terzo disponga di sessanta giorni di tempo per proporre impugnazione giurisdizionale. E’ vero infatti che la sussistenza, in tale ipotesi, di un atto impugnabile era stata autorevolmente sostenuta, sulla base del quadro normativo allora vigente, dall’Adunanza Plenaria n. 15 del 2011, che aveva ravvisato un provvedimento suscettibile di tutela giurisdizionale demolitoria nel diniego tacito di esercizio del potere inibitorio. Tuttavia, le conclusioni cui era pervenuta l’Adunanza Plenaria sono oggi superate alla luce delle successive novità legislative e, in particolare, di quanto ora disposto dal richiamato articolo 19, comma 6-ter, della legge n. 241 del 1990.
In base a quest’ultima disposizione, “
(...) Gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all'art. 31, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 02.07.2010, n. 104”. Previsione, questa, che come evidenziato dalla giurisprudenza, anche della Sezione, “vieta sostanzialmente l’impugnazione diretta della DIA o della SCIA –non costituenti provvedimenti amministrativi, neppure impliciti– ma consente la sola tutela giurisdizionale secondo il citato meccanismo di cui all’art. 31” (TAR Lombardia, Sez. II, 14.01.2014, n. 126).
9. In tale quadro si colloca il tema della tutela del soggetto che alleghi di essere stato leso dalla denuncia di inizio di attività presentata da altri.
9.1 Con la richiamata sentenza n. 2799 del 2014, la Sezione ha, anzitutto, rilevato che
i poteri inibitori spettanti all’amministrazione nei confronti degli interventi oggetto di una denuncia di inizio di attività vanno esercitati entro il termine normativamente prescritto, decorso il quale il “consolidarsi” della d.i.a. determina –di regola– l’impossibilità per il Comune di intervenire, se non nell’esercizio dei poteri di autotutela (Cons. Stato, Sez. VI, 22.09.2014 n. 4780).
Si tratta di conclusioni che trovano ormai pieno riscontro nell’attuale previsione del comma 4 dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990, come sostituito dall'articolo 6, comma 1, lett. a) della legge 07.08.2015, n. 124, in base al quale,
una volta decorso il termine per l’esercizio del controllo sulla denuncia o segnalazione certificata di inizio attività, “l'amministrazione competente adotta comunque i provvedimenti previsti dal medesimo comma 3 in presenza delle condizioni previste dall'articolo 21-nonies”.
Disposizione, questa, che è bensì inapplicabile ratione temporis nel presente giudizio, ma che ha sostanzialmente codificato gli esiti del dibattito giurisprudenziale sul punto. E ciò anche avuto riguardo alla natura dei poteri esercitati dall’amministrazione in quest’ultima ipotesi, che sono pur sempre di tipo inibitorio, ma subordinatamente al riscontro dei presupposti per l’intervento in autotutela (in coerenza con quanto già da tempo autorevolmente chiarito da Cons. Stato, Sez. VI, 09.02.2009, n. 717).
9.2 Ciò posto, la sentenza della Sezione n. 2799 del 2014 ha affermato che
l’intervento inibitorio è, tuttavia, da ritenere doveroso, e non soggetto al ricorrere dei presupposti propri del potere di autotutela, laddove la carenza dei presupposti della d.i.a. sia denunciata dal terzo, titolare di una posizione giuridica qualificata e differenziata, ai sensi del richiamato comma 6-ter del medesimo articolo 19.
E ciò –come già affermato nella sentenza richiamata– perché è anzitutto il chiaro tenore testuale della previsione normativa richiamata a non fare alcun riferimento al decorso del termine per il “consolidarsi” della denuncia di inizio di attività.
D’altra parte –come pure si è affermato nella sentenza n. 2799 del 2014– “
laddove dovesse ritenersi che il terzo, venuto a conoscenza della d.i.a. dopo il decorso del termine per il compimento delle verifiche, non possa chiedere l’esercizio dei poteri inibitori, ne deriverebbe un vulnus nei confronti della tutela offerta dall’ordinamento nei confronti di tale soggetto.” Questi, infatti, da un lato non disporrebbe di alcun provvedimento impugnabile (ostandovi il chiaro tenore del richiamato comma 6-ter dell’articolo 19) e, dall’altro, potrebbe solo invocare l’intervento in autotutela, che è però esercitabile solo in presenza di precisi presupposti, ulteriori rispetto al mero riscontro dell’illegittimità.
9.3 La posizione espressa con la sentenza di questa Sezione n. 2799 del 2014 è stata condivisa e ribadita da numerose successive pronunce di primo grado (TAR Campania, Napoli, Sez. III, 05.03.2015, n. 1410; TAR Piemonte, Sez. II, 01.07.2015, n. 1114; TAR Veneto, Sez. II, 12.10.2015, n. 1038 e n. 1039).
In particolare, la giurisprudenza ha evidenziato che “
Una tale interpretazione appare peraltro obbligata secondo una lettura costituzionalmente orientata delle norme alla luce dei principi di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale sanciti dagli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, non risultando altrimenti giustificabile, rispetto all’intento di garantire una tendenziale stabilità ai titoli abilitativi, l’eccessivo sacrificio che verrebbe imposto al diritto di azione del terzo leso dall’attività intrapresa.
Infatti il legislatore ha escluso che la denuncia e la dichiarazione di inizio attività costituiscano provvedimenti taciti direttamente impugnabili, ammettendo solo che i terzi interessati possano sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'Amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione contro il silenzio.
Poiché il terzo leso ha quest’unico rimedio a tutela della propria sfera giuridica, quando l’intervento di verifica risulti dallo stesso sollecitato e ad esso possa riconoscersi la titolarità di un interesse differenziato e qualificato, il divieto di prosecuzione dell’attività o l’inibitoria deve potersi svolgere in modo pieno e senza i limiti propri dell’autotutela avviata d’ufficio
.” (così TAR Veneto, n. 1038 del 2015, cit.).
10.
Posto quindi che, secondo la lettura qui accolta, l’articolo 19, comma 6-ter, impone all’amministrazione di esercitare pieni poteri inibitori della denuncia di inizio di attività, anche dopo il “consolidarsi” del titolo edilizio, qualora sia a ciò sollecitata da un terzo titolare di una situazione giuridica qualificata e differenziata, occorre chiedersi se tale soggetto possa sollecitare in qualunque momento l’intervento dell’amministrazione stessa, ovvero abbia l’onere di farlo entro un lasso di tempo stabilito.
10.1 Anche questa questione è stata affrontata, sia pure sinteticamente, nella richiamata sentenza n. 2799 del 2014, come correttamente rilevato, nel presente giudizio, dalla difesa del controinteressato.
In quella pronuncia, infatti, è stato esplicitamente evidenziato che il terzo che si assumeva leso dalla denuncia di inizio di attività presentata dal confinante si era rivolto all’amministrazione entro sessanta giorni dal momento in cui, accedendo agli atti della pratica edilizia, aveva preso piena conoscenza del contenuto della d.i.a. e delle esatte caratteristiche dell’intervento progettato.
La pronuncia ha, quindi, implicitamente ritenuto rilevante la circostanza che l’istanza volta a provocare l’esercizio del potere inibitorio fosse intervenuta entro il suddetto termine.
10.2 Il rilievo attribuito dalla suddetta pronuncia al momento della presentazione dell’istanza rivolta all’amministrazione non è stato condiviso da un altro orientamento giurisprudenziale recentemente emerso.
In base a tale diversa ricostruzione, il terzo leso dalla d.i.a. (o s.c.i.a.) potrebbe infatti rivolgersi in ogni tempo all’amministrazione, e ottenere comunque il pieno esercizio dei poteri inibitori, senza necessità del riscontro dei presupposti propri dell’autotutela (in questo senso: TAR Piemonte, Sez. II, n. 1114 del 2015, cit.).
Tesi, questa, che viene argomentata sia sulla base del tenore testuale del comma 3-bis dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990 –il quale non indica testualmente alcun limite temporale per la diffida diretta all’amministrazione– sia in considerazione della circostanza che la possibilità di un intervento “a tutto campo” e in ogni tempo sulla d.i.a., in presenza di una sollecitazione proveniente da un terzo che si assuma pregiudicato dall’intervento, dovrebbe ritenersi giustificata dalla natura stessa dell’istituto, che non dà luogo alla formazione di un provvedimento amministrativo e si basa sulla responsabilità del privato.
Il Collegio ritiene, tuttavia, che tali considerazioni possano essere condivise soltanto in parte, come meglio si illustrerà nel prosieguo.
10.3
Deve, anzitutto, confermarsi e ribadirsi in questa sede l’orientamento già espresso –anche in relazione al profilo inerente ai termini per la sollecitazione dei poteri inibitori– dalla sentenza della Sezione n. 2799 del 2014. E’ infatti da ritenere che le conclusioni raggiunte, sul punto, dalla pronuncia richiamata siano necessitate, alla stregua dell’interpretazione sistematica e –ancora una volta– costituzionalmente orientata del dato normativo, costituito dall’articolo 19, comma 3-ter, della legge n. 241 del 1990.
Per ciò che attiene al profilo sistematico,
l’interpretazione della disposizione deve necessariamente tenere conto della circostanza che l’intera disciplina della denuncia di inizio di attività, fino ai più recenti interventi normativi (in parte successivi alla formazione dei titoli oggetto del presente giudizio, ma comunque rilevanti ai fini interpretativi e ricostruttivi del sistema), risulta chiaramente ispirata dalla finalità di coniugare l’esigenza di incentrare il fondamento normativo della d.i.a sull’autoresponsabilità del privato con quella di assicurare comunque una sostanziale stabilità del titolo edilizio –analoga a quella propria del permesso di costruire– dopo il decorso del tempo stabilito per il suo “consolidarsi”.
In tale quadro normativo,
è certamente necessario –come sopra detto– assicurare al terzo la possibilità di ottenere piena tutela, mediante l’esercizio dei poteri inibitori dell’amministrazione, anche dopo che sia trascorso tale termine di tendenziale “stabilizzazione” del titolo edilizio.
Tuttavia,
tale possibilità non può tradursi nell’eliminazione di qualunque garanzia attinente al “consolidarsi” della d.i.a., né eccedere quanto necessario e sufficiente ad assicurare al terzo leso dalla denuncia di inizio attività una tutela equivalente a quella riconosciuta al soggetto leso da un permesso di costruire.
Per questa ragione,
deve ritenersi che il soggetto titolare di una situazione giuridica qualificata e differenziata che lamenti un pregiudizio derivante da una denuncia o segnalazione certificata di inizio attività possa ottenere il pieno e doveroso esercizio dei poteri inibitori, senza i limiti propri dell’autotutela, soltanto laddove abbia sollecitato l’intervento dell’amministrazione entro sessanta giorni dal momento in cui ha avuto conoscenza della lesione.
Il predetto termine di sessanta giorni, pur non espressamente previsto dal comma 3-bis dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990, deve infatti ricavarsi in via sistematica, tenendo conto che la diffida prevista dalla disposizione ora richiamata costituisce l’unico “canale” percorribile dall’interessato al fine di adire eventualmente, in un secondo momento, la tutela giurisdizionale. In tale prospettiva, l’esigenza di assicurare sia la pienezza della tutela (ai sensi dell’articolo 24 della Costituzione), che la parità di trattamento rispetto al soggetto leso da un permesso di costruire (in relazione all’articolo 3 della Costituzione) impone di fare applicazione del termine ordinariamente previsto per l’impugnazione dei provvedimenti amministrativi, fissato dall’articolo 29 del codice del processo amministrativo.
E’ ben vero che il termine di cui all’articolo 29 ora richiamato ha natura processuale e non procedimentale; tuttavia, come detto,
la fase procedimentale necessaria stabilita dal comma 3-bis dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990 costituisce un passaggio obbligato per l’accesso alla tutela giurisdizionale, per cui è dalla disciplina propria di quest’ultima che può e deve trarsi il dato necessario all’integrazione in via interpretativa della lacuna normativa.
Tale opzione ermeneutica risulta essere stata accolta, del resto, anche dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato, la quale non ha mancato di rimarcare, in una recente pronuncia, che “
il potere di sollecitazione del terzo non è da intendersi come esercitabile ad libitum, bensì rimane assoggettato al rispetto del termine di decadenza decorrente dalla conoscenza della D.I.A.” (così Cons. Stato, Sez. IV, 12.11.2015, n. 5161).
11. Occorre a questo punto domandarsi quid iuris nel caso in cui il terzo abbia richiesto l’intervento dell’amministrazione dopo il decorso di sessanta giorni dal momento in cui ha avuto piena conoscenza del contenuto lesivo della denuncia di inizio di attività.
La difesa del controinteressato ritiene che, in questo caso, l’impugnazione del provvedimento con cui l’amministrazione ha negato l’esercizio dei poteri relativi alla d.i.a. sia radicalmente inammissibile.
11.1 Il Collegio non ignora che tale soluzione risulta essere stata accolta dalla sentenza del Consiglio di Stato da ultimo richiamata (Cons. Stato n. 5161 del 2015, cit.), ma ritiene –su questo specifico aspetto– di dover addivenire a conclusioni in parte diverse rispetto al giudice d’appello.
Deve, infatti, tenersi presente il dato imprescindibile (ben evidenziato, come detto, da TAR Piemonte n. 1114 del 2015, cit., che però perviene a conclusioni non coincidenti con quelle qui sostenute) che
il comma 6-ter dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990 non prevede alcun termine per la sollecitazione dei poteri dell’amministrazione e per l’insorgere del correlativo obbligo, per quest’ultima, di pronunciarsi sull’istanza.
Per le ragioni già diffusamente illustrate,
laddove l’istanza sia presentata da un terzo titolare di una situazione giuridica qualificata e differenziata, entro il termine di sessanta giorni dalla conoscenza della d.i.a. o s.c.i.a., l’amministrazione non potrà esimersi dall’esercitare pienamente i propri poteri inibitori.
Ciò, però, non toglie che il terzo ben possa sollecitare l’intervento dell’amministrazione anche oltre tale termine, al fine di invocare non già il pieno esercizio dei poteri inibitori, bensì il riscontro della sussistenza dei –diversi– presupposti normativamente previsti per l’intervento in autotutela.
11.2 Al riguardo,
deve precisarsi che –anche laddove la sollecitazione debba intendersi diretta a provocare l’esercizio dei poteri di autotutela– l’amministrazione è comunque tenuta ad esprimersi sull’istanza, eventualmente illustrando le ragioni per le quali ritenga non sussistenti i presupposti per la rimozione del titolo edilizio.
E’ vero, infatti, che –secondo i principi– l’esercizio dell’autotutela è, di regola, tipicamente discrezionale nell’an, per cui l’amministrazione non è tenuta, di norma, neppure a riscontrare l’istanza di autotutela presentata da un privato (v. ex multis Cons. Stato, V, 03.05.2012 n. 2549). Tuttavia, nel caso della denuncia o segnalazione certificata di inizio attività, la sussistenza di un dovere dell’amministrazione di verificare l’esistenza dei presupposti per l’esercizio del potere è imposta dal chiaro tenore testuale del richiamato comma 3-bis dell’articolo 19, il quale attribuisce espressamente al terzo che si assuma leso dal titolo edilizio un incondizionato accesso anche alla tutela giurisdizionale avverso il silenzio.
D’altro canto, la soluzione prescelta dal legislatore è coerente con il fondamentale rilievo che, nel caso di intervento di controllo relativo alla d.i.a. o s.c.i.a., non si fa questione di esercizio di poteri di autotutela in senso proprio, poiché manca un provvedimento amministrativo rispetto al quale possa esercitarsi un potere di secondo grado. Piuttosto –come sopra detto– l’amministrazione, in questo caso, esercita pur sempre poteri di tipo inibitorio, ma subordinatamente al riscontro dei presupposti per l’intervento in autotutela.
12. In definitiva, alla luce di tutto quanto sin qui esposto,
il Collegio ritiene che la previsione del comma 6-ter dell’articolo 19 della legge n. 241 del 1990 imponga all’amministrazione di riscontrare motivatamente, in ogni caso, l’istanza con cui un terzo, titolare di una situazione giuridica qualificata e differenziata, abbia sollecitato l’intervento della stessa amministrazione in relazione a una denuncia o segnalazione certificata di inizio attività.
In particolare,
laddove l’istanza pervenga entro sessanta giorni dal momento in cui tale soggetto risulta aver avuto conoscenza dei profili lesivi dell’intervento, l’amministrazione sarà tenuta a esercitare, sussistendone i presupposti, pieni poteri inibitori, poiché –in difetto– il terzo subirebbe una diminuzione della tutela accordatagli rispetto a chi sia leso da un permesso di costruire.
Superati i sessanta giorni, l’amministrazione dovrà comunque a verificare, dandone conto motivatamente, unicamente la sussistenza dei presupposti per l’esercizio dell’autotutela.
Logico corollario di quanto sin qui affermato è che la circostanza che
tale terzo abbia avuto conoscenza del titolo edilizio da più di sessanta giorni non comporta conseguenze processuali, in relazione alla eventuale successiva azione giurisdizionale contro il silenzio o il provvedimento negativo emesso dall’amministrazione, ma ha unicamente conseguenze di tipo procedimentale (secondo quanto già rilevato dalla Sezione con la sentenza n. 585 del 05.03.2014).
In entrambe le ipotesi sopra enunciate, il ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento con cui l’amministrazione abbia negato il proprio intervento sarà quindi ammissibile –sussistendo, beninteso, tutte le altre condizioni dell’azione– ma la risposta dell’amministrazione dovrà essere verificata tenendo conto del diverso potere esercitato nelle due ipotesi sopra dette.

EDILIZIA PRIVATASebbene a seguito della presentazione della DIA non si formi alcun provvedimento tacito, una volta spirato il termine per l’esercizio del potere inibitorio, l’amministrazione può ancora intervenire per contrastare l’attività edilizia non conforme alla vigente normativa, esercitando un potere di autotutela sui generis (sui generis proprio perché non ha ad oggetto un provvedimento di primo grado) che condivide con l’ordinario potere di autotutela i principi che ne governano l’esercizio.
E’ pertanto indispensabile, affinché tale potere possa dirsi legittimamente esercitato, che, ai sensi dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990, l’autorità amministrativa invii all’interessato la comunicazione di avviso di avvio del procedimento, che l’atto di autotutela intervenga tempestivamente, e che in esso si dia conto delle prevalenti ragioni di interesse pubblico concrete ed attuali, diverse da quelle al mero ripristino della legalità violata, che depongono per la sua adozione, tenendo in considerazione gli interessi dei destinatari e dei controinteressati.

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28. La giurisprudenza ritiene che, sebbene a seguito della presentazione della DIA non si formi alcun provvedimento tacito, una volta spirato il termine per l’esercizio del potere inibitorio, l’amministrazione possa ancora intervenire per contrastare l’attività edilizia non conforme alla vigente normativa, esercitando un potere di autotutela sui generis (sui generis proprio perché non ha ad oggetto un provvedimento di primo grado) che condivide con l’ordinario potere di autotutela i principi che ne governano l’esercizio (cfr. Consiglio di Stato, ad. plen., 29.07.2011 n. 15).
29. E’ pertanto indispensabile, affinché tale potere possa dirsi legittimamente esercitato, che, ai sensi dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990, l’autorità amministrativa invii all’interessato la comunicazione di avviso di avvio del procedimento, che l’atto di autotutela intervenga tempestivamente, e che in esso si dia conto delle prevalenti ragioni di interesse pubblico concrete ed attuali, diverse da quelle al mero ripristino della legalità violata, che depongono per la sua adozione, tenendo in considerazione gli interessi dei destinatari e dei controinteressati (TAR Lombardia-Milano, sez. II, sentenza 18.02.2016 n. 355 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2015

EDILIZIA PRIVATAE' vero che il sistema delineato dall'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241, nel rafforzare la tutela di affidamento del privato che abbia presentato una dia o una scia, ha previsto la tassatività dei casi in cui alla Amministrazione é consentito di intervenire dopo la scadenza dei termini di cui al comma 3 e comma 6-bis, nel senso che fuori dalle situazioni individuate al comma 3 (falsità nelle dichiarazioni) ed al comma 4 (pericolo di danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente e la salute, per la sicurezza pubblica e la difesa nazionale), le Amministrazioni non possono intervenire; tuttavia il comma 6-ter, nel porre un obbligo all’amministrazione di provvedere su istanza del privato, ha previsto una fattispecie autonoma e diversa dal potere ufficioso previsto dai menzionati commi 3 e 4.
Una tale interpretazione appare peraltro obbligata secondo una lettura costituzionalmente orientata delle norme alla luce dei principi di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale sanciti dagli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, non risultando altrimenti giustificabile, rispetto all’intento di garantire una tendenziale stabilità ai titoli abilitativi, l’eccessivo sacrificio che verrebbe imposto al diritto di azione del terzo leso dall’attività intrapresa.
Infatti il legislatore ha escluso che la denuncia e la dichiarazione di inizio attività costituiscano provvedimenti taciti direttamente impugnabili, ammettendo solo che i terzi interessati possano sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'Amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione contro il silenzio.
Poiché il terzo leso ha quest’unico rimedio a tutela della propria sfera giuridica, quando l’intervento di verifica risulti dallo stesso sollecitato e ad esso possa riconoscersi la titolarità di un interesse differenziato e qualificato, il divieto di prosecuzione dell’attività o l’inibitoria deve potersi svolgere in modo pieno e senza i limiti propri dell’autotutela avviata d’ufficio.
Sicché, il provvedimento comunale di archiviazione del procedimento di verifica (di terzi) deve essere annullato, ed a tale annullamento consegue l’obbligo in capo all’Amministrazione di completare sollecitamente il procedimento di verifica accertando analiticamente la fondatezza o meno dei singoli rilievi proposti ed adottando i conseguenti provvedimenti che, in caso di riscontro delle illegittimità segnalate hanno carattere doveroso e non soggiacciono ai limiti previsti per le attività di verifica attivate d’ufficio dall’Amministrazione quando, come nel caso di specie, siano avviati su segnalazione del terzo leso nella propria posizione qualificata e differenziata.

Il secondo motivo, con il quale il ricorrente lamenta l’illegittimità del provvedimento di archiviazione, è invece fondato e deve essere accolto.
Il Comune di Cortina d’Ampezzo ha disposto l’archiviazione del procedimento di verifica della legittimità delle denunce di inizio attività ritenendo di per sé ostativa, e quindi senza svolgere un approfondimento istruttorio sui singoli rilievi sollevati nelle richieste di verifica, la norma di cui all’art. 19, comma 4, della legge 07.08.1990, n. 241, nel testo allora vigente.
Secondo il Comune anche a seguito della richiesta di verifica da parte di un terzo non è possibile procedere al divieto di prosecuzione dell’attività se non vi siano lesioni agli specifici interessi sensibili menzionati dall’art. 19, comma 4, della legge 07.08.1990, n. 241.
Tale norma ammette il divieto di prosecuzione dell’attività “solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale”, che nel caso di specie non ricorrono.
La tesi non è condivisibile.
La giurisprudenza, alla quale il Collegio aderisce (cfr. Tar Piemonte, Sez. II, 01.07.2015, n. 1114; Tar Campania, Napoli, Sez. III, 05.03.2015, n. 1410; Tar Lombardia, Milano, Sez. II, 21.11.2014, n. 4799), ha infatti chiarito che è vero che il sistema delineato dal citato art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241, nel rafforzare la tutela di affidamento del privato che abbia presentato una dia o una scia, ha previsto la tassatività dei casi in cui alla Amministrazione é consentito di intervenire dopo la scadenza dei termini di cui al comma 3 e comma 6-bis, nel senso che fuori dalle situazioni individuate al comma 3 (falsità nelle dichiarazioni) ed al comma 4 (pericolo di danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente e la salute, per la sicurezza pubblica e la difesa nazionale), le Amministrazioni non possono intervenire; tuttavia il comma 6-ter, nel porre un obbligo all’amministrazione di provvedere su istanza del privato, ha previsto una fattispecie autonoma e diversa dal potere ufficioso previsto dai menzionati commi 3 e 4.
Una tale interpretazione appare peraltro obbligata secondo una lettura costituzionalmente orientata delle norme alla luce dei principi di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale sanciti dagli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, non risultando altrimenti giustificabile, rispetto all’intento di garantire una tendenziale stabilità ai titoli abilitativi, l’eccessivo sacrificio che verrebbe imposto al diritto di azione del terzo leso dall’attività intrapresa.
Infatti il legislatore ha escluso che la denuncia e la dichiarazione di inizio attività costituiscano provvedimenti taciti direttamente impugnabili, ammettendo solo che i terzi interessati possano sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'Amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione contro il silenzio.
Poiché il terzo leso ha quest’unico rimedio a tutela della propria sfera giuridica, quando l’intervento di verifica risulti dallo stesso sollecitato e ad esso possa riconoscersi la titolarità di un interesse differenziato e qualificato, il divieto di prosecuzione dell’attività o l’inibitoria deve potersi svolgere in modo pieno e senza i limiti propri dell’autotutela avviata d’ufficio.
In definitiva, in accoglimento delle censure del secondo motivo, il provvedimento di archiviazione del procedimento di verifica deve essere annullato, ed a tale annullamento consegue l’obbligo in capo all’Amministrazione di completare sollecitamente il procedimento di verifica accertando analiticamente la fondatezza o meno dei singoli rilievi proposti ed adottando i conseguenti provvedimenti che, in caso di riscontro delle illegittimità segnalate, come sopra precisato, hanno carattere doveroso e non soggiacciono ai limiti previsti per le attività di verifica attivate d’ufficio dall’Amministrazione quando, come nel caso di specie, siano avviati su segnalazione del terzo leso nella propria posizione qualificata e differenziata (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 12.10.2015 n. 1039 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’improrogabilità dei termini per l’ultimazione dei lavori oggetto di d.i.a. –beninteso, ordinariamente, e al di fuori dell’ambito di applicazione dell’istituto introdotto una tantum dal decreto legge n. 69 del 2013, secondo quanto sopra detto– costituisce un tratto caratterizzante dell’istituto della denuncia di inizio di attività, chiaramente delineato dalla disciplina normativa di fonte statale e regionale, come del resto affermato dalla giurisprudenza.
Basti, al riguardo, tenere presente che:
- l’articolo 15, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001, nel prevedere la proroga “ordinaria” dei termini dei lavori, si riferisce espressamente al solo permesso di costruire;
- l’articolo 23, comma 2, del medesimo d.P.R. n. 380 del 2001, dopo aver previsto che la denuncia di inizio attività sia “sottoposta al termine massimo di efficacia pari a tre anni” (così il primo periodo), stabilisce esplicitamente che “La realizzazione della parte non ultimata dell'intervento è subordinata a nuova denuncia” (così il secondo periodo);
- l’articolo 42, comma 6, della legge regionale n. 12 del 2005 parimenti dispone che “I lavori oggetto della denuncia di inizio attività devono essere iniziati entro un anno dalla data di efficacia della denuncia stessa ed ultimati entro tre anni dall'inizio dei lavori. La realizzazione della parte di intervento non ultimata nel predetto termine è subordinata a nuova denuncia (...)”.
Per altro verso, la non prorogabilità, ordinariamente, dei termini di ultimazione dei lavori oggetto di denuncia di inizio attività è suffragata anche da un ulteriore argomento a contrario, evincibile proprio dalla previsione dell’articolo 30, comma 4, del decreto legge n. 69 del 2013, che ha espressamente e appositamente previsto l’applicazione della proroga straordinaria ed eccezionale dei termini di ultimazione dei lavori anche con riferimento agli interventi oggetto di denuncia di inizio attività.
Il legislatore ha quindi evidentemente inteso stabilire, anche sotto questo profilo, una deroga al regime ordinario, che di per sé esclude espressamente la possibilità per l’Amministrazione di spostare in avanti i termini di ultimazione degli interventi oggetto di denuncia di inizio attività.
Il regime giuridico così delineato risulta, peraltro, non irragionevole –in considerazione della natura e dei caratteri della denuncia di inizio attività– né discriminante rispetto a quello, diverso, stabilito per il permesso di costruire, atteso altresì che costituisce pur sempre una facoltà dell’interessato scegliere di richiedere quest’ultimo titolo, in luogo di avvalersi dell’istituto della d.i.a..

4. Venendo ai motivi aggiunti, va respinto il mezzo indicato come terzo.
E invero, essendo allegata l’illegittimità derivata del secondo diniego di proroga rispetto al PGT, il rigetto delle censure dirette contro lo strumento urbanistico comporta che uguale sorte debbano seguire anche tali prospettate doglianze di illegittimità derivata.
5. Quanto alle ulteriori censure, deve rilevarsi che il secondo diniego di proroga della d.i.a. reca due distinte motivazioni, poiché in esso si legge:
- “Richiamato l’articolo 15.2 del D.P.R. n. 380/2001 il nuovo titolo abilitativo conseguito con Dia non può ritenersi pertanto idoneo al fine dell’ottenimento di una eventuale proroga della fine dei lavori”;
- “Si fa presente infine che le opere ancora da realizzare consistono nella completa realizzazione dei fabbricati in progetto, elemento significativo nel considerare le prescrizioni del nuovo strumento urbanistico prevalenti sulla volontà di portare a compimento un’opera ora in contrasto con la normativa attualmente in vigore”.
Ora, la parte ricorrente dirige le proprie censure –nel motivo rubricato come quinto nel ricorso per motivi aggiunti– unicamente contro questa seconda ragione posta alla base del provvedimento impugnato. Nessuna censura è invece espressamente articolata nel ricorso contro la prima delle motivazioni indicate dall’Amministrazione, ossia l’impossibilità di carattere generale di prorogare i termini per l’esecuzione degli interventi oggetto di denunce d’inizio attività.
D’altro canto, anche a voler tenere conto di quanto affermato dalla parte in memoria, laddove essa allega l’irragionevolezza e la disparità di trattamento, rispetto al regime del permesso di costruire, che deriverebbe dall’improrogabilità della d.i.a., prospettando l’illegittimità costituzionale della relativa disciplina (v. memoria del 02.04.2015, p. 5 e pp. 11 e s.), il Collegio ritiene che la motivazione addotta dal Comune sia insuperabile, per le ragioni che di seguito si espongono.
Deve, anzitutto, rilevarsi che l’improrogabilità dei termini per l’ultimazione dei lavori oggetto di d.i.a. –beninteso, ordinariamente, e al di fuori dell’ambito di applicazione dell’istituto introdotto una tantum dal decreto legge n. 69 del 2013, secondo quanto sopra detto– costituisce un tratto caratterizzante dell’istituto della denuncia di inizio di attività, chiaramente delineato dalla disciplina normativa di fonte statale e regionale, come del resto affermato dalla giurisprudenza (v. Cons. Stato, Sez. IV, 11.12.2013, n. 5969, che conferma la sentenza di questa Sezione, 08.03.2013, n. 619).
Basti, al riguardo, tenere presente che:
- l’articolo 15, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001, nel prevedere la proroga “ordinaria” dei termini dei lavori, si riferisce espressamente al solo permesso di costruire;
- l’articolo 23, comma 2, del medesimo d.P.R. n. 380 del 2001, dopo aver previsto che la denuncia di inizio attività sia “sottoposta al termine massimo di efficacia pari a tre anni” (così il primo periodo), stabilisce esplicitamente che “La realizzazione della parte non ultimata dell'intervento è subordinata a nuova denuncia” (così il secondo periodo);
- l’articolo 42, comma 6, della legge regionale n. 12 del 2005 parimenti dispone che “I lavori oggetto della denuncia di inizio attività devono essere iniziati entro un anno dalla data di efficacia della denuncia stessa ed ultimati entro tre anni dall'inizio dei lavori. La realizzazione della parte di intervento non ultimata nel predetto termine è subordinata a nuova denuncia (...)”.
Per altro verso, la non prorogabilità, ordinariamente, dei termini di ultimazione dei lavori oggetto di denuncia di inizio attività è suffragata anche da un ulteriore argomento a contrario, evincibile proprio dalla previsione dell’articolo 30, comma 4, del decreto legge n. 69 del 2013, che ha espressamente e appositamente previsto l’applicazione della proroga straordinaria ed eccezionale dei termini di ultimazione dei lavori anche con riferimento agli interventi oggetto di denuncia di inizio attività.
Il legislatore ha quindi evidentemente inteso stabilire, anche sotto questo profilo, una deroga al regime ordinario, che di per sé esclude espressamente la possibilità per l’Amministrazione di spostare in avanti i termini di ultimazione degli interventi oggetto di denuncia di inizio attività.
Il regime giuridico così delineato risulta, peraltro, non irragionevole –in considerazione della natura e dei caratteri della denuncia di inizio attività– né discriminante rispetto a quello, diverso, stabilito per il permesso di costruire, atteso altresì che costituisce pur sempre una facoltà dell’interessato scegliere di richiedere quest’ultimo titolo, in luogo di avvalersi dell’istituto della d.i.a. (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 22.07.2015 n. 1764 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo tacito, bensì un atto privato dell'avvio di un'attività che trova la sua legittimità direttamente nella legge.
Dunque, non è corretto affermare che, decorsi trenta giorni dalla segnalazione certificata di inizio attività, si sia formato un provvedimento tacito di assenso all’attività edilizia programmata.
Piuttosto, presentata la segnalazione certificata di inizio attività, l’amministrazione ha trenta giorni di tempo per intervenire al fine di inibire l’intervento edilizio per il quale manchi una delle condizioni previste dalla legge.
Il termine in questione deve ritenersi riferito all’adozione del provvedimento inibitorio, e non alla sua notificazione.

7. - Il motivo, nel suo complesso, è infondato.
7.1. - Innanzitutto, va ricordato che la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo tacito, bensì un atto privato dell'avvio di un'attività che trova la sua legittimità direttamente nella legge (Cons. Stato, Ad. Plen., 29.07.2011, n. 15).
Dunque, non è corretto affermare che, decorsi trenta giorni dalla segnalazione certificata di inizio attività, si sia formato un provvedimento tacito di assenso all’attività edilizia programmata.
Piuttosto, presentata la segnalazione certificata di inizio attività, l’amministrazione ha trenta giorni di tempo per intervenire al fine di inibire l’intervento edilizio per il quale manchi una delle condizioni previste dalla legge.
Il termine in questione deve ritenersi riferito all’adozione del provvedimento inibitorio, e non alla sua notificazione (TAR Lombardia–Milano, Sez. II, 04.04.2012, n. 990; TAR Puglia–Lecce, Sez. I, 15.01.2009, n. 54).
Nel caso di specie, il provvedimento, adottato il 19.03.2015, è tempestivo in considerazione della data di presentazione della segnalazione certificata di inizio attività, e cioè il 18.02.2015 (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 11.06.2015 n. 1066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Come già ricordato da questa Sezione, per effetto dell'art. 19, ultimo comma, della L. n. 241 del 1990, in caso di presentazione di una DIA o di una SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), reputate illegittime, i soggetti che si considerano lesi dall'attività edilizia possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia di quest'ultima, esperire "esclusivamente", l'azione contro il silenzio della Pubblica Amministrazione di cui all'art. 31 del c.p.a..
Avendo questa Sezione già in precedenza affermato che la disposizione di cui al citato art. 19 vieta sostanzialmente l'impugnazione diretta della DIA o della SCIA -non costituenti provvedimenti amministrativi, neppure impliciti- ma consente la sola tutela giurisdizionale secondo il citato meccanismo di cui all'art. 31 c.p.a.; mentre, l’art. 133, comma 1, lett. a) n. 3, in tema di giurisdizione esclusiva, a chiusura del sistema dei rimedi esperibili dal terzo pregiudicato dalla D.I.A., implicitamente ammette l’impugnazione dei “provvedimenti espressi adottati in sede di verifica di segnalazione certificata, denuncia e dichiarazione d’inizio attività”.
Neppure sussistono i presupposti per dichiarare l’obbligo del Comune di ordinare il ripristino dei luoghi e la demolizione della nuova costruzione, residuando, al di là del portato motivazionale della presente sentenza, ancora margini di esercizio della discrezionalità da parte del Comune, insiti nella decisione sull’annullamento in autotutela della DIA; tenuto conto, che nel caso di specie gli interessi dei destinatari debbono ricevere adeguata considerazione, accanto all’interesse pubblico, essendo stata ultimata la costruzione del nuovo edificio.

4. Deve, invece, essere dichiarata inammissibile la domanda di accertamento della illegittimità/inefficacia della DIA del 22.10.2012 e della successiva SCIA del 02.07.2013.
Come già ricordato da questa Sezione con la sentenza n. 233 del 17.02.2013, resa nel precedente giudizio sul silenzio, infatti, per effetto dell'art. 19, ultimo comma, della L. n. 241 del 1990, in caso di presentazione di una DIA o di una SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), reputate illegittime, i soggetti che si considerano lesi dall'attività edilizia possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia di quest'ultima, esperire "esclusivamente", l'azione contro il silenzio della Pubblica Amministrazione di cui all'art. 31 del c.p.a..
Avendo questa Sezione già in precedenza affermato che la disposizione di cui al citato art. 19 vieta sostanzialmente l'impugnazione diretta della DIA o della SCIA -non costituenti provvedimenti amministrativi, neppure impliciti- ma consente la sola tutela giurisdizionale secondo il citato meccanismo di cui all'art. 31 c.p.a. (cfr. Sez. II: 05.03.2012, n. 298; 15.02.2013, n. 230); mentre, l’art. 133, comma 1, lett. a) n. 3, in tema di giurisdizione esclusiva, a chiusura del sistema dei rimedi esperibili dal terzo pregiudicato dalla D.I.A., implicitamente ammette l’impugnazione dei “provvedimenti espressi adottati in sede di verifica di segnalazione certificata, denuncia e dichiarazione d’inizio attività”.
Quello appena descritto è d’altra parte il percorso seguito dai ricorrenti, che hanno prima reagito giudizialmente al silenzio della P.A., ottenendo la condanna di quest’ultima a provvedere sulla loro diffida, e poi hanno impugnato il provvedimento del 23.04.2014 di diniego di autotutela.
5. Neppure sussistono i presupposti per dichiarare l’obbligo del Comune di Vicenza di ordinare il ripristino dei luoghi e la demolizione della nuova costruzione, residuando, al di là del portato motivazionale della presente sentenza, ancora margini di esercizio della discrezionalità da parte del Comune, insiti nella decisione sull’annullamento in autotutela della DIA; tenuto conto, che nel caso di specie gli interessi dei destinatari debbono ricevere adeguata considerazione, accanto all’interesse pubblico, essendo stata ultimata la costruzione del nuovo edificio.
Inoltre, non risulta che nel caso in esame siano state poste in essere falsità progettuali tali da legittimare un vincolato intervento sanzionatorio, venendo in rilievo, come testimoniato dalla presente motivazione, solo questioni interpretative di norme legislative e regolamentari (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 15.04.2015 n. 424 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Sull'illegittimo annullamento della DIA e del certificato di agibilità.
Coglie nel segno il motivo incentrato sulla violazione dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990, concernente l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio da parte della p.a..
Il Comune intimato, mediante l’atto impugnato, è infatti incorso in un’evidente violazione delle garanzie che, a norma della citata disposizione di legge, devono assistere l’adozione di un provvedimento di annullamento d’ufficio di un precedente atto favorevole per il privato.
Tale norma, così come introdotta dalla legge n. 15 del 2005, ha declinato le coordinate per il valido esercizio del potere di autotutela espressamente ponendo, quale indefettibile condizione di legalità per l'esercizio del relativo potere, proprio la necessità che l'atto di secondo grado sia sorretto dal rilievo della sussistenza di ragioni di interesse pubblico alla rimozione del provvedimento viziato, nel necessario rispetto di un termine ragionevole entro il quale intervenire e tenendo conto degli interessi dei soggetti privati coinvolti.
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Sia pure richiamando l’interesse pubblico astrattamente sotteso alla classificazione di pericolosità geomorfologica dell’area– l’atto impugnato risulta carente lungo l’intero versante del bilanciamento degli opposti interessi in gioco, sia perché si è mantenuto in una posizione del tutto generica e non circostanziata in ordine all’interesse pubblico sussistente in concreto (posto che non risulta essere mai stata effettuata un’indagine sullo stato dei luoghi, al fine di verificare la concreta incidenza delle opere realizzate con l’assetto geomorfologico del territorio), sia perché non ha dato conto dell’opposto interesse del privato al mantenimento dell’opera, anche in relazione alla consistenza di quest’ultima.
Di rilievo è, inoltre, anche il mancato rispetto di un termine ragionevole entro il quale l’atto di secondo grado avrebbe dovuto essere adottato: a fronte del perfezionamento dell’efficacia della d.i.a., avvenuto nell’aprile del 2004, il Comune è intervenuto per rimuovere quell’efficacia a distanza di quasi dieci anni (in data 13.12.2013), ossia dopo un lasso di tempo manifestamente irragionevole.

... per l'annullamento dell'ordinanza n. 1 del 13.12.2013, notificata il 28.12.2013, con la quale il responsabile del servizio urbanistica associato della Comunità Montana Terre del Giarolo ha annullato in autotutela la D.I.A. prot. 490 del 30.03.2004 ed il certificato di agibilità del 21.09.2010 e ordinato il ripristino dei luoghi entro il termine di 90 giorni;
...
Il ricorso è fondato.
Coglie nel segno il motivo incentrato sulla violazione dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990, concernente l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio da parte della p.a.
Il Comune intimato, mediante l’atto impugnato, è infatti incorso in un’evidente violazione delle garanzie che, a norma della citata disposizione di legge, devono assistere l’adozione di un provvedimento di annullamento d’ufficio di un precedente atto favorevole per il privato.
Tale norma, così come introdotta dalla legge n. 15 del 2005, ha declinato le coordinate per il valido esercizio del potere di autotutela espressamente ponendo, quale indefettibile condizione di legalità per l'esercizio del relativo potere, proprio la necessità che l'atto di secondo grado sia sorretto dal rilievo della sussistenza di ragioni di interesse pubblico alla rimozione del provvedimento viziato, nel necessario rispetto di un termine ragionevole entro il quale intervenire e tenendo conto degli interessi dei soggetti privati coinvolti (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. VI, n. 5609 del 2014; Id., sez. V, n. 4902 del 2014; TAR Campania, Napoli, sez. III, n. 208 del 2012; TAR Piemonte, questa sez. II, n. 609 e n. 1198 del 2012; Cons. Stato, sez. IV, n. 4770 del 2011).
Deve osservarsi, in proposito, che –sia pure richiamando l’interesse pubblico astrattamente sotteso alla classificazione di pericolosità geomorfologica dell’area– l’atto impugnato risulta carente lungo l’intero versante del bilanciamento degli opposti interessi in gioco, sia perché si è mantenuto in una posizione del tutto generica e non circostanziata in ordine all’interesse pubblico sussistente in concreto (posto che non risulta essere mai stata effettuata un’indagine sullo stato dei luoghi, al fine di verificare la concreta incidenza delle opere realizzate con l’assetto geomorfologico del territorio), sia perché non ha dato conto dell’opposto interesse del privato al mantenimento dell’opera, anche in relazione alla consistenza di quest’ultima.
Di rilievo è, inoltre, anche il mancato rispetto di un termine ragionevole entro il quale l’atto di secondo grado avrebbe dovuto essere adottato: a fronte del perfezionamento dell’efficacia della d.i.a., avvenuto nell’aprile del 2004, il Comune è intervenuto per rimuovere quell’efficacia a distanza di quasi dieci anni (in data 13.12.2013), ossia dopo un lasso di tempo manifestamente irragionevole.
Rilevanza, in proposito, assume quanto l’amministrazione ha illustrato in giudizio mediante l’apposita relazione di chiarimenti (predisposta a seguito di ordinanza istruttoria del Collegio). Lungi dal giustificare le ragioni dell’abnorme ritardo, e lungi dall’allegare circostanze di fatto tali da far ritenere sussistente, in concreto, un pericolo per il territorio derivante dalle opere realizzate, l’amministrazione, al contrario, ha confermato l’inesistenza di alcuna ragione giustificatrice del proprio intervento in autotutela.
Per un verso, infatti, essa ha riconosciuto che le opere realizzate nel 2004 non hanno comportato alcun aumento del carico antropico e, soprattutto, hanno mantenuto invariati la superficie ed il volume dell’immobile: onde non si comprende quale incidenza sul territorio esse abbiano potuto apportare, in termini anche di mera compromissione della stabilità geomorfologica, risultando per converso insussistente alcun interesse pubblico attuale alla demolizione. Per altro verso, essa ha affermato che il lungo lasso di tempo intercorso tra la d.i.a. presentata nel 2004 e l’esercizio del potere di annullamento in autotutela nel 2013 è dipeso “dall’avvio del procedimento in data 21.03.2012 da parte della Comunità Montana Terre del Giarolo a seguito di segnalazione da parte di privato”: ma davvero non è dato comprendere il significato di siffatta affermazione, certamente non tale da giustificare le ragioni del mancato esercizio dell’attività di vigilanza edilizia per quasi un decennio, peraltro essendo già disponibili, sin dalla data del deposito della d.i.a., le planimetrie e la relazione del progettista incaricato dei lavori che avevano descritto le opere da eseguirsi; e vieppiù, considerando che nemmeno in occasione della presentazione della successiva d.i.a. del 2010 l’amministrazione ha avuto alcunché da obiettare, tantomeno in ordine agli aspetti geomorfologici, ed ha anzi rilasciato il certificato di agibilità (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 12.02.2015 n. 293 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2014

EDILIZIA PRIVATA: Le esigenze di protezione dell’affidamento del privato, cui sono finalizzate le regole garantistiche per l’esercizio dell’autotutela, tuttavia, richiedono la sussistenza di alcuni requisiti minimi, in assenza dei quali la d.i.a. resta inefficace, con conseguente sottoposizione delle opere realizzate –da ritenere prive di titolo– agli ordinari poteri repressivi dell’Amministrazione.
Detti requisiti sono precisati, oltre che nell’art. 22 sotto il profilo oggettivo, nell’art. 23 del citato d.P.R. n. 380 del 2001: al comma n. 1 di quest’ultimo, per quanto riguarda le modalità della domanda ed i requisiti soggettivi richiesti per la relativa presentazione, e nel comma 4 in presenza di vincoli ambientali, paesaggistici o culturali. Viene anche chiarito, al comma 5 del medesimo articolo 23, che la “sussistenza del titolo è provata con la copia della denuncia, l’elenco di quanto presentato a corredo del progetto, l’attestazione del professionista abilitato, nonché gli atti di assenso eventualmente necessari”.
Tale disposizione conferma l’assunto secondo cui, anche aderendo alla tesi che attribuisce alla d.i.a. natura ‘privata’, esiste comunque un titolo abilitativo, che può considerarsi formato alla scadenza del termine previsto per l’inizio dei lavori, ma solo in presenza di tutti i presupposti di completezza e veridicità delle autocertificazioni, nonché degli altri documenti prescritti. A detto titolo abilitativo, ove regolarmente formato, corrisponde un legittimo affidamento dell’interessato, su cui l’Amministrazione può eventualmente incidere –ove dissenta sulla qualificazione dell’intervento– ma solo con le garanzie imposte all’esercizio della potestà di autotutela.
Le disposizioni sopra richiamate debbono essere coordinate con il pacifico indirizzo giurisprudenziale che identifica, dal punto di vista amministrativo, l’abuso edilizio come realizzazione ad effetti permanenti, in relazione ai quali l’Amministrazione, nel vigilare sul rispetto della normativa urbanistico-edilizia, non può non disporre il ripristino dell’ordine urbanistico indebitamente violato, anche per manufatti risalenti nel tempo, ove realizzati senza il prescritto titolo abilitativo.
In tale contesto –se è stata ritenuta inefficace la d.i.a., presentata senza che fosse stato almeno richiesto la prescritta autorizzazione paesaggistica– a maggior ragione non può non ritenersi inefficace una d.i.a., che asseveri la conformità urbanistica di lavori, da effettuare su un immobile di cui non sia consentita la legittima permanenza sul territorio.
La regolarità, sotto il profilo urbanistico-edilizio, dell’immobile interessato da nuovi interventi soggetti a d.i.a., in altre parole, deve considerarsi presupposto di veridicità e attendibilità della relazione del progettista abilitato, chiamato ad asseverare “la conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati”, nonché l’assenza di “contrasto con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti”, oltre al “rispetto delle norme di sicurezza e di quelle igienico-sanitarie”: appare evidente infatti che le varie tipologie di interventi edilizi, diversi da quelli di nuova edificazione ed incidenti su immobili già realizzati, debbano avere come indefettibile presupposto il carattere non illegittimo di detti immobili.
Tale evidenza è rafforzata dalla possibilità di effettuare previa d.i.a., ex art. 22, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001, “gli interventi di ristrutturazione di cui all’art. 10, comma 1, lettera c)”, ordinariamente soggetti a permesso di costruire ed implicanti –come specificato sia nel citato art. 10 che nell’art. 3, comma 1, lettera d), del medesimo d.P.R. n. 380 del 200 – “un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente” anche con “aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti e delle superfici”, non esclusa la “demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria” dell’edificio preesistente.
Ove la d.i.a. non fosse chiamata a certificare la legittimità dell’intervento nella dimensione più ampia, riferita anche alla regolarità urbanistico-edilizia dell’immobile preesistente, potrebbero verificarsi situazioni paradossali facilmente intuibili, come in caso di edificazione, in base a d.i.a. (o s.c.i.a.), di un immobile di cui si postulasse la regolarità, in quanto realizzato al posto di un fabbricato abusivo demolito e fedelmente ricostruito, oppure (come nel caso di specie) in presenza della sopraelevazione di un edificio privo di titolo abilitativo, che verrebbe sostanzialmente sanato –con effetti sovrapposti alle disposizioni vigenti in materia (art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001)– ove l’Amministrazione ritenesse, in via di autotutela, non applicabili le misure repressive previste per detta sopraelevazione, con effetti che coinvolgerebbero inevitabilmente –di fatto paralizzandole– le misure repressive vincolate, imposte dall’ordinamento per l’immobile sottostante, con lesione dell’interesse pubblico alla doverosa salvaguardia dell’ordine del territorio.
In conclusione, queste nuove forme (basate sulla dichiarazione dell’interessato) di legittimazione all’intervento edilizio si fondano su esigenze di rapidità ed efficacia dell’azione amministrativa. Ma non vi può corrispondere anche un’attenuazione dei controlli e delle misure sanzionatorie, che debbono essere anzi rafforzati grazie al coinvolgimento della responsabilità del professionista incaricato, che non può non fondare la propria valutazione di legittimità degli interventi “da effettuare” anche con riferimento alla verificata regolarità, sotto il profilo urbanistico-edilizio, dell’immobile interessato dai lavori.
La questione sottoposta all’esame del Collegio concerne la dichiarazione di inefficacia di due denunce di inizio attività (d.i.a.) riferite a un capannone sul quale si intendevano eseguire lavori di ristrutturazione con sopraelevazione: lavori ritenuti non più legittimati –con conseguente ordine di demolizione– a causa della rilevata assenza di titolo abilitativo dell’immobile preesistente.
In materia di denuncia di inizio attività (d.i.a.), come disciplinata dall’art. 22 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 –e con decorrenza 13.07.2011 anche dall’art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241, nel desto introdotto dall’art. 5d. l. 13.05.2011, n. 70, convertito dalla legge 12.07.2011, n. 106 (s.c.i.a.: segnalazione certificata di inizio attività)– in effetti, sussistono tuttora diversi indirizzi circa la sua natura giuridica e gli effetti del decorso del termine, che consente al dichiarante di effettuare gli interventi edilizi oggetto di denuncia. 
In alcuni casi, in particolare, è stato ravvisata in esito alla procedura la formazione di un provvedimento tacito, abilitativo dell’intervento (cfr. in tal senso, fra le tante, Cons. Stato, VI, 05.04.2007, n. 1550; Cons. Stato, IV, 12.03.2009, n. 1474 e 25.11.2008, n. 5811; Cons. Stato, II, 28.05.2010, parere n. 1990); in altri la d.i.a. è stata identificata come atto ‘privato’ di autocertificazione, che pur non costituendo espressione di potestà pubblicistica, resta oggetto di poteri di controllo ed inibitori, anche dopo la scadenza del detto termine, sempre comunque nel rispetto degli articoli 21-quinquies e 21-novies della legge n. 241 del 1990 (cfr. in tal senso Cons. Stato, VI, 09.02.2009, n. 717 e 14.11.2012, n. 5751).
Le esigenze di protezione dell’affidamento del privato, cui sono finalizzate le regole garantistiche per l’esercizio dell’autotutela, tuttavia, richiedono la sussistenza di alcuni requisiti minimi, in assenza dei quali la d.i.a. resta inefficace, con conseguente sottoposizione delle opere realizzate –da ritenere prive di titolo– agli ordinari poteri repressivi dell’Amministrazione.
Detti requisiti sono precisati, oltre che nell’art. 22 sotto il profilo oggettivo, nell’art. 23 del citato d.P.R. n. 380 del 2001: al comma n. 1 di quest’ultimo, per quanto riguarda le modalità della domanda ed i requisiti soggettivi richiesti per la relativa presentazione, e nel comma 4 in presenza di vincoli ambientali, paesaggistici o culturali. Viene anche chiarito, al comma 5 del medesimo articolo 23, che la “sussistenza del titolo è provata con la copia della denuncia, l’elenco di quanto presentato a corredo del progetto, l’attestazione del professionista abilitato, nonché gli atti di assenso eventualmente necessari”.
Tale disposizione conferma l’assunto secondo cui, anche aderendo alla tesi che attribuisce alla d.i.a. natura ‘privata’, esiste comunque un titolo abilitativo, che può considerarsi formato alla scadenza del termine previsto per l’inizio dei lavori, ma solo in presenza di tutti i presupposti di completezza e veridicità delle autocertificazioni, nonché degli altri documenti prescritti. A detto titolo abilitativo, ove regolarmente formato, corrisponde un legittimo affidamento dell’interessato, su cui l’Amministrazione può eventualmente incidere –ove dissenta sulla qualificazione dell’intervento– ma solo con le garanzie imposte all’esercizio della potestà di autotutela.
Le disposizioni sopra richiamate debbono essere coordinate con il pacifico indirizzo giurisprudenziale che identifica, dal punto di vista amministrativo, l’abuso edilizio come realizzazione ad effetti permanenti, in relazione ai quali l’Amministrazione, nel vigilare sul rispetto della normativa urbanistico-edilizia, non può non disporre il ripristino dell’ordine urbanistico indebitamente violato, anche per manufatti risalenti nel tempo, ove realizzati senza il prescritto titolo abilitativo (cfr. in tal senso, fra le tante, Cons. Stato, IV, 11.04.2007, n. 1585, 27.12.2011, n. 6783 e 08.01.2013, n. 32; VI, 15.03.2007, n. 1255).
In tale contesto –se è stata ritenuta inefficace la d.i.a., presentata senza che fosse stato almeno richiesto la prescritta autorizzazione paesaggistica (Cons. Stato, VI, 20.11.2013, n. 5513)– a maggior ragione non può non ritenersi inefficace una d.i.a., che asseveri la conformità urbanistica di lavori, da effettuare su un immobile di cui non sia consentita la legittima permanenza sul territorio.
La regolarità, sotto il profilo urbanistico-edilizio, dell’immobile interessato da nuovi interventi soggetti a d.i.a., in altre parole, deve considerarsi presupposto di veridicità e attendibilità della relazione del progettista abilitato, chiamato ad asseverare “la conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati”, nonché l’assenza di “contrasto con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti”, oltre al “rispetto delle norme di sicurezza e di quelle igienico-sanitarie”: appare evidente infatti che le varie tipologie di interventi edilizi, diversi da quelli di nuova edificazione ed incidenti su immobili già realizzati, debbano avere come indefettibile presupposto il carattere non illegittimo di detti immobili.
Tale evidenza è rafforzata dalla possibilità di effettuare previa d.i.a., ex art. 22, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001, “gli interventi di ristrutturazione di cui all’art. 10, comma 1, lettera c)”, ordinariamente soggetti a permesso di costruire ed implicanti –come specificato sia nel citato art. 10 che nell’art. 3, comma 1, lettera d), del medesimo d.P.R. n. 380 del 200 – “un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente” anche con “aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti e delle superfici”, non esclusa la “demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria” dell’edificio preesistente.
Ove la d.i.a. non fosse chiamata a certificare la legittimità dell’intervento nella dimensione più ampia, riferita anche alla regolarità urbanistico-edilizia dell’immobile preesistente, potrebbero verificarsi situazioni paradossali facilmente intuibili, come in caso di edificazione, in base a d.i.a. (o s.c.i.a.), di un immobile di cui si postulasse la regolarità, in quanto realizzato al posto di un fabbricato abusivo demolito e fedelmente ricostruito, oppure (come nel caso di specie) in presenza della sopraelevazione di un edificio privo di titolo abilitativo, che verrebbe sostanzialmente sanato –con effetti sovrapposti alle disposizioni vigenti in materia (art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001)– ove l’Amministrazione ritenesse, in via di autotutela, non applicabili le misure repressive previste per detta sopraelevazione, con effetti che coinvolgerebbero inevitabilmente –di fatto paralizzandole– le misure repressive vincolate, imposte dall’ordinamento per l’immobile sottostante, con lesione dell’interesse pubblico alla doverosa salvaguardia dell’ordine del territorio.
In conclusione, queste nuove forme (basate sulla dichiarazione dell’interessato) di legittimazione all’intervento edilizio si fondano su esigenze di rapidità ed efficacia dell’azione amministrativa. Ma non vi può corrispondere anche un’attenuazione dei controlli e delle misure sanzionatorie, che debbono essere anzi rafforzati grazie al coinvolgimento della responsabilità del professionista incaricato, che non può non fondare la propria valutazione di legittimità degli interventi “da effettuare” anche con riferimento alla verificata regolarità, sotto il profilo urbanistico-edilizio, dell’immobile interessato dai lavori.
Nella situazione in esame, non è contestato che il fabbricato di cui si discute sia stato costruito fra il 1954 e il 1961, né che lo stesso ricadesse nel centro abitato, sulla base del P.R.G. di Firenze approvato con delibera del 29.12.1931, modificata con delibera n. 967 in data 08.05.1943. E’ anche pacifico che con la legge 06.08.1967, n. 765 (cosiddetta “legge-ponte”) sia stato soltanto esteso a tutto il territorio comunale quell’obbligo di titolo abilitativo, che per i centri urbani risultava introdotto dall’art. 31 della legge urbanistica 17.08.1942, n. 1150 e che, per le principali città-capoluogo, era già in precedenza previsto nei rispettivi regolamenti edilizi. La stessa appellante non contesta del resto l’assenza di un titolo abilitativo, necessario alla data di realizzazione del capannone di cui trattasi e –pur sottolineando l’avvenuta richiesta dell’autorizzazione e la possibilità di rilascio della stessa (condizionata solo all’acquisto della comunione su un muro)– conferma il mancato perfezionamento della licenza edilizia.
In tale situazione, ad avviso del Collegio, nessuna delle argomentazioni difensive prospettate dall’appellante può trovare accoglimento.
Col primo motivo di gravame, in particolare, vengono rappresentate ragioni riferite alla sopravvenuta normativa in materia di segnalazione certificata di inizio attività (s.c.i.a.), alla legge della Regione Toscana 03.01.2005, n. 1 (Norme per il governo del territorio), approvata il 21.12.2004 e pubblicata sul BURT n. 2 del 12.01.2005 e alle successive modificazioni della stessa, nonché ad eccesso di potere sotto vari profili ed ulteriore violazione dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990: il richiamo alle predette norme (in verità, senza considerazione del principio che impone di valutare la legittimità degli atti amministrativi in base alla normativa vigente alla data della relativa emanazione, o della formazione anche per silenzio-assenso) mira comunque a sottolineare una fondamentale distinzione fra gli interventi inibitori, posti in essere dall’Amministrazione nei trenta giorni successivi alla presentazione della d.i.a. (o s.c.i.a.) e –dato il carattere perentorio di tale termine– la possibilità di analoghi interventi successivi solo in base ai principi ed alle garanzie proprie per l’esercizio dell’autotutela (ovvero entro termini congrui e con discrezionale bilanciamento fra l’interesse pubblico al ripristino della legalità violata e l’interesse del privato, che abbia maturato un legittimo affidamento sulla regolarità delle opere edilizie realizzate).
Le argomentazioni in precedenza svolte, tuttavia, recepiscono un’impostazione totalmente diversa, che individua come elemento essenziale del titolo abilitativo tacito –di cui la relazione asseverata costituisce fattore probatorio, a norma del già ricordato art. 23, comma 5, del d.P.R. n. 380 del 2001– la veridicità e l’attendibilità della relazione stessa, da riferire anche al fondamentale presupposto di non incidenza delle opere da realizzare su un manufatto abusivo, soggetto in ogni tempo (a meno di sanatoria) ai poteri repressivi vincolati dell’Amministrazione. L’incompletezza, o l’erroneità in fatto della citata relazione sul punto essenziale sopra indicato costituisce, ad avviso del Collegio, causa di nullità del titolo abilitativo in questione, a norma dell’art. 21-septies della legge n. 241 del 1990, anche in assenza di dolo del professionista incaricato, come può verificarsi in vicende complesse, come quella attualmente in esame.
Nessuna delle normative, previgenti o successivamente intervenute, può precludere detta fattispecie di nullità, che trae le ragioni da principi basilari in materia di disciplina urbanistica.
Consegue a quanto sopra l’infondatezza delle ulteriori ragioni difensive rappresentate:
- la seconda, in quanto riferita alle modalità previste per documentare l’esistenza, o meno, del titolo abilitativo degli immobili di remota realizzazione (comunque senza che dette modalità possano coprire l’effettiva mancanza di titolo, ove positivamente accertata come nel caso di specie);
- la terza, poiché in parte relativa alla legittimità in sé dell’intervento ristrutturativo ed alla rilevata attivazione dei poteri repressivi del Comune solo per l’intervento dei proprietari limitrofi, mentre –come già illustrato– la conformità delle nuove opere alla disciplina urbanistico-edilizia ha carattere recessivo rispetto al carattere di illecito permanente, riconducibile all’immobile su cui dette opere dovrebbero essere effettuate; l’azione repressiva dell’Amministrazione comunale su impulso di privati cittadini, inoltre, risulta espressamente prevista dall’art. 27, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001, mentre e la ricostruzione delle vicende, che hanno comportato il mancato perfezionamento della licenza edilizia, a suo tempo richiesta, non risulta sviluppata in termini tali, da escludere l’attuale carattere non autorizzato del manufatto, con le conseguenze in precedenza illustrate;
- la quarta censura (illegittimità dei provvedimenti sanzionatori, non adottati entro quarantacinque giorni dall’ordine di sospensione dei lavori) contrasta con il ricordato potere, non soggetto a limiti temporali, di repressione degli abusi edilizi ed è contraddetta da una consolidata giurisprudenza (cfr., fra le tante, Cons. Stato, V, 30.09.1983, n. 405);
- la quinta censura, riferita ad omessa comunicazione di avvio del procedimento, contrasta con il carattere vincolato del provvedimento, conseguente alla rilevata inefficacia della d.i.a., con applicabilità al riguardo dell’art. 21-octies della legge n. 241 del 1990, che esclude l’annullabilità per vizi di forma o del procedimento, quando il contenuto dell’atto non avrebbe potuto essere diverso;
- la sesta ed ultima censura riproduce in parte le argomentazioni della prima e non può che essere ritenuta infondata, per effetto della ritenuta insussistenza nella fattispecie dei presupposti per l’esercizio della potestà di autotutela dell’Amministrazione, in luogo dei provvedimenti repressivi vincolati, che l’Amministrazione stessa è tenuta ad adottare, in presenza di interventi edilizi senza titolo ed in mancanza di iniziative di sanatoria, nel caso di specie non evidenziate (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 24.03.2014 n. 1413 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 23, comma 1, testo unico edilizia, dispone che la denuncia d’inizio di attività deve essere “accompagnata da una dettagliata relazione a firma di un progettista abilitato e dagli opportuni elaborati progettuali, che asseveri la conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e non in contrasto con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti, nonché il rispetto delle norme di sicurezza e di quelle igienico-sanitarie.”.
È prescritto perciò con chiarezza che le opere che si intendono eseguire devono essere tutte specificate nella relazione del progettista; soltanto a questa è, infatti, attribuita la funzione specifica di asseverare la loro conformità alla disciplina urbanistica ed edilizia, non essendo quindi sufficiente che le opere siano rappresentate negli elaborati progettuali, se di esse non risulti attestata la detta conformità, sotto la formale responsabilità del progettista.
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Anche dopo la scadenza del termine fissato dall’art. 23, comma 6, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, l’amministrazione conserva il potere di verificare se le opere possono essere realizzate sulla base della d.i.a. e può esercitare i poteri di vigilanza e sanzionatori previsti dall’ordinamento.
L’esercizio dei poteri di vigilanza e repressivi rappresenta, in via generale, una delle imprescindibili modalità di cura dell’interesse pubblico affidato all’una od all’altra branca dell’amministrazione ed è espressione del principio di buon andamento, di cui all’art. 97, Cost..
Nella specifica materia dell’attività urbanistico-edilizia, un potere specifico di vigilanza (esercitabile, per la sua stessa natura, anche mediante provvedimenti innominati), vòlto ad assicurarne la rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici ed alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi, è affidato dalla legge al dirigente o al responsabile del competente ufficio comunale (art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001).

Neppure può essere accolta la contestazione (comune in particolare alle censure sub 2.b.1, 2 e 3) secondo cui la d.i.a. sarebbe valida anche riguardo a opere non asseverate nella relazione tecnica.
L’art. 23, comma 1, testo unico, dispone, infatti, che la denuncia d’inizio di attività deve essere “accompagnata da una dettagliata relazione a firma di un progettista abilitato e dagli opportuni elaborati progettuali, che asseveri la conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e non in contrasto con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti, nonché il rispetto delle norme di sicurezza e di quelle igienico-sanitarie.”.
È prescritto perciò con chiarezza che le opere che si intendono eseguire devono essere tutte specificate nella relazione del progettista; soltanto a questa è, infatti, attribuita la funzione specifica di asseverare la loro conformità alla disciplina urbanistica ed edilizia, non essendo quindi sufficiente che le opere siano rappresentate negli elaborati progettuali, se di esse non risulti attestata la detta conformità, sotto la formale responsabilità del progettista.
A questo riguardo il collegio non ritiene fondata la specifica, correlata doglianza per cui il primo giudice avrebbe ecceduto i limiti del giudizio, con esercizio di un potere di accertamento spettante all’amministrazione, nel momento in cui ha ritenuto la mancanza del titolo abilitativo per le opere di cui si tratta, non indicate nella relazione di asseverazione.
Agli atti del procedimento sono, infatti, acquisiti gli accertamenti tecnici eseguiti (n. 32187/2006 e n. 12184/2010) dai quali emerge con chiarezza che il presupposto per la valutazione di conformità delle opere in questione è la d.i.a. del 2005, con la conseguenza che, evidentemente, nessuna questione si sarebbe posta al riguardo se le opere fossero state tutte sin dall’inizio asseverate nella pertinente relazione.
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Non è fondata, infine, la deduzione per cui, decorso il termine per l’inibizione dell’esecuzione delle opere di cui all’art. 23, comma 6, cit. testo unico, l’amministrazione potrebbe soltanto agire in autotutela, non sanzionando gli abusi edilizi rilevati.
Questo Consiglio di Stato ha infatti chiarito al riguardo, con indirizzo da cui non vi è motivo di discostarsi per il caso all’esame, che “anche dopo la scadenza del termine fissato dall’art. 23, comma 6, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, l’amministrazione conserva il potere di verificare se le opere possono essere realizzate sulla base della d.i.a. e può esercitare i poteri di vigilanza e sanzionatori previsti dall’ordinamento” (sez. IV, sent. 12.02.2010 n. 781), avendo specificato che “l’esercizio dei poteri di vigilanza e repressivi rappresenta, in via generale, una delle imprescindibili modalità di cura dell’interesse pubblico affidato all’una od all’altra branca dell’amministrazione ed è espressione del principio di buon andamento, di cui all’art. 97, Cost.”, e che “nella specifica materia dell’attività urbanistico-edilizia, un potere specifico di vigilanza (esercitabile, per la sua stessa natura, anche mediante provvedimenti innominati), vòlto ad assicurarne la rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici ed alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi, è affidato dalla legge al dirigente o al responsabile del competente ufficio comunale (art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001)” (sez. IV, sent. 25.11.2008 n. 5811)
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 10.03.2014 n. 1084 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In materia di denuncia di inizio attività (DIA), come disciplinata dall’art. 22 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, sussistono tuttora diversi indirizzi giurisprudenziali, circa la natura giuridica dell’istituto e degli effetti del decorso del termine, che consente al dichiarante di effettuare gli interventi edilizi oggetto di denuncia.
In alcune pronunce, in particolare, si ravvisa in esito alla procedura in questione la formazione di un provvedimento tacito, abilitativo dell’intervento; in altre decisioni si identifica la DIA come atto privato di autocertificazione, che pur non costituendo espressione di potestà pubblicistica resta oggetto di poteri di controllo ed inibitori, anche dopo la scadenza del predetto termine, sempre comunque nel rispetto degli articoli quinquies e nonies della legge n. 241/1990.
E’ riconosciuto dalla giurisprudenza, in ogni caso, l’affidamento del privato, cui sono finalizzati i principi garantistici dell’autotutela, in termini di comunicazione di avvio del procedimento e di motivata enunciazione di eventuali presupposti di inapplicabilità della DIA, anche a prescindere da un vero e proprio annullamento dell’assenso tacito, che si ritenesse in precedenza formato (purché in presenza di corretti requisiti formali dell’istanza: corrispondenza alle opere eseguite ed esibizione di altri atti di assenso eventualmente necessari, a norma dell’art. 23, comma 5, del d.P.R. n. 380/2001).

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Ove ricorrano i principi dell’autotutela il provvedimento sanzionatorio –di norma vincolato– assume connotati discrezionali, connessi all’esigenza di bilanciamento fra gli interessi pubblici e privati coinvolti, nei termini oggi specificati nell’art. 21-nonies della legge n. 241/1990.
Un affidamento consolidato, in esito a DIA non resa oggetto di tempestiva contestazione, in altre parole, rende la comunicazione di avvio di cui trattasi non mero adempimento formale, ma atto prodromico dell’autotutela, da esercitare comunque con provvedimento motivato e non con mera applicazione della misura sanzionatoria.
Non si vede, pertanto, come detto fondamentale adempimento potesse considerarsi sostituito dalla mera presenza del diretto interessato al sopralluogo, non certo effettuato dall’organo competente a deliberare nei termini sopra specificati.

A diverse conclusioni si deve pervenire, poi, per quanto riguarda la recinzione e lo spargimento di brecciame.
Con riferimento alla recinzione, l’appellante ribadisce che l’intervento sarebbe stato preceduto, nel 2006 e nel 2008, da due denunce di inizio attività, in presenza delle quali le installazioni di cui trattasi non avrebbero potuto ritenersi abusive, con conseguente necessità che l’Amministrazione procedesse –prima di emettere eventuali provvedimenti repressivi– a rimuovere il titolo abilitativo, tacitamente formatosi, in via di autotutela. L’Amministrazione eccepisce, al riguardo, l’inammissibilità di “ius novorum” in appello. Detta eccezione è solo parzialmente condivisibile, in quanto la cesura di omessa comunicazione di avvio del procedimento, già prospettata in primo grado di giudizio (con entrambe le denunce di inizio attività depositate in atti), traeva solo da queste ultime ragione di fondatezza, risultando detta comunicazione non dovuta in presenza dei presupposti per l’emanazione di atti sanzionatori vincolati e dovuta, invece, per l’avvio di procedimenti in via di autotutela.
In materia di denuncia di inizio attività (DIA), come disciplinata dall’art. 22 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, in effetti, sussistono tuttora diversi indirizzi giurisprudenziali, circa la natura giuridica dell’istituto e degli effetti del decorso del termine, che consente al dichiarante di effettuare gli interventi edilizi oggetto di denuncia.
In alcune pronunce, in particolare, si ravvisa in esito alla procedura in questione la formazione di un provvedimento tacito, abilitativo dell’intervento (cfr. in tal senso, fra le tante, Cons. St., sez. VI, 05.04.2007, n. 1550; Cons. St., sez. IV, 12.03.2009, n. 1474 e 25.11.2008, n. 5811; Cons. St., sez. II, 28.05.2010, parere n. 1990); in altre decisioni si identifica la DIA come atto privato di autocertificazione, che pur non costituendo espressione di potestà pubblicistica resta oggetto di poteri di controllo ed inibitori, anche dopo la scadenza del predetto termine, sempre comunque nel rispetto degli articoli quinquies e nonies della legge n. 241/1990 (cfr. in tal senso Cons. St., sez. VI, 09.02.2009, n. 717 e 14.11.2012, n. 5751).
E’ riconosciuto dalla giurisprudenza, in ogni caso, l’affidamento del privato, cui sono finalizzati i principi garantistici dell’autotutela, in termini di comunicazione di avvio del procedimento e di motivata enunciazione di eventuali presupposti di inapplicabilità della DIA, anche a prescindere da un vero e proprio annullamento dell’assenso tacito, che si ritenesse in precedenza formato (purché in presenza di corretti requisiti formali dell’istanza: corrispondenza alle opere eseguite ed esibizione di altri atti di assenso eventualmente necessari, a norma dell’art. 23, comma 5, del d.P.R. n. 380/2001).
Nella situazione in esame, non risultando la sussistenza di vincoli, né comunque l’esigenza di altri preventivi pareri per la presentazione di denuncia di inizio attività, il Collegio ritiene che le caratteristiche delle opere –che appaiono peraltro di consistenza inferiore a quella segnalata nella sentenza in esame– non consentissero di considerare le denunce di inizio attività presentate “tamquam non essent”, con conseguente esigenza di previa comunicazione di avvio del procedimento di autotutela, finalizzato alla rimozione degli effetti autorizzativi, conseguenti al decorso del termine prescritto.
Ove infatti ricorrano i principi dell’autotutela il provvedimento sanzionatorio –di norma vincolato– assume connotati discrezionali, connessi all’esigenza di bilanciamento fra gli interessi pubblici e privati coinvolti, nei termini oggi specificati nell’art. 21-nonies della legge n. 241/1990. Un affidamento consolidato, in esito a DIA non resa oggetto di tempestiva contestazione, in altre parole, rende la comunicazione di avvio di cui trattasi non mero adempimento formale, ma atto prodromico dell’autotutela, da esercitare comunque con provvedimento motivato e non con mera applicazione della misura sanzionatoria. Non si vede, pertanto, come detto fondamentale adempimento potesse considerarsi sostituito dalla mera presenza del diretto interessato al sopralluogo, non certo effettuato dall’organo competente a deliberare nei termini sopra specificati.
Non possono non rilevare, inoltre, le caratteristiche della recinzione di cui trattasi, oggettivamente diverse –come comprovato tramite perizia di parte e documentazione fotografica– da quelle che nella sentenza appellata avevano fatto dichiarare necessario il permesso di costruire: al posto della “recinzione in cemento armato alta 2 metri e 60 centimetri” è rilevabile, infatti, solo un muretto di altezza variabile fra metri 1,06 a metri 0,83, con sovrastante cancellata di non lieve consistenza, ma comunque distinta dall’opera muraria (con evidente possibilità che l’intervento, effettuato in base a titoli abilitativi taciti diversi, fosse ritenuto in tutto o almeno in parte –in termini da precisare in un provvedimento motivato– assoggettabile a DIA, sufficiente per delimitazioni dei confini non effettuate con opere di consistente entità, come confermato dalla giurisprudenza citata nella stessa sentenza appellata)
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.02.2014 n. 532 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La disciplina nazionale dell’attività edilizia - Guida operativa 2013.
Sommario: 1. Premessa; 2. Lo sportello unico per l’edilizia (SUE); 3. l’attività edilizia libera; 3.1. L’attività edilizia totalmente libera; 3.2. L’attività edilizia libera previa comunicazione inizio lavori; 4. L’attività edilizia soggetta a permesso di costruire; 4.1. Caratteristiche del permesso di costruire; 4.2. Efficacia temporale del permesso di costruire; 4.3. Onerosità del permesso di costruire; 4.4. Procedimento per il rilascio del permesso di costruire; 5. L’attività edilizia soggetta a S.C.I.A. o a super-D.I.A.; 5.1. L’ambito applicativo della S.C.I.A.; 5.2 L’ambito applicativo della super-D.I.A.; 5.3. La disciplina applicabile alla S.C.I.A. ed alla super-D.I.A.; 5.4. La S.C.I.A. e la super-D.I.A. e l’incidenza sulla commerciabilità dei fabbricati; 6. La demolizione e successiva ricostruzione; 7. La sanatoria ex lege delle difformità marginali; 8. L’agibilità; 8.1. La funzione del certificato di agibilità; 8.2. Il procedimento di rilascio del certificato di agibilità; 8.3. La dichiarazione di agibilità “parziale”; 8.4. La dichiarazione “alternativa” di conformità ed agibilità; 8.5. Il certificato di agibilità e riflessi sulla circolazione immobiliare; 9. Il piano nazionale per le città; 10. Il piano casa (Consiglio Nazionale del Notariato, studio 10.01.2014 n. 893-2013/C).

EDILIZIA PRIVATA: L’atto di autotutela appare doveroso e vincolato nella misura in cui si prende atto della mancanza della prescritta autorizzazione paesaggistica con conseguente inefficacia della D.I.A..
Va anzi detto, e sul punto non incidono le ricorrenti modifiche della normativa, che il mancato ottenimento dell’autorizzazione paesaggistica ha impedito persino il perfezionamento della D.I.A. in oggetto con ulteriore conferma della doverosità dell’atto di cui si discute da cui, anzi, il Comune avrebbe potuto prescindere limitandosi a esercitare il proprio potere sanzionatorio.
La descritta doverosità dell’atto rende irrilevante la mancata partecipazione del ricorrente al procedimento per l’applicazione dell’ art. 21-octies L. 241/1990 (co. 2: «non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il provvedimento amministrativo non è comunque annullabile per mancata comunicazione dell'avvio del procedimento qualora l'amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato»).

La terza censura è relativa alla mancata comunicazione di avvio del procedimento volto all’adozione del presente atto di autotutela.
Sul punto, valgano due ordini di considerazioni.
In primo luogo, il ricorrente era stato messo in condizione di interloquire sulle circostanze poste alla base del provvedimento, in quanto con nota n. 195 del 07.01.2009, il Comune gli aveva richiesto di attivare la procedura per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica intimandogli, nel contempo, di sospendere i lavori.
In secondo luogo, l’atto di autotutela appare doveroso e vincolato nella misura in cui si prende atto della mancanza della prescritta autorizzazione paesaggistica con conseguente inefficacia della D.I.A.. Va anzi detto, e sul punto non incidono le ricorrenti modifiche della normativa, che il mancato ottenimento dell’autorizzazione paesaggistica ha impedito persino il perfezionamento della D.I.A. in oggetto con ulteriore conferma della doverosità dell’atto di cui si discute da cui, anzi, il Comune avrebbe potuto prescindere limitandosi a esercitare il proprio potere sanzionatorio (sul punto, v. Consiglio di Stato sez. VI 05/04/2007 n. 1550; Cassazione penale sez. III 21/01/2010 n. 9255; TAR Napoli sez. VI 10/01/2011 n. 35; Cassazione penale sez. III 21/01/2010 n. 8739).
La descritta doverosità dell’atto rende irrilevante la mancata partecipazione del ricorrente al procedimento per l’applicazione dell’ art. 21-octies L. 241/1990 (co. 2: «non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il provvedimento amministrativo non è comunque annullabile per mancata comunicazione dell'avvio del procedimento qualora l'amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato»)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 24.01.2014 n. 514 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990, il provvedimento amministrativo illegittimo può essere annullato d'ufficio dall'organo che lo ha emanato o da altro organo previsto dalla legge "sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati ".
La giurisprudenza amministrativa ha fissato precisi limiti per il legittimo esercizio del suindicato potere di autotutela, ritenendo che l'interesse pubblico specifico all'eliminazione dell'atto illegittimo non possa identificarsi, sic et simpliciter, nell'interesse al ripristino dell'ordine giuridico violato, ma debba essere individuato in relazione ad esigenze concrete ed attuali.
Invero, è stato affermato che "in tema di adozione di atti amministrativi, il potere di annullamento è immanente al potere di autotutela e ne condivide i limiti, con particolare riguardo all'obbligo di motivazione, alla presenza di concrete ragioni di pubblico interesse non riducibili alla mera esigenza di ripristino della legalità, alla valutazione dell'affidamento delle parti private destinatarie del provvedimento oggetto di riesame, al rispetto delle regole del contraddittorio procedimentale, ivi compreso l'avviso di avvio del procedimento di ritiro, all'adeguata istruttoria”.
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Il recente arresto del Supremo Consesso amministrativo conferma come l’orientamento maggioritario in giurisprudenza inclini a ritenere che detto potere di autotutela al cospetto di una d.i.a. non si distingua, quanto ai presupposti applicativi, dall’autotutela in via generale prevista dalla legge generale sul procedimento amministrativo.
Invero, maggiore è il lasso di tempo trascorso tra l'avvio dell'attività dichiarata e l'esercizio, da parte della p.a., del potere inibitorio e/o di autotutela, e maggiore deve essere il grado di motivazione sulle ragioni di pubblico interesse, diverse da quelle al mero ripristino della legalità, che deve connotare il relativo provvedimento amministrativo, anche alla luce di quanto previsto espressamente dall'art. 21-nonies, l. n. 241 del 1990.
Analogamente, in applicazione del su richiamato disposto normativo, deve emergere dalla motivazione dell’atto la valutazione comparativa degli interessi in ipotesi in conflitto, di cui l’amministrazione deve dare conto.

Ai sensi dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990, il provvedimento amministrativo illegittimo può essere annullato d'ufficio dall'organo che lo ha emanato o da altro organo previsto dalla legge "sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati ".
La giurisprudenza amministrativa ha fissato precisi limiti per il legittimo esercizio del suindicato potere di autotutela, ritenendo che l'interesse pubblico specifico all'eliminazione dell'atto illegittimo non possa identificarsi, sic et simpliciter, nell'interesse al ripristino dell'ordine giuridico violato, ma debba essere individuato in relazione ad esigenze concrete ed attuali (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 21.12.2009, n. 8529, TAR Lazio, Latina, Sez. I, 02.02.2012, n. 64, per cui: "in tema di adozione di atti amministrativi, il potere di annullamento è immanente al potere di autotutela e ne condivide i limiti, con particolare riguardo all'obbligo di motivazione, alla presenza di concrete ragioni di pubblico interesse non riducibili alla mera esigenza di ripristino della legalità, alla valutazione dell'affidamento delle parti private destinatarie del provvedimento oggetto di riesame, al rispetto delle regole del contraddittorio procedimentale, ivi compreso l'avviso di avvio del procedimento di ritiro, all'adeguata istruttoria.”; analogamente, cfr. ancora TAR Sicilia, Palermo, 11.01.2010, n. 235; TAR Veneto, Sez. II, 30.09.2010, n. 5242).
Con specifico riguardo alla fattispecie in esame va poi ulteriormente richiamato il recente arresto del Supremo Consesso amministrativo (cfr. Consiglio di Stato, IV sez., sent. 06.12.2013, n. 5822) che conferma come l’orientamento maggioritario in giurisprudenza inclini a ritenere che detto potere di autotutela al cospetto di una d.i.a. non si distingua, quanto ai presupposti applicativi, dall’autotutela in via generale prevista dalla legge generale sul procedimento amministrativo (cfr. anche TAR Toscana, Firenze, sez. II, sent. 24.08.2010, n. 4882, secondo cui maggiore è il lasso di tempo trascorso tra l'avvio dell'attività dichiarata e l'esercizio, da parte della p.a., del potere inibitorio e/o di autotutela, e maggiore deve essere il grado di motivazione sulle ragioni di pubblico interesse, diverse da quelle al mero ripristino della legalità, che deve connotare il relativo provvedimento amministrativo, anche alla luce di quanto previsto espressamente dall'art. 21-nonies, l. n. 241 del 1990).
Analogamente, in applicazione del su richiamato disposto normativo, deve emergere dalla motivazione dell’atto la valutazione comparativa degli interessi in ipotesi in conflitto, di cui l’amministrazione deve dare conto (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. III, 11.02.2008, n. 701).
Sennonché, avuto riguardo al provvedimento qui contestato, deve convenirsi con la difesa ricorrente in ordine alla mancanza, sia della rappresentazione di un interesse pubblico, concreto e attuale, alla rimozione dei titoli abilitativi formatisi a seguito della presentazione della dia del 01.04.2003, che in ordine alla valutazione dell’interesse del destinatario dell’atto medesimo.
Né si può poi ritenere, come adombra la difesa dell’amministrazione, che nel caso di specie alcuna dia si sarebbe perfezionata, a cagione della falsa attestazione da parte ricorrente della destinazione residenziale di una parte dell’immobile, attesa la sussistenza di un documento (cfr. allegato n. 3 di parte ricorrente) proveniente dalla stessa amministrazione in causa, che attesta la presenza, alla data del 05.04.1967, della destinazione ad uso abitazione di una parte, ivi meglio descritta, del ridetto immobile.
Ne consegue che non può parlarsi, qui, di esercizio di un potere sanzionatorio da parte comunale, esercitabile in ogni tempo siccome avulso dall’esercizio del potere di autotutela decisoria, non potendo il Comune disconoscere la presenza di un titolo edilizio (la dia del 2003 e ss. varianti) che lo stesso Comune, a ben vedere, ha contribuito a consolidare, non intervenendo nei termini prescritti e con i poteri inibitori all’uopo previsti.
Risulta, poi, inammissibile, alla stregua di motivazione “postuma” del provvedimento impugnato, l’ulteriore ragione, addotta in memoria da parte resistente a fondamento del proprio operato, che fa leva sulla circostanza che la nuova destinazione comporterebbe un aggravio del carico urbanistico di cui l’amministrazione non avrebbe tenuto conto ai fini del pagamento degli oneri di urbanizzazione e dello standard (in disparte, poi, la circostanza che si tratta di profili rispetto ai quali è indimostrata, da parte comunale, l’impossibilità di addivenire ad una regolarizzazione dei medesimi aspetti).
Per le suesposte considerazioni, quindi, assorbiti i mezzi non espressamente scrutinati, il ricorso in epigrafe specificato deve essere accolto, con conseguente annullamento del provvedimento con esso impugnato (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 03.01.2014 n. 1 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi del comma 6-ter dell'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241 "Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi" le denuncie di inizio attività "non costituiscono provvedimenti taciti".
Il legislatore ha fatto dunque proprio l’avviso dell'Adunanza plenaria 29.07.2011 n. 15 per cui "la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge".
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L'obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione deve essere agganciato non al tempo della presentazione della denuncia di inizio attività, ma al sorgere della giuridica possibilità di realizzare legittimamente l’intervento e quindi al momento dell’intervenuta efficacia della d.i.a. per decorso del termine o intervenuto accertamento della conformità alla disciplina urbanistica vigente.
La determinazione dell'importo dei contributi dovuti per le opere da realizzarsi è dunque connessa all'effettiva possibilità di effettuare l'intervento edilizio. Ciò, onde evitare l’insorgenza di un obbligo di pagamento anche nel caso in cui, nel termine di trenta giorni l'amministrazione intervenga con l'ordine motivato di blocco dei lavori, è dunque evidente che la determina dei contributi urbanistici deve essere effettuata tenendo conto dei parametri di calcolo in vigore al momento dell’operatività della detta denuncia.
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Quando il privato ha parcellizzato l’intervento attraverso uno stillicidio di molteplici DIA (nel caso ben cinque) tutte concernenti i medesimi spazi, è evidente che il contributo cui dovrà soggiacere non potrà che essere quello corrispondente all’assetto finale dell’immobile, onde evitare che una sapiente regia nella segmentazione dei lavori finisca per risolversi in un abuso del diritto in danno dell’Amministrazione.

Come la Sezione ha più volte avuto modo di ricordare, ai sensi del comma 6-ter dell'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241 "Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi" (introdotto con l'articolo 6, co. 1°, lettera c), del D.L. 13.08.2011, n. 138) le denuncie di inizio attività "non costituiscono provvedimenti taciti". Il legislatore ha fatto dunque proprio l’avviso dell'Adunanza plenaria 29.07.2011 n. 15 per cui "la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge".
In linea generale, l'efficacia abilitativa alla realizzazione dell'intervento edilizio non era conseguente all'iniziativa del privato ma alla giuridica possibilità di realizzare le opere.
Pertanto l'obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione deve essere agganciato non al tempo della presentazione della denuncia di inizio attività, ma al sorgere della giuridica possibilità di realizzare legittimamente l’intervento e quindi al momento dell’intervenuta efficacia della d.i.a. per decorso del termine o intervenuto accertamento della conformità alla disciplina urbanistica vigente.
La determinazione dell'importo dei contributi dovuti per le opere da realizzarsi è dunque connessa all'effettiva possibilità di effettuare l'intervento edilizio. Ciò, onde evitare l’insorgenza di un obbligo di pagamento anche nel caso in cui, nel termine di trenta giorni l'amministrazione intervenga con l'ordine motivato di blocco dei lavori, è dunque evidente che la determina dei contributi urbanistici deve essere effettuata tenendo conto dei parametri di calcolo in vigore al momento dell’operatività della detta denuncia (cfr. Cons. Stato Sez. IV 13.05.2010 n. 2922).
Fino al momento dell'attribuzione di efficacia, secondo momento di realizzazione della fattispecie precettiva, la vicenda procedimentale non è ancora conclusa, ed è quindi ancora possibile, ed anzi doveroso, dare risalto agli eventi esterni sopravvenuti, quale è il mutamento dei parametri di calcolo (come nel caso di specie), o anche il sopraggiungere di una nuova disciplina urbanistica).
In conseguenza del principio che precede, quando poi, come nel caso particolare, il privato abbia parcellizzato l’intervento attraverso uno stillicidio di molteplici DIA (nel caso ben cinque) tutte concernenti i medesimi spazi, è evidente che il contributo cui dovrà soggiacere non potrà che essere quello corrispondente all’assetto finale dell’immobile, onde evitare che una sapiente regia nella segmentazione dei lavori finisca per risolversi in un abuso del diritto in danno dell’Amministrazione
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 20.12.2013 n. 6161 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi del comma 6-ter dell'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241 "Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi", le denuncie di inizio attività "non costituiscono provvedimenti taciti".
Il legislatore ha fatto dunque proprio l’avviso dell'Adunanza plenaria per cui "la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge".
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In linea generale, l'efficacia abilitativa alla realizzazione dell'intervento edilizio non è conseguente all'iniziativa del privato ma alla giuridica possibilità di realizzare le opere.
Pertanto l'obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione deve essere agganciato non al tempo della presentazione della denuncia di inizio attività, ma al sorgere della giuridica possibilità di realizzare legittimamente l’intervento e quindi al momento dell’intervenuta efficacia della d.i.a. per decorso del termine o intervenuto accertamento della conformità alla disciplina urbanistica vigente.
La determinazione dell'importo dei contributi dovuti per le opere da realizzarsi è dunque connessa all'effettiva possibilità di effettuare l'intervento edilizio. Ciò, onde evitare l’insorgenza di un obbligo di pagamento anche nel caso in cui, nel termine di trenta giorni l'amministrazione intervenga con l'ordine motivato di blocco dei lavori, è dunque evidente che la determina dei contributi urbanistici deve essere effettuata tenendo conto dei parametri di calcolo in vigore al momento dell’operatività della detta denuncia.
Fino al momento dell'attribuzione di efficacia, secondo momento di realizzazione della fattispecie precettiva, la vicenda procedimentale non è ancora conclusa, ed è quindi ancora possibile, ed anzi doveroso, dare risalto agli eventi esterni sopravvenuti, quale è il mutamento dei parametri di calcolo, (come nel caso di specie), o anche il sopraggiungere di una nuova disciplina urbanistica).

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In conseguenza del principio che precede, quando poi, come nel caso particolare, il privato abbia parcellizzato l’intervento attraverso uno stillicidio di molteplici DIA (nel caso ben cinque) tutte concernenti i medesimi spazi, è evidente che il contributo cui dovrà soggiacere non potrà che essere quello corrispondente all’assetto finale dell’immobile, onde evitare che una sapiente regia nella segmentazione dei lavori finisca per risolversi in un abuso del diritto in danno dell’Amministrazione.
Come la Sezione ha più volte avuto modo di ricordare, ai sensi del comma 6-ter dell'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241 "Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi" (introdotto con l'articolo 6, co. 1°, lettera c), del D.L. 13.08.2011, n. 138), le denuncie di inizio attività "non costituiscono provvedimenti taciti". Il legislatore ha fatto dunque proprio l’avviso dell'Adunanza plenaria 29.07.2011 n. 15 per cui "la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo a formazione tacita e non dà luogo in ogni caso ad un titolo costitutivo, ma costituisce un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge".
In linea generale, l'efficacia abilitativa alla realizzazione dell'intervento edilizio non era conseguente all'iniziativa del privato ma alla giuridica possibilità di realizzare le opere.
Pertanto l'obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione deve essere agganciato non al tempo della presentazione della denuncia di inizio attività, ma al sorgere della giuridica possibilità di realizzare legittimamente l’intervento e quindi al momento dell’intervenuta efficacia della d.i.a. per decorso del termine o intervenuto accertamento della conformità alla disciplina urbanistica vigente.
La determinazione dell'importo dei contributi dovuti per le opere da realizzarsi è dunque connessa all'effettiva possibilità di effettuare l'intervento edilizio. Ciò, onde evitare l’insorgenza di un obbligo di pagamento anche nel caso in cui, nel termine di trenta giorni l'amministrazione intervenga con l'ordine motivato di blocco dei lavori, è dunque evidente che la determina dei contributi urbanistici deve essere effettuata tenendo conto dei parametri di calcolo in vigore al momento dell’operatività della detta denuncia (cfr. Cons. Stato Sez. IV 13.05.2010 n. 2922).
Fino al momento dell'attribuzione di efficacia, secondo momento di realizzazione della fattispecie precettiva, la vicenda procedimentale non è ancora conclusa, ed è quindi ancora possibile, ed anzi doveroso, dare risalto agli eventi esterni sopravvenuti, quale è il mutamento dei parametri di calcolo, (come nel caso di specie), o anche il sopraggiungere di una nuova disciplina urbanistica).
In conseguenza del principio che precede, quando poi, come nel caso particolare, il privato abbia parcellizzato l’intervento attraverso uno stillicidio di molteplici DIA (nel caso ben cinque) tutte concernenti i medesimi spazi, è evidente che il contributo cui dovrà soggiacere non potrà che essere quello corrispondente all’assetto finale dell’immobile, onde evitare che una sapiente regia nella segmentazione dei lavori finisca per risolversi in un abuso del diritto in danno dell’Amministrazione.
Nel caso la terza DIA del 13.12.2005 si era perfezionata successivamente all’entrata in vigore -in data 01.01.2006- della determina dirigenziale n. 295/2005 per cui deve concludersi per la legittimità del computo del costo di costruzione di € 322,05 operato con riferimento alle tariffe in vigore al momento della formazione finale del titolo edilizio.
L’ultima DIA della società ricorrente è stata presentata, completa di tutti gli allegati e dei conteggi degli oneri, in data 21.12.2007 e quindi, allo scadere del termine di trenta giorni di cui al comma 1 dell'art. 23 del d.P.R. 06.06.2001 n. 380. Pertanto il suo iter formativo si era concluso solo dopo l'intervenuta efficacia della delibera comunale.
Il motivo va dunque respinto
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 20.12.2013 n. 6160 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' necessario distinguere due diverse evenienze:
a) se si è in presenza di opere realizzate in eccedenza o difformità rispetto alla d.i.a. presentata, le stesse possono essere fatte oggetto in ogni tempo, da parte dell’Amministrazione, di ordine si sospensione e di ripristino;
b) se invece le opere realizzate sono conformi alla denuncia presentata e sono state realizzate senza che l’Amministrazione si sia attivata nei termini per vietare la prosecuzione dell’attività e disporre la rimozione degli effetti, allora l’emanazione dei provvedimenti di rimessa in pristino deve essere necessariamente preceduta dall’adozione di un atto di autotutela, nel rispetto della garanzie sostanziali e procedimentali che assistono lo stesso, finalizzato alla eliminazione del titolo formatosi implicitamente con il decorso del termine di legge dalla presentazione della d.i.a. senza interventi inibitori.

... per l'annullamento del provvedimento del Comune di Monteriggioni Ordinanza n. 116 del 16.12.2010 notificata il 12.1.2011 con il quale è stata ordinata la demolizione delle seguenti opere realizzate nella superficie di terreno sita in Comune di Monteriggioni ed identificata al C.T. di detto comune al foglio n. 89 par.lle 1451, 1440,1457: Manufatto costituito da una gettata di cemento (o platea di cemento) delle dimensioni di m. 10 x 3 sulla quale è infissa e si eleva una struttura in ferro in forma di L che sorregge, ad una altezza dal suolo variabile dai m. 1,80 ai m. 2,00 una copertura in lamiera e plastica ondulina di pari dimensioni;
...
Con il secondo e terzo mezzo, che possono essere fatti oggetto di congiunta trattazione, parte ricorrente censura l’operato dell’Amministrazione, evidenziando che questa non poteva emettere l’ordinanza di demolizione, in presenza di titoli edilizi acquisiti con la presentazione delle varie d.i.a., senza prima procedere all’annullamento in autotutela dei titoli assentiti.
Le censure sono fondate.
Come la Sezione ha avuto più volte modo di evidenziare, è necessario distinguere due diverse evenienze:
a) se si è in presenza di opere realizzate in eccedenza o difformità rispetto alla d.i.a. presentata, le stesse possono essere fatte oggetto in ogni tempo, da parte dell’Amministrazione, di ordine si sospensione e di ripristino (in termini la sentenza della Sezione n. 806 del 2013, punto 16 della motivazione);
b) se invece le opere realizzate sono conformi alla denuncia presentata e sono state realizzate senza che l’Amministrazione si sia attivata nei termini per vietare la prosecuzione dell’attività e disporre la rimozione degli effetti, allora l’emanazione dei provvedimenti di rimessa in pristino (come quello gravato) deve essere necessariamente preceduta dall’adozione di un atto di autotutela, nel rispetto della garanzie sostanziali e procedimentali che assistono lo stesso, finalizzato alla eliminazione del titolo formatosi implicitamente con il decorso del termine di legge dalla presentazione della d.i.a. senza interventi inibitori (in termini le sentenze della Sezione n. 430 del 2009 e n. 1636 del 2013).
Nella specie l’Amministrazione non ha seguito la prima strada: infatti l’ordinanza gravata non motiva in alcun modo in punto di difformità tra opere denunziate e opere realizzate, cioè circa la difformità della platea di cemento realizzata rispetto alla soletta di cemento di cui alla d.i.a. del 2007 e non fornisce quindi la necessaria dimostrazione che gli interventi edilizi realizzati risultino diversi da quelli di cui alle d.i.a. presentate.
Né l’Amministrazione segue la seconda strada, perché l’ordine di demolizione qui gravato non risulta preceduto dalla procedura di autotutela volta a superare i titoli edilizi formatosi a fronte delle d.i.a. presentate e non inibite dall’Amministrazione nei termini di legge (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 12.12.2013 n. 1717 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il termine per l'esercizio del potere inibitorio di cui all’art. 23 del T.U. sull’Edilizia (ndr: 30 gg.) è perentorio, ma anche dopo il decorso di tale spazio temporale, la p.a. conserva un potere residuale di autotutela.
Tale potere, con cui l'amministrazione è chiamata a porre rimedio al mancato esercizio del doveroso potere inibitorio, condivide i principi regolatori sanciti, in materia di autotutela, dalle norme citate, con particolare riguardo alla necessità dell'avvio di un apposito procedimento in contraddittorio, al rispetto del limite del termine ragionevole, e soprattutto, alla necessità di una valutazione comparativa, di natura discrezionale, degli interessi in rilievo, idonea a giustificare la frustrazione dell'affidamento incolpevole maturato in capo al denunciante a seguito del decorso del tempo e della conseguente consumazione del potere inibitorio.

Come ha chiarito di recente l'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (sent. 29.07.2011, n. 15) il termine per l'esercizio del potere inibitorio di cui all’art. 23 del T.U. sull’Edilizia è perentorio, ma anche dopo il decorso di tale spazio temporale, la p.a. conserva un potere residuale di autotutela.
Tale potere, con cui l'amministrazione è chiamata a porre rimedio al mancato esercizio del doveroso potere inibitorio, condivide i principi regolatori sanciti, in materia di autotutela, dalle norme citate, con particolare riguardo alla necessità dell'avvio di un apposito procedimento in contraddittorio, al rispetto del limite del termine ragionevole, e soprattutto, alla necessità di una valutazione comparativa, di natura discrezionale, degli interessi in rilievo, idonea a giustificare la frustrazione dell'affidamento incolpevole maturato in capo al denunciante a seguito del decorso del tempo e della conseguente consumazione del potere inibitorio (Cons. St., ad. plen., 29.07.2011 n. 15
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 25.10.2013 n. 1132 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In tema di edilizia, il potere inibitorio previsto dall'art. 23, comma 6, T.U. 06.06.2001 n. 380 è esercitabile entro il termine perentorio di trenta giorni, potendo successivamente essere emanati soltanto provvedimenti d'autotutela e sanzionatori, in quanto alla scadenza del detto termine matura l'autorizzazione implicita ad eseguire i lavori progettati e indicati nella denuncia di inizio attività, restando fermo al contempo il potere dell'Amministrazione comunale di provvedere non più con provvedimento inibitorio ma con provvedimento sanzionatorio di tipo ripristinatorio o pecuniario, in base alla normativa che disciplina la repressione degli abusi edilizi.
Come di recente ripetuto (cfr. TAR Molise, 19.04.2013, n. 282), in tema di edilizia, il potere inibitorio previsto dall'art. 23, comma 6, T.U. 06.06.2001 n. 380 è esercitabile entro il termine perentorio di trenta giorni, potendo successivamente essere emanati soltanto provvedimenti d'autotutela e sanzionatori, in quanto alla scadenza del detto termine matura l'autorizzazione implicita ad eseguire i lavori progettati e indicati nella denuncia di inizio attività, restando fermo al contempo il potere dell'Amministrazione comunale di provvedere non più con provvedimento inibitorio ma con provvedimento sanzionatorio di tipo ripristinatorio o pecuniario, in base alla normativa che disciplina la repressione degli abusi edilizi (cfr. Cons. Stato, II Sezione, 17.10.2007 n. 1698, IV Sezione, 22.07.2005 n. 3916 e TAR Napoli, Sez. II, 27.06.2005 n. 8707) (TAR Basilicata, sentenza 17.10.2013 n. 609 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATARisulta maggioritaria la tesi che riconosce la natura dichiarativa della d.i.a., la quale, con specifico riferimento alla disciplina urbanistica è stata descritta da autorevole dottrina come un istituto che non dà origine ad un provvedimento amministrativo in forma tacita e che consiste in una dichiarazione del privato alla quale, sussistendo le richieste condizioni ed in assenza di un intervento inibitorio a carattere vincolato dell'amministrazione comunale, la legge riconosce gli effetti corrispondenti a quelli tipici del permesso di costruire e, cioè, l'abilitazione alla realizzazione delle opere progettate.
Il ventennale dibattito sulla natura giuridica della d.i.a. ha interessato, ovviamente, anche la giurisprudenza amministrativa, anch'essa caratterizzata da opinioni difformi, tanto che, come ricordato in ricorso, la questione è stata sottoposta all'esame dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato la quale,
con articolata motivazione, ha escluso che la denuncia di inizio attività sia un provvedimento amministrativo a formazione tacita e che dia luogo ad un titolo costitutivo, essendo, invece, un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge.
Chiarisce l'Adunanza Plenaria, ponendosi in evidente sintonia con l'indirizzo dottrinario precedentemente ricordato, che «
il denunciante è, infatti, titolare di una posizione soggettiva originaria, che rinviene il suo fondamento diretto ed immediato nella legge, sempre che ricorrano i presupposti normativi per l'esercizio dell'attività e purché la mancanza di tali presupposti non venga stigmatizzata dall'amministrazione con il potere di divieto da esercitare nel termine di legge, decorso il quale si consuma, in ragione dell'esigenza di certezza dei rapporti giuridici, il potere vincolato di controllo con esito inibitorio e viene in rilievo il discrezionale potere di autotutela».
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La relazione di accompagnamento alla d.i.a. edilizia ne costituisce parte integrante ed essenziale ed ha natura di certificazione per quanto riguarda sia la descrizione dello stato attuale dei luoghi, sia la ricognizione degli eventuali vincoli esistenti sull'area o sull'immobile interessati dall'intervento, sia la rappresentazione delle opere che si intende realizzare e l'attestazione della conformità delle stesse agli strumenti urbanistici ed al regolamento edilizia.
La richiamata decisione, oltre a riproporre orientamenti già consolidati, ha dunque chiarito, riproponendo le argomentazioni prospettate in una precedente pronuncia, che
la natura di certificazione deve essere riconosciuta anche alla parte progettuale della relazione allegata alla d.i.a., così superando precedenti posizioni difformi.
Va peraltro rilevato che la suddetta sentenza
individua chiaramente la d.i.a. come atto del privato che esclude la necessità di un titolo di legittimazione, rilevando che il potere di verifica dell'amministrazione «non è finalizzato all'emanazione di un provvedimento di consenso all'esercizio dell'attività, ma al controllo, privo di discrezionalità, della corrispondenza di quanto dichiarato dall'interessato rispetto ai canoni normativi stabiliti per l'attività in questione. Con la DIA, quindi, al principio autoritativo si sostituisce il principio dell'autoresponsabilltà dell'amministrato, che è legittimato ad agire in via autonoma, valutando l'esistenza dei presupposti richiesti dalla normativa in vigore».
Ciò posto, osserva il Collegio che
le conclusioni cui è pervenuta la sentenza 35795/2012 appaiono pienamente convincenti, in quanto frutto di un'accurata analisi della natura dell'istituto della d.i.a. edilizia e della normativa che la disciplina, all'esito della quale viene giustamente riconosciuta alla condotta del professionista abilitato una specifica rilevanza pubblicistica in ragione della assunzione di responsabilità cui è chiamato, in considerazione «del particolare affidamento che l'ordinamento pone sulla relazione tecnica che accompagna il progetto e sulla sua veridicità, atteso che quella relazione si sostituisce, in via ordinaria, ai controlli dell'ente territoriale ed offre le garanzie di legalità e correttezza dell'intervento».
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5. Il ricorso è solo in parte fondato.
La Corte territoriale ha ritenuto corretta la qualificazione giuridica della condotta di alterazione della d.i.a. effettuata dal giudice di prime cure, riconoscendo la natura di atto pubblico della denuncia di inizio attività, rilevando che gli interventi ad essa soggetti s'intenderebbero autorizzati, decorso il termine di trenta giorni per formazione del silenzio-assenso, nell'ambito di quanto prospettato nella denuncia stessa, la quale assume la forma e la sostanza di atto autorizzatorio, assurgendo al rango di atto pubblico.
A sostegno di tale soluzione interpretativa i giudici del gravame richiamano una decisione di questa Corte emessa nel medesimo procedimento in ambito di incidente cautelare (Sez. V n. 35153, 17.05.2007, non massimata) ed escludono che possa ritenersi la natura privatistica della denuncia sulla base della sua provenienza in quanto, una volta uscita dalla sfera del privato e presentata allo sportello unico corredata dagli elaborati di progetto e della relazione di asseveramento, essa determina l'avvio di una sequenza procedimentale che, all'esito di positivi riscontri sulla sussistenza delle condizioni di legge da parte del responsabile dell'ufficio tecnico comunale, dà luogo ad un provvedimento implicito di assenso all'esecuzione dei lavori ed acquista rilievo pubblicistico, come emergerebbe anche dal tenore letterale dell'art. 23, comma 5, d.P.R. 380/2001, ove è stabilito che «la sussistenza del titolo è provata con la copia della denuncia di inizio attività da cui risulti la data di ricevimento della denuncia, l'elenco di quanto presentato a corredo del progetto, l'attestazione del professionista abilitato, nonché gli atti di assenso eventualmente necessari».
La decisione di questa Corte richiamata nella sentenza impugnata giunge alle medesime conclusioni, affermando che la d.i.a. assume, in conseguenza del silenzio-assenso che viene a formarsi dopo trenta giorni dalla sua presentazione, la forma e la sostanza del provvedimento autorizzativo che l'autorità non ha emesso, assurgendo, così, al rango di atto pubblico.
Di diverso avviso è, invece il ricorrente, per le ragioni sintetizzate in premessa.
Assume conseguentemente rilievo determinante l'individuazione della natura giuridica della denuncia di inizio attività.
6. Come è noto, l'istituto della d.i.a. è stato introdotto dalla legge 07.08.1990, n. 241 ed è disciplinato dall'articolo 19 della legge medesima che ha subito, nel tempo, numerose modifiche, tra le quali va ricordata quella ad opera dell'articolo 49, comma 4-bis, della L. 122/2010 di conversione del d.l. 31.05.2010, n. 78, con il quale si è proceduto all'introduzione della S.C.I.A., segnalazione certificata di inizio attività (secondo l'interpretazione autentica dell'art. 19 legge 241/1990 fornita dal dl. 70/2011, convertito nella Legge 106/2011, le disposizioni in esso contenute si applicano alle d.i.a. in materia edilizia disciplinate dal Testo Unico, con esclusione dei casi in cui esse siano, in base alla normativa statale o regionale, alternative o sostitutive del permesso di costruire).
Si tratta, pertanto, di un istituto di carattere generale il quale prevede, salvo eccezioni espressamente indicate, che ogni atto di autorizzazione, licenza, concessione non costitutiva, permesso o nulla osta comunque denominato, comprese le domande per le iscrizioni in albi o ruoli richieste per l'esercizio di attività imprenditoriale, commerciale o artigianale il cui rilascio dipenda esclusivamente dall'accertamento di requisiti e presupposti richiesti dalla legge o da atti amministrativi a contenuto generale e non sia previsto alcun limite o contingente complessivo o specifici strumenti di programmazione settoriale per il rilascio degli atti stessi, è sostituito da una dichiarazione (ora segnalazione) dell'interessato corredata dalle dichiarazioni sostitutive di certificazioni e dell'atto di notorietà, nonché dalle attestazioni ed asseverazioni richieste.
Per ciò che concerne la disciplina edilizia, la relativa procedura è regolata dagli articoli 22 e 23 del d.P.R. 380/2001. Sulla base delle disposizioni richiamate,
restano attualmente soggetti a d.i.a. esclusivamente gli interventi edilizi eseguibili con d.i.a. alternativa o sostitutiva del permesso di costruire in base a leggi statali o regionali, mentre i richiami riguardanti le altre tipologie di interventi soggetti a d.i.a. devono ora intendersi riferiti alla s.c.i.a.
La particolarità dell'istituto della d.i.a. ha indotto dottrina e giurisprudenza ad interrogarsi, in più occasioni, sull'esatta qualificazione della sua natura giuridica, giungendo a conclusioni non univoche anche in considerazione del fatto che, strettamente correlata a tale questione, vi è